Johnny Do, Il viaggio che rifarei

Definire Johnny Do solo un appassionato di viaggi sarebbe quasi riduttivo, la sua è una vera cultura del saper viaggiare. Il suo libro “Il viaggio che rifarei” si è subito posizionato tra i primi dieci posti nella sezione travel di Amazon, proprio a confermare quanto tutti noi abbiamo bisogno di prendere una valigia e partire. Ecco se leggete il libro è proprio quello che penserete.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro?

Le emozioni dei primi viaggi le scrivevo già adolescente, poi ho iniziato a vivere e lavorare viaggiando, è diventata un’abitudine vivere in hotel, traslocare da una nazione all’altra, cambiavo isole e continenti come fossero quartieri della stessa città arrivando al punto di non aver più avuto il tempo di scrivere.

Ho cercato il posto più bello dove vivere e ho cercato di immagazzinare nella memoria più emozioni possibili. Internet ha permesso l’espandersi del fai da te anche nei viaggi, nell’ultimo decennio, anno dopo anno, il lavoro è sceso sempre più: nella gestione delle stagioni come per i grandi accompagnamenti. Qualche anno fa, durante una cena in un famoso ristorante di Ibiza, una cara amica con il suo compagno, sentendomi raccontare alcuni aneddoti di viaggi e di turisti mi hanno proposto l’idea, con Salvatore ho iniziato un percorso quasi psicologico per scardinare ricordi ed avvenimenti che, in realtà erano semplicemente catalogati in una parte del cranio, poi è arrivata la pandemia e ho avuto il tempo di cercare tutto ciò che mia sorella aveva ordinatamente conservato in cantina e cosi in ordine cronologico ho iniziato a riordinare tutto. Saltando qualcosa, unificando qualcos’altro è arrivato il libro.  

Il viaggio più bello?

La bellezza di un viaggio è direttamente proporzionale all’ entusiasmo e alle emozioni che ognuno ha in quel determinato momento, il viaggio più bello nel mio caso è lungo una vita, potrebbe essere solo un sorvolo della Polinesia, la prima volta a New York, Rio a Carnevale o le indimenticate grandi amicizie di Tenerife o di Mykonos, gli altipiani della Tanzania e del Kenya, il salto nel tempo di Cuba o chissà dove. Per avere una risposta più chiara bisognerebbe cercarla nel libro.

C’è un viaggio che non rifaresti?

Alcuni viaggi li ho fatti con l’incoscienza della giovinezza, adesso non li rifarei per pericolosità dei luoghi o delle situazioni. Non ho amato il secondo periodo da manager in Egitto, penso per l’incarico; avrei lasciato la nave rompighiaccio il secondo giorno di navigazione, per la noia; col senno di poi mi preparerei meglio ad affrontare i primi lunghi periodi in estremo oriente, mi sentivo un extraterrestre.

Vivi ad Ibiza da vent’anni (credo) che futuro avrà secondo te.

Ibiza ha un’anima unica, si rigenera e genera e rigenera mode e usi. Sicuramente gran parte dello spirito che l’ha resa esclusiva ormai da sessant’anni si è dissolto già da qualche anno, si è globalizzata cercando di offrirsi sempre più ad un pubblico simile a quello di Dubai, che ha tolto personalità anche a luoghi come Mykonos e Miami rendendoli tutti simili per un pubblico internazionale. La bellezza dell’isola unita all’unicità delle feste continuerà ad essere la carta vincente per un futuro glorioso ma con una personalità sicuramente meno eclettica e più simile ad altri luoghi nel mondo. 

Il party più lussuoso dove lo hai visto.

Diversi, non solo uno, nei primi anni Novanta a Ibiza ricordo il party sullo Yacht di Gaultier, a Mykonos nella villa di un amico, a Miami nella Villa Casuarina (casa Versace), a Bermuda nella villa invitato per un week end da un amico, a Mauritius nella casa della fondatrice di un importante marchio di gioielli, poi il primo periodo a New York praticamente ogni settimana.

Lazzarelle, il progetto di Silvian Heach a sostegno delle detenute del carcere di Pozzuoli

Sulle persone detenute pesa uno stigma assai difficile da scalfire, che porta a diffidarne apertamente se non a isolarle anche quando intraprendano, o abbiano già compiuto, un percorso riabilitativo, perpetuando così un circolo vizioso che le mantiene ai margini della società; vale a maggior ragione per le donne, vittime di pregiudizi che, nel caso in cui scontino una pena in carcere, aumentano a dismisura, nonostante i dati sulla situazione del lavoro italiana mostrino come, dopo l’emergenza della pandemia, siano proprio loro le più sfavorite.



Bisogna perciò sottolineare l’impegno di quelle aziende che provano a contrastare l’inclinazione generalizzata a emarginare chiunque abbia commesso reati o errori, evidenziando l’importanza di concedergli una seconda possibilità. L’ultima iniziativa del marchio di ready-to-wear femminile Silvian Heach, da sempre attivo nella promozione di campagne per il sostegno e la difesa delle donne, va esattamente in questa direzione, siglando un progetto chiamato Lazzarelle non si nasce, si diventa, che coinvolge la fondatrice e Ceo del brand Mena Marano, la founder della Cooperativa Lazzarelle Imma Carpiniello e Maria Luisa Palma, direttore della casa circondariale femminile di Pozzuoli, accomunate dall’obiettivo di modificare la forma mentis dell’opinione pubblica nei confronti delle carcerate.



