Youth Babilonia: Giuseppe De Domenico

Voce calma, carattere introspettivo, fascino misterioso. Giuseppe De Domenico, classe 1993, originario di Ganzirri, una piccola frazione di Messina, mentre parla con noi si trova a Lipari, nelle isole Eolie, che tanto ama. Ma c’è stato un momento in cui ha rinnegato la sua sicilianità, per accorgersi presto che invece era ciò che lo differenziava. Con la passione da bambino per Kobe Bryant e un grande sogno nel cassetto, l’attore di Bang Bang Baby e ZeroZeroZero ci parla del suo ultimo personaggio, della sua carriera tra teatro, cinema e tv, e dei suoi progetti, senza tralasciare l’incontro con l’obiettivo di Davide Musto per la Fashion Issue Youth Babilonia, che gli ha permesso di «riscoprire una parte espressiva di sé che non trova altrove la possibilità di esprimersi». 

Hai interpretato il ruolo di Rocco Cosentino in Bang Bang Baby, serie di successo di Prime Video del 2022 ambientata negli anni ‘80. Puoi raccontarci di questa esperienza e del tuo personaggio? 

Sono stato molto contento di interpretare questo ruolo che mi ha dato l’opportunità di divertirmi all’interno di un progetto ambizioso. Venendo da ZeroZeroZero (miniserie televisiva del 2020 creata da Stefano Sollima e tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, in cui De Domenico interpreta il nipote di un boss della ’ndrangheta, ndr), avevo bisogno di fare un’esperienza nuova, che toccasse delle corde diverse, più leggera, più istintiva e meno razionale. Rocco è una persona istintiva: tanto corpo e poca testa, se dovessimo riassumerlo.

Nel cast di Bang Bang Baby troviamo attori affermati, tra i quali Adriano Giannini, Antonio Gerardi, Lucia Mascino, Dora Romano e Carmelo Giordano, accanto a talenti emergenti, come Arianna Becheroni, la protagonista della serie. Come è stato recitare all’interno di questo gruppo?

Con quelli della mia generazione, come Arianna e Pietro (Arianna Becheroni interpreta il personaggio della protagonista, Alice Barone, mentre Pietro Paschini ricopre il ruolo di Jimbo, migliore amico della prima, ndr), si è creato un legame forte, come all’interno di una compagnia di amici: ci supportavamo a vicenda. Mentre con i grandi, è stato stupendo vedere la loro umiltà e la loro disponibilità a raccontare e supportarci attraverso la loro esperienza. Il gruppo che si è creato era magico, caratterizzato da un grandissimo senso di unione trasversale tra le varie generazioni. 

Rocco Cosentino è un ragazzo bello e affascinante, picciotto di fiducia della famiglia Barone la cui personalità nel corso degli episodi evolve, rivelando aspetti inediti. Cosa ci hai messo di tuo nel personaggio che hai interpretato e come lo hai costruito?

Da una parte, era importante per me che venisse meno l’immagine di un personaggio stereotipato. Avevo voglia di trovare all’interno di quel ragazzotto di bell’aspetto, che fa tutto quello che gli viene detto e che si diverte a fare il cattivo, un accenno di dolcezza. Secondo me, questo bilanciamento lo rende molto umano. Ho cercato di essere credibile sia quando Rocco fa il belloccio con la pistola in mano, sia quando si denuda e si mostra ad Alice in tutta la sua delicatezza e rivela il suo dispiacere nel perdere quella possibilità. Infatti, lui cambia in virtù dell’amore che sente nei confronti della protagonista. L’immagine che volevo emergesse era quella di una persona che è nata ed è sempre rimasta bloccata all’interno di meccanismi sbagliati, quelli della mafia, ma che riesce, attraverso l’amore, a trovare un minimo di redenzione personale.

Dall’altra, sia in fase di provino che di costruzione del personaggio, mi sono ricordato di un compagno di liceo, dal quale ho preso spunto per costruire il modo di parlare e di muoversi di Rocco. Dopo aver visto gli episodi, tra i miei compagni storici del liceo sono emersi paragoni tra me e Gianluca, il mio amico a cui mi sono fortemente ispirato per tirare fuori un Rocco Cosentino che mi appartenesse.

Come ti sei avvicinato al mondo del cinema e quando hai capito che quella era la tua strada?

