Carolina Sala e Gea Dall’Orto: poco social, molto impegnate

Carolina Sala Instagram
Gea e Carolina: total look Dior, earrings and bracelet Piaget

Quasi coetanee (22 anni una, 20 l’altra), una carriera in rapida ascesa con ruoli equamente distribuiti tra grande e piccolo schermo, Carolina Sala e Gea Dall’Orto denotano una maturità, una chiarezza d’idee, obiettivi e riferimenti artistici che stride un po’ con l’età anagrafica. La caratura delle produzioni cui hanno partecipato (nel caso di Carolina Fedeltà, Vetro, Pezzi unici, La guerra è finita, in quello di Gea Tre piani, Mio fratello rincorre i dinosauri, Gli orologi del diavolo, Rinascere) è del resto eloquente, e consente di annoverarle a pieno titolo in quella new generation attoriale, risoluta e dinamica, che sta contribuendo attivamente a rinnovare tv e cinema italiani.

Davanti all’obiettivo del fotografo di questo servizio pare si fosse creato un certo affiatamento, vi sareste subito trovate insomma, è così? Cosa apprezzate di più l’una dell’altra, lavorativamente e umanamente?

Carolina: Era il mio primo shooting doppio, non sapevo cosa aspettarmi, alla fine è stato un divertimento. C’è bisogno di un’alchimia diversa da quella dei set, con pose statiche, ed è stato piacevole condividerlo con Gea, di cui mi ha colpito l’immediatezza, nel senso migliore del termine, è una persona che ti arriva subito, ne percepisci distintamente la bellezza. Non ci conoscevamo prima, eppure non ci son state difficoltà di alcun tipo.

Gea: Nemmeno io conoscevo Carolina, il suo lavoro sì però, La guerra è finita ad esempio, che mi era piaciuto moltissimo. Quando ho saputo che ci avrebbero scattato delle foto insieme, non potevo che esserne contenta, nelle collaborazioni aspiro sempre a trovare persone della mia età, con cui scambiare opinioni, confrontarsi su un piano intellettuale, con lei è avvenuto all’istante.
Mi sono divertita con gli abiti, mi ha ricordato quando da piccola giocavo a travestirmi con le amiche, certi capi sono talmente belli e complessi che mi è venuto naturale inserirli in una dimensione ludica.

Forse mai prima d’ora il panorama recitativo italiano ha visto in prima fila tanti giovani di talento che, anche grazie alla diffusione di piattaforme alla Netflix o Amazon Prime Video, si fanno conoscere oltre i nostri confini. Sentite di appartenere a una nuova generazione di interpreti in rampa di lancio? Cosa pensate vi accomuni?

C: Non sentendomi tuttora propriamente arrivata, fatico a percepirmi come un’esponente di questa nuova generazione, provo a restare coi piedi per terra, senza focalizzarmi sulle “appartenenze”. Una cosa che mi fanno notare sui colleghi della mia età, un tratto distintivo, ecco, è la voglia di lavorare insieme, anche con le maestranze, un approccio assai poco divistico. In passato c’era forse l’idea dell’attore distaccato, individualista, ora si tende al pragmatismo e si fa gruppo, o almeno questa è la mia impressione.

G: Sono completamente d’accordo. Oggi, probabilmente grazie ai social, noi attori riusciamo a essere connessi e, volenti o nolenti, finiamo col conoscere le rispettive quotidianità, empatizzando gli uni con gli altri. Ho lavorato spesso con miei coetanei e non ho mai trovato primedonne, anzi, c’era la volontà di supportarsi a vicenda. A distinguerci, credo, è proprio questo spirito empatico, di condivisione.

Gea Dall'Orto Cannes
Gea: total look Alexander McQueen, boots Valentino, earrings Albert M.

A proposito di colossi dello streaming, persiste una divaricazione tra addetti ai lavori sui giudizi ad essi riservati, vengono accusati da alcuni di danneggiare il cinema, l’esperienza della visione in sala. Qual è la vostra opinione?

G: Penso che non si possano condannare certi meccanismi industriali, il cinema è anzitutto un’industria, in costante movimento, è normale sia così. Contrastando il cambiamento faremmo solo peggio, da addetti ai lavori dovremmo cercare piuttosto di integrare l’home cinema nella nostra vita quotidiana, come gli spettatori. Ad ogni modo, sebbene il grande schermo non sia più il core system, io invito sempre tutti a frequentare le sale; è bello poter guardare tutto dal divano, scegliendo in un catalogo sconfinato, ma il cinema è un’esperienza diversa, non deve sostituirsi alla tv.

C: Hai ragione, dovremmo abituarci a considerarle esperienze differenti, vedere un film sul piccolo schermo è un’altra cosa. Finora siamo stati travolti dalle innovazioni, penso che quando acquisiremo maggiore consapevolezza a riguardo, allora sarà possibile una riscoperta del cinema, o perlomeno una sua valorizzazione.
Per quanto tutti i titoli finiscano in streaming, sono pensati quasi sempre per formati diversi, è una questione tecnica. Inoltre le piccole produzioni provano magari a rischiare, sperimentano, un aspetto che nelle grandi piattaforme, dai numeri enormi, c’è solo in parte.

G: Un tentativo secondo me si potrebbe fare riproponendo in sala capolavori passati, succede già con i vari Netflix e Amazon, che sfruttano un vasto archivio. Può accadere per opere restaurate di recente, però non è la norma.

Carolina Sala intervista
Carolina: dress and shoes Versace, tights Emilio Cavallini, earrings Etrusca Gioielli, necklaces Radà; Gea: dress and shoes Versace, tights Emilio Cavallini, earrings Radà

In Vetro Carolina, ragazza hikikomori, riesce a interfacciarsi col mondo esterno solo tramite uno schermo. La vostra generazione, per ragioni anche solo meramente anagrafiche, è la più connessa e digitalizzata di sempre, che rapporto avete con i social?

C: Di amore e odio, a volte disinstallo tutto perché raggiungo il limite. Vado a periodi, da un lato li considero un buono strumento per creare connessioni, scoprire persone o realtà di cui altrimenti non si scoprirebbe mai l’esistenza, dall’altro alimentano un circuito negativo e rendono difficile rapportarsi con modelli che appaiono inarrivabili solo perché fasulli. In generale, li uso per lavoro, il mio privato cerco di tenerlo in disparte.
Provo sentimenti contrastanti verso i social, e un filo di disillusione, specie riguardo la loro reale utilità nel supporto a determinate cause o battaglie.

G: … Anche perché chi è attualmente al potere li conosce e usa poco, su questo concordo. A me poi è sempre piaciuta la concezione dell’attore come di una figura enigmatica, ambigua, considerato che parlando spiattello tutto in cinque minuti, almeno sui social non sarebbe male mantenere un po’ di mistero.

Carolina Sala Fedeltà
shirt and skirt Vivienne Westwood, tights Emilio Cavallini, shoes Giuseppe Zanotti

Il ricordo più significativo, ad oggi, del vostro lavoro? Uno specifico ruolo, titolo, momento…

C: Più che un singolo episodio un’esperienza, Vetro appunto, che ha rappresentato una svolta; passando dodici ore al giorno nella stanza dove si girava, fra trucco, prove e altro, ho avuto infatti la possibilità di entrare in contatto con set e troupe in un modo che, in seguito, ha cambiato il mio approccio al lavoro. È stato coinvolgente, intenso, in più lavorare insieme a Tommaso Ragno, sostanzialmente solo con la voce, ha completamente stravolto l’idea che avevo della recitazione.

G: Sarà scontato ma non ho dubbi, il provino per Tre piani di Nanni Moretti, ne sono uscita dicendomi che, a prescindere dall’esito, si trattava dell’audizione più bella che avessi mai sostenuto; mi sono sentita ascoltata e per la prima volta a mio agio, inserita in un ambiente che consentiva di concentrasi appieno. Si è creata una sorta di magia, con lui seduto alla scrivania, che mi guardava in una maniera così accurata…  Continuo a cercare quel tipo di sguardo in ogni persona con cui interagisco per motivi professionali, perché stimola a dare il meglio. Oltretutto ha rivoluzionato la mia vita sotto vari aspetti, tra Cannes, attori incredibili e nuove opportunità, in primis Gli orologi del diavolo di Alessandro Angelini, a lungo assistente alla regia di Moretti.

Ruolo o genere dei sogni?

C: Sono attratta da storie e personaggi più che dai generi, detto ciò adorerei un film in costume, ambientato nel ‘700 o ‘800, o all’opposto un action puro, con sparatorie e combattimenti, alla Kill Bill per capirci.

G: Opto anch’io per il period drama, sarà che mia nonna era costumista. Un film degli Avengers, tuttavia, sarebbe il massimo, appagherebbe il mio lato nerd.

Gea Dall'Orto Instagram
Vest Sara Wong, top and skirt Reamerei, tights Emilio Cavallini, earrings and rings Radà

Un regista – o più di uno – da dream list?

C: Ne ho due impossibili perché, banalmente, non ci sono più, Kubrick e Buñuel. Tra quelli di oggi – ce ne sarebbero milioni, in verità – dico Paul Thomas Anderson.

G: Restando sui miti, da amante della Nouvelle Vague cito Truffaut, Godard e Chabrol. Tornando alla realtà, mi sono piaciute le due pellicole di Valerio Mieli, sarebbe bello in futuro lavorare con lui; spostando lo sguardo all’estero, trovo estremamente affascinante Damien Chazelle.

Gea Dall'Orto Carolina Sala
Gea: total look Moschino, necklace Radà, shoes Giuseppe Zanotti; Carolina: total look Moschino, shoes Giuseppe Zanotti, earrings Radà


Se non foste diventate attrici, cos’avreste voluto fare nella vita?

C: Sinceramente in questo periodo me lo chiedo anch’io, d’altra parte la mia carriera è iniziata per una contingenza, col mio agente che mi ha notata sul palco.
Studio storia dell’arte all’università, la adoro, ma è una passione nata – e alimentata – in parallelo alla recitazione. Sarebbe bello mettere insieme le due dimensioni, in un modo che non saprei indicare neppure io. Diciamo comunque gallerista o curatrice, dai.

G: Da golosa quale sono, da bambina volevo fare la gelataia (ride, ndr).
Scherzi a parte, nel mio caso vita e carriera si sono mescolate subito, i miei hanno una compagnia teatrale, mia nonno è regista, di nonna ho già parlato, faticherei a vedermi altrove, anche perché sono perdutamente innamorata del mio settore. Immagino che un’ipotetica altra strada mi avrebbe condotto ugualmente al cinema, magari in veste di critica o regista.

Su cosa siete impegnate attualmente? Cosa vi augurate per il futuro?

C: Uscirà a breve, probabilmente in autunno, Di più non basta mai di Pappi Corsicato.
Ci sono dei progetti in vista e le riprese cominceranno verso la fine dell’estate, non posso dire altro. Vivo un po’ da funambola, sempre sul filo, non so mai bene cosa augurarmi, di sicuro che sia sorprendente, via.

G: Adesso sono impegnata con la seconda stagione di Luce dei tuoi occhi, per il futuro mi auguro di potermi imbattere in persone – e personaggi – interessanti.

Gea Dall'Orto film
Dress Vivienne Westwood, tights Emilio Cavallini, shoes Traffico, earrings and ring Piaget

Carolina Sala fashion
Dress Sara Wang, headpiece ILARIUSSS

Credits

Talents Carolina Sala, Gea Dall’Orto

Photographer Filippo Thiella

Stylist Simone Folli

Ph. assistant Davide Simonelli

Fashion assistant: Nadia Mistri, Francesco Paolucci

Hair Francesco Avolio @WM-Management

Make-up Anna Pellegrini using MAC Cosmetics

Nell’immagine in apertura, Carolina e Gea indossano total look Dior

Umbria Film Festival, a Montone dal 6 luglio la 26esima edizione

Umbria Film Festival: dal 6 al 10 luglio la XXVI edizione

Cinque giornate consacrate alla settima arte, che il comune di Montone organizza da tempo per presentare al pubblico il meglio della produzione cinematografica internazionale: la XXVI edizione dell’Umbria Film Festival torna ad animare, dal 6 al 10 luglio, il suggestivo borgo del Perugino. La manifestazione, da oltre cinque lustri, accompagna l’estate umbra, nel segno del cinema. A presiederla, il presidente e cittadino onorario Terry Gilliam (regista e sceneggiatore dal palmarès stellare, autore di capolavori come BrazilLa leggenda del re pescatore, Paura e delirio a Las Vegas) e la direttrice artistica Vanessa Strizzi.

Umbria film festival 2022

Terry Gilliam oggi
Il regista e presidente del festival Terry Gilliam

Il programma della kermesse

Umbria film festival 2021
Un talk della 25edima edizione dell’Umbria Film Festival

A corollario della rassegna, una serie di appuntamenti tra mostre, concerti e tavole rotonde; e ancora, la seconda edizione di ‘Amarcorti’ e la cerimonia di consegna della chiavi di Montone a Stanley Tucci, nome di spicco della scena hollywoodiana, conosciuto – e amato – dal pubblico per le sue interpretazioni in pellicole quali The Devil wears Prada, Harry a pezzi e The Terminal.

Montone borgo
Il borgo di Montone, sede della rassegna

Le serate dell’UFF si apriranno con la proiezione di una selezione di corti, per concludersi con  i cinque lungometraggi selezionati  dalla  direzione: La  Mif (Frédéric Baillif), My Sunny Maad (Michaela Pavlátová), Toubab (Florian Dietrich), Supernova (Harry Macqueen), Hit the Road (Panah Panahi). Il festival non trascura i più piccoli, col ritorno, in piazza San Francesco, di ‘Corti per Bambini’, competizione che promuove e diffonde la cultura cinematografica presso i giovanissimi, coinvolgendoli attivamente.

Stanley Tucci Supernova
Stanley Tucci e Colin Firth in una scena di Supernova

La mostra celebrativa e i titoli del concorso ‘Corti per Bambini’

La Mif film
La locandina de La Mif di Frédéric Baillif

A dare il via alla cinque giorni, mercoledì 6, l’inaugurazione della mostra celebrativa dei 25 anni della kermesse, che ne ripercorre i momenti più significativi, tra ospiti di rilievo e parterre d’eccezione, che l’hanno resa un’occasione d’incontro e discussione sull’arte filmica. La serata omaggerà Frédéric Baillif proiettando il suo La Mif, vincitore del Best Film Generation alla Berlinale 2021.

Mercoledì 6 verranno proiettati i 15 cortometraggi di ’Corti per Bambini’. Spiccano tra di essi, per importanza e attualità dei temi affrontati, unitamente alla tecnica di realizzazione, Roberto di Carmen Córdoba González, che tratta il tema della body positivity e del body shaming raccontando l’amore del protagonista omonimo per la sua vicina di casa, chiusa in sé stessa a causa del sovrappeso; Dans la Nature (Marcel Barelli), che insegna come l’omosessualità non sia solo una storia umana, ma anche animale; Haut les coeurs di Adrian Moyse Dullin, storia dei fratelli Kenza e Mahdi, abituati a prendersi in giro regolarmente sui social, con la prima che metterà alla prova il secondo spingendolo a confessare il suo amore per Jada.

Tavole rotonde, proiezioni, musica: gli appuntamenti del 26esimo UFF

Il 7 è il turno della round table Dall’Umbria del Grand Tour all’Umbria Film Festival bene comune; momento di riflessione sull’evento come attrattore territoriale e opportunità di sviluppo. Nel corso della serata sarà presentato My Sunny Maad, film d’animazione candidato ai Golden Globe, vincitore del premio della Giuria al Festival del cinema d’animazione di Annecy del 2021.

L’8 e 9 luglio, presso il Teatro San Fedele, è prevista la proiezione – e premiazione – del miglior cortometraggio di ‘Amarcorti’. Il cineasta vincitore potrà collaborare con Produzione Straordinaria S.r.l. per la realizzazione di una nuova opera, partecipando in concorso all’Italian London Short Film Festival londinese; in più, una menzione che garantisce libero accesso all’archivio Augustus Color. A seguire, l’esibizione del duo di Ginger Bender Alessandra Di Toma e Jeanne Hadley, che si produrranno in sonorità evocative delle vecchie ballad jazz, cantate su un ritmo reggae sincopato.

Ospite d’onore della serata dell’8 è Florian Dietrich, di cui verrà proiettato Toubab, pellicola vincitrice del premio del pubblico al Warsaw International Film Festival. Sabato l’appuntamento è per la visione di Supernova alla presenza del protagonista Stanley Tucci, cui come detto verranno consegnate le chiavi cittadine.

Solis string quartet
Peppe Servillo e i Solis String Quartet (ph. Mimmo Attademo)

Nella stessa piazza, Peppe Servillo e i Solis String Quartet si esibiranno domenica con Carosonamente, spettacolo dedicato a Carosone. Il festival si chiuderà con Hit The Road di Panah Panahi, presentato a Cannes nel 2021, vincitore come miglior film del London Film Festival.

Il commento di Vanessa Strizzi, direttrice artistica del festival

Commentando il programma della rassegna, Vanessa Strizzi segnala, nella competizione riservata ai bambini, «The Sausage Run di Thomas Stellmach, regista vincitore dell’Oscar nel 1997, un corto che rivisita la favola di Cappuccetto rosso; Haut les coeurs di Adrian Moyse Dullin, che racconta come cambiano i rapporti sentimentali nell’era dei social; Günter Falls in Love, animazione divertentissima su un cane che si innamora di un pupazzo».

«L’edizione di quest’anno – prosegue la direttrice artistica – ha un particolare riguardo nei confronti dei giovani. Sono tutte anteprime, dei colpi di fulmine per noi. Da La Mif, racconto in stile documentaristico della vita in una casa famiglia che accoglie adolescenti in difficoltà, a My Sunny Maad, sulla vita di una donna che sposa un afgano, decidendo di rinunciare alle sue radici culturali per trasferirsi con lui a Kabul; da Toubab, divertentissima commedia tedesca che parla di immigrazione, a Hit the Road, on the road iraniano con una sottotraccia di suspense». E chiosa: «un’edizione frizzante. La cosa bella del nostro festival è proprio l’atmosfera rilassata che si respira. Per gli ospiti e per il pubblico. La possibilità di scoprire universi altri rispetto al nostro».

Hit the road film Cannes
Hit the Road

Nell’immagine in apertura, un momento della 25 edizione del festival, nel 2021

Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme per ‘E buonanotte’ (e Manintown)

Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme sul set di E buonanotte di Massimo Cappelli, sono di nuovo insieme davanti all’obiettivo di Davide Musto e per Manintown.
Niccolò e Nina sono due giovani attori. Una cosa che si chiede sempre a un attore è: “Volevi fare l’attore?”, domanda che non si fa mai a un idraulico o a un ingegnere (ma poi, quanti ragazzini si pongono davvero domande esistenziali del tipo “cosa farò da grande?”).

Niccolò: total look Sandro; Nina: total look Gucci

Niccolò Ferrero: L’altra domanda è “se non avessi fatto l’attore, che cosa avresti fatto?”. Forse perché fare l’attore non è considerato un lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, viene considerato tale, e non posso farlo senza studiare. C’è pure chi viene preso perché ha accompagnato un amico a un casting. E magari ottieni anche un buon risultato, ma per quel ruolo specifico.
Nel lungo periodo, credo nell’istruzione. Chiunque abbia raggiunto traguardi nella recitazione, li ha ottenuti studiando, perché nel tempo la mancanza di competenze si riflette sulla qualità del lavoro.

Nina Pons: Ho sentito spesso colleghi che, quando dicono “faccio l’attore”, si sentono rispondere “sì, ma di lavoro cosa fai?”. Noi studiamo per fare questo mestiere. Ecco perché è una domanda che non concepisco. La trovo anche offensiva. Se dovessero farla a me, risponderei che di lavoro faccio l’attrice. Se per loro non è un lavoro, il problema è loro.
Come studi per fare l’avvocato o l’ingegnere, studi per fare l’attore. Non è che una mattina ti svegli, dici che vuoi recitare e sali sul palco. Studio perché voglio che questo sia il mio lavoro. Sono una persona molto concreta. Poi, un provino può non andare per mille motivi. In quel caso preferisco assumermi le mie responsabilità. Lamentarmi e dare la colpa agli altri mi leva energie.

Che formazione avete?

N.F: Mi sono diplomato al Centro sperimentale di cinematografia e ho anche un Diploma di “Acting for the camera” alla UCLA.

N.P: Ho frequentato il Centro Intensivo Allenamento Permanente Attori di Gisella Burinato e la Golden Star Academy. Ho studiato con la regista Loredana Scaramella e la coach inglese June Jasmine. Questo è un lavoro che richiede un allenamento costante.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro, sneakers talent’s own

Poi un bel giorno due youtuber arrivano al cinema e conquistano il box office. Quindi il cinema lo può fare chiunque?

N.F: Secondo me funzionano sui cento metri. In una maratona no. Noi che abbiamo alle spalle anni di studio e corsi di formazione, e che continuiamo a studiare, corriamo per la maratona, per costruirci una carriera. Quindi lo studio è imprescindibile.

N.P: Non li ho mai visti. È un fenomeno che non ho capito.

Non è un segreto che, a parità di attori, le produzioni scelgono quelli con più visibilità sui social per dare una mano alla sponsorizzazione del film. Ho dato un’occhiata al vostro IG e non credo che vi abbiano scelto per il numero di follower

N.F: Massimo Cappelli ha avuto gran coraggio a prendere due attori poco conosciuti. Quando ci ha scritturati, dovevo ancora uscire dal Centro sperimentale ed ero senza seguito sui social. Ma lui ha deciso di prendermi per un prodotto che forse, con due ragazzi molto seguiti, avrebbe avuto delle chances in più. Ha fatto questa scelta coraggiosa e per questo gli sarò eternamente grato.
Non mi appartiene il fatto di condividere continuamente la propria vita. Non lo critico, ma è un altro lavoro. Per me sarebbe una forzatura. Vorrei che i social fossero solo un mezzo di comunicazione, non il soggetto di quello che faccio. E io faccio l’attore. Spesso vengo rimproverato perché li uso poco. Purtroppo è vero che le produzioni guardano anche questo: è il mercato di adesso. Spetta a noi attori, con le nostre competenze, far sì di essere presi al posto di un influencer.

N.P: Questo è un motivo per cui sono grata ai produttori della Lime Film. Per questo ruolo ho sostenuto cinque provini. Il regista ha deciso di puntare su due persone nelle quali credeva. È stato bellissimo perché non tutti ragionano così, soprattutto ora. Sul mio IG non c’è neanche scritto attrice, perché per me il lavoro è una cosa e i social un’altra. Sono due lavori completamente diversi e non ho intenzione di cadere in questa trappola. Per me il social è uno svago. Sono un’attrice, non un’influencer. A voi spettatori cosa cambia se ho un milione o dieci follower? Vi interessa vedere qualcosa che vi fa emozionare. Ecco perché non capisco questo concetto e non ho intenzione di farmi fagocitare dal sistema.

Niccolò e Nina: total look Fendi

Il tormentone del momento è “i giovani non hanno voglia di lavorare vs/le nuove generazioni si ribellano al lavoro in condizioni di schiavitù”. Se c’è una categoria di sottopagati è la vostra, soprattutto in teatro. Perché gli attori continuano a lavorare anche gratis e l’elettricista no?

N.F: Cinema e televisione pagano il giusto. Il problema è se lavori dieci giorni l’anno. Allora quello che guadagni è insufficiente. Spesso però l’attore ha un fuoco dentro, qualcosa che ti fa battere il cuore talmente tanto, che lo faresti anche gratis. Per me era iniziato come un divertimento ma, quando ho provato a fare altro, ho capito che non potevo non recitare. Il problema è che se uno continua ad accettare lavori gratis, non è in grado di sostenersi col proprio lavoro.

N.P: Quando ti arriva un bel copione, e magari sei a casa e non stai lavorando, è un lavoro che ti fa stare attivo. E noi attori abbiamo bisogno di recitare. Se però tutti smettessimo di accettare, le produzioni che non pagano o pagano poco smetterebbero di proporre. Fortunatamente  c’è il ruolo dell’agente che è lì per tutelare l’attore. Secondo me è sbagliato accettare un lavoro non retribuito, a meno che non sia un progetto low budget nel quale credi. A me è successo, ma è un’eccezione. Recitare è un lavoro e il lavoro si paga. Dietro uno spettacolo teatrale, dietro un film, c’è un lavoro enorme. Non è che memorizzi una frase e vai sul palco a dirla. C’è un lavoro sulla costruzione del personaggio, su noi stessi. È un lavoro profondo e quindi non può essere sminuito. I corsi costano tantissimo. Se hai un provino difficile, chiami il coach e lo paghi. Perché quindi le produzioni non dovrebbero pagare gli attori?

E buonanotte è la storia di un ragazzo che non vuole dormire per non sprecare tempo. Per i giovani c’è sempre tempo, è sempre “scialla”. Ma una mattina ti guardi allo specchio, hai le rughe e percepisci di averne sempre meno. In realtà ogni attimo potrebbe essere l’ultimo. Avete mai pensato come sarebbe sostituire “scialla” con “vivi ogni istante come  fosse l’ultimo”?

N.F: Può accadere anche a 25 anni. C’è un momento in cui realizzi che gli anni che hai davanti non sono infiniti; accade qualcosa e da quel momento scegli come usare il tuo tempo. Luca, il protagonista del film, lo fa scegliendo di dedicare del tempo agli altri. Nina Pons, Roberta, lo porterà in una comunità di recupero e lui deciderà di dedicare tempo a chi ne ha più bisogno. Niccolò Ferrero lo sta facendo dedicandosi a ciò che ama: il cinema.

N.P: Il tempo è prezioso. Stare nel mood “scialla” è un riparo dal mondo esterno. Non ascolti con la pancia. Per me vivere vuol dire stare. Non fare tante cose, correre da una parte all’altra. Per me il sinonimo di vivere è stare nelle cose, moment by moment. Ascoltare, essere in connessione con gli stimoli esterni, con le persone che hai davanti. Per me, vivere ogni istante come fosse l’ultimo è vivere stando in quello che fai, sentire quello che fai. Quando vivi freneticamente fai fatica a goderti il singolo momento.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro

Dopo la sala E buonanotte è disponibile su Amazon Prime e Chili. Le piattaforme sono considerate l’Hannibal Lecter o il Robert Bloch del cinema. Ha senso demonizzarle o sono un’opportunità?

N.F: So che vado controcorrente, ma credo ci siano dei film che puoi vedere sia al cinema che a casa. Altri hanno una resa diversa sul grande schermo. Trovo però che le piattaforme siano una grande opportunità. Lo strumento narrativo si è sempre evoluto: dal teatro al cinema, dal cinema alla TV, al computer e ai telefonini. Non ho questa sacralità del cinema come luogo unico deputato alla visione del film. L’importante è che ci siano prodotti di qualità. Dove il pubblico li fruisce è un discorso personale. Una cosa è certa: con le piattaforme arrivi a un pubblico vastissimo, anche a livello mondiale.

N.P: In lockdown le piattaforme ci hanno salvato. Per me, vedere un film a casa o al cinema fa la differenza. Sono molto felice che E buonanotte sia stato al cinema, perché vedermi sul grande schermo è stato fantastico. La sala, poi, è un posto che crea connessione tra tante persone diverse che in quel momento stanno facendo tutte la stessa cosa. Nell’era in cui i social ci separano, portano ad estraniarsi, la sala può essere un momento di condivisione. Anche fare un film è un atto di condivisione, perché tante persone sono insieme sul set per far sì che il film venga nel migliore dei modi. Il bello di questo mestiere è proprio vedere come si crea una squadra: tutti insieme per un obiettivo comune. E per tutto il tempo in cui giri, il set diventa la tua famiglia. Come in teatro: quando sei in tournée si crea una sinergia inspiegabile.
E la capacità di condividere è anche una delle cose che viene fuori da E buonanotte. Luca e Roberta entrano in sintonia imparando a vedersi l’un l’altro.

Cosa porterete con voi di questo film?

N.P: È stato il mio primo film da protagonista e ci sono tantissime cose che mi porterò dietro. Sicuramente Niccolò, col quale si è creata una grandissima complicità, e tutte le persone che hanno lavorato con noi. Massimo Cappelli, il regista, che si è fidato di me e mi ha dato questa possibilità. Ha dedicato molta attenzione ad aiutarci nel creare i personaggi. È un film che mi ha lasciato tanto come persona. Tocca tematiche forti. Interpreto una ragazza che lavora in una libreria, studiosa, che fa volontariato in un centro per persone con disagi, disposta sempre ad aiutare l’altro. Solo che non mi lascio mai andare perché, se pensi sempre ad aiutare il prossimo, a te chi pensa?
Il personaggio di Niccolò, Luca, è quello che mi insegna a essere leggera, a far uscire la mia femminilità, a vivere la mia età. Io, a mia volta, lo aiuto ad inquadrarsi. Niccolò interpreta un ragazzo che vuole solo divertirsi: ama andare alle feste, giocare con la PlayStation, non vuole studiare. Il messaggio è che si può cambiare mettendosi in relazione con l’altro.
La capacità di trasformarsi è uno dei messaggi più belli del film.

N.F: Lo ricorderò sempre come il mio primo film da protagonista. Ero preoccupato perché volevo dare il meglio di me. Mi sono preparato con un insegnante del Centro sperimentale e un’altra coach. Ero tesissimo, ma le persone sul set, da Massimo a Nina, mi hanno davvero supportato. Si respirava un’aria leggera, ci siamo divertiti, abbiamo riso tantissimo e la tensione si è allentata. Il clima amichevole mi ha aiutato.

Sei torinese, ti hanno affiancato una romana… non poteva andare diversamente.

N.F: Esatto!

Niccolò: total look Sandro, shoes Premiata; Nina: shirt and denim pants Zimmermann, shoes Jimmy Choo

Credits

Talent Niccolò Ferrero, Nina Pons

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Styling Andreas Mercante (Niccolò Ferrero), Other Agency (Nina Pons)

Ph. assistants Valentina Ciampaglia

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency (Niccolò Ferrrero), Alessandro Joubert @simonebelliagency (Nina Pons)

Alessandro Piavani, l’artigianalità della recitazione

Alessandro Piavani serie
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Gli spettatori che, dal 20 maggio, seguono su Sky e Now Blocco 181, avranno imparato a riconoscere Ludo, biondino di ottima famiglia che, con i sodali (e amanti) Bea e Mahdi, tenta di scalare le gerarchie dello spaccio di Milano, muovendosi in un contesto dicotomico: di qua lo scintillio della metropoli lombarda, i grattacieli di Citylife, locali esclusivi, palazzi nobiliari, di là il degrado, la violenza delle gang, l’atmosfera livida che grava sul complesso edilizio (immaginario) cui si rifà il titolo. A dare corpo e voce al personaggio, che dietro la spavalderia, il vitalismo profuso in feste, eccessi e giri loschi cela la fragilità di un ragazzo profondamente solo, bisognoso di crearsi da sé i legami che la sua famiglia non ha mai saputo garantirgli, è Alessandro Piavani.

28 anni, bergamasco, è un interprete dal robusto curriculum attoriale: diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama di Londra, dal 2015 ha accumulato ruoli in numerosi spettacoli, serie e film, italiani (Saremo giovani e bellissimi, La mafia uccide solo d’estate, La porta rossa, Blanca) e internazionali (I Medici, I due papi, The Little Drummer Girl). Ora ha l’opportunità, nei panni di uno dei protagonisti della prima produzione in-house Sky Studios Italia, di esplorare le tante sfaccettature di un personaggio che, a suo parere, è dotato di una «ricca, complessa interiorità», sviluppata ricorrendo alla «cassetta degli attrezzi» di cui ha imparato a servirsi nell’accademia londinese, fondamentali in quanto «la bellezza della recitazione risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo».

Alessandro Piavani film
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Partiamo da Ludo, al centro del triangolo amoroso (e criminale) di Blocco 181 insieme a Bea e Mahdi. Senza svelare troppo della trama, cos’altro vuoi condividere su di lui con chi ci legge?

A differenza degli altri personaggi di Blocco 181 (una costellazione di realtà agli antipodi), viene dall’alta borghesia milanese, ha un background del tutto diverso da quello degli amici. La sua vita agiata, tuttavia, non l’ha facilitato nella ricerca del proprio posto nel mondo, anzi, fondamentalmente è solo. Nell’incontro e relazione con Bea, che coinvolgerà anche il suo migliore amico Mahdi, riesce in qualche modo a trovare la famiglia che ha cercato a lungo, visto che la sua è assente, non compare mai.
Ludo appare vivace, allegro, molto fluido, sa muoversi in ogni ambiente della città, ma dietro la facciata di spensieratezza nasconde forti inquietudini, un senso di profonda solitudine; proverà a colmarlo insistendo sulla relazione complicata che è il cuore della serie.

Quali sono state le difficoltà maggiori nell’interpretarlo e quali, invece, gli aspetti che hai trovato più interessanti?

Penso che gli aspetti difficili e quelli piacevoli, in parte, si siano sovrapposti, nel senso che per me era importante non insistere eccessivamente sul lato “sgamato” di Ludo. Ho avuto spesso la tentazione di indugiare nella sua tendenza a gigioneggiare, col suo modo di fare da cazzone, se mi si passa il termine. Non volevo soffermarmici troppo, per non perdere di vista la sua ricca, complessa interiorità. La difficoltà maggiore è stata probabilmente questa, trovare – e bilanciare – i differenti livelli del personaggio, che pure in tante scene si diverte come un matto, e io con lui.

Blocco 181 protagonisti
Alessandro Piavani (a destra) con Laura Osma e Andrea Dodero sul set di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

È ormai consistente il numero dei titoli italiani che, negli anni, hanno mostrato “dall’interno” le dinamiche della criminalità, penso a Gomorra, Romanzo criminale, Suburra… Secondo te in cosa si differenzia la serie rispetto ad altre del filone?

In primis, banalmente, nel fatto che si concentra su un cosmo più ristretto, non segue la malavita organizzata che gestisce traffici da milioni di euro.
Ritengo inoltre che la cornice del crime sia, per l’appunto, una cornice, una parte del racconto, dominato dall’amore che unisce i protagonisti. È un po’ un Romeo e Giulietta con due Romei, in fondo anche la tragedia shakespeariana, con le sue lotte familiari, si può considerare crime. Il punto di forza di Blocco 181, forse, sta proprio nel rapporto tra Ludo, Mahdi e Bea, che credo sia una novità; una storia d’amore tra due uomini e una donna mostrata per come è, senza etichette, giudizi o riflessioni da costruirci su, accade e basta. Trovo significativo inserirla nel quadro del genere criminale, che finora ha dato poco spazio alle infinite sfumature dell’animo umano, privilegiandone gli elementi di violenza, machisti.

Ti sei diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama, un’istituzione, basta vedere l’elenco di alcuni ex alunni, da Judi Dench ad Andrew Garfield. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

Per frequentare la scuola mi sono trasferito a Londra, avvertivo la necessità di mettermi in discussione e approfondire la parte artigianale della recitazione. In questo, il master alla Royal Central School si è rivelato una ricchezza incredibile, mi sono potuto concentrare ogni giorno sulle tecniche, i trucchi, i giochi, in una parola sull’essenza del mestiere, cercando di farne tesoro e impiegarli nelle produzioni successive.
La scuola anglosassone, secondo me, ti spinge ad essere chiaro su quello che cerchi, sulle specificità del proprio modo di recitare su cui concentrarsi; avevo bisogno di crearmi una cassetta degli attrezzi con gli strumenti che mi sarebbero potuti tornare utili, la Central me li ha messi a disposizione.
La bellezza del nostro lavoro, in fondo, risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo.

Blocco 181 serie Sky
Alessandro Piavani e Andrea Dodero (Mahdi) in una foto di scena della serie (ph. Gabriele Micalizzi)

Hai studiato e lavorato nel Regno Unito, avendo occasione di confrontarti con due scuole diverse, britannica e italiana, quali pensi siano i rispettivi tratti peculiari?

Budget a parte, non mi sembra ci siano grosse differenze di approccio. Sicuramente sui set inglesi, e internazionali in genere, mi son sentito da subito benvoluto. In The Little Drummer Girl, ad esempio, pur avendo un ruolo piccolo ed essendo uno sconosciuto appena sbarcato a Londra, circondato da attori incredibili, ho percepito nettamente questa predisposizione ad accogliere, mi ha colpito.

Non hai neppure trent’anni ma la tua filmografia è già nutrita. A quale ruolo, tra quelli interpretati finora, sei più legato, e perché?

A Bruno di Saremo giovani e bellissimi, arrivato tra l’altro nel momento in cui ero appena stato ammesso alla Royal Central School, ho dovuto rinunciare perché la storia mi piaceva da impazzire, e alla fine mi sono trovato benissimo sia con Barbara Bobulova (la protagonista) che con la regista, Letizia Lamartire. Poi si trattava del mio primo film, con un ruolo centrale che mi caricava di responsabilità, ho dovuto imparare a cantare, a suonare la chitarra; in breve, un’esperienza fantastica, non posso non ricordarla con enorme piacere. Inoltre la troupe era composta quasi esclusivamente da neodiplomati del Centro sperimentale, avevo la sensazione di girare con dei compagni di scuola, è stato entusiasmante.

Blocco 181 trama
Ludo e Bea (Laura Osma) nel primo episodio di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

In un’intervista del 2018 confessavi il sogno di lavorare, un giorno, con Xavier Dolan. Altri registi da inserire in un’ipotetica lista dei desideri?

Ero giovane, i miti cambiano spesso. Sono troppi i registi che ammiro per sceglierne solo due o tre. Penso che gli autori più bravi siano quelli che riescono a tirare fuori, dagli attori, elementi che loro stessi non sapevano di avere. Certamente mi piacerebbe lavorare con un regista che mi trasformi, facendomi ricredere su tutto ciò che so di me e della recitazione.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ci sono un paio di progetti all’orizzonte dei quali sono molto soddisfatto, non posso anticipare altro. Poi cerco di tenermi impegnato in tutti i modi, cercando anche di scrivere e collaborare con alcuni amici.

Blocco 181 serie tv cast
Ludo, Bea, Mahdi di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

Talent Alessandro Piavani

Nell’immagine in apertura, Alessandro Piavani indossa total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Giuseppe Futia, nuovo volto (internazionale) del cinema italiano

Occhi verdissimi e il physique du rôle del modello, l’attore 25enne Giuseppe Futia, dopo essersi affermato nel fashion world (con campagne per nomi del peso di Pepe Jeans, Kappa e Zalando), si è dedicato anche alla recitazione, volando a Los Angeles per frequentare la prestigiosa Stella Adler Academy.

