Il muralismo di Jorit tra volti di resistenza e facciate di periferia

Incidere la corteccia di un albero, per far sgorgare la linfa. Il terreno, per frangerlo e nutrirlo di acqua. O la cute, per decorarla di simboli e significati, come le cicatrici ipertrofiche che hanno modificato e magnificato il corpo di tante etnie africane che portano incise, come bassorilievi su pelle, il passaggio da uno stato indifferenziato all’appartenenza a una cultura, l’individuo che diventa inclusione, che diventa tribù. Questa pratica si chiama scarificazione e nella simbologia del suo mal d’Africa Jorit l’ha tradotta nella comunione dei suoi volti, quelli graffiati nel cemento dei palazzoni popolari con strisce rosso ruggine in un patto iniziatico di fratellanza, in quell’uno per tutti, tutti per uno che è anche la forza corale dei suoi murales. Come le strisce che egli stesso si è fatto imprimere sul volto dall’artista romano della body modification Gabriele Di Dio, come un’opera tra le sue stesse opere, come segno di affiliazione a una tribù che non riconosce la predominanza di un colore come superiorità di una razza, che non si identifica in un “Dio” come esclusività di un credo e che non vede nelle diversità vincitori o vinti, perché questa tribù ha un solo volto, quello unico dell’umanità.



Jorit, il graffiti artist italo-oladese, è figlio della periferia napoletana, quella come altre sfuggite di mano al concetto modernista di “cerniera” e poi diventate un groviglio urbano ed esistenziale fuori controllo. E nel chiaro-scuro di queste vite di confine e di schiere di caseggiati di quartiere, il suo muralismo è diventato la pacifica arma civile di un manifesto di riscatto sociale. Il baricentro ideale dal quale le sue opere si sono diffuse a raggiera, internazionalizzate e museificate, ma con un magnetismo circolare alla fine sono quelle che ritornano sempre al loro punto di partenza, a casa, nei vulnerabili e contraddittori luoghi che più hanno bisogno di riqualificazione, di punti di riferimento e di simboli di resistenza, risveglio e speranza. Barra, Ponticelli, San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Scampia, Forcella, Quarto. Ritornano sulla strada ad essere arte del popolo e per il popolo con i suoi messaggi di condivisione e comprensione universale.



I volti iper-realistici che troneggiano nella loro imponenza sono marchiati da due linee che sembrano quasi unirsi a formare una lingua di fuoco a due punte, segno distintivo che arde sulle guance di questi guerrieri uniti nella stessa lotta, che poi lotta non significa necessariamente spargere sangue, ma destare alla riflessione le coscienze dormienti, indifferenti o semplicemente impaurite. Jorit ha così (r)accolto nella mappa della sua tribù urbana attivisti, difensori dei diritti umani, sportivi, musicisti, politici, intellettuali e sognatori, quelli che hanno pagato con la vita la speranza di un mondo migliore e quelli che, nonostante tutto, continuano a crederci, quelli che hanno lottato per abbattere le disuguaglianze e quelli che di discriminazione, invece, sono morti. Una galleria di visi, che vestono di nuovi panni facciate nude e spoglie, e di occhi, che parlano di rivoluzioni che inneggiano al diritto di essere uomini, umani ed uguali, come quelle di Nelson Mandela, Antonio Gramsci, Che Guevara, Angela Davis, Rosa Parks, Martin Luther King, Muhammad Alì, Pier Paolo Pasolini, Antonio Cardarelli, Ilaria Cucchi.



Nella grande famiglia allargata dell’ex scugnizzo d’oro, come ad alcuni piace chiamarlo, a fare squadra non troviamo solo personalità di pubblica piazza, ma anche gente qualunque, gente del popolo, anonimi ai più o tristemente noti per aver “barattato”, loro malgrado, un pezzo di cronaca con la vita come  Luana D’Orazio, morta sul lavoro a soli 22 anni, Davide Bifolco, il ragazzino del Rione Traiano assassinato dalle forze dell’ordine al termine di un inseguimento, Marcello Torre, il sindaco che ha perso la vita per mano della camorra, George Floyd ucciso dalla polizia a Minneapolis, e ancora Niccolò, il bambino autistico, Kukaa, il piccolo migrante morto con la pagella in tasca, e Ael, soprannominata la Zingarella, volto della comunità rom e simbolo di inclusione sociale come recita il titolo del murale “Tutt’eguale song ‘e criature”. E forse proprio loro, speranza di futuro, sono la chiave di tutto come trasuda nella bellissima opera in bianco e nero intitolata “I Sogni” e a loro Jorit dedica un pensiero: “i bambini nascono tutti uguali e hanno tutti diritto alla salute, al cibo, all’istruzione, a una casa e a provare a realizzare i propri sogni. I sogni dei bambini sono un buon motivo per lottare e per sacrificare tutto in favore di questa causa, perché sono innocenti e indifesi e sono i “grandi” che devono lottare per loro”. Perché “se è tempo di cambiare il mondo” forse bisogna partire proprio da qui, dalla parte migliore di noi.

Gli artigiani del cuoio dietro la maschera del brand “El Mato”

È il 2014 quando, in un garage della cittadina medioevale di Cremona, Marta e Tommaso decidono di mettere in cantiere il progetto, allora embrionale, del brand El Mato. Una laurea in Filosofia lui, una in Scienze dell’Alimentazione lei, un obiettivo condiviso e convissuto che nulla ha a che fare con Fichte, Schelling, la chimica degli alimenti o la biologia molecolare e un incontro, di quelli che come si suol dire “l’uomo ordisce e la fortuna tesse”, con uno storico pellettiere del posto che ha depositato nelle loro le mani i “ferri” e i segreti di un mestiere tanto antico quanto in affanno nella corsa con le seriali produzioni industriali. Perché l’artigianato è cura per i dettagli, per i materiali e per il tempo, lento, scrupoloso e paziente, che trasforma la materia in creazioni che sfidano il passare delle stagioni. E lo sanno bene Marta e Tommaso che nel far nascere a mani nude borse, zaini e accessori hanno trovato nella fertile lavorazione del cuoio il mezzo e lo strumento della loro libera espressione creativa fino a diventare titolari, nel 2018, di un negozio e di una bottega-laboratorio nel centro di Desenzano del Garda.



