UN CALEIDOSCOPICO JUERGEN TELLER IN MOSTRA A MILANO

Esuberante, schietto e radicale, Juergen Teller ha forgiato un’estatica molto personale attraversando gli anni 90 fino ad arrivare ad oggi.

E’ Anthony Vaccarello con la maison Saint Laurent il mecenate che, con l’aiuto del curatore berlinese Thomas Weski in collaborazione con Teller e la sua compagna Dovile Drizyte, ci porta attraverso questo viaggio nella singolare visione dell’artista tedesco.

«Juergen Teller è un fotografo straordinario. L’intelligenza, il senso dell’umorismo e il rispetto che lo contraddistinguono rendono il suo lavoro un vero e proprio gioco introspettivo, in cui i flashback sono allo stesso tempo omaggi e allusioni ai miti fondanti della Maison Yves Saint Laurent. La nostra collaborazione per Saint Laurent è incentrata sulla ricerca delle origini, intese come volano della creatività», commenta Anthony Vaccarello. 

Juergen Teller. I need to live

I need to live, non è disposta in modo cronologico, ma attraversa tutte le epoche, e le commistioni tra arte, moda, commercio e vita che hanno composto l’opera assurdamente creativa di Teller.

Da Londra, negli anni 90 dove giunge sulla scena musicale con il ritratto di Sinead O’Connor per la copertina di Nothing compares 2 you, per passare attraverso i ritratti di Kurt Cobain e Bjork, immagini carismatiche e inattese, quella in Triennale è la più ampia retrospettiva mai realizzata su Juergen Teller e sarà visitabile fino all’1 aprile.

Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, afferma: «Siamo felici di presentare una delle più grandi mostre dedicate a Juergen Teller, artista visivo caleidoscopico, capace di catturare e rimodellare – a volte nella stessa immagine – le pulsioni più intime, le pose più irriverenti e le istanze della contemporaneità

Triennale Milano
L’allestimento della mostra Juergen Teller. I need to live

L’incontro con la moda ne fa uno dei suoi fotografi più irraggiungibili ed eclettici, celebri le sue campagne per Helmut Lang, Burberry, Phoebe Philo con Celine, Marc Jacobs, Saint Laurent, e i suoi ritratti per loro, da Vivienne Westwood, a Yves Saint Laurent stesso, e Kate Moss.

In I need to live c’è la vita, c’è la morte, c’è la quotidianità ma anche l’eccezionale, 1000 scatti che ci fanno attraversare in un soffio la vita intera di uno dei fotografi più riconoscibili del mondo. 

CARTA BIANCA A OLIVIER SAILLARD ALLA TRIENNALE DI MILANO

Triennale Milano e Fondation Cartier, in occasione della mostra di Ron Mueck, hanno organizzato 3 performance esclusive con Olivier Saillard, storico della moda e curatore prima del Palais Galliera, il museo della moda di Parigi, e attualmente alla guida della Fondazione Azzedine Alaïa e direttore artistico del brand J.M. Weston, che è stato invitato a immaginare una nuova edizione del format Soirées Nomades nell’ambito del partenariato culturale tra Triennale Milano e Fondation Cartier, avviato nel 2020. 

Olivier Saillard Triennale Milano
Olivier Saillard, ph. Ruediger Glatz

Moda Povera VI: Les vêtements des autres – Milan

Olivier Saillard presenterà a Milano la prima mondiale, il 2 febbraio, di Moda Povera VI: Les vêtements des autres – Milan, un nuovo capitolo della sua ricerca ispirato all’Arte Povera, movimento d’avanguardia italiano nato negli anni Sessanta che predilige l’utilizzo di materiali semplici, spesso naturali o di recupero. Concepita appositamente per gli spazi di Triennale Milano nell’ambito delle Soirées Nomades, Moda Povera VI: les vêtements des autres – Milan è una performance inedita, che segue un protocollo tanto semplice quanto fragile. Ogni visitatore viene invitato a offrire in prestito un indumento a cui tiene, ma solo per la durata della performance: una camicia cara, la giacca della persona amata, un vestito, un pantalone ricordo di un parente, il cappotto di un’amica preziosa. Lo scopo è di consegnare un indumento scelto per il ricordo e l’affetto che rappresenta agli occhi di chi lo presta. Dieci modelle (scelte perché rappresentano la storia della moda e il suo patrimonio culturale) avranno il compito di indossare questi abiti, reliquie di momenti comuni o eccezionali del passato. Portare piuttosto che indossare, presentare invece di infilare, animare anziché vestire. Questa è la sfida: restituire l’intimità e il valore affettivo che si nascondono dietro a ciascun indumento. Il messaggio viene veicolato dalle modelle-performer attraverso l’insieme di gesti e movimenti che caratterizzano l’arte dello sfilare. Indumenti usati o da lavoro, della vita quotidiana, rovinati, banali o normali, indumenti da cerimonia, d’eccezione o antiquati, tutti questi “vestiti degli altri” sfilano senza distinzioni dopo che Olivier Saillard li ha rielaborati con il suo tocco. 

Olivier Saillard Triennale Milano
Olivier Saillard, ph. Ruediger Glatz

Salon de Couture & Moda Povera V: les vêtements de Renée

Il giorno successivo, sabato 3 febbraio, il pubblico potrà scoprire altre due opere fondamentali dal repertorio di Olivier Saillard: Salon de Couture, la prima sfilata della storia della moda a non contemplare i vestiti, è la prima creazione di Olivier Saillard. Ideata nel 2006, e mai più riproposta da allora, porta in scena Violeta Sanchez, musa e modella di Yves Saint Laurent e Helmut Newton, nell’esercizio di una sfilata fantasma. Se il protocollo di scena dell’alta moda è rispettato (sedie per gli spettatori, passerella, fiori), dei vestiti non restano che le descrizioni che Violeta, nel ruolo di direttrice dello show, pronuncia con cura, come era abitudine fare nelle maison di moda fino agli anni Cinquanta. I ricordi dei tessuti, delle forme e dei materiali dei vestiti, sciolti come neve al sole, vengono ricuciti insieme nella memoria e sfilano al suono della sua voce. 

