I consigli dell’insider Christoph Noe per orientarsi nell’art world contemporaneo

How to Not Fuck Up Your Art-World Happiness, ossia come non mandare a quel paese la tua felicità nel mondo dell’arte. È questo il titolo del libro non convenzionale di Christoph Noe, co-fondatore di Larry’s List, una delle più importanti società di consulenza per collezionisti d’arte contemporanea.
Nella filosofia dell’autore, però, niente guru saccenti che guardano un’opera d’arte con sguardo enigmatico e l’acquirente dall’alto in basso. Il mercato delle opere può, e deve, essere anche divertente.

All’apparenza How to Not Fuck Up Your Art-World Happiness sembra uno di quei curiosi testi oracolari a cui fare domande, aprendo a caso per leggere la risposta. Scorrendolo, si scopre di avere tra le mani un divertente vademecum per muoversi felici nel mercato dell’arte.
E se Einstein diceva che hai capito una cosa se sai spiegarla a tua nonna, allora il volume di Christoph Noe è il libro che puoi regalare anche a tua nonna.
Galleristi, direttori di case d’asta, mercanti, neofiti: l’arte può essere per tutti.

Christoph Noe arte
Christoph Noe

Qual è la differenza tra un consulente d’arte, un art advisor, e un gallerista?

Hai toccato subito un punto molto interessante della scena artistica. Spesso fa comodo che i confini tra queste professioni siano sfocati, ma ciò crea confusione e, al tempo stesso, è poco professionale. È come se, vendendo un’opera d’arte di Etsy a un amico dell’Uptown Manhattan o di qualsiasi altro hub artistico, aggiungessi al titolo sul tuo biglietto da visita “art ddvisor”.

“Credo che ci siano tanti pro quanti contro nella scelta di un art consultant”

Perché scegliere un art consultant?

La spiegazione emerge direttamente dalla definizione di consulente d’arte. Nel nostro caso, spesso lavoriamo con aziende o brand che vogliono creare una relazione tra arte e impresa. Questo settore è totalmente diverso quando si tratta di consigliare l’acquisto di artwork. Ecco, un art consultant è qualcuno che consiglia nell’acquisto di opere.
Perché sceglierlo? Il piacere di collezionare può essere ridotto se filtrato tramite un art consultant. Credo che ci siano tanti pro quanti contro nella scelta di un art consultant.

Qual è il cliente tipo?

Siamo davvero felici che non esista un cliente tipo. Lavoriamo con aziende, case d’asta, musei e collezionisti privati. Tutti hanno in comune lo sforzo che fanno per ottenere visibilità sulla scena artistica contemporanea, creando e condividendo contenuti e idee significative.

Quali sono i mercati emergenti o quelli più vitali e aperti alle novità?

Preferisco non fare uso di superlativi. Quando lavori nell’arte da molti anni, ti rendi conto che ciò che suscita interesse oggi, difficilmente sarà interessante anche domani. Berlino e la Germania dell’Est erano in voga a metà degli anni Novanta; nel 2010 si parlava di Zombie Formalists, e sono sicuro che la maggior parte dei lettori oggi non abbia mai sentito il termine Zombie Formalism (espressione coniata da Walter Robinson per definire una corrente di pittura astrattia – nda… Che ammette di aver cercato su Google).
Aggiungerei che, al giorno d’oggi, i network digitali e globali rendono complessa una rigida connotazione dei mercati emergenti. Ho però la sensazione che tu non voglia arrenderti su questo argomento! Sembra che al momento Los Angeles abbia un’alta densità di artisti, spazi d’arte e collezioni private tale da essere considerata attraente.

“Al giorno d’oggi, i network digitali e globali rendono complessa una rigida connotazione dei mercati emergenti”

Christoph Noe libro
Il libro dell’autore

Quali sono i prodotti più richiesti sul mercato? Dipinti, sculture, foto?

Risposta semplice: i dipinti.

E il settore con il maggior tasso di crescita atteso? Molti pensano sia il mercato degli NFT, ad esempio…

Ci sono alcuni specialisti che potrebbero rispondere meglio. UBS pubblica una relazione annuale sul mercato generale dell’arte. Sono in corso molti dibattiti sul ruolo degli NFT nel mercato. Qualcuno tende a sostenere che siano più vicini alle carte da gioco che all’arte. Penso sia un mercato in evoluzione.
Spesso suggeriamo di aspettare un po’ e vedere cosa accade. Tuttavia, questo è un consiglio molto difficile da seguire, FOMO (stato d’ansia sociale a causa del quale le persone tendono ad avere paura di essere tagliate fuori – nda)!                   

Come è cambiato il mercato dopo la pandemia, tra guerra in Ucraina (e conseguente contrazione del mercato russo) e la recessione economica nell’Eurozona e in alcuni mercati dell’Estremo Oriente a causa dell’inflazione?

Che ci piaccia o meno, l’arte e il collezionismo d’arte sono spesso connessi a ceti sociali benestanti. Si tratta di quelli meno colpiti dagli avvenimenti che hai menzionato.
Oggi siamo testimoni di una grande confusione: anche se ci sono state molte crisi nel 2022, abbiamo assistito ad un elevato numero di record registrati proprio nel mercato dell’arte. Tuttavia siamo consapevoli che si tratta di un segmento molto ridotto: le registrazioni di prezzi d’asta da record non significano necessariamente che un ampio gruppo di artisti ne beneficino.

“L’arte offre una bella piattaforma di scambio e confronto, consente di creare curiosità e rispetto reciproco”

In Italia spesso cinese è sinonimo di bassa qualità. Tutti sanno cosa sia un vaso Ming, ma cosa offre il mercato cinese, o della zona dell’Estremo Oriente, oggi?

Abbandoniamo i luoghi comuni. L’arte offre una bella piattaforma di scambio e confronto, consente di creare curiosità e rispetto reciproco. Crediamo fermamente che questo sia più importante che mai.

Christoph Noe How to Not Fuck Up
Christoph Noe al talk per il lancio del libro a Singapore

How to Not Fuck Up Your Art-World Happiness. 60 Tips and Tricks on How to Stay Relaxed and Mentally Sane in the Art Industry. Il suo libro sembra andare contro quelle regole che hanno da sempre governato il mondo dell’arte. Qual è la sua esperienza?

Non lo so. Una delle “regole” è “essere umili”. Se ciò risulta contrario a tutte le regole, credo che la domanda implichi l’aver accettato una realtà che è molto triste. Inoltre trovo che sia ancora sorprendente come certe cose debbano essere messe per iscritto.
Nella mia esperienza ho compreso che il mondo dell’arte non è un luogo così amichevole, accogliente e idealistico come tendiamo a credere. L’arte riguarda la cultura, l’estetica, la bellezza, ma non sempre siamo all’altezza di questi valori. Il libro è nato come promemoria di tutto questo per me stesso e sembra che lo sia anche per un pubblico più ampio.

“Se si collezionano opere solo per un mero guadagno economico, è finita la rilevanza dell’arte contemporanea”

Il libro ha 60 suggerimenti. Nr. 35: «colleziona opere che perdono valore». Sembra uno scherzo.

Questo accade se ti fermi ai titoli. Vorrei fornire qualche spiegazione e alcuni esempi del mio pensiero, eliminando la componente finanziaria dall’equazione. Perché, se si collezionano opere solo per un mero guadagno economico, allora è finita la rilevanza dell’arte contemporanea.
Esaminiamo altri settori dove la perdita di valore sembra essere pienamente accettata. Prendi l’acquisto di una nuova auto. Nel momento in cui la ritiri dal concessionario e inizi a guidarla, in quel momento l’auto ha già perso il suo valore iniziale, ma sembra che le persone non se ne preoccupino, perché la soddisfazione non arriva dalla componente economica.

Nr. 20: «Dite no alle grandi possibilità». Qualsiasi mercante d’arte cercherebbe di convincerti del contrario.

Non sto parlando in particolare del commercio di opere. Mi riferisco a quelle persone che “vendono grandi opportunità”. Io sono un idealista e conservo questo elemento che mi caratterizza. Ma sono consapevole che mondo dell’arte, come altrove, non si mangia gratis.

“Non voglio scoraggiare le persone ad iniziare a collezionare, ma consiglio di credere di più nel proprio giudizio”

Nr. 30: «Cerca un mentore». Un art consultant è un mentore?

Potrebbe. Ma un mentore, per come lo intendo io, non è solo qualcuno che ti insegni competenze tecniche. È anche, e soprattutto, qualcuno che ti ispiri, che sia interessato allo sviluppo generale di una tua inclinazione, qualcuno che capisca i tuoi punti di forza e le tue debolezze. Magari è qualcuno che ti dirà “forse non dovresti essere un mercante d’arte”.
Non è semplice trovare un mentore, anche perché troppo spesso le persone sono molto concentrate su loro stesse.

Nr. 21: «Quando ci sono 200 persone in lista d’attesa per acquistare lo stesso artista, perché dovresti voler essere il numero 201?». È un atteggiamento che dà sicurezza perché si ritiene che il rischio sia inferiore. Non è così?

Sapresti citarmi una grande collezione messa insieme da qualcuno che non ha corso un rischio? “Grandi collezionisti” e “playing safe” non funzionano nella stessa frase.
Non voglio scoraggiare le persone ad iniziare a collezionare, ma consiglio di credere di più nel proprio giudizio.

Christoph Noe art world
Un’altra immagine dell’evento di lancio del libro a Singapore

“Per una carriera duratura, non credo sia sufficiente basarsi sull’influencer marketing”

Nr. 29: parlando del divieto di fotografare un’opera d’arte, sottolinea l’importanza di custodire un tesoro e scrive che  «tutta l’intimità è stata uccisa». La direttrice del museo egizio di Torino ha invitato Chiara Ferragni per far sì che il suo museo sia conosciuto come gli Uffizi. La pubblicità è l’anima del commercio e oggi la pubblicità viaggia su Instagram. Assumerebbe un influencer per aumentare il valore delle opere di un artista?

Rispetto molto i social media e anche il nostro business è in gran parte basato su di essi. Inoltre, il fatto che il mainstream sia entrato nel mondo dell’arte mi entusiasma. Se gli influencer sono una chiave di accesso a un pubblico nuovo e consentono un aumento di persone interessate a visitare un museo, non c’è molto da criticare.
Ci sono molti modi di indirizzare l’andamento di un artista sul mercato. Uno potrebbe essere l’approvazione da parte di una celebrity o un influencer, come hai giustamente osservato. Ci sono anche metodi “classici” come la “creazione” di un record d’asta che quell’artista non ha ancora raggiunto. Dovremmo però chiederci quanto siano metodi sostenibili.
Per far crescere un artista è necessario lavorare su diversi aspetti, come la visibilità, l’acquisizione da parte di collezioni istituzionali e private, i critici d’arte, mostre presso gallerie, la pubblicazione su cataloghi specializzati e così via. Suona molto vecchia scuola, ci sono sempre le eccezioni e ora su Instagram chiunque può essere un artista. Ma per una carriera duratura, non credo sia sufficiente basarsi sull’influencer marketing.
Per rispondere alla tua domanda: non assumerei un influencer. Fa parte del nostro lavoro rendere le persone interessate, come i collezionisti, entusiaste di un artista: se non lo sono loro, non ha senso. Il pubblico riconosce l’autenticità.

“Uno dei rischi, sui social, è che opere d’arte non sono abbastanza appariscenti vengano penalizzate dall’algoritmo”

Quali rischi corre l’arte diffusa su Instagram?

Ce ne sono diversi. Permettetemi di menzionarne due. Uno: il rischio che quelle opere d’arte che non sono abbastanza appariscenti, vengano penalizzate dall’algoritmo. Composizioni cromatiche che mostrano più contrasti, tendono a funzionare meglio. Ma a volte, opere d’arte meno colorate possono essere più sorprendenti. Purtroppo questo non funziona sempre bene con le immagini digitali.

Due: gli artisti più noti si espongono più facilmente. Si ha pochissimo tempo per catturare l’attenzione del pubblico e, quando le persone hanno già una reputazione, è ovvio che è più facile.

Nell’immagine in apertura, un ritratto di Christoph Noe

‘Fratelli’, Santo Versace racconta la famiglia che ha rivoluzionato la moda

«La mattina ho l’abitudine di alzarmi presto. Mi immergo subito nella giornata che verrà. E in quella dopo. E in quella dopo ancora. Sono un uomo del presente e del futuro. Sempre stato così».

Inizia così Fratelli. Una famiglia italiana, il libro pubblicato per Rizzoli da Santo Versace, i cui diritti d’autore saranno devoluti alla fondazione che porta il suo nome, un ente filantropico creato insieme a sua moglie, Francesca De Stefano Versace.

Un uomo che ha contribuito a fare la storia della moda italiana nel mondo e che parla come un trentenne, come il giovane commercialista che lasciò la Calabria alla volta di Milano per stare accanto al fratello Gianni. Due visionari. Due uomini fuori dagli schemi che hanno liberato la donna, rendendola star anche senza red carpet.

Santo Versace 2023
Francesca De Stefano Versace e Santo Versace (ph. by Gianmarco Chieregato)

“Sono un uomo del presente e del futuro. Sempre stato così”

Santo Versace, un uomo di potere che non ne è rimasto vittima. Coetaneo della bellissima moglie Francesca, all’anagrafe molto più giovane di lui, racconta i suoi progetti, desideroso di parlare più di futuro che di passato. Una frase del libro che lo descrive? «Dietro alla velocità e alla lucidità di un imprenditore c’è, o almeno ci dovrebbe essere, un’idea del mondo, di etica e principi morali da consegnare alla collettività». Ed è quello che lui continua a fare con sua moglie.

«La Fondazione Santo Versace – racconta Francesca – è il figlio che non abbiamo avuto e che ritroviamo in ogni invisibile, nelle persone più fragili che, con l’amore che noi doniamo loro, fanno sì che il nostro amore duri per sempre. Io e mio marito ci fidanziamo e sposiamo ogni giorno. E nel fragile, nell’invisibile, abbiamo voluto restituire un po’ dell’infinito dono che ci è stato fatto, quello di conoscerci. La fondazione, infatti, si chiama Santo Versace – Accanto ai più fragili».

«Tra i progetti che la Fondazione sostiene  – continua Francesca – c’è “Made in carcere”, dove le donne del carcere di Lecce imparano a cucire creando manufatti destinati alla vendita. Nelle donne avviate a un mestiere, una volta uscite dal carcere, il tasso di recidività si abbassa dell’89%. Dovrebbe essere interesse delle istituzioni, oltre che di fondazioni come la nostra, aumentare questi progetti. Un essere umano può sbagliare, a volte irrimediabilmente, ma non va mai privato della dignità umana. Offrire la possibilità di lavoro all’interno di un sistema detentivo è ossigeno. L’obiettivo è che queste donne imparino un lavoro sano e, una volta uscite, possano essere inserite nel tessuto sociale».
La Fondazione riceverà fondi anche dalla vendita del libro.

“Eravamo due fratelli uniti e compatti, pur nella diversità, che si completavano a vicenda”

«Se, nell’aprire questo libro, qualcuno si aspetta che io, in qualche modo, attacchi mio fratello o mia sorella, resterà deluso. Pur nelle incomprensioni e nelle difficoltà di alcuni momenti, il legame resta profondo e sincero». E questa frase del libro viene confermata dal dottor Santo Versace durante tutta l’intervista. La tutela della famiglia era ed è al centro del suo modo di vivere. Il suo pensiero positivo è stato l’anima della nostra conversazione.

Dottor Versace, nel libro lei parla di quando don Antonio Mazzi scatenò una polemica sul fatto che non si sarebbe dovuto concedere il Duomo di Milano per le esequie di un omosessuale. Dopo tutti questi anni, sembra che certi pensieri siano ancora largamente diffusi…

No, mi sembra che la situazione sia molto cambiata e che ognuno possa vivere la propria sessualità liberamente. C’è sempre l’estremista, ma ci sono anche persone equilibrate. La situazione è nettamente migliorata da quando Gianni rilasciò la famosa intervista a un giornale americano, facendo coming out. Gli estremisti purtroppo restano.

Gianni Versace Berlino
Santo e Gianni Versace a Berlino nel 1994 (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Racconta anche di quando Giorgio Armani disse che a Gianni invidiava suo fratello Santo. Una coppia tipo Valentino e Giammetti: una mente creativa e una finanziaria?

Eravamo due fratelli uniti e compatti, pur nella diversità, che si completavano a vicenda: avrebbe fatto piacere a tutti.

L’avvento di grandi gruppi finanziari, come LVMH, pone limiti alla personalità delle singole case di moda?

No. Un grande gruppo, per funzionare, deve avere rispetto del Dna dell’azienda e della parte creativa. Quindi non c’è questo problema.

“Con Altagamma, avevo l’obiettivo di far lavorare insieme aziende italiane di alto profilo. Ci siamo riusciti, rispettando le singole individualità”

Nel libro racconta di quando a Los Angeles testimoniò in aula in un caso di contraffazione, trasformandola in danno d’immagine: un’arringa degna del telefilm Perry Mason

Ero a Hollywood ed ero inserito nell’atmosfera. Indossavo i capi per far vedere quanto fossero brutti. Sfilavo davanti alle persone della giuria popolare. Vedevo la loro espressione davanti al presidente e fondatore della Versace. È stata un’esperienza straordinaria, che ha ottenuto un grande risultato.

Fratelli Una famiglia italiana libro
Santo a Villa Fontanelle, 2006 © Matteo Brogi (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Dalla pandemia Chanel ha aumentato i prezzi delle sue iconiche borse più volte. L’aumento dei prezzi nel settore della moda è stato seguito da un aumento della contraffazione. Aumentarli è davvero un modo per compensare le perdite derivanti sia dalla contrazione dei mercati tradizionali, che dallo spostamento della domanda sul mercato del fake?

Quello della contraffazione è un problema relativo, perché chi può comprare Chanel non ha problemi di prezzo, altrimenti non va da Chanel. La contraffazione, se aumenta, è perché sempre più gente si avvicina alla moda. Ma chi compra il prodotto contraffatto, dovrebbe capire che finanzia la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, il lavoro nero, lo sfruttamento dei bambini. Se riuscissimo a comunicare come fatto culturale questo problema, molta gente non comprerebbe più articoli contraffatti.

“Serve verticalizzare. Quando si viene a produrre in Italia, si crea richiesta in Italia, si creano posti lavoro, si pagano le imposte nel Paese”

Uno dei suoi progetti è la Fondazione Altagamma. Quanto pesa il forte individualismo degli imprenditori italiani nel fare sistema?

In realtà è un individualismo sano, forte, creativo. C’è poi da dire che mentre i francesi hanno visto la moda come una loro bandiera, in Italia siamo arrivati cinquant’anni dopo a capire l’importanza del fashion, della creatività. Abbiamo portato alla ribalta settori come la moda, la creatività, il cinema, che sono la nostra “alta gamma”. Come presidente fondatore di Altagamma, avevo l’obiettivo di fare sistema e di far lavorare insieme aziende italiane di alto profilo. Ci siamo riusciti, rispettando le singole individualità. Facciamo tante cose tutti insieme, come ricerche di mercato, proposte di legge al Governo, ricerca di fondi.
Quando fondammo Altagamma, siamo stati visionari. Eravamo solo in nove, tra i quali Angelo Zegna, Maurizio Gucci, Franco Mattioli (socio di Ferré – nda), Mario Bandiera (Les Copains – nda), Ferruccio Ferragamo, Alessi per il design. Se non fosse accaduta la tragedia di Miami, io avevo creato il primo gruppo italiano: Versace e Gucci insieme.

Cucinelli sta dimostrando che si può andare anche da soli, magari verticalizzando.

Lo stanno dimostrando tutti gli italiani. Anche in Italia ci sono realtà ormai verticalizzate, ma lo pubblicizzano meno perché fa più notizia parlare di Vuitton. I nostri imprenditori stanno lavorando bene. Poi non ci scordiamo che uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra, che ci ha lasciato da poco, ha dimostrato come dal nulla si possa fondare l’azienda più importante, mettendo in minoranza i francesi: Leonardo Del Vecchio.

Santo Versace Fratelli
Santo con i figli Antonio e Francesca alle Maldive – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

“Ero convinto che Gianni fosse un grandissimo creativo, la storia ha dimostrato che è stato uno dei più grandi stilisti del secolo scorso”

Abbiamo il ministro per il Made in Italy, è stato dato il via libera al liceo per il Made in Italy. Abbiamo distrutto i professionali. Lagerfeld, in una delle sue ultime interviste, parlava della perdita di tradizioni manifatturiere italiane, piccole realtà che lui cercava per le sue creazioni di haute couture. Forse prima del ministro e del liceo, dovremmo ricreare le basi del Made in Italy…

Tutte le aziende di Altagamma stanno adottando delle scuole e stanno completando la filiera, per evitare la dispersione dei lavoratori. Fanno sistema per preparare i giovani e invogliarli ai mestieri. Ovviamente c’è da fare molto di più. Spesso un artigiano fonda una piccola impresa e poi manda i figli a fare i medici. Ecco perché serve verticalizzare. Quando si viene a produrre in Italia, si crea richiesta in Italia, si creano posti lavoro, si pagano le imposte nel Paese. Sono investimenti importanti. Fare sistema è estremamente importante anche come Fondazione Santo Versace, perché vogliamo fare progetti come “Made in carcere”, ma anche progetti per le donne che vengono liberate dalla strada. Progetti virtuosi per creare una rete in questo settore, com’è stato fatto con Altagamma. Oggi è fondamentale ottimizzare le risorse per ottenere risultati migliori.

Un progetto che le sta a cuore è quello della sua Minerva Pictures con Medusa Film, che a Venezia ha presentato Saint Omer vincendo due leoni.

Venezia è stata un’esperienza bellissima. C’ero già andato a ritirare premi, ma come produttore e distributore è stata la prima volta. Dopo aver visto il film dissi che avremmo vinto un Leone. Ne abbiamo vinti due.

“Gianni è stato unico per la sua capacità di rompere gli schemi, cambiarli e creare una donna che non c’era, di liberarla”

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Foto di classe – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Come ai tempi di suo fratello, quando prevedeva dei successi che poi realmente arrivavano…

Ero convinto che Gianni fosse un grandissimo creativo e la storia ha dimostrato che è stato uno dei più grandi stilisti della seconda metà del secolo scorso. La prima metà si può attribuire a Chanel, la seconda a Gianni Versace.

Qualcuno obietterebbe che c’è anche Valentino…

Ce ne sono tanti altri, ma non della grandezza di Gianni. Altri, come Valentino, hanno un loro stile, ma Gianni è stato unico per la sua capacità di rompere gli schemi, cambiarli e creare una donna che non c’era, di liberarla. A Gianni va il merito di aver portato in passerella sia l’uomo che la donna liberi. Sotto questo aspetto, Gianni ha segnato la storia del lusso. Gli altri hanno fatto cose molto belle, ma non hanno rotto gli schemi. Sulle passerelle ci sono riferimenti a lui costantemente.

“Investire nella cultura è fondamentale, come lo è formare gli studenti”

Investire in cultura è un suo mantra…

Investire nella cultura è fondamentale. A chiunque non ha un lavoro bisognerebbe dare finanziamenti per poter ritornare negli istituti di formazione. Noi potremmo vivere di cultura e turismo. Quando entrai in politica desideravo fare il ministro della cultura, che per me è la base del successo di un paese, dell’Italia in particolare. Ma è fondamentale formare gli studenti. Se mi chiedessero come innovare le scuole, direi che si deve partire dall’educazione civica. Poi l’educazione alimentare per stare bene in salute; i lavori manuali, perché capisci come puoi usare le mani; lo sport di squadra, per imparare a stare con gli altri; andare a visitare i luoghi della sofferenza, per capire quanto sei stato fortunato ad essere sano. E poi i libri.

Ma se un ragazzo a 14 anni non è interessato ai libri, perché non deve iniziare un mestiere? Se a Maradona avessimo dato il pallone dopo la laurea, sarebbe stato Maradona? Se la Pellegrini avessi aspettato la fine della scuola dell’obbligo, sarebbe diventata la campionessa mondiale che è stata? La Ferrari, campionessa di ginnastica, ha iniziato a sei anni. Se un ragazzo inizia ad allenarsi a sei anni, perché uno che non è interessato ai libri non può iniziare a 14 anni a imparare un mestiere?

Ho letto che un grande stilista, che si chiamava Gianni Versace, ha iniziato da ragazzino nell’atelier di sua mamma…

Sì, gattonava tra pizzi e merletti. Quando vado a parlare nelle università, racconto di Salvatore Ferragamo e di Gianni Versace. Ferragamo da ragazzino lasciò l’Italia per l’America. E anche lui era un ciabattino, come mio nonno.