I prodotti di El Mato, rappresentati dal volto di una maschera stilizzata, sono frutto del recupero e della continuità di una tradizione artigiana a rischio di estinzione e, insieme, sono un progetto volto al sostegno di una produzione etica e sostenibile che punta all’unicità, personalizzata e personalizzabile, del fatto a mano e al concetto di durevolezza dei materiali e del design in controtendenza all’usura a breve termine e al vecchio fuori tendenza.



La materia prima utilizzata è la pelle di vacchetta toscana conciata al vegetale che viene rilavorata a partire dagli scarti, di non facile riciclo, provenienti da un’altra filiera, ossia quella alimentare, e la si ottiene sfruttando i tannini di alcune piante come la quercia o il castagno riducendo così al minimo l’utilizzo di sostanze chimiche come cromo, piombo e silicio. Questo cuoio sbassato e ammorbidito è interamente lavorato in Italia, a Santa Croce sull’Arno, ed ha la particolarità di modificarsi e personalizzarsi negli anni, cioè più invecchia e più la pelle diventa un unicum nella sua estetica grazie alla reazione che viene a crearsi tra la luce del sole e la sostanza conciante, per cui l’aspetto finale dipende dall’uso esclusivo che ogni consumatore ne fa.

Nell’atto della produzione creativa, passando dalla carta al cuoio, dal taglio alla confezione, il pellame è arricchito, accostato o rifinito con tessuti naturali come il lino, il cotone oppure riciclati come quelli ottenuti con le bottiglie di plastica recuperate negli oceani. Una cura, consapevole e coscienziosa, nella scelta di materiali trasformati poi in forme dalle linee pulite e dalla versatilità minimalista che spaziano dai pezzi iconici del marchio come il primogenito Bottiglito, lo zaino “degli spiriti liberi” in pelle e canvas, o la Tamburino, il secchiello a tracolla “delle anime ribelli e dei bohemian perduti”, alle messanger, dalle cartelle a zaino vintage alle tote bag, dai porta laptop agli accessori di pelletteria fino alla più recente serie di prodotti per la casa.



Le creazioni di El Mato, inoltre, sono pezzi che ragionati fuori dalle leggi di omologazione meccanica sposano pienamente la filosofia antispreco del “buy less but better”, nonché quella del prodotto vissuto emozionalmente come rapporto costruito nel tempo.

“La terza estate dell’amore” il manifesto in musica di Cosmo

È l’estate del 1967 quando nel decadente quartiere di Haight Ashbury, nella cittadina losangelina di Frisco, la micro-società degli hippie vive, in uno spirito di pacifismo rivoluzionario, l’ideale di un sogno comunitario che parla di fratellanza collettiva e di affrancamento dalle convenzioni. È la “Summer of Love” intrisa di pace, amore e libertà che si muove aggregante sulle note del rock. La musica, collante di socialità e cassa di risonanza, fa da colonna sonora anche alla successiva ondata, la ribattezzata seconda “Estate dell’Amore” o “Summer of Rave”. È la stagione calda del 1989 quando l’acid house risuona nei campi, nei magazzini, nelle feste illegali, nelle fabbriche in disuso e nei club in un clima di edonistica autodeterminazione.

Figlia ideologica delle precedenti, alba liberatoria, urgenza di unione e inno alla condivisione di gruppo, Cosmo, all’anagrafe Marco Jacopo Bianchi, a distanza di 32 anni da quest’ultima lancia il richiamo de “La terza estate dell’amore”. E lo fa a suo modo lasciando suonare le 12 tracce dell’album ad alcuni impianti lasciati, non a caso, in un bosco, in un palazzetto, in un centro sociale, in una casa di campagna, in un quartiere popolare, in uno spazio culturale occupato, in alcuni club e parchi pubblici. Tutti luoghi per loro natura diversi che la pandemia, da più di un anno, ha però lasciato orfani di musica e di tutti coloro che con essa e di essa vivono. Cosmo si fa messaggero di questo senso di abbandono e portavoce di un desiderio di ribellione alla rinascita e di riappropriazione sociale alla vita e mette a nudo e crudo il suo pensiero in una dichiarazione pubblica, un manifesto programmatico, artistico e politico che è alla base del quarto progetto discografico del cantante e producer di Ivrea.


“La terza estate dell’amore è un’invocazione, più che una realtà. È una possibilità, ma anche una necessità. Un qualcosa che deve accadere e che prima o poi succederà. Oggi la necessità di socialità e amore collettivo si fa sempre più forte. La pandemia e i provvedimenti per contrastarla hanno fatto a pezzi quelli che erano gli ultimi rimasugli di vita sociale. Stiamo camminando sulle rovine di un sistema di valori che ha fallito e che deve essere spazzato via: quello dell’individualismo, della competizione, della crescita illimitata e del conflitto. Ingiustizie, disuguaglianze, repressione e disastro ecologico sono i frutti di quel sistema.

La terza estate dell’amore è il manifesto di qualcosa che ancora non ha un nome. Un corpo pulsante e desiderante che spruzza il suo sudore sull’etica del lavoro. Un corpo erotico sbattuto in faccia al gelo di morte del capitalismo e della burocrazia, un ballo sulla carcassa di una società incapace di godere e di organizzarsi per essere felice. Una società che preferisce riempirsi di regole, leggi e divieti con lo scopo di individuare sempre un responsabile penale e parallelamente “mettersi in sicurezza”. Una società che mette il profitto davanti al coraggio e alla libertà e che ci vuole sempre più inoffensivi. Andrà tutto bene, purchè non arrechi disturbo alcuno. La nuova dittatura passa attraverso questa ragionevolezza, e sta erodendo ogni piccolo spazio di autonomia. La terza estate dell’amore è una pernacchia in faccia a chi nega l’essenzialità della festa e dello spirito di comunità. Non ce ne facciamo niente delle città cadavere, luoghi di morte dell’anima e del corpo. Le vogliamo cambiare. Vada a fottersi il pil, si fotta la Borsa. Questo messaggio è dedicato a chiunque si sia visto rubare tutto il tempo migliore della propria vita, a chi crede nell’aggregazione e nello spirito di comunità, a chiunque voglia prendere questa grande macchina e sedersi accanto al pilota per rallentare, sostare, ripartire quando è il momento. Verso destinazioni ed esperienze altre. Verso il futuro”.



