Sem&Stènn: l’inizio di un nuovo capitolo

Sem&Stènn si conoscono nel 2007, in un blog di musica, dove condividono passioni e desideri.  Decidono di incontrarsi quattro anni dopo, nel 2011. L’anno seguente, la loro unione si trasforma in collaborazione artistica. Nell’aprile 2016 pubblicano il primo singolo, cui ne fanno seguito altri due e un EP. Nell’estate 2017 arriva X Factor, qui Sem&Stènn divertono, disturbano, dividono, scuotono il pubblico e si fanno portavoce della comunità LGBTIQ+, contro qualsiasi stereotipo di genere.
Nel 2018 escono i singoli The Faira cui segue Baby Run feat. Manuel Agnelli, che li sceglie come opening performers il 10 aprile al Mediolanum Forum di Assago, data unica celebrativa dei 30 anni degli Afterhours. Comincia da lì l’OFFBEAT tour nelle principali città italiane. Segue il secondo singolo Bravo e vede coinvolto nella realizzazione il producer Populous. A Settembre Sem&Stènn rilasciano invece il video del singolo You, Your Friend, Another Guy, ispirato al film Sebastiane del 1976 del regista inglese Derek Jarman che racconta la vita del santo senza censure. Il 19 giugno 2019 esce K.O. feat. YAMATT, il loro nuovo singolo, per la prima volta in Italiano a cui segue OK Vabbè, il cui video è stato girato a Rosolini, in Sicilia, Ho pianto in discoteca feat. CRLN e 18 annipubblicato durante il lockdown. Il 19 febbraio 2021 è uscito AGARTHI, il primo concept album in italiano del duo. Il loro singolo The Fair è stato incluso nella soundtrack di Anni da cane, il primo film Amazon Original italiano.






Credits:
Photographer Giuseppe Martella
Ph. assistant Stefano Garay
Make-up Maria Isopo

Da oggi su Youtube il video di ROCKY, è il loro ultimo singolo che vede il feat. di MUDIMBI, uscito lo scorso giovedì 2 dicembre in distribuzione Believe. Questo brano segna il ritorno del duo, e apre le porte a un nuovo percorso di sperimentazione sia sonora che emozionale. Il video vede la partecipazione di Giulia Jean e Miriam Amabili ed è diretto da Salvatore Puglisi, interamente girato nella Palestra Popolare Antirazzista di Brescia.



ROCKY è l’inizio di un nuovo capitolo che mira a raccontare un nuovo modo di esprimere la mascolinità. In questo primo episodio SEM&STÉNN decidono di farlo unendo il loro mondo musicale con quello di MUDIMBI; nasce così un brano uptempo dove le punchline serrate ti stendono al primo ascolto. Questo è solo l’inizio di una serie di singoli che, con diverse sfumature, affrontano la mascolinità: tramite il corpo, la mente, il dolore e il piacere, riscoprendo la propria sessualità e il rapporto con l’altro. Attraverso la musica i cantanti sanno far esplodere le emozioni, trasformandole in qualcosa che, anche se fa male, può avere il giusto tempo per ballarci sopra.




ROCKY

Per le immagini di ROCKY, credits:
Photographer Vittorio Schiavo
Make-up Luca Pieretti
Styling: Sem&Stènn
Styling assistant Miriam Amabili

Immagine in apertura, ph. by Vittorio Schiavo
 
 

 

Immanuel Casto, artista dalle mille sfumature tra “porn groove”, concerti e giochi dissacranti

Parlando di attori, musicisti e altri personaggi dello spettacolo si tende ad abusare di concetti quali versatilità o eclettismo; nel caso di Immanuel Casto, però, espressioni simili sono una soluzione praticamente obbligata per provare a sintetizzare l’operato di un artista dalle mille sfumature. Manuel Cuni, questo il suo vero nome, è innanzitutto un cantautore “porn groove” – termine da lui coniato per indicare una miscela di elettropop, sonorità ’80s e testi outré anticipati da titoli come Escort 25, Tropicanal o i recenti D!CK PIC e Piena – che, muovendosi sul crinale tra camp e arguta disamina sociale, non manca di sbeffeggiare ipocrisie e storture del Belpaese, dalla mercificazione del sesso alla spettacolarizzazione della violenza. In parallelo, realizza giochi da tavolo dai nomi inequivocabili (Squillo, Witch & Bitch, Red Light – A Star is Porn), è presidente del Mensa, associazione che riunisce le persone che raggiungono o superano il 98° percentile del Q.I., è “postacuorista” (come si autodefinisce) di Gay.it.
L’abbiamo raggiunto al telefono per una chiacchierata che ha toccato diversi argomenti, dal ddl Zan alla predilezione per l’inglese “to play”, verbo polivalente che lui considera il fil rouge di una vis espressiva rara a trovarsi.



Il 6 gennaio sarai in concerto all’Alcatraz, «un ritorno ai club dove tutto è cominciato», come ti senti a riguardo, che sensazioni dà il comeback dal vivo?

La prima sensazione è di terrore, non del palco bensì dei problemi che potrebbero sorgere da qui ad allora. Come lavoratori dello spettacolo siamo stati tra i più colpiti dalla pandemia, si è parlato a lungo – giustamente – di tutte le categorie in difficoltà, di noi invece sembra non importi granché.
In uno slancio di ottimismo, abbiamo comunque messo su un grande spettacolo (mi piace definirlo tale), provo un’immensa felicità al pensiero di tornare su un palco così bello e rincontrare il pubblico, del resto è quello il vero punto di inizio.
Non so se ogni artista lo senta, ma durante gli show avverto un senso di celebrazione di valori condivisi, è davvero un momento di comunione con i fan, non vedo l’ora di viverlo.

Puoi parlarci dei tuoi ultimi singoli? Come li descriveresti a chi dovesse leggerne per la prima volta?

Stratificati, mi sembra un termine calzante. Mi piace mescolare elementi diversi, unendo un linguaggio o immagini ridanciane, ironiche, provocatorie a riflessioni più profonde; nonostante sia veramente difficile padroneggiare i due registri, mescolare tragedia e commedia è una sfida che mi ha sempre attratto; credo sia, peraltro, una delle caratteristiche più distintive del mio lavoro.
Adoro generare un po’ di straniamento, mettendomi nei panni di chi vede un mio video vorrei sentisse una sorta di shock, poi il divertimento, quindi la comprensione degli spunti che cerco di inserire, una stratificazione, appunto.



