Naska: anima punk, spirito romantico ed energia travolgente 

Considerato l’apripista del movimento punk italiano (“Figo”, ci dice), Naska, pseudonimo di Diego Caterbetti, è reduce da un anno d’oro. Prima è stato selezionato da Spotify per RADAR 2023, il programma dedicato agli artisti più promettenti della scena musicale italiana contemporanea, poi Rolling Stone Italia lo ha inserito nella sua Classe 2023, che annovera i talenti da tener d’occhio nell’industria discografica. Ma quando gli si chiede quale sia stato il momento in cui ha capito che la sua musica stava davvero lasciando un’impronta, lui risponde: «Non l’ho ancora realizzato, magari dopo i 27…». Appuntamento all’anno prossimo, dunque. Ironico e provocatorio, quando lo incontriamo indossa una felpa con la scritta “Berlin” («Casualità – sostiene – l’ho comprata a Berlino, in occasione del mio recente viaggio»). Casualità o no, da poco è uscito il suo ultimo singolo, Berlino, per l’appunto, feat. Gemitaiz e Greg Willen. «Berlino è un esperimento, perché è molto punk rock, ma prende delle influenze dalla città e racconta della mia prima serata a Berlino, non ci ero mai stato», spiega il cantautore marchigiano. E aggiunge sorridendo: «In quella serata ci hanno arrestati dopo quattro ore da quando abbiamo messo piede per la prima volta in città. È stato molto divertente e dopo abbiamo fatto serata comunque, una serata molto rock’n roll». 

Naska
Total look Alchètipo by Andrea Alchieri, boots Diesel

Irriverente sì e anticonformista, da vero punker che si rispetti, ma anche riflessivo e legato agli affetti familiari. «Ognuna ha una storia diversa, ma quella che sento che mi uccide di più quando la canto è Wando, l’ultima. Wando è la parte più sensibile, che ho dedicato a mio padre Wando». Così Diego commenta il suo brano preferito dell’album La mia stanza, suo ultimo sforzo partorito nel 2023, in cui ogni traccia sembra raccontare una storia o un’emozione diversa attraverso un viaggio musicale ricco di sfumature, che spaziano dal rock’n’roll anni ’50 al punk rock. «Sperimentare mi diverte, ogni volta che vado in studio è sempre una roba diversa. Mi piace raccontare più sfaccettature di me e di quello che mi succede», afferma. 

Total look Juun.J

Artista rivelazione degli ultimi anni, fin dai suoi primi passi nel mondo della musica ha dimostrato un’attitudine da vero rocker con le sue performance dirompenti ed effervescenti, portando sul palco un’energia live unita a una capacità eccezionale di empatizzare con il pubblico. E dopo il successo del doppio sold out al Fabrique di Milano, che ha chiuso il suo lungo tour estivo, il 7 dicembre di quest’anno sarà per la prima volta in concerto al Mediolanum Forum di Assago. Non un punto d’arrivo per Naska, ma solo l’inizio di una lunga serie di conquiste: «Alcuni pensano “Ah fai il Forum, allora sei arrivato”, per me invece è solo l’inizio. Deve essere l’inizio di tante cose dopo, tipo San Siro, e poi voglio fare un tour mondiale. Sarebbe bello».

Total look Dsquared2
Total look Juun.J
Naska
Total look Versace
Total look Dsquared2

Credits

Photographer: Davide Musto

Stylist: Nick Cerioni

Producer: Jessica Lovato

Videomaker: Valentina Gilardoni

Video backstage: Luca Zito

Make up: Revlon

Hair: American Crew

Photographer Assistant: Davide Simonelli

Stylist assistants: Ilaria Taccini, Noemi Managò, Niko Prete

Location: Tempio del Futuro *Perduto

La ricetta a base di design, arte e moda di Longchamp e studio högl borowski per la Milano Design Week

La Milano Design Week è stata il palcoscenico esclusivo per la collaborazione tra Longchamp e studio högl borowski. Nel cuore della città meneghina, presso il flagship store di via della Spiga, la Maison francese ha presentato al pubblico un’esposizione di lavori del duo di designer viennesi. «Per Longchamp è un’opportunità per mostrare come sia davvero impegnata nella moda, nel design e nell’arte, in modo completo», dichiara Sophie Delafontaine, Direttrice Creativa di Longchamp e terza generazione della famiglia Cassegrain, fondatrice dell’azienda. Occasione per questo progetto artistico è stata la riapertura del punto vendita di via della Spiga, trasformato sapientemente in una concept boutique che rimanda a un appartamento parigino; un ambiente caldo e accogliente, un luogo intimo in cui si respira creatività e spirito cosmopolita. 

Longchamp e studio högl borowski
Per la Milano Design Week, la collaborazione tra Longchamp e studio högl borowski

Longchamp e studio högl borowski tra artigianato, colore, storytelling e ispirazione culinaria

Presso lo store Longchamp del Quadrilatero dunque, ancora per qualche giorno, sarà possibile apprezzare le opere di Stefanie Högl e Matthias Borowski, due giovani designer con una forte impronta concettuale. La selezione rappresenta uno spaccato della loro estetica, che unisce da un lato l’attrazione di Matthias per la tecnologia, l’artigianato, le forme e le proporzioni; dall’altro il fascino di Stefanie per lo spazio, il colore, la materialità e lo storytelling. Tutti questi ingredienti (proprio come in una ricetta di cucina), si mescolano dando vita a pezzi unici, nei quali la relazione tra materialità e qualità sensoriali gioca un ruolo fondamentale. «Cominciamo con il materiale, facciamo molte prove, combinazioni, e chiediamo al materiale cosa voglia essere, che forma voglia assumere, che tipo di oggetto voglia diventare. Questo è il concept che ci ha permesso di creare la serie che vedete qui», dice Stefanie.

Principale fonte di ispirazione per i due è il cibo, con particolare attenzione al mondo dei dolci: «Ci ispiriamo alla cucina e al cibo, a tutti i tipi di materiali, perché vogliamo davvero lavorare con la materia. Per esempio, il bonbon (uno degli oggetti in mostra, ndr) ha una forma semplice, perché vogliamo che l’attenzione si concentri sul materiale stesso, in modo che possa parlare da solo. E questo è anche l’obiettivo che vogliamo raggiungere: che si guardi davvero il materiale e non lo si trascuri a causa della forma». Così spiega Matthias, e prosegue: «Per esempio, per lo specchio a ciambella (un altro dei pezzi esposti, ndr) abbiamo usato il poliuretano, un materiale molto comune che si usa anche nelle finestre, che se si mescola e si cuoce, cresce. Come in cucina, cresce come il pane, una torta o una ciambella, ed è questo che ci incuriosisce.» 

«Ci sono due modi per iniziare un progetto. Il primo consiste nel trovare il materiale che vorremmo scoprire ed esplorarne le caratteristiche e potenzialità; il secondo è quello di partire da un tipo di dolce, una torta che per noi è interessante, e poi cercare di tradurla trovando i materiali adatti per imitarla», aggiunge Högl.

Sophie Delafontaine e l’importanza di dialogare con l’arte

Appassionata d’arte, Sophie Delafontaine accoglie da sempre con entusiasmo le collaborazioni regolari del marchio con artisti contemporanei – così come già la sua famiglia aveva fatto prima di lei. «La collaborazione con artisti o designer è qualcosa che viene dal passato. Mia nonna iniziò nel 1970 quando chiese a un pittore di lavorare con la pelle. Fu la prima collaborazione tra la famiglia Cassegrain e gli artisti, quando ancora le Maison non collaboravano con il mondo dell’arte. Per me è il punto di partenza, la parte migliore del mio lavoro sta nell’ incontro con gli artisti», racconta la Direttrice Creativa.

E continua: «Cerchiamo di trovare molti modi diversi per collaborare con i creativi o i designer. Ovviamente, a volte collaboriamo nella creazione di prodotti, come ad esempio l’anno scorso quando abbiamo collaborato con Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, ma mi piace anche presentare le opere d’arte. Lavorare con gli artisti è veramente una passione, è anche un modo per riflettere e ampliare le nostre conoscenze.»

Interni del flagship store Longchamp
Interni del flagship store Longchamp

Al flagship store Longchamp, un’esperienza immersiva tra arte e design

Grazie allo spirito curioso di Sophie Delafontaine e alla sua capacità di esplorare, sotto la sua direzione, Longchamp si è trasformata in una vera e propria Casa di Moda e sono nate le linee di prêt-à-porter, calzature e occhiali. Parlando della partnership artistica con studio högl borowski, presentata durante il re-opening della boutique del quadrilatero milanese, commenta: «Non siamo qui solo per fare prodotti ma siamo qui per creare emozioni». 

«Sono felice anche del fatto che abbiamo appena rinnovato il nostro negozio: per me deve essere un progetto unico. Siamo in un mondo molto globalizzato e molto spesso quando si va da New York a Parigi a Milano a Tokyo si trova esattamente la stessa architettura con lo stesso format. Per me è molto importante che ogni esperienza sia unica e usare l’arte e il design per creare qualcosa che non sia solo un’avventura commerciale, ma anche culturale e di ispirazione. E sono felice di dimostrarlo qui stasera», conclude Sophie Delafontaine. 

Asmana, il ‘paradiso’ del benessere tra Toscana e India

‘Paradiso’ è il significato in italiano del termine indiano ‘Asmana‘. Immersa nel Parco di Villa Montalvo, una macchia verde di 19 ettari a Campi Bisenzio, poco distante da Firenze, Asmana Wellness World è la più grande day SPA d’Italia con oltre dodicimila metri quadrati di superficie, frutto dell’intuizione di Ariba Tanvir e Florentin Doring. Lei indiana e lui tedesco, la coppia nel 2015 ha deciso di dare una decisiva virata alla propria vita professionale (entrambi lavoravano a New York nell’ambito della consulenza) verso una direzione più sostenibile, abbattendo totalmente il livello di stress. Secondo un format di “lusso accessibile” e con il divieto di utilizzo del telefono cellulare quasi ovunque all’interno del centro, Asmana rappresenta un luogo esperienziale in cui è possibile riconnettersi con se stessi, immersi nell’abbraccio dell’acqua che culla e avvolge, tra il tepore del caldo e il brivido del freddo.

Asmana Wellness World
Asmana Wellness World

Un’esperienza sensoriale senza tempo, dove il dolce fluire dell’acqua accompagna il calore avvolgente delle saune e il fresco delle piscine; tra vapore e cromoterapia, idromassaggi e profumi ammalianti, qui i sensi si risvegliano e l’anima si libera. Anche gli arredi (porte o pezzi preziosi, intarsiati e riccamente adornati provenienti dall’India, recuperati da vecchi edifici, per volere della fondatrice) contribuiscono a definire l’ambiente, che evoca atmosfere e culture esotiche e delinea un regno di pace e armonia

Asmana, il rifugio multisensoriale nel cuore della natura toscana

Aperto sette giorni su sette, durante tutto l’anno, dalle dieci del mattino fino a mezzanotte, Asmana offre un rifugio dove abbandonarsi a un’esperienza multisensoriale inedita. Su tre piani, all’interno si accede in un mondo acquatico nel quale si susseguono vasche dotate di postazioni idromassaggio, cromoterapia e percorsi Kneipp, in un unicum tra interno ed esterno. Senza mai uscire dall’acqua ci si ritrova infatti a galleggiare nelle vasche esterne riscaldate (tra cui la vasca salina ed il Vortice, nel quale lasciarsi letteralmente trasportare dalla corrente), circondati dal suggestivo scenario del giardino esterno punteggiato da palme tropicali e una spiaggia con lettini.

Vero cuore pulsante di Asmana è la Grotta che non a caso ha vinto il premio “Italian Pool Award 2017”, dove domina una cascata di ben otto metri che sommerge gli ospiti con la sua potenza naturale, regalando una sensazione di benessere estremo. Anche l’Hammam qui si aggiudica il primato del più grande d’Italia: una piscina ottagonale funge da fulcro attorno al quale si sviluppano il Salinarium, i bagni turchi e la stanza della schiuma (nella quale cospargersi il corpo con la schiuma sofficissima che fuoriesce dai rubinetti). Un ambiente incantato dove tutto, dai profumi alle melodie, ricorda le atmosfere tipiche delle culture medio-orientali.

Nelle quattro saune a tema (sauna zen, wine sauna, sauna delle erbe e Indian sauna) hanno luogo le Cerimonie del Benessere o Aufguss, rituali di antica origine nordica in cui il Maestro di Cerimonia, a tempo di musica, scioglie delle sfere di ghiaccio e oli essenziali sul braciere; sventolando un asciugamano secondo una coreografia scandita da gesti precisi, incanta quindi gli ospiti e li inonda di aria profumata. Degna di una sosta rigenerante, la zona infrarossi, al secondo piano, sdraiati su lettini o seduti riscaldati da lampade a raggi infrarossi sovrastanti. Questo trattamento, diffondendo un piacevole calore in tutto il corpo, è un toccasana per attenuare i dolori muscolari.

Asmana Wellness World
Sauna zen

Aree relax, trattamenti e servizi: un percorso di benessere tra anima e corpo

Tra le varie aree di Asmana, nelle quali vagare e perdersi (così come ipotizzato dall’architetto che ne ha ideato la struttura) in un viaggio al di là del tempo e dello spazio, ci si può intorpidire nelle innumerevoli zone relax. Dalla stanza del sale a quella del fuoco o dei nidi, o ancora dalla stanza del fieno a quella d’oro, i nomi evocano già il tema dominante che si sussegue negli arredi, suoni e profumi, fino o quella nella quale addormentarsi su fluttuanti materassi ad acqua. In queste aree si può semplicemente riposare, o perfino meditare: il Tempio, in cui spiccano imponenti colonne in granito provenienti dall’India, richiama un luogo esotico nel quale si svolgono le cerimonie meditative, rituali con incensi e il mistico e suggestivo suono delle campane tibetane.

Asmana offre ovviamente anche una vasta gamma di trattamenti benessere, tra cui massaggi singoli e di coppia, come il il Lomi Lomi, di ispirazione hawaiana o l’Hot Stone con pietre laviche. Presso il Beauty Bar, gli ospiti possono godersi trattamenti fai-da-te come maschere viso e peeling, senza prenotazione. 

Al Tropical Pool Bar, è possibile sorseggiare, immersi nelle piscine, cocktail e centrifughe di frutta e verdura, mentre presso l’Oasi self-restaurant si possono gustare piatti raffinati in un ambiente accogliente e curato.

Pool bar Asmana Wellness World
Pool bar Asmana Wellness World

Il colore prende forma con l’installazione Stripe Stories di Harmont & Blaine e Lorenzo Vitturi alla Milano Design Week

Tanta vitalità”. Così Lorenzo Vitturi riassume in due parole il progetto Stripe Stories, realizzato in collaborazione con il brand Harmont & Blaine, in occasione della Milano Design Week. Per l’edizione 2024 del Fuorisalone, l’artista italo-peruviano ha realizzato, insieme al marchio di abbigliamento smart upper-causal, quattro opere site-specific. Vitturi ha dato vita a vibranti sculture organiche e astratte accostando i tessuti di archivio Harmont & Blaine a materiali di riciclo, con cui lui è avvezzo lavorare.

In esposizione presso la boutique milanese del marchio del Bassotto, in Corso Matteotti, le opere tridimensionali amplificano i colori e i pattern iconici delle collezioni Harmont & Blaine, interpretandoli attraverso il punto di vista inedito e poliedrico di Vitturi. L’artista propone infatti una visione peculiare, distinguendosi per la sua capacità di trasformazione e la sua volontà di contaminazione tra i diversi media e le varie culture per plasmare nuove realtà immaginarie.

Lorenzo Vitturi Harmont & Blaine
Il progetto Lorenzo Vitturi x Harmont & Blaine nello store di Corso Matteotti

Mosso da uno spirito libero e curioso, il creativo, originario di Venezia, parte dalle righe iconiche di Harmont & Blaine e, attraverso un processo di artigianalità e upcycling,  che esprime a pieno la filosofia e i valori del brand, Vitturi mette in scena una art gallery presso la boutique del quadrilatero. Lo store è totalmente reinventato, offrendo ai visitatori un percorso espositivo tra materiali e immagini, forme e colori in un unicum tra interno ed esterno, reso possibile attraverso l’uso sapiente delle vetrine.

Le opere di Lorenzo Vitturi nello spazio Harmont & Blaine a Milano

Tra gli artwork in mostra spicca Quadriga, un’opera composta da tessuti e materiali riciclati, abilmente assemblati per creare un puzzle policromatico in rilievo. Cosmoriga, invece, è una sospensione complessa di corde di diversi spessori, rivestite con stoffe d’archivio intrecciate per formare volumi sinuosi e vivaci. Pressriga si presenta come un’opera su piedistallo generata dalla stratificazione e dalla pressatura di camicie recuperate; mentre Volariga è una configurazione cilindrica sospesa dal soffitto, caratterizzata da vivaci tonalità, grafiche a righe e intersezioni dinamiche.  

Paolo Montefusco, co-fondatore e AD di Harmont & Blaine, commenta: «Con le sue opere brillanti e la sua estetica emozionale, Lorenzo ha catturato lo spirito più autentico del brand, il nostro amore infinito per il colore e la nostra passione per la creatività e l’estro artigianale».

«Questa installazione porta in scena le cromie inconfondibili di Harmont & Blaine e il mio desiderio di creare oggetti speciali che vivono e si muovono nello spazio», spiega Lorenzo Vitturi.

In occasione della presentazione dell’installazione artistica Stripe Stories, realizzata in collaborazione con Harmont & Blaine, abbiamo intervistato l’artista Lorenzo Vitturi, che subito dopo la Milano Design Week sarà presente alla Biennale di Venezia nell’ambito della mostra Glasstress, presso la Fondazione Berengo Art Space.

Lorenzo Vitturi: «L’idea di Harmont & Blaine era di partire dai loro tessuti. Quindi ho attinto dall’archivio del brand privilegiando il pattern rigato e facendo una selezione tra le cromie»

Come è nata la collaborazione con Harmont & Blaine che ha portato alla creazione dell’installazione Stripe Stories per la Milano Design Week?

L’idea di Harmont & Blaine era di partire dai loro tessuti. Io lavoro soprattutto con il tessuto e il vetro. Quindi ho attinto dall’archivio del brand privilegiando il pattern rigato e facendo una selezione tra le cromie. Il tessuto scelto è arrivato poi nel mio studio a Murano e lì è stato trasformato, assemblandolo con materiali riciclati. Io spesso, infatti, utilizzo il materiale di riciclo trasformandolo; lo uso per dare volume al tessuto.

Puoi raccontarci il processo creativo dietro la realizzazione delle quattro opere site-specific per questo progetto?

L’idea principale era di partire dai tessuti e trasformarli con i materiali riciclati per creare sculture tridimensionali. Ho lavorato dunque con l’obiettivo di dare forma alla materia, trasformandola e aggiungendo volume ai tessuti.

Come hai bilanciato la tua visione artistica personale con i valori e la filosofia del marchio nella realizzazione delle tue opere?

Ci siamo trovati su un punto che è il colore: il colore per me è essenziale. Lo è tanto per il mio processo creativo, quanto per Harmont & Blaine. Quindi direi che il punto d’incontro sta nella forza del colore.

Store Corso Matteotti
Interni dello store Harmont & Blaine reinventati dalla visione artistica di Lorenzo Vitturi

«Ho lavorato molto sui colori complementari, giocando su contrasti forti. Ho cercato di riproporli anche all’interno dello spazio delle vetrine per far risaltare il più possibile le forme»

Come hai affrontato la sfida di integrare i tessuti distintivi di Harmont & Blaine con materiali di riciclo per creare opere d’arte site-specific che amplificassero i colori e i motivi delle loro collezioni?

Non lo so, il mio lavoro è in divenire, è tutto un lavoro di progettazione e di disegno, quasi alchemico: consiste nel riuscire a coniugare materie totalmente differenti tra loro. In questo caso, un tessuto di produzione di un brand di abbigliamento con materie che arrivano da tutt’altro mondo. L’idea di partenza è quella, ma poi tutto avviene in un processo.

Quali tipi di materiali di riciclo hai utilizzato?

Sono materiali di riciclo che vanno dai cordami, alle reti, tutte cose legate al mondo lagunare.

Qual è stato il criterio principale nella selezione dei tessuti di archivio di Harmont & Blaine?

Li ho scelti secondo le sintonie cromatiche, io cerco quelle.

Come hai concepito l’allestimento dell’art gallery all’interno della boutique di Corso Matteotti per presentare le tue opere Stripe Stories?

Ho lavorato molto sui colori complementari, giocando su contrasti forti. Ho cercato di riproporli anche all’interno dello spazio delle vetrine per far risaltare il più possibile le forme. L’obiettivo, l’idea era proprio quella di far emergere queste forme lavorando sugli abbinamenti cromatici.

Opera Quadroriga
Quadroriga, opera di Lorenzo Vitturi x Harmont & Blaine

STRIPE STORIES

Harmont & Blaine in collaborazione con Lorenzo Vitturi

Milano Design Week

Boutique Harmont & Blaine – Corso Matteotti 5, Milano

Dal 15 al 21 aprile 2024

MIA Photo Fair 2024: a Milano la fotografia guarda al cambiamento

Obiettivo puntato sull’attesissimo evento che da anni rappresenta il momento fondamentale per gli appassionati d’arte e fotografia: MIA Photo Fair 2024. Il cambiamento (Changing) è il tema scelto per l’edizione numero 13 dell’appuntamento internazionale dedicato all’arte fotografica in Italia, organizzato da Fiere di Parma, in scena dall’11 al 14 aprile a Milano. Presso la nuova sede dell’Allianz MiCo – che ospiterà in contemporanea anche l’altra fiera di riferimento per l’arte moderna e contemporanea, miart, nell’ambito della Milano Art Week 2024 – il MIA è, ancora una volta, luogo privilegiato di incontro e riflessione sui main focus della contemporaneità.

Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano, spiega: «Il tema scelto per l’edizione di quest’anno, il cambiamento, suggerisce l’assoluta potenza del mezzo artistico e di informazione che la fotografia rappresenta, capace di essere testimone e ispirare riflessioni sulle mutazioni del tempo, siano esse sociali, ambientali o culturali».

100 espositori, 8 mostre e progetti speciali, 4 premi, e più di 70 gallerie provenienti da Italia e estero definiscono un itinerario attraverso i temi della sostenibilità ambientale, dell’empowerment femminile e dell’identità individuale e collettiva. Anche per la primavera 2024 dunque, MIA, guidata dal Direttore Artistico Francesca Malgara, rappresenta un reference point e spazio di incontro, oltre che di scambio commerciale per i photo lover, gli addetti al settore, gli estimatori e i fruitori.

Ilaria Dazzi, Exhibition Director Manager di MIA Photo Fair 2024 afferma: «Le fiere sono meta-storiche figlie del proprio tempo. Stanno e servono nel mondo, in mezzo alle persone. Non è possibile pensare di poter rimanere in una sorta di bolla. C’è una tendenza da parte di fotografi di tutto il mondo a utilizzare la macchina fotografica come strumento di documentazione e di denuncia. È giusto che il pubblico, attraverso progetti fotografici di grande qualità, possa trovare, insieme alla possibilità di acquisto, anche l’occasione di approfondire i grandi temi della contemporaneità». 

Il percorso espositivo di MIA Photo Fair 2024

L’Itinerario fotografico attraverso i grandi temi della contemporaneità si snoda in varie sezioni che compongono il grande mosaico a immagini di MIA Photo Fair 2024. La Main Section esplora il tema scelto per il 2024, Changing, grazie ai lavori delle gallerie italiane established, assieme a quelle internazionali, in aumento rispetto alle scorse edizioni, con significativi nuovi ingressi da diversi Paesi come Stati Uniti, Iran, Paesi Bassi, Francia e Svizzera. 

Accanto a quella principale, trovano spazio tre sezioni speciali, tra cui Oltre i confini del Mediterraneo. Novità di questa edizione numero 13, offre una narrazione a immagini coinvolgente curata da Rischa Paterlini, che esplora la vita quotidiana e le esperienze dei popoli dell’area mediterranea e del Medio Oriente, attraverso gli occhi di oltre 30 fotografi provenienti da diverse zone. Dalla Palestina all’Iran, dalla Russia all’Egitto, gli scatti presentati offrono uno sguardo approfondito sulle molteplici realtà di questa regione, promuovendo un dialogo aperto e vivace tra culture e terre eterogenee attraverso il linguaggio universale della fotografia. 

La sezione Beyond PhotographyDialogue, curata da Domenico de Chirico, si propone di analizzare il rapporto tra fotografia e altre forme d’arte contemporanea, come scultura, installazione, pittura e performance. Con opere innovative e stimolanti, gli artisti invitano il pubblico a riflettere sulle infinite possibilità espressive offerte dalla combinazione di diversi linguaggi artistici. 

Beyond Photography - Dialogue
Dalla sezione Beyond PhotographyDialogue, Augusta Alexander, 2024, Untitled, acrylic and oil pastel on canvas, 130×150 cm, signed and dated on the back. Courtesy of the artist

Reportage Beyond Reportage infine, a cura di Emanuela Mazzonis di Pralafera, offre al pubblico un viaggio visivo attraverso le immagini di autori provenienti da diverse parti del mondo e di differenti generazioni, alcuni dei quali esposte a Milano per la prima volta. Quest’anno, la sezione si concentra sul cambiamento del paesaggio e i fattori che ne hanno influenzato l’evoluzione. 

MIA Photo Fair 2024
Dalla sezione Reportage Beyond Reportage, Henry Fair, Top Of Oil Tank At Tar Sands Refinery, 2009 Fine art print on Aludibond 70 x 105 cm. Courtesy ARTCO Gallery, Berlin

Le mostre, i talk e i premi di MIA Photo Fair

La mostra La forma delle relazioni, curata da Rica Cerbarano, celebra il potere relazionale della fotografia, presentando oltre 50 opere provenienti dalle più importanti collezioni private italiane. Le immagini esposte evidenziano legami profondi tra gli autori e i soggetti delle immagini, che si manifestano nelle relazioni familiari, nelle comunità sottorappresentate e negli affetti personali. La rassegna mette in luce anche la collaborazione tra autori, sottolineando l’importanza dello scambio interpersonale nel processo artistico e la creazione di progetti collettivi. Gli incontri, i confronti e le connessioni sono al centro delle opere, invitando a soffermarsi sui parametri per definire la validità di un progetto fotografico.

MIA Photo Fair 2024
Patrick Willocq. Dalla serie Songs of the Walés, 2013/2015. Bosala, Leopard Walé. Edition 1/8. © Patrick Willocq. Courtesy Collezione Giorgio Meo e VisionQuesT 4rosso

Inoltre, MIA Photo Fair dedica una mostra personale al fotografo Carlo Bavagnoli, recentemente scomparso. Bavagnoli e i ritratti: omaggio al maestro del fotogiornalismo include ritratti meno conosciuti dell’artista per raccontare la sua forza evocativa. Realizzata in collaborazione con la Fondazione Cariparma, l’esposizione commemora il legame duraturo tra Bavagnoli e la Fondazione, che ha conservato e valorizzato il suo prezioso archivio fotografico.

La tredicesima edizione di MIA Photo Fair presenta un nuovo programma di talk curato da Michele Smargiassi, incentrato sulle trasformazioni del mondo della fotografia. Questi incontri mirano a coinvolgere un pubblico più ampio, andando oltre i tradizionali partecipanti come galleristi e collezionisti. Il ciclo di conversazioni vuole qualificare MIA come un punto di riflessione culturale sul medium fotografico, in un momento di significative evoluzioni.

MIA Photo Fair 2024
Gian Paolo Barbieri, 1978, Tribute to Edward Hopper Versace, Stampa digitale a getto d’inchiostro (stampa a pigmenti). Courtesy: 29 Arts in progress gallery

Il programma include una serie di meeting sotto il titolo C’era una volta la carta: la fotografia nell’epoca della sua smaterializzazione. Gli argomenti spaziano dalla fotografia vernacolare alla nuova stagione del “vintage digitale” rappresentato dagli Nft, con la partecipazione di esperti e pensatori come Erik Kessels, Simone Arcagni, Serena Tabacchi e Arturo Carlo Quintavalle. Sarà anche presentata una video inchiesta condotta fra gli studenti delle scuole d’arte per esplorare il loro rapporto con la materialità fotografica, seguita da commenti di content creator online come Simone “Brahmino” Bramante e Maria Vittoria Baravelli.

Sono previsti inoltre, incontri con altri protagonisti della fotografia come Anne de Carbuccia e l’artista Emeric Lhuisset, autore dell’opera From far away, I hear the Cossacks

Infine, non mancano i premi tra i quali il Premio BNL BNP Paribas, giunto alla tredicesima edizione, che riconosce il miglior artista tra coloro che espongono attraverso le gallerie d’arte, evidenziando l’importanza dell’investimento culturale. Poi, il Premio IRINOX SAVE THE FOOD, alla sua terza edizione, si concentra sul cibo e lo spreco alimentare tramite progetti fotografici, con una mostra che farà tappa anche a Parma durante CIBUS OFF. Inoltre, la collaborazione tra MIA Photo Fair e Yeast Photo Festival permetterà di esporre la propria opera ad uno dei finalisti del premio IRINOX SAVE THE FOOD alla terza edizione del festival della fotografia salentino. In ultimo, il nuovo Premio Welcome to my Unknown, dedicato agli under 35 e curato da Erik Kessels, esplora la creatività di coloro che utilizzano la fotografia come linguaggio artistico.

A Milano apre LaDispenseria, nuovo concept food & restaurant tra tradizione e modernità

Un nuovo place to be nel cuore di Milano, il ristorante LaDispenseria, templio del gusto in cui regnano i sapori tradizionali declinati in versione contemporanea, ha aperto i battenti nel quartiere arcobaleno della città meneghina. In viale Tunisia, a pochi passi da Corso Buenos Aires, una delle principali arterie dello shopping della città, questo locale dal design essenziale ma accogliente e moderno, si appresta a divenire indirizzo di riferimento per gli amanti del buon cibo. Lontano dai clamori dei ristoranti più in voga, LaDispenseria promette un’esperienza culinaria autentica, dove tradizione e innovazione si fondono per ricreare un connubio inedito, che si sposa con ricerca delle materie prime di altissima qualità e presentazioni accattivanti.

Interni del ristorante LaDispenseria, ph. Jacopo Ebuli
Interni del ristorante LaDispenseria, ph. Iacopo Ebuli

Lo Chef Angelo Di Gennaro alla guida della cucina del ristorante milanese LaDispenseria

Al timone di questa avventura gastronomica c’è Angelo Di Gennaro, chef di fama internazionale che ha lasciato il segno nei più rinomati ristoranti sia in Italia che all’estero, tra cui La Bullona, location di successo situata nella storica stazione ferroviaria milanese intermedia tra Bovisa e Cadorna, in stile liberty. Con questa nuova impresa, Di Gennaro vuole celebrare la ricchezza delle tradizioni culinarie italiane, impreziosite dalle influenze globali acquisite durante i suoi viaggi in tutto il mondo.

Per dare vita a questo ambizioso progetto, lo chef parte dalle basi, ovvero dalle materie prime, selezionate meticolosamente. Dagli affettati e i tagli di carne pregiati – sono privilegiati i dry aged, come il Wagyu e il Kagoshima – alla mozzarella di bufala DOP e ai crostini di pan vinaccio che arriva dalla Francia, ogni ingrediente è scelto con cura per garantire l’eccellenza e l’autenticità dei piatti portati in tavola. “Vogliamo fare la differenza con la qualità e la ricerca“, afferma Di Gennaro, sottolineando l’impegno del ristorante nel privilegiare ingredienti eccellenti.

