Prosecco o Spumante? Due vini – cugini – molto diversi

Estate vuol dire giornate che si allungano, aria più o meno fresca – a seconda delle città – ma sicuramente tanta voglia di stare all’aperto, magari sorseggiando un calice di vino e perché no, di bollicine. Sembrano tanto facili da ordinare, invece nascondono un universo complicato e dalle mille sfumature. La tendenza di scegliere un prosecco, pensando alle più generiche bollicine ha colpito un po’ tutti, ma attenzione perché le differenze ci sono eccome.

In primis, il prosecco è un vino spumante (ha ottenuto il marchio DOC nel 2009) e viene prodotto solo e soltanto in alcune aree del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e soprattutto con vitigni come il Glera, il Verdiso, il Pinot bianco, grigio o nero, ma vinificato in bianco con metodo Charmat. Produzioni come quelle del Consorzio di Valdobbiadene spiccano sicuramente nel panorama. Lo spumante invece è un vino che, grazie all’anidride carbonica, si presenta sempre con la caratteristica spuma. Non ha un’unica zona di produzione e può essere realizzato sia con il metodo classico o champenois, che prevede che la presa di spuma avvenga in bottiglia, che con quello Charmat, ove la presa di spuma avviene invece in autoclave.

Proprio in quest’ultima famiglia spicca Altemasi, un vino spumante TRENTODOC dalla personalità inconfondibile. La cantina Altemasi è regno indiscusso di una produzione attenta e votata all’eccellenza: sviluppata su 4 livelli, ospita sia le zone di maturazione dello spumante TRENTODOC, sia quelle per tutte le lavorazioni successive (remuage e dégorgement), quelle con le autoclavi per il metodo Charmat, mentre al piano terra si trovano le linee di imbottigliamento e confezionamento. Riserva Graal, Brut Millesimato, Rosé e Pas Dosé, il segreto di questi spumanti è legato alle colline più alte del Trentino (tra i 450 e i 600 metri s.l.m), dove maturano le uve Chardonnay e Pinot Nero. Per tredici volte dal 1998 Altemasi Riserva Graal si è aggiudicato l’ambito premio “Tre Bicchieri” della Guida Vini d’Italia 2017 edita da Gambero Rosso. Le cantine Cavit sono sinonimo anche dello spumante Müller Thurgau, prodotto nelle due versioni Brut e Millesimato: una produzione tipica trentina che sottolinea ulteriormente il rapporto con il territorio grazie alla denominazione “Dolomiti IGT”.

La prossima volta, quando ordinerete, non avrete più scuse!

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Lo slow design di Mark Braun

Hexagon, produced by Mühle

È tutta una questione di identità e carattere, senza dimenticare la funzionalità. Si potrebbe descrivere così il lavoro di Mark Braun, product designer tedesco dagli occhi blu cielo. Le sue collaborazioni spaziano in molti settori e i progetti da lui ideati e creati hanno trovato la produzione di diverse aziende come Authentics, Covo srl, E15, Lobmeyr, la Redoute, ma anche Nomos Glashütte, Thonet, Bonacina, solo per citarne alcuni. Prodotti per il beauty maschile, mobili, oggetti in vetro, lampade e orologi: non c’è molto che Mark non abbia disegnato e per questo, ha ottenuto diversi premi, come il Design Plus, l’Interior Innovation Award e il German Design Award e ha avuto l’onore e l’occasione di esporre alcune sue creazioni in famose gallerie dal respiro internazionale, come la Saatchi Gallery di Londra. Tutto avviene a Berlino dove, dal 2006, Mark ha aperto il suo studio in un edificio che assomiglia a un hub di creativi, con grandi finestre e spazi comuni. Si è definito uno slow designer, perché spesso accetta sfide che lo portano a partire da zero per scoprire nuovi mondi della creatività. L’abbiamo incontrato a Milano durante il Salone del Mobile nello showroom di Bonacina, per la quale ha progettato una nuova collezione di lampade in bambù dal sapore orientale e, ugualmente, europeo.

Come sei diventato designer, da dove hai iniziato?
Il mio background è la carpenteria. Direi che sono partito dai prototipi dei miei progetti. Il primo è stato un servizio da tavola per un’azienda tedesca, un grande successo. Poi da lì ho cominciato a spaziare, mi piace molto, dal product, al lighting, ai mobili, fino agli orologi. Bisogna essere aperti al cambiamento, questo è sicuro.

Il mondo del product design è molto competitivo, cosa ne pensi?
Sì, è vero, ci sono molte sfide. Da una parte è vero, ci sono parecchie competizioni, ma più invecchio più quella parte del mio lavoro si allontana, perché divento sempre più consapevole delle mie scelte, dei mie gusti e del design che voglio creare. L’importante per me è rimanere curioso: se riesci ad essere curioso, hai tutto quello che serve per essere in vantaggio, il cliente si fida e tu lavori sempre meglio. 

Come è nato il progetto di watch design con Nomos Glashütte?
Dai miei bicchieri. Uno dei loro amministratori una sera, in un ristorante, ha bevuto dai miei bicchieri, gli sono piaciuti, ha pensato che sapessi lavorare bene il vetro e mi ha contattato. Mi hanno chiesto che tipo di orologio avrei comprato e di far loro qualche proposta. Non essendo un watch designer ho fatto alcuni errori inizialmente, ma per fortuna il carattere del mio orologio in generale è piaciuto. Una storia di successo, nata per caso.

Cos’è per te lo stile?
Credo che da un lato sia molto legato all’educazione, ma più in generale penso che avere stile significhi sentirsi bene con se stessi, godersi quello che si ha senza esagerazioni. Si tratta di prendere decisioni ragionevoli, perché le persone con stile non fanno niente per caso. Bisogna sapere chi si è e cosa funziona per se stessi.

Cosa ne pensi dello stile di Milano?
Il primo ricordo di Milano mi riporta a mio zio. Mi ha sempre sostenuto e, quando mi sono iscritto alla scuola di design, mi ha comprato un biglietto per Milano, dicendomi che non potevo sapere niente di design finché non fossi venuto in questa città durante il Salone del Mobile. Biglietto aereo, ma non di un albergo. Ovviamente non c’erano hotel liberi: avevo 25 anni e ho vagato per la città, incontrando tantissima gente meravigliosa per caso, che è rimasta con me in giro tutta la notte. Oggi, per me, Milano è prevalentemente una città di lavoro e la trovo bellissima, perché ha un suo stile che non cambia troppo negli anni. Il quartiere di Lambrate è molto interessante, è molto duro, industriale, un po’ abbandonato, ed è dove si può trovare lo stile più d’avanguardia, ma penso che Brera sia la zona dove trovare qualità.

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#VANLIFE, il movimento social-mediatico dei nuovi bohémien

@WHERESMYOFFICENOW, EMILY, COREY AND PUP PENNY ROSE ADVENTURES ON INSTAGRAM

A volte succede che quello che inizia come un tentativo di una vita più semplice, diventi uno stile di vita, una scommessa mediatica e un vero e proprio movimento social. È la storia di Foster Huntington, giovane designer newyorkese che, nel 2011, ha abbandonato il suo lavoro da Ralph Lauren, ha comprato un van Volkswagen Syncro del 1987 e ha cominciato a viaggiare, esplorando e fotografando il suo nuovo compagno di avventure lungo la costa californiana. Instagram era agli albori, ma già prometteva di diventare uno dei social migliori insieme a Facebook, dunque il passaggio al successo è stato breve. #homeiswhereyouparkit, #LiveSimply e #vanlife sono le parole chiave che l’hanno trascinato in un turbine mediatico che forse neanche lui si aspettava e oggi, più di 1.200mila Instagram post sono stati contrassegnati dall’hastag #vanlife. Numeri da capogiro. Nel 2013, Huntington si è appoggiato alla piattaforma di crowd funding, Kickstarter, per finanziare la stampa del suo “Home is where you park it”, una raccolta delle sue fotografie vanlife, ora alla quarta stampa, e che a breve verrà accompagnato dal secondo libro Van Life, questa volta edito dalla Black Dog & Leventhal di New York City (uscita prevista per ottobre 2017).
Scegliere #vanlife significa scegliere uno stato mentale, è una ricerca di estetica ed è uno stile di vita, oltre che una tendenza data dalla crisi economica globale di pochi anni fa. In una recente intervista sul New York Times, Foster ha infatti spiegato: «Penso che ci sia un senso di disperazione nella mia generazione, riguardo ai posti di lavoro, ed è a buon mercato vivere in un furgone». Sinonimo di precarietà, ma anche di flessibilità ed elevata capacità di adattamento, questa scelta, oggi, molto probabilmente, non potrebbe vivere senza il mastodontico aiuto (mediatico ed economico) dei social. Forse è dalle prime canzoni dei Beach Boys che moltissime persone s’identificano nella cultura, nella mente e nell’atteggiamento dei surfisti. Perfino nell’abbigliamento. Mostrare di riuscire a vivere quel sogno, quello stile di vita, libero, sportivo e all’aria aperta che molti immaginano mentre sono chiusi dentro ai loro uffici grigi, è un biglietto da visita vincente, per far sì che il numero dei propri follower cresca. E con lui le possibilità di sponsorizzazioni da parte dei brand del settore. È stata proprio questa l’idea alla base di Where is my office now di King e Smith, una giovane coppia che ha deciso di seguire i passi di Foster, dopo averlo incontrato per caso in Nicaragua. La loro idea, nuova e semplice, è stata dettata dalla volontà di fondere il viaggio con il lavoro: «volevamo vedere se era possibile combinare questa vita hippie e nomade con il classico lavoro dalle 9 alle 5», ha spiegato Smith sempre al New York Times e, da subito, hanno strutturato il loro progetto, oltre che come scelta lifestyle e naturalistica, anche dal punto di vista digitale e, quindi, commerciale. D’altronde, i ragazzi non hanno visto male: un recente studio ha valutato che il mercato dei social media influencer valeva 500 milioni di dollari nel 2015 e che dovrebbe aumentare ad almeno 5 miliardi di dollari nel 2020.
Iniziato come necessità ed esigenza di una generazione delusa e malcontenta, come i migliori prodotti di marketing, “vanlife” rappresenta un gruppo fluido di tendenze contemporanee: un rinnovato interesse per il Road Trip (non ha importanza il dove) una cultura di hippie sportivi con una grande passione per l’outdoor, e uno stile di vita libero dalla tirannia del lavoro d’ufficio 9-5.
Le mete imperdibili che fanno del Portogallo il Surfer’s Paradise d’Europa.
Una posizione ideale per clima mite, vento oceanico e grande varietà di onde: il Portogallo è la destinazione perfetta per i surfisti di ogni capacità e dunque non stupisce scoprire che lungo tutta la costa sia possibile trovare spot ideali, surf-house e ristorantini di pesce per rilassarsi nelle serate più fresche.

  1. Sagres

Forse la meta più famosa per fare surf, perché le onde riescono ad essere perfette in primavera, autunno e inverno. Regina dell’Algarve, Sagres riesce ad offrire ai visitatori diverse altre attività interessanti tra cui scegliere. Se vi piacciono le immersioni e l’eccezionale diversità della vita marina, assicuratevi di visitare Divers Cape per una fantastica esperienza subacquea. Inoltre, in zona si possono fare Whale e Dolphin watching.

  1. Arrifana – Costa Vicentina
    Circondato da scogliere e nelle immediate vicinanze di un piccolo villaggio di pescatori e porto, Arrifana Beach è una destinazione popolare tra i surfisti e bodyboard. Raggiungibile in auto e a piedi, è una spiaggia isolata e tranquilla con onde violente e turbolente, perfette per il surf. Oltre a godersi il mare mozzafiato, merita anche la lunga passeggiata attraverso il Parco Nazionale della Costa Vicentina.
  1. Praia do Amado – Costa Vicentina

Qui le forti correnti e le onde ripide sono le vere protagoniste, tant’è che Amado Beach ospita regolarmente concorsi internazionali ed è molto popolare durante il periodo estivo. È di facile accesso e offre molto spazio per il parcheggio, perfetto in van o se avete intenzione di trascorrere la giornata prendendo il sole o andare a fare una nuotata nelle sue acque limpide. È una meta molto gettonata per il surf, quindi anche fuori stagione c’è un bel po’ di via vai lungo i pontili di legno che corrono sulla costa, ma si può anche tranquillamente sconfinare e farsi camminate nella natura.

  1. Ericeira

Questo villaggio di pescatori a nord di Lisbona permette di scegliere il migliore spot per surfare: S. Lourenço, Coxos, Pedra Branca o Foz do Lizandro. Se si vuole prendere una pausa dall’oceano, dal surf e mettere piede sulla terraferma, bastano 15 minuti per arrivare a Mafra, per concedersi qualche grande pasticceria tradizionale.

  1. Praia do Norte – Nazaré

Praia do Norte divenne famosa per le sue onde gigantesche nel 2011, dopo che Garrett McNamara ha cavalcato la più grande onda dell’anno durante il Billabong XXL Global Big Wave Awards, e ha dato al mare tempestoso di Nazaré una notorietà ancora più internazionale. Al passaggio, assicuratevi di visitare Miradouro do Suberco, un belvedere dal quale potrete godere di una vista panoramica sulla costa e sul mare. Inoltre, provate la cucina regionale: le sardine al barbecue o la tradizionale “caldeirada”, un ricco, denso stufato di pesce portoghese.

  1. Peniche

Sono proprio queste spiagge ad aver costruito la reputazione del Portogallo come la capitale del surf d’Europa. Il contributo più mitico è forse Supertubos Beach, famosa in tutto il mondo per le sue onde potenti, che molti surfisti chiamano “il gasdotto europeo”. L’ASP World Tour ospita concorsi in questo villaggio di pescatori, altrimenti poco appariscente, una volta all’anno, portando folle da tutto il mondo per testimoniare le onde impressionanti di Peniche.

