Prosecco o Spumante? Due vini – cugini – molto diversi

Estate vuol dire giornate che si allungano, aria più o meno fresca – a seconda delle città – ma sicuramente tanta voglia di stare all’aperto, magari sorseggiando un calice di vino e perché no, di bollicine. Sembrano tanto facili da ordinare, invece nascondono un universo complicato e dalle mille sfumature. La tendenza di scegliere un prosecco, pensando alle più generiche bollicine ha colpito un po’ tutti, ma attenzione perché le differenze ci sono eccome.

In primis, il prosecco è un vino spumante (ha ottenuto il marchio DOC nel 2009) e viene prodotto solo e soltanto in alcune aree del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e soprattutto con vitigni come il Glera, il Verdiso, il Pinot bianco, grigio o nero, ma vinificato in bianco con metodo Charmat. Produzioni come quelle del Consorzio di Valdobbiadene spiccano sicuramente nel panorama. Lo spumante invece è un vino che, grazie all’anidride carbonica, si presenta sempre con la caratteristica spuma. Non ha un’unica zona di produzione e può essere realizzato sia con il metodo classico o champenois, che prevede che la presa di spuma avvenga in bottiglia, che con quello Charmat, ove la presa di spuma avviene invece in autoclave.

Proprio in quest’ultima famiglia spicca Altemasi, un vino spumante TRENTODOC dalla personalità inconfondibile. La cantina Altemasi è regno indiscusso di una produzione attenta e votata all’eccellenza: sviluppata su 4 livelli, ospita sia le zone di maturazione dello spumante TRENTODOC, sia quelle per tutte le lavorazioni successive (remuage e dégorgement), quelle con le autoclavi per il metodo Charmat, mentre al piano terra si trovano le linee di imbottigliamento e confezionamento. Riserva Graal, Brut Millesimato, Rosé e Pas Dosé, il segreto di questi spumanti è legato alle colline più alte del Trentino (tra i 450 e i 600 metri s.l.m), dove maturano le uve Chardonnay e Pinot Nero. Per tredici volte dal 1998 Altemasi Riserva Graal si è aggiudicato l’ambito premio “Tre Bicchieri” della Guida Vini d’Italia 2017 edita da Gambero Rosso. Le cantine Cavit sono sinonimo anche dello spumante Müller Thurgau, prodotto nelle due versioni Brut e Millesimato: una produzione tipica trentina che sottolinea ulteriormente il rapporto con il territorio grazie alla denominazione “Dolomiti IGT”.

La prossima volta, quando ordinerete, non avrete più scuse!

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Lo slow design di Mark Braun

Hexagon, produced by Mühle

È tutta una questione di identità e carattere, senza dimenticare la funzionalità. Si potrebbe descrivere così il lavoro di Mark Braun, product designer tedesco dagli occhi blu cielo. Le sue collaborazioni spaziano in molti settori e i progetti da lui ideati e creati hanno trovato la produzione di diverse aziende come Authentics, Covo srl, E15, Lobmeyr, la Redoute, ma anche Nomos Glashütte, Thonet, Bonacina, solo per citarne alcuni. Prodotti per il beauty maschile, mobili, oggetti in vetro, lampade e orologi: non c’è molto che Mark non abbia disegnato e per questo, ha ottenuto diversi premi, come il Design Plus, l’Interior Innovation Award e il German Design Award e ha avuto l’onore e l’occasione di esporre alcune sue creazioni in famose gallerie dal respiro internazionale, come la Saatchi Gallery di Londra. Tutto avviene a Berlino dove, dal 2006, Mark ha aperto il suo studio in un edificio che assomiglia a un hub di creativi, con grandi finestre e spazi comuni. Si è definito uno slow designer, perché spesso accetta sfide che lo portano a partire da zero per scoprire nuovi mondi della creatività. L’abbiamo incontrato a Milano durante il Salone del Mobile nello showroom di Bonacina, per la quale ha progettato una nuova collezione di lampade in bambù dal sapore orientale e, ugualmente, europeo.

Come sei diventato designer, da dove hai iniziato?
Il mio background è la carpenteria. Direi che sono partito dai prototipi dei miei progetti. Il primo è stato un servizio da tavola per un’azienda tedesca, un grande successo. Poi da lì ho cominciato a spaziare, mi piace molto, dal product, al lighting, ai mobili, fino agli orologi. Bisogna essere aperti al cambiamento, questo è sicuro.

Il mondo del product design è molto competitivo, cosa ne pensi?
Sì, è vero, ci sono molte sfide. Da una parte è vero, ci sono parecchie competizioni, ma più invecchio più quella parte del mio lavoro si allontana, perché divento sempre più consapevole delle mie scelte, dei mie gusti e del design che voglio creare. L’importante per me è rimanere curioso: se riesci ad essere curioso, hai tutto quello che serve per essere in vantaggio, il cliente si fida e tu lavori sempre meglio. 