Ristorante LaDispenseria, ph. Jacopo Ebuli
Ristorante LaDispenseria, ph. Iacopo Ebuli

Il menu del ristorante LaDispenseria celebra la tradizione italiana in chiave contemporanea

Il menu de LaDispenseria, con una vasta selezione di piatti, è dunque un vero e proprio itinerario alla scoperta dei sapori della tradizione italiana, con un accento di modernità. Dai primi piatti classici come lo spaghetto al grano duro al pomodoro San Marzano e il risotto carnaroli alla milanese, ai signature dishes che esplorano le carni pregiate (con il tris di mini hamburger e il beef toast LaDispenseria, il carpaccio di fassona piemontese e il cuberoll di Wagyu) ogni portata, traducendo nel piatto la visione dello chef, si rivela un’esperienza gourmet.

Non solo un semplice ristorante, LaDispenseria vuole essere un vero e proprio emporio del gusto dove vivere un’esperienza gastronomica a tutto tondo: a fine pasto i commensali hanno infatti la possibilità di portare a casa gli stessi ingredienti di alta qualità apprezzati a tavola nelle pietanze assaporate. 

LaDispenseria: un punto d’incontro per gli amanti del buon cibo e della convivialità

L’innovativo concept food & restaurant de LaDispenseria è frutto dell’intuizione del giovane imprenditore Sergio Natoli. Il locale milanese riflette a pieno la sua filosofia, dando vita a un luogo che vuole essere molto più di un locale dove andare a cena: è un laboratorio culinario, un punto d’incontro per gli amanti del buon cibo e della convivialità, un luogo dove le tradizioni di cucina italiane si incontrano con la modernità. Natoli racconta: “Vogliamo che il nostro ristorante diventi una sorta di casa per i nostri clienti, un luogo dove potranno trovare non solo buon cibo, ma anche un’esperienza autentica e accogliente”. E aggiunge: “Un ritorno ai sapori di un tempo tipici della tradizione italiana dove metteremo a disposizione dei nostri clienti la ricerca dei prodotti migliori e più difficili da trovare proprio per far continuare quest’esperienza a casa”.

La cantina del ristorante LaDispenseria
La cantina del ristorante LaDispenseria

Sguardo al passato ed eleganza senza tempo: uno scorcio sulla Milano Fashion Week

La Milano Fashion Week donna ha chiuso i battenti, lasciandoci immersi nella moda per l’Autunno Inverno 2024 2025. Sfilate à gogo in calendario ufficiale e fuori, presentazioni acca ventiquattro sparse per il circondario della città meneghina e front row pullulanti di star e immancabili influencer provenienti da ogni dove. In questa terza tappa del tour delle capitali della moda, i designer hanno proposto per la donna  (e per l’uomo, se pensiamo alle innumerevoli collezioni co-ed) una visione per la stagione fredda che verrà che si manifesta attraverso un’eleganza sognante intrisa di pragmatismo. Da un lato, un’allure senza tempo che si intreccia con la voglia di sperimentare intrinseca del fashion world, dall’altro la praticità del quotidiano che si estende dai capispalla agli accessori. Una prospettiva questa, che fa da specchio al contemporaneo e ne soddisfa le esigenze sempre più esigenti: in un presente in cui tutto scorre all’impazzata, ma in cui la voglia di esibire uno stile impeccabile non tende a disinfiammarsi, l’eleganza per tous les jours, con accenti avanguardisti e nuances provocatorie, diventa l’unica forma di espressione possibile. 

Da Moschino a MSGM, da Fiorucci a Jimmy Choo, tra gli altri, tutti hanno portato in passerella (o altrove) un racconto avvincente di moda, design e identità che traduce questa rappresentazione semplice ed efficace della femminilità (e della maschilità) versione Autunno Inverno 2024 2025.

Moschino presenta durante la Milano Fashion Week la prima collezione Autunno Inverno 2024 2025 di Adrian Appiolaza

Azzerare per ripartire, questo l’intento di Adrian Appiolaza per la sua Collezione 0. Per il suo debutto come Direttore Creativo di Moschino, il designer si rivolge al prestigioso passato della maison e al suo fondatore Franco Moschino, attingendo a piene mani dal suo vocabolario per creare però, il suo di linguaggio.  E dunque, sartorialità e maestria artigianale e poi simboli e gesti che esprimono l’ideologia moschiniana di pace e amore, l’ironia, l’irriverenza, la provocazione e le immagini iconiche sono i points de départs di questa collezione donna Autunno Inverno 2024 2025, che però si rivolge a una nuova generazione di utenti. Appiolaza infatti, rovista nell’archivio della casa di moda e propone abiti e accessori già visti (e amati), ma li reinterpreta nelle proporzioni e negli intenti. Capi classici e dal taglio sartoriale svelano l’effetto sorpresa. Quel trompe l’oeil tanto amato da Franco Moschino diventa una costante: le perle e la cravatta, il foulard o il denim, scomposti e ricomposti, girati e ribaltati, divengono altro da sé fino ad essere totalmente normalizzati. I punti interrogativi che ricorrono su maxi abiti mettono tutto in dubbio e ci spingono alla riflessione. Una collezione, quella portata in passerella dal neo designato creative director, che ripercorre la storia di Moschino per scriverne una nuova, la sua. Ripescando dettagli dal sapore nostalgico – il trench, il cappello da cowboy, gli occhiali da sole e la gonna da flamenco in primis – Adrian Appiolaza si apre così al futuro, preservando e celebrando quell’idea potente di allegria e joie de vivre, tanto cara a Moschino. 

Milano Fashion Week Autunno Inverno
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James Long celebra il cinquantesimo anniversario di Iceberg alla Milano Fashion Week donna con la sua collezione per l’Autunno Inverno 2024 2025

La sfilata alla Pelota celebra il cinquantesimo anniversario del brand, nato nel 1974. Il direttore creativo James Long per l’occasione attinge a piene mani dall’archivio storico, ma con un obiettivo ambizioso: riportarne alla luce i tesori, proiettandoli in una visione avanguardista e dando nuovo slancio all’energia positiva, che esprime l’essenza stessa di Iceberg, da sempre portatore di una visione ottimista. Autenticità e alta qualità da un lato, audacia e stile incisivo dall’alto, riproposti e aggiornati secondo uno spirito innovativo. 

I coat a taglio vivo sono eleganti e versatili: double face – ecopelle da una parte e con un motivo a spina di pesce dall’altra – possono essere indossati da entrambi i lati. I cappotti scozzesi con cerniera metal rimandano  all’estetica Anni 80 del marchio. La maglieria, protagonista in casa Iceberg fin dalle prime collezioni, è riproposta da Long sotto forma di capi dalle estremità extralong e declinata su capispalla kinitted, easy to wear.  Lo stile everyday, che esemplifica appieno la filosofia della maison, è diluito su un  blazer a doppio petto caratterizzato da un fish bone pattern e maniche in finto montone, designato come capo iconico della collezione del cinquatesimo anniversario.  E ancora, su giacche da motociclista con frange in ecopelle soft e check shirt con pannelli a contrasto con motivi a plaid di varie dimensioni, che ricreano un effetto ottico dinamico.

L’heritage del marchio è  celebrata anche attraverso i dettagli iconici hardware come le cerniere e gli occhielli che si impongono su  tutti i capi della collezione: dal sofisticato dress in chiffon e il maglione a coste con collo a imbuto, fino ai tacchi e alle borse, tutte rifinite con l’inistinguibile monogramma del logo Iceberg.

Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Iceberg
Iceberg
Iceberg
Iceberg
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La collezione Autunno Inverno 2024 2025 di Calcaterra alla Milano Fashion Week donna è un tributo alla materia

La sfilata Autunno Inverno 2024 2025 di Daniele Calcaterra celebra la materia, intesa nel significato originale del termine, che attraversa tutta la collezione del brand e definisce una nuova evoluzione del designer, sempre animato da spirito da rabdomante. Nel vasto panorama della ricerca, lo stilista parte dalla sostanza delle cose e la plasma, attualizzandola e ridefinendone i volumi e dando vita a un’opera pregna di stile senza tempo e ugualmente sperimentale, eppure durevole. Lane preziose, cotoni, shetland, seta, alpaca e upcycled fur, la materia è lavorata e trasformata nelle geometrie. Un fil rouge è rappresentato dei simboli tratti dalla natura, come i due fiori che si riversano su tutte le proposte della collezione,  il giglio puro e la peonia.

Nemmeno la scelta dei colori è casuale, sottolineando il legame materico con il quotidiano ed evocando una palette autunnale tinta da bianco latte, grigio cenere, torba, zafferano, dattero e bordeaux.

Calcaterra
Calcaterra
Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Calcaterra
Calcaterra
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Rave Review per la collezione Autunno Inverno 2024 2025 prosegue il suo percorso sperimentale in un’ottica riflessiva

Marchio di moda con sede a Stoccolma  e fondato nel 2017 dalle designer Josephine Bergqvist e Livia Schüc, Rave Review combina sostenibilità e design d’avanguardia. Il brand, pur prestando grande attenzione all’artigianato, attinge a materiali deadstock in un’ottica di upcycling, e dando vita così ad un numero limitato di capi unici. 

Hauntology, questo è il titolo della collezione Autunno Inverno 2024 2025 del fashion brand che trasforma il passato in chiave contemporanea, si pone come un rimando alle esperienze personali, rimembrando i giorni di curiosità adolescenziale. Rave Review ci invita a rivivere l’emozione di esplorare il guardaroba come un tesoro dimenticato, riassemblando frammenti del passato in un connubio tra vecchio e nuovo. Gli abiti, realizzati con materiali riproposti, rievocano forme di epoche passate, abbracciando estetiche vintage che spaziano dagli anni Sessanta alla moda Y2K. L’essenza hauntologica permea l’intera collezione, in cui la chiave di lettura non è la nostalgia di un’epoca trascorsa, bensì il ricordo inquietante di un potenziale ormai perduto. Tartan, organza, maglie a rombi, stampe leopardate e una palette dai toni scuri contribuiscono a incarnare l’atmosfera di un “preppy gone wrong“. Silhouette destrutturate e l’uso sapiente del patchwork conferiscono uno stile punk ma raffinato, arricchito da accessori come calzini, collant e scaldamuscoli, realizzati in collaborazione con Happy Socks LAB.

La collezione non è solo un’ode al mix di stili audaci ma rappresenta anche un viaggio riflessivo per il marchio stesso. Rave Review riafferma la sua maturità attraverso questa collezione, sottolineando che crescere significa abbracciare con sicurezza le proprie stranezze e mostrarle con fierezza all’esterno.

Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Rave Review
Rave Review
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Il fotoromanzo di Fiorucci alla Milano Fashion Week donna

Anche Fiorucci alla Milano Fashion Week, per la sua collezione e Autunno Inverno 2024 2025 ha scelto di guardare indietro per raccontate il suo futuro. In particolare, il brand fashion ha recuperato un linguaggio narrativo molto popolare in Italia, dove è nato, negli Anni 60 e 70 e ormai andato in disuso:  il fotoromanzo, l’iconico racconto a immagini di storie d’amore. 

Fiorucci ha collocato una telecamera di fronte alla ricostruzione di una fermata del tram con una panchina. Elemento chiave nella storia è una signora eccentrica che dispensa caramelle colorate, dotate di un potere magico capace di suscitare innamoramenti. La concatenazione di avvenimenti conduce a sorprese, nuove connessioni, inaspettati ritrovamenti e, come da tradizione, ad un lieto fine. 

Milano Fashion Week Autunno Inverno
Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Fiorucci
Fiorucci
Fiorucci
Fiorucci
Fiorucci

Nella collezione per la prossima stagione fredda di Francesca Murri, Direttrice Creativa, presentata sullo sfondo di questa immersiva vicenda, i classici del guardaroba, in armonia con la visione utopica del marchio, sono ripensati e reinterpretati, instaurando un filo continuo tra heritage e sperimentazione

Dettagli versatili e trasversali si intrecciano armoniosamente con i tessuti delle collezioni maschili e femminili, abbracciando una vasta gamma di materiali che vanno dal denim alla lycra, conferendo un rinnovato carattere a ciascun capo. Il denim si afferma come un elemento indispensabile per il giorno, mentre la lycra si reinventa, adattandosi con eleganza alle atmosfere notturne. Ricami sofisticati e complessi adornano sia gli abiti formali che quelli in organza, mentre l’intimo, si integra all’outfit. La felpa classica rivisitata, diventa un eloquente statement quando indossata con reggicalze a vista, aprendo così nuove prospettive espressive. Gli accessori si trasformano in veicoli di una sorta di “sugar coating, esplorando simboli, colori e volumi che narrano storie audacemente fantasiose, come gli orecchini a forma di rossetto o lecca-lecca.

Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Fiorucci
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Fiorucci
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Fiorucci

La maglieria, con filati pregiati e naturali, sorprende per volumi inattesi e accattivanti combinazioni di materiali non convenzionali, ridefinendo gli equilibri estetici con un tocco contemporaneo. Stampe e artwork d’archivio, reinterpretati in chiave contemporanea, creano un legame cool che congiunge il passato con il futuro, conferendo dunque alle creazioni di Fiorucci una dimensione intramontabile.

MSGM porta alla Milano Fashion Week donna la sua visione di femminilità per l’Autunno Inverno 2024 2025

Trasportandoci nell’universo dei cigni aristocratici di Truman Capote, Massimo Giorgetti abbraccia con entusiasmo l’idea di una femminilità liberamente ribelle, immune all’ordinario. Se Capote narrava di “eroine tragiche” intrappolate in una gabbia dorata di codici e convenzioni, MSGM dà vita a una nuova generazione di donne che continuano a sovvertire le categorie esistenti e a infondere creatività là dove regna l’inerzia. Quasi come un’opera cinematografica, la collezione sembra seguire una sceneggiatura ispirata da Capote.  Il suo gusto per le atmosfere raffinate, le personalità uniche e i luoghi intrisi di piacere e cultura si fonde con l’ossessione di MSGM per i ritrovi urbani, come bar e ristoranti, dove le energie si intrecciano e la città prende vita. Attraverso la prospettiva di MSGM, le suggestioni della Côte Basque si riflettono dunque in una narrazione contemporanea dalle sfumature oscure. 

Il passato si svela attraverso una lente distorta, con l’heritage borghese dei cigni che si frantuma sotto l’azione decisa di zip e si punteggia di borchie di cristallo. L’evoluzione di MSGM si rivela sofisticata, più pulita e intensa: la palette dai toni smorzati fluttua tra il grigio mastice e l’antracite, crema e cipria, arricchita da accenti di lipstick red e azzurro ceruleo, immersa in un mondo deep black.

I piatti, i bicchieri e i lampadari di cristallo – simboli di salotti dell’upper class – sono trasposti sui capi attravero pennellate vivide, grazie all’opera dell’artista belga Jan De Vliegher. Gli ospiti dello show si immergono in un setting surreale che ricrea l’ambiente sfarzoso, ma al contempo benpensante, di un ricevimento newyorkese.

N21 porta l’anarchia sul catwalk della Milano Fashion Week

«Ho voluto raccontare un mondo femminile che non ha un solo punto di vista ma che riesce a contenere la drammaticità, la giocosità, la leggerezza e la sensualità. Tutto in un racconto disincantato che procede dall’osservazione del reale. Senza farmi condizionare e deviare da concetti e preconcetti». Così Alessandro Dell’Acqua, Direttore Creativo di N21, racconta la sua collezione Autunno Inverno 2024 2025 presentata durante la Milano Fashion  Week. 

Glamour Anarchico è il titolo di questo ultimo sforzo. L’intento messo in scena è quello di costruire un nuovo bon ton demolendone l’idea arcaica, pur preservando forma e volumi, tecniche di sartoria ed effetti. Come risultato la collezione emana un’atmosfera di Haute Couture degli anni Ottanta, con il fascino irresistibile degli abiti da cocktail e la praticità senza tempo dei tailleur in lana bouclé. «Ho affrontato il bon ton con il chiaro intento di distruggerlo e ho analizzato tutte le situazioni di costruzione che si presentavano nelle tecniche della Haute Couture del decennio 1980. È come se avessi affondato lo sguardo nelle immagini di una storia della moda che ripete sé stessa ma l’ho fatto riemergere pieno di lampi di luce nuova» spiega il designer. 

Milano Fashion Week Autunno Inverno
Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Milano Fashion Week Autunno Inverno

La Collezione prende il via con un tailleur in panno nero, tagliato al vivo e impreziosito da cristalli e jais, un punto cardine che ispira gli altri capi a riconsiderarsi attraverso audaci tagli e proporzioni. «Mi è nata una visione di erotismo nichilista che non deve richiedere un’autorizzazione per esprimersi e che ha in sé un pizzico di anarchia che sfocia in un senso di libertà. Ecco perché ho costruito look che nascono da abbinamenti inusuali utilizzando soluzioni basiche su soluzioni che esprimono una ricerca di immagini inconsuete capaci di riflettere situazioni non viste.» prosegue Dell’Acqua. 

Le gonne e gli abiti si costruiscono con pannelli aperti, incorporando sottovesti o perfino look nude, creando un’atmosfera di anarchia che si rifiuta di nascondere il manifesto distacco dalle regole convenzionali. Ci sono poi maglioni in marabu, come le stole che si sovrappongono ai cappotti in lana bouclé dal taglio maschile, appoggiati su camicie in crêpe de Chine e gonne in paillettes con dettagli floreali applicati. I cappotti in eco pelliccia animalier si abbinano al rosso dei guanti in pelle e coprono mini abiti  neri e in crêpe de Chine con orli ricamati.

Gli accessori sono essenziali e dialogano con la collezione e dunque, le iper-femminili  slingback con ricami di cristalli e stringhe che richiamano la linea dei bustier convivono con stringete dal moood più maschile. 

Ne emerge un insieme di immagini contrastanti che sembrano scaturire da uno spirito anarchico emancipato dalle consuetudini della cultura tradizionale. Ciò è reso possibile  grazie a una reinterpretazione dell’idea di libertà che la moda custodisce e diffonde attraverso uno storytelling privo di riferimenti e di convenzioni.

La collezione Autunno Inverno di MAX MARA è un’ode alla scrittrice Colette

Le parole profonde e appassionate di Colette permeano l’atmosfera dell’Autunno Inverno 2024 2025 di Max Mara. Con la stessa franchezza della famosa scrittrice (che dichiarava che “l’amore non è un sentimento onesto”) moderna, sobria e profondamente evocativa, il brand ne ripercorre il pensiero e gli intenti. La donna forte e indipendente incarnata da Max Mara si fonde così con lo stile Belle Époque, il glamour demi-monde e la sensualità

La collezione si ispira alle fotografie in bianco e nero delle bellezze della Belle Époque nel Bois. La silhouette ovoidale di influenza giapponese degli anni ’10 dà vita a nuovi cappotti, alcuni con maniche a kimono, altri con ampio volume sul retro. Realizzati in melton di cashmere e soffice tessuto di cammello e alpaca, o lavorati a maglia con bordi finiti al laser, questi capi esplorano nuove forme e volumi.

Milano Fashion Week Autunno Inverno
Milano Fashion Week Autunno Inverno
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Milano Fashion Week Autunno Inverno
Milano Fashion Week Autunno Inverno
Max Mara
Max Mara

Colette affermava che “esistono intenditori di blu proprio come esistono intenditori di vino“. Max Mara adotta allora un navy inchiostro scuro e un cobalto da abbinare al nero corvino e al grigio fumo. La collezione rievoca anche al gusto di Colette nel vestirsi da uomo e include i grandi classici del guardaroba come gli impeccabili cappotti da ufficio, i caban e le iconiche giacche Max Mara. 

Jimmy Choo riporta in auge il glamour degli Anni 90 per la sua collezione Autunno Inverno

Per la collezione Autunno Inverno 2024 2025, Jimmy Choo si ispira agli anni formativi della maison, rievocando lo stile paradossale degli Anni 90 attraverso una prospettiva contemporanea. Il risultato è una collezione di classici rivisitati che attinge alla ricca eredità del marchio per ribadire i suoi codici e la sua identità.

Sandra Choi, Direttore Creativo, spiega: «Questa collezione esplora un’estetica femminile tipicamente britannica. Stavo riflettendo su quel momento degli Anni 90 in cui mondi diversi si scontravano – modelle, YBAs e persone dell’alta società. È anche il periodo in cui è nato Jimmy Choo. C’era un distintivo minimalismo, un classicismo, ma sempre con un tocco di eccentricità.»

Jimmy Choo Autunno Inverno 2024 2025
Jimmy Choo Autunno Inverno 2024 2025

La collezione autunnale si sviluppa dunque lungo l’asse dei contrasti: look audaci e influenzati dallo stile biker che richiamano l’atmosfera delle strade convivono con linee raffinate dall’eleganza iperfemminile. La pelle nera morbida come la seta definisce silhouette eleganti, mentre i tacchi slanciati e i cristalli scintillanti conferiscono un tocco malizioso. Forme nitide e pelli morbide creano una dicotomia in ogni capo. In questo, si riscontra una fusione tra lo spirito di Londra e l’anima di New York, due città la cui estetica distintiva ha contribuito a definire il decennio: un connubio tra vecchio e nuovo, levigato e rifinito.

L’ispirazione per la collezione proviene dall’archivio di Jimmy Choo. Per il giorno, l’influenza classica del biker boot di Jimmy Choo si riflette in stili incisivi con un tocco ribelle e androgino. Il biker Brooklin, omaggio allo status cool del quartiere negli Anni 90, è proposto in varianti alla caviglia o al ginocchio, con una fibbia Diamond di Jimmy Choo.

Il Marlow Diamond è un mocassino street-smart con suola flatform dalle proporzioni creeper, mentre il modello Carolyn propone un gioco di trompe l’oeil, fondendo una sabot Mary Jane in pelle spazzolata color latte con uno stivale calza in tech-knit, blu navy.

Scarlett poi è un modello chiave, proposto in morbida pelle nappa rossa, declinato nella versione tacco a spillo o stivaletto e in diverse altezze applicate sull’iconico tacco Drop di Jimmy Choo, che ricorre anche sulla pump Ixia, con superficie a rete punteggiata di cristalli come gocce di rugiada.

Anche le borse riflettono le fusioni di stili e prospettive della collezione. Il Diamond Tote è la new entry della famiglia Jimmy Choo, proposto in morbida pelle oppure in versione a spina di pesce con cristalli applicati su tutta la superficie. La Diamond Shoulder, compatta e da portare sotto braccio, strizza l’occhio alla quintessenza degli accessori degli anni ’90 con un nuovo taglio Jimmy Choo, con una finitura lucida su tutta la superficie, accentuata dalla chiusura a busta con catena metallica Diamond.

La Bon Bon East West infine, proposta per l’estate, è in morbido vitello lucido color latte, con hardware Diamond che fa da contrappunto alla sua caratteristica morbidezza.

Nell’immagine in apertura un look dalla sfilata di Moschino

SALVATORE FERRAGAMO 1898-1960: la mostra a Firenze celebra il genio creativo, fondatore della Maison

Con una maestria che ha attraversato il tempo, Salvatore Ferragamo rimane una figura di spicco nell’industria della moda, non solo come creatore di calzature iconiche, ma come pioniere che ha ridefinito l’artigianato e il concetto di stile stesso. La retrospettiva Salvatore Ferragamo 1898-1960, aperta fino al 4 novembre 2024 al Museo Ferragamo a Firenze e curata dalla direttrice del museo Stefania Ricci, vuole essere un tributo a questo genio poliedrico. 

Mostra Salvatore Ferragamo
Ritratto di Salvatore Ferragamo

La retrospettiva a Firenze su Salvatore Ferragamo

Salvatore Ferragamo, nato nel 1898 a Bonito, Italia, si distingue come uno degli artigiani più rivoluzionari nel campo del fashion. Il suo percorso straordinario inizia con l’apprendistato nella tradizionale bottega di calzolaio della sua famiglia. Tuttavia, la sua sete di conoscenza e la sua passione per l’artigianato di alta qualità lo spingono oltre i confini locali. Il punto di svolta arriva quando Ferragamo emigra negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’20. Qui, apre un laboratorio a Santa Barbara e successivamente si trasferisce a Hollywood, dove rapidamente si guadagna la reputazione di “Calzolaio delle Star“. Celebrità del calibro di Marilyn Monroe, Audrey Hepburn e Greta Garbo diventano sue affezionate clienti ed evidenziando la sua abilità nel combinare design, comfort e savoir-faire.

Dalle botteghe artigiane italiane agli scenari glamour di Hollywood, la retrospettiva del Museo Ferragamo si concentra su questo periodo, esaminando da vicino le creazioni del designer per le celebrità e il modo in cui ha trasformato le calzature in veri e propri oggetti d’arte. Il suo approccio all’artigianato non si limita alla ricerca estetica, ma abbraccia anche uno studio approfondito dell’anatomia umana, dimostrando una dedizione straordinaria alla perfezione nella vestibilità e nel comfort.

Mostra Salvatore Ferragamo
Scarpa allacciata con tomaia in capretto e tacco decorato a mano a motivo floreale con l’etichetta Ferra-gamo Inc. Florence (Italy) – Hollywood (California), 1927

La mostra non solo celebra le sue creazioni senza tempo, ma offre uno sguardo approfondito sulla sua vita, evidenziando il suo spirito pionieristico e le relazioni che ha coltivato. Il 1923 in particolare è un momento chiave nella sua carriera, con l’apertura della sua prima boutique a Hollywood – l’exhibition, inaugurata a ottobre 2023, ne vuole celebrare il centenario. Annus mirabilis nel percorso del creativo, questo segna l’inizio della costruzione della sua eredità, soprattutto nel mondo della moda americana. L’esposizione esplora i momenti salienti di questo periodo, sottolineando il suo spirito imprenditoriale e la capacità di anticipare le tendenze, mettendo in luce altresì la sua abilità nel creare non solo calzature eleganti ma vere e proprie oeuvres d’art indossate da icone dello star system.

Mostra Salvatore Ferragamo
Palazzo Spini Feroni e il laboratorio di Ferragamo situato in alcune delle sale affrescate, 1938

La mostra come trait d’union tra le molteplici dimensioni di ricerca, esplorazione e ispirazione del pensiero di Ferragamo

Tuttavia, Ferragamo non è solo un innovatore nel campo delle calzature. La sua visione abbraccia anche la valorizzazione del Made in Italy e la promozione dell’artigianato italiano nel panorama internazionale. Salvatore Ferragamo 1898-1960 presenta infatti, una panoramica dettagliata di questo impegno, evidenziando il suo ruolo fondamentale nell’elevare lo status dell’industria italiana della moda. Documenti, oggetti, opere d’arte, foto e video, testimoniano la sua passione per l’artigianato e la sua straordinaria lungimiranza nel promuovere l’eccellenza nostrana nel mondo.

Mostra Salvatore Ferragamo
Modelli di décolleté creati da Ferragamo e appartenuti al guardaroba personale di Marilyn Monroe. Dalla metà degli anni Cinquanta, l’attrice acquistava sempre il famoso modello presso il negozio Ferragamo di New York

Dopo la prima retrospettiva itinerante inaugurata nel 1985 a Palazzo Strozzi – seguita dalla fondazione dell’Archivio Ferragamo e del Museo Ferragamo, questa nuova esposizione offre uno sguardo approfondito sulla complessità della figura di Salvatore Ferragamo, mostrando al pubblico studi anatomici, sperimentazioni cromatiche e audaci esplorazioni di forme e materiali.

Il suo ritorno in Italia nel 1927, a Firenze, diventa simbolico, unendo la sua visione all’eredità rinascimentale della città. La mostra esplora proprio questo ritorno alle radici italiane, mettendo in evidenza come la città del Rinascimento abbia influenzato ulteriormente la sua creatività e la sua maestria artigianale.

Mostra Salvatore Ferragamo
L’attrice Joan Crawford con Salvatore Ferragamo nell’Hollywood Boot Shop, anni venti

Il percorso espositivo della retrospettiva fiorentina su Salvatore Ferragamo: dalla biografia ai suoi brevetti

La mostra Salvatore Ferragamo 1898-1960 non solo celebra le creazioni di Salvatore Ferragamo, ma si propone di narrare la storia, dai suoi inizi umili alla fama internazionale, e di restituire l’essenza di un uomo straordinario, che ha lasciato un’impronta indelebile nell’industria della moda, aprendo la strada a una tradizione di eleganza e innovazione che continua a ispirare la Maison oggi. Questo viaggio è esemplificato in maniera avvincente dal percorso espositivo della mostra che racconta nella prima sezione la storia del maestro fino alla sua prematura scomparsa a Fiumetto nel 1960, all’età di 62 anni. Quarant’anni di ricerche biografiche che documentano la vita dello stilista nella prima metà del 900 e a cavallo tra due paesi (l’Italie e gli Stati Uniti) hanno restituito una diapositiva accurata e dettagliata della sua biografia.

La seconda tappa della rassegna è quella intitolata Hollywood Boot Shop: reperti unici e inediti raccontano il periodo trascorso a Hollywood, tra il 1923 e il 1927, con l’apertura della prima boutique di Salvatore Ferragamo, luogo in cui arte e artigianalità si fondono e che diverrà in breve tempo il place to be di star e celebrità internazionali tra le quali Pola Negri, Mary Pickford, Joan Crawford e Rodolfo Valentino.

Mostra Salvatore Ferragamo
Sophia Loren e Salvatore Ferragamo durante la serata presso l’Open Gate Club di Roma per celebrare il nuovo brevetto della pelle di leopardo marino. Ferragamo prova all’attrice una scarpa in merletto ad ago di Tavarnelle, 28 febbraio 1955

Una raccolta unica di pellami, oggetti e opere artistiche poi, popola la terza area della mostra, Materiali e Ispirazioni. L’obiettivo è quello di osservare più da vicino il lavoro di un artigiano che ha saputo rivoluzionare il mondo delle calzature lavorando con ogni tipo di materiale, al contempo attingendo a piene mani da diverse aree geografiche, culture e correnti artistiche.

Equilibrio e Anatomia è la sala dedicata agli studi che Salvatore Ferragamo ha fatto sulla struttura e sulla meccanica del piede. Grazie alle sue indagini e alla sua genialità, Ferragamo è stato in grado di individuare nuove soluzioni per la distribuzione del peso del corpo, al pari di un ingegnere o un architetto.

Mostra Salvatore Ferragamo
Le celebri forme di legno realizzate da Salvatore Ferragamo per le sue clienti più importanti

Fa seguito una piccola sezione – Forme architettoniche – nella quale otto modelli di chaussures scelte per la loro forma particolare e per l’assenza del colore, sono una dimostrazione dello studio quasi architettonico della calzatura condotto da Ferragamo, che concepiva la scarpa come un equilibrio armonico e perfetto di simmetrie, pesi e misure.

Oriana, scarpa chiusa in camoscio con bocchetta al centro che forma il motivo decorativo, 1947
Oriana, scarpa chiusa in camoscio con bocchetta al centro che forma il motivo decorativo, 1947

Collegata alla precedente, la sesta tappa della retrospettiva raccoglie i brevetti per la costruzione delle scarpe realizzati da Salvatore Ferragamo – sono 369 quelli da lui effettivamente depositati – che riflettono l’idea della riproducibilità adattata anche alle creazioni artigianali più esclusive. Tra i vari progetti spiccano quello del tacco a zeppa in sughero, del tacco a gabbia e della suola a conchiglia. 

l percorso espositivo della retrospettiva fiorentina su Salvatore Ferragamo: dal ritorno a Firenze alle star che hanno sfoggiato le sue creazioni

Con l’area sette si cambia capitolo e ci si addentra nel Nuovo Rinascimento. La tradizione artigiana fiorentina continua a ispirare un sentimento di rinascita, in cui la concezione di design è intrinsecamente legata alla ricchezza dei materiali e alla maestria artigianale. L’essenza del Made in Italy di Ferragamo si distingue per l’unicità dei motivi e delle lavorazioni, che richiamano le radici della tradizione orafa e l’eccellenza degli artisti rinascimentali del Cinquecento.

