Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme per ‘E buonanotte’ (e Manintown)

Niccolò Ferrero e Nina Pons, insieme sul set di E buonanotte di Massimo Cappelli, sono di nuovo insieme davanti all’obiettivo di Davide Musto e per Manintown.
Niccolò e Nina sono due giovani attori. Una cosa che si chiede sempre a un attore è: “Volevi fare l’attore?”, domanda che non si fa mai a un idraulico o a un ingegnere (ma poi, quanti ragazzini si pongono davvero domande esistenziali del tipo “cosa farò da grande?”).

Niccolò: total look Sandro; Nina: total look Gucci

Niccolò Ferrero: L’altra domanda è “se non avessi fatto l’attore, che cosa avresti fatto?”. Forse perché fare l’attore non è considerato un lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, viene considerato tale, e non posso farlo senza studiare. C’è pure chi viene preso perché ha accompagnato un amico a un casting. E magari ottieni anche un buon risultato, ma per quel ruolo specifico.
Nel lungo periodo, credo nell’istruzione. Chiunque abbia raggiunto traguardi nella recitazione, li ha ottenuti studiando, perché nel tempo la mancanza di competenze si riflette sulla qualità del lavoro.

Nina Pons: Ho sentito spesso colleghi che, quando dicono “faccio l’attore”, si sentono rispondere “sì, ma di lavoro cosa fai?”. Noi studiamo per fare questo mestiere. Ecco perché è una domanda che non concepisco. La trovo anche offensiva. Se dovessero farla a me, risponderei che di lavoro faccio l’attrice. Se per loro non è un lavoro, il problema è loro.
Come studi per fare l’avvocato o l’ingegnere, studi per fare l’attore. Non è che una mattina ti svegli, dici che vuoi recitare e sali sul palco. Studio perché voglio che questo sia il mio lavoro. Sono una persona molto concreta. Poi, un provino può non andare per mille motivi. In quel caso preferisco assumermi le mie responsabilità. Lamentarmi e dare la colpa agli altri mi leva energie.

Che formazione avete?

N.F: Mi sono diplomato al Centro sperimentale di cinematografia e ho anche un Diploma di “Acting for the camera” alla UCLA.

N.P: Ho frequentato il Centro Intensivo Allenamento Permanente Attori di Gisella Burinato e la Golden Star Academy. Ho studiato con la regista Loredana Scaramella e la coach inglese June Jasmine. Questo è un lavoro che richiede un allenamento costante.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro, sneakers talent’s own

Poi un bel giorno due youtuber arrivano al cinema e conquistano il box office. Quindi il cinema lo può fare chiunque?

N.F: Secondo me funzionano sui cento metri. In una maratona no. Noi che abbiamo alle spalle anni di studio e corsi di formazione, e che continuiamo a studiare, corriamo per la maratona, per costruirci una carriera. Quindi lo studio è imprescindibile.

N.P: Non li ho mai visti. È un fenomeno che non ho capito.

Non è un segreto che, a parità di attori, le produzioni scelgono quelli con più visibilità sui social per dare una mano alla sponsorizzazione del film. Ho dato un’occhiata al vostro IG e non credo che vi abbiano scelto per il numero di follower

N.F: Massimo Cappelli ha avuto gran coraggio a prendere due attori poco conosciuti. Quando ci ha scritturati, dovevo ancora uscire dal Centro sperimentale ed ero senza seguito sui social. Ma lui ha deciso di prendermi per un prodotto che forse, con due ragazzi molto seguiti, avrebbe avuto delle chances in più. Ha fatto questa scelta coraggiosa e per questo gli sarò eternamente grato.
Non mi appartiene il fatto di condividere continuamente la propria vita. Non lo critico, ma è un altro lavoro. Per me sarebbe una forzatura. Vorrei che i social fossero solo un mezzo di comunicazione, non il soggetto di quello che faccio. E io faccio l’attore. Spesso vengo rimproverato perché li uso poco. Purtroppo è vero che le produzioni guardano anche questo: è il mercato di adesso. Spetta a noi attori, con le nostre competenze, far sì di essere presi al posto di un influencer.

N.P: Questo è un motivo per cui sono grata ai produttori della Lime Film. Per questo ruolo ho sostenuto cinque provini. Il regista ha deciso di puntare su due persone nelle quali credeva. È stato bellissimo perché non tutti ragionano così, soprattutto ora. Sul mio IG non c’è neanche scritto attrice, perché per me il lavoro è una cosa e i social un’altra. Sono due lavori completamente diversi e non ho intenzione di cadere in questa trappola. Per me il social è uno svago. Sono un’attrice, non un’influencer. A voi spettatori cosa cambia se ho un milione o dieci follower? Vi interessa vedere qualcosa che vi fa emozionare. Ecco perché non capisco questo concetto e non ho intenzione di farmi fagocitare dal sistema.

Niccolò e Nina: total look Fendi

Il tormentone del momento è “i giovani non hanno voglia di lavorare vs/le nuove generazioni si ribellano al lavoro in condizioni di schiavitù”. Se c’è una categoria di sottopagati è la vostra, soprattutto in teatro. Perché gli attori continuano a lavorare anche gratis e l’elettricista no?

N.F: Cinema e televisione pagano il giusto. Il problema è se lavori dieci giorni l’anno. Allora quello che guadagni è insufficiente. Spesso però l’attore ha un fuoco dentro, qualcosa che ti fa battere il cuore talmente tanto, che lo faresti anche gratis. Per me era iniziato come un divertimento ma, quando ho provato a fare altro, ho capito che non potevo non recitare. Il problema è che se uno continua ad accettare lavori gratis, non è in grado di sostenersi col proprio lavoro.

N.P: Quando ti arriva un bel copione, e magari sei a casa e non stai lavorando, è un lavoro che ti fa stare attivo. E noi attori abbiamo bisogno di recitare. Se però tutti smettessimo di accettare, le produzioni che non pagano o pagano poco smetterebbero di proporre. Fortunatamente  c’è il ruolo dell’agente che è lì per tutelare l’attore. Secondo me è sbagliato accettare un lavoro non retribuito, a meno che non sia un progetto low budget nel quale credi. A me è successo, ma è un’eccezione. Recitare è un lavoro e il lavoro si paga. Dietro uno spettacolo teatrale, dietro un film, c’è un lavoro enorme. Non è che memorizzi una frase e vai sul palco a dirla. C’è un lavoro sulla costruzione del personaggio, su noi stessi. È un lavoro profondo e quindi non può essere sminuito. I corsi costano tantissimo. Se hai un provino difficile, chiami il coach e lo paghi. Perché quindi le produzioni non dovrebbero pagare gli attori?

E buonanotte è la storia di un ragazzo che non vuole dormire per non sprecare tempo. Per i giovani c’è sempre tempo, è sempre “scialla”. Ma una mattina ti guardi allo specchio, hai le rughe e percepisci di averne sempre meno. In realtà ogni attimo potrebbe essere l’ultimo. Avete mai pensato come sarebbe sostituire “scialla” con “vivi ogni istante come  fosse l’ultimo”?

N.F: Può accadere anche a 25 anni. C’è un momento in cui realizzi che gli anni che hai davanti non sono infiniti; accade qualcosa e da quel momento scegli come usare il tuo tempo. Luca, il protagonista del film, lo fa scegliendo di dedicare del tempo agli altri. Nina Pons, Roberta, lo porterà in una comunità di recupero e lui deciderà di dedicare tempo a chi ne ha più bisogno. Niccolò Ferrero lo sta facendo dedicandosi a ciò che ama: il cinema.

N.P: Il tempo è prezioso. Stare nel mood “scialla” è un riparo dal mondo esterno. Non ascolti con la pancia. Per me vivere vuol dire stare. Non fare tante cose, correre da una parte all’altra. Per me il sinonimo di vivere è stare nelle cose, moment by moment. Ascoltare, essere in connessione con gli stimoli esterni, con le persone che hai davanti. Per me, vivere ogni istante come fosse l’ultimo è vivere stando in quello che fai, sentire quello che fai. Quando vivi freneticamente fai fatica a goderti il singolo momento.

Nina: total look N°21; Niccolò: total look Sandro

Dopo la sala E buonanotte è disponibile su Amazon Prime e Chili. Le piattaforme sono considerate l’Hannibal Lecter o il Robert Bloch del cinema. Ha senso demonizzarle o sono un’opportunità?

N.F: So che vado controcorrente, ma credo ci siano dei film che puoi vedere sia al cinema che a casa. Altri hanno una resa diversa sul grande schermo. Trovo però che le piattaforme siano una grande opportunità. Lo strumento narrativo si è sempre evoluto: dal teatro al cinema, dal cinema alla TV, al computer e ai telefonini. Non ho questa sacralità del cinema come luogo unico deputato alla visione del film. L’importante è che ci siano prodotti di qualità. Dove il pubblico li fruisce è un discorso personale. Una cosa è certa: con le piattaforme arrivi a un pubblico vastissimo, anche a livello mondiale.

N.P: In lockdown le piattaforme ci hanno salvato. Per me, vedere un film a casa o al cinema fa la differenza. Sono molto felice che E buonanotte sia stato al cinema, perché vedermi sul grande schermo è stato fantastico. La sala, poi, è un posto che crea connessione tra tante persone diverse che in quel momento stanno facendo tutte la stessa cosa. Nell’era in cui i social ci separano, portano ad estraniarsi, la sala può essere un momento di condivisione. Anche fare un film è un atto di condivisione, perché tante persone sono insieme sul set per far sì che il film venga nel migliore dei modi. Il bello di questo mestiere è proprio vedere come si crea una squadra: tutti insieme per un obiettivo comune. E per tutto il tempo in cui giri, il set diventa la tua famiglia. Come in teatro: quando sei in tournée si crea una sinergia inspiegabile.
E la capacità di condividere è anche una delle cose che viene fuori da E buonanotte. Luca e Roberta entrano in sintonia imparando a vedersi l’un l’altro.

Cosa porterete con voi di questo film?

N.P: È stato il mio primo film da protagonista e ci sono tantissime cose che mi porterò dietro. Sicuramente Niccolò, col quale si è creata una grandissima complicità, e tutte le persone che hanno lavorato con noi. Massimo Cappelli, il regista, che si è fidato di me e mi ha dato questa possibilità. Ha dedicato molta attenzione ad aiutarci nel creare i personaggi. È un film che mi ha lasciato tanto come persona. Tocca tematiche forti. Interpreto una ragazza che lavora in una libreria, studiosa, che fa volontariato in un centro per persone con disagi, disposta sempre ad aiutare l’altro. Solo che non mi lascio mai andare perché, se pensi sempre ad aiutare il prossimo, a te chi pensa?
Il personaggio di Niccolò, Luca, è quello che mi insegna a essere leggera, a far uscire la mia femminilità, a vivere la mia età. Io, a mia volta, lo aiuto ad inquadrarsi. Niccolò interpreta un ragazzo che vuole solo divertirsi: ama andare alle feste, giocare con la PlayStation, non vuole studiare. Il messaggio è che si può cambiare mettendosi in relazione con l’altro.
La capacità di trasformarsi è uno dei messaggi più belli del film.

N.F: Lo ricorderò sempre come il mio primo film da protagonista. Ero preoccupato perché volevo dare il meglio di me. Mi sono preparato con un insegnante del Centro sperimentale e un’altra coach. Ero tesissimo, ma le persone sul set, da Massimo a Nina, mi hanno davvero supportato. Si respirava un’aria leggera, ci siamo divertiti, abbiamo riso tantissimo e la tensione si è allentata. Il clima amichevole mi ha aiutato.

Sei torinese, ti hanno affiancato una romana… non poteva andare diversamente.

N.F: Esatto!

Niccolò: total look Sandro, shoes Premiata; Nina: shirt and denim pants Zimmermann, shoes Jimmy Choo

Credits

Talent Niccolò Ferrero, Nina Pons

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Photographer Davide Musto

Styling Andreas Mercante (Niccolò Ferrero), Other Agency (Nina Pons)

Ph. assistants Valentina Ciampaglia

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency (Niccolò Ferrrero), Alessandro Joubert @simonebelliagency (Nina Pons)

Alessandro Piavani, l’artigianalità della recitazione

Alessandro Piavani serie
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Gli spettatori che, dal 20 maggio, seguono su Sky e Now Blocco 181, avranno imparato a riconoscere Ludo, biondino di ottima famiglia che, con i sodali (e amanti) Bea e Mahdi, tenta di scalare le gerarchie dello spaccio di Milano, muovendosi in un contesto dicotomico: di qua lo scintillio della metropoli lombarda, i grattacieli di Citylife, locali esclusivi, palazzi nobiliari, di là il degrado, la violenza delle gang, l’atmosfera livida che grava sul complesso edilizio (immaginario) cui si rifà il titolo. A dare corpo e voce al personaggio, che dietro la spavalderia, il vitalismo profuso in feste, eccessi e giri loschi cela la fragilità di un ragazzo profondamente solo, bisognoso di crearsi da sé i legami che la sua famiglia non ha mai saputo garantirgli, è Alessandro Piavani.

28 anni, bergamasco, è un interprete dal robusto curriculum attoriale: diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama di Londra, dal 2015 ha accumulato ruoli in numerosi spettacoli, serie e film, italiani (Saremo giovani e bellissimi, La mafia uccide solo d’estate, La porta rossa, Blanca) e internazionali (I Medici, I due papi, The Little Drummer Girl). Ora ha l’opportunità, nei panni di uno dei protagonisti della prima produzione in-house Sky Studios Italia, di esplorare le tante sfaccettature di un personaggio che, a suo parere, è dotato di una «ricca, complessa interiorità», sviluppata ricorrendo alla «cassetta degli attrezzi» di cui ha imparato a servirsi nell’accademia londinese, fondamentali in quanto «la bellezza della recitazione risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo».

Alessandro Piavani film
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Partiamo da Ludo, al centro del triangolo amoroso (e criminale) di Blocco 181 insieme a Bea e Mahdi. Senza svelare troppo della trama, cos’altro vuoi condividere su di lui con chi ci legge?

A differenza degli altri personaggi di Blocco 181 (una costellazione di realtà agli antipodi), viene dall’alta borghesia milanese, ha un background del tutto diverso da quello degli amici. La sua vita agiata, tuttavia, non l’ha facilitato nella ricerca del proprio posto nel mondo, anzi, fondamentalmente è solo. Nell’incontro e relazione con Bea, che coinvolgerà anche il suo migliore amico Mahdi, riesce in qualche modo a trovare la famiglia che ha cercato a lungo, visto che la sua è assente, non compare mai.
Ludo appare vivace, allegro, molto fluido, sa muoversi in ogni ambiente della città, ma dietro la facciata di spensieratezza nasconde forti inquietudini, un senso di profonda solitudine; proverà a colmarlo insistendo sulla relazione complicata che è il cuore della serie.

Quali sono state le difficoltà maggiori nell’interpretarlo e quali, invece, gli aspetti che hai trovato più interessanti?

Penso che gli aspetti difficili e quelli piacevoli, in parte, si siano sovrapposti, nel senso che per me era importante non insistere eccessivamente sul lato “sgamato” di Ludo. Ho avuto spesso la tentazione di indugiare nella sua tendenza a gigioneggiare, col suo modo di fare da cazzone, se mi si passa il termine. Non volevo soffermarmici troppo, per non perdere di vista la sua ricca, complessa interiorità. La difficoltà maggiore è stata probabilmente questa, trovare – e bilanciare – i differenti livelli del personaggio, che pure in tante scene si diverte come un matto, e io con lui.

Blocco 181 protagonisti
Alessandro Piavani (a destra) con Laura Osma e Andrea Dodero sul set di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

È ormai consistente il numero dei titoli italiani che, negli anni, hanno mostrato “dall’interno” le dinamiche della criminalità, penso a Gomorra, Romanzo criminale, Suburra… Secondo te in cosa si differenzia la serie rispetto ad altre del filone?

In primis, banalmente, nel fatto che si concentra su un cosmo più ristretto, non segue la malavita organizzata che gestisce traffici da milioni di euro.
Ritengo inoltre che la cornice del crime sia, per l’appunto, una cornice, una parte del racconto, dominato dall’amore che unisce i protagonisti. È un po’ un Romeo e Giulietta con due Romei, in fondo anche la tragedia shakespeariana, con le sue lotte familiari, si può considerare crime. Il punto di forza di Blocco 181, forse, sta proprio nel rapporto tra Ludo, Mahdi e Bea, che credo sia una novità; una storia d’amore tra due uomini e una donna mostrata per come è, senza etichette, giudizi o riflessioni da costruirci su, accade e basta. Trovo significativo inserirla nel quadro del genere criminale, che finora ha dato poco spazio alle infinite sfumature dell’animo umano, privilegiandone gli elementi di violenza, machisti.

Ti sei diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama, un’istituzione, basta vedere l’elenco di alcuni ex alunni, da Judi Dench ad Andrew Garfield. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

Per frequentare la scuola mi sono trasferito a Londra, avvertivo la necessità di mettermi in discussione e approfondire la parte artigianale della recitazione. In questo, il master alla Royal Central School si è rivelato una ricchezza incredibile, mi sono potuto concentrare ogni giorno sulle tecniche, i trucchi, i giochi, in una parola sull’essenza del mestiere, cercando di farne tesoro e impiegarli nelle produzioni successive.
La scuola anglosassone, secondo me, ti spinge ad essere chiaro su quello che cerchi, sulle specificità del proprio modo di recitare su cui concentrarsi; avevo bisogno di crearmi una cassetta degli attrezzi con gli strumenti che mi sarebbero potuti tornare utili, la Central me li ha messi a disposizione.
La bellezza del nostro lavoro, in fondo, risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo.

Blocco 181 serie Sky
Alessandro Piavani e Andrea Dodero (Mahdi) in una foto di scena della serie (ph. Gabriele Micalizzi)

Hai studiato e lavorato nel Regno Unito, avendo occasione di confrontarti con due scuole diverse, britannica e italiana, quali pensi siano i rispettivi tratti peculiari?

Budget a parte, non mi sembra ci siano grosse differenze di approccio. Sicuramente sui set inglesi, e internazionali in genere, mi son sentito da subito benvoluto. In The Little Drummer Girl, ad esempio, pur avendo un ruolo piccolo ed essendo uno sconosciuto appena sbarcato a Londra, circondato da attori incredibili, ho percepito nettamente questa predisposizione ad accogliere, mi ha colpito.

Non hai neppure trent’anni ma la tua filmografia è già nutrita. A quale ruolo, tra quelli interpretati finora, sei più legato, e perché?