Ti sei fatto conoscere nel 2011 con Adult Music: come hai dichiarato recentemente, «un disco che resta moderno, non sento che sono passati dieci anni», cosa lo rende ancora così attuale?

Lo sforzo artistico alla base, c’è un principio junghiano per cui, quando si scava veramente a fondo, la verità che si trova è quella di tutti. Un errore in cui incappano tanti artisti emergenti (lo capisco, ci sono passato anch’io) è realizzare prodotti eccessivamente autobiografici, operazione legittima e interessante, sia chiaro, però alla lunga non risulta universale.
Da parte mia, cerco di concentrami sulla società, resistendo alla tentazione, per quanto ghiotta, dei riferimenti nominali all’attualità, nonostante li comprendano tutti anzi, probabilmente prendendo il tema in trend o il personaggio del momento puoi godere di immediata visibilità; hip hop, rap e trap agiscono così, è del tutto plausibile ma trovo che abbia il problema di invecchiare rapidamente.
Raccontare un’epoca anziché un mese è difficilissimo, poi però riascolti i brani e senti di aver realizzato una foto dell’epoca.

Sei dell’idea che l’arte non debba avere nobili fini, parafrasando Wilde affermi «nasce inutile e questa inutilità va preservata»; anche in Italia si comincia a parlare di cancel culture e politicamente corretto, credi che un eccesso di controllo, seppur animato dalle migliori intenzioni, possa finire per limitare la creatività artistica?

Ne sono convinto, pur premettendo che ritengo spropositata l’attenzione riservata a un fenomeno che da noi non è ancora arrivato.
Mi piacerebbe ci fosse, in merito, un dibattito fondato sui dati, invece ognuno si concentra sui contenuti che non gli aggradano, anche per il meccanismo dei social.
Al netto dell’isteria sul politicamente corretto, le implicazioni che a me spaventano di più hanno a che vedere con il desiderio di moralizzare l’arte; si cerca da sempre di farlo, forse perché cambiare la realtà è quasi impossibile, al contrario per modificare la finzione artistica basta stabilire ciò che si può dire, quali concetti rappresentare. Per decenni lo abbiamo visto nei conservatori, ora sono soprattutto i progressisti a chiedere un controllo maggiore, con ragioni solide peraltro! È questo che rende complicata la faccenda, alla base ci sono motivazioni etiche che personalmente comprendo, in alcuni casi condivido.
Per quanto non ritenga si stia andando in quella direzione, comunque, avrei orrore di vivere in un mondo dove l’arte debba essere necessariamente morale.



Sei presidente del Mensa, com’è andata finora e quali altri obiettivi ti poni?

È stata un’esperienza davvero intensa, un’occasione di crescita personale all’interno di un contesto di circa 2000 soci.
Come associazione senza fini di lucro che raccoglie e mette in contatto persone con un elevato Q.I., gli obiettivi restano gli stessi, cioè far crescere la nostra realtà, rendendola un luogo più stimolante e fornendo così contributi interessanti al pubblico, a cambiare sono semmai gli strumenti.

Tieni la rubrica “C’è posta per Casto” su Gay.it, che quadro ne emerge, come sono messi, sentimentalmente parlando, gli utenti del sito?

Una situazione generalizzata che percepisco, specie nei più giovani, è la fame di educazione affettiva, il bisogno di parlare di questioni affettive come di quelle sessuali, una gran voglia di conoscere, confrontarsi, capire di non essere i soli a dover affrontare certi problemi, di normalizzarli.



I tuoi giochi da tavolo trattano con originalità e piglio dissacrante temi scabrosi, come è nata e si è sviluppata questa passione?

L’ho sempre avuta, il gioco per me è una palestra, anche per le emozioni “negative” quali rabbia o tensione che, nel contesto ludico, diventano sane, entusiasmanti. Se dovessi rispondere, in inglese, a una domanda su ciò che più mi piace utilizzerei il verbo “to play”, riferibile a svariati ambiti (“to play games, a song, a character…”), è un po’ il filo conduttore di tutto ciò che faccio a livello artistico.
A un certo punto, semplicemente, sono entrato a gamba tesa nel settore, privo di qualsiasi preparazione tecnica, in fondo credo che quando si ignorano totalmente le convenzioni diventi più facile romperle, almeno in linea teorica.

Ti eri esposto pubblicamente in favore del ddl Zan, impallinato dal voto del Senato a ottobre. Perché, a tuo parere, un disegno di legge che si proponeva semplicemente di contrastare la discriminazione basata (anche ma non solo) su orientamento sessuale o genere ha scatenato una tale cacofonia di polemiche, accuse, appelli e controappelli? Credi che riusciremo, prima o poi, a compiere passi significativi in questa direzione?

Penso di sì, per natura sono ottimista, credo si tenda naturalmente al progresso, purtroppo non è mai una linea retta.
Nel caso specifico, è stato orribile il livello di inquinamento del dibattito, a cominciare dai detrattori che hanno portato avanti un processo di disinformazione, mentendo letteralmente sui contenuti del testo, lasciando intendere che fosse a beneficio esclusivo di specifiche categorie, quando si trattava dell’estensione di una legge già in vigore per cui stabiliva delle aggravanti, certamente non che la discriminazione degli omosessuali fosse più “grave” di altre. L’obiezione del reato d’opinione, invece, si infrange sul fatto che la Reale-Mancino non è mai stata utilizzata per perseguire espressioni poco lusinghiere, diciamo così, nei confronti di persone di altre etnie o religiose.
C’è bisogno tuttavia anche di un po’ di autocritica, dal nostro lato ho sentito spesso affrontare l’argomento in maniera semplicistica e populista, in termini di diritti da aggiungere, cosa tecnicamente inesatta.



Due recenti singoli, il live di gennaio, e poi? Cos’hai in serbo, stai lavorando a qualche progetto di cui puoi/vuoi anticiparci qualcosa?

Ho molto materiale inedito, confido di rilasciarlo gradualmente nel 2022, per come si è strutturato il mercato discografico ha sempre meno senso pubblicare subito l’intero album, meglio piuttosto che arrivi a conclusione di un ciclo.
Per quanto riguarda la parte ludica, annuncerò presto un nuovo progetto, da lanciare tramite crowdfunding.