La copertina dell’album si presenta con una veste grafica dagli accesi toni psichedelici misti ad una irriverente atmosfera di leggerezza bucolica inno all’amore e all’aggregazione; l’interno è un melting pot sperimentale, sincronico e sincronizzato di stili che, come in un cubo di Rubik, alla fine si incastrano e combaciano tutti nell’irresistibile orecchiabilità dei suoi ritornelli, quando presenti, e nelle architetture dei testi. Forma canzone, cantautorato, synth modulari, ispirazioni elettroniche, sonorità clubbing, folk tribale, cori, accenni di world music, atmosfere tropicali e psichedeliche sono queste le “armi sonore” che Cosmo impugna per rendere “la terza estate dell’amore” azione e reazione all’oppressione dei nostri tempi a partire dalla tensione implosiva, cupa e conflittuale che si respira nell’intro “Dum Dum” fino all’empatica e finale “Noi”, trionfo di quel sentirsi parte di un tutto di cui l’album è spinta, stimolo e incoraggiamento.

L’età dell’oro del second hand al tempo delle app e delle generazioni “mobile”

Per tradizione, necessità, vezzo, scelta o ideologia il fenomeno degli abiti usati ha visto più albe che tramonti, vissuto corsi e ricorsi, forme e riforme. A volte anacronisticamente fuori dal suo tempo generazionale, dal credo stilistico e dalle voci del coro, altre progettualmente costruito in seno alle mode stesse come eredità di riscatto, ispirazione e recupero creativo, un esempio su tutti le creazioni di Martin Margiela, il “Golden Dustman” (come Caroline Evans lo ha definito in un suo saggio) che ha fatto dell’up-cycling il suo riconoscibile marchio di fabbrica. Un uso e costume longevo quanto le ataviche leggi del baratto (quello che oggigiorno, un po’ borghesemente, abbiamo rimpiazzato con il più modaiolo swapping), ma anche mutevole nella rappresentazione storica della sua natura e nelle sue espressioni tante quanti sono, e sono stati, i cambiamenti, le evoluzioni e i bisogni (individuali, collettivi o sociali) che da sempre lo hanno riportato ciclicamente in auge. Parafrasando un vecchio proverbio potremmo quasi dire ‘epoca che vai, modalità al riuso che trovi’.



Dalla mercanzia di scarso e dubbio valore dei mercatini delle pulci alle “pezze americane” del dopoguerra fatte di scarpe, indumenti e pellicce di secondo ordine impacchettati in “balle al buio” e spediti dagli Stati Uniti. Dai flea market gentrificati e ribattezzati a mete di culto del thrift shopping di tendenza (Marché aux Puces, El Rastro, Portobello, Monastiraki, Rose Bowl), passando per i negozietti dell’usato, le boutique del buon vintage d’annata e gli spazi destinati al pre-loved nei department store metropolitani (come l’esperimento abbracciato dal Karstadt di Berlino), fino ai suoi alter ego virtuali, i social marketplace due punto zero.

Dagli abiti di seconda mano impugnati come strumento di contestazione contro la società dei consumi, pensiamo agli hippie sessantottini o agli esistenzialisti parigini degli anni 50, all’urgenza di trovare in essi una fuga dall’appiattimento e dall’omologazione mainstream, come da vessillo del movimento hipster. Dall’emozionale lascito di abiti tramandati come investimento (la principessa Beatrice di York si è sposata con un abito di Sir Norman Hartnell già indossato da sua nonna Regina Elisabetta), alla presa di coscienza di una moda eticamente sostenibile, circolare e anti-spreco. Un approccio quest’ultimo maturato negli anni ma segnato da una data (che vuole essere contestualmente simbolica), marzo 2020, e da volti, quelli dei Millennial e dei suoi Post, i cosiddetti Zoomer. È l’anno della pandemia, del silenzio assordante dei lockdown, delle serrande dei negozi abbassate e delle piazze svuotate dal mercanteggiare di rigattieri, robivecchi e cenciaioli.

È l’anno in cui soprattutto i giovani social e iperconnessi delle Generazioni Y e Z, eredi di un pianeta bistrattato e di un’economia a coni d’ombra, hanno scelto di essere testimoni e portavoce di una moda votata al second hand. Hanno scelto di essere consumatori del riuso, per risparmio e sostenibilità, ma anche venditori responsabili da decluttering e svuota armadio, per guadagno e rinnovamento, e lo hanno fatto scegliendo uno dei mezzi a loro più familiare, ossia il web. Piattaforme digitali, app e acquisti online, complice anche il mutato scenario di consumo e consumatori, stanno così vivendo la loro golden age. Nel mare magnum delle applicazioni, una tra le più giovanili e accessibili (insieme a Vinted, Poshmark e ThredUp), è Depop nata nel 2011 come startup digitale specializzata nella vendita di accessori e abbigliamento di seconda mano, al tempo chiamata Garage, e oggi affermata scaleup “sostenibile” nel panorama del social commerce. Dove sostenibile significa comprare e vendere capi non più nuovi, ma anche acquistare capi nuovi da aziende che non producono in grande massa e puntano a creare abiti di qualità che durano nel tempo.



Fondata dall’imprenditore milanese Simon Beckerman, a sua volta padre della rivista indipendente Pig e del brand di occhiali Retrosuperfuture, Depop è, per dirla con le parole del suo ideatore, figlia di eBay e Instagram se fossero sposati. Le applicazioni di second hand sono di per sé democratiche perché alla portata di tutti e rivolte a tutti i target (di età e di tasca) soprattutto quando mostrano anche l’altra faccia della stessa medaglia, il vintage. Dalle app più pop a quelle luxury come il lusso d’antan della tedesca Rebelle, l’usato di alta moda della pioneristica Vestiarie Collective, i 16mila articoli di lusso pre-owned di The Luxury Closet fondata a Dubai da Kunal Kapoor o l’eleganza iconica à la française di Re-SEE, tutte accumunate da una scelta brand couture oriented. Ma possono anche essere settoriali come la piattaforma di nicchia Byronesque fondata da Gill Linton e Justin Westover e della sua invidiabile collezione di capi d’archivio anni ’80 e ’90 del calibro di Comme des Garçon e Yamamoto, l’e-store di seconda mano Rebag che da poco ha anche lanciato il tool di riconoscimento Clair Al che consente ai potenziali venditori di scoprire il valore delle borse di lusso in pochi secondi, alla pari del funzionamento di Shazam, oppure Grailed l’app dedicata allo streetwear maschile.