7.Saude
È la prima parte di una spiaggia lunghissima subito a sud di Lisbona. Tempestato di casette di pescatori e piccoli bar appena dietro le dune, è un luogo molto suggestivo dove fare surf. Quando i pescatori trascinano a riva le reti al tramonto, migliaia di gabbiani affollano l’acqua e il cielo. Magico.

  1. Monte Clerigo

Spiaggia del paesino omonimo, con baretti e ristoranti e ottime onde per i surfisti. Da provare il Restaurante O Sargo, oppure basta spingersi poco più nell’entroterra per trovare Aljezur, attrezzato con ostelli, b&b e scuole di surf.

  1. Malhao

Ponteggi in legno che portano alle spiagge, una grande e una più raccolta. Questa meta è forse la prima spiaggia valida dopo la zona industriale di Sines, decisamente da evitare.

  1. Paúl do Mar – Madeira

Conosciuta anche come Ribeira das Galinhas, questa spiaggia è tranquilla e appartata, con grandi onde che lo hanno reso uno dei luoghi selezionati per il campionato mondiale di surf 2001. È un posto remoto nell’isola di Madeira, non c’è una grande varietà di ristoranti e snack bar tra cui scegliere, ma il cibo resta meraviglioso, molto tipico e molto diverso dalla cucina del Portogallo continentale. Non dimenticate di provare il “bolo do caco”, un pane di farina di frumento caldo con burro all’aglio, o bere “poncha”, una bevanda alcolica tradizionale a base di miele e succo di limone.

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Il nuovo sapore della tradizione

Antica Pizzeria da Michele

Ci sono luoghi nei quali la tradizione non riesce a stancare. Ci sono posti nei quali, quando ti siedi a un tavolo, speri di trovare i sapori della cucina della nonna, senza rinunciare alle sperimentazioni gourmet più recenti. Ci sono posti nei quali si torna non per abitudine, ma per scelta. Che il popolo italiano sia legato a filo doppio alla tradizione culinaria della propria terra è scontato, ma oggi non tutto finisce qui. L’onda delle sperimentazioni tra ricette della memoria e audaci rielaborazioni è, infatti, un leitmotiv sempre più riconoscibile. Un nome su tutti? L’Osteria Francescana di Modena che, con la firma dello Chef Massimo Bottura, si è aggiudicata quest’anno il secondo posto tra i 50 migliori ristoranti europei al mondo (fonte:www.theworlds50best.com).
Ecco 6 indirizzi che vanno dalla pizza, al gelato, dai fritti al gourmet. Per riscoprire le tradizioni con un nuovo gusto.

Antica Pizzeria da Michele – 125 Church Street (Londra)
Da Napoli a Londra, passando da Tokyo. La famiglia Condurro, da 130 anni presente nel quartiere napoletano di Forcella per far sognare l’eterna folla che si assiepa fuori dalle vetrine, ha deciso recentemente di aprire al mondo. L’idea è stata di Alessandro, discendente dei fondatori, che ha fatto della pizza di Michele un marchio e una startup chiamata “Michele in the World”. Nella capitale inglese, oltre al menu storico (margherita e marinara) c’è qualche proposta in più per accontentare e far innamorare i palati britannici.

Antica Osteria La Rampina – Frazione Rampina, San Giuliano Milanese (Milano)


Più che un ristorante storico dei dintorni milanesi, una pietra miliare della cucina lombarda. Rigorosamente a conduzione familiare, questa trattoria oggi sta vivendo una stagione di rinnovamento, dettata dal ritorno ai fuochi del giovanissimo Chef Executive Luca Gagliardi, che alterna un menu eccezionalmente sperimentale alle proposte più tradizionali del padre Lino. Luca, forte dell’esperienza vissuta a Le Buerehiesel di Strasburgo sotto la guida dello Chef tristellato Westermann, regala la sua sensibilità, attenzione e conoscenza delle tecniche più innovative alla tradizione de La Rampina e di tutti coloro che si siedono nelle sue sale del ‘500.

Restaurant Passerini – Rue Traversière (Parigi)


A volte ritornano. E quando lo fanno, lo fanno alla grande. Stiamo parlando di Giovanni Passerini, chef 40enne che, dopo essere stato assente dalle scene e dalle cucine francesi, è tornato un anno fa, con il suo personalissimo ristorante. O meglio, con la sua personalissima ristorazione. Se vi siete già scordati il suo raviolo di zucca e ricci di mare che faceva perdere la testa nel precedente bistrot Rino, nel nuovo punto di riferimento della cucina italiana gourmet, appena dietro la Bastiglia, la meraviglia è trovare tutta la perfezione della cucina e della ristorazione italiana, dalla pasta, alla quale è dedicata una lista a parte, alla conduzione dalla forte impronta matriarcale.

VesYouVio e Frie ‘N’ Fuie – Via Spontini (Milano)

«Le rivoluzioni spesso derivano dall’esigenza di ritrovare vecchie tradizioni», è il leitmotiv di Vincenzo Di Fiore, napoletano doc con una visione internazionale. La volontà di riscoprire le proprie radici è sempre più forte nel mondo del food e le ricette create in esclusiva per questa piccola Napoli milanese ne sono la prova. Non fatevi ingannare, nei fritti si racchiudono intere ricette della tradizione partenopea, che fanno sognare anche i palati più pretenziosi.

La Bottega del Buon Caffè – Lungarno Benvenuto Cellini (Firenze)

Dalla natura al piatto. Con una stella Michelin. La cucina di Antonello Sardi è autentica, onesta ed eccezionale. La sua storia inizia come assistente, ma in poco tempo le sue doti culinarie saltano agli occhi e al palato. La sua dote naturale, insieme a un’inventiva unica, gli sono valsi il riconoscimento come uno dei giovani chef più talentuosi della Toscana. Questo equilibrio rivive nei suoi piatti che s’ispirano alla tradizione regionale e stagionale, ma che riescono a osare, senza strafare.

Gelateria Tasta – Corso Garibaldi (Milano)

Sono gli unici a proporre la più classica cioccolata in tazza 100% naturale, direttamente dalla barretta. Gelateria, ma anche pasticceria dal forte carattere siciliano e da poco arrivata anche a Milano. Le materie prime sono d’eccellenza, il Pistacchio Verde di Bronte DOP o la Nocciola Piemonte IGP, e le ricette sono all’insegna della sperimentazione tra abbinamenti, profumi e gusti unici ideati dal TastaLab che ne confermano ogni giorno il successo. Qui come in tutto il mondo.

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Xavier Rudd, il musicista arrivato dal mare

È sempre a piedi nudi, sa suonare talmente tanti strumenti, tra cui il didgeridoo, la chitarra, l’armonica e il tamburo azteco, che non bastano le dita di due mani per contarli. È un surfista nato, un vegetariano convinto e un attivista per i diritti umani e per la salvaguardia del pianeta. Promotore dell’idea “things meant to be, will be”, Xavier Rudd ha lo sguardo profondo, le braccia tatuate e i capelli biondi, è nato a Torquay, in Australia, da padre aborigeno e madre metà irlandese e metà olandese. La sua musica e la sua visione ottimistica del mondo s’intrecciano in modo permanente e il suo suono è profondamente influenzato dal questo punto di vista umanistico. Nel corso degli otto album registrati in studio, questo giovane polistrumentista ha entusiasmato il pubblico con un suono organico, che gli è valso diversi premi e menzioni. A metà aprile 2017 è tornato in Europa con lo straordinario live, registrato nel maggio 2016 in Olanda, allo storico TivoliVredenburg, spettacolo emblematico di quel tour europeo sold out, e a metà giugno ha solcato di nuovo i palcoscenici italiani con tre date d’eccezione. Qui, ci ha raccontato delle sue ispirazioni, di suo nonno e delle risate in riva all’oceano.

La musica della tua terra e le origini sono molto importanti per te. La tua musica parte da lì?
Sì, sicuramente. Da bambino non sapevo neanche di scrivere canzoni, inventavo semplicemente delle melodie sulle quali cantavo le cose che mi succedevano. Era un processo totalmente inconsapevole. Ed è, in un certo senso, quello che faccio ancora adesso: metto in musica le cose che vivo, né più né meno. Scrivere canzoni è parte di me, è essenziale. Come respirare.

Quando hai deciso che saresti stato un musicista?
Direi quando avevo dieci anni, ma sono sempre stato attratto dalla musica, anzi è la musica che mi ha trovato.

Da dove o da chi trai più ispirazione?
Direi davvero da tutto. Ogni mio album, ogni pezzo che scrivo proviene da dentro, da quello che vivo. È come un diario di viaggio fisico, emotivo e spirituale. Tutte le mie esperienze formano il viaggio della mia musica.

Come vivi quando sei a casa, nel tuo villaggio?
Vivo vicino al mare, lì è tutto molto tranquillo. Quando non sono in tour mi piace vivere come una qualsiasi persona normale che abita sulla spiaggia: faccio surf e mi rilasso. Non amo particolarmente circondarmi di persone. Mi piace stare fuori, andare a sedermi vicino al fuoco, navigare, correre, nuotare. Sono attivo, amo ascoltare la Terra. Non guardo la TV o cose del genere.

Viaggi tanto, c’è un luogo con il quale hai legato di più?
Difficile. Trovo bellezza e sintonia in tanti posti diversi. Penso di riuscire sempre a trovare luoghi che mi piaceranno. Mi sono sentito benissimo anche in Sud Africa, ad esempio.

Cosa ti fa ridere?
Interessante. Se intendi ridere e stare bene, direi stare con i miei amici, intorno a un fuoco sulla spiaggia. È quando siamo più in pace e in armonia che ridiamo davvero.

L’uscita di questo live è stata molto importante, è un disco diverso dagli altri.
Sì, è come una retrospettiva del mio lavoro. Il tour in Europa era stato venduto tutto ed eravamo molto elettrizzati. C’era una carica speciale, l’energia era enorme e si sentiva una forte intenzione positiva nella gente. Abbiamo avuto l’opportunità di registrare le ultime due notti a Utrecht e ho pensato che sarebbe stata una buona idea soprattutto per noi come riferimento, documentare dove eravamo.

E poi tu sei legato con l’Olanda da tuo nonno.
Non ci ho mai pensato, però sì potrebbe. C’era un’energia molto forte in quelle sere. Quando abbiamo ascoltato di nuovo la registrazione, era come se avessimo catturato un po’ di magia, in particolare l’ultima notte e quindi sono felice di condividere, ora, quello che sento come il miglior prodotto live a questo punto della mia carriera.

Photos by Arterium
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Expat. Fenomeno o uno stato mentale?

Martina, Michele, Tommaso, ma anche DJ, Stefania ed Emanuele. Sono solo alcuni degli italiani che decidono di lasciare, prevalentemente e per un tempo indefinito, la terra dove sono nati, le loro case, le loro abitudini e le facce amiche. La tecnologia diventa una delle loro migliori amiche per lavorare, vivere e condividere nuove vite, senza abbandonare davvero la propria casa. Come è possibile che in una società che alza bandiere, inni e muri, ci siano sempre più flussi di persone che decidono di trasferirsi in un altro meridiano? Di mettere su famiglia in un altro emisfero?
Non si tratta (per fortuna) di guerre e carestie, ma di scelte consapevoli, più o meno ragionate – perché una piccola dose di incoscienza ci vuole sempre – e condivise con i propri compagni.
Si tratta, invece, della fervida necessità di vivere bene, di costruire nuove famiglie, nuovi network e di non accontentarsi, se si è provato tutto e si tratta proprio di non riconoscere quei confini imposti dalle carte geografiche, ma sbaragliati dalla volontà e dalla capacità di adattamento. Alcuni lo fanno per raggiungere una qualità di vita migliore rispetto a quella offerta dall’Italia, come avevano dovuto scegliere i loro bisnonni. Altri, per una curiosità insita nel loro carattere, per una necessità ancestrale di scoperta, evoluzione e cambiamento. Altri ancora, sono spinti prima dalle vite altrui, per poi scoprire che è quella la vita che hanno sempre voluto. E allora il passaggio da necessità a fenomeno, poi a stato mentale, è davvero breve e forse può essere, oggi, una delle chiavi determinanti per annientare barriere fisiche e limiti ideali.

TOMMASO – PRODUTTORE DISCOGRAFICO

Brevemente, chi sei?
Sono cresciuto a Lerici, Golfo dei Poeti, La Spezia. Un posto incredibile, che adesso vedo in tutta la sua bellezza quando, troppo raramente, torno, ma che d un certo punto ho lasciato per inseguire la musica. Musica che mi ha portato prima a Milano, poi in mille altri posti e ora a Londra.

Dove vivi adesso?
Adesso sono a Londra ma, onestamente, sono a casa dappertutto o fuori luogo ovunque, a seconda dei giorni. Diciamo comunque che se c’è qualcosa da imparare o da scoprire sto bene.

Cosa vuol dire essere lontani da casa?
Oggi è molto più semplice di dieci anni fa. Un po’ perché mi sono abituato è un po’ perché il mondo è molto più connesso. Vivendo a Londra, ogni tanto è tutto caotico, ma sempre molto stimolante

“Expat” ha una connotazione di appartenenza e di nazionalità…
Ho iniziato a sentirmi un immigrato dopo l’esito della Brexit e adesso dovremo vedere come va.

L’aspetto più interessante del Paese in cui vivi?
Essere a contatto con culture molto diverse. Di tutti i tipi. Impari da tutto e sei obbligato a essere molto più tollerante e comprensivo.

Quanto pensi di fermarti?
Una durata variabile tra tre mesi a tre decenni. Vedremo dove mi porta la vita.

STEFANIA – TRAVEL E LIFESTYLE BLOGGER

Brevemente, chi sei?
Sono di Bologna, ma da quasi due anni vivo a Barcellona. Sono molto fortunata ad avere un lavoro che mi permette di vivere dove voglio. Finché ho un wifi posso vivere e lavorare ovunque.