Come è nato il progetto di watch design con Nomos Glashütte?
Dai miei bicchieri. Uno dei loro amministratori una sera, in un ristorante, ha bevuto dai miei bicchieri, gli sono piaciuti, ha pensato che sapessi lavorare bene il vetro e mi ha contattato. Mi hanno chiesto che tipo di orologio avrei comprato e di far loro qualche proposta. Non essendo un watch designer ho fatto alcuni errori inizialmente, ma per fortuna il carattere del mio orologio in generale è piaciuto. Una storia di successo, nata per caso.

Cos’è per te lo stile?
Credo che da un lato sia molto legato all’educazione, ma più in generale penso che avere stile significhi sentirsi bene con se stessi, godersi quello che si ha senza esagerazioni. Si tratta di prendere decisioni ragionevoli, perché le persone con stile non fanno niente per caso. Bisogna sapere chi si è e cosa funziona per se stessi.

Cosa ne pensi dello stile di Milano?
Il primo ricordo di Milano mi riporta a mio zio. Mi ha sempre sostenuto e, quando mi sono iscritto alla scuola di design, mi ha comprato un biglietto per Milano, dicendomi che non potevo sapere niente di design finché non fossi venuto in questa città durante il Salone del Mobile. Biglietto aereo, ma non di un albergo. Ovviamente non c’erano hotel liberi: avevo 25 anni e ho vagato per la città, incontrando tantissima gente meravigliosa per caso, che è rimasta con me in giro tutta la notte. Oggi, per me, Milano è prevalentemente una città di lavoro e la trovo bellissima, perché ha un suo stile che non cambia troppo negli anni. Il quartiere di Lambrate è molto interessante, è molto duro, industriale, un po’ abbandonato, ed è dove si può trovare lo stile più d’avanguardia, ma penso che Brera sia la zona dove trovare qualità.

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#VANLIFE, il movimento social-mediatico dei nuovi bohémien

@WHERESMYOFFICENOW, EMILY, COREY AND PUP PENNY ROSE ADVENTURES ON INSTAGRAM

A volte succede che quello che inizia come un tentativo di una vita più semplice, diventi uno stile di vita, una scommessa mediatica e un vero e proprio movimento social. È la storia di Foster Huntington, giovane designer newyorkese che, nel 2011, ha abbandonato il suo lavoro da Ralph Lauren, ha comprato un van Volkswagen Syncro del 1987 e ha cominciato a viaggiare, esplorando e fotografando il suo nuovo compagno di avventure lungo la costa californiana. Instagram era agli albori, ma già prometteva di diventare uno dei social migliori insieme a Facebook, dunque il passaggio al successo è stato breve. #homeiswhereyouparkit, #LiveSimply e #vanlife sono le parole chiave che l’hanno trascinato in un turbine mediatico che forse neanche lui si aspettava e oggi, più di 1.200mila Instagram post sono stati contrassegnati dall’hastag #vanlife. Numeri da capogiro. Nel 2013, Huntington si è appoggiato alla piattaforma di crowd funding, Kickstarter, per finanziare la stampa del suo “Home is where you park it”, una raccolta delle sue fotografie vanlife, ora alla quarta stampa, e che a breve verrà accompagnato dal secondo libro Van Life, questa volta edito dalla Black Dog & Leventhal di New York City (uscita prevista per ottobre 2017).
Scegliere #vanlife significa scegliere uno stato mentale, è una ricerca di estetica ed è uno stile di vita, oltre che una tendenza data dalla crisi economica globale di pochi anni fa. In una recente intervista sul New York Times, Foster ha infatti spiegato: «Penso che ci sia un senso di disperazione nella mia generazione, riguardo ai posti di lavoro, ed è a buon mercato vivere in un furgone». Sinonimo di precarietà, ma anche di flessibilità ed elevata capacità di adattamento, questa scelta, oggi, molto probabilmente, non potrebbe vivere senza il mastodontico aiuto (mediatico ed economico) dei social. Forse è dalle prime canzoni dei Beach Boys che moltissime persone s’identificano nella cultura, nella mente e nell’atteggiamento dei surfisti. Perfino nell’abbigliamento. Mostrare di riuscire a vivere quel sogno, quello stile di vita, libero, sportivo e all’aria aperta che molti immaginano mentre sono chiusi dentro ai loro uffici grigi, è un biglietto da visita vincente, per far sì che il numero dei propri follower cresca. E con lui le possibilità di sponsorizzazioni da parte dei brand del settore. È stata proprio questa l’idea alla base di Where is my office now di King e Smith, una giovane coppia che ha deciso di seguire i passi di Foster, dopo averlo incontrato per caso in Nicaragua. La loro idea, nuova e semplice, è stata dettata dalla volontà di fondere il viaggio con il lavoro: «volevamo vedere se era possibile combinare questa vita hippie e nomade con il classico lavoro dalle 9 alle 5», ha spiegato Smith sempre al New York Times e, da subito, hanno strutturato il loro progetto, oltre che come scelta lifestyle e naturalistica, anche dal punto di vista digitale e, quindi, commerciale. D’altronde, i ragazzi non hanno visto male: un recente studio ha valutato che il mercato dei social media influencer valeva 500 milioni di dollari nel 2015 e che dovrebbe aumentare ad almeno 5 miliardi di dollari nel 2020.
Iniziato come necessità ed esigenza di una generazione delusa e malcontenta, come i migliori prodotti di marketing, “vanlife” rappresenta un gruppo fluido di tendenze contemporanee: un rinnovato interesse per il Road Trip (non ha importanza il dove) una cultura di hippie sportivi con una grande passione per l’outdoor, e uno stile di vita libero dalla tirannia del lavoro d’ufficio 9-5.
Le mete imperdibili che fanno del Portogallo il Surfer’s Paradise d’Europa.
Una posizione ideale per clima mite, vento oceanico e grande varietà di onde: il Portogallo è la destinazione perfetta per i surfisti di ogni capacità e dunque non stupisce scoprire che lungo tutta la costa sia possibile trovare spot ideali, surf-house e ristorantini di pesce per rilassarsi nelle serate più fresche.