L’occasione giusta («per certi versi è stato un miracolo», ricorda), il ruolo di Tommaso in Ancora più bello (2021), è arrivata proprio mentre era negli Usa.
Lo vedremo presto in Backstage – Dietro le quinte, pellicola su nove (aspiranti) partecipanti a uno spettacolo teatrale che, per guadagnarsi l’ingaggio, dovranno dar prova di notevoli abilità; la descrive come «un’esperienza intensa», che ha richiesto «due mesi passati a provare, ballando e cantando; una sorta di accademia lampo».

Tommaso Ancora più bello
Total look Federico Cina, shoes Bally

In Backstage – Dietro le quinte sei uno dei nove ragazzi che aspirano a partecipare allo show del Sistina, e per dimostrare di meritarsi uno dei posti disponibili dovranno sfoderare le proprie capacità nella danza, nel canto e nella recitazione. Come ti sei trovato rispetto a tali “perfomance”?

Sotto il profilo attoriale è stato un sogno e ho fatto subito gruppo con gli altri, anche perché abbiamo passato oltre due mesi a provare tutti i giorni, ballando e cantando, insieme al team del Sistina; una sorta di accademia lampo per prepararci alla riprese. Pensavo di cavarmela meglio col ballo, invece… Di sicuro, ne ho ricavato molto sudore e dolore, ma penso e spero di esser riuscito a tirare fuori qualcosa di buono. Sono felice, come pure il resto del cast, eravamo in ottime mani. Siamo fiduciosi, ansiosi di vedere il risultato finale.

Eri anche nel cast di Ancora più bello (ora su Netflix), cosa ricordi del tuo esordio cinematografico?

Per certi versi è stato un miracolo, al momento del provino mi trovavo in America, ho lasciato tutto per sostenerlo. Non scorderò mai il momento in cui mi hanno comunicato che ero stato scelto, ho pianto per una ventina di minuti.
Ricordavo, del primo film (Sul più bello, ndr), che non sembrava neppure italiano, era una teen comedy ma nient’affatto scontata; era un bel progetto insomma, per questo ero così emozionato. Sul set, alla fine, c’era un’atmosfera più che positiva, il gruppo era già affiatato e ho avvertito la voglia di stare insieme, divertendosi. Girare a Torino è stato bellissimo e ho conosciuto Loredana Bertè, cosa volere di più?

Tommaso ancora più bello attore
Total look Dsquared2

Nel 2017 ti sei trasferito oltreoceano per frequentare la Stella Adler Academy of Acting, a Los Angeles. Qual è stato il primo impatto con la capitale mondiale del cinema?

Sembrerà scontato, ma a colpirmi è stato innanzitutto il caldo. Vengo dalla Calabria, perciò con quel clima, i parchi enormi, Venice Beach, mi sono sentito a casa. Uomini, donne, tutti sono bellissimi e sognano di sfondare nel cinema, c’è un fermento palpabile.
Mi è rimasta impressa, su tutto, la convinzione generale che si può – e si deve – sempre migliorare, lo pensano pure i grandi attori, i professionisti affermati che insegnano all’accademia. Ho toccato con mano un tipo di umiltà, di voglia di fare che è espressione di una cultura diversa.

Qualche aneddoto o episodio da ricordare del periodo a L.A.? Qual è per te l’aspetto migliore e quello, se non peggiore, più problematico della metropoli californiana?

Un aneddoto riguarda l’incontro con Jon Voight, non so per quale motivo, fermandolo per una foto, l’ho chiamato “Antoine”. Lui è rimasto interdetto, ma per pietà ha acconsentito. Un addetto alla sorveglianza, assistendo alla scena, mi ha squadrato per poi dirmi “bella figura di m…”.
La parte migliore si ricollega a quanto dicevo prima, ci sono infinite opportunità, i ritmi sono forsennati ma le possibilità non mancano. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che a Los Angeles è davvero facile sentirsi soli, per non parlare della competizione, esasperante. Le folle di senzatetto ricordano costantemente quanto possa essere duro e spietato, come ambiente.

Sei cresciuto con la compagnia LocriTeatro, hai sostenuto il provino per la scuola Paolo Grassi, recitato in parecchi spettacoli… Il teatro è sempre stato nelle tue corde? Cosa lo differenzia maggiormente dal cinema, a tuo parere?

LocriTeatro è stata una salvezza, venendo da un paesino rappresentava l’unica realtà dove, se volevi recitare, potevi combinare qualcosa. All’inizio ero scettico, però mi sono completamente ricreduto. La vicinanza del pubblico, la necessità di andare avanti qualsiasi cosa accada fanno del teatro una scuola impareggiabile.
La differenza principale rispetto a cinema e tv penso sia l’esigenza di seguire un ritmo preciso, di proseguire a ogni costo; ti dà un’adrenalina che, davanti la macchina da presa, devi invece costruirti da solo, trovandoti magari a rigirare quaranta volte la scena. Sul set bisogna impostare i propri tempi, il teatro al contrario ti forza alla coralità, e l’esperienza umana risulta più coinvolgente.

Da modello, hai sicuramente dimestichezza con outfit, dress code, tips e simili, come descriveresti il tuo stile? Opti per una specie di uniforme o preferisci variare?

Minimal chic, trovo mi si addica; prediligo il total black, la mia uniforme è quella, non vado pazzo per le cose stravaganti, sebbene ultimamente stia provando a osare un filo di più con gli accessori. Resto fedele, comunque, al look pulito.

Progetti per il futuro? Cosa ti auguri, come attore e persona?

Per il momento nulla di definito, in futuro mi piacerebbe lavorare il più possibile come attore, e mettermi alla prova, costantemente. Questo lavoro del resto è così, ti costringe a cambiare, sfidandoti, è proprio questo il bello.

Giuseppe Futia film
Total look Dsquared2
Ancora più bello film cast
Total look Dsquared2

Credits

Talent Giuseppe Futia

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Riccardo Albanese

Stylist assistant Chiara Polci

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location Hotel American Palace Eur

Nell’immagine in apertura, Giuseppe Futia indossa maglia Federico Cina, pantaloni stylist’s archive

Il filo (in)visibile di Francesco Gheghi

Nato a Roma il 19 agosto 2002, Francesco Gheghi è una giovane promessa del cinema italiano che, in pochi anni, ha già lavorato con alcuni dei più famosi attori italiani, sempre in ruoli da protagonista.

Ha terminato le riprese del film di prossima uscita Piove e su Netflix è uscito Il filo invisibile dove interpreta Leone, figlio adolescente di due papà. A maggio sarà trasmessa sulla Rai la fiction A muso duro, la storia della prima paralimpiade disputata a Roma nel 1960, dove Francesco ha dovuto recitare nel ruolo di un atleta paraplegico. Ama lo sport: pratica nuoto, calcio, sci, ciclismo e arrampicata.

Mentre converso con lui, mi tornano in mente le parole di una vecchia canzone di Jovanotti, “sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno…”. È Francesco Gheghi, giovane professionista con tanta voglia di crescere, imparare dai colleghi più grandi e più bravi, un ragazzo che ringrazia per il suo sogno che si sta avverando: «stare in tutte le scene».

Francesco Gheghi film
Jacket Antonio Marras, shirt Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

«Ho iniziato a fare teatro alle elementari – racconta durante l’intervista – Il mio primo ruolo è stato San Francesco: non per meritocrazia, ma perché mi chiamavo Francesco. Lì ho scoperto che mi piaceva recitare. Mi sono diplomato lo scorso anno. È stata una soddisfazione. Avevo saltato tantissimi giorni di scuola perché ero sul set di due film, Il filo invisibile e Piove. Era una cosa alla quale mia madre teneva tanto. Per fortuna, grazie al Covid, l’esame si è svolto senza la prova scritta. Ho avuto un percorso scolastico travagliato. Ho iniziato con il liceo linguistico, ma non mi piaceva. Poi ho fatto il liceo scientifico sportivo, perché lo sport è un’altra passione. Non mi piaceva neanche quello. Mi sono iscritto al liceo delle scienze umane e le materie mi interessavano. Andavo anche bene».

Pensi di iscriverti all’Accademia di arte drammatica o di continuare con corsi singoli?

Mi piacerebbe, ma le accademie non ti permettono di lavorare. Me lo hanno sconsigliato. Continuerò la mia formazione con corsi di recitazione. E poi non voglio levare il posto a qualcuno che magari se lo merita e non ho avuto le opportunità che ho avuto io.

Il ruolo che ti ha impegnato di più?

Ogni ruolo che ho interpretato in questi anni pensavo fosse il ruolo più difficile, perché era un progetto nuovo. All’inizio pensavo fosse Mio fratello rincorre i dinosauri, perché è stato il mio primo film da protagonista. Avevo sedici anni. Poi, quando ho lavorato con Favino in PadreNostro. O con Francesco Scianna e Filippo Timi ne Il filo invisibile. Adesso ti dico Piove perché è un horror, un genere difficile che non si fa spesso. Un film impegnativo anche a livello fisico e mentale. Sono stati tutti ruoli difficili anche se per motivi diversi, ma grazie ai quali ho imparato tanto.

Quello più lontano da te?

A muso duro. Uscirà a maggio su Rai1 ed è la storia dei primi atleti paralimpici. Interpreto un ragazzo paraplegico che perde le gambe al lavoro. È stata una sfida perché, non essendo paraplegico, sono dovuto entrare in un mondo che mi era sconosciuto.

L’attore che ti preoccupava di più?

Forse Favino… temevo di deludere le aspettative. Ma con me sono stati tutti pazienti e generosi.

Francesco Gheghi Padre Nostro
Jacket Edmund Ooi, pants Ramzen, ankle boots and rings stylist’s archive

Inizi a studiare recitazione nel 2013 e dopo cinque anni, nel 2018, esce Io sono tempesta. Sempre protagonista, senza essere figlio d’arte. Hai un genio della lampada?

No, c’ho un culo clamoroso. Elio Germano, Marco Giallini, Marcello Fonte, Isabella Ragonese, Eleonora Danco, Francesco Scianna, Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi… Non capita a tutti.
Questo è un lavoro di fortuna. È inutile che ci raccontiamo altro. Devi essere bravo, ma anche fortunato. Devi trovarti al posto giusto al momento giusto e, quando l’occasione si presenta, devi anche essere il più forte. Allora trasformi quel momento in un’opportunità. Io ho giocato dieci anni a pallone. A quindici anni erano tutti alti 1 m 80 e io la metà. Salivano tutti di categoria, andavano nelle squadre forti, e io non avevo quelle possibilità perché ero più piccolo fisicamente. Nella recitazione questo problema non mi ha ostacolato. Lo stesso fisico, che era piccolo nel calcio, a scuola, nelle amicizie, con le ragazze, che era sempre non funzionale, nella recitazione è stato perfetto perché magari interpretavo un personaggio di tre anni più piccolo di me.

Con le ragazze hai recuperato… Ora hai la fila?

Sì ho la fila, ma c’è la numero uno che è la mia ragazza e quindi la fila si è smaterializzata, non c’è più.

Francesco Gheghi età
Jumpsuit Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

Sempre alle prese con ruoli impegnativi. Cosa hai imparato?

Sono cresciuto prima del tempo. Entrare nel mondo del lavoro a quattordici anni, mi ha costretto a relazionarmi con un mondo di adulti. Il senso del lavoro, la dedizione e la professionalità sono tutte cose che ho appreso sul set e che mi hanno agevolato anche in altri ambiti della vita. Ma non ci sono solo le responsabilità, c’è anche il divertimento. Come mi diverto sul set non mi diverto da nessun’altra parte. È quello che amo fare. Amo la mia vita, la mia famiglia, gli amici, ma il set è tutto un altro mondo.

Così giovane, hai scartato in fretta le strade che non erano adatte a te e hai trovato subito quella in cui ti senti a tuo agio?

Sì, a quattordici anni, quando girai Io sono tempesta. Mi convocarono sul set la mattina presto. Elio Germano era già lì. Lo fissavo. Stavo con mamma, in disparte, e lo guardavo lavorare. Aspettavo, volevo entrare in campo. “Ora tocca me”. Niente. Arriva la pausa pranzo. Ricominciamo e ancora non toccava a me. Aspettavo e guardavo Elio. Era sempre sul set. Allora mi volto verso mia madre e faccio “ma’ io voglio fare come fa Elio. Voglio stare in tutte le scene”. Li ho davvero capito che era quello che volevo fare. Mi scalpitano le gambe quando sto là. Sul set mi sento a casa.

Non ho visto TikTok, ma…

Non lo guardare, è meglio… (ride, ndr)

Francesco Gheghi Mio fratello rincorre i dinosauri
Jacket Roberto Cavalli, rings stylist’s archive

Su Instagram posti poche foto e per lavoro. Non sei molto social?

No zero. TikTok è il mio lato più oscuro. Instagram lo uso per condividere le mie esperienze lavorative, foto di scena. TikTok era nato come un gioco durante la quarantena, con gli amici. Faccio un video e, se è divertente, lo posto.

La tua vita è stata stravolta dal lavoro di attore o riesci ancora a frequentare gli amici di sempre?

Riesco a fare tutte e due le cose, anche perché mia madre ha fatto in modo che il cinema non occupasse tutta la mia vita. Voleva che mi diplomassi. La definisco una tedesca. Giustamente voleva che andassi bene a scuola e lo faceva per il mio bene. Quando sei piccolo non lo capisci. Te ne rendi conto quando cresci.

La tua serata tipo?

Amici, fidanzata, cena, cinema. Feste se ci sono. Preferisco le feste in casa tra amici, mi piace giocare a carte o fare giochi di società. Non sono particolarmente festaiolo.

Francesco Gheghi fiction
Jacket Edmund Ooi, rings stylist’s archive

Per Netflix è appena uscito Il filo invisibile, dove sei figlio di due padri. Qual è la famiglia tipo tra i tuoi amici? È qualcosa che per la vostra generazione fa la differenza?

No. Per la mia generazione no, ma magari non è così per tutti. Comunque le cose stanno cambiando, nessuno si fa più problemi se uno ha due papà, due mamme o tre zii.
Basta che stai bene e sei amato: quella è la cosa più importante.

Si discute di diritti LGBTQ, identità di genere, gender fluid. Appartieni alla Gen Z. Vivete queste battaglie come un diritto da conquistare o la fluidità di genere per voi è un dato di fatto?

Noi partecipiamo a queste lotte proprio perché ci sia un cambiamento in quelle persone che non lo ritengono normale e che sono cresciute con altri tipi di valori.

In Parlamento si discute lo Ius scholae. Appartieni a una generazione cresciuta in una scuola multirazziale. Trovi normale che tuoi coetanei, cresciuti nel tuo quartiere, non siano cittadini italiani?

Io trovo anormale che ancora non lo siano. Trovo assurdo che ci siano persone che si fanno questi problemi. Se dici che siamo tutti fratelli e sorelle, perché poi ti fai un problema se diventano cittadini italiani? Trovo anormale che ancora se ne debba discutere.

I tuoi come vivono il tuo lavoro?

Sono sempre stati miei sostenitori. Se non fosse per mia madre e per mio padre non sarei quello che sono e non farei questo lavoro. Sono le persone più felici e più fiere di me. È grazie ai loro insegnamenti se cerco di fare sempre di più e sempre meglio.

Francesco Gheghi Favino
Blouse Comeforbreakfast, arnes and rings stylist’s archive

Credits

Talent Francesco Gheghi

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location NH Collection Roma Palazzo Cinquecento

Claudia Gusmano, dagli astri di Netflix a nuove sfide attoriali

La sua carriera inizia all’età di diciannove anni, dopo aver studiato tantissimo, quando è stata scritturata per il suo primo spettacolo teatrale, inconsapevole del successo che avrebbe ottenuto in futuro in fiction note al pubblico, come L’allieva su Rai1. Oggi Claudia Gusmano è reduce dal successo di Guida astrologica per cuori infranti, in cui racconta il dramma dei trent’anni e cosa significa rimettersi in discussione a livello personale e professionale, sotto la protezione dell’astrologia. Nel 2022 sarà protagonista nel film di Marta Savina Shotgun, nei panni di Lia, una ragazza che subisce un’orribile violenza e che, con il suo coraggio, darà inizio a una ribellione che permetterà l’avvio della lotta per i diritti delle donne. Il talento per lei «è quella luce che ti contraddistingue da tutti gli altri, che puoi decidere di far brillare riempendo i tuoi occhi di cose bellissime oppure far affievolire per paura di non essere mai abbastanza».

Claudia Gusmano serie Netflix
Shoulder accessories and collar Amen, shirt Gianluca Saitto, earrings Nove25

Come ti appassioni alla recitazione?

Comincia tutto al liceo, quando dopo aver visto uno spettacolo di Anna Mazzamauro a teatro mi innamoro all’improvviso di questo luogo. Poco dopo decido di iscrivermi ad alcuni corsi di recitazione e da lì non mi sono più fermata. Dopo la scuola ho lavorato in teatro per otto anni e, mentre stavo debuttando in Alice nel paese delle meraviglie nel ruolo della regina, un agente mi chiese di entrare nella sua agenzia, da lì è partita anche la carriera legata al mondo della televisione.

A quale produzione sei più legata?

Sono molto legata a tutti i miei lavori, uno in particolare è il cortometraggio su Franca Viola che ha segnato uno spartiacque fra teatro e quello che faccio ora. È stato molto stimolante. Quando sono entrata in questo progetto mi sono sentita totalmente a mio agio, ho modificato il mio percorso e la rotta è cambiata. Il teatro ha comunque un posto speciale nel mio cuore, infatti sto lavorando anche ad un monologo che andrà in scena nelle prossime settimane…

Di cosa si tratta?

Il monologo si chiama Mozza, è un grande metafora della vita e racconta la storia di quando ci troviamo a percorrere dei cammini già disegnati da qualcun altro per noi. Sarò all’Officina Pasolini a Roma dal 13 maggio. Il teatro è casa, il posto in cui amo tornare.

Guida astrologica per cuori infranti Claudia Gusmano
Total look Judy Zhang, rings Bronzallure, sandals stylist’s archive

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

In primo luogo la vita di tutti i giorni, è proprio vivere che ci aiuta a raccontare qualcosa. Pensando invece ad un personaggio posso dirti Olivia Colman in particolare ne La favorita. È una persona che mi sa di normalità sotto vari punti di vista, la sua interpretazione in questo film è straordinaria. Sulla scena italiana invece senza dubbio Vanessa Scalera, il suo percorso mi piace molto.

È difficile interpretare un personaggio lontano dalla tua età anagrafica?

Significa uscire dalla tua zona di comfort, quando torni indietro nel tempo ad esempio ti rendi conto di quanti schemi ti sei messo addosso. Allo stesso modo capisci l’importanza del qui e ora, perché l’unica cosa che hai in fondo è il presente. Tornare indietro e ristrutturare è difficile ma molto bello.

Che rapporto hai con la musica?

Avrei amato cantare e prima o poi inizierò a prende lezioni di canto. Pensa che Tosca è la persona che mi ha dato la possibilità di fare il monologo di cui parlavo prima, ascoltavo le sue canzoni sin da piccola. Sono grata al mondo della musica, mi aiuta nei periodi più tristi o in cui sono a disagio. Ogni momento della mia vita ha un sottofondo musicale che mi ricorda cosa è accaduto.

Claudia Gusmano Netflix
Dress Vivetta, jewelry Nove25

Ora che è possibile ricomincerai a viaggiare?

Sono appena stata a Madrid e Barcellona. Voglio scoprire tutto quello che è possibile vedere. È il momento giusto per farlo e rimettere in moto l’economia in modo sano.
Ho la necessità di staccare dalle piattaforme digitali. Viaggiare ti riporta con i piedi per terra e ti fa vedere chi sei. Misurarti con il mondo apre la mente e aiuta molto nel nostro lavoro, che consiste nel raccontare la vita di tutti i giorni.

Desideri per il futuro?

Spero che Shotgun, film in uscita per il cinema,  abbia il giusto successo e mi auguro di raccogliere i frutti del lavoro impostato negli ultimi anni. Per il futuro in generale vorrei continuare a fare l’attrice finché sarò vecchia (ride, ndr), ed essere una donna fiera e orgogliosa.

Claudia Gusmano Instagram
Total look Delfrance, sunglasses stylist’s archive

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Talent Claudia Gusmano

Editor in Chief Federico Poletti

Text Massimiliano Benetazzo

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, Claudia Gusmano indossa colletto e accessori Amen, camicia Gianluca Saitto e orecchini Nove25

Carisma e talento: l’ascesa di Giacomo Ferrara

Classe 1990, origini abruzzesi, Giacomo Ferrara è tra gli attori più talentuosi e carismatici della sua generazione. Si è fatto conoscere – e amare – dal pubblico nei panni del malavitoso Alberto “Spadino” Anacleti, tra i protagonisti del film Suburra e, soprattutto, dell’omonimo serial; un personaggio che, afferma, «porterò sempre con me, è entrato nella cultura pop italiana, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, riversando su di me l’affetto provato per lui». Prima della popolarità con la serie Netflix («una parentesi bellissima del mio percorso, iniziata nel 2015 e terminata l’anno scorso»), aveva già avuto modo di mostrare le proprie capacità col ruolo di Angelo de Il permesso – 48 ore fuori, valsogli il premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’argento del 2017.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look 424

Ha preso parte inoltre alla pellicola dal côté fiabesco Guarda in alto (dove il suo Teco vive avventure surreali sui tetti di Roma), al fantasy Non mi uccidere, alla miniserie Sky Alfredino – Una storia italiana e, da ultimo, a Ghiaccio, esordio cinematografico del cantautore Fabrizio Moro (in tandem con Alessio De Leonardis), in cui è un giovane che, nel pugilato, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata; nelle sue parole, «una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore». Per prepararsi alla parte, ad ogni modo, ha dovuto affrontare un duro training in quanto «la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea»

Opere e generi diversi, nei quali spiccano le sue interpretazioni spesso “estreme”, viscerali, dal citato Spadino (criminale borderline, lacerato da sentimenti contrastanti, diviso tra una quotidianità di violenza e sopraffazione, una sessualità repressa e l’ossessione di rivalersi su una famiglia che lo considera una testa calda, da tenere ai margini) allo stravagante Ago, il tossicodipendente dalla chioma rosa amico del protagonista di Non mi uccidere.
A Giacomo, del resto, «piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente», nonostante tenga a precisare che «a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, che arrivino dritte al cuore, proprio come Ghiaccio».

Giacomo Ferrara filmografia
Total look Dior

La nostra intervista con Giacomo Ferrara

Parlaci del tuo ultimo film, Ghiaccio.

Più che un film sul pugilato è una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, uno straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore.
La parte più difficile è stata la preparazione fisica, la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; con Giovanni De Carolis, ex campione del mondo, mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea. In tutto ciò, tra me e Vinicio si è creato un rapporto molto bello, lo stesso che c’è sullo schermo. Un lavoro intenso, complesso, duro, costellato di sfide, come quelli che piacciono a me insomma.

Giacomo Ferrara Ghiaccio
Shirt Gucci

Com’è stato impersonare un personaggio come Spadino, penetrato in profondità nell’immaginario del pubblico?

Suburra è stata una parentesi significativa del mio percorso, iniziata nel 2015 con il film di Stefano Sollima e terminata l’anno scorso. Porterò sempre nel cuore Spadino, è entrato nella cultura pop italiana, come la serie d’altra parte, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, da come riversano su di me l’affetto provato per lui. Doveva finire però, com’è naturale, subito dopo ho lavorato a un progetto dopo l’altro, sono felice della piega che sta prendendo la mia carriera.

Giacomo Ferrara film pugile
Suit Çanaku

Che rapporto si è creato col resto del cast di Suburra?

Spesso sui set si creano dinamiche destinate a finire una volta conclusa la produzione, ci sono invece dei casi, com’è stato per Ghiaccio o, appunto, con il cast di Suburra, nei quali si instaurano rapporti che vanno talmente oltre il lavoro in senso stretto, da restare poi per sempre. Con Alessandro (Borghi, ndr) Eduardo (Valdarnini), Filippo (Nigro) e gli altri, per quanto non ci si senta tutti i giorni, ogni volta che ci rivediamo è come se non ci fossimo mai persi di vista.

Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni
Total look Valentino

Hai interpretato spesso personaggi dall’aspetto e modi appariscenti (Spadino, appunto, Teco di Guarda in alto, Ago di Non mi uccidere…), preferisci i ruoli molto “fisici”, che richiedano (anche) trasformazioni radicali?

Mi piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente; a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, comunque, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, proprio come quella di Ghiaccio. È un film semplice che però arriva dritto al cuore, perché si fa portatore di sentimenti e messaggi se vogliamo popolari, eppure importantissimi in quest’epoca post-pandemica, segnata da tecnologie che ci spingono ad alienarci sempre di più, mentre l’arte nasce con tutt’altri scopi, per ispirarci e farci sognare.

Immagina di doverti raccontare a qualcuno che non ti abbia mai sentito nominare: chi è Giacomo Ferrara, professionalmente e umanamente?

Sicuramente partirei dalle mie origini, dai valori che la mia famiglia ha cercato di trasmettermi (lavoro, sacrificio, sudarsi le conquiste), spingendomi a diventare cocciuto, determinato. Ci tengo a dare il meglio, provo costantemente a superare i miei limiti, nella vita come sul set.
In fondo, credo che Giacomo sia semplicemente un ragazzo che ha sempre sognato in grande e, pian piano, sta riuscendo a realizzare ciò che sognava.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look Andrea Pompilio
Giacomo Ferrara intervista
Shirt Magliano, shoes Giuseppe Zanotti, pants stylist’s archive

Credits

Talent Giacomo Ferrara

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Chiara Polci

Hair Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Charlotte Hardy @simonebelliagency

Location Coho Loft Roma

Nell’immagine in apertura, Giacomo Ferrara indossa total look 424

Beatrice Grannò, la mia storia tra recitazione e passione per la musica

Beatrice Grannò foto
Dress Antonio Grimaldi

Classe 1993, Beatrice Grannò comincia il suo percorso televisivo in Italia nel 2013, dopo essersi formata nella scuola di recitazione East 15 Acting School. Il debutto arriva nel ruolo di Valentina, sul set della fortunata serie Rai Don Matteo 9, con Terence Hill.

Oggi cavalca l’onda di una rinnovata popolarità dovuta alla serie Doc – Nelle tue Mani, dove indossa i panni di Carolina Fanti. Un personaggio a cui tutti noi siamo molto legati e abbiamo imparato ad apprezzare moltissimo nell’ultima stagione. Il lavoro di attrice va di pari passo anche con la sua passione per la musica, ambito in cui la vedremo sempre più protagonista nei prossimi mesi…

Beatrice Grannò Doc
Dress Sylvio Giardina, sandals Giuseppe Zanotti, earrings Cristallonero

Com’è nata la passione per la recitazione?

Il mondo dello spettacolo mi ha affascinato fin da quando ero piccola. Ho sempre sentito la necessità di raccontare qualcosa e la recitazione è un mezzo per esprimere parole e narrare storie che nella vita di tutti i giorni non potresti raccontare.
L’ho sempre visto come un modo per essere capita, e poi la cosa particolare che c’è dietro a questo lavoro è che puoi trasformare in chiave positiva storie difficili, nella realtà invece non è sempre così.

Cos’è per te il talento, come lo definiresti?

Il talento è come un fuoco che arde e ti spinge ad avere l’attitudine a realizzare qualcosa di bello. Proprio come il fuoco, però, va sempre alimentato perché per sua natura è fluttuante. Deve essere sempre accompagnato dallo studio, dalla preparazione giorno per giorno, altrimenti se manca questo tipo di spinta tenderà ad esaurirsi.

Beatrice Grannò film
Total look Valentino

A quale personaggio tra quelli interpretati fino ad oggi sei più legata?

Sono molto legata al primo film in cui ho lavorato, Mi chiedo quando ti mancherò, dove interpretavo il personaggio di Amanda. È stata la prima grande responsabilità da protagonista e la storia era quella di una forza femminile non stereotipata, che riesce ad ottenere ciò che vuole senza essere aggressiva.
È stata una produzione piccola ma con un grande cuore, un set faticoso (soprattutto per le condizioni meteorologiche) a cui lego bellissimi ricordi.

Il tuo rapporto con la musica…

Ho sempre fatto musica e nel mio modo di farlo c’è lo stesso intento che ho con la recitazione. Come attrice ho un approccio razionale, con la musica sono impulsiva. Mi piace raccontare in maniera dolce un segreto, cantare cose difficili con le parole. Da quando sono piccola suono il pianoforte, poi crescendo mi sono avvicinata anche ad altri strumenti perché avevo voglia di sperimentare. L’esperienza a Londra è stata fondamentale per questo ambito, quando studiavo recitazione lì mi sono occupata anche di realizzare la parte musicale in alcuni spettacoli.
Negli ultimi due anni ho individuato nel cantautorato con sonorità folk americane il mio genere musicale preferito e ora sto lavorando anche ad un album.

Beatrice Grannò Carolina
Jacket and skirt Desa 1972, earrings Bronzallure

Dove ti vedi tra qualche anno?

Spero di aver fatto uscire il mio album e continuare la carriera da attrice, una doppia dimensione che potrebbe andare di pari passo. Mi piacerebbe anche realizzare un videoclip in cui recito o ricoprire un ruolo attinente al mondo musicale.

Progetti imminenti?

Al momento sto girando The White Lotus. Sono una grande fan della prima stagione e adoro il regista. Questo progetto è una tragicommedia entusiasmante e rapportarsi con attori americani è un grande privilegio. Poi nell’aria c’è la possibilità di girare anche la terza stagione di Doc – Nelle tue mani, vorrei inoltre ritagliarmi del tempo per andare in studio di registrazione o fare qualche concerto.

In tutto questo ti prenderai anche una vacanza?

Ormai ho una filosofia: prenoto solo quando so di non avere lavori imminenti, altrimenti finisce che non parto (ride, ndr). Per il resto adoro la montagna, ma sto bene anche nella mia casa al mare che è sempre un porto sicuro.

Beatrice Grannò serie tv
Shirt TPN, errings Bronzallure

Credits

Talent Beatrice Grannò

Editor in Chief Federico Poletti

Text Massimiliano Benetazzo

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistants Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Chiara Polci

Hair Lucia Cirino @simonebelliagency

Make-up Charlotte Hardy @simonebelliagency

Location: Coho Loft Roma

Nell’immagine in apertura, Beatrice Grannò indossa un abito Antonio Grimaldi

L’empowerment femminile del nuovo cinema italiano: Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli

Dresses Giorgio Armani

Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli, due attrici al massimo splendore della loro carriera che, nella stagione 2021/2022, si sono fatte notare come super protagoniste.
La prima nelle vesti di Blanca, serie che ha sbancato lo share targata Rai1, e a ruota con la sua co-conduzione nella serata del venerdì del Festival di Sanremo, al fianco di Amadeus, dove ha brillato per eleganza e simpatia. Al momento è impegnata nelle riprese di Don Matteo, dove ha rincontrato il suo partner in Doc – Nelle tue mani, Luca Argentero. La seconda, anche lei protagonista del medical drama in onda su Rai1 (per il quale parliamo di numeri record di ascolto, oltre il 30% di media), è ora al cinema con la nuova commedia di Fausto Brizzi Bla Bla Baby; d’altronde, che fosse bellissima e con la battuta sempre pronta, lo sapevamo già.

Due donne forti che si raccontano, Nord e Sud, l’Italia nelle sue mille sfumature, sempre con l’ironia giusta, accomunate da una grande passione per la natura e in particolare l’equitazione. Ad avvicinarle a questo sport, infatti, è stato proprio il loro mestiere.

Maria Chiara Giannetta attrice
Headpiece The Beatriz, dress Philosophy di Lorenzo Serafini

Cosa avete pensato la prima volta che vi siete viste? (Il primo incontro live è stato proprio sul set di ManInTown per lo shooting che vedete qui, con un grande fil rouge, ovvero il loro ufficio stampa, Valentina Palumbo, nda)

Maria Chiara: All’inizio sono sempre parecchio timida, ma proprio per la stima professionale che provo nei suoi confronti ritrovarci lì è stato un momento molto forte.

Matilde: Gli shooting fotografici per come siamo fatte entrambe sono dei momenti decisamente intimi, ti sono tutti intorno per giudicarti, e il braccio è troppo grosso, il vestito cade male, insomma ti senti sola; invece vivere quel momento tipo “carciofo messo li” con Maria Chiara è stato un bonding moment, ci ha unite.
Devo dire che mi ha davvero colpita quando l’ho vista sul palco di Sanremo: a parte l’eleganza, che non sempre si riesce a esprimere in quella manifestazione, ha dimostrato di avere una grande forza, qualità che io non ho in certi momenti.

Matilde Gioli bellissima
Maria Chiara: jacket, shirt and skirt Dior, boots Bruno Bordese; Matilde: shirt, dress and rings Dior, boots Bruno Bordese

Nonostante siate due ragazze con idee ben chiare e la testa sulle spalle (ce lo diranno dopo), vi abbiamo sempre viste in serie di successo in ruoli molto forti, che hanno spinto gli spettatori a seguirvi nelle rispettive avventure e noi del magazine a scegliervi per la copertina di questo numero. Come ci si sente a essere le donne del momento?

MC: Restiamo con i piedi per terra, senza forzature. Amiamo il nostro lavoro, poi nella vita privata ho la necessità di scrivere, leggere e vedere il mio film quotidiano, ci viviamo il momento mentre lavoriamo e poi siamo solamente Matilde e Maria Chiara.
Sono cosciente, però, del fatto che il riconoscimento non ce lo diamo da sole, spetta ovviamente al pubblico.

M: Su questo noi siamo simili, non vuol dire che ci sia un carattere giusto o sbagliato, però c’è chi fa questo mestiere e cerca di essere acclamato e desiderato in ogni momento, perché ovviamente gli fa piacere, sente il bisogno un certo tipo di adrenalina. Io e lei magari ci gasiamo per altre cose, ma non per il sentirci dire che siamo le donne del momento.

Matilde Gioli film
Headpiece Pasquale Bonfilio Hats, top and shorts Givenchy, rings and bracelet Etrusca Gioielli, rings (left hand) Givenchy

Che cosa vi ha stupite di più di questa stagione 2021/22?

MC: Personalmente è arrivato tutto insieme, come una valanga, mi ha proprio stupito il modo consequenziale con cui si sono succeduti gli eventi e la loro velocità, prima Blanca e a ruota Sanremo 2022.

M: Mantengo sempre un forte distacco dal mio lavoro, e nel lungo termine mi rendo conto che sto crescendo, di aver ricevuto numerose soddisfazioni in questi due anni così difficili, in cui tanti colleghi di enorme talento hanno invece faticato.
Voglio essere sempre pronta all’eventualità che un giorno magari non interesserò più; potrebbe succedere, prima di fare l’attrice svolgevo un lavoro diverso, quindi potrei tornare indietro senza sentirmi sbagliata.

Matilde Gioli stile
Matilde: hat STM Hats, maxi gilet COS; Maria Chiara: dress GRK

C’è un ruolo che non avete ancora interpretato e vorreste fare?

MC: Personalmente vorrei interpretare un personaggio negativo. Quello che voglio dire è che di solito le donne sono cattive oppure stronze (o, aggiunge la Gioli, tr**e, nda), invece il racconto del lato oscuro di un personaggio femminile è più raro. Bisogna sempre chiedersi quale sia il fine che giustifica i mezzi, dunque nel caso sia una stronza: perché? Insomma, avere la possibilità di esplorare tutte le sfumature.

M: Ci sono tantissimi ruoli in cui potrebbe spaziare la tv italiana, Maria Chiara ha avuto la fortuna di essere protagonista assoluta di una serie crime con un personaggio non vedente, abbastanza unico, raro da vedere. È stato bello vedere la costruzione di un personaggio come Blanca.

Maria Chiara Giannetta Sanremo abiti
Maria Chiara: dress Gianluca Saitto; Matilde: dress Amen, shoes Le Silla

C’è mai stato un momento o una situazione in cui vi siete chieste “chi me l’ha fatto fare?”

M: In realtà questa sensazione può esserci stata, ogni set è però una situazione diversa; quindi, anche l’armonia con tutte le persone che ti circondano cambia.
A me è sempre andata piuttosto bene, poi mi è capitato di confrontarmi con colleghi più grandi; pendi dalle loro labbra perché vuoi e sai di poter imparare e, invece, viene fuori un divismo totalmente fuori luogo, e ti deludono.

MC: Però allo stesso tempo situazioni del genere ti motivano, perché capisci che non vuoi essere così e ti viene da dirlo agli amici: “se vedi che mi comporto così dimmelo eh!”. Bisogna rimanere se stessi, consapevolmente, perché davanti a noi c’è sempre un essere umano da rispettare.
All’inizio del mio lavoro, quando per ovvie ragioni non potevo padroneggiare nulla, mi è capitato eccome di chiedermi chi me lo avesse fatto fare. La cosa più difficile è resistere, sono una fan del crederci, e più ci credi, ne sei consapevole, più si avvicina l’obiettivo. Nel nostro mestiere il precariato è il nuovo posto fisso.

Matilde Gioli modella
Maria Chiara: headpiece Ilariusss, top and pants Etro, choker Casa Bruni Bossio, necklaces Barbara Biffoli, shoes Le Silla; Matilde: headpiece The Beatriz, bra Wolford, skirt and belt Michael Kors, ring Casa Bruni Bossio, shoes Mario Valentino

Siete anche accomunate dal “girl power”, come si diceva negli anni ‘90, cosa mi dite a proposito?

MC: Siamo entrambe fan di altre colleghe, abbiamo superato il periodo delle dive dove dovevi avvelenare la protagonista per avere il ruolo, in quanto eri solo una sostituta.
Noi parliamo dei lavori, ci confrontiamo, ci diamo consigli e poi sappiamo che se ci scelgono, come dice Matilde, dipende dai gusti altrui. Senza contare che siamo tutte uniche.
Nella nostra generazione c’è realmente voglia di cambiare, di farlo anche sulla carta, come dimostrano le nuove associazioni nate per dare un po’ più di dignità a questo mestiere.

M: Quando un ufficio stampa condivide due talent per lo stesso progetto è regola che non si parli davanti all’altro di dettagli lavorativi, per una questione di riservatezza e rispetto. Nel caso di questo shooting era talmente tanta la serenità che ci accomunava, che si saltava da un discorso all’altro, senza filtri, è stato bellissimo proprio perché raro. Te lo dico senza retorica né dietrologie.

Matilde Gioli Maria Chiara Giannetta
Matilde: headpiece Ilariusss, dress Max Mara; Maria Chiara: headpiece Pasquale Bonfilio Hats, dress Max Mara

Chi dice più parolacce? (Rispondono all’unisono: tutte e due!, nda)

M: Arrivo da un’educazione borghese, quando ero piccola anche la parola casino era bandita. Così, andata via di casa, sono stata avvolta da un delirio e mi sono liberata, mangiando anche tutte le merendine che mi erano state proibite.