Marano ha scelto di unire le forze con la Cooperativa Lazzarelle, torrefazione di caffè attiva dal 2010 nel penitenziario, che impiega appunto le detenute, ciascuna con una propria storia fatta di contesti sociali difficili, che chiedono ora un’opportunità per potersi inserire appieno nel mondo del lavoro.
Per supportarle in questo percorso di reinserimento verrà messa in vendita, sull’e-shop silvianheach.com, una special box contenente sia i prodotti Lazzarelle (nello specifico due miscele di caffè, una tisana e una crema spalmabile), sia quelli firmati dalla griffe, ovvero una T-shirt, arricchita dal logo creato ad hoc del cuore stilizzato stretto in un abbraccio, e una borsa in tessuto sostenibile, decorata dalla stessa grafica. L’incontro di presentazione di questo progetto tutto al femminile, lanciato ufficialmente il 9 novembre, ha avuto come testimonial Sabrina Scampini, giornalista e volto noto della tv. Ad accompagnare il tutto, un reportage fotografico e un documentario che vedono protagoniste le donne recluse nella casa circondariale di Pozzuoli, consentendo loro di raccontarsi in prima persona e spiegare i valori alla base della partnership tra Lazzarelle e Silvian Heach.



Commentando l’iniziativa, Mena Marano si dice entusiasta di “sostenere queste donne che meritano di rinascere e avere una seconda possibilità. Con il duro lavoro alla torrefazione e al bistrot possono auspicare al cambiamento e ad un futuro migliore, rimettersi in gioco e non tornare nelle stesse situazioni che le hanno portate a delinquere. Da parte sua Imma Carpiniello, responsabile dell’impresa all’interno delle mura del carcere che, proprio quest’anno, celebra il traguardo del decennale, precisa: Le donne detenute sono doppiamente svantaggiate, e per questo abbiamo pensato di provare a rispondere a questo bisogno attraverso una torrefazione che produce caffè artigianale. L’incontro con Silvian Heach e Mena Marano, un’imprenditrice che condivide la nostra mission, per noi è una bellissima opportunità.


Lazzarelle non si nasce, si diventa

Il direttore dell’istituto Maria Luisa Palma, che ha subito sposato l’idea della collaborazione, ringraziando la manager del marchio chiosa infine: La persona in carcere ha quasi sicuramente commesso un reato, ma non si identifica con il reato; resta una persona che ama, che soffre, che ha capacità lavorative. Una donna, anche se in carcere, resta il centro di una rete di relazioni, resta il sostegno (spesso l’unico) della sua famiglia, dei suoi figli. E la società fa un torto a sé stessa se si priva di queste persone, delle loro capacità e delle loro potenzialità.

Sorrento Gnocchi Day

Gli gnocchi sono un tesoro nazionale e tutto il mondo lo sa, ed ogni regione ne propone una sua versione diversa nel nostro bel paese, ma senza ombra di dubbio quelli alla “Sorrentina”, sono quelli più riconosciuti desiderati dai palati internazionali.

Infatti, proprio nella magica Sorrento dal 7 al 10 di Ottobre andrà in scena per la prima volta il SorrentoGnocchiDayma in realtà saranno oltre sessanta i locali, tra trattorie, bistrot, locali storici e ristoranti stellati, in Penisola sorrentina, in Italia e nel mondo a dar vita a questa primissima edizione.



Questo piatto iconico della città del Tasso, in cui sono racchiuse storia, maestria, cultura e territorialità, sarà proposto nei menù di decine di ristoranti locali, ma anche dislocati in Italia: da Padova a Ischia, passando per Marina di Pietrasanta, e in tante altre realtà sparse per il mondo, tra le altre: Dubai, Tulum, Leicester, Mykonos e Hong Kong. Chef italiani, al timone delle rispettive brigate internazionali, proporranno ai propri clienti gli Gnocchi, tradizionali o rivisitati.

Un piatto semplice, gli Gnocchi alla sorrentina, conosciuto in tutto il mondo e la cui ricetta classica recita: patate, farina, uova, fiordilatte, olio extra vergine d’oliva e un buon sugo di pomodoro.

In esclusiva per la stampa, giovedì 7 ottobre, ci sarà un’anteprima che coinvolgerà 10 chef campani, impegnati a proporre la propria interpretazione degli Gnocchi, qualcuno nella versione squisitamente tradizionale e qualcun altro introducendo delle rivisitazioni riguardanti la forma, la cottura, le consistenze o gli ingredienti.



I 10 chef che si confronteranno sulla Terrazza delle Sirene del Circolo dei Forestieri di Sorrento saranno: Mario Affinita, del Don Geppi di Sant’Agnello; Giuseppe Aversa, chef de Il Buco di Sorrento; Paolo Barrale dell’Aria Restaurant di Napoli; Pasquale De Simone del Ristorante ‘O Break del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli; Domenico Iavarone  del Josè Restaurant  della Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco; Andrea Napolitano del Ristorante NDRE’ di Sorrento; Marco Parlato, resident chef della Terrazza delle Sirene di Sorrento; Lino Scarallo di Palazzo Petrucci a Napoli e Giuseppe Stanzione del ristorante Glicine dell’Hotel Santa Caterina di Amalfi, tutti coordinati da Vincenzo Guarino, lo chef noto come “Cacciatore di stelle”, per la sua consolidata capacità di conquistare Stelle Michelin.

Quella del SorrentoGnocchiDay sarà anche l’occasione per presentare un dolce inedito, dedicato alla perla della Costiera sorrentina, da sempre musa di artisti, scrittori e musicisti. Per la prima edizione, sarà il maestro pasticcere napoletano Ciro Poppella, il padre dei Fiocchi di Neve, a proporre un nuovo dolce al caffè Illy che, a partire dall’8 ottobre, si potrà degustare in tutte le sue pasticcerie.



L’idea di istituire una celebrazione del piatto identitario di Sorrento che, studiato, reinterpretato e rivisitato, possa diventare un simbolo ancorato al passato ma proiettato, contemporaneamente, nel futuro, è stata di Carmen Davolo della Dieffe Comunicazione che, assieme a Vincenzo Guarino, e grazie alla collaborazione di Peppe Aversa, del ristorante stellato Il Buco di Sorrento, ha chiamato a raccolta decine e decine di chef in tutto in mondo.