“Il Made in Italy è fatto dai mestieri”

Scrive anche che suo fratello a scuola non voleva studiare.

Lui studiava le cose che amava. In quelle era imbattibile. Se a 14 anni uno ha fatto la scuola dell’obbligo e non vuole proseguire, ma vuole imparare un mestiere, perché non farglielo fare?

famiglia Versace
Gianni e Santo nel loro primo ufficio di via della Spiga, davanti a un’opera dell’artista Antonio Trotta – archivio privato di Santo Versace (foto dal libro Fratelli. Una famiglia italiana)

Forse perché in Italia per anni le abbiamo considerate scuole di serie B?

Fino agli anni ‘70 noi avevamo le scuole professionali più belle del mondo. Le abbiamo demolite per fare licei. Dobbiamo tornare a diversificare l’offerta formativa. Quando andiamo nei musei, ci dimentichiamo che quelli sono lavori manuali: quelli sono artisti che hanno saputo usare le mani. Un pittore cosa fa?

Suo fratello, finita la sfilata, andava a salutare le sarte…

Sì, le salutava una ad una dicendo loro “ragazze questo successo è merito vostro”. Il Made in Italy è fatto dai mestieri.

Nell’immagine in apertura, Santo Versace ritratto da Gianmarco Chieregato

Aurora Ruffino: libera, indipendente, vera

Aurora Ruffino, amata dal pubblico per il ruolo di Cris in Braccialetti rossi (cui sono seguite tante altre parti, ugualmente apprezzate, in titoli come I MediciUn passo dal cielo, Noi, Bianca come il latte, rossa come il sangue…), è dal 23 gennaio su Rai 1 con Blackout – Vite sospese, al fianco di Caterina Shulha (altra protagonista della digital cover di MANINTOWN), Alessandro Preziosi, Rike Schmid, Marco Rossetti, Mickaël Lumière. Diretta da Riccardo Donna, la serie è una coproduzione Rai Fiction – Èliseo Entertainment. Aurora dimostra una saggezza non comune. Racconta la sua vita con leggerezza e gratitudine, anche ricordando quando la deridevano perché «ero bruttina».

Aurora Ruffino
Dress Gianluca Saitto

Nell’intervista a Vogue hai chiesto di poter parlare di malattia mentale. Perché?

In questo momento ci sono molte battaglie da sostenere, come l’ambiente o la lotta per la parità di genere. A me sta a cuore la salute mentale, della quale si parla poco. È un problema che non va sottovalutato e ho affrontato personalmente, con persone a me vicine. Quasi tutti abbiamo incontrato una situazione legata a problemi psicologici, almeno una volta nella vita. Ma dare un nome alle cose fa paura: è più facile far finta di non sapere o non capire. Perché sapere che hai un problema ti costringe ad affrontarlo. Rivolgerti a specialisti ti consente di proteggerti, di usare gli strumenti adatti anche solo per capire che ti stai confrontando con qualcuno il cui schema mentale è strutturato in modo diverso da quel che ti aspetti. Far finta di non vedere non evita di vivere il problema.

“Sto attraversando una fase di trasformazione in cui, come Lidia, sto capendo che devo contare solo su me stessa”

Lidia è il tuo personaggio in Blackout Vite sospese. Interpretarlo ti ha fatto conoscere qualcosa di te?

Lidia è un personaggio che ho trovato interessante perché rispecchia quello che sto affrontando in questo momento della mia vita. Appena finite le riprese, ho vissuto il suo stesso squilibrio emotivo.
Prima della valanga, è una ragazza semplice vissuta nella Valle del Vanoi, un appuntato dei carabinieri in un paesino dove non succede nulla. Una ragazza ingenua che si è sempre preoccupata di compiacere le persone. È diventata carabiniere per ottenere l’amore del padre. Questo influenzerà le sue scelte relazionali. A causa della valanga, si ritrova a essere una figura di riferimento in questo gruppo di sopravvissuti, che cerca in lei delle soluzioni che però non sa trovare, perché non ha mai affrontato una situazione così estrema. Nel mezzo di una catastrofe naturale, con omicidi e dispersi, scopre di trovarsi in una situazione personale particolare. Tutto ciò la porterà ad avere una crisi molto profonda. Spogliata di ogni certezza, ricomincia da zero e, in questa nuova ricerca di sé, capisce che può fare affidamento solo sulle proprie forze, realizzando che quello che è non era ciò che desiderava.
Io sto vivendo una trasformazione simile. Ho avuto una crisi forte negli ultimi otto mesi, che mi ha portato a mettere in discussione il mio modo di relazionarmi con le persone, la mia identità. Attraverso una fase di trasformazione in cui, come Lidia, sto capendo che devo contare solo su me stessa. Quei vuoti che sentiamo tutti, non li può riempire nessuno se non noi stessi, imparando ad amarci e facendo ciò che ci fa stare bene.

Aurora Ruffino serie
Suit Momonì, top VI VALENTINA ILARDI

“Il cambiamento è opportunità, è vita”

Una crisi è un’opportunità. Cosa hai fatto di questa crisi?

C’è una bellissima poesia di Einstein in cui racconta come la crisi sia in realtà una benedizione, perché ti porta al cambiamento. La vita è costante cambiamento. Non cambiare mai, rimanere fermi nelle proprie posizioni, anche quando si sente il bisogno di fare scelte diverse, è come la morte. Ti forzi a non andare avanti, a non vivere, mentre il cambiamento è opportunità, è vita. 

E cosa hai deciso di cambiare?

Il mio approccio mentale. Ho sempre cercato di avere al mio fianco una persona di riferimento, un compagno che in qualche modo mi aiutasse ad affrontare qualsiasi situazione. L’idea di avere una persona vicino, pronta a raccogliermi nel caso fossi caduta, era rassicurante. Non sono mai riuscita a star bene da sola. Ho sempre avuto paura di questo vuoto non colmato, di questo amore non percepito. Poi ho capito che è un desiderio che non appartiene ad Aurora donna, ma ad Aurora bambina. Per tutta la mia vita, quel desiderio di cura ha influenzato le mie scelte. Ora ho deciso di non farmi più trasportare dal bisogno di quella bambina, di prendere in mano la situazione. Non sono quella necessità: sono una donna che sa riconoscere quella trappola e non si fa condizionare. Sto facendo un lavoro su me stessa per arrivare ad essere una donna libera, indipendente, vera.

“Si parla troppo facilmente di genitorialità, senza preoccuparsi di cosa dovrà affrontare il bambino”

Hai scoperto di essere perfettamente dotata e bellissima così come sei?

Sto scoprendo che posso stare bene anche senza le rassicurazioni di un uomo al mio fianco. Quando imparerò a stare bene con me stessa al 100%, potrò incontrare una persona con la quale non cercare di riempire un vuoto, ma iniziare a costruire qualcosa insieme, io col mio essere completa da sola, lui altrettanto; insieme, potremo costruire qualcosa senza che uno cerchi di colmare le necessità dell’altro.

Fin da bambine veniamo condizionate dalla storia, sul fatto di essere mezze mele alla ricerca di altre mezze mele. In realtà, in natura, gli alberi producono mele intere…

Ci sto lavorando.

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Nuova produzione, nuovo compagno di viaggio. Questa volta è Alessandro Preziosi…

Un attore eccezionale e simpatico. Mi ha fatto fare tante risate.  La recitazione è il suo talento. Ma è anche portato per dirigere. La sera cercava sempre di dare consigli agli attori più giovani, cercava di aiutarli nelle prove. Ha una sensibilità che lo porta a vedere oltre. Secondo me, sarebbe un bravissimo regista. Mi ha dato consigli importanti. Alessandro è stato una bellissima scoperta.

“Mi piacerebbe che a scuola, fin dalle elementari, fosse introdotta l’ora di empatia”

Sei cresciuta in una famiglia non convenzionale. Sei la prova concreta del fatto che le famiglie possono essere di tanti colori diversi, ma ugualmente belle?

Sì. Sono cresciuta con due mamme e un papà: mia zia e i miei nonni. Ci hanno dato tutto l’amore di questo mondo, gli sarò sempre grata. Ma mi sento di dire un’altra cosa: questi discorsi sul fatto che nella famiglia basta l’amore, a volte sono frasi fatte. In realtà, se uno non la vive sulla propria pelle, non sa di cosa parla.
Io mi sento miracolata per l’amore incondizionato che hanno dato – e continuano a dare – a me e ai miei fratelli. Dentro di me, però, restano le ferite, i miei due vuoti, legati al fatto di non aver avuto una figura materna e una paterna. Non va sempre bene tutto. Quando cresci e diventi più consapevole, ti rendi conto che sei il frutto dell’unione di due persone. Poi può crescerti anche qualcun altro, ma vieni sempre da due persone specifiche che ti hanno messo al mondo. Allora senti il bisogno di capire quali sono le tue radici. E questa è una cosa che solo i tuoi veri genitori possono raccontarti.
Nonostante l’amore immenso dei miei nonni e di mia zia, ho dovuto fare i conti con chi sono io come essere umano, con le due persone che effettivamente mi hanno generato, alle quali non posso fare quelle domande.

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“Vorrei essere utile per qualcuno che, sentendo la mia esperienza, possa avere un punto di vista diverso sulla sua”

Si parla troppo superficialmente di argomenti che la gente non conosce.

Sono per l’adozione, credo che per un bambino sia meglio vivere all’interno di una famiglia piuttosto che in un istituto. Non importa chi sia ad adottare, quale tipo di famiglia, si tratta di un bambino che già dovrà fare i conti con la propria identità. La cosa importante è che siano persone che abbiano veramente voglia di dare amore incondizionato. Chiunque abbia voglia di donare amore ai bambini, deve avere il diritto e la possibilità di farlo. Allo stesso tempo, bisogna fare attenzione a non cadere nel tranello di rendere tutto superficiale, di parlare di amore in generale senza capire che si sta parlando di esseri umani, che quando crescono si fanno domande e hanno il desiderio di capire da dove vengono. Si discute troppo facilmente di argomenti legati alla genitorialità, senza preoccuparsi di cosa dovrà affrontare il bambino.

I bambini sono più inclusivi degli adulti?

No. Soprattutto gli anni delle medie sono stati difficili per me e i miei fratelli. Siamo stati presi in giro perché non avevamo i genitori, perché non potevamo permetterci vestiti firmati. A quell’età i bambini non si rendono neanche conto di ciò che dicono, del male che fanno: si sentono coraggiosi ferendo l’altro.
Non sono cattivi, stanno sperimentando la crescita in modo sbagliato. Mi prendevano in giro anche perché dicevano che ero bruttina, ma tutto questo mi ha fortificato.
Mi piacerebbe che a scuola, fin dalle elementari, fosse introdotta l’ora di empatia, come in alcune scuole del Nord Europa: far provare ai bambini cosa significa mettersi nei panni dell’altro. Credo sarebbe uno strumento da fornirgli per sperimentare il coraggio in modo sano. Senza prevaricare gli altri, senza fare male. 

“Alcuni affrontano i problemi cercando compassione, impietosendo le persone. Non mi appartiene, la sofferenza non andrebbe sfruttata”

Da Braccialetti rossi a Bianca come il latte, rossa come il sangue, hai portato sullo schermo malattie di cui si fa ancora fatica a parlare, il cancro ad esempio viene spesso chiamato “brutto male”. Parli di dipendenze emotive e malattia mentale. Ha fatto scalpore la trattazione indegna del tema in una puntata di C’è posta per te. Possibile che non capiamo il confine tra strumentalizzazione e sensibilizzazione?

Personalmente, non mi interessa parlare della mia famiglia per speculare sulla mia storia, per commuovere o scandalizzare. Credo sia più interessante comunicare quello che in questi anni ho imparato dalla vita, che è stato positivo per la mia crescita. Vorrei fosse utile per qualcuno che, sentendo la mia esperienza, possa avere un punto di vista diverso sulla sua.
Non mi è mai interessato sfruttare una storia come la mia. Anzi, sono sempre molto attenta. Dei miei genitori non parlo mai, sono esperienze private, che non servono a chi ascolta. Il mio passato è alla base della mia dipendenza. Ora mi sto staccando da questo tipo di problema.
Alcuni affrontano i propri problemi cercando compassione. Cercano amore impietosendo le persone. Questo non mi appartiene, la sofferenza non andrebbe mai sfruttata.

Aurora Ruffino fashion
Body and jacket Not After Ten by Veronica Ferraro, sunglasses Huma Eyewear, boots Giuseppe Zanotti

Credits

Talent Aurora Ruffino

Photographer Davide Musto

Fashion Editor Rosamaria Coniglio

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Styling assistant Antonietta Ragusa

MUA and hair Francesca Giulini @Cotril

Press office Lorella Di Carlo

Nell’immagine in apertura, Aurora Ruffino indossa un abito Gianluca Saitto

Caterina Shulha, forte e determinata, sul set come nella vita

È la Vigilia di Natale e una slavina isola la Valle del Vanoi, impedendo i soccorsi tramite l’unico passo che porta alla valle. Il paese è isolato, l’elettricità saltata, le comunicazioni interrotte. I clienti del lussuoso albergo e i residenti del paesino, nel piccolo ed esclusivo polo sciistico, tagliati fuori dal mondo.

In questo scenario si svolge la miniserie in quattro puntate Blackout – Vite sospese, firmata da Riccardo Donna. Nel cast, Alessandro Preziosi, Aurora Ruffino, Rike Schmid, Marco Rossetti e, appunto, Caterina Shulha, che qui ci parla del legame stabilito col suo personaggio, dell’esperienza di modella, dei suoi trascorsi di adolescente bielorussa arrivata nel Paese senza parlare una parola d’italiano, dei pregiudizi sulle giovani madri come lei, da ignorare perché «dovremmo imparare a vivere senza ascoltare le opinioni altrui e, soprattutto, senza dare giudizi né consigli agli altri su come vivere».

Caterina Shulha
Top e coulotte VI VALENTINA ILARDI, gonna Gilberto Calzolari

“Ultimamente ho avuto la fortuna di interpretare ruoli diversissimi tra loro, il che mi porta a staccarmi da quella che sono io”

Blackout  vite sospese. Un gruppo in cui ognuno ha segreti da nascondere. Che rapporto hai creato con il tuo personaggio?

Interpreto Irene, la compagna di Marco Rossetti. Arriviamo in albergo per passare una vacanza ma, insieme alle valigie, porto con me anche un segreto pesante. È un’infermiera, ma con un trascorso noir nel periodo vissuto a Napoli. Irene ha una doppia faccia: da una parte è una donna indipendente e forte, dall’altra ha delle grandi fragilità che derivano dalla sua vita passata, che ha deciso di cambiare.
È vero che ogni volta che interpretiamo un personaggio ci mettiamo qualcosa di noi, ma a volte questo lavoro è anche un modo per scappare da noi stessi. Ultimamente, poi, ho avuto la fortuna di interpretare ruoli diversissimi tra loro. Questo mi porta a staccarmi da quella che sono io. È divertente.
Volevo lavorare da tanto con Riccardo Donna. Ci conosciamo da tempo, ma non c’era stata mai l’occasione. Mi è piaciuto girare con Riccardo perché sul set, con lui, non senti che stai lavorando, ma di essere con un gruppo di amici a fare una cosa bella. Lo ringrazio soprattutto per l’atmosfera che ha creato. Il cast era numeroso, non è facile trovarsi bene con tutti, per di più stando sempre insieme per quattro mesi, tra persone nuove. Invece è stata una bellissima esperienza. L’unica che conoscevo era Aurora (Ruffino – nda), in lei ho trovato un’amica con la quale ancora esco e ci sentiamo.

“È importante usare la nostra voce per parlare non solo di quello che sta accadendo in Bielorussia, ma anche in Iran, Afghanistan e altre parti del mondo”

Sei bielorussa. In questo momento non devessere facile, soprattutto per i pregiudizi delle persone che spesso non conoscono la storia, ancor meno quella recente del vostro Paese…

Non solo sono cresciuta in Bielorussia, ma ho tanti amici russi. Nell’ultimo anno è cambiata profondamente la mentalità verso questi due popoli. Quando un commento arriva da persone non informate, è un pregiudizio. La cosa fondamentale è informare e informarsi. Sono oltre due anni che parlo della situazione in Bielorussia, sia tra gli amici che nei progetti ai quali ho preso parte. I nostri due popoli sono nelle mani di due squilibrati che non rappresentano le persone. Forse in Russia l’opinione pubblica è divisa a metà nei confronti di Putin. In Bielorussia, dove nelle ultime elezioni, prima che fossero truccate, l’82% degli elettori aveva votato per la Tichanóvskaja, il popolo si è ritrovato nelle mani di un pazzo che non lo rappresenta. Quello che posso fare nel mio piccolo, è raccontare le storie dei miei amici che vivono lì. In Bielorussia vivono anche quasi tutti i miei parenti, tranne mia mamma. So cosa accade e cosa stanno vivendo. Quello che posso fare io è niente rispetto a ciò che fanno loro. Con metodi diversi, ma è grazie anche al mio lavoro che posso raccontare e informare. È il minimo che io possa fare…

“Fare la modella è stato un po’ un gioco, però mi ha regalato le prime soddisfazioni”

Caterina Shulha Instagram
Dress VI VALENTINA ILARDI

Hai la fortuna di vivere in un Paese dove l’informazione è spesso discutibile ma, a differenza della Bielorussia, non abbiamo la pena di morte o l’arresto per reati di opinione…

In Bielorussia le persone vengono arrestate anche solo perché indossano pantaloni bianchi e rossi. Ecco perché mi impegno a diffondere informazioni e stimolare riflessioni, anche solo tra i miei amici italiani. Dobbiamo ricordarci sempre che siamo in uno stato dove non c’è la pena di morte e, nonostante le difficoltà del momento, c’è un’altra qualità della vita.
È importante usare la nostra voce per parlare non solo di quello che sta accadendo in Bielorussia, ma anche in Iran, Afghanistan e altre parti del mondo.

Arrivi ad Ostia a 13 anni, senza parlare l’italiano. Come ti sei inserita?

È vero… Mi sono fatta scrivere da mia mamma qualche parola per sopravvivere i primi giorni. Arrivare in una scuola che non conosci, in un mondo nuovo non è semplice. Ostia però era un ambiente folkloristico. Per me è un po’ una seconda casa. Mi ricordava la vita della piccola cittadina dove sono nata e ho vissuto fino a 12 anni. Se fossi arrivata direttamente in un liceo al centro di Roma, forse sarebbe stato diverso. Ostia non è il posto che spesso raccontano, dove la gente si spara dalle macchine. È una bel quartiere, al quale sono molto affezionata.

“Parliamo sempre di libertà. Iniziamo a essere liberi di non rompere le scatole a nessuno e di non farcele rompere”

Ti sei sentita accolta?

Ho avuto degli insegnanti molto bravi. Soprattutto quando arrivai alle medie. L’insegnante che aveva il maggior numero di ore era una persona eccezionale, una grandissima donna. Poi, come in tutte le classi, c’erano gruppi di bulletti, di persone che non volevano studiare. Qualche battutina all’inizio. Ma non conoscendo l’italiano, non me ne fregava niente… Quando poi l’ho imparato, ho iniziato a rispondere, ma in maniera un po’ più educata. All’inizio, se non capisci l’italiano, forse è anche meglio.

Giuseppe Zanotti boots
Dress Gianluca Saitto, boots Giuseppe Zanotti

Come modella sei apparsa su Vogue, Marie Claire, nelle campagne di Duvetica, Charli London, Frankie Garage, Mangano, Z.One Concept. Come hai iniziato?

Per gioco. Frequentavo il liceo linguistico, avevo 15 anni. Il tipo di un’agenzia mi fermò per strada. A quei tempi ancora accadeva, a Roma si facevano un po’ di pubblicità e cataloghi… Ora è tutto a Milano. Ho fatto soprattutto spot pubblicitari e foto. È stato un po’ un gioco, però mi ha regalato le prime soddisfazioni. Per una quindicenne che non aveva spese se non la tessera dell’autobus, la pizza e il cinema con gli amici, guadagnavo anche bene. Vivevo da sola con mia mamma che lavorava tutto il giorno, è stato un passaggio importante, per l’indipendenza e l’aiuto che potevo darle. Poi il provino per I Cesaroni. Mi presero per una puntata. Da lì recitare è diventato il mio lavoro.

“Non ho problemi a fare complimenti sinceri alle altre donne”

Sei giovane e hai già tre figli. Nel 2023 ancora si discute sul fatto che una donna possa lavorare ed essere madre. In realtà le donne hanno sempre lavorato: nei campi, poi anche in fabbrica, e si sono sempre occupate di figli, casa e famiglia. Abbiamo sempre fatto tutto…

Credo che l’ascesa dei social ci abbia mandato fuori di testa. Mi ricordo quando c’erano gli slogan contro le madri che non volevano allattare. Adesso tutti i post sono di madri che dicono “non voglio allattare”. C’è sempre stata una battaglia. Prima contro le madri che lavoravano, poi contro quelle che non hanno figli. Ora leggo solo articoli di donne che dicono “non ho fatto figli e sto bene così”; benissimo, ma nessuno ti ha detto niente. Secondo me dovremmo imparare a vivere senza ascoltare le opinioni altrui e, soprattutto, senza dare giudizi né consigli agli altri su come vivere.
Vista l’età, le persone mi dicono “ma i figli li volevi?”. Tre figli devi averli voluti, non arrivano perché una sera ti ubriachi. Parliamo sempre di libertà. Iniziamo a essere liberi di non rompere le scatole a nessuno e di non farcele rompere.

Not After Ten Veronica Ferraro
Body Not After Ten by Veronica Ferraro, knitted skirt Drumohr

Che rapporto hai con le donne? Sei tra le fortunate che hanno sperimentato la sorellanza?

Sono figlia unica e non vengo da una famiglia numerosa. Ho cambiato tantissime scuole, ho cambiato paese, quindi non ho avuto amiche cresciute con me, le ho acquisite negli ultimi anni. Però con le donne mi son sempre trovata abbastanza bene. Nella vita sono molto maschiaccio. Se non lavoro, vesto in tuta e scarpe da ginnastica. Sono una donna molto easy, questo forse mi aiuta. Sono anche quella che non ha problemi a fare complimenti sinceri alle altre donne…

“Torniamo sempre al discorso dell’informazione. Bisogna informarsi”

Sei una bellissima donna. Ora in tante denunciano abusi e violenze durante i provini. L’Unione Italiana Casting Directors ricorda che ci sono dei protocolli per i provini, invita a diffidare di quelli effettuati in sedi non opportune e orari extralavorativi. Sei stata fortunata o hai imparato a difenderti?

Forse sono stata fortunata… Però secondo me queste situazioni possono svolgersi fondamentalmente in due modi. La prima: ti ritrovi a fare il provino a casa del regista o di chicchessia; già qua dovresti chiederti perché ti ritrovi in casa per un provino. Non sei uscita dal film di Virzì Caterina va in città e arrivi a Roma per la prima volta, senza sapere niente. Siamo nel 2023, pieni di social, difficile che questa situazione sia realistica. Se ti ritrovi a fare un provino in casa, fatti una domanda.
La seconda situazione è quando, e può succedere, nel camerino entra un produttore o un regista, ubriaco o meno, e ti appiccica al muro. Lì sei in un altro tipo di situazione.
Purtroppo, a causa del politically correct, siamo sempre a metà tra la verità e quello che viene raccontato. Torniamo sempre al discorso dell’informazione. Bisogna informarsi.
Io sono stata fortunata e un po’, da persona intelligente, ho evitato situazioni scomode.
Però ci sono anche persone che scelgono quella modalità lì per lavorare. È inutile nascondersi. Funziona così da sempre in tutto il mondo, anche in altri settori. Basta guardare alcune deputate degli ultimi anni. Non si può negare l’evidenza. Ci sono persone che scelgono una determinata modalità per raggiungere un obiettivo. È una scelta e non intendo giudicarla. Davanti a una domanda, uno può rispondere sì o no. Violenze e molestie sono tutt’altra cosa.

“Mi piace posare per un servizio di moda, ma preferisco recitare, è più liberatorio e hai una voce da usare”

Dopo il MeToo, negli Stati Uniti è nata la figura dell’intimacy coordinator sui set. Se ne parla anche in Italia. Ti sentiresti più protetta?

È una figura che non ho mai utilizzato. Dovrebbe esistere un’educazione sul set. Ho lavorato sempre con registi estremamente corretti. La violenza non è sempre e solo una mano sul sedere. È anche un regista che ti offende e urla dietro il monitor frasi umilianti e sessiste. Se questa figura limita il potere di simili personaggi, può essere utile.