Ho iniziato per amore del teatro. Quando a 19 anni sono andato via di casa per fare l’attore di teatro, non avevo una pianificazione a lungo termine. Fu la mia insegnante storica di Genova a suggerirmi di provare a fare televisione. Lì per lì mi sembrò quasi un fallimento, perché il mondo del teatro è sempre molto affascinante, mentre la televisione la si considera quasi come un passo indietro, come dire: “non sono abbastanza bravo per fare teatro”. Invece, lei aveva scorto in me una volontà di ricerca di una verità costante che attraverso la telecamera riusciva ad emergere meglio, rispetto a quanto accade sul palcoscenico. Con il tempo e l’esperienza, ho capito quindi che la necessità di fare l’attore derivava non solo da una mia esigenza di essere visto e riconosciuto, ovvero di un’affermazione personale mossa dall’ambizione, ma da una necessità di sentire e legittimare i miei sentimenti. 

Sei nato a Messina dove sei rimasto fino a 19 anni. Puoi raccontarci qualcosa della tua infanzia in Sicilia e del tuo rapporto con la tua terra d’origine?

Da bambino mi dicevano che ero discolo, dispettoso. Amavo giocare a basket e pensavo che quella potesse diventare la mia professione in futuro. Il mio idolo era Kobe Bryant, avevo i suoi poster attaccati per tutta la stanza. 

Fino a 19 anni sono cresciuto in Sicilia, in un piccolo paese, dove regna quel legame popolare e di rispetto fra tutti, dove incontri una persona per strada e la saluti anche se non la conosci. Queste sono piccole cose che mantengo tutt’ora. 

Ciò che ti rimane addosso della Sicilia è un grandissimo senso di ospitalità e di cortesia. Anche oggi invito spesso a casa i miei colleghi che vengono a Roma, cucino e riservo loro attenzioni e cortesie da vero oste siciliano. Ci fu un periodo in cui volevo rinnegare tutto questo, per stupidità, per sentirmi più continentale, più internazionale. Mi comportavo come pensavo fosse giusto nell’ambiente dello show business, della moda, ma poi mi sono accorto che stavo sbagliando. Perché la cosa che mi avrebbe differenziato da tutti gli altri era proprio il fatto di mantenere le mie origini e non di rinnegarle per inseguire un modello generico e standard. 

Dal cinema alla moda. Hai posato davanti all’obiettivo di Davide Musto per la Fashion Issue di MANINTOWN, Youth Babilonia. Cosa ha rappresentato per te questa avventura in campo moda e cosa ne pensi delle immagini del servizio di cui sei protagonista?

Per quanto senta il mondo della moda lontano dal mio background, mi sono accorto con Davide, durante lo shooting, che quello che facevo spontaneamente lui lo riconosceva esattamente come ciò che voleva vedere. Per me è stata quindi, un’esperienza stupenda perché è come se avessi, grazie a voi, riscoperto una parte espressiva di me che non trova altrove la possibilità di esprimersi. È stata anche una conferma di quanto mi affascini e mi diverta esplorare questa estetica. Spero che si sia trattato solo del primo di tanti servizi, perché in queste foto sono venuti fuori tantissimi personaggi. Davide è riuscito in poco tempo a tirare fuori tanti estremi.

Progetti per il futuro?

Due in sospeso. Uno spero di poterlo comunicare al più presto. E poi siamo in attesa che ci confermino la seconda stagione di Bang Bang Baby.

Un tuo sogno professionale?

Mi piacerebbe riuscire a produrre una serie tv ambientata totalmente in Sicilia. La vorrei realizzare da produttore e non necessariamente da attore. In questo momento infatti, sono circondato da persone con talento straordinario: scrittori, fotografi, video maker ecc…, ai quali manca però un collante e io, sempre per quella mio indole siciliana di creare ambienti ed essere disponibile, mi sono accorto nel tempo, che riesco a mettere insieme gruppi di persone e a far fare loro delle cose. Il mio sogno più grande sarebbe quello di vederli soddisfatti di aver creato qualcosa tutti insieme. Per il nostro futuro c’è bisogno di collettività, siamo troppi individui con troppi egocentrismi.

Total look Trussardi

“Tutto è già stato di qualcun altro” è la frase in bio del tuo account Instagram. Cosa significa per te e in che modo ti rappresenta?

È un reminder che mi sono fatto recentemente dopo alcune riflessioni legate al materialismo. Nella nostra società occidentale siamo spinti all’accumulo, al successo, alla proprietà, a un qualcosa che, se ci pensi, già qualcun altro ha avuto, già qualcun altro ha posseduto. E anche se diventassimo padroni del mondo, nel momento in cui moriremo quelle cose saranno di qualcun altro. È un effetto domino. Qualsiasi cosa che è tridimensionale è già stata di qualcun altro e sarà ancora di qualcun altro. Si tratta quindi di un reminder di distacco da desideri prettamente materialistici per ricordarsi di quanto la scienza stessa ci dice, ovvero che la realtà è composta da più di tre dimensioni, con l’obiettivo magari di aspirare a concepire delle nuove dimensioni. Questa sarebbe la cosa più saggia da fare, piuttosto che continuare a pretendere, possedere.