La seconda opera che viene presentata il 3 febbraio è Moda Povera V: les vêtements de Renée, che ha debuttato lo scorso giugno alla Fondation Cartier. Questa performance, la più recente del repertorio di Olivier Saillard, si svolge presso il teatro di Triennale Milano. Saillard utilizza le tecniche dell’alta moda per scucire e trasformare i vestiti appartenuti alla madre, venuta a mancare due anni fa. Semplici camicie diventano vestiti d’eccezione attraverso le conoscenze della storia della moda e del suo savoir faire. Gli indumenti conservano tuttavia la vulnerabilità di colei che li ha fatti vivere. La modella Axelle Doué, attraverso un sottile e raffinato esercizio dove svestirsi diventa una coreografia dell’intimità, rappresenta con grazia questo guardaroba infinitamente personale. 

Olivier Saillard, « Moda Povera V, Les vêtements de Renée »
Olivier Saillard, «Moda Povera V, Les vêtements de Renée», ph. Edouard Caupeil

Le performance permetteranno di approfondire la ricerca di Olivier Saillard e amplificheranno il progetto artistico e pedagogico della serie Moda Povera, portando a Milano un artista che si è distinto per mostre, installazioni e performance che indagano la moda da un punto di vista poetico, come l’azione recentemente presentata a Palazzo Pitti di Firenze. 

Olivier Saillard sostiene «alle fashion week che si susseguono con frenesia, ho preferito contrapporre due giornate. Qualche ora di performance dove verrà celebrato l’indumento – e non la moda – emancipato da qualsiasi carattere commerciale e consumista, libero da ogni prospettiva economica. Le tre azioni che andranno in scena a Milano sono da osservare solo da un punto di vista poetico e performativo».

Coco a Londra, 100 anni dopo: la prima mostra di Chanel nel Regno Unito

Tutto profuma di Chanel N°5 al Victoria & Albert Museum a Londra: Gabrielle Chanel è sbarcata su suolo inglese per la prima volta con una mostra di moda da tutto esaurito. Attraverso le sale, Oriole Cullen, curatrice della mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto, svela 200 look tra i più iconici già esposti nel 2020 al Palais Galliera.

Il legame tra Coco Chanel e la moda britannica

La storia che ci racconta Cullen è quella di Gabrielle Chanel, alias Coco, che dagli inizi del 900 fino al 1971 (anno della sua morte) ha disegnato e creato look inconfondibili. Una stilista sempre al passo con i tempi, capace di attraversare due guerre mondiali e di reinventarsi lungo 60 anni di carriera.

Gabrielle Chanel ha sempre avuto un rapporto molto stretto con la moda inglese e creò per il jet set britannico e non solo abiti e accessori assolutamente unici.

Una foto della mostra mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto a Londra
Una foto della mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto

I pezzi più iconici della mostra di Chanel a Londra

Una sezione della mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto è dedicata al celebre profumo N°5, un’altra agli abiti da sera e una alle celebri silhouette di gonne e giacche, per l’epoca rivoluzionarie. Si alternano poi le collezioni dei gioielli, le celebri borse con la doppia C e le calzature.

Il gran finale The Timeless Allure è il salone degli specchi dove la couture si riflette all’unisono, creando un senso di infinito ed eterno. Nella mostra si incontrano attualità e passato, modernità e storia, attraverso 200 abiti dove si fondono i colori, l’iconico bianco e nero, i look delle dive di Hollywood, e abiti ispirati dalle monache che ospitarono Gabrielle Chanel.

I codici di lui ripensati per lei si declinano nelle creazioni che attraversano la storia della Maison e della sua designer. I pezzi più famosi si svelano attraverso le stanze finemente illuminate e ordinatamente disposte. C’è il petit robe noir, le décolleté bicolori, il tweed Made in UK ordito per i celebri tailleur, la 2.55 che non necessità di introduzioni e spiegazioni.

Un abito della mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto
Un abito in esposizione nella mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto

La curatrice Oriole Cullen: «Coco Chanel sapeva essere giocosa e divertente»

Una mostra a tratti totalmente inedita: 122 look non sono mai stati esposti, ma trovano qui la loro casa momentanea fuori dall’immenso archivio della Maison. «Alcuni pezzi – ha spiegato la curatrice Oriole Cullen – appartengono a collezioni internazionali e non sono mai stati mostrati, mentre altri hanno più di cent’anni».

La curatrice ha scovato capi sopravvissuti a guerre, come la camicia marinière in jersey di seta del 1916, ispirata alle divise dei marinai, il tailleur della doppia C rosa in tweed, definito da Vogue “l’uniforme più bella del mondo”. In esposizione anche la 2.55, ovvero la prima borsa a spalla della storia, i pantaloni dal taglio maschile, “gli accessori invisibili”, cioé profumi e skincare, passando poi per l’analisi imprenditoriale della sezione Closing the house che ci riporta alla seconda guerra mondiale.

Piano piano l’oro e il lamé si fanno strada nei disegni di Coco e, nella mostra, il colore si affianca al bianco e nero. «Ci sono così tanti pezzi meravigliosi in lamé, modelli fuori dall’ordinario e tante altre cose che normalmente non si associano a lei. La gente pensa a Coco come a una persona piuttosto seria, ma lei aveva un grande occhio per i colori e le stampe audaci. Sapeva essere giocosa e divertente».