Second Life: tenebrismo e bellezza in luoghi dimenticati.

PH: Oreste Monaco @ohrescjo

Il fascino della decadenza, di un’età florida ormai passata, di una ricchezza tangibile, materiale e bucolica. Di questo parla il progetto del fotografo Oreste Monaco @ohrescjo in collaborazione con @sicily_in_decay, in cui viene ridata vita, seppur per pochi attimi, a luoghi abbandonati, luoghi dell’entroterra siciliano con una storia a cui viene data una seconda possibilità. Come il Kintsugi, dove le crepe del vaso rotto vengono riempite con l’oro, il soggetto svolge delle azioni all’interno dello spazio ridandogli vita e valore.


Uno scatto del progetto fotografico di Oreste Monaco ‘Second Life’

Mos Design: il connubio tra moda e design secondo la direttrice creativa Sara Chiarugi

Direttrice artistica e co-founder, insieme a Michele Morandi, di Mos Design, Sara Chiarugi considera inscindibile il connubio tra moda e design, alla stregua di un continuum creativo in cui fondamenti e metodi dell’una sfumano con naturalezza nell’altra, e viceversa, alla continua ricerca di un equilibrio ideale tra le due discipline; l’unico assioma è l’artigianalità, subilimata in ogni prodotto, immancabilmente ideato, modellato e dipinto a mano nel laboratorio romano dello studio.
Abituata fin dagli esordi a tenere in equilibrio ambiti differenti, Sara si è fatta apprezzare in egual misura nel mondo fashion e del teatro, collaborando con mostri sacri della moda (Romeo Gigli, Gucci, Fendi, Saint Laurent) e costumisti quali Yanni Kokkos o il premio Oscar Gabriella Pescucci.
Nella sua pratica è centrale il dialogo tra scultura e arte tessile orientale (nello specifico lo shibori, millenaria tecnica giapponese che, attraverso la manipolazione dei tessuti, ottiene cromatismi unici, nel senso letterale del termine), avvicinate fino a fondersi in una crasi che trova la propria concretizzazione in tavoli, pannelli decorativi, quadri e altri elementi d’arredo, realizzati in collaborazione con vari studi di design e progettazione d’interni. È la stessa Sara, nell’intervista che segue, a precisare i contorni della sua prolifica visione, difficile da incasellare in categorie specifiche.



Quali sono i codici, i valori che definiscono l’identità di Mos Design?

«I codici dell’identita di Mos Design vanno individuati nella passione per ciò che ha segnato la nostra storia, una ricerca a ritroso verso il nostro passato nell’ottica di riproporne le caratteristiche principali in chiave moderna, ponendo attenzione a valori imprescindibili come la sostenibilità, che manteniamo laddove è possibile in tutta la filiera, imballaggi compresi».

Può parlarci del processo creativo che segue nel suo lavoro? Fonti di ispirazione, reference, step…

«Uno degli elementi fondamentali per me è lo sguardo al passato, l’esigenza di replicare un’entità che abbia una storia, come un muro di Roma vissuto, consunto e scrostato, che diventa una base da cui partire per poi mixarla all’idea del tessuto.
Mi appassiona da sempre tutto ciò che è “vecchio”, che presenta un’immagine degradata dal tempo; è per questo che ho voluto imparare lo shibori, un’antichissima tecnica giapponese che dona alla stoffa un aspetto vissuto, perché la tintura, muovendola, fa sì che ciascuna sia completamente diversa dall’altra, concretizzando il concetto di unicità.
In definitiva, riservo una profonda attenzione e rispetto al passato, riproposto per leggere i codici del presente».

Il segno distintivo dello studio è rappresentato dall’artigianato, ogni oggetto viene ideato, modellato e rifinito a mano nel suo laboratorio. Quali materiali predilige e come vengono lavorati?

«Sono sempre gli stessi, semplici: legno, vernici ad acqua, Mdf (una pasta di legno) sostenibile, stucchi composti di una parte in marmo ecc. Lavoriamo con tutti i materiali cercando di trasmettere fedelmente l’idea che ci ispira. Il metallo di Mos Design, ad esempio, è invecchiato, tanto da sembrare quasi ottone. L’artigianalità è insita nella realizzazione manuale dei pezzi, diversi gli uni dagli altri, le cui basi presentano un riferimento che ricorda i tessuti, come tartan, coccodrillo o texture effetto squame».

Parla, riferendosi a Mos Design, di “binomio moda e design”, di un’unione tra “mondi dalle comuni radici culturali” che possono condividere “strumenti e fondamenti”; le chiederei, dunque, quali crede siano i punti di contatto tra i due ambiti, e cosa ne apprezza di più singolarmente.

«Che sia per la moda o il design, lavoro sempre per ispirazioni, seguendo un mood, inoltre mi sono formata negli anni ‘80 e per me quel tipo di background è una sorta di Dna, lo ripercorro in ogni processo creativo. Ero parte integrante delle tendenze stilistiche di un periodo storico che mi ha segnata in profondità, oggi la passione per il mio mondo di appartenenza è rimasta intatta, sono ancora fedele a quella sensibilità tra il dark e il nordico.
Il punto fondamentale è che tutto ciò che produco parla stilisticamente lo stesso linguaggio, deriva dal mio gusto estetico».



Qual è il pezzo o progetto cui è legata maggiormente tra quelli realizzati finora?

«L’inizio è stato entusiasmante, sono davvero legata alle prime proposte di set di tavoli in tutte le misure e texture che siamo riusciti a realizzare; abbiamo avuto infatti riscontri positivi da subito, non riuscivamo a stare dietro agli ordini, tante erano le richieste».

Ci sono designer o marchi che le piacciono in modo particolare?