Dove vivi adesso?
Ora sto lavorando per un progetto di blogging a Bucarest, in Romania, ma a breve tornerò alle spiagge e al clima mediterraneo di Barcellona.

Cosa vuol dire essere lontani da casa?
Sono stata in viaggio per diversi anni, quindi sono abituata a vivere dovunque, riuscendo a sentirmi come a casa, ma mai completamente, se capisci cosa voglio dire. Non importa quanti anni si vive da qualche parte, quanto bene si sa la lingua, ci sono sempre alcune differenze culturali. Vivere lontani apre la mente, ti espone a nuove esperienze e persone, ti arricchisce in un modo che solo chi ha vissuto può capire.

“Expat” ha una connotazione di appartenenza e di nazionalità…
Io sono oggettivamente un expat e non ho nessun problema a considerarmi tale, ma ci sono alcune connotazioni negative del termine, quindi cerco di essere qualcosa più. Le comunità di espatriati, a volte, finiscono per essere molto egoiste e ipocrite, così provo a integrarmi nel posto in cui sono, per quanto possibile. Cerco di incontrare gente del luogo, non solo altri stranieri, e andare in località che non siano fatte solo per gli espatriati.

L’aspetto più interessante del Paese in cui vivi?
Nessuno si preoccupa di cosa fanno le altre persone.

Quanto pensi di fermarti?
Ho intenzione di rimanere a Barcellona solo per pochi mesi e poi, probabilmente, di andare in Thailandia per l’inverno.

A cena nella magia de La Rampina

Alcuni posti sono come casa. Anzi, a volte meglio. Il calore elegante che risiede tra le mura de La Rampina è una specialità che oggi raramente si trova nei ristoranti gourmet che animano le serate milanese. A memoria, si contano sulle dita di una mano.

La storia di quest’antica osteria, inseriti anche nella guida del Gambero Rosso, si perde nelle notti del ‘500, quando le carrozze dei viandanti si fermavano sul selciato per rifocillarsi prima di entrare a Milano. Si dice anche che il generale Radetzky, scappando a gambe levate dai moti milanesi delle Cinque Giornate, si sia fermato qui. Oggi, non sono generali e non sono solo viandanti a scegliere di accomodarsi nelle sale de La Rampina, o in giardino nelle serate più fresche, ma sono milanesi e non che vogliono regalarsi un pranzo o una cena appena fuori dal caotico ritmo della città senza rinunciare all’eccellenza.

L’osteria è gestita, egregiamente, dalla famiglia Gagliardi, più o meno dagli anni ’70 e recentemente alla straordinaria cucina tradizionale di Lino Gagliardi, che prepara un risotto con osso buco semplicemente perfetto, si è aggiunta quella ricercata e di sperimentazione del figlio Luca. Giovane, appassionato e con già un’ottima esperienza alle spalle costruita a Le Buerehiesel di Strasburgo, sotto la guida dello Chef tristellato Westermann, Luca propone un menu sensibile e innovativo, senza strafare e raggiungendo equilibri di gusto impeccabili. Rigorosamente stagionale, la carta spazia quindi dalla tradizione della cucina lombarda a piatti arditi, tra i quali spiccano i risotti (su tutti il buonissimo risotto al salmerino e finger lime, seguito subito da quello al limone, scamorza affumicata e camomilla).

Infine, la cantina, uno degli ambienti, oltre alla sala del camino, più suggestivo dove oltre 500 etichette tra rossi, bianchi e rosè aspettano di essere le compagne di una serata unica. Lasciatevi consigliare da Lorenzo, secondo genito di Lino, sia per le bottiglie storiche d’annata che per vini più giovani.

www.rampina.it
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Se da una camicia nasce un resort

Prendete una splendida villa padronale di fine ‘800, conservata eccellentemente, come se non fosse passato neanche un anno dalla sua costruzione. Prendete, poi, un artigiano/imprenditore che ama la sua terra, lo stile e la raffinatezza. Scegliete una regione meravigliosa dello Stivale, la Puglia e mescolate con cura il tutto. Il risultato sarà Mazzarelli Creative Resort, un elegante 5 stelle a pochi passi da Polignano a Mare.
L’idea è di Domenico Mazzarelli, artigiano della camicia, conosciuto in tutto il mondo per la qualità impeccabile della manifattura, la ricercatezza dei filati e l’inconfondibile stile italiano delle sue camicie da uomo, cucite a mano da circa 60 anni. La tecnica e la passione risalgono di generazione in generazione e hanno fatto sì che proprio l’abilità artigianale, l’esperienza e la conoscenza dei filati, assieme alla maestria nella produzione, siano diventati i punti di forza dell’azienda.
Ora la storia si arricchisce di nuovi elementi, che esulano dalla moda e dall’artigianalità, ma che non si discostano molto dall’esclusività e dall’amore per la propria terra: la villa, trasformata in un hotel dal design esclusivo, è pensata, infatti, per chi sceglie di visitare la Puglia in tutta la sua bellezza e per chi ama immergersi nell’affascinante realtà di un’azienda storica, baluardo dell’alta sartorialità Made in Italy. Circondati da 2400 alberi di ulivo, gli interni e le 12 suite sono lavorati con evocazioni del mondo dell’ago e filo, mentre l’esterno, nella caratteristica pietra bianca locale, si affaccia sui giardini all’italiana. Oltre alla sala lettura e alla cantina, la stanza del sarto merita una visita speciale.

Mazzarelli Creative Resort

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Il potere delle illustrazioni

“Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.”
Inizia così uno dei libri più straordinari di sempre, nato dalla penna di Douglas Adams nel 1979: “Guida Galattica per gli Autostoppisti”. Nei più ampi festeggiamenti del Towel Day (25 maggio), quest’anno ci sarà una chicca in più per celebrare il romanzo. Si tratta della bellissima versione illustrata della Guida, ideata da Gomma Festival. 6 artisti hanno scelto e riprodotto 6 scene del libro: ognuna delle 30 tavole formato A5 che compone la Guida è un’illustrazione con descrizione ed è stampata su carta pregiata.
Dove comprare questa meraviglia? In Santeria Paladini a Milano, domenica 28 maggio, dalle 16 alle 22.30. Per tutta la sera ci sarà una mostra mercato degli illustratori che hanno partecipato alla rivisitazione della Guida, la presentazione della box, un reading, diversi dj-set e, per l’occasione, Santeria preparerà una lista cocktail ad hoc. Infine, proprio come sarebbe piaciuto ad Adams, per chi si presenterà con un asciugamano è previsto un piccolo sconto. Da non perdere!

www.gommafestival.it
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BIENNALE ARTE – Un’iniezione di vita

Aperta fino al 26 novembre 2017, nelle splendide sedi dei Giardini e dell’Arsenale, la 57. Esposizione Internazionale d’Arte, è un’iniezione di gioia, confronto con il prossimo, apertura verso l’ignoto e presa di coscienza di possibili e magici legami tra esseri viventi. Dal titolo Viva Arte Viva, la mostra è curata dalla francese Christine Macel, che ha coinvolto artisti internazionali per un nuovo Umanesimo, creando nove capitoli o sezioni, con due primi universi nel Padiglione Centrale ai Giardini e sette altri mondi che si snodano dall’Arsenale fino al Giardino delle Vergini, per un totale di 120 artisti partecipanti, provenienti da 51 Paesi. Di questi, 103 sono presenti per la prima volta alla Mostra Internazionale del curatore Macel.
«Questa Biennale – ha spiegato Paolo Baratta, il presidente – è proprio dedicata a celebrare, e quasi a render grazie, all’esistenza stessa dell’arte e degli artisti, che ci offrono con i loro mondi una dilatazione della nostra prospettiva e dello spazio della nostra esistenza».
«Una mostra ispirata all’Umanesimo – gli fa eco Christine MacelNon focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell’uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un Umanesimo che celebra la capacità dell’uomo, attraverso l’arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana. L’atto artistico è a un tempo di resistenza, di liberazione e di generosità». E allora, immergendosi nel racconto firmato da Macel, si percorre tutta la complessità del mondo, a partire dallo spazio comune, passando dai libri, dagli sciamani fino all’idea di tempo e di infinito. Artisti giovani e sconosciuti si alternano a nomi scomparsi troppo presto o ancora misconosciuti al pubblico e con alcuni di loro è possibile sedersi a tavola grazie al progetto Tavola Aperta, mentre di altri è possibile conoscere qualcosa in più, grazie ai brevi video di Progetto Pratiche d’Artista, e per merito de, La Mia Biblioteca (ispirata al saggio di Walter Benjamin pubblicato nel 1931) scoprire le loro letture preferite.
Perfettamente allineata con gli intenti di questa edizione, l’installazione realizzata dall’artista inglese Ian Davenport, per Swatch Faces 2017, “Giardini Colourfall”. Un dipinto su larga scala, composto da una sequenza strutturata e ritmica di più di mille colori che scivolano lungo la superficie verticale, per lasciare le loro tracce, poi, sul piano orizzontale. All’intervento artistico segue la Limited Edition Wide Acres of Time, pensata da Davenport per la collezione Swatch Art (1.966 esemplari già in vendita). Per la prima volta inoltre, Swatch è presente in Biennale con un Padiglione, come una nazione, tra l’Albania e Singapore. Qui sono presentati i lavori di quattro artisti che hanno partecipato al progetto di residenza artistica al Swatch Art Peace Hotel, albergo-hub aperto 6 anni fa a Shangai dall’azienda svizzera, per creare un luogo dove talenti da tutto il mondo potessero vivere e lavorare scambiandosi creatività, idee ed energie.

www.labiennale.org

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Once in a Lifetime: Marche

Chi l’ha detto che per scoprire posti meravigliosi ci sia sempre bisogno di salire su un aereo e fare infinite ore di volo? A volta basta prendere un treno e scendere ad Ancona.
Destinazione per questo appuntamento mensile: le Marche, regione troppo spesso lasciata in disparte in favore della vicina cugina Toscana, molto più rinomata per le sue morbide colline, per il mare blu intenso e i vini eccezionali. Questa regione, abbracciata dal mare e da un entroterra speciale è come un tesoro, da scovare e custodire, da svelare lentamente e da assaporare fino in fondo.

Ecco qualche chicca, un po’ meno battuta dal grande turismo!

ANCONA

Passeggiare per le vie di Ancona vi stupirà perché avrete la chiara dimostrazione che questa città non è solo porto, anzi, è merita un tour in bicicletta alla scoperta dei murales prodotti dal Pop Up Festival negli anni.
Dopo una passeggiata all’interno del Parco del Cardeto, avviatevi verso il Colle Guasco e poi oltre verso Piazza San Francesco per un caffè al Guasco Cafè. Nel pomeriggio, poi, e verso l’imbrunire spostatevi verso Piazza del Plebiscito, detta Piazza del Papa dagli anconetani, vista la statua di Clemente XII che domina su tutta l’area. Per cocktail ricercati e di qualità, Raval è l’indirizzo giusto. Restate in zona per cena e provate La Moretta, ristorante storico della città dove assaggiare uno dei migliori stoccafissi all’anconetana. Se invece siete alla ricerca di una cenetta letteralmente sul mare a base di pesce, tappa obbligata a La Vecchia Pesca, ristorante un po’ fuori dal centro, costruito su una palafitta che cerca di resistere, come il suo proprietario, alle peggiori mareggiate. Dopo gli antipasti strepitosi, provate il tonno cotto sulla pietra.

MONTE CONERO

Soprattutto se viaggiate in tarda primavera inizio estate, regalatevi un panorama mozzafiato dal Parco del Monte Conero a cominciare da Portonovo, prima tappa di un percorso naturalistico unico. Per pranzo pied-en-l-eau, fermatevi al ristorante Da Marcello e lasciatevi cullare dalle piccole onde di un mare cristallino.

ARCEVIA

Salendo verso l’entroterra, le Marche si fanno, se possibile, ancora più magiche e se di magia si tratta, non si può non passare da Arcevia e dai suoi 9 castelli. Qui infatti negli anni Settanta un gruppo di intellettuali e artisti aveva pensato di creare una comunità ideale, dove tutte le forme d’arte fossero integrate. Oggi, tutta questa magia rimane nei 400 ettari della Riserva San Settimio, dove l’amore per la terra, la natura e la sua anima vivono nella gestione romantica e imprenditoriale di Francesca.

EREMO DEI FRATI BIANCHI

Le prime tracce sono nelle grotte e risalgono all’undicesimo secolo, ma l’atmosfera unica di questo luogo arriva fino ad oggi. Merita sicuramente una visita, ma concedetevi tempo e occhi per guardarvi intorno. C’è la possibilità anche di pernottare in alcune delle vecchie stanze dei monaci rimesse in ordine.

SAN GINESIO

Se è il tramonto il momento della giornata che più preferite, la migliore location è Il Balcone dei Sibillini, o Balcone delle Marche, in questo piccolo borgo riconosciuto tra i più belli d’Italia. Qui, tra luglio e agosto, ogni anno va in scena il Festival Internazionale del Folklore, un appuntamento da non perdere.
Per un’esperienza che porterete sempre con voi, pernottate al Wabi Sabi Culture, un agriturismo ecosostenivile dal sapore orientale, un ryokan delle campagne giapponesi.