Gli abiti della mostra mostra Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto a Londra
I tailleur di Chanel esposti a Londra

Moda e storia si intrecciano

Prima di arrivare alla celebre sala degli specchi, la mostra ci riporta nel vissuto di Gabrielle Chanel attraverso foto del jet set internazionale che indossò i suoi abiti. C’è perfino una lettera della regina Elisabetta II che, ricevendo in dono una bottiglietta di Chanel N°5, ne definì il valore scrivendo: «Come al solito, lei ha scoperto proprio la cosa che desideravo in particolare». E ancora: «Lo sto già usando e, spero, ho un profumo ancora migliore!!».

Poco prima troviamo invece una sala buia e silenziosa, in cui si racconta la chiusura della Maison da parte di Chanel durante la Seconda Guerra Mondiale. I nazisti parlavano di Gabrielle come di una preziosa fonte di informazioni tuttavia moltissimi sono i documenti che dimostrano la sua partecipazione alla Resistenza francese nel 1943. «Ci sono ancora tante ricerche da fare su questo fronte», ammette Cullen. «Quest’ultima scoperta non fornisce risposte, ma complica ulteriormente le cose».

Questa esposizione ci fa attraversare un secolo denso di storia, di moda, di eventi che si intrecciano alla vita privata e pubblica di Gabrielle Chanel e di tutta la società, creando e dipanando fili fitti e contorti, riportando alla luce la carriera di un’artista e di una couturier sensazionale, che tutt’oggi ispira lo stile e le tendenze.

Fantasmagoria Callas: la moda incontra il teatro (e la leggenda)

Si è aperta la mostra dedicata a Maria Callas per celebrarne i 100 anni insieme ad alcuni degli artisti che l’hanno conosciuta. Al Teatro alla Scala di Milano, Maria Callas non solo ha lavorato e cantato ma ha affiancato la storia ed è stata lei stessa storia. La mostra Fantasmagoria Callas – a cura di Francesco Stocchi con allestimento di Margherita Palli – si apre con una selezione di costumi che il soprano ha indossato nel tempo, attualmente conservati presso l’Archivio storico del Teatro alla Scala.

L'opera della mostra "Fantasmagoria Callas" firmata Francesco Vezzoli
L’opera di Francesco Vezzoli per la mostra “Fantasmagoria Callas”

I costumi della Callas in mostra alla Scala di Milano

Testimoniano l’influenza che Maria Callas ha sempre esercitato sulle arti l’abito in seta marrone realizzato da Pietro Zuffi per Alceste e i due costumi pensati da Nicola Benois per Poliuto e Don Carlo, fino ad arrivare a quello dipinto da Salvatore Fiume per Medea nel 1953.

Il corso di Sartoria Teatrale dell’Accademia Teatro alla Scala ha reso omaggio a Maria Callas ricostruendo due dei costumi che il soprano indossò ne La traviata firmata da Luchino Visconti per la stagione 1954/55, disegnati da Lila de Nobili e perduti in circostanze mai chiarite. I costumi esposti sono stati realizzati attingendo al materiale iconografico dell’Archivio scaligero e alla testimonianza diretta di Anna Gastel-Chiarelli, nipote del regista.

I costumi di Maria Callas in mostra al Teatro Alla Scala nell'ambito della Mostra "Fantasmagoria Callas"
I costumi di scena in mostra al Teatro Alla Scala

La voce e la moda: l’omaggio di Giorgio Armani

Non ultimo, chiude la mostra un omaggio di Giorgio Armani, che declina in forma visiva la voce della famosissima soprano. Nato per la collezione Giorgio Armani Privé del 2021, l’abito da sera rosso magenta presentato in mostra coniuga tessuto e corpo in una rappresentazione di intensità e grazia.

Fantasmagoria Callas: l'abito rosso Giorgio Armani Privé 2021 esposto alla Scala di Milano
Abito rosso Giorgio Armani Privé 2021

Lo stilista ha dichiarato: «Per rappresentare Maria Callas ho scelto un abito rosso: rosso come la passione e la forza, qualità che ho sempre pensato appartenessero a Maria Callas, donna libera e di carattere. Si può dare forma a una voce? E l’immagine di una artista della lirica quanto racconta del suo canto? Avevo questi interrogativi in mente pensando a Maria Callas. Ho pensato quindi a un abito che rispecchiasse l’idea che avevo della sua voce e del suo canto, ma anche della sua personalità: un vortice di passione, controllo e sentimento, timbro nitido e chiaro. L’ho scelto ascoltandola e immaginandola».

In questo scorcio su Maria Callas si affiancano alla moda le altre arti. Ci sono il musicista Alvin Curran, l’artista Latifa Echakhch,  Francesco Vezzoli e il regista teatrale Mario Martone a rendere omaggio e esaltare la figura di Maria Callas, attraverso 5 stanze nche ospitano opere, abiti, ritratti, foto e documentari. La mostra resterà aperta fino al 30 aprile 2024.

La mostra “Fantasmagoria Callas” del Teatro Alla Scala

Rebel: 30 years of London Fashion. Ode ai talenti della moda giovani e ribelli

Al Design Museum di Londra ha aperto il 16 settembre, in contemporanea con l’avvio della London Fashion Week, una mostra finanziata da Alexander McQueen dal titolo Rebel: 30 years of London Fashion, dedicata agli ultimi 30 anni di moda di Londra.

Trent’anni intensi che gettano luce sul ruolo della moda e dell’innovazione del mercato britannico, con designer che hanno costruito dalla strada e dalle nuove comunità un prodotto valido, diventato celebre in molti casi oltreoceano e nel mondo.