A Bruno di Saremo giovani e bellissimi, arrivato tra l’altro nel momento in cui ero appena stato ammesso alla Royal Central School, ho dovuto rinunciare perché la storia mi piaceva da impazzire, e alla fine mi sono trovato benissimo sia con Barbara Bobulova (la protagonista) che con la regista, Letizia Lamartire. Poi si trattava del mio primo film, con un ruolo centrale che mi caricava di responsabilità, ho dovuto imparare a cantare, a suonare la chitarra; in breve, un’esperienza fantastica, non posso non ricordarla con enorme piacere. Inoltre la troupe era composta quasi esclusivamente da neodiplomati del Centro sperimentale, avevo la sensazione di girare con dei compagni di scuola, è stato entusiasmante.

Blocco 181 trama
Ludo e Bea (Laura Osma) nel primo episodio di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

In un’intervista del 2018 confessavi il sogno di lavorare, un giorno, con Xavier Dolan. Altri registi da inserire in un’ipotetica lista dei desideri?

Ero giovane, i miti cambiano spesso. Sono troppi i registi che ammiro per sceglierne solo due o tre. Penso che gli autori più bravi siano quelli che riescono a tirare fuori, dagli attori, elementi che loro stessi non sapevano di avere. Certamente mi piacerebbe lavorare con un regista che mi trasformi, facendomi ricredere su tutto ciò che so di me e della recitazione.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ci sono un paio di progetti all’orizzonte dei quali sono molto soddisfatto, non posso anticipare altro. Poi cerco di tenermi impegnato in tutti i modi, cercando anche di scrivere e collaborare con alcuni amici.

Blocco 181 serie tv cast
Ludo, Bea, Mahdi di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

Talent Alessandro Piavani

Nell’immagine in apertura, Alessandro Piavani indossa total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Giuseppe Futia, nuovo volto (internazionale) del cinema italiano

Occhi verdissimi e il physique du rôle del modello, l’attore 25enne Giuseppe Futia, dopo essersi affermato nel fashion world (con campagne per nomi del peso di Pepe Jeans, Kappa e Zalando), si è dedicato anche alla recitazione, volando a Los Angeles per frequentare la prestigiosa Stella Adler Academy.

L’occasione giusta («per certi versi è stato un miracolo», ricorda), il ruolo di Tommaso in Ancora più bello (2021), è arrivata proprio mentre era negli Usa.
Lo vedremo presto in Backstage – Dietro le quinte, pellicola su nove (aspiranti) partecipanti a uno spettacolo teatrale che, per guadagnarsi l’ingaggio, dovranno dar prova di notevoli abilità; la descrive come «un’esperienza intensa», che ha richiesto «due mesi passati a provare, ballando e cantando; una sorta di accademia lampo».

Tommaso Ancora più bello
Total look Federico Cina, shoes Bally

In Backstage – Dietro le quinte sei uno dei nove ragazzi che aspirano a partecipare allo show del Sistina, e per dimostrare di meritarsi uno dei posti disponibili dovranno sfoderare le proprie capacità nella danza, nel canto e nella recitazione. Come ti sei trovato rispetto a tali “perfomance”?

Sotto il profilo attoriale è stato un sogno e ho fatto subito gruppo con gli altri, anche perché abbiamo passato oltre due mesi a provare tutti i giorni, ballando e cantando, insieme al team del Sistina; una sorta di accademia lampo per prepararci alla riprese. Pensavo di cavarmela meglio col ballo, invece… Di sicuro, ne ho ricavato molto sudore e dolore, ma penso e spero di esser riuscito a tirare fuori qualcosa di buono. Sono felice, come pure il resto del cast, eravamo in ottime mani. Siamo fiduciosi, ansiosi di vedere il risultato finale.

Eri anche nel cast di Ancora più bello (ora su Netflix), cosa ricordi del tuo esordio cinematografico?

Per certi versi è stato un miracolo, al momento del provino mi trovavo in America, ho lasciato tutto per sostenerlo. Non scorderò mai il momento in cui mi hanno comunicato che ero stato scelto, ho pianto per una ventina di minuti.
Ricordavo, del primo film (Sul più bello, ndr), che non sembrava neppure italiano, era una teen comedy ma nient’affatto scontata; era un bel progetto insomma, per questo ero così emozionato. Sul set, alla fine, c’era un’atmosfera più che positiva, il gruppo era già affiatato e ho avvertito la voglia di stare insieme, divertendosi. Girare a Torino è stato bellissimo e ho conosciuto Loredana Bertè, cosa volere di più?

Tommaso ancora più bello attore
Total look Dsquared2

Nel 2017 ti sei trasferito oltreoceano per frequentare la Stella Adler Academy of Acting, a Los Angeles. Qual è stato il primo impatto con la capitale mondiale del cinema?

Sembrerà scontato, ma a colpirmi è stato innanzitutto il caldo. Vengo dalla Calabria, perciò con quel clima, i parchi enormi, Venice Beach, mi sono sentito a casa. Uomini, donne, tutti sono bellissimi e sognano di sfondare nel cinema, c’è un fermento palpabile.
Mi è rimasta impressa, su tutto, la convinzione generale che si può – e si deve – sempre migliorare, lo pensano pure i grandi attori, i professionisti affermati che insegnano all’accademia. Ho toccato con mano un tipo di umiltà, di voglia di fare che è espressione di una cultura diversa.

Qualche aneddoto o episodio da ricordare del periodo a L.A.? Qual è per te l’aspetto migliore e quello, se non peggiore, più problematico della metropoli californiana?

Un aneddoto riguarda l’incontro con Jon Voight, non so per quale motivo, fermandolo per una foto, l’ho chiamato “Antoine”. Lui è rimasto interdetto, ma per pietà ha acconsentito. Un addetto alla sorveglianza, assistendo alla scena, mi ha squadrato per poi dirmi “bella figura di m…”.
La parte migliore si ricollega a quanto dicevo prima, ci sono infinite opportunità, i ritmi sono forsennati ma le possibilità non mancano. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che a Los Angeles è davvero facile sentirsi soli, per non parlare della competizione, esasperante. Le folle di senzatetto ricordano costantemente quanto possa essere duro e spietato, come ambiente.

Sei cresciuto con la compagnia LocriTeatro, hai sostenuto il provino per la scuola Paolo Grassi, recitato in parecchi spettacoli… Il teatro è sempre stato nelle tue corde? Cosa lo differenzia maggiormente dal cinema, a tuo parere?

LocriTeatro è stata una salvezza, venendo da un paesino rappresentava l’unica realtà dove, se volevi recitare, potevi combinare qualcosa. All’inizio ero scettico, però mi sono completamente ricreduto. La vicinanza del pubblico, la necessità di andare avanti qualsiasi cosa accada fanno del teatro una scuola impareggiabile.
La differenza principale rispetto a cinema e tv penso sia l’esigenza di seguire un ritmo preciso, di proseguire a ogni costo; ti dà un’adrenalina che, davanti la macchina da presa, devi invece costruirti da solo, trovandoti magari a rigirare quaranta volte la scena. Sul set bisogna impostare i propri tempi, il teatro al contrario ti forza alla coralità, e l’esperienza umana risulta più coinvolgente.

Da modello, hai sicuramente dimestichezza con outfit, dress code, tips e simili, come descriveresti il tuo stile? Opti per una specie di uniforme o preferisci variare?

Minimal chic, trovo mi si addica; prediligo il total black, la mia uniforme è quella, non vado pazzo per le cose stravaganti, sebbene ultimamente stia provando a osare un filo di più con gli accessori. Resto fedele, comunque, al look pulito.

Progetti per il futuro? Cosa ti auguri, come attore e persona?

Per il momento nulla di definito, in futuro mi piacerebbe lavorare il più possibile come attore, e mettermi alla prova, costantemente. Questo lavoro del resto è così, ti costringe a cambiare, sfidandoti, è proprio questo il bello.

Giuseppe Futia film
Total look Dsquared2
Ancora più bello film cast
Total look Dsquared2

Credits

Talent Giuseppe Futia

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Riccardo Albanese

Stylist assistant Chiara Polci

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location Hotel American Palace Eur

Nell’immagine in apertura, Giuseppe Futia indossa maglia Federico Cina, pantaloni stylist’s archive

Il filo (in)visibile di Francesco Gheghi

Nato a Roma il 19 agosto 2002, Francesco Gheghi è una giovane promessa del cinema italiano che, in pochi anni, ha già lavorato con alcuni dei più famosi attori italiani, sempre in ruoli da protagonista.

Ha terminato le riprese del film di prossima uscita Piove e su Netflix è uscito Il filo invisibile dove interpreta Leone, figlio adolescente di due papà. A maggio sarà trasmessa sulla Rai la fiction A muso duro, la storia della prima paralimpiade disputata a Roma nel 1960, dove Francesco ha dovuto recitare nel ruolo di un atleta paraplegico. Ama lo sport: pratica nuoto, calcio, sci, ciclismo e arrampicata.

Mentre converso con lui, mi tornano in mente le parole di una vecchia canzone di Jovanotti, “sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno…”. È Francesco Gheghi, giovane professionista con tanta voglia di crescere, imparare dai colleghi più grandi e più bravi, un ragazzo che ringrazia per il suo sogno che si sta avverando: «stare in tutte le scene».

Francesco Gheghi film
Jacket Antonio Marras, shirt Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

«Ho iniziato a fare teatro alle elementari – racconta durante l’intervista – Il mio primo ruolo è stato San Francesco: non per meritocrazia, ma perché mi chiamavo Francesco. Lì ho scoperto che mi piaceva recitare. Mi sono diplomato lo scorso anno. È stata una soddisfazione. Avevo saltato tantissimi giorni di scuola perché ero sul set di due film, Il filo invisibile e Piove. Era una cosa alla quale mia madre teneva tanto. Per fortuna, grazie al Covid, l’esame si è svolto senza la prova scritta. Ho avuto un percorso scolastico travagliato. Ho iniziato con il liceo linguistico, ma non mi piaceva. Poi ho fatto il liceo scientifico sportivo, perché lo sport è un’altra passione. Non mi piaceva neanche quello. Mi sono iscritto al liceo delle scienze umane e le materie mi interessavano. Andavo anche bene».

Pensi di iscriverti all’Accademia di arte drammatica o di continuare con corsi singoli?

Mi piacerebbe, ma le accademie non ti permettono di lavorare. Me lo hanno sconsigliato. Continuerò la mia formazione con corsi di recitazione. E poi non voglio levare il posto a qualcuno che magari se lo merita e non ho avuto le opportunità che ho avuto io.

Il ruolo che ti ha impegnato di più?

Ogni ruolo che ho interpretato in questi anni pensavo fosse il ruolo più difficile, perché era un progetto nuovo. All’inizio pensavo fosse Mio fratello rincorre i dinosauri, perché è stato il mio primo film da protagonista. Avevo sedici anni. Poi, quando ho lavorato con Favino in PadreNostro. O con Francesco Scianna e Filippo Timi ne Il filo invisibile. Adesso ti dico Piove perché è un horror, un genere difficile che non si fa spesso. Un film impegnativo anche a livello fisico e mentale. Sono stati tutti ruoli difficili anche se per motivi diversi, ma grazie ai quali ho imparato tanto.

Quello più lontano da te?

A muso duro. Uscirà a maggio su Rai1 ed è la storia dei primi atleti paralimpici. Interpreto un ragazzo paraplegico che perde le gambe al lavoro. È stata una sfida perché, non essendo paraplegico, sono dovuto entrare in un mondo che mi era sconosciuto.

L’attore che ti preoccupava di più?

Forse Favino… temevo di deludere le aspettative. Ma con me sono stati tutti pazienti e generosi.

Francesco Gheghi Padre Nostro
Jacket Edmund Ooi, pants Ramzen, ankle boots and rings stylist’s archive

Inizi a studiare recitazione nel 2013 e dopo cinque anni, nel 2018, esce Io sono tempesta. Sempre protagonista, senza essere figlio d’arte. Hai un genio della lampada?

No, c’ho un culo clamoroso. Elio Germano, Marco Giallini, Marcello Fonte, Isabella Ragonese, Eleonora Danco, Francesco Scianna, Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi… Non capita a tutti.
Questo è un lavoro di fortuna. È inutile che ci raccontiamo altro. Devi essere bravo, ma anche fortunato. Devi trovarti al posto giusto al momento giusto e, quando l’occasione si presenta, devi anche essere il più forte. Allora trasformi quel momento in un’opportunità. Io ho giocato dieci anni a pallone. A quindici anni erano tutti alti 1 m 80 e io la metà. Salivano tutti di categoria, andavano nelle squadre forti, e io non avevo quelle possibilità perché ero più piccolo fisicamente. Nella recitazione questo problema non mi ha ostacolato. Lo stesso fisico, che era piccolo nel calcio, a scuola, nelle amicizie, con le ragazze, che era sempre non funzionale, nella recitazione è stato perfetto perché magari interpretavo un personaggio di tre anni più piccolo di me.

Con le ragazze hai recuperato… Ora hai la fila?

Sì ho la fila, ma c’è la numero uno che è la mia ragazza e quindi la fila si è smaterializzata, non c’è più.

Francesco Gheghi età
Jumpsuit Comeforbreakfast, rings stylist’s archive

Sempre alle prese con ruoli impegnativi. Cosa hai imparato?

Sono cresciuto prima del tempo. Entrare nel mondo del lavoro a quattordici anni, mi ha costretto a relazionarmi con un mondo di adulti. Il senso del lavoro, la dedizione e la professionalità sono tutte cose che ho appreso sul set e che mi hanno agevolato anche in altri ambiti della vita. Ma non ci sono solo le responsabilità, c’è anche il divertimento. Come mi diverto sul set non mi diverto da nessun’altra parte. È quello che amo fare. Amo la mia vita, la mia famiglia, gli amici, ma il set è tutto un altro mondo.

Così giovane, hai scartato in fretta le strade che non erano adatte a te e hai trovato subito quella in cui ti senti a tuo agio?

Sì, a quattordici anni, quando girai Io sono tempesta. Mi convocarono sul set la mattina presto. Elio Germano era già lì. Lo fissavo. Stavo con mamma, in disparte, e lo guardavo lavorare. Aspettavo, volevo entrare in campo. “Ora tocca me”. Niente. Arriva la pausa pranzo. Ricominciamo e ancora non toccava a me. Aspettavo e guardavo Elio. Era sempre sul set. Allora mi volto verso mia madre e faccio “ma’ io voglio fare come fa Elio. Voglio stare in tutte le scene”. Li ho davvero capito che era quello che volevo fare. Mi scalpitano le gambe quando sto là. Sul set mi sento a casa.

Non ho visto TikTok, ma…

Non lo guardare, è meglio… (ride, ndr)

Francesco Gheghi Mio fratello rincorre i dinosauri
Jacket Roberto Cavalli, rings stylist’s archive

Su Instagram posti poche foto e per lavoro. Non sei molto social?

No zero. TikTok è il mio lato più oscuro. Instagram lo uso per condividere le mie esperienze lavorative, foto di scena. TikTok era nato come un gioco durante la quarantena, con gli amici. Faccio un video e, se è divertente, lo posto.

La tua vita è stata stravolta dal lavoro di attore o riesci ancora a frequentare gli amici di sempre?

Riesco a fare tutte e due le cose, anche perché mia madre ha fatto in modo che il cinema non occupasse tutta la mia vita. Voleva che mi diplomassi. La definisco una tedesca. Giustamente voleva che andassi bene a scuola e lo faceva per il mio bene. Quando sei piccolo non lo capisci. Te ne rendi conto quando cresci.

La tua serata tipo?

Amici, fidanzata, cena, cinema. Feste se ci sono. Preferisco le feste in casa tra amici, mi piace giocare a carte o fare giochi di società. Non sono particolarmente festaiolo.

Francesco Gheghi fiction
Jacket Edmund Ooi, rings stylist’s archive

Per Netflix è appena uscito Il filo invisibile, dove sei figlio di due padri. Qual è la famiglia tipo tra i tuoi amici? È qualcosa che per la vostra generazione fa la differenza?

No. Per la mia generazione no, ma magari non è così per tutti. Comunque le cose stanno cambiando, nessuno si fa più problemi se uno ha due papà, due mamme o tre zii.
Basta che stai bene e sei amato: quella è la cosa più importante.

Si discute di diritti LGBTQ, identità di genere, gender fluid. Appartieni alla Gen Z. Vivete queste battaglie come un diritto da conquistare o la fluidità di genere per voi è un dato di fatto?

Noi partecipiamo a queste lotte proprio perché ci sia un cambiamento in quelle persone che non lo ritengono normale e che sono cresciute con altri tipi di valori.

In Parlamento si discute lo Ius scholae. Appartieni a una generazione cresciuta in una scuola multirazziale. Trovi normale che tuoi coetanei, cresciuti nel tuo quartiere, non siano cittadini italiani?

Io trovo anormale che ancora non lo siano. Trovo assurdo che ci siano persone che si fanno questi problemi. Se dici che siamo tutti fratelli e sorelle, perché poi ti fai un problema se diventano cittadini italiani? Trovo anormale che ancora se ne debba discutere.

I tuoi come vivono il tuo lavoro?

Sono sempre stati miei sostenitori. Se non fosse per mia madre e per mio padre non sarei quello che sono e non farei questo lavoro. Sono le persone più felici e più fiere di me. È grazie ai loro insegnamenti se cerco di fare sempre di più e sempre meglio.

Francesco Gheghi Favino
Blouse Comeforbreakfast, arnes and rings stylist’s archive

Credits

Talent Francesco Gheghi

Editor in Chief Federico Poletti

Text Alessia de Antoniis

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location NH Collection Roma Palazzo Cinquecento

Claudia Gusmano, dagli astri di Netflix a nuove sfide attoriali

La sua carriera inizia all’età di diciannove anni, dopo aver studiato tantissimo, quando è stata scritturata per il suo primo spettacolo teatrale, inconsapevole del successo che avrebbe ottenuto in futuro in fiction note al pubblico, come L’allieva su Rai1. Oggi Claudia Gusmano è reduce dal successo di Guida astrologica per cuori infranti, in cui racconta il dramma dei trent’anni e cosa significa rimettersi in discussione a livello personale e professionale, sotto la protezione dell’astrologia. Nel 2022 sarà protagonista nel film di Marta Savina Shotgun, nei panni di Lia, una ragazza che subisce un’orribile violenza e che, con il suo coraggio, darà inizio a una ribellione che permetterà l’avvio della lotta per i diritti delle donne. Il talento per lei «è quella luce che ti contraddistingue da tutti gli altri, che puoi decidere di far brillare riempendo i tuoi occhi di cose bellissime oppure far affievolire per paura di non essere mai abbastanza».