  1. Sagres

Forse la meta più famosa per fare surf, perché le onde riescono ad essere perfette in primavera, autunno e inverno. Regina dell’Algarve, Sagres riesce ad offrire ai visitatori diverse altre attività interessanti tra cui scegliere. Se vi piacciono le immersioni e l’eccezionale diversità della vita marina, assicuratevi di visitare Divers Cape per una fantastica esperienza subacquea. Inoltre, in zona si possono fare Whale e Dolphin watching.

  1. Arrifana – Costa Vicentina
    Circondato da scogliere e nelle immediate vicinanze di un piccolo villaggio di pescatori e porto, Arrifana Beach è una destinazione popolare tra i surfisti e bodyboard. Raggiungibile in auto e a piedi, è una spiaggia isolata e tranquilla con onde violente e turbolente, perfette per il surf. Oltre a godersi il mare mozzafiato, merita anche la lunga passeggiata attraverso il Parco Nazionale della Costa Vicentina.
  1. Praia do Amado – Costa Vicentina

Qui le forti correnti e le onde ripide sono le vere protagoniste, tant’è che Amado Beach ospita regolarmente concorsi internazionali ed è molto popolare durante il periodo estivo. È di facile accesso e offre molto spazio per il parcheggio, perfetto in van o se avete intenzione di trascorrere la giornata prendendo il sole o andare a fare una nuotata nelle sue acque limpide. È una meta molto gettonata per il surf, quindi anche fuori stagione c’è un bel po’ di via vai lungo i pontili di legno che corrono sulla costa, ma si può anche tranquillamente sconfinare e farsi camminate nella natura.

  1. Ericeira

Questo villaggio di pescatori a nord di Lisbona permette di scegliere il migliore spot per surfare: S. Lourenço, Coxos, Pedra Branca o Foz do Lizandro. Se si vuole prendere una pausa dall’oceano, dal surf e mettere piede sulla terraferma, bastano 15 minuti per arrivare a Mafra, per concedersi qualche grande pasticceria tradizionale.

  1. Praia do Norte – Nazaré

Praia do Norte divenne famosa per le sue onde gigantesche nel 2011, dopo che Garrett McNamara ha cavalcato la più grande onda dell’anno durante il Billabong XXL Global Big Wave Awards, e ha dato al mare tempestoso di Nazaré una notorietà ancora più internazionale. Al passaggio, assicuratevi di visitare Miradouro do Suberco, un belvedere dal quale potrete godere di una vista panoramica sulla costa e sul mare. Inoltre, provate la cucina regionale: le sardine al barbecue o la tradizionale “caldeirada”, un ricco, denso stufato di pesce portoghese.

  1. Peniche

Sono proprio queste spiagge ad aver costruito la reputazione del Portogallo come la capitale del surf d’Europa. Il contributo più mitico è forse Supertubos Beach, famosa in tutto il mondo per le sue onde potenti, che molti surfisti chiamano “il gasdotto europeo”. L’ASP World Tour ospita concorsi in questo villaggio di pescatori, altrimenti poco appariscente, una volta all’anno, portando folle da tutto il mondo per testimoniare le onde impressionanti di Peniche.