«Rick Owens e sua moglie Michèle Lamy, trovo siano sempre assolutamente coerenti, in tutto, fanno sempre ciò che dicono, anche a costo di risultare controversi e provocatori. Forse non vengono sempre apprezzati dal pubblico, ma restano fedeli al proprio credo».

Proviene dal mondo della moda, dove ha lavorato con maison del livello di Gigli, Gucci, Saint Laurent e altre ancora. Quali sono state le esperienze più significative?

«Il lavoro svolto da Saint Laurent, quando era disegnata da Tom Ford, è stata la soddisfazione maggiore: proprio perché fu l’ultima sfilata sotto la sua direzione, finì su tutti i giornali, ero felicissima di vedere le mie maglie dipinte ovunque. Al tempo facevo riferimento a Stefano Pilati, il suo assistente di allora, mi chiamarono chiedendomi delle proposte, nella collezione finì senza modifiche tutto ciò che avevo ideato, passando tre mesi a dipingere giorno e notte. Penso sia stata la gratificazione più bella, in assoluto, oltretutto vendette benissimo.
Ho lavorato spesso anche per la lirica, il teatro, i principali costumisti, sempre con grande soddisfazione per il contributo dato al successo delle opere».

Quali sono i progetti dello studio per il 2021?

«Quest’anno abbiamo deciso di non partecipare né al Salone del Mobile né a Maison & Object, ma abbiamo una grande novità per settembre: una libreria modulare, da interpretare in base agli spazi a disposizione, vedremo più in là se organizzare qualcosa».

WABISABICULTURE inaugura Karesansui, il primo paesaggio roccioso giapponese in Italia

Ph: Vincenzo Traettino

Aperto nel 2010 WABISABICULTURE – oggi attira e ospita circa 1200 visitatori all’anno tra architetti, designer, artisti, musicisti, poeti, filosofi e giornalisti, nonché amanti del Giappone tradizionale e delle Arti Meditative, favorendo e promuovendo la Cultura e il Turismo Giapponese con un ponte ideale Italia-Giappone. Una struttura unica in Italia e a livello europeo, che coniuga la bio architettura rurale Italiana Marchigiana in pietra e mattoni con quella Giapponese lignea con ampie travature e materiali naturali come i tatami di Kyoto. 

Nonostante il periodo complesso e per lanciare un segnale di rinascita WABISABICULTURE ha recentemente inaugurato Karesansui, il primo paesaggio roccioso giapponese in Italia: un progetto che conclude un percorso iniziato già 20 anni fa e che rappresenta un importante arricchimento dell’esperienza culturale e meditativa del Centro.

All’opening del Karesansui hanno partecipato le Istituzioni del Comune di San Ginesio, il Sindaco Giuliano Ciabocco, Mirco Carloni, Vicepresidente della Regione Marche, Leo Achilli dell’Ambasciata del Giappone in San Marino e l’artista e filosofo del Wabi Sabi Leonard Koren.



Dichiarano Ricky A. Swaczy e Serenella Giorgetti, fondatori di WABISABICULTURE e progettisti del Karesansui:”Il giardino ha ben tre livelli di lettura: il primo è il paesaggio roccioso giapponese meditatiivo, il secondo si riferisce al tantra di Kalachakra e al suo universo esoterico e infine rappresenta anche il mandala della sua mente. Anche la scelta dei materiali è frutto di lunghi studi e viaggi. È stato selezionato il granito di Montorfano, bianco e nero che rappresenta lo yin e lo yang. I monoliti scelti invece sono di serpentino, pietra esoterica che allontana le negatività, avvicina le energie positive e aiuta la concentrazione meditativa e la cura. Quindi l’esperienza di meditazione davanti al giardino significa entrare in una fase di meditazione, concentrazione e cura profonda“.



Leonard Koren, artista americano e scrittore noto per il suo libro sull’estetica Wabi Sabi e sui giardini giapponesi, che ha ispirato con i suoi lavori la progettazione del centro WABISABICULTURE ha raccontato: “Ho visitato numerosi giardini giapponesi e nel vedere questo Karensansui ho riconosciuto subito un tratto originale e distintivo, specialmente nel modo in cui la natura non controllata si intreccia ai monoliti e all’astrazione del giardino. Tutto il Centro ha diversi aspetti Wabi Sabi, specie nel modo in cui si incontrano la tradizione italiana e quella giapponese”

Il processo creativo nella realizzazione del primo karesansui esoterico in Italia con la rappresentazionesimbolica del Cosmo di Kalachakra (Ruota del Tempo) complesso sistema meditativo del Buddhismo Vajrayanache, rappresenta il Monte Meru con Kalagni, Luna, Sole, Rahu quale asse centrale dell’Universo e i quattro continenti:Videha a Est, Jambudvipa a Sud, Godanya a Ovest e Kuru a Nord e il Mandala di Kalachakra [giapponese: Jirinkongou Uchū]. Jirinkongou Uchū nasce da un lungo percorso di studiodel Vajrayana e della cultura Giapponese, del Sakuteiki lo storico manuale esoterico dei giardini rocciosi e da una attenta e approfondita osservazione degli storici giardini Zen. La storia dei Karesansui Giapponesi narra di varie evoluzioni nella struttura simbolica del “Giardino roccioso nel Recinto” anticamente erano i monaci esoterici i progettisti delle complesse simbologie insite nella disposizione delle Pietre. Il “Mandala emergente” Jirinkongou Uchū presenta profonde connotazioni filosofiche, cosmologiche e spirituali esoteriche ed è stato consacrato secondo i riti del Vajrayana predisponendo la terra ad accogliere il “manto” di ghiaia, l’elemento spazio o oceano cosmico che è rappresentato dalla graniglia di granito bianco di Montorfano con puntini neri simbolo dello Yin e Yang. Gli imponenti monoliti, che emergono dal cosmo, sono in preziosa pietra Serpentino della dorsale Alpina dalle sfumature grigio-verde e dalle proprietà olistiche di armonia e pacificazione.