A prescindere dal peso o dal valore che diamo al concetto di usato, il rimettere in gioco e in discussione capi che non sono più alla loro prima uscita, rappresenta sempre una soluzione salvagente a vantaggio dell’ambiente e di una moda che ha bisogno, più che sovrapprodurre, riprodurre in maniera consapevole.

“La strada verso casa” di Antonio Di Guida

Partire per viaggiare o partire per ritrovarsi? Nella ricerca del sé, la strada diventa metafora del grembo identitario che accompagna verso la ri-nascita e, insieme, distacco da quelle radici costruite su luoghi e legami. La figura dell’errante in cerca di risposte ricorda, per associazione allegorica, l’immagine del neonato al quale reciso il cordone al momento del ‘parto’ spezza la simbiosi materna per donarsi al mondo e nutrirsi da esso, proprio come fa il viaggiatore che si apre al nuovo lontano dal suo porto sicuro. La presa di coscienza della necessità di un nomadismo, introspettivo e formativo, diventa lo spirito-guida portante della scrittura e del percorso di vita abbracciato dal trentenne toscano Antonio Di Guida, l’italian backpacker che nel 2013, zaino in spalla, lascia la sua terra di origine alla volta del mondo, e dell’ignoto, alla ricerca della sua libertà e della pace della sua anima.

Già autore di altri libri “Africa: viaggio di un muzungu nella savana”, “Australia: Dove i sogni prendono vita”, “L’Iran in bicicletta 1700 km da Bandar Abbas a Teheran”, il 16 dicembre 2020 autopubblica “La strada verso casa”, un libro che attraversa gli angoli più nudi e crudi delle miserie e delle ricchezze dell’Asia dedicato a tutti i viaggiatori che hanno perso la loro vita in viaggio e a chi si è perso e non riesce a trovare la sua strada di ritorno.


“Fin da piccolo sognavo di conoscere l’Asia e compiere un viaggio alla ricerca di me stesso. Sognavo di esplorare nuovi sapori seduto sul ciglio di strade piene di vita, di decidere all’ultimo secondo dove andare, di incontrare viaggiatori con cui condividere la mia esperienza. Sognavo di stravolgere la mia vita. Volevo godermi il mio tempo senza pensare di essere in ritardo…Ho sempre desiderato perdermi per poi ritrovarmi, girare il mondo senza il peso della mia identità. Lo spirito del viaggio conosce la strada che ognuno di noi deve percorrere”. Queste parole rappresentano la calce e il cemento che legano il suo mondo interiore alla vivacità dei paesi e delle culture che ci concede in prestito. L’Indonesia, la Malesia, la Thailandia, la Cambogia, il Vietnam, il Laos, il Myanmar, l’India, il Nepal e l’Iran si tingono così del colore dell’anima che Antonio ha scelto per loro, perché si sa ogni visitatore ha i suoi occhi per guardare il mondo.



“La strada verso casa” è la fotografia di un viaggio in solitaria scandito dalla casualità degli incontri, dall’imprevedibilità degli eventi e dall’autogestione del tempo, a volte volutamente lento per fissare gli attimi di quelle umanità di passaggio vissute alla pari. È un attraversare luoghi nei quali “reicarnarsi” di volta in volta, come un disegno spirituale di tante vite figlie di una sola, per poi lasciarsi dentro moschee, templi e pagode, le distese di risaie e le case in bambù con tegole in amianto, i vulcani e le isole, il cielo rosso fuoco di Siem Reap, i grattacieli di Kuala Lumpur, l’atmosfera anni 50 di Yangoh e l’odore di resina dei pini secolari di Sapa, il Ramadan e il Vipassana, i riti e i rituali, le scatole arrugginite dei treni indiani. Per conservare come madeleine proustiane il sapore dei cibi: il riso fritto del nasi goreng, le verdure con salsa di arachidi del gado, il salak “il frutto del serpente”, la zuppa di noodle piccanti del curry laksa, il pane indiano roti canai, il budino malesiano di sago melaka, i mie goreng gli spagetti fritti indonesiani.



Per fare delle storie incrociate lungo il cammino lezioni di vita: il minatore che per procurarsi il pane estrae zolfo dal vulcano Kawah Ljen; il guardiano dell’isola scappato dalla città dopo aver perso moglie e figlia in un incidente; i bambini speranzosi della scuola di lingue inglese in Cambogia; il nonno di Lin sopravvissuto al genocidio del 1975 e per anni costretto a lavorare in cambio della vita; l’anziana signora di etnia Dao; i malati terminali del Thabarwa Centre in Myanmar; i ragazzini rasati in kesa rossi e arancioni che giocano a calcio in un campo improvvisato; il giovane disabile del mercato di Bagan che dipinge per sfamare la famiglia nonostante le sue sole due dita; la signora londinese malata di cancro che vive ai piedi della montagna Tiruvannamalai con la speranza che qualche guru o santone possa curarla.



Alla fine del viaggio scopriamo che “casa” non è né un luogo né una meta, ma sta nell’arte paziente di coltivare quell’intima e preziosa sensazione di pace che connette l’anima al corpo, quello star bene in qualsiasi luogo ci troviamo. Raggiungere l’armonia dentro di noi, a volte, è una strada lunga da percorrere. “Si smette di imparare solo quando ci si chiude in se stessi e io, in questo momento, non ho voglia di invecchiare nei soliti pensieri. Voglio evolvere stando a contatto con altre culture per conoscere sempre più a fondo l’unica vera religione che vive dentro di me; che non ha un nome o un simbolo, ma solo il compito di farmi sentire vivo qui e ora, amando e rispettando sempre il prossimo”. 