La Creatività a Colori è oggetto della sala otto, Le calzature custodite nell’Archivio Ferragamo rappresentano infatti un’espressione audace nell’uso del colore. Dalle monocromie primarie ai patchwork geometrici e agli effetti optical, le creazioni riflettono un’ispirazione variegata. Sono influenzate dalle avanguardie futuriste e cubiste, dai ricordi della terra natia e dai paesaggi della California, dalle tonalità del mare alle lucentezze dell’oro e dell’argento. Ma è il rosso, il colore prediletto da Salvatore, a emergere come simbolo di vita ed energia, conferendo alle sue opere un’anima vibrante e passionale.

La sezione finale vuole essere una celebrazione dei piedi più famosi che hanno avuto l’onore e si sono fatti ambasciatori delle creazioni Ferragamo. Star del cinema, aristocratiche e protagoniste del jet set internazionale, in tantissime hanno affidato i propri piedi alla maestria e all’estetica di Salvatore Ferragamo, abile calzolaio e creativo visionario, che prendeva personalmente le misure delle sue committendi non mancando di annotare anche le piccole fisse di ciascuna, le preferenze e i gusti personali di ogni eccezionale cliente. 

Anna Magnani e Salvatore Ferragamo a Palazzo Spini Feroni durante la prova del sandalo Ranina, 1955
Anna Magnani e Salvatore Ferragamo a Palazzo Spini Feroni durante la prova del sandalo Ranina, 1955

RECAP DELLA MILANO FASHION WEEK UOMO: PRADA, ZEGNA E FENDI

Dopo aver dato uno sguardo alle sfilate di Gucci, Dsquared2, MSGM e Dolce&Gabbana della Milano Fashion Week Men’s, è la volta di Prada, Zegna e Fendi e della loro visione dell’uomo per l’Autunno Inverno 2024 2025. Se come osservato, uno dei temi ricorrenti nella rappresentazione delle grandi maison è quello legato alla commutabilità del guardaroba (ovvero la concezione dell’abito o dell’accessorio, per lui in questo caso, progettato al di là del genere, pensato per essere versatile), tirando le fila di questa settimana della moda milanese maschile interpretata dai grandi brand del lusso, quello che ci ha paradossalmente più stupito è quanto di più ovvio dovrebbe essere. Come già visto nella collezione di Domenico Dolce e Stefano Gabbana – che forse più di tutti sono riusciti in questo esercizio stilistico – da Fendi a Prada, fino a Zegna, i designer hanno (ri)messo gli abiti al centro della scena. Che a dettare questa tendenza siano i cambiamenti culturali in atto che stanno colpendo (e trasformando) la società e che potrebbero indurre ad abbandonare il superfluo e a rivolgersi al passato e alla tradizione, alla ricerca di risposte e soluzioni, una cosa è certa: i colpi da maestro e i fuochi di artificio, le mosse di marketing e le scelte provocatorie che hanno creato un sussulto dalle passerelle delle sfilate delle scorse stagioni, hanno lasciato il posto al savoir-faire inteso come eleganza sartoriale. L’intenzione diffusa è quella di puntare sulla qualità dei capi e dei tessuti, sull’attenzione ai dettagli, sul recupero della maestria artigianale proponendo creazioni che si distinguono per tagli perfetti e proporzioni impeccabili.

Prada Fashion Show
Prada Fashion Show

Il ritorno alla natura di Prada

Per comprendere l’ultima sfilata di Miuccia Prada e Raf Simons, che ha dominato il terzo giorno della Milano Fashion Week Men’s, è necessario partire dalla scenografia, che gioca qui un ruolo chiave. Il défilé Prada si snoda in un’ambientazione che contrappone gli interni di un ufficio a un paesaggio naturale. Human Nature è, non a caso, il titolo della collezione uomo Autunno Inverno 2024 2025 che, rivelando la contraddittoria dualità tra questi due universi che coesistono, esamina le verità essenziali dell’umanità, i nostri impulsi innati e le nostre necessità emotive. Il set up mette a confronto due mondi antitetici – la natura al di sotto, separata da un vetro dal resto, e la vita quotidiana, fatta di sedie da ufficio, sopra. Questa dicotomia si ripercuote necessariamente anche nei capi presentati. Alla base di tutto, una dichiarazione semplice, che esprime un profondo e fondamentale bisogno umano di connettersi con il mondo circostante. La collezione Prada presentata durante la settimana della moda maschile affronta qualcosa di essenziale: l’istinto emotivo di mantenere legami con ciò che conosciamo, seguendo i cicli della natura. Si tratta di un mondo regolato dalle stagioni climatiche, non da una realtà artificiale. Come conseguenza, le creazioni di questa collezione incarnano l’idea dell’ambiente e delle stagioni. Si percepisce la sensazione dello spazio aperto, la presenza tangibile della natura e l’espressione immediata del desiderio di uscire e vivere appieno nel mondo. 

Caposaldo del guardaroba maschile per Prada, la cravatta, simbolo della divisa da lavoro ed elemento convenzionale e rassicurante, sovvertito però da dettagli stilistici controcorrente. L’obiettivo è di introdurre variabili che possano indurre ad entrare in contatto con ciò che è essenziale, immergendosi nella natura. Una tra tutte, la cuffia da bagno con texture che assume la forma di un berretto in lana e i sandali intrecciati in pelle (volutamente fuori stagione). Parte dell’universo tradizionale, che sancisce comunque una visione fatta di eleganza classica e altresì rassicurante (secondo una tendenza per la quale le maison pare stiano tornando a fare ciò che sanno fare meglio) sono i completi formali in tweed con enormi giacche, i cappotti sartoriali, la camicia e il trench evergreen. 

ZEGNA e le infinite possibilità e interpretazioni del cashmere

La trama della narrazione di Zegna per l’Autunno inverno 2024 2025 si svolge nll’Oasi del Cashmere, un laboratorio in cui avviene un rimodellamento della materia e una rimaterializzazione delle forme. Point de départ dunque di Alessandro Sartori, direttore artistico ZEGNA, è il cashmere, fibra prediletta durante la stagione fredda per la sua versatilità, preziosità e tracciabilità. Una montagna di cashmere in continua evoluzione domina la scenografia della location prescelta per la sfilata che chiude la Milano Fashion Week uomo, nell’area dell’ex Fiera Milano City. La collezione in passerella si presenta come un sistema aperto, fatto di elementi chiave che possono essere stratificati e combinati in molti modi, senza porre limiti alla libertà di espressione. Il dizionario di Zegna si compone di quattro vocaboli chiave – top, bottom, underpinning e accessori – che danno vita, sovrapposti e mixati, a frasi più complesse fatte di coordinate e subordinate. Nella collezione presentata a gennaio, le forme evolvono, sovrapponendosi e sviluppando elementi inediti come tasche generose e pratiche, maniche ampie, colletti, linguette, chiusure e coulisse. La polifunzionalità è ottenuta mediante una scrupolosa selezione e dettagli precisi, è dà vita a capi che offrono diverse possibilità d’uso. Tra questi: cappotti dai volumi generosi e piumini con cuciture a ultrasuoni, blazer con doppio collo e anorak senza colletto. Overshirt e giacche boxy con tasche strategicamente posizionate non suggeriscono solo funzionalità, ma anche una varietà di posture e atteggiamenti del corpo. Maglioni a coste e imbottiti sono concepiti come capispalla.

La stratificazione diviene la modalità che esprime il guardaroba maschile di Sartori e che si traduce tanto in una somma dei pezzi, quanto di colori, che a loro volta non sono monodimensionali, ma una sovrapposizione di tinte (nuance di bianco, ghiaccio, burro, accenti di asfalto, granito, nero opaco, foliage e blu inchiostro e pennellate di rosa alba si fondono in tinte monocromatiche o in vibranti miscele). Le texture aggiungono una dimensione tattile: shetland/cashmere multi mélange, beaver di puro cashmere, panno lavato, panno intarsiato, panno workwear 3D, pelle plongé doppiata di cashmere, spugna di puro cashmere, raw denim. 

«Come luogo fisico e modo di pensare, l’Oasi Zegna, il centro del nostro mondo, è un vero e proprio laboratorio: un luogo nel quale possiamo esplorare nuovi materiali, sviluppare nuove forme, ideare soluzioni di abbigliamento adatte al presente. Qui sperimentiamo con fibre e colori naturali, decodificando funzioni e ricodificando linee per creare un sistema aperto di elementi che libera l’interpretazione personale. Lo facciamo nella costante ricerca di bellezza ed eccellenza, con un impegno responsabile nei confronti dell’ambiente, seguendo un’idea sana di moda come trasformazione: di tessuti, colori, silhouette», spiega il direttore artistico di Zegna.

La libertà di espressione messa in scena da Zegna nella sua oasi è evidente anche nel cast che popola la scenografia, eterogeneo e inclusivo, che sfida età e genere, dando nuove interpretazioni a look identici ma ciascuno unico ed estremamente personale in cui sono le singole variabili a fare la differenza.

Fendi e il suo sogno country filtrato dallo spirito urban

La collezione FENDI uomo per l’Autunno Inverno 2024 2025 disegnata dal direttore artistico Silvia Venturini Fendi, prende ispirazione dal mondo dell’outdoor britannico filtrato dall’audacia urbana, esplorando la ricerca dei grandi spazi all’aperto. Grazie a un costante dialogo tra tradizione e tecnologia (da cui si innesca un tentativo di sperimentazione), nasce un guardaroba maschile che trae ispirazione dalla funzionalità e prende avvio dai grandi classici rivisitati, in cui spiccano pregiati dettagli sartoriali.

Fil rouge in passerella, giocando sulla dicotomia tra metropolitano e bucolico, lo spirito del kilt scozzese che si traduce in lunghi shorts plissettati accostati a stivali Wellington in pelle e calzini da trekking, e poi gonne plaid o classici pantaloni rivisti con pieghe lungo la gamba. Le silhouette abbondanti dei capispalla, con spalle raglan e bottoni in pelle, sono impreziosite da colli in pelle Selleria e in camoscio effetto velluto a coste. Fishermen coat tempestati di doppie effe, giacche cerate in tessuto impermeabile, sontuosi bomber e caban con dettagli e cuciture in shearling definiscono un guardaroba che fonde lusso e functional, attingendo a una palette invernale composta da testa di moro e granito, terra bruciata, carbone, e verde foresta, con lampi di blu, ciliegia, e giallo, in contrasto o tono su tono.

I materiali oltrepassano la stagionalità dei tessuti pesanti, includendo denim lavato e texture in lana mohair annodati, sfilacciati e lavorati a maglia a mo’ di pellicce frangiate. Parallelamente, pellami plissettati sono trasmutati in un incredibile trench e in una giacca bomber. Scintillanti satin e lurex poi, si riversano su evening dress su cui spiccano spille FF in cristallo disegnate da Delfina Delettrez Fendi, che fanno eco a una collezione sì, fatta di utility wear ma nella sua versione più raffinata. 

Restando in tema di accessori, oggetto del desiderio della collezione presentata alla Milano Fashion Week Men’s, lo speaker portatile FENDI x DEVIALET Mania. Testimone della ricerca di FENDI nei campi che vanno oltre la moda, esplorando le potenzialità della musica e della tecnologia, l’altoparlante luxury ideato dal team di ingegneri francesi di haute technologie della Devialet è racchiuso in un prezioso astuccio FF.

Recap della Milano Fashion Week Uomo: Gucci, Dsquared2, MSGM e Dolce&Gabbana

Les jeux sont faits: la quattro giorni della Milano Fashion Week Men’s ha chiuso i battenti per passare il testimone ai cugini francesi, ma non senza prima dire la sua sulla moda uomo per l’Autunno Inverno 2024 2025. Nonostante ci sia chi sostenga che la settimana dedicata alla moda maschile stia pian piano implodendo, i brand del lusso hanno portato avanti con maestria la missione avviata dal Pitti Uomo 105, di definire le tendenze del menswear per la prossima stagione fredda. Da Gucci e Dsquared2, passando per MSGM, Dolce & Gabbana e Fendi, fino a Prada e Zegna, i grandi marchi del fashion, in questo (freddo) gennaio 2024 hanno proposto la loro visione per lui e non solo; molte infatti sono state le sfilate co-ed in cui i due generi coesistono in un unico show. Uno dei grandi temi della Settimana della moda uomo ha a che fare in effetti un po’ con questo: il genderless come valore assoluto che parte fin dall’idea del capo. L’abito o l’accessorio per lui (o per lei) progettato al di là del genere, in una concezione ampia di commutabilità del guardaroba. Questo è evidente in Dsquared2, dove addirittura uno dei due designer è stato il grande ospite in passerella, sfilando a sorpresa in panni femminili, o in Gucci, che propone uno specchio al maschile della collezione donna presentata lo scorso settembre in occasione del debutto di Sabato De Sarno. Abbracciando questa tendenza, Zegna è andato oltre, facendo indossare nella sua Oasi del Cachemire la medesima creazione a modelli e modelle, mettendo in luce la transizione ininterrotta all’interno del guardaroba, in un concetto di fluidità estrema, dal maschile al femminile e viceversa. 

Il finale della sfilata di Dolce&Gabbana
Il finale della sfilata di Dolce&Gabbana

Il sequel impeccabile di Gucci

Lo show di debutto nel menswear di Sabato De Sarno ha aperto le danze della Milano Fashion Week. Il designer ha presentato la sua visione dell’uomo per l’Autunno Inverno 2024 2025 ripartendo là dove ci aveva lasciati lo scorso settembre. La sfilata del 12 gennaio è stata volutamente uno specchio della precedente: la location (l’ex fonderia Macchi) era sempre quella e poi, stesso layout, medesima coreografia e musica quasi identica (esplicativo il gran finale musicale con Ancora di Mina, in una versione remixata da Mark Ronson, come colonna sonora). Uniche varianti: il genere dei modelli e la stagionalità dei capi. E come logica conseguenza, gli abiti si sono adattati alle nuove silhouettes e alle temperature più basse, mantenendo una perfetta complementarietà con la collezione pour elle, in un continuo gioco di rimandi, evocazioni, citazioni. Insomma, l’attesissimo sequel – lucido e coerente – dello stesso film. La storia è De Sarno a raccontarcela nel suo Manifesto, Gucci Ancora: «È una storia che nasce dalla gioia di vivere. Dalla passione e dall’umanità, dalle persone e dalla vita reale, da un fascino irriverente, dalla provocazione e dalla sicurezza di sé, dalla semplicità, dalle sensazioni repentine e dalle emozioni. Da una forma d’arte precisa, fatta di parole – parole nelle opere, parole nelle foto, parole negli spazi, solo parole. È una storia di ricchezza e di desiderio».

Gucci
Milano Fashion Week Uomo
Milano Fashion Week Uomo
Milano Fashion Week Uomo
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Protagonisti assoluti della collezione proposta dal designer, i capisaldi del guardaroba maschile: il cappotto sartoriale in primis, per il quale lui stesso dichiara un amore viscerale, e che diventa qui fluido grazie ai profondissimi spacchi sul retro, che amplificano il movimento, la camicia e il mocassino in formato brothel creepers. La palette abbraccia le tonalità classiche del nero, del bianco e del beige con lampi di blu, verde e rosso ciliegia, nuance ormai iconica: «È una storia di ricchezza e di desiderio. Di rosso, ma anche di blu e di verde. Di flash e di spontaneità, di una festa alle prime luci del mattino». L’effetto è minimal, essenziale, sobrio, pur senza rinunciare a qualche vezzo come la sciarpa di seta al collo, i cristalli abilmente disseminati su colletti e gilet e i metallici collier: «È una storia di oggetti – lucenti, freddi al tatto ma caldi nell’anima e nel cuore. Oggetti attraenti e da collezionare, non per un museo, per essere indossati nella vita di tutti i giorni».

Gucci
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Gucci

Il gioco dei doppi di DSQUARED2

Ultimo appuntamento del primo giorno della Settimana della moda uomo milanese, Dean e Dan Caten, per la sfilata della collezione co-ed per l’Autunno Inverno 2024 2025 hanno proposto l’idea del doppio, portando in passerella coppie di gemelli (24 per l’esattezza tra maschi e femmine). E chi meglio di loro poteva proporre una riflessione sulla rappresentazione simmetrica della stessa realtà? In una modalità autobiografica, il duo di designer canadesi ha offerto infatti, giocando sul concetto del duplice, della diversità nell’uguaglianza, dell’affermazione prepotente della propria unicità, uno spettacolo divertente e provocante Caten-style. E dunque, va in scena un cast composto da coppie di twins che simulano una magia: uno dei due in look da giorno entra in una sorta di extreme makeover machine e ne esce con outfit da sera, generando un effetto wow in cui emerge con evidenza il divario tra ruvido e raffinato. Una vera e propria metamorfosi che mette in mostra i due stili che caratterizzano Dsquared2, esplorando così la poliedricità della maison.

Per il giorno domina il denim passe-partout, elaboratissimo e dove nulla è lasciato al caso (il jeans è macchiato ad arte di fango e neve), le camicie a quadri legate in vita e le felpe con strappi e catene in un mix sovrapposto di volumi ampi e linee aderenti. I tagli sartoriali si impongono invece sui look by night, sensuali e lucenti, impreziositi da luminose paillettes, preziosi velluti, pietre colorate e pelle lucida. Borse e calzature evidenziano ancor più il gioco antitetico: bag in suede consumato e borse Gothic Belt Bags in jacquard fanno da contraltare alle pochette D2 per entrambi i sessi, in raso e pelle stampata in pitone. Sneakers, anfibi e Sasquatch ai piedi, si contrappongono a stivali con tacco per lui e a décolleté con cinturino alla caviglia e tacco alto per lei. Uno show in cui provocazione e sperimentazione tengono banco rivela un finale del tutto a sorpresa che vede i due stilisti diventare protagonisti loro stessi dello show. Uno di loro sfila in passerella in tailored trousers e camicia semi trasparente tempestata di lucentissimi cristalli; superata la macchina della trasformazione, ne esce l’altro in versione sbalorditiva: sulle note di Freedom di George Michael, il fratello appare nei panni di una sexy drag queen in abito nero bustier e chioma rosso fiammante. Non solo quindi, una riflessione gioiosa sulla diversità e l’unicità di ognuno ma anche sul dualismo maschio/femmina che convive in ognuno di noi. 

Milano Fashion Week Uomo
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La velocità di MSGM

In un’epoca in cui la vita frenetica (che colpisce in particolari gli abitanti delle grandi metropoli) non lascia più spazio alla riflessione, al raccoglimento, alla meditazione intesa come rielaborazione del vissuto quotidiano, Massimo Giorgetti, per la sfilata della collezione uomo MSGM per la prossima stagione fredda, apre uno scorcio sul concetto di velocità (chè è ormai un’iper-velocità). Punto di partenza della sua riflessione è la città di Milano. Location prescelta per dare forma al suo pensiero, a un livello profondo, altresì sotterraneo, in tutti i sensi, è la fermata della metropolitana milanese Porta Venezia, già nota come rainbow station della città meneghina. Centro dinamico della metropoli lombarda, è il vero cuore pulsante e luogo di passaggio spesso frenetico dei milanesi che qui sono nati o che per lavoro ci sono arrivati.

Milano Fashion Week Uomo
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La collezione presentata in occasione del défilé Autunno Inverno 2024 2025 è il risultato di una collaborazione tra lo stilista e la Fondazione Franco Albini, nell’intento di celebrare il genio dell’architetto e progettista milanese che ideò la segnaletica e l’allestimento della linea M1 – meglio conosciuta dai milanesi come “la rossa” – nei primi anni ‘60. Nella pratica, il richiamo al lavoro di Albini si traduce nei corrimani tubolari, simbolo della metro, che assumono qui le sembianze di spille e intarsi sui capispalla. Come se non bastasse, Giorgetti parte per le stampe della collezione da immagini scattate utilizzando le funzionalità di Google Pixel 8, l’applicazione dotata di fotocamera basata sull’intelligenza artificiale. In questo modo, MSGM propone pattern unici, nati catturando immagini nella metro milanese che si impongono sulle polo. I capispalla sono over, cascate di cristalli si riversano su pull e shorts che si alternano a completi sartoriali in lana. Questo dialogo tra Google e la casa di moda è solo il primo di un percorso a tappe che si snoderà nei prossimi mesi. Infine Giorgetti, per non farsi mancare nulla, con la collezione Autunno Inverno svela anche una partnership con l’artista portoghese Tiago Alexandre, che si focalizza sulla velocità, qui sotto forma di motociclette i cui caschi sono protagonisti in stampe e dettagli. Lo show di MSGM vuole porsi dunque come un vero e proprio invito a rallentare: «Tutto in questa collezione è legato alla velocità, tutto va veloce; il tempo va più veloce di una moto? Una metropolitana? Della tecnologia? Potrebbe essere che questo sia ciò che chiamiamo crescere, invecchiare, vivere? Raggiungeremo mai veramente la maturità? Dobbiamo davvero andare così in fretta?».

Dolce&Gabbana e il ritorno all’eccellenza

Una prova di abilità sartoriale, un ritorno alle origini, alla tradizione, al savoir-faire, una lezione di stile o ancora un tentativo perfettamente riuscito di emancipazione dal superfluo per tendere all’essenziale. Sleek racconta, attraverso 62 look calibratissimi, che celebrano la sartoria di alta qualità, la storia tutta italiana raccontata da Dolce&Gabbana nella sfilata della loro collezione Autunno Inverno 2024 2025. Un tentativo, abilmente riuscito, di riportare la moda al centro della scena, quello messo in atto dalla coppia di designer già da qualche stagione, ma che qui raggiunge l’apoteosi in una dimostrazione di stile lucida e centrata, di eleganza e artigianalità made in Italy. Ben consapevoli del cambiamento in atto che sta colpendo la società, Domenico Dolce e Stefano Gabbana decidono di andare controcorrente puntando al recupero dei valori attraverso ciò di cui tanto loro stessi, quanto il nostro paese sono custodi: la qualità espressa attraverso gli abiti. Il colore dominante è il nero che si inserisce in una palette pulita e sobria in cui ritroviamo il bianco, il grigio e il cammello, con qualche accento di denim. I tagli sono perfetti e giacche e cappotti presentano proporzioni delicate, mai abbandonate a loro stesse: tutto è studiato nei minimi dettagli in un ensembe discreto ed essenziale ma estremamente sofisticato che attinge a elementi semplici. I designer portano in passerella i capisaldi della loro cifra stilistica elevandoli a simboli di eleganza senza tempo, pur senza abbandonare qualche chicca, come le paillettes total black e l’animalier del maxi cappotto, per un insieme ricercato fatto di virtuosismi e di abilità artigianale e in cui tutto è distintamente composto e nulla risulta fuori posto. 

Milano Fashion Week Uomo
Milano Fashion Week Uomo
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Milano Fashion Week Uomo

LE TRE SFILATE EVENTO A PITTI UOMO 105: MAGLIANO, TODD SNYDER E S.S. DALEY

Cala il sipario sull’edizione 105 di Pitti Uomo che, puntualissimo come ad ogni stagione, ha inaugurato l’anno nuovo della moda maschile – non a caso Pitti Time è il tema scelto per questo salone invernale – attraendo a Firenze migliaia di visitatori da tutta Italia e dall’estero. Per quattro giorni gli occhi sono stati puntati sulla Fortezza da Basso, storica sede della manifestazione, che per l’occasione è diventata palcoscenico d’eccezione della moda uomo Autunno Inverno 2024 2025.
Tra grandi debutti, conferme e riconferme, presentazioni, collaborazioni inedite e tantissime novità, tre sono stati gli eventi attesissimi, in formato sfilata, che hanno tenuto banco in questa edizione: gli show dei due Guest Designer con i loro brand Magliano e S.S. Daley e poi, il défilé del Designer Showcase, Todd Snyder.

Pitti Uomo 105
Magliano Fashion Show

Todd Snyder porta in passerella savoir-faire sartoriale e funzionalità, tra USA e Italia

La sfilata del brand eponimo di Todd Snyder, Designer Showcase designato di Pitti Uomo 105, è andata in scena il primo giorno di apertura della kermesse fiorentina, nella cornice della Stazione Leopolda. Acclamato come uno dei menswear designer statunitensi più influenti della sua generazione, lo stilista ha presentato alla stampa e al pubblico della manifestazione fiorentina la nuova collezione del marchio. Lo show si è confermato l’appuntamento internazionale di moda maschile più atteso nell’ambito della manifestazione, dopo ben quattro anni di assenza dello stilista dalle passerelle e per la primissima volta al di fuori di New York.

Nativo dello Iowa e di origini olandesi (coincidenza, il suo cognome significa sarto in olandese), lo stilista porta sul catwalk il proprio stile distintivo partendo dalle fondamenta del tailoring classico e presentando la sua capsule nata dalla collaborazione con Woolrich. Un point de départ per il 54enne americano che, dopo il successo in madrepatria – dove conta una quindicina di store, di cui quattro nella Grande Mela, e che dovrebbero diventare 20 entro fine anno – si apre così anche al mercato europeo, e lo fa con il botto.
Ben 81 look sfilano in passerella, di cui 31 tratti, appunto, dalla collezione Woolrich Black Label, di cui Snyder è direttore creativo da novembre 2023. Tra questi, spicca la rivisitazione in pregiato cashmere della Buffalo check shirt e una nuova interpretazione dell’Arctic Parka, capospalla ispirato alle epiche imprese dell’ammiraglio Richard E. Byrd alla fine degli anni Trenta, in particolare durante la prima missione scientifica americana nell’Antartide.

Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105

Dalla Leopolda si propaga la passione per la sartorialità di Todd Snyder, fatta di virtuosismi e savoir-faire artigianale, in una visione però che abbraccia anche la funzionalità. Nel suo ampio guardaroba convivono infatti con armonia outfit eleganti, caratterizzati da proporzioni ampie, e capispalla dall’anima sportiva e urban. I pantaloni, inclusi i bermuda, sono over e, nella maglieria, le fantasie, che evocano atmosfere nordiche, ben si conciliano con le fibre di qualità utilizzate. Il designer infatti, dedica particolare attenzione alla selezione delle materie prime, molte delle quali di origine italiana. Tra Stati Uniti ed Europa, attingendo tanto dal passato, quanto dal presente, contemplando contesti metropolitani e natura, in un mix di lusso e outdoor, emerge l’interpretazione della moda uomo di Todd Snyder che attraversa confini ed epoche, creando un connubio affascinante tra l’eleganza sartoriale à la Snyder e il vibrante spirito urbano newyorkese di cui si fa portavoce.

Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
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Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
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Luca Magliano fa sfilare la sua ‘Nostalgia’ al Pitti Uomo 105

Guest designer di Pitti Immagine Uomo 105, la sfilata del brand dello stilista di origini bolognesi, che ha avuto luogo il secondo giorno della manifestazione, è stato il vero evento nell’evento. Nello scenario del Nelson Mandela Forum, Luca Magliano ha fatto un salto indietro nel tempo, ripercorrendo gli esordi del suo marchio, che ha debuttato pubblicamente proprio al Pitti cinque anni or sono. Gli elementi portanti della scenografia diventano cardini attorno ai quali si snoda lo show; e dunque, la scala che unisce gli spalti del palazzetto assume un ruolo fondamentale altamente simbolico. Da qui scendono i modelli, personaggi quasi surreali, portatori sani di inclusività tipici nella poetica maglianese: loro potremmo essere noi. A passo lento procedono dall’alto verso il basso, per poi aggirarsi, talvolta noncuranti, altre volte con attitude incuriosita, tra il pubblico anestetizzato dalle note dei brani dell’artista inglese Okhy che riecheggiano nel buio della sala.

La collezione presentata è imprecisa, scomposta, indefinita e a tratti indecifrabile: un insieme rough di normalità sovrapposta, capisaldi stilistici e dettagli innovativi. First of all lo stilista classe ‘87 propone il classico secondo Magliano. Da una parte, due completi cuciti a mano realizzati in collaborazione con Kiton fanno un inchino alla sartoria napoletana e al savoir faire di cui l’Italia è ancora depositaria. Dall’altra, i blazer gessati, che quasi indomabili si sciolgono nelle loro parti di melton per aggrapparsi attorno al collo, si portano accoppiati con scarpe armate di temibili spuntoni. Il classico poi assume le sembianze del femminile in modalità sovraestesa che vale per tutto come regola assoluta altresì reversibile (altrimenti che regola sarebbe?). Si fanno portavoce di questa formula i binder curati da Untag – e chi se non loro – azienda olandese che del top a compressione ha fatto il suo baluardo, elevandolo a rivendicazione di un diritto di autodeterminazione, e che qui diventa nuovo fondamento dell’intimo. Le forme sono over e rilassate, i capi – camicie scivolate, pull, t-shirt con slogan e gonne che non identificano più un genere secondo la distinzione maschio/femmina – sono stratificati e giustapposti.

Magliano
Magliano
Magliano
Magliano

Nelle mani, sacchetti di plastica della spesa si alternano a maxi tote lucide e borsette sfiziose; in testa, i cappelli realizzati con Borsalino (il made in Italy ritorna prepotente); ai piedi le workshoes, stravolte nel design, create in partnership con U-Power e le pantofole e i mocassini da camera frutto della collab con UGG. La palette è cupa ma la volontà è fervente. La nostalgia è il motore di tutto (è Nostalghia, il film di Andrej Tarkovskij, ad aver ispirato la collezione) che esplode ne La domenica delle salme di De André, canzone iconica che sancisce il calo di sipario. Ciò che regna su tutto è un sentimento di umana autenticità che si esemplifica negli indumenti sotto forma di abiti che sono maschili e femminili, in un continuum in cui il non binario prende il posto del passato oppressivo, nel rispetto dell’alta qualità e secondo un’estetica potente e visionaria.

Magliano
Magliano
Magliano
Magliano
Magliano
Magliano
Magliano

S.S. Daley trasforma Il Pitti in un dorm-room e celebra il college-style rivisitato

Giovedì 12 gennaio è stata la volta dell’altro Guest Designer di Pitti Uomo 105, Steven Stokey-Daley, il giovane stilista inglese diventato famoso per aver vestito nientepopodimeno che Harry Styles. Dalla cornice suggestiva di Palazzo Vecchio, il designer ha catapultato gli ospiti in un dormitorio dell’Università di Oxford. Colonne di cuscini impilati hanno invaso il Salone del Cinquecento; all’ombra del Vasari, Daley, con 30 look uomo per l’Autunno Inverno 2024 25, ha celebrato il brit style diluendolo con un tocco sperimentale ed elevandolo secondo standard qualitativi che derivano dalla maestria sartoriale italiana. La maison ha infatti trasferito gran parte della sua produzione nel Bel paese: questo è evidente nel design raffinato e nelle forme precise che si impongono sulle spalle morbide degli abiti.

S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley
S.S: Daley

Nella sua eclettica visione per la prossima stagione fredda convive un connubio di stili che ridefinisce audacemente il guardaroba maschile. Nel dorm-room immaginario sfila un menswear che strizza l’occhio al college-style fatto di uniformi e simboli identitari ma al contempo all’undressing, alla libertà e alla dissolutezza. Il frac di Oxford perde gli inseparabili trousers oppure si fonde nelle sembianze di un trench, i bottoni sono slacciati, le forme over. Spicca un raincoat giallo limone e un camicia da notte con un maxi pesce blu dipinto. I modelli sfoggiano bowling bag e indossano sciarpe formato XL al collo e stringate in pelle ai piedi. Daley porta in scena un rinnovamento del guardaroba maschile, prendendo spunto da una reinterpretazione dei formalismi britannici, pur rimanendo fedele ai suoi canoni stilistici. Non a caso, casus belli o fonte di ispirazione per la collezione del brand S.S. Daley, nato nel 2020, è il romanzo A Story of a Panic di E.M.Forster del 1911, racconto della vicenda di un gruppo di turisti inglesi in vacanza in Italia. Il libro esplora i temi della paura, dell’isolamento e della rottura dell’ordine sociale: i codici più restrittivi vengono abbandonati e, come conseguenza, anche l’abbigliamento si libera aprendosi a nuove interpretazioni.

Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
Pitti Uomo 105
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Cittamani, a Milano il tempio gastronomico della cucina indiana, tra tradizione e modernità

La figura femminile del Buddah, espressione della saggezza: Cittamani è una parola carica di significato che dà il nome a uno dei ristoranti punto di riferimento a Milano per la cucina indiana, evocando un luogo di armonia e illuminazione culinaria. Tempio gastronomico e crocevia che fonde la ricchezza culinaria dell’India moderna con quella dell’Italia contemporanea, con evocazioni e riferimenti ai sapori internazionali, rispecchia fortemente lo spirito della sua fondatrice Ritu Dalmia. Chef di fama mondiale, dal talento innovativo, Cittamani è la summa del suo percorso professionale, durante il quale ha saputo interpretare i linguaggi internazionali della cucina e fonderli in modo armonioso con le radici della tradizione indiana. Confluiscono qui le sue esperienze nei vari paesi in cui ha lavorato, dedicandosi ad esplorare e apprezzare le diverse sfumature della cucina cosmopolita. 

Cittamani, il punto di riferimento della cucina indiana a Milano di Ritu Dalmia

Situato nel cuore dello storico quartiere Brera all’interno di un edificio del Novecento, Cittamani è un ristorante elegante e di design in cui i materiali di pregio come l’ottone, il marmo, la sucupira, e poi la pelle e gli specchi si sposano con i complementi e agli arredi creati artigianalmente in India. Caratterizzato da un interior elegante e raffinato, ma al contempo caldo e accogliente che, grazie alle ampie vetrate, si apre all’esterno creando un continuum con la città che lo ospita e con la quale intrattiene un forte legame. Milano è infatti il luogo scelto da Ritu Dalmia per dare avvio alla sua prima avventura europea (la chef gestisce già a Delhi il ristorante Diva Italian, la caffetteria The Cafe at ICC, il Latitude 28 e un altro Cafè Diva all’interno del Centro Commerciale Sangam a New Delhi).

La chef Ritu Dalmia, fondatrice del ristorante Cittamani

A condurla verso questa impresa è stato il suo grande amore per il Bel Paese, unito a una profonda conoscenza delle specialità gastronomiche del nostro territorio, che le ha fatto nascere un’intuizione: proporre agli italiani un punto di vista inedito sulla millenaria tradizione culinaria indiana con una prospettiva privilegiata, attraverso gli occhi della lungimirante chef. Il progetto di ristorazione, che si inserisce perfettamente in un contesto cittadino mutevole e sempre in fermento, ha preso forma grazie al sostegno nella società sudafricana Leeu Collection e del suo fondatore, l’imprenditore di origine indiana, Mr. Analjit Singh, che ha da subito creduto nell’intuito di Dalmia. 

Altro piatto servito al Cittamani
Una delle creazioni culinarie del ristorante Cittamani

Il menu del ristorante indiano Cittamani tra cultura e innovazione

Il menu di Cittamani propone una cucina indiana autentica e casalinga dai sapori delicati, nella quale le spezie sono utilizzate come vuole la tradizione, ma in maniera dosata, così da soddisfare i gusti locali. La proposta culinaria attinge a piene mani alla cultura gastronomica indiana, in particolare alla sua antica tradizione vegetariana, dando vita a una cucina moderna ed equilibrata, con ispirazioni provenienti dai piatti tipici regionali della Penisola. Non a caso, gli ingredienti utilizzati sono per la maggior parte di provenienza italiana, selezionati personalmente da Ritu Dalmia in occasione dei suoi lunghi viaggi, durante i quali è entrata in contatto con i piccoli produttori locali. Ça va sans dire, “Le spezie no”, afferma la celebrity chef, che assicura: “quelle provengono rigorosamente dall’India”. 

La carta dei vini conta circa sessanta etichette di cui il settanta per cento italiane. Tema cardine dell’offerta enogastronomica di Cittamani è il concetto di condivisione: è possibile scegliere tra una grande varietà di piatti in versione sia piccola che grande, così da degustare, sperimentare e, appunto, condividere un’esperienza variegata e multisensoriale, in cui i profumi e i sapori dell’india si mescolano a quelli a noi familiari. 

Intervista allo chef Bishnu Prasad Dhakal, alla guida del ristorante indiano Cittamani

Il team di Cittamani, multietnico e altamente qualificato, si compone di oltre dieci figure professionali con un background lavorativo internazionale. A guidare la cucina del ristorante di Ritu Dalmia, lo chef Bishnu Prasad Dhakal originario del Nepal. Professionista con una formazione culinaria nell’ambito dell’ospitalità, lo chef ha avuto l’opportunità di formarsi sotto la guida di Dalmia a partire dal 2004 presso i ristoranti Diva. Nel suo percorso ha intrapreso varie esperienze significative in India e all’estero, che gli hanno permesso di ampliare i suoi orizzonti attingendo da contesti culinari diversi e approfondendo ulteriormente la sua passione per l’arte del food.

«La filosofia culinaria di Cittamani ruota attorno a un equilibrio armonico di sapori, rispettando l’integrità di ogni ingrediente»

Lei è originario di Nuwakot, un villaggio del Nepal. Oggi è uno chef di fama con una formazione gastronomica internazionale. Come è evoluto il suo percorso culinario rispetto agli inizi e come le tradizioni e la cultura gastronomica del suo paese rivivono nei suoi piatti?

Il mio viaggio culinario è stato un’affascinante evoluzione dalle mie radici a Nuwakot, in Nepal. Traggo ispirazione dalle ricche tradizioni e dalla cultura gastronomica della mia terra d’origine, infondendole nei miei piatti per creare una miscela unica di sapori che riflettono la mia eredità.

Qual è la filosofia culinaria di Cittamani e come si riflette nelle vostre proposte culinarie?

La filosofia culinaria di Cittamani ruota attorno a un equilibrio armonico di sapori, rispettando l’integrità di ogni ingrediente. Questa filosofia è evidente nei nostri piatti, in cui ci sforziamo di offrire un’esperienza sensoriale che trascende i confini culturali.

«Bilanciare le tradizioni regionali indiane con i sapori locali italiani al Cittamani è un’arte»

Cittamani è noto per la sua varietà regionale di piatti indiani. Come equilibrate la tradizione regionale con l’adattamento ai gusti locali? Qual è il suo approccio nell’integrare ingredienti locali italiani senza compromettere l’autenticità dei piatti indiani?

Bilanciare le tradizioni regionali indiane con i sapori locali italiani al Cittamani è un’arte. Integriamo con cura gli ingredienti locali italiani senza compromettere l’autenticità dei nostri piatti indiani. È un processo delicato che implica la comprensione dell’essenza di entrambi i mondi culinari.

Quali sono gli ingredienti e le spezie che considera fondamentali per creare piatti indiani di alta qualità? Quali sono gli ingredienti chiave che definiscono la vostra cucina e come li selezionate?

Gli ingredienti chiave e le spezie svolgono un ruolo fondamentale nella preparazione di piatti indiani di alta qualità. In Cittamani diamo priorità a ingredienti come spezie aromatiche, erbe fresche e proteine di qualità, accuratamente selezionate per definire il carattere unico della nostra cucina.

«Cittamani è impegnato nella sostenibilità, che si riflette nella scelta di ingredienti di alta qualità e di provenienza etica»

Cittamani è impegnata nella sostenibilità e nell’utilizzo di ingredienti di alta qualità. Quali iniziative avete intrapreso a questo proposito?

Cittamani è impegnato nella sostenibilità, che si riflette nella scelta di ingredienti di alta qualità e di provenienza etica. Abbiamo implementato iniziative per ridurre gli sprechi alimentari, abbracciare fornitori locali e contribuire a una pratica culinaria più sostenibile e attenta all’ambiente.

Quali sono le sfide e le opportunità che dovete affrontare per portare la cucina indiana a Milano, considerando la diversità gastronomica della città e la vivace scena culinaria milanese?

Portare la cucina indiana a Milano comporta sfide e opportunità. Navigare nella variegata scena culinaria milanese richiede un approccio ponderato per distinguersi. Vediamo la diversità della città come un’opportunità per mostrare la ricchezza dei sapori indiani, creando uno spazio unico per Cittamani nel vivace panorama gastronomico milanese.

The St. Regis Rome e Coreterno: lusso e modernità, ospitalità e design, arte e savoir-faire

Un sodalizio tra due realtà di eccellenza in cui le peculiarità si intrecciano, dando vita a una sinfonia tra l’arte dell’ospitalità e l’estetica contemporanea, prende forma nella suggestiva cornice della Città Eterna. Un’armoniosa fusione di due mondi eterogenei, ciascuno caratterizzato da esclusività, maestria e savoir-faire, è alla base della straordinaria collaborazione tra il prestigioso The St. Regis Rome, punto di riferimento dell’hotellerie internazionale dal 1984, e la rinomata maison di lifestyle Coreterno. Un connubio inedito tra storia ed innovazione, quello tra l’iconica struttura di hotellerie e il brand romano, in cui la diversità diventa un punto di forza, generando nuove prospettive, idee e approcci creativi. Una sinergia questa, in cui la ricchezza delle differenze contribuisce a creare un’esperienza inattesa, volta a valorizzare il made in Italy attraverso l’alto artigianato. 

«Il The St. Regis Rome è il frutto del lavoro di grandi collezionisti che hanno portato qui pezzi unici. Ci sono ovunque riferimenti all’arte classica, greca, romana. In generale l’hotel mostra una grande attenzione per l’arte. È un ambiente molto classico che di fatto è il nostro punto di partenza da andare poi a reinterpretare, anche in maniera iconoclasta alcune volte, per rendere il tutto più vivo e contemporaneo. L’obiettivo più grande attualmente perseguito dall’albergo è infatti quello di costruire un’immagine del The St. Regis meno classica e più proiettata verso il futuro», spiega Michelangelo Brancato, direttore artistico di Coreterno.


La partnership tra The St. Regis Rome e Coreterno si esprime su un duplice fronte: da una parte, con il restyling della Blue Library, uno degli ambienti simbolo dell’hotel emblema dell’ospitalità italiana, nonché cuore pulsante della maestosa struttura; dall’altra, attraverso la collezione Visions of Grace, gamma di luxury amenities dall’anima contemporanea, creata per le suites dell’albergo.

Il restilyng della Blue Library al The St. Regis Rome

Inaugurato come Le Grand Hotel da Cesar Ritz nel 1894 su progetto dell’architetto Giulio Podesti e dell’artista Mario Spinetti, che ha curato gli affreschi interni, The St. Regis Rome, oggi completamente rinnovato, è l’hotel emblema della città di Roma. Sensibilità artistica e una visione creativa fortemente contemporanea, ma con uno sguardo verso il futuro sono le caratteristiche che accomunano il The St. Regis a Coreterno, brand romano con un’impronta cosmopolita e dedito alla costante ricerca del bello. 

La prima tappa della collaborazione tra The St. Regis Rome e Coreterno è stata il restyling della Blue Library dell’hotel. Ambiente fulcro della struttura di lusso, rifugio ideale per conversare di cultura e arte durante l’ora del tè pomeridiano o per un bicchiere di buon vino, Coreterno ha saputo trasformare questo spazio raccolto in una raffinata oasi color blu zaffiro, tonalità che ricorre nelle aree comuni dell’albergo. A dominare l’area firmata Coreterno è il grande visual su tela Believe in the beauty of your dreams.

Candele, profumi e cuscini – tutti prodotti esclusivi del brand e disponibili anche per l’acquisto – si integrano armoniosamente sugli scaffali, tra i libri e sulle sedute creando un continuum con i suoi lampadari in cristallo stile impero, lo specchio veneziano decorato e il camino in marmo nero. La Blue Library by Coreterno rappresenta così un luogo magico che sembra essere sospeso nello spazio e nel tempo: una stanza nella quale rifugiarsi dalla frenesia cittadina lasciandosi trasportare attraverso un’esperienza multisensoriale, in cui anche le note olfattive delle fragranze per ambiente del marchio romano giocano un ruolo importante. 

L’estetica di Coreterno si fonde con gli ideali di The St. Regis Rome

Nella Blue Library tutti i capisaldi alla base della filosofia di Coreterno sembrano raggiungere l’apoteosi, sposando gli ideali di bellezza e i canoni estetici di The St. Regis. Il jeu di contrasti, parte dell’immaginario di Michelangelo Brancato, trovano qui massimo risalto: luce e oscurità, vecchio e nuovo, sacro e profano si fondono in un baccanale contemporaneo che, non a caso, si compie sullo scenario della città capitale d’Italia. Due infatti, sono i luoghi geografici che hanno ispirato il designer: la Roma barocca, la città eterna, culla del marchio, e New York, metropoli dirompente e instancabilmente all’avanguardia, teatro della crescita professionale di Brancato. I riferimenti alle aree epoche storiche e ai movimenti artistici (dall’estetica punk rock all’arte rinascimentale), le suggestioni provenienti dalle diverse aree e contesti culturali, attingendo tanto dalle teorie del passato, quanto alle tecniche più innovative di arte digitale compongono un mosaico di reference che convivono in un mix sapientemente dosato e mai eccessivo. 

I prodotti Coreterno mostrano un'estetica peculiare, tra stile punk-rock e arte rinascimentale
I prodotti Coreterno mostrano un’estetica peculiare, tra stile punk-rock e arte rinascimentale

«Nascere a Roma è sicuramente una grande fortuna; sei costantemente circondato da opere d’arte e capolavori. Sei imbevuto nel mondo dell’arte. E proprio l’imprinting che Roma mi ha saputo dare è parte del mio progetto. Ispirato dalla bellezza della città ho voluto coinvolgere l’estetica classica e rinascimentale, ma anche quella vittoriana, elisabettiana e un po’ tutto lo stile dell’800.Coreterno riflette perfettamente la mia natura artistica e la mia passione nel collezionare opere antiche.» Così Michelangelo Brancato racconta il variegato universo di Coreterno. «Altra componente importantissima è la passione per la musica, in particolare la mia esperienza punk-rock. Il brand è una sorta di mix tra simbologia punk-rock anni ‘70/’80 ed estetica classica. Coreterno infatti attinge da una grande classicità ma è fondamentalmente molto proiettato verso il futuro.»

Inoltre, sapienza artigianale e scrupolosa attenzione ad ogni dettaglio definiscono tutte le creazioni della maison. Il risultato di questo incontro raffinato di mondi eterogenei, che si esprime a pieno nella Blue Library di The St. Regis Rome, è sbalorditivo da un lato e accogliente dall’altro. Stupefacente e magnetico, meraviglioso e avvolgente. 

Visions of Grace, la collezione di amenities by Coreterno

La seconda tappa della collaborazione tra The St. Regis Rome e Coreterno prende forma nella collezione Visions of Grace, una gamma di amenities realizzate per le suites dell’hotel in cui Il lusso si fonde con la sostenibilità. Punto di partenza è un pattern esclusivo – tocco distintivo di Michelangelo Brancato  – protagonista della collezione: il classico motivo ottocentesco di fondo con un foliage francese fa da cornice agli altorilievi neoclassici in stile romano. Così, Coreterno rende omaggio all’eredità ottocentesca dell’edificio che incontra, grazie alla creatività di Brancato, la classicità della città in cui si trova.

Pattern firmato Coreterno per The St. Regis Rome
Pattern firmato Coreterno per The St. Regis Rome

«Ci è stato chiesto di realizzare un pattern che potesse essere proprio dell’albergo per poi essere utilizzato su diversi materiali e oggetti (come vestaglie, ciabatte, cappellini ecc.). Anche se Coreterno nasce a New York, la collaborazione con il The St.Regis ci ha permesso di celebrare la città di Roma, dove il progetto del brand è stato inizialmente concepito», racconta il designer.

L’ispirazione invece, arriva dalla fragranza Punk Motel, eau de parfum signature del brand romano, luminoso e delicato ma allo stesso tempo di carattere e avvolgente. 

Sostenibilità e rispetto per l’ambiente poi, sono temi cardine nell’esperienza di lusso offerta da The St. Regis e Coreterno. Tutti i prodotti sono stati ideati infatti, secondo un concetto di circolarità, utilizzando materiali riciclati come alluminio, plastica riciclata e cotone organico. 
Visions of Grace include toiletries (tra cui balsamo labbra, colluttorio, sapone intimo – prodotti non sempre disponibili negli hotel) ispirate all’eau de Parfum Punk Motel, tote bags, bucket hats e roomware realizzati con tessuti pregiati. Nella zona vanity delle stanze spiccano due preziosi dispenser in ceramica contenenti crema corpo e sapone per le mani. Ai bordi della vasca i sali da bagno sono presentati in un packaging rigorosamente in alluminio, materiale eco-friendly.

La presentazione della partnership The St. Regis Rome e Coreterno al Lumen Cocktail&Cuisine

La collezione Visions of Grace è stata presentata lo scorso 28 novembre con un cocktail party presso il Lumen Cocktail&Cuisine, il lounge bar dell’hotel. Con il suo elegante bancone dai toni dell’oro e del nero incorniciato da una bottigliera di vetro blu retroilluminata, è il key point dell’albergo. Lumen pulsa di vita in ogni momento della giornata, con eventi di richiamo come le Lumen Society Nights, il brunch con concerti dal vivo di jazz d’autore e il dinner-show ReJezz del venerdì sera. Questo luogo simboleggia a pieno la façon de vivre del The St.Regis Rome esplicitando la filosofia alla base dell’albergo romano, l’expertise nel campo dell’ospitalità e la capacità di trasmettere la sensazione del sentirsi a casa in viaggio, unendo arte, cucina e musica tutti i giorni dell’anno attraverso un vivace calendario di eventi.

Per l’occasione, il mixologist e naso Oscar Quagliarini ha proposto un nuovo cocktail ispirato all’eau de parfum Punk Motel: realizzato con un liquore alla rosa, un bitter di bacche rosse, un sodato al bergamotto e pompelmo rosa creato in laboratorio dallo stesso Quagliarini. Prima che sia servito una fragranza edibile alla rosa bianca e bergamotto viene spruzzata per completare il cocktail signature che diventa così un vero e proprio viaggio multisensoriale.

Stasera si cena negli anni Ottanta (grazie alla Vodka Cabiria)

Come accostare la vodka premium Cabiria, distillato pregiato made in Italy, ai mitici anni Ottanta? Marco Schiavo propone le sue cene a quattro mani in giro per l’Italia

Alla radio imperversano le hit del momento, da Thriller, del re del pop Michael Jackson, a Like a Virgin di Madonna. Sul grande schermo Michael J. Fox – aka Marty McFly – viaggia nel tempo a bordo della sua ​​DeLorean e Sylvester Stallone, nei panni di Rocky, manda al tappeto Ivan Drago. Cindy Crawford e Naomi Campbell calcano le passerelle delle più celebri griffe della moda. In una notte d’estate, la Nazionale Italiana solleva la Coppa del mondo allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid. Le strade sono un tripudio di spalline oversize, giacche di pelle, leggings fluo e accessori sgargianti. Sono gli anni Ottanta, l’epoca degli eccessi.

Trasformazioni sociali, cambiamenti culturali e un’esplosione di creatività in diversi settori hanno caratterizzato questo periodo, permeando la storia e la cultura popolare. Ma non solo nel cinema, nella musica, nella moda e in tutte le sfere creative: gli anni Ottanta hanno lasciato un’impronta indelebile anche in campo gastronomico. La cucina di questo decennio si è contraddistinta per le forti influenze internazionali e ci ha donato in eredità piatti e ricette che utilizzano ingredienti provenienti da tutto il mondo, come la vodka.

Questo distillato di origini russe era spesso utilizzato in cucina per insaporire salse, marinare carne e pesce. Oppure, semplicemente, per aggiungere un tocco di vivacità a piatti. La sua versatilità permetteva infatti di apportare un sapore unico e aggiungere profondità a diverse preparazioni culinarie.

Bottiglie di Vodka Cabiria
Bottiglie di Vodka Cabiria

L’avventura temeraria di Vodka Cabiria alla riscoperta dei piatti in auge negli anni Ottanta

In un momento in cui per creare cose nuove si guarda spesso al passato – non senza una certo senso di nostalgia – Marco Schiavo, quinta generazione alla guida dell’eponima distilleria di famiglia, a Costabissara, in provincia di Vicenza, tra le più antiche in Italia e da oltre un secolo specializzata nella produzione di spirit di qualità, si lancia in un’audace impresa.

Il temerario imprenditore veneto attinge a grandi mani alla cucina degli anni Ottanta a base di vodka, riportando in auge ricette andate ormai perse e facendo assaporare i piatti tipici di quell’epoca a chi quegli anni non li ha vissuti. Ovviamente, Schiavo aggiunge il suo tocco ai piatti, esaltando le ricette con la sua pregiata creazione: la vodka premium Cabiria – Nata dal Fuoco.

Ispirato alla pellicola del 1957 del regista riminese Federico Fellini, Le notti di Cabiria, quello della Distilleria Schiavo è un prodotto nobile, realizzato con l’ambizioso obiettivo di risalire all’essenza del distillato, andata perdendosi nel tempo a causa dei processi produttivi industriali.

«La nostra volontà è di andare controcorrente rispetto alle mode del momento per restituire, a un prodotto nobile come la vodka, il suo splendore degli anni ‘80», spiega Marco Schiavo.

La preparazione dei cocktail durante la cena a quattro mani
La preparazione dei cocktail durante la cena a quattro mani ispirate agli anni Ottanta

Marco Schiavo e la sua Distilleria Schiavo tra tradizione, savoir-faire e innovazione


La Distilleria Schiavo di Costabissara nasce nel 1887 per opera di Domenico Schiavo che si era cimentato originariamente nella distillazione a domicilio. L’azienda per cinque generazioni ha lavorato ininterrottamente fino ai nostri giorni continuando a ricorrere al metodo tradizionale discontinuo in alambicchi di rame, con vapore a bassa pressione. Questo sistema permette di produrre prodotti di nicchia e di altissima qualità, come la grappa di casa Schiavo.

Marco Schiavo, oggi al timone dell’azienda, non solo ha aperto la distilleria ai mercati europei e mondiali con nuove strategie di marketing e distribuzione, ma ha anche creato con successo il brand Gajardo Bitters, rivolto al mondo della miscelazione e vincitore del World Best Bitter nel 2019.

La preparazione dei cocktail durante la cena a quattro mani
La preparazione dei cocktail durante la cena a quattro mani ispirate agli anni Ottanta

Vodka premium Cabiria: altissima qualità e attenzione alla sostenibilità

Prodotto rigorosamente italiano, la Vodka Cabiria è il risultato di una lenta tripla distillazione di grani teneri italiani di eccellente qualità, sapientemente mescolati con l’acqua proveniente dal territorio vicentino. Questa scelta non solo conferisce al prodotto un tocco di territorialità, ma riflette anche un impegno per la sostenibilità ambientale, grazie inoltre all’utilizzo del filtro a carta micron che, da una parte esalta il sapore gentile e aromatico, dall’altra contribuisce all’impegno dell’azienda per il rispetto ambientale.

Il distillato Schiavo, si caratterizza per un aroma delicato e accenni erbacei che sono attribuibili alla presenza di nigella sativa, una pianta dall’utilizzo millenario nota per le sue proprietà emollienti, nutritive e lenitive, usata sia in fitoterapia che in omeopatia. La nigella, protagonista nella vodka Cabiria, non solo contribuisce ai sentori distintivi del prodotto ma anche alle sue proprietà benefiche. Questa presenza è raffigurata anche sull’etichetta del prodotto, adornata da due pantere e foglie della foresta, habitat naturale di questa pianta ricca di virtù.

Un Martini Cocktail preparato con la Vodka Cabiria
Un Martini Cocktail preparato con la Vodka Cabiria

La tappa milanese del menu anni Ottanta di Marco Schiavo al Café Gorille

Per realizzare il suo coraggioso progetto e far riscoprire l’uso della vodka in cucina, Schiavo se ne va in lungo e largo per l’Italia e organizza cene a quattro mani, proponendo ai suoi ospiti piatti dal sapore anni Ottanta enfatizzati dalla sua vodka Cabiria.

Per la tappa milanese, complice della sua temeraria avventura è stato Emanuele Coronini, titolare del Café Gorille, locale punto di riferimento da quasi un decennio nel vibrante quartiere Isola. I due, con sfrontatezza e un pizzico di incoscienza, hanno presentato un menù che è un triplo tuffo carpiato negli anni Ottanta, scandito da quattro piatti accompagnati da altrettanti drink d’autore: come antipasto, cocktail di gamberetti in salsa rosa; a seguire, pennette alla vodka; poi, manzo alla Stroganoff; infine, salame al cioccolato.

In abbinamento ai piatti, Schiavo e Coronini hanno proposto quattro cocktail realizzati ad hoc, tutti rigorosamente a base di vodka Cabiria: French 75 twist vodka ad accompagnare l’antipasto, Bloodymary da sorseggiare con il primo, Martini Cocktail con il secondo ed Espresso Martini per concludere il pasto. Il risultato: un menù retrò ma dal carattere innovativo, ricette dai sapori intensi e avvolgenti e piatti gustosi e quanto mai contemporanei. 

La pasticceria incontra la couture per il Natale 2023: il Panettone d’Oro Moschino per Martesana

Italianità, ricerca, altissima qualità e attenzione meticolosa per i dettagli, uniti a passione, savoir-faire e creatività. Questi sono i fondamenti cardine alla base della prestigiosa collaborazione tra Moschino e la storica insegna milanese di pasticceria, Martesana.

Il pretesto per questa iconica partnership è duplice: da un lato i quarant’anni della celebre maison fondata da Franco Moschino nel 1983; dall’altro, il periodo più magico dell’anno, il Natale. Il risultato di questa unione tra haute couture e haute pâtisserie assume le sembianze del dolce meneghino delle festività per eccellenza, tanto apprezzato e amato in ogni dove, rivisitato per l’occasione in chiave fashion. Il lievitato natalizio milanese, nelle mani sapienti del Maestro Vincenzo Santoro – patron di Pasticceria Martesana – rende omaggio al fondatore della casa di moda italiana e alla sua inestimabile eredità. La partnership plasma quello che è già destinato a diventare l’oggetto del desiderio per gli amanti del bello e del buono: il Panettone d’Oro

Il Panettone d'Oro Moschino per Martesana
Il Panettone d’Oro Moschino per Martesana

Moschino per Martesana: una limited edition ispirata all’arte manifatturiera italiana

Una scintillante glassa dorata, nocciole IGP Piemonte e granella di nocciole vestono il panettone tradizionale Martesana, creato, o meglio disegnato, dal Maestro Santoro: nasce così il Panettone d’Oro Moschino per Martesana. Un rivestimento prezioso questo, che cela un panettone classico di altissima qualità, dall’impasto lavorato 48 ore e preparato con uno dei lieviti madre più antichi di tutta la città. Arancia italiana candita in due varianti, uvetta golden e vaniglia Tahiti coronano il dolce meneghino, regalando quegli irresistibili profumi e sapori tipici del Natale.

Una raffinata creazione, quella nata dal sodalizio tra i due marchi d’eccellenza che consegna un oggetto in limited edition che rimanda all’arte manifatturiera italiana. Il Panettone d’Oro sembra infatti, quasi un gioiello, custodito, non a caso, all’interno di una cappelliera da collezione nera con i loghi sfavillanti dei due brand. Risultato della collaborazione tra la maison celebre per il suo stile unico, ironico e provocatorio e l’insegna che da oltre cinquant’anni scrive la storia della pasticceria italiana è dunque un vero capolavoro artigianale. 

Panettone Moschino Martesana
Il Panettone d’Oro Moschino per Martesana

Una sana contaminazione 100% Made in Italy tra cibo e moda

«Questo progetto vuole essere un racconto dedicato a Milano, oltre che un tributo a due pilastri indiscussi del Made in Italy: il cibo e la moda. Una sana contaminazione di storia, creatività e sostanza con l’obiettivo di promuovere una cultura del dolce all’insegna del saper fare italiano. È stato un onore aver potuto collaborare con un mostro sacro della moda dal calibro di Moschino». Così ha affermato Marco Marsico, head of sales & marketing di Martesana, entusiasta della partnership.

Il Panettone Moschino limited edition è disponibile sul sito ufficiale di Pasticceria Martesana e nelle botteghe Martesana di Milano (Cagliero, Sarpi, Porta Romana, S. Agostino e Mercato Centrale). È inoltre acquistabile sull’e-commerce di Moschino e presso le boutique del brand. 

Puglia Paradise: alla scoperta dell’incantevole Valle d’Itria, la terra dei trulli

In un’area della Puglia centrale, a metà strada tra Bari, Brindisi e Taranto, lontano dai clamori della costa salentina, si estende la Valle d’Itria, una destinazione meno battuta dai principali itinerari turistici e forse, già solo per questo, meta ideale per evadere dalla frenesia e beneficiare di un’atmosfera unica ed autentica, scandita da ritmi lenti e tranquilli.
Meno gettonata sì, eppure qui, le peculiarità paesaggistiche e il patrimonio artistico-culturale definiscono un luogo carico di fascino. Questa zona merita infatti, un viaggio attraverso le ricchezze naturalistiche che delineano il territorio: a picco sul mare cristallino, disegnato da dolci colline e da file infinite di uliveti secolari, la Valle d’Itria coincide con la parte meridionale dell’altopiano delle Murge. Inoltre, tra le bellezze artistiche (la zona è conosciuta anche come la Valle dei trulli, fra i quali spiccano i celebri trulli di Alberobello, Patrimonio Unesco dal 1996), la storia e l’enogastronomia (le prelibatezze non mancano, dalla pasta fresca fino ai prodotti locali come l’olio e il vino), la Valle d’Itria si afferma come tappa obbligata alla scoperta dell’Italia del sud.

  Trullo Pia, Valle D'Itria
Trullo Pia

La Valle d’Itria, la terra deI trulli 

Autentici gioielli architettonici, simboli della tradizione e dell’ingegno umano, i trulli sono costruzioni tradizionali della Valle d’Itria, risalenti al XVII secolo. Queste singolari abitazioni dalla forma circolare sono caratterizzate da muri di pietra a secco e tetti a cupola conici e sono decorati con pinnacoli bianchi che, con le loro forme geometriche elaborate, aggiungono un tocco decorativo e simbolico alla struttura. Gli interni presentano spesso archi in pietra, pavimenti a mosaico e nicchie per conservare oggetti.

La tecnica costruttiva, tramandata di generazione in generazione, è un esempio straordinario di come gli usi e i costumi locali siano in grado di fondersi con la funzionalità, creando un patrimonio architettonico unico al mondo. Testimonianza tangibile della creatività e della maestria artigianale locale, la forma conica non solo è esteticamente gradevole, ma ha anche una funzione pratica. La cupola, realizzata senza l’uso di malta, permette di mantenere l’interno fresco in estate e caldo in inverno, creando un ambiente confortevole per gli abitanti.

Esterni del trullo Atena
Esterni del trullo Atena

Nel cuore della Valle d’Itria si trova Alberobello, la città dei trulli per eccellenza. Questo grazioso centro abitato è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1996, che ne ha riconosciuto il valore inestimabile. Gli oltre 1.500 trulli di Alberobello attirano visitatori da tutto il mondo, offrendo loro un’esperienza indimenticabile attraverso secoli di tradizione e bellezza architettonica, in una terra in cui una comunità ha saputo plasmare il suo ambiente con creatività e ingegno.

Esterni del trullo Atena, Valle D'Itria
Esterni del trullo Atena

Una collezione di trulli di lusso 

Se la Valle d’Itria attira e affascina per i suoi caratteristici trulli, un’esperienza immersiva ed esclusiva in questa area della Puglia, può definirsi tale se include un magico soggiorno all’interno di una di queste tradizionali costruzioni. Questo è possibile grazie all’idea geniale di Puglia Paradise, società di gestione di trulli e ville di lusso, con una straordinaria collezione di 21 proprietà prestigiose con servizi premium di eccellenza qualitativa. L’azienda, innovativa nel settore dell’hospitality, è stata fondata da Massimo Valentini, visionario di origini pugliesi con una specializzazione in ingegneria, un approccio internazionale, esperienze in importanti multinazionali e una passione per l’alta ospitalità.
Si tratta di un ambizioso progetto di ‘lusso diffuso’ che combina i comfort di un hotel a cinque stelle con la libertà e l’autenticità di una villa privata che si fonde nell’ambiente circostante, nonché con la tradizione architettonica locale, in un territorio ricco di storia, tradizione, cultura. Con metrature che variano dagli 80 ai 300 metri quadri, le proprietà sono caratterizzate da design sofisticato, dettagli ricercati e ampi spazi esterni con piscine e giardini scenografici. 