Naturalmente, qui non si è parlato di molti luoghi delle Marche che varrebbero un altro viaggio e un altro articolo. Senigallia e la sua Rotonda sul Mare, Urbino e i suoi palazzi, tutto il litorale, così come le Lame Rosse. E proprio per questo non sempre bisogna andare lontano per godere di paesaggi, architetture, ospitalità ed enogastronomia speciali.

popupfestival.it
ravalfamily.it/raval
www.rivieradelconero.info/it/il-parco-del-conero
www.sansettimio.it
www.eremo.net/it
www.wabisabiculture.org

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ONCE IN A LIFETIME: TAHITI

Non c’è nessun altro posto al mondo in cui si senta così forte la presenza di Mana, come sull’isola di Tahiti. Tangibile e intangibile allo stesso tempo, questa forza vitale è lo spirito che circonda, connette e accoglie tutti gli esseri viventi. A dire Tahiti si entra nella sfera del mito e dell’incredibile: incorniciata da maestose cime, l’isola sovrasta l’oceano come una vera regina orgogliosa e non permette alla vita urbana di rovinare lo scenario paradisiaco. Montagne selvagge, vegetazione tropicale, mare che da turchese diventa cristallino, foreste e vita vivace e allegra, soprattutto nella sua capitale, Pape’ete, dove si trova l’aeroporto internazionale. Che sia a Tahiti Nui (grande Tahiti) o a Tahiti Iti (piccola Tahiti), questa perla della Polinesia francese sarà una delle migliori esperienze di viaggio che potrete fare.
Ecco 10 must da non perdere.

OSSERVATE LE BALENE LONTANO DALLE ROTTE PIÙ BATTUTE
La stagione migliore è compresa nei mesi che vanno da luglio a novembre, quando queste Isole Australi diventano il luogo ideale per osservare le balene a pochissima distanza dalla costa, per dare alla luce i loro piccoli.

TRASCORRETE ALMENO 1 NOTTE IN UN BUNGALOW SULL’ACQUA
L’idea è nata proprio qui ed è il massimo del comfort e del lusso lasciarsi cullare dall’acqua, osservare pesci tropicali sotto i pavimenti in vetro e risvegliarsi al profumo di una colazione speciale. Il nostro preferito è The Brando, un resort speciale e dal lusso elegante dell’isola privata di Tetiaroa, poco lontano da Tahiti.

ESPLORATE L’ENTROTERRA DELLE ISOLE
L’entroterra di tutte le isole è ricolmo di tesori da scoprire. Che sia attraverso una visita guidata (con un fuoristrada, un quad o a piedi) o una macchina a noleggio, le valli e i picchi montuosi.

IMMERGETEVI IN UN ACQUARIO NATURALE
Tahiti e le sue isole sono tra le mete migliori per i sub più appassionati: la barriera corallina e l’ampissima varietà di pesci fanno sì che queste acque siano definite la Mecca dei subacquei.

ASSAPORATE PESCE MARINATO CON LATTE DI COCCO
Passa sempre tutto dal cibo e nessuna visita a Tahiti può dirsi completa senza un assaggio delle specialità locali: tonno crudo marinato con lime e verdure a cubetti, irrorato di latte di cocco appena raccolto. Questa specialità si può trovare alle tavole calde e ai ristoranti, ma anche dai venditori ambulanti.

VISITATE IL MERCATO DI PAPE’ETE
È il cuore pulsante della capitale e per viverlo prima che si riempia di gente, il momento migliore sono le 4,00 di mattina della domenica. Poi bancarelle di frutta, verdura, pesce, fiori, ma anche artigianato trasformano tutta l’atmosfera.

FARE UNA BREVE ESCURSIONE A MOOREA, L’ISOLA GEMELLA DI TAHITI
Situata a 17 km da Pape’ete, è raggiungibile in traghetto, in appena 40 minuti. È l’isola con minore densità abitativa e offre un panorama incontaminato. È possibile limitarsi a una visita in giornata, ma per esplorarla al meglio è necessario trattenersi un po’ di più.

VISITARE UN ATOLLO NELLE ISOLE TUAMOTU
Mettere piede su un atollo è un’esperienza indimenticabile. Gli atolli più frequentati dai turisti sono Rangiroa, Fakarava e Tikehau, ognuno dei quali mette a disposizione hotel di fama internazionale. Altri atolli meno conosciuti, invece, sono dotati di pensioni a conduzione familiare, che offrono ai visitatori un caldo benvenuto.

VISITARE UN MARAE
Reperibili sulla maggior parte delle isole, questi reperti archeologici sono la testimonianza dell’organizzazione della società polinesiana prima dell’arrivo dei missionari nel XVIII secolo. I complessi archeologici più importanti si trovano a Raiatea (dove si può ammirare un marae famoso in tutto il mondo), Huahine e nelle Isole Marchesi.

ASSISTERE A UNA DANZA POLINESIANA
Proibita dai missionari, oggi la danza è profondamente radicata. La festa annuale del Heiva i Tahiti, che si tiene nel mese di luglio, è un’occasione perfetta per ammirare l’esibizione di alcuni dei professionisti più rinomati e delle scuole di danza più prestigiose.

www.tahiti-tourisme.it

thebrando.com

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Once in a lifetime: Dubai

Dubai può sembrare scoraggiante: il sole a picco, il deserto, le super autostrade, ma l’apparenza inganna perché Dubai non è solo questo, anzi. È un melting pot di culture, cucine, stili architettonici, avanguardie e lusso, che difficilmente si trovano in altre parti del mondo. Sfarzo e oro sono onnipresenti, fin dalla partenza, visto che i voli della Emirates Airline sono semplicemente perfetti. Per fortuna è facile trovare anche del lusso più sobrio. Si potrebbe definire la città che sale 2.0, vista la velocità con cui le imprese edili costruiscono grattacieli mozzafiato, continuando a modificare lo skyline della città. Quindi, prima che diventi meta del prossimo Expo nel 2020 e che cambi le sue sembianze ancora una volta, ecco cosa non perdersi assolutamente nell’emirato più liberale di tutti. Per ora.

Bur Dubai, la parte vecchia della città , che per fortuna conserva ancora un po’ di storia e che si affaccia sul Creek, il lungo canale navigabile, linfa vitale del commercio originale. Una gita ad Al Fahidi, nota anche come Bastakiya, è il modo migliore per fare un salto nel passato. Questo antico villaggio di pescatori prende il suo nome dai numerosi commercianti (Bastak in iraniano) che si stabilirono qui nel 19esimo secolo. Passeggiando tra i tradizionali vicoli tortuosi, costeggiando le torri del vento e superando i giardini novecenteschi, arriverete nella zona dei souk (mercati) come quello delle stoffe, con una forte prevalenza di commercianti indiani che propongono pashmine e sciarpe di lane pregiate (evitate quelle in lana shahtoosh che si ricava dal sottopancia dei chiru, antilopi tibetane gravemente minacciate d’estinzione e dunque illegali). Si prosegue, poi, nel Gold Souk, uno dei più rinomati luoghi al mondo dove comprare gioielli d’oro: basti pensare che il 20% di oro globale passa attraverso questo mercato. Per chi invece è alla ricerca di sapori forti, bisogna salire su una delle piccole gondole in legno che attraversa il canale e scendere allo Spice Souk, dove è possibile trovare i sapori di tutto il mondo. Cannella, zenzero, peperoncino, biglie di indaco, fiori del deserto per l’insonnia, rose per la digestione, lime disidratati, eccellente zafferano e chi più ne ha più ne metta.

È difficile credere che Downtown Dubai in realtà non esistesse meno di un decennio fa e soprattutto che oggi sia inevitabilmente uno dei place-to-be della città. Qui, infatti, risiede il Dubai Mall, il centro commerciale più grande al mondo (1200 negozi, fashion avenue all’interno, acquario con 33.000 creature, pista da pattinaggio, cinema). A fianco: lo straordinario Burj Khalifa, il grattacielo (al momento) più alto al mondo. Senza viverlo come Tom Cruise in Mission: Impossible – Ghost Protocol, basterà arrivare al 125 o al 148 piano per godersi un panorama quasi lunare e provare a contenere vertigini fortissime. Merita, inoltre, una passeggiata la nuova laguna artificiale che da poco ospita anche la Dubai Opera House, caratterizzata da un’elegante architettura che ricorda una nave.

Il Dubai Water Canal è una delle nuovissime attrazioni della metropoli: un canale di oltre 3 km che ha trasformato completamente l’urbanistica cittadina, partendo dalla parte vecchia per arrivare alla Business Bay e finire nel Golfo Persico. Naturalmente questa nuova area è presto diventata panorama per nuovi luoghi di lifestyle e lusso. Per rimanere in ambiente acquatico, Umm Suqeim è la striscia metropolitana che costeggia la spiaggia vicino al Burj Al Arab, l’hotel a forma di vela. Qui, la splendida Jumeirah Beach accoglie sia i patiti della tintarella che gli appassionati di sport acquatici. L’ingresso alla spiaggia è a pagamento e alla sera chiude. Un’ottima alternativa, la Dubai Marina continuando verso sud, con una passeggiata pedonale ricca di negozi e ristoranti. Richiede poi sicuramente una visita il Palm Jumeirah Boardwalk, costruito sulle rocce del frangiflutti di The Palm, l’isola artificiale a forma di palma.

Se non è solo il lusso che state cercando, fate un giro tra le gallerie di Alserkal Avenue, il polo artistico segreto di Dubai, dove si nascondono le migliori caffetterie bio e vegan dal gusto hipster, e quando lo sfarzo della Dubai urbana vi avrà stancato, fuggite nel Dubai Desert Conservation Reserve, il primo parco nazionale degli EAU all’esterno della città, che occupa circa 87 miglia quadrate di deserto arabo. Trascorrete la vostra ultima sera sotto il cielo stellato, senza il bagliore della città e lasciate che la magia del deserto vi faccia innamorare.

MANGIARE
Arabian Tea House: delizioso ristorante di cucina mediorientale. Un unico grande patio all’aperto, ricco di tavoli di tutte le grandezze, all’ombra di grandi teli bianchi e azzurri.
www.arabianteahouse.co

Il Borro Tuscan Bistrot: estensione mediorientale dell’eccellenza toscana firmata Ferragamo. Menù rigorosamente italiano, così come la carta dei vini e dell’olio, realizzato con materie prime straordinarie.
www.ilborrotuscanbistro.it

Wild and the Moon: nascosta nel distretto del design, questa caffetteria vegan ha origini parigine, ma si trova perfettamente a suo agio anche nel deserto arabico. L’offerta è ovviamente iper sana, gustosa e innovativa.
www.wildandthemoon.com

DORMIRE
One & Only The Palm: lusso estremo in una location d’eccezione. Ville sulla spiaggia in stile moresco, è ideale per chi preferisce la quiete in stile Maldive con la città a pochi km.
www.oneandonlyresorts.com/one-and-only-the-palm-dubai

The Palace Downtown: le Mille e una Notte probabilmente è stato scritto qui. Architettura moresca, palme, fontane d’acqua e piccoli terrazzini faranno sognare tutti.
www.theaddress.com/en/hotels/the-palace-downtown-dubai

Al Maha Resort: un resort nel deserto che toglie il fiato e che farà sentire chiunque come un emiro. Nascosto all’interno di un’oasi, è l’equilibrio per vivere il patrimonio dei beduini con tutti i comfort.
www.al-maha.com

www.platinum-heritage.com/desert-safari-dubai
alserkalavenue.ae
www.dubaiopera.com

Per info:
www.visitdubai.com

 

FACE TO FACE WITH BEN AINSLIE

PHOTOS COURTESY OF LAND ROVER

Inizia ad andare a vela a soli 8 anni, in Cornovaglia, vicino a casa. A 16 è già campione del mondo su Laser Radial e a 19 vince la prima medaglia d’argento olimpica alle Olimpiadi di Atlanta. Quattro anni più tardi, ha realizzato il sogno di ogni sportivo, con l’oro olimpico alle Olimpiadi di Sydney. Un atleta completo e molto concentrato sui propri obiettivi, ma con un savoir-faire tipicamente britannico: Sir Ben Ainslie è uno che va veloce, che sa cosa vuole e al quale piace vincere. D’altronde, l’adrenalina delle regate gli corre nelle vene da sempre dato che suo padre, Roddy, era un velista che ha corso il giro del mondo con la Volvo Ocean Race. Prossima tappa? L’America’s Cup, che si terrà a fine maggio alle Bermuda, per la quale si sta preparando assiduamente con il suo team Land Rover Bar con un solo traguardo: riportare la coppa a casa. Quando è sulla terraferma, guida una Range Rover Sport, ma come i migliori gentleman moderni, ha un Aston Martin in garage per i giorni di svago.

Quando hai cominciato ad amare l’oceano e la vela?
Sono cresciuto in Cornovaglia, nel Sud Ovest dell’Inghilterra, dove il mare e la vela sono parte della vita di tutti i giorni. La prima volta che sono uscito a vela da solo è stata su un Optimist, uno scafo molto piccolo che ricorda un po’ una vasca da bagno, ma è quello con cui tutti i bambini imparano a navigare. Avevo otto anni e mio padre mi ha spinto fuori da solo e la sensazione di sentire l’acqua scorrere sotto la barca, stare da solo, avere il totale controllo e il senso di libertà è stata incredibile. È lì che è nato il mio amore per lo sport e per l’oceano.

Quando non ti alleni o non gareggi, che tipi di sport ti piacciono?
La Formula 1, il golf, il ciclismo e il calcio, ma a essere onesti mi piace guardare qualsiasi sport agonistico.

Com’è una tua giornata normale se non devi allenarti?
Se non abbiamo gli allenamenti mi piace trascorrere del tempo con mia moglie, Georgie, e mia figlia, Bellatrix di 5 mesi, godendomi la casa. Faccio comunque un po’ di allenamento tutti i giorni, ed è più facile quando non siamo in squadra, perché ho più tempo. Mi piace molto anche leggere.

Insieme al tuo team vi state allenando per la prossima Coppa America, quanto è importante e che tipo di sfida è?
Si tratta di una sfida enorme. È ovviamente molto difficile vincere la Coppa, soprattutto al primo tentativo, ma il nostro obiettivo è quello. Significa molto per noi, essendo una squadra britannica: la prima gara si è tenuta intorno all’Isola di Wight nel 1851 e da allora non abbiamo mai più vinto, è questo che ci spinge veramente. Cercare di riportare a casa il trofeo.