La Divina Commedia a suon di rap: l'”infernvm” di Murubutu e Claver Gold

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita”. Nella sera di quell’imprecisato giorno di primavera del 1300 il Sommo Poeta “nato sotto gloriose stelle” ha costruito su questo verso iniziale la sua cattedrale perfetta, la grandezza sacrale e monumentale di una Commedia “Divina” e immortale. A distanza di anni, temporalmente tanti, l’allegorico peregrinar dantesco continua ad essere cibo prediletto per menti ed intelletti, più che mai nell’anno che segna il settecentesimo anniversario della sua scomparsa. E così le anime eternamente dannate e i loro aguzzini, demoni e guardiani antropomorfi di anime disumanizzate, si reincarnano, questa volta, per metempsicosi poetica nella sonata rap dell’”INFERNVM”. Il concept-album, distribuito dall’etichetta discografica indipendente di San Benedetto del Tronto, la Glory Hole Records, muove dalla prima cantica del poema madre per diventarne rilettura, immaginario traslato e adattamento dell’uomo e delle sue debolezze alla società odierna.



Daycol Emidio Orsini, in arte Claver Gold, l’ex ragazzo del quartiere popolare di Ascoli Piceno dalla penna intimista e introspettiva e dallo stile identitario nudo e crudo, e Murubutu, pseudonimo di Alessio Mariani, il professore liceale di storia e filosofia che ha fatto del suo rap didattico uno strumento di storytelling colto e letterario, hanno ricucito a quattro mani cerchi, gironi e bolge per intraprendere la loro catabasi, la loro discesa nel regno delle tenebre, della notte, del male, come auctor e viator, come autori e pellegrini, come Dante e Virgilio. Il cammino nell’aldilà intrapreso dai due rapper, da fedele riproduzione della struttura dantesca, ha inizio nella “Selva Oscura”, il luogo simbolo della dannazione e del peccato che diventa omonima traccia di apertura del disco. È la voce dell’attore Vincenzo di Bonaventura che, come un demoniaco eco oltretombale, sussurra e interpreta alcuni celebri frammenti di versi danteschi cavalcando suoni cupi, metallici, confusionari e armonicamente sgraziati come il luogo di immobile bruttezza di cui ne sono la rappresentazione. Prima di arrivare sulle rive dell’Acheronte, si apre alle nostre orecchie l’Antinferno sul ritornello parafrasato di Davide Shorty “con le anime nude e senza nome, senza infamia e senza lode, senza vita e senza morte”, quelle degli ignavi, anime peccatrici di vili e codardi che in vita non si schierarono né in nome del bene né in quello del male. Con il brano Caronte Murutubu e Claver Gold passano in rassegna i loro personaggi dolenti e maledetti, scelti tra gli altri come metafore trasversali e personificazioni allegoriche di fragilità e tematiche attuali. Il vecchio nocchiere, canuto e dagli infuocati occhi rossi, timoniero dell’impero delle anime perse e accompagnatore rabbioso di anime traviate, rappresenta così nella configurazione simbolica di questo viaggio il tema della dipendenza dall’eroina che traghetta alla morte “ogni anima che è una foglia che cade nell’ombra”. Minosse, il mitologico re di Creta, il giudice del cieco carcere che soppesa le colpe delle anime e assegna loro il cerchio al quale sono destinati, dove ogni pena si fa carne e corrisponde a un peccato, incarna la riflessione della vita dopo la morte e la possibilità di essere giudicati.



Paolo e Francesca i lussuriosi, gli amanti-cognati, i peccatori d’amore adulteri che in vita hanno ceduto alla passione ed ora sono dannati per l’eternità a fluttuare in una bufera infernale, il loro è la prova di un amore fatale e assoluto che resiste anche all’aldilà come canta nel ritornello Giuliano Palma “resta con me anche se non c’è un domani, resti per me il migliore tra i peccati”. Pier della Vigna simbolo di vessazione e ostracismo, cancelliere e notaio di corte, morto e indotto suicida dopo essere stato fatto accecare da Federico II di Svevia per corruzione. “L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto”. Il celebre suicidio-fuga terrena assume forma di denuncia contro la delicata e solitaria piaga del cyber-bullismo giovanile raccontato, in questo toccante pezzo, attraverso la storia di un adolescente, Pier, che sceglie di togliersi la vita “nella stanza, sul mio banco, all’alba giù in cortile. Oggi non ci sono più, c’è un albero di vite”. ”Dannata, sozza e scapigliata” che si alza e si siede continuamente senza trovare pace, è Taide, “la puttana”, personaggio della commedia del latino Terenzio, punita nell’Inferno perché adulatrice con l’inganno e immersa nello sterco. Murubutu e Claver Gold nobilitano questa figura, accennata e secondaria, dipingendola ora come una donna moderna e malinconica che ha perso la capacità di amare affrontando delicatamente il tema della prostituzione. E poi ancora Ulisse, assetato di una conoscenza che supera i limiti umani e divini, i Malebranche, i diavoli uncinati a guardia dei barattieri che diventano pretesto di accusa per quelli moderni che girano intorno al denaro che fa da perno, e Lucifero, l’angelo più bello del Paradiso conficcato nel ghiaccio di Cocito che nell’Infernvm svela un’inedita sofferenza che sa di umano. Sono loro a completare la mappa di questo ambizioso, raffinato e rispettoso viaggio lungo undici tracce.



I puristi della Divina Commedia, forse arricceranno il naso a tale contaminazione anacronistica dei generi, o magari no. In fondo “il fine giustifica i mezzi” soprattutto se il fine stesso è la divulgazione di un sapere e di un valore educativo che, sotto qualsivoglia forma si manifesti, ha la capacità di risvegliare l’interesse e la curiosità di chi li accoglie.   

