Ossie Clark & Celia Birtwell

I design rivoluzionari dello stilista Ossie Clark, alla fine degli anni Sessanta, gli sono valsi il titolo di “re di King’s Road”, ma i confini dell’influenza sua e della moglie Celia Birtwell si estendevano ben oltre la famosa strada di West London. Non solo “Mr. e Mrs. Clark” hanno definito un’epoca della storia britannica, ma ancora oggi il loro lavoro continua a influenzare la scena internazionale della moda femminile.

Celia Birtwell Ossie Clark
Celia Birtwell and Ossie Clark, ph. by Norman Bain

Lo spirito sovversivo dei loro abiti è incarnato dal celebre ritratto della coppia, realizzato dall’amico David Hockney. Il salone della casa di Notting Hill in cui posano sarebbe stato, per tradizione, regale, massicciamente decorato, invece ci si trova di fronte una coppia che se ne sta lì, disinvolta, a piedi nudi, con mobili dal gusto moderno e pezzi décor sparsi sul pavimento della stanza. Questa prospettiva moderna e audace si riflette nelle creazioni del duo; le audaci stampe di Celia ispirate a Picasso e Matisse, che Ossie trasformava in silhouette aggraziate, mutuavano le loro peculiarità dallo stile degli anni ’30 e ’40, ma i prodotti finali erano del tutto originali.

La presentazione degli abiti utilizzava una strategia simile. Organizzando sfilate in luoghi antichi come la Royal Albert Hall o il Royal Court Theatre, Ossie riempiva questi eventi di celebrità piuttosto che di pr o buyer, e lasciava che le sue modelle danzassero sulla passerella, sulle note di colonne sonore composte dai Pink Floyd e artisti simili.

D’altra parte, il contesto più ampio in cui opera questa coppia che, dal nord del paese, scende a Londra e riscrive le regole del fashion di allora, incarna lo zeitgeist dell’epoca, le sue dinamiche sociali in rapida evoluzione. Si può dire, in definitiva, di esser davanti a grandi maestri quando nel loro lavoro si fondono originalità e bellezza, e i modelli iconici di Ossie e Celia hanno rappresentato il connubio perfetto tra le due qualità.

Text by Antonio Moscogiuri

David Hockney Mr and Mrs Clark
David Hockney painting Mr and Mrs Clark and Percy, 1971

Amore per l’arte e la natura: dialogo con Celia Birtwell

La formazione di Celia Birtwell ha avuto inizio alla Salford Art School di Manchester, dove ha conseguito una laurea in Textile Design prima di trasferirsi a Londra, all’inizio degli anni ’60, dove ha prodotto i primi tessuti per arredi in stile op-art. Rimane colpita dalle mostre e dalle collezioni del Victoria & Albert Museum, in particolare dai costumi di Leon Bakst e Sergej Djagilev per i Balletti russi, e dall’arte delle avanguardie storiche. Opere simili, insieme all’amore per la natura trasmessole dal padre, sono state una fonte d’ispirazione fondamentale per il suo percorso.

Lo stile di Celia gioca sull’imprevedibilità degli accostamenti: un mix di fiori e foglie stilizzate che ricordano Botticelli, talvolta combinati con elementi geometrici o riferimenti che vanno dagli arazzi inglesi medievali al cubismo, al puntinismo. I suoi tessuti sono realizzati con una particolare tecnica chiamata discharge printing: il disegno viene realizzato sul tessuto già tinto, usando un agente sbiancante che rimuove il colore di fondo solo nella parte da stampare, creando il disegno per sottrazione.

Ossie Clark 2022
Celia Birtwell, Ossie Clark

Il punto di partenza, per le sue stampe, è rappresentato dalle sue illustrazioni, conservate nei preziosi quaderni di schizzi esposti. Come racconta la stessa Celia: “Disegnare mi veniva naturale, lo trovavo quasi terapeutico. Partivo dalla definizione del volto, che doveva avere personalità, altrimenti non avrei continuato”.
Dopo la collezione autunno/inverno del 1974, Ossie e Celia seguono due strade diverse, continuando a lavorare in modo indipendente. Celia ha preso la via dell’interior design, sviluppando collezioni per la casa e collaborazioni con marchi fashion grazie a una coerenza estetica che, guardando indietro, resta sempre attuale.