Claudia Gusmano serie Netflix
Shoulder accessories and collar Amen, shirt Gianluca Saitto, earrings Nove25

Come ti appassioni alla recitazione?

Comincia tutto al liceo, quando dopo aver visto uno spettacolo di Anna Mazzamauro a teatro mi innamoro all’improvviso di questo luogo. Poco dopo decido di iscrivermi ad alcuni corsi di recitazione e da lì non mi sono più fermata. Dopo la scuola ho lavorato in teatro per otto anni e, mentre stavo debuttando in Alice nel paese delle meraviglie nel ruolo della regina, un agente mi chiese di entrare nella sua agenzia, da lì è partita anche la carriera legata al mondo della televisione.

A quale produzione sei più legata?

Sono molto legata a tutti i miei lavori, uno in particolare è il cortometraggio su Franca Viola che ha segnato uno spartiacque fra teatro e quello che faccio ora. È stato molto stimolante. Quando sono entrata in questo progetto mi sono sentita totalmente a mio agio, ho modificato il mio percorso e la rotta è cambiata. Il teatro ha comunque un posto speciale nel mio cuore, infatti sto lavorando anche ad un monologo che andrà in scena nelle prossime settimane…

Di cosa si tratta?

Il monologo si chiama Mozza, è un grande metafora della vita e racconta la storia di quando ci troviamo a percorrere dei cammini già disegnati da qualcun altro per noi. Sarò all’Officina Pasolini a Roma dal 13 maggio. Il teatro è casa, il posto in cui amo tornare.

Guida astrologica per cuori infranti Claudia Gusmano
Total look Judy Zhang, rings Bronzallure, sandals stylist’s archive

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

In primo luogo la vita di tutti i giorni, è proprio vivere che ci aiuta a raccontare qualcosa. Pensando invece ad un personaggio posso dirti Olivia Colman in particolare ne La favorita. È una persona che mi sa di normalità sotto vari punti di vista, la sua interpretazione in questo film è straordinaria. Sulla scena italiana invece senza dubbio Vanessa Scalera, il suo percorso mi piace molto.

È difficile interpretare un personaggio lontano dalla tua età anagrafica?

Significa uscire dalla tua zona di comfort, quando torni indietro nel tempo ad esempio ti rendi conto di quanti schemi ti sei messo addosso. Allo stesso modo capisci l’importanza del qui e ora, perché l’unica cosa che hai in fondo è il presente. Tornare indietro e ristrutturare è difficile ma molto bello.

Che rapporto hai con la musica?

Avrei amato cantare e prima o poi inizierò a prende lezioni di canto. Pensa che Tosca è la persona che mi ha dato la possibilità di fare il monologo di cui parlavo prima, ascoltavo le sue canzoni sin da piccola. Sono grata al mondo della musica, mi aiuta nei periodi più tristi o in cui sono a disagio. Ogni momento della mia vita ha un sottofondo musicale che mi ricorda cosa è accaduto.

Claudia Gusmano Netflix
Dress Vivetta, jewelry Nove25

Ora che è possibile ricomincerai a viaggiare?

Sono appena stata a Madrid e Barcellona. Voglio scoprire tutto quello che è possibile vedere. È il momento giusto per farlo e rimettere in moto l’economia in modo sano.
Ho la necessità di staccare dalle piattaforme digitali. Viaggiare ti riporta con i piedi per terra e ti fa vedere chi sei. Misurarti con il mondo apre la mente e aiuta molto nel nostro lavoro, che consiste nel raccontare la vita di tutti i giorni.

Desideri per il futuro?

Spero che Shotgun, film in uscita per il cinema,  abbia il giusto successo e mi auguro di raccogliere i frutti del lavoro impostato negli ultimi anni. Per il futuro in generale vorrei continuare a fare l’attrice finché sarò vecchia (ride, ndr), ed essere una donna fiera e orgogliosa.

Claudia Gusmano Instagram
Total look Delfrance, sunglasses stylist’s archive

Credits

Talent Claudia Gusmano

Editor in Chief Federico Poletti

Text Massimiliano Benetazzo

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, Claudia Gusmano indossa colletto e accessori Amen, camicia Gianluca Saitto e orecchini Nove25

Carisma e talento: l’ascesa di Giacomo Ferrara

Classe 1990, origini abruzzesi, Giacomo Ferrara è tra gli attori più talentuosi e carismatici della sua generazione. Si è fatto conoscere – e amare – dal pubblico nei panni del malavitoso Alberto “Spadino” Anacleti, tra i protagonisti del film Suburra e, soprattutto, dell’omonimo serial; un personaggio che, afferma, «porterò sempre con me, è entrato nella cultura pop italiana, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, riversando su di me l’affetto provato per lui». Prima della popolarità con la serie Netflix («una parentesi bellissima del mio percorso, iniziata nel 2015 e terminata l’anno scorso»), aveva già avuto modo di mostrare le proprie capacità col ruolo di Angelo de Il permesso – 48 ore fuori, valsogli il premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’argento del 2017.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look 424

Ha preso parte inoltre alla pellicola dal côté fiabesco Guarda in alto (dove il suo Teco vive avventure surreali sui tetti di Roma), al fantasy Non mi uccidere, alla miniserie Sky Alfredino – Una storia italiana e, da ultimo, a Ghiaccio, esordio cinematografico del cantautore Fabrizio Moro (in tandem con Alessio De Leonardis), in cui è un giovane che, nel pugilato, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata; nelle sue parole, «una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore». Per prepararsi alla parte, ad ogni modo, ha dovuto affrontare un duro training in quanto «la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea»

Opere e generi diversi, nei quali spiccano le sue interpretazioni spesso “estreme”, viscerali, dal citato Spadino (criminale borderline, lacerato da sentimenti contrastanti, diviso tra una quotidianità di violenza e sopraffazione, una sessualità repressa e l’ossessione di rivalersi su una famiglia che lo considera una testa calda, da tenere ai margini) allo stravagante Ago, il tossicodipendente dalla chioma rosa amico del protagonista di Non mi uccidere.
A Giacomo, del resto, «piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente», nonostante tenga a precisare che «a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, che arrivino dritte al cuore, proprio come Ghiaccio».

Giacomo Ferrara filmografia
Total look Dior

La nostra intervista con Giacomo Ferrara

Parlaci del tuo ultimo film, Ghiaccio.

Più che un film sul pugilato è una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, uno straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore.
La parte più difficile è stata la preparazione fisica, la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; con Giovanni De Carolis, ex campione del mondo, mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea. In tutto ciò, tra me e Vinicio si è creato un rapporto molto bello, lo stesso che c’è sullo schermo. Un lavoro intenso, complesso, duro, costellato di sfide, come quelli che piacciono a me insomma.

Giacomo Ferrara Ghiaccio
Shirt Gucci

Com’è stato impersonare un personaggio come Spadino, penetrato in profondità nell’immaginario del pubblico?

Suburra è stata una parentesi significativa del mio percorso, iniziata nel 2015 con il film di Stefano Sollima e terminata l’anno scorso. Porterò sempre nel cuore Spadino, è entrato nella cultura pop italiana, come la serie d’altra parte, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, da come riversano su di me l’affetto provato per lui. Doveva finire però, com’è naturale, subito dopo ho lavorato a un progetto dopo l’altro, sono felice della piega che sta prendendo la mia carriera.

Giacomo Ferrara film pugile
Suit Çanaku

Che rapporto si è creato col resto del cast di Suburra?

Spesso sui set si creano dinamiche destinate a finire una volta conclusa la produzione, ci sono invece dei casi, com’è stato per Ghiaccio o, appunto, con il cast di Suburra, nei quali si instaurano rapporti che vanno talmente oltre il lavoro in senso stretto, da restare poi per sempre. Con Alessandro (Borghi, ndr) Eduardo (Valdarnini), Filippo (Nigro) e gli altri, per quanto non ci si senta tutti i giorni, ogni volta che ci rivediamo è come se non ci fossimo mai persi di vista.

Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni
Total look Valentino

Hai interpretato spesso personaggi dall’aspetto e modi appariscenti (Spadino, appunto, Teco di Guarda in alto, Ago di Non mi uccidere…), preferisci i ruoli molto “fisici”, che richiedano (anche) trasformazioni radicali?

Mi piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente; a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, comunque, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, proprio come quella di Ghiaccio. È un film semplice che però arriva dritto al cuore, perché si fa portatore di sentimenti e messaggi se vogliamo popolari, eppure importantissimi in quest’epoca post-pandemica, segnata da tecnologie che ci spingono ad alienarci sempre di più, mentre l’arte nasce con tutt’altri scopi, per ispirarci e farci sognare.

Immagina di doverti raccontare a qualcuno che non ti abbia mai sentito nominare: chi è Giacomo Ferrara, professionalmente e umanamente?

Sicuramente partirei dalle mie origini, dai valori che la mia famiglia ha cercato di trasmettermi (lavoro, sacrificio, sudarsi le conquiste), spingendomi a diventare cocciuto, determinato. Ci tengo a dare il meglio, provo costantemente a superare i miei limiti, nella vita come sul set.
In fondo, credo che Giacomo sia semplicemente un ragazzo che ha sempre sognato in grande e, pian piano, sta riuscendo a realizzare ciò che sognava.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look Andrea Pompilio
Giacomo Ferrara intervista
Shirt Magliano, shoes Giuseppe Zanotti, pants stylist’s archive

Credits

Talent Giacomo Ferrara

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Chiara Polci

Hair Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Charlotte Hardy @simonebelliagency

Location Coho Loft Roma

Nell’immagine in apertura, Giacomo Ferrara indossa total look 424

Beatrice Grannò, la mia storia tra recitazione e passione per la musica

Beatrice Grannò foto
Dress Antonio Grimaldi

Classe 1993, Beatrice Grannò comincia il suo percorso televisivo in Italia nel 2013, dopo essersi formata nella scuola di recitazione East 15 Acting School. Il debutto arriva nel ruolo di Valentina, sul set della fortunata serie Rai Don Matteo 9, con Terence Hill.

Oggi cavalca l’onda di una rinnovata popolarità dovuta alla serie Doc – Nelle tue Mani, dove indossa i panni di Carolina Fanti. Un personaggio a cui tutti noi siamo molto legati e abbiamo imparato ad apprezzare moltissimo nell’ultima stagione. Il lavoro di attrice va di pari passo anche con la sua passione per la musica, ambito in cui la vedremo sempre più protagonista nei prossimi mesi…

Beatrice Grannò Doc
Dress Sylvio Giardina, sandals Giuseppe Zanotti, earrings Cristallonero

Com’è nata la passione per la recitazione?

Il mondo dello spettacolo mi ha affascinato fin da quando ero piccola. Ho sempre sentito la necessità di raccontare qualcosa e la recitazione è un mezzo per esprimere parole e narrare storie che nella vita di tutti i giorni non potresti raccontare.
L’ho sempre visto come un modo per essere capita, e poi la cosa particolare che c’è dietro a questo lavoro è che puoi trasformare in chiave positiva storie difficili, nella realtà invece non è sempre così.

Cos’è per te il talento, come lo definiresti?

Il talento è come un fuoco che arde e ti spinge ad avere l’attitudine a realizzare qualcosa di bello. Proprio come il fuoco, però, va sempre alimentato perché per sua natura è fluttuante. Deve essere sempre accompagnato dallo studio, dalla preparazione giorno per giorno, altrimenti se manca questo tipo di spinta tenderà ad esaurirsi.

Beatrice Grannò film
Total look Valentino

A quale personaggio tra quelli interpretati fino ad oggi sei più legata?

Sono molto legata al primo film in cui ho lavorato, Mi chiedo quando ti mancherò, dove interpretavo il personaggio di Amanda. È stata la prima grande responsabilità da protagonista e la storia era quella di una forza femminile non stereotipata, che riesce ad ottenere ciò che vuole senza essere aggressiva.
È stata una produzione piccola ma con un grande cuore, un set faticoso (soprattutto per le condizioni meteorologiche) a cui lego bellissimi ricordi.

Il tuo rapporto con la musica…

Ho sempre fatto musica e nel mio modo di farlo c’è lo stesso intento che ho con la recitazione. Come attrice ho un approccio razionale, con la musica sono impulsiva. Mi piace raccontare in maniera dolce un segreto, cantare cose difficili con le parole. Da quando sono piccola suono il pianoforte, poi crescendo mi sono avvicinata anche ad altri strumenti perché avevo voglia di sperimentare. L’esperienza a Londra è stata fondamentale per questo ambito, quando studiavo recitazione lì mi sono occupata anche di realizzare la parte musicale in alcuni spettacoli.
Negli ultimi due anni ho individuato nel cantautorato con sonorità folk americane il mio genere musicale preferito e ora sto lavorando anche ad un album.

Beatrice Grannò Carolina
Jacket and skirt Desa 1972, earrings Bronzallure

Dove ti vedi tra qualche anno?

Spero di aver fatto uscire il mio album e continuare la carriera da attrice, una doppia dimensione che potrebbe andare di pari passo. Mi piacerebbe anche realizzare un videoclip in cui recito o ricoprire un ruolo attinente al mondo musicale.

Progetti imminenti?

Al momento sto girando The White Lotus. Sono una grande fan della prima stagione e adoro il regista. Questo progetto è una tragicommedia entusiasmante e rapportarsi con attori americani è un grande privilegio. Poi nell’aria c’è la possibilità di girare anche la terza stagione di Doc – Nelle tue mani, vorrei inoltre ritagliarmi del tempo per andare in studio di registrazione o fare qualche concerto.

In tutto questo ti prenderai anche una vacanza?

Ormai ho una filosofia: prenoto solo quando so di non avere lavori imminenti, altrimenti finisce che non parto (ride, ndr). Per il resto adoro la montagna, ma sto bene anche nella mia casa al mare che è sempre un porto sicuro.

Beatrice Grannò serie tv
Shirt TPN, errings Bronzallure

Credits

Talent Beatrice Grannò

Editor in Chief Federico Poletti

Text Massimiliano Benetazzo

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistants Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Chiara Polci

Hair Lucia Cirino @simonebelliagency

Make-up Charlotte Hardy @simonebelliagency

Location: Coho Loft Roma

Nell’immagine in apertura, Beatrice Grannò indossa un abito Antonio Grimaldi

L’empowerment femminile del nuovo cinema italiano: Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli

Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli, due attrici al massimo splendore della loro carriera che, nella stagione 2021/2022, si sono fatte notare come super protagoniste.
La prima nelle vesti di Blanca, serie che ha sbancato lo share targata Rai1, e a ruota con la sua co-conduzione nella serata del venerdì del Festival di Sanremo, al fianco di Amadeus, dove ha brillato per eleganza e simpatia. Al momento è impegnata nelle riprese di Don Matteo, dove ha rincontrato il suo partner in Doc – Nelle tue mani, Luca Argentero. La seconda, anche lei protagonista del medical drama in onda su Rai1 (per il quale parliamo di numeri record di ascolto, oltre il 30% di media), è ora al cinema con la nuova commedia di Fausto Brizzi Bla Bla Baby; d’altronde, che fosse bellissima e con la battuta sempre pronta, lo sapevamo già.

Due donne forti che si raccontano, Nord e Sud, l’Italia nelle sue mille sfumature, sempre con l’ironia giusta, accomunate da una grande passione per la natura e in particolare l’equitazione. Ad avvicinarle a questo sport, infatti, è stato proprio il loro mestiere.

Maria Chiara Giannetta attrice
Headpiece The Beatriz, dress Philosophy di Lorenzo Serafini

Cosa avete pensato la prima volta che vi siete viste? (Il primo incontro live è stato proprio sul set di ManInTown per lo shooting che vedete qui, con un grande fil rouge, ovvero il loro ufficio stampa, Valentina Palumbo, nda)

Maria Chiara: All’inizio sono sempre parecchio timida, ma proprio per la stima professionale che provo nei suoi confronti ritrovarci lì è stato un momento molto forte.

Matilde: Gli shooting fotografici per come siamo fatte entrambe sono dei momenti decisamente intimi, ti sono tutti intorno per giudicarti, e il braccio è troppo grosso, il vestito cade male, insomma ti senti sola; invece vivere quel momento tipo “carciofo messo li” con Maria Chiara è stato un bonding moment, ci ha unite.
Devo dire che mi ha davvero colpita quando l’ho vista sul palco di Sanremo: a parte l’eleganza, che non sempre si riesce a esprimere in quella manifestazione, ha dimostrato di avere una grande forza, qualità che io non ho in certi momenti.

Matilde Gioli bellissima
Maria Chiara: jacket, shirt and skirt Dior, boots Bruno Bordese
Matilde: shirt, dress and rings Dior, boots Bruno Bordese

Nonostante siate due ragazze con idee ben chiare e la testa sulle spalle (ce lo diranno dopo), vi abbiamo sempre viste in serie di successo in ruoli molto forti, che hanno spinto gli spettatori a seguirvi nelle rispettive avventure e noi del magazine a scegliervi per la copertina di questo numero. Come ci si sente a essere le donne del momento?

MC: Restiamo con i piedi per terra, senza forzature. Amiamo il nostro lavoro, poi nella vita privata ho la necessità di scrivere, leggere e vedere il mio film quotidiano, ci viviamo il momento mentre lavoriamo e poi siamo solamente Matilde e Maria Chiara.
Sono cosciente, però, del fatto che il riconoscimento non ce lo diamo da sole, spetta ovviamente al pubblico.

M: Su questo noi siamo simili, non vuol dire che ci sia un carattere giusto o sbagliato, però c’è chi fa questo mestiere e cerca di essere acclamato e desiderato in ogni momento, perché ovviamente gli fa piacere, sente il bisogno un certo tipo di adrenalina. Io e lei magari ci gasiamo per altre cose, ma non per il sentirci dire che siamo le donne del momento.

Matilde Gioli film
Headpiece Pasquale Bonfilio Hats, top and shorts Givenchy, rings and bracelet Etrusca Gioielli, rings (left hand) Givenchy

Che cosa vi ha stupite di più di questa stagione 2021/22?

MC: Personalmente è arrivato tutto insieme, come una valanga, mi ha proprio stupito il modo consequenziale con cui si sono succeduti gli eventi e la loro velocità, prima Blanca e a ruota Sanremo 2022.