La moda rigenerata di Rifò: una storia di cenci, cenciaioli e sostenibilità

Una moda assetata di acque restituite impregnate di microplastiche ed agenti chimici. Indumenti già nati per essere rifiuti dismessi di discariche sovraffollate e scarti di invenduto lasciati in pasto agli inceneritori. Vestiti sovrapprodotti in nome di un consumismo globalizzato del non valore a buon mercato. Una moda veloce, “fast”, come la breve durata del suo deperire che nulla ha a che fare con il concetto di tempo, ma che piuttosto si lega a doppio filo a tessuti dozzinali, scadenti e difficili da riciclare che ne decretano la loro obsolescenza precoce. Un abbigliamento venduto come l’eldorado della convenienza a basso costo, ma pagato a caro prezzo a spese dell’ambiente e dei lavoratori orfani di diritti e tutele.



La vulnerabilità di questo anno pandemico ha inasprito queste fragilità già endemiche e radicate in alcune frange del sistema moda, ma d’altro canto ha anche acuito la necessità di una rafforzata sensibilità etica e di un consumo responsabilmente più sostenibile. Un appello che fa da eco a molte voci, tante quante sono le imprese che, da tempo, hanno deciso di remare contro un modello lineare di produzione riponendo le speranze future, e collettive, nella diffusione di una mentalità circolare che vede nel rifiuto una nuova risorsa da reintegrare sul mercato.



Tra queste realtà prende corpo Rifò, la startup del cashmere rigenerato frutto di un crowfunding su Ulule nata nel dicembre 2017 a Prato, in un territorio simbolo, storicamente votato alla cultura del tessile e, per tradizione, terra di lanai e straccivendoli, noti ai nostrani con il nome di cenciaioli o ai più fini letterati con l’appellativo di chiffoniers, come amava declamarli Baudelaire. Quelli che li riconosci perché hanno sempre nella tasca posteriore dei pantaloni un paio di forbici, per separare le cuciture dalla maglia, e un accendino, per bruciare il filo e vedere se c’è una fibra sintetica nella composizione del capo. Dal centenario e quasi estinto mestiere degli artigiani del cencio, per necessità e virtù i primi ignari e inconsapevoli alfieri dell’economia circolare, muove la rivoluzione sostenibile intrapresa dal brand pratese.



Rifò, già a partire dalla fierezza vernacolare del suo nome a “km 0”, è un elogio a quel “rifare” che sfrutta la ricchezza di fibre riciclate per creare dagli scarti tessili un nuovo rigenerato, o un vecchio riscattato di qualità, che vuole farsi portavoce di un valore emozionale destinato a una seconda vita. È un credo stilistico in un futuro non più bisognoso di produrre nuove materie prime, ma autoalimentato dallo sfruttamento di tutte quelle già impiegate, esistenti e dimenticate.



Facendo un passo indietro, cosa ha portato un laureato in Economia internazionale alla Bocconi con esperienze nella cooperazione allo sviluppo per il Ministero degli Esteri a occuparsi di moda?

Un’idea vincente nasce spesso da un intuito, dalla necessità di colmare un gap o semplicemente da quella di porsi come un’alternativa, come ha fatto Niccolò Cipriani, fondatore del marchio. “Durante la mia esperienza di lavoro in Vietnam, ad Hanoi, ho realizzato con i miei occhi il problema della sovrapproduzione che grava su un settore, quello del fast fashion, che produce molto più di quello che viene comprato con un impatto negativo sul consumo delle risorse naturali. Da questa presa di coscienza ho deciso di ritornare in Italia, recuperare la nobile arte dei cenciaioli, profondamente legata alle radici della mia terra, e su questa costruire un brand etico guidato dai valori di qualità, sostenibilità e responsabilità”. Rifò è l’alternativa all’emergenza globale di uno spreco fuori controllo, a cimiteri di abiti abbandonati e ad acquisti anaffettivi inghiottiti nella spirale di saldi e prezzi al ribasso. È l’incontro della conoscenza del distretto tessile di Prato con la consapevolezza che ogni vestito che buttiamo via ha un valore, può essere rigenerato e rigenerabile.



Tutti i capi sono realizzati nel raggio di 30 km da artigiani e piccole aziende a conduzione familiare con il metodo artigianale a “calata”, sostenendo così un modello di prossimità con i produttori e di valorizzazione territoriale a supporto dell’economia locale, limitando l’inquinamento dovuto alla logistica e ai trasporti e snellendo i prezzi finali sul mercato. Le materie prime seconde, frutto del “buon senso” e del risparmio energetico, sono vecchi maglioni in cashmere, jeans almeno 95% cotone e il cotone rigenerato. Scarti industriali e vecchi indumenti vengono sfilacciati, trinciati, riportati allo stato di fibra ed infine a quello di filato pronti ad essere la linfa materica di nuovi maglioni, cardigan, t-shirt, cappelli, sciarpe e mantelle. Alla base di questa “Rifolution” non solo il riciclo di indumenti o il valore della loro restituzione ad un nuovo uso, a nuova vita, ma anche la riduzione dei consumi di acqua, pesticidi e prodotti chimici usati di norma nella produzione. Una rivoluzione silenziosa per sensibilizzare le coscienze individuali verso una sostenibilità, umana e ambientale, incoraggiata da un acquisto consapevole al grido di “meno e meglio”.



Quando scegliamo che abito indossare, scegliamo anche per quale mondo votare.

“Rains”: l’abbigliamento antipioggia che arriva dal nord

Secondo un detto svedese “det finns inget dåligt väder, bara dåliga kläder”, “non esiste il cattivo tempo, ma solo i vestiti sbagliati”. Il trio di amici danesi Philip Lotko, Daniel Brix e Kenneth Davis hanno così fatto di necessità virtù trasformando l’inclemenza della pioggia in opportunità per ‘ergonomizzare’, e sincronizzare, gli abiti agli uggiosi cieli di Copenhagen.



Nel 2012 nasce ad Aarhus, nella penisola dello Jutland, RAINS, il giovane brand di nicchia dell’abbigliamento rainwear che, partendo dalla reinterpretazione del più classico e tradizionale impermeabile in gomma, la fisherman’s jacket dell’eredità marinara danese, si è imposto sul mercato internazionale con l’apertura di 26 store monomarca nati sotto l’insegna dell’iconico logo del faro che, dal numero 6 di Klostertorvet, illumina la rotta dei nuovi negozi da Melbourne a Shanghai, da New York a Parigi.