MC: Per me vale la stessa cosa, i miei genitori sono stati bravissimi, però a casa non si parlava dialetto (pugliese) né si dicevano parolacce. Soprattutto mio padre, da amante della buona cucina sana, non mi aveva mai fatto avvicinare a un cordon bleu.
Finale della storia: quando sono andata a vivere da sola ho riempito il freezer di schifezze e ho iniziato a dire parolacce come se non ci fosse un domani, o quasi. È tipico della “castrazione al contrario” fare poi quello che ti pare.

Matilde Gioli serie tv
Hat Pasquale Bonfilio Hats, dress Atelier Angela Bellomo
Maria Chiara Giannetta Blanca
Hat Pasquale Bonfilio Hats, bodysuit Amina Muaddi x Wolford, necklace Etrusca Gioielli

Credits

Talent Maria Chiara Giannetta & Matilde Gioli

Photographer Davide Musto

Fashion editor Valentina Serra

Text Fabrizio Imas

Ph. assistants Valentina Ciampaglia, Giacomo Gianfelici

Fashion editor assistant Federica Picciau

Hair stylist Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Giulia Luciani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, per Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli: total look Giorgio Armani

Greg Tarzan Davis e il suo momento magico con ‘Top Gun: Maverick’

Greg Tarzan Davis sta vivendo quello che solitamente viene definito il momento d’oro, tutto ciò che aveva sognato e non sapeva potesse realizzarsi, ecco sta succedendo proprio adesso.
Dal 25 maggio potremo vedere l’attore al cinema, coprotagonista con Tom Cruise nel sequel più atteso di sempre, Top Gun: Maverick, che dopo tanti rinvii a causa della pandemia finalmente sarà visibile al pubblico sul grande schermo.
Ma non basta, sarà infatti anche in Mission: Impossible 7 nel 2023, nel frattempo è entrato a far parte di una delle più serie tv più amate, Grey’s Anatomy, giunta alla sua diciottesima stagione.

Greg Tarzan Davis age
Ph. by Kelly Balch

Come prima cosa devi dirmi come hai scelto il tuo soprannome, Tarzan.

Quando ero piccolo avevo i capelli lunghi, ero veramente terribile e mi arrampicavo ovunque; quindi, la mia famiglia ha iniziato a chiamarmi così, poi quando ho iniziato a lavorare e utilizzare i social, ho pensato che Greg sarebbe stato davvero troppo noioso, nessuno se lo sarebbe ricordato. Allora ho detto a mia madre che lo avrei cambiato e, siccome lei non era per niente felice, ho pensato di utilizzarlo come secondo nome. Ora sto procedendo legalmente per essere Greg Tarzan Davis.

Come hai iniziato a recitare?

La verità è che qualcosa che ho sempre voluto fare, guardavo Will Smith e Tom Cruise e mi dicevo “caspita, questo è quello che vorrei fare da grande”.
All’inizio però, quando provavo a fare magari una scuola di recitazione o inserirmi in una compagnia teatrale, la risposta era sempre negativa, quindi ero piuttosto scoraggiato; ho pensato perciò di focalizzarmi sullo sport, che invece andava benissimo. All’ultimo anno di college mi son sentito dire di seguire il mio sogno, del resto se non lo fai quando sei giovane quando ti ricapita?
Mi sono detto che, se fosse andata male, sarei potuto tornare a insegnare o fare qualsiasi altra cosa. Per fortuna a quanto pare non ho fallito, qualcosa di veramente buono sta succedendo nella mia vita.

Come ci si sente ad essere coprotagonista in un film come Top Gun: Maverick?

È assolutamente incredibile, mi sono trasferito a Los Angeles nel 2017 e dopo dieci mesi, nel 2018, ho iniziato a girare, e prima di questo non avevo mai fatto più di due giorni consecutivi sul set.
Posso dire che è tutto ciò che avevo immaginato pensando di lavorare a una super produzione come questa, e anche di più.

Quanto tempo avete impiegato a girarlo?

In tutto credo abbiamo lavorato dieci mesi, inclusi training e scene che abbiamo dovuto girare due volte perché alla prima c’era qualcosa che non andava; poi non ho mai utilizzato stunt, proprio come ci ha insegnato Tom Cruise, spingendoci anche dove non avremmo creduto di arrivare.

Greg Tarzan Davis Grey's Anatomy
Ph. by Kelly Balch

Dimmi la verità, quante volte è stata rimandata l’uscita del film?

Oh, mio Dio! Dunque, doveva uscire nel 2019, poi hanno scelto di posticipare, non so se realmente si possa considerare la prima volta, l’inizio è stato quello. Quindi è arrivata la pandemia e avevano pensato a giugno 2020, poi dicembre, insomma alla fine è stato rimandato ben cinque volte, ora ci siamo quasi, il 25 maggio è dietro l’angolo.
Credo che possa essere anche il film giusto per riportare il pubblico al cinema, per far capire che le sale di proiezione non sono morte. La raccomandazione di Tarzan è: “alzatevi dalla poltrona e uscite per andare al cinema!”.
I blockbuster usciti nell’ultimo periodo sono tutti basati su supereroi, invece il nostro riprende la vita reale, con personaggi a cui tutti possono relazionarsi.

Com’è stato lavorare con Mr. Tom Cruise?

È stato meraviglioso, meglio di qualsiasi masterclass, non c’è niente e nessuno che possa insegnarti tutto ciò che ho imparato da Tom Cruise. La sua generosità e disponibilità ci hanno portato quasi a saper guidare un jet da soli per davvero, non male direi.

Greg Tarzan Davis Top Gun
Ph. by Kelly Balch
Greg Tarzan Davis Instagram
Ph. by Kelly Balch

Credits

Talent Greg Tarzan Davis

Photographer Kelly Balch

Press office Portrait PR in collaboration with MPunto Comunicazione

Francesco di Raimondo, prendere la recitazione con filosofia

Il ruolo dell’artista estroverso che, nella seconda stagione di Volevo fare la rockstar, vive una liaison con l’Eros di Riccardo Maria Manera, ha permesso a Francesco di Raimondo di imporsi all’attenzione del grande pubblico. Nello specifico, quello televisivo di un serial riuscito nell’impresa di portare nel prime time italiano (certamente non uso a narrazioni amorose che si discostino da quelle “canoniche”, per così dire) una relazione omosessuale raccontata senza manierismi o infingimenti, anzi, col tono leggero, fresco che le appartiene.

Prima degli schermi Rai, l’attore romano (29 anni, parlantina sciolta, una laurea in filosofia utile, sostiene, anche sul set) si era fatto le ossa a teatro, partecipando poi a film (Belli di papà, Tutti i soldi del mondo) e serie come Romanzo famigliare, Provaci ancora Prof! 5, Made in Italy, oltre alla mega-produzione internazionale I Medici. Adesso, dopo gli ottimi riscontri ottenuti dal suo Fabio, arriveranno con ogni probabilità nuove parti, che lui spera siano di quelle che «si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti».

Francesco Di Raimondo serie tv
Suit MSGM

Si è da poco conclusa Volevo fare la rockstar 2, dove il tuo personaggio intreccia una relazione col protagonista Eros. Le storie d’amore omosessuale, purtroppo, sono ancora una rarità nella tv italiana, qual è stata la sfida maggiore nell’impersonare Fabio?

Conferire credibilità alla storia, senz’altro. Mi è stato spiegato subito che, se nella prima stagione Eros aveva problemi nell’accettare la propria sessualità, con la seconda si voleva restituire la normalità, la verità di una storia tra due ragazzi, e la sfida stava appunto in questo.
Con Riccardo (Maria Manera, ndr) ora siamo ottimi amici, ma prima di girare non ci conoscevamo, perciò il difficile era far sì che risultassero credibili non tanto (o non solo) le scene d’amore tra loro, quanto il rapporto in generale. Per fortuna ha funzionato, in tanti si sono chiesti perfino se stessimo insieme anche nella vita reale, domanda che ci ha fatto capire di essere andati nella direzione giusta.

Sembra che gli spettatori siano rimasti favorevolmente colpiti dalla tua interpretazione, è così? E perché, secondo te?

È andata così in effetti, con mia grande sorpresa, perché ritrovarsi in un progetto avviato è complicato per definizione. Essere una new entry comporta sempre una responsabilità.
In questo caso, il riscontro è stato più che positivo e Fabio, lo noto – ripeto – con un certo stupore e felicità, è diventato uno dei personaggi più apprezzati. Il motivo credo sia il modo in cui si è scelto di raccontare il legame con Eros, riconducibile a un punto di forza di Volevo fare la rockstar nel suo complesso, al di là dell’omosessualità.
Concordo sul fatto che, come dicevi, in televisione sfortunatamente i temi Lgbtq+ faticano a emergere, sono spesso stereotipati, ridotti a macchiette, tutte cose che nella serie si è cercato di evitare, sia sul piano della scrittura che su quello dell’interpretazione. Volevamo fosse una storia d’amore, senza etichette o specificazioni, e penso che gli spettatori l’abbiano recepito, accogliendo positivamente la sincerità con cui vengono mostrati i personaggi, senza filtri, come persone che chiunque potrebbe incontrare nella quotidianità. Questo contribuisce a far appassionare chi guarda, l’ho constatato pure nei feedback ricevuti nei mesi scorsi; la spontaneità è tra gli elementi che più sono piaciuti, da parte mia sono contento di essere riuscito a farla arrivare.

Francesco di Raimondo Volevo fare la rockstar
Total look Sandro Paris
Francesco di Raimondo Fabio
Total look Salvatore Ferragamo

Hai rivisto gli episodi quando sono andati in onda? Tornando indietro, faresti qualcosa diversamente?

Li ho rivisti, mi piace vedere in compagnia film o serie fatte, quasi dimenticandomi dell’esperienza sul set, come fossi un semplice spettatore.
Non so se cambierei qualcosa, magari andando nel dettaglio delle scene qualche battuta o sguardo, nell’insieme, però, mi sembra che il ruolo abbia funzionato. Mi sono affidato a Matteo Oleotto, persona squisita oltre che ottimo regista; se è venuto fuori un buon lavoro è merito anche suo e del resto del team, il nostro è un lavoro di squadra.

Passando a un titolo completamente differente, eri il cardinale Riario ne I Medici, impressioni e ricordi di una serie kolossal come quella?

Ho dovuto dire una messa in latino, tra l’altro avendo studiato al classico e con una madre insegnante di greco e latino, la responsabilità era doppia! Ricordo che ripetevo di continuo le preghiere con un amico, è stata una prova infinita, sicuramente tra le più divertenti.
Ad impressionarmi, de I Medici, sono stati soprattutto gli abiti che ho avuto la fortuna di indossare; i costumisti hanno fatto un lavoro fantastico, giravo con indosso vesti magnifiche, pesanti e preziosissime.
Essere proiettati indietro di secoli, poi, è stato incredibile, film e spettacoli in costume hanno un fascino ineguagliabile, ti danno l’opportunità di vivere contesti che, per quanto di finzione, sono lontanissimi da ciò cui sei abituato.

Francesco di Raimondo film
Total look Dsquared2

Hai studiato teatro a Roma e Parigi, recitando in tante pièce, cosa ti porti dietro della tua formazione teatrale?

Ha rappresentato la miglior formazione possibile, a 360 gradi; la considero una palestra per la recitazione, fermo restando che ci sono differenze fra cinema e teatro, le emozioni vanno veicolate in maniera diversa. Di sicuro il palco ha una magia del tutto peculiare, non ne faccio una questione di migliore o peggiore, sono due mondi al tempo stesso simili (si tratta comunque di recitare) e distanti, l’ho esperito nettamente nelle prime esperienze sul set, ritrovandomi un po’ spaesato. Capire quale sia la chiave per gestire entrambi è essenziale.

Francesco di Raimondo Instagram
Total look Salvatore Ferragamo
Francesco di Raimondo filmografia
Suit MSGM

Sei laureato in filosofia, stai anche conseguendo un dottorato in materia, trovi sia utile nel tuo lavoro?

Direi di sì, per come l’ho vissuta io la filosofia consiste, tra le altre cose, nell’imparare a pensare come pensava qualcun altro prima di te, un’attitudine estremamente utile per chi, come me, ha una sua rigidità mentale. Può aiutare parecchio, quindi, nel capire come vive, cosa prova un’altra persona; forzando un po’ il meccanismo è lo stesso: nella filosofia lo si utilizza sotto il profilo intellettivo, nella recitazione coinvolgendo anche l’emotività.

Nella tua bio su Instagram compare la celebre “provocazione” di Magritte, Ceci n’est pas une pipe

Ne Il tradimento delle immagini lui, com’è noto, disegna una pipa, negandone contemporaneamente l’entità con la scritta riportata sotto, un’azione paradossale. Sul mio profilo ho voluto fare un’operazione simile, in modo un po’ “piacione”, lo ammetto, segnalando come le foto non rappresentino necessariamente Francesco, è una parte di me che non per forza mi corrisponde appieno.

Francesco di Raimondo serie
Pull Dsquared2

Ci sono ruoli o generi con cui sogni di cimentarti?

Forse un grande cattivo, i villain sono sempre divertenti, in linea di massima, però, i ruoli cui aspiro sono quelli che si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti, alla fine con i personaggi simili al proprio io l’interpretazione può arrivare fino a un certo punto.

Su quali progetti stai lavorando al momento? Puoi anticiparci qualcosa di quelli futuri?

Sarò in scena da questa settimana con uno spettacolo cui tengo molto, Scomodi e sconvenienti, sulla storia dell’attore Ermanno Randi, vittima negli anni ‘50 di un tragico caso di cronaca, collegato alle difficoltà di vivere col suo compagno una relazione segreta, in un contesto che non permetteva agli omosessuali di vivere serenamente, alla luce del sole, le loro relazioni. Una vicenda che non conoscevo, il testo è inedito, scritto da Emiliano Metalli. Dei progetti futuri, invece, posso anticipare solo che si parla di film.

Francesco di Raimondo wikipedia
Total look Missoni
Francesco di Raimondo intervista
Jacket Valentino

Credits

Talent Francesco di Raimondo

Photographer Davide Musto

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Andrea Mennella

Grooming Alessandro Joubert @simonebellimakeup

Location Villa Spalletti Trivelli

In apertura, Francesco indossa total look Valentino

La prima volta alla regia di Channing Tatum con ‘Io e Lulù’

Abbiamo visto e apprezzato Channing Tatum in numerosi film, ma sicuramente nessuno di noi ha dimenticato Magic Mike, che nel 2012 l’ha trasformato da attore esordiente in uno dei più desiderati divi di Hollywood.

Nato in Alabama, è stato modello, ballerino, produttore cinematografico e ora, per la prima volta, lo vediamo alla regia della nuova pellicola Io e Lulù (Dog, nell’originale), di cui è anche il principale interprete. Una produzione che ha scelto e a cui si è avvicinato perché, nella sua vita, ha sempre avuto un forte legame con i cani, e proprio nel momento in cui è venuto a mancare il suo gli è stato offerto il progetto. Era insomma praticamente impossibile che la direzione del film non diventasse un suo obiettivo.

Channing Tatum con Lulù in una scena del film

Cosa pensi del rapporto che si instaura tra umani e cani?

I cani sono molto presenti, ti danno tutto ciò che hanno, incondizionatamente, rimanendoti sempre vicini. Probabilmente non sapremo mai se hanno un’idea del futuro o quanto e se pensino al passato, però ogni volta che il padrone torna a casa, è come se fosse la prima. Sembra che non abbia la minima importanza, potrei uscire per trenta minuti e poi Cutie, la mia nuova “figlia”, è come se dicesse “oh mio Dio, sei tornato, sei tornato”.
Penso che un cane ci ricordi che la gioia è sempre accessibile; in quanto umani, ci concentriamo fin troppo sul passato e il futuro, ma si può sperimentare davvero la gioia solo nel presente. Credo che gli uomini, in qualche modo, li amino per questo motivo.

Parlaci della storia del tuo road movie Io e Lulù.

Tutto ciò di cui ha bisogno il mio personaggio, Briggs, è fondamentalmente una raccomandazione, per fare in modo che il suo capitano chiami la compagnia di sicurezza diplomatica e garantisca per lui, dicendo che è un buon soldato. Per ottenere questo, porta con sé Lulù in un viaggio in auto dalla costa nord-ovest del Pacifico al confine messicano. Un’operazione che non sarà semplicissima, se pensiamo che basti mettere un cane in macchina e partire, ecco non è esattamente così; per animali di questo tipo ci vuole un trattamento a dir poco speciale, perciò li vedremo litigare e scontrarsi tutto il tempo. Se però Briggs riuscirà a compiere la “missione”, portando Lulù a un funerale senza che nulla vada storto, allora otterrà la raccomandazione.

Quali sono le similitudini tra il tuo personaggio e Lulù?

Sono entrambi abbastanza “folli”, infatti andranno sicuramente d’accordo, procedendo insieme finché non potranno fare altrimenti. Trovo che ritrovarsi due “cocciuti” del genere, sempre pronti a chiudersi in sé e scontrarsi, è un po’ come avere delle micce pronte a esplodere; una vera e propria polveriera, che può scoppiare in qualsiasi istante. C’è un momento in cui Briggs e Lulù afferrano questa sorta di unicorno di peluche, che non potrebbe restare intatto se uno dei due non lo lasciasse, e tutto potrebbe accadere in un attimo. È molto divertente, sono uguali, l’unica differenza sta ovviamente nel fatto che uno è un cane, l’altro un uomo.

Qual è la vera sfida nel recitare con un cane?

In una scena in auto vado davvero veloce e Lulù praticamente impazzisce, perciò apro la portiera, la sgrido, divento quasi aggressivo, e quel povero animale mi guarda come per chiedersi cos’abbia combinato per farsi urlare contro, tirando indietro le orecchie. Ecco, questa cosa mi ha spezzato il cuore, perché siamo amici per la pelle, sul serio. Ognuno di noi, sul set, doveva quindi andare da lei per rassicurarla, per confermarle che le volevamo bene. La vera sfida sta nel far capire al cane che è tutto un gioco.

Il trailer di Io e Lulù

David di Donatello 2022, i vincitori della 67° edizione

Il 2022 è decisamente l’anno della ripartenza di tutte le manifestazioni, quindi anche della più prestigiosa premiazione cinematografica italiana al di fuori dei Festival, i David di Donatello, che dopo due anni di pandemia tornano con la 67° edizione in presenza a Cinecittà.
A presentarli sono stati Carlo Conti e Drusilla Foer, che si è ormai conquistata il podio della più colta e preparata delle conduttrici (chissà cosa ne diranno le sue colleghe…).

David Donatello simbologia
Il logo della serata

Ci sono tuttavia sempre un “ma” e un “forse” riguardo gli allestimenti della nostra amata Italia: è vero, siamo in un periodo di austerity, ma il palco blu e giallo non dava sicuramente lustro alla kermesse. Credo, insomma, che un filo di modernità in più sarebbe stata ottima su Rai1.

David 2022 Drusilla Foer Carlo Conti
I presentatori Drusilla Foer e Carlo Conti (ph. Ansa)

I vincitori dei David 2022

Per quanto riguarda i premi, penso che possiamo tutti condividere la vittoria di Paolo Sorrentino con il suo È stata la mano di Dio come miglior film dell’anno, meritatissima. Una pellicola così personale, intima e riuscita, con un cast meraviglioso, arrivata vicino all’Oscar a Los Angeles, doveva assolutamente vincere in casa propria.

David 2022 Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino (ph. Ansa)

La statuetta per il miglior attore protagonista va a Silvio Orlando, che si aggiudica il suo terzo David con l’interpretazione del camorrista detenuto di Ariaferma, bellissimo film di Leonardo Di Costanzo, battendo così Elio Germano (America Latina), Filippo Scotti (È stata la mano di Dio), Franz Rogowski (Freaks Out) e Toni Servillo (Qui rido io).

Ecco cosa ha detto per l’occasione l’interprete napoletano: «Alla prima candidatura nel 1991 ero spaesato: ora qui ci sono tanti amici coi quali lavoro. Amo tutto questo. Quest’anno sono stato col teatro in 40 città diverse e ho fatto tanti chilometri, si vedono sulla faccia e nell’interpretazione del film. L’unica cosa che posso dire è che per andare avanti bisogna muovere il c…! Dedico questo premio a mia moglie Maria Laura, la persona migliore che abbia mai conosciuto. Poi ringrazio Toni Servillo, senza il quale non sarei qui a prendere questo premio e, naturalmente, Leonardo Di Costanzo che mi ha costretto a fare questo film. Io non volevo farlo, perché è un personaggio lontano dalle mie corde». 

David Donatello 2022 Silvio Orlando
Silvio Orlando e Carlo Conti (ph. by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Come miglior attrice protagonista abbiamo una giovanissima sorpresa: la vincitrice Swamy Rotolo ha infatti soltanto 17 anni, come ha sottolineato Carlo Conti invitandola sul palco; per lei si trattava della prima candidatura. Viene considerata una giovane promessa dopo il riconoscimento per la sua parte nel dramma diretto da Jonas Carpignano, A Chiara, premiato con l’Europa Cinemas Label al Festival di Cannes 2021. L’interprete ha voluto ringraziare tutti per il riconoscimento: «Vorrei ringraziare tutta l’Accademia del cinema italiano. La mia famiglia, che mi ha sempre supportato e sostenuto. Le mie sorelle, che hanno arricchito questo film, e Jonas che, oltre ad essere un fratello, m ha fatto conoscere e amare questo mondo». 

David Donatello 2022 attrice
Swamy Rotolo

David di Donatello: Eduardo Scarpetta è il miglior attore non protagonista

Eduardo Scarpetta è il pronipote del celebre autore e commediografo napoletano, capostipite di una dinastia che ha fatto la storia del teatro italiano.
La scorsa notte, in lacrime ed emozionato, l’attore 29enne ha vinto il David di Donatello come migliore attore non protagonista per il film Qui rido io di Mario Martone, dedicato proprio al suo celebre omonimo.

Eduardo Scarpetta Donatello
Eduardo Scarpetta ritira il premio durante la cerimonia dei David di Donatello (ph. Ansa)

«Dedico questo premio a Mario (Martone, ndr) e mio padre Mario, che ho perso quando avevo undici anni» ha dichiarato nel discorso di ringraziamento.

Eduardo Scarpetta attore film
Ph. Davide Musto

In Qui rido io, con protagonista Toni Servillo, il regista racconta la vicenda della paternità, biologica e artistica, del grande autore partenopeo, che negò il suo cognome ai De Filippo. Questi ultimi presero poi la loro strada, affermandosi ai massimi livelli col cognome della madre. Contestualmente viene raccontato il modo di lavorare di Scarpetta, i rapporti coi suoi familiari e colleghi, le diatribe con D’Annunzio.

Eduardo Scarpetta attore contemporaneo
Ph. Davide Musto

Avevamo già raccontato Eduardo, attraverso un’intervista e l’obiettivo di Davide Musto. Scopri l’editoriale completo in questo articolo su Eduardo Scarpetta .

Eduardo Scarpetta attore intervista
Ph. Davide Musto
Eduardo Scarpetta attore intervista
Ph. Davide Musto

Anna Ferzetti, «recitare è un po’ come andare in analisi»

Il suo cognome richiama un pezzo di storia cinematografica e teatrale italiana, idem quello del compagno: Anna Ferzetti, attrice romana, figlia di Gabriele (scomparso nel 2015, un interprete di razza della stagione migliore dello spettacolo nostrano, al servizio di autori con la A maiuscola quali Antonioni, Visconti, Leone, Petri…), legata sentimentalmente a Pierfrancesco Favino, a 39 anni (di cui una ventina trascorsi su set e palcoscenici di rilievo), fa parlare di sé, ben più che per le (illustri) parentele, per i ruoli cui ha dato vita tra grande – e piccolo – schermo e teatro. La notorietà gliel’ha regalata Una mamma imperfetta, ma l’elenco è corposo, comprende fra i tanti Terapia di coppia per amanti, Il colore nascosto delle cose, Rocco Schiavone, fino alla doppia candidatura (David di Donatello e Nastro d’argento) come miglior attrice non protagonista per Domani è un altro giorno.
Dal 13 aprile la vedremo ne Le fate ignoranti, trasposizione seriale del capolavoro di Ferzan Özpetek, e a maggio su Sky in (Im)perfetti criminali; la nostra conversazione parte da qui.

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Arriva su Disney+ Le fate ignoranti, cosa possiamo aspettarci dall’adattamento televisivo della pellicola che consacrò Özpetek tra i massimi autori del nostro cinema?

Secondo me bisognerebbe slegarsi un po’ dal film, la storia rimane la stessa ma ci sono sviluppi inediti, affidati ad altri interpreti, altre facce, altre umanità insomma, e il valore aggiunto consiste proprio in questo.
A causa dei parallelismi è spesso difficile lavorare ai remake, invece ci si dovrebbe concedere la libertà di avvicinarsi a una cosa diversa e, anche nel caso dei personaggi già esistenti, vederli con altri occhi.

Quali pensi siano le differenze principali tra l’originale e la serie?

Nei rifacimenti, come detto, ognuno porta con sé determinate caratteristiche, il suo personale modo di vedere il personaggio. Io sono stata fortunata perché, non avendo termini di paragone per Roberta, una new entry, mi sono potuta sbizzarrire, seppur nel contesto della “casa” di Le fate ignoranti.
Per quanto riguarda i protagonisti “originali”, essendoci un solo Stefano e una sola Margherita (Accorsi e Buy, rispettivamente Michele e Antonia nel film, nda), esattamente come un solo Eduardo (Scarpetta, nda) e una sola Cristiana (Capotondi, nda), è normale che ciascuno ne dia la propria lettura.

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Sei nel cast di (Im)perfetti criminali, commedia su quattro guardie giurate che si improvvisano rapinatori. Cosa puoi anticiparci del film e della tua parte?

Sono un’insegnante alla costante ricerca di supplenze, con Filippo Scicchitano formiamo una coppia di sposi che fatica ad arrivare a fine mese.
La trovo una storia deliziosa, capace di far riflettere pur essendo sostanzialmente una commedia su quattro persone semplici, metronotte che sbarcano il lunario e si troveranno ad aiutare un collega in difficoltà. Si sorride e allo stesso tempo ci si interroga, pensando a questioni complesse, concrete, alle difficoltà della vita quotidiana, tipo affitto e bollette.

È in onda su Rai2 la seconda stagione di Volevo fare la rockstar, tu però non sei nuova al mondo della tv: eri tra le protagoniste di Una mamma imperfetta, poi sono venuti Skam Italia, Rocco Schiavone, Il tredicesimo apostolo… Cosa ti stimola di più delle serie?

Non c’è un elemento specifico, ad attirarmi sono senz’altro ruolo e storia, di Volevo fare la rockstar, per dire, mi affascinavano gli argomenti trattati, l’amore, la famiglia, i tradimenti, la provincia anche, protagonista al pari del cast, perché la cittadina immaginaria di Caselonghe rappresenta uno spaccato del Friuli; come atmosfera è agli antipodi rispetto, ad esempio, a Le fate ignoranti, dove Roma viene restituita in modo pazzesco, con luci bellissime.
Finora sono stata fortunata, mi sono capitati ruoli diversissimi l’uno dall’altro.

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Nel 2020 hai preso parte a Curon, che sviluppava in chiave mystery il tema del doppio, come immagini un ipotetico alter ego di Anna Ferzetti?

Come un mio opposto, ognuno ha i suoi punti deboli e credo gli toglierei quelli, le paranoie varie che mi porto dietro.
Si tende a raffigurare il doppio come la parte oscura dell’io, mi piacerebbe al contrario trasmettergli quei lati caratteriali che non mi appartengono, anche in Curon ho provato a individuare le sfaccettature positive del personaggio, quelle non pienamente sviluppate.

Qualche serial che apprezzi – o hai apprezzato – particolarmente? In fondo hai dichiarato di guardare sempre Netflix con le tue figlie…

Ce ne sono davvero tanti, mi viene in mente Fleabag, per citarne solo uno; amo andare al cinema, comunque, quindi cerco di tenere insieme le due dimensioni, ritagliandomi il tempo necessario a godersi un film in sala.

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Confidavi nel 2021 al Corriere della Sera di fare come tuo padre che «amava trasformarsi, imbruttirsi», cioè?

Gli attori hanno l’immensa fortuna di vivere le vite degli altri, allontanarmi da me stessa anche fisicamente, oltre a divertirmi, in questo senso mi aiuta. Se il copione prevede una determinata postura o “difetti” fisici, perché non accentuarli?
L’attenzione ad aspetti simili, probabilmente, dipende dall’essere cresciuta a teatro, che concede maggiore libertà artistica rispetto al cinema, dove il discorso è diverso, più complesso a livello tecnico; di contro, è ancora più stimolante provare a trasformarsi per un film o la tv, risultando altrettanto credibile sullo schermo.

Due anni fa eri al fianco di Pierfrancesco Favino in Tutti per 1 – 1 per tutti, come ti sei trovata a condividere il set con lui?

Non era una novità assoluta, abbiamo fatto spettacoli insieme per anni, era però la prima volta sul set e, trattandosi di una commedia, la difficoltà principale era non ridere, una vera sfida date le situazioni esilaranti che si venivano a creare, non di rado improvvisate, per giunta.
Io e Pierfrancesco ci divertiamo molto a lavorare insieme, sicuramente l’alchimia che c’è tra noi aiuta, per quanto non manchino scontri e dubbi.

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Hai vissuto il teatro fin da piccola, lavorando anche dietro le quinte, e recentemente l’hai definito una comfort zone. Cosa rappresenta per te il palco?

È come una seconda casa, quando si accendono le luci e il sipario si alza, scatta qualcosa che le parole non possono spiegare appieno, a partire dal rapporto col pubblico, lo percepisci distintamente, avverti che è lì, vive nella storia con te.
Ora con Vanessa Scalera, Daniela Marra e Pier Giorgio Bellocchio riprenderemo Ovvi destini alla Sala Umberto, tornare in scena dopo un periodo del genere e sentire le persone in platea partecipi, che commentano, ridono o si commuovono, è davvero emozionante, riempie di gioia vederle felici alla fine dello spettacolo.
Il teatro ha l’enorme privilegio della simbiosi con il pubblico, per questo ci torno appena posso e, ogni volta, la sensazione è di essere a casa. I ritmi cinematografici e televisivi sono diversi, semplicemente, sto ancora prendendoci le misure; il nostro è un mestiere in cui, per fortuna, la ricerca per tenere vivo quel fuoco che ne la base è continua, non si smette mai di imparare, anche solamente osservando i colleghi che, magari, a sessanta o settant’anni si spingono ancora oltre, senza dare nulla per scontato.

Un ruolo o genere con cui finora non hai avuto la possibilità di confrontarti e che, invece, ti piacerebbe sperimentare?

Fondamentalmente ho sempre lasciato che fosse il personaggio di turno a “travolgermi” e vorrei proseguire su questa linea, sorprendendo gli altri – e me stessa – con parti che mi diano stimoli inediti. Insistendo sulle stesse cose, d’altronde, si finisce per annoiarsi e annoiare gli spettatori, i primi con cui bisogna entrare in sintonia, spingendoli a immedesimarsi con ciò che vedono.
Mi chiedo spesso come sia possibile non avere ruoli che mi piacerebbe da matti interpretare, e non so rispondere, del resto ci sono così talmente tanti lati della personalità da esplorare e raccontare, senza parlare dei temi da affrontare… Recitare è un po’ come andare in analisi, ti fai molte domande e arrivi a sfidarti, a metterti in discussione, come attore e persona in generale.

Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier
Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier

Credits

Talent Anna Ferzetti

Photographer Davide Musto

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Nick Cerioni

Fashion assistants Michele Potenza, Salvatore Pezzella, Noemi Managò

Make-up Michele Mancaniello for #SimoneBelliAgency

Hair Simona Imperioli

Arriva su Disney+ ‘Le fate ignoranti’, serie tratta dal film cult di Ozpetek

Sono disponibili da oggi, su Disney+, gli 8 episodi de Le fate ignoranti (il titolo internazionale scelto è The Ignorant Angels), l’atteso adattamento televisivo della pellicola eponima di Ferzan Özpetek, cult assoluto che, 21 anni fa, fece conoscere al grande pubblico il cineasta di origine turca. Prima serie originale italiana della piattaforma di streaming, è stata pensata, scritta e diretta dallo stesso Özpetek (insieme a Gianni Romoli, Carlotta Corradi, Massimo Bacchini per quanto riguarda soggetto e sceneggiatura, e al collaboratore di lungo corso Gianluca Mazzella, con cui ha condiviso la regia).

La trama ruota intorno alle vicende “incrociate” di due coppie, legate da dinamiche sentimentali in parte nascoste, sicuramente complesse ma, proprio per questo, uniche e coinvolgenti. Vediamo infatti Antonia (Cristiana Capotondi), vedova di Massimo (Luca Argentero), rimasto ucciso in un incidente, scoprire che suo marito aveva una relazione con Michele (Eduardo Scarpetta). Sconvolta dalla notizia, comincia a indagare sulla vita segreta di Massimo, stringendo contro ogni previsione una forte amicizia con Michele e la sua cerchia di eccentrici amici, quasi una seconda famiglia per il marito; Antonia riuscirà così a cambiare il proprio punto di vista sulla vita e, forse, ad amare, di nuovo.

I protagonisti della serie: Cristiana Capotondi, Luca Argentero, Eduardo Scarpetta
Luca Argentero ed Eduardo Scarpetta in una scena di Le fate ignoranti
Eduardo Scarpetta e Cristiana Capotondi in una scena

Il cast comprende un nutrito numero di big e talenti emergenti dello showbiz nostrano, dai già citati protagonisti, Argentero, Capotondi e Scarpetta, ad Ambra Angiolini, passando per Anna Ferzetti, Paola Minaccioni, Serra Yilmaz, Filippo Scicchitano, Edoardo Purgatori, Elena Sofia Ricci e Milena Vukotic (queste ultime in qualità di guest star del romantic drama tratto dall’originale, campione d’incassi e autentico fenomeno culturale).
Tra le chicche si segnala l’interpretazione, eseguita da Mina, del brano originale (nonché sigla del titolo) Buttare l’amore.

ll cast in posa con Ferzan Özpetek (al centro)
Il cast della serie

Hanno preso parte al serial, come detto, Eduardo Scarpetta ed Edoardo Purgatori, protagonisti in passato di due editoriali in esclusiva per Manintown, in cui ci avevano raccontato, rispettivamente, dell’onere/onore di portare un cognome che rimanda alla storia dello spettacolo nostrano (è infatti pronipote e omonimo dell’immenso Eduardo Scarpetta, mostro sacro del teatro napoletano a cavallo del XIX e XX secolo), un’eredità complessa che lui gestisce impegnandosi ad «affrontare il mio mestiere col massimo dell’impegno e del rispetto»; e di come pensare al fatto che il suo nome sia legato a Özpetek (che lo ha voluto anche in La dea fortuna e nella pièce tratta da Mine vaganti) lo faccia «commuovere dalla gioia; posso dire che mi dò quasi i pizzicotti per capire se è reale quello mi sta succedendo, professionalmente, con lui».

Giacomo Giorgio, il sopravvissuto

A Giacomo Giorgio è andata bene perché non ha dovuto traumatizzare la famiglia, come avviene nella maggior parte dei casi dicendo di voler fare l’attore: la settima arte scorreva già nel suo Dna. Si definisce “finto” napoletano, in quanto si è trasferito a Milano all’età di otto anni.
Protagonista della serie Mare fuori con il cattivissimo Ciro, sta per tornare in tv con la nuova ed attesissima serie Sopravvissuti, produzione internazionale e grande scommessa di Rai1, in uscita in autunno, per la regia di Carmine Elia.

Trench Tombolini, T-shirt Emporio Armani, trousers Gutteridge

Come nasce la tua passione per la recitazione?

Diciamo che per me è una tradizione famigliare, in quanto ho avuto la bisnonna e la trisnonna che erano attrici di teatro; quindi ho sempre avuto la passione per lo spettacolo, fin da piccolo.
In realtà quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo di voler fare il supereroe, poi ho capito che esisteva un lavoro che racchiudeva tutto ciò che sognavo ed era l’attore.

Sei napoletano, secondo te voi siete più bravi perché avete nel sangue l’arte del racconto?

Allora in realtà sono un finto napoletano, in quanto ho vissuto a Napoli fino all’età di otto anni, poi per undici a Milano e, da quando le cose hanno iniziato ad andare bene nella recitazione, mi sono trasferito a Roma, però la verità è che a Napoli anche il pescivendolo potrebbe fare l’attore per quanta fantasia e passione ci mette per farlo.

Sei reduce dalla seconda stagione della serie Mare fuori, la più vista su RaiPlay, secondo te perché questo successo?

Credo che sia proprio per il fatto che non abbiamo preso in giro nessuno sia nella prima che nella seconda serie, abbiamo cercato di fare qualcosa di più, che andasse al di là del racconto di una storia malavitosa, anche perché era già stato fatto.
Ad esempio, la rappresentazione del male, cioè io con il mio personaggio Ciro: abbiamo cercato di raccontarlo non solamente come un boss malavitoso, ma in primis come un ragazzo che ha sbagliato, e che perciò reagisce e agisce come tale.
Quello che emerge è che non sono il più cattivo, forse sono semplicemente una vittima. Il nostro è il racconto della prigionia mentale e culturale.
La cosa che mi ha più colpito è stata quanto possa essere trasversale tutto ciò nelle generazioni, perché mi capita spesso di incontrare persone adulte, anche sui settant’anni, che mi fanno i complimenti ed hanno visto Mare fuori.

So che è stata confermata la terza stagione, come ti sei avvicinato al tuo personaggio?

C’è stato parecchio lavoro attoriale e registico dietro le quinte con tanti scambi di idee, poi personalmente utilizzo il metodo Stanislavskij, quindi immaginare e sapere tutto quello che era successo prima al personaggio è fondamentale, così da poterlo fare mio.
E poi ho lavorato su un animale (un esercizio classico del metodo, che mi è mi è servito moltissimo),la pantera nera, proprio per le sue movenze.

Cap Borsalino, T-shirt Emporio Armani, trousers Gutteridge

Uscirà prossimamente l’attesissima Sopravvissuti, un po’ di ansia?

Sto letteralmente morendo, spero in una buona risposta del pubblico, anche perché questa volta stiamo parlando di Rai1, di un pubblico sicuramente più vasto, però Sopravvissuti non è esattamente una serie tranquilla.
È una grande scommessa, perché è una produzione italiana, francese e tedesca frutto di un’iniziativa della Rai, complessa nel titolo come nella realizzazione.

Dove avete girato?