7.Saude
È la prima parte di una spiaggia lunghissima subito a sud di Lisbona. Tempestato di casette di pescatori e piccoli bar appena dietro le dune, è un luogo molto suggestivo dove fare surf. Quando i pescatori trascinano a riva le reti al tramonto, migliaia di gabbiani affollano l’acqua e il cielo. Magico.

  1. Monte Clerigo

Spiaggia del paesino omonimo, con baretti e ristoranti e ottime onde per i surfisti. Da provare il Restaurante O Sargo, oppure basta spingersi poco più nell’entroterra per trovare Aljezur, attrezzato con ostelli, b&b e scuole di surf.

  1. Malhao

Ponteggi in legno che portano alle spiagge, una grande e una più raccolta. Questa meta è forse la prima spiaggia valida dopo la zona industriale di Sines, decisamente da evitare.

  1. Paúl do Mar – Madeira

Conosciuta anche come Ribeira das Galinhas, questa spiaggia è tranquilla e appartata, con grandi onde che lo hanno reso uno dei luoghi selezionati per il campionato mondiale di surf 2001. È un posto remoto nell’isola di Madeira, non c’è una grande varietà di ristoranti e snack bar tra cui scegliere, ma il cibo resta meraviglioso, molto tipico e molto diverso dalla cucina del Portogallo continentale. Non dimenticate di provare il “bolo do caco”, un pane di farina di frumento caldo con burro all’aglio, o bere “poncha”, una bevanda alcolica tradizionale a base di miele e succo di limone.

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Il nuovo sapore della tradizione

Antica Pizzeria da Michele

Ci sono luoghi nei quali la tradizione non riesce a stancare. Ci sono posti nei quali, quando ti siedi a un tavolo, speri di trovare i sapori della cucina della nonna, senza rinunciare alle sperimentazioni gourmet più recenti. Ci sono posti nei quali si torna non per abitudine, ma per scelta. Che il popolo italiano sia legato a filo doppio alla tradizione culinaria della propria terra è scontato, ma oggi non tutto finisce qui. L’onda delle sperimentazioni tra ricette della memoria e audaci rielaborazioni è, infatti, un leitmotiv sempre più riconoscibile. Un nome su tutti? L’Osteria Francescana di Modena che, con la firma dello Chef Massimo Bottura, si è aggiudicata quest’anno il secondo posto tra i 50 migliori ristoranti europei al mondo (fonte:www.theworlds50best.com).
Ecco 6 indirizzi che vanno dalla pizza, al gelato, dai fritti al gourmet. Per riscoprire le tradizioni con un nuovo gusto.

Antica Pizzeria da Michele – 125 Church Street (Londra)
Da Napoli a Londra, passando da Tokyo. La famiglia Condurro, da 130 anni presente nel quartiere napoletano di Forcella per far sognare l’eterna folla che si assiepa fuori dalle vetrine, ha deciso recentemente di aprire al mondo. L’idea è stata di Alessandro, discendente dei fondatori, che ha fatto della pizza di Michele un marchio e una startup chiamata “Michele in the World”. Nella capitale inglese, oltre al menu storico (margherita e marinara) c’è qualche proposta in più per accontentare e far innamorare i palati britannici.

Antica Osteria La Rampina – Frazione Rampina, San Giuliano Milanese (Milano)


Più che un ristorante storico dei dintorni milanesi, una pietra miliare della cucina lombarda. Rigorosamente a conduzione familiare, questa trattoria oggi sta vivendo una stagione di rinnovamento, dettata dal ritorno ai fuochi del giovanissimo Chef Executive Luca Gagliardi, che alterna un menu eccezionalmente sperimentale alle proposte più tradizionali del padre Lino. Luca, forte dell’esperienza vissuta a Le Buerehiesel di Strasburgo sotto la guida dello Chef tristellato Westermann, regala la sua sensibilità, attenzione e conoscenza delle tecniche più innovative alla tradizione de La Rampina e di tutti coloro che si siedono nelle sue sale del ‘500.

Restaurant Passerini – Rue Traversière (Parigi)


A volte ritornano. E quando lo fanno, lo fanno alla grande. Stiamo parlando di Giovanni Passerini, chef 40enne che, dopo essere stato assente dalle scene e dalle cucine francesi, è tornato un anno fa, con il suo personalissimo ristorante. O meglio, con la sua personalissima ristorazione. Se vi siete già scordati il suo raviolo di zucca e ricci di mare che faceva perdere la testa nel precedente bistrot Rino, nel nuovo punto di riferimento della cucina italiana gourmet, appena dietro la Bastiglia, la meraviglia è trovare tutta la perfezione della cucina e della ristorazione italiana, dalla pasta, alla quale è dedicata una lista a parte, alla conduzione dalla forte impronta matriarcale.