more info: WABISABICULTURE

Credits Vincenzo Traettino



“Dancer in the dark” di Lars von Trier fa luce sul materno

Sacrificio. E’ una parola che collego al materno, a quella forma immensa di amore, di totale dedizione, di oblatività. Come spiega egregiamente Massimo Recalcati in “Le mani della madre”, noi tutti siamo figli di donne che si sono distinte in “madri sacrificali” e “madri egoiche”, quelle che hanno annullato la propria parte femminile per godere dell’onnipotenza materna, e le seconde che invece hanno vissuto il figlio come un ostacolo alla propria libertà personale. Lar von Trier ha messo in scena la categoria del primo tipo, l’esempio del sacrificio per antonomasia; con “Dancer in the dark”, pellicola del 2000 con protagonista la cantante Björk, il regista vince la Palma d’Oro al 53mo Festival di Cannes

Selma è emigrata dalla Cecoslovacchia in America perchè in questa terra ha trovato un ottimo medico che curerà la malattia del figlio, la stessa che l’affligge e che poco per volta la sta portando alla cecità. Per pagare la parcella del medico Selma arrotonda il suo stipendio da operaia in fabbrica con un lavoretto part-time, che consiste nell’inserire delle forcine per capelli su un pezzo di cartoncino. Lo fa la sera, dopo i turni estenuanti alla fabbrica, ma con la gioia di una madre che non sente la fatica perchè vede un futuro luminoso per il proprio figlio. Il suo non lo è, luminoso; il titolo del film ce lo ricorda, “Dancer in the dark” ci porta mano nella mano, con l’angosciante disillusione della vita tipica di von Trier, nel mondo crudele dell’essere umano. La vita di Selma è un ponte tra un’ingiustizia e l’altra, l’ingiustizia della malattia, l’ingiustizia di essere derubata dei risparmi di una vita, l’ingiustizia del tradimento di un amico.
Bill (interpretato da David Morse), suo locatore, vicino di casa, amico, nonché poliziotto in bancarotta a causa dei capricci della moglie, approfittando della cecità di Selma, scopre dove nasconde i soldi e la deruba. Selma disperata chiede indietro il denaro ma accidentalmente nello scontro parte un colpo di pistola e Bill, nella scena più terribile del film, dove le vittime per cui proviamo compassione vengono colpite e pugnalate, bastonate senza pietà come afroamericani emarginati senza colpa alcuna, prega Selma di finirlo, di ucciderlo, unico modo per riavere indietro i suoi soldi e di nascondere il terribile segreto alla moglie. 

Tra le riprese traballanti della camera a mano e la fotografia desaturata di Robby Muller, von Trier si differenzia ancora una volta per coraggio e farcisce il melodramma con il musical, grande passione di Selma che l’aiuta a sognare ad occhi aperti, a viaggiare e ballare, è il mezzo più semplice per allontanarsi dai dolori della vita, esattamente come lo legge lo spettatore, come per Elisa, la protagonista de “La forma dell’acqua”, il canto improvviso su passi di danza che inneggia alle cose belle della vita. Che qui non ci sono. E qui von Trier ci tira un altro sonoro schiaffone. Ci riporta alla realtà, alla crudeltà dell’esistenza. 

Se il critico le chiama “trappole melodrammatiche”, significa che non sa ascoltare con il cuore, che legge solo la teoria, si fossilizza sui tecnicismi; vero che Von Trier è l’eccesso per eccellenza, altrettanto vero è che si mette sullo schermo ciò che si sa, e io non posso fare a meno di pensare che le lacrime a me strappate, sono le sue realmente sentite. 


Esule, diversa, dissonante, Björk calza a pennello i panni della protagonista, con quel suo volto angelico e fanciullesco di chi vede solo bontà, di chi vive i rapporti con la genuinità dell’ingenuita’, come un Cristo che accetta di essere messo in croce ma prega per l’umanità intera, chiede al Padre di salvarci tutti, così Selma ascolta il suo cuore e mantiene la promessa di quell’uomo crudele che l’ha tradita e derubata della sua unica ragione di vita, la salvezza del figlio da una vita cieca. Finisce in prigione mentre l’amica (Catherine Deneuve) tenta a tutti i costi di salvarla, usando i soldi che erano destinati all’operazione del il figlio per pagare l’avvocato. Non contento di averci torturato, qui von Trier rincara la dose e ci pugnala a ferita aperta; il dolore dell’ingiustizia si addiziona allo strazio della madre che vede il figlio senza un futuro felice; accettera’ alla fine di essere giustiziata per impiccagione, a patto che i soldi da lei risparmiati vengano impiegati per salvare la vista del figlio allo scoccare dei suoi tredici anni, prima che sia troppo tardi. 

141 minuti di sacrifici umani, il regista non ci risparmia niente, riprende un’operazione a cuore aperto, e quando giriamo il volto per non guardare, ci prende di forza e ci butta la faccia nel sangue, perchè è solo sporcandosi che si arriva alla comprensione. 
Ma il genio di Lar von Trier non finisce qui, e fa un giochetto ancora più cattivo verso il finale quando l’amico di Selma, di lei innamorato, le chiede “Perchè lo hai voluto questo bambino, se eri a conoscenza del fatto che sarebbe nato con la tua stessa tara?” “Perchè volevo un figlio mio, volevo tenerlo in braccio”. E qui ci ribalta la visione della madre sacrificale in madre egoica, torna la donna che sceglie di mettere al mondo un malato per soddisfare il suo desiderio, nonostante tutto. Torna la donna egotica di “Antichrist” che vede il figlio cadere dal balcone ma non lo ferma perchè presa dal godimento sessuale, torna il von Trier misogino, torna il von Trier che rimescola tra le mani il giudizio finale. 