L’esperienza autentica ed esclusiva di Puglia Paradise

L’elemento distintivo di Puglia Paradise è il Guest Angel, l’angelo custode personale che accompagna gli ospiti durante tutto il soggiorno, secondo un metodo studiato su misura. Questo servizio di concierge personalizzato per ogni clientela offre assistenza totale, garantendo un’esperienza immersiva sin dall’inizio della prenotazione. In questa fase infatti, è già possibile selezionare tutti i servizi necessari e individuare le esperienze da vivere durante il soggiorno. Gli chef a domicilio, le lezioni di cucina, le escursioni personalizzate, o ancora le sessioni di yoga mattutine, Puglia Paradise offre, in un’ottica di estrema personalizzazione del soggiorno, tutte le competenze e le conoscenze per creare tailor-made la permanenza dell’ospite). Il Guest Angel, il sarto dell’ospitalità, è il punto di riferimento dedicato per soddisfare ogni desiderio degli ospiti.

La filosofia di Puglia Paradise si basa sulla creazione di valore in ogni fase, con una gestione professionale delle proprietà e un approccio boutique all’ospitalità. La flessibilità nelle prenotazioni, la varietà di servizi premium e i prezzi smart contribuiscono a posizionare l’azienda come un innovatore nel settore. Attraverso partnership solide e una mentalità internazionale, la società mira a valorizzare il territorio, offrendo agli ospiti un’esperienza autentica e indimenticabile in Puglia. Puglia Paradise si impone quindi come la scelta ideale per coloro che cercano il massimo del lusso, dell’autenticità e dell’ospitalità personalizzata nella suggestiva cornice della Puglia. 

Trullo Ermes
Trullo Ermes

Un’esperienza fine dining sul Lago di Como al ristorante Visteria a Varenna

Wisteria è il nome scientifico di un genere di piante rampicanti originarie dalla Cina, più note con il termine comune di glicine. In primavera il glicine fiorisce producendo splendidi grappoli color lilla, rosa o bianco. Un magnifico pergolato di glicine campeggia all’esterno dell’hotel Royal Victoria – antica dimora patrizia che sorge nel centro storico del grazioso borgo medievale di Varenna –, regalando tra aprile e maggio scenografiche e suggestive fioriture che tingono di viola e inondano con il loro avvolgente profumo tutto lo scenario, dando vita a un quadro incantevole.
Affacciato direttamente sul lago di Como, da qui, come dalle vetrate della terrazza del ristorante dell’hotel, Visteria, si gode di una vista incantevole sulle sponde lariane. Visteria, il cui nome si apre dunque a una duplice interpretazione, rimandando alle bellezze del luogo, è il fine dining restaurant dell’hotel del gruppo RCollection, nonché il punto di riferimento su questa sponda del lago per gli amanti della cucina raffinata.

Hotel Royal Victoria Varenna
Vista dell’Hotel Royal Victoria a Varenna

Visteria, il ristorante esclusivo dell’hotel Royal Victoria a Varenna

Se qui i nomi non sono mai casuali, l’hotel Royal Victoria deve il suo alla Regina Vittoria di Inghilterra che, in visita a Varenna, vi soggiornò nel 1838. La struttura fa parte del quartetto del lusso sul lago di Como, targato RCollection, gruppo alberghiero italiano guidato dalla famiglia Rocchi, orginaria di Como, appunto. Tra le altre frecce al loro arco: l’hotel Villa Cipressi a Varenna (adiacente al Royal Victoria – i due condividono magnifico Giardino Botanico che si distende dolcemente sul lago), il Grand Hotel Victoria a Menaggio, che osserva il Royal Victoria dalla sponda opposta e il Regina Olga a Cernobbio, ultima acquisizione della catena di hotellerie.

Sulle rive del Lario, l’hotel Royal Victoria si specchia nelle acque del lago, regalando scorci suggestivi a chi soggiorna in questo splendido hotel ottocentesco e agli ospiti del fine dining restaurant, Visteria, inaugurato lo scorso maggio. Aperto anche ai visitatori esterni, Visteria è il luogo perfetto per un’esperienza culinaria immersiva, sotto la guida sapiente dello Chef Francesco Sarno

Lo Chef Francesco Sarno, alla guida del ristorante Visteria

Di origini campane e con un solido background nell’ospitalità di lusso, nonostante la sua giovane età, Francesco Sarno propone una cucina ricercata esaltando i sapori della tradizione italiana. Partendo dalle materie prime, di altissima qualità e legate al territorio, rivisita i piatti tipici nostrani, in chiave contemporanea e internazionale, ma con un forte rimando ai sapori del sud Italia, di cui è portavoce, oltre che dei luoghi della sua storia personale e professionale (dalla Toscana alla Lombardia, fino all’Emilia-Romagna). Non a caso, tra i cavalli di battaglia dello Chef, troviamo il risotto limone, scampi e bufala e il bottone bufala e melanzana. 

Terrazza ristorante Visteria
Vista sul Lago di Como dalla terrazza del ristorante Visteria

Ripercorrendo il suo percorso professionale, che lo ha portato fino alla guida del risotarente Visteria a Varenna, Sarno ha mosso i suoi primi passi in una una tipica osteria campana, alla scoperta della valorizzazione di una cucina ricca di prodotti autentici e genuini. Nel tempo si è approcciato poi a diverse esperienze di ristorazione, specializzandosi nella cucina gourmet e nell’ospitalità di lusso (presso Acqua.petra Resort e SPA, luxury hotel in provincia di Benevento, e poi presso vari ristoranti stellati: I Portici Hotel di Bologna con lo chef Agostino Iacobucci, Il Castello di Spaltenna, una stella Michelin, nella brigata dello Chef Vincenzo Guarino, e il Capri Palace, due stelle Michelin).

Lo Chef Francesco Sarno alla guida del ristorante Visteria

Il menù à la carte offre una ricercata e interessante selezione di piatti: raffinate pietanze a base di carne, pesce e verdure ma con grande attenzione anche alle declinazioni vegetariane e gluten free. Inoltre, per esplorare la cuisine eccellente firmata Visteria, suggestivi percorsi di degustazione di quattro o sei portate accompagnano alla scoperta delle prelibatezze della casa, che si distinguono per l’utilizzo di ingredienti mediterranei sempre in dialogo con il territorio. 

Piacere per il palato e per gli occhi sul Lago di Como

Non solo un tempio del gusto, ma anche un luogo dal forte impatto estetico: un design ricercato contraddistingue gli interiors del locale, dove nulla è lasciato al caso. L’atmosfera ospitale e al contempo esclusiva è enfatizzata dalla scelta di materiali e delle texture: il marmo si armonizza al legno dei tavoli e al velluto delle sedute, creando un fil rouge con le trasparenze delle luminose vetrate che dominano il ristorante e ricreando così un ambiente essenziale e sofisticato.  Inoltre, in un sapiente gioco di opposizioni, si alternano nuance calde come il mattone, che richiama la storicità del luogo e l’importanza della tradizione della struttura, al blu, che ricorre nelle tende, rimandando alle suggestive sfumature del lago, che qui al Royal Victoria a Varenna è il vero protagonista.

Visteria Varenna Lago di Como
Visteria, il ristorante dell’Hotel Royal Victoria a Varenna

Assisi: spiritualità, cultura ed enogastronomia

5 luoghi da visitare, una food experience extravergine presso Il Frantoio, un momento di streetfood gourmet da Ribelle e un tuffo nel passato con vista mozzafiato al Fontebella Palace

“Fui ad Assisi: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l’arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia, con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e San Francesco.“ così Giosuè Carducci parlò della città umbra dopo avervi soggiornato per qualche mese nel 1877.  Assisi è situata alle pendici del monte Subasio, in cima ad una collina che si affaccia sulla valle Umbra. Di origine romana (Assisium era il nome con cui era chiamata dai suoi abitanti fino alla caduta dell’Impero), la città di Assisi è, a giusto titolo, inserita, a partire dall’anno 2000, nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, grazie all’unicità di “paesaggio culturale”. Sono ben cinque i criteri che ne hanno decretato l’inclusione, il primo dei quali recita:  “Assisi rappresenta un insieme di capolavori del genio creativo umano come la Basilica di San Francesco, riferimento fondamentale per la storia dell’arte in Europa e nel mondo”. Qui trovarono i natali San Francesco nel 1226 e Santa Chiara nel 1194, due figure fondamentali per la storia del Crisitanesimo e tutt’oggi la città è divenuta centro spirituale e meta di pellegrinaggi da parte di fedeli e devoti che vi giungono per visitare la Basilica di San Francesco e quella di Santa Chiara, oltre alla miriade di chiese (non a caso il capoluogo umbro è noto anche come “Città delle cento chiese”), le cripte e i luoghi sacri e miracolosi. 

Assisi però, non è solo destinazione prediletta per un turismo spirituale, ma cela molti interessanti gioielli da scoprire, come la sua Rocca, la Pinacoteca Civica, il Tempio della Minerva e la sua Piazza del Comune, che ne fanno un luogo ideale per una vacanza in modalità slow travel all’insegna del benessere interiore e alla scoperta del patrimonio paesaggistico (numerosi sono gli itinerari e i sentieri da intraprendere a piedi o in mountain bike all’interno del Parco del Monte Subasio) e culturale, in qualsiasi momento dell’anno. Senza dimenticare ovviamente, l’ampia offerta enogastronomica, espressione della tradizione umbra e dei prodotti di eccellenza della regione italiana, primo fra tutti: l’olio extra vergine di oliva.

Cinque luoghi da visitare ad Assisi

1 La Basilica di San Francesco ad Assisi

Due anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1226, Francesco fu proclamato santo da Papa Gregorio IX. Nel 1230, a meno di quattro anni dalla sua scomparsa, la Basilica di San Francesco si erigeva maestosa ad Asissi. Da secoli meta privilegiata di fedeli, appassionati di arte e di storia e turisti, la Basilica attira ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo. Seppur nell’insieme il complesso appaia come una roccaforte, è composto in realtà da due chiese sopvrapposte: la Basilica inferiore, che custodisce la cripta con la tomba del Santo, e la Basilica superiore. Entrambe rappresentano un esempio di gotico italiano, un cantiere artistico che ha permesso l’incontro degli artisti più importanti dell’epoca (tra cui Giotto, Cimabue e Simone Martini) che qui si sono cimentati nella sperimentazione di nuovi linguaggi. Tanto quella inferiore, quanto quella superiore, celano innumerevoli capolavori dell’arte italiana come la Cappella della Maddalena affrescata da Giotto o l’affresco di Cimabue nel transetto o ancora i 28 affreschi di Giotto nella Chiesa Superiore, che narrano la vita di San Francesco.

Basilica di San Francesco ad Assisi
Basilica di San Francesco ad Assisi

2 La Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola ad Assisi

Situata a quattro chilometri dal centro, la Basilica di Santa Maria degli Angeli è la seconda chiesa della città umbra ed è stata costruita con l’obiettivo di proteggere alcuni luoghi fondamentali nel percorso di vita e nel cammino spirituale di Francesco. Tra questi, la piccola chiesetta nota come Porziuncola, luogo dove il Santo compose il Cantico delle Creature e morì il 3 ottobre 1226. Inoltre, qui si trova anche il celebre Roseto con le rose senza spine (Rosa Canina Assisiensis) in cui, secondo la leggenda, una notte Francesco si rotolò per combattere contro il dubbio e la tentazione. Infine, qui ha sede anche un museo che ospita importanti opere (tra le quali, una tavola raffigurante san Francesco, attribuita al Cimabue).

Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola ad Assisi
Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola ad Assisi

3 La Basilica di Santa Chiara ad Assisi

Nel centro storico di Assisi, in stile gotico-umbro e affine alla Basilica superiore del complesso francescano, la chiesa dedicata alla Santa fondatrice dell’Ordine delle Clarisse fu costruita dopo la sua morte, tra il 1257 e il 1265. Caratterizzata da un interno a croce latina con un’unica navata, qui nel 1849 fu realizzata la cripta che oggi custodisce i resti di Santa Chiara, all’interno di un sarcofago in pietra del Subasio. Dietro l’altare si può accedere all’Oratorio del Crocifisso o delle Reliquie, dove si conserva sopra l’altare l’originale Crocifisso di san Damiano che parlò a San Francesco nell’eremo di San Damiano (il Poverello stava pregando dianzi a questa croce quando ricevette la richiesta del Signore di riparare la sua casa). Dietro una grata inoltre, sono esposte alcune reliquie dei due Santi di Assisi, tra cui il camice da diacono di san Francesco ricamato da santa Chiara, la tonaca, il mantello, il cordone di santa Chiara e un cofano coi suoi capelli.

Basilica di Santa Chiara, Assisi
Basilica di Santa Chiara, Assisi

4 La Rocca Maggiore di Assisi

Si raggiunge facilmente con una bella passeggiata dal centro di Assisi, inerpicandosi fino al colle che sovrasta la città: la Rocca Maggiore, ovvero la fortezza del borgo medioevale, risale al XII secolo, quando fu costruita come punto di avvistamento. Sopravvissuta fino ai giorni nostri, Il suo Maschio, la torre più alta, spicca al di sopra delle mura del castello e da qui si può godere di un panorama stupefacente su tutta la regione, tra i più suggestivi in Umbria: lo sguardo si perde sulle colline da Perugia a Spoleto. Nelle sale, oggi visitabili, si possono osservare ricostruzioni tematiche ispirate alla vita medioevale. Gli interni della Rocca Maggiore inoltre, fecero da sfondo nel 1972 ad alcune scene del film Fratello sole, sorella luna, diretto dal regista Franco Zeffirelli.

Rocca Maggiore Assisi
Rocca Maggiore, Assisi

5 Palazzo Vallemani e Pinacoteca Comunale di Assisi

Nelle sale al piano nobile di Palazzo Vallemani, forse il più bel palazzo di Assisi, una splendida dimora barocca dalle volte affrescate da artisti umbri e toscani seicenteschi, in Via San Francesco, a pochi minuti da piazza del Comune, ha sede la Pinacoteca Comunale di Assisi. La collezione qui in mostra raccoglie affreschi di epoca medioevale e rinascimentale provenienti da edifici civili e religiosi della città e dintorni, oltre ad alcuni dipinti su tavola e su tela dei secoli XIV-XVII. La nascita di questa raccolta avvenne a fine Ottocento, a seguito dell’Unità d’Italia (1859), con l’obiettivo di limitare la dispersione del patrimonio artistico della città con la soppressione delle corporazioni religiose a cui le opere appartenevano. Oggi, i pezzi principali dell’esposizione sono la Maestà attribuita a Giotto, un gonfalone di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno e la Vergine col Bambino, staccata da porta San Giacomo, attribuita al giovane Perugino. Al piano terra del palazzo è allestita una sala multimediale che documenta la storia della città attraverso la sua evoluzione urbanistica. Inoltre, all’interno della pinacoteca è aperta al pubblico la mostra Museo della Memoria, Assisi 1943-1944, che vuole salvaguardare il ricordo di ciò che Assisi fece per salvare gli ebrei negli anni tra il 1943 e il ’44, raccontando il ruolo svolto dai cittadini del capoluogo umbro che durante l’occupazione tedesca si prodigarono per evitare la deportazione di circa 300 loro concittadini. Sono raccolti qui numerosi documenti inediti, foto e testi relativi al periodo della Shoah e ai personaggi che si adoperarono in prima persona.

Dove mangiare ad Assisi

Il Frantoio di Assisi, Miglior ristorante d’Italia 2022 per l’Associazione Città dell’Olio 

Guidato dallo chef Lorenzo Cantoni, Ambasciatore del Gusto italiano nel mondo e Miglior Chef dell’Olio 2021 per A.I.R.O., il Frantoio, un ristorante che propone una cucina raffinata in grado di coniugare tradizione e innovazione, ricerca e creatività gastronomica. Con le sue proposte inedite, Il Frantoio è in grado far vivere ai suoi ospiti un viaggio enogastronomico gourmet nel cuore di Assisi. Un hub dell’olio extravergine di oliva, qui l’oro verde è diventato l’ingrediente principe capace di esaltare ogni piatto. Cantoni, nel menù de Il Frantoio, coniuga l’amore per la tradizione e la cultura gastronomica del proprio territorio e lo studio approfondito di un elemento fondamentale per un’alimentazione vocata all’idea di benessere, ovvero l’olio extravergine di oliva, appunto. Tre i percorsi gastronomici tra cui scegliere – eloquenti fin dal nome – come alternative alle proposte alla carta: “L’Umbria, il bosco ‘in questo momento’”, “Ti racconto la mia storia. Un viaggio dal 2001” e “Giorno dopo giorno, un lab continuo. Estratto di idee di una brigata sempre in movimento”. Un fil rouge collega le varie possibilità: le ricette create dallo chef sono tutte fondate su una fine selezione di oli extravergine di oliva per una food experience extravergine unica in Italia. Inoltre, tutte le pietanze prendono vita a partire dalla territorialità degli ingredienti (dalle verdure, alle carni, alla selvaggina, fino al pesce, con uso di erbe aromatiche e spontanee), dei sapori e dei profumi di stagione, partendo dalla tradizione, per elevarsi, attraverso una minuziosa ricerca, secondo le versioni declinate dallo chef, sempre attento a creare un equilibrio di contrasti.

Elena Angeletti e Lorenzo Cantoni

Notevole e interessante qui anche l’offerta enologica: oltre 400 etichette di vini pregiati e verticali di altissimo livello compongono la ricca enoteca de Il Frantoio per garantire abbinamenti ideali con i piatti. Oltre alle canine nazionali e internazionali, per suggellare il legame alla terra di origine e alla tradizione umbra, protagonista della carta è l’etichetta “Donna Elena”, (da Elena Angeletti, titolare dell’attività): il “Donna Elena Rosso” è un Montefalco rosso a prevalenza Sangiovese, con Merlot e una piccola percentuale di Sagrantino. Il “Donna Elena bianco” invece, è un blend di Trebbiano spoletino, Viognier e Chardonnay.

Inserito all’interno di una storica dimora nobiliare, Palazzo Illuminati Benigni (dove ha sede anche il Fontebella Palace Hotel), nel cuore del centro storico della città, presso Il Frantoio si cena all’interno di una sala che affaccia sulla vallata umbra, ammirando un meraviglio panorama godibile tutto l’anno grazie alla vetrata che delimita la parete esterna. D’estate invece, si mangia nel lussureggiante giardino sotto i portici, godendo del clima fresco di questi luoghi.

Ribelle, miglior locale Street Food 2023

Una proposta gastronomica diametralmente opposta, ma sempre attenta alla qualità degli ingredienti e agli accostamenti di sapori, partendo dalla tradizione locale per dare vita a proposte contemporanee. Locale perfetto per una pausa pranzo all’insegna dei sapori genuini, nato dall’idea di proporre cibo di strada a chilometro zero, Ribelle è una piccola paninoteca situata in via san Rufino, nel centro città. Guidata dallo stesso chef già al timone de Il Frantoio, è stata eletto campione regionale streetfood 2023 da Gambero Rosso. Il prestigioso riconoscimento le è stato conferito grazie alla sua offerta di panini gourmet caratterizzati da una combinazione attenta di pane, carne, pesce e verdure, declinata in quattro ricette esclusive: Pork (con spalla aromatizzata alle erbe spontanee, cotta a bassa temperatura per 38 ore),  Wild Boar (al cinghiale), Fish (con prosciutto di baccalà in umido), Pink (con mortadella fatta con maialino brado e composta esclusivamente da parti nobili), Red (con salamella di cervo cotto a 68 gradi) e Vegan (con burger di farro e ceci).

Con l’obiettivo poi, di diffondere anche al di fuori di Asissi i gusti locali e genuini e valorizzare le eccellenze gastronomiche umbre, nasce Ribellino. Secondo un’idea di Elena Angeletti, general manager dell’azienda, Ribelle, da paninoteca gourmet stanziale nella città di San Francesco, ha inaugurato il suo food truck per girare l’Umbria e l’Italia su quattro ruote, proponendo i panini ideati dallo chef Cantoni, rivisitati per l’occasione.

Ribelle, locale street food ad Assisi
Ribelle, locale street food ad Assisi

Dove soggiornare ad Assisi

Fontebella Palace, un hotel con vista mozzafiato nel cuore di Assisi

L’Hotel Fontebella Palace sorge all’interno di Palazzo Ferri Benigni Illuminati Scatena, un’antica dimora restaurata in via Fontebella 25, ad Assisi. Fondata nel 1971 da Giovanni Angeletti, figura di riferimento a livello nazionale per il mondo dell’ospitalità e dell’enogastronomia – Angeletti è stato socio fondatore di Federalberghi Umbria e Presidente dell’AIS Umbria, contribuendo sempre alla valorizzazione del patrimonio locale – da oltre 50 anni la struttura contribuisce alla crescita turistica del territorio. Nel corso del tempo, l’hotel a 4 stelle è divenuto infatti il “salotto culturale ed enogastronomico” della regioneoltre che punto d’incontro per i personaggi di spicco della ristorazione e dell’enologia italiana. Oggi, alla guida del Fontebella c’è la figlia Elena, general manager della struttura, che porta avanti la filosofia del padre: il piacere dell’ospitalità perseguendo sempre l’obiettivo di far sentire gli ospiti come a casa propria.

Fontebella Palace
Fontebella Palace

Ogni momento della giornata al Fontebella racconta la storia della dimora in cui si trova, dalla colazione, allestita nella sala Medievale, al tramonto nel giardino, lo splendido Rose Garden, fino all’aperitivo accompagnato dal suono delle campane della limitrofa torre del Monastero di San Pietro, contribuendo a ricreare momenti indimenticabili. Dalla sala del camino, subito all’ingresso della struttura, con lo stemma nobiliare, alla sala meeting, ogni angolo ripercorre l’illustre passato di questo palazzo. Le camere poi, sono ambienti molto diversi tra loro, a seconda del piano in cui si trovano, poiché ognuno appartiene a periodi storici diversi e si caratterizza dunque per uno stile differente, dal medievale, al rinascimentale, fino al seicentesco. 

Vista panoramica sulla città di Assisi
Vista panoramica sulla città di Assisi da una delle camere del Fontebella Palace

Ma non solo un hotel esclusivo nel cuore della città francescana, il Fontebella Palace si pone anche come un punto di incontro culturale, luogo per eventi ed esposizioni. Una mostra dedicata ad Andy Warhol a cura di Adelinda Allegretti, aperta al pubblico fino a gennaio 2024, è stata inaugurata negli spazi comuni della struttura. La rassegna presenta oltre 50 opere tra litografie e serigrafie ’after’ riunendo molti tra i soggetti più iconici dell’artista, come le zuppe Campbell’s, Marilyn Monroe, Superman, Mickey Mouse, Donald Duck e Liza Minnelli. Quella dedicata al padre della Pop Art è la prima di una serie di progetti volti ad aprire un dialogo effervescente e proficuo con la città e con i suoi abitanti.

Estate a Livigno: 5 esperienze inedite nel Piccolo Tibet

ll piccolo Tibet è l’appellativo coniato dallo scrittore Alfredo Martinelli per Livigno, località alpina dell’Alta Valtellina situata a 1816 metri di altitudine. Con un’estensione di ben 227 chilometri quadrati, Livign (così è chiamata la cittadina nel dialetto locale), è il più vasto comune della provincia di Sondrio, di cui fa parte. Un nome non casuale quello ideato dal Martinelli (autore di un libro del 1967 intitolato proprio Livigno piccolo Tibet) poiché condivide non poche caratteristiche geografiche con la regione dell’Asia orientale alla quale viene paragonata: il borgo, così come l’area himalayana, situato ad un’altitudine elevata, è inserito nell’ambito di un ampio altopiano circondato da catene montuose. Una sorta di luogo ideale nel punto più settentrionale della Valtellina tanto in inverno, quanto in estate: aria pulita, paesaggi incontaminati, scorci suggestivi sulle Alpi Retiche occidentali, patrimonio gastronomico e culturale locale e una variegata offerta di attività sportive ed escursionistiche. Fiore all’occhiello poi, nonché interessante attrattiva turistica, è la ricca proposta di esperienze lifestyle, prima fra tutte, lo shopping: Livigno gode dello status di zona extradoganale ed è quindi esente da alcune imposte; in altre parole, i prezzi di alcune tipologie di prodotti, come gli alcolici e i profumi, qui sono molto più convenienti che altrove. Tante anime diverse dunque, convivono armoniosamente in un unico luogo caratterizzato da uno scenario naturalistico mozzafiato. Se durante la stagione fredda infatti, Livigno è un vero e proprio paradiso per gli amanti degli sport sulla neve, affermandosi come una delle migliori stazioni invernali a livello mondiale per lo sci freestyle e lo snowboard (la località valtellinese ospiterà, insieme a Milano, Cortina d’Ampezzo e Bormio le gare delle Olimpiadi invernali del 2026), anche d’estate è la meta perfetta per una vacanza all’insegna dell’avventura, del relax e del buon cibo. 

Veduta sulla valle di Livigno

Estate a Livigno: 5 cose da fare

Livigno durante la stagione estiva si trasforma in una palestra a cielo aperto, dove praticare attività ideali per ogni livello, età e preferenza. La località alpina è il luogo perfetto per le discipline più classiche in montagna: mountain bike (principe degli sport estivi – nell’area si possono esplorare sulle due ruote 3.200 chilometri mappati GPS), hiking, trekking (alla scoperta di 1.500 chilometri di percorsi e sentieri che si snodano tra i boschi fino a 3000 metri di altitudine), escursionismo e arrampicata. Ci si può inoltre dilettare in una tra le tante discipline outdoor, tra cui equitazione, parapendio, golf, tennis e pesca. A Livigno d’estate, le opzioni per un’esperienza sportiva coinvolgente e a stretto contatto con la natura non mancano. E oltre alle molteplici attività all’aria aperta, ecco a seguire cinque esperienze da vivere assolutamente nel territorio dell’Alta Valtellina durante la bella stagione, tra cultura, gastronomia, e benessere di anima e corpo.

1 Mungere una mucca e assistere alla preparazione del formaggio all’Alpe Livigno

A Livigno si trovano le malghe o i ristori, luoghi tipici montani dove gustare i sapori locali, scegliendo tra le pietanze tipiche realizzate secondo le ricette originali con prodotti a km0. Alpe Livigno gestisce due alpeggi: l’Alpe Vago e l’Alpe Mine, quest’ultima ospita anche un Agriturismo. Con una piacevole passeggiata lungo la vallata omonima, dopo aver attraversato boschi di conifere e prati fioriti, lungo un suggestivo percorso botanico, si raggiunge prima l’Alpe Vago e, poco dopo, l’Agriturismo Alpe Mine, visitabili entrambi durante l’estate. Una tappa nella prima è d’obbligo per assistere al processo della mungitura delle mucche, prendendone parte in prima persona, guidati dal piccolo Joele, uno dei tre bimbi della giovane famiglia che gestisce l’azienda, e assaggiando infine, il latte appena munto. Nella seconda poi, ancora inebriati dall’esperienza appena vissuta, si entra ancor più in contatto con gli animali dell’alpeggio – capre, maiali, conigli, galline e vitellini – dando loro da mangiare. Presso l’Alpe Mine inoltre, si può assistere alla spiegazione della produzione del formaggio, scoprendo tutti i segreti della lavorazione del bitto, secondo le procedure di una volta. 

Terminate le fatiche, è il momento finalmente, di assaporare tutti i prodotti genuini della malga: i prelibati formaggi e prodotti caseari (bitto, primo fiore, scimudin, burro, ricotta) e i salumi (speck, slinzega, pancetta, salami, violini, salamini, salsicce e prosciutto), con vista imperdibile sulle montagne di Livigno. Dopo aver sorseggiato una taneda (dolce digestivo valtellinese a base di un’erba che cresce solo a queste alture) intorno al falò, è il momento di abbandonarsi a sonni tranquilli in una delle tre camere calde e accoglienti dell’agriturismo. Un vero e proprio luogo incantato fuori dallo spazio e dal tempo, dove dimenticare lo stress cittadino e lasciarsi guidare solo dai ritmi della natura e, di notte, addormentarsi cullati dallo scampanio delle mucche e dal fluire lento del ruscello. E una volta essersi lasciati alle spalle questa oasi alpina, è possibile portare a casa i sapori qui scoperti, acquistando i prodotti di Alpe Livigno presso il punto vendita nel centro della città, in via Plan 93. 

I prodotti da assaporare all’Agriturismo Alpe Mine

2 Fare una maratona del gusto attraverso la valle del Vago: il Sentiero Gourmet

Giunto nel 2023 alla sua settima edizione, il Sentiero Gourmet, è l’appuntamento annuale volto a valorizzare la tradizione enogastronomica livignasca, promosso dall’Associazione Cuochi e Pasticceri di Livigno (ACPL). Un percorso lungo 5 chilometri attraverso la rigogliosa natura della Valle del Vago, lungo il quale sono state allestite sei postazioni, ciascuna dedicata a uno dei momenti del pasto (antipasto, primo, intermezzo, secondo, dolce e caffè), ognuno interpretati dai cuochi dell’ACPL e da cinque chef dell’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto (ADG), da sempre impegnata nella valorizzazione e promozione della cucina italiana di qualità. Proposte formato finger food – tra pietanze calde e fredde, di terra e di mare – hanno espresso a pierno i sapori della regione alpina secondo la visione degli chef. Ogni portata è stata accompagnata da una selezione di vini serviti “al buio”: le etichette sono state svelate solo al termine della degustazione.

Per questa ultima edizione che ha avuto luogo nel mese di luglio, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta sono le regioni alle quali gli chef hanno dedicato le loro creazioni, dando vita a un viaggio di gusto, una food experience di alto livello, tra i sapori del Nord Italia. 

Luca Moretti, Presidente e Amministratore Delegato di APT Livigno ha dichiarato: “Il Piccolo Tibet sta diventando sempre di più un luogo cui i cittadini e turisti di tutto il mondo possono andare alla scoperta dei sapori tradizionali valtellinesi e livignaschi – anche rivisitati in chiave innovativa e moderna – e trovare un’elevata attenzione alla qualità delle materie prime e ricercatezza negli abbinamenti.” 

Uno scatto dalla settima edizione del Sentiero Gourmet – ph. Fabio Borga

3 Scoprire la storia locale visitando un’antica dimora al Mus! Museo di Livigno e Trepalle

Visitare le stanze di un’antica abitazione di fine Settecento, dalla cucina con il focolare alla camera da letto, e al contempo scoprire la storia di Livigno, le tradizioni e la cultura locale è possibile al Mus! Museo di Livigno e Trepalle. Situato in quella che una volta era la dimora in muratura e legno dei coniugi Enrico Silvestri (1874-1947), un mercante di mucche, e Domenica Bormolini (1880-1959), con un percorso innovativo attraverso gli ambienti domestici ricostruiti fedelmente, il museo etnografico testimonia lo spirito di adattamento e l’arte di arrangiarsi con poche risorse, sviluppati dagli abitanti del posto nel corso dei secoli. I livignaschi infatti, sono riusciti a creare nel tempo un equilibrio fragile in un prolungato isolamento, dando vita a un complesso di usi e costumi peculiari e diversi da quelli dei territori circostanti. Ogni area della casa è dedicata a un’interessante sezione tematica, dall’arte del riuso e del riciclo, alla competenza chimica dei casari, alle credenze popolari, alla gastronomia locale e alle tradizioni che ancora oggi sopravvivono. Mobili d’arredo, quadri di famiglia, oggetti d’uso quotidiano, documenti cartacei, Visitare il Mus! è un’occasione per fare un viaggio nel tempo e nella vita quotidiana del passato di questo popolo così caparbio e resiliente.