Hai mai provato paura quando sei fuori a vela?
Le barche con le quali navighiamo (foiling AC45s e barche America’s Cup Class, ndr.) sono incredibilmente veloci e usarle al massimo delle loro potenzialità significa essere sempre al limite. Sicuramente bisogna essere molto consapevoli dei pericoli e avere molto rispetto per la potenza di queste imbarcazioni. Quando navighi su questo tipo di scafi, sei molto concentrato.

Nel 2013, sei diventato Sir, da allora come fai a mantenere l’equilibrio tra Sir Ben Ainslie e “Ben Ainslie il vincitore olimpico”?
Credo che, invecchiando, si cambi un po’, naturalmente. Sposarmi, mettere su famiglia, essere capace di fondare una squadra sportiva e un business, hanno cambiato il mio approccio verso alcuni aspetti della vita. Il bello della vela, inteso come sport, è che, una volta in acqua, si sente subito la competizione e c’è un solo modo per vivere questa esperienza, cercando di vincere. Quando si torna sulla terraferma, però il personaggio cambia.

Cos’è che fa di un uomo un gentiluomo?
Il rispetto per tutti e le buone maniere. Secondo me sono queste le caratteristiche veramente importanti.

Quanto è importante avere il proprio stile (nelle abitudini, moda, etc.)?
Molto. Credo che, sentire di essere un individuo con il proprio personale stile e il modo di affrontare la vita sia decisivo. La moda cambia come passa il tempo, è inevitabile, e allo stesso modo il gusto di un individuo cambia man mano che si cresce, e ancora una volta, è inevitabile. È tutto in evoluzione e nulla rimane mai fermo. È proprio questo il bello.

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Winter boot: 5 modelli dallo stile unico

Che sia per una gita in montagna o per una giornata urbana, ogni avventura ha bisogno di essere vissuta con il giusto abbigliamento e gli accessori adatti. Il gentleman moderno è sempre di più un viaggiatore attento allo stile e al comfort e non rinuncia mai ad essere all passo con le ultime mode. Anche d’inverno. Ecco cinque stivali, cinque stili diversi, tutti unici e irrinunciabili, da scegliere a seconda dell’avventura che si sta per vivere.

Saint Laurent


La famosa maison parigina propone questi stivali dall’aspetto robusto e in stile militare classico. Realizzati in Italia, con pelli dalla qualità estremamente pregiata, sono caratterizzati dall’imbottitura alle caviglie, dagli occhielli tonali e dall’allacciatura incrociata con lacci cerati, completati da una spessa suola.

Moncler


Il nome Moncler è l’abbreviazione del villaggio di montagna francese Monestier-de-Clermont e rivela tutte le origini del marchio. Queste scarpe da trekking sono state prodotte in Italia, in nabuk marrone liscio. Con suole in gomma che riportano il marchio rosso, bianco e blu, sono durature ed eleganti allo stesso tempo, pensate non solo per le attività alpine, ma da indossare anche in città, per aggiungere un tocco intrepido.

Timberland


Uno stivale da uomo chic, ma solido, che abbina camoscio e resistente camoscio rovesciato ed è rifinito con splendide cuciture. Stile classico e tecnologia innovativa convivono da sempre nelle calzature del brand e, grazie ai materiali leggeri e flessibili, questi stivali sono i compagni ideali per ogni tipo d’avventura.

Superga


Perfetto per l’inverno in città il polacchino modello slip on da uomo, con tomaia in vitello pieno fiore, fodera in pelle, intersuola in phylon e suola in gomma. Comodo e raffinato .è l’accessorio giusto da abbinare a un abbigliamento trendy e ricercato.

Ermenegildo Zegna


Questo hiking ha il colore del brandy ed è in pelle liscia, arricchita alla caviglia con inserti in maglia marrone. La zip sul lato lo rende pratico e facile da indossare, la suola in gomma superleggera, invece, fa sì che sia comodo da portare in viaggio.

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Elliott Erwitt a colori: Il maestro americano arriva a Genova

Las Vegas, Nevada, USA 1957 © Elliott Erwitt/MAGNUM PHOTOS

E’ la prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo americano: un evento più unico che raro che vede protagonista il grande Elliott Erwitt. Considerato dalla critica come il fotografo della commedia umana, perché ha saputo raccontare gli ultimi sessant’anni di storia e di civiltà contemporanea cogliendone sia gli aspetti drammatici che quelli più divertenti, ora si presenta per la prima volta in tutte le sue sfumature.
La mostra Elliott Erwitt Kolor, che sarà ospitata dall’11 febbraio al 16 luglio a Genova nello splendido Palazzo Ducale, promette un percorso sorprendente scandito in 135 scatti che lo stesso fotografo ha selezionato personalmente. Marilyn Monroe, Fidel Castro, Che Guevara, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono solo alcune delle celebrità colte dall’occhio tagliente ma empatico del suo obiettivo ed esposte in mostra. Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero. Da non perdere.

Elliott Erwitt
Kolor
Sottoporticato di Palazzo Ducale – Genova
11 febbraio – 16 luglio 2017

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TAILORED TRAVEL: NEW WAYS OF TRAVELLING

CANADA

“Stessa spiaggia, stesso mare”.Recitava, così, una famosa canzone, ma oggi questo tradizionalismo agli occhi del viaggiatore non esiste più. Se in passato, infatti, il rito prima della partenza era fare capolino in un’agenzia di viaggi e cominciare a sognare attraverso le offerte presentate, ora più che mai, il viaggiatore legge, si prepara, indaga, scopre, sceglie e prenota. Tutto, o quasi, in piena autonomia.
È un fenomeno che sta segnando il mondo del turismo ormai da qualche anno, perché i consumatori di viaggio, quelli che non si accontentano delle due settimane ad agosto, oggi hanno molti più strumenti per cucirsi il proprio itinerario addosso. Su tutti naturalmente il web, che la fa da padrone e che permette di scoprire nuovi modi di viaggiare, completamente tailor made. Per gli addicted il viaggio deve essere un’esperienza e non una pausa dalla routine quotidiana. Si passa dal couchsurfing ai viaggi di volontariato, agli scambi delle rispettive abitazioni o alle contaminazioni tra Airbnb e l’hôtellerie di livello, come l’idea inglese di Onefinestay (www.onefinestay.com). Si arriva anche al cosiddetto genealogytourism (la ricerca dei propri antenati e delle proprie origini), passando dall’eco-turismo e dal local-turismo.
Sull’onda di questo, ci sono sempre più realtà che si mettono a disposizione dei viaggiatori, facendo da ponte e da garante con piccole agenzie locali, permettendo di organizzare itinerari semplicemente straordinari, esattamente come nei sogni. “Travel like a local” dunque, come affermano i responsabili di Responsibletravel (www.responsibletravel.com).
Oltre alle più famose Cart’Orange (www.cartorange.com), i Viaggi di Atlantide (www.iviaggidiatlantide.it) o Earth (www.earthviaggi.it), un attore salito da poco su questo palcoscenico, ma che ha avuto una crescita straordinaria, è Evaneos (www.evaneos.it), una startup francese creata nel 2009 da due amici che non si riconoscevano nella standardizzazione del mercato. Ne abbiamo parlato con Eric, uno dei due fondatori, che ci ha raccontato che, esattamente come dal sarto, è possibile creare il prossimo viaggio da zero, come un blazer.

Cos’è Evaneos?
Il primo marketplace che connette i viaggiatori con dei tour operator locali esperti della loro destinazione. Abbiamo voluto creare una piattaforma che faciliti le connessioni tra esseri umani, viaggiatori che vogliono scoprire un Paese secondo i loro ritmi e i loro bisogni e professionisti del settore che abitano e conoscono la destinazione come le loro tasche e di conseguenza possono offrire un servizio personalizzato.

La differenza tra un turista e un viaggiatore?
Un viaggiatore, quando vede una strada, ha voglia di partire ed esplorarla; un turista, invece, non può farlo, perché il suo gruppo lo aspetta.

Il viaggio migliore?
Consiste nel sapersi creare delle occasioni che ci lascino a bocca aperta. È trovare davanti a noi qualcosa che non avevamo immaginato, è improvvisare incontri, è vedere delle cose vere.

Perché è così importante entrare in contatto con le realtà locali per organizzare un viaggio?
Se un viaggiatore prova a organizzare un viaggio con un vero esperto della destinazione, non vorrà più tornare indietro. L’operatore locale è l’equivalente di quell’amico a cui si domandano consigli sulle perle nascoste della destinazione. Oltre a questo, però, è anche una figura professionale il cui mestiere consiste proprio nel costruire viaggi su misura e può essere considerato un vero e proprio angelo custode, che si assicura che tutto vada per il verso giusto.

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VINYL, MON AMOUR

GALACTIC SUPERMARKET RECORDS

Non più solo per gli estimatori del suono pulito e fresco, non più solo per i nostalgici che non riescono a dimenticare il loro passato, ma nemmeno solo più per i modaioli che, pur di stare al passo con quanto impone il mercato, si comprerebbero qualsiasi cosa. Per la prima volta in UK, con la fine del 2016, le vendite di dischi in vinile hanno superato il download e l’acquisto di album digitali. È solo il cielo della Regina a dar voce a queste ispirazioni? Pare di no. Sembra proprio che il vinile, per alcune delle etichette discografiche più importanti e anche per le generazioni più giovani, sia la strada maestra per tornare alla musica genuina, quella dei suoni liquidi, quella da collezionare, con l’inconfondibile rumore di fondo e un profumo tutto suo. Vero è che per alcuni musicisti la tecnologia del digitale può, invece, essere la chiave giusta per raggiungere la perfezione sonora. Uno su tutti, ad esempio, Neil Young, che ha lanciato sul mercato la sua proposta anti-vinile con un’ottima campagna di Kickstarter (5 milioni di dollari raccolti): Pono, ossia un lettore digitale con una risoluzione fino a 30 volte migliore rispetto a un mp3.
Sono, però, tanti gli artisti che hanno cominciato ormai da qualche anno a riportare il disco nero alla ribalta: Daft Punk, Adele, Ed Sheeran ad esempio, o Jack White che ha venduto negli USA in solo una settimana 40mila copie di un 33 giri. Diversi nomi altisonanti del panorama musicale internazionale, sempre più spesso, decidono di pubblicare sia in digitale che in analogico, alcuni addirittura sono già pronti a scegliere solo il secondo: voci di corridoio infatti, hanno recentemente fatto trapelare la notizia dell’uscita di un nuovo singolo in formato 45 giri, firmato The Smiths, che dovrebbe contenere due tracce mai pubblicate, un demo di “The Boy With the Thorn in His Side” e una nuova versione di “Rubber Ring”, una vera chicca per i fan del gruppo.
Sebbene rimangano gli scettici, il successo del vinile sta diventando sempre più una realtà solida, tanto da aver dato vita a nuove classifiche, Italia inclusa, e da aver dato libero sfogo a nuovissimi progetti commerciali. Su tutti, Vinylify, una startup olandese che ha pensato bene di usare un supporto storico, come il disco nero, per qualsiasi tipo di musica e, soprattutto, trasformare questo processo in qualcosa di romanticamente democratico: chiunque, infatti, può inviare le proprie canzoni digitali preferite, per vedersele tornare su un nuovissimo e personalissimo vinile da collezione. D’altronde, se nel 2014 “The Endless River” dei Pink Floyd è stato il disco venduto più velocemente dal 1997 e se ancora oggi quelli dei Led Zeppelin, ça va sans dire, primeggiano nelle classifiche, si tratta di un ottimo piano di business e di un atteggiamento lungimirante, non di pura follia né di strascichi di amarcord.
Intorno a ritrovi come Vinilmania a Milano, che con i suoi 30 anni di storia e 84 edizioni alle spalle continua a essere un punto di riferimento per gli appassionati di prime stampe e rarità; o case di produzione come Phono Press, anch’essa italiana e sul mercato da oltre 30 anni, che recentemente ha spostato la propria sede per fronteggiare l’aumento delle richieste (da 1.000/2.000 dischi al giorno a una produzione attuale di 6.000), la community virtuale ha creato anche delle piattaforme digitali, come VinylHub, per la mappatura mondiale di negozi, concerti ed eventi legati al mondo del vinile. Insomma, una dichiarazione d’amore che risulta paragonabile a quella degli instancabili difensori del libro.

WORLD VYNIL SPOT
SUBWAX BCN, BARCELLONA
Negozio di dischi, ma anche etichetta discografica, società di distribuzione e agenzia musicale. Specializzata in musica elettronica, reggae e dub, questo piccolo paradiso musicale alla Barceloneta conta circa 10.000 vinili di seconda mano.

RM360, SEOUL
Aperto nel 2011, questo piccolo negozio è un punto di riferimento per la variegata collezione di vinili di seconda mano che spaziano dal jazz, al soul, funk fino all’hip-hop degli anni ’80. C’è anche una sezione dedicata alla musica coreana e una selezione di nuovi dischi, soprattutto hip-hop e funk moderno.

GALACTIC SUPERMARKET RECORDS, BERLIN
Con un inventario di circa 35.000 dischi, questo negozio berlinese è un viaggio attraverso qualsiasi tipo di musica. Per fortuna è organizzato per sezioni, nomi artisti e sotto generi. Da non perdere lo spazio sul soppalco.

CARBONO, LISBONA
Inaugurato nel 1983, è un classico. Con una chiara attitudine per la seconda mano, qui si può trovare un po’ di tutto, anche se indie e rock sono particolarmente ben rappresentati. Consigliata una visita alla cantina.

RECKLESS RECORDS, CHICAGO
Origini londinesi per questa Mecca del sound, con una forte presenza negli ultimi 2 decenni. Titoli rari, consigli e indicazioni per acquistare solo il meglio del meglio della storia della musica.

