‘Sissy’, il frutto di un incontro speciale: intervista a Eitan Pitigliani

Eitan Pitigliani

«Mi rende davvero felice essere riuscito a cogliere tutto questo e aver dato vita a Sissy, opera grazie alla quale mi sento un regista – e soprattutto – una persona migliore». Mentre lavora per il suo primo lungometraggio – intitolato E poi chissàEitan Pitigliani ci trasporta all’interno del percorso del suo ultimo progetto Sissy.
Regista conosciuto per i suoi corti acclamati dalla critica – come In questa vita del 2011 e Like a Butterfly del 2015 – Pitigliani porta sullo schermo una storia profonda e travolgente che gli ha cambiato la vita.


Eitan Pitigliani

Sissy parla di un amore di un figlio verso la propria madre. Sta parlando di lei e dell’amore per sua madre nel film?

Certamente, Sissy rappresenta per me un film particolare, quello a cui sono più affezionato, per tanti motivi, non ultimo quello di averlo realizzato con una bambina al centro della storia, e di essere riuscito a girarlo prima che diventasse troppo grande. Perché la storia, e lo stesso personaggio di Sissy, avevano bisogno di un’innocenza, di un’immediatezza, che solo una bimba così piccola poteva raffigurare. Una bambina magica come, appunto, è Dea. E sì, sicuramente, la storia viene dal mio vissuto, ed è dedicato ad una persona speciale, mia mamma. E nessuno meglio di Dea avrebbe mai potuto rappresentare l’elemento magico di questa storia. Le sono molto grato, più di quanto io stesso possa pensare.
Il suo ruolo era molto complesso, ma ha saputo dargli vita in una maniera sorprendente, e io stesso, nel guardarla e riguardarla durante tutta la fase della post-produzione, ancora non riesco a capacitarmi di come abbia fatto. Alla sua prima prova da attrice, a soli 7 anni, è come se avesse sentito su di sé la vera importanza del personaggio del quale era stata investita, di cui sapeva il giusto ma non troppo e, dopo mesi di preparazione e di lavoro sodo, è riuscita a dargli vita in un modo davvero sorprendente.

Può raccontare cosa è stato per lei l’incontro con Dea Lanzaro, la bambina che l’ha aiutata a uscire da un momento difficile?

L’incontro con Dea Lanzaro è avvenuto come d’incanto, in un momento molto delicato, e particolare. In realtà la conoscevo già da tempo, da quando era piccolissima. Avrà avuto credo appena 4 anni quando venne alla prima del mio precedente film breve, e ricordo ancora come si emozionò quando entrò per la prima volta in una sala cinematografica.
Da lì, è sempre stata per me un personaggio molto curioso, un piccolo genio, dotato di grande sensibilità e di grande energia, con una delicatezza e una grazia d’altri tempi, e un piglio da scugnizza che non guasta. Il mix perfetto per dare uno scossone a chi è, in un modo o nell’altro, in un momento di difficoltà. Quello che mi ha sorpreso è che, dopo le prime lezioni di cinema, era già in grado di emozionarmi a tal punto da spingermi a creare una storia su di lei, un personaggio modellato su di lei… E credo sia il più grande talento per un’attrice o un’attore, quello di ispirare personaggi inesistenti, e di far sì che le/gli vengano cuciti addosso. E tutto questo è nato così, per gioco, fino a diventare un film.



La bambina è stata in grado di farle cambiare percezione della vita? O della famiglia magari?

La bambina ha dato forza ad una concezione della vita che già ho. La vita per me, oltre che un gran casino, è anche un campo di gioco, un teatro come diceva Shakespeare, dove ognuno ha il suo ruolo, e lo interpreta a modo suo. Per questo giudicare gli altri per partito preso, anche quando viene naturale, non è mai un bene perché non si capisce il vero ruolo di una persona, la sua unicità, nel bene e nel male.
E in questo gioco di ruoli, in questo immenso, gigantesco casino, è proprio il gioco che non si deve perdere mai, il vivere davvero, fino in fondo, o per lo meno il provarci, costi quel che costi. E passare per ospedali – mai come in questo momento il tema è così attuale – o luoghi dove c’è molta sofferenza, mi ha dato la spinta a considerare il gioco, e quindi l’innocenza bambina, come l’unica via per superare il dolore e vivere appieno questa vita così ricca ma al tempo stesso cosa incredibilmente incasinata.