Al MUS! il cucinino posto al piano superiore, dedicato alla gastronomia locale

4 Divertirsi, rilassarsi e allenarsi in altura all’Aquagranda

Un centro fra i più grandi in Europa, un luogo unico in grado di coniugare il divertimento per le famiglie, nell’area Slide&Fun, il benessere per tutti nella zona Wellness&Relax e lo sport nella zona Fitness&Pool. Aquagranda Slide&Fun, con la piscina baby, il castello con scivoli d’acqua, gli acquascivoli adrenalinici, gli idromassaggi e i getti d’acqua, è il parco acquatico più alto d’Europa offre uno spazio protetto e unico per il divertimento dei più piccoli. Per godersi un momento di relax invece, presso l’Aquagranda Wellness&Relax è possibile immergersi nella tranquillità e nel silenzio, in un percorso tra saune, bagni di vapore curativi, piscina con acqua salata, percorso Kneipp e lettini riposanti, oppure concedendosi un esclusivo massaggio o ancora un trattamento viso e corpo. Aquagranda Fitness&Pool è una palestra di 350 mq all’avanguardia e equipaggiata con le attrezzature per la preparazione atletica e il fitness e adatta agli sportivi di tutte le discipline. Livigno è infatti il secondo altopiano più alto al mondo e il primo in Europa e ciò lo qualifica come il posto ideale per qualsiasi atleta che deve allenarsi in altura. La piscina da 25 metri è un luogo ideale per la preparazione di squadre e atleti.

Diventato solo pochi mesi fa centro di preparazione olimpica per gli atleti italiani, non a caso, team italiane e straniere e di ogni disciplina scelgono Aquagranda per i propri ritiri di preparazione in vista della stagione agonistica. 

Fiore all’occhiello del centro è la nuovissima piscina di 50 metri. Larga 25 metri e con dieci corsie, si afferma come la piscina olimpionica più in alta quota d’Italia, nonché la seconda in Europa dopo quella spagnola di Sierra Nevada.

5 Fare trekking assieme a un lama o un alpaca dell’Agiturismo la Tresenda

Un’esperienza più unica che rara, una formula di pet therapy inedita, questo è quanto proposto da La Tresenda, un agriturismo che ospita due specie di animali tanto insolite in questi luoghi, quanto estremamente socievoli: i lama e gli alpaca. Questi animali, cordiali e mansueti, scorrazzano liberamente negli spazi aperti di questa fattoria alpina, facendo compagnia agli ospiti che soggiornano in una delle confortevoli junior suite arredate secondo lo stile tipico di uno chalet di montagna, o pranzano qui (assaporando i piatti tipici della tradizione valtellinese – i pizzoccheri, la polenta, gli sciatt o i taroz, la Bresaola – o la carne grigliata al momento e a vista all’aperto). Ma non solo, La Tresenda offre infatti la possibilità di fare una suggestiva passeggiata lungo i percorsi verdi intorno all’agriturismo con uno di questi amabili quadrupedi a seguito. Natura incontaminata e stretto contatto con gli animali sono gli ingredienti di un’attività speciale e probabilmente curativa, quantomeno per l’umore. 

Dove mangiare e dove soggiornare a Livigno

Oltre ai luoghi già citati, ci sono almeno altri tre indirizzi da segnare per una vacanza a Livigno: La Latteria, Al Mond Vei e Li Anta Rossa. Quest’ultimo è un nuovissimo hotel 4 stelle che si caratterizza per un connubio sublime tra design moderno e stile tipico, caldo e avvolgente degli arredi alpini. Uno chalet di montagna con pittoresche finestre rosse, è dotato di centro wellness con sauna, bagno turco e idromassaggio: un luogo caldo e accogliente, ma al contempo moderno e curato nei dettagli. In posizione ottimale, vicino al centro pedonale e alla pista ciclabile, a colazione sono servite delizie homemade e spremute fresche e nel pomeriggio è possibile godersi una meritata merenda gustando i sapori locali, seduti vicino al camino nella sala relax. A pochi passi da qui, immersa tra pascoli d’alta quota e verdi boschi, la Latteria di Livigno è il luogo dove gustare il vero latte di montagna e tutti i prodotti derivati (formaggio e ricotta che vanno ad arricchire panini, piadine e insalate, ma anche coppe di yogurt e gelato). Nata negli anni ‘50, la Latteria, oltre che un locale perfetto per un pranzo o una pausa dolce durante la giornata, con una splendida terrazza all’aperto con vista sulle montagne, è un luogo dedito alla promozione e lo sviluppo dell’ambiente montano e della sua economia, offrendo a residenti e turisti la possibilità di assaporare e godere del latte e dei suoi derivati magistralmente prodotti in questa valle. Infine, Al Mond Vei, che tradotto dal dialetto livignasco significa “il mondo di una volta”, è un ristorante dagli interni tipici, caratteristico e accogliente, che propone un menù tradizionale e contemporaneo al contempo. Un luogo conviviale che propone una cucina montanara con un’impronta moderna – un mix sapiente di tradizione, innovazione e qualità. Le materie prime sono ben selezionate e fresche e i piatti seguono la stagionalità degli ingredienti. E oltre alle ottime pietanze , se si è fortunati, all’ultimo piano dell’elegante chalet, è possibile curiosare nell’immensa collezione di campanacci centenari raccolti dalle varie generazioni al timone del ristorante. 

Andy Warhol. Serial Identity, a San Marino la mostra racconta l’artista geniale

Con una mostra aperta al pubblico fino all’8 ottobre, la Città di San Marino rende omaggio al genio indiscusso, e non sempre compreso, Andy Warhol. Andy Warhol. Serial Identity è il titolo della rassegna dedicata al padre della Pop Art che, dopo il successo riscosso al museo MA*GA di Gallarate, va in scena nella repubblica sammarinese, la quale al contempo vuole affermare sempre di più la propria vocazione artistica. Andrea Belluzzi, Segretario di Stato per l’Istruzione e la Cultura della Repubblica di San Marino, spiega: «L’esposizione si inserisce nell’ambito delle ‘Grandi Mostre’ di artisti contemporanei e classici promosse dalla Segreteria di Stato per l’Istruzione e la Cultura e finalizzate a qualificare l’offerta culturale della nostra Repubblica e a incrementare le presenze turistiche. Dopo gli anni della pandemia, questa Segreteria di Stato è impegnata ad aprire una stagione di rinascita culturale, tornando a far rivivere i luoghi espositivi più suggestivi della nostra Repubblica.»

Un corpus di 60 opere provenienti da importanti collezioni private e da istituzioni internazionali, tra le quali l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, selezionate da Maurizio Vanni ed Emma Zanella, è esposto nelle due sedi di Palazzo SUMS e della Galleria Nazionale – luoghi simbolo della Città di San Marino, recentemente restituiti alla loro funzione di spazi espositivi – secondo un percorso volto a presentare l’universo creativo di una delle figure più emblematiche dell’arte americana e non solo. «L’esposizione, curata da Maurizio Vanni ed Emma Zanella, mira a ricostruire la continua evoluzione identitaria del genio di Pittsburgh, che è stato in grado di innovare l’arte del Novecento cimentandosi in diversi ambiti quali il disegno, la pittura, la fotografia, il cinema, la musica, per poi approdare alle più famose serigrafie», aggiunge Belluzzi.

Andy Warhol, Black Lenin, 1987
Black Lenin, 1987, serigrafia su carta – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

Il percorso espositivo della mostra: gli inizi come illustratore e la serialità

Ad aprire l’esposizione, alcuni disegni che raccontano e ripercorrono gli inizi della carriera di Andy Warhol a New York negli anni Cinquanta, come illustratore per riviste di moda e agenzie di pubblicità, senza tralasciare la sua passione per le scarpe. Nel 1955, Andrew Warhola Jr – questo il suo nome all’anagrafe – fu scelto infatti, come disegnatore per la campagna pubblicitaria delle calzature Miller, allora molto in voga. Grazie a questo lavoro, riuscì presto ad affermarsi come apprezzatissimo designer di scarpe.

Andy Warhol's Fifteen Minutes,
Andy Warhol’s Fifteen Minutes, 1985 – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

La serialità, tema chiave nella cifra stilistica di Warhol, che caratterizza il suo lavoro a partire dai primi anni Sessanta, è protagonista poi delle tappe successive della mostra. Emblema di questo processo sono alcuni lavori esposti a Palazzo SUMS, che si annoverano tra le più famose opere serigrafiche dell’artista. Tra queste, la serie Marilyn Monroe e Mao, dedicate ai due personaggi.

Dopo la tragica morte dell’attrice hollywoodiana nel 1962, il maestro – interessato a mostrare nelle sue opere prodotti di largo consumo – inizia a produrre molteplici tele che la ritraggono, restituendola proprio come un altro risultato della cultura popolare e avviando così, un discorso sulla giovinezza e sulla morte stessa. Nello stesso filone, rientra la serie su Mao Tse Tung, leader delle forze comuniste in Cina, e negli anni Settanta forse, il personaggio pubblico con più potere dell’epoca, nonché primo volto politico ritratto da Andy Warhol, che in questo modo riesce ad abbinare questa sfera alla cultura pop, rendendo ancor più sottile il confine tra status politico e celebrità.

Sempre in rappresentanza della serialità, sono esposte negli spazi della mostra le serie Flowers e Cow, forse meno apprezzate, e quella consacrata alla celeberrima Campbell’s Soup, punto focale della sua arte. Grazie a questa brillante intuizione, Warhol arriva a trasformare ed elevare ad opera un oggetto di uso quotidiano e noto a chiunque e parallelamente riesce a far sì che, il medesimo oggetto, universalmente riconoscibile, sia poi automaticamente associato al creativo – così come accade anche per la banconota da un dollaro. 

Gli anni Settanta delle celebrities e delle drag queen

L’itinerario prosegue con i ritratti di personaggi celebri nel mondo dello spettacolo, dell’arte e della moda come Liza Minnelli e Joseph Beuys, che nel corso degli anni Settanta Andy Warhol realizza nell’intento di arricchire la sua ricerca con contenuti e nuove immagini tratte dai mass media. La serie Ladies and Gentlemen del 1975, dedicata a travestiti e drag queen di origine afroamericana ed ispanica, che restituiscono uno spaccato della scena queer newyorkese degli anni Settanta, trova spazio in questa volontà di indagare le diverse sfaccettature della cosiddetta ‘Società dello spettacolo’.

 Liza Minnelli, 1978,
Liza Minnelli, 1978, serigrafia su cartone – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

La documentazione della video compilation Andy Warhol’s T.V. – Special Project, presentata in mostra, offre poi una visione privilegiata sulla narrazione artistica di Warhol negli anni Ottanta. Un dettagliato e interessante résumé del panorama artistico internazionale di quel periodo, caratterizzato da un accurato montaggio di interviste, défilé e hit musicali, abbracciando tutti gli ambiti indagati ed esplorati dal genio originario di Pittsburgh.

Le cover degli album – dai Velvet Underground ai Rolling Stones – e Interview magazine

Una sezione collaterale, esposta nella Galleria Nazionale, raccoglie i vinili delle celebri rockband di cui Andy firmò le cover, tra i quali i Velvet Underground, con i quali l’artista ha dato vita a un sodalizio intellettuale e creativo che ha inciso in maniera significativa sula storia della musica e dell’arte. Indelebile nella mente di tutti è la cover dell’album del 1967 dei Velvet Underground & Nico con la banana gialla – noto oggi anche come Banana Album – frutto divenuto oggetto d’arte (pratica tipica nella poetica di Wahrol) e simbolo di una generazione.

Celebre e presentata qui al pubblico poi, la copertina realizzata per l’album Sticky Fingers del 1971 dei Rolling Stones – consegnata alla storia come la cover più famosa, nonché irriverente, di sempre – apertamente provocatoria: un paio di jeans con un inequivocabile rigonfiamento sul davanti che ovviamente, non mancò di fare scandalo quando uscì. Nel medesimo spazio sono esposti i libri di cui Andy Wahrol è stato autore e illustratore e poi un corner è dedicato a Interview, mitico magazine fondato dallo stesso artista nel 1969 assieme a John Wilcock e Gerard Malanga, che si occupava di celebrità e nel quale hanno mosso i primi passi fotografi del calibro di Bruce Weber e David LaChapelle.

Portrait of Madame Smith 1974,
Portrait of Madame Smith 1974, acrilico e serigrafia su tela – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

Infine, a chiusura della mostra Andy Warhol. Serial Identity un focus sul tema Death and Disasters con le celebri Electric Chair. Anche la morte tragica infatti, diviene per il creativo fonte di ispirazione, offrendogli l’assist per avviare una critica nei confronti del voyeurismo tipico della cultura moderna, particolarmente attratta dal macabro, osservato morbosamente attraverso i media. 

Maurizio Vanni e Emma Zanella, i curatori dell’esposizione

«Andy Warhol è uno di quegli artisti eletti nati per fare e rimanere nella storia, esaltando gli equilibri sociali e culturali di una città in un determinato momento storico. Un artista dentro che, nel suo vivere lucidamente il caos di una vita talvolta estrema e dissoluta, ha pianificato la sua ascesa, assecondando le proprie asimmetrie identitarie, sfruttando le occasioni che solo la New York degli anni Sessanta poteva offrire.» racconta Maurizio Vanni, uno dei due curatori dell’antologia sammarinese su Andy Wahrol, cercando di tirare le fila sulla figura geniale dell’artista. E prosegue: «Da una parte aveva l’opportunità di vivere nel paese che stava diventando l’indiscusso propulsore economico e culturale del mondo, dall’altra la possibilità di rappresentarlo con ironia, di sintetizzarlo con acutezza, di riassumerlo con cosciente follia, di raccontarlo con originalità e perspicacia comunicativa, di metterlo a nudo con tagliente cinismo, ma anche di amarlo in modo incondizionato, mettendosi sempre e comunque in discussione attraverso le mille rappresentazioni di sé.»

“Un artista dentro che, nel suo vivere lucidamente il caos di una vita talvolta estrema e dissoluta, ha pianificato la sua ascesa”

Vesuvius, 1985
Vesuvius, 1985, acrilico su tela, collezione privata, Napoli – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

Emma Zanella, co-curatrice, parallelamente, nel tentativo di tracciare un bilancio sul lavoro artistico del controverso artista, dice: «È vero che nella cultura pop Warhol si è subito imposto come un leader scegliendo, con grande coraggio, come proprio terreno di indagine la realtà americana più sciatta e diventando, egli stesso, una icona riconoscibile da chiunque. Egli tuttavia ha esteso a dismisura il proprio repertorio fino a raggiungere dimensioni inaspettate, ed è entrato praticamente in ogni ambito dell’arte, della comunicazione, del cinema, dell’editoria, della televisione, della promozione, in un infinito cinegiornale in espansione capace di raccontare il suo e il nostro tempo, dai più clamorosi accadimenti come il suicidio di Marilyn Monroe o l’assassinio di Kennedy, all’ascesa della Cina popolare, dalle reazioni post-Hiroshima nei confronti della morte e del disastro fino alle icone del mondo dell’arte, la Gioconda o Il Cenacolo e della religione, Cristo o Budda

“Egli ha esteso a dismisura il proprio repertorio fino a raggiungere dimensioni inaspettate, ed è entrato praticamente in ogni ambito dell’arte, della comunicazione, del cinema, dell’editoria, della televisione, della promozione”

Andy Warhol's Fifteen Minutes, 1985,
Andy Warhol’s Fifteen Minutes, 1985 – The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

E conclude : «Warhol osserva tutto, inventaria tutto, introita tutto: la sedia elettrica e le moderne modalità di morte, gli incidenti automobilistici, i suicidi, gli orrori tecnologici, le specie in estinzione umane, gli animali, il repertorio di esseri mitici, da Babbo Natale a Topolino; i simboli della contemporaneità, il dollaro, la Falce e Martello, il sesso, il corpo come strumento di piacere e oggetto meccanico. Questo immenso repertorio in espansione è letteralmente tenuto insieme da alcuni pensieri intrusivi che riaffiorano senza tregua nel corso degli anni e che, oltre a contribuire a creare il personaggio dalle molteplici identità che tutti conosciamo, influenzano potentemente la sua immensa opera.»


Andy Warhol. Serial Identity

Città di San Marino

Palazzo SUMS, Via Piana, 1 e Galleria Nazionale, Logge dei Volontari, Giardin dei Liburni

8 luglio – 8 ottobre 2023


Federica Sabatini, un’attrice alla ricerca della sua verità

Federica Sabatini, 31 anni, di Roma, protagonista femminile della cover story cinema di MANINTOWN, si racconta senza timori, lasciando trasparire la sua attitude sognante e rivelando una verve new age, che si esprime attraverso la sua spiritualità e le sue passioni. Tra queste: la pittura (a olio), la fotografia (su pellicola) e poi i tarocchi, l’esoterismo e la psicomagia: “Metodi di varia natura che sono stati per me fonti di grandi rivoluzioni interiori ed esteriori.” Sguardo profondo e labbra carnose, un’allure un po’ parigina che si fonde ad una sensualità innata, l’attrice di Suburra – La serie pare quasi inconsapevole – o forse noncurante  – del suo fascino ammaliante: “Per me la bellezza assoluta è nella natura e nella qualità del tempo speso”, ci dice con voce calma. 

Dal carattere introspettivo ma al contempo forte e determinato, fin da giovanissima Federica capisce che la recitazione è la sua strada. Un percorso che non ha mai più abbandonato da quando verso i 13/14 anni le sue sorelle le hanno regalato un contratto con un’agenzia, spiega la Sabatini, riavvolgendo la pellicola fino alla sua infanzia. L’amore per il cinema e per il teatro la spinge poi – irrimediabilmente – nel 2010, verso gli studi di recitazione con Gisella Burinato (attrice e docente, madre dell’attore Pier Giorgio Bellocchio, ndr) e dal 2013 al 2015, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma

Federica Sabatini, Nadia in Suburra

Il successo la travolge nel 2019, anno in cui la Sabatini è tra le nuove protagoniste della seconda stagione di Suburra – La Serie, sua prima produzione di respiro internazionale, nella quale interpreta il ruolo di Nadia (figlia di un piccolo boss di Ostia che instaura un legame sentimentale e di affari con Aureliano, interpretato da Alessandro Borghi, ndr), personaggio che la proietta verso l’olimpo del cinema. “Mi ricordo l’emozione di quando mi avevano scelta per Nadia”, racconta Federica, riconfermata anche per la terza ed ultima stagione del serial.

Total look Valentino
Total look Valentino

Dagli inizi della sua carriera ad oggi

La Sabatini però, qui non ci arriva per caso: nel 2016 si era già fatta notare nella serie di Francesco Pavolini Tutti insieme all’improvviso e in Un passo dal cielo 4 di Jan Maria Michelini. È la volta poi del film per Rai Uno Nozze romane, di Olaf Kreinsen, e la fiction Provaci ancora Prof ! – 7. Successivamente, recita nella pellicola Saremo giovani e bellissimi, per la regia di Letizia Lamartire e, nel 2019, nel lungometraggio di Rai Uno Liberi di scegliere, diretto da Giacomo Campiotti. Ma è solo l’inizio: dopo varie interpretazioni tra cinema e televisione, infatti, nel 2021, l’attrice viene scelta per vestire i panni di Rania (personaggio che la 31enne definisce com “l’antime”), nella seconda stagione del thriller Toy Boy, serie Netflix per la regia di Javier Quintas e Laura M. Campos. Questa esperienza le offre uno sguardo privilegiato su una nuova realtà permettendole di lavorare su un set spagnolo e di cimentarsi per la prima volta con una cultura cinematografica straniera.

Un viaggio nel mondo di Federica

Reduce dalle riprese di Suburra Eterna, attesissimo spin-off della serie pilota, Federica Sabatini ci parla della sua carriera e delle sue passioni più grandi, aprendoci uno spiraglio sulla sua interiorità. Dal suo rapporto con la bellezza e con il corpo, passando per la moda, fino ai suoi progetti futuri, ci confessa: “Mi piace esprimermi e il mezzo cambia a seconda del periodo.” Per MANINTOWN, l’interprete romana si esprime in maniera sublime davanti all’obiettivo di Davide Musto. Piume e ruche, tessuti fluidi che si alternano a capi strutturati – uno smoky eye le incornicia gli occhi, mettendole ancor più in risalto lo sguardo ipnotico – in uno scenario che pare prescindere il qui e ora, dominato solo da chiaroscuri, luci e ombre, Federica sembra quasi provenire da un’altra epoca, portando in scena un’eleganza senza tempo, tra pose da equilibrista e movenze da incantatrice. 

Sei stata tra i protagonisti del thriller spagnolo Toy Boy. Ci racconti di questa esperienza ?

Toy Boy è stata un’esperienza divertente che mi ha aperto una seconda vita in Spagna. Ho una serie di colleghi che sono ormai diventati carissimi amici, tra il cast e la troupe. Mi mancano molto e li sento spessissimo. È stato molto bello lavorare fuori dall’Italia, conoscere un nuovo paese per questo lavoro.

“Rania è un personaggio che mi ha divertito interpretare perché è l’antime.”

Interpreti il personaggio di Rania: oscura, a tratti ambigua ma con un’anima combattiva. Cosa ci hai messo di tuo e come lo hai costruito?

Rania è un personaggio che mi ha divertito interpretare perché è l’antime. Più le cose sono lontane da me e più mi divertono. È l’ antime perché usa delle strategie psicologiche, emotive e di azione che io non userei mai, che non riuscirei mai a prendere in considerazione. È molto più scaltra, stratega e manipolatrice di me. È combattiva, va dritta per i suoi obiettivi. 

Si tratta del primo set estero in cui hai lavorato. Come è stato prendere parte a un progetto straniero internazionale confrontandoti con una cultura cinematografica diversa e soprattutto, recitando in una lingua differente dalla tua?

Il primo mese è stato molto difficile, è servito più che altro per capire. Quando sono arrivata e abbiamo iniziato a girare eravamo nel periodo del secondo lockdown. Era tutto chiuso e io ho trascorso un mese durante il quale non potevo nemmeno visitare il posto in cui mi trovavo. Ancora non avevo recuperato del tutto la lingua: lo spagnolo l’ho studiato al liceo e per l’occasione mi sono rimessa sotto in Italia e Il primo mese è stato molto difficile, è servito più che altro per capire. Quando sono arrivata e abbiamo iniziato a girare eravamo nel periodo del secondo lockdown. Era tutto chiuso e io ho trascorso un mese durante il quale non potevo nemmeno visitare il posto in cui mi trovavo. Ancora non avevo recuperato del tutto la lingua: lo spagnolo l’ho studiato al liceo e per l’occasione mi sono rimessa sotto in Italia e quando sono tornata lì ho continuato a studiarlo. Però, il primo mese è stato di totale ambientazione: avevamo orari molto ristretti, come in Italia. È stato un impatto emotivo molto forte. Tuttavia, la mia fortuna è stata di trovare dei colleghi, tra cast e troupe, super accoglienti che mi hanno aiutata a integrarmi, hanno velocizzato il processo e sono stati pazientissimi con la lingua. Per quanto riguarda il lavoro sul set, è stato affascinante, perché ho avuto modo di scoprire abitudini molto vicine, ma al contempo molto diverse. È un’altra cultura, tra le più vicine che abbiamo, ma completamente diversa.

Total look Taller Marmo
Total look Taller Marmo

“Mi ricordo l’emozione di quando mi avevano scelta: avevo una voglia pazzesca di riuscire a sentirmi all’altezza di quella produzione, del set, del progetto”

Hai raggiunto la notorietà grazie alla tua interpretazione del ruolo di Nadia nella serie Suburra. Polimorfa e con un’emotività complessa: com’è il tuo rapporto con questo personaggio?

Io Nadia la amo follemente. Abbiamo appena finito di girare lo spin-off (Suburra Eterna, ndr). Nadia è un personaggio che ho sotto pelle, le devo tantissimo. Interpretare questo ruolo è stato un momento di crescita essenziale. Mi ricordo l’emozione di quando mi avevano scelta: avevo una voglia pazzesca di riuscire a sentirmi all’altezza di quella produzione, del set, del progetto. È stato molto, molto bello.

Come ti sei avvicinata al mondo della recitazione e quando hai capito che quella era la tua strada?

Da bambina, tra le cose che volevo fare c’era l’attrice. Era un constante per me copiare tutto quello che vedevo tra video musicali e film. Ero molto timida, abbastanza introversa e quando guardavo alcune scene nei film e vedevo le emozioni così forti che gli attori riuscivano a trasmettere interpretando i loro personaggi – avevo 8 anni – mi sono detta che volevo fare questo e ho insistito con tutta la mia famiglia, fino a quando, verso i 13/14 anni, le mie sorelle mi hanno regalato un contratto con un’agenzia, in accordo con i miei genitori. Da quel momento ho iniziato a cercare di capire come potevo funzionare io in rapporto a questo lavoro. È stata una cosa molto divertente e faticosa al tempo stesso, che è stata possibile grazie a loro che mi hanno aiutato a creare questa occasione. 

“Uno degli obiettivi più grandi della mia vita è lavorare per la mia verità: per la verità di me stessa e per la mia crescita spirituale e personale”

So che sei un’appassionata di tarocchi, esoterismo e psicomagia. Da dove arriva questa passione e come questa eventualmente influenza la tua vita quotidiana e il tuo lavoro?

Io faccio molti percorsi spirituali e tra questi sono incappata in varie letture e varie tecniche. Uno degli obiettivi più grandi della mia vita è lavorare per la mia verità: per la verità di me stessa e per la mia crescita spirituale e personale. Sono tutti i metodi di varia natura che sono stati per me fonte di grandi rivoluzioni interiori ed esteriori. Mi influenzano nel mondo di lavorare perché è come se avessi una scala di valori settata spiritualmente Inoltre, la curiosità che mi spinge sempre a cercare, mi mantiene viva su più fronti. Come quando fotografo in pellicola o dipingo – non sono né fotografa né pittrice, però, quella ricerca di contatto, di creazione delle immagini mi aiuta molto nel lavoro. Mi aiuta anche se fotografo colleghi ad esempio, perché mi spinge a osservare e l’osservazione è come la meditazione: l’osservazione interiore e l’osservazione esteriore sono delle fonti inesauribili di input artistici.

“L’osservazione interiore e l’osservazione esteriore sono delle fonti inesauribili di input artistici

Hai posato davanti all’obiettivo di Davide Musto per la cover story del prossimo numero di MANINTOWN. Come è andata?

Con Davide (Musto, ndr) mi sono divertita da morire. Ero in una giornata in cui ero fisicamente KO. La troupe è stata  molto paziente con me: sai quando l’universo ti manda delle persone carine attorno proprio nel momento in cui ne hai bisogno, se no non potresti sopravvivere a te stessa? È stato come lavorare in una bolla. Un bel lavoro di squadra. 

Che rapporto hai con la moda?

Avevo un rapporto travagliato con la moda quando ero più piccola, adesso mi diverte un sacco. Per me la moda non significa solo sfoggiare qualcosa che fa tendenza, ma indossare delle cose, anche vintage (sono una grande fan dell’armadio di mia madre e dei suoi anni Settanta), ed esprimermi: e lo faccio sia quando mi vesto completamente di nero, che quando mi riempio di brillantini, vado da un eccesso all’altro. Per me la moda quindi, dipende da come mi sento in quel momento e se voglio essere in un determinato modo, mi sento libera di farlo e mi diverte molto.

Cos’è per te la bellezza?

La bellezza è una sorta di crisi sociale: per fortuna non vuol dire niente e purtroppo vuol dire tutto. È una cosa che è oggettiva solo rispetto a dei canoni imposti socialmente e non è così importante rispetto a ciò che per noi è soggettivamente bello. Dunque, ho un rapporto molto travagliato e personale con la bellezza che mi genera molta fatica. Nella società in cui viviamo, questo concetto è utilizzato in genere nella visione più bassa, ovvero solo nelle forme (che poi è normale perché sono quelle che colpiscono l’occhio). Secondo me la bellezza è un concetto molto estendibile in realtà a tante altre sfaccettature che sono quelle che forse mi rappresentano di più perché mi riempiono di più personalmente.

Secondo me la bellezza è un concetto molto estendibile in realtà a tante altre sfaccettature che sono quelle che forse mi rappresentano di più perché mi riempiono di più personalmente

jacket and trousers Alessandro Vigilante hat Alfonso D'Este bracelets Indigeno
Jacket and trousers Alessandro Vigilante hat Alfonso D’Este bracelets Indigeno

Ti va di condividere qualcuna di queste sfaccettature?

Per me la bellezza assoluta è nella natura e nella qualità del tempo speso: questi per me sono respiri per l’anima. È lì che la trovo principalmente. 

E qual è il tuo rapporto con il corpo?

Possono esserci dei giorni in cui percepisco il mio corpo come una gabbia, come per tutti, perché viviamo tutti in un sistema culturale e sociale che ci impone una serie di cose. E poi ci sono momenti in cui sento il corpo come la mia casa che mi può proteggere ed è per me, il miglior posto in assoluto dove stare. 

Che progetti hai in cantiere?

Sto pensando molto al teatro. Poi studio all’università, psicologia. Vorrei riuscire a fare delle cose da sola, vorrei smuovere un po’ di energia creativa per scrivere qualcosa finalmente. Mi piace scrivere ma soprattutto, mi piace esprimermi e il mezzo cambia a seconda del periodo. Scrivo molto per me. Scrivo cose veloci, flussi di pensiero, cose creative, spirituali, ma mi piace di più scrivere i progetti che vorrei realizzare, le idee che ho. Ce la farò prima o poi. 

Credits

Talent Federica Sabatini

Editor in Chief Federico Poletti

Text Giulia Cangianiello

Photographer Davide Musto

Stylist Vanessa Bozzacchi, Sara Castelli Gattinara @othersrl

Styling Assistant Bianca Giampieri 

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia

Make up: Eleonora Mantovani 

Make-up assistant Gaia Melmeluzzi  

Hair Giuseppe Criscio @germanohr @ simonebelliagency

Una vacanza esclusiva su misura al Grand Hotel Bristol a Rapallo

Un mode de vie spensierato, dedito alla mondanità. Quell’attitude che rimanda all’epoca a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, alle atmosfere scanzonate del periodo del boom economico, alla voglia di vivere e di godersi i piaceri, la bellezza e i divertimenti, all’insegna del glamour. La dolce vita, in una dimensione ridisegnata – secondo un concept contemporaneo che unisce ospitalità e comfort esclusivi – rivive sulla Portofino Coast, al Grand Hotel Bristol, pentastellato gioiello della tradizione della grand hotellerie ligure. A picco sul suggestivo golfo del Tigullio, il maestoso edificio in pieno stile Liberty, immerso nella macchia mediterranea, risale al 1908. La recente opera di restyling è stata in grado di conservare l’aura di tradizione e di splendore che lo ha caratterizzato fin dalla sua inaugurazione, pur ridefinendo il concetto di ospitalità, perseguendo un approccio in grado di offrire un’esperienza tailor made multisensoriale. Da poco membro di Small Luxury Hotels of the World, il Bristol oggi, è il luogo perfetto per una vacanza rilassante e haut de gamme

La facciata liberty del Grand Hotel Bristol immerso nel verde

Il Grand Hotel Bristol a Rapallo

Membro di R Collection Hotels, gruppo alberghiero di proprietà familiaresorge a Rapallo, località accogliente della riviera di levante, circondato da un rigoglioso giardino. Un’oasi verde che si fonde armoniosamente con gli spazi interni della struttura, creando un continuum perfetto tra natura, architettura e design, nonché con il territorio circostante in cui è incastonato (una piacevole passeggiata sul lungomare conduce facilmente al centro della cittadina). Con 83 camere e suites e una splendida terrazza panoramica, che si affaccia a sua volta su una piscina a sfioro sul mare, la struttura offre suggestivi panorami sull’intero promontorio ligure. L’offerta food & beverage è ampia e onnicomprensiva: presso il ristorante fine dining Le Cupole, situato sul rooftop, lo chef Graziano Duca e il suo team combinano sapientemente tradizione, creatività e innovazione; il bistrot italiano La Veranda, sulla terrazza panoramica, propone piatti autentici italiani; The Silk Lounge Bar, è un ambiente intimo dove sorseggiare cocktail d’autore creati dal Bar Manager Erwan Garofalo; infine, il Flamingo Pool Bar&Pizzeria gourmet è situati a bordo piscina. La Erre Spa – con sauna, bagno mediterraneo, percorso kneipp, aree multisensoriali e spazi relax a tema, una piscina coperta e cabine massaggio – rifugio per il corpo, la mente e lo spirito, è il fiore all’occhiello del Grand Hotel Bristol.