M: Mantengo sempre un forte distacco dal mio lavoro, e nel lungo termine mi rendo conto che sto crescendo, di aver ricevuto numerose soddisfazioni in questi due anni così difficili, in cui tanti colleghi di enorme talento hanno invece faticato.
Voglio essere sempre pronta all’eventualità che un giorno magari non interesserò più; potrebbe succedere, prima di fare l’attrice svolgevo un lavoro diverso, quindi potrei tornare indietro senza sentirmi sbagliata.

Matilde Gioli stile
Matilde: hat STM Hats, Maxi gilet COS
Maria Chiara: dress GRK

C’è un ruolo che non avete ancora interpretato e vorreste fare?

MC: Personalmente vorrei interpretare un personaggio negativo. Quello che voglio dire è che di solito le donne sono cattive oppure stronze (o, aggiunge la Gioli, tr**e, nda), invece il racconto del lato oscuro di un personaggio femminile è più raro. Bisogna sempre chiedersi quale sia il fine che giustifica i mezzi, dunque nel caso sia una stronza: perché? Insomma, avere la possibilità di esplorare tutte le sfumature.

M: Ci sono tantissimi ruoli in cui potrebbe spaziare la tv italiana, Maria Chiara ha avuto la fortuna di essere protagonista assoluta di una serie crime con un personaggio non vedente, abbastanza unico, raro da vedere. È stato bello vedere la costruzione di un personaggio come Blanca.

Maria Chiara Giannetta Sanremo abiti
Maria Chiara: dress Gianluca Saitto
Matilde: dress Amen, shoes Le Silla

C’è mai stato un momento o una situazione in cui vi siete chieste “chi me l’ha fatto fare?”

M: In realtà questa sensazione può esserci stata, ogni set è però una situazione diversa; quindi, anche l’armonia con tutte le persone che ti circondano cambia.
A me è sempre andata piuttosto bene, poi mi è capitato di confrontarmi con colleghi più grandi; pendi dalle loro labbra perché vuoi e sai di poter imparare e, invece, viene fuori un divismo totalmente fuori luogo, e ti deludono.

MC: Però allo stesso tempo situazioni del genere ti motivano, perché capisci che non vuoi essere così e ti viene da dirlo agli amici: “se vedi che mi comporto così dimmelo eh!”. Bisogna rimanere se stessi, consapevolmente, perché davanti a noi c’è sempre un essere umano da rispettare.
All’inizio del mio lavoro, quando per ovvie ragioni non potevo padroneggiare nulla, mi è capitato eccome di chiedermi chi me lo avesse fatto fare. La cosa più difficile è resistere, sono una fan del crederci, e più ci credi, ne sei consapevole, più si avvicina l’obiettivo. Nel nostro mestiere il precariato è il nuovo posto fisso.

Matilde Gioli modella
Maria Chiara: headpiece Ilariusss, top and pants Etro, choker Casa Bruni Bossio, necklaces Barbara Biffoli, shoes Le Silla
Matilde: headpiece The Beatriz, bra Wolford, skirt and belt Michael Kors, ring Casa Bruni Bossio, shoes Mario Valentino

Siete anche accomunate dal “girl power”, come si diceva negli anni ‘90, cosa mi dite a proposito?

MC: Siamo entrambe fan di altre colleghe, abbiamo superato il periodo delle dive dove dovevi avvelenare la protagonista per avere il ruolo, in quanto eri solo una sostituta.
Noi parliamo dei lavori, ci confrontiamo, ci diamo consigli e poi sappiamo che se ci scelgono, come dice Matilde, dipende dai gusti altrui. Senza contare che siamo tutte uniche.
Nella nostra generazione c’è realmente voglia di cambiare, di farlo anche sulla carta, come dimostrano le nuove associazioni nate per dare un po’ più di dignità a questo mestiere.

M: Quando un ufficio stampa condivide due talent per lo stesso progetto è regola che non si parli davanti all’altro di dettagli lavorativi, per una questione di riservatezza e rispetto. Nel caso di questo shooting era talmente tanta la serenità che ci accomunava, che si saltava da un discorso all’altro, senza filtri, è stato bellissimo proprio perché raro. Te lo dico senza retorica né dietrologie.

Matilde Gioli Maria Chiara Giannetta
Matilde: headpiece Ilariusss, dress Max Mara
Maria Chiara: headpiece Pasquale Bonfilio Hats, dress Max Mara

Chi dice più parolacce? (Rispondono all’unisono: tutte e due!, nda)

M: Arrivo da un’educazione borghese, quando ero piccola anche la parola casino era bandita. Così, andata via di casa, sono stata avvolta da un delirio e mi sono liberata, mangiando anche tutte le merendine che mi erano state proibite.

MC: Per me vale la stessa cosa, i miei genitori sono stati bravissimi, però a casa non si parlava dialetto (pugliese) né si dicevano parolacce. Soprattutto mio padre, da amante della buona cucina sana, non mi aveva mai fatto avvicinare a un cordon bleu.
Finale della storia: quando sono andata a vivere da sola ho riempito il freezer di schifezze e ho iniziato a dire parolacce come se non ci fosse un domani, o quasi. È tipico della “castrazione al contrario” fare poi quello che ti pare.

Matilde Gioli serie tv
Hat Pasquale Bonfilio Hats, dress Atelier Angela Bellomo
Maria Chiara Giannetta Blanca
Hat Pasquale Bonfilio Hats, bodysuit Amina Muaddi x Wolford, necklace Etrusca Gioielli

Credits

Talent Maria Chiara Giannetta & Matilde Gioli

Photographer Davide Musto

Fashion editor Valentina Serra

Text Fabrizio Imas

Ph. assistants Valentina Ciampaglia, Giacomo Gianfelici

Fashion editor assistant Federica Picciau

Hair stylist Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Giulia Luciani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, per Maria Chiara Giannetta e Matilde Gioli: total look Giorgio Armani

Greg Tarzan Davis e il suo momento magico con ‘Top Gun: Maverick’

Greg Tarzan Davis sta vivendo quello che solitamente viene definito il momento d’oro, tutto ciò che aveva sognato e non sapeva potesse realizzarsi, ecco sta succedendo proprio adesso.
Dal 25 maggio potremo vedere l’attore al cinema, coprotagonista con Tom Cruise nel sequel più atteso di sempre, Top Gun: Maverick, che dopo tanti rinvii a causa della pandemia finalmente sarà visibile al pubblico sul grande schermo.
Ma non basta, sarà infatti anche in Mission: Impossible 7 nel 2023, nel frattempo è entrato a far parte di una delle più serie tv più amate, Grey’s Anatomy, giunta alla sua diciottesima stagione.

Greg Tarzan Davis age
Ph. by Kelly Balch

Come prima cosa devi dirmi come hai scelto il tuo soprannome, Tarzan.

Quando ero piccolo avevo i capelli lunghi, ero veramente terribile e mi arrampicavo ovunque; quindi, la mia famiglia ha iniziato a chiamarmi così, poi quando ho iniziato a lavorare e utilizzare i social, ho pensato che Greg sarebbe stato davvero troppo noioso, nessuno se lo sarebbe ricordato. Allora ho detto a mia madre che lo avrei cambiato e, siccome lei non era per niente felice, ho pensato di utilizzarlo come secondo nome. Ora sto procedendo legalmente per essere Greg Tarzan Davis.

Come hai iniziato a recitare?

La verità è che qualcosa che ho sempre voluto fare, guardavo Will Smith e Tom Cruise e mi dicevo “caspita, questo è quello che vorrei fare da grande”.
All’inizio però, quando provavo a fare magari una scuola di recitazione o inserirmi in una compagnia teatrale, la risposta era sempre negativa, quindi ero piuttosto scoraggiato; ho pensato perciò di focalizzarmi sullo sport, che invece andava benissimo. All’ultimo anno di college mi son sentito dire di seguire il mio sogno, del resto se non lo fai quando sei giovane quando ti ricapita?
Mi sono detto che, se fosse andata male, sarei potuto tornare a insegnare o fare qualsiasi altra cosa. Per fortuna a quanto pare non ho fallito, qualcosa di veramente buono sta succedendo nella mia vita.

Come ci si sente ad essere coprotagonista in un film come Top Gun: Maverick?

È assolutamente incredibile, mi sono trasferito a Los Angeles nel 2017 e dopo dieci mesi, nel 2018, ho iniziato a girare, e prima di questo non avevo mai fatto più di due giorni consecutivi sul set.
Posso dire che è tutto ciò che avevo immaginato pensando di lavorare a una super produzione come questa, e anche di più.

Quanto tempo avete impiegato a girarlo?

In tutto credo abbiamo lavorato dieci mesi, inclusi training e scene che abbiamo dovuto girare due volte perché alla prima c’era qualcosa che non andava; poi non ho mai utilizzato stunt, proprio come ci ha insegnato Tom Cruise, spingendoci anche dove non avremmo creduto di arrivare.

Greg Tarzan Davis Grey's Anatomy
Ph. by Kelly Balch

Dimmi la verità, quante volte è stata rimandata l’uscita del film?

Oh, mio Dio! Dunque, doveva uscire nel 2019, poi hanno scelto di posticipare, non so se realmente si possa considerare la prima volta, l’inizio è stato quello. Quindi è arrivata la pandemia e avevano pensato a giugno 2020, poi dicembre, insomma alla fine è stato rimandato ben cinque volte, ora ci siamo quasi, il 25 maggio è dietro l’angolo.
Credo che possa essere anche il film giusto per riportare il pubblico al cinema, per far capire che le sale di proiezione non sono morte. La raccomandazione di Tarzan è: “alzatevi dalla poltrona e uscite per andare al cinema!”.
I blockbuster usciti nell’ultimo periodo sono tutti basati su supereroi, invece il nostro riprende la vita reale, con personaggi a cui tutti possono relazionarsi.

Com’è stato lavorare con Mr. Tom Cruise?

È stato meraviglioso, meglio di qualsiasi masterclass, non c’è niente e nessuno che possa insegnarti tutto ciò che ho imparato da Tom Cruise. La sua generosità e disponibilità ci hanno portato quasi a saper guidare un jet da soli per davvero, non male direi.

Greg Tarzan Davis Top Gun
Ph. by Kelly Balch
Greg Tarzan Davis Instagram
Ph. by Kelly Balch

Credits

Talent Greg Tarzan Davis

Photographer Kelly Balch

Press office Portrait PR in collaboration with MPunto Comunicazione

Francesco di Raimondo, prendere la recitazione con filosofia

Il ruolo dell’artista estroverso che, nella seconda stagione di Volevo fare la rockstar, vive una liaison con l’Eros di Riccardo Maria Manera, ha permesso a Francesco di Raimondo di imporsi all’attenzione del grande pubblico. Nello specifico, quello televisivo di un serial riuscito nell’impresa di portare nel prime time italiano (certamente non uso a narrazioni amorose che si discostino da quelle “canoniche”, per così dire) una relazione omosessuale raccontata senza manierismi o infingimenti, anzi, col tono leggero, fresco che le appartiene.

Prima degli schermi Rai, l’attore romano (29 anni, parlantina sciolta, una laurea in filosofia utile, sostiene, anche sul set) si era fatto le ossa a teatro, partecipando poi a film (Belli di papà, Tutti i soldi del mondo) e serie come Romanzo famigliare, Provaci ancora Prof! 5, Made in Italy, oltre alla mega-produzione internazionale I Medici. Adesso, dopo gli ottimi riscontri ottenuti dal suo Fabio, arriveranno con ogni probabilità nuove parti, che lui spera siano di quelle che «si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti».

Francesco Di Raimondo serie tv
Suit MSGM

Si è da poco conclusa Volevo fare la rockstar 2, dove il tuo personaggio intreccia una relazione col protagonista Eros. Le storie d’amore omosessuale, purtroppo, sono ancora una rarità nella tv italiana, qual è stata la sfida maggiore nell’impersonare Fabio?

Conferire credibilità alla storia, senz’altro. Mi è stato spiegato subito che, se nella prima stagione Eros aveva problemi nell’accettare la propria sessualità, con la seconda si voleva restituire la normalità, la verità di una storia tra due ragazzi, e la sfida stava appunto in questo.
Con Riccardo (Maria Manera, ndr) ora siamo ottimi amici, ma prima di girare non ci conoscevamo, perciò il difficile era far sì che risultassero credibili non tanto (o non solo) le scene d’amore tra loro, quanto il rapporto in generale. Per fortuna ha funzionato, in tanti si sono chiesti perfino se stessimo insieme anche nella vita reale, domanda che ci ha fatto capire di essere andati nella direzione giusta.

Sembra che gli spettatori siano rimasti favorevolmente colpiti dalla tua interpretazione, è così? E perché, secondo te?

È andata così in effetti, con mia grande sorpresa, perché ritrovarsi in un progetto avviato è complicato per definizione. Essere una new entry comporta sempre una responsabilità.
In questo caso, il riscontro è stato più che positivo e Fabio, lo noto – ripeto – con un certo stupore e felicità, è diventato uno dei personaggi più apprezzati. Il motivo credo sia il modo in cui si è scelto di raccontare il legame con Eros, riconducibile a un punto di forza di Volevo fare la rockstar nel suo complesso, al di là dell’omosessualità.
Concordo sul fatto che, come dicevi, in televisione sfortunatamente i temi Lgbtq+ faticano a emergere, sono spesso stereotipati, ridotti a macchiette, tutte cose che nella serie si è cercato di evitare, sia sul piano della scrittura che su quello dell’interpretazione. Volevamo fosse una storia d’amore, senza etichette o specificazioni, e penso che gli spettatori l’abbiano recepito, accogliendo positivamente la sincerità con cui vengono mostrati i personaggi, senza filtri, come persone che chiunque potrebbe incontrare nella quotidianità. Questo contribuisce a far appassionare chi guarda, l’ho constatato pure nei feedback ricevuti nei mesi scorsi; la spontaneità è tra gli elementi che più sono piaciuti, da parte mia sono contento di essere riuscito a farla arrivare.

Francesco di Raimondo Volevo fare la rockstar
Total look Sandro Paris
Francesco di Raimondo Fabio
Total look Salvatore Ferragamo

Hai rivisto gli episodi quando sono andati in onda? Tornando indietro, faresti qualcosa diversamente?

Li ho rivisti, mi piace vedere in compagnia film o serie fatte, quasi dimenticandomi dell’esperienza sul set, come fossi un semplice spettatore.
Non so se cambierei qualcosa, magari andando nel dettaglio delle scene qualche battuta o sguardo, nell’insieme, però, mi sembra che il ruolo abbia funzionato. Mi sono affidato a Matteo Oleotto, persona squisita oltre che ottimo regista; se è venuto fuori un buon lavoro è merito anche suo e del resto del team, il nostro è un lavoro di squadra.

Passando a un titolo completamente differente, eri il cardinale Riario ne I Medici, impressioni e ricordi di una serie kolossal come quella?

Ho dovuto dire una messa in latino, tra l’altro avendo studiato al classico e con una madre insegnante di greco e latino, la responsabilità era doppia! Ricordo che ripetevo di continuo le preghiere con un amico, è stata una prova infinita, sicuramente tra le più divertenti.
Ad impressionarmi, de I Medici, sono stati soprattutto gli abiti che ho avuto la fortuna di indossare; i costumisti hanno fatto un lavoro fantastico, giravo con indosso vesti magnifiche, pesanti e preziosissime.
Essere proiettati indietro di secoli, poi, è stato incredibile, film e spettacoli in costume hanno un fascino ineguagliabile, ti danno l’opportunità di vivere contesti che, per quanto di finzione, sono lontanissimi da ciò cui sei abituato.

Francesco di Raimondo film
Total look Dsquared2

Hai studiato teatro a Roma e Parigi, recitando in tante pièce, cosa ti porti dietro della tua formazione teatrale?

Ha rappresentato la miglior formazione possibile, a 360 gradi; la considero una palestra per la recitazione, fermo restando che ci sono differenze fra cinema e teatro, le emozioni vanno veicolate in maniera diversa. Di sicuro il palco ha una magia del tutto peculiare, non ne faccio una questione di migliore o peggiore, sono due mondi al tempo stesso simili (si tratta comunque di recitare) e distanti, l’ho esperito nettamente nelle prime esperienze sul set, ritrovandomi un po’ spaesato. Capire quale sia la chiave per gestire entrambi è essenziale.

Francesco di Raimondo Instagram
Total look Salvatore Ferragamo
Francesco di Raimondo filmografia
Suit MSGM

Sei laureato in filosofia, stai anche conseguendo un dottorato in materia, trovi sia utile nel tuo lavoro?

Direi di sì, per come l’ho vissuta io la filosofia consiste, tra le altre cose, nell’imparare a pensare come pensava qualcun altro prima di te, un’attitudine estremamente utile per chi, come me, ha una sua rigidità mentale. Può aiutare parecchio, quindi, nel capire come vive, cosa prova un’altra persona; forzando un po’ il meccanismo è lo stesso: nella filosofia lo si utilizza sotto il profilo intellettivo, nella recitazione coinvolgendo anche l’emotività.

Nella tua bio su Instagram compare la celebre “provocazione” di Magritte, Ceci n’est pas une pipe

Ne Il tradimento delle immagini lui, com’è noto, disegna una pipa, negandone contemporaneamente l’entità con la scritta riportata sotto, un’azione paradossale. Sul mio profilo ho voluto fare un’operazione simile, in modo un po’ “piacione”, lo ammetto, segnalando come le foto non rappresentino necessariamente Francesco, è una parte di me che non per forza mi corrisponde appieno.

Francesco di Raimondo serie
Pull Dsquared2

Ci sono ruoli o generi con cui sogni di cimentarti?

Forse un grande cattivo, i villain sono sempre divertenti, in linea di massima, però, i ruoli cui aspiro sono quelli che si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti, alla fine con i personaggi simili al proprio io l’interpretazione può arrivare fino a un certo punto.

Su quali progetti stai lavorando al momento? Puoi anticiparci qualcosa di quelli futuri?

Sarò in scena da questa settimana con uno spettacolo cui tengo molto, Scomodi e sconvenienti, sulla storia dell’attore Ermanno Randi, vittima negli anni ‘50 di un tragico caso di cronaca, collegato alle difficoltà di vivere col suo compagno una relazione segreta, in un contesto che non permetteva agli omosessuali di vivere serenamente, alla luce del sole, le loro relazioni. Una vicenda che non conoscevo, il testo è inedito, scritto da Emiliano Metalli. Dei progetti futuri, invece, posso anticipare solo che si parla di film.