“Transmissions: the definitive story”

La storia dei Joy Division & New Order in formato podcast



“I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”, questo l’invocante incipit declamato, su un drumming ipnotico, dalla profonda e tormentata voce di Ian Curtis in Disorder. Non c’è stata però per lui alcuna guida “virgiliana” ad afferrargli la mano, ad attenderlo solo i suoi demoni interiori. Ironia della sorte, una frase pronunciata anni prima dall’inquieto “The Lizard King” Jim Morrison, del quale era un grande estimatore, sembra essere stata vate e precorritrice di un medesimo destino: “Quando il mio corpo sarà cenere, il mio nome sarà leggenda”. La morte di Ian Curtis non solo ha mitizzato l’uomo-artista, ma ha fatto del gruppo post-punk dei Joy Division, dei quali era una parte per il tutto, una pietra miliare della storia musicale e delle icone immortali di un immaginario collettivo. Una storia di vita e di morte che intreccia successi, fragilità e rinascite come raccontato nel podcast, in lingua inglese, dal titolo Transmissions: The Definitive Story, uscito il 29 ottobre e prodotto da Cup & Nuzzle, l’azienda di podcast che ha collaborato con Robert Plant in Digging Deep. Un corpus di interviste inedite affidate alle memorie dei membri dei Joy Division e dei New Order (Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris e Gillian Gilbert) e ai ricordi rivissuti attraverso le testimonianze degli ospiti coinvolti come Johnny Marr, Damon Albarn, Liam Gallagher, i fratelli Greenwood dei Radiohead, Bono, Thurston Moore, Karen O, Perry Farrell, Pet Shop Boys, Stereolab.


NETHERLANDS – JANUARY 16: ROTTERDAM Photo of Joy Division, Ian Curtis and Bernard Sumner (L) performing live onstage at the Lantaren (Photo by Rob Verhorst/Redferns)

Hot Chip, Anna Calvi, Bobby Gillespie, Shaun Ryder.

La voce dal sussurro solenne dell’attrice britannica Maxine Peake ci immerge nei colori tonali e narrativi di una storia che inizia con tre semplici parole “Band seeks singer” – “Band cerca cantante”- scritte su un annuncio affisso da un giovane Bernard Sumner in un negozio di dischi di Manchester. Risposero in tanti, tra loro anche Ian Curtis che all’epoca lavorava nei servizi sociali come assistente per disabili. “Incontrai Ian all’Electric Circus. Non riesco a ricordare quale concerto fosse. Potrebbe essere stato il terzo concerto dei Sex Pistols. Era facile da individuare, aveva un giubbotto con la scritta HATE scritta in vernice arancione sulle spalle…Sono andato a casa sua a Stretford. Ian mi disse, ‘Ehi, hai sentito questo nuovo album di Iggy Pop? È uscito questa settimana.’ Non avevo mai sentito Iggy Pop. Suonò “China Girl” da quell’album e pensai fosse fantastico, me ne sono subito innamorato e ho pensato… questo è il ragazzo.” Ricorda Peter Hook.


NETHERLANDS – JANUARY 16: ROTTERDAM Photo of Joy Division, Ian Curtis and Bernard Sumner (L) performing live onstage at the Lantaren (Photo by Rob Verhorst/Redferns)


Inizia, così, l’avventura dei Joy Division ripercorsa nel primo episodio di apertura della serie. Un viaggio dagli esordi acerbi ed inesperti dei Warsaw (omaggio omonimo al brano strumentale di David Bowie), nel 1977, alla fulminea popolarità raggiunta sotto il nome romanzato scelto dal “punk colto e introverso” Ian Curtis, la “Divisione della Gioia”, ispirato al libro La casa delle bambole di Ka-Tzetnik 135633 e al tugurio delle donne ebree prigioniere nei lagher nazisti destinate all’intrattenimento sessuale delle SS. Transmissions è una storia di amici, di musica, di case discografiche, club e studi di registrazione sullo sfondo di una Manchester vuota e arrabbiata, dalla tradizione proletaria e avvolta nelle nebbie e nel grigiume di ferro, acciaio e scheletri di fabbriche, ma attraversata nelle sue fondamenta da un energetico flusso di musica e creatività. È una storia che, puntata dopo puntata, indaga in otto episodi le tappe cruciali delle due band in un ricordo corale che diventa “memoria di massa”. Dalla nascita dei Joy Divsion all’alienazione introspettiva dell’album di debutto, “Unknown Pleasures”, pubblicato il 15 giugno del 1979 dalla Factory Records di Tiny Wilson e Alan Erasmus e passato alla storia per la sua iconica e idolatrata copertina realizzata dal graphic designer Peter Saville (l’immagine raffigurante le pulsazione della pulsar CP 1919). Dalla morte scelta di Ian Curtis, suicida a soli 23 anni nella sua casa al numero 77 di Barton Street a Macclesfield il 18 maggio del 1980, alla fondazione dei New Order. Riscattandosi dal peso della precedente eredità, la formazione orfana del suo carismatico frontman si reinventa in un gruppo che rinasce da un patto solenne stretto tra amici “se uno di loro fosse uscito dal gruppo, gli altri tre avrebbero dovuto cambiare nome e genere” e così fu. Con Blue Monday, il brano cult del 1983, la band si esibisce con uno stile completamente nuovo fatto di sintetizzatori e batterie elettroniche, spingendo la tecnologia ai limiti e trovando in questo successo inaspettato il loro futuro artistico.




L’ottava ed ultima puntata di Transmissions si chiude sulla scia delle parole di Bernard Sumner:“Niente ci avrebbe fermato, niente ci ha fermato, vero? La morte di Ian non ci ha fermato, la morte di Rob non ci ha fermato, il furto di tutta l’attrezzatura non ci ha fermato, la morte di Tommy non ci ha fermato. Non c’era alcun piano B, non c’era altra opzione”. La seconda stagione della serie non è stata ancora annunciata, ma potrebbe ripartire da qui per svelarci il resto della storia, fino allo scioglimento degli anni ’90 e alle reunion degli ultimi anni.