Mostra Rebel: 30 years of London Fashion.
Mostra Rebel: 30 years of London Fashion

Londra, fucina di designer di talento

Sarah Mower, guest curator della mostra, insieme alla senior curator museale Rebecca Lewin, dice: «Quando viaggio con Vogue Runway, e le persone mi domandano cosa succede a Londra, mi chiedono sempre come mai tutti i più incredibili designer vengono proprio da Londra». La curatrice ha quindi pensato che l’organizzazione di questa mostra potesse fornire una possibile risposta al quesito.

La città è una vera e propria fucina di nuovi talenti, che nel passato hanno preso spunto dalle nuove comunità emergenti, dallo streetwear quando ancora era allo stadio iniziale, dalle tendenze delle tribù di giovani che popolavano la città in fermento. E proprio a questi ultimi, ormai diventati famosi, viene dedicata una mostra piena di creazioni esuberanti e trasgressive. Abiti e accessori che hanno stupito e scioccato, e in certi casi stravolto un settore, in molti Paesi, ancora strettamente legato al passato e all’eleganza senza tempo. Londra, al contrario, ha sempre avuto il fascino del mistero delle nuove scoperte.

La mostra Rebel: 30 years of London Fashion

La mostra spiega i processi creativi – insieme a ciò che c’è intorno – che hanno portato la moda inglese a essere iconica nell’immaginario lungo i decenni; dall’educazione nelle scuole alla vita notturna, fino alle ambientazioni underground. Mower ci dice: «Ho voluto evocare il più possibile della cultura che circonda gli abiti esposti nella mostra».

Un’esposizione definita “una scintillante celebrazione delle personalità che hanno reso Londra così chic”, e “un’esplosione di libertà e creatività tanto contagiosa quanto ispiratrice”.

Look iconici e fuori dagli schemi, sfilate quasi come allucinazioni, inizialmente contestati ma anche osannati come groundbreaking, diventano oggi parte integrante del panorama mozzafiato di quella Londra che ha cambiato lo scenario della moda.

Il programma NEW GEN scopre giovani talenti emergenti

Il British Fashion Council da 30 anni si dedica al programma NEW GEN che esalta il genio delle nuove generazioni. Tra i nomi scovati ci sono Marjan Pejoski, designer del celebre swan dress di Bjork, e poi Christopher Kane, Simone Rocha, Craig Green, JW Anderson, Meadham Kirchhoff, Wales Bonner e Sinéad O’Dwyer. Dei 300 esposti, almeno 100 sono i look iconici scovati negli archivi.

Londra è sempre stata in grado di supportare i giovani talenti della moda, credendo fermamente nell’impatto che essi hanno sul mondo del design, la loro visione fresca ed entusiasta è l’ingrediente che può potenzialmente renderli delle star e dare una nuova spinta al settore. L’idea di dedicare loro una mostra dopo 30 anni non poteva che essere finanziata dall’altrettanto brillante e iconica label Alexander McQueen. Il fondatore, che dello stupore ha sempre fatto la sua arma vincente, seppur venuto a mancare ha lasciato con la sua azienda un’immensa eredità.

La mostra Rebel, finanziata da Alexander McQueen, celebra gli ultimi 30 anni della moda londinese e i designer che ne hanno fatto parte.
La mostra Rebel, finanziata da Alexander McQueen, celebra gli ultimi 30 anni della moda londinese e i designer che ne hanno fatto parte

Indimenticabili sono stati gli show del designer. In particolare ricordiamo la collezione Highland Rape (1995), Dante (1996) e n.13 (1999), diventata celebre per l’abito dipinto sul palco dello show. Per non parlare del 2010 con Plato’s Atlantis e le celeberrime scarpe Armadillo.

Non possiamo dimenticare poi la celebre Vivienne Westwood. Partendo dal basso, con un negozio che vendeva sue creazioni fatte in casa, diventerà poi famosissima, sempre ispirandosi al punk che molto prima di essere mainstream era una corrente di nicchia e di strada.

La mostra Rebel passa la parola agli abiti

Da sempre la moda parte dalle nuove community e lì ritorna. Sotto al corpo scintillante della moda, la struttura sono i giovani e Londra lo ha compreso forse prima di tutti. In questa esposizione la maggior parte delle opere sono state concepite e create da designer poco più che ventenni, dunque freschi, inesperti e con risorse scarse o limitate. La prima collezione di Kane, per esempio, è fatta interamente con materiali provenienti dalle bancarelle di Ridley Road market; oppure gli abiti di Erdem del 2008 sono stati creati in uno studio in una zona considerata malfamata dell’East End. A dimostrare che nella Londra di questa mostra a parlare sono gli abiti, spogliati di qualsiasi altra chiave di lettura se non la creatività.

BULGARI SERPENTI 75 YEARS OF INFINITE TALES: STORIA DI UN SIMBOLO DELL’ALTA GIOIELLERIA

75 anni è il filo temporale su cui si dipana questa storia. 75 anni è il tempo che il simbolo del serpente ha percorso insieme a una delle Maison italiane di gioielleria più note al mondo, Bulgari. Il serpente è diventato allegoria dell’iconico marchio che, alla fine degli anni Quaranta, ha reso l’animale celebre con i primi secret watches, passando poi attraverso tutte le creazioni di alta gioielleria.

La mostra Bulgari Serpenti 75 years of infinite tales, che prende vita al Dazio di Levante a Milano, è un percorso narrativo eclettico, sensoriale e visivo, che attraversa tappe artigianali, ideografiche e archivistiche esposte agli occhi di attenti visitatori.

La mostra 'Bulgari Serpenti 75 years of infinite tales' racconta la storia della maison Bulgari e del suo iconico simbolo.
La mostra Bulgari Serpenti 75 years of infinite tales racconta la storia della maison Bulgari e del suo iconico simbolo

Gioielli, opere d’arte, video, documentari, materiali di archivio e reinterpretazioni fanno di questa mostra un piccolo ma immenso e unico gioiello.