VesYouVio e Frie ‘N’ Fuie – Via Spontini (Milano)

«Le rivoluzioni spesso derivano dall’esigenza di ritrovare vecchie tradizioni», è il leitmotiv di Vincenzo Di Fiore, napoletano doc con una visione internazionale. La volontà di riscoprire le proprie radici è sempre più forte nel mondo del food e le ricette create in esclusiva per questa piccola Napoli milanese ne sono la prova. Non fatevi ingannare, nei fritti si racchiudono intere ricette della tradizione partenopea, che fanno sognare anche i palati più pretenziosi.

La Bottega del Buon Caffè – Lungarno Benvenuto Cellini (Firenze)

Dalla natura al piatto. Con una stella Michelin. La cucina di Antonello Sardi è autentica, onesta ed eccezionale. La sua storia inizia come assistente, ma in poco tempo le sue doti culinarie saltano agli occhi e al palato. La sua dote naturale, insieme a un’inventiva unica, gli sono valsi il riconoscimento come uno dei giovani chef più talentuosi della Toscana. Questo equilibrio rivive nei suoi piatti che s’ispirano alla tradizione regionale e stagionale, ma che riescono a osare, senza strafare.

Gelateria Tasta – Corso Garibaldi (Milano)

Sono gli unici a proporre la più classica cioccolata in tazza 100% naturale, direttamente dalla barretta. Gelateria, ma anche pasticceria dal forte carattere siciliano e da poco arrivata anche a Milano. Le materie prime sono d’eccellenza, il Pistacchio Verde di Bronte DOP o la Nocciola Piemonte IGP, e le ricette sono all’insegna della sperimentazione tra abbinamenti, profumi e gusti unici ideati dal TastaLab che ne confermano ogni giorno il successo. Qui come in tutto il mondo.

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Xavier Rudd, il musicista arrivato dal mare

È sempre a piedi nudi, sa suonare talmente tanti strumenti, tra cui il didgeridoo, la chitarra, l’armonica e il tamburo azteco, che non bastano le dita di due mani per contarli. È un surfista nato, un vegetariano convinto e un attivista per i diritti umani e per la salvaguardia del pianeta. Promotore dell’idea “things meant to be, will be”, Xavier Rudd ha lo sguardo profondo, le braccia tatuate e i capelli biondi, è nato a Torquay, in Australia, da padre aborigeno e madre metà irlandese e metà olandese. La sua musica e la sua visione ottimistica del mondo s’intrecciano in modo permanente e il suo suono è profondamente influenzato dal questo punto di vista umanistico. Nel corso degli otto album registrati in studio, questo giovane polistrumentista ha entusiasmato il pubblico con un suono organico, che gli è valso diversi premi e menzioni. A metà aprile 2017 è tornato in Europa con lo straordinario live, registrato nel maggio 2016 in Olanda, allo storico TivoliVredenburg, spettacolo emblematico di quel tour europeo sold out, e a metà giugno ha solcato di nuovo i palcoscenici italiani con tre date d’eccezione. Qui, ci ha raccontato delle sue ispirazioni, di suo nonno e delle risate in riva all’oceano.

La musica della tua terra e le origini sono molto importanti per te. La tua musica parte da lì?
Sì, sicuramente. Da bambino non sapevo neanche di scrivere canzoni, inventavo semplicemente delle melodie sulle quali cantavo le cose che mi succedevano. Era un processo totalmente inconsapevole. Ed è, in un certo senso, quello che faccio ancora adesso: metto in musica le cose che vivo, né più né meno. Scrivere canzoni è parte di me, è essenziale. Come respirare.

Quando hai deciso che saresti stato un musicista?
Direi quando avevo dieci anni, ma sono sempre stato attratto dalla musica, anzi è la musica che mi ha trovato.

Da dove o da chi trai più ispirazione?
Direi davvero da tutto. Ogni mio album, ogni pezzo che scrivo proviene da dentro, da quello che vivo. È come un diario di viaggio fisico, emotivo e spirituale. Tutte le mie esperienze formano il viaggio della mia musica.

Come vivi quando sei a casa, nel tuo villaggio?
Vivo vicino al mare, lì è tutto molto tranquillo. Quando non sono in tour mi piace vivere come una qualsiasi persona normale che abita sulla spiaggia: faccio surf e mi rilasso. Non amo particolarmente circondarmi di persone. Mi piace stare fuori, andare a sedermi vicino al fuoco, navigare, correre, nuotare. Sono attivo, amo ascoltare la Terra. Non guardo la TV o cose del genere.

Viaggi tanto, c’è un luogo con il quale hai legato di più?
Difficile. Trovo bellezza e sintonia in tanti posti diversi. Penso di riuscire sempre a trovare luoghi che mi piaceranno. Mi sono sentito benissimo anche in Sud Africa, ad esempio.