Francesco di Raimondo wikipedia
Total look Missoni
Francesco di Raimondo intervista
Jacket Valentino

Credits

Talent Francesco di Raimondo

Photographer Davide Musto

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Andrea Mennella

Grooming Alessandro Joubert @simonebellimakeup

Location Villa Spalletti Trivelli

In apertura, Francesco indossa total look Valentino

David di Donatello: Eduardo Scarpetta è il miglior attore non protagonista

Eduardo Scarpetta è il pronipote del celebre autore e commediografo napoletano, capostipite di una dinastia che ha fatto la storia del teatro italiano.
La scorsa notte, in lacrime ed emozionato, l’attore 29enne ha vinto il David di Donatello come migliore attore non protagonista per il film Qui rido io di Mario Martone, dedicato proprio al suo celebre omonimo.

Eduardo Scarpetta Donatello
Eduardo Scarpetta ritira il premio durante la cerimonia dei David di Donatello (ph. Ansa)

«Dedico questo premio a Mario (Martone, ndr) e mio padre Mario, che ho perso quando avevo undici anni» ha dichiarato nel discorso di ringraziamento.

Eduardo Scarpetta attore film
Ph. Davide Musto

In Qui rido io, con protagonista Toni Servillo, il regista racconta la vicenda della paternità, biologica e artistica, del grande autore partenopeo, che negò il suo cognome ai De Filippo. Questi ultimi presero poi la loro strada, affermandosi ai massimi livelli col cognome della madre. Contestualmente viene raccontato il modo di lavorare di Scarpetta, i rapporti coi suoi familiari e colleghi, le diatribe con D’Annunzio.

Eduardo Scarpetta attore contemporaneo
Ph. Davide Musto

Avevamo già raccontato Eduardo, attraverso un’intervista e l’obiettivo di Davide Musto. Scopri l’editoriale completo qui.

Eduardo Scarpetta attore intervista
Ph. Davide Musto
Eduardo Scarpetta attore intervista
Ph. Davide Musto

‘Nuovo Cinema Paradiso’, in mostra i new talent della scena italiana

Inaugura oggi, in contemporanea con MIA – Milan Image Art Fair (fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte), la mostra Nuovo Cinema Paradiso. Ospitata fino al 1° maggio negli spazi di Superstudio Maxi, in via Moncucco 35, l’esposizione intende valorizzare l’odierna scena attoriale italiana, ricca e vitale come mai prima d’ora, selezionando e organizzando in un percorso visivo curato da Federico Poletti, direttore di ManInTown, le immagini di alcuni dei suoi interpreti più conosciuti e apprezzati, scattate in tempi non sospetti da Davide Musto. Di origini palermitane ma ormai romano adottivo, il fotografo e talent scout ha seguito infatti da vicino, assiduamente, quel magma sempre in fieri che è, da un po’ di anni a questa parte, lo showbiz del Belpaese, affollato di talenti emergenti, giovani, spigliati, a proprio agio nelle pellicole d’autore come in film e serial distribuiti da Netflix, Amazon Prime Video et similia, che hanno assicurato loro un seguito estesosi ben oltre i confini nazionali.

Giancarlo Commare
Giancarlo Commare
Matilde Gioli film
Matilde Gioli
Giacomo Ferrara Suburra
Giacomo Ferrara

Gli astri nascenti del cinema italiano

Musto ha avuto l’opportunità di fotografare diversi new names prima che spiccassero definitivamente il volo, ritrovandosi ad essere corteggiati da produzioni internazionali, vecchie e nuove emittenti (dalla Rai ai citati giganti dello streaming), maison titolatissime: tra quelli presenti in mostra, si possono fare i nomi di Matilde Gioli (32enne dal curriculum invidiabile, colmo di riconoscimenti e collaborazioni con registi del calibro di Paolo Virzì, Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi), Giacomo Ferrara (assurto al rango di icona pop grazie al suo alter ego Spadino in Suburra), Lorenzo Zurzolo (il bel tenebroso liceale di Baby, habitué di Gucci e Valentino), Francesco Gheghi (attore rivelazione de Il filo invisibile), Ema Stokholma (figura poliedrica, passa senza un plissé dalla conduzione alle consolle dei club più famosi, all’autobiografia Per il mio bene che, nel 2021, le è valsa il Premio Bancarella), Rocco Fasano e Giancarlo Commare, già idoli dei teenager per aver recitato nella serie fenomeno Skam Italia.

Lorenzo Zurzolo Baby Netflix
Lorenzo Zurzolo
Ema Stokholma
Ema Stokholma
Rocco Fasano Skam
Rocco Fasano

Da sempre appassionato di recitazione, l’autore ha colto, in questi e altri astri nascenti dello spettacolo (non solo) italiano, una combinazione «di sguardo cinematografico e appeal internazionale che riconosco per istinto»; qualità che hanno permesso loro di «segnare una svolta epocale nel panorama recitativo del paese, favorendo un cambiamento che non può che giovare all’intero sistema», e traspaiono chiaramente anche dalle foto in bianco e nero raccolte per l’exhibition, in cui la sensualità dei soggetti ritratti, mai sfacciata eppure tangibile, sposa un’impostazione estetica riconducibile agli svariati editoriali di moda da lui realizzati per magazine come L’Officiel, Style, Sportweek, Fucking Young!, oltre che per ManInTown (di cui è brand & content director).

Una nuova generazione per nuovi media

mostra fotografica milano
L’allestimento della mostra a Superstudio Maxi
mostra fotografica cinema
L’allestimento della mostra

Dal canto suo, il curatore Federico Poletti è sicuro che «il cinema italiano viva un fermento inedito grazie a una new generation di attori versatili, molto preparati. Con questa mostra itinerante vogliamo darle spazio, promuoverla, così da farla conoscere a un pubblico attento alla fotografia e alla moda».
Dopo la tappa milanese, Nuovo Cinema Paradiso proseguirà per Roma, Noto (durante i mesi estivi) e infine, in occasione della 79esima Mostra di Venezia, approderà in Laguna, arricchendosi di volta in volta di contenuti fotografici e video, dando ulteriore visibilità ad artisti lanciatissimi, abituati a variare, a muoversi liberamente all’interno di un contesto che d’altronde hanno contribuito a modificare, rendendo sempre più labili i confini e svuotando di senso categorie ormai stantie; perché se, come scriveva il critico e giornalista Antonio Mancinelli su ManInTown qualche tempo fa, «una volta c’erano il grande e il piccolo schermo, le cui dimensioni distinguevano due media differenti», adesso al contrario «tutto è intrecciato con tutto, con raffinatezze progettuali e ideative straordinarie, e ogni piattaforma che si presta a veicolare immagini in movimento deve reinventarsi quasi da zero». La nuova generazione di attori e attrici italiani sembra averlo capito meglio di chiunque altro.

mostra cinema milano
L’allestimento della mostra
ema stokholma foto
L’allestimento della mostra

Per tutte le immagini, credits: Davide Musto

Nell’immagine in apertura, Giancarlo Commare fotografato da Davide Musto per la cover di ManInTown The Next Generation Issue

Anna Ferzetti, «recitare è un po’ come andare in analisi»

Il suo cognome richiama un pezzo di storia cinematografica e teatrale italiana, idem quello del compagno: Anna Ferzetti, attrice romana, figlia di Gabriele (scomparso nel 2015, un interprete di razza della stagione migliore dello spettacolo nostrano, al servizio di autori con la A maiuscola quali Antonioni, Visconti, Leone, Petri…), legata sentimentalmente a Pierfrancesco Favino, a 39 anni (di cui una ventina trascorsi su set e palcoscenici di rilievo), fa parlare di sé, ben più che per le (illustri) parentele, per i ruoli cui ha dato vita tra grande – e piccolo – schermo e teatro. La notorietà gliel’ha regalata Una mamma imperfetta, ma l’elenco è corposo, comprende fra i tanti Terapia di coppia per amanti, Il colore nascosto delle cose, Rocco Schiavone, fino alla doppia candidatura (David di Donatello e Nastro d’argento) come miglior attrice non protagonista per Domani è un altro giorno.
Dal 13 aprile la vedremo ne Le fate ignoranti, trasposizione seriale del capolavoro di Ferzan Özpetek, e a maggio su Sky in (Im)perfetti criminali; la nostra conversazione parte da qui.

Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier

Arriva su Disney+ Le fate ignoranti, cosa possiamo aspettarci dall’adattamento televisivo della pellicola che consacrò Özpetek tra i massimi autori del nostro cinema?

Secondo me bisognerebbe slegarsi un po’ dal film, la storia rimane la stessa ma ci sono sviluppi inediti, affidati ad altri interpreti, altre facce, altre umanità insomma, e il valore aggiunto consiste proprio in questo.
A causa dei parallelismi è spesso difficile lavorare ai remake, invece ci si dovrebbe concedere la libertà di avvicinarsi a una cosa diversa e, anche nel caso dei personaggi già esistenti, vederli con altri occhi.

Quali pensi siano le differenze principali tra l’originale e la serie?

Nei rifacimenti, come detto, ognuno porta con sé determinate caratteristiche, il suo personale modo di vedere il personaggio. Io sono stata fortunata perché, non avendo termini di paragone per Roberta, una new entry, mi sono potuta sbizzarrire, seppur nel contesto della “casa” di Le fate ignoranti.
Per quanto riguarda i protagonisti “originali”, essendoci un solo Stefano e una sola Margherita (Accorsi e Buy, rispettivamente Michele e Antonia nel film, nda), esattamente come un solo Eduardo (Scarpetta, nda) e una sola Cristiana (Capotondi, nda), è normale che ciascuno ne dia la propria lettura.

Shirt and rings Valentino

Sei nel cast di (Im)perfetti criminali, commedia su quattro guardie giurate che si improvvisano rapinatori. Cosa puoi anticiparci del film e della tua parte?

Sono un’insegnante alla costante ricerca di supplenze, con Filippo Scicchitano formiamo una coppia di sposi che fatica ad arrivare a fine mese.
La trovo una storia deliziosa, capace di far riflettere pur essendo sostanzialmente una commedia su quattro persone semplici, metronotte che sbarcano il lunario e si troveranno ad aiutare un collega in difficoltà. Si sorride e allo stesso tempo ci si interroga, pensando a questioni complesse, concrete, alle difficoltà della vita quotidiana, tipo affitto e bollette.

È in onda su Rai2 la seconda stagione di Volevo fare la rockstar, tu però non sei nuova al mondo della tv: eri tra le protagoniste di Una mamma imperfetta, poi sono venuti Skam Italia, Rocco Schiavone, Il tredicesimo apostolo… Cosa ti stimola di più delle serie?

Non c’è un elemento specifico, ad attirarmi sono senz’altro ruolo e storia, di Volevo fare la rockstar, per dire, mi affascinavano gli argomenti trattati, l’amore, la famiglia, i tradimenti, la provincia anche, protagonista al pari del cast, perché la cittadina immaginaria di Caselonghe rappresenta uno spaccato del Friuli; come atmosfera è agli antipodi rispetto, ad esempio, a Le fate ignoranti, dove Roma viene restituita in modo pazzesco, con luci bellissime.
Finora sono stata fortunata, mi sono capitati ruoli diversissimi l’uno dall’altro.

Jacket dress Valentino, boots Giuseppe Zanotti, rings Chiara BCN
Jacket dress Valentino, boots Giuseppe Zanotti, rings Chiara BCN

Nel 2020 hai preso parte a Curon, che sviluppava in chiave mystery il tema del doppio, come immagini un ipotetico alter ego di Anna Ferzetti?

Come un mio opposto, ognuno ha i suoi punti deboli e credo gli toglierei quelli, le paranoie varie che mi porto dietro.
Si tende a raffigurare il doppio come la parte oscura dell’io, mi piacerebbe al contrario trasmettergli quei lati caratteriali che non mi appartengono, anche in Curon ho provato a individuare le sfaccettature positive del personaggio, quelle non pienamente sviluppate.

Qualche serial che apprezzi – o hai apprezzato – particolarmente? In fondo hai dichiarato di guardare sempre Netflix con le tue figlie…

Ce ne sono davvero tanti, mi viene in mente Fleabag, per citarne solo uno; amo andare al cinema, comunque, quindi cerco di tenere insieme le due dimensioni, ritagliandomi il tempo necessario a godersi un film in sala.

Jacket Alessandro Vigilante

Confidavi nel 2021 al Corriere della Sera di fare come tuo padre che «amava trasformarsi, imbruttirsi», cioè?

Gli attori hanno l’immensa fortuna di vivere le vite degli altri, allontanarmi da me stessa anche fisicamente, oltre a divertirmi, in questo senso mi aiuta. Se il copione prevede una determinata postura o “difetti” fisici, perché non accentuarli?
L’attenzione ad aspetti simili, probabilmente, dipende dall’essere cresciuta a teatro, che concede maggiore libertà artistica rispetto al cinema, dove il discorso è diverso, più complesso a livello tecnico; di contro, è ancora più stimolante provare a trasformarsi per un film o la tv, risultando altrettanto credibile sullo schermo.

Due anni fa eri al fianco di Pierfrancesco Favino in Tutti per 1 – 1 per tutti, come ti sei trovata a condividere il set con lui?

Non era una novità assoluta, abbiamo fatto spettacoli insieme per anni, era però la prima volta sul set e, trattandosi di una commedia, la difficoltà principale era non ridere, una vera sfida date le situazioni esilaranti che si venivano a creare, non di rado improvvisate, per giunta.
Io e Pierfrancesco ci divertiamo molto a lavorare insieme, sicuramente l’alchimia che c’è tra noi aiuta, per quanto non manchino scontri e dubbi.

Dress Alessandro Vigilante
Dress Alessandro Vigilante

Hai vissuto il teatro fin da piccola, lavorando anche dietro le quinte, e recentemente l’hai definito una comfort zone. Cosa rappresenta per te il palco?

È come una seconda casa, quando si accendono le luci e il sipario si alza, scatta qualcosa che le parole non possono spiegare appieno, a partire dal rapporto col pubblico, lo percepisci distintamente, avverti che è lì, vive nella storia con te.
Ora con Vanessa Scalera, Daniela Marra e Pier Giorgio Bellocchio riprenderemo Ovvi destini alla Sala Umberto, tornare in scena dopo un periodo del genere e sentire le persone in platea partecipi, che commentano, ridono o si commuovono, è davvero emozionante, riempie di gioia vederle felici alla fine dello spettacolo.
Il teatro ha l’enorme privilegio della simbiosi con il pubblico, per questo ci torno appena posso e, ogni volta, la sensazione è di essere a casa. I ritmi cinematografici e televisivi sono diversi, semplicemente, sto ancora prendendoci le misure; il nostro è un mestiere in cui, per fortuna, la ricerca per tenere vivo quel fuoco che ne la base è continua, non si smette mai di imparare, anche solamente osservando i colleghi che, magari, a sessanta o settant’anni si spingono ancora oltre, senza dare nulla per scontato.

Un ruolo o genere con cui finora non hai avuto la possibilità di confrontarti e che, invece, ti piacerebbe sperimentare?

Fondamentalmente ho sempre lasciato che fosse il personaggio di turno a “travolgermi” e vorrei proseguire su questa linea, sorprendendo gli altri – e me stessa – con parti che mi diano stimoli inediti. Insistendo sulle stesse cose, d’altronde, si finisce per annoiarsi e annoiare gli spettatori, i primi con cui bisogna entrare in sintonia, spingendoli a immedesimarsi con ciò che vedono.
Mi chiedo spesso come sia possibile non avere ruoli che mi piacerebbe da matti interpretare, e non so rispondere, del resto ci sono così talmente tanti lati della personalità da esplorare e raccontare, senza parlare dei temi da affrontare… Recitare è un po’ come andare in analisi, ti fai molte domande e arrivi a sfidarti, a metterti in discussione, come attore e persona in generale.

Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier
Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier

Credits

Talent Anna Ferzetti

Photographer Davide Musto

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Nick Cerioni

Fashion assistants Michele Potenza, Salvatore Pezzella, Noemi Managò

Make-up Michele Mancaniello for #SimoneBelliAgency

Hair Simona Imperioli

Arriva su Disney+ ‘Le fate ignoranti’, serie tratta dal film cult di Ozpetek

Sono disponibili da oggi, su Disney+, gli 8 episodi de Le fate ignoranti (il titolo internazionale scelto è The Ignorant Angels), l’atteso adattamento televisivo della pellicola eponima di Ferzan Özpetek, cult assoluto che, 21 anni fa, fece conoscere al grande pubblico il cineasta di origine turca. Prima serie originale italiana della piattaforma di streaming, è stata pensata, scritta e diretta dallo stesso Özpetek (insieme a Gianni Romoli, Carlotta Corradi, Massimo Bacchini per quanto riguarda soggetto e sceneggiatura, e al collaboratore di lungo corso Gianluca Mazzella, con cui ha condiviso la regia).

La trama ruota intorno alle vicende “incrociate” di due coppie, legate da dinamiche sentimentali in parte nascoste, sicuramente complesse ma, proprio per questo, uniche e coinvolgenti. Vediamo infatti Antonia (Cristiana Capotondi), vedova di Massimo (Luca Argentero), rimasto ucciso in un incidente, scoprire che suo marito aveva una relazione con Michele (Eduardo Scarpetta). Sconvolta dalla notizia, comincia a indagare sulla vita segreta di Massimo, stringendo contro ogni previsione una forte amicizia con Michele e la sua cerchia di eccentrici amici, quasi una seconda famiglia per il marito; Antonia riuscirà così a cambiare il proprio punto di vista sulla vita e, forse, ad amare, di nuovo.

I protagonisti della serie: Cristiana Capotondi, Luca Argentero, Eduardo Scarpetta
Luca Argentero ed Eduardo Scarpetta in una scena di Le fate ignoranti
Eduardo Scarpetta e Cristiana Capotondi in una scena

Il cast comprende un nutrito numero di big e talenti emergenti dello showbiz nostrano, dai già citati protagonisti, Argentero, Capotondi e Scarpetta, ad Ambra Angiolini, passando per Anna Ferzetti, Paola Minaccioni, Serra Yilmaz, Filippo Scicchitano, Edoardo Purgatori, Elena Sofia Ricci e Milena Vukotic (queste ultime in qualità di guest star del romantic drama tratto dall’originale, campione d’incassi e autentico fenomeno culturale).
Tra le chicche si segnala l’interpretazione, eseguita da Mina, del brano originale (nonché sigla del titolo) Buttare l’amore.

ll cast in posa con Ferzan Özpetek (al centro)
Il cast della serie

Hanno preso parte al serial, come detto, Eduardo Scarpetta ed Edoardo Purgatori, protagonisti in passato di due editoriali in esclusiva per Manintown, in cui ci avevano raccontato, rispettivamente, dell’onere/onore di portare un cognome che rimanda alla storia dello spettacolo nostrano (è infatti pronipote e omonimo dell’immenso Eduardo Scarpetta, mostro sacro del teatro napoletano a cavallo del XIX e XX secolo), un’eredità complessa che lui gestisce impegnandosi ad «affrontare il mio mestiere col massimo dell’impegno e del rispetto»; e di come pensare al fatto che il suo nome sia legato a Özpetek (che lo ha voluto anche in La dea fortuna e nella pièce tratta da Mine vaganti) lo faccia «commuovere dalla gioia; posso dire che mi dò quasi i pizzicotti per capire se è reale quello mi sta succedendo, professionalmente, con lui».