Ad esempio il mio contratto prevede che tutte le scene intime, fosse anche solo un bacio, devono essere prima concordate tra attore e regista. E anche se non avessi quella clausola, discuterei con tutte le parti interessate sul come intendiamo girare quella scena. Quando ho girato scene intime, ho avuto sempre una troupe ridotta. Raramente mi è capitato che l’aiuto regista non abbia gestito bene la situazione. In quei casi sono stata la prima a dire: “guarda che chi non serve deve uscire”.

Quindi l’intimacy coordinator te lo fai da sola…

Su un set è importante che ogni figura abbia quest’attenzione, anche l’addetto ai costumi che ti copre un secondo dopo lo stop e non cinque minuti dopo.

Per MANINTOWN hai posato. Torneresti a lavorare come modella?

Quando capita mi fa piacere. Ho trascorso mezza giornata piacevole. Essere fotografata mi diverte e mi viene facile, però non ci tornerei apposta. Preferisco recitare: è più liberatorio e hai una voce da usare.

Caterina Shulha tv
Jacket Maison Laponte

Credits

Talent Caterina Shulha

Photographer Davide Musto

Fashion Editor Rosamaria Coniglio

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Styling assistant Antonietta Ragusa

MUA Vanessa Forlini @Making Beauty Management

Hair Christian Vigliotta @Making Beauty Management

Press office Lorella Di Carlo

Nell’immagine in apertura, Caterina Shulha indossa top e coulotte VI VALENTINA ILARDI, gonna Gilberto Calzolari

Un attore in continua transizione: Matteo Oscar Giuggioli tra urgenza e curiosità

Nasce a Rho, alle porte di Milano, la notte del 31 dicembre del 2000. Alle 23.30. Ma, tranne quella notte, Matteo Oscar Giuggioli non ha più tenuto sveglia sua mamma: «Ero bravissimo. Sorridevo a tutti, ero solare». La musica lo attrae fin da piccolo: «Ero nel passeggino, con mia mamma. Abbiamo incontrato un violinista di strada e io ero ipnotizzato ad ascoltarlo. Siamo rimasti lì per molto tempo perché non volevo venir via». Crescendo ha pensato anche di fare il musicista. «A casa ho la chitarra, il basso, la batteria elettrica, il sax, il violino, il cajón. Ho provato tanti strumenti… Un po’ come ho fatto con gli sport».

Matteo Oscar Giuggioli
Total look Saint Laurent

Alle superiori si iscrive al liceo delle scienze umane. E qui incontra il suo grande amore: la recitazione. «Ho iniziato in primo liceo con un corso extrascolastico. Ho sempre sentito che avevo delle cose da dire, ma incanalavo male le mie energie. Facevo tentativi che non portavo mai a termine. Ho avuto un percorso scolastico faticoso. Non mi sentivo a mio agio. Pensavo anche di non essere intelligente. Ero in un periodo di transizione e non mi sentivo compreso. Nulla attirava la mia attenzione. Ero demotivato. Ma quando ho iniziato a fare teatro, ho sentito un’emozione enorme, un senso di libertà che non avevo mai provato. Ho avuto un’insegnante bravissima che ci faceva fare training autogeno, teatro-danza. Ho provato un senso di vitalità pazzesco e ho continuato. Era come una droga: dopo un po’ avevo bisogno di aumentare la dose».

“In realtà non c’è stato un momento in cui ho deciso: da ora in poi voglio fare cinema. Volevo solo recitare”

Matteo Oscar Giuggioli film
Total look Saint Laurent

Però non hai continuato col teatro…

In realtà non c’è stato un momento in cui ho deciso: da ora in poi voglio fare cinema. È semplicemente successo. Per Gli sdraiati sono venuti a provinare nelle scuole. È iniziata così. Volevo solo recitare. Non importava se a teatro o al cinema.

Matteo Oscar Giuggioli Instagram
Total look Bally

Ne Il filo invisibile, diretto da Marco Puccioni per Netflix, tratti due argomenti scomodi: l’omosessualità e le famiglie arcobaleno. Due aspetti della nostra quotidianità che il nuovo governo avversa…

Questo è un governo contro le famiglie in generale, non solo arcobaleno. Famiglia è sinonimo di amore e questo è un governo che va contro l’amore. Perché mi sta dicendo chi non posso amare, con chi posso sposarmi o aver figli. Aver figli è la traduzione di un atto sessuale con un parto a seguito, oppure è semplicemente voler dare amore?

“Il nostro lavoro è fatto anche di ricerca. E se la fai, il risultato si vede”


Sei con Stefano Accorsi nella nuova serie Rai Vostro onore. Che esperienza è stata?

Un bellissimo progetto, ma mi sento sempre in continua transizione. Sono molto felice di Vostro onore, però faccio fatica a vederlo. Vuol dire che sono cresciuto, maturato. Sono molto severo con me stesso: non mi piaccio. Avrei voluto provare di più. È importante investire sul coaching, sulla ricerca. Spesso le produzioni mettono gli attori in uno spazio senza una preparazione sufficiente. Del tipo, facciamoli provare, lasciamo che si conoscano. Un padre e un figlio conoscono i loro corpi, le proprie menti. Dovremmo avere il tempo di uscire, parlare, conoscerci in generale. Il nostro lavoro è fatto anche di ricerca. E se la fai, il risultato si vede.
Guarda Brado. È un film meraviglioso. Saul Nanni è stato di una bravura infinita, grazie al talento che ha e alla preparazione che ha avuto. Kim Rossi Stuart è uno che prova, è pignolo, e alla fine provare paga. La bravura e il talento sono la base, ma ci deve essere lo studio, la ricerca. Brado è la dimostrazione di tutto questo.

A Venezia, insieme ad Amanda Campana, coprotagonista in Suspicious Minds, siete stati premiati con il Next Generation Award. In così poco tempo a Venezia. Cosa si prova?

Venezia è stata pazzesca. Non capisci dove sei. Sei alla Mostra del cinema e non sai neanche come ci sei arrivato. A volte a mia mamma lo ricordo: “Mamma ti ricordi cinque anni fa, quando ero ancora al liceo?”. Costava e non sapevamo se ci saremmo riusciti. Ce l’abbiamo fatta con molti sacrifici. Era un terno al lotto anche fare in continuazione Roma-Milano. Ed era tutto un nostro investimento. E ogni tanto glielo dico, “hai visto che roba? Qualcosa è successo!”.

“Ho sempre detto che teatro o cinema, per me era la stessa cosa. Bastava che facessi l’attore”

Matteo Giuggioli Venezia
Total look Bally

Tua mamma ti ha sostenuto nel realizzare la tua vita…

Sì… Non mi piace la parola investimento. Preferisco pensare che lei era lì e mi ha tenuto la mano. Sono sempre stato molto chiaro con lei. Le ho detto: io ho bisogno di fare ‘sta roba per essere sereno. Davanti a un figlio che ti dice questo…

Ci sono persone che mi scrivono per chiedermi come si fa. Il punto focale è: tu vuoi fare l’attore o vuoi recitare? Sono due cose diverse. Cosa ti muove? Ho sempre detto a mia mamma che teatro o cinema, per me era la stessa cosa. Bastava che facessi l’attore. Sono pignolo e testardo. Studiavo tanto e ho dato a mia mamma la possibilità di credermi.

Si sente che vieni dal teatro perché parli di urgenza. Chi fa teatro non lo fa per il red carpet…

L’urgenza è qualcosa che mi piace molto. Anche quando ascolto musica. Devo sentire. Devo sentire che ti preme, ti urge dovermi dire qualcosa. Ad esempio Blanco: sento che ha bisogno di dire quello che dice. È crudo, lo senti energicamente. Urgenza e curiosità sono due concetti che mi piacciono molto.

Matteo Giuggioli premi
Total look Saint Laurent

“L’urgenza è qualcosa che mi piace molto. Anche quando ascolto musica. Devo sentire che ti preme”

Hai finito di girare Suspicious Minds di Emiliano Corapi. Cosa ci anticipi?

Sono curioso di vedere il film in sala. Emiliano Corapi è maniacale, attento, preciso, cauto. È stato un lavoro fatto con lo scalpello. La sceneggiatura è tosta. Emiliano scrive benissimo. Mi è piaciuto il rapporto che si è creato con Amanda (Campana, la coprotagonista, nda). Ci siamo ascoltati molto. Mi sarebbe piaciuto fare due prove in più, ma alla fine eravamo tutti talmente sul focus, e per sei settimane abbiamo lavorato concentrati. Secondo me è un film che sorprenderà.

Matteo Giuggioli social
Total look Etro

Credits

Talent Matteo Oscar Giuggioli

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Production & styling Alessia Caliendo

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Andrea Seghesio

Hair Kemon

Grooming Giulia Mariti @Making Beauty Management

Location ISFCI – Istituto Superiore di Fotografia

Special thanks to Verdefresco

Nell’immagine in apertura, Matteo Oscar Giuggioli indossa total look Saint Laurent

Collezionisti di vita

A fine ottobre Finarte batterà all’asta una collezione unica di Barolo Borgogno: vini al posto di opere d’arte, perché la storia non passa solo attraverso quadri o libri, segue anche la strada del nettare di Bacco. Vini battuti all’asta alla stregua di tele d’autore, cantine come biblioteche antiche, fondi d’investimento che annoverano nel loro portafoglio storiche aziende del settore. Spesso è più facile capire un collezionista d’arte che uno di vini, perché godere di un cru significa vivere un’esperienza sensoriale che passa per la sua degustazione. Il vino va consumato, e quella sarà l’unica volta in cui la specifica opera d’arte verrà resa fruibile, goduta veramente da qualcuno.

vigneti Montepulciano
Carpineto, i vigneti di Montepulciano

L’archivio di Carpineto, sancta sanctorum colmo di annate storiche, dal Brunello al Supertuscan

In Toscana e Trentino si trovano due cantine che non custodiscono solo bottiglie, ma la filosofia di chi le cura. Uno, Antonio Michael Zaccheo, si definisce un vinaio, l’altro, Michil Costa, un oste; in realtà sono due collezionisti di vita. E di vino. L’archivio enoico di Carpineto costituisce un compendio storico che non è solo una summa del passato né un “magazzino”, ma un’opportunità, un servizio per chi vuole godere di proposte privilegiate. Una cantina tra le più fornite, con un gran numero di annate storiche, comprendente Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano, Brunello, Supertuscan. Fondata nel 1967, la Carpineto è tra le top 100 di Wine Spectator. Tra i clienti che amano sorseggiare le loro specialità Bill Gates e Céline Dion. L’idea di realizzare un archivio – che conta circa 100mila bottiglie – venne ai fondatori, Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo. Iniziarono conservando le annate più prestigiose, nonché quelle più premiate («male che va – si dissero – ce le beviamo noi»).

Supertuscan vini
I tre Supertuscan dell’archivio di Carpineto

“Il vino è una capsula del tempo vivente”

È ancora questo lo spirito che anima la seconda generazione, con Antonio Michael Zaccheo in testa, che gira il mondo per incontrare buyer e fare degustazioni, ma poi ha bisogno di tornare a casa, tra i suoi appodiati. «La particolarità del nostro archivio è quella di non avere vini di un solo produttore o di una sola denominazione, ma di spaziare in tutto il panorama toscano delle denominazioni storiche. Contiene capsule del tempo toscane. Perché il vino è una capsula del tempo vivente e i vini, per la Carpineto, non saranno mai pezzi da museo. Oggi si parla tanto di collezionismo, ci sono fondi di investimento che si occupano di etichette prestigiose, ma il nostro obiettivo non è mai stato quello. Quando Sacchet e mio padre dissero “male che va ce le beviamo”, lo fecero perché il vino, per loro, andava bevuto. Con grande piacere e amore».

Il vino, dice Zaccheo, “è cultura”

«Le bottiglie – prosegue – rappresentano la nostra storia. Alcune sono particolari, tipo la prima bottiglia di classico riserva del 1967. Il vino è vivo, ha un inizio e una fine. E c’è un tempo giusto per berlo. Se non si beve, muore senza gloria. Una bottiglia di quelle speciali, importanti, si accompagna alle persone giuste, al piatto giusto. In alcuni casi ho bevuto cuvée talmente pregiate che ne ho conservato le bottiglie nella mia collezione privata, perché mi ricordano l’emozione che ho provato nel bere il vino che contenevano». Molti clienti hanno la passione del vino, altri lo vedono più come uno status symbol, «come quella volta in Cina, con un magnate di Pechino. Mi ha invitato a bere uno Chateau particolarmente costoso, ma nei calici veniva grattato tartufo. Un vino da migliaia di dollari a bottiglia col tartufo dentro. Il vino è cultura. Poi c’è chi pensa che mettendo una cosa buona una dentro l’altra, si ottenga un prodotto ancora più buono. Purtroppo per alcuni è davvero solo uno status symbol».

Mahatma hotel La Perla
Mahatma wine cellar (ph. ©Gustav Willeit)

Mahatma, il mausoleo (oltre 27mila bottiglie) dell’Hotel La Perla

Un altro modo di collezionare è quello di Michil Costa. Nel suo Hotel La Perla, a Corvara in Badia, si nasconde un gioiello ancora più prezioso, un hotel che non ha clienti, ma ospiti, e possiede una grande anima: Mahatma, cantina che contiene un mausoleo. Perché anche il vino fa parte della sua Heimat. «Heimat è un concetto molto intimo che va al di là del concetto di patria. Non esiste una traduzione. È una sensazione, un modus vivendi, un senso di appartenenza. Qualcosa di estremamente personale, che coinvolge tutto ciò che ci circonda: luoghi, persone, modi di vivere». E, perché no, anche il vino, in una cantina che supera le 27mila bottiglie e contiene un labirinto, una via verso la conoscenza. Quello del La Perla è dedicato al Sassicaia, con tanto di cripta centrale dove è custodita la storica bottiglia del 1969 della tenuta San Guido.

Mahatma Corvara
Mahatma wine cellar (ph. ©Debora Dellosto)

“Per me il vino è vita. Si evolve, non è una cosa statica”

«È un gioco da grande appassionato di vini, da persona che è sempre andata alla ricerca dell’estrema qualità, e come qualità non intendo solo quella olfatto-gustativa, ma del vivere la vita. In quel labirinto bisogna districarsi e alla fine si arriva alla perfezione, cioè la prima bottiglia di Sassicaia. Prodotta per la geniale intuizione del Marchese Incisa della Rocchetta. Il suo posto, centrale, non le spetta solo per la qualità, ma per lo spirito di ricerca e per il coraggio di fare il vino dove nessun altro aveva mai osato prima. Per la capacità di inventarsi una cosa nuova, come Andy Warhol con la pop art e Arnold Schönberg con la musica dodecafonica tonale. Dopo sono capaci tutti. Percorrere delle vie che nessuno ha percorso prima di te: questa è la genialità di alcuni uomini». «Mahatma è il nome che ho dato alla mia cantina. È la grande anima dell’universo, ma richiama anche Gandhi, la “grande anima” – appunto – di questo piccolo, immenso uomo che, con azioni gentili e però molto determinato, riusciva a convogliare le masse verso una strada fatta di verità e bellezza. Puoi avere una grande anima anche se hai una voce flebile, se sei una persona minuta, e riesci comunque a cambiare il mondo. Nella mia cantina ho voluto unire le mie passioni, vino e musica. Perché per me il vino è vita. Si evolve, non è una cosa statica. C’è in esso il lavoro dell’uomo, la creatività, l’arte. C’è il contatto con la terra. Quello che mi lega al vino è un rapporto intimo».

Hotel La Perla cantina
Mahatma wine cellar (ph. ©Gustav Willeit)

Hotel La Perla Mahatma
Mahatma wine cellar (ph. ©Gustav Willeit)

Nell’immagine in apertura, Mahatma, la wine cellar dell’Hotel La Perla, a Corvara in Badia (ph. ©Debora Dellosto)

Amanda Campana, combattiva, consapevole, determinata (e bellissima)

Esile. Labbra carnose. Volto dai lineamenti delicati. Occhi acquamarina. A tratti la ragazza degli anime giapponesi, a tratti Valentina di Crepax ma bionda. E più leggera e divertente. È Amanda Campana. Attrice, nata a Carrara il 6 marzo 1997, per molti è la Sofia di Summertime, famosa serie Netflix. Su IG è @amanda.yr: «Sono le iniziali dei miei primi cani: Yaki, il mio primissimo cagnolino, è l’amore della mia vita che non c’è più. R sta per Rondo, un chow chow che ha mia mamma».

Amanda Campana
Trench Balenciaga, harness Moncler, over the knee boots Sergio Rossi

A Venezia sei stata premiata con il Next Generation Award per Suspicious Minds, non ancora in sala. Cosa hai provato?

Non mi aspettavo di arrivare a Venezia così presto. Poi, se mi guardo indietro, vedo che ho avuto una bella dose di fortuna, ma anche che in questi quattro anni ho lavorato con impegno. Alla fine sono semplicemente stata super grata. Anche perché c’era mio nonno che da una vita mi diceva “ti voglio vedere a Venezia prima di andarmene”. È stata una soddisfazione da poter dare alla mia famiglia.  Sono curiosissima di vedere il film. È uno dei progetti in cui mi sono sentita più sicura di me. Anche la storia mi è piaciuta tantissimo.

Su IG ti vediamo fare pole dance. A guardarti sembra naturale…

Non è semplicissimo. Prima di iniziare a fare pole dance facevo solo un po’ di yoga da autodidatta. Quando mi sono avvicinata al palo, l’ho trovato difficile. Serve molta forza nelle braccia, elasticità e sopportazione del dolore. Fa male. Sei su con l’attrito della tua pelle: è quello che ti fa tenere. Ma è talmente bello che ti scordi di quanto sia difficile e doloroso.

Amanda Campana attrice
Trench Balenciaga, harness Moncler, over the knee boots Sergio Rossi

“Secondo me il cinema non deve essere educativo, però è giusto rappresentare la realtà che dovremmo assorbire dallo schermo” 

E lo yoga?

Era un periodo in cui ero in conflitto con me stessa. Una fase della mia vita in cui non mi piacevo, non stavo bene con me stessa. Volevo qualcosa da fare a casa, ma non per dimagrire o tonificare. Sentivo il bisogno di qualcosa che mi connettesse col mio corpo.

Sei vegetariana: per scelta o ti hanno cresciuta così?

No, anzi. Mia nonna aveva la classica bottega di paese e vendeva carne. La mia era la famiglia toscana tradizionale dove si mangia carne. A 15 anni ho preso la mia decisione. Ho detto: “Ragazzi, non è stato bello, perché a me la carne non è mai piaciuta. Faccio una scelta per me stessa, per gli animali e per l’ambiente e smetto di mangiare carne e pesce”.  Ho scelto di non essere vegana per non complicarmi la vita. Se mangi fuori, devi essere flessibile.

Amanda Campana Summertime
Total look Fendi

È bello notare che le nuove generazioni vivono le loro scelte in maniera non conflittuale.

Sì, siamo pacifici. Abbiamo capito che la via della violenza e dell’arroganza, dell’aggressività, non porta da nessuna parte. Se imponi la tua idea a qualcuno, lo allontani. Cerco di rispettare le idee altrui anche quando ogni cellula del mio corpo vorrebbe non farlo. Però ho capito che la cosa migliore è evitare il conflitto.

Come hai iniziato a recitare?

Per caso. Dopo il liceo artistico non avevo progetti chiari. Ho iniziato a fare una scuola di trucco. Per un paio di anni ho fatto la truccatrice su set pubblicitari o fotografici. Poi ho cominciato io a fare da modella ai fotografi, finché una scuola di recitazione mi ha contattata per fare una prova in accademia. Da lì ho iniziato a fare i provini. L’anno dopo ero sul set di Summertime.

“Siamo una generazione che si batte, non viviamo sulle nuvole”

In rete ho letto che in Summertime rappresenti “la quota LGBT della produzione Netflix”…

È una frase sicuramente infelice, però penso che a volte il fine giustifichi il mezzo. Da tanti questa politica di Netflix, che ogni produzione debba avere un personaggio di una minoranza, è sempre vista come una forzatura. Secondo me il cinema non deve essere educativo, però è giusto rappresentare la realtà che dovremmo assorbire dallo schermo. E a volte c’è bisogno di una piccola spinta. Nella quotidianità ci sono persone di ogni colore e di ogni orientamento sessuale. Quindi, in questo momento, io mi impongo, quando produco, di rappresentare anche quella che consideriamo essere una minoranza. Se me lo impongo su tutte le produzioni, alla fine sarà l’abitudine. E a quel punto non ci sarà più bisogno di impormelo. Basta rappresentare una realtà che è già così.

Abbiamo una donna alla Presidenza del Consiglio che si fa chiamare al maschile. Che ne pensi?

Sono molto frustrata. A volte perdo le speranze perché questo governo non mi rappresenta, non rappresenta la mia generazione, i miei ideali e gli ideali e i diritti di molti. Per me è una grande sconfitta, come generazione e come donna. Per la prima volta abbiamo una figura così importante al femminile, totalmente vittima del patriarcato. A tal punto che vuole essere chiamata al maschile, come se, per avere un’importanza, tu debba essere un uomo.

“È difficile trovare qualcuno della mia età che non abbia delle ideologie forti e non si batta per difenderle. Siamo tutti molto coinvolti”

Hanno abbassato l’età per votare al Senato e abbiamo un Parlamento con un’età media che supera i sessant’anni…

Molti giovani sono fuori sede. Gran parte di noi non ha votato perché non poteva permetterselo. È inutile che abbassi l’età e poi non metti la gente nelle condizioni di votare. Ed è un peccato, perché in realtà siamo una generazione che si batte. È difficile trovare qualcuno della mia età che non abbia delle ideologie forti e che non si batta per difenderle. Siamo tutti molto coinvolti nel mondo che ci circonda. Non viviamo sulle nuvole.

Se toccano, anche in modo indiretto, la legge 194 sulla IGV, scendi in piazza?

Assolutamente sì… Sono avvelenata. Ma appena lo fai notare, i sostenitori di questa maggioranza ti rispondono che loro non vogliono toccare la 194. Senza rendersi conto che in questo momento per una donna è già molto difficile abortire in modo sicuro, serenamente, vicino a casa sua. Il problema non è cambiare la legge, ma anche non tutelarla dagli escamotage che in qualche modo già intralciano il diritto all’aborto.

E il viaggio più bello che hai fatto?

In quinto liceo con mia mamma, il suo compagno e il figlio del suo compagno. Siamo andati a Bora Bora. Un paradiso terrestre, ma per me ha avuto anche un altro significato. In quel periodo soffrivo di attacchi di panico. Prendere un aereo per arrivare dall’altra parte del mondo era impensabile. Però ce l’ho fatta. Attaccata al braccio di mia mamma tutto il viaggio. Mia mamma poi, per i miei 18 anni, mi aveva regalato un tatuaggio e io non l’avevo ancora fatto. Dicevo: voglio farlo quando effettivamente saprò cosa fare. Appena arrivata, ne ho fatto uno piccolo in stile polinesiano.

Amanda Campana intervista
Total look Antonio Marras

Credits

Talent Amanda Campana

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Production & styling Alessia Caliendo

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Andrea Seghesio

Hair Kemon

Make-up Giulia Mariti @Making Beauty Management

Location ISFCI – Istituto Superiore di Fotografia

Special thanks to Verdefresco

Nell’immagine in apertura, Amanda Campana indossa trench Balenciaga, harness Moncler, stivali Sergio Rossi

Dai fashion film ai corti, le novità del web in scena al Digital Media Fest

Si terrà alla Casa del Cinema di Roma, il 14, 15 e 16 dicembre, il Digital Media Fest, festival creato e diretto da Janet De Nardis, dedicato a tutti i prodotti digitali.
Si tratta di un luogo dove web e mercato cinematografico si incontrano, dove scoprire nuove tendenze digitali e produzioni indipendenti. Un universo creativo che spazia dai videogames alle webserie, ai fashion film, ma anche ai prodotti più tradizionali come cortometraggi e lungometraggi.
Ne parliamo con la sua ideatrice e direttrice, Janet De Nardis.

Janet De Nardis
La direttrice di DMF Janet De Nardis (ph. Studio Carfagna)

DMF dà largo spazio ai prodotti web nativi. Cosa si intende con questa definizione?

