Caterina Shulha, forte e determinata, sul set come nella vita

È la Vigilia di Natale e una slavina isola la Valle del Vanoi, impedendo i soccorsi tramite l’unico passo che porta alla valle. Il paese è isolato, l’elettricità saltata, le comunicazioni interrotte. I clienti del lussuoso albergo e i residenti del paesino, nel piccolo ed esclusivo polo sciistico, tagliati fuori dal mondo.

In questo scenario si svolge la miniserie in quattro puntate Blackout – Vite sospese, firmata da Riccardo Donna. Nel cast, Alessandro Preziosi, Aurora Ruffino, Rike Schmid, Marco Rossetti e, appunto, Caterina Shulha, che qui ci parla del legame stabilito col suo personaggio, dell’esperienza di modella, dei suoi trascorsi di adolescente bielorussa arrivata nel Paese senza parlare una parola d’italiano, dei pregiudizi sulle giovani madri come lei, da ignorare perché «dovremmo imparare a vivere senza ascoltare le opinioni altrui e, soprattutto, senza dare giudizi né consigli agli altri su come vivere».

Caterina Shulha
Top e coulotte VI VALENTINA ILARDI, gonna Gilberto Calzolari

“Ultimamente ho avuto la fortuna di interpretare ruoli diversissimi tra loro, il che mi porta a staccarmi da quella che sono io”

Blackout  vite sospese. Un gruppo in cui ognuno ha segreti da nascondere. Che rapporto hai creato con il tuo personaggio?

Interpreto Irene, la compagna di Marco Rossetti. Arriviamo in albergo per passare una vacanza ma, insieme alle valigie, porto con me anche un segreto pesante. È un’infermiera, ma con un trascorso noir nel periodo vissuto a Napoli. Irene ha una doppia faccia: da una parte è una donna indipendente e forte, dall’altra ha delle grandi fragilità che derivano dalla sua vita passata, che ha deciso di cambiare.
È vero che ogni volta che interpretiamo un personaggio ci mettiamo qualcosa di noi, ma a volte questo lavoro è anche un modo per scappare da noi stessi. Ultimamente, poi, ho avuto la fortuna di interpretare ruoli diversissimi tra loro. Questo mi porta a staccarmi da quella che sono io. È divertente.
Volevo lavorare da tanto con Riccardo Donna. Ci conosciamo da tempo, ma non c’era stata mai l’occasione. Mi è piaciuto girare con Riccardo perché sul set, con lui, non senti che stai lavorando, ma di essere con un gruppo di amici a fare una cosa bella. Lo ringrazio soprattutto per l’atmosfera che ha creato. Il cast era numeroso, non è facile trovarsi bene con tutti, per di più stando sempre insieme per quattro mesi, tra persone nuove. Invece è stata una bellissima esperienza. L’unica che conoscevo era Aurora (Ruffino – nda), in lei ho trovato un’amica con la quale ancora esco e ci sentiamo.

“È importante usare la nostra voce per parlare non solo di quello che sta accadendo in Bielorussia, ma anche in Iran, Afghanistan e altre parti del mondo”

Sei bielorussa. In questo momento non devessere facile, soprattutto per i pregiudizi delle persone che spesso non conoscono la storia, ancor meno quella recente del vostro Paese…

Non solo sono cresciuta in Bielorussia, ma ho tanti amici russi. Nell’ultimo anno è cambiata profondamente la mentalità verso questi due popoli. Quando un commento arriva da persone non informate, è un pregiudizio. La cosa fondamentale è informare e informarsi. Sono oltre due anni che parlo della situazione in Bielorussia, sia tra gli amici che nei progetti ai quali ho preso parte. I nostri due popoli sono nelle mani di due squilibrati che non rappresentano le persone. Forse in Russia l’opinione pubblica è divisa a metà nei confronti di Putin. In Bielorussia, dove nelle ultime elezioni, prima che fossero truccate, l’82% degli elettori aveva votato per la Tichanóvskaja, il popolo si è ritrovato nelle mani di un pazzo che non lo rappresenta. Quello che posso fare nel mio piccolo, è raccontare le storie dei miei amici che vivono lì. In Bielorussia vivono anche quasi tutti i miei parenti, tranne mia mamma. So cosa accade e cosa stanno vivendo. Quello che posso fare io è niente rispetto a ciò che fanno loro. Con metodi diversi, ma è grazie anche al mio lavoro che posso raccontare e informare. È il minimo che io possa fare…

“Fare la modella è stato un po’ un gioco, però mi ha regalato le prime soddisfazioni”