La locandina di Sissy

Tra i personaggi della storia ce n’è uno che lo si potrebbe considerare come la proiezione di lei stesso?

Quando scrivo viene automatico trasferire la maggior parte della mia sensibilità alla figura centrale della storia. In Sissy sicuramente quello che mi è più vicino è il giovane protagonista, interpretato da Vincenzo Vivenzio, che è riuscito a calarsi a nel ruolo in un modo così profondo e totale che ha stupito anche me che quel ruolo l’avevo scritto. E non era facile, perché è un ragazzo che fa una scelta estrema, quella di vivere per strada, allontanandosi dal mondo reale, e che vive dentro di sé un conflitto fortissimo: un “internal struggle” che tuttavia ha in sé già la risposta alla
sua sofferenza e che nell’arco della storia, dà vita e realtà ai successivi eventi. Perché in fondo, al di là di qualsiasi aiuto esterno, a volte fondamentale, la risposta a molte cose, soprattutto al dolore, è dentro di noi. E non può che essere così.
Al di là di tutto però, quando scrivo tendo a depositare parti di me non soltanto nella figura protagonista ma anche negli altri personaggi, come in una sorta di dialettica interiore. Per questo, anche Sissy (il personaggio di Dea Lanzaro) e quello di Fortunato Cerlino, il padre del protagonista, incarnano aspetti di me molto diversi tra loro: Sissy quello più arguto, giocoso e pazzerello, che vuole trovare le soluzioni alle difficoltà della vita attraverso il sorriso, il personaggio del padre, invece, quello più forte, coscienzioso, e imperturbabile.. Il classico Super-Io.
E poi c’è Mirella D’Angelo, last but not least, che ha in sé la chiave per aprire tutte le porte; la formula che dà un tocco ancora più magico alla storia.

Si potrebbe considerare Sissy come prodotto “autobiografico” o è il prodotto delle sue emozioni non necessariamente legate a una storia simile a quella che ha raccontato nel corto?

Sissy è sicuramente in linea con le storie che mi piace raccontare, che sento di dover mettere in forma filmica per una sorta di ispirazione divina, e che per forza di cose sono il riflesso di ciò che accade nella vita reale.
Bisogna stare attenti a non raccontare storie o girare film che parlino solo di noi stessi, come registi o autori, altrimenti si perde il contatto con il pubblico, e soprattutto la sua fiducia. È necessario, invece, cercare di capire cosa c’è in quelle storie che ci può accomunare agli altri e che può magari essere uno strumento a loro utile per comprendere se stessi e gli altri.
Per me il momento più bello è quando il pubblico in sala entra nella storia come se fosse la sua, e ne parla poi a modo proprio, dando spunti e riflessioni che anche l’autore stesso non aveva carpito inizialmente, almeno a livello conscio.
Sissy è certamente un tema che accomuna molti, in un modo o nell’altro, e questo mi rende molto fiero di aver raccontato questa storia, e felice di poterla condividere con il pubblico, che resta sempre il referente sommo.

Sul set di Sissy


Chi è veramente Sissy o che cosa rappresenta?

Posso rispondere solo in parte. Sissy è una figura astratta, una bambina che
irrompe nella vita del protagonista e lo fa rinascere. Rappresenta la vita, la gioia. Diciamo che è l’immagine dei nostri cari che, seppur non qui fisicamente, e seppur abbiano patito e sofferto tanto nella vita, spero abbiano finalmente potuto trovare, in qualche posto lontano, una loro felicità, una forma diversa, gioiosa.

Ho visto che Dea Lanzaro fa parte del cast del film. Come è stato averla come parte integrante del prodotto di cui è stata l’ispiratrice?