La Serpenti Factory di Bulgari

Entrando dal tendone arancione, come in una pièce teatrale, si apre davanti ai nostri occhi la Serpenti Factory, che abbraccia le mille sfaccettature del motivo iconico di Bulgari, reinterpretato anche attraverso opere artistiche.

I primi a coinvolgere il motivo iconico del serpente sono stati i secret watches, orologi gioiello nati negli anni Quaranta, così chiamati perché il serpente nascondeva l’orologio con la sua maestosa testa, per poi avvolgersi attorno al braccio in un movimento a spirale di Tubogas, ovvero maglie d’oro interconnesse senza saldature.

Negli anni Sessanta, con 200 ore di lavoro per ciascuna, nascono le prime collane, così esclusive e uniche da diventare subito ricercate e desiderate dai collezionisti di tutto il mondo. Al massimo ne venivano prodotti 100 pezzi, tanto era l’impegno di manifattura che richiedevano.

Negli anni Settanta il serpente si insinua in tutta la maison attraverso cinture, nuovi orologi e gioielli. Poi, tra gli anni Ottanta e Novanta, nascono gli anelli, i bracciali e successivamente l’iconico motivo si fa largo anche nelle borse.

Il serpente diventa un’infinita fonte di creatività e come tale viene celebrato dall’esposizione. Un evento unico in Europa, più precisamente a Milano, dove diversi artisti italiani hanno collaborato con la maison Bulgari. Le opere esposte sono realizzate da Quayola, Sougwen Chung, Daniel Rozin, Cate M, Fabrizio “Bixio” Braghieri e Filippo Salerni.

Gioielli allo stato puro

Più di ogni altra cosa, i gioielli esposti sono il vero tesoro. Tra video, documentari e riproduzioni di campagne recenti e storiche, si possono ammirare scintillanti creazioni nuove e passate, con i loro affascinanti disegni e bozzetti firmati dalla direttrice creativa di Bulgari, Lucia Silvestri.

Bozzetto di un gioiello Bulgari.
Bozzetto di un gioiello Bulgari

Tra tutti i gioielli messi in mostra, ci sono due creazioni mai esposte prima del 1970: un paio di orecchini e un anello in oro smaltato nero e diamanti. C’è la collana Mediterranean Mystic Serpenti in oro bianco, e la parure Forbidden Ruby Serpenti in oro rosa, impreziosita da misteriose sfere in oro e diamanti carrè, rubini buff-top e diamanti pavé. Non ultima, la collana Diamond Tree Serpenti, che racconta la metamorfosi e il risveglio dell’animale.

Un viaggio nell’heritage Bulgari

Bulgari è solito affiancarsi a mostre, pubblicazioni e arte per spiegare e introdurre il proprio pubblico, spesso gratuitamente, alla sua storia e condividerne l’estrema passione. Si tratta di mostre interattive e coinvolgenti o di libri che narrano e mostrano una storia quasi unica nel suo genere, quella di una Maison che porta con sé tutto il peso di un’eredità lunga 139 anni.

Il corpo del serpente pervade l'intera mostra Bulgari.
Il corpo del serpente pervade l’intera mostra Bulgari

È il 1884 quando l’argentiere Sotirio Bulgari fonda la sua omonima azienda, che all’epoca vendeva solo argento. Bisognerà aspettare l’apertura del negozio di via Sistina a Roma e l’avvento di Giorgio e Costantino Bulgari per vedere la maison impegnata nella produzione di alta gioielleria, destinata a diventare celebre in tutto il mondo.

Bulgari ci porta ancora una volta in un viaggio nelle regole riscritte della gioielleria e del design contemporaneo. Bulgari Serpenti 75 years of infinite tales sarà visitabile dall’11 ottobre fino al 19 novembre a Milano, Dazio di Levante in Piazza Sempione.

LUIGI & IANGO UNVEILED: LE ICONE SACRE E PROFANE IN MOSTRA A MILANO

Olfatto, tatto e udito, oltre alla vista, sono sollecitati immediatamente all’ingresso nel magico appartamento dei Principi presso il Palazzo Reale di Milano. Le sale sono profumate e avvolte dal calore di luci teneramente scelte per valorizzare opere ed esperienza. Un gioco di suoni, colori e volti si incontrano e si scontrano creando atmosfere surreali ed evocative. Semplicità ma sollecitudine verso lo spettatore, un mondo quasi parallelo, a metà tra sacro e profano.

Interni della mostra Unveiled presso Palazzo Reale, Milano.
Interni della mostra Unveiled presso Palazzo Reale, Milano

L’Appartamento dei Principi ospita la mostra Luigi & Iango Unveiled

L’appartamento dei Principi, location suggestiva, ampiamente decorata in epoca napoleonica, ci si dipana davanti in tutto il suo splendore. In occasione della mostra Unveiled, firmata dal duo artistico Luigi & Iango, Sala degli Arazzi e Sala dei Ministri diventano l’ambientazione perfetta per gli scatti di oggi, in un intreccio storico tra vecchio e nuovo.

Luigi & Iango presentano i loro scatti alla mostra Unveiled.
Luigi & Iango presentano i loro scatti alla mostra Unveiled

Ogni stanza un profumo, ogni ambiente una musica, ogni foto una location: una ricerca espositiva attenta alla luce, a come lo sguardo si apre sulle opere. Luigi & Iango ci guidano in questo universo anacronologico di fotografie suggestive, che hanno costellato la loro carriera di giovani talenti della fotografia.

Lo studio dietro a questa esposizione è notevole. Come dichiarato dallo stesso Iango Henzi, il tutto rimanda alla creazione di un plastico dell’appartamento dei Principi presente nella casa di New York, dove i due fashion photographer hanno studiato e scelto con cura ogni minimo dettaglio. Iango, architetto, e Luigi, hairstylist, formano un duo come fotografi dal 2010. Negli anni la loro carriera si affianca ai giganti di moda e ritratto, diventando da talenti emergenti a vere stelle.