Dal poncho degli esordi, a una linea completa dedicata all’outerwear, in abbinato a borse, zaini e accessori, fino a sdoganare l’idea più fluida di un “all-weather lifystyle concept” al suo debutto alla Copenhagen Fashion Week A/I 2020, RAINS lancia il suo singolar tenzone. Una sfida alla pioggia, celebrata, ispirata e affrontata a colpi di design funzionale dove il retaggio del minimalismo nordico trionfa in un moderno concetto di moda cosmopolita.



Il brand danese propone capi semplici e pratici che integrano tessuti tecnici, leggeri, idrorepellenti e waterproof a linee dritte, morbide e nette e alla scelta di un monocromatismo puro, o a sobrio contrasto, giocato sui colori dei paesaggi delle fredde terre del Nord e sulle delicate sfumature dei toni della natura: grigio carbone, bianco sporco e perla, blu, beige, nero, verde oliva, ambra e rosa corallo. Sono un “rifugio climatico”, nel senso figurato del termine, un equipaggiamento urbano in robusto poliestere rivestito dalla flessibilità del poliuretano con saldature ad ultrasuoni, cerniere lampo e rifiniture progettate con materiali ottimizzati per le condizioni di umidità, fibbie gommate, twill cerato, superfici tattili riflettenti, opache e con trasparenze semilucide.



Le collezioni, in una costante visione di espansione climatico-stagionale, esprimono l’atemporale durevolezza di capi senza tempo in linea con le ultime tendenze. Impermeabili con tagli sartoriali o dalle linee casual, con patte frangivento, aperture per la ventilazione, cappucci regolabili con cappello integrato, cappe progettate per i ciclisti, pantaloni, tute ultralight, capispalla e giacche imbottite rappresentano non solo un filtro protettivo tra chi li indossa e gli agenti climatici dai quali difendersi, ma è anche una questione di “hygge”, quella necessità di provare una sensazione di comodità e armonia con ciò che si indossa.



In fondo vestirsi nelle giornate di pioggia non significa necessariamente rinunciare allo stile.



Story-grammer, pagine Instagram e racconti visuali di storie urbane

Dai rapsodi, bardi, scaldi e cantastorie che di piazza in piazza, di città in città, intrattenevano il pubblico con il racconto delle loro storie, vere o di fantasia che fossero, agli story-grammer, i moderni avventori della narrazione visuale da social, ne è passata di acqua sotto i ponti. L’arte del raccontare, e del raccontarsi, in qualsivoglia forma, espressione o mezzo si manifesta resta pur sempre uno dei ‘mestieri’ più antichi e affascinanti del mondo.



Lo sa bene drcuerda, l’account Instagram alter ego di Daniel Rueda – story-teller, creatore di immagini, cercatore di geometrie, amante delle architetture ed esploratore del mondo – che ha dato vita, insieme alla sua musa/collaboratrice Anna Devís, ad una pagina a immagini ludicamente narranti. Classe 1990, spagnoli, laureati in architettura all’Universitat Politècnica di Valencia e inseriti di recente nella classifica di Forbes 30 Under 30 Europe List come “i fotografi in grado di raccontare storie attraverso gli oggetti di uso quotidiano creando scene surreali senza l’aiuto di software di photoediting”. Le architetture, ricercate o casualmente incontrate, sono la materia prima rielaborata in sketch, accuratamente studiati, che si innestano nel contesto urbano sotto forma di divertenti narrazioni visionarie. Sembra quasi di immergerci nell’immaginario visivo di uno story game dove le geometrie, i dettagli, le prospettive e i colori di palazzi, edifici e facciate la fanno da padrone.



Daniel e Anna, partendo da queste ispirazioni, mettono la loro creatività al servizio dello spazio prescelto aggiungendo quel particolare che ne completa la storia. Elementi semplici, quotidiani, spesso realizzati a mano, fini a stessi o resi parte attiva grazie all’interazione umana in contesti architettonici che, seppur non conoscendo frontiere geografiche, prediligono la luce della Spagna. Valencia, Madrid, Barcellona, Albufera, Maiorca, Cadice diventano, così, scenografie a cielo aperto. Gli scatti, carichi di sense of humour, dall’estetica pulita e accurata e dallo spirito naïf, sono costruiti su un’intelligenza creativa argutamente minimalista e fantasiosa che si traduce in immagini che “parlano di sé, e da sé, senza la necessità di aggiungere parole”.



L’esigenza di traghettare la fotografia in un mini racconto a immagini, dal frame decisamente poco ordinario, è la missione creativa di un’altra pagina Instragram citylivesketch, nata nel 2014 da uno schizzo del porticciolo de La Balata nel borgo marinaro di Marzamemi. Il progetto parte dal cuore della Sicilia, come il suo ideatore Pietro Cataudella, originario di Pachino ma toscano di adozione, con l’intento di narrare scorci, simboli, monumenti e bellezze guardando il mondo da un “taccuino di viaggio”. Foglio di carta e matita alla mano diventano i mezzi e gli strumenti di illustrazione per realizzare schizzi che si completano e si fondono nella fotografia.


Immagini di interazione con la capacità di smarcarsi dalla bidimensionalità per approdare ad un’ottica 3D, quasi da effetto pop-up. Un mash up tra astratto e concreto, dove la fantasia serve la realtà, o viceversa. Alle fedeli riproduzione in grafite e digitale si alternano innesti fantasiosi che capovolgono inaspettatamente il modo di percepire ciò che ci circonda. Perché come diceva Paul Klee “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.



Spingere l’immaginazione oltre le apparenze e sovvertirle in un gioco creativo è anche il leitmotiv narrativo di paperboyo, l’estroso “ragazzo di carta” che, su Instagram, ha stravolto vedute, paesaggi e panorami con forbici e cartoncini. Rich McMor, il creativo britannico dietro l’account, ha intrapreso un fantasioso e ingegnosamente illusorio viaggio in stile “cutout” dove monumenti, ponti, edifici e luoghi storici vengono invasi da ritagli di carta per raccontare la sua visione da artista sognatore. La mano di Rich diventa un elemento integrante nella messa in scena delle foto, come quella di un burattinaio che accompagna e anima le sue marionette, ma qui invece di fantocci di legno e di stoffa troviamo sagome nere ritagliate ad arte che danno una nuova e personale interpretazione a luoghi turistici di culto ed architetture.