La storia ha luogo a Genova, dove abbiamo girato sulla barca vera per appena un giorno, poi lo scafo è stato ricostruito in uno studio cinematografico e, per i restanti due mesi, abbiamo girato tutte le scene con green screen.
Insomma, è stata un’operazione complicatissima, l’imbarcazione aveva dei movimenti meccanici assolutamente realistici, e anche la pendenza era reale, come ovviamente la pioggia battente sopra di noi, per non parlare dei cannoni che sparavano acqua, è stata molto tosta, sia fisicamente che mentalmente.

Dimmi una curiosità sul tuo personaggio.

Devo ringraziare Carmine Elia che mi ha scelto in quanto anche regista di Mare fuori, ha avuto il coraggio di volermi per un personaggio che in realtà ha trentacinque anni, io invece ne ho ventitré.

A quanto pare lavori sempre, quando non sei sul set cosa ti piace fare?

Quando posso vado a teatro e guardo tanti film, ma fondamentalmente preparo i personaggi dei miei prossimi progetti.

Trench Gabriele Pasini, sweater and shorts Zegna
Jacket and trousers Gabriele Pasini, polo shirt L.B.M. 1911

Credits

Talent Giacomo Giorgio

Photographer Davide Musto

Ph. assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci

Post-production Riccardo Albanese

Stylist Alfredo Fabrizio 

Stylist assistant Federica Mele 

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location The Hoxton Rome

Oscar 2022: vincitori, vinti e look degli Academy Awards

Quella andata in scena stanotte a Los Angeles, la 94esima, è stata un’edizione degli Oscar in sordina, che rischia di essere ricordata soprattutto per un paio di episodi incresciosi. Clamoroso, senz’altro, il ceffone rifilato da Will Smith (per giunta uno dei trionfatori in quanto miglior attore protagonista, grazie all’interpretazione del padre/allenatore delle tenniste Serena e Venus Williams in Una famiglia vincente – King Richard) a Chris Rock, dopo la battuta (infelice) del comico sulla calvizie della moglie di Smith, Jada, che soffre di alopecia. L’ex principe di Bel-Air in seguito si è scusato, ma certo un gesto simile, davanti alla platea di star allibite, rimarrà negli annali dello show.
Smentendo le voci circolate nei giorni scorsi, inoltre, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky non è intervenuto alla cerimonia, e nel complesso la guerra scatenata dalla Russia è rimasta sostanzialmente ai margini, eccezion fatta per un minuto di silenzio, il discorso (piuttosto generico, in verità) di Mila Kunis (che ha origini ucraine) e il florilegio di coccarde, nastri e fazzoletti gialloblu, dentro e fuori dal Dolby Theatre. La timidezza, diciamo così, dimostrata dall’Academy nel trattare l’argomento ha peraltro già scatenato polemiche e critiche.

Jessica Chastain (ph. by Robyn Beck/AFP via Getty Images)
Will Smith e Jada Pinkett Smith (ph. WireImage)

L’Italia esce a mani vuote dalla serata hollywoodiana: ad aggiudicarsi il premio come miglior pellicola straniera è infatti Drive My Car, a scapito degli altri quattro contendenti tra cui il sorrentiniano È stata la mano di Dio; Jenny Beavan di Cruella soffia la statuetta per i costumi a Massimo Cantini Parrini (candidato per Cyrano); il film d’animazione Disney Encanto, strafavorito, conferma le previsioni della vigilia sbaragliando gli avversari, compreso Luca del nostro Enrico Casarosa.
Significativa l’affermazione di I segni del cuore – Coda, storia dell’unica persona udente in una famiglia di sordi che, partita da outsider, porta a casa tre degli Oscar di maggiore peso, cioè miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista (Troy Kotsur, primo interprete sordomuto a vincere il premio).

Luisa Ranieri, Paolo Sorrentino con la moglie Daniela, Filippo Scotti (ph. by Angela Weiss/Getty Images)

Bissa il successo dei recenti Critics Choice Award Jane Campion, miglior regista con Il potere del cane, mentre la radicale trasformazione cui si è sottoposta Jessica Chastain, per il ruolo dell’omonima telepredicatrice in Gli occhi di Tammy Faye, le vale il titolo di best actress, centrato alla terza nomination.
Fa incetta di riconoscimenti, seppur tecnici, il kolossal sci-fi Dune (premiato per montaggio, fotografia, colonna sonora, effetti speciali, scenografia e sonoro); altre statuette sono andate poi a Billie Eilish (insieme al fratello Finneas) per la miglior canzone originale (No Time to Die, brano dell’ultimo film di 007), ad Ariana DeBose (miglior attrice non protagonista), a Belfast (migliore sceneggiatura originale) e, nella categoria documentario, a Summer of Soul (…Or, When the Revolution Could Not Be Televised).

Ariana DeBose (ph. by Jeff Kravitz/Getty Images)

Note positive arrivano invece dai look della kermesse, che stavolta riserva parecchie, gradevoli sorprese negli outfit maschili apparsi sul red carpet più atteso e scrutato del globo. Non poche tra le celebrità giunte all’epico teatro di Hollywood Boulevard, infatti, pur senza sottrarsi ai precetti formali richiesti dall’occasione, mostrano come sia possibile coniugare originalità ed eleganza aurea, distinguendosi ciascuno a modo proprio. Lo fa innanzitutto Timothée Chalamet, novello wonderboy del cinema che, in fatto di uscite di gala, non sbaglia un colpo: si presenta con uno spencer glitterato che è tutto uno sfolgorio, portato a pelle, su pantaloni a sigaretta scuri, boots lucidati a specchio (di Louis Vuitton, come il suit) e collana con pendente ferino di Cartier; l’azzardo è notevole, ma il buon “Timmy” va inserito di diritto nei best dressed men degli Oscar.

Sulla stessa scia Andrew Garfield in modalità dandy, regale nel suo ensemble Saint Laurent, ossia blazer di velluto purpureo sopra pants affusolati, con tanto di fiocco anni ‘70 al posto del tradizionale papillon.
Non passa certamente inosservato nemmeno Kodi Smit-McPhee: l’attore rivelazione de Il potere del cane osa la sfumatura dell’azzurro pallido, insolita per una grande soirée, distribuendola sull’intera mise Bottega Veneta, composta da giacca double-breasted, calzoni pennellati, stivaletti, un prezioso girocollo in luogo della cravatta.

La keyword per decifrare l’outfit (Valentino) di Jamie Dornan è rilassatezza, condita con un pizzico di eccentricità: lo smoking, sfoderato, è un filo più lungo del dovuto, e sulla suola delle scarpe derby sono incastonate minuscole borchie. Trasuda souplesse anche l’abito di Jake Gyllenhaal (senza bow-tie, a conferma del mood disinvolto), per non parlare di quello firmato Maison Margiela di Travis Barker, accessoriato da sunglasses (una rockstar non si smentisce mai, no?) e broche a goccia di diamanti sul risvolto. Proprio le spille si rivelano un plus gettonatissimo tra gli uomini: brillano infatti sui revers dei blazer di Wilmer Valderrama (un bel doppiopetto velvet color verde pino), Jay Ellis, Karamo Brown e Rami Malek. Quest’ultimo, tra l’altro, affronta i flash dei fotografi con occhiali da sole aviator, chioma leggermente spettinata, mano sinistra nella tasca e, in generale, l’atteggiamento un po’ sornione di chi non indossa, come fa lui, un tuxedo su misura Prada.

In quota bling bling troviamo il completo del dj D-Nice, tempestato di cristalli, all’estremità opposta dello spettro fashion il sobrio look Zegna di Javier Bardem, tramato di disegnature paisley, ton sur ton col blu profondo della giacca.
Ligi all’etichetta, e per questo impeccabili, sono infine Shawn Mendes e Nikolaj Coster-Waldau, entrambi in smoking (nero Dolce&Gabbana per il cantante, bianco per l’ex Jamie Lannister di Games of Thrones) dal fit perfetto.

In apertura, il cast di I segni del cuore – Coda

L’America vista da Ian Bohen, il Ryan di ‘Yellowstone’

Incontro telefonicamente Ian Bohen proprio mentre si sta prendendo qualche giorno di tranquillità nella sua Carmel, la bellissima località sul mare nel nord della California, e dice di godersi ogni momento in quanto, fino a poco tempo fa, era a girare una serie tv in Canada dove il tempo, ovviamente, non era soleggiato e caldo come nella sua città.
Possiamo apprezzare Ian nel ruolo di Ryan in Yellowstone, serie di altissimo successo negli Stati Uniti, fruibile su Sky nel nostro paese.

Raccontami di Yellowstone, quattro stagioni ed ora state per girare la quinta, secondo te da cosa è dato il successo della serie?

Forse dal fatto che parla di situazioni famigliari molto semplici a cui la gente, in America, può correlarsi facilmente. In più la sceneggiatura è spettacolare e insieme a me ci sono attori incredibili come Kevin Costner, ed ogni cosa che dice e fa è talmente realistica che non puoi far altro che credergli davvero nella maniera più sincera. La stessa fotografia, con i cavalli e la natura infinita, lascia lo spettatore col fiato sospeso.
Posso aggiungere che è davvero apolitico come tv show, racconta una storia che è quella di chi ha abitato la nostra terra prima di noi, e stagione dopo stagione cresce sempre di più la voglia di scoprire cosa succederà dopo.
Inoltre non lo apprezzano solo gli spettatori delle zone rurali; a New York, San Francisco e Los Angeles lo amano e lo capiscono, perché ha la capacità di unire tutti.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio

Ci sono una serie di cowboy che vivono nel ranch, ed io sono Ryan, un ufficiale di polizia dello stato del Montana, è un ruolo molto complesso e divertente perché ho sempre mille cose da fare, e soprattutto nuove missioni per mantenere l’ordine nel posto. Posso dire che è anche divertente e ha sempre la battuta pronta, mi diverto ad interpretarlo.

Quanto tempo ti prende girare una serie come questa?

Normalmente ci troviamo un paio di settimane prima di girare le scene, giusto per riabituarci ad andare a cavallo e a vivere una vita campestre, insomma bisogna riprendere il ritmo in modo che sia tutto perfetto, anche perché non si può fingere davanti alla telecamera, deve essere vero e basta.
A volte stiamo li per più di quattro mesi all’anno, sono diventato un residente del Montana praticamente.

Siete stati nominati dallo Screen Actors Guild, cosa mi dici a proposito?

È davvero un grandissimo onore per noi essere nominati dai nostri colleghi della Screen Actors Guild come miglior ensemble cast, ed è la prima volta che ci succede.
A differenza dagli altri premi non è una academy o dei giornalisti a scegliere e votare, ma è davvero la gente, il popolo, quindi vi è un valore aggiunto.

Come funziona adesso negli Stati Uniti, avete ancora delle restrizioni per la pandemia?

Assolutamente sì, e questo dipende da stato a stato, Yellowstone è stata una delle prime produzioni a riprendere dopo il primo lockdown, potrei dire quindi che a giugno 2020 eravamo già sul set; il motivo per cui abbiamo potuto farlo è perché era tutto totalmente isolato, come in una “bolla” nel Montana Perciò abbiamo ripreso e senza interruzioni perché non vedevamo altre persone al di fuori di quelli del cast, cosa molto differente per chi aveva riprese a New York o Los Angeles dove un positivo che fermava la produzione era all’ordine del giorno.
Ora sto lavorando a Superman & Lois ed è molto differente, facciamo test tutti i giorni e ogni tanto abbiamo un caso tra di noi, ma è normale, la gente si muove e si sposta, il virus c’è ancora.

Da voi il pubblico è tornato in sala per vedere i film al cinema?

Lo spirito americano è libero e vuole ovviamente tornare a fare tutto ciò che faceva prima, ci sono degli stati, come la California, che hanno avuto tante restrizioni ed ora hanno tolto la mascherina anche al chiuso. Ma la cosa strana è che, per il momento, i bambini a scuola devono tenerla, ovviamente l’opinione pubblica è divisa su questo tema.

Credits

Talent Ian Bohen

Photographer Jenna Berman

Ph. assistant Tahlia Atter

Grooming Min-Jee Mowat

Thanks to Platform PR Team & MPunto Comunicazione

Riccardo Maria Manera, «tutti dovremmo sentirci delle rockstar»

Riccardo Maria Manera, genovese, ha iniziato questo mestiere da piccolissimo, infatti lo vediamo passare da un progetto all’altro senza tregua.
Dal 23 marzo sarà nella seconda stagione della fortunata serie tv Volevo fare la rockstar, successivamente lo vedremo al cinema nel suo primo film da protagonista Prima di andare via, nel frattempo ho dovuto rincorrerlo per intervistarlo in quanto sta girando Black Out, che per il momento rimane top secret.

Siamo travolti da un’ondata di attori genovesi e liguri, secondo te perché?

Non saprei, però nella mia personale esperienza di lavoro, che riguarda gli ultimi sei anni, posso dire che gli attori più bravi e preparati incontrati mio percorso arrivano tutti dal Teatro Stabile di Genova, che io non ho fatto, oppure da quello di Torino.
La mia speranza è che la mia terra, come è stata la culla del cantautorato ai tempi d’oro, lo possa essere magari per la recitazione oggi. Comunque anche come destinazione per le riprese devo ammettere che, ultimamente, si stanno girando parecchie serie tv e film, qualcosa sta cambiando.

Total look Valentino

Il successo della prima stagione di Volevo fare la rockstar ti ha portato alla seconda, per te come mai piace così tanto?

Avendola fatta, sono ovviamente di parte, ma secondo me perché è molto vera, potrebbe essere ambientata in un paesino tipo Gorizia come in Calabria, ci si riconoscerebbe comunque, anche perché è la storia di una ragazza madre e di tutte le problematiche di una famiglia.
Mi piace, citando Drusilla Foer dopo Sanremo, dire unicità anziché diversità, credo che il punto di forza sia stato proprio questo.
Abbiamo girato nella zona vicino Cormòns, profondo Nord-Est d’Italia, famoso per il suo nettare degli dei, anche se non sono un grande bevitore.

L’ultima volta che ti sei ubriacato?

Forse dieci anni fa, se parliamo di essere brillo diciamo il mese scorso, sono uno che aspetta che ci sia l’occasione per brindare, di norma non mi viene spontaneo.

T-shirt MSGM

Ti senti una rockstar?

Sì certo, dovremmo sentirci tutti delle rockstar, ci viene praticamente richiesto dalla società con tutte le vicissitudini che ci stanno capitando in questi ultimi anni, a ruota libera.

La situazione più “rock” che hai vissuto qual è?

Indubbiamente quando finite le riprese della prima stagione di Volevo fare la rockstar, ho preso uno zaino e sono andato in Thailandia per un mese, lì si è trattato di andare all’avventura e allo sbaraglio, completamente.

Total look Valentino

Diciamo che non puoi lamentarti, stai lavorando a mille progetti e al cinema stai per uscire con Prima di andare via, cosa mi vuoi dire a riguardo?

È la mia prima esperienza da protagonista in un film, quindi mi sento molto responsabilizzato da questa cosa, è un po’ anche un aut aut per me, per capire quello di cui sono capace.
La mia compagna nel film è stata Jenny De Nucci, devo dire che ci siamo divertiti tantissimo a lavorare insieme; si tratta di un dramedy basato sulla riscoperta di sé stessi attraverso un evento.

Hai questo viso da bravo ragazzo, lo sei veramente?

In realtà penso di sì purtroppo, nel senso che vorrei essere più stronzo ma non ci riesco proprio, e poi hanno fatto tutto i miei genitori per questa faccia, giuro che non ho fatto nulla io, anzi mi son mantenuto, non ho preso pugni, insomma tutto bene.

A seguire, il video backstage dello shooting.

Credits

Talent Riccardo Maria Manera

Photographer and art director Davide Musto

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Alfredo Fabrizio

Stylist assistant Federica Mele

Grooming Alessandro Joubert @simonebelliagency

Location Hotel American Palace Eur – Roma 

Il ritorno di Martins Imhangbe con Bridgerton 2

Martins Imhangbe, meglio conosciuto come Will Mondrich, il bellissimo pugile di Bridgerton, sta per tornare su Netflix con la seconda stagione della serie, in uscita il 25 marzo.
Tante le novità sia per lui che per tutto il resto dell’amatissimo cast che, lo scorso anno, è stato anche nominato per la categoria miglior ensemble dalla Screen Actors Guild.
Lui, attore preparatissimo, arriva dal teatro classico, luogo dove si è forgiato professionalmente, sempre coltivando la sua passione per il pugilato.

Raccontami la tua storia, arrivi dalla Nigeria, sei stato per un periodo in Grecia ed ora sei a Londra...

Sono emigrato dalla Nigeria con mio padre, appena arrivati in Europa siamo stati due anni in Grecia per poi arrivare in Inghilterra, dove ci siamo stabiliti a Londra, ora però lui ha fatto il giro completo ed è tornato a vivere in Africa.

Hai sempre saputo di voler fare l’attore?

Assolutamente no, a me è sempre piaciuto disegnare in realtà, e mi considero tutt’oggi un artista, quando andavo a scuola tornavo a casa e mi mettevo a dipingere e colorare, mi piaceva tantissimo.
La recitazione è venuta molto dopo, solo per il fatto che percepivo che, guardando uno spettacolo a teatro, sentivo l’energia di quelle persone in movimento sul palco. Così ho iniziato a studiare ma più che altro per divertimento, poi diventando grande ho capito che poteva diventare veramente un lavoro.
Devo ringraziare tutte le persone che mi hanno orbitato intorno, facendomi capire che avevo delle qualità da sfruttare, da solo non mi sarei mai applicato.

Sta per arrivare la seconda stagione di Bridgerton, secondo te come mai è stato un successo di Netflix in tutto il mondo?

Il motivo principale credo sia il tema dell’inclusione che ha accomunato tante persone di tanti paesi diversi, in più la prima stagione era arrivata in un momento particolare, ovvero quello del post lockdown di Natale 2020.
È un po’ come se tutti avessero avuto la loro occasione di sfuggire dal proprio mondo con la serie.

È divertente girare in costume?

Oddio, certamente lo è, l’unica cosa è che quegli abiti non sono esattamente comodi come una tuta, e quando sei sul set per dodici ore, diventa un po’ difficile. Però mentre sei lì ti rendi conto di quanto siano spettacolari i costumi e, ancor più, di quante volte possa capitarti di indossarli, quindi ti senti privilegiato.

Lo scorso anno siete anche stati nominati dalla Screen Actors Guild per il premio miglior ensemble, cosa mi dici a proposito?

Dico che è successo davvero tutto talmente in fretta che non ce ne siamo quasi resi conto, la serie è uscito a dicembre e a febbraio eravamo nominati, è stato incredibile.
Eravamo tutti davvero molto orgogliosi, l’unico dispiacere è stato che a causa della pandemia non abbiamo potuto essere a Los Angeles in presenza, ma solo tramite Zoom da casa, insomma speriamo in una seconda volta live!

Sei un attore super serio, sei anche stato nominato come miglior interprete per il tuo Riccardo II a teatro.

Ho sempre fatto tantissimo teatro, anche perché alla fine è proprio il modo in cui mi sono formato, e sono pienamente convinto che non ce ne sia uno migliore, perché quando hai gli spettatori davanti a te, non gli puoi mentire.

Cosa ci possiamo aspettare dal tuo personaggio, Will Mondrich, nella nuova stagione?

Posso anticipare che vedremo un lato molto più imprenditoriale, insomma una vera crescita in una nuova esperienza di vita.

Sei sempre stato appassionato di boxe?

Si, quello amo della boxe al di sopra di tutto è la disciplina e il dover mantenere sempre davanti a te l’obiettivo, trovo che sia uno sport meraviglioso, anche se non sono mai stato sul ring per un combattimento, almeno non ancora.
Poterlo fare ovviamente richiederebbe un training incredibile, e per ora non ho tempo.

Per tutte le foto, credits Klara Waldberg

Lucrezia Guidone: «La mia fedeltà la rinnovo tutti i giorni»

Lucrezia Guidone è un’attrice dalla formazione ineccepibile, svoltasi tra la Silvio d’Amico a Roma e il celeberrimo The Lee Strasberg Theatre and Film Institute di New York. Dopo tanto teatro l’abbiamo vista lavorare con registi come Francesca Comencini e Donato Carrisi.
Ora senza rendersene conto si è ritrovata nella top ten di 42 paesi con la serie Fedeltà, mega successo di Netflix, una produzione italiana ambientata a Milano.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Di dove sei Lucrezia?

Sono di Pescara, ho origini pugliesi però sono nata e cresciuta in Abruzzo e, a parte qualche piccola breve pausa, in Puglia.

A quanto pare sei un’attrice serissima, hai fatto la Silvio d’Amico e poi tanto teatro

Oddio serissima non saprei, però sicuramente ho scelto di avere una giusta formazione, e fare una scuola di buon livello mi è sembrato un punto di partenza per iniziare a costruire qualcosa.
Ho avuto la fortuna di debuttare a teatro con Luca Ronconi, poi ho voluto proseguire la mia formazione andando a New York e iscrivendomi all’Istituto Strasberg, anche perché avendo una passione per il cinema americano mi sembrava giusto chiudere il cerchio in questo modo.

Ph. by Stefano Montesi/Netflix© 2021

Quindi sei una ”method actor”?

No, ma penso che da ogni metodo e scuola ognuno prenda ciò di cui ha bisogno per poi utilizzarlo a seconda di quello che serve nell’interpretazione del personaggio, a volte ci sono delle zone che non riesci a raggiungere ed il metodo può decisamente tornare utile.
Lo vedo più che altro come una delle armi che mi possono venire in aiuto quando mi trovo in difficoltà.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Però hai già avuto occasioni di lavorare con grandi registi come Francesca Comencini e Donato Carrisi, quale tra le discipline artistiche che pratichi ha un posto speciale nel tuo cuore?

Direi che teatro, cinema e televisione appartengono tutte alla matrice che mi interessa, ovvero la recitazione, raccontare delle storie, incontrare degli immaginari.
Hai citato due registi che mi hanno permesso di affacciarmi a dei generi, perché con Francesca abbiamo fatto una sorta di fantasy storico come Luna nera per Netflix, con Donato, invece, mi sono messa alla prova con il thriller, sono state due esperienze molto potenti che mi hanno insegnato tantissimo.
Nel mio cuore, quindi, c’è tutto questo, non potrei rinunciare a nulla.

Ora sei protagonista di Fedeltà su Netflix, hai riscontrato una risposta diversa dal pubblico con una serie di estremo successo come questa?

Devo dire che questo è il mio terzo progetto con Netflix, ed una delle cose più impressionanti di una serie in streaming è la possibilità di essere visti in tutto il mondo.
Noi in questo momento abbiamo l’opportunità di essere in contatto tramite social con il pubblico, ed è un’ondata molto calorosa, ad esempio uso di più Instagram, e ho ricevuto un abbraccio incredibile, da paesi, poi, da cui non mi sarei mai aspettata di ricevere messaggi.
A volte si aprono con me tipo posta del cuore con richieste di consigli per le coppie, a cui non so davvero come rispondere.

Ph. by Sara Petraglia/Netflix© 2021

Quando avete girato vi sareste aspettati un successo planetario come questo?

Ovviamente speravo andasse bene, però certo non di essere nella top ten di 42 paesi. Anche perché quando giri e sei sul set, non ti rendi conto, in quanto non puoi avere la percezione girando un giorno una scena della terza puntata e subito dopo l’ultima, insomma è davvero difficile.

Devo farti la domanda di rito: sei fedele nella vita?

Direi di si, sono fedele verso le cose che amo e non mi riferisco solo alla coppia, ma parlo di tutto ciò che mi fa stare bene; la mia fedeltà la rinnovo quotidianamente, in quanto sono molto irrequieta interiormente, quindi ho sempre bisogno di andarla a confermare.
Mi piace pensarla come non statica, non un monolite che se ne sta lì insomma, piuttosto come un qualcosa che cambia forma e così non mi fa sentire in gabbia.

Ph. by Sara Petraglia/Netflix© 2021

Che cosa ti fa arrabbiare di più nella vita?

Sicuramente non mi piace essere manipolata, l’ipocrisia mi fa arrabbiare tanto quanto le disparità di genere.

E cosa ti rende più felice?

Mi piace nutrire le mie passioni ed esplorare le direzioni dei nostri desideri più profondi, questo lo auguro a tutti perché fa bene a chiunque.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Per l’immagine in apertura, credits Sara Petraglia/Netflix© 2021

Press: laPalumbo Comunicazione

Aurora Ruffino, sognando Raffaella (Carrà)

In Noi, versione italiana del pluripremiato dramma americano This Is Us (in onda dal 6 marzo su Rai1) è Rebecca Peirò, ma quello dell’attrice Aurora Ruffino è un volto familiare: il pubblico ha avuto modo di conoscerla – e apprezzarne le interpretazioni, puntuali e intense – in serie di largo seguito quali Braccialetti rossi, Questo nostro amore, I Medici, Un passo dal cielo, senza contare l’esordio ne La solitudine dei numeri primi, trasposizione cinematografica del romanzo eponimo, vincitore del premio Strega, il triangolo amoroso al centro di Bianca come il latte, rossa come il sangue, le conseguenze e i pericoli del consumo di droga che scandiscono la storia (vera) di La mia seconda volta.
Ai ruoli appena menzionati vanno aggiunte varie altre apparizioni fra cinema, tv, videoclip e progetti restii alle classificazioni come Ningyo, corto di Gabriele Mainetti presentato alla 73esima edizione della Mostra di Venezia, che consentiva allo spettatore di interagire, cambiando l’ordine dei “moduli” narrativi.
In attesa di un fantasy – genere per cui ha da sempre un pallino – o un biopic su una delle (tante) donne che hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali della nostra storia, ci ha raccontato dei momenti più coinvolgenti vissuti sul set di Noi, dell’orgoglio di aver preso parte a Braccialetti rossi, serial dall’impatto enorme, delle serate al karaoke dopo I Medici, per finire col rapporto non proprio felice con abiti, shopping, outfit e simili.

A proposito di Rebecca Peirò hai dichiarato, in conferenza stampa, che impersonarla significava realizzare un sogno, perché guardavi la serie ancora prima di sostenere il provino, ma di aver avvertito anche una sensazione di panico all’idea di confrontarti con un personaggio così conosciuto e amato. Ora, passati mesi dalle riprese e con i primi episodi trasmessi da Rai1, come pensi di essertela cavata?
Sono molto soddisfatta del risultato finale, credo che abbiamo raggiunto l’obiettivo di italianizzare la storia di una famiglia amata da tutti nell’originale. Per quanto mi riguarda, nonostante avessi già visto This Is Us, sono riuscita a farmi coinvolgere da ogni passaggio della trama, mi sento davvero fiera e orgogliosa del lavoro svolto da cast, troupe, regia, tutti insomma.

Noi è un’epopea famigliare, il racconto a tutto tondo di una famiglia che passa attraverso argomenti piuttosto delicati (la perdita di un figlio, l’adozione, l’integrazione razziale…), ribadendo però l’importanza dei legami tra consanguinei, e il cui filo conduttore, stando al regista Luca Ribuoli, è l’amore. Quali sono stati i momenti emotivamente più complessi da girare e, al contrario, i più gradevoli, felici – se vogliamo metterla in questi termini?

Di passaggi emotivamente forti ce ne sono stati a iosa, tra i più complessi ricordo senz’altro quello in cui Pietro dice a Rebecca che uno dei loro figli non ce l’ha fatta, una situazione decisamente forte da vivere. Tra i più belli, invece, il momento in cui Daniele si attacca per la prima volta al suo seno, dopo che lei per settimane non è riuscita a instaurare un legame col bambino; quell’istante lì, con Napule è di Pino Daniele in sottofondo, è stato stupendo.

Hai rivelato recentemente di esser riuscita a interpretare Rebecca quarantenne «soprattutto grazie al look», pensi che trucco e parrucco possano rappresentare la chiave di volta nell’approccio al ruolo?

Ti aiutano a trovare l’approccio fisico, quella postura che può darti solo il costume ed è estremamente importante, adesso per esempio sto girando un film in cui sarò un carabiniere, già indossare la divisa ti trasmette il “tono” del personaggio.
Quando in Noi impersonavo Rebecca a sessant’anni, make-up e acconciatura mi aiutavano a individuare la giusta dimensione fisica; sono fondamentali, infatti è nelle prove costume che riesco a capire come mi sento con determinate cose addosso, in che modo posso cambiare fisicamente ricorrendo anche solo a un trucco, una parrucca, un piercing, elementi che mi danno subito l’idea di chi interpreterò, permettendomi di trasformarmi.

La serie si dipana su piani temporali differenti, il tuo personaggio invecchia e, di conseguenza, ti sei dovuta sottoporre ad apposite sessioni di make-up, ricorrendo anche alla prostetica. Da attrice, che rapporto hai con lo scorrere del tempo, col modo in cui incide sull’aspetto fisico?

Sono tranquilla, anzi, soffro piuttosto il fatto di sembrare ancora parecchio giovane, una ragazzina quasi, nonostante abbia 32 anni; non dimostrare la mia età si è rivelato un’arma a doppio taglio perché per come appaio, magari, non vengo presa in considerazione per determinati ruoli.
Avverto il desiderio non di invecchiare, piuttosto di assumere la fisicità di una donna, sono contenta anche delle piccole rughe che comincio a notare nelle foto, fanno parte di me, raccontano la mia storia, il mio vissuto, non ho problemi sotto questo punto di vista, mi aiutano ad accettare e accogliere gli anni che passano.

Noi si svolge parzialmente nell’Italia di circa quaranta anni fa, eri già tornata all’atmosfera dei decenni passati in Questo nostro amore, le cui stagioni erano ambientate negli anni ‘60, ‘70 e ‘80. Cosa ruberesti, potendo, a ciascuna delle tre decadi? E, limitandoti alla moda, cosa apprezzi maggiormente dello stile Sixties, Seventies ed Eighties?

Credo che ad accomunare quei decenni fosse l’energia generale, il senso di far parte di una società determinata a costruire un futuro migliore, con la ripresa economica del dopoguerra, l’idea diffusa di uno stato ricco, pieno di sogni e opportunità; ricordo mio nonno parlarne come di un periodo in cui era possibile fare qualunque cosa, a patto di avere la voglia e determinazione necessarie, e poi i colori, l’arte, la musica, tutto concorreva a un fermento, una spinta al progresso che ha attraversato quell’arco temporale.
Riguardo lo stile specifico delle decadi, apprezzo la caratterizzazione estetica di allora, dalle minigonne ed eyeliner definiti dei ‘60s ai pantaloni a zampa dei ‘70s, al boom del jeans negli ‘80s.

Tre anni fa, intervistata da Vanity Fair, confessavi di vivere lo shopping come una tortura, di avere l’orticaria – testuale – a stare nei negozi. Negli ultimi tempi il tuo rapporto con la moda, considerati anche i red carpet richiesti dalla professione, è cambiato?

Purtroppo no, è ancora una tortura! Adesso ho una stylist bravissima, Marvi De Angelis, che insieme al mio ufficio stampa mi aiuta a curare l’immagine. Di mio sono però decisamente semplice, per come la vedo io i vestiti, finché non si rovinano, vanno bene, idem scarpe o accessori.
Non ho l’ossessione del vestiario, dell’apparire in un certo modo, a dire la verità non l’ho mai avuta, sarà che sono cresciuta in una famiglia umile, dove ci si vestiva con ciò che c’era, certamente non si andava a fare shopping ogni settimana, un atteggiamento che mi è rimasto, non avverto mai l’urgenza della novità; compro abiti per necessità, ecco.

Hai raggiunto la notorietà grazie a Cris di Braccialetti rossi, una ragazza in lotta con l’anoressia, per interpretarla tra l’altro hai dovuto perdere peso, incontrare persone che soffrivano di disturbi alimentari… Una parte sicuramente impegnativa all’interno di un autentico fenomeno mediatico. Cosa ti è rimasto più impresso di quell’esperienza?

L’impatto che ha avuto sulle persone, a distanza di anni ancora mi fermano per parlare di Braccialetti rossi, di cosa quella fiction abbia rappresentato e portato nelle case italiane, era diventata un evento che metteva davanti al televisore tutti, i figli come i genitori o i nonni. Ha unito il pubblico e fatto un gran bene, ho incontrato moltissimi ragazzi, bambini anche, che in quegli episodi hanno trovato un motivo in più per lottare e farsi forza.

Hai vestito i panni di Bianca de’ Medici nel period drama sull’omonima famiglia toscana, venduto in oltre cento nazioni, incoronato nel 2019 serial italiano più popolare all’estero, forte del resto di un cast stellare, da Dustin Hoffman a Richard Madden. Com’è stato lavorare in una produzione del genere?

L’ho vissuta come un sogno, all’inizio mi sembrava impossibile persino recitare in inglese, visto che prima di trasferirmi a Londra e studiarlo per bene, non parlavo una parola. Soprattutto è stato divertente, ci ritrovavamo ogni settimana al karaoke, un gruppo di giovani attori di nazionalità diverse che, di giorno, mettevano in scene le vicende di una famiglia conosciuta ovunque nel mondo, e di sera uscivano insieme, divertendosi come pazzi.

Un genere o ruolo per te inedito con cui ti piacerebbe metterti alla prova?

Amo i fantasy, sogno fin da bambina di fare un’eroina alla Marvel, una Black Widow per intenderci. Mi piace, da spettatrice innanzitutto, l’intrattenimento nel senso più ampio e nobile del termine, devo dire che finalmente anche da noi, grazie al fantastico Gabriele Mainetti, si stanno aprendo nuove opportunità.

Cosa ci sarà dopo Noi? Hai sogni nel cassetto da condividere con i lettori o preferisci tenerli per te?

Attualmente sto girando Black Out, mistery con protagonista Alessandro Preziosi.
Un sogno che ho già rivelato, da amante delle pellicole Rai in cui venivano raccontate le grandi donne d’Italia, figure eccezionali, iconiche (penso al biopic su Carla Fracci o a quello su Rita Levi-Montalcini), sarebbe quello di portare sullo schermo, omaggiandola in qualche modo, la storia di Raffaella Carrà; sono cresciuta con quest’artista immensa, per me è sempre stata un punto di riferimento assoluto.

In tutto il servizio, Aurora Ruffini indossa total look Philosophy di Lorenzo Serafini e gioielli Crivelli

Credits

Fotografo Maddalena Petrosino

Coordinamento styling Marver

Assistant Giacomo Gianfelici 

Make-up Charlotte Hardy

Hair Alessandro Rocchi @Simone Belli Agency

Press office Lorella Di Carlo

Location Hotel Valadier Roma

Carolina Crescentini: talento, eleganza e (tanta) ironia

Lo sguardo, che ricorda quello di Lauren Bacall. La femminilità elegante. L’ironia, sempre.
Non si può non avere un debole per Carolina Crescentini, attrice versatile e donna di grande stile, in tutti i sensi. In questi giorni sta promuovendo la commedia C’era una volta il crimine di Massimiliano Bruno, in sala dal 10 marzo. Terza “puntata” della serie iniziata con Non ci resta che il crimine, anche questo film è il racconto di un viaggio indietro nel tempo. Questa volta, Marco Giallini e Gianmarco Tognazzi si ritrovano nell’Italia del 1943. Carolina interpreta una donna sola, con il marito al fronte, pronta a imbracciare il fucile anche lei. A ottobre, invece, la ritroveremo nei panni di Corinna, l’attrice di soap raccomandata e sempre definita “cagna maledetta” della scatenata serie Boris che torna a furor di popolo su Disney+ con una quarta stagione di sei episodi, quindici anni dopo la prima.

Scusi, ma sono fan di Boris: che cosa mi può anticipare?

Non posso dire niente! Se non che sono felicissima di questo ritorno di Corinna. Voglio un gran bene a quella cretina, è la mia amica scema.

Non vedo l’ora. Forse in questo momento tutti abbiamo bisogno di ridere.

Guardi, in questi giorni ci ho pensato tanto. Sono in giro a dare interviste su C’era una volta il crimine, un film che racconta la guerra in toni comici e fuori c’è una guerra vera verso la quale non si può certo essere indifferenti. Però è anche vero che, proprio per questo, abbiamo tutti bisogno di qualche momento di leggerezza e il ruolo sociale degli attori è, da sempre, anche quello dei clown. Se strappiamo un sorriso, facciamo la nostra parte.

Come ha scelto i look per questa promozione, visto il momento poco propizio a frizzi e lazzi?

Ho puntato su capi semplici ed eleganti e sono andata da Armani: tute, vestiti, completi. Oggi in televisione ho indossato un tailleur pantalone bianco con i pantaloni larghi. Mi piacciono le cose un po’ ampie, in generale, e non importa se è pensiero comune che in televisione ingoffino. A me non interessa sagomarmi, sottolineare il corpo, preferisco sentirmi a mio agio”.

Quando sceglie come vestirsi è un’indecisa che fa mille prove?

Al contrario, vivo di colpi di fulmine. Tra mille modelli, vedo subito quello che mi interessa. Ricordo un anno, quando ero in giuria a Venezia, da una selezione di Gucci scelsi in un attimo un abito con maniche a chimono e una cintura con una stella in vita. Per un’altra serata mi innamorai all’istante di un abito di Alberta Ferretti, con frange di metallo argentate. Un abito abbastanza difficile da portare perché anche molto pesante ma era scenico, irresistibile.

È vero che è stata sua mamma Paola a trasmetterle la passione per la moda?

Sì, fin da piccola. La accompagnavo nelle boutique delle sue amiche, mi provavo dei maglioni extralarge di Krizia o di Iceberg con gli animali, sembravo Pisolo (ride, ndr). Mia madre mi ha insegnato il potere salvifico dei bei vestiti e della cura di sé. Ogni volta che nella vita sono stata male, lei mi ha incoraggiato a pettinarmi, mettermi la crema, una camicetta carina. Se ti senti bella non sarai giù di morale, dice sempre. E lei è la prima testimonial di questa filosofia. Anche adesso, che non è più una ragazzina, si diverte con la moda, indossa ancora pantaloni di pelle alla sua età.

Quanti anni ha?

L’età vera non posso dirla pubblicamente: mia madre se ne sente sempre 39.

Lei scrive racconti, anni fa aveva una rubrica di critica cinematografica su Rolling Stone, ha mai pensato di pubblicare un libro?

Mi piacerebbe ma al tempo stesso non vorrei insinuarmi e dare fastidio ai libri veri, quelli per i quali ho enorme rispetto. Considero la scrittura un appuntamento con me stessa, anche se non scrivo direttamente di me. Vedremo.

Ha sposato un cantante. Lei canta?