In apertura e nella prima foto, occhiali da sole Lanvin, camicia e pantaloni Red September, anfibi Cult, Credits:
Photographer Ilario Botti
Stylist Antonio Votta
Make-up Artist Bruno Agostino Scantamburo
Label Freak&Chic
Press Office Astarte Agency

5 cantanti da conoscere adesso

Generi, età diverse e differenti provenienze per i protagonisti della nostra review dedicata alle nuove voci da scoprire questo mese. Sono alcuni giovani artisti promettenti del momento, da ascoltare a ripetizione nelle prossime settimane e da tenere d’occhio in futuro…


MATTEO FAUSTINI

Un giovane cantautore bresciano, protagonista della 70a edizione del Festival di Sanremo nella sezione Nuove Proposte con il brano “Nel Bene e Nel Male” e vincitore del “Premio Lunezia per Sanremo” per il valore musicale e letterario del brano in gara, ha esordito al 2° posto della classifica iTunes e tra i dischi più venduti nella classifica FIMI/GfK con il suo album di debutto “Figli delle Favole”. 

Reduce dal successo dell’instore tour e dei suoi concerti sold out, a giugno 2021 è tornato in radio e in digitale con il nuovo singolo “1+1”, che ha debuttato nella top 10 della classifica Earone Airplay Radio Indipendenti e nella top 100 nella classifica generale, e solo sulle piattaforme streaming e in digital download con il nuovo ed emotivo brano “Stanco di piangere”, che verranno entrambi contenuti nel prossimo disco di inediti.

DANI FAIV

Spezzino, classe 93 è uno tra i più attivi e apprezzati rapper della scena italiana attuale. Con il singolo “Yoshi” (ad oggi certificato 4 volte platino) ha fatto numeri incredibili. Dopo l’esperienza Machete (da cui è uscito a marzo 2021) Dani è tornato a luglio con il singolo “ANNO ZERO”, brano con testo super critico nei confronti della società moderna: ci sono riferimenti all’omicidio di George Floyd, al crollo del Ponte Morandi, all’esplosione nel porto di Beirut fino al cambiamento politico del nostro paese.

Il secondo singolo “LUNA NERA” è decisamente più fresco con nuove sfumature sonore. Questo perché Dani Faiv continua sempre a mettersi in gioco, sperimentando moltissimo con la sua musica, insieme a STRAGE, fedele collaboratore.

ELLYNORA

Lei è una cantautrice urban con uno stile attuale e unico, caratterizzato sia nel look che nelle sonorità da influenze gitane. Un personaggio femminile che pian piano sta conquistando la musica italiana. Romana, con radici partenopee, ha lasciato l’Italia per inseguire il suo sogno in America, prima New York, poi Los Angeles e poi di nuovo Roma.

Gli elementi urbani, editoriali, gitani e latini si fondano perfettamente, creando un mix interessante, insolito in Italia e molto credibile. Da poco è uscito il suo nuovo singolo “Get Lost”, che segue “No Trouble”, ma all’attivo ha diversi singoli, come Nina Blanca e Zingara  (con cui ha vinto il contest Primo Maggio Next).

LA SAD

Il trio è formato da Theø, Plant e Fiks, nasce nel 2020 dall’incontro di questi artisti che decidono di unire i loro percorsi musicali per creare un nuovo collettivo, caratterizzato da sonorità e immaginario punk in chiave moderna. Theø, Plant e Fiks, che provengono da tre regioni diverse (Lombardia, Puglia e Veneto), si sono uniti grazie alla stessa passione per la musica e a un forte legame di amicizia creatosi negli ultimi anni. Sin dal primissimo singolo, “SUMMERSAD”, i tre prendono una direzione innovativa sia a livello di sound che di liriche, portando avanti tematiche legate alla depressione e a problemi di relazioni. Successivamente escono “Psycho girl”, “Miss U”, “2nite” e “Summersad 2”, altri quattro singoli che consolidano la posizione della Sad nella scena Italiana e che aprono nuovi orizzonti musicali. NIENTE X SEMPRE è il loro nuovo singolo, un brano che trova le sue radici in un turbine di sperimentazione ed energia in un susseguirsi di nichilismo, demoni del passato e amore tossico.

JIMMY SAX

Un sassofonista francese super cool che, oltre ad aver suonato in alcune delle località più di tendenza al mondo, ha uno stile anticonvenzionale e azzardato e sceglie tanto accuratamente gli outfit per i concerti, quanto la scaletta dei brani da eseguire! L’8 ottobre è uscito esce il suo disco “Jimmy” che racconta tutto il suo mondo e l’anno prossimo sarà in Italia per un tour teatrale. Un’artista in grado di far arrivare uno strumento così settoriale al grande pubblico.

Con più di 475.000 follower e oltre 150 milioni di visualizzazioni su YouTube, Jimmy ha raggiunto il successo con il singolo “No man no Cry”, ha raggiunto un platino in Francia per il singolo “Ibiza”, realizzato insieme a JUL, artista tra i più ascoltati sul territorio francese, ed è attualmente al lavoro sul suo primo vero album.

Il suono del mare

Quando uno skipper incontra un DJ. Quando il mare e la musica  danno vita a un oceano di accordi. Questa è la storia di un incontro tra due persone mosse da una passione: il velista francese Thomas Ruyant  e il musicista elettronico Molécule (Romain De La Haye-Sérafini). Durante il Vendée Globe, prestigiosa competizione di vela, Molécule trasforma la barca di Thomas in uno strumento musicale. Una storia di mare, avventura, arte e viaggi. Un esperimento unico che comincia in Italia, prosegue in Francia e fa il giro del mondo. 

Testo di Sabine Bouvet @sabine.bouvet

Foto di Pierre Bouras  @pierrebouras



Si dice che la regata Vendée Globe attorno al mondo sia l’Everest dei mari. 11 000 persone sono salite sull’Everest. 3000 persone sono andate nello spazio. Ma solamente 300 persone hanno compiuto una circumnavigazione in solitario, senza soste né assistenza. Thomas Ruyant fa parte di questa piccola cerchia, di questa élite.



L’edizione 2020-2021 è partita l’8 di novembre delle Sables d’Olonne (Francia). L’arrivo è previsto per gennaio 2021, stesso porto. Nel frattempo,  in uno spazio di 5 m2, Thomas Ruyant avrà saggiato il freddo gelido e il caldo umido che s’insinuano in tutto, i venti violenti che strepitano giorno e notte, le onde feroci che minacciano di frantumare tutto e la calma totale che allieva le tensioni e colma il tempo con il vuoto. Ed è tutto ciò che Romain De La Haye-Sérafini, musicista elettronico proverà a trasmettere con le sue registrazioni e la sua musica. Romain cercherà di tradurre la sfida fisica e psicologica con un linguaggio sensoriale. Perché questa gara è una prova di resistenza ad alto livello.

