‘Fratelli’, Santo Versace racconta la famiglia che ha rivoluzionato la moda

«La mattina ho l’abitudine di alzarmi presto. Mi immergo subito nella giornata che verrà. E in quella dopo. E in quella dopo ancora. Sono un uomo del presente e del futuro. Sempre stato così».

Inizia così Fratelli. Una famiglia italiana, il libro pubblicato per Rizzoli da Santo Versace, i cui diritti d’autore saranno devoluti alla fondazione che porta il suo nome, un ente filantropico creato insieme a sua moglie, Francesca De Stefano Versace.

Un uomo che ha contribuito a fare la storia della moda italiana nel mondo e che parla come un trentenne, come il giovane commercialista che lasciò la Calabria alla volta di Milano per stare accanto al fratello Gianni. Due visionari. Due uomini fuori dagli schemi che hanno liberato la donna, rendendola star anche senza red carpet.

Santo Versace 2023
Francesca De Stefano Versace e Santo Versace (ph. by Gianmarco Chieregato)

“Sono un uomo del presente e del futuro. Sempre stato così”

Santo Versace, un uomo di potere che non ne è rimasto vittima. Coetaneo della bellissima moglie Francesca, all’anagrafe molto più giovane di lui, racconta i suoi progetti, desideroso di parlare più di futuro che di passato. Una frase del libro che lo descrive? «Dietro alla velocità e alla lucidità di un imprenditore c’è, o almeno ci dovrebbe essere, un’idea del mondo, di etica e principi morali da consegnare alla collettività». Ed è quello che lui continua a fare con sua moglie.

«La Fondazione Santo Versace – racconta Francesca – è il figlio che non abbiamo avuto e che ritroviamo in ogni invisibile, nelle persone più fragili che, con l’amore che noi doniamo loro, fanno sì che il nostro amore duri per sempre. Io e mio marito ci fidanziamo e sposiamo ogni giorno. E nel fragile, nell’invisibile, abbiamo voluto restituire un po’ dell’infinito dono che ci è stato fatto, quello di conoscerci. La fondazione, infatti, si chiama Santo Versace – Accanto ai più fragili».

«Tra i progetti che la Fondazione sostiene  – continua Francesca – c’è “Made in carcere”, dove le donne del carcere di Lecce imparano a cucire creando manufatti destinati alla vendita. Nelle donne avviate a un mestiere, una volta uscite dal carcere, il tasso di recidività si abbassa dell’89%. Dovrebbe essere interesse delle istituzioni, oltre che di fondazioni come la nostra, aumentare questi progetti. Un essere umano può sbagliare, a volte irrimediabilmente, ma non va mai privato della dignità umana. Offrire la possibilità di lavoro all’interno di un sistema detentivo è ossigeno. L’obiettivo è che queste donne imparino un lavoro sano e, una volta uscite, possano essere inserite nel tessuto sociale».
La Fondazione riceverà fondi anche dalla vendita del libro.

“Eravamo due fratelli uniti e compatti, pur nella diversità, che si completavano a vicenda”

«Se, nell’aprire questo libro, qualcuno si aspetta che io, in qualche modo, attacchi mio fratello o mia sorella, resterà deluso. Pur nelle incomprensioni e nelle difficoltà di alcuni momenti, il legame resta profondo e sincero». E questa frase del libro viene confermata dal dottor Santo Versace durante tutta l’intervista. La tutela della famiglia era ed è al centro del suo modo di vivere. Il suo pensiero positivo è stato l’anima della nostra conversazione.

Dottor Versace, nel libro lei parla di quando don Antonio Mazzi scatenò una polemica sul fatto che non si sarebbe dovuto concedere il Duomo di Milano per le esequie di un omosessuale. Dopo tutti questi anni, sembra che certi pensieri siano ancora largamente diffusi…

No, mi sembra che la situazione sia molto cambiata e che ognuno possa vivere la propria sessualità liberamente. C’è sempre l’estremista, ma ci sono anche persone equilibrate. La situazione è nettamente migliorata da quando Gianni rilasciò la famosa intervista a un giornale americano, facendo coming out. Gli estremisti purtroppo restano.

Gianni Versace Berlino
Santo e Gianni Versace a Berlino nel 1994 (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Racconta anche di quando Giorgio Armani disse che a Gianni invidiava suo fratello Santo. Una coppia tipo Valentino e Giammetti: una mente creativa e una finanziaria?

Eravamo due fratelli uniti e compatti, pur nella diversità, che si completavano a vicenda: avrebbe fatto piacere a tutti.

L’avvento di grandi gruppi finanziari, come LVMH, pone limiti alla personalità delle singole case di moda?

No. Un grande gruppo, per funzionare, deve avere rispetto del Dna dell’azienda e della parte creativa. Quindi non c’è questo problema.