Ho incontrato Celia nella sua casa di Londra, dove conserva anche il suo archivio. Mi ha parlato dell’incredibile avventura con Clark, compagno di vita (ha avuto due figli con lui) e lavoro.

“Quello tra me è Ossie Clark è stato un connubio tra le due idee, un’ottima fusione”

Come ha conosciuto Ossie?

Ho studiato alla Salford Art School, mentre lui frequentava il Manchester College of Art. Me lo presentò un amico, Mo McDermott. Lo trovai piuttosto eccentrico, con un taglio di capelli alla Beatles e un pullover di pelle marrone scollato. Era davvero stiloso. Andai a Londra per le vacanze estive, con l’intenzione di far rientro a Manchester, ma non ci tornai più. Ossie mi disse che aveva un piccolo appartamento vicino Lafbrook Road. Così mi fece: “Perché non vieni a stare da me?”; il resto è storia.

Com’è stata la vostra collaborazione, sotto il profilo professionale?

Beh, curiosa, perché io avevo studiato solo design tessile e lui era un maestro nel taglio; il primo ricordo penso sia stato tenere sempre con me i quaderni degli schizzi, perché ogni volta avevo degli sketchbook e lui li guardava, credo che il suo lavoro fosse molto strutturale. Era bravissimo a creare forme – tridimensionali – che io, invece, non sono mai riuscita a realizzare. Io faccio dei pattern piani. Non riesco a disegnare in tre dimensioni, lui riusciva a delineare forme e volumi, un talento che non penso di avere.

Il mio lavoro, forse, era più fantasioso, ma non poteva esser realizzato perché non sarei stata in grado di farlo “funzionare”. Lui guardava i miei disegni, poi ammorbidiva la sua linea più ampia e spigolosa, così riusciva a incapsularli, a renderli reali. È stato un connubio tra le due idee, un’ottima fusione. Ammiravo molto quello che riusciva a fare Ossie. Non conoscevo i designer che l’hanno preceduto, ma è ovvio che guardasse al V&A degli anni Trenta e osservasse le persone che lo circondavano. E riusciva a fare tutto da solo.

“Le forme degli abiti erano decisamente femminili e mai volgari, un bel vantaggio”

Qual è il suo primo ricordo di Alice Pollock?

L’ha incontrata fuori dalla Albert Hall, me lo disse lei, “ho incontrato una donna che compie il compleanno il mio stesso giorno, 9 giugno 1942, e vuol fare una collezione con me”. Così andai in una minuscola boutique di Chelsea, dove lei aveva confezionato degli abiti usando tende di pizzo. Ossie entrò e ci mostrò un po’ della sua magia. Lei capì subito che aveva un talento fuori dalla norma.

Quale potrebbe essere l’abito più iconico di Ossie?

Ce ne sono così tanti tra cui scegliere, però sono orgogliosa di quelli con le mie stampe. Lui era capace di far apparire una donna grassottella come una modella longilinea, perché sapeva ogni cosa sulla struttura del capo. Sapeva anche fare un abito alla Botticelli, come quello che ho indossato quando ci siamo sposati. Ha realizzato per me un sacco di gonne fantastiche e giacche aggraziate, in cui potevo infilarmi agevolmente. Le forme erano abbastanza impositive, tuttavia non davano l’impressione di essere dei corsetti, anzi, erano decisamente femminili e mai volgari, il che era un bel vantaggio.

Ossie Clark dress
Ossie Clark, Parrot, 1968, ph. by Jim Lee (©Jim Lee)

“Per le sfilate Ossie creava uno spettacolo multiculturale, vibrante, in questo senso ha dato il la a un movimento”

Come sono cambiate le sfilate ai vostri tempi?

Ossie è stato il primo a mettere la musica in un défilé e a selezionare modelle dalle origini più disparate, comprese ragazze nere e orientali. Negli anni ’50, quand’ero un’adolescente, le sfilate erano piuttosto impacciate e “regolari”, da noi invece le persone camminavano sul palco in modo appropriato. Ossie creava uno spettacolo multiculturale, vibrante, e in questo senso ha dato il la a un intero movimento. Anche la musica ha avuto un ruolo importante in tutto ciò. Era amico dei Rolling Stones, di John Lennon e di George Harrison, artisti che iniziavano a muovere i primi passi nello stesso periodo. La gente dice sempre “devi esserti divertita molto negli anni ’60”, in effetti è vero.