BOUNCE AUDIO, MELBOURNE
Nuovo sulla scena australiana, questo negozio è la meta per chi cerca dischi di seconda mano da collezioni di DJ, soprattutto per il funk e il soul.

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Vype lancia Pebble con Fedez

Là dove c’era un negozio di abbigliamento, ora c’è Vype. A fine novembre, in Darsena, una delle zone più blasonate, ma ancora cool di Milano, ha aperto il nuovo store del marchio Vype con il lancio di Pebble, sigarette elettroniche compatte, tascabili e di tutti i colori. Ospite d’eccezione, all’inaugurazione, Fedez, che ha confermato di aver provato tante strade per smettere di fumare e di aver trovato la soluzione perfetta proprio con queste e-cigarette che porta sempre con sé, anche durante i live di XFactor. “La parte meccanica ormai è assodata, quindi penso che questa nuova fase concentrata sul design sia più che giustificata”, ci ha detto, infatti, in esclusiva. Proprio parlando del programma in onda su Sky, dove il rap, secondo Fedez, vive ancora una fase macchinosa perché il talento della scrittura non è riconosciuto quanto quello della voce, ci ha confidato che non esclude una collaborazione con Manuel Agnelli, con il quale ha creato un rapporto artistico che va al di là delle telecamere, così come con Alvaro Soler. In attesa del suo nuovo disco con J-Ax – in uscita a gennaio 2017 – Fedez sostiene questa variante firmata Vype, che vede le sigarette elettroniche pen già storia superata, e che potrebbe diventare presto il must have perfetto per tutti quelli che vogliono liberarsi dal vizio del fumo. Nel corso della serata inaugurale sono intervenuti anche writer e street artist, a cui è stata affidata la grafica di cappelli, magliette e scarpe, a sancire un incontro tra il mondo delle sneakers e delle T-Shirt, quello dell’arte di strada e quello della tecnologia e, perché no, quello salutistico. L’allestimento, le luci e la struttura del negozio, simboleggiano un legame con la città e saranno, di volta in volta, personalizzati da street artist internazionali.

www.govype.com

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Smart work? 5 musthave per lavorare dovunque

La cultura del lavoro sta cambiando faccia e anche in Italia sempre più datori hanno cominciato ad allentare la presa, consci che il rendimento dei propri dipendenti non sempre dipende dalla presenza fisica in ufficio, anzi. Diverse ricerche, come quella sviluppata dalla Dell and Intel Future Workforce Study 2016, hanno dimostrato che la possibilità di gestire il proprio tempo e parte del lavoro anche da remoto, migliora notevolmente la qualità della vita e di conseguenza la produttività. Vivendo in una società sempre più veloce, sta diventando quasi insostenibile conciliare i tempi privati con quelli lavorativi e, in questo scenario che si fa sempre più attuale, la presenza della tecnologia sta avendo un ruolo sempre più importante. Potrebbe non essere abbastanza, ma è certo che sia un buon trampolino di lancio, del quale bisogna riconoscere i vantaggi e accettarne le sfide. Una su tutte, l’impossibilità di sostituire l’efficacia di una comunicazione face-to-face, ma d’altro canto è riconosciuto da tutti il vantaggio non indifferente nell’eliminazione dei tempi legati agli spostamenti da casa all’ufficio e viceversa. Come fare a gestire, allora, questa nuova libertà? Basterà avere a portata di mano tutti gli strumenti essenziali per rimanere concentrati, per organizzarsi, rispettare le consegne e ritrovarsi coni più tempo libero.

  • Cuffie PXC450 Sennheiser

Non sarà solo la propria abitazione a diventare il luogo di lavoro, ma potranno esserlo caffetterie, hub, coworking. Per rimanere concentrati, dunque, le cuffie PXC 450 Sennheiser sono l’alleato perfetto, visto che sono dotate di NoiseGard, un sistema di compensazione del rumore che riduce efficacemente fino al 90% il frastuono ambientale. Inoltre, l’innovativa nuova funzione TalkThrough permette di comunicare con i vicini senza togliere le cuffie. Autonomia di 16 ore.

en-us.sennheiser.com

  • Router Wi-Fi D-Link 510L

La comunicazione oggi viaggia veloce e lo fa in rete. Avere un accesso Internet sicuro e stabile diventa quindi un must per chiunque lavori da remoto o compia molti spostamenti. Con il router D-Link 510L la connessione Internet e la sua condivisione saranno veloci e protette, così da poter lavorare in tranquillità, grazie alla tecnologia Wireless AC. Inoltre, grazie alla batteria interna ad alta velocità, il router è in grado di ricaricare anche i dispositivi collegati.

www.dlink.co

  • MobileVision Bamboo

È un organizer, ma è anche una stazione di ricarica per dispositivi. Il MobileVision è un semplice supporto in legno che diventerà essenziale sia per conservare documenti di lavoro in ordine, che per ricaricare pc, smartphone e altri dispositivi elettronici. Grazie a dei magneti i dispositivi sono stabili, mentre la base profonda nasconde ordinatamente cavi e fili alla vista. L’ordine visivo può aiutare a mantenere lo spazio di lavoro organizzato e pronto per emergenze.

www.mobilevisionus.com

  • Smart Writing Set Moleskine

Scrivere su carta, memorizzare e condividere in digitale. Niente di più facile e comodo grazie allo Smart Writing set firmato Moleskine. Tutto il sistema è composto da più parti collegate tra loro ed essenziali per il funzionamento completo: un Paper Tablet, una Moleskine Pen+ e la Moleskine Notes App, disponibile sia per iOS che Android. Con questi tre semplici oggetti che s’integrano fra loro prendere appunti, fare schizzi per un nuovo progetto o inviare email scritte a mano sarà veloce ed efficace.

store.moleskine.com

  • Huawei MateBook

Design ultra sottile, leggerezza e compatibilità: questi gli ingredienti del nuovo Huawei MateBook, che sembra davvero essere il compagno ideale per ogni viaggio e per chi non lavora mai nello stesso posto. Sebbene abbia un sistema Windows, caratteristica che potrebbe far storcere il naso a molti, promette di essere un ottimo sostituto ai pc portatili con fino a 8GB di memoria RAM LPDDR3, fino a 512GB di SSD ad alta velocità e processore Intel® di sesta generazione. Solo 640 gr di peso e 6,9 mm di spessore da avere sempre con sé.

consumer.huawei.com

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Debutta a Los Angeles la Nuova Originale Jaguar XKSS

Sembrava essere finito tutto con un incendio ma la voglia di far crescere l’amore per il classico e per le auto d’epoca è proseguita fino ad oggi e il risultato ha un fascino british inestimabile.

La supercar dalle linee inconfondibili sta tornando sul mercato, ma solo per nove fortunatissimi collezionisti: dopo quasi 60 anni infatti, dall’incendio nella fabbrica delle British Midland del 1957, Jaguar ha presentato in questi giorni a Los Angeles nove nuovi esemplari di XKSS, esattamente quelle andate perse nelle fiamme. Rifinite con una colorazione Sherwood Green, le splendide XKSS saranno completamente nuove, ma i numeri del telaio corrisponderanno a quelli di fine anni ’50. Una vera chicca per gli intenditori che vorranno spendere 1 milione di sterline per averne una.

Jaguar non è nuova alle repliche di modelli considerati timeless: solo qualche anno fa infatti, i tecnici dell’azienda britannica avevano riportato alla luce sei Lightweight E-type. Questa volta ancora di più, per la XKSS, la mimesi con le linee dell’epoca è perfetta: carrozzeria in lega di magnesio, freni a disco Dunlop con pompa Plessey su tutte le ruote caratterizzate da cerchi a doppio corpo rivettato in lega di magnesio. Completano il gioiello, il motore Jaguar D-type a 6 cilindri in linea di 3,4 litri e 262 CV e i dettagli dell’interno, dal legno del volante, alla grana dei sedili in pelle, fino alle manopole in ottone sul cruscotto della XKSS.

Dunque, aspetto vintage e anima tecnologica per le nuove XKSS, sicuramente tra i modelli più importanti nella storia del giaguaro. Per intenditori, ma non solo.

www.jaguar.it

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A novembre è Siena la città della fotografia

©Francesco Cito, I contradaioli del Nicchio entrano in piazza pugni torre

Un viaggio attorno al mondo in 250 immagini. Per oltre trenta giorni, a partire da questo weekend fino a fine novembre, Siena diventa palcoscenico perfetto per la fotografia internazionale. Torna infatti il Siena Art Photo Travel, festival interamente dedicato alla fotografia di reportage e d’autore, che verrà declinata per tutto il mese in esposizioni collettive, personali, installazioni, workshop, photo tour, conferenze e cene informali con alcuni degli autori invitati.
La formula resta anche per questa edizione quella dell’evento diffuso, coinvolgendo quasi interamente la cittadina toscana, dalla periferia al centro storico; mentre novità di quest’anno sono le mostre d’autore dedicate a 7 fotografi di fama internazionale: Melissa Farlow, Timothy Allen, Majid Saeedi, Luca Bracali, Vittorio Guida, Francesco Cito e Marco Urso.
Le mostre personali variano da soggetti e temi attuali e difficili come il lavoro di Majid Saeedi dedicato all’Afghanistan, oppure quello dell’esploratore e fotografo Luca Brancali concentrato invece sulla salvaguardia del pianeta e del suo fragile ecosistema. Ci sono poi Timothy Allen, Marco Urso e Melissa Farlow che raccontano attraverso i loro scatti paesaggi spettacolari, la meraviglia dell’orso polare e la difficoltà di una specie come i Mustang, cavalli selvaggi del West.
C’è invece chi racconta le emozioni del Palio, come Francesco Cito, e chi ha creato una vera e propria installazione dedicata al mondo contemporaneo come Vittorio Guida.
Da non perdere anche le tre esposizioni collettive in programma che figurano sotto il titolo Beyond the Lens. La collettiva, cioè la mostra tributo alle foto più belle del Siena International Photography Awards 2016, Storyboard, ossia una raccolta delle storie inedite più straordinarie raccolte dal premio e Il vino, mostra dedicata all’amore per questa terra e i suoi prodotti.

www.artphototravel.it

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8 nuovi compagni di viaggio irrinunciabili

Per chi pensa che il futuro sia ancora lontano e per chi non riesce a fare a meno della tecnologia. Per chi ha scelto una vita dinamica, ma anche per chi vuole tutto al suo posto e in ordine. Per chi vuole essere comodo e per chi vuole seguire gli ultimi trend. Gli accessori da viaggio stanno diventando sempre più protagonisti e ricercati, in equilibrio tra stile e avanguardia. Perché chi l’ha detto che il viaggiatore deve rinunciare a qualche comodità? Ecco 8 nuovi prodotti da viaggio, dal più tradizionale al più futuristico, che stanno modificando profondamente il modo in cui ci muoviamo e ci relazioniamo con la realtà. 

  1. Eddie Bauer Bygone

Il design ricorda gli zaini del passato, ma i materiali scelti sono estremamente moderni e resistenti. Per questo, lo zaino Bygone è il compagno perfetto sia per brevi escursioni di pochi giorni oppure semplicemente in città. Con quattro diversi colori che vanno dal Russet a Midnight Navy, troverete uno che si adatta al vostro stile.
www.eddiebauer.com

2. PALBT Glo

La nuova radio in edizione limitata firmata Tivoli: bluetooth, portatile e in versione trasparente satinato con illuminazione LED. Pensata per l’uso outdoor d’estate, si trasforma in un oggetto di design per interni in inverno. Il cinturino in cuoio la rende facilmente portatile, permettendo di portare la propria musica preferita dovunque.
tivoliaudio.it

3. Voyager

Progettata per i 100% weekender, questa borsa in pelle è la risposta a chi è sempre in viaggio. Un ampio spazio interno adatto per cinque giorni di vestiti, così come una parte all’esterno pensata esclusivamente per la tecnologia, dove organizzare ordinatamente, proteggere e avere sempre a portata di mano telefono, batteria, cavi, spine, penne, e notebook. Inoltre, grazie all’integrazione opzionale del Wi-Fi Karma Go sarà facilissimo restare sempre connessi.
thisisground.com

  1. Cord Wrap Set

Siamo sommersi dalla tecnologia e anche in viaggio, spesso e volentieri, non ne possiamo fare a meno. Questo si traduce in un groviglio di cavi e cavetti dentro borse e valigie. Per questo, Saddleback, società americana famosa per la sua produzione di stile e affidabilità, ha introdotto in catalogo questo set rigorosamente in pelle e regolabile, al quale sarà difficile rinunciare.
www.saddlebackleather.com

  1. Allbirds

Se siete alla ricerca della scarpa perfetta, quella che avvolge il vostro piede come una pantofola di lana e che riesce ad avere anche uno stile moderno e leggero, avete trovato la soluzione perfetta. Dalla Nuova Zelanda, queste sneakers di tessuto super morbido e leggero sono fatte per camminare e viaggiare, senza rinunciare a un aspetto sofisticato.
www.allbirds.com

  1. Madewell Hat

Destrutturato, pieghevole e morbido, questo cappello di paglia si arrotola su se stesso molto facilmente e il nastro che separa la tesa dalla cupola funge anche da elastico per fissarlo e portarlo sempre con voi senza che si rovini. Ogni pezzo è tessuto a mano, dando così un effetto one-of-a-kind.
www.madewell.com

  1. Traduttore Ili

Assomiglia a un ciondolo, semplice e leggero, ma è un traduttore indossabile istantaneo sviluppato per lavorare con l’inglese, cinese e giapponese. Funziona senza connessione a Internet perché il riconoscimento vocale e la traduzione vengono processati internamente. Sono già in programma una seconda versione che includerà francese, tailandese, e coreano, e la versione 3 che avrà spagnolo, italiano e arabo. Un modo perfetto per abolire gli ostacoli di comunicazione.
www.iamili.com

  1. Cuffia PXC 550

Realizzata specificatamente per chi è sempre in movimento, in particolare per chi viaggia spesso per affari, questa cuffia stereo wireless è perfetta per chi desidera la massima efficienza e libertà. Con tecnologia Bluetooth 4.2, NFC per l’accoppiamento veloce tramite trasmissione audio Bluetooth è estremamente leggera, confortevole e pieghevole.
en-us.sennheiser.com

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Il miglior SUV per la famiglia

Above and Beyond è la vocazione di Land Rover e con la nuova Discovery, presentata al pubblico italiano in occasione della Barcolana 48, è diventata una promessa. 3 file di sedili per 7 posti totali, fascino british, che contraddistingue da sempre la produzione della casa automobilistica, perfettamente intatto e spirito d’avventura più acceso che mai.

