Marescotti Ruspoli, un regista “non per tutti”

Amusia, “mancanza di armonia”, una malattia cerebrale che impedisce a chi ne soffre di comprendere, eseguire e apprezzare la musica. Amusia è il titolo dell’opera prima del regista Marescotti Ruspoli, con Carlotta Gamba, Giampiero De Concilio, Maurizio Lombardi e Fanny Ardant.

Un film sospeso nel tempo, dai suoni a tratti fastidiosi, in cui anche i lunghi silenzi contribuiscono a dare ritmo a un lavoro dove la musica è in realtà al centro. Un film che gioca con i suoni, con la luce della fotografia di Luca Bigazzi, con scenografie naturali uniche come il cimitero di San Cataldo, alla periferia di Modena, opera di Aldo Rossi e Gianni Braghieri: una sorta di città surreale, influenzata dall’arte di De Chirico.

Marescotti Ruspoli
Marescotti Ruspoli

Melodie, rumori, silenzio. Giochi di ombre, luce, buio. Profondità di campo e dissolvenze. Musica e amusia. Un pendolo continuo tra la vita di una ragazza che scappa dalla musica e quella di un ragazzo che sopravvive grazie alla musica.
Un microcosmo provinciale e vagamente surreale, fatto di edifici metafisici, motel a ore e luci al neon, due opposti all’interno dei quali tutto è stranamente armonico.

Nato a Londra il 4 dicembre 1990, Marescotti Ruspoli debutta con una pellicola che ferma il tempo, ti porta fuori dagli schemi, ti obbliga a uscire da una comfort zone. Un film con un protagonista d’eccezione: il paesaggio. Il risultato: un musical per non udenti. Un film piacevolmente straniante.

Un’opera prima in cui suoni, fotografia e atmosfere giocano un ruolo predominante

Uno dei protagonisti di Amusia è la fotografia. C’è una scena dove i due protagonisti camminano con i piatti di pasta in mano, è notte: un’immagine va in frantumi, lasciando emergere la successiva, surreale inquadratura

Per quella scena io e Luca Bigazzi abbiamo discusso a lungo. Quando andammo a fare il primo sopralluogo della location, era notte e lui voleva tutti i lampioni accesi. Io dissi: li vorrei tutti spenti, lasciando solo le luci in fondo. Giochiamo tutto in controluce. Lui mi guardò come per dire “ma sei serio?”. Fu un momento importante per la nostra collaborazione perché, nonostante io studi la fotografia di Bigazzi dai tempi della scuola di cinema, per la prima volta mi trovai in disaccordo con lui. Ma Luca capì che avevo una mia idea di fotografia per il film, ben precisa. Era scettico, poi provammo la scena con i lampioni spenti e il risultato è quello che vedi nel film.

Amusia film
Uno screen del film d’esordio di Ruspoli

“Avevo una mia idea di fotografia per il film, ben precisa”

Le scene girate nel cimitero di San Cataldo, un set cinematografico dallo stile razionalista, sono emozionanti. Bellissima quella girata nel corridoio con la lunga serie di lame di cemento che la luce fende…

Quello è un cimitero disegnato da Aldo Rossi, all’avanguardia dell’architettura razionalista. Si prestava per la simmetria, la  geometria, le varie angolazioni che offre. La cosa che mi ha colpito è che siamo stati i primi a girare lì. È una location naturale incredibile. La scoprii grazie a una foto di Luigi Ghirri, scattata con il prato innevato: tutto bianco e il grande edificio cubico che contiene l’ossario, rosso, al centro.
Era contenuta nel suo libro Viaggio in Italia. Mio padre è un fotografo e quel libro l’ho in casa da quando sono piccolo. L’ho sfogliato mille volte. L’ultima, proprio quando stavo cercando una location per Amusia. Siamo stati fortunati perché era una giornata di sole, un cielo terso che ha consentito a Luca di giocare con la luce.

architettura razionalista Aldo Rossi
Il cimitero di San Cataldo ripreso in Amusia

“Mi piace quando esco dalla sala e, per i primi cinque minuti, devo metabolizzare quello che ho visto”

Luca Bigazzi e Fanny Ardant: due mostri sacri per un’opera prima… Hai espresso un desiderio e si è avverato?

