Non solo K-pop, beauty o drama: sei esempi di moda “made in Korea”

Qualche settimana fa, il flop del comizio di Donald Trump nell’Oklahoma legato – almeno in parte – al boicottaggio dei fan del K-pop, numerosi e particolarmente agguerriti sui social, ha di nuovo acceso i riflettori, seppur indirettamente, sulla popolarità delle band sudcoreane, ormai seguitissime ben oltre i confini nazionali. Una realtà di cui i principali media si occupano a dire la verità da tempo, almeno dalla hit del 2012 Gangnam Style, e che rientra in una sorta di korean way of life dalle dimensioni globali, estesasi dagli anni Duemila in avanti a cinema e tv (le serie del filone k-drama, oppure il film trionfatore degli ultimi Oscar, Parasite), estetica (la k-beauty e conseguente proliferazione di routine di bellezza, cosmetici dedicati, trattamenti, ecc.), videogiochi, cucina e altro ancora.

Un fenomeno talmente pervasivo da essersi meritato un termine apposito, Hallyu, ossia “onda coreana”, che ne rende bene la portata.
La moda, sensibile per definizione a usi e costumi della contemporaneità, non poteva non interessarsi alle novità provenienti da questa regione del Sud-Est asiatico: se la Seoul Fashion Week si è imposta come una delle kermesse emergenti più originali e dinamiche, frequentata da torme di addicted vestiti di tutto punto e immortalati dai fotografi di street style, i nomi di diversi creativi locali sono finiti sui radar di giornalisti, buyer e altri addetti ai lavori.
Nello specifico, sono sei le griffe “made in Korea” sulle quali abbiamo concentrato la nostra attenzione, che compongono un quadro eterogeneo: si va dalle maison di prêt-à-porter, inserite a pieno titolo nel sistema della moda francese, a quelle di accessori high-end, passando per i marchi attivi nel segmento, sempre più affollato, dello streetwear.

La carrellata inizia da Wooyoungmi, brand di menswear parigino per vocazione e trascorsi, in quanto calca le passerelle della Ville Lumière dall’anno successivo alla fondazione, datata 2002, e nel 2011 è entrato a far parte della Fédération de la Haute Couture et de la Mode. Sono però coreani i natali della sua creatrice  Woo Youngmi, figura cruciale per la moda dell’intero paese: nel 1988 aveva infatti lanciato una linea chiamata Solid Homme e, associandosi ad una manciata di colleghi di Seul, aveva gettato le basi per la nascita della futura fashion week. Oggi la figlia della stilista, Katie Chung, mantiene lo stesso obiettivo della madre: conferire un quid inedito ai fondamentali del guardaroba (outerwear, camiceria, abiti, maglieria), fondendo cura scrupolosa dei dettagli, ispirazioni architettoniche e lavorazioni degne della miglior sartoria. La collezione primavera/estate 2020, ad esempio, tratteggia un’idea di eleganza décontracté espressa da vestibilità scivolate, capispalla avvolgenti, tasconi applicati e stampe in technicolor da cartolina.

SEOUL, SOUTH KOREA – OCTOBER 18: Guests wearing black and brown leather outfit are seen during the Seoul Fashion Week 2020 S/S at Dongdaemun Design Plaza on October 18, 2019 in Seoul, South Korea. (Photo by Jean Chung/Getty Images)

Nella gallery: Foto 1 by Jean Chung/Getty Images

Anche Jung Wook Jun, meglio conosciuto come Juun.J, è di stanza dal 2007 a Parigi. Con Woo Youngmi condivide un percorso scandito da molte esperienze (tra incarichi presso prestigiose maison e la creazione della prima label personale, Lone Costume, nel 1999) e l’assoluta centralità, nel proprio operato, della sartorialità, filtrata però attraverso un immaginario decisamente metropolitano. Uno street tailoring, per usare le parole del designer, che si nutre di contrasti tra volumi oversize e fit più aderenti, fascinazione per l’eleganza canonica dei completi e uso massivo di tasche, coulisse e cinghie, stratificazioni elaborate e precisione chirurgica dei tagli, e così via; tutti elementi presenti anche nel défilé per l’attuale stagione calda, insieme a tanta pelle, denim ed echi del power dressing anni ‘80, dalle linee sinuose degli abiti alle maxi spalle imbottite.

Le tante sfaccettature del mondo urban rappresentano il perno delle collezioni firmate Ader Error e 99%IS. Il primo marchio, nonostante sia in attività soltanto da sei anni, gode di una visibilità internazionale, certificata dalle cifre di tutto rispetto delle vendite (trainate, a loro volta, dal largo seguito su Instagram e affini) ed è stato salutato da Vogue nientemeno che come «risposta coreana a Vetements»; il collettivo alla guida, effettivamente, si dimostra abile ad irretire i consumatori, specialmente i più giovani, infondendo un tratto unisex ai must dell’abbigliamento street (t-shirt, felpe, baggy pants, giubbini, materiali perlopiù tecnici), dosando pulizia dei tagli, colori accesi, slogan dissacranti e grafiche dal gusto vintage, associandosi inoltre a griffe come Puma e Maison Kitsuné per capsule collection andate rapidamente sold-out.

99%IS è invece plasmato a immagine e somiglianza del suo fondatore Bajowoo, che vi riversa in toto le sue ossessioni, mescolando sottoculture musicali, clubbing, goth e spirito DIY (do it yourself, ndr). Si spiegano così i lembi trattenuti dalle spille da balia, i tessuti patchwork, le superfici percorse da scoloriture o abrasioni, la profusione di stringhe e zip usate per strutturare maglie e pantaloni… Un’attitudine underground che ha conquistato celebrity (Pharrell e Billie Eilish, giusto per citarne un paio) e i principali retailer, da Dover Street Market a LuisaViaRoma, a MR Porter.

Diverso il profilo delle creative dietro il brand We11doneJessica Jung e Dami Kwon, che nel 2015 mettono a frutto l’esperienza nella gestione della boutique Rare Market sviluppando una linea di capi e accessori basilari, guardando soprattutto ai topoi delle passerelle di fine anni ‘90-primi anni Zero, sfumando allo stesso tempo le distinzioni in termini di genere, stagionalità, influenze e quant’altro.

Gentle Monster, infine, si distingue per l’approccio eclettico all’occhialeria, che coinvolge ogni aspetto: la varietà delle montature, la ricerca di nuovi materiali e tecnologie, le campagne pubblicitarie, l’allestimento dei negozi, facendo delle collaborazioni con altre realtà un leitmotiv; quelle di maggior successo hanno riguardato, negli anni, Alexander WangMoooiHenrik Vibskov10 Corso Como e Fendi.
A ulteriore dimostrazione di come, al di là dei consumatori, persino i grandi nomi della moda e del design siano ormai sensibili all’ondata di creatività proveniente da Seul e dintorni. 

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