Come i passeggeri, anche i prìncipi sui quali è stata progettata l’essenza della Discovery, sono 7:

1.Versatilità
Ogni sedile è il più comodo di tutti: i versatili interni offrono sette sedili full-size, istantaneamente configurabili tramite smartphone, grazie alla nuova tecnologia Intelligent Seat Fold di controllo a distanza.
2.Sicurezza
Grazie alle sempre più aggiornate tecnologie semiautonome di sicurezza che garantiscono serenità ad ogni passeggero.
3.Avventura
Come sempre, la Discovery è inarrestabile su ogni terreno, in qualsiasi condizione meteorologica e risponde a qualsiasi tipo di guida. Anche la più intraprendente.
4.Stile
Gli interni conservano gli stilemi della famiglia Discovery, con proporzioni ottimizzate e superfici raffinate sia nei materiali che nei cromatismi.
5.Spazio
L’attenzione è quasi maniacale, ma all’interno dell’abitacolo c’è spazio per tutto. Fino a 2.500 litri di spazio per i bagagli e vani oggetti comodi e pratici dovunque.
6.Connessione
La Digital Discovery offre fino a 9 porte USB, sei prese a 12 Volt ed un hotspot Wifi 3G a bordo, al quale si collegano fino ad 8 dispositivi.
7.Solidarietà
La Nuova Discovery aumenterà la presenza di Land Rover in ambito umanitario e ambientalista in ogni parte del mondo.

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www.landrover.it

Passione vela a Trieste

Aperta a chiunque come da tradizione, professionisti e amatori, anche la Barcolana di quest’anno è stata un successo che ha registrato l’iscrizione di 1758 imbarcazioni, rigorosamente a vela. La regata storica è un appuntamento ormai fisso e importante nel panorama velico internazionale, soprattutto per la sua particolare formula che la rende unica.

Su una linea immaginaria tracciata da due boe in corrispondenza del Castello di Miramare e il porticciolo della Barcola (quartiere di Trieste da cui prende il nome la manifestazione), si sono assiepate alle 11.30 di domenica scorsa, fianco a fianco, velisti professionisti e semplici appassionati, su imbarcazioni di varie dimensioni. Una bora tra i 15 e i 20 nodi ha caratterizzato tutta la regata durata, per i fratelli Benussi, i primi a superare il traguardo fronte Piazza Unità d’Italia, solo 59 minuti. Mitja Gialuz, Presidente della Società Velica di Barcola e Grignano, ha dichiarato, soddisfatto: “È stata una straordinaria Barcolana. Questa sarà ricordata come una delle più belle edizioni di sempre: la Bora è tornata decisa a dare valore al nostro bellissimo evento.”

A bordo di una delle barche in gara, Ancilla Domini Prosecco DOC, c’era anche Sir Ben Ainslie, atleta olimpionico straordinario ospitato da Land Rover e dal presidente di illycaffè Andrea Illy.
A fine regata, il velista inglese, oggi alla guida del consorzio di Coppa America Land Rover BAR, si è detto onorato e felice nell’aver preso parte a questa edizione della Barcolana: “Non mi era mai capitato di vedere 1700 barche sulla stessa linea di partenza. Una delle regate migliori alle quali abbia mai partecipato: uno spettacolo fantastico.”

Sir Ben Ainslie insieme a un team di eccellenza, capitanato da Martin Whitmarsh (McLaren) si sta preparando per un altro spettacolo straordinario che si terrà la prossima primavera alle Bermuda e, soprattutto, per compiere una missione che agli inglesi brucia non poco: vincere l’America’s Cup. O meglio, riportare, finalmente a casa, la coppa originaria dell’isola mai vinta da un team britannico. Land Rover BAR, il catamarano nato della cooperazione con la Divisione Advanced Engineering di Land Rover sembra avere tutte le carte in regola per competere al meglio, proprio grazie all’equipe, a Sir Ainslie e all’eccezionale esperienza nel campo dell’advanced technology e del design messe a disposizione da Land Rover.

Land Rover è sinonimo di libertà e avventura, ma sempre di più anche di tecnologia e innovazione. Per questo è il partner perfetto per momenti sportivi come la Barcolana, unici nel loro genere e costruiti proprio per gli amanti dello sport.

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British Rock

No, non è morto. Soprattutto quello inglese che, di nuovo, si conferma una certezza. E’ come se nelle vene british scorresse un sangue diverso, più ruvido, dai toni più psichedelici che si equilibrano con lunghi giri di chitarra. Dunque, il rock non è morto. Per fortuna.
Abbiamo tutti nelle orecchie i suoni dei The Rolling Stones, dei The Beatles e anche dei The Clash e dei mitici The Who, ma oggi sono da tenere d’occhio i Slydigs: giovane band di amici – veri – che arriva da Warrington, cittadina nel mezzo della Gran Bretagna, tra Manchester e Liverpool, dove l’accento è più stretto e lo slang più acceso.

Nato sulle radici della disperazione industriale inglese, quella in cui solo l’amore per la musica può salvare quattro compagni di scuola, questo gruppo si è formato sulle note dei big del rock, del blues e del folk. Li abbiamo incontrati prima che aprissero il concerto dei The Who a Milano e prima che dimostrassero di sapere tenere benissimo un grande e palcoscenico e un pubblico esigente come quello per i The Who. Ecco come è andata.

Seduti su tre grandi divani di pelle un po’ sgualciti, l’intervista assomiglia di più a una chiacchierata in un pub della periferia inglese. Sono spontanei, allegri e hanno le idee molto chiare sia parlando di musica che di stile. Si sovrappongono, ridono e ognuno ha qualcosa da dire. Esattamente come degli amici davanti a una pinta di birra.

“La nostra ispirazione viene prima di tutto dai grandi nomi, dal rock degli anni ’60 e ’70 ed è da lì che partiamo” ci dice Dean (chitarrista e voce) dietro ai suoi RayBan scuri, “Sì, ma abbiamo anche dei punti di riferimento oltreoceano, come i Kings of Leon, soprattutto per i primi lavori, o Jack White, oppure per tornare in Europa seguiamo molto gli Artic Monkeys conclude Ben (bassista e seconda voce). Come nella storia del rock, anche i testi degli Slydigs raccontano storie, descrivono vite: sono Louis (chitarrista e voce) e Dean a scrivere le canzoni, ad avere le idee e a portarle nel gruppo finché, insieme, non viene trovata la versione migliore di ogni brano. Qualche accento di psichedelia, molto ritmo, toni blues e una leggera intonazione folk: questa la ricetta della band. “Se ascolti con attenzione, puoi sentire un po’ di folk, appena nascosto, è proprio il nostro carattere” conferma Louis infatti. Estremamente attenti al rapporto con il loro pubblico, sanno benissimo che oggi un artista deve essere presente online ed essere vero, per questo la loro pagina Facebook è sempre aggiornata e ci tengono personalmente a curarla: “Quando i nostri fan arrivano ai nostri concerti pensano di conoscerci già, vogliono vedere l’artista, quello con cui hanno parlato online. E’ importante esserci online, ci piace molto, non ci sentiamo obbligati anzi!”
Lo stile, nell’abbigliamento come negli accessori, per questi quattro ragazzi è molto british, ma c’è qualcosa anche di country, ad esempio in Peter (batterista). “L’immagine che dai all’esterno è molto importante. Non è solo musica, come artista devi dare alla gente qualcosa in cui credere. Ognuno di noi ha il suo stile, l’importante è che ognuno si senta comodo e a suo agio.” afferma Dean, ma poi è di nuovo Ben a sdrammatizzare l’affermazione del suo amico: “Non possiamo fare musica figa che va in radio, e poi la gente ci vede, viene ai concerti, e scopre che non abbiamo stile…faremmo ridere, no?!”
Per questo, e non solo, si sentono ancora più onorati e estasiati per essere stati scelti la seconda volta dai The Who come gruppo d’apertura: “E’ una delle band alle quali ci ispiriamo, sono stati, e sono, un simbolo e non solo per la musica che hanno scritto, ma proprio per il messaggio e l’immagine che hanno trasmesso alla folla” insiste allora Louis. Ma basta la frase di Ben che fa scoppiare tutti a ridere, noi compresi, a mostrare la spontaneità e la genuinità di questa band “Suonare prima di loro è semplicemente fucking monumental!”

www.slydigs.co.uk

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Le serie tv e il look: da How I met your mother a Games of Thrones

L’abito non fa il monaco, ma per le serie tv sì.
Se è vero che le serie televisive negli ultimi cinque anni sono migliorate nella regia, nella sceneggiatura, nella fotografia e nella scelta del cast, allo stesso modo è sempre più ricercata, e spesso decisamente efficace per la riuscita di un personaggio, l’attenzione e la cura riposta nel suo stile, dal guardaroba agli accessori, basta pensare al cappello “pork pie” di Walter White in Breaking Bad.
L’abito non fa il monaco, ma può fare il personaggio dunque? Se Barney Stinson di How I met your mother non fosse così patologicamente affezionato ai suoi abiti, alla loro manifattura, ai loro tessuti e al loro tailoring effect, non sarebbe Barney Stinson. O meglio, non sarebbe il Barney che conosciamo dalle prime puntate ma quello attivista in politica, povero e romantico che si intravede in qualche flashback. E non avrebbe lo stesso appeal. Allo stesso modo Neal Caffrey in White Collar, ladro e falsario gentiluomo che fa perdere la testa a tutto il mondo femminile della serie (e non solo), pur avendo il caviglieria di sicurezza firmata FBI riesce sempre ad essere impeccabile, con outifit perfettamente costruiti ai quali aggiunge un tocco di ironia swing con il cappello Trilby. Su di lui hanno la meglio camicie con cravatte slim e abiti stretti. Classe e buone maniere imprescindibili, sempre. Davvero ineccepibile come le sue azioni, essenziale come le sue parole e senza tempo come la sua professione, è lo stile di uno dei personaggi ideati e recitati meglio delle ultime produzioni americane: Frank Underwood, re di House of Cards. Un’eleganza che convince, data da uno stile equilibrato, che punta sui valori della sicurezza e della solidità, classico e ugualmente moderno: le apparenze non vengono mai intaccate e permettono all’animo machiavellico di Mr. Underwood di raggiungere il fine. D’altronde è l’uomo del Presidente e poi diventa Presidente, il look in carriera cresce così come cresce il suo personaggio. Da questa parte dell’Oceano, in terra inglese, anzi londinese, vale la pena fermarsi su Elementary, versione rivisitata di Sherlock Holmes. Jonny Lee Miller è perfetto nel ruolo così come il suo stile assolutamente brit-cool. Camicie con stampe scozzesi o geometriche quasi sempre indossate con gilet a contrasto, pantaloni skinny e cappotti di lana con bavero largo. Lo Sherlock di oggi abita a Brooklyn perché si è trasferito a New York, ma il suo cuore rimane brit sempre, lo vediamo dal look e lo vediamo dal modo di esprimersi e di comportarsi, non sarebbe stato lo stesso Sherlock senza questo. Menzione speciale allo stile delle serie in costume: Game of Thrones, Mad Men o Viking ad esempio. Non è solo una questione di abiti, ma di personalità e ruoli. Dopotutto, John Snow e Tyrion Lannister non avrebbero lo stesso charme altrimenti, così come Don Draper e Roger Sterling non sarebbero rappresentanze perfette del meglio degli anni ’60 americani. Non è da meno, lasciatecelo dire, l’ambizioso guerriero vichingo Ragnar Loðbrók, in bilico tra storia e meravigliose leggende, dove oltre al look studiato da super costumisti è l’aspetto da barbara canaglia a lasciare nel segno, questa volta però, a partire da barba e capelli.

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Tobias Ahlin – chiacchiere con un innovatore culturale

E’ giovanissimo, ma ha già lavorato in alcune delle aziende più rinomate e ambite del mondo, Spotify e GitHub per dirne due. E’ un creativo, un visionario e un innovatore in tutti i sensi.
Playlist preferita di Spotify? Ne ha creata una tutta sua negli anni con più di 600 brani!

Come ti piace descriverti? Sei un designer, un insegnante e un programmatore: come si coniugano queste diverse attitudini in te?
La domanda che temo di più è “Cosa fai”. I miei tentativi di dare una risposta completa e comprensibile di solito iniziano con un elenco di lavori e occupazioni concrete e si concludono con pezzi sbriciolati di carta e un bicchiere vuoto di whisky. Attualmente mi sto occupando di analisi dei dati, fisica, statistiche, sto anche imparando a suonare il pianoforte, e sto approfondendo la mia conoscenza del francese. Penso che quello che lega tutto sia l’amore per la novità, la convinzione di poter sempre imparare cose nuove, e la follia degli altri nell’assumermi. So bene però quello che amo: incontrare nuove persone, imparare cose nuove, e creare cose nuove. Mi piace finire quello che ho iniziato, ma amo anche smettere un lavoro o un’abitudine per provare qualcosa di nuovo. E’ così che hanno preso forma tutti i miei interessi, progettazione, insegnamento, e programmazione, ma non so ancora quale sarà il prossimo!