È un obiettivo che mi ero posto appena uscito dalla scuola di cinema, la Prague Film School. Avevo 22 anni. Insieme ai miei due migliori amici, un norvegese e un egiziano, ci promettemmo di girare il nostro primo film entro i trent’anni. L’obiettivo raggiunto oggi era iniziato allora. L’espediente è arrivato quando ho scoperto questa malattia assurda, rarissima, certificata solo nel 2005. A molti è sconosciuta. Mi intrigava che fosse una malattia così recente. Il film, nonostante non abbia una precisa connotazione temporale, è ambientato in una realtà pretecnologica. Non ci sono computer, cellulari, ma cabine telefoniche e telefoni fissi. Mi incuriosiva il fatto che questa ragazza si accorgesse di avere un “malfunzionamento” nei confronti della musica ma, essendo una patologia totalmente sconosciuta, venisse considerata una ricerca di attenzione, una ribellione giovanile. Anche il padre e il medico pensano sia solo un bisogno.

Tutti credono che la musica sia un elemento comune, che si può preferire un genere a un altro, ma che non può originare un disturbo tale da costringerti a lasciare una stanza. Questa malattia è invalidante in tal senso. Hai questa interferenza. Non è che non senti la musica, la percepisci ma in modo distorto.
Il lavoro con il sound designer è stato quello di cercare di ottenere un effetto che fosse fastidioso ma allo stesso tempo cinematografico. Perché la atonalità, cioè un suono atonale, è un suono dal punto di vista cinematografico un po’ piatto. Quindi ci abbiamo lavorato.

Amusia cinema
La locandina di Amusia

“Raccontare per immagini ha sempre fatto parte della mia formazione”

Non hai puntato, per il tuo debutto, su un’opera per tutti…

Non si può fare un film per tutti. Quelli dei grandi del cinema, da Tarkovskij  a Godard ad Antonioni, sono impegnativi. Il regista chiede allo spettatore un coinvolgimento mentale, uno sforzo per decifrare i messaggi più evidenti e quelli meno ovvi all’interno della pellicola. Mi piace quando esco dalla sala e, per i primi cinque minuti, devo metabolizzare quello che ho visto.

Ruspoli: un cognome scomodo o solo impegnativo?

La questione del cognome esce più con gli adulti che con i miei coetanei. Semmai è il nome Marescotti che lascia perplessi. Il vantaggio non viene dal cognome altisonante, quanto dai miei genitori che mi hanno dato una certa educazione, che vuol dire saper tenere una conversazione, come presentarsi, come salutare, anche come scrivere una lettera. Poi, in realtà, la famiglia Ruspoli è enorme, spesso mi imbatto in persone che scopro essere parenti di lontanissimo grado… La famiglia è una cosa complicata.

I miei genitori sono sessantottini, per loro viaggiare è un’avventura. Piuttosto che andare al Four Seasons, ci portavano nel vecchio hotel con le travi di legno. I nostri viaggi erano sempre avventurosi, mai comodi. Erano quelli che facevano loro e quando viaggiavano con noi volevano farci ritrovare quella esperienza. L’idea del resort non mi appartiene: sono più da zaino in spalla, mangiare nei mercati, scoprire la vita di strada.
Mi sento un privilegiato, perché i miei ci hanno fatto viaggiare sin da piccoli in posti come l’India. Ci facevano scoprire altre culture, altri Paesi, altri modi di vivere, vestirsi, mangiare; altre religioni.
Mio papà fa il fotografo, nasco circondato da luci, obiettivi, cavalletti. Raccontare per immagini ha sempre fatto parte della mia formazione. Ecco un altro motivo per cui essere grato alla mia famiglia.

Amusia 2022
Una scena della pellicola

“Ho realizzato anche documentari, ma senza mai perdere di vista la mia stella polare: fare film” 

Le tue prime regie sono nel mondo della pubblicità

Dopo la scuola di cinema sono andato ad abitare a Milano. L’obiettivo era quello di rendermi economicamente indipendente. A Milano si fa prevalentemente moda e iniziai in quel settore per aziende come Prada, Ferragamo. Mi piaceva l’approccio cinematografico. Mi divertiva fare gli storyboard, creare una micro sceneggiatura, non raccontare il prodotto secondo formati standard. Anche perché la moda non è il mio campo. Ai clienti piaceva questo mio modo di lavorare, che poi è quello che adesso va per la maggiore: il fashion short film. Ho realizzato anche documentari, ma senza mai perdere di vista la mia stella polare: fare film. La strada è a curve, l’importante è puntare sempre la cima.