Si intendono tutti quei prodotti che nascono per il web, oppure quelli che per qualche ragione di mercato finiscono in un primo tempo in rete. È una definizione che aveva molto senso quando il festival è nato, dieci anni fa, ma che oggi può confondere, dato che la maggior parte dei contenuti audiovisivi vengono ormai promossi attraverso la rete, soprattutto in prima istanza. Nonostante ciò, resta importante il prodotto audiovisivo di narrazione realizzato appositamente per il web e quindi spesso scevro da regole mainstream, piuttosto che il prodotto ancora oggi confezionato per la televisione, oppure per piattaforme che ne seguono la rigida struttura di realizzazione e diffusione.

“Il valore aggiunto di DMF è far diventare reale ciò che si vive normalmente solo nel virtuale”

Il festival promuove un nuovo modello di raccordo tra mercato cinematografico tradizionale e web. Dove e come questi due mondi si incontrano e cosa nasce da questa collaborazione?

I due mondi si incontrano nel momento in cui la narrazione e la tecnica risultano essere di qualità, al di là del budget speso per la realizzazione. Negli ultimi anni è evidente che, con il miglioramento delle tecnologie utilizzate, è più semplice per tutti, soprattutto per i creativi indipendenti o per i collettivi, realizzare prodotti di altissima qualità pur non avendo a disposizione grandi capitali. Inoltre, ciò che rende “di valore” un contenuto audiovisivo è certamente la scrittura, e quindi il lavoro degli autori; abbiamo riscontrato, in quei creativi che non sono ancora ingabbiati in un sistema produttivo mainstream, una capacità di analizzare la realtà mantenendo uno sguardo diverso dalla solita retorica.

Qual è il valore aggiunto di un’iniziativa come DMF?

Fare diventare reale ciò che si vive normalmente solo nel virtuale. In un’era in cui tutto è poco tangibile, c’è la necessità di avere delle occasioni concrete per potersi confrontare, per incontrare i propri beniamini, per avere delle occasioni dal vivo per lavorare e far nascere nuove collaborazioni.

 2022
La locandina dell’edizione 2022

Qual è la sua vision?

La vision di DMF parte da lontano, dato che parliamo della prima rassegna italiana a pensare di puntare su questo genere di prodotti, ma soprattutto è la terza al mondo nata per promuovere contenuti webseriali e web nativi. Prima di noi esistevano solo il Los Angeles Web Fest e il Marsiglia Web Fest. Oggi abbiamo centinaia di festival simili nel mondo. Questo essere precursore dei tempi ha permesso al Digital Media Fest un posizionamento privilegiato rispetto ai partner, e di conseguenza occasioni privilegiate per i creativi italiani.

“Il web potrebbe essere un grande volano per la sala, che resta la vera meta di tutti i creativi”

Permettete anche alle società di produzione non orientate alle innovazioni tecnologiche di incontrare nuovi autori, registi e attori presenti al festival. Quanto è utile accorciare così tanto la filiera tra giovani e industria cinematografica?

È fondamentale, perché abbiamo già vissuto l’esperienza di chiusura totale, nel nostro mercato audiovisivo e cinematografico. Per molti anni i produttori hanno lavorato con gli stessi attori ed autori, senza lasciare una concreta possibilità alle nuove leve di fare valere le proprie idee. Con il Digital Media Fest evitiamo che ciò avvenga e ogni anno proponiamo nuovi orizzonti da seguire. Questo non vuol dire che ogni annata sia colma di talenti, ma accade molto spesso che, tra le tante idee in concorso, ci siano quelle giuste, che grazie a realtà come questa riescono ad essere veramente valorizzate. Nella storia del Digital Media Fest sono stati molti i creativi che hanno trovato la loro reale occasione, a partire da Vincenzo Alfieri e Ivan Silvestrini fino a Edoardo Ferrario, ma anche creativi di opere come Romolo + July, che sono stati promossi dal concorso Movieland per poi giungere in TV.

“L’audiovisivo, il cinema in particolare, possono essere la forza del Paese, esattamente come lo sono stati per l’America”

Assecondare il pubblico giovane sta distruggendo il cinema, quello per cui vale la pena pagare il biglietto in sala. Lo confermano i dati de La stranezza, che ha superato i 6 milioni di euro: un record per le sale odierne. Visto il trend in forte crescita, destinato ad aumentare ancora nell’audiovisivo, sia in termini di domanda di prodotti che di investimenti, crede che oggi ci sia spazio per separare cinema tradizionale e web?

Questa domanda ha origini lontane. Quando proposi per la prima volta al Ministero dei beni culturali l’idea del festival dovetti aggiungere al titolo della manifestazione un suffisso, “il cinema ai tempi del web”, perché già oltre dieci anni fa internet spaventava il mercato cinematografico. Purtroppo, è proprio questa paura che ha reso impossibile il dialogo, mentre il web potrebbe essere un grande volano per la sala, che resta la vera meta di tutti i creativi. Il teatro esiste da sempre, da quando l’uomo ha imparato a esprimere se stesso e a raccontarsi attraverso storie più grandi del singolo individuo. Così può essere anche per il cinema, che però deve imparare a promuoversi e valorizzarsi. Da quando è iniziata l’era pandemica, nessuna istituzione ha realizzato una vera campagna promozionale per il cinema. Il pubblico è ancora convinto che un film, una volta uscito in sala, il giorno dopo sarà presente sulla piattaforma gratuitamente, con un semplice abbonamento. Non è così, perché il costo di quel film sarà più alto sulla piattaforma che non al cinema. Le persone però hanno una percezione alterata dei fatti e questo è colpa di una politica che non ha capito che l’audiovisivo, il cinema in particolare, possono essere la forza del Paese, esattamente come lo sono stati per l’America, da sempre…

Digital Media Fest Roma
Janet De Nardis all’edizione 2021 del festival

“Iniziamo a credere nella fantasia degli autori che sanno raccontare lo straordinario, attraverso metafore, sentimenti, passioni…”

DMF punta a trasformare idee inedite in realtà, per un cinema nuovo e più aderente ai gusti del pubblico più giovane. Cosa emerge dal vostro osservatorio? Cosa chiede il pubblico giovane al mercato?

Vuole emozionarsi, vuole storie che facciano sognare, è stufo dei drammoni. È evidente anche dagli incassi al cinema, gli unici film che hanno realmente successo sono quelli fantastici, che usano grandi effetti speciali e raccontano storie di supereroi. Il vicino di casa, lo “sfigato” che non sa cosa vuole dalla vita, lasciamolo da parte, iniziamo a credere nella fantasia degli autori che sanno raccontare lo straordinario, attraverso stupefacenti metafore, sentimenti, passioni… Smettiamola di chiedere banalità e di creare un mondo di silenzi, di cupe solitudini. Regaliamo sogni o comunque esperienze forti e sono certa che i giovani, e non solo, torneranno a spendere per confrontarsi su qualcosa di nuovo.

Sono già stati fatti esperimenti in VR. Elio Germano lo ha usato addirittura in teatro. La nuova frontiera è il metaverso. Già il 3D sembrava dover rivoluzionare il cinema, ma così non è stato. Il metaverso potrebbe avere maggior fortuna?

Non credo che il metaverso sia la soluzione per un nuovo cinema: è un altro modo per isolarsi, mentre il grande schermo è condivisione. È sentire l’odore del vicino di posto e ascoltare il commento di chi non può silenziare quello che dice. La verità è che il metaverso avrà un reale successo, quello che vorrebbero le multinazionali, solo se riusciranno a chiuderci ancora in casa, con nuovi lockdown e malattie che ci spaventano. Se le persone vengono lasciate libere di vivere la realtà e respirare aria pulita, sicuramente potrà sopravvivere, ma non sostituire la realtà, e quindi non sostituire il cinema e le emozioni che lo accompagnano.

“Non credo che il metaverso sia la soluzione per un nuovo cinema, è un altro modo per isolarsi, mentre il grande schermo è condivisione”

La mission del DMF è di favorire il contatto tra filmmaker, produzioni, distribuzioni tradizionali e piattaforme online. Uno dei grandi nodi dell’industria cinematografica è la distribuzione. Ci sono centinaia di film finanziati, prodotti, ma che non vedranno la sala. Il web può fornire una soluzione economicamente interessante al problema?

Credo che sia sbagliato ricercare la soluzione nel web, la soluzione dovrebbe essere trovata proprio nelle sale, nelle arene. Iniziamo a sostenere i produttori che vogliono andare in sala, iniziamo a finanziare opere che possano davvero concorrere sul mercato. Diciamoci la verità: la maggior parte dei prodotti che restano nel cassetto, è perché non hanno nessun motivo per esistere. Altri, purtroppo, sono penalizzati dal fatto che sono stati finanziati troppi film poco degni di tale nome ma che, in qualche modo, dovevano essere “piazzati”. Credo che il problema sia alla radice, sta nei finti produttori italiani, che non mettono mano al proprio portafogli in quanto utilizzano i finanziamenti pubblici per intascare soldi, senza avere alcun tipo di capacità né interesse per l’arte cinematografica. Smettiamola di cercare gli errori alla fine del percorso, iniziamo a costruire un mercato virtuoso e non vizioso.

Nell’immagine in apertura, la direttrice del festival Janet De Nardis (al centro) con l’attrice Violante Placido durante una passata edizione di DMF

Marco Bonadei, dalle pièce a ‘Diabolik’

Reduce dal successo teatrale di Alla greca di Berkoff, ora in sala con Diabolik – Ginko all’attacco!, Marco Bonadei arriva al cinema dopo tanto teatro.
Nato a Genova il 15 ottobre 1986, si diploma alla Scuola del Teatro Stabile di Torino e nel 2011 vince il Premio Ubu come miglior nuovo attore under 30. Nel 2020 è nel cast di Comedians, per la regia di Gabriele Salvatores, regista premio Oscar che lo ha voluto anche nel suo film di prossima uscita Il ritorno di Casanova.

Ma prima che il cinema si accorgesse di lui, Marco ha camminato a lungo sulle assi del palcoscenico, entrando a far parte del gruppo di attori che hanno la loro casa all’Elfo Puccini di Milano. Qui trova un maestro, Elio De Capitani: “Sono 12 anni che lavoro con De Capitani: mi ha cresciuto, è stato un maestro sia d’arte che di vita. Penso che maestri si possa essere in tanti modi. È una fortuna incontrarsi ed è una fortuna poter incontrare qualcuno che, per un certo periodo di vita, possa farti da guida”.

Dopo Alla greca, dove è Eddy, un Edipo della Swinging London che si ribella agli dèi, alle istituzioni, ma anche a Freud, Bonadei sarà di nuovo all’Elfo Puccini di Milano, dal 9 al 12 dicembre, con Il guscio di Ian McEwan.

Marco Bonadei
Marco Bonadei (ph. Paolo Palmieri)

“Da quando è arrivato il lavoro con Salvatores ho cominciato a dedicare al cinema attenzione e impegno”

Da una rilettura di Edipo a una rilettura di Amleto.

Edipo, Eddy, protagonista di Alla greca, sceglie di rinunciare alla violenza, al continuo spargimento di sangue, al senso di colpa. L’Eddy della pièce, che sceglie di rompere i dogmi sociali, e che, invece di accecarsi, sceglie la madre, la donna, ne Il guscio si rituffa nell’utero materno. Divento un feto al nono mese di vita nell’utero di mia madre, nonostante il mio metro e novantuno di altezza. Ne Il guscio abbiamo il mito di Amleto, il testo per eccellenza, che, attraverso la rilettura di McEwan, diventa un divertentissimo giallo. È un giallo perché il protagonista, ascoltando i suoni che provengono dall’esterno dell’utero, si rende conto che un orribile piano per uccidere suo padre sta per essere messo in atto dalla madre e dal suo amante. È Amleto in tutto, tranne per il fatto che l’omicidio deve ancora avvenire e lui cercherà, per quanto in suo potere, di impedirlo.
Pur rivisitando due miti greci, sono due drammaturgie completamente diverse. In Alla greca abbiamo un performer, attore, regista, drammaturgo e poeta arrabbiato degli anni ‘80, che usa il linguaggio nella sua forma più violenta, provocatoria, pungente, esasperata, pornofonica, grottesca. Ne Il guscio, invece, abbiamo un autore, sempre inglese, che fa ricorso a un linguaggio raffinato e borghese.

Così come ogni dio è storicamente determinato, anche i miti possono essere riscritti man mano che la società si evolve?

Assolutamente sì!

“Ho fatto scelte teatrali, mi sono distaccato da alcune realtà per approfondirne altre. È stato il momento più faticoso e doloroso del mio percorso”

Marco Bonadei teatro
Ph. Paolo Palmieri

Tanto teatro e poi Gabriele Salvatores…

È stato un grandissimo incontro, avvenuto anni fa al teatro dell’Elfo. Gabriele mi vide in scena e gli sono tornato alla mente per Comedians, progetto nato nel primo lockdown, quello più duro. Un mese e mezzo di magia a Trieste, chiusi in una bolla, un vero e proprio guscio. Chiusi lì dentro, abbiamo creato questa creatura cinematografica. Eravamo un cast ridottissimo. Abbiamo vissuto tutti insieme con lo scopo di costruire una squadra, una classe, un gruppo di persone che si conoscevano da tempo, con le loro dinamiche. Questo è stato il primo grande regalo di quell’esperienza, perché poterla vivere così a fondo e così immersi, senza andirivieni, senza distrazioni esterne, per me è stato un dono prezioso. Lavorare con Salvatores è meraviglioso.
C’è poi un altro aspetto che mi ha stupito. Gabriele ha chiarissimo in testa cosa vuole raggiungere, ma è al tempo stesso molto aperto alle proposte. Anzi, richiede grande libertà in scena. Ed è la stessa cosa che si aspetta sul palco Elio De Capitani. Entrambi lasciano grande libertà. Ti responsabilizzano nell’atto creativo: una cosa preziosissima.
All’inizio sei in soggezione, poi ti rendi conto che sei necessario al lavoro e quello che devi fare è semplicemente lavorare al meglio ed essere il più generoso possibile.

Con Comedians si è riaperto un sogno.

Ho sempre amato il cinema. I primi anni, dopo l’accademia, non accadeva niente di interessante, qualcosa che desse davvero frutti. Qualche piccolo ruolo in alcune serie, ma erano figurazioni speciali. A poco a poco ho quasi abbandonato l’idea che il cinema facesse per me. Mi sono invece trovato stupito dalla vita quando è arrivato il lavoro con Gabriele: da lì mi sono rincuorato, ho cominciato a dedicare al cinema attenzione e impegno.

“Persone come Servillo e Mastandrea mi hanno fatto scuola, in un linguaggio che finora ho frequentato poco”

Sei stato coraggioso perché non è facile rifiutare di salire sui treni che passano appena esci dall’accademia. Anche solo per la paura che quel treno non ripassi più.

In questi tredici anni dopo l’accademia, c’è stato un momento in cui ho detto: smetti di prendere tutto quello che passa. Ho fatto scelte teatrali, mi sono distaccato da alcune realtà per approfondirne altre. Quello è stato il momento più faticoso e doloroso del mio percorso. Ho dovuto avere coraggio. Finché poi non è arrivato questo dono meraviglioso che è Salvatores. E come non accoglierlo? 

Il regista di Mediterraneo ti ha voluto anche nel film – in uscita – Il ritorno di Casanova.

Siamo tutti in attesa. Penso sia un bellissimo lavoro. Come Salvatores ha già dichiarato in qualche intervista, è un film che ha un aspetto autobiografico, personale, pur essendo tutto centrato su una storia altra. Per me è stata anche l’occasione di lavorare con Toni Servillo… Cosa devo dire? Un altro mostro. Avere lui e Salvatores sul set che lavorano con te è emozionante. La maestria di Servillo è unica. Così come è stato bellissimo lavorare sul set, anche se solo per un cameo, con Valerio Mastandrea in Diabolik: anche lui è magistrale. Tutte queste persone mi hanno fatto scuola, in un linguaggio che finora ho frequentato poco.

Elfo Puccini attori
Ph. Paolo Palmieri

“Diabolik è in qualche modo citazionista di un cinema dallo stile poliziesco, ma con un’estetica molto curata”

Sei anche nel cast di Diabolik – Ginko all’attacco!. La critica è stata più benevola col primo capitolo della saga. I supereroi americani hanno sempre successo. Diabolik era arrivato al cinema nel 1968, con la regia di Bava. Poi più nulla fino allo scorso anno. Perché si è così critici nei confronti di questo personaggio?

Penso che chi lo critica, indipendentemente dalle ragioni, abbia ritrosia nei confronti della scelta stilistico-narrativa che è stata fatta. È molto chiara. Non insegue i ritmi dei tempi odierni, è in qualche modo citazionista di un cinema dallo stile poliziesco, ma con un’estetica molto curata. C’è un gusto vintage nel film, sia nel primo che nel secondo. Questa è una pellicola dai ritmi più sostenuti; più drama e azione rispetto alla prima, che invece era più di presentazione dei personaggi. Almeno questa è la mia lettura. Penso il problema sia una non accettazione del linguaggio scelto.

“Il tema di Apple Banana è quello della propria evoluzione interiore, letto in chiave pop e astratta”

In primavera un altro debutto in teatro.

Prima una tournée di un mese e mezzo in giro per l’Italia, con la ripresa di Moby Dick alla prova di Orson Welles, dove sarò di nuovo con Elio De Capitani.
A marzo debutterò a Milano con un mio progetto, sempre all’Elfo Puccini, con Apple Banana. Parla del tema della scelta, intesa sia come capacità di scegliere giornalmente, che come saper scegliere che essere umano essere. Anche scegliere se staccarsi dal passato e vivere il presente e, quindi, saper scegliere di abbandonare alcune parti di sé per trovarne di nuove. È un lavoro sull’evoluzione di una persona. Il tema è quello della propria evoluzione interiore, letto in chiave pop e astratta, nel senso che è un lavoro dove la narrazione è frammentaria e tutto si incentra su un gioco all’apparenza cheap, cioè la scelta tra un cellulare e una banana… Che di per sé non vogliono dire niente, ma nascondono significati da scoprire insieme.

Marco Bonadei 2022
Ph. Paolo Palmieri

Nell’immagine in apertura, Marco Bonadei fotografato da Paolo Palmieri

Marescotti Ruspoli, un regista “non per tutti”

Amusia, “mancanza di armonia”, una malattia cerebrale che impedisce a chi ne soffre di comprendere, eseguire e apprezzare la musica. Amusia è il titolo dell’opera prima del regista Marescotti Ruspoli, con Carlotta Gamba, Giampiero De Concilio, Maurizio Lombardi e Fanny Ardant.

Un film sospeso nel tempo, dai suoni a tratti fastidiosi, in cui anche i lunghi silenzi contribuiscono a dare ritmo a un lavoro dove la musica è in realtà al centro. Un film che gioca con i suoni, con la luce della fotografia di Luca Bigazzi, con scenografie naturali uniche come il cimitero di San Cataldo, alla periferia di Modena, opera di Aldo Rossi e Gianni Braghieri: una sorta di città surreale, influenzata dall’arte di De Chirico.

Marescotti Ruspoli
Marescotti Ruspoli

Melodie, rumori, silenzio. Giochi di ombre, luce, buio. Profondità di campo e dissolvenze. Musica e amusia. Un pendolo continuo tra la vita di una ragazza che scappa dalla musica e quella di un ragazzo che sopravvive grazie alla musica.
Un microcosmo provinciale e vagamente surreale, fatto di edifici metafisici, motel a ore e luci al neon, due opposti all’interno dei quali tutto è stranamente armonico.

Nato a Londra il 4 dicembre 1990, Marescotti Ruspoli debutta con una pellicola che ferma il tempo, ti porta fuori dagli schemi, ti obbliga a uscire da una comfort zone. Un film con un protagonista d’eccezione: il paesaggio. Il risultato: un musical per non udenti. Un film piacevolmente straniante.

Un’opera prima in cui suoni, fotografia e atmosfere giocano un ruolo predominante

Uno dei protagonisti di Amusia è la fotografia. C’è una scena dove i due protagonisti camminano con i piatti di pasta in mano, è notte: un’immagine va in frantumi, lasciando emergere la successiva, surreale inquadratura

Per quella scena io e Luca Bigazzi abbiamo discusso a lungo. Quando andammo a fare il primo sopralluogo della location, era notte e lui voleva tutti i lampioni accesi. Io dissi: li vorrei tutti spenti, lasciando solo le luci in fondo. Giochiamo tutto in controluce. Lui mi guardò come per dire “ma sei serio?”. Fu un momento importante per la nostra collaborazione perché, nonostante io studi la fotografia di Bigazzi dai tempi della scuola di cinema, per la prima volta mi trovai in disaccordo con lui. Ma Luca capì che avevo una mia idea di fotografia per il film, ben precisa. Era scettico, poi provammo la scena con i lampioni spenti e il risultato è quello che vedi nel film.

Amusia film
Uno screen del film d’esordio di Ruspoli

“Avevo una mia idea di fotografia per il film, ben precisa”

Le scene girate nel cimitero di San Cataldo, un set cinematografico dallo stile razionalista, sono emozionanti. Bellissima quella girata nel corridoio con la lunga serie di lame di cemento che la luce fende…

Quello è un cimitero disegnato da Aldo Rossi, all’avanguardia dell’architettura razionalista. Si prestava per la simmetria, la  geometria, le varie angolazioni che offre. La cosa che mi ha colpito è che siamo stati i primi a girare lì. È una location naturale incredibile. La scoprii grazie a una foto di Luigi Ghirri, scattata con il prato innevato: tutto bianco e il grande edificio cubico che contiene l’ossario, rosso, al centro.
Era contenuta nel suo libro Viaggio in Italia. Mio padre è un fotografo e quel libro l’ho in casa da quando sono piccolo. L’ho sfogliato mille volte. L’ultima, proprio quando stavo cercando una location per Amusia. Siamo stati fortunati perché era una giornata di sole, un cielo terso che ha consentito a Luca di giocare con la luce.

architettura razionalista Aldo Rossi
Il cimitero di San Cataldo ripreso in Amusia

“Mi piace quando esco dalla sala e, per i primi cinque minuti, devo metabolizzare quello che ho visto”

Luca Bigazzi e Fanny Ardant: due mostri sacri per un’opera prima… Hai espresso un desiderio e si è avverato?

È un obiettivo che mi ero posto appena uscito dalla scuola di cinema, la Prague Film School. Avevo 22 anni. Insieme ai miei due migliori amici, un norvegese e un egiziano, ci promettemmo di girare il nostro primo film entro i trent’anni. L’obiettivo raggiunto oggi era iniziato allora. L’espediente è arrivato quando ho scoperto questa malattia assurda, rarissima, certificata solo nel 2005. A molti è sconosciuta. Mi intrigava che fosse una malattia così recente. Il film, nonostante non abbia una precisa connotazione temporale, è ambientato in una realtà pretecnologica. Non ci sono computer, cellulari, ma cabine telefoniche e telefoni fissi. Mi incuriosiva il fatto che questa ragazza si accorgesse di avere un “malfunzionamento” nei confronti della musica ma, essendo una patologia totalmente sconosciuta, venisse considerata una ricerca di attenzione, una ribellione giovanile. Anche il padre e il medico pensano sia solo un bisogno.

Tutti credono che la musica sia un elemento comune, che si può preferire un genere a un altro, ma che non può originare un disturbo tale da costringerti a lasciare una stanza. Questa malattia è invalidante in tal senso. Hai questa interferenza. Non è che non senti la musica, la percepisci ma in modo distorto.
Il lavoro con il sound designer è stato quello di cercare di ottenere un effetto che fosse fastidioso ma allo stesso tempo cinematografico. Perché la atonalità, cioè un suono atonale, è un suono dal punto di vista cinematografico un po’ piatto. Quindi ci abbiamo lavorato.

Amusia cinema
La locandina di Amusia

“Raccontare per immagini ha sempre fatto parte della mia formazione”

Non hai puntato, per il tuo debutto, su un’opera per tutti…

Non si può fare un film per tutti. Quelli dei grandi del cinema, da Tarkovskij  a Godard ad Antonioni, sono impegnativi. Il regista chiede allo spettatore un coinvolgimento mentale, uno sforzo per decifrare i messaggi più evidenti e quelli meno ovvi all’interno della pellicola. Mi piace quando esco dalla sala e, per i primi cinque minuti, devo metabolizzare quello che ho visto.

Ruspoli: un cognome scomodo o solo impegnativo?

La questione del cognome esce più con gli adulti che con i miei coetanei. Semmai è il nome Marescotti che lascia perplessi. Il vantaggio non viene dal cognome altisonante, quanto dai miei genitori che mi hanno dato una certa educazione, che vuol dire saper tenere una conversazione, come presentarsi, come salutare, anche come scrivere una lettera. Poi, in realtà, la famiglia Ruspoli è enorme, spesso mi imbatto in persone che scopro essere parenti di lontanissimo grado… La famiglia è una cosa complicata.