Il musicista darà voce a LinkedOut, l’imbarcazione del velista. “La barca diventa uno strumento musicale. Voglio raccontare la storia dal punto di vista della barca.” Ha pertanto collocato 16 microfoni e 13 videocamere a bordo per registrare le vibrazioni di questo strumento unico. La barca è un Imoca, una delle imbarcazioni più sofisticate al mondo, la Rolls Royce delle grandi competizioni di vela. Le Imoca sono unicamente utilizzate per il Vendée Globe, la Route du Rhum o la Transat Jacques-Vabre. La barca di Thomas è stata costruita a Bergamo da Persico Marine, il migliore cantiere navale italiano e uno tra i migliori a livello internazionale. Il Luna Rossa Challenge ed altri Imoca dell’America’s Cup e The Prada Cup sono opera di Persico Marine. Dopo 35 000 ore di lavoro ad opera dei più bravi ingegneri navali, ora tocca al DJ di intervenire. L’obiettivo di Romain è realizzare al contempo un disco e un film sonoro. Un’avventura vuoi high-tech, vuoi del tutto poetica. 



Romain ha già messo a segno tre filmi sonori che parlano tutti di mare e di dismisura, di infinito e di estremo. Nazaré (2020), l’ultimo uscito, verte sulla famosa onda più grande del mondo, in Portogallo. Il suo secondo film – 22,7° (2018) s’incentrava sul silenzio della Groenlandia. Per il suo primo film 60° 43’ Nord (2015), Romain aveva scelto di vivere un mese a bordo di un peschereccio nel Atlantico Nord. Voleva carpire il silenzio dei ghiacciai e l’urlo della tempesta. Romain ha la passione del mare. “Ho sempre voluto ascoltare quel che si staglia dietro la linea dell’orizzonte. Mi affascina la potenza degli elementi quando la Natura prevale su tutto il resto, come pure il legame tra l’Uomo e la Natura, quando si uniscono e quando si combattono l’un l’altro.”



“Qui a bordo di un’Imoca, i suoni scatenano l’ansia. Ci sono molte frequenze basse, suoni tonfi. Ma allo stesso tempo ti trasportano, creano degli spazi musicali, delle armonie.” Successivamente, con il suo lavoro musicale, Romain trascenderà questo spartito. La sua idea è tener fede alle emozioni di Thomas. 

“La prima volta quando Romain è salito a bordo, è piovuto. Siamo entrati sottocoperta.” racconta Thomas. “Romain ha subito sentito che lo scafo era in grado di creare musica. Mi ha detto: la tua barca è uno strumento musicale ! È una grancassa di carbonio !” A Thomas è piaciuta l’idea che la sua barca potesse emettere musica. Poi, quando i due hanno navigato insieme per la prima volta,  Romain ha proposto a Thomas di installare un vero e proprio armamentario di videocamere e microfoni per il Vendée Globe. Il velista ha detto al musicista e alla sua squadra di tecnici  : “Attenzione ragazzi ! Questa è un’imbarcazione da regata. Dobbiamo controllare il peso, poiché comporta un costo energetico.” 

Thomas, lo skipper, ha la passione della musica elettronica. Per lui, accedere al mondo della creazione artistica, che di musica o cinema si tratti, è un orizzonte affascinante. E poi reputa che finora nessuno è mai riuscito a trasmettere le emozioni di uno skipper durante una competizione. “L’adrenalina, la stanchezza, l’euforia o il toccare il fondo ecc; lo spettro delle nostre emozioni è enorme. In mare, le nostre emozioni occupano tutto lo spazio perché siamo lontani da tutto. Ma possono essere pericolose perché non ci danno stabilità.” È il motivo per cui il modo di fare di Romain l’ha conquistato: fare delle sue sensazioni e dei suoi stati d’animo un che di musicale, ascoltare la sua imbarcazione, tastarne il polso. “Perché la mia barca mi parla, è espressiva.” Lo skipper non vede l’ora di sentire e vedere quello che verrà da questo incontro. Anche noi vogliamo che questo viaggio sensoriale ci trasporti su una terra incognita.

Giovanni Caccamo: “La musica è il paradigma delle emozioni”

Giovanni Caccamo è ormai un celebre cantautore. Inizialmente scoperto da Franco Battiato, vince la categoria “Nuove proposte” alla 65° edizione del Festival di Sanremo. L’anno successivo si guadagna il terzo posto nella sezione “Big” in duetto con Deborah Iurato e nel 2016, insieme a Bocelli, è uno dei protagonisti di “Music For Mercy”. Nel 2017 intraprende un’avventura televisiva come tutor nella scuola di Amici su Canale 5 e nel 2020 è ospite ai Seat Music Awards tenuti nell’Arena di Verona. La sua carriera oggi si muove tra musica e moda come testimonial per diversi brand lusso e ci racconta attraverso vissuti ed esperienze, il suo giudizio in merito alla correlazione tra la musica e la pandemia in corso.



Come è nata la tua passione per la musica ? Come è iniziata la tua carriera?

La mia passione per la musica è sempre stata un po’ una necessità, prima come ascoltatore e poi nel tempo anche come “cantautore”. Dopo la morte di mio padre, la musica è stata per me un rifugio, un porto sicuro; ascoltare tanta musica mi aiutato ad affrontare questi anni complessi.
A diciotto anni, mi sono trasferito a Milano dove ho cominciato a studiare architettura: già sognavo di fare il cantautore ma non scrivevo ancora le mie canzoni. Mi sono tuffato nello studio dei classici del cantautorato italiano per capire come funzionasse l’incastro tra parole e musica e iniziare a scrivere le mie prime canzoni. Ho capito che avrei potuto trasferire il mio vissuto e la mia emotività in canzoni inedite e la mia passione si è trasformata in vocazione, in necessità.
Per quattro anni ho bussato alle porte di numerose etichette discografiche e manager, ma nessuno si è mai fermato ad ascoltarmi. Nel 2012, a Donnalucata, ho incontrato Franco Battiato, mi sono appostato dietro un cespuglio per quattro ore, per consegnargli il mio disco. Il giorno dopo mi richiamò, manifestandomi l’interesse nel produrre il mio album.