“Con Altagamma, avevo l’obiettivo di far lavorare insieme aziende italiane di alto profilo. Ci siamo riusciti, rispettando le singole individualità”

Nel libro racconta di quando a Los Angeles testimoniò in aula in un caso di contraffazione, trasformandola in danno d’immagine: un’arringa degna del telefilm Perry Mason

Ero a Hollywood ed ero inserito nell’atmosfera. Indossavo i capi per far vedere quanto fossero brutti. Sfilavo davanti alle persone della giuria popolare. Vedevo la loro espressione davanti al presidente e fondatore della Versace. È stata un’esperienza straordinaria, che ha ottenuto un grande risultato.

Fratelli Una famiglia italiana libro
Santo a Villa Fontanelle, 2006 © Matteo Brogi (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Dalla pandemia Chanel ha aumentato i prezzi delle sue iconiche borse più volte. L’aumento dei prezzi nel settore della moda è stato seguito da un aumento della contraffazione. Aumentarli è davvero un modo per compensare le perdite derivanti sia dalla contrazione dei mercati tradizionali, che dallo spostamento della domanda sul mercato del fake?

Quello della contraffazione è un problema relativo, perché chi può comprare Chanel non ha problemi di prezzo, altrimenti non va da Chanel. La contraffazione, se aumenta, è perché sempre più gente si avvicina alla moda. Ma chi compra il prodotto contraffatto, dovrebbe capire che finanzia la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, il lavoro nero, lo sfruttamento dei bambini. Se riuscissimo a comunicare come fatto culturale questo problema, molta gente non comprerebbe più articoli contraffatti.

“Serve verticalizzare. Quando si viene a produrre in Italia, si crea richiesta in Italia, si creano posti lavoro, si pagano le imposte nel Paese”

Uno dei suoi progetti è la Fondazione Altagamma. Quanto pesa il forte individualismo degli imprenditori italiani nel fare sistema?

In realtà è un individualismo sano, forte, creativo. C’è poi da dire che mentre i francesi hanno visto la moda come una loro bandiera, in Italia siamo arrivati cinquant’anni dopo a capire l’importanza del fashion, della creatività. Abbiamo portato alla ribalta settori come la moda, la creatività, il cinema, che sono la nostra “alta gamma”. Come presidente fondatore di Altagamma, avevo l’obiettivo di fare sistema e di far lavorare insieme aziende italiane di alto profilo. Ci siamo riusciti, rispettando le singole individualità. Facciamo tante cose tutti insieme, come ricerche di mercato, proposte di legge al Governo, ricerca di fondi.
Quando fondammo Altagamma, siamo stati visionari. Eravamo solo in nove, tra i quali Angelo Zegna, Maurizio Gucci, Franco Mattioli (socio di Ferré – nda), Mario Bandiera (Les Copains – nda), Ferruccio Ferragamo, Alessi per il design. Se non fosse accaduta la tragedia di Miami, io avevo creato il primo gruppo italiano: Versace e Gucci insieme.

Cucinelli sta dimostrando che si può andare anche da soli, magari verticalizzando.

Lo stanno dimostrando tutti gli italiani. Anche in Italia ci sono realtà ormai verticalizzate, ma lo pubblicizzano meno perché fa più notizia parlare di Vuitton. I nostri imprenditori stanno lavorando bene. Poi non ci scordiamo che uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra, che ci ha lasciato da poco, ha dimostrato come dal nulla si possa fondare l’azienda più importante, mettendo in minoranza i francesi: Leonardo Del Vecchio.

Santo Versace Fratelli
Santo con i figli Antonio e Francesca alle Maldive – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

“Ero convinto che Gianni fosse un grandissimo creativo, la storia ha dimostrato che è stato uno dei più grandi stilisti del secolo scorso”

Abbiamo il ministro per il Made in Italy, è stato dato il via libera al liceo per il Made in Italy. Abbiamo distrutto i professionali. Lagerfeld, in una delle sue ultime interviste, parlava della perdita di tradizioni manifatturiere italiane, piccole realtà che lui cercava per le sue creazioni di haute couture. Forse prima del ministro e del liceo, dovremmo ricreare le basi del Made in Italy…

Tutte le aziende di Altagamma stanno adottando delle scuole e stanno completando la filiera, per evitare la dispersione dei lavoratori. Fanno sistema per preparare i giovani e invogliarli ai mestieri. Ovviamente c’è da fare molto di più. Spesso un artigiano fonda una piccola impresa e poi manda i figli a fare i medici. Ecco perché serve verticalizzare. Quando si viene a produrre in Italia, si crea richiesta in Italia, si creano posti lavoro, si pagano le imposte nel Paese. Sono investimenti importanti. Fare sistema è estremamente importante anche come Fondazione Santo Versace, perché vogliamo fare progetti come “Made in carcere”, ma anche progetti per le donne che vengono liberate dalla strada. Progetti virtuosi per creare una rete in questo settore, com’è stato fatto con Altagamma. Oggi è fondamentale ottimizzare le risorse per ottenere risultati migliori.