Ho studiato canto al Centro Sperimentale. Nella mia famiglia per hobby cantano tutti. Mio padre davanti a un microfono non resiste e canta My Way tutta intera senza sbagliare una nota. Mia sorella, che è più grande di me, quando ero piccola mi trascinava con lei nelle sale prove dove cantava con una band. Mia madre, nei nostri viaggi in macchina, intonava tutto il repertorio di Dalla, De Gregori, Baglioni e Califano”.

Serata al karaoke. Carolina sale sul palco e che cosa canta?

È successo davvero. Eravamo in Grecia io e Francesco (Motta, il cantautore, suo marito ndr) e lui ha voluto a tutti i costi che partecipassimo a un karaoke per battere dei turisti olandesi. Io ero titubante, pensavo “ma se ci sono degli italiani tra il pubblico, che figura facciamo?”. Invece poi l’ho seguito: abbiamo cantato una pessima versione di My Way, in onore di mio padre e qualcosa di Bob Dylan.

È appena passato l’8 marzo. Mi cascano le braccia all’idea che si debba ancora parlare di parità.

Anche a me. Ma dobbiamo farlo! Le differenze di trattamento tra uomini e donne sono ancora enormi, a cominciare da quella salariale. E poi: le donne che, come me, non hanno figli, sono guardate con sospetto. Invece, quelle che i figli li hanno, si sono trovate, con la pandemia, a dover fare passi indietro sul lavoro perché l’impegno della gestione di casa e famiglia è caduto tutto sulle loro spalle. Del resto, quanti uomini conosce lei che abbiano goduto dei permessi di paternità? Io pochissimi.

In tutto il servizio, total look Giorgio Armani, gioielli Giuliana Mancinelli Bonafaccia

Credits
Photographer & art director Davide Musto
Ph. assistant Valentina Ciampaglia
Stylist Alfredo Fabrizio
Hair e make-up Fulvia Tellone @simonebellimakeup
Location TH Hotel Roma Carpegna Palace

Filippo De Carli in ‘Guida astrologica per cuori infranti’

Dopo le tragicomiche vicende d’amore della prima stagione, Guida astrologica per cuori infranti torna a raccontare le vicende di Alice (Claudia Gusmano), con la seconda stagione uscita l’8 marzo su Netflix con 6 nuovissimi episodi a tema segni zodiacali.

Durante la prima stagione vediamo Alice in crisi per l’ex fidanzato Carlo (Alberto Paradossi), in procinto di sposarsi e di avere un figlio, che incontra Davide (Michele Rosiello), collega e presto fiamma della protagonista. Quando però, con l’aiuto dell’amico astrologo Tio (Lorenzo Adorni), le cose sembrano andare per il verso giusto, Alice scopre Davide mentre bacia un’altra, lasciandoci con un finale che mette in dubbio cio che sarà della loro relazione.

Guida astrologica per cuori infranti, credits Netflix
Guida astrologica per cuori infranti, credits Netflix

Durante la seconda stagione, Alice ritorna più confusa di prima fino a quando non incontra Giorgio (Filippo De Carli), personaggio di cui si innamorerà e che porterà non poche complicazioni alle dinamiche già esistenti tra i protagonisti della serie.

Ph. by Davide Musto

De Carli, come ci ha raccontato l’anno scorso in un’intervista, in realtà è approdato sullo schermo per casualità nel 2015, con il suo esordio cinematografico nel film La felicità è un sistema complesso.

Dopo questo primo progetto, però, ha deciso di seguire professionalmente la strada della recitazione iniziando dei corsi a Roma, fino a partecipare a progetti importanti come House of Gucci di Ridley Scott e la sesta stagione della fiction Rai di successo Un passo dal cielo.

Approdato quest’anno anche su Netflix, l’attore dimostra – coerentemente con la serie in questione – che il caso e la “fortuna” non bastano, e per ottenere dei risultati la determinazione e l’impegno sono fondamentali.

Per l’immagine in apertura, ph. by Davide Musto

Leonardo Pazzagli in ‘Fedeltà’ (che lui, nella vita, non pratica)

Leonardo Pazzagli, trentenne, ha vissuto in giro per il mondo per poi trovare quella che lui chiama casa nella città eterna. Diplomato al Centro Sperimentale, lo abbiamo già visto in diverse serie tv, tra cui il grande successo di Rai1 Pezzi unici, ora lo possiamo vedere in streaming su Netflix in Fedeltà, dove interpreta un enigmatico fisioterapista.


Total look Marni, shoes Car Shoe

Raccontami di tutti i posti dove hai vissuto, mi sembra interessante...

In realtà i posti dove ho vissuto sono stati tre, ovvero da piccolo in Brasile e in Canada, diciamo un anno e mezzo tutti e due, e poi dopo il liceo un anno sabbatico a Londra, tutto questo per mia madre che faceva la lettrice di italiano all’estero e quindi abbiamo fatto un po’ di pellegrinaggio in giro per il mondo.
È successo tutto in un’età molto particolare, in quanto proprio quando stai piantando le radici, te le espiantano per andare a vivere in un luogo diverso.
Diciamo che mi sento un abitante di Roma, non dico romano sennò i romani mi si rivoltano contro.



Hai sempre saputo di voler fare l’attore?

Assolutamente no, ho avuto tante idee di lavoro, poi l’ultimo anno di liceo facevo un corso di recitazione e, proprio con il maestro di allora, ho capito che anche recitare poteva essere un lavoro, e piano piano ho coltivato questo pensiero.
Non rientro nella categoria di persone che sin dalla prima recita alle elementari hanno capito il loro destino, anzi, qualche anno fa mia madre ha ritrovato un video della mia prima volta sul palco a 3/4 anni, dove ci sono io che non voglio entrare in scena e si vedono le mani di qualcuno che mi trascina ed io che non voglio. Ora a trent’anni appena compiuti non ho più remore.


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Parlami del tuo personaggio in Fedeltà, che possiamo vedere su Netflix.

Andrea è un fisioterapista con una vita parallela notturna, che normalmente non si accosta con il lavoro diurno, non dico cosa fa di preciso così chi deve ancora vederla può sorprendersi.
Posso dire però che è un grande osservatore ed è essenziale, parla più con gli occhi che con le parole, ma quando dice una cosa è chirurgicamente precisa, ed è molto istintivo.
Sono tutte qualità che la mia partner di scena, Lucrezia Guidone, trova affascinanti, proprio perché sono l’opposto di suo marito.



Parlando di fedeltà, vuota il sacco: tu sei fedele?

La verità è che non ho l’obbligo di fedeltà, infatti la serie non mi ha turbato.


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Sei oggettivamente un bel ragazzo, in quale categoria ti schieri, ti ha aiutato nel tuo lavoro o hai dovuto dimostrare di più?

È una domanda spigolosa, il cinema gioca sull’incisività in camera dove ovviamente il criterio estetico gioca la sua parte; credo quindi che da un punto di vista lavorativo mi abbia aiutato.
Non posso negare che a volte a un’estetica gradevole si associ una certa superficialità e su quello alcune volte ho dovuto lottare. Come pure sul fatto di essere giovane, in ogni progetto sono il giovane esordiente, nonostante faccia questo mestiere da quando avevo diciott’anni, forse il fatto dell’età a volte potrebbe avermi infastidito. Adesso, forse perché in Fedeltà ho la barba, il problema non si è presentato.



Sei uno che va al cinema e teatro, o preferisci guardare serie a casa?

Di norma vado molto al cinema, a teatro o conosco un attore o un regista, oppure aspetto che qualcuno mi consigli uno spettacolo, forse perché dal cinema so che me ne posso andare tranquillamente, a teatro invece diventa una scelta più radicale.
Posso dire che non sono uno che accende la tv e vede quale serie vedere, se non ho nulla che desidero davvero guardare preferisco leggere un libro.


Jumper Missoni, trousers Federico Cina, shoes Car Shoe

La fotografia del mondo degli ultimi anni non è bellissima, pandemia finita e ora una guerra vicino a noi, per un ragazzo di trent’anni quanto può essere difficile guardare al futuro?

Credo che sia sempre difficile guardare al futuro stando nel presente, soprattutto ora; l’invasione della Russia in Ucraina mi colpisce, anche perché sono laureato in storia e sono argomenti che ho studiato e mi interessano, infatti ho ripreso in mano Il secolo breve di Hobsbawm, per ritrovare un po’ di confidenza con quello che sta succedendo.




Jumper Federico Cina, trousers Fendi

Suit Sandro Paris, shirt Fendi

Jumper Missoni, trousers Federico Cina, shoes Car Shoe

Credits

Art Director & Photographer: Davide Musto

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia 

Styling Other Agency

Grooming: Alessandro Joubert @simonebellimakeup

Location Coho Loft

Fab Five, 5 titoli in streaming da non perdere a marzo

Bridgerton 2, per tutti gli appassionati della prima stagione, dal 25 marzo su Netflix


Ph. Liam Daniel/Netflix

Secondo voi ci può essere qualcosa di più interessante di una serie che tocca temi legati al femminismo, annulla la discriminazione di genere, racconta delle rigide usanze sociali della Londra dell’inizio del 19° secolo, è piena di storie d’amore romanticissime, il tutto narrato da una segretissima voce che lascia trapelare gossip sconvolgenti? Io non penso.
Ebbene tutto questo è Bridgerton, il primo progetto di Shonda Rhimes insieme a Netflix, uscito il 25 dicembre 2020 e diventato ben preso un successo mondiale, con 82 milioni di utenti collegati nel primo mese; sicuramente il suo successo è dovuto al fatto che combina tutte le parti migliori di Orgoglio e pregiudizio e Gossip Girl.

Coinquilini impossibili (sembra davvero da non perdere) dal 1° marzo su Netflix



Sarà capitato anche a voi di convivere, almeno per un periodo della vostra vita, con qualcuno di impossibile. Di storie di coinquilini strani e bizzarri se ne sentono ogni giorno, ma le quattro storie raccontate nella docuserie Coinquilini impossibili, arrivata su Netflix il primo marzo e prodotta dalla Blumhouse Television di Jason Blum, sono sicuramente peggiori delle vostre. La serie sarà composta da cinque episodi.

Guida astrologica per cuori infranti 2, dall’8 marzo su Netflix



Se vi è piaciuta la prima direi di non perdervi la seconda stagione, con le avventure di Lorenzo Adorni in una Torino tutta da scoprire.
Non c’è da meravigliarsi se è passato così poco tempo tra una stagione e l’altra; essendo infatti la seconda già stata girata insieme alla prima, era molto probabile che Netflix annunciasse il rilascio delle puntate a distanza di pochissimo tempo da quelle del primo capitolo, disponibile sulla piattaforma dallo scorso 27 ottobre 2021.

Lucy and Desi, documentario Amazon Original, dal 4 marzo


Ph. Archive Photos/Getty Images

Lucy and Desi è il documentario d’esordio della regista, attrice e comica Amy Poehler che esplora il mondo reale di una delle coppie televisive più famose d’America. Lucille Ball e Desi Arnaz hanno rischiato tutto per stare insieme. Il loro amore reciproco ha portato alla creazione dello spettacolo più influente della storia della televisione, I Love Lucy. Desi – rifugiatosi in America da Cuba, dopo che la sua famiglia aveva perso tutto durante la rivoluzione cubana del 1933 – è diventato prima il frontman di una band, poi un attore e infine un brillante produttore e pioniere tecnico. Lucille è nata dal nulla e, con un’etica del lavoro senza eguali, ha costruito una carriera come modella, corista e infine attrice.

Il Re, dal 18 marzo su Sky


Ph. Andrea Pirrello

Il primo prison drama targato Sky Original, con Luca Zingaretti. La serie, in otto episodi diretti da Giuseppe Gagliardi (199219931994Non Uccidere), vede l’amatissimo attore romano protagonista nei panni del controverso direttore di un carcere di frontiera, sovrano assoluto di una struttura – il San Michele – in cui nessuna delle leggi dello Stato ha valore, perché il bene e il male dipendono unicamente dal suo giudizio. Fino a quando le indagini di un pubblico ministero (interpretato da Anna Bonaiuto) non intralciano il suo operato. Il Re è prodotta da Sky Studios con Lorenzo Mieli per The Apartment e con Wildside, entrambe società del gruppo Fremantle, in collaborazione con Zocotoco.

In apertura, ph. Liam Daniel/Netflix

Stranger Things 4 è in uscita in 2 volumi

Netflix annuncia l’uscita dell’attesissima quarta stagione di Stranger Things, che sarà rilasciata in due parti in uscita nel 2022: il volume 1 debutterà il 27 maggio, mentre il volume 2 il 1° luglio. Inoltre, confermate le voci che ci sarà una quinta e ultima stagioneatto conclusivo della serie.  

Per l’occasione i Duffer Brothers, creatori della serie, hanno scritto una speciale lettera aperta ai fan, in cui hanno annunciato la data di debutto dei nuovi episodi e condiviso altre informazioni sul futuro della serie. Svelati anche la locandina e quattro poster, uno per ogni location in cui è ambientata la quarta stagione: Russia, California, laboratorio e Creel House.



Sono passati sei mesi dalla battaglia di Starcourt, che ha portato terrore e distruzione a Hawkins. Mentre affrontano le conseguenze di quanto successo i nostri amici si separano per la prima volta, e le difficoltà del liceo non facilitano le cose. In questo periodo particolarmente vulnerabile arriva una nuova e orribile minaccia soprannaturale assieme a un mistero cruento che, una volta risolto, potrebbe mettere fine agli orrori del Sottosopra.



Dal suo debutto nel 2016, il fenomeno globale di Stranger Things ha ottenuto oltre 65 riconoscimenti e 175 candidature a premi tra cui Emmy, Golden Globe, Grammy, SAG, DGA, PGA, WGA, BAFTA, un Peabody Award, AFI Program of the Year, People’s Choice Awards, MTV Movie & TV Awards, Teen Choice Awards e molti altri. Lo show candidato per tre volte come Miglior serie drammatica agli Emmy è uno dei titoli più guardati su Netflix: la terza stagione ha totalizzato 582 milioni di ore di visione, classificandosi al secondo posto nella Top 10 delle serie in lingua inglese, mentre la seconda stagione si trova al decimo posto con 427 milioni di ore di visione. La serie Stranger Things è stata ideata dai Duffer Brothers ed è prodotta da Monkey Massacre Productions e 21 Laps Entertainment. I Duffer Brothers sono i produttori esecutivi, affiancati da Shawn Levy e Dan Cohen di 21 Laps Entertainment, e Iain Paterson.

 

Giulio Greco, tra editoria e recitazione nel segno della curiosità

Multitasking è uno di quegli inglesismi (ab)usati fino a suonare come formule prive di reale significato, eppure davanti alla biografia di Giulio Greco, trentenne dai molti talenti, aria radiosa e piglio energico, è difficile trovare un termine più calzante. Non si limita, infatti, alla recitazione, muovendosi tra set e palcoscenici, film quali On Air – Storia di un successo, Hard Night Falling o Tafanos e pièces, ma ha cofondato la Giuliano Ladolfi Editore (con cui ha pubblicato il romanzo In concerto), si è laureato in scienze politiche e, una volta deciso di concentrarsi sulla carriera attoriale, ha perfezionato gli studi presso accademie, masterclass e soggiorni negli States, spinto sempre dalla curiosità, un motore inesauribile che, insieme alla grinta, permette di «capire un pezzetto alla volta chi siamo, entrando in contatto con persone che la pensano nei modi più diversi»; che, a ben guardare, è una descrizione efficace del lavoro dell’attore.



Hai titoli in uscita o sei impegnato in progetti di cui vuoi parlarci?

Quest’anno escono due film cui ho preso parte, uno è Rosaline, sorta di reboot di Romeo e Giulietta (Rosaline è infatti la cugina di quest’ultima, al centro di un intrigo amoroso).
L’altro è Francesco stories, particolarissimo perché pensato specificamente per Instagram. Il protagonista racconta momenti della sua vita attraverso il telefono, con l’obiettivo di coinvolgere appieno gli spettatori, facendogli vivere la storia in contemporanea ai personaggi, tra cui il musicista da me interpretato; tra l’altro amo cantare, quindi è stato bellissimo avere l’opportunità di farlo in scena.
Si è trattato di una sfida appassionante ma difficile sotto il profilo tecnico, abbiamo girato per buona parte in piano sequenza e bisognava lavorare nel formato 9:16.
Al momento sto preparando una pièce in Belgio, Le lacrime di Nietzsche (Les larmes de Nietzsche nell’originale), capitatami in modo un po’ “rocambolesco”, chiacchierando col regista dopo essere andato a vedere un’altra sua opera a teatro; mi ha proposto il provino per il ruolo di Freud da giovane, nel giro di tre giorni è partito tutto.
È uno spettacolo complesso, tratto dal romanzo eponimo di Yalom: parla della psicanalisi inscenando delle sedute cui Freud e il suo maestro Breuer sottopongono il grande pensatore tedesco, finendo con una specie di rovesciamento ad essere analizzati dal paziente, per cui il filosofo influenza i due psichiatri. Alla fine ne escono, umanamente, tutti “migliori”, il pregio principale dell’opera credo risieda nella capacità di far ridere e piangere con uguale intensità, affrontando le domande esistenziali che tutti si pongono, scavando nella sfera intima.


Biker jacket Raf Simons from stylist’s archive, trousers Carlo Pignatelli, t-shirt, boots and jewels from stylist’s archive

Scorrendo la bio si nota come il tuo percorso si discosti parecchio da quello lineare dell’attore: hai cofondato una casa editrice, ti sei laureato in scienze politiche, hai viaggiato all’estero per formarti nella recitazione… C’è un minimo comun denominatore tra tutte queste attività e interessi?

La curiosità, sono convinto che porti a sperimentare, ad avere feedback che, a loro volta, ci permettono di migliorare, nel senso di capire un pezzetto alla volta chi siamo, entrando in contatto con persone magari lontane da noi, che la pensano nei modi più diversi.
Un’altra parola chiave è grinta, da piccolo provavo una forte irrequietezza, che poteva magari sfociare in comportamenti aggressivi; ne soffrivo, ma col tempo ho capito che, per dirla con Eraclito, tutto scorre, e attraverso un lungo lavoro sono riuscito a canalizzare quest’energia in maniera costruttiva.
Con pazienza, curiosità e grinta, appunto, ogni cosa, compresa la sofferenza, può essere  declinata in positivo. Amo la vita, però mi suscita curiosità l’altro lato, la parte oscura dell’essere umano, in senso artistico ovvio.



Nel tuo curriculum c’è molto teatro, hai studiato alla scuola Quelli di Grock, recitato in numerosi spettacoli e diretto lo show Raffaello 2020; nello specifico, cosa apprezzi del genere, e quali esperienze ti hanno segnato maggiormente?

Alla prima domanda potrei rispondere semplicemente Le lacrime di Nietzsche, racchiude tutte le emozioni e sfaccettature di cui parlavo prima. Poi è chiaro che le esperienze dell’inizio, legate a Quelli di Grock, siano state fondamentali, estremamente formative.
Il teatro è meraviglioso, nonostante si basi sulla ripetizione permette sempre di trovare, all’interno di questa, delle novità, è un’arte viva in cui tutto ruota intorno alle persone, quando sono sul palco riesco a sentire distintamente la presenza del pubblico.
Raffaello 2020 era uno spettacolo olografico, una cosa particolare perché interpretavo l’artista in occasione del 500esimo anniversario della sua nascita, in una mostra immersiva alla Permanente di Milano, gestendo anche la parte di regia.

Restando sull’argomento, ci sono spettacoli che ti hanno lasciato un ricordo indelebile?

Un dramma visto a Parigi sull’autore del Cyrano Edmond Rostand, dalla qualità ed energia incredibili.
Cito anche Fuori Misura – Il Leopardi come non ve l’ha mai raccontato nessuno, mi ha impressionato constatare come un solo attore, Andrea Robbiano, potesse reggere tutto su di sé, dall’inizio alla fine.


T-shirt Gabriele Pasini, trousers Altea, bracelets from stylist’s archive

Parlando invece di set cinematografici, a quali sei più legato?

Sicuramente a On Air – Storia di un successo, ha rappresentato uno snodo fondamentale, sebbene a distanza di tempo penso che da un lato sia stato un gran bene, dall’altro mi abbia fatto male, nel senso che partendo in quarta ci si aspetta di andare sempre a mille, invece in questo mestiere non funziona così, ci sono continui alti e bassi.
Ora, con una consapevolezza diversa, avverto il desiderio di un nuovo film da protagonista, non per la fama, i soldi e il “contorno”, ma per il lavoro in sé, sento la necessità di tirar fuori tutto ciò che ho accumulato interiormente, quasi un’urgenza emotiva.
Reputo significativi anche i corti realizzati con gli studenti, ti danno la libertà di creare cose diverse, stabilendo un rapporto di parità.

Biondo, occhi azzurri, il physique du rôle del modello… Pensi che la bellezza possa aver contribuito a incasellarti in determinati personaggi, precludendotene altri?

Sì e mi chiedo come sia possibile che l’aspetto, ossia un dato di fatto (sono così, biondo, occhi chiari, sbarbato…), debba costringermi a sudare il doppio per convincere chi deve giudicarmi sul lavoro. Sono voluto andare in America per questo, lì a nessuno importa che tu sia alto, basso, magro, muscoloso ecc., prescindono dall’aspetto, oppure lo stravolgono rasandoti a zero, mettendoti lenti a contatto, facendoti ingrassare o dimagrire, il lavoro del resto consiste in questo!
Non capisco neppure perché l’attore italiano “medio” debba avere certe caratteristiche, come se esistesse un archetipo della categoria, senza contare che viviamo in un mondo globalizzato, eppure l’esteriorità rappresenta ancora un limite.
Ho avuto spesso a che fare con pregiudizi simili, come la convinzione secondo cui l’attore non dovrebbe fare il modello, quando persino Brad Pitt non disdegna le pubblicità ed è testimonial di Brioni.



Trovi che il cinema italiano stia effettivamente iniziando a rinnovarsi, a imboccare strade che fino a non molto tempo fa sarebbero risultate impraticabili?

Credo di sì, bisogna solo dare chance e supporto economico agli autori che si muovono in questa direzione, basta guardare Freaks Out, l’ultimo, fantastico film di Mainetti, uno che dal casting alla storia fa tutto a modo proprio.
Mi piacerebbe, poi, che si interrompesse il filone della criminalità organizzata, non ho nulla contro anzi, sono innamorato di Suburra, penso tuttavia che da una mole di soggetti sullo stesso argomento escano prodotti molto connotati a livello regionale, dunque napoletani, romani… Amo le città e culture menzionate, però più lavoriamo sulla dimensione micro, meno avremo una visione artistica di respiro internazionale, ancorandoci a un tipo di cinema che parla solo del (e al) posto in cui è ambientato.


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Pensi che per gli attori l’abito faccia il monaco, oppure è, al pari di altri, uno strumento al suo servizio? Tuo padre lavorava nella fashion industry, sei stato testimonial di diversi marchi, che rapporto hai con la moda?

Non penso che l’abito faccia il monaco, sebbene in quest’ambito un errore che spesso si compie sta nel giocarsi il costume, puntarci troppo insomma.
I costumi aiutano, indubbiamente, se per recitare devi indossare una giacca stretta avrai una fisicità del tutto diversa che se fossi in tuta, però sta a te, puoi magari apparire sciolto nella giacca stretta e rigido nella tuta.
Gli abiti sono al servizio dell’attore, personalmente mi sono trovato a indossare collane o anelli che non sarebbero apparsi sullo schermo, solo perché sentivo che potevano spingermi a calarmi meglio nella parte.
Il mondo della moda mi affascina, apprezzo gli shooting, sono una figata perché posso viverli da attore, ma nonostante mi sia stato proposto migliaia di volte, non sono mai stato un modello di professione, che va ai casting col book; è un settore complicato, dove si viene costantemente giudicati, in una società che già ci spinge a dare di continuo valutazioni, dai piatti del ristorante alle mail.



Cosa ti auguri per il futuro?

Vorrei fare del bene agli altri, mi hanno chiamato da poco per delle conferenze nelle scuole superiori, un’iniziativa davvero coinvolgente.
Mi piacerebbe prima o poi passare dietro la cinepresa, inoltre ho scritto un progetto e, fondi permettendo, spero di realizzarlo a breve.
Un altro possibile obiettivo è la conduzione, e poi continuare con la casa editrice, è stata – e rimane – un pilastro fondamentale, una palestra grandiosa tra lavori editoriali, incontri con gli autori e Giuliano, un secondo padre per me.
L’augurio è che ci siano sempre più persone intenzionate a fare da mentori ai giovani e questi, dal canto loro, prendano ad esempio uomini e donne così, non il tizio con milioni di follower che vende la felpa sui social.




Credits

Photographer & art director Davide Musto

Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci

Stylist Alfredo Fabrizio

Stylist assistant Federica Mele

Nell’immagine in apertura, Giulio indossa t-shirt Gabriele Pasini

Livio Kone, dal calcio al cinema per passione e curiosità

Livio Kone è originario della Costa d’Avorio ma è cresciuto a San Vittore Olona, in provincia di Milano, con il grande sogno di giocare a calcio, sogno che ha inseguito fino ad un certo punto per capire poi che la sua vera passione era il cinema.
Lo abbiamo visto in diversi ruoli tra Zero Crazy for football – Matti per il calcio, ma il grande pubblico avrà modo di conoscerlo molto bene in Noi, la versione italiana della serie che ha commosso il mondo This is us, su Rai1 dal 6 marzo.


Total look Alexander McQueen

Sei di San Vittore Olona, quali sono le tue origini?

La mia leggera abbronzatura (ride, ndr) è dovuta al fatto che sono originario della Costa d’Avorio; in realtà sono nato a Milano, però poi dagli zero ai tre anni sono stato in Costa d’Avorio, in quanto i miei lavoravano e si dovevano stabilizzare, quindi per questioni economiche sono stato con la famiglia.

La tua passione per la recitazione come è arrivata?

La verità è che è nata per curiosità, anche perché fino a quel momento avevo pensato solo al calcio, però tutti mi dicevano che ero simpatico e avrei dovuto provare a far qualcosa nel campo dell’intrattenimento.
E così mi sono iscritto a un’accademia, all’inizio pensavo fosse solo un esperimento, poi ho capito davvero che quella era la mia strada.


Total look Emporio Armani

E il tuo primo ruolo importante qual è stato?

Sicuramente quello di Honey che ho interpretato in Zero per Netflix, prima serie italiana con un cast all black, e sono stato estremamente fiero di esserci stato, soprattutto perché viene considerata una serie che ha aperto molte porte.
Anche se tutti se lo chiedono, non ci sarà una seconda stagione.

E di Crazy for football – Matti per il calcio che ricordo hai? Insomma, eri al fianco di Sergio Castellitto

Sì, una bellissima esperienza con un super cast, è stata divertente e allo stesso tempo mi ha fatto riflettere sulla diversità di una persona che viene considerata schizofrenica rispetto a una normale. Conoscendo i ragazzi che soffrono di questa malattia, ho capito che in fondo non c’è nessuna differenza.
Un trauma o un evento può condurre chiunque alla follia, in questo senso tutti noi abbiamo dentro un potenziale negativo, solo che loro lo hanno portato all’esterno.


Total look and bag Zegna, shoes Baldinini, rings stylist’s archive

Anche in queste giornate sanremesi si è tornati a parlare di razzismo, ti è mai capitato qualche episodio sgradevole?

Sì, mi è successo, ma solo sui campi da calcio non nella vita quotidiana, come spesso succede si litiga con i difensori e volano parole che non dovrebbero sentirsi, però nulla di cui tener conto ecco.
Essendo cresciuto a San Vittore Olona, ero l’unico bambino nero della scuola, l’unico bambino nero nella squadra di calcio, tant’è vero che quando ho preso la cittadinanza italiana a 18 anni, il comune ha fatto una festa, ed è uscito un articolo sul giornale, insomma son stato coccolato sotto questo punto di vista.
Se una persona con cui stai discutendo l’unico argomento che ha per ribattere è quello del colore della pelle, vuol dire che il tuo interlocutore non ha temi, ed è finita la discussione, questo è quello che penso.


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Il grande pubblico ti conoscerà in primavera con la versione italiana di This is us, Noi, che mi dici a riguardo?

Vi aspetto tutti sintonizzati il 6 marzo su Rai1, la storia è un mix di passato e presente di questa famiglia dove io interpreto Daniele, sono padre, ma a mia volta il mio di padre non l’ho mai conosciuto e a un certo punto, per un conflitto interiore, decido di cercarlo.

È vero che sei pazzo di Viola Davis?

Mi piace tantissimo, perché sento che mi arriva la sua potenza, la sua femminilità, capisco la sua fatica per arrivare ad essere quello che rappresenta per il cinema e per la community, insomma mi ipnotizza.


Total look Emporio Armani

Total look Zegna

Credits:

Talent Livio Kone
Photographer & creative director Davide Musto
Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci
Stylist Alfredo Fabrizio
Stylist assistant Federica Mele
Make-up Maria Esposito @Simonebellimakeup
Location The Hoxton hotel Roma

Nell’immagine in apertura, total look Zegna

Da ‘Ghiaccio’ a ‘Suburra’, i mille volti di Giacomo Ferrara

La notorietà è arrivata grazie a Spadino, boss della malavita romana cui ha prestato corpo e voce nel film Suburra e, soprattutto, nelle tre stagioni del serial eponimo targato Netflix, personaggio cult per varie ragioni e amatissimo dai fan della serie, ma adesso Giacomo Ferrara, attore 31enne tra i più carismatici e talentuosi della scena italiana, è pronto a raccogliere nuove sfide.



Mosso, oggi come ieri, dalla volontà di contribuire, con le sue interpretazioni, alla costruzione di storie che, come dice lui, abbiano «un motivo per essere raccontate» e «arrivino dritte al cuore»; era il caso delle esistenze maledette, violente e irredimibili, di Suburra come di Guarda in alto, Il permesso – 48 ore fuori, Alfredino – Una storia italiana (in cui impersonava, rispettivamente, un fornaio che vive avventure “sopraterrene” sui tetti di Roma, un detenuto alle prese col reinserimento nella società, lo speleologo che provò a salvare il bambino della tragica vicenda di Vermicino) e, da ultimo, di Ghiaccio, pellicola nei cinema da oggi a mercoledì 9 febbraio, per cui si è calato nei panni di un ragazzo di borgata che, nella boxe, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata, sostenuto in tutto e per tutto dall’allenatore-mentore Massimo (Vinicio Marchioni), dove la nobile arte è un “pretesto” per parlare di «amore, amicizia e rapporti umani»; sono, ancora, parole di Giacomo, che nella videointervista in esclusiva per Manintown che trovate qui, condivide le sue riflessioni sul film scritto e diretto da Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis, su com’è stato dar vita al protagonista, Giorgio, sui rapporti creatisi su questo e altri set, sugli obiettivi di un ragazzo che, un passo alla volta, sta riuscendo a realizzare i propri sogni.




Credits:

Production Manintown
Editor in chief Federico Poletti
Art director & photographer Davide Musto
Video director Federico Cianferoni
Stylist Alfredo Fabrizio
Interview Marco Marini
Photographer assistant Valentina Ciampaglia
Stylist assistant Chiara Polci
Make-up/hair Charlotte Hardy, Alessandro Rocchi @Simone Belli Make-up
Music Endgame
Location Coho Loft

Nelle foto, Giacomo Ferrara indossa 424

Monica Vitti: Vitti d’arte, Vitti d’amore

Monica Vitti, in due parole il cinema italiano nel mondo. Nata praticamente a piazza di Spagna a Roma, in via Francesco Crispi, insieme ad Anna Magnani, Gassman, Tognazzi e Manfredi ha rappresentato la vera romanità.
Unica ed inconfondibile, con quella sua voce roca, agli esordi della carriera era stata scoraggiata dal Centro Sperimentale, dove le avevano assicurato che non sarebbe andata da nessuna parte, per poi entrare alla Silvio d’Amico, intraprendendo una breve ma intensa carriera teatrale.



Invece come sempre accade, l’imperfezione ti rende unico e ti porta al successo.
Allegra, depressa, introversa, ironica, tutte parole che potevano descrivere Monica.
Dopo un inizio carriera in bianco e nero, che la vedeva impegnata in ruoli sia comici che drammatici, è arrivato il rapporto che l’ha legata sia professionalmente che sentimentalmente al regista Michelangelo Antonioni, che le ha fatto fare un percorso interno che ha attraversato tutte le sue insicurezze, rendendola la sua musa ispiratrice.
Come tutti i rapporti intensi, ad un certo punto si consumano, e così è stato anche per loro.



La sua sensazione era sempre quella di non essere mai abbastanza, le dicevano che era troppo moderna, troppo magra, era il momento delle maggiorate come la Loren e la Mangano, ma lei non ha mai pensato che ci potesse essere un altro destino a, era un’attrice.
Stiamo parlando degli anni ‘60, dove la comicità era relegata all’uomo, la donna era di contorno, le si chiedeva solo di essere molto bella e pronta a servire la battuta; lei no, ha rivoluzionato i piani, diventando la prima mattatrice in gonnella in Italia, poi arrivarono le altre.

Si è avvalsa anche del primato di donna che ha preso più schiaffi sullo schermo, infatti nei cinque film fatti con l’amico di sempre Alberto Sordi, come Amore mio aiutami o Io so che tu sai che io so, le scene di ceffoni sono lunghissime, e portano lo spettatore più a ridere che ha soffrire per la donna picchiata, senza offendere nessuna femminista o associazione o etichetta particolare, mentre oggi è sempre più difficile orientarsi in un mondo “politically correct”.



Tra le sue frasi celebri: «Il mondo è di chi si alza felice? No, il mondo è di chi è felice di alzarsi».
Anche perché come ha spesso detto, lei di notte aveva sempre gli incubi e faceva fatica a prendere sonno, e comunque andava a letto molto tardi, quindi la mattina si svegliava per uscire da questo turbine di inquietudine che la travolgeva; quando si alzava le ci voleva qualche ora a riadattarsi alla vita quotidiana, però poi sapeva che arrivava la sera e le cene con gli amici, e quindi si rideva tutti insieme.



L’ultima sua apparizione nel 2002, poi più nulla, la malattia, forse Alzheimer. Il compagno e marito Roberto Russo, l’ha descritta come neurodegenerativa, senza approfondire, un qualcosa che si è appropriato della sua memoria, ma lui non ha mai voluto parlarne, proteggendola da tutte le voci che la vedevano ricoverata in una clinica in Svizzera, poi a spasso di mattina presto a Villa Borghese.
La festa del cinema di Roma quest’anno l’aveva celebrata con un docufilm che riprendo nel titolo: Vitti d’arte, Vitti d’amore, anche se ripercorrere la vita di Monica non è facile, ci ha raccontato un secolo con la sua povertà e la sua illusione di perbenismo: il ‘900.



Il 2 febbraio 2022, all’età di 90 anni, si è spenta nel suo attico a due passi da piazza del Popolo, e noi la ricorderemo sempre con i suoi grandi occhi verdi, come una vera diva, che non ha bisogno di farsi vedere invecchiata, sarà sempre bella ed impacciata come solo lei sapeva essere.

Per l’immagine in apertura, credits: Mondadori Portfolio/Marisa Rastellini

‘Sissy’, il frutto di un incontro speciale: intervista a Eitan Pitigliani

«Mi rende davvero felice essere riuscito a cogliere tutto questo e aver dato vita a Sissy, opera grazie alla quale mi sento un regista – e soprattutto – una persona migliore». Mentre lavora per il suo primo lungometraggio – intitolato E poi chissàEitan Pitigliani ci trasporta all’interno del percorso del suo ultimo progetto Sissy.
Regista conosciuto per i suoi corti acclamati dalla critica – come In questa vita del 2011 e Like a Butterfly del 2015 – Pitigliani porta sullo schermo una storia profonda e travolgente che gli ha cambiato la vita.


Eitan Pitigliani

Sissy parla di un amore di un figlio verso la propria madre. Sta parlando di lei e dell’amore per sua madre nel film?

Certamente, Sissy rappresenta per me un film particolare, quello a cui sono più affezionato, per tanti motivi, non ultimo quello di averlo realizzato con una bambina al centro della storia, e di essere riuscito a girarlo prima che diventasse troppo grande. Perché la storia, e lo stesso personaggio di Sissy, avevano bisogno di un’innocenza, di un’immediatezza, che solo una bimba così piccola poteva raffigurare. Una bambina magica come, appunto, è Dea. E sì, sicuramente, la storia viene dal mio vissuto, ed è dedicato ad una persona speciale, mia mamma. E nessuno meglio di Dea avrebbe mai potuto rappresentare l’elemento magico di questa storia. Le sono molto grato, più di quanto io stesso possa pensare.
Il suo ruolo era molto complesso, ma ha saputo dargli vita in una maniera sorprendente, e io stesso, nel guardarla e riguardarla durante tutta la fase della post-produzione, ancora non riesco a capacitarmi di come abbia fatto. Alla sua prima prova da attrice, a soli 7 anni, è come se avesse sentito su di sé la vera importanza del personaggio del quale era stata investita, di cui sapeva il giusto ma non troppo e, dopo mesi di preparazione e di lavoro sodo, è riuscita a dargli vita in un modo davvero sorprendente.

Può raccontare cosa è stato per lei l’incontro con Dea Lanzaro, la bambina che l’ha aiutata a uscire da un momento difficile?

L’incontro con Dea Lanzaro è avvenuto come d’incanto, in un momento molto delicato, e particolare. In realtà la conoscevo già da tempo, da quando era piccolissima. Avrà avuto credo appena 4 anni quando venne alla prima del mio precedente film breve, e ricordo ancora come si emozionò quando entrò per la prima volta in una sala cinematografica.
Da lì, è sempre stata per me un personaggio molto curioso, un piccolo genio, dotato di grande sensibilità e di grande energia, con una delicatezza e una grazia d’altri tempi, e un piglio da scugnizza che non guasta. Il mix perfetto per dare uno scossone a chi è, in un modo o nell’altro, in un momento di difficoltà. Quello che mi ha sorpreso è che, dopo le prime lezioni di cinema, era già in grado di emozionarmi a tal punto da spingermi a creare una storia su di lei, un personaggio modellato su di lei… E credo sia il più grande talento per un’attrice o un’attore, quello di ispirare personaggi inesistenti, e di far sì che le/gli vengano cuciti addosso. E tutto questo è nato così, per gioco, fino a diventare un film.



La bambina è stata in grado di farle cambiare percezione della vita? O della famiglia magari?