È vero che è difficile come si pensa? Ci vuole solo fortuna?

Una delle cose più importanti che mi ha insegnato Battiato è stato il fatto di non avere mai l’arroganza di pretendere che arrivino canzoni nuove più forti ed ispirate rispetto alle precedenti. Noi siamo solo un tramite fra terra e cielo e le canzoni non appartengono a chi le scrive, ma a chi decide di ascoltarle.
L’arroganza è l’antitesi dell’arte, bisogna rimanere sempre umili, curiosi e perseveranti. Fare il cantautore è sicuramente complesso; la fortuna aiuta solo chi con dedizione e metodo investe la vita nelle proprie passioni, senza arrendersi davanti alle difficoltà.

La tua famiglia che ruolo ha avuto nel tuo percorso?

Mia madre mi ha sempre incoraggiato a proseguire gli studi. Arrivato a Milano ho infatti iniziato a studiare Architettura al Politecnico. Lei è sempre stata molto diffidente sul fatto che la musica potesse diventare un lavoro a tutti gli effetti. Tuttavia, mi ha sempre affiancato e supportato in modo razionale e lungimirante. Qualche anno fa ho pubblicato un romanzo epistolare “Dialogo con mia madre”, editore Rizzoli, che raccoglie una serie di scambi preziosi tra me e lei. La mia famiglia, le mie radici, sono le fondamenta della mia vita e della mia creatività.

Come si è ridimensionato il vostro settore ai tempi del covid?

Sicuramente l’impatto è stato molto doloroso. Migliaia di maestranze e lavoratori dello spettacolo sono tutt’ora fermi e in difficoltà. Io ho cercato, nel mio piccolo, di far viaggiare la mia musica in giro per l’Italia in una dimensione acustica, piano e voce. Ho percepito un gran desidero da parte del pubblico di ritornare ad emozionarsi, divertirsi e liberarsi attraverso la musica. È stato sicuramente uno dei tour più suggestivi e significativi della mia carriera. Qualche settimana fa è nata “Scena Unita”, un fondo solidale creato da un gruppo di artisti e personalità dello spettacolo, “Music Innovation Hub”, “La musica che gira” e “Cesvi Onlus”, per sostenere e supportare le persone più fragili del nostro settore.

La musica può essere una soluzione per il periodo storico che stiamo passando?

Penso che la musica sia sempre stato un mezzo fondamentale di comunicazione, forse più diretto rispetto ad altri; è il paradigma delle emozioni. L’arte e la creatività mi hanno salvato durante questa quarantena. Spero tutto questo ci porti a una riflessione profonda su ciò che siamo, sul nostro modo di vivere e approcciarci al mondo e agli altri. La musica continuerà ad essere il sottofondo portante di questo nuovo cambiamento.

Break the sound “barrier” / La musica delle radici

Passando per lo Yemen, il Sudan e il Niger, attraversando “la terra del latte e del miele”, il Nilo e il deserto del Sahara, incontriamo le melodie evocative di alcuni giovani “cantastorie” che tra, modernità e tradizione, narrano le proprie radici alimentate dai suoni catturati dal mondo.

E’ una musica trans-culturale che rinnega l’esistenza di barriere linguistiche, generazionali, geografiche e identitarie. Sono componimenti di fusione che fanno leva sulla coesistenza tra Oriente e Occidente, terre di origine e luoghi di adozione, facendoci sentire un po’ tutti cittadini del mondo. Un unico popolo unito da un unico linguaggio, quello della musica.

Cantano nel quasi estinto dialetto giudeo-arabo dello Yemen, sono Israeliane, ebree e Mizrahi, sono donne, sorelle e musiciste: Tair, Liron e Tagel Haim, le A-wa. Le vediamo esibirsi sui palchi dei festival internazionali e nei club più esclusivi accompagnate dai modulati gorgheggi arabeggianti delle loro voci, dalla forte carica gestuale e dall’inconfondibile foggia dei loro abiti: coloratissime vesti tradizionali dello Yemen, del Marocco e del Pakistan, djellaba e ricamatissimi e “occidentalizzati” abiti presi in prestito dalle donne Balochi, abbinati a sneakers e calzettoni, ghirlande e monili tribali.

Le 12 tracce contenute nell’album d’esordio “Habib Galbi”, che in arabo significa “Amore del mio cuore”, prodotto da Tomer Yosef dei Balkan Beat Box, attingono alla cultura degli ebrei yemeniti trasmessa dai nonni paterni immigrati in Israele alla fine degli anni Quaranta.

Sono un elogio alla continuità di quelle vernacolari melodie intonate dalle donne di questa comunità che, escluse dalla vita spirituale e culturale degli uomini, iniziarono a raccontare le proprie emozioni e stati d’animo in folcloristici canti tramandati di donna in donna, di generazione in generazione per garantirne la sopravvivenza.

Le sorelle Haim sono cresciute nel piccolo villaggio di Shaharut, ai confini del deserto del Negev, circondate da kibbutz e montagne, tra i rudimenti del jazz e del Motown appresi dall’insegnante americana, tra danze, canti e i vinili dei Deep Purple e Pink Floyd trafugati ai genitori, ma soprattutto sono state educate alla libertà e a quello spirito di modernità che ha consentito loro di costruire un ponte tra culture diverse e non sempre di facile convivenza.

Il risultato è un eccentrico e ricercato mash-up musicale. L’ereditato folk yemenita si armonizza con i ritmi moderni della musica elettronica, del raggae, dell’hip hop e del rock psichedelico. I testi popolari vengono investiti da un groove che li rende musicalmente attuali e orecchiabili. Un equilibrato crocevia tra passato e presente che rivive nei suoni indigeni del darbouka, nei bassi, batterie, sampler e keytar e che ritorna, come amalgama narrativo, nelle vibranti note dei 14 inni poetici del loro secondo disco “Bayti Fi Rasi”/”La mia casa è nella mia testa”.

Un concept album che, ripercorrendo “l’esodo” della bisnonna verso l’Israele, mette a nudo le problematiche contemporanee dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione e lo fa a ritmo di beat tirati indietro, sintetizzatori, ritmiche ballerine, sonorità pop e solenni eterofonie.

|“Where I Will Make a Home?”| Alle origini, ai sapori della terra natale, ad una tradizione più spiccatamente intimistica sono ispirate le canzoni del gruppo Alsarah & Nubatones. Il collettivo nasce nel cosmopolita scenario newyorkese e ha come leitmotiv l’amore per il Sudan e l’universalità di una musica senza barriere.