“Accidentally Wes Anderson”: la “celluloide” di ispirazione andersiana in formato travel book

È il libro fotografico omaggio alle ambientazioni idiosincratiche ed estetizzanti del regista di Houston, l’unrepentant hipster del cinema americano. Una trasposizione dalle realtà fittizie ed immaginifiche dei favoleggianti diorami andersiani agli iconemi, verosimilmente cinematografici, di spaccati di geografie reali. Un giro del Mondo, in 368 pagine, sulle orme dei profili paesaggistici a immagine e somiglianza dei luoghi partoriti dalla prolifica immaginazione di Wes Anderson (che ne scrive di suo pugno la prefazione del libro). Pubblicato dalla casa editrice britannica Trapeze, è un’avventura visiva affidata all’occhio di 180 fotografi (professionisti e non) accomunati da un unico comune denominatore: una visione del mondo a “simmetrie pastello”.



Svizzera, Passo della Furka. La foto d’epoca è quella di un alberghetto di montagna dalla facciata a mattoni, con le persiane a battenti color verde bottiglia e la scritta rosso ruggine, situato accanto al ghiacciaio alpino del Rodano ad un’altitudine di 2,429 metri. Costruito nel 1882 da Joseph Seiler. Un tempo panoramica film location di James Bond a bordo dell’Aston Martin DB5 grigia metallizzata in Missione Goldfinger, ora edificio abbandonato. È dell’Hotel Belvédère di Grindelwald la prima foto postata, l’11 giugno del 2017, sulla pagina Instagram @AccidentallyWesAnderson, ma non a caso anche la simbolica foto copertina che fa da biglietto da visita all’omonimo libro. Molti progetti nascono, così per dire, “accidentalmente”, come la storia del fortunato e seguitissimo account da un milione di follower aperto, 3 anni fa, dal content marketer americano Wally Koval. Dall’epifanica rivelazione andersiana, nata sotto le malinconiche atmosfere fiabesche di Rushmore, alla consacrazione della piattaforma social approdata alla carta stampata, c’è di mezzo l’idea di Wally di creare, con la compagna Amanda, un account personale di viaggio, una sorta di bucket list di luoghi, da visitare almeno una volta nella vita, che sembrano a ben guardare estensioni visive dei paesaggi usciti da The Royal Tenenbaum, Moonrise Kingdom o The Life Aquatic. Se l’arte può imitare la vita, forse anche l’altra faccia della stessa medaglia è possibile. Lo dimostra la comunità di Travellers, come Wally ama definire i suoi follower, che in qualunque parte del mondo essi si trovano riescono ad osservare le cose dalla stessa prospettiva, come se le foto fossero scattate da un solo occhio, quello di Wes Anderson.


Facendo uno scroll della pagina Instagram veniamo sopraffatti da uno spirito da “Amarcord”, lo stesso che ci accompagna sfogliando le pagine del libro, ma anche da un fantasticare con gli “alter ego” degli universi paralleli allestiti da Wes Anderson, dei quali sono una mimesi perfetta.  Coordinate tinte pastello, sfumati rétro e colori saturati al limite del fiabesco, composizioni prospettiche, simmetrie perfette e un seducente velo di malinconia agro-dolce che cala suoi luoghi: dai vagoni ferroviari alle funivie anni 60, dalle facciate Art Nouveau alle piscine in stile romano, dagli alberghi alla Gran Budapest Hotel ai palazzi Belle Époque al colonnato neo-barocco delle terme di Mariánské Lázně, passando per stazioni, sale di teatri senza pubblico, stadi senza tifosi, uffici postali dimenticati, fortezze indiane, fino ad arrivare alla casa galleggiante di Crawley e alla Reyniskirkja Church nel remoto villaggio islandese di Vik.

Le 200 location, scelte tra 15.000 immagini in archivio, vanno a comporre i tasselli di un edito atlante di stampe fotografiche e “legende” narranti oltre le facciate che uniscono il Vecchio e il Nuovo Continente, partendo dal cuore dell’Europa, lambendo le isole Svalbard fino a toccare l’Antartide con la stazione britannica di Port Lockroy (dove vengono studiate le colonie di pinguino papua).

In un momento storico in cui siamo costretti, nostro malgrado, ad “appendere le valigie al chiodo”, Accidentally Wes Anderson è un libro che ci invita a ri-innamorarci delle bellezze di un mondo visto sotto altre lenti, perché in fondo da qualunque prospettiva esso si guarda resta sempre un posto meraviglioso.

Narrazioni di una moda “cross-cultural”: incontro tra culture, tradizioni e sostenibilità

Gli abiti con le loro trame e i loro intrecci si trasformano nel racconto identitario di chi li realizza. Tessuti, stampe, tagli e cromie diventano la narrazione visuale di popoli, comunità e luoghi. Esploratori di radici, crocevia di retaggi e di culture condivise. A realizzarli sono giovani fashion designer, figli dell’emigrazione culturale e generazionale, dall’upbringing eurocentrico ma dall’estro nativo. Esportatori di una tradizione che diventa ibrida inclusione con lo spirito innovativo del multiculturalismo metropolitano, ma anche disegn creativo che si fa portavoce della ridefinizione di una moderna mascolinità cross-cultural”. Le collezioni sono un invito ad una riflessione aperta ed a una conversazione senza pregiudizi sulla bellezza e sulla percezione della diversità tra culture e tradizioni.



