Passato, presente e futuro di Arav Group nelle parole della Ceo Mena Marano

Un traguardo significativo, quello del ventennale, appena tagliato; un portfolio di marchi ben assortito, con cui presidiare i diversi segmenti del fashion, dal prêt-à-porter di John Richmond, intriso di flavour rock (com’è normale per uno stilista che, dagli anni ‘80 ad oggi, ha vestito parecchie divinità del pantheon musicale, da Mick Jagger a Lady Gaga), alla moda ricca di estro, coloratissima, targata MarcoBologna, fino alle collezioni accessibili – ma briose – di Silvian Heach; i dati lusinghieri del 2022, che hanno visto il gruppo crescere del 26% rispetto all’anno precedente, con l’ultimo semestre che ha segnato addirittura un +39%. I numeri, è risaputo, non mentono, e nel caso di Arav Group testimoniano la bontà del lavoro svolto finora.

Orgogliosa dei risultati già conseguiti, l’azienda campana, nelle parole della Ceo Mena Marano, non nasconde le proprie ambizioni, che interessano tutte le griffe controllate, da valorizzare ulteriormente per «costruire un’impresa che, al di là delle dimensioni, abbia uno standing internazionale».

Mena Marano
Un ritratto di Mena Marano (ph. courtesy Ladisa Communication)

Intervista con Mena Marano

Il gruppo Arav celebra nel 2022 due decenni di attività, c’è un traguardo, fra i tanti raggiunti in questo lungo arco temporale, che la rende particolarmente orgogliosa?

Una storia di vent’anni comprende innumerevoli momenti, troppi per poterli ricordare tutti, di certo l’inizio è stato tra i più entusiasmanti. Altro traguardo rimarchevole è senz’altro l’acquisizione di Richmond, che ha rappresentato un’enorme soddisfazione perché giunta al termine di una negoziazione complessa, durata quasi un anno. E ancora, il primo Pitti Bimbo (un mondo completamente nuovo per noi), con una collezione che ha riscosso un successo strepitoso, visionata da tremila persone messesi in fila davanti allo stand. Di ricordi e passaggi felici ce ne sono in quantità, probabilmente i principali sono i due appena menzionati, che mi hanno trasmesso un’energia incredibile.

“Svolgere il compitino senza assumersi rischi non è mai stato il nostro modo di pensare e agire, abbiamo sempre cercato di andare oltre”

Tutto è partito nel 2002 da Silvian Heach, con collezioni che hanno trovato un ottimo riscontro nel pubblico. A suo modo di vedere qual è stata – ed è – la chiave di successo del brand?

Credo che a suscitare l’interesse dei consumatori siano state le proposte, diverse da ciò che offriva il mercato, imperniate su capi facili, accessibili, con un price point interessante. Oggi può suonare banale, ma vent’anni fa un marchio simile, con un’identità forte, netta, lontana dal pronto moda di allora, e però immediata, accessibile, risultava dirompente. La chiave era, e rimane, proprio questa, un’idea democratica dello stile; le donne che compravano Silvian Heach erano contente di acquistare un prodotto che le faceva sentire cool, nonostante potessero permetterselo tutti.

Cosa l’ha spinta, nel 2017, a puntare su John Richmond?

Da un lato, la mentalità imprenditoriale per cui, raggiunto un gradino della scala, si vuole subito passare al successivo; venendo dal fast fashion, l’ambizione di arrivare al lusso penso fosse comprensibile, perfino scontata. Dall’altro, quel pizzico di sana follia che contraddistingue il nostro operato; il rischio era elevato, abbiamo rilevato un nome su cui pendevano 32 cause tra civile e penale, solo persone un po’ folli potevano imbarcarsi in un’impresa simile. Tuttavia, è proprio questa “pazzia” a spingerti ad alzare l’asticella, svolgere il compitino senza assumersi rischi non è mai stato il nostro modo di pensare e agire, abbiamo sempre cercato di andare oltre.

“Con Club Richmond forniamo una cornice in cui musica e fashion convivono, esaltandosi reciprocamente”

La label è sinonimo (anche) di rock’n’roll, avete intenzione di rafforzare lo speciale legame che, sin dagli esordi, unisce l’estetica del designer britannico all’universo musicale?