La bambina ha dato forza ad una concezione della vita che già ho. La vita per me, oltre che un gran casino, è anche un campo di gioco, un teatro come diceva Shakespeare, dove ognuno ha il suo ruolo, e lo interpreta a modo suo. Per questo giudicare gli altri per partito preso, anche quando viene naturale, non è mai un bene perché non si capisce il vero ruolo di una persona, la sua unicità, nel bene e nel male.
E in questo gioco di ruoli, in questo immenso, gigantesco casino, è proprio il gioco che non si deve perdere mai, il vivere davvero, fino in fondo, o per lo meno il provarci, costi quel che costi. E passare per ospedali – mai come in questo momento il tema è così attuale – o luoghi dove c’è molta sofferenza, mi ha dato la spinta a considerare il gioco, e quindi l’innocenza bambina, come l’unica via per superare il dolore e vivere appieno questa vita così ricca ma al tempo stesso cosa incredibilmente incasinata.


La locandina di Sissy

Tra i personaggi della storia ce n’è uno che lo si potrebbe considerare come la proiezione di lei stesso?

Quando scrivo viene automatico trasferire la maggior parte della mia sensibilità alla figura centrale della storia. In Sissy sicuramente quello che mi è più vicino è il giovane protagonista, interpretato da Vincenzo Vivenzio, che è riuscito a calarsi a nel ruolo in un modo così profondo e totale che ha stupito anche me che quel ruolo l’avevo scritto. E non era facile, perché è un ragazzo che fa una scelta estrema, quella di vivere per strada, allontanandosi dal mondo reale, e che vive dentro di sé un conflitto fortissimo: un “internal struggle” che tuttavia ha in sé già la risposta alla
sua sofferenza e che nell’arco della storia, dà vita e realtà ai successivi eventi. Perché in fondo, al di là di qualsiasi aiuto esterno, a volte fondamentale, la risposta a molte cose, soprattutto al dolore, è dentro di noi. E non può che essere così.
Al di là di tutto però, quando scrivo tendo a depositare parti di me non soltanto nella figura protagonista ma anche negli altri personaggi, come in una sorta di dialettica interiore. Per questo, anche Sissy (il personaggio di Dea Lanzaro) e quello di Fortunato Cerlino, il padre del protagonista, incarnano aspetti di me molto diversi tra loro: Sissy quello più arguto, giocoso e pazzerello, che vuole trovare le soluzioni alle difficoltà della vita attraverso il sorriso, il personaggio del padre, invece, quello più forte, coscienzioso, e imperturbabile.. Il classico Super-Io.
E poi c’è Mirella D’Angelo, last but not least, che ha in sé la chiave per aprire tutte le porte; la formula che dà un tocco ancora più magico alla storia.

Si potrebbe considerare Sissy come prodotto “autobiografico” o è il prodotto delle sue emozioni non necessariamente legate a una storia simile a quella che ha raccontato nel corto?

Sissy è sicuramente in linea con le storie che mi piace raccontare, che sento di dover mettere in forma filmica per una sorta di ispirazione divina, e che per forza di cose sono il riflesso di ciò che accade nella vita reale.
Bisogna stare attenti a non raccontare storie o girare film che parlino solo di noi stessi, come registi o autori, altrimenti si perde il contatto con il pubblico, e soprattutto la sua fiducia. È necessario, invece, cercare di capire cosa c’è in quelle storie che ci può accomunare agli altri e che può magari essere uno strumento a loro utile per comprendere se stessi e gli altri.
Per me il momento più bello è quando il pubblico in sala entra nella storia come se fosse la sua, e ne parla poi a modo proprio, dando spunti e riflessioni che anche l’autore stesso non aveva carpito inizialmente, almeno a livello conscio.
Sissy è certamente un tema che accomuna molti, in un modo o nell’altro, e questo mi rende molto fiero di aver raccontato questa storia, e felice di poterla condividere con il pubblico, che resta sempre il referente sommo.

Sul set di Sissy


Chi è veramente Sissy o che cosa rappresenta?

Posso rispondere solo in parte. Sissy è una figura astratta, una bambina che
irrompe nella vita del protagonista e lo fa rinascere. Rappresenta la vita, la gioia. Diciamo che è l’immagine dei nostri cari che, seppur non qui fisicamente, e seppur abbiano patito e sofferto tanto nella vita, spero abbiano finalmente potuto trovare, in qualche posto lontano, una loro felicità, una forma diversa, gioiosa.

Ho visto che Dea Lanzaro fa parte del cast del film. Come è stato averla come parte integrante del prodotto di cui è stata l’ispiratrice?

Dopo aver diretto attori magnifici, uno su tutti Ed Asner, purtroppo venuto a mancare lo scorso anno all’età di 91 anni – una vera e propria leggenda, vincitore di 5 Golden Globe e 7 Emmy Awards, era per me difficile trovare qualcosa che mi ispirasse in maniera altrettanto forte, in attesa del mio primo lungometraggio. E l’idea di Sissy è arrivata, appunto, grazie a Dea, come un fulmine a ciel sereno. Ispirato da qualcosa che sentivo dentro di me, ma catalizzato e illuminato dalla meravigliosa energia di questa bambina. E devo dire che non potevo immaginare niente e nessuno migliore di lei.


Like a Butterfly

Il suo personaggio ha lo stesso ruolo che ha avuto lei stessa nella sua vita?

In parte, sicuramente. Il tutto è potenziato e ampliato al massimo dalla figura che realmente Sissy – nome fittizio – incarna, figura che le dà una voce e un corpo immensamente più forti anche se già Dea è un tornado di suo. In questo caso, il personaggio che le ho scritto addosso assume dei connotati concreti ma al tempo stesso eterei, in un viaggio nello spazio, e nel tempo.

È evidente che il film contiene il tema della morte; lei che rapporto ha con questo argomento?

La morte è un tema molto delicato, molto discusso, ma anche molto evitato. Come poi è comprensibile che sia. A volte penso che non sia nemmeno “reale”. Capitano quei momenti in cui ti sembra che una persona che non c’è più, in realtà ci sia, ancora, forse perché la sua anima è talmente forte, talmente presente, che sembra addirittura non essersene mai andata via.
Di certo, non c’è una formula per interfacciarsi alla morte, né un segreto per superarla quando accade. Non c’è per la vita, figuriamoci per la morte. Però, nei momenti più bui c’è bisogno di tanta forza, che a volte può essere trovata anche attraverso cose frivole e apparentemente di poco valore, ma che sono le uniche che riescono ad anestetizzare il dolore.
Nel film, è proprio grazie all’irruzione di una bambina magica che il protagonista riesce finalmente ad affrontare il suo dolore, diventato un vero e proprio torpore, e a risorgere.



Ha un messaggio che vuole portare a chi deve avere a che fare con la perdita di qualcuno?

Forse non lo definirei un messaggio, ma sicuramente con Sissy l’obiettivo è quello di restituire ad una persona cara – in questo caso quella di una mamma – la bellezza e la dignità che spesso la vita toglie, specialmente nel caso di alcune malattie terribili, cercando così una speranza, ma soprattutto convincendomi io stesso che possa esserci sempre una rinascita, una felicità oltre la sofferenza, che mi piace pensare le persone venute a mancare trovino da qualche parte, in qualche posto dell’universo, rinascendo in un’altra forma, quella più bella.

Crede che il suo film possa aiutare a superare la perdita di qualcuno caro?

Lo spero, fortemente. È, in fondo, il motivo per cui ho raccontato questa storia, al di là dell’ispirazione iniziale.
Ho già avuto molti segnali positivi in questo senso, e ciò mi rende davvero felice, e mi tocca profondamente. Certo, non vale sempre e non per tutti, ma appunto, dai feedback che ho ricevuto finora da parte di persone di diverse età e con diversi trascorsi, credo che la storia riesca ad arrivare al cuore dello spettatore. È forse grazie alla sua non presunzione e al suo approccio umano e innocente al tema della morte di una mamma, la figura più importante nella vita, l’origine di tutto; a quanto ho capito dalle riflessioni degli spettatori, la storia di Sissy sembra riuscire a toccare anche le anime delle persone che non sono passate attraverso quel dolore, e a farle empatizzare con questo tema, nella parte più delicata e fragile, e poi in quella più sognante.
Immaginare i nostri cari in un mondo altro, finalmente liberi e felici, che passano il loro tempo a giocare e a divertirsi, credo sia il più grande dono che possiamo fargli, per ringraziarli di tutto quello che ci hanno dato quando erano vivi. Non buttandoci giù e distruggendoci, come a volte accade come diretta conseguenza della loro morte, ma anzi, riprendendo per mano la nostra vita e facendo tesoro dei loro insegnamenti e del loro amore. Per farli vivere nuovamente, dentro di noi. Questo nel film accade in maniera indiretta, e indotta, ma accade e spero possa essere un catalizzatore e uno strumento per chi ancora non ci è riuscito o non sa come metabolizzare un evento di così grande delicatezza… E che possa trovare la forza di prendersi per mano e rinascere.

Ha paura a pensare alla piega che avrebbero preso gli eventi se non avesse incontrato Dea?

Non saprei. Sicuramente, come dicevo, è arrivata, ed è arrivata come per magia, con tutta la sua energia e la sua voglia di imparare il mestiere dell’attrice, e ha illuminato un momento per me molto delicato.
In realtà è quello che penso degli attori, che non sono sempre tutti giusti per tutti i ruoli e per tutti i film, ma che credo siano delle figure magiche, come degli angeli, presenti sulla terra per dare voce e ruolo a chi non ne ha; a volte perché non è più qui, altre perché non è ancora qui, o forse perché magari sono semplicemente personaggi immaginari, ma comunque incarnazione di pensieri e di emozioni più intime di un autore, della nostra anima.
Dea ha rappresentato sicuramente un momento molto forte, di rottura con una fase, e di inizio di un’altra, ispirando questa storia. E mi rende davvero felice di essere riuscito a cogliere tutto questo e di aver dato vita a Sissy, opera grazie alla quale mi sento un regista, e soprattutto una persona, migliore.
Il cinema ha anche questo di compito, quello di renderci migliori, più vicini agli altri e, in un certo senso, alla vita… Quella vera. Perché senza questo non c’è più sogno. Ed è invece proprio grazie al cinema, e ai bambini, che si può ritrovare la gioia di vivere, e la forza di andare avanti e di sognare.



Che significato ha il colore rosa utilizzato nel film e nell’intera campagna pubblicitaria?

Il rosa è un colore che amo molto, nelle sue più diverse sfumature. In termini fotografici, può essere un rosso chiaro, a volte con dentro un pizzico di arancio, oppure di blu, come nel caso di Sissy, progetto che nasce come un dialogo tra la nostra parte più intima, cupa e sofferente, rappresentata dal blu notte, dall’oscurità, e appunto il rosa, nella sua più ampia gamma di sfumature, che si prende la scena, fino a soggiogare il blu, e a riportare la vita.
Sissy è vestita di rosa, in una stanza che, in seguito al suo ingresso, da blu diventa rosa e rinasce. Grazie a Sissy, tutto il mondo del protagonista si colora di rosa, la realtà intorno a sé, le pareti, le tende. E il rosa, in realtà, rimane anche alla fine. Una botta di colore o, per dirlo alla romana, “una botta di vita”. Il rosa per me è un colore speciale perché mi rimanda a molti oggetti personali di mia mamma, alcuni dei quali presenti nella scenografia e nei costumi del film.
In realtà ho sempre con me qualcosa di lei, che mi accompagna nei momenti più importanti, ovviamente qualcosa di rosa.

Che rapporto c’è tra lei e Dea Lanzaro?

Con Dea ho un rapporto molto bello, profondo, viscerale. Nonostante lei sia una bambina di soli 7 anni, ha una grande capacità di empatizzare con gli altri, e di entrare in contatto con la profondità della emozioni e delle storie che le vengono raccontate. Sono rimasto stupito sin dall’inizio dalla sua particolarità, e in alcuni momenti ho avuto l’impressione che fosse addirittura un alieno, un angelo, catapultato da non so bene dove, fino a qui, sulla terra, un po’ come Sissy.
E sono orgogliosissimo di averla cresciuta come attrice e che abbia fatto il suo esordio diretta da me. Ricordo ancora l’emozione delle prime lezioni di recitazione, delle prime prove. E poi, finalmente, il primo ciak sul set. Era emozionatissima, e lo ero anche io. Non potevo immaginare niente di più magico. D’altronde, il cinema è magia, e cosa c’è di più magico della felicità dei bambini?!



Stella Egitto, dalla Sicilia a Roma per amore della recitazione

Stella Egitto, attrice bellissima (anche se non se ne rende conto) è l’incarnazione della sicilianità: messinese di origine, gli studi di recitazione l’hanno portata nella città eterna, di cui ama tutto tranne la carbonara.
La sua vera passione è la drammaturgia, ma ovviamente al grande pubblico è arrivata con i suoi ruoli in serie tv di successo e film indipendenti, sempre scelti con attenzione.
Per il 2022 ha diversi progetti in uscita tra cinema, tv e teatro, quindi bisogna tenerla d’occhio.



Hai un nome bellissimo, c’è dietro un significato particolare?

È il nome della nonna paterna, prima di me erano arrivati due figli maschi e in famiglia si erano ripromessi che, se fosse nata una femmina, l’avrebbero chiamata con il suo nome.
Però anche mia mamma ha voluto metterci del suo, così lei mi ha dato Aurora, in pratica ho due nomi, due passaggi del sole.
Visto così potrebbe sembrare impegnativo, ma credo nei percorsi più che nelle destinazioni.

Vivi a Roma da molti anni, quanto c’è ancora della tua terra d’origine, la Sicilia, in te?

Tantissimo, assolutamente, la Sicilia ti marchia nel Dna, è un terra piena di contraddizioni e, un po’, è questa la sua bellezza: ci sono il mare e la montagna, i paesaggi dolci e quelli forti, con il mio quid di follia credo di comprenderli tutti.
Vivere con una temperatura costante di venti gradi ti fa diventare tendenzialmente espansiva e accogliente, io mi sento così. Semplicemente, non sarei come sono se non fossi nata dove sono nata.


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La passione per recitazione, invece, come ti è venuta?

Dal mio innamoramento per la drammaturgia, in realtà al liceo ho avuto la fortuna di avere un insegnante che mi ha fatto incontrare la lettura di testi drammaturgici, ho subito capito quanto mi piacesse. Man mano che leggevo, immaginavo e disegnavo, poi ho capito che la forma più adatta per dar vita a tutto questo era proprio l’azione, quindi la recitazione.

In che modo hai iniziato?

Ho fatto teatro a Messina ed in Sicilia in tutti i modi possibili, a scuola e non solo, una volta diplomata ho deciso che, se ne avessi avuto la possibilità, se insomma avessi avuto la mia buona stella, avrei trasformato questa passione in un mestiere. Così ho fatto il provino alla Silvio d’Amico a Roma e al Piccolo Teatro di Milano, incredibilmente sono andati bene entrambi, al Piccolo non mi sono nemmeno presentata per la seconda fase, la mia scelta era Roma.



E quando hai detto a casa di voler fare l’attrice?

Non ho più mio padre, mia madre mi disse che non voleva che andassi allo sbaraglio ma, se avessi individuato una scuola di formazione che non costasse uno sproposito (non avremmo potuto permettercelo), mi avrebbe permesso di farlo; è stata la mia spalla per tutto il percorso in Accademia.
Sono entrata alla Silvio D’Amico portando un monologo dell’Otello, dove io interpretavo Otello e mia madre Desdemona. È stata una scelta istintiva, senza troppe sovrastrutture, ne sono rimasti folgorati, soprattutto il direttore che era in commissione.
Ora forse sceglierei qualcosa di più comodo e adatto a me, ma l’audacia e l’incoscienza premiano sempre.


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Sei oggettivamente bellissima, te lo hanno mai fatto pesare?

Credo che sia sicuramente successo, ma non nel teatro, perché l’età scenica è importante e non si va nel dettaglio, cinema e televisione sono decisamente diversi, sono come una lente d’ingrandimento, ed a volte è proprio una questione di equilibri.
Magari, in alcuni cast con attrici molto belle, non c’è stata la possibilità di essere inserita, a parte questo però non credo di essere mai stata penalizzata.



So che hai diversi progetti in uscita, cosa puoi dirci in proposito?

Ho da poco finito di girare un film in uscita nel 2022, davvero ambizioso e in cui credo molto, girato non a caso in Sicilia: interpreto una donna rivoluzionaria nel contesto di quel periodo, perché sceglie l’amore anziché la comodità, e siamo negli anni 50’, insomma era tutto diverso.
Poi ci sarà la seconda stagione di Buongiorno, mamma! dove interpreto Maurizia Scalzi, è stata la mia prima esperienza con la serialità, in un progetto lungo e con un ruolo di grande respiro.
Infine, la ripresa di uno spettacolo teatrale interrotto a causa del Covid, con il quale non abbiamo mai debuttato perché siamo stati sorpresi a metà delle prove; è una fusione di due testi di Shakespeare, diretto da Max Mazzotta, in cui reciterò insieme a Lorenzo Richelmy.



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Credits:
Photographer Davide Musto
Producer Sonia Rondini
Photographer assistant Valentina Ciampaglia
Stylist Federica Pennetti, Sara Rhodio
Fashion editor Federica Mele
Hair Federica Recchia @Simone Belli Make up
Make up Asalaya Pazzaglia @Simone Belli Make up
Location Wisdomless Club Roma

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Golden Globes 2022, non una buona annata per la 79esima edizione

Chi lo avrebbe mai detto che sarebbe andata a finire così. Per la prima volta nella storia dei Golden Globes non vi è stata una diretta televisiva e tantomeno un red carpet.
I premi assegnati dalla Foreign Press, una statuetta istituzionale che precede i più prestigiosi Oscar, delineano quella che sarà la scelta dell’Academy.

Quest’anno, in maniera ufficiale a causa del Covid, non si è potuta svolgere la cerimonia, ma la realtà dei fatti è ben più triste.
Si conosceva da tempo, infatti, la scarsa predisposizione dell’associazione a distribuire i premi a etnie diverse da quella caucasica, ma ultimamente le accuse, ben fondate, si sono fatte molto più pesanti. Al punto che Tom Cruise aveva rispedito al mittente le sue tre statuette.



Questo segnale ha fatto sì che Nbc, la storica emittente che mandava in onda la trasmissione, abbia voltato le spalle alla cerimonia, e nessun’altra si sia fatta avanti.
Da noi si direbbe una Caporetto, da loro una pessima figura cui sarà molto difficile rimediare, a meno di ammettere qualche persona di colore tra gli 87 giornalisti associati.

Partiamo dal fatto che il nostro Sorrentino è rimasto a mani vuote, superato dal film giapponese Drive My Car, già solo questo potrebbe essere un segnale stonato.

Come miglior attrice protagonista in un film troviamo una splendida Nicole Kidman in Being the Ricardos, dove interpretava la star di I love Lucy, serie tv degli anni ’60 dal successo planetario, ruolo che le si addice perfettamente.


Being the Ricardos

Ad aggiudicarsi la statuetta di miglior attore è l’ex principe di Bel-Air Will Smith, con il biopic King Richard dove interpreta il padre delle tenniste Serena e Venus Williams.


Will Smith

La sorpresa più grande è certamente stata vedere MJ Rodriguez, star di Pose su Netflix, vincere come miglior attrice protagonista in una serie tv, la prima transgender a vincere tale premio in questo contesto. Un altro piccolo grande passo per tutto il mondo LGBT.
Questo il suo post: “Grazie! Questa è una porta che si apre per molti altri giovani di talento. Vedranno che è più che possibile. Vedranno che una giovane ragazza nera latina di Newark, New Jersey, che aveva il sogno di cambiare le menti degli altri, ci sarebbe riuscita con amore. L’AMORE VINCE. Ai miei giovani ragazzi LGBTQAI dico: siamo qui, la porta ora è aperta, raggiungete le stelle!”.


MJ Rodriguez

I MIGLIORI FILM DA VEDERE DURANTE LE FESTE

È tempo di vacanze natalizie e un modo per trascorrere il pomeriggio al caldo è decisamente scegliere un bel film da guardare tutti insieme. Passano gli anni ma l’emozione resta la stessa. Cosa si potrebbe guardare quest’anno? Nella gallery, una rassegna delle classiche pellicole che hanno tracciato la tradizione cinematografica natalizia. 

“Il canto di Natale di Topolino”cartone Disney del 1983 diretto da Burny Mattinson,  è un capolavoro indimenticabile che ha emozionato diverse generazioni nel tempo e riunisce ancora oggi l’intera famiglia il 25 dicembre. La pellicola tratta il tema del Natale,  raccontando in maniera semplice e molto diretta i valori che caratterizzano questo periodo dell’anno, cercando di indurre lo spettatore ad essere il più generoso possibile. Zio Paperone, conosciuto al pubblico come l’avaro “Signor Scrooge”, si scontra con gli spiriti natalizi del passato, presente e futuro, i quali lo guidano in un viaggio introspettivo per riflettere sulle proprie azioni. Il finale lascia una porta aperta per chiunque, anche per chi meriterebbe solo il carbone sotto l’albero: a tutti, compreso Scrooge, è concessa una seconda occasione per rimediare

Un altro capolavoro è “Il Grinch”, film statunitense diretto da Ron Howard. Come ne “Il canto Di Natale”, il protagonista detesta il Natale con tutto sé stesso:  si tratta di una creatura verde e riluttante che abita in cima ad una montagna, ai piedi di un paese surreale. L’odio per la tradizione deriva dal suo passato: è stato vittima di bullismo e sfregi. Solamente la piccola Cindy, dal cuore dolce e puro, riuscirà a convincere il “mostro” a riflettere sull’importanza del Natale e ad impedirgli di rovinarlo definitivamente. “Il Grinch” induce a pensare su quanto le esperienze negative vissute da piccoli possano incidere sulle scelte future ed a indurre atteggiamenti violenti a chi li ha subiti.

Non può mancare “ Mamma ho perso l’aereo”, icona natalizia che ha scandito la storia cinematografica di questa ricorrenza. Il film del 1990 scritto e prodotto da John Hughes e diretto da Chris Columbus riunisce dopo oltre trent’anni tutta la famiglia davanti allo schermo, grazie alla sua ilarità e leggerezza. Il kolossal racconta le avventure del piccolo Kevin, astuto e intraprendente, dimenticato a casa dai genitori durante le loro vacanze natalizie. La piccola peste non si lascia prendere dallo sconforto e si organizza in fretta per vivere solo, riappropriandosi di tutti gli spazi della casa e sperimentando tutto quello che gli è stato da sempre negato dai genitori. Si accorgerà però presto di quanto la famiglia siaimportante, ancor di più in prossimità del Natale…

Se amate il genere horror il film natalizio più adatto è “Gremlins”, del 1984 diretto da Joe Dante e scritto da Chris Columbus. La commedia nera racconta la storia di piccoli mostriciattoli assassini nati dall’incuria di gestire un “Mongabay”. Per una serie di eventi, Billy, al quale è stata regalata la creatura proprio per Natale, non rispetta le regole per gestire correttamente l’apparente essere innocuo e i Gremlins iniziano a scatenare panico e morte del villaggio. Alla fine tutto viene riportato alla normalità, nella consapevolezza che il mondo occidentale non sia ancora pronto per accudire queste creature. Tra ironia e scene di paura, il film fa riflettere anche su quanto sia importante il momento della scelta dei doni: il regalo sbagliato potrebbe essere letale. 

Per i più romantici infine è consigliato  “Love Actually” – “L’amore davvero”, un  cult movie di Natale del 2003 diretto da Richard Curtis. La pellicola vanta un ricco cast che vede protagonisti Hugh Grant, Colin Firth, Emma Thompson, Liam Neeson, Alan Rickman e Keira Knightley. La trama del film è sintetizzata dalla canzone Love Is All Around, e la storia è un intreccio di relazioni e di amori: dieci storie, con protagonisti molto diversi tra loro, legate dal contesto natalizio. Il film ha l’obiettivo di fare riflettere su come, alla fine, l’amore non risparmia nessuno: nel bene e nel male getta sempre tutti nel caos. La scena cult resta sicuramente quella in cui Mark si presenta alla porta della casa dei due sposi e, facendo finta di essere un cantante di strada, mostra a Juliet una serie di cartelli per dichiararle il suo amore. Il gesto di esprimere amore attraverso carta e pennarello verrà ripreso poi da diverse celebrità nel corso degli anni…

Aladin, il Musical Geniale

In un momento di forte insicurezza, una certezza per le feste di Natale ce l’abbiamo, ovvero Aladin, il musical geniale al Teatro Brancaccio a Roma fino al 9 Gennaio.

Iniziamo a dire che il cast è rinnovato, e lo spettacolo è fresco e ricco di emozioni da condividere la famiglia.

Quante volte in Italia capita che un musical venga stravolto e cambiato senza per forza proporre la stessa minestra ma in italiano?

Rarissimamente, ma dopo il successo della stagione 2019-2020 ALADIN il Musical Geniale prodotto da Alessandro Longobardi per OTI Officine del Teatro Italiano loro ci sono riusciti in maniera egregia.



Più di un family show, il musical, liberamente ispirato ad una delle più celebri novelle orientali de Le mille e una notte, ripercorre le avventure di Aladino e del genio della lampada, in un sontuosa ambientazione medio-orientale con alcune contaminazioni in stile Bollywood nelle musiche originali, negli arrangiamenti musicali, nelle coreografie e nei costumi.

Nella grande città di Baghdad vive in una piccola bottega di stoffe, insieme a sua madre Kamira e la sua fedele scimmietta compagna di avventure Coco, Aladin, un giovane ragazzo pieno di sogni.

Una mattina, insieme al suo migliore amico Abdul, elabora un piano per conoscere la Principessa Jasmine, venuta al mercato accompagnata dalle guardie e dalla sua fedele ancella Aicha.

Durante questo incontro si innamora perdutamente di lei.

Jafar, il gran Visir del Sultano, arresta i due ragazzi e, su consiglio del suo fedele servitore Skifus, rinchiude Abdul nelle prigioni del palazzo ricattando Aladin: soltanto se avesse recuperato per lui una semplice lampada ad olio nascosta nella caverna del cobra avrebbe rivisto vivo il suo migliore amico.

Per una serie sfortunati eventi, Aladin rimane imprigionato all’interno della Caverna ma grazie ad un semplice anello, chiesto in pegno a Jafar, scopre il segreto della Leggenda del deserto incontrando Nello, il genio dell’anello e Thor, il genio della lampada.



I due geni, grazie a desideri buoni e  altruisti, aiuteranno Aladin a liberare il suo amico e incontrare la sua principessa.

I due protagonisti sono: Emanuela Rei che è un’affascinante Jasmine, in apparenza indifesa, nella realtà ribelle e indipendente, pragmatica e risoluta. Attrice in numerose serie tv per ragazzi, è protagonista della popolarissima serie tv “Maggie & Bianca Fashion Friends”.

Giovanni Abbracciavento che debutta nel ruolo di Aladin, ladruncolo scansonato, furbo, coraggioso e affascinante. Attore e ballerino, già interprete in numerosi musical come “La Febbre del Sabato Sera, Sette Spose per Sette Fratelli, Priscilla-la regina del deserto, Flash dance e We Will Rock You.

Asvoff13, il Fashion Film Festival di Diane Pernet alla Casa del Cinema di Roma

Con lo stop agli eventi dal vivo dettato dall’emergenza pandemica del 2020, i fashion film hanno permesso ai marchi di mostrare le collezioni pur nell’impossibilità di organizzare i consueti défilé: da meri sostituti degli show, tuttavia, i cortometraggi (specie nelle mani di professionisti del settore e sperimentatori di rango) si sono rivelati una modalità altra, ugualmente – se non addirittura più – efficace della passerella per comunicare a 360 gradi la visione di un brand. Gli esempi sono molteplici, basti pensare all’immaginoso Le Mythe Dior di Matteo Garrone per la griffe francese, alla miniserie Ouverture Of Something That Never Ended di Gucci, alla monumentale performance Of Grace and Light di Valentino, al teatro delle marionette di Moschino per la Spring/Summer 2021… Decine di video capaci di tenere gli spettatori con gli occhi incollati allo schermo, commissionati da auguste maison come da designer indipendenti, dai potentati del lusso alla Lvmh come da label emergenti armate perlopiù di inventiva.


Diane Pernet, ph. by Ruven Afanador

A credere nelle potenzialità di un medium ora lodato in maniera pressoché unanime era stata, in tempi non sospetti, la fondatrice del festival Asvoff – A Shaded View On Fashion Film Diane Pernet, figura a dir poco poliedrica: immancabilmente vestita di nero dalla testa ai piedi, labbra infuocate, sguardo schermato h24 dagli occhiali da sole Alain Mikli, nata a Washington ma parigina d’adozione, stilista, editor, critica, fotografa, talent scout dal fiuto portentoso, soprattutto pioniera digitale (come la incoronò il Met di New York, nientedimeno) grazie al blog Asvof, aperto nel 2005, agli albori della rivoluzione che, tra social e web 2.0, di lì a breve avrebbe travolto la società, e “sdoppiatosi” tre anni dopo nella rassegna di cui sopra, un métissage unico di moda, stile e bellezza esplorate attraverso il linguaggio cinematografico che, di fatto, ha codificato i tratti fondamentali del genere.



Giunta alla tredicesima edizione, svoltasi all’inizio del mese a Parigi, la kermesse, nomade e cangiante per natura, è approdata nel weekend dal 10 al 12 dicembre alla Casa del Cinema di Roma grazie alla collaborazione con Romaison, progetto che si propone di valorizzare le eccellenze costumistiche delle tante, spesso misconosciute sartorie della città eterna che pure hanno contribuito alla riuscita di capolavori rimasti negli annali. Le sale dell’edificio ottocentesco, immerso nel parco di Villa Borghese, hanno ospitato così un fitto programma di anteprime, talk, incontri di approfondimento e la proiezione degli oltre ottanta short movie in concorso, ça va sans dire.



Ad aprire le danze, nella serata di venerdì, la presentazione del festival cui partecipano Pernet, la curatrice di Romaison Clara Tosi Pamphili e il costumista Carlo Poggioli, presidente dell’Asc (Associazione Scenografi, Costumisti e Arredatori), seguita dall’intervento di Amber Jae Slooten, co-founder e direttrice artistica di The Fabricant, marchio digital only che, nel 2019, fece scalpore (come ricorda, abbastanza divertita, la diretta interessata) per l’outfit iridescente, dalla connotazione couture epperò composto esclusivamente da byte, venduto all’asta per 9.500 dollari; una visionaria insomma, sicuramente tra le persone più adatte per confrontarsi, con Tosi Pamphili e il pubblico presente, sui punti salienti e le probabili evoluzioni di questa dimensione parallela alla moda propriamente intesa, dai contorni ancora piuttosto aleatori ma che, come certificato dall’interesse crescente di brand che creano dipartimenti dedicati al virtuale (ultimo, in ordine di tempo, Balenciaga), potrebbe conoscere prima di quanto non si creda uno sviluppo impetuoso, con abiti indossabili esclusivamente nel metaverso e avatar dal guardaroba griffatissimo seppur intangibile.

Viene quindi proiettato Saint Narcisse di Bruce LaBruce, regista habitué della provocazione col suo cinema liminare, tra indie e pornografia (nonché presidente della giuria di Asvoff 13): già incluso nella selezione delle Giornate degli Autori alla 77esima Mostra di Venezia, il film rilegge il mito di Narciso in chiave queer e compiaciutamente erotica, in un pastiche di tragedia greca, iconografia religiosa, ossessioni contemporanee, sesso spinto, illuminazione e fotografia da b-movie ‘70s.


Saint Narcisse

Sabato è il giornalista e scrittore Carlo Antonelli ad introdurre un’altra pellicola di notevole caratura, Steven Arnold: Heavenly Bodies, documentario diretto da Vishnu Dass in cui la voce d’eccezione di Anjelica Huston racconta, attraverso testimonianze e footage inediti, la fulminante parabola dell’artista californiano, stroncata a soli 51 anni dall’Aids; talento multidisciplinare, animatore della scena off losangelina negli anni ‘70 e ‘80, pupillo di Salvador Dalí che lo elesse “principe” della sua leggendaria cerchia di accoliti e muse ispiratrici, ha saputo cogliere con straordinaria incisività, e decisamente in anticipo sui tempi, il tema della fluidità di genere, componendo articolati tableau vivant i cui protagonisti erano, a seconda dei casi, adoni dalla fisicità prorompente, figure mistiche contornate da nugoli di simboli, esseri androgini sospesi in paesaggi a metà tra il surreale e l’onirico.


Steven Arnold: Heavenly Bodies

Nella giornata conclusiva, invece, si lascia spazio alla moda in senso stretto, che d’altronde è l’asse portante del festival: vengono trasmessi Cotton For My Shroud, opera di denuncia delle pratiche di sfruttamento purtroppo ancora presenti nell’industria cotoniera; Valentino Des Ateliers: Vita di Sarti e di Pittori (vincitore nella sezione Documentaries), raccolta di storie e impressioni emerse nel dialogo tra l’autore del corto Maurizio Cilli e Gianluigi Ricuperati, saggista chiamato a selezionare 17 artisti per l’iniziativa che ha unito l’opus magistrale dell’atelier, massima espressione della sartorialità intrinseca alla griffe romana, alla loro pittura, sfociata a luglio nella magnifica sfilata Valentino Haute Couture F/W 2021/22 alle Gaggiandre dell’Arsenale di Venezia, con i dipinti commissionati dal brand resi parte integrante delle mise drammatiche, da mille e una notte firmate da Pierpaolo Piccioli; A Folk Horror Tale, film di presentazione dell’ultima collezione Artisanal di Maison Margiela, in cui il making of dei capi si intreccia a una mise en scène fiabesca dai colori “impossibili”.



I cortometraggi sono, ovviamente, il cuore pulsante degli appuntamenti tenutisi nelle sale Deluxe e Volonté della Casa del Cinema; organizzati in gruppi tematici, tracciano un panorama variegato di narrazioni visive nel quale la coreografia danzata di Dance Party (che ottiene l’award per la categoria Fashion Moves, curata da Alex Murray-Leslie) cede il passo alle silhouette fluttuanti digitalizzate di Komantha, premiato nella rassegna Digital Fashion: The Fabricant, oppure alle rappresentazioni delle idee di autenticità, quotidianità e altri concetti basilari ad opera dei creativi di colore di Black Spectrum, a cura di Melissa Alibo. Una mole consistente di progetti, che lascia intuire come la moda potrà anche riprendere il solito bailamme di lanci, happening e show faraonici, ma i fashion film sono qui per restare.


Dimension by Ebeneza Blanche

Immagine in apertura: Transmotion by Ryan McDaniels

Lina Wertmuller, la regista con gli occhiali bianchi.

Oggi 9 Dicembre 2021 ci ha lasciato Lina all’età di 93 anni.

L’abbiamo conosciuta come Lina Wertmuller, ma il suo vero nome è Arcangela Felice Assunta Wertmüller Von Elgg Spanol Von Braueich, la regista più amata dagli attori, che come tutti i grandi si affezionava ai suoi talenti e li faceva crescere con lei, sicuramente i più amati sono stati Mariangela Melato e Giancarlo Giannini.

La Wertmuller era riuscita a strappare la Melato al teatro in quanto non riusciva a vedere i suoi film senza di lei, per poi tornarci terminate le riprese con lei.

Insieme hanno creato film memorabili come: Mimì metallurgico ferito nell’onoreFilm d’amore e d’anarchia e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Proprio negli anni della rivoluzione sessuale, del manifesto del femminismo, arrivò lei, Lina, che con i suoi iconici occhiali bianchi ci spiegato ed ha fatto capire che cosa stesse succedendo in Italia negli anni 70’ dove le classi lavorative erano in subbuglio.



Quando sei geniale, prima o poi ti viene riconosciuto, ecco a lei è successo quasi subito, è stata adulata da Madonna, che innamoratasi di: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, lo volle replicare nei primi anni 2000, con un disastroso risultato, perché è molto difficile fare un remake quando impresso negli occhi di tutti vi è un film scolpito nella memoria di tutti.

Ha avuto anche l’onore di essere stata la prima donna della storia ad essere candidata all’oscar dall’Accademy Awards come miglior regista nel 1977 con Pasqualino sette bellezze, senza vincere in quell’occasione, ma come disse lei, erano solo un gruppo di giovani italiani all’avventura, non avevano fatto le centinaia di proiezioni per arrivare al risultato.

Per poi ricevere un Oscar alla carriera nel 2020 citando: “per il suo provocatorio scardinare con coraggio le regole politiche e sociali attraverso la sua arma preferita: la cinepresa”.

Proprio in quell’occasione i suoi collaboratori a Los Angeles ricordano quanto fosse tranquilla, quasi senza emozioni perché cosciente del lavoro svolto, amava circondarsi di persone che le regalassero attenzioni, la mitologia narra che fosse molto severa sul set, ma come si dice la carota non ha mai aiutato nessuno.

Trafficante di Virus, TFF39, da non perdere.

È stato presentato al Torino Film Festival “trafficante di Virus”, ed ora visibile su Amazon Prime Video, il film liberamente tratto ed ispirato dal libro di Ilaria Capua, la virologa interpretata da una sempre insuperabile Anna Foglietta, appassionata di scienza e di ricerca sin da bambina, che con l’esplodere dell’influenza Aviaria nel 2006 si ritrova ad individuare e sequenziare il vaccino per contrastarla.

A sua insaputa e del tutto innocente si ritrova coinvolta in un’inchiesta, che la accusa di aver diffuso il virus per poi trarne vantaggio vendendo il vaccino.

Ne verrà assolta, ma nel frattempo si vedrà costretta a trasferirsi negli Stati Uniti per poter continuare a svolgere la propria professione, segnando per sempre la sua vita e quella dei suoi famigliari.



«Nella mia vita non mi sarei mai immaginata di essere a un festival di cinema – ha detto Capua in collegamento dalla Florida, durante la presentazione alla stampa del film – L’arte fa da anello di congiunzione tra la realtà e la comprensione di determinate vicende che devono essere raccontate. Questa è una storia molto femmina, che mostra le contraddizioni che ci sono tra una donna che si impegna tutti i giorni per ottenere dei risultati e tenere sotto controllo alcune malattie, che deve gestire superiori e collaboratori e che deve occuparsi, da madre, di una bambina piccola». Per la virologa i messaggi di “Trafficante di virus” sono molti: «Nella vita succedono cose brutte, ma i momenti difficili possono essere trasformati in qualcosa di utile. Io ho subito un processo sui giornali. Però bisognerebbe pensare prima di sbattere il mostro in prima pagina e distruggere vita, rispettabilità e reputazione delle persone». Il film mostra, però, anche «la bellezza della ricerca, la magia e la passione di un gruppo che lavora affiatato per una scoperta scientifica», e che «la leadership femminile può esistere».

La Svolta, fuori concorso al Torino Film Festival

Oggi verrà presentato in anteprima Fuori concorso alla 39a edizione del Torino Film Festival il film La Svolta, esordio al lungometraggio di Riccardo Antonaroli con, tra gli altri: Andrea LattanziBrando PacittoLudovica Martino,Max MalatestaChabeli Sastre GonzalezFederico TocciTullio SorrentinoCristian Di SanteAniello ArenaGrazia SchiavoClaudio Bigagli, con la partecipazione straordinaria di Marcello Fonte e un brano scritto e interpretato appositamente da Carl Brave.