PARIA FARZANEH |Iran/Londra|

La designer di origini iraniane, dopo la laurea alla Ravensbourne University, si è rapidamente imposta sulla scena dello streetwear, nel 2017, grazie alle sue creazioni di fusione e ad un’armonia sinergica tra i poetici motivi persiani e il brulicante contesto urban londinese. I tagli occidentali si sagomano su pattern e colori della tradizione medio-orientale. Le foglie lanceolate del paisley, le stampe xilografate del Ghalamkar (realizzate a mano nella città dei calligrafi e degli stampatori di Isfahan) e i motivi delle ceramiche iraniane diventano sfondi ed intarsi di gilet, track jacket, maglioni e camicie. Le giacche imbottite si muniscono del crimeano cappuccio balaclava e i pantaloni cargo si colorano del verde militare delle uniformi di combattimento. Il tecnologico Gore-Tex incontra l’artigianalità sostenibile delle stoffe persiane. Uno spaccato dell’Iran che Paria non solo esporta nella creazione dei suoi abiti, ma che fa rivivere anche nella narrazione dei sui show, come “Ceremony”, l’emblematica sfilata ispirata alla tradizione dei matrimoni in Medio Oriente. O quella legata all’influenza del Nowruz, il capodanno persiano dei rituali e dell’equinozio di primavera. “Cerco di accompagnare il pubblico in luoghi nei quali non sono mai stati. Non si tratta soltanto di spingerli verso un prodotto o un trend”.



PAULO E ROBERTO RUIZ MUÑOZ |Perù/Parigi|

Paulo e Roberto sono designer, gemelli, limegni di origine, parigini di adozione e fondatori del marchio D.N.I. (Documento Nacional de Indentidad), il brand di moda sostenibile promotore della visione di un Perù contemporaneo svincolato dai pregiudizi, spesso, legati all’America Latina. Il loro è una narrazione stilistica che parte dai ricordi: la cittadina natale Casa Grande, le vecchie foto di famiglia, i giochi in strada, i barconi da pesca, le botteghe del quartiere, i mototaxi, le persone del posto. Un viaggio emozionale tra passato e presente. Un linguaggio che mescola, con innovativa sapienza creativa, le materie prime autoctone, la cultura chicha, l’artigianalità millenaria del Perù e i suoi simboli: i francobolli, la vigogna, l’aguayo, il lama e il Machu Picchu. D.N.I., inoltre, fonda la sua filosofia sul rispetto di un’economia circolare fatta del riutilizzo di tessuti di alta qualità, provenienti da stock di lusso, e del recupero di materiali di scarto come legno, monete e catene usati per realizzare gioielli.



PRIYA AHLUWALIA |India- Nigeria/Londra|

La giovane fashion designer, nata nel 1992 da padre nigeriano e madre indiana, ha fatto del suo eponimo brand un lavoro stilistico di esplorazione, ricerca e sensibilizzazione alla sostenibilità. Priya mescola gli elementi dell’eredità nativa con le radici londinesi, ispirandosi ai volti che incontra su Goldhawk Road, al Columbia Road Flower Market e a Brixton, e sfruttando le potenzialità del vintage e del riciclo per dare ai tessuti e agli abiti una seconda vita e al guardaroba maschile una nuova identità. L’impegno verso una moda etica nasce dall’esperienza dei due viaggi intrapresi, nel 2017, a Lagos, in Nigeria e a Panipat, la città a 90 km da Delhi conosciuta a livello mondiale come il “cimitero dei vestiti usati”, ultimo approdo dall’Occidente degli abiti dismessi o donati ad associazioni caritatevoli. Muovendo proprio dalle sue radici porta alla luce storie dell’industria dei rifiuti dell’abbigliamento e li traghetta verso una visione contemporanea. Un mix e match di ispirazioni dove i materiali riciclati si legano a doppio filo ai nuovi tessuti eco-compatibili e ai tagli laser, il patchworking da “seconda mano” alle macro geometrie di Barbara Brown e ai check del periodo ska, gli abiti sartoriali allo streetwear e ai lounge pants ispirati alla cultura rave degli anni ‘90.  



AMESH WIJESEKERA |Sri Lanka/Londra|

Amesh Wijesekera è lo stilista cingalese dalle colorate creazioni che raccontano, con uno sguardo immerso nella modernità londinese, il “Made in Sri Lanka”, il design contemporaneo, l’artigianalità locale e la bellezza dell’Asia del Sud. Il suo è un viscerale amore per i tessuti, che si traduce in un prezioso lavoro di cooperazione con gli artigiani e le donne dell’isola, e per le tinte forti e psichedeliche, che rievocano tutta l’energia esotica della sua terra. L’uncinetto, la maglieria, i telai a mano, il batik e i tessuti trafugati nel mercato di Pettah, a Colombo, si incontrano e si fondono con le avanzate tecniche digitali dando vita a creazioni interamente realizzate a mano. È un brand che non solo ha sposato la filosofia della sostenibilità e del riciclo, ma è anche una celebrazione della diversità, della fusione culturale, dell’individualità e del senso di libertà. “La moda è il mio mondo fantastico dove posso esprimere me stesso. Dove non esistono barriere”.



RAHEMUR RAHMAN |Bangladesh/Londra|

Rahemur, nato a Londra da genitori bengalesi, usa la moda come creativo strumento di retell per ritrarre ed esplorare, a suo modo, il fascino identitario della terra di origine, il Bangladesh. Il suo è un colorato mosaico di storia e tradizione, di pattern grafici e texture, di sensibilità sostenibile e consapevolezza ecologica, del folclore dell’Asia del Sud e della vivacità londinese del borgo di Tower Hamlets. Rahman è un elegante e giocoso cromatista, tanto che i suoi sono abiti realizzati “for people who dream in colour”, come testimonia la collezione ispirata alla palette di vecchie foto di famiglia di un matrimonio degli anni ’90: rosa pastello, verde menta, tè blu, marrone rètro. Ma è anche un fervido sostenitore dell’eredità del tessile e della cultura sostenibile fatta di tessuti organici, come la seta biologica e il cotone khadi, e di tinture naturali, come l’indigo. È una cultura di appropriazione restituita come eredità da condividere e proteggere.