Irene Casagrande, la forza della disillusione

È in sala Per niente al mondo, film diretto da Ciro D’Emilio, che racconta la storia di Bernardo (un bravissimo Guido Caprino), rappresentante di quel Triveneto che in pochi decenni è passato dalla miseria a essere il simbolo della ricchezza e del benessere italiano. Un film che prende spunto da un errore giudiziario. Una semplice storia di mala giustizia. In realtà un espediente per parlare di giustizia, di valori, di rapporti umani e di un mito degli ultimi decenni del secolo scorso nel quale si fa fatica a smettere di credere: il ricco nord-est dove sei quello che hai.

Irene Casagrande
Irene Casagrande, ph. by Andrea Pirrello

In Per niente al mondo, Bernardo ha una figlia, Giuditta. Una giovane attrice che si trova a bilanciare la recitazione tanto potente quanto ingombrante di un bravissimo Guido Caprino.
Giuditta è Irene Casagrande. Nata a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, prima di tre figlie, un giorno dice: “Mamma, papà, voglio fare l’attrice”.

Per niente al mondo film

Intervista con Irene Casagrande

Come hanno reagito i tuoi?

Avevo circa dieci anni. Penso sia sembrata una di quelle cose che si dicono per gioco. Anche se specificai che volevo “un corso serio” per diventare un’attrice professionista. I miei genitori sono stati meravigliosi. Hanno sempre permesso, a me e alle mie sorelle, di sperimentare per trovare la propria strada.

Irene bambina cosa vede in tv?

Un sacco di documentari. Ero molto curiosa: mi piacevano anche quelli meno adatti ai bambini e mi riempivo di paure strane, come uragani, terremoti e animali pericolosi. L’idea di fare l’attrice non è arrivata guardando serie tv o film. Era una passione più legata al teatro. Ero innamorata del gioco teatrale.
Vengo da una piccola cittadina di provincia e qui non passavano grandi compagnie. Ma le volte che ero andata, ero rimasta affascinata da questa dimensione collettiva, di grandi emozioni, di corpi che si muovono sul palco. E poi il tipo di recitazione: lo trovavo affascinante.

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Ph. by Andrea Pirrello

E il cinema?

L’ho scoperto più tardi. Al cinema, quando ero piccola, c’erano i cartoni animati. Quello vero è arrivato dopo, come una cosa mia, personale.

“Ero rimasta affascinata dal teatro, da questa dimensione collettiva, di grandi emozioni, di corpi che si muovono sul palco”

Durante la conferenza stampa hai raccontato di come questo film, e il ruolo di Giuditta in particolare, ti abbiano permesso di raccontare il tuo Veneto “doloroso” …

Sono cresciuta in quel quadrante di confine tra Veneto e Friuli dove il territorio ha il suo peso. Grazie a Ciro D’Emilio ho avuto l’opportunità di raccontare il mio Veneto al di là dei luoghi comuni. La cultura del produttivismo, l’etica del successo personale, la capacità di creare benessere, sono fattori che influenzano la nostra capacità di essere felici. E influenzano anche il modo in cui una comunità si tiene insieme, come in questo film, dove una persona che attraversa un tracollo, si trova spaesato e privato della propria identità sociale. Il lavoro, il successo economico, diventano l’unico motore di riscatto possibile.
Penso che per la nostra generazione sia un tema particolare. È una situazione che contrassegna un Veneto che per molti, credo, possa essere una regione dolorosa, conflittuale.

Irene Casagrande cinema
Ph. by Andrea Pirrello

“Siamo portatori di desideri che iniziano a essere diversi”

Vediamo sempre il Triveneto come una regione ricca, dimenticandoci che fino alla seconda metà del secolo scorso era una regione poverissima e con un analfabetismo diffuso…

Secondo me questo ha influenzato la cultura dell’etica del lavoro in un territorio a lungo segnato da grande povertà. Una terra di emigrazione che l’improvviso scoppio della bolla economica degli anni ‘80, l’industrializzazione che è arrivata relativamente tardi, ha trasformato nel nord-est ricco e operoso che è ancora nell’immaginario collettivo. In un territorio che ha visto un grande benessere, convivono le generazioni che l’hanno creato, ma anche la mia, che è la prima per la quale quel benessere comincia a non esistere più. Già noi torniamo a emigrare, ma facendolo ci rendiamo conto che cerchiamo un benessere diverso.

C’è un libro bellissimo, Cartongesso di Francesco Maino. Non riuscivo a leggerlo. Mi fermavo sempre alle prime pagine. Ha uno stile ruvido. Poi è stato il primo libro che mi sono ritrovata a leggere appena mi sono trasferita a Roma. Parla di questa realtà-malessere, della difficoltà di relazionarsi con l’aspettativa del benessere economico. Una storia che segue un modello abbastanza claustrofobico, per cui la felicità della persona dovrebbe derivare dalla capacità di rispettare le aspettative lavorative. Il lavoro, l’osteria, la casa. Ciascuno è preso in questa trottola senza altri stimoli. È alienante.