La Svolta, prodotto da Rodeo Drive e Life Cinema con Rai Cinema, è un racconto intimo e delicato di due solitudini che si incontrano: Ludovico (interpretato dal talentuosissimo Brando Pacitto in un ruolo insolito), che vive rintanato nel vecchio appartamento della nonna ed è troppo spaventato dalla vita per uscire fuori nel mondo e mostrare se stesso, e Jack (l’ottimo Andrea Lattanzi) che invece ostenta durezza e determinazione.

La convivenza forzata dei due protagonisti, però, si trasforma man mano in un vero e proprio percorso d’iniziazione all’età adulta, alla scoperta dei rispettivi veri caratteri, in un’alternanza di comico e drammatico, di gioia e di dolore. E quando la realtà dura che li bracca spietata arriva a presentargli il conto, dovranno affrontarla, forti di una nuova consapevolezza e di un insperato coraggio.



L’alternanza dei registri del film è accompagnata anche da una cifra stilistica che si muove con abilità fra inquadrature statiche e composte, che ritraggono una suggestiva location come lo storico quartiere popolare di Roma Garbatella (in cui il film è interamente ambientato), e una dimensione estetica più “sporca” e mobile, in cui a soffermarsi sul volto dei due attori è una macchina a mano.

La Svolta è un film che gioca con i generi, presentandosi come una sorta di “road movie da fermo” ma è anche un omaggio al cinema di genere (e non solo). Per l’intero decorso narrativo, infatti, si colgono numerose citazioni e ispirazioni – da quelle più esplicite come il celebre film di Dino Risi Il Sorpasso, a quelle più estetiche che si rifanno all’immaginario letterario del comics.

Il tutto viene accompagnato dalle note e dalle parole di Carl Brave, uno dei rapper più noti e acclamati della scuola romana, che per il film ha scritto e interpretato l’omonimo brano musicale La Svolta.

Teodoro Giambanco, la poliedricità come cifra attoriale (e artistica)

Da ex bambino fissato con l’osservazione degli altri, per Teodoro Giambanco quello per la recitazione è stato «un amore a prima vista», sbocco naturale della precoce inclinazione ad assimilare gesti, comportamenti e storie altrui, facendone la base su cui costruire interpretazioni fuori dagli schemi (vedi quelle di Riccardo va all’inferno o Cobra non è) sviluppate meticolosamente, curando ogni aspetto.
Impegnato attualmente sul set di Màkari, il 30enne attore romano metterà presto alla prova il suo talento multiforme col canto (tra i suoi progetti una serie di live con la band Superfluuuo), sogna – non a caso – un musical e si dichiara pronto ad accogliere tutto ciò che questo mondo, lavorativamente parlando, potrà offrirgli, segni del tempo inclusi, perché rappresentano «un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti».



Hai girato da poco una serie, in uscita il prossimo anno, cosa puoi anticiparci?

Si intitola Più forti del destino, uscirà su Canale 5 nei primi mesi del 2022; è un adattamento della miniserie francese Le Bazar de la Charité, ambientata anziché a Parigi a Palermo, nel 1886, dove un incendio scoppiato durante l’Esposizione Nazionale provoca decine di vittime, in gran parte donne. La trama si concentra proprio sulle figure femminili, affrontando anche il tema delle difficoltà sociali con cui devono fare i conti le protagoniste, un argomento purtroppo ancora drammaticamente attuale.
Il mio personaggio sarà presente in tutte le puntate, è stato stimolante poter lavorare su un ruolo inquadrato in un arco narrativo lungo e ben definito.

Hai esordito in SMS – Sotto mentite spoglie 14 anni fa, a seguire numerosi altri ruoli tra cinema, tv, teatro, videoclip. Come riassumeresti il percorso compiuto finora, sotto il profilo sia professionale che umano?

Come un continuo arricchimento, in entrambi i sensi. Ogni esperienza, positiva o negativa, ha rappresentato un’occasione di crescita, è come nella vita, si impara di più dai momenti difficili. Questo percorso è stato una grande scuola, credo che l’esperienza sul campo sia la più efficace, senza nulla togliere alla costante ricerca e all’approfondimento, cruciali nel nostro mestiere, né alla cura del corpo, lo strumento principale per un attore, da allenare continuamente, anche e soprattutto a livello mentale ed emotivo.

Hai trascorso un periodo a Los Angeles per studiare recitazione, quali sono secondo te le principali differenze tra la scena attoriale americana e quella italiana? Pensi ci siano elementi che il mondo dello spettacolo nostrano dovrebbe “rubare” alla controparte Usa?

Frequentando vari corsi e laboratori a Los Angeles ho avuto modo di lavorare perlopiù con giovani attori, una cosa che ho notato è il livello di preparazione, mediamente davvero alto, probabilmente perché negli Stati Uniti produzioni e investimenti sono ingenti, la visibilità è maggiore e così le possibilità.
L’invito che mi sento di fare al nostro settore è rivolgersi a un pubblico più ampio, allargare i confini attraverso storie nuove, personaggi eterogenei e inclusivi; sono dinamiche a dire il vero già in atto, diversi film o serie italiane stanno avendo un ottimo riscontro all’estero.


Total look: Alexander McQueen

Denoti una certa attitudine al trasformismo, alcuni personaggi da te interpretati risultavano d’impatto anche sul piano visivo, con chiome ossigenate e costumi a dir poco elaborati (penso a Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia, Cobra non è), prediligi le parti che richiedono cambiamenti radicali?

Più che prediligerle penso di attrarle, alla fine non è questione di scegliere quanto di esser scelti, sicuramente sono nelle mie corde. La trasformazione, radicale o meno, è in fondo l’essenza della recitazione, i personaggi da interpretare sono in genere lontani dalla propria personalità. Adoro il trasformismo “estremo” perché trovo mi dia grande libertà di espressione, così facendo riesco cioè a muovermi in uno schema ampio, giocando e variando di più.

Quali sono i ruoli che ti hanno segnato, che ti porti dentro?

Sono particolarmente legato a quelli di Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia e Cobra non è, perché mi hanno permesso di esprimermi a 360 gradi.

Hai dichiarato che per te è fondamentale l’osservazione degli altri, cerchi di coglierne determinati dettagli per utilizzarli poi in scena. Come ti approcci in genere al tuo alter ego sul set?

L’approccio parte sempre da un’analisi iniziale dei vari elementi, comincio così a formarmi delle idee, delle intuizioni sul personaggio, da sviluppare in seguito attraverso una ricerca sia emotiva che espressiva, che mi porti a elaborare tutta una serie di emozioni, stati d’animo, relazioni che potrebbero instaurarsi.
Sono piuttosto preciso, penso che la metodicità, lo studio approfondito su più livelli mi consentano di esprimermi al meglio, paradossalmente persino di improvvisare.

Avendo interpretato ruoli esteticamente impattanti, appunto, penso tu abbia dimestichezza con make-up e outfit, quanto conta secondo te il look del personaggio?

È fondamentale, è proprio durante le prove con trucco, parrucco e costumi che lo vedi prendere vita per la prima volta. Tengo molto al look del personaggio, mi rasserena che abbia un’esteriorità che mi piace e sia in linea con quanto immaginavo.



A livello personale, che rapporto hai con la moda, ti incuriosiscono o piacciono dei brand in particolare?

Sono attratto dalle mode di ogni epoca, le ritengo una forma di espressione personale, un mezzo di comunicazione a misura del singolo individuo. Non saprei indicare marchi specifici, non riuscirei nemmeno a categorizzare il mio stile, riflette il mio essere poliedrico, costantemente mutevole.
Inoltre avendo avuto a che fare da subito con costumerie e sartorie, per via del lavoro di mio padre, apprezzo particolarmente questo lato se vogliamo artigianale, di pura creazione del cinema che, in quanto settima arte, le comprende tutte.

C’è un ruolo o genere con cui vorresti metterti alla prova?

Direi un personaggio realmente esistito, così da avere riscontri tangibili, immediati. Per ciò che riguarda il genere, invece, un musical, lo adoro in quanto unione di tre discipline (recitazione, canto e danza) che mi affascinano enormemente.

Scorrendo il tuo profilo Instagram, mi ha colpito la ricercatezza delle immagini, sei un appassionato di fotografia?

Con un papà scenografo e una mamma libraia, sono cresciuto tra centinaia di libri fotografici e mi è rimasto un senso della forma, della composizione, in generale estetico molto forte, quasi una “condanna”, nel senso che ogni volta studio con estrema attenzione ogni scatto o immagine da pubblicare.



Hai progetti work in progress di cui puoi svelarci qualcosa? Come ti immagini tra dieci anni?

Sono sul set della seconda stagione della serie Màkari, in questo momento mi trovo in Sicilia, nella Valle dei Templi, posto meraviglioso.
Un progetto musicale cui tengo molto, che dovrebbe partire a breve, è Superfluuuo: mi ha coinvolto un mio caro amico, Edoardo Castroni, e stiamo organizzando dei live per i prossimi mesi. Sarà una prima volta, più che cantare interpreterò dei brani, vivendo insomma un nuovo ruolo; credo che il canto sia affine alla recitazione, ti viene fornito l’equivalente di un copione e sta a te farlo vivere.
Tra dieci anni mi vedo, per l’appunto, con dieci anni in più sulla spalle, il mestiere dell’attore cresce con te e sono curioso di vedere cosa accadrà. Non temo di invecchiare, anzi, lo considero un’occasione, le rughe rappresentano un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti, a cui prestare un bagaglio di esperienza più ricco e sfaccettato; tanti attori, con l’età, hanno raggiunto un successo ancora maggiore, spero di fare altrettanto.

In apertura, total look: Alexander McQueen

Photographer: Maddalena Petrosino

Art Director: Davide Musto

Ph. Assistant: Valentina Ciampaglia

Grooming: Marta Ricci x @simonebellimakeup 

Location: Teatro Brancaccio

C’è un soffio di vita soltanto, Lucy la transessuale più longeva d’Italia.

Daniele Coluccini e Matteo Botrugno sono i registi di “ C’è un soffio di vita soltanto” che verrà presentato alla 39° edizione del Torino Film Festival il 29 Novembre e poi in sala il 10 Gennaio ed a seguire su RAI e SKY.

Questo fenomenale documentario che racconta la storia di Lucy, la più longeva transessuale d’Italia o forse d’Europa.

È molto difficile risalire all’anagrafe, perché molte di loro hanno mantenuto il nome di battesimo maschile sul documento.

Nata nel 1924 a Fossano, provincia di Cuneo, poi deportata a Dachau come disertore dell’esercito, ed una vita rocambolesca, insomma una storia che andava assolutamente raccontata.

Come siete venuti a conoscenza con la storia di Lucy

Hai presente quando scorri Facebook, ecco noi ci siamo imbattuti in questa breve intervista a Lucy che ci ha colpito e ci siamo detti, ma tu guarda che storia incredibile! Così tramite un giro di conoscenti siamo riusciti a metterci in contatto con lei, e dopo il primo incontro conoscitivo, siamo tornati a Bologna ed abbiamo fatto un’intervista di tre giorni, molto emozionante sia per lei il ripercorrere la sua vita che per noi ad ascoltarla.



Quanti anni ha Lucy?

Ne ha 97 e ne farà 98 il prossimo anno, abbiamo fatto un po’ di ricerche, sicuramente è la donna trans più longeva d’Italia ma abbiamo ragion di credere che lo sia anche d’Europa, in quanto ne parlavamo con Vladimir Luxuria che presenterà la serata al Festival di Torino, ed anche lei ci ha confermato che non ce ne sono molte della sua età in giro.

Sicuramente tra le incredibili storie che ha raccontato c’è quella della deportazione a Dachau.

Certamente, li vi era stata deportata in quanto disertore dell’esercito, aveva diciannove anni e avrebbe dovuto essere arruolata per la guerra, ma era poco prima dell’armistizio del 8 Settembre 1943 e così lei è scappata nella confusione dello scioglimento dei plotoni.

Dopo una serie di vicissitudini rocambolesche lei è stata chiamata per diventare un militare dell’esercito tedesco, ma anche in questa occasione lei è riuscita a scappare, una volta trovata a Bologna è stata condotta prima in un campo in Austria, e poi a Dachau.

Quindi tecnicamente come prigioniero politico, come dice lei stessa è stata fortunata in quanto vi è rimasta pochi mesi, in quanto poi la guerra finì e si salvò, a differenza di tutti quelli che da quel campo di concentrazione non sono mai usciti.



Il suo percorso di transizione quando lo ha iniziato.

Parlando con lei capisci che non c’è neanche mai stato, in quanto si riferisce a lei come donna da sempre, poi in realtà la transizione l’ha fatta negli anni 80’ quando medicina e chirurgia lo hanno permesso a tutti gli effetti, ed aveva già sessant’anni, quindi molto tardi.

Se ci pensiamo all’epoca sua la parola transessuale non esisteva ancora, definirsi in un certo modo era veramente difficile.

È stata davvero una pioniera dell’identità di genere, ovvero con quello che oggi viene definito non binary, anche perché transitava nel vestire dal maschile al femminile per varie necessità della vita.

Una battuta che racchiude la sua essenza nel film è: “il mio nome è prezioso in quanto me lo hanno dato i miei genitori, è sacro, solo che una donna non può chiamarsi Luciano”

Voi che l’avete conosciuta è stata una donna felice.

Non proprio, con sprazzi di felicità si. Ci ha raccontato di qualche suo fidanzato, oppure di quando faceva gli spettacoli di cabaret en travesti nel dopoguerra, e poi parla con una certa gioia/tristezza di una bambina torinese rimasta orfana e da lei adottata, tanto che lei crescendo l’ha sempre chiamata mamma, la vita però se l’è portata via a soli cinquantotto anni prematuramente.

In qualche modo nella sua vita complicata è riuscita anche ad abbracciare la sfera della maternità.

Lucy, a 97 anni è di una lucidità ed una simpatia allucinante, arricchisce chiunque ha la possibilità di incontrarla.


Sui banchi di scuola con il giovane attore Simone Casanica

Già interprete in numerose serie e film, il ventenne Simone Casanica veste proprio in queste settimane i panni di Giulio, alunno al Liceo Leonardo Da Vinci di Roma nella nuova fiction di Rai 1 Un professore. Serio, ordinato e studioso, apparentemente l’allievo e il figlio che tutti vorrebbero avere. Ma cosa si cela dietro quest’immagine? Scopriamo qualcosa in più su di lui anche al di fuori del suo ruolo sul set…

Come ti avvicini ai personaggi che devi interpretare?

Cerco di recitare il mio personaggio, trovando delle similitudini tra chi sono e chi interpreterò, affinché venga riportato sullo schermo una scena quanto più reale possibile.

Raccontaci del tuo personaggio nella serie “Un professore”.

Giulio è un ragazzo molto introspettivo, vive un conflitto con se stesso che lo porterà ad un’enorme evoluzione all’interno della serie.
Con l’aiuto di Dante (il professore interpretato da Alessandro Gassamann) riuscirà a rompere delle barriere che all’inizio sembravano insormontabili.

La serie ha come protagonista un prof. del liceo. Tu che tipo di studente sei stato?

Diciamo che Giulio è uno studente modello mentre io non lo sono mai stato, ho studiato al liceo Classico e me la sono sempre cavata con il minimo sforzo.



A quale dei personaggi interpretati fino ad oggi sei più legato?

Certamente Giulio è il personaggio che mi ha regalato più emozioni.
Avere l’opportunità di interpretare un personaggio tanto diverso quanto simile a me è riuscito a farmi scoprire lati del mio carattere a me sconosciuti fino ad ora.

Un modello d’ispirazione?

Sin da piccolo ho avuto sempre e solo un punto di riferimento: Jack Nicholson. Ho sempre cercato di rubare dettagli dalle sue interpretazioni magistrali. Da mostri di questo calibro si può solo osservare e imparare.

Come ti sei trovato con i colleghi sul set? Hai mai percepito aria di competizione?

Abbiamo sin da subito cercato di essere il più affiatati possibile e col passare del tempo, sul set, abbiamo costruito un rapporto meraviglioso.
Questo è anche merito del regista Alessandro D’Alatri e da tutti i professionisti che hanno lavorato per mettere in piedi questo viaggio stupendo.

Colgo l’occasione per ringraziare tutta la troupe che ha investito tantissime energie per sorreggere questo meraviglioso progetto.



Quali passioni o hobby ti piace coltivare al di fuori del lavoro?

Una mia grande passione è la musica. Il cantautorato italiano è il mio preferito. Infatti nel tempo libero mi piace dedicarmi al canto e a suonare la chitarra.

Cosa ti aspetti dal futuro? Dove ti vedi tra qualche anno?

Ovviamente spero di consolidare sempre di più il mio percorso all’interno di questo mondo meraviglioso. So che ci vorrà tanto impegno, dedizione e tanta umiltà ma è il sogno della mia vita e sono contento del cammino che sto percorrendo.

Photography: Francesco Guarnieri

Micaela Ramazzotti vince la VI edizione del Premio Virna Lisi

Il Premio è nato sei anni fa per volontà del figlio della grande attrice, Corrado Pesci, e di sua moglie Veronica, “per alimentare e onorare il suo ricordo nel cuore delle persone che l’hanno amata e seguita durante tutta la carriera”. Sul podio hanno ritirato la scultura del Maestro Ferdinando Codognotto eccellenze femminili del cinema italiano, attrici come Margherita Buy, Paola Cortellesi, Monica Bellucci, Claudia Gerini ed Elena Sofia Ricci.

La sera del 6 novembre, sotto pioggia battente, a Roma si è svolta nella Sala Petrassi gremita, la serata dedicata alla grande attrice scomparsa Virna Lisi.  Il Premio, giunto alla sua sesta edizione, è nato dalla volontà del figlio Corrado Pesci e sua moglieVeronica insieme alla Fondazione Virna Lisi in collaborazione con Fondazione Musica per Roma e CityFest.


La premiazione, condotta impeccabilmente da Pino Strabioli con la regia Luigi Parisi, ha visto tra gli ospiti eccellenti la straordinaria Patty Pravo, che si è esibita in 3 brani che sono nel cuore di tutti noi: Pazza Idea, La Bambola e Pensiero Stupendo; un’esilarante Iva Zanicchi che ha raccontato in modo spiritoso e frizzante il suo rapporto con l’attrice scomparsa, un balletto dedicato alla mitica e indimenticabile Raffaella Carrà e la musica del giovane Jacopo Mastrangelo che ha aperto e chiuso la premiazione.

Ha vinto il Premio Virna Lisi come migliore attrice italiana Micaela Ramazzotti, visibilmente emozionata e commossa alla consegna della scultura del Maestro Codognotto, dalle mani di Corrado Pesci e del Direttore di Rai1, Stefano Coletta.

Premio speciale alla carriera per la regia a Liliana Cavani, consegnato da Francesco Rutelli e Premio speciale per la produzione cinematografica a Federica Lucisano, premiata da Salvatore Esposito.

Nuovo cinema purgatorio

C’era una volta il cinema italiano, quel mix di arte, impegno, tecnologia, business: un crogiuolo di letterati, intellettuali, illuminati finanziatori, registi che rischiavano maestranze di grande ingegno, che ha nutrito con le sue opere l’immaginario universale per quasi un secolo intero: il Novecento. È al cinema italiano che si deve infatti la codificazione della forma filmica classica con Cabiria nel 1914; è con il Neorealismo che nasce quel modo di raccontare la realtà che Gilles Deleuze ha chiamato “modernità cinematografica” e che continua a ispirare registi di tutto il mondo; è in Italia che si può rintracciare l’unico esempio di commedia – all’italiana, appunto – dove alla fine si piange e si muore; è solo nei film italiani che si sviluppa una ricerca così organica per pensare il carattere politico della realtà e delle immagini che la rappresentano.

È qui, in definitiva, che si trova nella misura più coerente e continuativa la riflessione sui caratteri specifici di un pensiero filmico e di un pensiero nazionale, sui loro intrecci e sulle loro influenze reciproche, lungo quel crinale increspato che definisce un sistema culturale tanto nelle sue relazioni con il fuori quanto nelle sue componenti interne. E adesso? Insidiato dalle piattaforme in streaming planetarie, poco o nulla aiutato dal sistema politico, è distribuito poco all’estero se non nel caso di rari, grandi nomi che assicurino un sicuro ritorno economico – Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Giuseppe Tornatore, Mario Martone, Paolo Virzì e pochissimi altri – che ci fanno temere per la sua capacità incisiva sulla contemporaneità come invece era successo per la generazione degli autori del secolo (ma è anche trascorso un Millennio) scorso.


Il punto è che lamentarsi non ha senso, né tantomeno crogiolarsi in una nostalgia di sale fumose dove il fascio di luce faceva vivere sullo schermo storie fantastiche o iperreali, secondo la solita narrazione di «era meglio prima», quando è invecchiato anche il Nuovo Cinema Paradiso. Puntualmente, ogni cinque anni circa, qualche critico recupera l’idea che il cinema italiano stia vivendo una nouvelle vague: si parla allora di una particolare visibilità italiana e internazionale delle nuove generazioni di autori, di un recupero delle quote di incassi del cinema italiano rispetto a quello straniero, di un’improvvisa notorietà dei divi nostrani, ecc. L’ultima di queste fiammate di entusiasmo si è avuta nel 2013 con il successo di La Grande Bellezza di Sorrentino e l’apparizione di nuovi film di Ozpetek, Bellocchio e Muccino.  Purtroppo, altrettanto puntualmente, in una stagione il cinema italiano ritorna poco visibile e poco appetibile, con una forbice sempre più larga tra piccole produzioni autoriali semiclandestine da un lato, grandi circuiti di distribuzione dall’altro.

Però è interessante, parlando con attori molto giovani dalla solida preparazione professionale come Jozef Gjura, arrivato in Piemonte a sei anni – ora ne ha 26 ed è uno dei protagonisti della trilogia Sul più bello, Ancora più bello e Sempre più bello, il primo con la regia di Alice Filippi, il secondo e il terzo diretti da Claudio Norza – che «essere cresciuti con il cinema italiano del trentennio Cinquanta-Settanta è un dovere, oltre che un privilegio, per essere non attori, ma artisti che devono immettere la loro verità nella parte che gli viene assegnata. Se non avessi cercato i primi film di Antonio, essermi innamorato di Gian Maria Volonté, avere amato Mario Monicelli e molti altri registi allora considerati di puro intrattenimento, probabilmente non avrei intrapreso questa strada». Resiste il mito del cinema italico come grande palestra di attori indimenticabili e di autori visionari ma ormai, attori e registi, tutti defunti, mentre fa fatica a diventare significativo l’apporto valoriale – estetico, etico, narrativo – del cinema italiano contemporaneo, che pure può contare su nomi nuovi sia per le sceneggiature, sia per la direzione: penso ai gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, ad Alice Rohrwacher, a Giorgio Diritti, ad Alessandro Aronadio, a Michelangelo Frammartino, a Valeria Golino, Sergio Rubini, o a Valeria Bruni Tedeschi, attori  passati dall’altra parte della macchina da presa.

Sono loro che, negli ultimi anni, stanno in qualche modo ridisegnando la cartografia di una cinematografia nazionale ma non nostrana, in grado di sostenere anche trame che non siano solo e semplici riferimenti a questioni locali, ma abbiano un respiro e una qualità creativa internazionale. Il problema è che, come ha notato lo scrittore e saggista Gianfranco Marrone su Doppiozero, cambiando profondamente il cinema come macchina produttiva dominante dell’immaginario mediatico, sono cambiate, a traino, anche le teorie che cercano di spiegarne ragioni e meccanismi, percorsi qualitativi e sistemi di funzionamento. Una volta c’erano il grande e il piccolo schermo le cui dimensioni distinguevano due media differenti – il cinema e la televisione –, con linguaggi differenti, pubblici differenti, contenuti differenti. Oggi è tutto intrecciato con tutto, con raffinatezze progettuali e ideative straordinarie, e ogni nuova piattaforma che si presta a veicolare immagini in movimento, video e audiovisivi deve reinventarsi quasi da zero una poetica e un’estetica, per non dire le forme della narrazione e della figurazione. La condizione è tale per cui l’avvento del digitale ha scompigliato le carte, di modo che l’imbuto del computer ridistribuisce di continuo non solo quello che una volta era il sistema delle belle arti, ma anche i media stessi, portati a ibridarsi euforicamente fra di loro.


Ma allora, questa decadenza perdura o no? «Se ci poniamo nella posizione di artisti, e non di semplici interpreti o registi o sceneggiatori, credo che sia possibile uscirne: abbiamo ottimi scrittori, ispirati registi, una nuova generazione di attori che, come me, sono sfuggiti alla trappola del “non studiare, così la tua recitazione sembrerà più naturale” che ancora adesso ammanniscono alcuni agenti. Più alta è la preparazione, al contrario, più naturale sembrerà la nostra interpretazione», continua Giura, sicuro di come l’Italia sia all’orlo di una profonda trasformazione di tipo migliorativo nel campo dello spettacolo, compreso il teatro, «ma è come se non si volesse rischiare, ci fosse la paura di fare un salto nel vuoto».

Ma non è solo questo, anche non abbiamo più i produttori coraggiosi e miliardari che scommettevano su registi “pericolosi” come Pasolini o Ferreri, quanto la matrice che caratterizza la storia del cinema italiano che ha visto all’opera quattro modelli produttivi, linguistici e di consumo: il realismo, l’apologo, il prodotto di consumo e il prodotto “artistico”. Nel perimetro definito dai quattro poli si giocano due tipi di movimenti: una vitale sovrapposizione e contaminazione tra i quattro modelli di cinema; un altrettanto vitale rielaborazione di modelli prelevati dall’esterno. Occorre anzitutto ricordare le coordinate di fondo dell’attuale sistema cinematografico italiano. A partire dagli anni Settanta il consumo di cinema entra in crisi a favore del mezzo televisivo; da tale crisi, il cinema esce alla fine degli anni Ottanta con uno scenario del tutto rinnovato: alle piccole sale locali sono ormai subentrati i Multiplex; il sistema delle prime, seconde e terze visioni è stato sostituito da un sistema in cui il successo di un film si gioca tutto nei primi giorni di programmazione. Si apre in tal modo una forbice tra film italiani prodotti e film italiani di successo (o semplicemente visti e visibili nei circuiti normali). Il sistema produttivo conferma il suo carattere frammentato: per la produzione di film diviene indispensabile l’aiuto dello Stato o dei due colossi televisivi, Rai e Mediaset. Tuttavia, sarebbe sbagliato sostenere che il nuovo scenario implica una frattura con la tradizione o una “rifondazione” del cinema italiano. Al contrario: proprio questa condizione di costante incertezza e vulnerabilità stimola il cinema italiano a cercare una propria identità e visibilità specifica; di qui una ferma intenzione di recuperare e gestire le risorse simboliche del proprio passato, risorse rappresentate appunto da quella matrice di caratteri delineati nei due paragrafi precedenti. Ne deriva un cinema al tempo stesso moderno e ‘antico’, consapevole della propria tarda modernità e radicato nel proprio passato. Le continue rinascite del cinema italiano confermano insomma che il cinema rappresenta una delle principali istituzioni di costruzione e ricostruzione della nostra identità. Attraverso magari dei linguaggi nuovi, stratificazione di letture, modalità di sovrapposizione che rifiutino i generi: del resto, quanto c’è di più amaro in alcuni film della commedia all’italiana e perfino nei cinepanettoni e quanto, invece, di fiabesco in un film di denuncia come Favolacce dei gemelli D’Innocenzo o Lazzaro felice della Rohrwacher? Solo uscendo dalle gabbie dei “caratteri” e ritrovando quella felice contaminazione tra umorismo e tragedia che è tipica della nostra modalità del raccontare storie, secondo noi, il cinema italiano tornerà ad avere un riflettore puntato addosso, per essere applaudito.

Testo di Antonio Mancinelli

Rocio Munoz Morales in “Fuori dal finestrino” di Maurizio Matteo Merli

Durante la Festa del cinema di Roma, incontro Rocio Munez Morales, la quale ha presentato il nuovo cortometraggio “Fuori dal finestrino” di cui ne è la protagonista, per la regia di Maurizio Matteo Merli.

Il film, prodotto da Father&Son e Cinema Teatrale Marino & C. è stato girato nel Comune di Bovino e racconta la storia di Alma (Rocío Munoz Morales) una giovane donna, bella ed apparentemente realizzata. Ma Alma è anche una moglie e una madre.

Un giorno, a causa di un improvviso guasto all’automobile e ad una fermata inattesa, qualcosa le farà cambiare idea sulla sua vita, dandole un nuovo punto di vista. Ciò che è stato, quello che è diventata ma soprattutto cosa ci sarà nel suo domani…



Che cosa hai pensato quando hai visto la sceneggiatura del film?

Ho pensato che questa donna mi somigliasse tantissimo, ed era un tipo di donna che volevo raccontare in quanto imperfetta, una donna che di primo acchito si fa vedere fragile ma che poi piano piano, si rivela forte.



E’ sempre difficile per un giovane regista riuscire ad avere grandi nomi nel cast, cosa ti ha fatto scegliere di partecipare a questo cortometraggio?

Con Maurizio Merli, il regista, vi è stato un incontro molto lontano da questo mestiere, anzi a dire il vero ho conosciuto prima sua madre, e forse mi sono innamorata di quella donna, e quindi ho capito cosa vi fosse nella mente di Maurizio, e siamo entrati subito in sintonia.

Io da poco avevo pubblicato il mio primo romanzo “Un posto tutto mio”, dove racconto una donna simile ad Alma, e lui è stato intelligente a cogliere quel momento.



Sei abituata ai red carpet ovviamente, ti emozioni ancora quando come adesso al Festival del Cinema di Roma devi percorrerlo?

Quello che mi emoziona di più è che ancora fatico a vedere il progetto finito del film quando vi sarà la proiezione, e risentire le parole di Alma attraverso la mia voce.

Forse perché noi tutti siamo i peggiori giudici di noi stessi ed abbiamo delle aspettative che non sono realistiche.

Invece il red carpet lo vivo con grande leggerezza, anche perché forse sono un po’ così io nella vita, è un momento di sogno che non appartiene alla quotidianità, è un vero momento per sorridere e divertirsi.

Alla fine, è un momento glam diverso dalla vita di tutti i giorni, anche perché mi trucco poco, anzi sempre di meno e le scarpe da ginnastica sono il mio elemento preferito.



Ho avuto il piacere di vederti a teatro qualche anno fa, tornerai in scena con la nuova stagione?

Si tornerò, anche se proprio oggi stavo rosicando un po’ vedendo dei miei colleghi che con la riapertura al cento per cento delle sale erano già pronti con lo spettacolo, io sarò in scena a febbraio con “Fiori d’acciaio”, tratto dal celebre film del 1989 che vantava un super cast: Shirley MacLaine, Dylan McDermott, Julia Roberts, Tom Skerritt, Daryl Hannah, Sally Field.

Anche noi lo saremo, ed in più avremo la regia  di Micaela Andreozzi e saremo alla Sala Umberto, che ha debuttato la scorsa estate a Borgio Verezzi, insomma siamo pronte a partire.

La sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma: la rinascita POP

Si è conclusa la sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma che si è tenuta come di consueto presso l’Auditorium Parco della Musica, sempre sotto la direzione artistica di Antonio Monda (l’uomo che ha salvato il festival degli ultimi anni, risollevandolo e portandolo ad altissimi livelli) per la Fondazione Cinema Roma e presieduta da Laura Delli Colli.

Possiamo decisamente considerarla l’edizione della rinascita quella che è andata in scena, considerando che la scorsa edizione trovandosi nel fulcro della seconda ondata di pandemia, è passata praticamente inosservata sia per mancanza di ospiti che per assenza di pubblico.



Ogni anno il simbolo della manifestazione è proprio la locandina stessa, che questa volta è stata dedicata ad Uma Thurman, interprete di Kill Bill Vol.2, che con il suo sguardo tra il sensuale ed ipnotizzatore, ti obbliga a guardarla quasi come se fosse La Gioconda.

Possiamo considerarla un’edizione decisamente POP, infatti tra gli ospiti di oltre oceano abbiamo avuto da Quentin Tarantino, che tanto ama sia la nostra Italia da cui derivano le sue origini, ma soprattutto il nostro cinema, il suo red carpet è stato un vero e proprio one man show. È sempre bello vedere un regista come lui divertirsi nel far divertire il suo pubblico.



Una delle presenze più iconiche di questo red carpet romano è stata Jessica Chastain, protagonista del film di apertura The eyes of Tammy Fayeche ha sfilato con un vestito firmato Gucci.

E poi ovviamente i più attesi ed unici Johnny Deep ed Angelina Jolie in Versace Couture in maglina metallica, che ha sfilato con le sue figlie, presentando in anteprima il suo ultimo lavoro per la Marvel Pictures “Eternal”, nessuno meglio di lei poteva rappresentarlo.



Molto importante è stata anche la sezione Alice nella città, diventata una realtà assestante che si è sviluppata all’Auditorium della Conciliazione, e che proprio nella sua ultima serata ha visto protagonisti i nostri talent scelti come volti del Next Generations Awards e presenti nella nostra nuova edizione cartacea da collezione, ovvero: Giancarlo Commare, Ludovica Francesconi, Jenny De Nucci e Jozef Gjura.

Edoardo Purgatori: dal sogno di Ozpetek al cinema impegnato per le nuove generazioni

Si può dire che Edoardo Purgatori abbia seguito quasi letteralmente le orme dei genitori, con la madre attrice e storica dell’arte e il padre giornalista d’inchiesta. Negli anni riesce a conservare valori antichi e passione artistica con l’eleganza e il savoir-faire di un attore d’altri tempi. La sua formazione teatrale, anche oltreoceano, gli permette di conquistare il panorama televisivo e il grande schermo, dove spicca nella storia italiana “Quando corre Nuvolari”, approdando poi nel cast de “La Dea Fortuna” e “Le Fate Ignoranti” – la serie – selezionato da uno che non ha mai sbagliato un colpo in fatto di scouting di giovani promesse: Ferzan Ozpetek. Inoltre, lo vedremo anche come protagonista di un film contro il bullismo: “Ikos” di Giuseppe Sciarra…



L’ultima volta che ci siamo sentiti su Manintown era l’inizio del secondo lockdown. Cosa è cambiato nel frattempo?

È stato un periodo difficile ma ho continuato a lavorare tanto! A breve mi vedrete nel cast della serie Le fate ignoranti (tratta dal film cult di Ferzan Ozpetek) che uscirà la prossima primavera. Interpreto il ruolo di Riccardo , precedentemente interpretato da Filippo Nigro nel film. Sarà una delle prime serie di Disney + Star.

Visto il grande successo del film c’è stata un po’ di ansia da prestazione nel girare la serie?

Non posso negarlo, del resto è stato un film di grandissimo successo. A distanza di 20 anni, la tematica dell’omosessualità è più sdoganata, in questo senso penso ci sia stata più leggerezza nell’affrontare e proporre alcune scene. 

Come prosegue con il teatro, altra tua grande passione?

Al momento si svolgono le prove per uno spettacolo che girerò per la rassegna TREND. Stiamo realizzando un testo inglese di drammaturgia contemporanea, Girl in the machine. In questa avventura mi accompagna anche Liliana Fiorelli. In seguito riprenderà anche la Tournè di Mine vaganti a Dicembre, precedentemente interrotta per il covid.



E poi sempre tanto cinema…

Esatto, mi vedrete nel film di Mainetti con un cameo dove interpreto un soldato tedesco. Poi sarò con Paolo Virzi in Siccità, un film corale ambientato a Roma.  Ancora, nella produzione di Veronesi che mi vedrà protagonista insieme a Pilar Fogliati. Questo film che Giovanni ha scritto con lei mette in scena una serie di episodi sempre ispirati alla città di Roma.

Come prosegue invece la vita da papà?

Sono diventato padre in un periodo davvero difficile, ma ci ha portato fortuna. È un’avventura meravigliosa da bilanciare con tanti impegni e non vedo l’ora di fare il bis…

Sei tra i protagonisti del nostro numero dedicato alle nuove generazioni. Un giovane attore che reputi promettente?

Oggi rispetto al passato ci sono più possibilità di lavoro anche per i giovanissimi. Tra i ragazzi più in gamba cito Giulio Pranno, Gabriel Montesi (con cui ho lavorato nel film di Virzì) e ancora Jacopo Antinori. 

Tra le ragazze: Lia Grieco, scoperta nella serie Netflix Luna Nera.



Sempre in questo numero parliamo di places, tu che tipo di viaggiatore sei?

Decisamente avventuroso, il viaggio è sempre stato una parte integrante della mia vita. Ho un animo nomade e viaggiare è sinonimo di scoperta di vita.

Una destinazione insolita che ci consiglieresti? 

Perù, decisamente una grande scoperta. Poi Cuba, ma non nelle tratte classiche, da vivere con zaino in spalla per scoprire la cultura dei paesi meno noti.

Il tuo desiderio per il futuro?

Continuare a lavorare come oggi con persone che stimo profondamente e magari arrivare a realizzare la regia di un film. Un altro figlio/a, l’avevo già detto? (ride ndr)


Photography by Davide Musto 

Styling by Rosamaria Coniglio 

Grooming Giulia Mariti – Making Beauty Management 

Location Villa Egeria – Appia Antica 

Photographer Assistants Dario Tucci, Edoardo Russi and Valentina Ciampaglia 

Styling Assistant Federica Pannetti 

Edoardo Purgatori wears Paoloni 

Special thanks Rocco Panetta | Ganesh Poggi Madarena

COVER: Coat and pants| Paoloni Shirt | Alessandro Gherardi

Simone Baldasseroni, alias Biondo, nel suo futuro c’è il cinema

Simone Baldasseroni, che tutti abbiamo imparato a conoscere con il nick di Biondo che lo ha reso celebre nel mondo della musica, ora ha cambiato le sue prospettive, infatti il sacro fuoco della passione si muove per il cinema.

Determinato e con obbiettivi da raggiungere che lo contraddstinguono, lo vedremo presto debuttare su RAI1 come protagonista in “crazy for football” al fianco di Sergio Castellitto, film appena presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Come è andata la presentazione di “Crazy for football” alla Festa del Cinema di Roma”.

Nonostante io abbia già fatto diverse cose tra Amici e Festival di Sanremo, quest’esperienza per me è stata completamente nuova ed elettrizzante, ogni singolo momento è stato incredibile, dalla conferenza stampa che ho fatto la mattina, al red carpet, arrivando alla proiezione del film che è stato emozionante per tutto il cast.