Giacomo Giorgio, il sopravvissuto

A Giacomo Giorgio è andata bene perché non ha dovuto traumatizzare la famiglia, come avviene nella maggior parte dei casi dicendo di voler fare l’attore: la settima arte scorreva già nel suo Dna. Si definisce “finto” napoletano, in quanto si è trasferito a Milano all’età di otto anni.
Protagonista della serie Mare fuori con il cattivissimo Ciro, sta per tornare in tv con la nuova ed attesissima serie Sopravvissuti, produzione internazionale e grande scommessa di Rai1, in uscita in autunno, per la regia di Carmine Elia.

Trench Tombolini, T-shirt Emporio Armani, trousers Gutteridge

Come nasce la tua passione per la recitazione?

Diciamo che per me è una tradizione famigliare, in quanto ho avuto la bisnonna e la trisnonna che erano attrici di teatro; quindi ho sempre avuto la passione per lo spettacolo, fin da piccolo.
In realtà quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo di voler fare il supereroe, poi ho capito che esisteva un lavoro che racchiudeva tutto ciò che sognavo ed era l’attore.

Sei napoletano, secondo te voi siete più bravi perché avete nel sangue l’arte del racconto?

Allora in realtà sono un finto napoletano, in quanto ho vissuto a Napoli fino all’età di otto anni, poi per undici a Milano e, da quando le cose hanno iniziato ad andare bene nella recitazione, mi sono trasferito a Roma, però la verità è che a Napoli anche il pescivendolo potrebbe fare l’attore per quanta fantasia e passione ci mette per farlo.

Sei reduce dalla seconda stagione della serie Mare fuori, la più vista su RaiPlay, secondo te perché questo successo?

Credo che sia proprio per il fatto che non abbiamo preso in giro nessuno sia nella prima che nella seconda serie, abbiamo cercato di fare qualcosa di più, che andasse al di là del racconto di una storia malavitosa, anche perché era già stato fatto.
Ad esempio, la rappresentazione del male, cioè io con il mio personaggio Ciro: abbiamo cercato di raccontarlo non solamente come un boss malavitoso, ma in primis come un ragazzo che ha sbagliato, e che perciò reagisce e agisce come tale.
Quello che emerge è che non sono il più cattivo, forse sono semplicemente una vittima. Il nostro è il racconto della prigionia mentale e culturale.
La cosa che mi ha più colpito è stata quanto possa essere trasversale tutto ciò nelle generazioni, perché mi capita spesso di incontrare persone adulte, anche sui settant’anni, che mi fanno i complimenti ed hanno visto Mare fuori.

So che è stata confermata la terza stagione, come ti sei avvicinato al tuo personaggio?

C’è stato parecchio lavoro attoriale e registico dietro le quinte con tanti scambi di idee, poi personalmente utilizzo il metodo Stanislavskij, quindi immaginare e sapere tutto quello che era successo prima al personaggio è fondamentale, così da poterlo fare mio.
E poi ho lavorato su un animale (un esercizio classico del metodo, che mi è mi è servito moltissimo),la pantera nera, proprio per le sue movenze.

Cap Borsalino, T-shirt Emporio Armani, trousers Gutteridge

Uscirà prossimamente l’attesissima Sopravvissuti, un po’ di ansia?

Sto letteralmente morendo, spero in una buona risposta del pubblico, anche perché questa volta stiamo parlando di Rai1, di un pubblico sicuramente più vasto, però Sopravvissuti non è esattamente una serie tranquilla.
È una grande scommessa, perché è una produzione italiana, francese e tedesca frutto di un’iniziativa della Rai, complessa nel titolo come nella realizzazione.

Dove avete girato?

La storia ha luogo a Genova, dove abbiamo girato sulla barca vera per appena un giorno, poi lo scafo è stato ricostruito in uno studio cinematografico e, per i restanti due mesi, abbiamo girato tutte le scene con green screen.
Insomma, è stata un’operazione complicatissima, l’imbarcazione aveva dei movimenti meccanici assolutamente realistici, e anche la pendenza era reale, come ovviamente la pioggia battente sopra di noi, per non parlare dei cannoni che sparavano acqua, è stata molto tosta, sia fisicamente che mentalmente.

Dimmi una curiosità sul tuo personaggio.

Devo ringraziare Carmine Elia che mi ha scelto in quanto anche regista di Mare fuori, ha avuto il coraggio di volermi per un personaggio che in realtà ha trentacinque anni, io invece ne ho ventitré.

A quanto pare lavori sempre, quando non sei sul set cosa ti piace fare?

Quando posso vado a teatro e guardo tanti film, ma fondamentalmente preparo i personaggi dei miei prossimi progetti.

Trench Gabriele Pasini, sweater and shorts Zegna
Jacket and trousers Gabriele Pasini, polo shirt L.B.M. 1911

Credits

Talent Giacomo Giorgio

Photographer Davide Musto

Ph. assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci

Post-production Riccardo Albanese

Stylist Alfredo Fabrizio 

Stylist assistant Federica Mele 

Hair & make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location The Hoxton Rome

L’America vista da Ian Bohen, il Ryan di ‘Yellowstone’

Incontro telefonicamente Ian Bohen proprio mentre si sta prendendo qualche giorno di tranquillità nella sua Carmel, la bellissima località sul mare nel nord della California, e dice di godersi ogni momento in quanto, fino a poco tempo fa, era a girare una serie tv in Canada dove il tempo, ovviamente, non era soleggiato e caldo come nella sua città.
Possiamo apprezzare Ian nel ruolo di Ryan in Yellowstone, serie di altissimo successo negli Stati Uniti, fruibile su Sky nel nostro paese.

Raccontami di Yellowstone, quattro stagioni ed ora state per girare la quinta, secondo te da cosa è dato il successo della serie?

Forse dal fatto che parla di situazioni famigliari molto semplici a cui la gente, in America, può correlarsi facilmente. In più la sceneggiatura è spettacolare e insieme a me ci sono attori incredibili come Kevin Costner, ed ogni cosa che dice e fa è talmente realistica che non puoi far altro che credergli davvero nella maniera più sincera. La stessa fotografia, con i cavalli e la natura infinita, lascia lo spettatore col fiato sospeso.
Posso aggiungere che è davvero apolitico come tv show, racconta una storia che è quella di chi ha abitato la nostra terra prima di noi, e stagione dopo stagione cresce sempre di più la voglia di scoprire cosa succederà dopo.
Inoltre non lo apprezzano solo gli spettatori delle zone rurali; a New York, San Francisco e Los Angeles lo amano e lo capiscono, perché ha la capacità di unire tutti.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio

Ci sono una serie di cowboy che vivono nel ranch, ed io sono Ryan, un ufficiale di polizia dello stato del Montana, è un ruolo molto complesso e divertente perché ho sempre mille cose da fare, e soprattutto nuove missioni per mantenere l’ordine nel posto. Posso dire che è anche divertente e ha sempre la battuta pronta, mi diverto ad interpretarlo.

Quanto tempo ti prende girare una serie come questa?

Normalmente ci troviamo un paio di settimane prima di girare le scene, giusto per riabituarci ad andare a cavallo e a vivere una vita campestre, insomma bisogna riprendere il ritmo in modo che sia tutto perfetto, anche perché non si può fingere davanti alla telecamera, deve essere vero e basta.
A volte stiamo li per più di quattro mesi all’anno, sono diventato un residente del Montana praticamente.

Siete stati nominati dallo Screen Actors Guild, cosa mi dici a proposito?

È davvero un grandissimo onore per noi essere nominati dai nostri colleghi della Screen Actors Guild come miglior ensemble cast, ed è la prima volta che ci succede.
A differenza dagli altri premi non è una academy o dei giornalisti a scegliere e votare, ma è davvero la gente, il popolo, quindi vi è un valore aggiunto.

Come funziona adesso negli Stati Uniti, avete ancora delle restrizioni per la pandemia?

Assolutamente sì, e questo dipende da stato a stato, Yellowstone è stata una delle prime produzioni a riprendere dopo il primo lockdown, potrei dire quindi che a giugno 2020 eravamo già sul set; il motivo per cui abbiamo potuto farlo è perché era tutto totalmente isolato, come in una “bolla” nel Montana Perciò abbiamo ripreso e senza interruzioni perché non vedevamo altre persone al di fuori di quelli del cast, cosa molto differente per chi aveva riprese a New York o Los Angeles dove un positivo che fermava la produzione era all’ordine del giorno.
Ora sto lavorando a Superman & Lois ed è molto differente, facciamo test tutti i giorni e ogni tanto abbiamo un caso tra di noi, ma è normale, la gente si muove e si sposta, il virus c’è ancora.

Da voi il pubblico è tornato in sala per vedere i film al cinema?

Lo spirito americano è libero e vuole ovviamente tornare a fare tutto ciò che faceva prima, ci sono degli stati, come la California, che hanno avuto tante restrizioni ed ora hanno tolto la mascherina anche al chiuso. Ma la cosa strana è che, per il momento, i bambini a scuola devono tenerla, ovviamente l’opinione pubblica è divisa su questo tema.

Credits

Talent Ian Bohen

Photographer Jenna Berman

Ph. assistant Tahlia Atter

Grooming Min-Jee Mowat

Thanks to Platform PR Team & MPunto Comunicazione

Davide Calgaro, l’arte dell’ironia per spaziare tra stand up comedy e recitazione

Monologhista con all’attivo partecipazioni a baluardi della comicità catodica (vedi alle voci Zelig o Colorado), attore duttile che, alle parti in commedie quali Odio l’estate e Sotto il sole di Riccione, ha affiancato interpretazioni di diverso tenore in Doc – Nelle tue mani e Blanca, nonché – eccezionalmente per Manintown – modello per il collega e amico Matteo Oscar Giuggioli. Davide Calgaro è un talento istrionico, ancora in cerca della propria dimensione “definitiva” che però, considerata la capacità di coltivare precocemente un’innata vena ironica (i 22 anni da compiere ne fanno lo stand up comedian italiano più giovane) per metterla a frutto sul palco come sui set, passerà con ogni probabilità da quella simbiosi tra humour e recitazione perfezionata dai suoi autori di riferimento, da Louis C.K. all’indimenticato Robin Williams.

Matteo Oscar Giuggioli ti ha scattato le foto che vediamo qui, com’è stato collaborare con lui in veste di fotografo?

È stata una bella esperienza, tra l’altro siamo amici, essere fotografato da una persona con cui sei in confidenza e puoi permetterti di fare il cretino è diverso dal lavorare con un professionista. Matteo secondo me è molto bravo, pur essendo alle prime armi, lo sono anch’io come “modello”, direi che è stato figo.

Ph. by Matteo Oscar Giuggioli

In quanto stand up comedian poco più che ventenne, hai bruciato le tappe: a 15 anni scrivevi e provavi i tuoi testi nei laboratori di Zelig, nel 2017 l’esordio televisivo su Comedy Central, due anni dopo Colorado… Vuoi ricapitolare il tuo percorso professionale, spiegandoci come, dove, quando e perché ti sei avvicinato al mondo della comicità?

Ho iniziato 13enne studiando recitazione alla scuola milanese Quelli di Grock, circa due anni dopo ho scritto i primi monologhi e pezzi comici su vari aspetti della mia quotidianità, provandoli tra laboratori e serate; nel 2017 ho avuto la possibilità di esibirmi nella trasmissione Stand Up Comedy, da lì sono arrivati Colorado e da ultimo Zelig, a un certo punto, poi, si è “infilato” il cinema.

Il teatro sembra sia un tuo pallino fin da adolescente, cosa rappresenta per te?

Ha rappresentato la prima spinta verso questo settore, è una grandissima passione che mi ha aiutato tanto nella stand up in termini di padronanza del palco e serenità nello stare in scena. Mi ci dedico tuttora, a febbraio ho fatto il mio primo spettacolo vero e proprio, non strettamente comico dunque.

Ph. by Matteo Oscar Giuggioli

Chi sono i tuoi modelli di riferimento?

Ne ho diversi, in Italia – essendo cresciuto con Zelig – i miei modelli di riferimento erano i monologhisti alla Paolo Migone o Giuseppe Giacobazzi, tra quelli della vecchia scuola Claudio Bisio e Antonio Albanese sono stati tra i più influenti. Guardando oltreoceano, invece, il mio preferito è al momento Louis C.K. ma devo citare per forza Robin Williams, in generale mi hanno sempre affascinato gli autori che spaziavano tra comicità e recitazione.

L’anno scorso eri nella line-up di Zelig, com’è stato essere coinvolto nel rilancio di un’istituzione della comicità televisiva, al fianco di Bisio, Vanessa Incontrada e altri colleghi illustri? Qualche episodio o ricordo che vuoi condividere con i lettori?

È stato incredibile, per certi versi surreale, prendere parte a uno show che guardavo ammirato fin da piccolo, non avrei mai immaginato di centrare un obiettivo del genere così presto.
Una cosa che si è notata anche in tv è il mio stato al termine del pezzo, sono scoppiato in lacrime, non si è visto completamente perché ho cercato di mettere la testa vicino alla spalla di Bisio, coprendomi, poi mi son ripreso. Il momento più bello è stato quello in cui sono sceso dal palco, tra baci e abbracci con gli autori e le persone con cui ho condiviso quest’esperienza.

Ph. by Matteo Oscar Giuggioli

L’hai detto anche tu, a un certo punto sono arrivati cinema e serial, nello specifico un ruolo in Odio l’estate di Aldo, Giovanni e Giacomo, quindi la grande ribalta di Sotto il sole di Riccione, commedia Netflix tra le più viste un paio d’anni fa; belle soddisfazioni immagino, tu inizialmente volevi fare l’attore, appunto…

In effetti volevo il cinema da parecchio tempo, sono ancora giovane e ho il desiderio di capire in quali ambiti posso lavorare. Blanca e Doc – Nelle tue mani, per esempio, mi hanno dato la possibilità di misurarmi con ruoli non prettamente comici, come quelli di Odio l’estate o Sotto il sole di Riccione. Considero film e serie un’opportunità per sperimentare e mettermi alla prova, a posteriori sono contento del risultato ed è un’altra strada su cui vorrei proseguire.

Alcuni sostengono che, data la sempre maggiore sensibilità e consapevolezza del pubblico, e con i social perennemente in agguato, chi fa il tuo mestiere corra il rischio di doversi frenare per non urtare la suscettibilità altrui, evitando il polverone di casi tipo The Closer di Dave Chappelle o, rimanendo in Italia, il famigerato predicozzo di Pio e Amedeo, oppure l’ironia di Zalone sui transessuali a Sanremo, qual è la tua opinione in merito?

Parto dall’assunto che, se si considera la comicità una forma di espressione artistica, allora debba vigere una libertà totale; i limiti variano da comico a comico, ciascuno ha la propria sensibilità e, assumendosene piena responsabilità, può scherzare su ciò che vuole.
Adesso si tende a sentirsi offesi ed è come se non potessimo – o volessimo – più sentirci così, si crea un cortocircuito perché la comicità, per definizione, a qualcuno deve dare un “dispiacere”, che siano i carabinieri o il tizio che scivola sulla buccia di banana, dev’esserci per forza chi ci resta male. Noto a volte un po’ di ipocrisia, ci si scandalizza quando ad essere toccato è il nostro orticello, lasciandosi scivolare addosso l’ironia su argomenti che non ci interessano.
Comunque sia, se un comico prestasse troppa attenzione alle rimostranze e fastidi delle persone, non riuscirebbe a scherzare più su nulla, poi certo è giusto confrontarsi ed essere aperti alle critiche, lo scopo finale però, bisogna ricordarlo, è far ridere; se lo trovi divertente allora fallo, io la vedo così.

Ph. by Matteo Oscar Giuggioli

Social e comicità, pro e contro.

Il pro penso sia la possibilità di farsi notare, offrono a chiunque un terreno neutrale in cui esprimersi. Il contro è lo stesso, nel senso che quanto appena detto può risultare problematico nel momento in cui i social diventano l’unico spazio a disposizione, col rischio che se non sei forte lì, è complicato portare le persone a uno spettacolo.
I social sono utilissimi ma non possono essere l’unico mezzo per scoprire nuovi talenti, il palco deve conservare la propria centralità.

Restando su YouTube, Instagram e simili, c’è qualche comico o canale digitale che apprezzi particolarmente?

Credo non facciano più video, ma per un periodo guardavo spessissimo quelli dei The Pills.

In un’intervista del 2020 sostenevi che la tristezza è di maggior ispirazione rispetto alla felicità, puoi spiegarcelo?

Intendevo che quando scrivo cerco di partire da elementi che mi infastidiscano o risultino problematici, così da superarli facendoci su dell’ironia. Precisando ulteriormente il concetto, non penso che in generale si possa trarre maggiore ispirazione dalla tristezza, ma personalmente trovo più stimolante lavorare su spunti che di per sé non suscitano ilarità, anzi; apprezzo quei comici che riescono a farmi ridere di cose su cui faticherei a scherzare, portandomi oltre il “limite” di cui parlavo prima.

Ph. by Matteo Oscar Giuggioli

In quali progetti sei impegnato attualmente? Cosa ti auguri per il futuro a livello professionale?

Sto portando in giro per l’Italia Venti freschi, monologo di stand-up comedy, inoltre usciranno a breve su Netflix due film girati nei mesi scorsi, per il resto scrivo e faccio provini, è una fase di passaggio, di attesa diciamo.
Per il futuro auspico di portare avanti in parallelo più attività possibili, esplorando settori diversi per capire quali siano le mie potenzialità e i miei limiti, ho l’età credo giusta per farlo.

Credits

Talent Davide Calgaro

Photographer Matteo Oscar Giuggioli

Riccardo Maria Manera, «tutti dovremmo sentirci delle rockstar»

Riccardo Maria Manera, genovese, ha iniziato questo mestiere da piccolissimo, infatti lo vediamo passare da un progetto all’altro senza tregua.
Dal 23 marzo sarà nella seconda stagione della fortunata serie tv Volevo fare la rockstar, successivamente lo vedremo al cinema nel suo primo film da protagonista Prima di andare via, nel frattempo ho dovuto rincorrerlo per intervistarlo in quanto sta girando Black Out, che per il momento rimane top secret.