“Credo che bisogna interrogarsi su come la proiezione in sala possa continuare a mantenere la propria peculiarità esperienziale”

In Per niente al mondo Giuditta vive un rapporto passivo aggressivo con suo padre. La sua è la generazione cuscinetto tra quella dei nostri nonni e la vostra. Le loro sono le due generazioni che hanno trasformato il Veneto in una delle regioni più ricche d’Italia. Voi sembrate appartenere a quella che cerca di ristabilire un equilibrio tra chi ha fatto la fame e chi ha vissuto il boom economico.

Probabilmente sì, siamo portatori di desideri che iniziano a essere diversi. Per noi non c’è la felicità che ci viene da una casa che non sappiamo se potremo comprare, una macchina che non sappiamo se potremo permetterci, e da tutta una serie di cose che non possiamo più dare per scontate. Siamo la generazione della crisi permanente. La crisi economica è arrivata che avevamo dieci anni o poco più. E non se ne è mai più andata.
Mi sento rappresentante, attraverso il mio personaggio, di uno dei messaggi contenuti nella pellicola di Ciro D’Emilio. Per niente al mondo racconta di una società che fa fatica, del rapporto di un uomo con sua figlia, di persone che si misurano con la difficoltà di superare le ostilità di un territorio dove i rapporti sociali sono i più colpiti dalla cultura del denaro.

Per niente al mondo Irene Casagrande
Irene Casagrande in una scena di Per niente al mondo

“Ho sempre avuto uno sguardo curioso sul mondo che mi circonda”

Sei cresciuta su set come In Treatment, 1992, 1993, 1994. Si discute del rapporto tra cinema e streaming. In realtà questa rivoluzione è già avvenuta. Fai distinzione tra film e grandi serialità, tra sala e cinema sulle piattaforme?

Tra giovani che si interessano a questo mestiere, attori, giovani registi, direttori della fotografia, è normale che ci si interroghi. Le domande che ci facciamo non sono se è meglio il cinema o la piattaforma, il film o la grande serie. È un cambiamento nel quale siamo già immersi. Sono modi diversi di fruire lo stesso prodotto. Credo che le domande da porsi siano quelle sulle specificità dei diversi canali e dei diversi tipi di prodotto, su come la proiezione in sala possa continuare a mantenere la propria peculiarità esperienziale. Forse la sala dovrà diventare un momento particolare di incontro, con dibattiti, con la presenza dei protagonisti. Tra serialità e film, poi, c’è la stessa differenza che c’è tra un racconto breve e un romanzo. Sono diverse forme di narrazione.

“Siamo una generazione disincantata e disillusa, che forse proprio in questo ha la propria forza”

Il 25 settembre si vota. Ti senti rappresentata? Vi sentite presi in considerazione dalla politica o siete sempre quelli che non hanno voglia di lavorare, che non hanno niente da dire? Vi lasciamo un mondo in condizioni pietose e vi diciamo anche che siete dei nullafacenti privi di istruzione…

Tocchi un tema che per me è fondamentale. Al di là della mia passione per il cinema, ho sempre avuto uno sguardo curioso sul mondo che mi circonda. Ho una mia coscienza politica che è in costante formazione. L’atteggiamento di cui parli rispetto ai propri giovani, credo sia sintomatico di una profonda crisi della società nel suo complesso. La verità è che noi giovani siamo il futuro e gli adulti di domani. Siamo le persone su cui ricadranno i pesi e i debiti di chi è venuto prima. Siamo una generazione radicalmente diversa da quella del passato.
Si fa un gran parlare delle sfide e delle difficoltà del presente e del futuro, ma la verità è che, se per una persona che oggi ha cinquanta o sessant’anni, queste problematiche rappresentano una questione teorica, per noi sono l’orizzonte entro il quale siamo capaci di immaginare le nostre possibilità per vivere e, magari, diventare genitori a nostra volta. Dovrebbe essere fondamentale pensare alle nuove generazioni come a degli esseri umani con le loro complessità, coscienza, consapevolezza e capacità di agire. Purtroppo è un atteggiamento che manca nella società attuale.
A questo punto la domanda se ci sentiamo rappresentati oppure no è superflua. La verità è che c’è qualcuno che ci infila nella propria retorica, ma per noi è evidente che è solo retorica.
Siamo portatori di un’esperienza storica unica, che pone problemi radicali. Non credo si possa affrontare questa transizione epocale con banalizzazioni, ricerca del consenso, misure a breve termine. Siamo una generazione disincantata e disillusa, che forse proprio in questo ha la propria forza. Sappiamo che è necessario immaginare soluzioni diverse. Siamo persone in formazione e chissà quali promesse rappresentiamo per la società di cui facciamo parte.

Irene Casagrande film
Ph. by Andrea Pirrello

Nell’immagine in apertura, Irene Casagrande ritratta da Andrea Pirrello

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