Un retropop dallo stile eclettico e accattivante che parla il dialetto arabo-sudanese e contamina le calde melodie dell’Africa orientale con le sinuose influenze dell’Arabia e la tradizione folk della musica nubiana, che sovrappone percussioni e sintetizzatori, ritmi tribali e frequenze elettroniche.

Si parla di migrazione, del desiderio di ritorno alla terra di origine, del fallimento del rispetto umano, della crisi dei rifugiati ma anche di gioia, amore e sopravvivenza. Sono canti che, muovendo da un’esperienza personale, si aprono al mondo.

Testimonianza e anima di questo progetto è la stessa cantante Alsarah che ha vissuto in prima persona l’abbandono della terra natale, il Sudan, in seguito al colpo di stato militare nel 1989, e la necessità della fuga per rifugiarsi prima nello Yemen poi nella cittadina di Amherst, in Massachusetts, dove “eravamo l’unica famiglia dell’Africa orientale intutta la regione” di qui la fuga verso New York “una città piena di immigrati dove è normale essere un Altro tra gli altri”. 

E crescendo il bisogno di raccontare la sua storia, la sua cultura, il suo percorso di donna di colore, di immigrata, di viaggiatrice multietnica e di artista, e di farlo a suo modo, recuperando il suono materno della lingua di appartenenza. Ritornare alle radici guardando in avanti. Come naturale evoluzione dell’album “Silt”, prende corpo il progetto musicale intitolato “Manara”, o “The Lighthouse”, che nasce durante il soggiorno marocchino della band nella città di Asilah e tratta i temi dell’identità, del mondo moderno, di ciò che significa essere una sudanese in Nubia e una sudanese fuori dalla nazione e soprattutto si interroga sulla domanda What is home?.

Un destino segnato dal nomadismo è anche quello di Omara Moctar, ovvero Bombino. La singolare storia del pastore degli sterminati paesaggi africani, ribattezzato dalla stampa come il “Jimi Hendrix del deserto”, che rivendica l’identità Tuareg attraverso gli ipnotici e poetici arpeggi della sua chitarra elettrica. Nato ad Agadez, nel cuore sahariano del Niger, cresciuto nella tribù nomade degli Ifoghas, costretto con la famiglia all’esilio in Algeria; la sua terra depredata e annichilita da anni di guerre, rivolte e repressioni, la nostalgia del “profugo”, la speranza del “guerriero” e poi quelle chitarre degli anziani del villaggio di Tamanraset suonate di nascosto da autodidatta.

E quando i venti caldi e rassicuranti del deserto incontrano un’anima inquieta ed errante nasce il sofferto, ruvido ed energico desert blues di Bombino, un racconto complesso intriso di nostalgia, dolore e speranza per il suo popolo e la sua terra, cantato in Tamasheq nella lingua degli “uomini blu” del deserto e investito da una sinergia di stili senza confini dalla melodiosa musica berbera al rock-blues americano, dalle sonorità etniche al travolgente chitarrismo hendrixiano, dai ritmi reggae, alle ballate acustiche del deserto fino alle ipnotiche atmosfere sonore elettro-psichedeliche.

Un viaggio intimistico e dal potere corale che parte da “Agadez” e “Nomad” lambendo il suggestivo album registrato a Woodstock “Azel”, che non a caso significa Radici, quelle radici che affondano nell’anima del continente africano, nelle difficoltà di vita dei Tuareg, nella loro identità messa in crisi dal peso del mondo moderno, ma come canta Bombino in Iwaranagh/We Must: “Dobbiamo lottare per la nostra cultura e la nostra terra”, e la “ribellione” della sua chitarra risuona più forte e potente della sterile e penosa distruzione di qualunque altra arma.

Fino ad arrivare all’ultimo album “Deran”, |che nella lingua del Niger significa “Auguri”| carico di impliciti riferimenti politici, in perfetto stile Bombino “aprire le menti, senza il bisogno di urlare”. Un lavoro viscerale e intimista che lo riporta nella sua Africa ad inneggiare, in un afflato di speranza, alla pace tra i popoli, alla condivisione tra culture e alla benevolenza verso il prossimo, restituendo agli occhi dell’Occidente l’identità delle popolazioni del deserto immerse nelle loro contraddizioni e nelle loro complessità.

Un viaggio in dedali psichedelici, arabeschi elettrici, cori sciamanici e percussioni tribali che ci guidano nel cuore della sua terra. 
“Home is where heart is”

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Le migliori mostre attualmente o presto visitabili in tutto il mondo

Nonostante il Covid-19 alimenti in tutto il mondo terribili sensazioni sul nostro futuro (in realtà sembra di vivere in un romanzo distopico di Orwell), “Big Suprise!”, il mondo stesso non si ferma.

Molti musei, ad esempio, hanno organizzato tour online per visitarli, o in alcune aree non tanto colpite da questo terribile virus pandemico, è ancora possibile fare una bella visita per trascorrere il nostro amato tempo libero. Dalla musica all’arte e alla moda, ecco un elenco delle migliori mostre attualmente o presto visitabili in tutto il mondo.

Patrick Kelly: The Journey

Patrick Kelly, genio ribelle della moda, che seppe unire folk americano e le sue discendenze afroamericane nelle sue creazioni, viene omaggiato con una mostra. Precisamente allo Scad Fish di Savannah, negli States. Con la sua rivoluzione di stile a suon di bottoni, citazioni funky e virtuosismi pop incantò negli anni Ottanta le star.

E stiamo parlando di star con la S maiuscola: Paloma Picasso, Pat Cleveland, Madonna e Goldie Hawn, per menzionarne alcune.  La mostra dedicata al designer degli Stati Uniti, intitolata “Patrick Kelly: the Journey” è il risultato della lunga ricerca dell’artista Derrick Adams all’interno dell’archivio del designer scomparso nel 1990.  

Adams è un connesseur della black culture, anzi  gran parte della sua produzione sia come artista sia come curatore deriva dalla sua identità di colore. Specialmente ruota attorno ai modelli della cultura afro in America. Dunque il link tra queste due figure ha rappresentato la scelta più naturale per la curatrice del museo che ospita l’esibizione, Alexandra Sachs.  