Da Madonna a Dua Lipa: i volti di Luigi & Iango

Da una stanza a un’altra incontriamo Cate Blanchett, Cher, Mahmood, Dua Lipa, Penelope Cruz, Marina Abramović, Maria Carla Boscono, Vittoria Ceretti e molti altri; non solo ritratti ma anche scatti semplicemente più artistici.

Il velo sugli occhi cade immediatamente entrando nella stanza centrale, con protagoniste opere dedicate e create insieme a Madonna. Una sala dove la popstar diventa una vera regina, un’icona religiosa e opulenta, rappresentata, allo stesso tempo, anche con ritratti più semplici che ne svelano l’identità contrastata.

Madonna ritratta da Luigi & Iango come un'icona religiosa, con Vinson Fraley.
Madonna ritratta da Luigi & Iango come un’icona religiosa, con Vinson Fraley

Un progetto fotografico che restituisce due giganti del ritratto

Tommaso Sacchi, assessore alla cultura, ci dice: «Un progetto d’arte che restituisce al pubblico internazionale due giganti del ritratto». Dietro tutto questo c’è forse anche di più: un amore verso la dualità della figura umana, verso la moda, l’arte e il cinema, e, come spiega Luigi Murenu, verso il contrasto che trova un profondo richiamo nelle opere esposte.

Sono 100 gli scatti in mostra, presentati con grande umiltà, cura e ricerca in una visita volutamente totalizzante. Queste sono le note che vi aspettano gratuitamente, dal 22 settembre al 26 novembre 2023, all’ingresso di Palazzo Reale a Milano.

A Conversation in the archive: Alaïa/Grès beyond fashion

Questa è una storia che comincia con un archivio ricchissimo, quello che Azzedine Alaïa ha costruito nella sua vita acquistando in totale circa 15000 pezzi di couture.

Il primo acquisto è del 1968 con l’intera couture di Cristobal Balenciaga: «Lui comprava continuamente, continuamente – dice Carla Sozzani, presidente della Fondazione omonima e amica di Alaïa – L’archivio couture di Alaïa del IXX e XX secolo è il terzo più grande di Francia, dopo quelli del Palais Galliera e del Musèe des Arts Decoratifs» sostiene Olivier Saillard, curatore del museo. 

Azzedine Alaïa non solo ha creato un archivio per se stesso ma si è fatto anche custode dell’universo creativo di altri couturier come lui, di cui riconosceva la capacità estrema di creare mondi perfetti.

Azzedine Alaïa e Madame Grès, una storia d’amore senza fisicità

Madame Grès, chiamata la “maestra dell’abito avvolto e drappeggiato” è conosciutissima per i suoi abiti da dea greca fatti con delle tecniche di drappeggio minimaliste ma che valorizzavano alla perfezione il corpo delle donne. Voleva essere una scultrice, e la sua formazione le ha consentito di sviluppare i concetti appresi alla scuola di scultura negli abiti. 

«Nel momento in cui questo tessuto non esisteva, non avevo l’idea di fare drappeggi, ma appena l’ho avuto, il tessuto è caduto da solo … Al tatto, è possibile conoscere l’anima e il carattere di un tessuto. Quando drappeggio un modello di seta, reagisce nelle mie mani e cerco di capire e giudicare le sue reazioni. Così dono all’abito che creo una linea e una forma che il tessuto vorrebbe avere» sosteneva Grès.

Alaïa comprò 700 creazioni di Madame Grès per il suo immenso archivio. Sarà stata la stessa formazione e passione per la scultura, la stessa capacità di avvolgere il corpo in maniera perfetta, o forse un semplice riconoscimento della grande capacità della designer.

La storia e le vicende di Azzedine Alaïa e Madame Grès non si incrociano mai in realtà, non è questa la storia che li lega. Piuttosto la stessa provenienza ed interesse per il mondo artistico e scultoreo, la stessa visione per la combinazione di stoffe, tessuti e colori, l’uso delle stesse tecniche di taglio, e degli stessi principi formali che li hanno resi due ideatori di mondi simili.

Come una storia d’amore senza fisicità, il loro è un incontro puramente apparente, l’eleganza di Grès qui incontra la maestria di Alaïa, in una mutua connessione di fonti di ispirazione.

La mostra Alaïa/Grès Beyond Fashion, courtesy of Alaïa Foundation
La mostra Alaïa/Grès Beyond Fashion, courtesy of Alaïa Foundation

Alaïa/Grès Beyond Fashion

La mostra Alaïa/Grès Beyond Fashion esplora le connessioni, i dialoghi possibili, le similitudini tra i due couturier, dando vita ad un’esposizione di 60 abiti che sono accomunati dalla stessa visione. La semplicità narrativa che contraddistingue la Foundation Azzedine Alaïa, ci permette di percorrere queste similitudini e far scorrere sotto i nostri occhi la sapiente maestria di due personalità di spicco del panorama francese.

I protagonisti sono solo gli abiti, perfettamente incastonati sui manichini quasi invisibili e in altrettante lineari installazioni dove quasi le creazioni si elevano da sole nell’aria, a sottolineare la caduta del tessuto su cui loro sapevano sapientemente lavorare. 

Non una semplice retrospettiva ma un dialogo aperto.

Fondation Azzedine Alaïa, Parigi, dall’11 settembre 2023 all’11 febbraio 2024

La mostra Alaïa/Grès Beyond Fashion, courtesy of Alaïa Foundation
La mostra Alaïa/Grès Beyond Fashion, courtesy of Alaïa Foundation

Kelly Morphose: la mostra di Hermès a Milano

E’ possibile che la celebre borsa Kelly possa essere ancora più bella?