Caterina Shulha Instagram
Dress VI VALENTINA ILARDI

Hai la fortuna di vivere in un Paese dove l’informazione è spesso discutibile ma, a differenza della Bielorussia, non abbiamo la pena di morte o l’arresto per reati di opinione…

In Bielorussia le persone vengono arrestate anche solo perché indossano pantaloni bianchi e rossi. Ecco perché mi impegno a diffondere informazioni e stimolare riflessioni, anche solo tra i miei amici italiani. Dobbiamo ricordarci sempre che siamo in uno stato dove non c’è la pena di morte e, nonostante le difficoltà del momento, c’è un’altra qualità della vita.
È importante usare la nostra voce per parlare non solo di quello che sta accadendo in Bielorussia, ma anche in Iran, Afghanistan e altre parti del mondo.

Arrivi ad Ostia a 13 anni, senza parlare l’italiano. Come ti sei inserita?

È vero… Mi sono fatta scrivere da mia mamma qualche parola per sopravvivere i primi giorni. Arrivare in una scuola che non conosci, in un mondo nuovo non è semplice. Ostia però era un ambiente folkloristico. Per me è un po’ una seconda casa. Mi ricordava la vita della piccola cittadina dove sono nata e ho vissuto fino a 12 anni. Se fossi arrivata direttamente in un liceo al centro di Roma, forse sarebbe stato diverso. Ostia non è il posto che spesso raccontano, dove la gente si spara dalle macchine. È una bel quartiere, al quale sono molto affezionata.

“Parliamo sempre di libertà. Iniziamo a essere liberi di non rompere le scatole a nessuno e di non farcele rompere”

Ti sei sentita accolta?

Ho avuto degli insegnanti molto bravi. Soprattutto quando arrivai alle medie. L’insegnante che aveva il maggior numero di ore era una persona eccezionale, una grandissima donna. Poi, come in tutte le classi, c’erano gruppi di bulletti, di persone che non volevano studiare. Qualche battutina all’inizio. Ma non conoscendo l’italiano, non me ne fregava niente… Quando poi l’ho imparato, ho iniziato a rispondere, ma in maniera un po’ più educata. All’inizio, se non capisci l’italiano, forse è anche meglio.

Giuseppe Zanotti boots
Dress Gianluca Saitto, boots Giuseppe Zanotti

Come modella sei apparsa su Vogue, Marie Claire, nelle campagne di Duvetica, Charli London, Frankie Garage, Mangano, Z.One Concept. Come hai iniziato?

Per gioco. Frequentavo il liceo linguistico, avevo 15 anni. Il tipo di un’agenzia mi fermò per strada. A quei tempi ancora accadeva, a Roma si facevano un po’ di pubblicità e cataloghi… Ora è tutto a Milano. Ho fatto soprattutto spot pubblicitari e foto. È stato un po’ un gioco, però mi ha regalato le prime soddisfazioni. Per una quindicenne che non aveva spese se non la tessera dell’autobus, la pizza e il cinema con gli amici, guadagnavo anche bene. Vivevo da sola con mia mamma che lavorava tutto il giorno, è stato un passaggio importante, per l’indipendenza e l’aiuto che potevo darle. Poi il provino per I Cesaroni. Mi presero per una puntata. Da lì recitare è diventato il mio lavoro.

“Non ho problemi a fare complimenti sinceri alle altre donne”

Sei giovane e hai già tre figli. Nel 2023 ancora si discute sul fatto che una donna possa lavorare ed essere madre. In realtà le donne hanno sempre lavorato: nei campi, poi anche in fabbrica, e si sono sempre occupate di figli, casa e famiglia. Abbiamo sempre fatto tutto…

Credo che l’ascesa dei social ci abbia mandato fuori di testa. Mi ricordo quando c’erano gli slogan contro le madri che non volevano allattare. Adesso tutti i post sono di madri che dicono “non voglio allattare”. C’è sempre stata una battaglia. Prima contro le madri che lavoravano, poi contro quelle che non hanno figli. Ora leggo solo articoli di donne che dicono “non ho fatto figli e sto bene così”; benissimo, ma nessuno ti ha detto niente. Secondo me dovremmo imparare a vivere senza ascoltare le opinioni altrui e, soprattutto, senza dare giudizi né consigli agli altri su come vivere.
Vista l’età, le persone mi dicono “ma i figli li volevi?”. Tre figli devi averli voluti, non arrivano perché una sera ti ubriachi. Parliamo sempre di libertà. Iniziamo a essere liberi di non rompere le scatole a nessuno e di non farcele rompere.