Cosa pensa delle muse di Ossie?

La scelta delle modelle è stata davvero d’ispirazione. Una delle mie preferite era Gala Mitchell, ma mi piacevano anche Pattie Boyd e Kari-Ann Jagger. Gli sono rimaste piuttosto fedeli, anche se era difficile lavorare con lui. Credo che Ossie sarebbe stato più felice come popstar, perché nella moda bisogna andare sempre avanti. Quando è diventato famoso, perciò, avrebbe dovuto avere qualcuno che si occupasse in modo adeguato dei suoi affari, però era diventato parecchio arrogante, nessuno avrebbe potuto controllarlo. Quando il suo lato premuroso è venuto meno, mi sono stancata. Penso che fosse come quelle stelle che brillano intensamente, ma non durano mai troppo a lungo.

“Gli abiti avevano un taglio meraviglioso, si potrebbe dire che fossero piuttosto classici, timeless”

Come iniziava a creare una nuova collezione?

Mi lasciava usare qualsiasi stampa volessi. Andavo in tipografia, sceglievo un bell’assortimento di tessuti diversi, poi li portavo nel suo studio. A volte mi telefonava o mi mandava un telegramma per dirmi che erano bellissimi, e iniziava a lavorarci su. Era così entusiasta di una nuova manica o di un nuovo modo di tagliare un top. Mi piaceva tanto quella parte del processo, perché era il momento in cui Ossie era più creativo. Lavorava con una persona meravigliosa, Kathleen Coleman, che gli stava accanto come una santa protettrice per sviluppare la collezione.

Quale caratteristica rendeva unica la moda di Clark?

Gli abiti di Ossie avevano un taglio meraviglioso ed erano molto femminili. Si potrebbe dire che fossero piuttosto classici e, in un certo senso, timeless, ma non erano mai volgari, e questo voleva dire che si potevano scattare foto dei capi trasparenti, col seno che spuntava appena. Era così per il The Sun. La stampa ne era entusiasta, si buttava subito sulle ragazze col seno appena pronunciato che indossavano camicette trasparenti.

“Amavo il processo di creazione delle stampe, potevo sperimentare ogni cromia, era una fase davvero creativa”

Come lavorava sulle stampe? Perché sono tuttora così moderne?

Tutti gli chiffon venivano stampati in un’azienda chiamata Ivo prints, dove ho lavorato per tutta la mia carriera. La tecnica che utilizzavo si chiamava stampa a pigmenti. Prevede il ricorso alla stampa sul tavolo e, se si tratta di chiffon, bisogna tirarlo via perché si attacca alla superficie. Oggi non ci verrebbe permesso di farlo. Si potrebbe usare per i tessuti d’arredamento, ma non per quelli degli abiti, perché le tecniche sono cambiate molto.

Quando ho stampato da Ivo Prints a South Wall, a Londra, ho amato quella parte del processo, perché mi ha permesso di ottenere print di qualità, e poi potevo sperimentare con i colori. Avevo un tavolo per le prove, dove potevo sperimentare ogni cromia, era una fase davvero creativa. Mi prendo il merito per la modernità dei lavori, quelle stampe hanno un’innocenza che è parte integrante di me. La fantasia Mystic daisy è stata creata in cinque minuti, Al Radley mi chiedeva di sfornarne altre simili.

Come ha iniziato a lavorare con Alfred Radley?

Quando Ossie aveva uno studio in Burnsall Street, a Chelsea, Alice Pollock incontrò Alfred Radley – conosciuto come Al Radley – e colse subito il suo talento. Suppongo che provenisse dall’industria dell’abbigliamento e avesse un debole per Ossie. Pensava di poter fare una linea di diffusione a suo nome, che entrambi avrebbero potuto trarne beneficio, ma Ossie non gli è mai piaciuto. Quando Radley lo portò in Giappone, rimase a letto in albergo per tutto il tempo. Ciononostante,  Al aveva un grande rispetto per Ossie, avrebbe fatto di tutto per farlo lavorare.

Mr and Mrs Clark and Percy ha rappresentato una parte importante della mia vita, è stato meraviglioso essere la sua musa”

Cosa può dirmi dell’amicizia con David Hockney?