Assolutamente si, e ce lo dimostra Hermès con un’esposizione che ha già girato il mondo negli anni.

Una borsa celebre e il direttore creativo della divisione gioielleria di Hermès, Pierre Hardy, danno vita ad una delle reinterpretazioni più iconiche di sempre.

La riedizione della Kelly di Hermès in mostra a milano
La riedizione della Kelly di Hermès

Un oggetto prezioso si coniuga attraverso un’operazione magica in un oggetto ancor più prezioso, miniaturizzato e incantato.

«La borsa Kelly eleva le sue componenti funzionali. Io faccio lo stesso con Kelly jewellery, reinterpretando le sue linee originali», ha commentato il direttore creativo della divisione gioielleria di Hermès.

Kelly Morphose
Kelly Morphose

E’ necessario dare atto che la mostra al secondo piano della boutique di Via Montenapoleone è una porta su un universo lussuoso e allo stesso tempo iconico, che celebra la manifattura storica del brand unendola alla maestosità della gioielleria, creando una nuova visione sia di prodotto che di orizzonti che potevano sembrare irraggiungibili nella preziosità.

Mini Kelly ricoperte di diamanti, gioielli sfavillanti, nuove architetture che costruiscono e decostruiscono allo stesso tempo l’immagine del brand e delle sue icone.

Una mostra piccola ma pregiata e assolutamente da vedere.

A Milano fino al 23 settembre, con entrata libera. 

Kelly Morphose
Kelly Morphose

UNA LETTERA D’AMORE A MILANO: GUCCI ANCORA

Gucci torna a Milano per raccontarci una storia. Una nuova prospettiva sulla moda, sull’arte, sul cinema e tutte le possibili connessioni artistiche. In un terreno minato che è il territorio del suo predecessore, Sabato De Sarno, nuovo direttore creativo di Gucci vuole rinnamorarsi della moda e far rinnamorare noi del brand.

Una storia d’amore, che inizia con una lettera, continua con una mostra e finisce con una sfilata. Amanti focosi in queste giornate uggiose Gucci, l’arte, la moda e tutto il mondo attendono il dipanarsi di questa trama del destino.  

Non c’è sfilata in questa stagione di cui si sia più parlato, non c’è direttore creativo che abbia creato così tanta aspettativa, smembrando la storia di un brand degli ultimi anni, Sabato De Sarno entra a gamba tesa nell’immaginario della moda, di Gucci e di Milano.

Gucci Ancora racconta Milano

E lo fa parlandoci attraverso una mostra, con un racconto semplice e magico sulla città che ospiterà la sua sfilata.

Quattro giovani artisti, Cristiano Rizzo, Martino Santori, Noura Tafeche, Valerio Eliogabalo Torrisi,  dell’Accademia di Brera, scovati da De Sarno e presentati in una galleria temporanea in via Fiori Chiari, sono l’inizio di questa storia.

E un volume, Gucci prospettive n.1, Milano Ancora, è solo un primo capitolo riferito al dialogo tra arte e moda, curato da Stefano Collicelli Cagol, direttore del centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. De Sarno lo definisce «una lettera d’amore alla città di Milano», che ancora una volta fa sognare.

E allora ci sono immagini della Milano di tantissimi anni fa, il bar Jamaica nato nel 1921 con Lina Mainini, Lucia Fontana nel suo studio, la copertura dell’Ultima Cena installata durante la guerra, una ricerca di prospettive e sensazioni della Milano dal dopoguerra ad oggi. 

Tra artisti emergenti e note immagini, fresche dichiarazioni e visioni di sbieco, De Sarno ci guida in un mondo dove il connubio arte, moda, fotografia e cinema sono tutte fonte di ispirazione, raggiungimento dell’obiettivo e centro del mondo.

Ancora Gucci, Ancora noi, Ancora arte e moda lavorano insieme.

«E’ una storia di tutto, ancora, un tutto che stavolta si manifesta attraverso la gioia» da Manifesto di Sabato De Sarno.

Chronorama, a Venezia il viaggio nell’universo multidisciplinare del mondo

Arthur Baldwin Turnure crea Vogue nel 1892 e Condé Nast lo acquista nel 1909. Da qui nasce la storia del più potente gruppo editoriale ancora ai giorni nostri.

Da qui, di nuovo, si dipana la storia del XX secolo che Chronorama presenta nelle sue stanze, vista attraverso l’occhio di 185 fotografi e artisti tra cui Helmut Newton, Cecil Beaton, Irving Penn, Diane Arbus.

Mostra Chronorama
Mostra Chronorama
Alcune delle foto esposte alla mostra Chronorama

E’ una storia articolata, fervida e magica che passa dall’illustrazione alla fotografia, che attraversa i cambiamenti di estetica e di stile del secolo, vede l’uso del corsetto e la nascita della minigonna, l’abbigliamento degli anni ’20 come quello degli anni ’50, valica anche la liberazione sessuale della fine degli anni ’60, ci trasporta in temi controversi, polemiche, politiche e condizioni che attraversano paesi, confini e continenti.

Istantanee di vita, di visioni e di racconti, tutte parte di un unico archivio, in parte acquistato dalla Pinault Collection nel 2021, che viene per la prima volta messo in mostra a Palazzo Grassi a Venezia.

Paternoster Row ph. Cecil Beaton
Paternoster Row ph. Cecil Beaton

Secoli di storia, avventure editoriali e cultura fotografica

Le sale della mostra Chronorama sono i secoli che sono trascorsi di questa avventura editoriale e portano alla luce la prolificità della cultura fotografica del secolo concluso, che ha fatto dell’immagine il suo linguaggio principale. 407 opere che hanno fermato l’attimo portando sulle pagine patinate di giornali considerati d’élite, veritieri e scioccanti o stravolte visioni dell’epoca.