L’artista e curatore contemporaneo Adams ha avuto così modo di compiere una full immersion tra le memorabilia, gli sketch e molti altri oggetti appartenuti al designer e che si trovano allo  Schomburg Center for Research in Black Culture di New York. Tra questi rari cimeli anche la proposta scritta su un foglio, una sorta di dedica scritta dalla poetessa Maya Angelou per  scrivere un libro sulla vita di Patrick Kelly.

Adams ha commentato sulla produzione di Kelly affermando che la sua produzione era influenzata fortemente dal contesto sociale della sua epoca e da un travolgente senso dell’umorismo. La mostra presenta dei collage astratti e delle sculture di Adams realizzate con pattern, ricami e altri materiali originali dagli archivi di Patrick Kelly. Questa esibizione è attualmente presente al museo americano sino al 19 luglio 2020.

The Clash: London Calling

Un inno per Londra e per il mondo intero, questa mostra mette in scena il dietro le quinte di un album epico: “London Calling” dei Clash. il Museum of London mette in mostra immagini, musica, ricordi e oggetti personali, della storia della band – alcuni mai visti prima – in una mostra gratuita.

London Calling, una pietra miliare della musica contemporanea, riguardava generalmente Londra, con narrazioni che presentavano personaggi sia immaginari che basati sulla vita reale.

Il giornalista Sal Ciolfi ha affermato una volta che “le canzoni comprendono un arrangiamento di narrazioni e personaggi urbani e toccano temi come il sesso, la depressione e la crisi d’identità”.

Un melting pot di stili musicali, guidato da una passione per l’azione e un forte desiderio di giustizia sociale. questa nuova mostra esclusiva al Museum of London esamina come la stessa Londra abbia influenzato i Clash quando sono diventati la band britannica più popolare del 20 ° secolo.

Jeff Koons: valore assoluto

Una mostra con oltre tre decenni di opere del famoso artista americano è ora aperta al Museo dell’arte di Tel Aviv. A cura di Donor Rabina. Absolute Value offre una full immersion nei diversi linguaggi di espressione e tecniche di Koon di diversi periodi di produzione.

La prima mostra personale di Koons in Israele mette in mostra dodici opere su larga scala degli ultimi tre decenni: Balloon Dog (Orange) (1994-2000), scultura in acciaio inossidabile lucidato a specchio e rifinito con un rivestimento arancione trasparente, Orso e poliziotto (1988) della serie Banality; Dolphin Taz Trashcan (2007-2011) della serie Popeye e Hulk (Rock) (2004-2013) della serie Hulk Elvis.

Ha anche messo in mostra una scultura a forma di palloncino delle preistoriche figure di Venere che raffigurano una figura stilizzata di una forma femminile: Balloon Venus Dolni Vestonice (Violet) (2013–17) dalla serie Antichità.

Una citazione dell’artista stesso rappresenta bene la sua produzione: “L’arte per me è un atto umanitario e credo che ci sia la responsabilità che l’arte debba in qualche modo essere in grado di influenzare l’umanità, di rendere il mondo un posto migliore (questo non è un cliché!)”.

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Virgil Abloh x Pioneer DJ

Dal 10 giugno al 22 settembre 2019 il rivoluzionario fashion designer Virgil Abloh, esibirà i modelli skeleton NXS2 nella sua prima mostra museale intitolata “FIGURES OF SPEECH”. Le versioni “TRASPARENTI” dei CDJ-2000NXS2 e DJM-900NXS2 saranno esposte allo Chicago Museum of Modern Art della città natale di Abloh in Illinois, USA. 

In qualità di fondatore di Off-WhiteTM e nuovo Direttore Artistico Uomo per Louis Vuitton, il desiderio di Abloh di colmare le distanze tra musica, moda e arti creative riflette perfettamente la mission di Pioneer DJ, ovvero esplorare i legami profondi e l’armonia che la musica crea tra le persone. 

Virgil Abloh

Come afferma lo stesso Abloh “Nell’intento di conferire un nuovo look e creare nuove sensazioni per l’industria dei CDJ e DJM, ho voluto disegnare una versione trasparente, fuori dagli schemi dei modelli più iconici per ispirare un sound diverso mentre ci si esibisce come DJ; e creare cosi un nuovo terreno di incontro tra tecnologia musicale e interazione umana per raggiungere risultati innovativi”.

A riconfermare le parole del designer, interviene invece Akio Moriwaki, Presidente e CEO di Pioneer DJ“Le creazioni di Virgli Abloh non possono essere incastonate in una classificazione di genere. Egli stabilisce legami arditi tra varie forme artistiche mostrando al pubblico di tutto il mondo le illimitate possibilità creative dell’arte, tra cui esprimersi come DJ. Auspichiamo che la collaborazione con Virgil Abloh apra un nuovo capitolo della storia tra la nostra azienda e il nostro pubblico, che porterà sviluppi ulteriori ed inattesi alla diffusione della cultura DJ. Attraverso lo slogan “OLTRE LA MUSICA”, contribuiremo a diffondere la cultura della musica e a realizzare esperienze musicali più intense.”

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SIVERAL: Il rock meneghino

Noi di Man in Town abbiamo puntato gli occhi su una band della scena rock underground meneghina: i Siveral. I membri della band sono Antonio Magrini,Lorenzo Pasquini, Fernando De Luca, Giovanni Tani JR. Amano le donne e il buon vino: Pasquini si era fatto notare alla Edizione 2016 di X-Factor. Hanno dichiarato che amano i film sci-fi e noir: un’atmosfera che certamente si respira nei loro live. Amano le arti in generale: della fotografia  semplicemente apprezzano il ricordo che evoca, mentre della letteratura l’empatia che stimola attraverso la parola scritta. Si ispirano a mostri sacri del rock quali Pink Floyd e Led Zeppelin.

1)Quali sono state le vostre influenze musicali?

A e L: Le nostre influenze musicali sono abbastanza diverse tra loro e spaziano su un ventaglio di vari generi. Potremmo definire la musica dei Siveral come un Alternative Prog Rock: un’ etichetta certamente un po’ audace ma che rappresenta abbastanza bene il sound del gruppo, influenzato in particolare da grandi maestri come Pink Floyd, AC/DC e Led Zeppelin per quanto concerne l’aspetto strettamente compositivo e da band come 30 Seconds To Mars, Radiohead, A Perfect Circle, Anathema, Deftones, Porcine Tree e Depeche Mode per quanto riguarda più la resa sonora ed il mix finale. Tracce dei nostri ascolti ed ispirazioni si possono ritrovare in “The Future Is Analog”, il nostro primo disco, composto da dieci tracce differenti tra loro, ognuna delle quali racchiude una diversa sfumatura ed interpretazione emotiva.