Siamo travolti da un’ondata di attori genovesi e liguri, secondo te perché?

Non saprei, però nella mia personale esperienza di lavoro, che riguarda gli ultimi sei anni, posso dire che gli attori più bravi e preparati incontrati mio percorso arrivano tutti dal Teatro Stabile di Genova, che io non ho fatto, oppure da quello di Torino.
La mia speranza è che la mia terra, come è stata la culla del cantautorato ai tempi d’oro, lo possa essere magari per la recitazione oggi. Comunque anche come destinazione per le riprese devo ammettere che, ultimamente, si stanno girando parecchie serie tv e film, qualcosa sta cambiando.

Total look Valentino

Il successo della prima stagione di Volevo fare la rockstar ti ha portato alla seconda, per te come mai piace così tanto?

Avendola fatta, sono ovviamente di parte, ma secondo me perché è molto vera, potrebbe essere ambientata in un paesino tipo Gorizia come in Calabria, ci si riconoscerebbe comunque, anche perché è la storia di una ragazza madre e di tutte le problematiche di una famiglia.
Mi piace, citando Drusilla Foer dopo Sanremo, dire unicità anziché diversità, credo che il punto di forza sia stato proprio questo.
Abbiamo girato nella zona vicino Cormòns, profondo Nord-Est d’Italia, famoso per il suo nettare degli dei, anche se non sono un grande bevitore.

L’ultima volta che ti sei ubriacato?

Forse dieci anni fa, se parliamo di essere brillo diciamo il mese scorso, sono uno che aspetta che ci sia l’occasione per brindare, di norma non mi viene spontaneo.

T-shirt MSGM

Ti senti una rockstar?

Sì certo, dovremmo sentirci tutti delle rockstar, ci viene praticamente richiesto dalla società con tutte le vicissitudini che ci stanno capitando in questi ultimi anni, a ruota libera.

La situazione più “rock” che hai vissuto qual è?

Indubbiamente quando finite le riprese della prima stagione di Volevo fare la rockstar, ho preso uno zaino e sono andato in Thailandia per un mese, lì si è trattato di andare all’avventura e allo sbaraglio, completamente.

Total look Valentino

Diciamo che non puoi lamentarti, stai lavorando a mille progetti e al cinema stai per uscire con Prima di andare via, cosa mi vuoi dire a riguardo?

È la mia prima esperienza da protagonista in un film, quindi mi sento molto responsabilizzato da questa cosa, è un po’ anche un aut aut per me, per capire quello di cui sono capace.
La mia compagna nel film è stata Jenny De Nucci, devo dire che ci siamo divertiti tantissimo a lavorare insieme; si tratta di un dramedy basato sulla riscoperta di sé stessi attraverso un evento.

Hai questo viso da bravo ragazzo, lo sei veramente?

In realtà penso di sì purtroppo, nel senso che vorrei essere più stronzo ma non ci riesco proprio, e poi hanno fatto tutto i miei genitori per questa faccia, giuro che non ho fatto nulla io, anzi mi son mantenuto, non ho preso pugni, insomma tutto bene.

A seguire, il video backstage dello shooting.

Credits

Talent Riccardo Maria Manera

Photographer and art director Davide Musto

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Alfredo Fabrizio

Stylist assistant Federica Mele

Grooming Alessandro Joubert @simonebelliagency

Location Hotel American Palace Eur – Roma 

Il ritorno di Martins Imhangbe con Bridgerton 2

Martins Imhangbe, meglio conosciuto come Will Mondrich, il bellissimo pugile di Bridgerton, sta per tornare su Netflix con la seconda stagione della serie, in uscita il 25 marzo.
Tante le novità sia per lui che per tutto il resto dell’amatissimo cast che, lo scorso anno, è stato anche nominato per la categoria miglior ensemble dalla Screen Actors Guild.
Lui, attore preparatissimo, arriva dal teatro classico, luogo dove si è forgiato professionalmente, sempre coltivando la sua passione per il pugilato.

Raccontami la tua storia, arrivi dalla Nigeria, sei stato per un periodo in Grecia ed ora sei a Londra...

Sono emigrato dalla Nigeria con mio padre, appena arrivati in Europa siamo stati due anni in Grecia per poi arrivare in Inghilterra, dove ci siamo stabiliti a Londra, ora però lui ha fatto il giro completo ed è tornato a vivere in Africa.

Hai sempre saputo di voler fare l’attore?

Assolutamente no, a me è sempre piaciuto disegnare in realtà, e mi considero tutt’oggi un artista, quando andavo a scuola tornavo a casa e mi mettevo a dipingere e colorare, mi piaceva tantissimo.
La recitazione è venuta molto dopo, solo per il fatto che percepivo che, guardando uno spettacolo a teatro, sentivo l’energia di quelle persone in movimento sul palco. Così ho iniziato a studiare ma più che altro per divertimento, poi diventando grande ho capito che poteva diventare veramente un lavoro.
Devo ringraziare tutte le persone che mi hanno orbitato intorno, facendomi capire che avevo delle qualità da sfruttare, da solo non mi sarei mai applicato.

Sta per arrivare la seconda stagione di Bridgerton, secondo te come mai è stato un successo di Netflix in tutto il mondo?

Il motivo principale credo sia il tema dell’inclusione che ha accomunato tante persone di tanti paesi diversi, in più la prima stagione era arrivata in un momento particolare, ovvero quello del post lockdown di Natale 2020.
È un po’ come se tutti avessero avuto la loro occasione di sfuggire dal proprio mondo con la serie.

È divertente girare in costume?

Oddio, certamente lo è, l’unica cosa è che quegli abiti non sono esattamente comodi come una tuta, e quando sei sul set per dodici ore, diventa un po’ difficile. Però mentre sei lì ti rendi conto di quanto siano spettacolari i costumi e, ancor più, di quante volte possa capitarti di indossarli, quindi ti senti privilegiato.

Lo scorso anno siete anche stati nominati dalla Screen Actors Guild per il premio miglior ensemble, cosa mi dici a proposito?

Dico che è successo davvero tutto talmente in fretta che non ce ne siamo quasi resi conto, la serie è uscito a dicembre e a febbraio eravamo nominati, è stato incredibile.
Eravamo tutti davvero molto orgogliosi, l’unico dispiacere è stato che a causa della pandemia non abbiamo potuto essere a Los Angeles in presenza, ma solo tramite Zoom da casa, insomma speriamo in una seconda volta live!

Sei un attore super serio, sei anche stato nominato come miglior interprete per il tuo Riccardo II a teatro.

Ho sempre fatto tantissimo teatro, anche perché alla fine è proprio il modo in cui mi sono formato, e sono pienamente convinto che non ce ne sia uno migliore, perché quando hai gli spettatori davanti a te, non gli puoi mentire.

Cosa ci possiamo aspettare dal tuo personaggio, Will Mondrich, nella nuova stagione?

Posso anticipare che vedremo un lato molto più imprenditoriale, insomma una vera crescita in una nuova esperienza di vita.

Sei sempre stato appassionato di boxe?

Si, quello amo della boxe al di sopra di tutto è la disciplina e il dover mantenere sempre davanti a te l’obiettivo, trovo che sia uno sport meraviglioso, anche se non sono mai stato sul ring per un combattimento, almeno non ancora.
Poterlo fare ovviamente richiederebbe un training incredibile, e per ora non ho tempo.

Per tutte le foto, credits Klara Waldberg

Lucrezia Guidone: «La mia fedeltà la rinnovo tutti i giorni»

Lucrezia Guidone è un’attrice dalla formazione ineccepibile, svoltasi tra la Silvio d’Amico a Roma e il celeberrimo The Lee Strasberg Theatre and Film Institute di New York. Dopo tanto teatro l’abbiamo vista lavorare con registi come Francesca Comencini e Donato Carrisi.
Ora senza rendersene conto si è ritrovata nella top ten di 42 paesi con la serie Fedeltà, mega successo di Netflix, una produzione italiana ambientata a Milano.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Di dove sei Lucrezia?

Sono di Pescara, ho origini pugliesi però sono nata e cresciuta in Abruzzo e, a parte qualche piccola breve pausa, in Puglia.

A quanto pare sei un’attrice serissima, hai fatto la Silvio d’Amico e poi tanto teatro

Oddio serissima non saprei, però sicuramente ho scelto di avere una giusta formazione, e fare una scuola di buon livello mi è sembrato un punto di partenza per iniziare a costruire qualcosa.
Ho avuto la fortuna di debuttare a teatro con Luca Ronconi, poi ho voluto proseguire la mia formazione andando a New York e iscrivendomi all’Istituto Strasberg, anche perché avendo una passione per il cinema americano mi sembrava giusto chiudere il cerchio in questo modo.

Ph. by Stefano Montesi/Netflix© 2021

Quindi sei una ”method actor”?

No, ma penso che da ogni metodo e scuola ognuno prenda ciò di cui ha bisogno per poi utilizzarlo a seconda di quello che serve nell’interpretazione del personaggio, a volte ci sono delle zone che non riesci a raggiungere ed il metodo può decisamente tornare utile.
Lo vedo più che altro come una delle armi che mi possono venire in aiuto quando mi trovo in difficoltà.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Però hai già avuto occasioni di lavorare con grandi registi come Francesca Comencini e Donato Carrisi, quale tra le discipline artistiche che pratichi ha un posto speciale nel tuo cuore?

Direi che teatro, cinema e televisione appartengono tutte alla matrice che mi interessa, ovvero la recitazione, raccontare delle storie, incontrare degli immaginari.
Hai citato due registi che mi hanno permesso di affacciarmi a dei generi, perché con Francesca abbiamo fatto una sorta di fantasy storico come Luna nera per Netflix, con Donato, invece, mi sono messa alla prova con il thriller, sono state due esperienze molto potenti che mi hanno insegnato tantissimo.
Nel mio cuore, quindi, c’è tutto questo, non potrei rinunciare a nulla.

Ora sei protagonista di Fedeltà su Netflix, hai riscontrato una risposta diversa dal pubblico con una serie di estremo successo come questa?

Devo dire che questo è il mio terzo progetto con Netflix, ed una delle cose più impressionanti di una serie in streaming è la possibilità di essere visti in tutto il mondo.
Noi in questo momento abbiamo l’opportunità di essere in contatto tramite social con il pubblico, ed è un’ondata molto calorosa, ad esempio uso di più Instagram, e ho ricevuto un abbraccio incredibile, da paesi, poi, da cui non mi sarei mai aspettata di ricevere messaggi.
A volte si aprono con me tipo posta del cuore con richieste di consigli per le coppie, a cui non so davvero come rispondere.

Ph. by Sara Petraglia/Netflix© 2021

Quando avete girato vi sareste aspettati un successo planetario come questo?

Ovviamente speravo andasse bene, però certo non di essere nella top ten di 42 paesi. Anche perché quando giri e sei sul set, non ti rendi conto, in quanto non puoi avere la percezione girando un giorno una scena della terza puntata e subito dopo l’ultima, insomma è davvero difficile.

Devo farti la domanda di rito: sei fedele nella vita?

Direi di si, sono fedele verso le cose che amo e non mi riferisco solo alla coppia, ma parlo di tutto ciò che mi fa stare bene; la mia fedeltà la rinnovo quotidianamente, in quanto sono molto irrequieta interiormente, quindi ho sempre bisogno di andarla a confermare.
Mi piace pensarla come non statica, non un monolite che se ne sta lì insomma, piuttosto come un qualcosa che cambia forma e così non mi fa sentire in gabbia.

Ph. by Sara Petraglia/Netflix© 2021

Che cosa ti fa arrabbiare di più nella vita?

Sicuramente non mi piace essere manipolata, l’ipocrisia mi fa arrabbiare tanto quanto le disparità di genere.

E cosa ti rende più felice?

Mi piace nutrire le mie passioni ed esplorare le direzioni dei nostri desideri più profondi, questo lo auguro a tutti perché fa bene a chiunque.

Dress Valentino (ph. by Leandro Manuel Emede)

Per l’immagine in apertura, credits Sara Petraglia/Netflix© 2021

Press: laPalumbo Comunicazione

Aurora Ruffino, sognando Raffaella (Carrà)

In Noi, versione italiana del pluripremiato dramma americano This Is Us (in onda dal 6 marzo su Rai1) è Rebecca Peirò, ma quello dell’attrice Aurora Ruffino è un volto familiare: il pubblico ha avuto modo di conoscerla – e apprezzarne le interpretazioni, puntuali e intense – in serie di largo seguito quali Braccialetti rossi, Questo nostro amore, I Medici, Un passo dal cielo, senza contare l’esordio ne La solitudine dei numeri primi, trasposizione cinematografica del romanzo eponimo, vincitore del premio Strega, il triangolo amoroso al centro di Bianca come il latte, rossa come il sangue, le conseguenze e i pericoli del consumo di droga che scandiscono la storia (vera) di La mia seconda volta.
Ai ruoli appena menzionati vanno aggiunte varie altre apparizioni fra cinema, tv, videoclip e progetti restii alle classificazioni come Ningyo, corto di Gabriele Mainetti presentato alla 73esima edizione della Mostra di Venezia, che consentiva allo spettatore di interagire, cambiando l’ordine dei “moduli” narrativi.
In attesa di un fantasy – genere per cui ha da sempre un pallino – o un biopic su una delle (tante) donne che hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali della nostra storia, ci ha raccontato dei momenti più coinvolgenti vissuti sul set di Noi, dell’orgoglio di aver preso parte a Braccialetti rossi, serial dall’impatto enorme, delle serate al karaoke dopo I Medici, per finire col rapporto non proprio felice con abiti, shopping, outfit e simili.

A proposito di Rebecca Peirò hai dichiarato, in conferenza stampa, che impersonarla significava realizzare un sogno, perché guardavi la serie ancora prima di sostenere il provino, ma di aver avvertito anche una sensazione di panico all’idea di confrontarti con un personaggio così conosciuto e amato. Ora, passati mesi dalle riprese e con i primi episodi trasmessi da Rai1, come pensi di essertela cavata?
Sono molto soddisfatta del risultato finale, credo che abbiamo raggiunto l’obiettivo di italianizzare la storia di una famiglia amata da tutti nell’originale. Per quanto mi riguarda, nonostante avessi già visto This Is Us, sono riuscita a farmi coinvolgere da ogni passaggio della trama, mi sento davvero fiera e orgogliosa del lavoro svolto da cast, troupe, regia, tutti insomma.

Noi è un’epopea famigliare, il racconto a tutto tondo di una famiglia che passa attraverso argomenti piuttosto delicati (la perdita di un figlio, l’adozione, l’integrazione razziale…), ribadendo però l’importanza dei legami tra consanguinei, e il cui filo conduttore, stando al regista Luca Ribuoli, è l’amore. Quali sono stati i momenti emotivamente più complessi da girare e, al contrario, i più gradevoli, felici – se vogliamo metterla in questi termini?

Di passaggi emotivamente forti ce ne sono stati a iosa, tra i più complessi ricordo senz’altro quello in cui Pietro dice a Rebecca che uno dei loro figli non ce l’ha fatta, una situazione decisamente forte da vivere. Tra i più belli, invece, il momento in cui Daniele si attacca per la prima volta al suo seno, dopo che lei per settimane non è riuscita a instaurare un legame col bambino; quell’istante lì, con Napule è di Pino Daniele in sottofondo, è stato stupendo.

Hai rivelato recentemente di esser riuscita a interpretare Rebecca quarantenne «soprattutto grazie al look», pensi che trucco e parrucco possano rappresentare la chiave di volta nell’approccio al ruolo?

Ti aiutano a trovare l’approccio fisico, quella postura che può darti solo il costume ed è estremamente importante, adesso per esempio sto girando un film in cui sarò un carabiniere, già indossare la divisa ti trasmette il “tono” del personaggio.
Quando in Noi impersonavo Rebecca a sessant’anni, make-up e acconciatura mi aiutavano a individuare la giusta dimensione fisica; sono fondamentali, infatti è nelle prove costume che riesco a capire come mi sento con determinate cose addosso, in che modo posso cambiare fisicamente ricorrendo anche solo a un trucco, una parrucca, un piercing, elementi che mi danno subito l’idea di chi interpreterò, permettendomi di trasformarmi.

La serie si dipana su piani temporali differenti, il tuo personaggio invecchia e, di conseguenza, ti sei dovuta sottoporre ad apposite sessioni di make-up, ricorrendo anche alla prostetica. Da attrice, che rapporto hai con lo scorrere del tempo, col modo in cui incide sull’aspetto fisico?

Sono tranquilla, anzi, soffro piuttosto il fatto di sembrare ancora parecchio giovane, una ragazzina quasi, nonostante abbia 32 anni; non dimostrare la mia età si è rivelato un’arma a doppio taglio perché per come appaio, magari, non vengo presa in considerazione per determinati ruoli.
Avverto il desiderio non di invecchiare, piuttosto di assumere la fisicità di una donna, sono contenta anche delle piccole rughe che comincio a notare nelle foto, fanno parte di me, raccontano la mia storia, il mio vissuto, non ho problemi sotto questo punto di vista, mi aiutano ad accettare e accogliere gli anni che passano.

Noi si svolge parzialmente nell’Italia di circa quaranta anni fa, eri già tornata all’atmosfera dei decenni passati in Questo nostro amore, le cui stagioni erano ambientate negli anni ‘60, ‘70 e ‘80. Cosa ruberesti, potendo, a ciascuna delle tre decadi? E, limitandoti alla moda, cosa apprezzi maggiormente dello stile Sixties, Seventies ed Eighties?

Credo che ad accomunare quei decenni fosse l’energia generale, il senso di far parte di una società determinata a costruire un futuro migliore, con la ripresa economica del dopoguerra, l’idea diffusa di uno stato ricco, pieno di sogni e opportunità; ricordo mio nonno parlarne come di un periodo in cui era possibile fare qualunque cosa, a patto di avere la voglia e determinazione necessarie, e poi i colori, l’arte, la musica, tutto concorreva a un fermento, una spinta al progresso che ha attraversato quell’arco temporale.
Riguardo lo stile specifico delle decadi, apprezzo la caratterizzazione estetica di allora, dalle minigonne ed eyeliner definiti dei ‘60s ai pantaloni a zampa dei ‘70s, al boom del jeans negli ‘80s.

Tre anni fa, intervistata da Vanity Fair, confessavi di vivere lo shopping come una tortura, di avere l’orticaria – testuale – a stare nei negozi. Negli ultimi tempi il tuo rapporto con la moda, considerati anche i red carpet richiesti dalla professione, è cambiato?