Cosa ti fa ridere?
Interessante. Se intendi ridere e stare bene, direi stare con i miei amici, intorno a un fuoco sulla spiaggia. È quando siamo più in pace e in armonia che ridiamo davvero.

L’uscita di questo live è stata molto importante, è un disco diverso dagli altri.
Sì, è come una retrospettiva del mio lavoro. Il tour in Europa era stato venduto tutto ed eravamo molto elettrizzati. C’era una carica speciale, l’energia era enorme e si sentiva una forte intenzione positiva nella gente. Abbiamo avuto l’opportunità di registrare le ultime due notti a Utrecht e ho pensato che sarebbe stata una buona idea soprattutto per noi come riferimento, documentare dove eravamo.

E poi tu sei legato con l’Olanda da tuo nonno.
Non ci ho mai pensato, però sì potrebbe. C’era un’energia molto forte in quelle sere. Quando abbiamo ascoltato di nuovo la registrazione, era come se avessimo catturato un po’ di magia, in particolare l’ultima notte e quindi sono felice di condividere, ora, quello che sento come il miglior prodotto live a questo punto della mia carriera.

Photos by Arterium
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Expat. Fenomeno o uno stato mentale?

Martina, Michele, Tommaso, ma anche DJ, Stefania ed Emanuele. Sono solo alcuni degli italiani che decidono di lasciare, prevalentemente e per un tempo indefinito, la terra dove sono nati, le loro case, le loro abitudini e le facce amiche. La tecnologia diventa una delle loro migliori amiche per lavorare, vivere e condividere nuove vite, senza abbandonare davvero la propria casa. Come è possibile che in una società che alza bandiere, inni e muri, ci siano sempre più flussi di persone che decidono di trasferirsi in un altro meridiano? Di mettere su famiglia in un altro emisfero?
Non si tratta (per fortuna) di guerre e carestie, ma di scelte consapevoli, più o meno ragionate – perché una piccola dose di incoscienza ci vuole sempre – e condivise con i propri compagni.
Si tratta, invece, della fervida necessità di vivere bene, di costruire nuove famiglie, nuovi network e di non accontentarsi, se si è provato tutto e si tratta proprio di non riconoscere quei confini imposti dalle carte geografiche, ma sbaragliati dalla volontà e dalla capacità di adattamento. Alcuni lo fanno per raggiungere una qualità di vita migliore rispetto a quella offerta dall’Italia, come avevano dovuto scegliere i loro bisnonni. Altri, per una curiosità insita nel loro carattere, per una necessità ancestrale di scoperta, evoluzione e cambiamento. Altri ancora, sono spinti prima dalle vite altrui, per poi scoprire che è quella la vita che hanno sempre voluto. E allora il passaggio da necessità a fenomeno, poi a stato mentale, è davvero breve e forse può essere, oggi, una delle chiavi determinanti per annientare barriere fisiche e limiti ideali.

TOMMASO – PRODUTTORE DISCOGRAFICO

Brevemente, chi sei?
Sono cresciuto a Lerici, Golfo dei Poeti, La Spezia. Un posto incredibile, che adesso vedo in tutta la sua bellezza quando, troppo raramente, torno, ma che d un certo punto ho lasciato per inseguire la musica. Musica che mi ha portato prima a Milano, poi in mille altri posti e ora a Londra.

Dove vivi adesso?
Adesso sono a Londra ma, onestamente, sono a casa dappertutto o fuori luogo ovunque, a seconda dei giorni. Diciamo comunque che se c’è qualcosa da imparare o da scoprire sto bene.

Cosa vuol dire essere lontani da casa?
Oggi è molto più semplice di dieci anni fa. Un po’ perché mi sono abituato è un po’ perché il mondo è molto più connesso. Vivendo a Londra, ogni tanto è tutto caotico, ma sempre molto stimolante

“Expat” ha una connotazione di appartenenza e di nazionalità…
Ho iniziato a sentirmi un immigrato dopo l’esito della Brexit e adesso dovremo vedere come va.

L’aspetto più interessante del Paese in cui vivi?
Essere a contatto con culture molto diverse. Di tutti i tipi. Impari da tutto e sei obbligato a essere molto più tollerante e comprensivo.

Quanto pensi di fermarti?
Una durata variabile tra tre mesi a tre decenni. Vedremo dove mi porta la vita.

STEFANIA – TRAVEL E LIFESTYLE BLOGGER

Brevemente, chi sei?
Sono di Bologna, ma da quasi due anni vivo a Barcellona. Sono molto fortunata ad avere un lavoro che mi permette di vivere dove voglio. Finché ho un wifi posso vivere e lavorare ovunque.

Dove vivi adesso?
Ora sto lavorando per un progetto di blogging a Bucarest, in Romania, ma a breve tornerò alle spiagge e al clima mediterraneo di Barcellona.