Moe McDermott, un mio caro amico, mi presentò a Hockney quando stava facendo la sua mostra di laurea per il Royal College of Art, all’epoca mi limitai a salutarlo. Penso che David mi abbia dato un’altra occhiata (ero amica di Peter Schlesinger, che era venuto in Inghilterra a vivere con lui) e mi abbia trovato  divertente. Fu l’inizio della nostra amicizia. Mi portò a New York, a Los Angeles, a Malibu. Mr and Mrs Clark and Percy ha rappresentato una parte importante della mia vita, è stato meraviglioso essere la sua musa. Abbiamo preso in prestito il dipinto quando ho fatto una mostra con Ossie a Warrington, da cui proviene. È stato memorabile.

Jim Lee Ossie Clark
Ossie Clark, Plane Crash, ph. by Jim Lee (©Jim Lee)

Ci parli di The Biggest Splash.

È nato come un documentario sulla carriera di Hockney, nel periodo in cui stava naufragando la sua storia con Schlesinger. Quando ho dovuto leggere le battute, è stato piuttosto invadente per me perché Jack, il regista, l’ha trasformato in una storia d’amore infelice. Ricordo di aver detto a David “potrebbe essere un film grandioso”, ma lui pensava che non sarebbe andato da nessuna parte. Il resto è storia.

Qual è la sua opinione sui diari di Ossie?

Quando sono andata da Bloomsbury, dove i diari sono stati realizzati, ero senza un soldo. Li ho guardati e ho pensato che fossero così personali, non avrei mai permesso che venissero dati alle stampe. Li ha curati un’amica stretta di Ossie, Henrietta Rouse. Non ho mai accettato la pubblicazione, perché si trattava di una parte privata della sua vita, e ritenevo che lei non li avesse letti. Ho sempre pensato che fossero un grosso sbaglio, vorrei che Ossie venga ricordato per il suo eccezionale talento come stilista.

“Ho sempre pensato che pubblicare i diari di Ossie fosse un grosso sbaglio, vorrei che venga ricordato per il suo eccezionale talento come stilista”

Com’è stata la vita dopo il divorzio?

Dopo aver finito di lavorare con Ossie, alla metà degli anni ’70, ho insegnato part-time ma, a meno che non avessi trovato studenti meravigliosi, che traessero beneficio dalla mia conoscenza, ero intenzionata a mettermi in proprio. Sono riuscita a risparmiare abbastanza e ad aprire un piccolo negozio in Westbourne Park Road, a Notting Hill, dove ho lavorato per 25 anni.

All’inizio pensavo di occuparmi di tessuti per la moda e la casa, poi ho capito che avrei avuto molto più tempo per i miei figli se mi fossi concentrata solo su quest’ultima, perché quella del fashion è una carriera a tempo pieno, che richiede mille energie. Quando mia nuora ha preso in mano la boutique, abbiamo iniziato a lavorare con grandi aziende come Millet o Boots, e alla fine è diventata un atelier. Nella mia vita ho avuto alcuni fidanzati prima di incontrare Andy. Lui non è nel mondo della moda, una cosa positiva, probabilmente. Ho degli splendidi nipoti, che adoro, e posso dire di esser stata molto fortunata.

Ossie Clark and Celia Birtwell exhibition
Ossie Clark and Celia Birtwell, exhibition at Prato Textile Museum

Quali sono i suoi ricordi più felici di Ossie?

Ho molti ricordi felici di lui. Ci siamo divertiti tantissimo quand’eravamo giovani, andavamo alle feste insieme, giravamo per i mercatini di antiquariato e compravamo cose ridicole, abbiamo pure comprato una casa che non potevamo permetterci; in realtà, non ci ho mai vissuto, perché disse a mia madre che doveva essere a modo suo, quindi non mi sono trasferita. Una volta siamo andati a Granada con una Buick argentata, abbiamo attraversato le montagne di notte, con la musica a tutto volume. Ci sono stati diversi momenti felici ma, ahimè, altrettanti meno positivi.

Text by Federico Poletti

Ossie Clark mostra
Ossie Clark and Celia Birtwell, exhibition at Prato Textile Museum

Ossie Clark collezioni
Ossie Clark and Celia Birtwell, exhibition at Prato Textile Museum

Ossie Clark abiti
Ossie Clark and Celia Birtwell, exhibition at Prato Textile Museum

Nell’immagine in apertura, Ossie Clark, Plane Crash, ph. by Jim Lee (©Jim Lee)

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