I miei genitori sono sessantottini, per loro viaggiare è un’avventura. Piuttosto che andare al Four Seasons, ci portavano nel vecchio hotel con le travi di legno. I nostri viaggi erano sempre avventurosi, mai comodi. Erano quelli che facevano loro e quando viaggiavano con noi volevano farci ritrovare quella esperienza. L’idea del resort non mi appartiene: sono più da zaino in spalla, mangiare nei mercati, scoprire la vita di strada.
Mi sento un privilegiato, perché i miei ci hanno fatto viaggiare sin da piccoli in posti come l’India. Ci facevano scoprire altre culture, altri Paesi, altri modi di vivere, vestirsi, mangiare; altre religioni.
Mio papà fa il fotografo, nasco circondato da luci, obiettivi, cavalletti. Raccontare per immagini ha sempre fatto parte della mia formazione. Ecco un altro motivo per cui essere grato alla mia famiglia.

Amusia 2022
Una scena della pellicola

“Ho realizzato anche documentari, ma senza mai perdere di vista la mia stella polare: fare film” 

Le tue prime regie sono nel mondo della pubblicità

Dopo la scuola di cinema sono andato ad abitare a Milano. L’obiettivo era quello di rendermi economicamente indipendente. A Milano si fa prevalentemente moda e iniziai in quel settore per aziende come Prada, Ferragamo. Mi piaceva l’approccio cinematografico. Mi divertiva fare gli storyboard, creare una micro sceneggiatura, non raccontare il prodotto secondo formati standard. Anche perché la moda non è il mio campo. Ai clienti piaceva questo mio modo di lavorare, che poi è quello che adesso va per la maggiore: il fashion short film. Ho realizzato anche documentari, ma senza mai perdere di vista la mia stella polare: fare film. La strada è a curve, l’importante è puntare sempre la cima.

Tra le musiche che compongono la colonna sonora di Amusia,  l’emozionante Magnolia di J. J. Cale…

Quella canzone me la mettevano in macchina i miei genitori quando ancora c’erano le cassette. Andavamo a scuola e mio papà aveva quell’album. Magnolia viene da là.
La sceneggiatura del film non nasce durante il Covid, ma si è sviluppata in quel periodo. Per questo non volevo fare una pellicola drammatica. Mi sembrava che già attorno ci fosse solo tragedia. Ecco perché ho cercato di fare un film che fosse anche musicale. Ho trovato interessante mettere la protagonista e la sua malattia nel mondo di una persona che utilizza la musica come ancora di salvezza. È un film che ha la sua musica anche quando la musica non c’è.

Fanny Ardant 2022
Fanny Ardant in Amusia

Amusia è un film che ha la sua musica anche quando la musica non c’è”

In squadra hai Bigazzi, che detiene il record di vittorie ai David di Donatello come miglior direttore della fotografia, sette volte Nastro d’argento. Come se non bastasse, Fanny Ardant ha accettato di lavorare con un artista sconosciuto. Già questa, di per sé, sembra una storia affascinante…

È una storia favolosa! La mia assistente alla regia, Baladine, è la figlia di Fanny. Ma io non lo sapevo. Un paio di mesi prima delle riprese, ancora cercavo l’attrice per quel ruolo. E lei mi fa: “spero non ti dispiaccia, ma ho fatto leggere a mamma la sceneggiatura”. E aggiunge: “lo sai che mia mamma è attrice?”. Io rispondo: “no, non ne avevo la minima idea. Veramente?”. E lei: “sì, è Fanny Ardant”.

Capisco che non sia facile essere figlia di Fanny e rispetto profondamente la sua scelta di non raccontarlo a tutti. Nasce così questo rapporto epistolare, via email, tra me e lei, durante il quale iniziamo a discutere della sceneggiatura e del personaggio. Già questo per me era stupefacente. A un certo punto però, Fanny mi comunica che in contemporanea partiva per un set in Svezia. E la cosa finisce lì. Era comunque stata un’esperienza meravigliosa, un onore. Un paio di settimane dopo ci richiama l’agenzia, comunicandoci lo slittamento del film in Svezia di sei mesi, ci chiedono se siamo ancora interessati. Davanti a “siete ancora interessati?” c’è stato il tripudio.

Un giorno ci siamo ritrovati nel nostro ufficio, che era la casa dove io e il mio socio e produttore convivevamo, e arriva lei per fare la prova costume. È incredibile quanto sia umile e ancora così dedicated al suo lavoro. Io la osservavo e lei, tra un ciak e l’altro, non usciva dal personaggio. Era coinvolta in quello che faceva, nonostante stesse girando l’opera prima di uno sconosciuto.

È un’artista che ha girato con i registi più importanti al mondo e, per tutti noi sul set, è stata un’esperienza incredibile: vedere la serietà e la professionalità, oltre al talento infinito, di questa attrice che si è messa al servizio del film come fosse l’ultima arrivata. Impressionante! Una signora con una cultura e un’intelligenza uniche. Staresti ad ascoltarla per ore. In ogni scena metteva qualcosa di nuovo, anche minimo, che la arricchiva ancora di più. E tu sei lì, al monitor, che guardi questo spettacolo.

Un’antidiva…

Sì, e una grandissima diva al tempo stesso. Come si veste, come cammina, parla, sorride. In realtà è totalmente diva pur essendo antidiva. Sono andato a Parigi un paio di mesi fa. Ci siamo dati appuntamento in un bistrò e l’ho vista salire le scale del metrò. Neanche il taxi… E si è seduta fuori, ai tavolini con me, tranquillissima…

Amusia Marescotti Ruspoli
Un ritratto del regista

Nell’immagine in apertura, Marescotti Ruspoli a una première

La gentilezza “rivoluzionaria” di IF! Festival

IF!, festival che dal 2014 celebra il valore della creatività come elemento centrale per la industry della comunicazione, torna a Milano dal 7 al 12 novembre. Numerosi gli ospiti che interverranno che prenderanno parte alla sei giorni della kermesse, provenienti dagli ambiti più disparati: si va da Roberto Saviano a Elio Germano, dal filosofo e psicanalista Umberto Galimberti all’artista (ed ex pugile) Omar Hassan; e ancora, tra gli altri, Marco Cappato, la scrittrice e giornalista Guia Soncini, lo stand-up comedian Saverio Raimondo.

IF Festival 2022

In un mondo sempre più dominato dai data, con le AI in continuo sviluppo, IF! mette al centro l’uomo “misura di tutte le cose” e la comunicazione: non solo come trasmissione di informazioni, ma come attività di esseri umani empaticamente collegati tra loro. Quel quid che, almeno per ora, ci rende ancora unici e insostituibili.
Il tema dell’edizione 2022 è “La Rivoluzione della Gentilezza”. Gentilezza che non è segno di debolezza, ma manifestazione di forza e decisione: quella di rimettere l’umanità al centro di questo mondo, di questo universo, di qualsiasi multiverso.

Il tema scelto come filo conduttore dell’edizione è “La Rivoluzione della Gentilezza”

Organizzato e promosso da ADCI – Art Directors Club Italiano – e UNA – Aziende della Comunicazione Unite, insieme al main partner YouTube, IF! è un appuntamento che ogni anno unisce ispirazione, formazione, networking e intrattenimento. «Rappresenta il mondo della creatività in Italia, intesa non come arte ma come creatività nella comunicazione», spiega una delle sue fondatrici, Alessandra Lanza, docente alla Bocconi di Milano. «Dieci anni fa ci rendemmo conto che le aziende spesso valutavano il nostro lavoro non tanto in funzione dell’idea creativa che sottende una campagna, ma sulla base dei dati.
IF! è nato con l’intento di far capire ai nostri clienti che, all’interno di un progetto di comunicazione, quello che fa la differenza è la creatività. Una campagna funziona se riesce a veicolare un determinato messaggio. E far passare un messaggio di marketing attraverso la creatività, è il nostro lavoro».

Alessandra Lanza IF
La direttrice di IF! Alessandra Lanza

«Abbiamo quindi deciso di rimettere al centro il tema della creatività. L’idea era quella di costruire un format innovativo dove poter radunare tutta l’industria della comunicazione: creativi, agenzie, clienti, editori, tutti gli addetti ai lavori. L’occasione ci fu data da Google, perché sono proprio le grosse piattaforme le prime che hanno interesse a stimolare lo sviluppo di contenuti creativi».

«Il primo IF! nacque per passione. Se allora ci avessero detto che dopo dieci anni saremmo ancora stati qui, e che saremmo diventati l’evento di riferimento per il mondo della creatività e della comunicazione, io per prima non ci avrei creduto. Fin dalla prima edizione, è emerso un dato importante: l’importanza di fare networking. E, negli anni, abbiamo anche compreso che la comunicazione ha uno step in più: non solo il marketing, ma capire qual è il messaggio di cui le aziende si fanno portatrici».

“In un progetto di comunicazione, quello che fa la differenza è la creatività. Una campagna funziona se riesce a veicolare un determinato messaggio. Far passare un messaggio di marketing attraverso la creatività è il nostro lavoro”

IF! accoglie non solo i player del settore, ma anche gli studenti…

Il festival ha sempre cercato di sviluppare un’attività che fosse democratica, ossia accessibile a tutti. All’interno di IF!, dal 7 al 10 novembre, si svolge “IF! Digital Premier”, quattro giornate di formazione e workshop. Tutti realizzati da aziende partner tra le principali del settore, da YouTube a Meta, e da scuole di altissimo profilo che organizzano corsi gratuiti aperti al pubblico su registrazione. La parte in presenza è a pagamento, ma con un prezzo che non supera i 90€. Rispetto ad altri eventi, che hanno costi superiori ai 300€ e chiusi al pubblico, IF! conferma la sua idea di accessibilità. Tutto ciò è possibile perché è un evento no profit. Quello che arriva in termini di partnership e sponsor, viene reinvestito sui contenuti.
Abbiamo deciso di tornare subito in presenza perché uno dei nostri obiettivi è il networking e, per farlo, le persone hanno bisogno di incontrarsi, di stare insieme, di condividere. È importante incontrarsi e parlare.

“Gentilezza sembra un concetto abusato, invece va sviluppato. Urge ritornare a cosa vuol dire avere delle relazioni che siano guidate dalla gentilezza intesa come empatia, capacità di capire l’altro”

Si parla spesso di soft power. La forza gentile della cultura e del rispetto reciproco è la linea guida di IF! 2022?

Oggi la comunicazione si fa carico di una rivoluzione culturale. La responsabilità sociale di un’azienda, è un tema che le imprese hanno chiaro. Il tema della gentilezza, in questo momento, è particolarmente importante e va di pari passo con quello dell’inclusività. Non si tratta più solo di cosa comunichi verso l’esterno al consumatore, ma anche di cosa comunichi verso l’interno alle persone che lavorano con te e per te.
Alla Bocconi, dove insegno, ho assegnato ai miei studenti un lavoro sul gaming, da sviluppare su una piattaforma. Siamo quindi nel mondo del metaverso. Tra le varie piattaforme, la maggioranza degli studenti ha scelto quella che presentava concetti di inclusività e gentilezza verso il pubblico, tutela delle donne, attenzione al linguaggio.
Se fino a poco tempo fa, quando si parlava di responsabilità, si parlava di ecologia, di sostenibilità ambientale, oggi gli utenti sono arrivati al concetto di sostenibilità sociale. Temi che le aziende intercettano immediatamente perché importanti per il pubblico.
Gentilezza sembra un concetto abusato, invece va sviluppato. Il mondo non è migliorato come speravamo. L’aggressività e l’infelicità sono tangibili. Urge ritornare a cosa vuol dire avere delle relazioni che siano guidate dalla gentilezza intesa come empatia, capacità di capire l’altro: sono concetti fondamentali per una società che vuole andare verso il benessere.

“Bisogna capire come implementare i temi dell’empatia e della gentilezza all’interno di un sistema che ha bisogno di avere ritorni economici”

Come si applica la gentilezza all’economia?

Il concetto di gentilezza che svilupperemo all’interno del festival, non è quello di forma, inteso come essere formalmente gentile e quindi educato. Essere gentili nei riguardi dell’altro significa prendere in considerazione l’altro come individuo, rispettarne la sensibilità. In termini aziendali, significa vedere la persona in quanto tale e non in quanto lavoratore e basta.
Il punto è domandarsi come essere gentili: come il mondo, e di conseguenza anche l’economia, può trarre giovamento dalla gentilezza. Cercheremo di approfondire i temi che riguardano le relazioni.
Sono argomenti che arrivano a comprendere anche la spiritualità. L’azienda moderna si rivolge ad una persona, che ha una sua identità e i suoi bisogni.
IF! ci servirà anche per capire come l’ambiente esterno interpreta la gentilezza, cosa significa essere gentili. I clienti di un’agenzia di comunicazione sono aziende profit. Il discorso è quello di capire come poter implementare i temi dell’empatia e della gentilezza all’interno di un sistema che ha bisogno di avere ritorni economici. Ma un’azienda è anche un sistema in grado di dialogare con il suo target e, quando parliamo di target, parliamo di esseri umani.

Marco Cappato
Marco Cappato

“Quando si parla di gentilezza, non si parla di tolleranza, ma della capacità di amalgamarsi, di far sì che un gruppo di persone diventi uno”

È di tendenza il termine “tolleranza”. Nessuno di noi vorrebbe essere tollerato. La tolleranza ha in sé il seme dell’arroganza di chi concede qualcosa a un altro in posizione di inferiorità. La gentilezza dovrebbe prendere il posto della tolleranza?

La creatività emerge dalla libera espressione del pensiero di ogni singolo. Il lavoro dei creativi, ad esempio, è un grande lavoro di squadra. Quando si parla di gentilezza, non si parla di tolleranza, ma della capacità di amalgamarsi, di far sì che un gruppo di persone diventi uno. E non lo fai attraverso la tolleranza, ma includendo le diversità e considerando ogni individuo una ricchezza. Persone diverse, che non guardano le reciproche differenze, ma sono tutte rivolte allo stesso obiettivo comune. “Raduniamoci tutti intorno a un interesse comune” è lo spirito di IF!.

Il fumetto impegnato di Zerocalcare apre il Campania Libri Festival

Zerocalcare ha aperto il Campania Libri Festival, «supercontento» di essere al teatro Politeama di Napoli per l’anteprima della nuova manifestazione letteraria partenopea, nonostante «sto ‘na… (era raffreddato, traduzione della giornalista)… Scusate se parlo con questa voce stentoria… Non c’ho il Covid, ma so’ pieno de spray nasale».

Zerocalcare festival 2022
Pubblicità dell’evento di apertura del festival con Zero, alter ego fumettistico di Michele Rech (ph. Salvatore Pastore)

In un teatro andato sold out in poche ore, Michele Rech ha incontrato il pubblico napoletano con il tono pungente e il sarcasmo di Zerocalcare.

Ma che ci fa un fumettista in un festival di libri?

Non ne ho idea. Non credo la mia sia letteratura. Unisco la scrittura all’immagine, faccio un’operazione di sintesi. Sicuramente però è un libro, quindi ha perfettamente senso la presenza al Campania Libri Festival. E poi questo festival parla di libri, non di letteratura. Quindi noi fumettisti non siamo abusivi qua dentro.
Così Zerocalcare sul palco. Lontano dai riflettori, abbiamo chiacchierato con Michele. Unico paletto: non si può parlare del libro in uscita a ottobre, No sleep till Shengal. Nessun problema. Come direbbe Zerocalcare: skippiamo e andiamo avanti.

Zerocalcare Napoli festival
Zerocalcare durante il talk all’anteprima del Campania Libri Festival (ph. Salvatore Pastore)

Nel 2001 esce il tuo fumetto sui fatti di Genova. Nella prima e nell’ultima tavola due frasi simili: la memoria è un ingranaggio, va mantenuta e per funzionare ha bisogno di ognuno di noi. Il 25 si vota. L’ingranaggio della memoria sta funzionando?

Non voglio parlare di elezioni. Sulla memoria storica, penso che non stia funzionando e sono i sintomi che ci dicono che non sta funzionando. E sono completamente slegati dal 25 settembre. Questo Paese ha un problema di memoria, di fare i conti con la propria storia e i propri demoni, sia a breve che a lungo termine. Dico solo che non mi piacciono le emergenze del momento.

“Non ci sono persone che non vogliono sentir parlare di certe tematiche, semplicemente la gente non sa raccontarle”

Apri il Campania Libri festival. Il libro in uscita è stato stampato in oltre 230 mila copie in un momento in cui l’editoria è in crisi…

Guarda che secondo me è un suicidio eh… Io sono terrorizzato. Tutti giorni dico alla casa editrice che hanno fatto una cazzata…

Zerocalcare graphic novel
Le graphic novel di Zerocalcare al Campania Libri Festival (ph. Salvatore Pastore)

Fai politica con i fumetti e vendi migliaia di libri. I politici sbarcano su TikTok e vengono fischiati e presi in giro. Tu parli di genocidio curdo, di disagio giovanile, dei fatti di Genova e dell’assoluzione dei colpevoli, e anche chi non sa ti ascolta. Quindi il problema non sono i giovani e il fatto che non gliene frega niente?

Non penso sia vero che i giovani rifiutano quella dimensione. Credo che le persone in genere rifiutano la dimensione pretesca o la dimensione del maestrino. Quella cosa là penso che sia indigesta a tante persone. Se uno riesce a raccontare cose di vita quotidiana, dal lockdown alle questioni sociali, fatti che riguardano noi e il nostro vicino di casa, e riesce a farlo senza retorica, senza ideologia e senza mettersi su un piedistallo, secondo me le persone ti ascoltano. E non dico che io lo so fare. Chi ti segue è anche contento di avere dei contenuti più elaborati e non avere per forza solo le stronzate.
Sono convinto che non ci sono persone che non vogliono sentir parlare di certe tematiche, è semplicemente che la gente non le sa raccontare.

“Sto al centro di una dinamica molto schierata e partigiana, nel senso che parteggio per una fazione”

Una volta c’erano gli inviati di guerra. Oggi i presentatori fanno show dall’Ucraina e un fumettista va tra i curdi a disegnare un reportage. Il graphic journalism è una nuova frontiera del giornalismo impegnato e indipendente, che riesce anche a bypassare la censura dei media?

Io ho sempre un po’ di pudore su questa roba, nel senso che non penso che il mio lavoro possa sostituire quello del giornalismo. Rispetto il giornalismo fatto bene. Ma nella mia testa il giornalista è uno imparziale rispetto a quello che racconta. Io invece sto al centro di una dinamica molto schierata e partigiana, nel senso che parteggio per una fazione. Quando vado in quelle zone di guerra, mi sembra di fare qualcosa che serve a sostenere una causa, di difendere le ragioni di una parte. Poi cerco di farlo il più possibile con onestà intellettuale. Mi impegno a non ingannare e a non fare propaganda. Ma credo di fare un lavoro che è diverso da quello del giornalista.
Poi, il fatto che noi fumettisti siamo considerati un po’ i fratellini scemi, ci dà anche delle libertà che altri non hanno. Kobane Calling è un libro che parla di un’organizzazione che sta sulle liste del terrorismo di mezzo mondo. Se le stesse cose fossero state scritte nell’editoriale di un giornale, ci sarebbero state le rimostranze delle ambasciate e un dibattito acceso. All’interno di un fumetto questa cosa non solo passa senza intoppi, ma anche persone che hanno ruoli pubblici possono dire che il mio libro è interessante. Quindi secondo me il fumetto è un’arma a doppio taglio, perché è vero che viene considerato una cosa di serie B, ma questo ha anche lati positivi.

Zerocalcare incontri 2022
Zerocalcare con l’autrice dell’articolo (ph. Salvatore Pastore)

“Il fumetto è un’arma a doppio taglio, viene considerato una cosa di serie B, ma questo ha anche lati positivi”

Mi fai venire in mente il disco che rese famosa JLo, On the 6, dalla linea del metrò che collega il Bronx con Manhattan. Essere on the 6 significa farcela, passare dalla borgata ai quartieri alti. Michele adolescente andava ogni mattina da Rebibbia al liceo Chateaubriand di Roma. Michele è però rimasto nelle sue zone nonostante il successo. Com’era allora Michele? Più Zerocalcare, Armadillo o…?

Era una realtà divisa. Erano evidentemente poche le persone che venivano da Rebibbia. C’era una divisione molto netta, ma penso che i ragazzini non siano colpevoli di nulla. Semmai i genitori. La divisione era tra gli studenti italiani, che stavano lì perché era uno status symbol, e le persone francesi o di altre nazionalità che stavano lì perché era la scuola che consentiva loro la continuità linguistica se viaggiavano. Io sono madrelingua francese, perché mia mamma è francese, e le persone con cui mi relazionavo erano ragazzi che ti insegnavano tante cose, che magari avevano viaggiato. E poi, ovvio che c’era una comunità in cui magari stavi per anni senza rivolgerti la parola. Perché erano mondi super diversi.

Immagino che la questione Roma nordRoma sud per uno straniero, come per un non romano, sia un’idiozia…

Abbastanza…

Zerocalcare talk 2022
Zerocalcare al termine del talk tenutosi al teatro Politeama per l’apertura del festival (ph. Salvatore Pastore)

Nell’immagine in apertura, Zerocalcare sul palco del Politeama per l’apertura del Campania Libri Festival (ph. Salvatore Pastore)

Irene Casagrande, la forza della disillusione

È in sala Per niente al mondo, film diretto da Ciro D’Emilio, che racconta la storia di Bernardo (un bravissimo Guido Caprino), rappresentante di quel Triveneto che in pochi decenni è passato dalla miseria a essere il simbolo della ricchezza e del benessere italiano. Un film che prende spunto da un errore giudiziario. Una semplice storia di mala giustizia. In realtà un espediente per parlare di giustizia, di valori, di rapporti umani e di un mito degli ultimi decenni del secolo scorso nel quale si fa fatica a smettere di credere: il ricco nord-est dove sei quello che hai.

Irene Casagrande
Irene Casagrande, ph. by Andrea Pirrello

In Per niente al mondo, Bernardo ha una figlia, Giuditta. Una giovane attrice che si trova a bilanciare la recitazione tanto potente quanto ingombrante di un bravissimo Guido Caprino.
Giuditta è Irene Casagrande. Nata a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, prima di tre figlie, un giorno dice: “Mamma, papà, voglio fare l’attrice”.

Per niente al mondo film

Intervista con Irene Casagrande

Come hanno reagito i tuoi?

Avevo circa dieci anni. Penso sia sembrata una di quelle cose che si dicono per gioco. Anche se specificai che volevo “un corso serio” per diventare un’attrice professionista. I miei genitori sono stati meravigliosi. Hanno sempre permesso, a me e alle mie sorelle, di sperimentare per trovare la propria strada.

Irene bambina cosa vede in tv?

Un sacco di documentari. Ero molto curiosa: mi piacevano anche quelli meno adatti ai bambini e mi riempivo di paure strane, come uragani, terremoti e animali pericolosi. L’idea di fare l’attrice non è arrivata guardando serie tv o film. Era una passione più legata al teatro. Ero innamorata del gioco teatrale.
Vengo da una piccola cittadina di provincia e qui non passavano grandi compagnie. Ma le volte che ero andata, ero rimasta affascinata da questa dimensione collettiva, di grandi emozioni, di corpi che si muovono sul palco. E poi il tipo di recitazione: lo trovavo affascinante.

Irene Casagrande Instagram
Ph. by Andrea Pirrello

E il cinema?

L’ho scoperto più tardi. Al cinema, quando ero piccola, c’erano i cartoni animati. Quello vero è arrivato dopo, come una cosa mia, personale.

“Ero rimasta affascinata dal teatro, da questa dimensione collettiva, di grandi emozioni, di corpi che si muovono sul palco”

Durante la conferenza stampa hai raccontato di come questo film, e il ruolo di Giuditta in particolare, ti abbiano permesso di raccontare il tuo Veneto “doloroso” …

Sono cresciuta in quel quadrante di confine tra Veneto e Friuli dove il territorio ha il suo peso. Grazie a Ciro D’Emilio ho avuto l’opportunità di raccontare il mio Veneto al di là dei luoghi comuni. La cultura del produttivismo, l’etica del successo personale, la capacità di creare benessere, sono fattori che influenzano la nostra capacità di essere felici. E influenzano anche il modo in cui una comunità si tiene insieme, come in questo film, dove una persona che attraversa un tracollo, si trova spaesato e privato della propria identità sociale. Il lavoro, il successo economico, diventano l’unico motore di riscatto possibile.
Penso che per la nostra generazione sia un tema particolare. È una situazione che contrassegna un Veneto che per molti, credo, possa essere una regione dolorosa, conflittuale.