Not After Ten Veronica Ferraro
Body Not After Ten by Veronica Ferraro, knitted skirt Drumohr

Che rapporto hai con le donne? Sei tra le fortunate che hanno sperimentato la sorellanza?

Sono figlia unica e non vengo da una famiglia numerosa. Ho cambiato tantissime scuole, ho cambiato paese, quindi non ho avuto amiche cresciute con me, le ho acquisite negli ultimi anni. Però con le donne mi son sempre trovata abbastanza bene. Nella vita sono molto maschiaccio. Se non lavoro, vesto in tuta e scarpe da ginnastica. Sono una donna molto easy, questo forse mi aiuta. Sono anche quella che non ha problemi a fare complimenti sinceri alle altre donne…

“Torniamo sempre al discorso dell’informazione. Bisogna informarsi”

Sei una bellissima donna. Ora in tante denunciano abusi e violenze durante i provini. L’Unione Italiana Casting Directors ricorda che ci sono dei protocolli per i provini, invita a diffidare di quelli effettuati in sedi non opportune e orari extralavorativi. Sei stata fortunata o hai imparato a difenderti?

Forse sono stata fortunata… Però secondo me queste situazioni possono svolgersi fondamentalmente in due modi. La prima: ti ritrovi a fare il provino a casa del regista o di chicchessia; già qua dovresti chiederti perché ti ritrovi in casa per un provino. Non sei uscita dal film di Virzì Caterina va in città e arrivi a Roma per la prima volta, senza sapere niente. Siamo nel 2023, pieni di social, difficile che questa situazione sia realistica. Se ti ritrovi a fare un provino in casa, fatti una domanda.
La seconda situazione è quando, e può succedere, nel camerino entra un produttore o un regista, ubriaco o meno, e ti appiccica al muro. Lì sei in un altro tipo di situazione.
Purtroppo, a causa del politically correct, siamo sempre a metà tra la verità e quello che viene raccontato. Torniamo sempre al discorso dell’informazione. Bisogna informarsi.
Io sono stata fortunata e un po’, da persona intelligente, ho evitato situazioni scomode.
Però ci sono anche persone che scelgono quella modalità lì per lavorare. È inutile nascondersi. Funziona così da sempre in tutto il mondo, anche in altri settori. Basta guardare alcune deputate degli ultimi anni. Non si può negare l’evidenza. Ci sono persone che scelgono una determinata modalità per raggiungere un obiettivo. È una scelta e non intendo giudicarla. Davanti a una domanda, uno può rispondere sì o no. Violenze e molestie sono tutt’altra cosa.

“Mi piace posare per un servizio di moda, ma preferisco recitare, è più liberatorio e hai una voce da usare”

Dopo il MeToo, negli Stati Uniti è nata la figura dell’intimacy coordinator sui set. Se ne parla anche in Italia. Ti sentiresti più protetta?

È una figura che non ho mai utilizzato. Dovrebbe esistere un’educazione sul set. Ho lavorato sempre con registi estremamente corretti. La violenza non è sempre e solo una mano sul sedere. È anche un regista che ti offende e urla dietro il monitor frasi umilianti e sessiste. Se questa figura limita il potere di simili personaggi, può essere utile.

Ad esempio il mio contratto prevede che tutte le scene intime, fosse anche solo un bacio, devono essere prima concordate tra attore e regista. E anche se non avessi quella clausola, discuterei con tutte le parti interessate sul come intendiamo girare quella scena. Quando ho girato scene intime, ho avuto sempre una troupe ridotta. Raramente mi è capitato che l’aiuto regista non abbia gestito bene la situazione. In quei casi sono stata la prima a dire: “guarda che chi non serve deve uscire”.

Quindi l’intimacy coordinator te lo fai da sola…

Su un set è importante che ogni figura abbia quest’attenzione, anche l’addetto ai costumi che ti copre un secondo dopo lo stop e non cinque minuti dopo.

Per MANINTOWN hai posato. Torneresti a lavorare come modella?

Quando capita mi fa piacere. Ho trascorso mezza giornata piacevole. Essere fotografata mi diverte e mi viene facile, però non ci tornerei apposta. Preferisco recitare: è più liberatorio e hai una voce da usare.

Caterina Shulha tv
Jacket Maison Laponte

Credits

Talent Caterina Shulha

Photographer Davide Musto

Fashion Editor Rosamaria Coniglio

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Styling assistant Antonietta Ragusa

MUA Vanessa Forlini @Making Beauty Management

Hair Christian Vigliotta @Making Beauty Management

Press office Lorella Di Carlo

Nell’immagine in apertura, Caterina Shulha indossa top e coulotte VI VALENTINA ILARDI, gonna Gilberto Calzolari

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