Quando sei in sala ed ascolti sei lunghi minuti di applausi del pubblico, capisci che tutto quello che hai fatto e per cui hai lavorato per tanti mesi è arrivato a tutti.



Sei giovane ma magari ci sei abituato, che cosa provi quando cammini sul red carpet.

In realtà è un po’ una novità anche per me, perché è un contesto completamente e diverso da quello a cui sono abituato, sapere di avere una proiezione con un mio film dopo forse è stata l’emozione più grande. Il cuore mi batteva talmente forte che pensavo potesse scoppiarmi da un momento all’altro.

La tua prima passione è stata la musica, quando è arrivata quella per la recitazione?

Sin da piccolo ero iscritto ad un corso di recitazione con Rolando Ravello ed avevo anche iniziato a fare qualche provino, ma in quel momento il mio vero focus era la musica, quindi ho tralasciato tutto vedendo i primi risultati dall’altra parte.

Poi nel 2019 mi viene proposto un cortometraggio come protagonista e non ci ho pensato su due volte e l’ho fatto, ed il risultato è stato che ho capito di sentirmi a mio agio come poche volte trovandomi sul set.

Dopodiché proprio Rolando mi propose un film “E’ per il tuo bene” con un super cast, da Gianmarco Giallini a Vincenzo Salemme, io il provino l’ho fatto assolutamente senza aspettative, ed invece l’ho vinto. Ero incredulo.

Ed in quell’occasione ho risentito il vero fuoco della passione che sentivo essersi affievolito con la musica.

Che cosa vedi nel tuo prossimo futuro: cinema o musica?

In questo momento sicuramente il cinema, perché mi fa star meglio in questo momento, ciò non implica che io lascerò la musica, anzi, ho anche un disco in uscita ed ho anche tanti fan che non vedono l’ora di poterlo ascoltare, quindi di certo non lo lascerò in stand-by.

Posso dirti che sto frequentando un’accademia, quindi mi applico e voglio essere forte sapendo di potermi migliorare.



Sei tornato a vivere nella tua città: la capitale.

E si, dopo quattro anni trascorsi a Milano ora son tornato a Roma anche perché avevo da girare per diversi mesi “Crazy for football” e poi tanto il cinema è tutto qui, sarebbe inutile restare su.

Che cosa ti diverte di più nella vita? Musica e cinema a parte.

Ma, io son fatto così, sono una persona estremamente curiosa, e quando vado in fissa per qualcosa mi ci butto a capofitto per mesi, poi trovo un altro interesse che mi stuzzica e cado in fissa per qualcos’altro, ecco come mi diverto.

Invece la cosa che ti fa più incazzare qual è?

Sicuramente le persone senza ambizione o senza voglia di far niente, a volte bisogna anche saper azzardare, magari pensare di diventare presidente degli Stati Uniti, ma senza un motivo per cui alzarsi la mattina non lo concepisco davvero.


Photography by Davide Musto 

Styling by Francesco Mautone 

Photography assistants Valentina Ciampaglia and Edoardo Russi 

Styling assistant Federica Pennetti 

Make up and hair Marialivia Igliozzi – Making Beauty Management

Cover look: Total look | Philipp Plein

Il cinema italiano non è mai stato così cool: Giancarlo Commare



Di Giancarlo Commare, che è stato recentemente premiato a Venezia 78’ con il Next Generation Awards di MANINTOWN, possiamo dire che non è stato difficile far ricadere la scelta su di lui, infatti, il suo stesso percorso lo ha rivelato come il migliore attore della nuova generazione di talenti del cinema italiano. Negli ultimi anni è entrato nelle case con serie TV come “SKAM”, che hanno lasciato una breccia nel pubblico. Ha iniziato come ballerino per poi diventare un attore dalle mille sfaccettature come possiamo apprezzare ora al cinema.

La sua interpretazione in “Maschile Singolare”, con il ruolo di un ragazzo gay che ha intrapreso in modo talmente naturale da poterlo avvicinare al fruitore senza sovrastrutture, proprio per questo motivo è stato accolto dal pubblico LGBT a braccia aperte.



Lo definirei un attore libero, in quanto cresce con i ruoli che sceglie di vivere, e questa è la magia del cinema e per un interprete è la magia della vita.Ora lo possiamo vedere al cinema con “Ancora più bello”, seguito de “Sul più bello” al fianco di Ludovica Francesconi.

Com’è arrivare a Venezia, fare il red carpet, ed essere premiato?

Che domanda mi fai? Come faccio a descriverti in due parole un’emozione così grande. Mi ero sempre detto che non avrei mai fatto il red carpet di Venezia senza motivo, solo per la velleità di esserci, ed ho aspettato che succedesse, tutto li.

L’unica cosa è stata che quando mi sono ritrovato sul tappeto rosso mi è sembrato tutto assurdo con le emozioni amplificate. Ora però devo dire che appena prima di allungare il primo passo davanti ai fotografi, anche perché al secondo stavo per inciampare, mi son sentito un po’ come succede nei film quando ti passa tutta la vita davanti, ecco questo è quello che è successo a me in quel momento.

E che cosa hai visto?

Tutto dall’inizio, come una bobina srotolata, da quando facevo il cameriere, a quando pulivo il gabinetto del locale a fine serata, la mia infanzia, i sacrifici, ci son stati momenti dove realmente non avevo nulla dentro il frigorifero e quando lo aprivo faceva l’eco.

Ho pensato anche a mio padre, con cui non ho un rapporto, devo dire che son state più le cose brutte cose che son affiorate in quegli istanti, per fortuna è durato un attimo, anche perché poi ho capito che era il mio turno e toccava a me sorridere ai fotografi.

Per la prima volta nella mia vita mi sono detto: Giancarlo, te lo meriti vai!



Come mai ti sei detto solo in quel momento una frase così, di obbiettivi ne hai già raggiunti tantissimi

Son fatto così, sono molto pretenzioso nei miei confronti in tutto quello che facevo non bastava mai, e dentro di me sentivo sempre la voce che diceva, devi fare di più non basta, e questo ha fatto in modo tale da non riuscire a godermi mai i meriti che mi son stati dati o che mi son preso.

Anche in quest’ultimo anno in cui mi sono successe tantissime cose, e un po’ come se non avessi avuto la piena consapevolezza del tutto.

Ho vissuto Venezia come una luce su tutto il mio lavoro svolto negli ultimi anni.



Possiamo dire che sei stato un privilegiato in quanto tra un lock down e l’atro non ti sei mai fermato

Me ne stupisco anch’io ma a parte i primi due mesi dove ci siamo fermati tutti, poi ho ripreso subito, e prima della pandemia erano esattamente venticinque mesi che lavoravo no stop.

Ho avuto dei momenti in cui recitavo su quattro set diversi allo stesso momento senza rendermene neanche conto.

E adesso entri anche nel seguito di “Sul più bello”.

Esatto, in tre mesi abbiamo girato tutti e due i sequel “Ancora più bello” e “Sempre più bello”.

Devo ammettere che è stato un complesso per me a livello personale, stavo attraversando un momento difficile e girare due film insieme credo che non sia mai facilissimo, in più dovendo completare anche altri lavori mi ritrovavo sempre in treno a fare il pendolare tra Torino e Roma.


Photography by Davide Musto 

Production & Styling by Alessia Caliendo 

Grooming Kemon 

Location Teatro Brancaccio Roma 

Special thanks to Romeow cat bistrot 

Photographer’s assistants Dario Tucci, Riccardo Albanese and Valentina Ciampaglia 

Stylist’s assistant Andrea Seghesio 

Piazzolla, la rivoluzione del Tango di Daniel Rosenfeld

Astor Piazzola è stato un visionario, l’uomo che ha rivoluzionato il tango, come ci racconta Daniel Rosenfeld nel suo documentario in uscita l’8 ottobre in tutte le sale cinematografiche.

Italiano di origine, cresciuto in Argentina per migrare negli Stati Uniti a New York, dove ha continuato a sviluppare la sua passione per la musica che contraddistingue la sua terra: il tango.



Chi era Piazzolla?

Un appassionato, un avanguardista, uno dei più importanti compositori del XX secolo.  In generale, le persone che dicono di essere all’avanguardia non sono all’avanguardia. Piazzolla fu l’eccezione: sapeva che il suo fuoco era unico. Pochi artisti sono capaci di creare un alfabeto proprio. Basta ascoltare sei note per capire che questo suono è Piazzolla.

Era decisamente un personaggio eclettico, ha sperimentato e non solo nella musica, ha persino fatto la caccia agli squali, non è da tutti.

Piazzolla è stato testimone di un cambiamento d’epoca, immaginalo negli anni ’30 a New York, quel mix eclettico credo provenga dalla sua infanzia, deve aver lasciato un segno. Un Piazzolla bambino che ascolta il jazz di New Orleans, un concerto di Al Johnson, che si sveglia con le melodie di quartiere delle comunità italiane e dell’Europa dell’Est, che prende lezioni di Bach con il suo vicino di casa, quando aveva meno di 11 anni si era già esibito in un film di Carlos Gardel girato a New York… Senza dubbio, è stata un’infanzia eclettica, che ha riguardato anche altri aspetti come le lezioni di boxe con Jack Lamotta, o l’essere ritratto in carboncino da Diego Rivera mentre preparava il suo famoso murale.



In che cosa consiste la sua rivoluzione?

La sua rivoluzione è musicale, ha fatto cambiamenti armonici e ritmici, ha creato una sonorità che non era una ripetizione. Ha cambiato la tradizione del tango, ma mantenendo sempre un mormorio di musica tango. Faceva musica che non era per ballare, perché ai vecchi tempi, negli anni ’40 e ’50, le band suonavano per far ballare il pubblico.

È molto singolare che un argentino di origine italiana trasferito a NYC abbia potuto fare questo.

Sì, suppongo che il padre di Astor cercasse una vita migliore. Ha lasciato l’Argentina, “alla ricerca del sogno americano”. Suo padre lavorava da un parrucchiere, nel retro si raccoglievano scommesse, Nonino – come Astor chiamava suo padre – gli comprò il suo primo bandoneón proprio in quel negozio. Credo sia lì che Astor abbia formato il suo carattere, finché non tornarono in Argentina, e Astor non aveva nemmeno 12 anni.

È interessante pensare che all’età di 40 anni, Astor cercò di ripetere la storia di suo padre, portò tutta la sua famiglia a New York, per tentare la fortuna.

Penso che a segnare quel suono malinconico del bandoneón sia stata, più che Buenos Aires, proprio New York.



Libertango ha segnato la svolta per farlo conoscere in tutto il mondo, cosa mi vuoi dire a riguardo?

È un’opera composta in Italia. In Italia ha avuto uno dei suoi periodi creativi più forti, era inarrestabile, un vero e proprio turbine.

Suo figlio Daniel Piazzolla ricevette il demo di Libertango per posta e disse: “questo è Quincy Jones ma con la musica di mio padre”.

Forse ha avuto l’intuizione che la gente non avrebbe più ballato il Tango in quanto nuovi balli come il rock & roll stavano arrivando e lo ha modernizzato?

Sì, forse… All’epoca c’erano nuovi ritmi come il Boggie, che i giovani di allora preferivano al tango tradizionale. Ma Piazzolla era interessato alla musica classica, a Bartok, a Stravinsly, per questo incontrò Arthur Rubinstein per chiedergli un consiglio. C’è da ricordare, poi, che Astor si formò con Ginastera, con la grande maestra di compositori Nadia Bulanger. Ma bisogna dire la verità: l’essenza di Piazzolla c’era già prima di tutti i suoi maestri. Non voleva copiare, voleva innovare, e aveva gli strumenti per farlo.

Perché è stato attaccato così tanto quando ha apportato delle novità al Tango?

Semplicemente perché ha rotto con la tradizione, il che non è poco. L’hanno chiamato “assassino del tango”.

Come ti è venuta l’idea di fare un documentario su Piazzolla?

La vita di Astor sembra dispiegarsi all’infinito da tutte le parti, senza limiti. Per questo ho voluto fare un film che fosse Piazzolla per Piazzolla, senza interviste e con archivi familiari inediti. Questo film, oltre a ritrarre un genio musicale, racconta anche la profondità del legame ancentrale tra genitori e figli. Non solo Nonino e Astor, anche Diana che cerca suo padre e, naturalmente, Daniel Piazzolla e suo padre. E l’amore tra tutti loro; quella parola che a volte suona così banale.

E il centenario è un buon momento per osare la riscoperta di Piazzolla, un’occasione per disarmare il cliché che tutti abbiamo su di lui e le sue composizioni. Ricordo che in una delle proiezioni a Buenos Aires c’era tutta una fila di amici cinquantenni che avevano portato i loro nipoti, perché potessero incontrare Piazzolla. Alla fine ho sentito un adolescente abbagliato dall’ottetto che ha esordito con un: “Zio, questo non è tango!”.

Marco Aceti ed il suo momento magico

Marco Aceti, sin dal suo primo ruolo di Cesare in “Notte prima degli esami” di strada ne ha fatta tantissima, senza mai tralasciare il suo primo lavoro, o come lo chiama lui il suo primo amore ovvero il Vigile del Fuoco.

Chi fa un mestiere come il suo, sicuramente deve avere un cuore d’oro, forse non per tutti ma sicuramente è il suo caso.

Possiamo dire che sicuramente quello che lo aspetta è un autunno di fuoco, infatti ora è in scena al Teatro Petrolini di Roma con uno spettacolo molto forte intitolato “Le regole del gioco”, e poi su Amazon Prime Video con il nuovo film che lo vede protagonista “Lettera H”, basato sulle vicende del mostro di Firenze.



Hai sempre avuto la passione per la recitazione?

Certo, sin da piccolo infatti ho iniziato con i fotoromanzi, con la famosa Lancio, la casa di produzione, però mi son accorto subito che non ero soddisfatto in quanto davo la battuta con l’intenzione, però poi l’azione non c’era.

Poi ovviamente ho studiato recitazione e ad un certo punto mi è arrivato il ruolo di Cesare a diciassette anni per “Notte prima degli esami”, un ragazzo simpatico, anzi un vero e proprio guascone, un personaggio che mi ha dato una discreta popolarità in quanto il pubblico si era affezionato a lui.

Il classico ragazzo di borgata senza pensieri che porta sempre allegria, non ti nego che sono molto legato a lui.



Però il tuo lavoro è quello di Vigile del Fuoco.

Lo sono da quasi diciassette anni, e ti dirò la verità quando mi arrivò la cartolina per il militare io avevo già fatto “Notte prima degli esami”, e scelsi di fare il pompiere semplicemente perché avevo la caserma vicino casa, mi sembrava la scelta migliore.

Così per caso mi sono affacciato ad un lavoro di cui mi sono innamorato gradualmente, anche perché quotidianamente mi regala esperienze incredibili, ed alla fine mi è sempre servito per bilanciare il lavoro di attore che non sempre magari riesce riempirti al cento per cento.

Credo di poter dire di essere ad un punto artisticamente alto della mia vita, con dei progetti in cui credo con tutto il cuore, quindi lo vivo al meglio.



Come fai a far collimare le due professioni?

Per me è naturale, sono due mondi paralleli, ci son cresciuto, fare il pompiere è il mio lavoro, fare l’attore è la mia passione, quello che ho sempre sognato di fare sin da piccolo.

Uno compensa l’altro in maniera inscindibile.

Raccontami del tuo spettacolo teatrale.

Siamo ora in scena al Teatro Petrolini dal 5 al 10 ottobre con “Le regole del gioco”, che è la storia di una crisi coppia, con la resa dei conti finale tra separati, dove andiamo a toccare diversi aspetti, come la violenza psicologica femminile, che viene fatta nei confronti dell’uomo di cui si parla poco.

Per poi arrivare alla psicopatia, per poi arrivare al femminicidio di cui sentiamo tristemente parlare anche troppo.



E poi hai anche “Lettera H” in uscita su Amazon Prime Video.

Lettera H, lo considero un po’ come il mio bambino per la regia di Dario Germani, Giulia Todaro è l’altra attrice protagonista ed è un film che tratta uno degli omicidi del mostro di Firenze, quello della FIAT 127.

Lettera H, è il nome del tipo proiettile utilizzato dal famigerato gruppo di merende del mostro di Firenze, ed andiamo a raccontare la storia di Sebastian, che per l’appunto interpreto, un ex nazi-skin, completamente tatuato, infatti avevo ventitre tatuaggi di scena fantastici che mi facevano compagnia.

Seba fa il carrozziere e compra una macchina da restaurare, ignaro del fatto che l’auto fosse appartenuta ai malcapitati dell’omicidio, così entrando in contatto con la storia accaduta, inizia un viaggio mentale che lo porterà a mettere in atto quello che ha visto nel suo trip.

Il ritorno del premio Roberto Rossellini

In anteprima alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia mercoledì 8 settembre alle ore 11.00 presso l’Italian Pavilion la nuova edizione del Premio Internazionale Roberto Rossellini.



Troppe volte l’Italia si dimentica di celebrare i suoi maestri, cosa in cui invece sono bravissimi gli americani, ecco finalmente stiamo imparando a farlo. Rossellini maestro indiscusso del cinema italiano nel mondo.

Il Premio Internazionale Roberto Rossellini, ha l’ambizione d’incentivare i giovani talenti, in Italia e nel mondo – importante, in tal senso, il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di New York e di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, assieme alle partnership degli Istituti di Los Angeles e di Pechino, e ad altri istituti italiani operanti nel mondo – e inaugurare un percorso di studio parallelo e coincidente con il Progetto completamento dell’Enciclopedia Audiovisiva della Storia, fortemente voluta da Roberto Rossellini.

Interverrà, inoltre, Francesco Verdinelli, Assessore alla Cultura del Comune di Calvi dell’Umbria – dove questa estate si è svolto il Premio Nazionale in onore di Rossellini – che decreterà ufficialmente i nomi dei vincitori ed enuncierà i tre titoli delle sceneggiature premiate dalla Giuria presieduta da Renzo Rossellini e composta da Silvia d’AmicoLia Francesca MorandiniGualtiero Rosella

L’Evento di Calvi apre alla prospettiva di manifestazioni analoghe nell’intero territorio nazionale, purché coerenti con gli obiettivi del Premio e in sinergia con il Premio Internazionale Roberto Rossellini, con la finalità di valorizzare il patrimonio artistico-culturale della provincia.



Nato nel 1999 a Maiori – località particolarmente cara al maestro del cinema italiano, in cui ha girato diversi film come: Paisà, 1946; L’amore, 1948; Viaggio in Italia, 1954 – per volontà di Renzo Rossellini (figlio del celebre cineasta), il Premio è stato sospeso nel 2013 a causa della mancanza dei necessari apporti finanziari.

Dopo questa lunga pausa, durata circa un decennio, la manifestazione riprende finalmente la sua attività.

Il punto di partenza sarà il rinnovato omaggio al maestro, portando avanti la sua idea di cinema e di arte: cinema etico e Umanesimo, ricerca di verità nel frammento del presente ed interpretazione della storia.

La cerimonia di premiazione del Premio Internazionale Roberto Rossellini si terrà alla Casa del Cinema di Roma il 18 dicembre 2021, all’interno della XIII edizione dell’International Fest Roma Film Corto.

‘Les Amateurs: Designers in Quarantine’, il futuro della moda secondo 20 giovani creativi da tutto il mondo

Per Millennial, membri della Gen Z, giovani in generale la pandemia ha rappresentato un fenomeno dalle conseguenze se possibile ancor più disastrose che per il resto della popolazione, un colpo micidiale inferto a generazioni costrette già da anni a confrontarsi con crisi di ogni tipo – economiche, politiche, sociali, identitarie… – e prospettive oltremodo ristrette, angustianti (vedi alla voce emergenza climatica). Eppure, come vuole l’adagio, non tutto il male viene per nuocere, e c’è chi, nel lockdown del funesto 2020, ha colto un’opportunità inaspettata per ascoltarsi, per riflettere su ciò che è realmente importante nelle nostre esistenze mai così frenetiche e colme d’incertezza, sforzandosi di immaginare un futuro comunque migliore di questo tribolatissimo presente, a livello individuale e collettivo. Facendo leva magari sulla moda, che per sua stessa natura è espressione dello Zeitgeist, uno strumento formidabile per indagare la contemporaneità provando, allo stesso tempo, ad anticiparne cambiamenti ed evoluzioni.

Sono partiti da considerazioni simili Federico Cianferoni e Maxence Dinant, giovani autori del documentario Les Amateurs: Designers in Quarantine, in cui a riflettere sul futuro del fashion system sono creativi da tutto il mondo, dall’Europa all’India, da Londra a Buenos Aires, costretti – come da titolo – nelle rispettive abitazioni dal confinamento generalizzato dello scorso anno. Girati dagli stessi protagonisti, i filmati li mostrano all’opera durante le lunghe giornate della quarantena: le riprese indugiano su mani che sfiorano abiti in lavorazione, tagliano stoffe, tracciano figurini sul foglio, muovendosi su tavoli ingombri di “ferri del mestiere”, tra spilli, forbici, rotoli di tessuto, cartamodelli, libri, illustrazioni et similia.
Le venti personalità scelte sono ovviamente assai diverse tra loro, che siano però studenti o professionisti affermati, al servizio di griffe blasonate (saltano all’occhio nomi del calibro di Gucci, Alexander McQueen, Helmut Lang e Berluti) o indipendenti, condividono tutti la necessità, l’urgenza quasi, di tornare all’essenza della moda, creando per il puro piacere di farlo, assecondando un’inclinazione.

I due registi spiegano come lo spunto sia venuto dalle riflessioni condivise, nel marzo 2020, da Li Edelkoort: in una conversazione con il direttore di The Business of Fashion Imran Amed, la trend forecaster olandese, abituata com’è a indagare lo stato dell’arte del mondo fashion, aveva  parlato infatti di «inizio dell’epoca dell’amateur», sostantivo francese derivato dal latino amator (“colui che ama”) che, stando alla definizione della Treccani, designa una persona «che ha amore, inclinazione, trasporto verso un determinato oggetto», «chi si diletta di qualche cosa» oppure un «ricercatore, collezionista». Limitandosi all’industria modaiola, è dunque appropriato per indicare quei cultori che, nella loro pratica, canalizzano ed esaltano valori quali autenticità, inventiva, sostenibilità, artigianalità, dedizione, proprio come i designer che compongono il mosaico di voci della pellicola.

Aperto da una rapida testimonianza dei momenti surreali causati dal Covid-19, i cui effetti continuano tuttora a riverberarsi, il documentario consta di tre capitoli, introdotti da autorevoli insider: Angelo Flaccavento, critico, curatore e firma di punta di testate come Vogue Italia, Il Sole 24 Ore e System (L’Amore per l’autenticità), la coordinatrice italiana di Fashion Revolution Marina Spadafora (L’Amore per l’artigianato) e Sara Sozzani Maino, Head di Vogue Talents (L’Amore per il pianeta e il patrimonio mondiale).
Gli stessi Cianferoni e Dinant hanno d’altronde una certa dimestichezza col settore: il primo, regista e sceneggiatore di origine toscana, nel 2018 ha diretto un fashion film per la stilista Francesca Liberatore (How Far Is Our First Kiss) e il documentario sull’architetto della moda Gianfranco Ferré, Identity Through Ferré, vincitore nella sua categoria al Bokeh South African International Fashion Film Festival; il secondo ha un background da designer e, dopo la laurea alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, ha lavorato a lungo negli uffici stile di rinomate maison (tra le altre Jil Sander, Dolce&Gabbana e Salvatore Ferragamo), per poi studiare recitazione negli Stati Uniti e stabilirsi a Milano, dove si divide tra molteplici ambiti creativi, dalla scrittura alla regia.

I due film-maker, ritratti nelle foto che accompagnano l’articolo da Davide Musto, presenteranno Les Amateurs: Designers in Quarantine a Venezia dal 2 al 7 settembre, nella cornice del Venice Production Bridge, la sezione market della 78esima Mostra del Cinema; la discussione sui possibili – e auspicabili- scenari futuri della moda, più intimistici e a misura d’uomo, passa anche dal Lido.



Ph. Davide Musto
Ph. Assistant Angelo De Marchis
Stylist: Rosamaria Coniglio
Grooming Maria Esposito per Simone Belli Agency 
Location NH Collection Vittorio Veneto 


Prove di libertà: il lockdown del cinema italiano

Ph: Riccardo Ghilardi

Dopo il grande successo di pubblico e stampa riscosso al MAXXI – Museo delle Arti del XXI secolo e a Cinecittà, la Mostra di Riccardo Ghilardi “Prove di Libertà” approda a Venezia in occasione della 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presentando ritratti intimi e inediti di grandi protagonisti del nostro cinema, scattati nei mesi del primo lockdown.

Siamo orgogliosi del successo che sta riscuotendo la mostra che abbiamo immaginato nei mesi del primo lockdown, e di presentarla a Venezia, vetrina internazionale di Cinema, in modo che le immagini possano raccontare al mondo la capacità dei nostri artisti di ritrovare se stessi, le proprie passioni e affetti, nonostante il periodo difficilissimo, trasformandolo in una “prova di libertà”, soprattutto interiore” dichiara Nicola Maccanico, Amministratore Delegato di Cinecittà SpA.



Luca Fiumarella, direttore marketing e comunicazione Mastercard Italia, afferma: “Siamo davvero felici di aver contribuito alla realizzazione di questa bellissima mostra che da un lato celebra la passione per il cinema con una prospettiva davvero originale e dall’altro testimonia la grande creatività Italiana che non si ferma neanche davanti a una pandemia globale e riesce sempre a stupire”


Alberto Barbera, direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che, insieme a Laura Delli Colli, Presidente SNGCI e Presidente della Fondazione Cinema per Roma e al giornalista Malcom Pagani, ha firmato una delle introduzioni al catalogo omonimo pubblicato con Skira, lo descrive così: “Nel tempo della clausura imposta, ciascuno di noi si è affidato a un certo numero di rituali per limitare l’angoscia, occupare il tempo, liberare la mente dalle catene neanche troppo metaforiche che tenevano il corpo imprigionato dentro le mura domestiche: darsi da fare ai fornelli, rimpinzarsi di film e serie TV, cercare scampo nelle chat o nella lettura, uscire a cantare sui balconi. Evasioni virtuali, fughe ipotetiche, prove di libertà. Come quelle che Riccardo Ghilardi ha documentato con la sua macchina fotografica, fissando istanti emblematici nella vita di registi, attrici e attori alle prese con le prove inedite non di un film, ma di pura e semplice sopravvivenza. Il tempo sospeso della vita in pausa forzata ha regalato al fotografo l’occasione di una complicità̀ senza precedenti, fornendo a questi scatti un’autenticità̀ che nessun ritratto posato – per quanto bello e riuscito – era forse riuscito a conseguire in precedenza”. 



Riccardo Ghilardi spiega: “Era il 12 marzo quando attraversando le strade vuote mi sono trovato a passare davanti alla casa di un amico caro, prima che un attore meraviglioso. Non ho resistito a citofonargli per salutarci a distanza e scambiarci emozioni. Ho scattato la prima fotografa, diversa da tutti i ritratti “comodi” a cui ero stato abituato nel mio percorso artistico. Così è nata l’idea di  questo lavoro. Un “manifesto” del cinema che attende con ansia, studia, si prepara e non vede l’ora di ripartire. Ringrazio Camilla Cormanni, di Istituto Luce Cinecittà, per aver compreso l’importanza della testimonianza che mi accingevo a riprendere, rendendone possibile la realizzazione”.



Prove di libertà è organizzata da Camilla Cormanni per Luce Cinecittà, curata da Martino Crespi, realizzata con il sostegno di Mastercard, il supporto della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del MIC. Visibile gratuitamente dal 1 all’11 settembre 2021 presso Palazzo Pisani Moretta di Venezia, Sestiere San Polo, dalle 10 alle 18 (salvo modifiche dovute alla legislazione Covid vigente al momento). 


Una Croisette a sorpresa per la 74° edizione del Festival di Cannes

Si è appena conclusa la 74ª edizione del Festival di Cannes si è svolta a Cannes dal 6 al 17 luglio 2021, dopo essere stata originariamente prevista dall’11 al 22 maggio e posticipata a causa della pandemia di COVID-19 in Francia.

Possiamo dire che finalmente abbiamo visto un evento svolgersi in maniera superlativa e senza intralci dovuti a misure di sicurezza o distanze che ci  complicano la vita da un anno e mezzo.

Il plotone d’esecuzione del primo giorno è stato di tutto rispetto, con una Jodie Foster in splendida forma che ha ricevuto un premio alla carriera, proprio lei che da ragazzina aveva esordito a Cannes al fianco di Robert De Niro per “Taxi Driver”.

Era accompagnata dall’oramai pluripremiato Tahar Rahim, con cui ha condiviso il film “The Mauritian”, storia vera che racconta le vicissitudini di un uomo incarcerato ingiustamente a Guantanamo Bay.

Rimarrà alla storia la gaffe del presidente di giuria Spike Lee, che non ha atteso il momento giusto della lettura della busta ed ha spifferato il vincitore ovvero “Titane” pellicola di Julia Ducournau.

L’Italia rimane a mani vuote con lo sconforto di Nanni Moretti con il suo “Tre piani”, ma potevamo intuire che non vincesse nulla dal fatto che non fossero programmati né regista né cast per la passerella finale.

La Palma d’onore va a Marco Bellocchio, visibilmente commosso e premiato da Paolo Sorrentino e Pierfrancesco Favino, uno dei suoi attori preferiti che ci regala sempre magistrali interpretazioni sotto la direzione del maestro.

La standing ovation non si è fatta attendere.

Lo statunitense Caleb Landry Jones ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile al 74esimo Festival di Cannes: è stato premiato per il suo ruolo in ‘Nitram, dove interpreta un giovane borderline che sta per commettere uno dei peggiori omicidi della storia australiana.

Ultimo applauso va assolutamente all’ultima delle dive esistenti, quella che possiamo incoronare dopo tutti questi anni la regina della Croisette, col suo capello corto che la rende unica ovvero Sharon Stone.

Il suo abito tempestato di fiori come una primavera del Botticelli ha portato una ventata di freschezza italiana con un design di Dolce & Gabbana fatto apposta per l’occasione, senza dimenticare il suo impegno per AMFAR, che raccoglie fondi per la ricerca dell’HIV.

Stefano Malchiodi e Domenico Croce, ecco i vincitori del David di Donatello 2021 per il migliore cortometraggio: “Anne”

Quest’anno ai David di Donatello 2021 ad aggiudicarsi la tanto desiderata statuetta come miglior cortometraggio sono stati due giovani registi Stefano Malchiodi e Domenico Croce, altri due talenti plasmati dal Centro Sperimentale di Roma. In un’edizione ovviamente diversa dal solito a causa del distanziamento sociale che ci impone la pandemia, hanno trovato il modo di emergere con un progetto degno di nota, ricco di dettagli che sapientemente hanno aggiunto il carattere che li ha portati al trionfo. Ecco cosa ci ha raccontato Stefano.



Eravate presenti alla cerimonia dei David?

Sì, assolutamente eravamo in sala, nello studio televisivo, in quanto una parte degli invitati erano nel teatro dell’opera per un a questione di capienza delle sale.



Come ci si sente a ricevere il premio più ambito del nostro paese?

La prima reazione è stata quella dell’incredulità, quando si vincono premi così grossi per due ragazzi appena usciti dalla scuola ed autoprodotti, la sensazione è davvero immensa. È la storia di studenti cresciuti insieme, ed indipendenti, ecco una bella differenza dagli altri candidati.

Come nasce l’idea di Anne?

La storia di Anne, l’avevo trovata sul web diversi anni prima, e la verità è che mi rimase così impressa in quanto quasi surreale, e l’idea di poterne far qualcosa in futuro mi ha sempre accompagnato. Ovviamente quando ho iniziato la scrittura mi son dovuto andare ad informare meglio sul dettaglio anche perché volevo essere fedele il più possibile alla storia reale. Distinguendo ciò che fosse realtà o mistificazione. Questa è una storia realmente accaduta.

A cosa si lega la grafica del vostro cortometraggio?

La scelta è molto legata al tipo di storia, e a noi interessava giocare con i due piani della realtà e del racconto. Ovvero, gli incubi del bambino, con la grafica che a livello istintuale ti porta a collegarlo a delle immagini molto realistiche. Per noi è stato anche un modo di porre lo spettatore a scegliere quale fosse il piano di riferimento a cui fare fede.

Avete anche scelto la lingua inglese, dimmi perché.

Questo semplicemente per una questione di fedeltà alla storia, in quanto il protagonista era un ragazzo americano e ci interessava essere rispettosi nei suoi confronti.

Lo avete portato in giro per svariati Festival prima di arrivare ai David?

Sì, il primo è stato il “Giffoni Film Festival”, appena terminato il lavoro nel 2019 nella sezione Parental Experience, poi il “Cortinametraggio” dove abbiamo vinto tre premi, tra cui il Cinema RaiPlay, infitti è visibile proprio li il nostro corto, e poi un altro premio che ci porterà nelle sale cinematografiche in visione prima di altri film, insomma non potevamo chiedere di meglio.

Tahar Rahim: il vero fuoriclasse del cinema francese

Tahar Rahim, è un attore francese di origine algerina e possiamo dire tranquillamente che sta vivendo un momento d’oro della sua carriera artistica. È da poco stato nominato dalla stampa straniera ad un Golden Globe per sua magistrale interpretazione in “The Mauritian”, la vera storia tratta dal libro “Guantanámo Diary”. Al suo fianco nel film nientemeno che Jodie Foster. Ci racconta l’emozione di trovarsi sul set con una Oscar & Golden Globe winner. Il film uscirà a breve anche in Italia. Su Netflix, lo troviamo classificato ai primi posti con “The Serpent”, miniserie televisiva che racconta le rocambolesche avventure di Charles Sobhraj serial killer che ha operato negli anni 70’ nel triangolo d’oro della droga nonché crocevia degli hippie. La sua trasformazione per entrare nei panni del personaggio è davvero strabiliante, un vero fuoriclasse.

Come ci si sente ad essere nominati ad un Golden Globe come miglior attore per “The Mauritian”, in un film con Jodie Foster?

Che ti posso dire ci sente al settimo cielo al punto di dirmi che è incredibile. Quando sei un attore della mia generazione e sei cresciuto con i suoi film è quasi un sogno, ho dei ricordi vividi, di me, che vado al cinema a vedere “Contact” o “Il silenzio degli innocenti”, è una vera leggenda. Non ti nascondo che la prima volta che mi sono ritrovato davanti a lei ero quasi intimorito, ma dopo pochi secondi Jodie riesce a metterti a tuo agio e rilassato al punto da dimenticare quasi chi rappresenta.



Non è ancora uscito in Italia “The Mauritian”, perché raccomanderesti al pubblico di vedere il tuo film?

È una storia davvero molto importante che ha bisogno di essere raccontata, perché è una storia che parla di libertà, delle dure regole della legge e di umanità, la storia di un uomo che è stato imprigionato a Guantanámo Bay per quattordici lunghi anni senza neanche un capo d’accusa contro di lui. Mohamedou Ould Slah è passato attraverso un vero inferno in carcere quando è uscito come uomo libero ha voluto perdonare tutti, questo significa raggiungere un livello di perdono che va al di la di ogni immaginazione, una vera dimostrazione di anima pura e bellissima.



Devo citare una tua battuta del film “Come hai imparato il tuo inglese” visto che è impeccabile e senza nessun accento francese.

La verità? È che ho dovuto lavorare duramente, ho sempre amato la lingua inglese sin da bambino, ma quando mi hanno offerto la parte di Ali Soufan in “The Looming Tower”, sapevo di dover interpretare un cittadino americano, quindi sapevo che non avrei potuto sbagliare con piccole sbavature che non avrebbero convinto produttori o pubblico. Così mi sono preso un coach per quattro ore al giorno per tre mesi e quando ho iniziato a girare a New York, ho richiesto anche un coach sul set per essere sempre sicuro al cento per cento. Ancora adesso ho due lezioni alla settimana.

Oliver Stone ti ha dedicato un post su instagram, ed ha anche puntato il dito all’Accademy Awards per non aver menzionato neanche una categoria del tuo film per gli Oscar, intendendo che forse non sarebbe stata buona pubblicità per gli Stati Uniti.

Sinceramente quando me lo hanno detto non ci potevo credere che Mr. Stone avesse fatto un post su me e sul film, non possiamo certo dire che il cinema americano non è in grado di criticare la propria società, questa è la visione di Oliver Stone, io sto appena scoprendo come si muovono le carte in U.S.A.

Conoscevi già la storia di “The Serpent” prima di interpretare il protagonista nella miniserie per Netflix, in Italia non era così nota alle cronache forse perché francese.

La conoscevo ma non perché sono francese in quanto nessuno dei miei amici se la ricordava, ma avendo due fratelli maggiori un giorno ho trovato il libro sulla storia di Charles Sobhraj in camera da letto e sono rimasto affascinato dalla sinopsi. Avevo sedici anni e volevo già fare l’attore, solo che in quel momento non capivo il reale orrore che si nascondesse dietro quell’uomo, però mi ero immaginato di interpretarlo. Quando nel 2001 ho scoperto che Benicio Del Toro stava per iniziare le riprese del film su questa storia ero rimasto deluso, poi invece non lo hanno più fatto. Poi esattamente vent’anni dopo ho ricevuto una mail dal mio agente che mi diceva che avrei interpretato un serial killer, e poi ho capito che era proprio lui. La vita è incredibile. È un po’ come se il destino mi avesse mandato questo ruolo.


Pensi che quando riapriranno anche in Francia i cinema la gente tornerà a comprare i biglietti come prima o rimarrà fedele allo streaming?

Ci sarà la bella stagione in quanto stiamo per andare incontro all’estate e forse la gente vorrà stare all’aperto, però se posso permettermi di dire una cosa, noi umani siamo portati a dimenticare, quando sarà tutto finito vorremo solo tornare alla normalità, e quindi anche ad andare al cinema.

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Faces: Pierpaolo Spollon, un ironico sex symbol

Photo: Davide Musto

Styling assistant: Vincenzo Parisi

Location: Hotel Valadier Roma


Classe 1989, Pierpaolo Spollon è un giovane attore dalle origini venete. Oggi si avvia ad essere uno dei volti più amati nelle serie della rete ammiraglia, il grande pubblico infatti ha avuto modo di apprezzarlo principalmente per le sue interpretazioni nelle fiction come “La porta rossa”, “L’allieva”, “Che Dio Ci Aiuti” e “Doc – Nelle tue mani” accanto a Luca Argentero. Dal prossimo 23 marzo 2021 potremo seguirlo ancora su Rai Uno in “Leonardo” , una nuova produzione evento firmata Rai Fiction e Lux Vide.

Il suo percorso verso le recitazione però comincia tra i banchi di scuola…