Irene Casagrande cinema
Ph. by Andrea Pirrello

“Siamo portatori di desideri che iniziano a essere diversi”

Vediamo sempre il Triveneto come una regione ricca, dimenticandoci che fino alla seconda metà del secolo scorso era una regione poverissima e con un analfabetismo diffuso…

Secondo me questo ha influenzato la cultura dell’etica del lavoro in un territorio a lungo segnato da grande povertà. Una terra di emigrazione che l’improvviso scoppio della bolla economica degli anni ‘80, l’industrializzazione che è arrivata relativamente tardi, ha trasformato nel nord-est ricco e operoso che è ancora nell’immaginario collettivo. In un territorio che ha visto un grande benessere, convivono le generazioni che l’hanno creato, ma anche la mia, che è la prima per la quale quel benessere comincia a non esistere più. Già noi torniamo a emigrare, ma facendolo ci rendiamo conto che cerchiamo un benessere diverso.

C’è un libro bellissimo, Cartongesso di Francesco Maino. Non riuscivo a leggerlo. Mi fermavo sempre alle prime pagine. Ha uno stile ruvido. Poi è stato il primo libro che mi sono ritrovata a leggere appena mi sono trasferita a Roma. Parla di questa realtà-malessere, della difficoltà di relazionarsi con l’aspettativa del benessere economico. Una storia che segue un modello abbastanza claustrofobico, per cui la felicità della persona dovrebbe derivare dalla capacità di rispettare le aspettative lavorative. Il lavoro, l’osteria, la casa. Ciascuno è preso in questa trottola senza altri stimoli. È alienante.

“Credo che bisogna interrogarsi su come la proiezione in sala possa continuare a mantenere la propria peculiarità esperienziale”

In Per niente al mondo Giuditta vive un rapporto passivo aggressivo con suo padre. La sua è la generazione cuscinetto tra quella dei nostri nonni e la vostra. Le loro sono le due generazioni che hanno trasformato il Veneto in una delle regioni più ricche d’Italia. Voi sembrate appartenere a quella che cerca di ristabilire un equilibrio tra chi ha fatto la fame e chi ha vissuto il boom economico.

Probabilmente sì, siamo portatori di desideri che iniziano a essere diversi. Per noi non c’è la felicità che ci viene da una casa che non sappiamo se potremo comprare, una macchina che non sappiamo se potremo permetterci, e da tutta una serie di cose che non possiamo più dare per scontate. Siamo la generazione della crisi permanente. La crisi economica è arrivata che avevamo dieci anni o poco più. E non se ne è mai più andata.
Mi sento rappresentante, attraverso il mio personaggio, di uno dei messaggi contenuti nella pellicola di Ciro D’Emilio. Per niente al mondo racconta di una società che fa fatica, del rapporto di un uomo con sua figlia, di persone che si misurano con la difficoltà di superare le ostilità di un territorio dove i rapporti sociali sono i più colpiti dalla cultura del denaro.

Per niente al mondo Irene Casagrande
Irene Casagrande in una scena di Per niente al mondo

“Ho sempre avuto uno sguardo curioso sul mondo che mi circonda”

Sei cresciuta su set come In Treatment, 1992, 1993, 1994. Si discute del rapporto tra cinema e streaming. In realtà questa rivoluzione è già avvenuta. Fai distinzione tra film e grandi serialità, tra sala e cinema sulle piattaforme?

Tra giovani che si interessano a questo mestiere, attori, giovani registi, direttori della fotografia, è normale che ci si interroghi. Le domande che ci facciamo non sono se è meglio il cinema o la piattaforma, il film o la grande serie. È un cambiamento nel quale siamo già immersi. Sono modi diversi di fruire lo stesso prodotto. Credo che le domande da porsi siano quelle sulle specificità dei diversi canali e dei diversi tipi di prodotto, su come la proiezione in sala possa continuare a mantenere la propria peculiarità esperienziale. Forse la sala dovrà diventare un momento particolare di incontro, con dibattiti, con la presenza dei protagonisti. Tra serialità e film, poi, c’è la stessa differenza che c’è tra un racconto breve e un romanzo. Sono diverse forme di narrazione.

“Siamo una generazione disincantata e disillusa, che forse proprio in questo ha la propria forza”

Il 25 settembre si vota. Ti senti rappresentata? Vi sentite presi in considerazione dalla politica o siete sempre quelli che non hanno voglia di lavorare, che non hanno niente da dire? Vi lasciamo un mondo in condizioni pietose e vi diciamo anche che siete dei nullafacenti privi di istruzione…

Tocchi un tema che per me è fondamentale. Al di là della mia passione per il cinema, ho sempre avuto uno sguardo curioso sul mondo che mi circonda. Ho una mia coscienza politica che è in costante formazione. L’atteggiamento di cui parli rispetto ai propri giovani, credo sia sintomatico di una profonda crisi della società nel suo complesso. La verità è che noi giovani siamo il futuro e gli adulti di domani. Siamo le persone su cui ricadranno i pesi e i debiti di chi è venuto prima. Siamo una generazione radicalmente diversa da quella del passato.
Si fa un gran parlare delle sfide e delle difficoltà del presente e del futuro, ma la verità è che, se per una persona che oggi ha cinquanta o sessant’anni, queste problematiche rappresentano una questione teorica, per noi sono l’orizzonte entro il quale siamo capaci di immaginare le nostre possibilità per vivere e, magari, diventare genitori a nostra volta. Dovrebbe essere fondamentale pensare alle nuove generazioni come a degli esseri umani con le loro complessità, coscienza, consapevolezza e capacità di agire. Purtroppo è un atteggiamento che manca nella società attuale.
A questo punto la domanda se ci sentiamo rappresentati oppure no è superflua. La verità è che c’è qualcuno che ci infila nella propria retorica, ma per noi è evidente che è solo retorica.
Siamo portatori di un’esperienza storica unica, che pone problemi radicali. Non credo si possa affrontare questa transizione epocale con banalizzazioni, ricerca del consenso, misure a breve termine. Siamo una generazione disincantata e disillusa, che forse proprio in questo ha la propria forza. Sappiamo che è necessario immaginare soluzioni diverse. Siamo persone in formazione e chissà quali promesse rappresentiamo per la società di cui facciamo parte.

Irene Casagrande film
Ph. by Andrea Pirrello

Nell’immagine in apertura, Irene Casagrande ritratta da Andrea Pirrello

Il mestiere dell’attore secondo Leonardo Lidi, direttore artistico del Ginesio Fest

Alto, schivo, pragmatico ma con la testa sempre in attività, Leonardo Lidi si illumina quando si parla dei “suoi ragazzi”, gli allievi della scuola del teatro Stabile di Torino.
Lo vedremo nei panni di un abile hacker in Everybody Loves Diamonds, uno dei progetti più ambiziosi in programmazione su Prime Video nella primavera del 2023. Era Tody nella serie Rai Noi, remake della statunitense This is us. Ha appena affrontato la sua prima direzione artistica di un festival teatrale, il Ginesio Fest, giunto alla sua terza edizione.

Leonardo Lidi attore
Leonardo Lidi (ph. Ester Rieti)

“Sono soddisfatto. Gli artisti stanno vivendo il festival e il borgo. È molto importante che artisti di ogni età siano arrivati a San Ginesio per dialogare sul teatro. Si sono alternati grandi attori, giovani emergenti e studenti. Per me è bellissimo ed è quel binomio che il teatro deve avere: il talento sì, ma anche un pensiero politico rispetto all’arte del teatro e al dialogo col pubblico”.

Inizia così la chiacchierata con un un artista poliedrico, che fa di una formazione trasversale la cassetta degli attrezzi di un professionista del mondo della recitazione. Teatro o cinema, recitazione, direzione o scrittura, tutto parte dallo studio condiviso.

Ginesio Fest
Uno degli spettacoli dell’edizione 2022 del Ginesio Fest

San Ginesio festival
Un altro momento del festival

“La nostra è una professione liquida, ha bisogno di antenne dritte e capacità di spostarsi costantemente e velocemente tra le varie forme”

Prima volta come direttore artistico di un festival. Dove pensi di dover migliorare?

In realtà ho già fatto esperienza sul mio territorio piacentino. Da quando sono ragazzo, ho gestito dei gruppi come regista. Sono il coordinatore didattico di una scuola importante, quella del teatro Stabile di Torino. Dal punto di vista della gestione non ero impreparato. Aspetti da migliorare ce ne sono sempre. Come primo festival, sono soddisfatto del Ginesio Fest perché, con la squadra che ho creato, siamo riusciti a superare anche i momenti più difficili. La seconda sera siamo stati costretti ad annullare lo spettacolo due ore prima di andare in scena. Ma siamo riusciti a rispondere, secondo me, con una bella freschezza: lavorando insieme, abbiamo creato dal nulla, in meno di due ore, uno spettacolo che ha entusiasmato il pubblico. Per la prossima stagione mi piacerebbe aggiungere almeno una produzione under 30.

“Cerco di insegnare a non essere ossessionati da un percorso specifico, a non aver paura delle novità”

Come docente, c’è qualcosa che è mancato a te e che dai ai tuoi ragazzi? Qual è il maestro che avresti voluto avere e che cerchi di diventare?

Come dico sempre ai ragazzi, credo che il concetto di maestro vada ripensato. La nostra è una professione talmente liquida, che ha bisogno di antenne dritte, di capacità di spostarsi costantemente e velocemente tra le varie forme. È il motivo per cui sono molto contento che Remo Girone sia presidente di giuria, è un esempio di stile, si è sempre mosso tra il grande teatro, la televisione e il cinema, così come Lino Guanciale che è stato premiato la serata conclusiva del festival. Quello che cerco di insegnare è non essere ossessionati da un percorso specifico, ma di essere sempre in ascolto del proprio presente. Di non avere paura delle novità.

Temo ci sia una paura connaturata alla mia generazione, che aumenta nei più giovani, dovuta a un contesto di precariato costante. Questo fa sì che gli artisti abbiano sempre paura di sbagliare, perché devono convincere il produttore o lo spettatore di essere all’altezza. Un aspetto importante del nostro lavoro, che abbiamo il dovere di insegnare, è che l’errore fa parte del percorso. Bisogna essere consapevoli del proprio talento, ma anche, e questo è più un consiglio alle istituzioni e ai teatri che agli allievi, permettere sempre la possibilità di un passo falso. Perché all’interno di un contesto di paura, la creatività non nasce. Questo è ciò che insegno ai miei allievi.
Cosa avrei voluto? Quello che ho dovuto fare da solo, un percorso di studio sui testi. Tutti i giorni studio almeno un testo teatrale. Mi è dispiaciuto farlo da solo: lo avrei voluto fare con dei compagni, quindi cerco di far sì che la classe abbia un costante studio collettivo dei testi.

Lino Musella attore
Lino Musella, tra gli ospiti di punta della rassegna (ph. Manuela Giusto)

Lino Guanciale premio
Lino Guanciale riceve il premio assegnatogli dal Ginesio Fest

“Bisogna permettere sempre la possibilità di un passo falso. Perché all’interno di un contesto di paura, la creatività non nasce”

Ti occupi di regia e scrittura, ma sei anche attore di serie di successo. Tra tax credit e finanziamenti, le produzioni cinematografiche hanno ingenti capitali da investire. C’è spesso un problema di sceneggiature. Tanta quantità va a discapito della qualità? La grande mole di produzioni è una bolla che rischia di scoppiare?

Bisogna vedere gli aspetti positivi di questa mole di denaro, che sta favorendo le produzioni. Le piattaforme permettono di scoprire attori che avrebbero faticato nel sistema cinematografico tradizionale. Io stesso ho avuto la possibilità, grazie a Rai, Netflix e Amazon, di farmi conoscere anche dal grande pubblico. In un contesto dove siamo abituati ai soliti protagonisti, poter conoscere nuovi volti è un bel cambiamento.

Rispetto alla scrittura sono critico. Se pensi alle scritture inglesi e americane, partono quasi sempre da una consapevolezza teatrale drammaturgica. Una delle serie di maggior successo di quest’anno, l’americana Succession che ha trionfato ai Golden Globe, non è altro che una rilettura in chiave contemporanea di Re Lear. Un cartone che ha fatto grandi numeri su Netflix, BoJack Horseman, parte dall’opera di Ibsen. Ma noi spesso neanche ce ne accorgiamo, perché c’è una grande mancanza di studio della drammaturgia classica tradizionale e, come spesso avviene, ci si nasconde dietro una tradizione noiosa, invece di utilizzare testi classici come trampolino per sopravvivere ai nostri tempi. E questo, nello studio della sceneggiatura e ancora prima della drammaturgia italiana, è un difetto che dobbiamo assolutamente colmare. Anche perché oggi il rapporto con il resto del mondo è quotidiano, proprio grazie alle piattaforme. Nella mia classe ci sono sia scrittori che attori che però scrivono. Sto cercando di creare una rete, con la mia agenzia, con sceneggiatori e registi che conosco, per aprire a una possibilità di dialogo tra le due forme d’arte. Secondo me è la soluzione migliore per creare sinergie.

Ginesio Fest edizioni
Il pubblico assiste a uno spettacolo del Ginesio Fest 2022

“Le piattaforme permettono di scoprire attori che avrebbero faticato nel sistema tradizionale. Poter conoscere nuovi volti è un bel cambiamento”

Le piattaforme danno lavoro. Ma i ragazzi fanno in tempo a formarsi?

La formazione deve partire prima e in maniera seria. Potremmo copiare l’esempio inglese, dove è difficile vedere ragazzi, sia sugli schermi che nei grandi musical, non formati. La questione è che le scuole di teatro fanno di tutto per tenersi stretti i propri allievi con la paura che possano scappare. Con la scuola dello Stabile di Torino stiamo facendo l’opposto: stiamo cercando di dare già possibilità lavorative, perché ragazzi che studiano quotidianamente, meritano di essere visti dai registi. Spesso c’è il fraintendimento che è meglio prendere qualcuno di “puro” dallo studio della recitazione, temendo sia troppo impostato. Poi però fai recitare giovani che fai fatica a capire ciò che dicono quando sono davanti alla macchina da presa. Non è una critica, solo uno degli aspetti che si può migliorare. Per lavoro, sono in contatto con tanti casting e registi e, per quello che posso, mi impegno a creare un ponte tra i due mondi, teatrale e cinematografico.

Questi due mondi si devono parlare. Ma non è il mondo cinematografico che deve ascoltare il teatro: devono entrambi fare un passo avanti. E il mondo teatrale deve smetterla di formare attori in grado di sostenere solo alcuni percorsi con alcuni registi. Gli attori formati devono essere attori a 360 gradi e il cinema deve attingere a questi percorsi. Ma ci vogliono dei formatori che non siano chiusi nelle proprie consapevolezze del passato: è quello il problema. Altrimenti si continua a parlare del proprio passato, della tradizione, e nel presente ci rimangono le briciole.

Lessons of Love film
Leonardo Lidi in una scena del film Lessons of Love

Nell’immagine in apertura, un momento dell’edizione 2022 del Ginesio Fest, sulla sinistra si riconosce Leonardo Lidi

La Puglia oltre l’estate: a Monopoli dal 9 settembre il festival fotografico PhEST

Come sarà il “Futuro” nell’era post-pandemica? In un mondo che assiste al crescente sviluppo dei visori VR, delle interazioni virtuali sui social network e del metaverso, dove anche l’arte diventa digital art, “Futuro” è l’occasione per immaginare un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale e dagli algoritmi. “Proveremo a declinare il tema in ogni modo possibile non solo dal punto di vista dei contenuti, con più di 20 mostre dedicate, ma anche dal punto di vista della forma, con l’uso nelle esposizioni di ledwall, VR, fotogrammetria, AI, robot, proiezioni immersive, realtà aumentata, riconoscimento facciale…”, sottolineano gli organizzatori del festival.

festival fotografia 2022
Ph. ©Sano/Sano, dalla serie 2021

Per argomentare questo concetto, PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte trasformerà dal 9 settembre al 1° novembre le vie, gli spazi e i palazzi della città di Monopoli, in un museo a cielo aperto che ospiterà il meglio dei rispettivi ambiti da tutto il mondo, lungo un percorso che consente al visitatore di ammirare le opere scoprendo le bellezze naturali e architettoniche della cittadina pugliese.

Gli artisti della VII edizione del Festival internazionale di fotografia e arte

Nick Brandt, Alexander Gronsky, Davide Monteleone, Erik Kessels, Bil Zelman, Arko Datto, Işık Kaya & Thomas Georg Blank, Frederik Heyman, Emanuela Colombo + Michela Benaglia, Marcel Top, Quinn Russell Brown, Manuela Schirra e Fabrizio Giraldi (Schirra/Giraldi), Francesco Tosini, Noeltan Arts, Sano/Sano, Lisetta Carmi sono gli artisti internazionali chiamati a indagare il tema dell’anno con installazioni immersive disseminate nei quattro angoli della città.

fotografia festival autunno 2022
Ph. Mattia Balsamini

Per la VII edizione di PhEST, tre saranno le residenze artistiche: Mattia Balsamini – Il Futuro in Puglia, Alessandro Cracolici – PhACES – Progetto di Arte generativa, e Piero Percoco / Sam Youkilis – Live From Monopoli.

I temi indagati dal fotografo Arko Datto

PhEST è un viaggio visivo nelle problematiche di oggi, ponendosi domande sul futuro. Cosa significa essere un fotografo nell’era digitale e svolgere al tempo stesso il ruolo di osservatore e commentatore di questioni critiche? Se lo chiede Arko Datto: nato in India, ha studiato a Parigi fisica e matematica e lavora in Danimarca. PhEST ospita Where Do We Go When The Final Wave Hits, una sua esplorazione notturna che ritrae la precarietà dell’essere umano in balia del cambiamento climatico alla foce del Ganga-Brahmaputra-Meghna, il delta più grande del mondo. Datto guarda attraverso l’obiettivo temi come l’emigrazione forzata, la sorveglianza nel panopticon digitale, le isole scomparse, lo stress psicosomatico degli animali in cattività. Temi disparati che, insieme, formano fili di indagine sui dilemmi esistenziali dei nostri tempi.

cambiamento climatico fotografia arte
Ph. Arko Datto, dalla serie Where Do We Go When The Final Wave Hits

La riflessione sulla sorveglianza di massa di Marcel Top

Un’altra domanda cerca risposta attraverso le immagini del PhEst: “Il nostro diritto fondamentale alla libertà di espressione è minacciato?”. In quest’ottica Marcel Top, fotografo belga che esplora limiti e confini della fotografia, ha indagato i sistemi di sorveglianza di massa negli Stati Uniti. Con il progetto Sara Hodges  mette in discussione l’uso delle tecnologie al servizio del panopticon e la possibile minaccia che rappresentano: un perfetto sistema di sorveglianza ottenuto dalla sinergia di web e social media, all’interno del quale l’utente non si sente osservato. Un habitat, internet, dove Big Data e tecnologia del controllo sociale rappresentano la materia prima per affari miliardari.

panopticon arte foto
Ph. Marcel Top, dalla serie Sara Hodges

Sara Hodges è una cittadina americana inesistente, generata da un algoritmo raccogliendo oltre 50.000 post su Instagram che utilizzavano l’hashtag #iloveamerica. Partendo da questi post, Top è stato in grado di generare nuove immagini inesistenti attraverso il machine learning. È nato così Sara Hodges, il perfetto cittadino americano. La sua presenza online dovrebbe ingannare la tecnologia di sorveglianza di massa utilizzata per rintracciare le persone. Se il viso di Sara fosse disponibile per tutti, attraverso la stampa 3D e l’uso del silicone, le persone potrebbero ricreare il suo viso e indossarlo, ritrovandosi così libere di esprimere qualsiasi opinione nel mondo reale, senza timore di essere identificate e rintracciate online.

Reenact/Repeat di Alexander Gronsky

PhEST racconta la guerra attraverso gli occhi di Alexander Gronsky, fotografo russo arrestato a Mosca a febbraio per aver manifestato contro l’invasione dell’Ucraina, che ha definito il suo paese uno stato terrorista.

guerra Ucraina foto report
Ph. Alexander Gronsky, dalla serie Reconstruction

Nato a Tallinn, in Estonia, vive e lavora in Russia. La sua pratica fotografica si concentra su paesaggi che documentano un mondo in costante ripetizione di se stesso, catturando anche il grottesco. La kermesse ospita Reenact/Repeat, una serie di immagini di rievocazioni militari in Ucraina e Russia. Dittici e trittici per ricostruire spazi ambigui. Immagini stratificate dove la nitidezza e i colori delle figure umane stridono con gli sfondi sfocati di paesaggi distopici. I colori della neve dei pittori dell’impressionismo e del realismo sovietico dei secoli scorsi, prestati a set cinematografici abitati da soldati e turisti di passaggio. Foto di russi vecchi e nuovi che raccontano la stessa, vecchia guerra.

La geopolitica attraverso la lente del fotografo Davide Monteleone

PhEST è anche un occhio sulla geopolitica con Sinomocene di Davide Monteleone, il cui sottotitolo potrebbe essere “tutte le strade portano a Pechino”. Monteleone è un artista visivo i cui temi ricorrenti includono geopolitica, geografia, identità, dati e tecnologia, per approfondire i temi delle nuove forme di colonialismo, della globalizzazione e del rapporto tra poteri e individui.

via della seta foto arte
Ph. Davide Monteleone

Il suo lavoro si concentra sull’impatto sociale e ambientale dei grandi movimenti di capitali legati alle strategie geopolitiche a livello globale e locale. Un’indagine fotografica su alcune delle questioni internazionali più urgenti del nostro tempo relative al soft power. Perché, mentre la colonizzazione precedente richiedeva una presenza fisica, un’occupazione forzata, un esercito e, in numerosi casi, una guerra, l’esperimento cinese si basa quasi esclusivamente sul denaro e sul vantaggio finanziario. Monteleone fotografa questa nuova forma di colonizzazione, che sembra non produrre il dramma della guerra e la tragedia della povertà. Non sembra immediatamente esporre questioni legate alla violazione dei diritti umani. Invece lo fa in un modo così sottile che la sua rappresentazione non offre prontamente i luoghi comuni sfruttati nel fotogiornalismo. Sinomocene è un tentativo di indagare questioni apparentemente “non fotografabili” del nostro tempo.

Il rapporto tra uomo e ambiente (Nick Brandt), il paesaggio modificato dagli umani (Işık Kaya & Thomas Georg Blank), uno storico progetto di riforestazione (Schirra/Giraldi)

Di rapporto tra uomo e ambiente si occupa Nick Brandt, che ritrae persone e animali in Kenya e Tanzania e trasforma i loro destini cupi e disperati in dolorosa bellezza, facendoci riflettere sulle conseguenze nella vita reale del cambiamento climatico.

Kenya Africa foto artisti
Ph. Nick Brandt, dalla serie The Day May Break

E ancora Ișık Kaya, artista turca, e Thomas Georg Blank, fotografo tedesco, che indagano la maniera in cui gli esseri umani modellano il paesaggio contemporaneo. Con l’ascesa dei dispositivi mobili, dal 1992 antenne trasformate in alberi artificiali hanno infatti riempito le nostre città. Da allora, questo tipo di mimetizzazione si è evoluto in un fenomeno globale che solleva interrogativi fondamentali sul rapporto tra uomo e natura. Le immagini della serie Second Nature si concentrano sugli alberi dei ripetitori cellulari che sono diventati parte del paesaggio della California meridionale.

Second nature photography
Ph. Ișık Kaya & Thomas Georg Blank, dalla serie Second Nature

Manuela Schirra e Fabrizio Giraldi (Schirra/Giraldi), un duo di artisti visivi che lavora su ambiente, energia e futuro, con il progetto Da pietra a bosco documenta il piano di rimboschimento del “deserto di pietre” voluto dagli Asburgo. Quello del Carso, ideato 200 anni fa, è il primo e più grande progetto di riforestazione di cui si abbia testimonianza. Presentato all’Expo di Parigi del 1900, gli esiti di questo piano sono un’occasione unica per comprendere le potenzialità del rimboschimento di un ambiente inospitale.

Schirra Giraldi
Ph. Schirra/Giraldi, dalla serie Da pietra a bosco

Gli obiettivi di PhEST nelle parole del presidente della Regione Puglia Emiliano

La filosofia di PhEST è racchiusa nelle parole del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano: “Un programma con fotografi di fama internazionale, residenze artistiche sul territorio, letture portfolio con alcuni tra gli editor più importanti da tutto il mondo, ricadute turistiche economiche e lavorative per tanti giovani pugliesi nella loro terra. Tutto questo è PhEST, festival che rende ancora una volta Monopoli un crocevia della cultura mondiale e la Regione Puglia sostiene con convinzione e entusiasmo. Quest’anno il festival torna a settembre e prosegue quindi nel solco della destagionalizzazione su cui da anni la nostra regione investe. Perché la Puglia è bella sempre, non solo in estate”.