Tra le musiche che compongono la colonna sonora di Amusia,  l’emozionante Magnolia di J. J. Cale…

Quella canzone me la mettevano in macchina i miei genitori quando ancora c’erano le cassette. Andavamo a scuola e mio papà aveva quell’album. Magnolia viene da là.
La sceneggiatura del film non nasce durante il Covid, ma si è sviluppata in quel periodo. Per questo non volevo fare una pellicola drammatica. Mi sembrava che già attorno ci fosse solo tragedia. Ecco perché ho cercato di fare un film che fosse anche musicale. Ho trovato interessante mettere la protagonista e la sua malattia nel mondo di una persona che utilizza la musica come ancora di salvezza. È un film che ha la sua musica anche quando la musica non c’è.

Fanny Ardant 2022
Fanny Ardant in Amusia

Amusia è un film che ha la sua musica anche quando la musica non c’è”

In squadra hai Bigazzi, che detiene il record di vittorie ai David di Donatello come miglior direttore della fotografia, sette volte Nastro d’argento. Come se non bastasse, Fanny Ardant ha accettato di lavorare con un artista sconosciuto. Già questa, di per sé, sembra una storia affascinante…

È una storia favolosa! La mia assistente alla regia, Baladine, è la figlia di Fanny. Ma io non lo sapevo. Un paio di mesi prima delle riprese, ancora cercavo l’attrice per quel ruolo. E lei mi fa: “spero non ti dispiaccia, ma ho fatto leggere a mamma la sceneggiatura”. E aggiunge: “lo sai che mia mamma è attrice?”. Io rispondo: “no, non ne avevo la minima idea. Veramente?”. E lei: “sì, è Fanny Ardant”.

Capisco che non sia facile essere figlia di Fanny e rispetto profondamente la sua scelta di non raccontarlo a tutti. Nasce così questo rapporto epistolare, via email, tra me e lei, durante il quale iniziamo a discutere della sceneggiatura e del personaggio. Già questo per me era stupefacente. A un certo punto però, Fanny mi comunica che in contemporanea partiva per un set in Svezia. E la cosa finisce lì. Era comunque stata un’esperienza meravigliosa, un onore. Un paio di settimane dopo ci richiama l’agenzia, comunicandoci lo slittamento del film in Svezia di sei mesi, ci chiedono se siamo ancora interessati. Davanti a “siete ancora interessati?” c’è stato il tripudio.

Un giorno ci siamo ritrovati nel nostro ufficio, che era la casa dove io e il mio socio e produttore convivevamo, e arriva lei per fare la prova costume. È incredibile quanto sia umile e ancora così dedicated al suo lavoro. Io la osservavo e lei, tra un ciak e l’altro, non usciva dal personaggio. Era coinvolta in quello che faceva, nonostante stesse girando l’opera prima di uno sconosciuto.

È un’artista che ha girato con i registi più importanti al mondo e, per tutti noi sul set, è stata un’esperienza incredibile: vedere la serietà e la professionalità, oltre al talento infinito, di questa attrice che si è messa al servizio del film come fosse l’ultima arrivata. Impressionante! Una signora con una cultura e un’intelligenza uniche. Staresti ad ascoltarla per ore. In ogni scena metteva qualcosa di nuovo, anche minimo, che la arricchiva ancora di più. E tu sei lì, al monitor, che guardi questo spettacolo.

Un’antidiva…

Sì, e una grandissima diva al tempo stesso. Come si veste, come cammina, parla, sorride. In realtà è totalmente diva pur essendo antidiva. Sono andato a Parigi un paio di mesi fa. Ci siamo dati appuntamento in un bistrò e l’ho vista salire le scale del metrò. Neanche il taxi… E si è seduta fuori, ai tavolini con me, tranquillissima…

Amusia Marescotti Ruspoli
Un ritratto del regista

Nell’immagine in apertura, Marescotti Ruspoli a una première

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