Se parliamo della sinergia tra moda e rock, inteso come fenomeno musicale, John Richmond è stato un pioniere, sarebbe un grave errore non insistere su questo tasto, specialmente nel contesto odierno, in cui il Dna stilistico di un marchio è fondamentale. Altri devono costruirselo, noi dobbiamo mantenere un modus operandi che risale agli anni ‘80, quando John iniziò a vestire personalità musicali di primissimo livello (indica una foto appesa alla parete dello showroom: Lady Gaga in total look della maison, scattata nel periodo in cui la superstar americana aveva appena cominciato ad affacciarsi sulla scena, ndr).
Mi racconta spesso di come, all’epoca, gli artisti comprassero i suoi capi, a volte era costretto a dire di no o a farli aspettare, non riusciva a star dietro al processo di design e produzione, perciò rimane esterrefatto di fronte allo scenario attuale, in cui la situazione si è ribaltata e sono i testimonial a pretendere un compenso per indossare l’abito.

Comunque sia, parte ancora tutto da lì, vista l’accoglienza del Club Richmond di Milano (evento tenutosi durante la fashion week di settembre, ndr) vorremmo portare avanti il format, creando nuovamente momenti che uniscano i due mondi, consolidando un’iniziativa che, in futuro, potrebbe diventare itinerante; per adesso la ospitiamo nella nostra sede di Napoli, rompendo un po’ gli schemi perché portiamo le persone all’interno di una realtà aziendale, mettendo da parte il discorso puramente imprenditoriale per fornire una cornice in cui musica e fashion convivono, esaltandosi reciprocamente e radunando attorno al brand, in modo dinamico, coinvolgente, una community di performer, dj, fan, talenti più o meno affermati.

Club Richmond moda
Club Richmond (ph. courtesy Ladisa Communication)

“Crediamo tanto in MarcoBologna, i riscontri, specie per quanto riguarda il posizionamento della griffe, sono più che interessanti”

Ultimo arrivato, nel vostro portfolio, è MarcoBologna, quali saranno in questo caso i prossimi step?

Per me Marco e Nicolò (Giugliano e Bologna, fondatori e direttori artistici dell’etichetta, ndr), a livello creativo, sono fenomenali. Certo, il contesto è particolare, sono entrati a far parte del gruppo nel 2020, in un momento sfavorevole dal punto di vista economico, che tende a penalizzare i marchi “piccoli”.
Nonostante tutto, però, crediamo tanto in loro, e i riscontri, specie per quanto riguarda il posizionamento della griffe, sono più che interessanti; celebrities come Madonna, Paris Hilton e i Måneskin ne sono stati attratti, chiedendoci capi e accessori.
Il potenziale, insomma, è enorme, non si è ancora tradotto in un business strutturato ma siamo convinti che i risultati arriveranno, perciò continuiamo a investire e coinvolgere partner internazionali, per rafforzare l’allure del brand e, soprattutto, penetrare in quei mercati dove potrebbe rendere al meglio.

“Penso che gli imprenditori abbiano il dovere di partecipare, ciascuno secondo la propria disponibilità, a un’azione corale per ridurre le diseguaglianze del Paese”

Nella vostra azienda i risultati economici sono sempre andati di pari passo con la solidarietà e l’inclusione sociale, vuole dirci qualcosa in più?

È un fatto culturale, non mediatico, ci tengo a precisarlo. Da Arav, alla base di tutto, ci sono i valori, l’attenzione a quanto accade nella società, che nel tempo ci ha portato a sostenere numerosi progetti di sostegno a ospedali e bambini con alle spalle famiglie disagiate, o quello “al femminile” che ha coinvolto le detenute del carcere di Pozzuoli (che mi ha segnato in profondità, ne sono orgogliosa). Il punto sta nel dare una chance alle donne – e non solo loro – meno fortunate, alle volte non ci si rende neppure conto di cosa e come vivano alcune di esse, dei motivi per cui sono finite in prigione, della mancanza cronica di opportunità che le mettano in condizione di emanciparsi.

Ecco, toccando con mano situazioni del genere si comprende come gli imprenditori abbiano il dovere di partecipare, ciascuno secondo la propria disponibilità, a un’azione corale, mirata a ridurre le croniche diseguaglianze del Paese. Da parte nostra, abbiamo sempre cercato di fornire un piccolo contributo; è una questione di ascolto, di rispetto, non si tratta tanto di regalare qualcosa a queste persone, bensì di dar loro una possibilità.

Arav Group
La sede di Arav Group (ph. courtesy Ladisa Communication)

Pensando al futuro, cosa sogna per i prossimi vent’anni di Arav Group?

A dire la verità il sogno è lo stesso degli inizi, cioè costruire un’impresa che, al di là delle dimensioni, abbia uno standing internazionale, che possa aggregare nuove realtà, magari altri dieci brand, e radicata in almeno due o tre aree cruciali, Stati Uniti, Cina, Medio Oriente.

Arav Group Napoli
L’ufficio stile dell’azienda (ph. courtesy Ladisa Communication)

Nell’immagine in apertura, un ritratto di Mena Marano, Ceo di Arav

© Riproduzione riservata