Phest Puglia 2022
Ph. Cooper & Gorfer, dalla serie Between These Folded Walls, Utopia

Nell’immagine in apertura, photo by Frederik Heyman

Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme per ‘E buonanotte’ (e Manintown)

Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme sul set di E buonanotte di Massimo Cappelli, sono di nuovo insieme davanti all’obiettivo di Davide Musto e per Manintown.
Niccolò e Nina sono due giovani attori. Una cosa che si chiede sempre a un attore è: “Volevi fare l’attore?”, domanda che non si fa mai a un idraulico o a un ingegnere (ma poi, quanti ragazzini si pongono davvero domande esistenziali del tipo “cosa farò da grande?”).

Niccolò: total look Sandro; Nina: total look Gucci

Niccolò Ferrero: L’altra domanda è “se non avessi fatto l’attore, che cosa avresti fatto?”. Forse perché fare l’attore non è considerato un lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, viene considerato tale, e non posso farlo senza studiare. C’è pure chi viene preso perché ha accompagnato un amico a un casting. E magari ottieni anche un buon risultato, ma per quel ruolo specifico.
Nel lungo periodo, credo nell’istruzione. Chiunque abbia raggiunto traguardi nella recitazione, li ha ottenuti studiando, perché nel tempo la mancanza di competenze si riflette sulla qualità del lavoro.

Nina Pons: Ho sentito spesso colleghi che, quando dicono “faccio l’attore”, si sentono rispondere “sì, ma di lavoro cosa fai?”. Noi studiamo per fare questo mestiere. Ecco perché è una domanda che non concepisco. La trovo anche offensiva. Se dovessero farla a me, risponderei che di lavoro faccio l’attrice. Se per loro non è un lavoro, il problema è loro.
Come studi per fare l’avvocato o l’ingegnere, studi per fare l’attore. Non è che una mattina ti svegli, dici che vuoi recitare e sali sul palco. Studio perché voglio che questo sia il mio lavoro. Sono una persona molto concreta. Poi, un provino può non andare per mille motivi. In quel caso preferisco assumermi le mie responsabilità. Lamentarmi e dare la colpa agli altri mi leva energie.

Che formazione avete?

N.F: Mi sono diplomato al Centro sperimentale di cinematografia e ho anche un Diploma di “Acting for the camera” alla UCLA.

N.P: Ho frequentato il Centro Intensivo Allenamento Permanente Attori di Gisella Burinato e la Golden Star Academy. Ho studiato con la regista Loredana Scaramella e la coach inglese June Jasmine. Questo è un lavoro che richiede un allenamento costante.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro, sneakers talent’s own

Poi un bel giorno due youtuber arrivano al cinema e conquistano il box office. Quindi il cinema lo può fare chiunque?

N.F: Secondo me funzionano sui cento metri. In una maratona no. Noi che abbiamo alle spalle anni di studio e corsi di formazione, e che continuiamo a studiare, corriamo per la maratona, per costruirci una carriera. Quindi lo studio è imprescindibile.

N.P: Non li ho mai visti. È un fenomeno che non ho capito.

Non è un segreto che, a parità di attori, le produzioni scelgono quelli con più visibilità sui social per dare una mano alla sponsorizzazione del film. Ho dato un’occhiata al vostro IG e non credo che vi abbiano scelto per il numero di follower

N.F: Massimo Cappelli ha avuto gran coraggio a prendere due attori poco conosciuti. Quando ci ha scritturati, dovevo ancora uscire dal Centro sperimentale ed ero senza seguito sui social. Ma lui ha deciso di prendermi per un prodotto che forse, con due ragazzi molto seguiti, avrebbe avuto delle chances in più. Ha fatto questa scelta coraggiosa e per questo gli sarò eternamente grato.
Non mi appartiene il fatto di condividere continuamente la propria vita. Non lo critico, ma è un altro lavoro. Per me sarebbe una forzatura. Vorrei che i social fossero solo un mezzo di comunicazione, non il soggetto di quello che faccio. E io faccio l’attore. Spesso vengo rimproverato perché li uso poco. Purtroppo è vero che le produzioni guardano anche questo: è il mercato di adesso. Spetta a noi attori, con le nostre competenze, far sì di essere presi al posto di un influencer.

N.P: Questo è un motivo per cui sono grata ai produttori della Lime Film. Per questo ruolo ho sostenuto cinque provini. Il regista ha deciso di puntare su due persone nelle quali credeva. È stato bellissimo perché non tutti ragionano così, soprattutto ora. Sul mio IG non c’è neanche scritto attrice, perché per me il lavoro è una cosa e i social un’altra. Sono due lavori completamente diversi e non ho intenzione di cadere in questa trappola. Per me il social è uno svago. Sono un’attrice, non un’influencer. A voi spettatori cosa cambia se ho un milione o dieci follower? Vi interessa vedere qualcosa che vi fa emozionare. Ecco perché non capisco questo concetto e non ho intenzione di farmi fagocitare dal sistema.

Niccolò e Nina: total look Fendi

Il tormentone del momento è “i giovani non hanno voglia di lavorare vs/le nuove generazioni si ribellano al lavoro in condizioni di schiavitù”. Se c’è una categoria di sottopagati è la vostra, soprattutto in teatro. Perché gli attori continuano a lavorare anche gratis e l’elettricista no?

N.F: Cinema e televisione pagano il giusto. Il problema è se lavori dieci giorni l’anno. Allora quello che guadagni è insufficiente. Spesso però l’attore ha un fuoco dentro, qualcosa che ti fa battere il cuore talmente tanto, che lo faresti anche gratis. Per me era iniziato come un divertimento ma, quando ho provato a fare altro, ho capito che non potevo non recitare. Il problema è che se uno continua ad accettare lavori gratis, non è in grado di sostenersi col proprio lavoro.

N.P: Quando ti arriva un bel copione, e magari sei a casa e non stai lavorando, è un lavoro che ti fa stare attivo. E noi attori abbiamo bisogno di recitare. Se però tutti smettessimo di accettare, le produzioni che non pagano o pagano poco smetterebbero di proporre. Fortunatamente  c’è il ruolo dell’agente che è lì per tutelare l’attore. Secondo me è sbagliato accettare un lavoro non retribuito, a meno che non sia un progetto low budget nel quale credi. A me è successo, ma è un’eccezione. Recitare è un lavoro e il lavoro si paga. Dietro uno spettacolo teatrale, dietro un film, c’è un lavoro enorme. Non è che memorizzi una frase e vai sul palco a dirla. C’è un lavoro sulla costruzione del personaggio, su noi stessi. È un lavoro profondo e quindi non può essere sminuito. I corsi costano tantissimo. Se hai un provino difficile, chiami il coach e lo paghi. Perché quindi le produzioni non dovrebbero pagare gli attori?

E buonanotte è la storia di un ragazzo che non vuole dormire per non sprecare tempo. Per i giovani c’è sempre tempo, è sempre “scialla”. Ma una mattina ti guardi allo specchio, hai le rughe e percepisci di averne sempre meno. In realtà ogni attimo potrebbe essere l’ultimo. Avete mai pensato come sarebbe sostituire “scialla” con “vivi ogni istante come  fosse l’ultimo”?

N.F: Può accadere anche a 25 anni. C’è un momento in cui realizzi che gli anni che hai davanti non sono infiniti; accade qualcosa e da quel momento scegli come usare il tuo tempo. Luca, il protagonista del film, lo fa scegliendo di dedicare del tempo agli altri. Nina Pons, Roberta, lo porterà in una comunità di recupero e lui deciderà di dedicare tempo a chi ne ha più bisogno. Niccolò Ferrero lo sta facendo dedicandosi a ciò che ama: il cinema.

N.P: Il tempo è prezioso. Stare nel mood “scialla” è un riparo dal mondo esterno. Non ascolti con la pancia. Per me vivere vuol dire stare. Non fare tante cose, correre da una parte all’altra. Per me il sinonimo di vivere è stare nelle cose, moment by moment. Ascoltare, essere in connessione con gli stimoli esterni, con le persone che hai davanti. Per me, vivere ogni istante come fosse l’ultimo è vivere stando in quello che fai, sentire quello che fai. Quando vivi freneticamente fai fatica a goderti il singolo momento.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro

Dopo la sala E buonanotte è disponibile su Amazon Prime e Chili. Le piattaforme sono considerate l’Hannibal Lecter o il Robert Bloch del cinema. Ha senso demonizzarle o sono un’opportunità?

N.F: So che vado controcorrente, ma credo ci siano dei film che puoi vedere sia al cinema che a casa. Altri hanno una resa diversa sul grande schermo. Trovo però che le piattaforme siano una grande opportunità. Lo strumento narrativo si è sempre evoluto: dal teatro al cinema, dal cinema alla TV, al computer e ai telefonini. Non ho questa sacralità del cinema come luogo unico deputato alla visione del film. L’importante è che ci siano prodotti di qualità. Dove il pubblico li fruisce è un discorso personale. Una cosa è certa: con le piattaforme arrivi a un pubblico vastissimo, anche a livello mondiale.

N.P: In lockdown le piattaforme ci hanno salvato. Per me, vedere un film a casa o al cinema fa la differenza. Sono molto felice che E buonanotte sia stato al cinema, perché vedermi sul grande schermo è stato fantastico. La sala, poi, è un posto che crea connessione tra tante persone diverse che in quel momento stanno facendo tutte la stessa cosa. Nell’era in cui i social ci separano, portano ad estraniarsi, la sala può essere un momento di condivisione. Anche fare un film è un atto di condivisione, perché tante persone sono insieme sul set per far sì che il film venga nel migliore dei modi. Il bello di questo mestiere è proprio vedere come si crea una squadra: tutti insieme per un obiettivo comune. E per tutto il tempo in cui giri, il set diventa la tua famiglia. Come in teatro: quando sei in tournée si crea una sinergia inspiegabile.
E la capacità di condividere è anche una delle cose che viene fuori da E buonanotte. Luca e Roberta entrano in sintonia imparando a vedersi l’un l’altro.

Cosa porterete con voi di questo film?

N.P: È stato il mio primo film da protagonista e ci sono tantissime cose che mi porterò dietro. Sicuramente Niccolò, col quale si è creata una grandissima complicità, e tutte le persone che hanno lavorato con noi. Massimo Cappelli, il regista, che si è fidato di me e mi ha dato questa possibilità. Ha dedicato molta attenzione ad aiutarci nel creare i personaggi. È un film che mi ha lasciato tanto come persona. Tocca tematiche forti. Interpreto una ragazza che lavora in una libreria, studiosa, che fa volontariato in un centro per persone con disagi, disposta sempre ad aiutare l’altro. Solo che non mi lascio mai andare perché, se pensi sempre ad aiutare il prossimo, a te chi pensa?
Il personaggio di Niccolò, Luca, è quello che mi insegna a essere leggera, a far uscire la mia femminilità, a vivere la mia età. Io, a mia volta, lo aiuto ad inquadrarsi. Niccolò interpreta un ragazzo che vuole solo divertirsi: ama andare alle feste, giocare con la PlayStation, non vuole studiare. Il messaggio è che si può cambiare mettendosi in relazione con l’altro.
La capacità di trasformarsi è uno dei messaggi più belli del film.

N.F: Lo ricorderò sempre come il mio primo film da protagonista. Ero preoccupato perché volevo dare il meglio di me. Mi sono preparato con un insegnante del Centro sperimentale e un’altra coach. Ero tesissimo, ma le persone sul set, da Massimo a Nina, mi hanno davvero supportato. Si respirava un’aria leggera, ci siamo divertiti, abbiamo riso tantissimo e la tensione si è allentata. Il clima amichevole mi ha aiutato.

Sei torinese, ti hanno affiancato una romana… non poteva andare diversamente.

N.F: Esatto!

Niccolò: total look Sandro, shoes Premiata; Nina: shirt and denim pants Zimmermann, shoes Jimmy Choo

Credits

Talent Niccolò Ferrero, Nina Pons

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Styling Andreas Mercante (Niccolò Ferrero), Other Agency (Nina Pons)

Ph. assistants Valentina Ciampaglia

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency (Niccolò Ferrrero), Alessandro Joubert @simonebelliagency (Nina Pons)

Il filo (in)visibile di Francesco Gheghi

Nato a Roma il 19 agosto 2002, Francesco Gheghi è una giovane promessa del cinema italiano che, in pochi anni, ha già lavorato con alcuni dei più famosi attori italiani, sempre in ruoli da protagonista.

Ha terminato le riprese del film di prossima uscita Piove e su Netflix è uscito Il filo invisibile dove interpreta Leone, figlio adolescente di due papà. A maggio sarà trasmessa sulla Rai la fiction A muso duro, la storia della prima paralimpiade disputata a Roma nel 1960, dove Francesco ha dovuto recitare nel ruolo di un atleta paraplegico. Ama lo sport: pratica nuoto, calcio, sci, ciclismo e arrampicata.

Mentre converso con lui, mi tornano in mente le parole di una vecchia canzone di Jovanotti, “sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno…”. È Francesco Gheghi, giovane professionista con tanta voglia di crescere, imparare dai colleghi più grandi e più bravi, un ragazzo che ringrazia per il suo sogno che si sta avverando: «stare in tutte le scene».

Francesco Gheghi film
Jacket Antonio Marras, shirt Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

«Ho iniziato a fare teatro alle elementari – racconta durante l’intervista – Il mio primo ruolo è stato San Francesco: non per meritocrazia, ma perché mi chiamavo Francesco. Lì ho scoperto che mi piaceva recitare. Mi sono diplomato lo scorso anno. È stata una soddisfazione. Avevo saltato tantissimi giorni di scuola perché ero sul set di due film, Il filo invisibile e Piove. Era una cosa alla quale mia madre teneva tanto. Per fortuna, grazie al Covid, l’esame si è svolto senza la prova scritta. Ho avuto un percorso scolastico travagliato. Ho iniziato con il liceo linguistico, ma non mi piaceva. Poi ho fatto il liceo scientifico sportivo, perché lo sport è un’altra passione. Non mi piaceva neanche quello. Mi sono iscritto al liceo delle scienze umane e le materie mi interessavano. Andavo anche bene».

Pensi di iscriverti all’Accademia di arte drammatica o di continuare con corsi singoli?

Mi piacerebbe, ma le accademie non ti permettono di lavorare. Me lo hanno sconsigliato. Continuerò la mia formazione con corsi di recitazione. E poi non voglio levare il posto a qualcuno che magari se lo merita e non ho avuto le opportunità che ho avuto io.

Il ruolo che ti ha impegnato di più?

Ogni ruolo che ho interpretato in questi anni pensavo fosse il ruolo più difficile, perché era un progetto nuovo. All’inizio pensavo fosse Mio fratello rincorre i dinosauri, perché è stato il mio primo film da protagonista. Avevo sedici anni. Poi, quando ho lavorato con Favino in PadreNostro. O con Francesco Scianna e Filippo Timi ne Il filo invisibile. Adesso ti dico Piove perché è un horror, un genere difficile che non si fa spesso. Un film impegnativo anche a livello fisico e mentale. Sono stati tutti ruoli difficili anche se per motivi diversi, ma grazie ai quali ho imparato tanto.

Quello più lontano da te?

A muso duro. Uscirà a maggio su Rai1 ed è la storia dei primi atleti paralimpici. Interpreto un ragazzo paraplegico che perde le gambe al lavoro. È stata una sfida perché, non essendo paraplegico, sono dovuto entrare in un mondo che mi era sconosciuto.

L’attore che ti preoccupava di più?

Forse Favino… temevo di deludere le aspettative. Ma con me sono stati tutti pazienti e generosi.

Francesco Gheghi Padre Nostro
Jacket Edmund Ooi, pants Ramzen, ankle boots and rings stylist’s archive

Inizi a studiare recitazione nel 2013 e dopo cinque anni, nel 2018, esce Io sono tempesta. Sempre protagonista, senza essere figlio d’arte. Hai un genio della lampada?

No, c’ho un culo clamoroso. Elio Germano, Marco Giallini, Marcello Fonte, Isabella Ragonese, Eleonora Danco, Francesco Scianna, Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi… Non capita a tutti.
Questo è un lavoro di fortuna. È inutile che ci raccontiamo altro. Devi essere bravo, ma anche fortunato. Devi trovarti al posto giusto al momento giusto e, quando l’occasione si presenta, devi anche essere il più forte. Allora trasformi quel momento in un’opportunità. Io ho giocato dieci anni a pallone. A quindici anni erano tutti alti 1 m 80 e io la metà. Salivano tutti di categoria, andavano nelle squadre forti, e io non avevo quelle possibilità perché ero più piccolo fisicamente. Nella recitazione questo problema non mi ha ostacolato. Lo stesso fisico, che era piccolo nel calcio, a scuola, nelle amicizie, con le ragazze, che era sempre non funzionale, nella recitazione è stato perfetto perché magari interpretavo un personaggio di tre anni più piccolo di me.

Con le ragazze hai recuperato… Ora hai la fila?

Sì ho la fila, ma c’è la numero uno che è la mia ragazza e quindi la fila si è smaterializzata, non c’è più.

Francesco Gheghi età
Jumpsuit Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

Sempre alle prese con ruoli impegnativi. Cosa hai imparato?

Sono cresciuto prima del tempo. Entrare nel mondo del lavoro a quattordici anni, mi ha costretto a relazionarmi con un mondo di adulti. Il senso del lavoro, la dedizione e la professionalità sono tutte cose che ho appreso sul set e che mi hanno agevolato anche in altri ambiti della vita. Ma non ci sono solo le responsabilità, c’è anche il divertimento. Come mi diverto sul set non mi diverto da nessun’altra parte. È quello che amo fare. Amo la mia vita, la mia famiglia, gli amici, ma il set è tutto un altro mondo.

Così giovane, hai scartato in fretta le strade che non erano adatte a te e hai trovato subito quella in cui ti senti a tuo agio?

Sì, a quattordici anni, quando girai Io sono tempesta. Mi convocarono sul set la mattina presto. Elio Germano era già lì. Lo fissavo. Stavo con mamma, in disparte, e lo guardavo lavorare. Aspettavo, volevo entrare in campo. “Ora tocca me”. Niente. Arriva la pausa pranzo. Ricominciamo e ancora non toccava a me. Aspettavo e guardavo Elio. Era sempre sul set. Allora mi volto verso mia madre e faccio “ma’ io voglio fare come fa Elio. Voglio stare in tutte le scene”. Li ho davvero capito che era quello che volevo fare. Mi scalpitano le gambe quando sto là. Sul set mi sento a casa.

Non ho visto TikTok, ma…

Non lo guardare, è meglio… (ride, ndr)

Francesco Gheghi Mio fratello rincorre i dinosauri
Jacket Roberto Cavalli, rings stylist’s archive

Su Instagram posti poche foto e per lavoro. Non sei molto social?

No zero. TikTok è il mio lato più oscuro. Instagram lo uso per condividere le mie esperienze lavorative, foto di scena. TikTok era nato come un gioco durante la quarantena, con gli amici. Faccio un video e, se è divertente, lo posto.

La tua vita è stata stravolta dal lavoro di attore o riesci ancora a frequentare gli amici di sempre?

Riesco a fare tutte e due le cose, anche perché mia madre ha fatto in modo che il cinema non occupasse tutta la mia vita. Voleva che mi diplomassi. La definisco una tedesca. Giustamente voleva che andassi bene a scuola e lo faceva per il mio bene. Quando sei piccolo non lo capisci. Te ne rendi conto quando cresci.

La tua serata tipo?

Amici, fidanzata, cena, cinema. Feste se ci sono. Preferisco le feste in casa tra amici, mi piace giocare a carte o fare giochi di società. Non sono particolarmente festaiolo.

Francesco Gheghi fiction
Jacket Edmund Ooi, rings stylist’s archive

Per Netflix è appena uscito Il filo invisibile, dove sei figlio di due padri. Qual è la famiglia tipo tra i tuoi amici? È qualcosa che per la vostra generazione fa la differenza?

No. Per la mia generazione no, ma magari non è così per tutti. Comunque le cose stanno cambiando, nessuno si fa più problemi se uno ha due papà, due mamme o tre zii.
Basta che stai bene e sei amato: quella è la cosa più importante.

Si discute di diritti LGBTQ, identità di genere, gender fluid. Appartieni alla Gen Z. Vivete queste battaglie come un diritto da conquistare o la fluidità di genere per voi è un dato di fatto?

Noi partecipiamo a queste lotte proprio perché ci sia un cambiamento in quelle persone che non lo ritengono normale e che sono cresciute con altri tipi di valori.

In Parlamento si discute lo Ius scholae. Appartieni a una generazione cresciuta in una scuola multirazziale. Trovi normale che tuoi coetanei, cresciuti nel tuo quartiere, non siano cittadini italiani?

Io trovo anormale che ancora non lo siano. Trovo assurdo che ci siano persone che si fanno questi problemi. Se dici che siamo tutti fratelli e sorelle, perché poi ti fai un problema se diventano cittadini italiani? Trovo anormale che ancora se ne debba discutere.

I tuoi come vivono il tuo lavoro?

Sono sempre stati miei sostenitori. Se non fosse per mia madre e per mio padre non sarei quello che sono e non farei questo lavoro. Sono le persone più felici e più fiere di me. È grazie ai loro insegnamenti se cerco di fare sempre di più e sempre meglio.

Francesco Gheghi Favino
Blouse Comeforbreakfast, arnes and rings stylist’s archive

Credits

Talent Francesco Gheghi

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location NH Collection Roma Palazzo Cinquecento

Musica, arte e cultura: il talento incredibile di Ema Stokholma

Alta, esile, jeans e camicia, un paio di Converse nere. Arriva come una studentessa che torna a casa dall’università. Penso che il suo nome, Morwenn, le doni: ha il sapore delle antiche leggende celtiche e delle storie elfiche. Per tutti è Ema Stokholma, artista italo-francese ormai romana.
Si prende il suo spazio: una sigaretta nel giardino privato dell’agenzia che la segue, tra i vecchi edifici di Trastevere, in una giornata di aprile dove una timida primavera ancora non riesce a mandar via un inverno che sembra non voler finire.

Ha pubblicato lo scorso anno il suo primo libro Per il mio bene, edito da HarperCollins, dove ha raccontato la sua infanzia difficile e che le è valso il Premio Bancarella 2021. Lo ha scritto per aiutare altri giovani in difficoltà, per accendere una luce in quel tunnel che lei ha già attraversato. Vittoriosa.

Ema Stokholma libro
Dress Antonio Marras, jewelry Marco De Luca Gioielli, rhinestone net stylist’s archive

Quando illuminiamo la strada per un’altra persona, illuminiamo anche la nostra. Cosa hai visto di te scrivendolo?

Che devo lavorare sugli episodi raccontati nella parte finale del libro, come la morte di mia madre. Cerco sempre di tenere le emozioni lontane da me, soprattutto quelle troppo forti. Mentre scrivevo, ho cercato di mettere distanza tra me e alcuni episodi dolorosi. Non volevo un racconto drammatico: già la storia lo è. Ma ho visto i sentimenti non ancora elaborati.

Ema Stokholma musica
Dress Antonio Marras, jewelry Marco De Luca Gioielli, rhinestone net stylist’s archive

Per il mio bene. Siamo abituati a dire: “lo faccio per il tuo bene”. I soggetti maltrattanti dicono frasi come “non sono io che ti picchio, sei tu che me le levi dalle mani”. Addossano la colpa alla vittima mentre si dipingono caritatevoli…

Mia madre mi picchiava e diceva “lo faccio perché me lo stai chiedendo tu, hai bisogno di questo, io lo so perché sono tua madre e lo faccio per il tuo bene”. Ma quella cosa non ti fa bene. C’è un distacco tra il bene che vorresti avere e quello che ricevi. E quando sei bambino, non capisci più cosa è per il tuo bene. Da adolescente, poi, quando affronti un rapporto sentimentale, pensi che nel tuo bene ci debba essere anche la violenza, perché l’amore te lo hanno insegnato così. Se mi picchi per il mio bene, vuol dire che poi io devo andare a cercare questo tipo di rapporto. È difficile capire che quello non era per il tuo bene.
Sono scappata senza pensarci, per istinto di sopravvivenza. Se ci pensi non lo fai, perché subentra la razionalità, il senso di colpa, la paura di non farcela. E poi ti dicono sempre che nella vita devi affrontare le situazioni, che non devi scappare davanti alle difficoltà. Non è sempre vero: a volte, per affrontare le situazioni, devi vederle da lontano. Ho provato a scappare tante volte, dall’età di cinque anni, ma mi riportavano sempre lì, senza neanche chiedermi “perché sei scappata?”. Ci sono riuscita a quindici anni, quando ero in grado di nascondermi, di confondermi, e nessuno mi ha riportato a casa. A trent’anni sono entrata in analisi: era ora di mettere le mani nel mio passato.