Veruschka ph. Franco Rubartelli
Veruschka ph. Franco Rubartelli

Anna Wintour, direttrice globale di Condé Nast, il cui pensiero ha plasmato il Vogue che conosciamo oggi e non solo, offre i propri spunti e commenti sulla mostra nel catalogo, dicendoci che anche il giornalismo è arte, che queste fotografie sono uno scorcio avanguardistico sulla storia, ma anche talvolta un preludio ad argomenti controversi e sconvolgenti, come la serie di Newton del 1975 Story of Ohhh…. che portò il tema sessuale alla ribalta in anni complessi e delicati, uno stimolo al pensiero e la ragionamento su argomenti anche coinvolgenti nel presente.

C’è la storia irresistibilmente bella degli anni ruggenti, del potere economico e del sogno, delle rivoluzioni estetiche, politiche e storiche mondiali, ma ci sono anche gli istanti delle piu grandi tragedie del ‘900, le guerre e le loro conseguenze, la liberazione e tutto ciò che la precede, ci sono  icone musicali e cinematografiche, vicino a muri caduti e riflessioni iconografiche.

Anna Pavlova with Stowitts ph. Frans Van Riel
Anna Pavlova with Stowitts ph. Frans Van Riel

La storia della moda in questa mostra si interseca fortemente con l’attualità, mostrandone davvero il senso culturale generale e la interdipendenza di tutte le arti e gli aspetti culturali, politici e ambientali.

Chronorama è un viaggio dentro all’universo multidisciplinare del mondo, storia, arte, musica, politica, avanguardie, società, colore, innovazione e cambiamenti.

Mick Jagger ph. David Bailey
Mick Jagger ph. David Bailey

Chronorama, fino al 7 gennaio 2024 a Palazzo Grassi, Venezia

Nell’immagine in apertura Lisa Fonssagrives ph. Irving Penn

L’invito alle sfilate venduto all’asta

4875 dollari è la cifra a cui è stato venduto un invito alla sfilata FW di Alexander McQueen del 1995.
L’invito non è sicuramente il primo oggetto che viene fine mente parlando di moda, eppure oggi ha assunto un valore sia estetico che intrinseco notevole. E’ indispensabile averlo e riceverlo per entrare nell’élite che partecipa agli show, ed è soprattutto indispensabile per i social. Instagram e Tik Tok sono invasi da video dove influencer, addetti ai lavori e star mostrano, scartano, presentano gli inviti alle sfilate spesso fornite di look della nuova collezione.
Ed è cosi che l’invito alla sfilata non è più – e forse non lo è mai stato – un semplice pezzo di carta, ma parte del mistero e dell’allure di un brand, tutt’uno con lo show, introduzione alla magia, esperimento social, e se vogliamo opera d’arte, almeno cosi attestano le aste e le vendite di questi oggetti.
Se figuriamo che la moda stessa ha delle difficoltà ad esser inquadrata come arte, come possiamo pensare che l’invito assurga al ruolo di manufatto creativo geniale?
Eppure, se visioniamo quelli che sono stati negli anni alcuni tra gli inviti più riusciti, discussi e fotografati, scopriamo che hanno un valore, tangibilmente e innegabilmente economico e sentimentale, e in taluni casi anche storico.

Gli inviti diventati icone

Un esempio su tutti l’invito di Hermès per la stagione Primavera Estate 1996: una Kelly trasparente perfetta per i controlli di sicurezza maggiori dopo gli attentati del ’96 a Parigi, che è diventata oggetto da collezione, rivenduta e rivalutata nel corso degli anni. Possiamo forse dire che questo oggetto/invito sia distaccato dalla società o non abbia assunto un valore artistico tanto da essere diventato oggetto di collezionismo?
Il vocale che invece ha mandato Alessandro Michele per la Autunno Inverno 2020 è indubbiamente fuori dai canoni da quanto mai accaduto nella storia degli inviti di moda. Gucci però ci ha abituati ad una serie, non solo di eventi iconici, ma anche di inviti altrettanto stupefacenti, in alcuni casi collezionatili e rivendibili, in altri effimeri, immortalati e consumati: liberi di antiquariato, maschere di gesso, ma anche frutta fresca.
Specialista dell’invito effimero, Jacquemus che regala toast e pane col proprio logo impresso, e creme solari brandizzate.
L’invito diventato invece un cult del collezionismo globale e a quanto pare praticamente introvabile è quello di Celine per la Primavera Estate 2022, un pettine a forma di coltello a serramanico. Consegnato in serie limitatissima non si trova al momento su nessun sito in vendita.
Anche Maison Margiela ha avuto il suo oggetto di culto tra gli inviti ad eventi e sfilate: una tazzina che diventa collana, ideata nel 2006 per Pitti.

L’invito diventa da collezione

Se l’invito nasce dunque come mero promemoria cartaceo, come poteva essere la cartolina di Jean Paul Gaultier, anche’essa comunque diventata famosa, seppure nel 1989 di sicuro non virale, in realtà è oggi un oggetto di culto e collezionismo, al pari di pezzi moda che vengono gestiti in archivi e/o collezionati.
Lo stesso Monsieur Dior che conservava tutto, ha tenuto nella sua dimora fino alla sua morte, diversi inviti alle sue prime sfilate, a testimonianza del fatto che anche per gli stessi designer, quel pezzo di carta adesso oggetto, ha un legame fortissimo con il mondo del brand e della collezione che presenta, oltre che un anelito sentimentale.

Immergiti nella mostra virtuale

Qui puoi trovare la mostra virtuale dove scoprire e osservare gli inviti alle sfilate più curiosi e famosi creati negli ultimi anni.