Cosa vuol dire essere lontani da casa?
Sono stata in viaggio per diversi anni, quindi sono abituata a vivere dovunque, riuscendo a sentirmi come a casa, ma mai completamente, se capisci cosa voglio dire. Non importa quanti anni si vive da qualche parte, quanto bene si sa la lingua, ci sono sempre alcune differenze culturali. Vivere lontani apre la mente, ti espone a nuove esperienze e persone, ti arricchisce in un modo che solo chi ha vissuto può capire.

“Expat” ha una connotazione di appartenenza e di nazionalità…
Io sono oggettivamente un expat e non ho nessun problema a considerarmi tale, ma ci sono alcune connotazioni negative del termine, quindi cerco di essere qualcosa più. Le comunità di espatriati, a volte, finiscono per essere molto egoiste e ipocrite, così provo a integrarmi nel posto in cui sono, per quanto possibile. Cerco di incontrare gente del luogo, non solo altri stranieri, e andare in località che non siano fatte solo per gli espatriati.

L’aspetto più interessante del Paese in cui vivi?
Nessuno si preoccupa di cosa fanno le altre persone.

Quanto pensi di fermarti?
Ho intenzione di rimanere a Barcellona solo per pochi mesi e poi, probabilmente, di andare in Thailandia per l’inverno.

A cena nella magia de La Rampina

Alcuni posti sono come casa. Anzi, a volte meglio. Il calore elegante che risiede tra le mura de La Rampina è una specialità che oggi raramente si trova nei ristoranti gourmet che animano le serate milanese. A memoria, si contano sulle dita di una mano.

La storia di quest’antica osteria, inseriti anche nella guida del Gambero Rosso, si perde nelle notti del ‘500, quando le carrozze dei viandanti si fermavano sul selciato per rifocillarsi prima di entrare a Milano. Si dice anche che il generale Radetzky, scappando a gambe levate dai moti milanesi delle Cinque Giornate, si sia fermato qui. Oggi, non sono generali e non sono solo viandanti a scegliere di accomodarsi nelle sale de La Rampina, o in giardino nelle serate più fresche, ma sono milanesi e non che vogliono regalarsi un pranzo o una cena appena fuori dal caotico ritmo della città senza rinunciare all’eccellenza.

L’osteria è gestita, egregiamente, dalla famiglia Gagliardi, più o meno dagli anni ’70 e recentemente alla straordinaria cucina tradizionale di Lino Gagliardi, che prepara un risotto con osso buco semplicemente perfetto, si è aggiunta quella ricercata e di sperimentazione del figlio Luca. Giovane, appassionato e con già un’ottima esperienza alle spalle costruita a Le Buerehiesel di Strasburgo, sotto la guida dello Chef tristellato Westermann, Luca propone un menu sensibile e innovativo, senza strafare e raggiungendo equilibri di gusto impeccabili. Rigorosamente stagionale, la carta spazia quindi dalla tradizione della cucina lombarda a piatti arditi, tra i quali spiccano i risotti (su tutti il buonissimo risotto al salmerino e finger lime, seguito subito da quello al limone, scamorza affumicata e camomilla).

Infine, la cantina, uno degli ambienti, oltre alla sala del camino, più suggestivo dove oltre 500 etichette tra rossi, bianchi e rosè aspettano di essere le compagne di una serata unica. Lasciatevi consigliare da Lorenzo, secondo genito di Lino, sia per le bottiglie storiche d’annata che per vini più giovani.

www.rampina.it
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Se da una camicia nasce un resort

Prendete una splendida villa padronale di fine ‘800, conservata eccellentemente, come se non fosse passato neanche un anno dalla sua costruzione. Prendete, poi, un artigiano/imprenditore che ama la sua terra, lo stile e la raffinatezza. Scegliete una regione meravigliosa dello Stivale, la Puglia e mescolate con cura il tutto. Il risultato sarà Mazzarelli Creative Resort, un elegante 5 stelle a pochi passi da Polignano a Mare.
L’idea è di Domenico Mazzarelli, artigiano della camicia, conosciuto in tutto il mondo per la qualità impeccabile della manifattura, la ricercatezza dei filati e l’inconfondibile stile italiano delle sue camicie da uomo, cucite a mano da circa 60 anni. La tecnica e la passione risalgono di generazione in generazione e hanno fatto sì che proprio l’abilità artigianale, l’esperienza e la conoscenza dei filati, assieme alla maestria nella produzione, siano diventati i punti di forza dell’azienda.
Ora la storia si arricchisce di nuovi elementi, che esulano dalla moda e dall’artigianalità, ma che non si discostano molto dall’esclusività e dall’amore per la propria terra: la villa, trasformata in un hotel dal design esclusivo, è pensata, infatti, per chi sceglie di visitare la Puglia in tutta la sua bellezza e per chi ama immergersi nell’affascinante realtà di un’azienda storica, baluardo dell’alta sartorialità Made in Italy. Circondati da 2400 alberi di ulivo, gli interni e le 12 suite sono lavorati con evocazioni del mondo dell’ago e filo, mentre l’esterno, nella caratteristica pietra bianca locale, si affaccia sui giardini all’italiana. Oltre alla sala lettura e alla cantina, la stanza del sarto merita una visita speciale.