La City Hall di Londra diventa la palla di un giocatore di football americano, il Neon Museum di Las Vegas la gonna svolazzante di Marylin Monroe, l’Arco di Trionfo un omino del Lego, la ruota panoramica del Central Pier a Blackpool un banjo. McMor attinge da un baule iconografico pop, tirandone fuori allusioni e figure popolari nell’immaginario collettivo. Quando la fantasia oltrepassa il limite dell’ordinario tutto diventa possibile anche che il David di Michelangelo si trovi addosso dei boxer di Calvin Klein o che il Cristo Redentore di Rio venga abbracciato da un Leonardo Di Caprio come nella cinematografica scena di Jack e Rose sulla prua del Titanic.



L’ “uniforme” della moda no gender tradotta nel design di quattro giovani brand

“Uniforme” dal latino uniformis che ha una medesima forma, un medesimo aspetto, appartenente ad un’uguaglianza espressiva senza confini e limiti di genere. Il maschile e il femminile si includono e, talvolta, si escludono l’un l’altro, per diventare una moda neutrale, super partes, un’identità fluida estranea a schemi e a rigori distintivi. Forme semplice, scambievoli e modulari, senza estremismi di androgenizzazione ma improntati ad un mutuo minimalismo. Una nuova rilettura dell’unisex che si conferma essere il segmento dell’industria della moda che, negli ultimi anni, sta mostrando una maggiore vivacità creativa e un’ottimistica lungimiranza nelle previsioni future. Sulla scia dei corsi e ricorsi di una storia del costume non estranea a questo fenomeno di parità e cavalcando le onde di un trend già in voga negli anni ’60, molti giovani brand stanno lavorando su una nuova ri-definizione di abbigliamento genderless in aperta sfida agli stereotipi di genere e a un vestire funzionale, basico e sostenibile legato ad una mono-estetica maschile/femminile.



CHELSEA BRAVO

“Il mio desiderio è lavorare come un artista” e i suoi abiti diventano le sue tele. Quello di Chelsea Bravo, la stilista dal DNA ispano-caraibico divisa tra la nativa New York e l’adottiva Londra, è un design improntato su un approccio moderno alla vestibilità, fatto di costruzioni, materiali sostenibili e silhoutte sciolte che coniugano forma e funzionalità. Stoffe morbide, sovrapposizioni leggere, dettagli a contrasto che disegnano un’estetica che guarda all’oggi e al domani dando agli abiti, concepiti con uno scopo, un’intenzione e un significato, una continuità nel tempo oltre i trend. Una collezione tra arte e design fatta di tute drop crotch (che ieri come oggi restano un simbolico messaggio di parità di genere, come ci ha insegnato Thayaht), maniche a taglio kimono, pantaloni a gamba larga realizzati con l’antico tessuto della canapa, Miki cap, ritagli incisi, ricami fatti a mano, superfici invase da motivi lineari hand painted, visi astratti tradotti su tessutoispirati al dipinto “Head of a Boxer” dell’artista cubista Henri Laurens.



COLD LAUNDRY

Cold Laundry è un brand streetwear fondato nel 2019 dalla coppia London-based Ola e Cerise Alabi. Un marchio dall’anima etica, filosoficamente distante dalle dinamiche del fast fashion e costruito su un senso di rispetto e gentilezza verso le persone e il pianeta. La sua caratteristica dominante balza subito all’occhio ed è metaforicamente riassunta nel motto di introduzione “Escape the Noise”, “Rifuggi dal Frastuono”. Perché lontana da texture ridondanti, surplus di dettagli e forme stravaganti, l’estetica di Cold Laundry è pulita, minimale, un infuso esperienziale che richiama ad una calma imperturbabile a partire dai toni pacati delle palette monocromatiche, alle linee morbide e dolci degli abiti fino ai peaceful landscape scelti per gli scatti del loobook da Los Angeles a Scottsdale, dalla Sicilia a Milos a San Pedro. La sostenibilità fa da fondamento a una rilettura del guardaroba maschile (hoodie, completi, trench, puffer jacket) che in una vestibilità gemellare coniuga il comfort ad un design attento allo stile. “Crediamo che la moda dovrebbe essere senza confini. Tutti noi dovremmo essere liberi di indossare ciò che vogliamo e come vogliamo, per questo siamo orgogliosi di contribuire a cancellare questa linea di confine”.



I AND ME

I And ME è un brand di abbigliamento denim season-less, sostenibile e unisex fondato nel borgo londinese di Hackney dalla designer Jessica Gebhart (per anni Denim Buyer per Topshop) e da suo marito David. Gli abiti sono semplici, pratici e funzionali nelle forme, ideati per assecondare le linee interscambiabili di corpi maschili e femminili e creati sulla mentalità del “Buy Less Buy Better”. Ogni collezione racconta una storia che parte da un’ispirazione o da un viaggio vissuto (come “One Thing Well” che parla del Giappone o “As Daydreams Go” ispirata al workwear vintage francese), e si traduce in tessuti di alta qualità, artigianalità e collaborazioni come quella, tra le tante, con l’azienda italiana Candiani. La robustezza e la resistenza di questo tessuto, ereditato e tramandato, diventano una sfida e un gioco di versatilità in un design contemporaneo che aspira alla longevità.



CARTER YOUNG

Carter Young è un brand newyorkese fondato dal suo giovane direttore creativo, Carter Altman. Gli abiti sono caratterizzati da una vestibilità non convenzionale, dove gli opposti si sintetizzano in uno stile unisex che prende forma e ispirazione dall’estetica del guardaroba maschile classico. Parole d’ordine: sovvertire il tradizionale e ricontestualizzarlo. I tagli sartoriali si modernizzano su linee dal minimalismo casual, mentre la bellezza dell’artigianalità classica si fonde allo spirito contemporaneo dei codici dello street-style per un abbigliamento in grado di infondere a chi lo indossa un “sense of confidence”, una sensazione di fiducia e sicurezza.