La piscina del Grand Hotel Bristol

La dolce vita ridisegnata e l’ospitalità su misura

Riccardo Bortolotti, General Manager del Bristol, spiega: “Al Grand Hotel Bristol ‘La Dolce Vita’ è un mood of life – senza tempo, che abbraccia generazioni, che racchiude il meglio dell’espressione italiana per la bella vita”. Questa filosofia di dolce vita “ridisegnata” si concretizza nell’idea di viaggio su misura con esperienze personalizzate ad hoc per il cliente. Come afferma Ludovica Rocchi, Brand Director:Il nostro obiettivo è garantire un modello di ospitalità esperienziale in sintonia con l’anima, la storia, i profumi e i sapori del territorio con proposte esclusive che possano sorprenderlo. La centralità dell’ospite è il tratto distintivo della nostra ospitalità. La nostra accoglienza è su misura”.

Una camera dell’hotel

L’approccio multisensoriale

Dal benessere psicofisico, grazie alle proposte della spa, la più grande in una struttura alberghiera in Liguria, al piacere del palato, con le offerte culinarie genuine e i piatti tipici della tradizione regionali preparati sotto la guida eccezionale dello chef Duca, in un contesto avvolgente in cui anche la musica e i profumi giocano un ruolo fondamentale, nulla è lasciato al caso e tutto è volto a stimolare emozioni visive, tattili, olfattive e sonore. Le musiche signature che riecheggiano nelle aree comuni, i ristoranti e i bar, sono create appositamente da music designer di un’azienda londinese – per ispirare umore e sensazioni tramite i bpm delle tracce, con playlist studiate per ciascun ambiente. Mentre, il profumo che inonda dolcemente gli spazi, rimanda alla fragranza creata per la struttura: la Portofino Forget Me Not, firma del Grand Hotel Bristol, un’essenza femminile che richiama il vento caldo proveniente dal mare e si disperde nell’aria rilasciando dolci note di borotalco. Simona Guarraci, Creative Director del Gruppo R Collection Hotels, racconta: “Bisogna creare una identità importante per farci riconoscere. Desideriamo offrire ricordi sensoriali legati alla eccellenza dei prodotti che utilizziamo”. 

Il Grand Hotel Bristol a Rapallo

E inoltre, gli ospiti possono cimentarsi in attività legate all’enogastronomia, studiate per coinvolgere, intrattenere ma anche vivere e assaporare le peculiarità del territorio, come i momenti di Wine Tasting, alla scoperta dei pregiati vini locali; oppure di oil tasting, a tu per tu con il miglior olio extra vergine di oliva, accompagnati dal sommelier Andrea Levaggi; o ancora, la Pesto Cooking Class, per addentrarsi nei misteri del condimento ligure per eccellenza, assieme allo chef Duca. 

Vista dalla terrazza del ristorante Le Cupole

La musica, l’arte e il cinema al Grand Hotel Bristol

Per la stagione estiva 2023 il Grand Hotel Bristol propone un programma ricco di eventi e serate musicali: Presso la Terrazza The Silk, per due date a settimana è possibile godere di un aperitivo vista Portofino con deejay set al tramonto. Grazie alla partnership con il Sibelius Festival poi – dedicato al celebre compositore finlandese che soggiornò a Rapallo all’inizio del Novecento – che prevede una serie di concerti incentrati sul repertorio nord-europeo, il Grand Hotel Bristol accoglie artisti internazionali con appuntamenti musicali e culturali.

Dalla musica all’arte, l’hotel ha dato il via a una partnership con la Nuar Gallery, fondata da Valentina Ferrari e Flaminia Ciattini, che promuove una fitta programmazione di eventi durante tutta la stagione estiva all’interno della galleria d’arte permanente inaugurata negli spazi del Resort, oltre a performance di arte dal vivo. Infine, anche il cinema trova ampio spazio al Bristol, con il Festival del cinema di autore, in collaborazione con il comune di Rapallo, che prevede la riproduzione dei migliori film girati nella riviera ligure, proiettati all’esterno, a bordo piscina sotto il cielo stellato della Liguria.

Vista dalla terrazza panoramica dell’hotel

Milano Fashion Week Uomo: il meglio dalle sfilate

Artwork di Jacopo Ascari
Artwork di Jacopo Ascari

Cala il sipario sulla Milano Fashion Week Uomo, la versione meneghina della Settimana della Moda in cui è andata in scena la moda maschile per la primavera estate 2024. Un calendario lungo 5 giorni e scandito da 27 sfilate di cui ben 22 live. Firme del lusso, marchi affermati del Made in Italy e brand emergenti, i designer hanno fornito la loro visione fashion, declinata al maschile, per la bella stagione che verrà, definendone e talvolta riscrivendone i codici stilistici. Accessori destinati a diventare cult, nuove tendenze sotto forma di capi basic diluiti su materiali innovativi, forme inedite e volumi azzardati, riaffermazione potente (e assordante) del genderfluid e ritorni a un passato dominato dal sartoriale, riscoperto e rivisitato in chiave hic et nunc. Da Prada a Dolce&Gabbana, da Zegna a Magliano, passando per Dsquared e JW Anderson, tra gli altri, in una Milano infiammata dal caldo africano, un recap della moda uomo spring summer 2024 vista sulle passerelle di giugno.

Dolce&Gabbana, lezione di Stile

Uno show, quello tenutosi al Metropol, headquarter della Maison, a due passi da Porta Venezia, che assume i connotati di un bilancio da parte del brand sulla propria identità, la storia, nonché i canoni stilistici del duo di designer. Stile è il titolo del défilé che ha visto sfilare sul catwalk poco meno di ottanta look, summa di tutti i capisaldi del codice estetico del marchio. A dominare la scena sono la sartorialità, da un lato, e l’uso dilagante del bianco e nero, dall’altro. E poi, ricorrono le canotte, la coppola, il rosario, il pizzo, le trasparenze, i ricami preziosi – simboli del patrimonio dell’Italia del sud, da sempre fonte di ispirazione per Dolce&Gabbana – e le stampe a pois che si armonizzano a completi gessati, pantaloni con le pinces, shirts con maniche extralong, leggings a coste, camicie bowling embroidered e ballerine per lui. E ancora, il cappotto dal taglio impeccabile e il bomber maxi. Tutte le tessere queste, che compongono il mosaico della cifra di Domenico Dolce e Stefano Gabbana: il loro Stile. Un tentativo sapiente, quello messo in atto durante show principale della seconda giornata della Milano Fashion Week Uomo, di recuperare le radici della Maison, per rafforzarle e affermarle ampliandole a nuove interpretazioni e innescando una nuova idea di mascolinità composta e composita, impeccabile ma dalle molteplici nuances

Le architetture fluide di Prada

Quella di Prada, per la primavera estate 2024 è tutta una questione di fluidità, che passa attraverso i corpi, gli abiti e va oltre, imponendosi nello scenario in cui i modelli si aggirano. Non a caso, colate ipnotiche di slime fluidissimo cadono ininterrottamente dal soffitto del Deposito della Fondazione Prada, penetrando nel suolo: incollandosi al pavimento, sedimentandosi, mettendo le radici nell’ambiente in cui si trovano gli spettatori, immersi in questo show potentissimo, portando così il cambiamento di cui Prada è fautore, all’interno della società stessa. La moda come veicolo, attraverso un racconto che parla di libertà di vestirsi e di esprimersi. L’accessorio cult: un cerchietto nero intrecciato, assolutamente genderless. L’utilitywear assume le forme di un gilet cargo con tasche e taschini funzionali declinato in mille e una variabile. Il fulcro della collezione uomo disegnata da Raf Simons e Miuccia Prada però, è la camicia, must-have del guardaroba maschile, capo semplice ed essenziale, che diventa per l’occasione una tela bianca su cui scrivere e creare. Rivista, ripensata, destrutturata, si evolve nelle forme e nelle proporzioni: spalle scese, maniche extra lunghe, scollo profondo e punto vita accentuato. Abbinata a bermuda oppure a pantaloni con pinces. Non mancano poi le stampe con dragoni, i fiori applicati e le frange. Si impone ancora il mocassino, dalla punta squadrata, indossato con calzino a tinta unita fino al polpaccio: declinato in vari colori che esplorano una palette azzardata (oltre al bianco, nero e marrone, spiccano le versioni pink, rosso fuoco o verde lime), affermandosi come scarpa passe-partout. Le borse da portare a mano o sottobraccio sono ampie, morbide e capienti. Secondo la tendenza molto diffusa ultimamente di andare verso oriente per reclutare i propri ambassador, ospite d’eccezione, acclamatissimo tra i più giovani, Jaehyun, cantante della band sud-coreana NCT (composta da ben 20 membri) che da solo conta sui social oltre 15 milioni di followers.

Prada - artwork di Jacopo Ascari
Prada – artwork di Jacopo Ascari

L’universo sexy di Dsquared

Sulle note soft di Love To Love You Baby di Donna Summer, il re del filone più peccaminoso dell’arte cinematografica – aka Rocco Siffredi – è protagonista del catwalk dello show ipnotico (seducente, provocatorio, spudorato, che assume i connotati di un set di un film hard) che ha animato il primo giorno della Milano Fashion Week Uomo. Il pornodivo ha calcato la passerella di Dsquared portando con sé tutti gli elementi dell’immaginario estetico del mondo da cui proviene, miscelati a quelli dei tennis club. Essenziali dell’universo preppy legati a dettagli audaci in un mélange dichiaratamente provocatorio e dissacrante dell’estetica borghese. La coppia creativa di Dean e Dan Caten ha attinto a piene mani dal suo linguaggio estetico, catapultandoci in una scena osé e ricreando outfit maschili (e femminili) per la primavera estate 2024 in cui imperano i colori, le stampe extra, i micro top, i glitter, il denim, gli strappi e i tagli fatti ad arte per un ensemble sfacciato e multisfaccettato. L’uomo (e la donna) immaginato dai designer-gemelli è a dir poco fluido, genderless e irriverente.

Luca Magliano, lavori in corso

«It’s a beautiful feeling to be seen», sono le parole che riecheggiano di Luca Magliano da poco insignito del prestigioso premio Karl Lagerfeld al LVMH Prize. Per la sua sfilata primavera estate 2024, al Pala Magliano (il Palazzo del Ghiaccio riconvertito per l’occasione in un cantiere avvolto da teli bianchi), il designer bolognese ha portato in passerella un uomo abbigliato con tute workwear, giacche antivento, completi sartoriali relaxed fit e capi sovrapposti. Come sua abitudine, lo stilista parte dai fondamenti del guardaroba classico maschile per ricreare la sua personale concezione – una celebrazione dell’universo queer che la sua griffe incarna – sfacciata ma meno ardita del solito, con un tocco glamour, quasi come se ora non dovesse più dimostrare, ma solo mostrare (il suo genio di enfant prodige del Made in Italy). Le silhouette sono composte, i materiali preziosi, come la seta ricamata delle t-shirt e la maglieria ultrafine. I modelli – per i quali l’attitudine in passerella non è affatto una pratica lasciata al caso, mostrando un’eleganza innata che si nasconde sotto un’aria da ragazzaccio con mani in tasca e sigaretta accesa – sfoggiano top in pizzo, giacche destrutturate, accessori intricati da indossare sopra capi basic fatti di catene e monete tintinnanti, tessuti annodati e pantaloni con pinces o coulisse. E ancora, piccoli vezzi come sciarpe boa e borse formato marsupio. Un ensemble raffinato enfatizzato però dall’ironia tutta alla Magliano (la scritta in diagonale Miss Magliano strizza l’occhio all’ambito award da poco conquistato dal designer, mentre il disegno di un’isola-vagina su una mannequin donna sposa le cause femministe).

Magliano - artwork di Jacopo Ascari
Magliano – artwork di Jacopo Ascari

La sperimentazione continua di JW Anderson

Sollievo, così si intitola la collezione uomo primavera estate 2024 che il designer nordirlandese ha presentato a Milano in contemporanea alla Resort donna 2024. Jonathan Anderson porta in scena uno show in apparenza semplice – polo da college, leather coats, camicie cropped e pantaloni scivolati – ma accuratamente studiato nei dettagli. I basici del guardaroba maschile si trasformano in pezzi unici (il cui senso di tridimensionalità è potenziato), a partire dai bermuda, realizzati con un pannello di tessuto che avvolge i fianchi a formare un unicuum che si espande oltre il corpo. Costruzione e decostruzione, partendo dall’essenziale per virare verso il surreale, pratica usuale questa nel lavoro creativo di Anderson. Una collezione, quella firmata JW Anderson, esaustiva e complessa in cui spicca la sua innata attitudine da sperimentatore con le silhouettes, i punti a maglia e le lavorazioni tridimensionali: gilet componibili, abiti in maglieria con dettagli volumetrici, maglioni pop simili a gomitoli di lana o con frange, dress dalla linea a trapezio e maxi pois. Il linguaggio proprio dello stilista è presente e riconoscibile, con accessori inediti: sabot simil zampa (di gatto), nuovissime tote bag da portare a spalla, borse a uncinetto, zoccoli holland con platform. In questo insieme le ispirazioni giungono da campi diversi, incluso l’arredo e il décor (non è un caso che il setting richiami le nuances delle ceramiche Cornishware – celebre brand britannico di stoneware dall’iconico design a righe larghe bianche e blu).

JW Anderson - artwork di Jacopo Ascari
JW Anderson – artwork di Jacopo Ascari

Zegna, tra savoir-faire e sostenibilità

Quasi 200 balle di lino grezzo provenienti dalla Normandia delimitano un’assolatissima piazza San Fedele, nel cuore di Milano, dietro Piazza Duomo. Qui, Alessandro Sartori, direttore creativo di Zegna, fa sfilare la sua collezione primavera estate 2024. Oasi di Lino, questo il titolo dello show che sottolinea l’impegno della Maison in ambito ambientale. L’obiettivo, che è una promessa, è quello di certificare le fibre di tessuto come 100 % tracciabili entro la fine dell’anno. Partendo dunque, da questo tessuto naturale (che per il designer è l’equivalente estivo del cashmere per l’inverno), il brand porta sul catwalk capi che parlano di savoir-faire e tradizione sartoriale, design curato, leggerezza e sostenibilità – il lino tornerà a Trivero, in Piemonte, per essere trasformato in filo, in tessuto e quindi, in abito. Tagli morbidi, linee pulite, spalle scivolate, tessuti leggeri e fluidi, tonalità neutre della terra accostate a sobrie tinte pastello compongono un insieme semplice ma prezioso, in cui nulla risulta fuori posto. Un intero guardaroba fatto da diversi elementi da mixare in infinite combinazioni secondo il concetto di efficienza: giacche destrutturate senza collo e con bottoni a pressione nascosti, pantaloni e bermuda ampi con cerniere celate, tute che sostituiscono il classico completo formale – sia in versione intera che componibile, infilando la giacca nei pantaloni –, smanicati, giubbini di nappa e lino, camicie di seta e tshirt a collo tondo. La collezione Zegna si rivela concettuale ma semplice, minimal ma attuale, elegante ma senza tempo, in una parola: impeccabile.

Dhruv Kapoor in equilibrio 

I capisaldi dell’estetica di Dhruv Kapoor permangono nella collezione primavera estate 2024 presentata durante l’ultimo giorno di sfilate in presenza della Milano Fashion Week Uomo, ma si evolvono verso uno stile più essenziale. Colori, ricami, stampe e slogan, simboli riconoscibili della cifra stilistica del designer indiano ritornano ma in un mix sapiente con pezzi basici che strizzano l’occhio al concetto di comfort e praticità. Fantasms, questo il nome dello show, porta in passerella capi che possono assumere una valenza diversa a seconda dell’occasione d’uso: i colletti in versione bijoux sono staccabili, i pantaloni cargo con zip trasformabili in shorts. Gli accostamenti enfatizzano ancor più l’idea di equilibrio tra quotidianità e glamour: felpe maxi con fiori embroidered sono abbinate a tank top e bermuda, mentre le giacche sartoriali con inserti argentati sono in match con gonne black a pieghe e pantaloni scivolati. Le stampe, se pur sempre presenti e talvolta allover – con motivi surrealisti, grafiche sci-fi, pattern psichedelici, pop e floreali – sono mitigate dalle tinte unite e dai toni neutri. Due dei cardini del suo linguaggio continuano ad essere presenti nella collezione svelata a Milano: l’arte del ricamo in primis – heritage questa della maestria artigianale del suo paese, che diviene per lui nucleo del suo processo creativo, un virtuosismo che si traduce in lavorazioni complesse handmade e tessuti confezionati a telaio, dilaganti anche in questa collezione. E poi, l’impegno sostenibile che da sempre ne caratterizza l’operato (Kapoor è reduce dalla sua partecipazione al progetto S|Style di Pitti) e che si esprime qui attraverso l’utilizzo di circa il 40 % di tessuti di recupero.

Pitti Uomo 104, dall’estro creativo di Eli Russell Linnetz al savoir-faire di FENDI, un’edizione all’insegna del gioco

“Un grande tavolo da gioco sul quale divertirsi”. Così Agostino Poletto, direttore generale di Pitti Immagine, descrive i saloni di Pitti Uomo 104, la manifestazione fiorentina dedicata alla moda maschile. Non a caso, Pitti Games è il tema scelto per questa edizione estiva della kermesse, in scena dal 13 al 16 giugno 2023 nella consueta cornice storica della Fortezza da Basso. Un leitmotiv, quello della dimensione ludica, che ricorre attraverso i contenuti della quattro giorni – dalle collaborazioni internazionali, i debutti e le presentazioni con focus mirati, fino agli eventi esclusivi e i progetti speciali – e attraverso la regia di Leonardo Corallini e il coordinamento del creative director Angelo Figus.

«Ho immaginato che i prossimi saloni si potessero aprire come un invito alla community di Pitti a fare il proprio gioco. Una sorta di operazione inclusiva che – dalle carte alla dama, trasformate in segni grafici – raccontasse strategie e modalità diverse», racconta il direttore creativo. «Naturalmente il riferimento al mondo tessile è costante: check, zig zag, linee verticali vengono scomposti e ricomposti nello scenario del salone».

Giocare dunque, è il mot d’ordre della manifestazione fieristica, palcoscenico di debutto della nuova stagione moda Primavera/Estate 2024 declinata al maschile. Presentata al pubblico lungo un percorso dinamico e fluido tra le differenti aree del polo espositivo, l’obiettivo che si ripropone Pitti Uomo è quello di offrire una visione precisa e puntuale delle dinamiche in atto nelle principali scene internazionali: i designer da osservare, i brand emergenti e i progetti speciali dei grandi protagonisti del fashion system.

Pitti Uomo 104
Pitti Games, tema di Pitti Uomo 104

Eli Russell Linnetz, guest designer della 104esima edizione del salone

L’asso nella manica per questa edizione è la firma del creativo californiano Eli Russell Linnetz, guest designer dell’edizione 104 della fiera. Founder e Creative Director della sua label ERL (a maggio 2022 ha collaborato con Dior, come guest designer per la collezione menswear Spring 2023, realizzando una capsule nata dal dialogo con Kim Jones), l’artista presenterà la nuova collezione del suo brand con un fashion show, in programma giovedì 15 giugno nel capoluogo toscano. Il designer offrirà al contempo, una rappresentazione del suo concept – caratterizzato da una combinazione simbiotica tra moda, cinema, fotografia e musica – attraverso un’installazione inedita.

Russell Linnetz, tra immaginazione e creazione, tra vero e verosimile, trasformerà il piazzale centrale della Fortezza da Basso in un set cinematografico, con riferimento a un celebre cult hollywoodiano, dando vita a storie in technicolor alle quali assistere come spettatori o partecipare come attori. «Un eclettismo consapevole di riferimenti culturali e di genere. Un talento nell’unire fiuto commerciale e libera creatività. Una rilettura originale, spesso ironica e dissacrante, dei luoghi comuni dell’America, quelli eterni e quelli di oggi. Sono questi gli elementi del profilo di Eli Russell Linnetz che hanno acceso il nostro interesse e la voglia di invitarlo a Firenze», commenta Lapo Cianchi, direttore comunicazione ed eventi speciali di Pitti Immagine.

Fendi, la sfilata nella Factory della maison, special guest di quest’anno

FENDI Special Guest di Pitti Uomo 104: questo poi, l’altro atout su cui può contare la kermesse toscana per l’edizione di giugno 2023. La Maison presenterà infatti, la collezione uomo Primavera/Estate 2024 a Firenze, in occasione della manifestazione dedicata alla moda maschile, con una sfilata speciale in programma il 15 giugno presso la FENDI Factory, il polo d’eccellenza del marchio italiano di lusso, recentemente inaugurata a Capannuccia, nel cuore della campagna toscana.

«Sono entusiasta che la prossima sfilata uomo si tenga in una location per me così speciale, il cuore pulsante di FENDI, un luogo simbolo della creazione dove sviluppo, innovazione, formazione artigianale e produzione sono uniti sotto lo stesso tetto», dichiara Silvia Venturini Fendi, Artistic Director of Accessories and Menswear di FENDI. «Con Silvia Venturini Fendi abbiamo un legame particolare – aggiunge Raffaello Napoleone, Amministratore Delegato di Pitti Immagine – costruito negli anni grazie a collaborazioni di diverso tipo, sempre a sostegno dei nuovi talenti. E soprattutto siamo fan della sua visione del vestire e del lifestyle maschile, della sua capacità di fondere in modo armonico e moderno elementi classici e spinte di radicale innovazione».

Pitti Uomo Fendi
Fendi Factory e gli artigiani Fendi, Capannuccia, Toscana (ph. Andrea Ferrari)

Dal classico all’informale, il percorso espositivo della fiera

825 marchi, dei quali il 41% proveniente dall’estero, popoleranno dunque gli spazi espositivi della Fortezza da Basso, attraverso le cinque le sezioni che compongono l’itinerario composito e poliedrico del Pitti Uomo: Fantastic Classic, Futuro Maschile, Dynamic Attitude, Superstyling e I Go Out. In un percorso integrato dal classico all’informale, senza tralasciare il campo della ricerca e della sperimentazione, saranno presentate le collezioni Primavera/Estate 2024, alla scoperta non soltanto del menswear, ma anche del lifestyle e del mondo articolato dell’outdoor – dal beachwear agli accessori per camping e walking.

Fantastic Classic e Futuro Maschile

L’evoluzione del classico nelle sue versioni più innovative e contemporanee trova ampio spazio in Fantastic Classic, che propone una selezione di brand autorevoli i quali partono dai codici del classico maschile, alla ricerca di dettagli e accostamenti inediti, dando vita a collezioni che guardano oltre la tradizione, pur rimanendo ancorati all’idea di un guardaroba ineccepibile. Futuro Maschile, una delle sezioni più visitate di Pitti Uomo, propone un viaggio attraverso gli stili del contemporary menswear più evoluto, raccontando l’attitudine disinvolta di un abbigliamento consapevole, che mixa tra classico e sportswear.

Dynamic Attitude e Superstyling

Nell’area Dynamic Attitude si incontrano brand simbolici, capaci di fondere nelle proprie collezioni capi assolutamente contemporanei tra sport e streetwear. Libertà e comfort diventano qui diktat quotidiani, declinandosi però in un design elegante, ma anche innovativo, con un’anima tecnologica. Brand internazionali ad alto tasso creativo sono presenti nella divisione Superstyling, il luogo dove trovano voce la ricerca di nuovi canoni stilistici che anticipano le tendenze e le scelte estetiche fuori dai soliti schemi, supportate da abilità sartoriale e da una visione in costante trasformazione.

I Go Out

Infine, I Go Out è la sezione del salone che interpreta il trend contemporaneo dell’outdoor style, ospitando la sua proposta trasversale di brand internazionali di abbigliamento, accessori e oggetti per la vita all’aperto, capaci di dialogare con il contesto urbano e la moda di ricerca. In Sala della Ronda, I Go Out si presenta con un nuovo allestimento curato da Sebastiano Tosi, designer svizzero che spazia dall’interior design all’advertising, il quale impiega per questo progetto un materiale innovativo, i-Mesh, un tessuto tecnico, sostenibile e personalizzabile creato per l’architettura.
Inoltre, grazie alla partecipazione speciale del brand giapponese Snow Peak, la sezione si estende anche all’esterno dell’area, in uno spazio all’aperto in Fortezza da Basso, dove l’outdoor trova nuove declinazioni, con una proposta di outfit e accessori legati ai mondi della bicicletta, della camminata, del campeggio. 

Conferme e debutti: i focus e le collab principali

Tra i focus speciali, S|Style, il progetto espositivo di Fondazione Pitti Discovery curato dalla fashion journalist Giorgia Cantarini, giunge alla sua settima edizione investendo su una selezione di brand eco-responsabili, innovativi e di ricerca. S|Style è il risultato di uno scouting tra le giovani generazioni di designer che fanno della sostenibilità ambientale e del rispetto per il Pianeta due presupposti imprescindibili per avviare la propria attività creativa. Inoltre, la sezione accoglie per la prima volta una partnership esclusiva con Kering Material Innovation Lab, Centro di ricerca interno al gruppo Kering impegnato a favore della riduzione dell’impatto ambientale. Nell’ambito di questa collaborazione, il Kering MIL mette a disposizione dei designer di S|Style una biblioteca di materiali e tessuti certificati per la realizzazione di una capsule che debutterà al Pitti.

Il ritorno di Pittipets

Dopo il successo della scorsa edizione invernale poi – grazie alla quale Pitti Uomo è riuscito a intercettare un segmento di mercato in forte crescita – torna Pittipets, l’area dedicata agli accessori e al lifestyle per gli animali (cani e gatti). La sezione, espressamente disegnata da Ilaria Marelli, architetto e designer che ha firmato importanti allestimenti per brand lifestyle internazionali, mette in mostra i brand che con le loro creazioni – abbigliamento, accessori, prodotti per la cura degli animali, oggetti e arredi per la casa – stanno rivoluzionando il mondo degli animali domestici.

Inoltre, con una speciale installazione alla Sala delle Nazioni, Chulaap è il Designer Project di Pitti Uomo 104. Marchio di abbigliamento maschile audace e vivace, che si è guadagnato un seguito globale grazie al suo approccio unico e innovativo alle stampe, Chulaap illumina la fortezza con l’Happy Fashion di cui si fa abile interprete e portatore. E il 14 giugno, è anche protagonista di una presentazione tenuta dal fondatore Chu Suwannapha, noto anche come il The Prince of Prints per la sua abilità nell’uso delle forme, dei motivi e dei colori.

Pitti Uomo 104 brand
Pitti Games, tema di Pitti Uomo 104

Designer, brand e progetti di caratura internazionale a Pitti 104

Il capitolo delle collaborazioni internazionali a Pitti Uomo trova infine, nuovo vigore e slancio in questa edizione. Sono riconfermati innanzitutto, i progetti espositivi Scandinavian Manifesto, che premia la scena della moda nordica più innovativa, e J∞Quality, che riunisce cinque realtà manifatturiere giapponesi certificate. Debutta a giugno poi, il progetto speciale Detroitissimi che presenta un collettivo di sei brand basati a Detroit – Michigan, importante distretto manifatturiero di abbigliamento e accessori.

Uno showcase che vuole esprimere il meglio della creatività made in Detroit: dal denim handmade agli accessori, dai tagli sartoriali allo streetwear sostenibile. Anche lo spazio espositivo sarà animato dal graffiti artist Mike Han, che porta in Fortezza la street art di Detroit con performance dal vivo. Tra le altre novità provenienti dall’estero, anche l’azienda cinese Consinee, player di riferimento nel mondo della filatura, che presenta a Pitti Uomo uno special project curato da Labelhood, incubatore fashion e tra i più innovativi retailer in Cina, svelandoci le caspule di una selezione di designer di ricerca realizzate con i filati sostenibili del marchio orientale.

Antonio Folletto: talento, entusiasmo e passione

Tra i più amati interpreti del cinema italiano, Antonio Folletto, 35 anni, è reduce dal successo della serie RAI Il nostro generale, incentrata sulla figura di Carlo Alberto dalla Chiesa, in cui recita accanto a Sergio Castellitto. Diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico, ha raggiunto la notorietà tra il grande pubblico nel 2016 grazie al ruolo di ‘o Principe nella seconda stagione della serie di culto Gomorra.
Napoletano, con la passione per il calcio, nel 2015 lo avevamo già visto al fianco di Juliette Binoche nel film L’attesa di Piero Messina, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Successivamente, viene scelto da Carlo Carlei per I bastardi di Pizzofalcone e nel 2019 è sul red carpet della Festa del Cinema di Roma con La vacanza, per la regia di Enrico Iannaccone.

Nel 2021 poi è protagonista con Francesco di Leva nella pellicola Come prima del regista francese Tommy Weber, e nel cast della serie Sky diretta da Gabriele Muccino, A casa tutti bene. Una carriera tra teatro prima e cinema dopo, ma se gli si chiede quale sia tra tutti il ruolo che ha amato di più, ci risponde che è difficile scegliere. Riconfermato nel ruolo del fedifrago Diego, nel cast della seconda stagione di A casa tutti bene, Folletto è il protagonista della digital cover di MANINTOWN.

Antonio Folletto 2023
Total look Dior Men

“C’è sempre qualcosa di tuo in ogni personaggio, devi sposarne la causa e cerchi comunque in qualche modo di proteggerlo”

Sei reduce dal successo de Il nostro generale, accanto a Sergio Castellitto, che ha riscosso un grande consenso da parte della critica e del pubblico. Come valuti questa esperienza?

È stata una grande esperienza, mi ha dato modo di lavorare a qualcosa di molto importante con grandissimi professionisti. Sono davvero contento soprattutto che i giovani abbiano seguito la serie, perché non c’è molta conoscenza di un periodo che invece è stato determinante per quello che siamo oggi, e sicuramente è stata un’ottima opportunità di studio anche per me, che in quegli anni non c’ero.

Sei tra i protagonisti del cast di A casa tutti bene – La  serie, diretta da Gabriele Muccino e giunta alla seconda stagione. Sei legato al personaggio di Diego? Cosa ci hai messo di tuo per costruirlo?

Sono molto legato al personaggio, è inevitabile in qualunque ruolo interpreti. Qui ho avuto l’opportunità di lavorare con Gabriele, un grandissimo regista e un grandissimo direttore di attori. È un piacere quando un regista dirige e ha perfettamente chiaro il quadro d’insieme.
C’è sempre qualcosa di tuo in ogni personaggio, devi sposarne la causa, poi ovviamente non sono d’accordo con tutto quello che fa Diego, però cerchi comunque in qualche modo di proteggere il tuo alter ego, di aderire il più possibile alle sue emozioni, al motivo per cui le prova, al perché fa degli errori. Qualsiasi attore è un filtro e si mette a disposizione della storia, dunque provo sempre a dare tutto me stesso affinché quella storia vada come la sceneggiatura richiede.

“Qualsiasi attore è un filtro e si mette a disposizione della storia”

Come evolve il tuo personaggio nei nuovi episodi della serie?