Mazzarelli Creative Resort

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Il potere delle illustrazioni

“Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.”
Inizia così uno dei libri più straordinari di sempre, nato dalla penna di Douglas Adams nel 1979: “Guida Galattica per gli Autostoppisti”. Nei più ampi festeggiamenti del Towel Day (25 maggio), quest’anno ci sarà una chicca in più per celebrare il romanzo. Si tratta della bellissima versione illustrata della Guida, ideata da Gomma Festival. 6 artisti hanno scelto e riprodotto 6 scene del libro: ognuna delle 30 tavole formato A5 che compone la Guida è un’illustrazione con descrizione ed è stampata su carta pregiata.
Dove comprare questa meraviglia? In Santeria Paladini a Milano, domenica 28 maggio, dalle 16 alle 22.30. Per tutta la sera ci sarà una mostra mercato degli illustratori che hanno partecipato alla rivisitazione della Guida, la presentazione della box, un reading, diversi dj-set e, per l’occasione, Santeria preparerà una lista cocktail ad hoc. Infine, proprio come sarebbe piaciuto ad Adams, per chi si presenterà con un asciugamano è previsto un piccolo sconto. Da non perdere!

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BIENNALE ARTE – Un’iniezione di vita

Aperta fino al 26 novembre 2017, nelle splendide sedi dei Giardini e dell’Arsenale, la 57. Esposizione Internazionale d’Arte, è un’iniezione di gioia, confronto con il prossimo, apertura verso l’ignoto e presa di coscienza di possibili e magici legami tra esseri viventi. Dal titolo Viva Arte Viva, la mostra è curata dalla francese Christine Macel, che ha coinvolto artisti internazionali per un nuovo Umanesimo, creando nove capitoli o sezioni, con due primi universi nel Padiglione Centrale ai Giardini e sette altri mondi che si snodano dall’Arsenale fino al Giardino delle Vergini, per un totale di 120 artisti partecipanti, provenienti da 51 Paesi. Di questi, 103 sono presenti per la prima volta alla Mostra Internazionale del curatore Macel.
«Questa Biennale – ha spiegato Paolo Baratta, il presidente – è proprio dedicata a celebrare, e quasi a render grazie, all’esistenza stessa dell’arte e degli artisti, che ci offrono con i loro mondi una dilatazione della nostra prospettiva e dello spazio della nostra esistenza».
«Una mostra ispirata all’Umanesimo – gli fa eco Christine MacelNon focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell’uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un Umanesimo che celebra la capacità dell’uomo, attraverso l’arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana. L’atto artistico è a un tempo di resistenza, di liberazione e di generosità». E allora, immergendosi nel racconto firmato da Macel, si percorre tutta la complessità del mondo, a partire dallo spazio comune, passando dai libri, dagli sciamani fino all’idea di tempo e di infinito. Artisti giovani e sconosciuti si alternano a nomi scomparsi troppo presto o ancora misconosciuti al pubblico e con alcuni di loro è possibile sedersi a tavola grazie al progetto Tavola Aperta, mentre di altri è possibile conoscere qualcosa in più, grazie ai brevi video di Progetto Pratiche d’Artista, e per merito de, La Mia Biblioteca (ispirata al saggio di Walter Benjamin pubblicato nel 1931) scoprire le loro letture preferite.
Perfettamente allineata con gli intenti di questa edizione, l’installazione realizzata dall’artista inglese Ian Davenport, per Swatch Faces 2017, “Giardini Colourfall”. Un dipinto su larga scala, composto da una sequenza strutturata e ritmica di più di mille colori che scivolano lungo la superficie verticale, per lasciare le loro tracce, poi, sul piano orizzontale. All’intervento artistico segue la Limited Edition Wide Acres of Time, pensata da Davenport per la collezione Swatch Art (1.966 esemplari già in vendita). Per la prima volta inoltre, Swatch è presente in Biennale con un Padiglione, come una nazione, tra l’Albania e Singapore. Qui sono presentati i lavori di quattro artisti che hanno partecipato al progetto di residenza artistica al Swatch Art Peace Hotel, albergo-hub aperto 6 anni fa a Shangai dall’azienda svizzera, per creare un luogo dove talenti da tutto il mondo potessero vivere e lavorare scambiandosi creatività, idee ed energie.

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