In passato, tra le tante collaborazioni, sei stato anche in Spotify e in GitHub. Che ruolo avevi?
Ho avuto la fortuna di iniziare a Spotify la stessa settimana in cui il loro progettista precedente smetteva. Era una società più piccola allora, e come designer fresco di laurea, mi sono trovato responsabile del design dell’interfaccia utente per tutti i prodotti di Spotify.
Il servizio era già enormemente popolare in Svezia, ma non a livello internazionale: discutere il prodotto con amici e sconosciuti ha formato il mio modo di pensare riguardo ciò che può essere prezioso in un’esperienza del genere. La gente spesso menzionava i dettagli, come ad esempio la sensazione di un’animazione o quanto velocemente una canzone iniziasse, questo li aveva fatti amare Spotify. Non strane caratteristiche tecnologiche, ma come sentivano le cose. Lavorando in grandi aziende come Spotify e GitHub, il mio approccio era una sorta di Aikido (ndr. Arte marziale giapponese). Ora per mirare dritto alla semplicità e fare di questo il mio unico obiettivo, cerco persone e progetti che si allineino con questa visione, anche se solo temporaneamente. Se mi capita di incontrare resistenza, cerco di riallineare quella resistenza con la mia visione, ma se non ci riesco, cerco di passare a un altro progetto. Alla fine questo significa che non potrò mai fare tutto quello che voglio, ma sicuramente avrò fatto più che se fossi rimasto in un posto lottando per una sola causa.

Qual è la tua visione come sviluppatore?
Il mio approccio e la visione è sempre stato più o meno lo stesso: voglio creare prodotti che la gente ami. Mi piace semplificare e migliorare l’essenza di un’app o di un prodotto. Ora, facile a dirsi perché la maggior parte delle aziende non è d’accordo con questa visione. Non si ottiene nessuna pubblicità se togli delle caratteristiche al tuo prodotto, e non sarà certo possibile ottenere nessuna promozione. La maggior parte delle aziende di tecnologia ha forti incentivi a lanciare continuamente nuovi aggiornamenti e aggiungere cose nuove. L’impegno per la semplicità è spesso in conflitto diretto con tali incentivi.

A proposito di posti, con GitHub immagino lavorassi da remoto…Pensi che questo sia il futuro per la tua professione? O addirittura per qualsiasi tipo di professione?
La sede centrale di GitHub si trova a San Francisco e io di solito lavoravo da qualche parte in Europa, come facevano molti dei miei colleghi. Non tornerò mai a lavorare di nuovo alla scrivania. Credo che lavorare in remoto sia una modalità che sempre più aziende abbracceranno, e che sia fantastico per una serie di motivi. Tutte le nostre vite sono intrinsecamente imprevedibili, e avere la possibilità di non trascorrere la maggior parte delle nostre giornate legati a uno spazio fisico, rende più facile condurre una vita felice e alla fine fare anche un buon lavoro. E se si sta eseguendo un business, il lavoro a distanza fatto bene significa più facilità nell’assumere perché non si è limitati alla tua città o paese, significa avere meno spese per il materiale e per gli spazi da ufficio, e soprattutto vuol dire avere dipendenti più felici e più produttivi. Credo e spero che diventerà la regola piuttosto che l’eccezione.

Cosa ti piacerebbe creare in futuro?
Una scuola. Credo che ci sia bisogno di cambiare radicalmente il nostro modo di pensare l’educazione. In tutto il mondo, le scuole hanno la tendenza a perdere lentamente contatto con la realtà, e di insegnare la teoria per il bene dell’insegnamento della stessa teoria. È inutile. Si continua poi per tutta l’università con libri di testo da memorizzare, nonostante i posti di lavoro sono pratici per loro stessa natura. Se il nostro lavoro è, alla fine pratico, perché non s’impara con la pratica? Perché non ci concentriamo sulla creazione di cose e facendo errori? Oltre a questo credo che il ruolo della scuola nella società, non sia solo quello di prepararci per il lavoro, ma anche alla vita in generale. Trovo che ad esempio la Scuola di vita di Alain de Botton sia un grande esempio della direzione verso cui dovremmo andare. Le nostre scuole sono fondamentalmente disallineate con il modo in cui effettivamente impariamo, e hanno bisogno di cambiare.

Ai primi di giugno sei a Milano per iCodex, il primo hackathon d’innovazione culturale, secondo te qual è l’importanza della cultura nella nostra società?
Secondo me la cultura nella nostra società ha il ruolo fondamentale di mettere in discussione lo status quo, di combattere l’ignoranza, e di creare empatia. Siamo a un livello sempre più alto di consumo di informazioni, e ci viviamo dentro e vogliono vedere e sentire solo cose che approviamo. Rischiamo lo sviluppo di una società sempre più polarizzata, con partiti estremisti che spuntano lungo l’intero spettro politico. La cultura non mette necessariamente tutti d’accordo, ma può farci capire l’un l’altro, e tenere insieme.

Photography | Agnes Stenlund

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JOE BASTIANICH – OLTRE ALLA CUCINA C’È DI PIÙ

Ha l’animo tranquillo e lievemente distaccato, ma riesce a essere comunque affabile e alla mano. Joseph Bastianich, Giuseppino per la nonna e per tutti gli altri Joe, è ormai ampiamente conosciuto in Italia per essere uno dei volti di alcuni dei programmi televisivi più seguiti da Masterchef a Restaurant start-up fino a Top Gear.

Nato nel Queens e cresciuto tra le pentole e i fornelli nei ristoranti dei genitori emigrati dall’Istria, Mister Bastianich oggi è un imprenditore completo e di enorme successo con un talento speciale per i nuovi progetti e un fiuto unico per gli affari. Con una mamma come Lidia Bastianich, volto noto della televisione americana per le sue trasmissioni di cucina, Joe, dopo un breve passato nell’alta finanza di Wall Street, ha abbandonato quel mondo per dedicarsi completamente all’ospitalità e alla cucina, vera vocazione di famiglia. Con un biglietto di sola andata per l’Italia, e a bordo di una Golf Volkswagen ha intrapreso un viaggio quasi intellettuale e sensoriale, come lo definisce lui stesso, attraverso la penisola dei suoi nonni, imparando a conoscerne le sfumature e ogni meraviglia. Il cuore e la mente l’hanno portato in Friuli, e precisamente a Cividale del Friuli, sui Colli Orientali, dove ha comprato la sua prima azienda vinicola nel 1997. Ben 26 ristoranti in tutto il mondo tra cui Del Posto, che nel 2010 ha ottenuto le quattro stelle dal New York Times, e 3 aziende vinicole in Italia, oltre alla partnership con Eataly che Joe ha portato negli Stati Uniti, dando il via ad un’espansione del marchio nelle principali città americane cominciando da New York.

L’abbiamo incontrato a Venezia, all’Hilton Molino Stucky, durante una cena di degustazione dello Chef Catenacci e i vini di produzione Bastianich, e nella splendida cornice dello Skyline Terrace dell’hotel gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di più delle sue nuove collaborazioni, dei suoi gusti e delle sue passioni.

Al mondo della ristorazione e dell’enologia, che si conoscono di più, recentemente si è aggiunto quello automobilistico con la conduzione di Top Gear Italia. Come ti sei approcciato a questa realtà?
Prima di tutto, devo ammettere che avere l’opportunità di fare Top Gear Italia per me è stato un onore, perché sicuramente è un programma che ha fatto la storia della televisione inglese. Il suo punto di forza è che può funzionare ovunque, riesce ad adattarsi alla cultura del luogo e dunque qui in Italia lo stiamo modificando per enfatizzare proprio quella sensibilità tutta italiana.

Quanto spirito italiano riconosci nel confrontarti con questo mondo?
Per me, vino e cibo sono il mio lavoro, mentre le macchine sono la mia passione da sempre. Sono il sogno che coltivavo fin da ragazzo. In camera avevo le foto della Ferrari Testarossa del 1985, che rappresenta qualcosa di molto italiano…la macchina, la potenza, il design. L’Italia ha un grande ruolo e fa parte del mondo dei motori in modo molto importante, quindi fare qui Top Gear voleva dire prendere ispirazione proprio da quell’essenza e fare leva.

Tra l’altro sei anche collezionista d’automobili d’epoca…
Sì, mi piacciono molto, da sempre, e ora che posso, mi piace collezionarle. Le mie preferite restano comunque sempre le Ferrari degli anni ’50 e ’60.

Dalla passione per i motori alla cultura del cibo, qual è la visione della ristorazione per te? Che futuro e quali sfide vedi?
Per me la cultura gastronomica è qualcosa che appartiene alla mia famiglia, da sempre. Sono cresciuto così, ma sono sempre pronto a raccogliere nuove sfide. Ad esempio noi stiamo aprendo tantissimi ristoranti in Asia e stiamo portando lì anche Eataly. Penso sempre di più che la ristorazione debba essere legata alle persone che creano il cibo, ai produttori, ai contadini. Abbiamo vissuto un lungo periodo nel quale invece erano solo gli Chef a farla da padroni, ora credo debba finire e che sia importante creare conoscenza tra chi produce il cibo e chi lo mangia. Le nuove star sono il pescatore o il contadino che coltiva le barbabietole a Chioggia.

Anche nell’enologia pensi che ci sia bisogno di questo ritorno alle origini?
Sì, anche se in maniera diversa. Fare vino per me vuol dire raccontare la varietà di un territorio e quindi intervenire il meno possibile. Lasciare i processi di fermentazione o maturazione alla natura, noi dobbiamo solo aiutare, ma senza mettere mano. Il vino, se lasciato crescere, va da solo, va solo raccontato…è come una storia. Il Friuli, dove ho l’azienda a Cividale e il ristorante, penso che sia una delle zone dove si può raccontare il miglior vino bianco d’Italia.

Qual è il tuo vino preferito all’interno della vostra produzione?
Sicuramente il Vespa bianco, che è l’uvaggio principale dell’azienda. Ce l’avevo già in mente prima di comprare l’azienda nel 1997, è lui che ha dato vita a tutto. L’ho fatto in maniera molto personale fin da subito e continuo a farlo dopo 20 anni, mi piace molto. Apprezzandolo, si conosce qualcosa in più del vero Joe Bastianich… (ride ndr.)

E il nome, da cosa viene?
Il nome è collegato a un aneddoto divertente. Avevamo appena trovato l’equilibrio giusto dell’uvaggio, tra Chardonnay, Sauvignon e Picolit, stavamo quindi brindando per festeggiare e al momento del brindisi una vespa è caduta dentro a uno dei bicchieri con il vino. Da lì il nome…

L’attrezzo di cucina che non può mai mancare in una cucina?
La macchina del caffè. Apprezzo tutto il caffe, l’espresso, quello della moka, l’americano…mi piace svegliarmi e bere subito un caffè. Dunque, Io dico sempre “Tutto quello che succede tra caffè e vino è una perdita di tempo”…è un po’ il mio stile.

Cos’è lo stile? Se dovessi dare una definizione….
Per me è qualcosa di molto particolare. Lo stile sembra che sia il modo in cui ci vestiamo, quello che indossiamo, ma penso che sia più il modo di portare un abito piuttosto che l’abito stesso.   come se fosse più uno specchio dell’animo. Lo stile non è legato all’essere alla moda, è un’attitudine, e può averla anche un luogo.


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8 VALIDI MOTIVI PER LAVORARE NEL MONDO DELL’HOSPITALITY

Vi siete mai sentiti stufi della vostra scrivania in ufficio? Annoiati nel fare la stessa strada tutte le mattine e stanchi dei viaggi in treno avanti e indietro da casa al lavoro?

Alzi la mano chi vorrebbe mollare tutto e provare una nuova vita, all’insegna della scoperta e della novità, oltre che della crescita professionale e personale. Se vi vedete riflessi nel monitor del computer o del vostro smartphone con il braccio alzato, continuate a leggere!

Maggio è stato il mese dell’ospitalità in casa Hilton ed ecco qui 8 buoni motivi per lasciare tutto, fare i bagagli e entrare in un mondo da sogno:

1. Abbandonate l’ansia del pendolare, perché non andrete più al lavoro con i treni e non sarete più vittime di fastidiosi ritardi. Molto probabilmente andrete al lavoro a piedi nudi lungo una spiaggia caraibica.

2. Dimenticate la ripetitività del vostro lavoro, perché diventerete multitasking a tutti gli effetti, mettendo ogni giorno alla prova le vostre capacità nei diversi settori dell’hotellerie, dal Food&Beverage al Front Office, dal marketing all’organizzazione di eventi.

3. Non avrete bisogno di un manuale di psicologia per interpretare il mondo, perché imparerete l’arte di leggere nella mente e capire le persone direttamente sul campo, lavorando a contatto con clienti provenienti da tutte le culture.

4. Avrete un orario lavorativo flessibile che farà invidia a chiunque e finalmente sarete in grado di conciliare vita lavorativa e privata in un mix vincente.

5. Non vi annoierete mai! Ogni giorno sarà diverso, perché diverse saranno le persone con le quali vi troverete a lavorare e ad affrontare nuove sfide…

6. La vostra carriera decollerà, perché il mondo dell’hospitality si muove velocemente e sarete sempre spinti a migliorarvi e perfezionarvi.

7. Avrete la possibilità di lavorare con i migliori Chef del mondo, come Gordon Ramsay, Jamie Oliver o Heinz Beck e da loro imparerete un’arte antica e magica come quella della cucina.

8. Sarete dei moderni Phileas Fogg e avrete la possibilità di fare il giro del mondo, per ben più di 80 giorni, realizzando il sogno che custodivate nel cassetto dalle scuole elementari.

Immagini Courtesy Ufficio Stampa Hilton WorldWide

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