Diego cerca di sopravvivere al turbine degli eventi che gli sono accaduti. Per lui è una reazione a catena continua, è come se non si fermasse mai, qualunque cosa gli accada, non si ferma e prova costantemente a venire fuori da determinate situazioni.

Come ti sei avvicinato al mondo della recitazione e quando hai capito che era quella la tua strada?

Ho frequentato la scuola di recitazione Teatro Azione e poi ho avuto la fortuna di essere preso all’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico. Quando inizi a frequentare una scuola simile, ti rendi conto che non puoi fare questo mestiere se veramente non lo desideri, perché ti impegna tanto, la frequenti dal lunedì al sabato, da mattina a sera, impegnato a fare prove, a leggere, a studiare, quindi se non hai veramente una passione, se non sei dedito a questo al 100%, sicuramente non riesci.
Prima di quello, non ho avuto l’illuminazione, credo però ci sia sempre stata una fascinazione per il cinema. Quando da piccolo vedevo i film in sala ed ero così tanto colpito da ciò che mi comunicavano, che desideravo farli anch’io. La presa di coscienza del fatto che tutto questo fosse possibile è avvenuta quando ho iniziato a lavorare, vedendo che potevo pagarmi da vivere con la mia passione.

Antonio Folletto
Sweater Polo Ralph Lauren

“Se non hai veramente una passione, se non sei dedito a questo lavoro al 100%, sicuramente non riesci”

Il ruolo a cui sei più legato?

È difficile scegliere, sarebbe come fare un torto agli altri. Sicuramente quello di Gomorra è stato un bellissimo viaggio, lo porto sempre con me. Anche A casa tutti bene, non mi aspettavo che le persone si affezionassero a una canaglia come Diego. C’è un ruolo in particolare a cui sono legato, è quello in Ho amici in paradiso (per la regia di Fabrizio Maria Cortese, ndr), un film in cui interpreto un ragazzo che ha il morbo di Pott.  Abbiamo girato a Roma, nella Casa San Giuseppe dell’Opera Don Guanella, dove ci sono vari ospiti, ognuno con una malattia diversa. Nel cast ci sono gli attori, dunque io, Fabrizio Ferracane e Valentina Cervi, tra gli altri, e poi ci sono loro, quelli “veri”. Ecco, questa è una cosa che porto cara nel cuore, è stato davvero gratificante lavorare a questo progetto.

Antonio Folletto serie
Total look Zegna

Autori o generi di riferimento?

Mi piace guardare e seguire tutto ciò che mi emoziona, che mi stupisce, che mi insegna qualcosa, tutto ciò che è un’opportunità di crescita a livello umano. Certo, ho i miei miti: Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Totò, Massimo Troisi. E poi i registi Dino Risi e Mario Monicelli. Guardo a nomi del genere con molta nostalgia, mi rendo conto che quei film erano dei capolavori assoluti ma ho fiducia, perché c’è una nuova generazione davvero in gamba, che sta crescendo parecchio.

“Spero sempre che il viaggio più bello sia quello che verrà”

Hai posato davanti all’obiettivo di Cosimo Buccolieri per la fashion story di MANINTOWN. Com’è andata e che rapporto hai con la moda?

Mi sono divertito veramente tanto. Posare per degli scatti fashion è assai diverso dal girare sul set di un film, un altro mondo. Però mi diverto molto, ci gioco, cerco di non prendermi troppo sul serio e credo che per me sia l’unico modo di farlo, altrimenti non ci riuscirei, mi paralizzerei.
La moda mi piace, è uno stimolo continuo.

Hai altre passioni al di fuori del cinema?

La mia più grande passione è il calcio, sono un grande tifoso del Napoli, questo è un anno molto bello. Poi la cosa che mi piace di più è viaggiare.

Il viaggio più bello?

Una decina di anni fa, un viaggio-lavoro in Sudamerica. Sono stati sei mesi bellissimi, tra l’Uruguay e l’Argentina. Ma tutti i viaggi che ho fatto sono indimenticabili, spero sempre che il più bello sia quello che verrà.

“Vorrei fare questo mestiere finché mi fa battere il cuore e mantenere sempre un sano entusiasmo”

A cosa stai lavorando attualmente? Film, serie o altri progetti in arrivo nei prossimi mesi di cui puoi anticiparci qualcosa?

Uscirà un film a cui tengo tanto, Shukran, che abbiamo girato quest’estate (diretto da Pietro Malegori, ndr). Poi sto lavorando a un film, Sottocoperta (per la regia di Simona Cocozza, ndr).

Qual’è il tuo sogno professionale più grande?

Fare questo mestiere finché mi fa battere il cuore, spero dunque per tanto tempo, e mantenere sempre un sano entusiasmo.

Antonio Folletto film
Total look Brunello Cucinelli

Credits

Talent Antonio Folletto

Editor in Chief Federico Poletti

Text Giulia Cangianiello

Photographer Cosimo Buccolieri

Stylist Stefania Sciortino

Grooming Marco Roscino

Ph. assistant Antonio Crotti

Stylist assistant Federica Mele

Nell’immagine in apertura, Antonio Folletto indossa total look Dior Men

Giulia Schiavo, attrice centrata e consapevole

27 anni, originaria di Orvieto, giovane e talentuosa attrice italiana, Giulia Schiavo fa il suo debutto in televisione nel 2017 nella quarta stagione della serie Rai Che Dio ci aiuti. L’anno successivo viene poi scelta per il ruolo di Alice nel cast della serie di successo Skam Italia, diretta da Ludovico Bessegato, parte che le regala grande notorietà di pubblico. Approda quindi al cinema nel film di esordio di Francesco Carnesecchi, La partita. Sempre nel 2018, la ritroviamo nella soap opera di culto Rai, Un posto al sole, nei panni della bella e ambiziosa Vera Viscardi e poi, nella seconda stagione de L’allieva. Due anni dopo, Giulia è Mara nel film Netflix Sotto il sole di Riccione, diretto dagli YouNuts!.

Giulia Schiavo
Dress H&M Innovation

Il ruolo nella serie Mediaset Il Patriarca

L’orvietana, diplomata all’accademia YD’ Actors, sarà coprotagonista affianco a Claudio Amendola nella nuova serie Mediaset Il Patriarca: «È stata un’esperienza che mi ha regalato tanto, un viaggio durato sei mesi molto intensi, tra Lazio e Puglia, su un set in cui si respirava ogni giorno una grande umanità», ci racconta. E aggiunge, a proposito dell’interprete romano, con cui ha avuto l’opportunità di collaborare per questo progetto: «Penso che Claudio sia come un padre artistico per me, ha saputo guidarmi in questo viaggio con una generosità e dolcezza come non se ne trovano quasi mai».

In Il Patriarca, la Schiavo veste i panni di Nina: «Il personaggio che interpreto è una ragazza molto ambiziosa, borghese e dall’aria sofisticata che sogna di diventare un’artista di successo a Parigi. Non appena torna a Levante, dalla sua famiglia, si trova coinvolta in dinamiche molto più grandi di lei che non sarà affatto facile gestire».

Giulia Schiavo attrice
Dress stylist’s archive

“Con la recitazione ho capito di aver trovato il mio posto”

Una carriera in forte ascesa quella dell’attrice umbra dunque, da sempre affascinata dal mondo della recitazione: «Da piccola mi divertiva osservare e imitare gli animali, un piccolo spazio diventava una scenografia di cui dovevo decidere ogni dettaglio. Crescendo ho realizzato che intrattenere un pubblico e connettermi con esso stava diventando un’esigenza. Mi sono trasferita a Roma per studiare le tecniche cinematografiche e quando sono iniziati ad arrivare i primi risultati ho capito di aver trovato il mio posto».

Occhi azzurri e sguardo ammaliante, Giulia Schiavo è protagonista della fashion story di MANINTOWN: «Scattare con Davide Musto è stato bellissimo, è un artista incredibile. Tendo ad essere molto critica nei miei confronti e mi è spesso capitato di non vedermi bene in foto. Quando ho visto le anteprime degli scatti di Davide sono rimasta impressionata da quanto avesse capito la mia essenza, è stato come se mi avesse letto dentro. Una sensazione che solo i grandi possono restituirti», ci dice. «Mi sono divertita tantissimo a giocare e cambiare mood tra un look e l’altro. La moda, nel mio immaginifico, è la personificazione della nostra energia, in continua trasformazione. Un concetto che mi affascina», conclude l’attrice.

Giulia Schiavo 2023
Shirt and skirt Alessandro Enriquez, shoes Vic Matié

Giulia Schiavo serie
Jacket Veronica Iorio

Credits

Talent Giulia Schiavo

Editor in Chief Federico Poletti

Text Giulia Cangianiello

Photographer Davide Musto

Stylist Andreas Mercante

Stylist assistant Valentina Calicchio, Edoardo Andrini

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Make-up Lorena Leonardis @Cotril

Make-up assistant Anna Gioia Catone

Nell’immagine in apertura, Giulia Schiavo indossa abito H&M Innovation

Stranizza d’Amuri: l’inno alla vita di Giuseppe Fiorello

Golden Goose si fa promotore del film poetico del neoregista, celebrando l’universalità dell’amore

Il delitto di Giarre è un fatto di cronaca che ha segnato l’Italia negli anni Ottanta: era il 31 ottobre del 1980 quando, in un paese in provincia di Catania, Giorgio e Antonio furono uccisi. La loro unica colpa era quella di amarsi. Questo terribile episodio, rimasto impunito, è diventato fondamentale nella storia del movimento di liberazione omosessuale italiano, portando alla fondazione del primo circolo Arcigay. Da questa vicenda trae ispirazione Stranizza d’Amuri, film intenso e autentico che celebra l’esordio alla regia di Giuseppe Fiorello. A supportare la realizzazione del lungometraggio, il brand Golden Goose che si fa promotore dei valori di libertà e universalità dell’amore.

Locandina di Stranizza d’Amuri di Giuseppe Fiorello

Vero e proprio inno alla vita, per rendere memoria alle due vittime indimenticate, Beppe Fiorello pesca tanto dalla cronaca, quanto dalla memoria, quella della sua giovinezza in Sicilia, e riadatta la narrazione trasportandola nel 1982, durante la celebre estate dei mondiali della nazionale di Bearzot.

Stranizza d’Amuri di Giuseppe Fiorello: una narrazione genuina e autentica

Sullo sfondo del racconto spiccano gli scenari tipici isolani, caratterizzati da forti e talvolta violenti contrasti paesaggistici e cromatici che fanno da contrappunto a quelli culturali. Da una parte il mare cristallino, con i suoi infiniti colori, e la campagna, nella quale si svolgono scene quotidiane di vita caratterizzate da convivialità e condivisione; dall’altra le ciminiere, le cave e i luoghi chiusi e claustrofobici che vanno a braccetto con la mentalità ottusa e patriarcale, maschilista e omofobica che caratterizza tradizioni e modi di pensare dominanti in queste aree. La storia – di amicizia e amore – si snoda lentamente nel mezzo di questi estremi. Protagonisti del legame forte e intenso e, al contempo, puro e innocente, sono Gianni e Nino, interpretati da Gabriele Pizzurro e Samuele Segreto (volto noto di Amici di Maria de Filippi).

I due protagonisti Gianni e Nino (interpretati da Gabriele Pizzurro e Samuele Segreto) in una scena del film

Non un semplice film LGBTQ+ di denuncia, ma un messaggio potente, poetico e genuino, delicato e travolgente, duro e drammatico. Una storia multidimensionale raccontata senza filtri o retorica mettendo in luce al di là del pregiudizio, un sistema di valori violenti e discriminatori che rappresentano un’intera società.

Giuseppe Fiorello e Samuele Segreto sul set di Stranizza D’Amuri

Stranizza d’Amuri “storia di un’amicizia e di un amore senza tempo” e il supporto di Golden Goose

Golden Goose, la cui filosofia aziendale condivide i valori di rispetto e inclusività, nonché dell’universalità dell’amore, ha supportato la pellicola, contribuendo alla realizzazione di questo progetto.

In Golden Goose crediamo che ogni piccola azione, fatta assieme, possa rendere il mondo migliore. Insieme, fieri di chi siamo e orgogliosi della nostra autenticità”, afferma il CEO, Silvio Campara – “Quella intrapresa dal nostro brand è per definizione una ‘storia d’amore’ in ogni sua dimensione: da tutti gli artigiani che creano il nostro prodotto fino a tutte le persone che ogni giorno lo vivono e lo raccontano in modo unico nel mondo”. 

Il titolo Stanizza d’Amuri è preso in prestito da un brano di Franco Battiato, cantautore siciliano di cui Fiorello è grandissimo fan. “Stranizza d’Amuri è la storia di un’amicizia e di un amore senza tempo, mai consumato e per sempre ricordato ma è anche titolo di una canzone di Franco Battiato – autore alle cui canzoni sono legati miei personali ricordi ed emozioni di una adolescenza trascorsa tra i quartieri e le strade della mia Sicilia”, commenta il regista. “I due giovanissimi attori protagonisti e tutto il cast hanno saputo dare grandissima profondità e umanità ai personaggi. Sono ancora molto emozionato, soprattutto per la storia che ho deciso di raccontare, un fatto di cronaca che non ho mai dimenticato.”

A Milano va in scena la fotografia con MIA Fair 2023

MANINTOWN per il secondo anno è presente in fiera come Media Partner

Fino a domenica 26 marzo 2023 Milano è protagonista della fotografia con MIA Fair 2023, la più importante fiera italiana interamente dedicata all’immagine fotografica, che quest’anno giunge alla sua XII edizione. Per la terza volta, gli spazi espositivi del Superstudio Maxi diventano palcoscenico internazionale per oltre 100 espositori: 80 gallerie, di cui il 30 % provenienti dall’estero (che compongono la Main section della manifestazione), e ben 16 progetti speciali. Per la prima volta, MIA Fair opera, sotto il profilo organizzativo, con Fiere di Parma, dopo il suo ingresso nel gruppo. La città meneghina, grazie a Milano Image Art Fair, rassegna ideata da Fabio Castelli, diventa così il cuore pulsante dell’arte fotografica, rafforzando il rapporto con la comunità internazionale di artisti, curatori e galleristi del mondo della fotografia. E dopo il successo dello scorso anno con la mostra Nuovo Cinema Purgatorio di Davide Musto, anche quest’anno MANINTOWN – a sottolineare la sua vocazione allo scouting di nuovi talenti anche nel campo dell’arte fotografica – consolida il suo legame con la manifestazione, questa volta in qualità di Media Partner.

Davide Bramante, MIA MI, 2022, dalla serie Città Ideali, c-print. Courtesy Fabbrica Eos Milano

Come ogni edizione, l’immagine coordinata della fiera è affidata a un artista particolarmente significativo nel panorama internazionale: quest’anno a rappresentare l’evento è Davide Bramante, fotografo siciliano di Siracusa, figura di spicco nel campo, con la sua opera MIA MI, appartenente alla serie Città ideali. In MIA MI, che vuole mettere il luce in maniera significativa la forte connessione di MIA Fair con Milano, il Duomo, simbolo della città, si mescola a immagini che rimandano ad altre suggestioni, evidenziando il carattere multiculturale e cosmopolita della città.

I Premi di MIA Fair 2023

BNL BNP Paribas, Main Sponsor della fiera, promuove il Premio BNL BNP Paribas, riconoscimento che sottolinea il forte interesse di BNL BNP Paribas nello sviluppo della cultura e nella ricerca dell’arte contemporanea in Italia. Quest’anno la giuria ha premiato Miss Butterfly di Shadi Ghadirian, presentata dalla Galleria Podbielski Contemporary di Milano. “L’artista è riuscita a creare un’immagine emozionale, che con forza poetica parla a tutti noi e di tutti noi. C’è una ragnatela tra noi e la luce, la libertà al di là delle sbarre. C’è la volontà del volo e la speranza di superare la ragnatela” spiega la Giuria.

Vincitrice Premio BNL BNP Paribas – Shadi Ghadirian, Miss_Butterfly, 2011 @ Podbielsky Contemporary Milano

Tra gli altri partner storici di MIA Fair, Eberhard & Co. promuove il progetto di Riccardo Boccuzzi (Monopoli, BA, 1986), regista, sceneggiatore ed esperto di new media, dal titolo Artificial Hell: una sequenza di opere inedite creata raccontando l’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri a una Intelligenza Artificiale. In particolare, Boccuzzi ha tradotto la cantica dantesca in descrizioni ed informazioni affinché l’intelligenza artificiale potesse comprenderla e trasformarla in arte figurativa.

La fiera si ditingue ogni anno Kiu per la qualità e la varietà dei premi assegnati. Tra questi, si segnala la IV edizione del Premio New Post Photography, curato da Gigliola Foschi, aperto a progetti di autori senza limiti di età o di nazionalità e senza vincoli tematici, che si propone di promuovere le tendenze più significative e innovative nell’universo dinamico e molteplice della fotografia contemporanea.

Inoltre, torna per la seconda volta il Premio IRINOX SAVE THE FOOD, a cura di Claudio Composti, supportato da Irinox S.p.A. che promuove artisti i quali, attraverso l’uso dell’immagine, hanno affrontato il tema cibo, argomento quanto mai presente nella storia dell’umanità non solo come bisogno primario, ma portatore di forti simbologie e di importanti implicazioni antropologico-sociali. 

Vincitrice Premio Irinox Save The Food – Maria Giovanna Giuliano, Ordinary Pleasures, 2022, fotografia digitale, stampa digitale cromogenica

I Pogetti Speciali presentati al MIA Fair

 Oltre alla Main section e ai premi, MIA Fair si completa con una serie di Progetti speciali.

Reportage Beyond Reportage, curato da Emanuela Mazzonis di Pralafera, vuole evidenziare le diverse sfumature che il reportage ha assunto oggi, sia esso declinato sotto forma di fotografia documentaria, fotogiornalismo o street photography. Non è più da considerarsi essenzialmente come una testimonianza di eventi cruenti, insoliti o straordinari, ma un racconto potente di una storia normale, che accade nella quotidianità e che diventa unica. La sezione propone le immagini di fotografi rappresentati da gallerie presenti a MIA Fair, il cui lavoro racconta storie di vita, di guerra, di flussi migratori, di libertà, di speranza, di disastri naturali e climatici, di sport e di condivisione.

La sezione Beyond Photography – Dialogue, curata da Domenico de Chirico, è rivolta alle gallerie con un’attività focalizzata sulla promozione di artisti internazionali, il cui progetto espositivo è volto alla creazione di un dialogo tra fotografia e altri media come scultura, installazione, pittura e video.

BDC – Bonanni Del Rio Catalog, polo culturale di Parma promuove invece, la seconda edizione di La Nuova Scelta Italiana. Il Premio mira a valorizzare il lavoro di quegli artisti che stanno segnando l’evoluzione del linguaggio fotografico, nomi degni di essere affiancati ai grandi fotografi del passato che compongono l’originaria raccolta Bonanni Del Rio Catalog. Gli artisti vincitori di quest’anno sono Luca Campigotto e Paola De Pietri che espongono le loro opere a MIA Fair 2023.

Di grande intensità è il progetto Underskin, Stories from Iran che si focalizza sull’Iran, analizzando, attraverso l’arte e la fotografia, la delicata situazione politica e sociale che in cui si trova il Paese.  Il progetto, a cura di Rischa Paterlini, presenta alcune opere di artisti iraniani, emergenti e affermati, residenti in Iran o all’estero e rappresentati da gallerie provenienti da diversi continenti.

Giuseppe Lo Schiavo, Daphne and the Ocean, 2023. Courtesy Giuseppe Lo Schiavo, Spazio Nuovo

L’Area Talk di MIA Fair ospita infine un ricco programma culturale e di presentazioni editoriali: il calendario completo è su www.miafair.it.

MANINTOWN Magazine, edito da MI-Hub Agency, è presente in fiera nell’area dedicata ai media partner. Sono esposti e offerti ai visitatori tutti gli ultimi numeri cartacei del magazine, nei quali la fotografia è assoluta protagonista, grazie ai numerosi servizi editoriali in-house scattati da diversi talentosi fotografi italiani, che vedono protagonisti gli artisti emergenti del mondo della musica e del cinema di cui MANINTOWN si fa scouter e promotore.

Emma Summertone, Motel 8, 2005. Courtesy Cristophe Guye Galerie

MIA Fair | Milan Image Art Fair 2023

Milano, SUPERSTUDIO MAXI (via Moncucco 35 – MM Famagosta)

23 – 26 marzo 2023

Orari:

Giovedì 23 marzo, 12.00 – 21.00

Venerdì 24 marzo, 12.00 – 21.00

Sabato 25 marzo, 11.00 – 20.00

Domenica 26 marzo, 11.00 – 20.00

Gian Paolo Barbieri: Unconventional, una mostra a colori

Il titolo della mostra, Gian Paolo Barbieri: Unconventional, rivela subito il taglio inedito della personale dedicata al grande maestro della fotografia. Una selezione di scatti a colori che mette in luce una parte meno conosciuta della vasta produzione dell’artista – tra i fotografi internazionali più influenti nell’ambito della moda – è esposta al pubblico presso 29 Arts in Progress. La galleria d’arte fotografica, situata nel quartiere milanese Sant’Ambrogio, che ha sempre rappresentato, fin dalla sua apertura, il lavoro di autori riconosciuti a livello internazionale e si concentra in particolar modo sul ritratto e sulla fotografia di moda, celebra Gian Paolo Barbieri con un’esposizione senza precedenti.

Fino al 25 marzo 2023 è possibile ammirare, infatti, una serie inconsueta di scatti, non immediatamente riconducibili all’obiettivo del creativo – vincitore nel 2018 del premio Lucie Award come Miglior Fotografo di Moda Internazionale. Si tratta di una sequenza di immagini innovative per location e styling, che si distinguono per un carattere ironico e provocatorio, ma al contempo ricercato e sofisticato. I rimandi alla storia dell’arte, alle ambientazioni eclettiche in luoghi esotici e i richiami a citazioni cinematografiche – provenienti, queste, dalle esperienze giovanili di Barbieri presso gli studi di Cinecittà a Roma, si susseguono nel percorso espositivo.

Luca Casulli, direttore della galleria meneghina, ci spiega: «La mostra si propone di far conoscere al pubblico un Gian Paolo Barbieri più contemporaneo attraverso scatti ambientati in location all’aperto, privilegiando l’outdoor rispetto allo studio, oltre a modelle e, in generale, pose e composizioni più spontanee, a volte ironiche, senza però mai rinunciare alle citazioni legate alla storia dell’arte e a quella letteraria e cinematografica, che rappresentano la cifra dell’autore».

Gian Paolo Barbieri top model
Alberta Tiburzi, Kenya, 1969 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

Un corpus fotografico meno noto, ma emblematico della cifra autoriale di Barbieri

Un ensemble anticonvenzionale nella poetica dell’artista, che si distacca radicalmente dal resto del suo lavoro, anche e soprattutto per l’uso dei colori. Il bianco e nero infatti, l’artificio prescelto da Barbieri per ritrarre i suoi soggetti, caratterizza la cifra stilistica del fotografo milanese. Un virtuosismo che permette di restituire figure che appaiono, così, distanti e inarrivabili, austere e sofisticate. Nelle immagini in mostra, il colore svolge invece una funzione inattesa, permettendo all’artista di fornire un’interpretazione  personale e innovativa della moda e della bellezza femminile: le donne si liberano per l’occasione delle pose più canoniche della fotografia fashion e assurgono a testimoni di una nuova eleganza, che ne sottolinea l’anima più disinibita e sensuale.

Gian Paolo Barbieri campagne
Gian Paolo Barbieri – Eva Herzigova, Milano, 1997 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

Quella messa in scena da Gian Paolo Barbieri: Unconventional è una narrazione attenta nella quale immagini più intime e spontanee di modelle e personaggi celebri come Eva Herzigova, Isa Stoppi e Donatella Versace, si alternano a fotografie iconiche tratte da alcune leggendarie campagne pubblicitarie, realizzate dall’artista per brand di moda italiani e internazionali, come Versace, Ferré, Vivienne Westwood, Dolce & Gabbana, Valentino e Armani. 

«In una sala, dedicata alla produzione di Barbieri degli anni Novanta, sono raccolte foto (tutte inedite) di campagne realizzate tra gli altri per Versace, Valentino e Ferré, che citano l’immaginario del film La dolce vita. Altri due scatti per Vogue Italia, con le veneziane abbassate e la luce soffusa, omaggiano invece American Gigolò. Qui Barbieri voleva veicolare
il fenomeno (in via di sviluppo) dell’edonismo di massa, caratteristico di un periodo, quello dei primi anni Ottanta, in cui cominciava ad imporsi il culto, la ricerca ossessiva della bellezza», ci racconta Casulli.

I riferimenti letterari, cinematografici e artistici da cogliere nelle immagini

Tra ritratti inediti e immagini dipinte a mano, l’exhibition di 29 Arts in Progress racconta la creatività e l’irriverenza di un artista, il quale ha sempre attinto al mondo delle arti visive per valorizzare e supportare quello della moda, elevata in tal modo al di sopra del proprio valore d’uso e della sua funzionalità. «Da sempre amo l’arte, in tutte le sue declinazioni. Fin da piccolo l’ispirazione al teatro e al cinema furono una spinta importante. Poi leggendo tanto, studiando l’arte classica, guardando ai maestri del passato o semplicemente guardandomi intorno e prendendo spunto da ciò che si animava intorno a me, sviluppavo il mio occhio artistico. Immaginavo e disegnavo nella mia mente ciò che avrei voluto fosse il risultato del servizio, costruivo i miei set in maniera impeccabile, sempre con una citazione, più o meno esplicita, all’arte, al cinema o all’architettura» (Gian Paolo Barbieri).

Il direttore di 29 Arts in Progress ci svela poi alcuni retroscena relativi agli scatti in mostra.

«In scatti più recenti, del 2016, per omaggiare i 400 anni dalla scomparsa di Shakespeare, Barbieri ha reinterpretato i cardini dell’opera del grande drammaturgo inglese, nel caso specifico ha trasformato Ofelia in una figura maschile, un supermodel brasiliano, riprendendo la tradizione del teatro settecentesco, in cui anche i personaggi femminili venivano impersonati da uomini».

Gian Paolo Barbieri arte
Gian Paolo Barbieri, Ophelia, Milano 2016 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

In mostra scatti di campagne per le maison più prestigiosi e omaggi a opere d’arte immortali

«Anche questo scatto, che ritrae la danzatrice di burlesque Janet Fischietto, si ispira all’opera di
Shakespeare. Barbieri ne ha curato anche lo styling, usando sandali di Giuseppe Zanotti creati ad hoc per lo scatto, intitolato La bisbetica domata. Anche qui si gioca con ironia sulla tragedia shakespeariana, la teatralità di Barbieri viene declinata in una chiave più moderna, grafica».

Gian Paolo Barbieri Shakespeare
Gian Paolo Barbieri – La Bisbetica domata, 2017 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

«Questa foto appartiene a una campagna per Vivienne Westwood degli anni Novanta, la modella in realtà non è seduta, l’effetto è dato dalla falsa prospettiva; qui Barbieri ha realizzato anche dei fondali, dipinti a mano, e per dare l’effetto sfocato che si nota nell’immagine ha applicato della vasellina sull’obiettivo fotografico. Oltre a scattare, Barbieri ha sempre coltivato altre passioni e abilità, in primis la pittura e il disegno, il suo lavoro è sempre stato multidisciplinare, trasversale».

Gian Paolo Barbieri citazioni
Gian Paolo Barbieri – Vivienne Westwood Londra 1998 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

Il lavoro immenso di un maestro dell’obiettivo che, col suo lavoro, ha contribuito a plasmare la fotografia di moda

Gian Paolo Barbieri, che ha riempito, con i suoi scatti iconici e senza tempo, per interi decenni, le pagine di Vogue Italia, Vogue Paris, Vogue America, L’Officiel, GQ e Vanity Fair, ed è inserito all’interno delle più prestigiose collezioni museali (tra cui il Victoria and Albert Museum e la National Portrait Gallery di Londra, il Kunstforum di Vienna, il Palazzo Reale di Milano, il MAMM di Mosca e il Musée du quai Branly di Parigi), è celebrato a Milano attraverso un corpus di immagini che, seppur meno noto, non tradiscono lo stile autoriale del fotografo.

La collezione esposta anzi, aprendo un varco nuovo che ci rivela infinite possibilità, propone una visione da un punto di vista inconsueto dell’opera dell’artista e offre una comprensione ancora più approfondita, seppur non esaustiva, del lavoro immenso di Gian Paolo Barbieri, che conta oltre un milione di scatti, ciascuno dei quali portatore di una propria simbologia e di un significato intrinseco, che ne fa un’opera d’arte unica e inconfondibile.

La mostra ha accompagnato anche l’uscita nei cinema italiani del primo docufilm sull’opera e la vita dell’artista, L’uomo e la bellezza, già vincitore del premio del pubblico al Biografilm Festival 2022 di Bologna.

Nell’immagine in apertura, Alberta Tiburzi, Kenya, 1969 – Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri _ 29 Arts in Progress gallery

Couturier visionario, artigiano spericolato, creativo controverso: addio a Paco Rabanne

Quasi 60 anni dopo il lancio della sua prima collezione, il cui titolo fu una sorta di manifesto della sua poetica, le métallurgiste de la mode (così lo definì Coco Chanel, non senza una vena polemica), è scomparso a Portsall all’età di 88 anni. Francesco Rabaneda y Cuervo, in arte Paco Rabanne, designer, artigiano, artista o vero e proprio genio – secondo le parole di Salvador Dalí, che di lui disse: “È il secondo genio più grande della Spagna, dopo di me” – se ne è andato, lasciandoci in eredità uno stile avveniristico, che si esprime con un linguaggio futuristico ancora prepotentemente attuale. Innovazione, sperimentazione, avanguardia, audacia e sfrontatezza, con una buona dose di provocazione: queste sono le caratteristiche che definiscono – seppur in maniera non esaustiva – la cifra stilistica di Paco Rabanne, potente e visionaria, che ha influenzato profondamente la moda a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Fu tra i massimi esponenti (assieme ad André Courrège e Pierre Cardin) dell’estetica Space Age, espressione di un’epoca della storia contemporanea scandita da sviluppi tecnologici, esplorazioni spaziali e corsa al progresso e che trova il suo momento simbolo nel 1969, con lo sbarco sulla Luna. Il suo immaginario era popolato da donne guerriere dalle apparenze robotiche, attraversate da bagliori lucenti; eroine postmoderne ricoperte da armature scintillanti fatte di metallo fluido – che assumono talvolta le sembianze di tute spaziali. Artista e artigiano esperto e curioso, con la verve da fabbro e un know-how da designer di gioielli, era capace di lavorare sapientemente materiali fino ad allora mai usati nel prêt-à-porter: le pinze e le tenaglie nelle sue mani sostituivano ago e filo per creare abiti e accessori – forgiati più che cuciti – a partire da metalli, come alluminio e lamine d’argento, ma anche plastica, plexiglass, carta e rhodoïd. 

Dalla Spagna alla prima emblematica sfilata: la storia del designer della Metal Couture

Paco Rabanne nasce nel 1934, nei Paesi Baschi, in Spagna, alla vigilia dello scoppio della Guerra Civile Spagnola. Per sfuggirvi, all’età di cinque anni si trasferisce in Francia assieme alla madre, ai tempi capo cucitrice dell’atelier Balenciaga (non conobbe mai il padre, un generale repubblicano fucilato dall’esercito di Franco). É proprio lei, tempo dopo, a indirizzarlo verso la moda. All’inizio degli Anni ’60, spinto dalla necessità di finanziarsi i suoi studi (dal 1952 al 1964, segue i corsi di architettura all’École Nationale des Beaux-Arts di Parigi), il giovane Francisco vende i suoi disegni e gli accessori da lui realizzati a Charles Jourdan e Roger Model: borse, bijoux, cappelli e fermagli. In parallelo, inizia a creare accessori di lusso artigianali per Givenchy, Pierre Cardin e Courrèges.