2) Se poteste vivere in un film quale sarebbe?

A: Recentemente ho visto “I Guardiani Del Destino” un film del 2011 di George Nolfi con protagonista Matt Damon.parla di come si possa modificare il proprio destino se solo lo si desidera realmente …  un po’ poetico, ma mi è piaciuto molto.
L: Direi “Inception” di Christopher Nolan: perdersi fra i diversi piani del proprio inconscio e ritrovarsi a rivivere ricordi e desideri mi affascina.  

3) Da quale altra arte vi ispirate oltre la musica?

A: Adoro la fotografia: molte foto raccontano una storia in un solo istante. Cogliere l’attimo è un fattore comune a molte arti ma nella fotografia è fondamentale, non si torna indietro, quel momento non si ripeterà più e solo con la giusta consapevolezza e sensibilità lo si potrà rivivere.
L: Amo la letteratura. La capacità che hanno certe menti di inventare universi alternativi, esplorare  mondi interiori e riuscire a far vibrare corde comuni a tutti, lo trovo un punto in comune con la musica. Riesce inoltre a stimolare passivamente la creatività di ogni lettore andando a creare visioni uniche ed irripetibili.

4) La vostra musa? 

A e L: Sicuramente ci sono molti stimoli extramusicali come, appunto, cinema, fotografia, arte in generale, che possono spingerti a voler creare il tuo corrispettivo musicale ad essi. Anche un paesaggio particolare o un momento vissuto può essere fonte di ispirazione continua.

5) Progetti futuri?

A e L: il 13 Maggio è uscito il nostro disco e ora siamo impegnati a promuoverlo sia sul web che in sede live. Per una band indipendente è sempre molto difficile riuscire ad emergere, ma stiamo lavorando sodo e speriamo che i risultati arrivino.
6) in quale città sognate di suonare?

A: Direi che le opzioni sono tante, ma per darti un’ idea Londra, New York, Melbourne, sono città molto attente alla musica e che lasciano uno spazio specifico alle nuove proposte, non a caso molti progetti sperimentali emergono proprio da queste città.
L: Uno dei miei personalissimi sogni sarebbe quello di realizzare un tour, non necessariamente gigantesco, in Giappone e negli Stati Uniti. Mi piacerebbe suonare in città come Osaka, Tokyo o le grandi città della costa occidentale o orientale degli USA. E’ certamente un obbiettivo un po’ impegnativo, ma spero prima o poi di riuscire a realizzarlo.
7) cosa vi lega a Milano?
A: Milano è la nostra città. Personalmente la trovo fantastica: è un porto sull’Europa e negli ultimi anni, anche in seguito ad importanti manifestazioni come l’expo, ha ritrovato un’ estetica e una cura prima trascurata.Milano offre molte possibilità, sta arrivando ai livelli di Londra e Berlino.
L: Milano è la città dove sono nato e cresciuto, ho centinaia di ricordi sparsi in giro per le sue strade e penso che siano davvero pochi i motivi che potrebbero spingermi a non viverci più.

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KINGS OF THE NIGHT

 

Di casa a Milano, ma famosi anche oltre i confini. Abbiamo scelto di farli diventare modelli per un giorno, parliamo di due dei più seguiti e amati dj del momento: Marvely Goma The Perseverance e Thomas Costantin.

Hoodie and trackpants by Iceberg

MARVELY GOMA in arte “THE PERSEVERANCE”

Marvely è un ballerino e attore, dj e producer, mente visionaria del duo creativo THE PERSEVERANCE, boss del progetto AKEEM – uno dei migliori party del sabato sera a Milano-. La sua musica è un mix di sonorità urban con contaminazioni elettroniche UK: Marvely è uno dei dj ed ospiti più attivi delle fashion week milanesi, collaborando con molti brand, fra i quali come PHILIPP PLEIN, ICEBERG, TRUSSARDI, VERSACE. In costante evoluzione e ricerca, attualmente sta lavorando ad un nuovo progetto musicale.

I classici della tua playlist?

Kate Bush, un’artista da sempre in anticipo sui tempi, i suoi brani sono sempre proiettati al futuro

-Tutto ciò che fanno Pharrell Williams & Chad Hugo, produzioni, featuring e il progetto N.E.R.D.

Kanye West, qualunque album o canzone: è semplicemente un genio!

George Michael con ‘Amazing’ o ‘Flawless’ e altre cento

-Qualunque brano dell’universo GOLFWANG con Tyler, the Creator, The Internet: consiglio a tutti Steve Lacy e Rex Orange County.

Seguilo su IG: @principebarocco

Shirt, pants and boots all by Versace

THOMAS COSTANTIN

Brand del calibro di Gucci, Moschino, Valentino e Dior lo hanno già intercettato: è uno dei nomi più in voga tra i dj milanesi. Comincia a suonare a soli 17 anni e oggi è diventato resident al Plastic, il più famoso club milanese, dove con il suo sound sofisticato ed elettronico a tinte vintage anima tutti i sabati sera. Ha deciso di diventare dj per ascoltare la musica prediletta e spesso anche composta. Sotto il suo pseudonimo THO.MAS ha lanciato un remix di Giant Steps del duo Mangaboo (Francesco Pistoi\Giulietta Passera), nel 2018 il suo primo EP: Fire a cui hanno collaborato artisti del calibro di Jerry Bouthier e i B-Croma. A marzo 2019 uscirà il suo primo album “Variations” , con 14 pezzi inediti , dove si troveranno collaborazioni con artisti come Leo Hellden (Tristesse contemporaine / camp claude) ed Air! Capitaine . Sono previsti due video e qualche data live , la prima come presentazione del disco.

Printed silk shirt by Valentino

I classici della tua playlist?

Atoi – The Fight
B-52’s – Song for a Future Generation
Bicep – Just
Cheers Elephant – People
The Knife – Pass This on

Seguilo su IG @thomascostantin

Photos by Simon

In copertina: Sahariana jacket and sneakers Adidas Y-3, denim jacket and jeans by Trussardi

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