Dopo aver diretto attori magnifici, uno su tutti Ed Asner, purtroppo venuto a mancare lo scorso anno all’età di 91 anni – una vera e propria leggenda, vincitore di 5 Golden Globe e 7 Emmy Awards, era per me difficile trovare qualcosa che mi ispirasse in maniera altrettanto forte, in attesa del mio primo lungometraggio. E l’idea di Sissy è arrivata, appunto, grazie a Dea, come un fulmine a ciel sereno. Ispirato da qualcosa che sentivo dentro di me, ma catalizzato e illuminato dalla meravigliosa energia di questa bambina. E devo dire che non potevo immaginare niente e nessuno migliore di lei.


Like a Butterfly

Il suo personaggio ha lo stesso ruolo che ha avuto lei stessa nella sua vita?

In parte, sicuramente. Il tutto è potenziato e ampliato al massimo dalla figura che realmente Sissy – nome fittizio – incarna, figura che le dà una voce e un corpo immensamente più forti anche se già Dea è un tornado di suo. In questo caso, il personaggio che le ho scritto addosso assume dei connotati concreti ma al tempo stesso eterei, in un viaggio nello spazio, e nel tempo.

È evidente che il film contiene il tema della morte; lei che rapporto ha con questo argomento?

La morte è un tema molto delicato, molto discusso, ma anche molto evitato. Come poi è comprensibile che sia. A volte penso che non sia nemmeno “reale”. Capitano quei momenti in cui ti sembra che una persona che non c’è più, in realtà ci sia, ancora, forse perché la sua anima è talmente forte, talmente presente, che sembra addirittura non essersene mai andata via.
Di certo, non c’è una formula per interfacciarsi alla morte, né un segreto per superarla quando accade. Non c’è per la vita, figuriamoci per la morte. Però, nei momenti più bui c’è bisogno di tanta forza, che a volte può essere trovata anche attraverso cose frivole e apparentemente di poco valore, ma che sono le uniche che riescono ad anestetizzare il dolore.
Nel film, è proprio grazie all’irruzione di una bambina magica che il protagonista riesce finalmente ad affrontare il suo dolore, diventato un vero e proprio torpore, e a risorgere.



Ha un messaggio che vuole portare a chi deve avere a che fare con la perdita di qualcuno?

Forse non lo definirei un messaggio, ma sicuramente con Sissy l’obiettivo è quello di restituire ad una persona cara – in questo caso quella di una mamma – la bellezza e la dignità che spesso la vita toglie, specialmente nel caso di alcune malattie terribili, cercando così una speranza, ma soprattutto convincendomi io stesso che possa esserci sempre una rinascita, una felicità oltre la sofferenza, che mi piace pensare le persone venute a mancare trovino da qualche parte, in qualche posto dell’universo, rinascendo in un’altra forma, quella più bella.

Crede che il suo film possa aiutare a superare la perdita di qualcuno caro?

Lo spero, fortemente. È, in fondo, il motivo per cui ho raccontato questa storia, al di là dell’ispirazione iniziale.
Ho già avuto molti segnali positivi in questo senso, e ciò mi rende davvero felice, e mi tocca profondamente. Certo, non vale sempre e non per tutti, ma appunto, dai feedback che ho ricevuto finora da parte di persone di diverse età e con diversi trascorsi, credo che la storia riesca ad arrivare al cuore dello spettatore. È forse grazie alla sua non presunzione e al suo approccio umano e innocente al tema della morte di una mamma, la figura più importante nella vita, l’origine di tutto; a quanto ho capito dalle riflessioni degli spettatori, la storia di Sissy sembra riuscire a toccare anche le anime delle persone che non sono passate attraverso quel dolore, e a farle empatizzare con questo tema, nella parte più delicata e fragile, e poi in quella più sognante.
Immaginare i nostri cari in un mondo altro, finalmente liberi e felici, che passano il loro tempo a giocare e a divertirsi, credo sia il più grande dono che possiamo fargli, per ringraziarli di tutto quello che ci hanno dato quando erano vivi. Non buttandoci giù e distruggendoci, come a volte accade come diretta conseguenza della loro morte, ma anzi, riprendendo per mano la nostra vita e facendo tesoro dei loro insegnamenti e del loro amore. Per farli vivere nuovamente, dentro di noi. Questo nel film accade in maniera indiretta, e indotta, ma accade e spero possa essere un catalizzatore e uno strumento per chi ancora non ci è riuscito o non sa come metabolizzare un evento di così grande delicatezza… E che possa trovare la forza di prendersi per mano e rinascere.