Un progetto che le sta a cuore è quello della sua Minerva Pictures con Medusa Film, che a Venezia ha presentato Saint Omer vincendo due leoni.

Venezia è stata un’esperienza bellissima. C’ero già andato a ritirare premi, ma come produttore e distributore è stata la prima volta. Dopo aver visto il film dissi che avremmo vinto un Leone. Ne abbiamo vinti due.

“Gianni è stato unico per la sua capacità di rompere gli schemi, cambiarli e creare una donna che non c’era, di liberarla”

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Foto di classe – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Come ai tempi di suo fratello, quando prevedeva dei successi che poi realmente arrivavano…

Ero convinto che Gianni fosse un grandissimo creativo e la storia ha dimostrato che è stato uno dei più grandi stilisti della seconda metà del secolo scorso. La prima metà si può attribuire a Chanel, la seconda a Gianni Versace.

Qualcuno obietterebbe che c’è anche Valentino…

Ce ne sono tanti altri, ma non della grandezza di Gianni. Altri, come Valentino, hanno un loro stile, ma Gianni è stato unico per la sua capacità di rompere gli schemi, cambiarli e creare una donna che non c’era, di liberarla. A Gianni va il merito di aver portato in passerella sia l’uomo che la donna liberi. Sotto questo aspetto, Gianni ha segnato la storia del lusso. Gli altri hanno fatto cose molto belle, ma non hanno rotto gli schemi. Sulle passerelle ci sono riferimenti a lui costantemente.

“Investire nella cultura è fondamentale, come lo è formare gli studenti”

Investire in cultura è un suo mantra…

Investire nella cultura è fondamentale. A chiunque non ha un lavoro bisognerebbe dare finanziamenti per poter ritornare negli istituti di formazione. Noi potremmo vivere di cultura e turismo. Quando entrai in politica desideravo fare il ministro della cultura, che per me è la base del successo di un paese, dell’Italia in particolare. Ma è fondamentale formare gli studenti. Se mi chiedessero come innovare le scuole, direi che si deve partire dall’educazione civica. Poi l’educazione alimentare per stare bene in salute; i lavori manuali, perché capisci come puoi usare le mani; lo sport di squadra, per imparare a stare con gli altri; andare a visitare i luoghi della sofferenza, per capire quanto sei stato fortunato ad essere sano. E poi i libri.

Ma se un ragazzo a 14 anni non è interessato ai libri, perché non deve iniziare un mestiere? Se a Maradona avessimo dato il pallone dopo la laurea, sarebbe stato Maradona? Se la Pellegrini avessi aspettato la fine della scuola dell’obbligo, sarebbe diventata la campionessa mondiale che è stata? La Ferrari, campionessa di ginnastica, ha iniziato a sei anni. Se un ragazzo inizia ad allenarsi a sei anni, perché uno che non è interessato ai libri non può iniziare a 14 anni a imparare un mestiere?

Ho letto che un grande stilista, che si chiamava Gianni Versace, ha iniziato da ragazzino nell’atelier di sua mamma…

Sì, gattonava tra pizzi e merletti. Quando vado a parlare nelle università, racconto di Salvatore Ferragamo e di Gianni Versace. Ferragamo da ragazzino lasciò l’Italia per l’America. E anche lui era un ciabattino, come mio nonno.

“Il Made in Italy è fatto dai mestieri”

Scrive anche che suo fratello a scuola non voleva studiare.

Lui studiava le cose che amava. In quelle era imbattibile. Se a 14 anni uno ha fatto la scuola dell’obbligo e non vuole proseguire, ma vuole imparare un mestiere, perché non farglielo fare?

famiglia Versace
Gianni e Santo nel loro primo ufficio di via della Spiga, davanti a un’opera dell’artista Antonio Trotta – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Forse perché in Italia per anni le abbiamo considerate scuole di serie B?

Fino agli anni ‘70 noi avevamo le scuole professionali più belle del mondo. Le abbiamo demolite per fare licei. Dobbiamo tornare a diversificare l’offerta formativa. Quando andiamo nei musei, ci dimentichiamo che quelli sono lavori manuali: quelli sono artisti che hanno saputo usare le mani. Un pittore cosa fa?

Suo fratello, finita la sfilata, andava a salutare le sarte…

Sì, le salutava una ad una dicendo loro “ragazze questo successo è merito vostro”. Il Made in Italy è fatto dai mestieri.

Nell’immagine in apertura, Santo Versace ritratto da Gianmarco Chieregato

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