Ora non ti troveresti coinvolta in una relazione tossica?

Sono io la persona tossica. Non cerco relazioni tossiche, non cerco un uomo, una donna, una persona, un’amicizia, che riproduca quello che ho già vissuto e che rifuggo. Sono io che devo gestire la mia violenza, i miei sentimenti, le mie mancanze, i miei vuoti. Per questo sono andata in analisi, perché ho capito che il problema non era che cercavo le persone sbagliate. Ho sempre avuto delle persone fantastiche al mio fianco, ma sono io la persona problematica della coppia. Lo ammetto.

C’è una grande amicizia nella tua vita, Andrea Delogu. Come vi siete incontrate?

Era il 2009. Io facevo la cubista e lei la vocalist. Un giorno ho detto: non voglio più fare la cubista. Guadagnavo bene, ma non vedevo un futuro. Ho cominciato a fare la dj, dal nulla, ma era quello che volevo. Così ho conosciuto Andrea. Insieme, abbiamo cominciato a lavorare nelle discoteche più sperdute delle province italiane. Non è stato un colpo di fulmine. Prima un incontro, poi lentamente ci siamo aperte e abbiamo capito di avere bisogno l’una dell’altra.
Io sono cresciuta nella violenza e nella solitudine, solo con mia madre e mio fratello. Lei in un ambiente violento, ma con tantissime persone, in una comunità dove erano tutti zii, fratelli, dove i bambini erano di tutti. Questo ci rende completamente diverse. Però è l’unica persona che davvero mi capisce e io capisco lei. C’è una forte empatia tra noi e ci siamo compensate.

Ema Stokholma Andrea Delogu
Lace dress Antonio Marras, jewelry Pomellato, shoes Giuseppe Zanotti

Cosa cerchi in un rapporto di coppia?

Una persona tranquilla. Ho una personalità conflittuale. C’è una parte di me che va sempre verso la luce e un’altra che deve ancora superare vecchi meccanismi. Dico sempre: “vado in analisi e non voglio far fare a te questo lavoro. Ma, se mi ami, devi prendere il pacchetto completo. Sappi però che io faccio di tutto per migliorarmi”. Lo faccio per stare bene con me stessa. Non è l’altra persona che mi deve salvare e non do la colpa dei miei problemi agli altri.

Sei riuscita a evitare disturbi alimentari e dipendenze?

Non posso dire di non esserci cascata. L’alimentazione era un problema già quando vivevo con mia madre. A scuola mangiavo dai piatti di tutti perché avevo fame, ma a casa non ci riuscivo. L’inappetenza è rimasta, ma mi impongo di mangiare cose sane per il mio bene.

Il tuo Instagram è un’esposizione permanente dei tuoi quadri. Come ti sei avvicinata alla pittura?

Sono fiera del mio Instagram. Fin da bambina mia madre mi ci trascinava per musei e di questo le sono grata. Mi è rimasta la passione.

Riproduci fedelmente le foto, tranne i tatuaggi…

Non mi piacciono più neanche su di me. Alcuni li sto cancellando e vorrei toglierli tutti. Il problema dei tatuaggi è che quel disegno dopo dieci anni o venti non ti rappresenta più.

Ema Stokholma madre
Feather detail dress Antonio Grimaldi

Il legame con tuo padre?

Avevamo rapporti sporadici. Passavano mesi o anni tra una visita e l’altra. Diceva “torno tra tre mesi” e poi non tornava mai. C’era già una distanza fisica, ma sono stata costretta a mettere una distanza affettiva, anche se con difficoltà. Non puoi vivere sempre in attesa. L’assenza la gestisci, ma quando una persona torna, va via e ti promette di tornare e poi sparisce di nuovo, è una tortura.
Credo sia sommerso dai sensi di colpa, ma non cambia. Il senso di colpa è come una palude: ogni giorno ci affondi sempre più. Invece dovresti dire “da adesso in poi cambio”. Per questo è difficile recuperare il rapporto.

Non sei schiava del perdono…

Non lo concepisco. Se sbaglio lo ammetto. Non ha senso chiedere perdono: io non sono inferiore per aver sbagliato e tu non sei superiore perché mi perdoni. Mia madre non mi ha mai chiesto scusa. Non posso perdonare una madre che fa del male ai suoi figli, ma posso comprenderla, capire le sue mancanze, la solitudine, la follia.
Quando si soffre troppo si rischia di impazzire. Se non sei circondata da persone che ti vogliono bene, che ti aiutano, che sono positive, è difficile. Mia madre era sola. Non voglio perdonarla, ma posso comprenderla. Se continui ad odiare per quello che ti hanno fatto, non vai avanti.
Ricordo benissimo il giorno che mi sono liberata dal rancore e ho provato empatia per mia madre: mi sono sentita in pace con il mondo.

Ema Stokholma modella
Dress and shoes Antonio Marras

“Non si è mai al sicuro in nessun posto”. Il libro inizia così. Ora che hai una casa tua, c’è un posto dove ti senti al sicuro?

Ora sì! Fin da piccola non mi sentivo sicura da nessuna parte. Quando andavo dagli assistenti sociali, non raccontavo cosa succedeva: facevo scena muta perché non ero sicura, non mi fidavo. Sapevo che mi avrebbero riportata a casa e, se avessero detto a mia madre che avevo parlato, per me sarebbe stata la fine. Nessuno mi ha mai detto “siamo qui per aiutarti, dimmi cosa succede”. Nessuno mi ha fatto sentire al sicuro, per raccontare, per aiutare me, mia madre e mio fratello. Già quando ho preso quel treno per l’Italia mi sentivo meglio. Ora mi sento al sicuro dove sto perché mi sento al sicuro con le persone che ho accanto.

Com’è la tua famiglia?

È figa. L’ho scelta io. Mio fratello è un’estensione di me e poi c’è Andrea (Delogu), ci sono altri amici, le persone che mi aiutano a fare il mio lavoro, che condividono con me le cose belle. Sono contenta.
Sono stata brava a scegliermi le persone che fanno parte della mia vita, sono loro la mia famiglia.

Ema Stokholma canzone
Dress Di Liborio, ring Marco De Luca Gioielli, sandals Giuseppe Zanotti

Giorni fa eri sul palco a Bologna per il concerto di Save the children per l’Ucraina. La musica non ferma la guerra, ma avete lanciato un messaggio, anche a chi questa guerra la sta negando.

È stato potente vedere tutte quelle persone cantare insieme e abbracciarsi.
La gente nega tutto. Ce ne siamo accorti in questi anni. Sai perché ho scritto il libro? Perché un giorno, su Facebook, ho letto un post su un bambino morto in casa sul divano, con il collo spezzato dal compagno della madre. Se è successo, è perché i vicini hanno sentito urla per mesi e non hanno fatto nulla. Neanche le maestre a scuola. Le persone negano perché non vogliono capire cosa succede.
Quando sono arrivata in Italia, mi chiedevano “perché non parli più con tua madre?”. Io dicevo “perché mia madre mi picchiava”. E mi rispondevano “però la mamma è sempre la mamma”. Sì, ma se la mamma è Hitler, perché devo chiamarla e dirle ti voglio bene? Le persone non vogliono vedere le tragedie che accadono dall’altra parte del mondo, come nella casa accanto. Ma se non vedi, non puoi agire e non aiuti nessuno. E allora qui che ci stai a fare?

Ema Stokholma dj set
Suit Gianluca Saitto, jewelry Marco De Luca Gioielli, sandals Giuseppe Zanotti
Ema Stokholma artist
Jacket and earrings Krizia

Credits

Talent Ema Stokholma

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Michele Vitale

Stylist assistant Federica Mele

Hair Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Giulia Luciani @simonebelliagency

Location TH Roma – Carpegna Palace Hotel

Nell’immagine in apertura, Ema Stokholma indossa un abito Antonio Marras

Iaia Forte, chiacchierata con la protagonista dell’adattamento teatrale di ‘Mine vaganti’

Iaia Forte e Francesco Pannofino saranno a Milano al teatro Manzoni dall’8 al 20 marzo con Mine vaganti. Ferzan Özpetek firma infatti la sua prima regia teatrale, mettendo in scena l’adattamento di uno dei suoi pluripremiati capolavori cinematografici e registrando un soldout dopo l’altro.


Ph. Davide Musto

Nel ruolo della madre, che fu di Lunetta Savino, Iaia Forte. Attrice di teatro con registi come Toni Servillo e Emma Dante, diretta al cinema da maestri come Pappi Corsicato, Luigi Magni, Paolo Sorrentino, Francesca Comencini, vincitrice di due Nastri d’Argento, Iaia Forte era anche in Qui rido io di Mario Martone in concorso a Venezia 78.
In teatro siamo più abituati a vederla in ruoli drammatici e Mine vaganti è una sfida che l’ha elettrizzata.

Chi viene in teatro a vedere Mine vaganti attratto dalla popolarità del film, del regista e di voi attori, cosa trova?

Uno spettacolo che non è solo una bellissima commedia, ma un lavoro che fa riflettere su come uscire dai disagi provocati dalle diverse scelte di vita. Soprattutto dalle scelte diverse dei figli rispetto alle aspettative dei genitori. Io, nel ruolo della madre, e Pannofino, che interpreta il padre, rimaniamo spiazzati davanti alla notizia di un figlio omosessuale e dell’altro che vuole fare lo scrittore, omosessuale anche lui.
Il pubblico, attraverso l’analisi delle nostre prospettive, compie un percorso. Il risultato è uno spettacolo dove il pubblico ride e si diverte. Ovviamente è una riscrittura, ma alcune scene iconiche Ferzan le ha conservate, come lo spettacolo delle drag queen.
Mine vaganti è andato soldout ovunque, con applausi a scena aperta e un successo incredibile.


Ph. Davide Musto

Ferzan Özpetek firma sia la sceneggiatura che la regia. Lei ha fatto molto teatro, si è cimentata anche con la regia teatrale. Com’è stato essere diretta da un un uomo di cinema alla sua prima esperienza teatrale?

È stata una bellissima esperienza. Ferzan è uno che conosce i meccanismi della comicità e della direzione degli attori. Non ha avuto disagi con i meccanismi teatrali. In teatro il vero lavoro si fa con gli attori e lui, essendo uno che ama gli attori, si è appassionato soprattutto a questa dimensione.
È stata un’esperienza fresca e divertente. Ho recitato in molti ruoli drammatici, come Medea. La commedia è un genere che ho affrontato raramente, ma fare questo spettacolo per me è stata una festa.

Ogni ruolo è una porta nella psiche dell’attore. Questa volta cosa ha scoperto di Iaia?

La grande gioia che c’è nel recitare in una commedia, soprattutto quando è scritta così bene. In un momento come questo, in cui si torna a fare teatro dopo la pandemia, poter celebrare questo ritorno alla vita con un pubblico così numeroso, con gioia e risate, è un gran piacere.


Ph. Davide Musto

Nel suo passato ci sono trasmissioni come La TV delle ragazze, Avanzi. Rai 3 era di cultura e di rottura. Oggi abbiamo anche paura di parlare. È cambiata la satira, la televisione, il pubblico?

Purtroppo c’è una deriva. Allora la Rai manteneva ancora una grande vocazione di televisione pubblica. Si faceva satira, ma con grande intelligenza. Non dimentichiamoci che al tempo della TV delle ragazze si è permesso di fare satira in televisione con una squadra di sole donne. Una satira di costume, intelligente.
L’equivoco assurdo nel quale una televisione pubblica non dovrebbe cadere, è quello di sottovalutare il pubblico pensando di solleticarlo con un gusto più superficiale. Allora, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, c’era ancora la voglia di contenuti. Contenuti non significa escludere la possibilità di far ridere il pubblico incontrando il suo gusto. Significa farlo in modo intelligente. Questa è satira.

Se allora avessimo avuto tutti gli strumenti di oggi? La tecnologia ha preso il posto della creatività, ma la prima senza la seconda resta una scatola vuota…

Già negli anni Settanta, Elsa Morante parlava del falso concetto di civiltà. Diceva: pensiamo che civiltà sia progresso tecnologico, invece ci stiamo involvendo, perché stiamo perdendo la relazione con la nostra coscienza, con la nostra immaginazione. È quello che penso anch’io. Penso che l’immaginazione sia lo strumento determinante per la felicità dell’uomo, quello che ci consente di superare le difficoltà, di allargare i nostri orizzonti. Questo iper uso della virtualità, pur con i suoi vantaggi, riduce la nostra capacità di immaginare, la nostra capacità di contemplare. Stiamo perdendo anche l’intimità con noi stessi, perché siamo sempre connessi, sempre accompagnati da qualcos’altro.


Ph. Davide Musto

Da Napoli è arrivata a Roma al Centro Sperimentale di Cinecittà. Era la Roma degli anni Ottanta. Cosa e chi ricorda di quegli inizi?

In quegli anni ricordo che Roma era stupenda. Io sono arrivata nel 1989. C’era un’energia che, secondo me, ancora attingeva agli anni Settanta e Ottanta.
Ricordo la vitalità, le prospettive di un futuro migliore, la voglia di collettività, di non individualismo. Tutto questo si è perso. Ricordo gli anni del Centro Sperimentale che feci con Paolo Virzì, con Francesca Neri, Roberto De Francesco. Li ricordo come anni bellissimi di studio, di grande divertimento e di utopia.


All’Ansa Marco Balsamo, produttore di Mine vaganti, ha detto che si dovrebbe pensare a una tax credit anche per il teatro. Non un finanziamento a pioggia, ma per chi investe, crea posti di lavoro e fa più repliche. La tax credit ha salvato il cinema, ma non la sala. Ne beneficiano le grandi società come Sky, Netflix e Amazon che investono in produzioni, ma vincolano fortemente perché obbligano a produrre quello che serve alle loro piattaforme. In termini di occupazione ha un senso, in termini di qualità dell’offerta no. In teatro pensa che darebbe frutti migliori?

Credo che il problema della crisi delle sale cinematografiche dipenda dalla qualità dei film. Se devo andare a vedere Drive My Car, esco e vado al cinema perché so che è un film che ha bisogno della sala. Se devo vedere una commedia alla Netflix, è chiaro che il resto sul divano. È la crisi di un certo cinema d’autore che mette in crisi anche la sala. In pandemia anche io ho visto molte serie. Quello che noto, però, è che queste piattaforme, quando riconoscono una struttura che funziona, tendono a replicarla. Serie diverse con gli stessi codici narrativi.
In teatro vedo invece la voglia di tornare a godere di uno spettacolo dal vivo. Anche lo spettacolo del mio compagno, Tommaso Ragno, in scena con Popolizio a Milano, registra mille persone a sera. Quando faccio dei semplici reading, viene tantissima gente. L’impressione che ho è che, in questo momento, la crisi sia più forte al cinema che al teatro; che la gente abbia più voglia di incontrarsi e di sperimentare quella comunione che il teatro crea naturalmente. L’incontro fra esseri umani, in questo momento, è l’unica cosa che esorcizza l’isolamento a cui siamo stati costretti.
Per la salvezza delle sale, invocherei una maggiore attenzione al cinema che si possa chiamare tale, che non sia un prodotto paratelevisivo. Se devo vedere un prodotto paratelevisivo al cinema, me lo vedo in televisione.
Per il teatro, una tax credit potrebbe creare posti di lavoro, come nel cinema. Credo, però, che i sostegni dovrebbero andare anche a chi cerca di perseguire strade più difficili. Bisogna, secondo me, limitare una deriva populista. Se in teatro va bene uno spettacolo di un comico televisivo e poi una compagnia che cerca di fare qualcosa di non commerciale non è sostenuta, le espressioni più libere e originali finiranno con lo scomparire.

Sopravviverebbe solo il teatro commerciale, con buona pace dell’antica tradizione del teatro come forma sì di intrattenimento, ma anche di discussione?

Continuo a ritenere che l’ignoranza non aiuta la coscienza, non aiuta la morale, non aiuta il pensiero vasto. Quanto più diventiamo ignoranti, quanto più diventiamo individualisti, tanto meno aiutiamo il paese a progredire.


Ph. Davide Musto


Tutte le foto sono di Davide Musto

Maalot e Vilòn, due hotel per un soggiorno speciale a Roma

Roma non è mai stata così bella. Dopo due anni di frontiere chiuse, poter viaggiare ora significa godersi liberamente anche quelle mete turistiche solitamente molto affollate.
Meglio ancora alloggiando in palazzi principeschi o dimore artistiche esclusive, potendo godere anche dei vicoli della Roma popolare, quella di Rugantino e del marchese del Grillo. 

Trascorrere una serata a teatro, fare shopping nelle esclusive boutique del tridente e rifugiarsi in un boutique hotel o, ancora, avere il proprio salotto tra i vicoli di Roma, degustando la cucina di chef rinomati, avvolti da un’accoglienza speciale che ci farà sentire decisamente unici.




Hotel Maalot

Ai piedi del Colle Quirinale, uno dei sette colli su cui venne fondata Roma, a cento metri dalla barocca Fontana di Trevi, la struttura è un rifugio discreto tra i vicoli dell’antico Rione Trevi.

Accanto al teatro Quirino, nella zona di Roma che ospita il maggior numero di teatri, dal Sistina, al Sala Umberto, al Teatro de’ Servi, l’hotel Maalot è un po’ come un teatro: una scena teatrale nascosta dentro un palazzo ottocentesco. Certo, un palazzo che ha celato ben altra privacy: dal 1828 al 1837 ha ospitato Gaetano Donizetti, che qui ha abitato e composto alcune delle sue arie più famose.

Il Maalot è un hotel completamente ristrutturato dall’Architetto Roberto Antobenedetto, un luogo che fonde passato e contemporaneità.
Emblematica la galleria, citazione ironica di una quadreria settecentesca, dove solo all’apparenza campeggiano capolavori storici: avvicinandosi ci si accorge che tutti giocano con l’originale, lo citano facendone un “twist on classic”, diremmo se fosse un cocktail. E tra i ritratti “impertinenti” ecco Maria Antonietta che mangia il gelato, la dama il cui turbante è una gigantesca aragosta o i fiamminghi tatuati. Almost Classic appunto, il nome della serie di dipinti decisamente “spiritosa”, a tratti irriverente, firmata Stanley Gonczanski.

Tutto il piano terra dell’hotel è un grande salotto. Un posto dove fermarsi in veranda magari a lavorare o pranzare con un avocado toast o cenare nella lounge sui grandi sofà colorati, nascondersi nella Cocktail Room per condividere un tempo ritrovato oltre che ottimi rum.

È il Don Pasquale, il regno dello chef Domenico Boschi, il cui nome richiama l’opera buffa del famoso inquilino di via delle Muratte 75: Gaetano Donizetti.
Tra i tavoli dal sapore rétro in maioliche portoghesi con disegni di antichi pizzi e trine, e poltroncine di bambù verniciate di nero, si può bere un caffè, fermarsi a pranzo o sorseggiare un tè nel pomeriggio. Prendere un aperitivo, cenare lontani dalla vita frenetica delle strade limitrofe o godersi un dopo teatro. L’atmosfera è chic ma informale, hype ma abbordabile.

Uno stile eclettico da bistrot contemporaneo è l’impronta che lo chef ha voluto dare al Don Pasquale. Alcuni piatti sono evergreen della romanità, riproposti in chiave moderna.
Ci sono piatti della tradizione, c’è il comfort food di una cucina immediata, ma ci sono anche lievi digressioni di creatività, fiore all’occhiello di un bistrot dove arrivare a tutte le ore.
Un all day dining, dalla prima colazione al dopo teatro, anche solo per un piatto o una sequenza di sfizi. Una cocktail room con una collezione di distillati; una drink list dove il drink può essere anche personalizzato.

Ma il cuore del Don Pasquale è l’hotel nascosto al suo interno. Trenta camere e suite ognuna diversa dall’altra distribuite su quattro piani di un palazzetto ottocentesco accolgono gli ospiti in un’atmosfera “home sweet home”. Molte sono scaldate anche da caminetti.

Una rarità in un palazzetto dell’Ottocento che l’hotel non fa mancare ai suoi clienti? La sala fitness al piano sotterraneo. 




Hotel Vilòn

Proseguendo lungo via del Corso, una delle più caotiche della città, lasciandosi alla destra l’antico rione Trevi in direzione piazza del Popolo, all’incrocio con l’esclusiva via dei Condotti, si apre piazza Fontanella Borghese.

Qui, dove il fiume Tevere si insinua dolcemente nell’antico rione di Campo Marzio, c’è un palazzo che accoglie una delle quattro meraviglie di Roma: il Cembalo di Borghese. Non è da tutti poter entrare nel palazzo tardo rinascimentale voluto da Camillo Borghese, futuro papa Paolo V, che ospita, da un lato, l’ambasciata di Spagna e, dall’altro, l’esclusivo e blasonato Circolo della Caccia.

Ma, se si varca il piccolo portone in via dell’Arancio 69, la bellezza di Palazzo Borghese si rivela ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza. Siamo nell’hotel Vilòn, Small Luxury Hotels of the World. Dove vivere a Roma da aristocratici romani, ma lontani da occhi indiscreti; coccolati come principi, ma sentendosi a casa; in un ambiente di lusso ma informale, dove l’ostentazione dei grandi hotel lascia il posto alla sobrietà e a una velata eleganza. In un luogo magico, fermo in una frazione di eternità

Un “secret restaurant” è il suo Adelaide: un ristorante senza insegne, senza affaccio su strada, celato agli occhi indiscreti della movida romana che scorre assordante e frenetica nelle vie circostanti.
Un hotel la cui filosofia è racchiusa nelle parole di Marcello Mastroianni ne La dolce vita: «A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene».

Sia che si decida di sorseggiare un cocktail nel giardino segreto, un patio dall’aria esotica e un po’ bohémien circondati da felci e filodendri, mentre il sole tramonta sui tetti di Roma lasciando il posto a torce e candele, sia che si preferisca l’accoglienza dei divanetti delle piccole sale che ci fanno sentire in un esclusivo club inglese del secolo scorso, il Vilòn è quel luogo speciale fatto per diventare “il nostro posto”.

Il ristorante Adelaide è il posto giusto dove organizzare una colazione di lavoro lontano da occhi indiscreti, prendersi una pausa durante una giornata di shopping, dove regalarsi una cena assolutamente speciale, deliziati dalla cucina gourmet, ma autentica e ricca di sapori, dello chef Gabriele Muro e dalle creazioni artigianali dello Chef pâtissier Andrea De Benedetto.
E dalle 17 in poi la struttura diventa il rifugio più cozy in città. Una sala da tè inaspettata, casual ma pur sempre impeccable! Oltre venti tipologie di tè Kusmi Tea abbinati a una mini selezione del talentuoso giovane pastry chef Andrea De Benedetto: Paris brest alla nocciola, muffin alla zucca speziati e agli agrumi, cookies del giorno con caramello e frutta secca, capresina fondente, mini cheesecake, pasticciotti mignon alla crema, tartelletta con frutta fresca. Oltre ai sandwich e alle quiche in formato mignon, ai piccoli french toast, creando un nuovo trend per l’ora dell’aperitivo alcol free. 

Ma l’esperienza più esclusiva è sicuramente quella di trascorrere un soggiorno in questo luogo. Non si potrà fare a meno di sentirsi nella Roma papalina, tra carrozze dorate e sete fruscianti. Immaginare il cardinale Camillo Borghese ordinare ai suoi architetti di ampliare l’originale palazzetto cinquecentesco opera del Vignola, e il cardinale Scipione mentre lo riempie di opere d’arte di rara bellezza e marmi provenienti dagli scavi della Roma imperiale. Oppure Paolina Bonaparte che si intrattiene nel Cambalo con i suoi amici più intimi o mentre posa nuda per Antonio Canova.

Solo diciotto Camere e Suite, decorate in stile retrò-chic, alcune con l’esclusiva vista sul giardino privato di Palazzo Borghese, che sorprende affacciandosi dalle grandi finestre o dalle terrazze private. All’interno, la luce speciale di Roma, che muta a seconda delle ore e delle stagioni, dona una sensazione di benessere, specialmente al tramonto, quando l’atmosfera magica regala un genuino senso di appartenenza e familiarità. Un modo diverso di percepire il lusso nella città eterna che mantiene intatta la sua bellezza e il suo fascino misterioso.