Ha paura a pensare alla piega che avrebbero preso gli eventi se non avesse incontrato Dea?

Non saprei. Sicuramente, come dicevo, è arrivata, ed è arrivata come per magia, con tutta la sua energia e la sua voglia di imparare il mestiere dell’attrice, e ha illuminato un momento per me molto delicato.
In realtà è quello che penso degli attori, che non sono sempre tutti giusti per tutti i ruoli e per tutti i film, ma che credo siano delle figure magiche, come degli angeli, presenti sulla terra per dare voce e ruolo a chi non ne ha; a volte perché non è più qui, altre perché non è ancora qui, o forse perché magari sono semplicemente personaggi immaginari, ma comunque incarnazione di pensieri e di emozioni più intime di un autore, della nostra anima.
Dea ha rappresentato sicuramente un momento molto forte, di rottura con una fase, e di inizio di un’altra, ispirando questa storia. E mi rende davvero felice di essere riuscito a cogliere tutto questo e di aver dato vita a Sissy, opera grazie alla quale mi sento un regista, e soprattutto una persona, migliore.
Il cinema ha anche questo di compito, quello di renderci migliori, più vicini agli altri e, in un certo senso, alla vita… Quella vera. Perché senza questo non c’è più sogno. Ed è invece proprio grazie al cinema, e ai bambini, che si può ritrovare la gioia di vivere, e la forza di andare avanti e di sognare.



Che significato ha il colore rosa utilizzato nel film e nell’intera campagna pubblicitaria?

Il rosa è un colore che amo molto, nelle sue più diverse sfumature. In termini fotografici, può essere un rosso chiaro, a volte con dentro un pizzico di arancio, oppure di blu, come nel caso di Sissy, progetto che nasce come un dialogo tra la nostra parte più intima, cupa e sofferente, rappresentata dal blu notte, dall’oscurità, e appunto il rosa, nella sua più ampia gamma di sfumature, che si prende la scena, fino a soggiogare il blu, e a riportare la vita.
Sissy è vestita di rosa, in una stanza che, in seguito al suo ingresso, da blu diventa rosa e rinasce. Grazie a Sissy, tutto il mondo del protagonista si colora di rosa, la realtà intorno a sé, le pareti, le tende. E il rosa, in realtà, rimane anche alla fine. Una botta di colore o, per dirlo alla romana, “una botta di vita”. Il rosa per me è un colore speciale perché mi rimanda a molti oggetti personali di mia mamma, alcuni dei quali presenti nella scenografia e nei costumi del film.
In realtà ho sempre con me qualcosa di lei, che mi accompagna nei momenti più importanti, ovviamente qualcosa di rosa.

Che rapporto c’è tra lei e Dea Lanzaro?

Con Dea ho un rapporto molto bello, profondo, viscerale. Nonostante lei sia una bambina di soli 7 anni, ha una grande capacità di empatizzare con gli altri, e di entrare in contatto con la profondità della emozioni e delle storie che le vengono raccontate. Sono rimasto stupito sin dall’inizio dalla sua particolarità, e in alcuni momenti ho avuto l’impressione che fosse addirittura un alieno, un angelo, catapultato da non so bene dove, fino a qui, sulla terra, un po’ come Sissy.
E sono orgogliosissimo di averla cresciuta come attrice e che abbia fatto il suo esordio diretta da me. Ricordo ancora l’emozione delle prime lezioni di recitazione, delle prime prove. E poi, finalmente, il primo ciak sul set. Era emozionatissima, e lo ero anche io. Non potevo immaginare niente di più magico. D’altronde, il cinema è magia, e cosa c’è di più magico della felicità dei bambini?!



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