Giuseppe De Domenico passa senza colpo ferire dai set alle collezioni più avant-garde della nuova stagione. Nell’editoriale per l’ultimo numero di MANINTOWN, Youth Babilonia issue, l’attore sfoggia infatti total look griffati Marni, Fendi e McQueen, oltre alle creazioni edgy del duo creativo alla guida di Trussardi, Serhat Isik e Benjamin A. Huseby.

Credits

Talent Giuseppe De Domenico

Photographer Davide Musto

Stylist Other Agency

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Make-up Flavio Santillo @Makingbeautymanagement

Enrico Esposito e Lorenzo Biscione: i VOGA

Enrico Esposito e Lorenzo Biscione sono i VOGA: due giovanissimi studenti del conservatorio di musica elettronica di Napoli che, sin dal primo momento in cui si sono conosciuti, hanno capito che potevano collaborare insieme producendo musica “urban”, come la definiscono loro; ovvero tutto quello che piace ai VOGA.
Il successo della scorsa estate, Miranapoli!, ce li ha fatti conoscere e ora sono appena usciti con il loro nuovo singolo Xfetti sconosciuti.



Ditemi come nasce il nome del vostro gruppo.

Diciamo che il nostro nome nasce in maniera abbastanza simpatica, in quanto noi come gruppo siamo nati totalmente per caso. Abbiamo iniziato a collaborare e poi abbiamo capito di avere grandi affinità; quindi è nata l’idea di suonare insieme e per farlo ovviamente ci voleva un nome. Eravamo a Milano e qualcuno stava parlando di un gruppo che era in voga, a noi piaceva come suonava la parola e così ce lo siamo preso.
A Milano ci mettevamo fuori dalle etichette discografiche, decisi a rimanerci fino a quando non avessero ascoltato i nostri pezzi. E alla fine è andata bene.

Siete napoletani, come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti al conservatorio di musica elettronica, proprio il primo giorno. Io ero andato e non sapevo che ci fosse lezione ed Enrico era in anticipo, insomma siamo stati i primi due ad incontrarsi e abbiamo fatto subito amicizia.
Sinceramente abitiamo anche abbastanza vicini a Napoli e ci sono degli amici in comune. Poi tra chi fa musica in città ci si conosce tutti, infatti entrambi avevamo già presente chi fossimo.
Possiamo dire che nel giro di una settimana, da quando ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a mettere insieme delle idee e a collaborare, anzi a chiudere il primo pezzo, uscito poco dopo su Spotify.



Come mai, secondo voi, Napoli rimane sempre una fonte inesauribile di talenti e cantanti?

Napoli come tante altre città vive di contaminazioni, solo che da noi è tutto amplificato e godi appieno delle vibrazioni positive di altre culture e altre melodie: credo questa continua stimolazione sia la faccia buona della medaglia.
Forse siamo anche privilegiati perché viviamo in centro e come si sa la periferia di Napoli (come quella di tante altre città) vive di problemi e disagi quotidiani.



Ditemelo voi che genere di musica fate.

Questa è una domanda a cui facciamo fatica a rispondere anche noi: diciamo “urban”, per il momento, perché racchiude un po’ tutto, dalle influenze hip-hop a quelle R&B fino all’elettronica, spaziamo semplicemente in tutto quello che ci piace.



Considerate Miranapoli! il vostro primo grande successo?

Sicuramente sì perché è stato il primo pezzo che ci è capitato di ascoltare per radio. Più che altro ha quasi superato le nostre aspettative: sentirlo nei bar, dalle macchine fino poi a esplodere su TikTok. La cosa più strana è che doveva essere un disco estivo, invece ha raggiunto l’apice a settembre. Un post summer diciamo.



È appena uscito Xfetti sconosciuti, cosa volete dirci a riguardo?

È abbastanza biografico in quanto parla di una rottura recente che ho vissuto, dove oltre al dolore di lasciarsi con una persona dopo tanti anni, per svariati motivi ti rincontri proprio con lei dopo una settimana. Tutti ciò ha condizionato il mio modo di scrivere i testi nell’ultimo periodo, quindi il modo di fare musica di tutti e due.



Avete un album in uscita…

L’idea è di pubblicare un EP entro la fine dell’anno: ci piace chiudere con un progetto ufficiale questo 2022 appena iniziato.

I VOGA non arrivano dai talent show: Sanremo potrebbe essere un vostro obiettivo?

Non diciamo sicuramente no a prescindere, anzi, se capitasse sarebbe molto bello poter far conoscere ad un pubblico così ampio quello che facciamo.



Photo credit: Federico Avella

x

x