Purtroppo no, è ancora una tortura! Adesso ho una stylist bravissima, Marvi De Angelis, che insieme al mio ufficio stampa mi aiuta a curare l’immagine. Di mio sono però decisamente semplice, per come la vedo io i vestiti, finché non si rovinano, vanno bene, idem scarpe o accessori.
Non ho l’ossessione del vestiario, dell’apparire in un certo modo, a dire la verità non l’ho mai avuta, sarà che sono cresciuta in una famiglia umile, dove ci si vestiva con ciò che c’era, certamente non si andava a fare shopping ogni settimana, un atteggiamento che mi è rimasto, non avverto mai l’urgenza della novità; compro abiti per necessità, ecco.

Hai raggiunto la notorietà grazie a Cris di Braccialetti rossi, una ragazza in lotta con l’anoressia, per interpretarla tra l’altro hai dovuto perdere peso, incontrare persone che soffrivano di disturbi alimentari… Una parte sicuramente impegnativa all’interno di un autentico fenomeno mediatico. Cosa ti è rimasto più impresso di quell’esperienza?

L’impatto che ha avuto sulle persone, a distanza di anni ancora mi fermano per parlare di Braccialetti rossi, di cosa quella fiction abbia rappresentato e portato nelle case italiane, era diventata un evento che metteva davanti al televisore tutti, i figli come i genitori o i nonni. Ha unito il pubblico e fatto un gran bene, ho incontrato moltissimi ragazzi, bambini anche, che in quegli episodi hanno trovato un motivo in più per lottare e farsi forza.

Hai vestito i panni di Bianca de’ Medici nel period drama sull’omonima famiglia toscana, venduto in oltre cento nazioni, incoronato nel 2019 serial italiano più popolare all’estero, forte del resto di un cast stellare, da Dustin Hoffman a Richard Madden. Com’è stato lavorare in una produzione del genere?

L’ho vissuta come un sogno, all’inizio mi sembrava impossibile persino recitare in inglese, visto che prima di trasferirmi a Londra e studiarlo per bene, non parlavo una parola. Soprattutto è stato divertente, ci ritrovavamo ogni settimana al karaoke, un gruppo di giovani attori di nazionalità diverse che, di giorno, mettevano in scene le vicende di una famiglia conosciuta ovunque nel mondo, e di sera uscivano insieme, divertendosi come pazzi.

Un genere o ruolo per te inedito con cui ti piacerebbe metterti alla prova?

Amo i fantasy, sogno fin da bambina di fare un’eroina alla Marvel, una Black Widow per intenderci. Mi piace, da spettatrice innanzitutto, l’intrattenimento nel senso più ampio e nobile del termine, devo dire che finalmente anche da noi, grazie al fantastico Gabriele Mainetti, si stanno aprendo nuove opportunità.

Cosa ci sarà dopo Noi? Hai sogni nel cassetto da condividere con i lettori o preferisci tenerli per te?

Attualmente sto girando Black Out, mistery con protagonista Alessandro Preziosi.
Un sogno che ho già rivelato, da amante delle pellicole Rai in cui venivano raccontate le grandi donne d’Italia, figure eccezionali, iconiche (penso al biopic su Carla Fracci o a quello su Rita Levi-Montalcini), sarebbe quello di portare sullo schermo, omaggiandola in qualche modo, la storia di Raffaella Carrà; sono cresciuta con quest’artista immensa, per me è sempre stata un punto di riferimento assoluto.

In tutto il servizio, Aurora Ruffini indossa total look Philosophy di Lorenzo Serafini e gioielli Crivelli

Credits

Fotografo Maddalena Petrosino

Coordinamento styling Marver

Assistant Giacomo Gianfelici 

Make-up Charlotte Hardy

Hair Alessandro Rocchi @Simone Belli Agency

Press office Lorella Di Carlo

Location Hotel Valadier Roma

Carolina Crescentini: talento, eleganza e (tanta) ironia

Lo sguardo, che ricorda quello di Lauren Bacall. La femminilità elegante. L’ironia, sempre.
Non si può non avere un debole per Carolina Crescentini, attrice versatile e donna di grande stile, in tutti i sensi. In questi giorni sta promuovendo la commedia C’era una volta il crimine di Massimiliano Bruno, in sala dal 10 marzo. Terza “puntata” della serie iniziata con Non ci resta che il crimine, anche questo film è il racconto di un viaggio indietro nel tempo. Questa volta, Marco Giallini e Gianmarco Tognazzi si ritrovano nell’Italia del 1943. Carolina interpreta una donna sola, con il marito al fronte, pronta a imbracciare il fucile anche lei. A ottobre, invece, la ritroveremo nei panni di Corinna, l’attrice di soap raccomandata e sempre definita “cagna maledetta” della scatenata serie Boris che torna a furor di popolo su Disney+ con una quarta stagione di sei episodi, quindici anni dopo la prima.

Scusi, ma sono fan di Boris: che cosa mi può anticipare?

Non posso dire niente! Se non che sono felicissima di questo ritorno di Corinna. Voglio un gran bene a quella cretina, è la mia amica scema.

Non vedo l’ora. Forse in questo momento tutti abbiamo bisogno di ridere.

Guardi, in questi giorni ci ho pensato tanto. Sono in giro a dare interviste su C’era una volta il crimine, un film che racconta la guerra in toni comici e fuori c’è una guerra vera verso la quale non si può certo essere indifferenti. Però è anche vero che, proprio per questo, abbiamo tutti bisogno di qualche momento di leggerezza e il ruolo sociale degli attori è, da sempre, anche quello dei clown. Se strappiamo un sorriso, facciamo la nostra parte.

Come ha scelto i look per questa promozione, visto il momento poco propizio a frizzi e lazzi?

Ho puntato su capi semplici ed eleganti e sono andata da Armani: tute, vestiti, completi. Oggi in televisione ho indossato un tailleur pantalone bianco con i pantaloni larghi. Mi piacciono le cose un po’ ampie, in generale, e non importa se è pensiero comune che in televisione ingoffino. A me non interessa sagomarmi, sottolineare il corpo, preferisco sentirmi a mio agio”.

Quando sceglie come vestirsi è un’indecisa che fa mille prove?

Al contrario, vivo di colpi di fulmine. Tra mille modelli, vedo subito quello che mi interessa. Ricordo un anno, quando ero in giuria a Venezia, da una selezione di Gucci scelsi in un attimo un abito con maniche a chimono e una cintura con una stella in vita. Per un’altra serata mi innamorai all’istante di un abito di Alberta Ferretti, con frange di metallo argentate. Un abito abbastanza difficile da portare perché anche molto pesante ma era scenico, irresistibile.

È vero che è stata sua mamma Paola a trasmetterle la passione per la moda?

Sì, fin da piccola. La accompagnavo nelle boutique delle sue amiche, mi provavo dei maglioni extralarge di Krizia o di Iceberg con gli animali, sembravo Pisolo (ride, ndr). Mia madre mi ha insegnato il potere salvifico dei bei vestiti e della cura di sé. Ogni volta che nella vita sono stata male, lei mi ha incoraggiato a pettinarmi, mettermi la crema, una camicetta carina. Se ti senti bella non sarai giù di morale, dice sempre. E lei è la prima testimonial di questa filosofia. Anche adesso, che non è più una ragazzina, si diverte con la moda, indossa ancora pantaloni di pelle alla sua età.

Quanti anni ha?

L’età vera non posso dirla pubblicamente: mia madre se ne sente sempre 39.

Lei scrive racconti, anni fa aveva una rubrica di critica cinematografica su Rolling Stone, ha mai pensato di pubblicare un libro?

Mi piacerebbe ma al tempo stesso non vorrei insinuarmi e dare fastidio ai libri veri, quelli per i quali ho enorme rispetto. Considero la scrittura un appuntamento con me stessa, anche se non scrivo direttamente di me. Vedremo.

Ha sposato un cantante. Lei canta?

Ho studiato canto al Centro Sperimentale. Nella mia famiglia per hobby cantano tutti. Mio padre davanti a un microfono non resiste e canta My Way tutta intera senza sbagliare una nota. Mia sorella, che è più grande di me, quando ero piccola mi trascinava con lei nelle sale prove dove cantava con una band. Mia madre, nei nostri viaggi in macchina, intonava tutto il repertorio di Dalla, De Gregori, Baglioni e Califano”.

Serata al karaoke. Carolina sale sul palco e che cosa canta?

È successo davvero. Eravamo in Grecia io e Francesco (Motta, il cantautore, suo marito ndr) e lui ha voluto a tutti i costi che partecipassimo a un karaoke per battere dei turisti olandesi. Io ero titubante, pensavo “ma se ci sono degli italiani tra il pubblico, che figura facciamo?”. Invece poi l’ho seguito: abbiamo cantato una pessima versione di My Way, in onore di mio padre e qualcosa di Bob Dylan.

È appena passato l’8 marzo. Mi cascano le braccia all’idea che si debba ancora parlare di parità.

Anche a me. Ma dobbiamo farlo! Le differenze di trattamento tra uomini e donne sono ancora enormi, a cominciare da quella salariale. E poi: le donne che, come me, non hanno figli, sono guardate con sospetto. Invece, quelle che i figli li hanno, si sono trovate, con la pandemia, a dover fare passi indietro sul lavoro perché l’impegno della gestione di casa e famiglia è caduto tutto sulle loro spalle. Del resto, quanti uomini conosce lei che abbiano goduto dei permessi di paternità? Io pochissimi.

In tutto il servizio, total look Giorgio Armani, gioielli Giuliana Mancinelli Bonafaccia

Credits
Photographer & art director Davide Musto
Ph. assistant Valentina Ciampaglia
Stylist Alfredo Fabrizio
Hair e make-up Fulvia Tellone @simonebellimakeup
Location TH Hotel Roma Carpegna Palace

Leonardo Pazzagli in ‘Fedeltà’ (che lui, nella vita, non pratica)

Leonardo Pazzagli, trentenne, ha vissuto in giro per il mondo per poi trovare quella che lui chiama casa nella città eterna. Diplomato al Centro Sperimentale, lo abbiamo già visto in diverse serie tv, tra cui il grande successo di Rai1 Pezzi unici, ora lo possiamo vedere in streaming su Netflix in Fedeltà, dove interpreta un enigmatico fisioterapista.


Total look Marni, shoes Car Shoe

Raccontami di tutti i posti dove hai vissuto, mi sembra interessante...

In realtà i posti dove ho vissuto sono stati tre, ovvero da piccolo in Brasile e in Canada, diciamo un anno e mezzo tutti e due, e poi dopo il liceo un anno sabbatico a Londra, tutto questo per mia madre che faceva la lettrice di italiano all’estero e quindi abbiamo fatto un po’ di pellegrinaggio in giro per il mondo.
È successo tutto in un’età molto particolare, in quanto proprio quando stai piantando le radici, te le espiantano per andare a vivere in un luogo diverso.
Diciamo che mi sento un abitante di Roma, non dico romano sennò i romani mi si rivoltano contro.



Hai sempre saputo di voler fare l’attore?

Assolutamente no, ho avuto tante idee di lavoro, poi l’ultimo anno di liceo facevo un corso di recitazione e, proprio con il maestro di allora, ho capito che anche recitare poteva essere un lavoro, e piano piano ho coltivato questo pensiero.
Non rientro nella categoria di persone che sin dalla prima recita alle elementari hanno capito il loro destino, anzi, qualche anno fa mia madre ha ritrovato un video della mia prima volta sul palco a 3/4 anni, dove ci sono io che non voglio entrare in scena e si vedono le mani di qualcuno che mi trascina ed io che non voglio. Ora a trent’anni appena compiuti non ho più remore.


Cardigan Federico Cina, shirt and trousers Sandro Paris, sneakers Adidas

Parlami del tuo personaggio in Fedeltà, che possiamo vedere su Netflix.

Andrea è un fisioterapista con una vita parallela notturna, che normalmente non si accosta con il lavoro diurno, non dico cosa fa di preciso così chi deve ancora vederla può sorprendersi.
Posso dire però che è un grande osservatore ed è essenziale, parla più con gli occhi che con le parole, ma quando dice una cosa è chirurgicamente precisa, ed è molto istintivo.
Sono tutte qualità che la mia partner di scena, Lucrezia Guidone, trova affascinanti, proprio perché sono l’opposto di suo marito.



Parlando di fedeltà, vuota il sacco: tu sei fedele?

La verità è che non ho l’obbligo di fedeltà, infatti la serie non mi ha turbato.


Total look Marni, shoes Car Shoe

Sei oggettivamente un bel ragazzo, in quale categoria ti schieri, ti ha aiutato nel tuo lavoro o hai dovuto dimostrare di più?

È una domanda spigolosa, il cinema gioca sull’incisività in camera dove ovviamente il criterio estetico gioca la sua parte; credo quindi che da un punto di vista lavorativo mi abbia aiutato.
Non posso negare che a volte a un’estetica gradevole si associ una certa superficialità e su quello alcune volte ho dovuto lottare. Come pure sul fatto di essere giovane, in ogni progetto sono il giovane esordiente, nonostante faccia questo mestiere da quando avevo diciott’anni, forse il fatto dell’età a volte potrebbe avermi infastidito. Adesso, forse perché in Fedeltà ho la barba, il problema non si è presentato.



Sei uno che va al cinema e teatro, o preferisci guardare serie a casa?

Di norma vado molto al cinema, a teatro o conosco un attore o un regista, oppure aspetto che qualcuno mi consigli uno spettacolo, forse perché dal cinema so che me ne posso andare tranquillamente, a teatro invece diventa una scelta più radicale.
Posso dire che non sono uno che accende la tv e vede quale serie vedere, se non ho nulla che desidero davvero guardare preferisco leggere un libro.


Jumper Missoni, trousers Federico Cina, shoes Car Shoe

La fotografia del mondo degli ultimi anni non è bellissima, pandemia finita e ora una guerra vicino a noi, per un ragazzo di trent’anni quanto può essere difficile guardare al futuro?

Credo che sia sempre difficile guardare al futuro stando nel presente, soprattutto ora; l’invasione della Russia in Ucraina mi colpisce, anche perché sono laureato in storia e sono argomenti che ho studiato e mi interessano, infatti ho ripreso in mano Il secolo breve di Hobsbawm, per ritrovare un po’ di confidenza con quello che sta succedendo.




Jumper Federico Cina, trousers Fendi

Suit Sandro Paris, shirt Fendi

Jumper Missoni, trousers Federico Cina, shoes Car Shoe

Credits

Art Director & Photographer: Davide Musto

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia 

Styling Other Agency

Grooming: Alessandro Joubert @simonebellimakeup

Location Coho Loft

Iaia Forte, chiacchierata con la protagonista dell’adattamento teatrale di ‘Mine vaganti’

Iaia Forte e Francesco Pannofino saranno a Milano al teatro Manzoni dall’8 al 20 marzo con Mine vaganti. Ferzan Özpetek firma infatti la sua prima regia teatrale, mettendo in scena l’adattamento di uno dei suoi pluripremiati capolavori cinematografici e registrando un soldout dopo l’altro.


Ph. Davide Musto

Nel ruolo della madre, che fu di Lunetta Savino, Iaia Forte. Attrice di teatro con registi come Toni Servillo e Emma Dante, diretta al cinema da maestri come Pappi Corsicato, Luigi Magni, Paolo Sorrentino, Francesca Comencini, vincitrice di due Nastri d’Argento, Iaia Forte era anche in Qui rido io di Mario Martone in concorso a Venezia 78.
In teatro siamo più abituati a vederla in ruoli drammatici e Mine vaganti è una sfida che l’ha elettrizzata.

Chi viene in teatro a vedere Mine vaganti attratto dalla popolarità del film, del regista e di voi attori, cosa trova?

Uno spettacolo che non è solo una bellissima commedia, ma un lavoro che fa riflettere su come uscire dai disagi provocati dalle diverse scelte di vita. Soprattutto dalle scelte diverse dei figli rispetto alle aspettative dei genitori. Io, nel ruolo della madre, e Pannofino, che interpreta il padre, rimaniamo spiazzati davanti alla notizia di un figlio omosessuale e dell’altro che vuole fare lo scrittore, omosessuale anche lui.
Il pubblico, attraverso l’analisi delle nostre prospettive, compie un percorso. Il risultato è uno spettacolo dove il pubblico ride e si diverte. Ovviamente è una riscrittura, ma alcune scene iconiche Ferzan le ha conservate, come lo spettacolo delle drag queen.
Mine vaganti è andato soldout ovunque, con applausi a scena aperta e un successo incredibile.


Ph. Davide Musto

Ferzan Özpetek firma sia la sceneggiatura che la regia. Lei ha fatto molto teatro, si è cimentata anche con la regia teatrale. Com’è stato essere diretta da un un uomo di cinema alla sua prima esperienza teatrale?

È stata una bellissima esperienza. Ferzan è uno che conosce i meccanismi della comicità e della direzione degli attori. Non ha avuto disagi con i meccanismi teatrali. In teatro il vero lavoro si fa con gli attori e lui, essendo uno che ama gli attori, si è appassionato soprattutto a questa dimensione.
È stata un’esperienza fresca e divertente. Ho recitato in molti ruoli drammatici, come Medea. La commedia è un genere che ho affrontato raramente, ma fare questo spettacolo per me è stata una festa.

Ogni ruolo è una porta nella psiche dell’attore. Questa volta cosa ha scoperto di Iaia?

La grande gioia che c’è nel recitare in una commedia, soprattutto quando è scritta così bene. In un momento come questo, in cui si torna a fare teatro dopo la pandemia, poter celebrare questo ritorno alla vita con un pubblico così numeroso, con gioia e risate, è un gran piacere.


Ph. Davide Musto

Nel suo passato ci sono trasmissioni come La TV delle ragazze, Avanzi. Rai 3 era di cultura e di rottura. Oggi abbiamo anche paura di parlare. È cambiata la satira, la televisione, il pubblico?

Purtroppo c’è una deriva. Allora la Rai manteneva ancora una grande vocazione di televisione pubblica. Si faceva satira, ma con grande intelligenza. Non dimentichiamoci che al tempo della TV delle ragazze si è permesso di fare satira in televisione con una squadra di sole donne. Una satira di costume, intelligente.
L’equivoco assurdo nel quale una televisione pubblica non dovrebbe cadere, è quello di sottovalutare il pubblico pensando di solleticarlo con un gusto più superficiale. Allora, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, c’era ancora la voglia di contenuti. Contenuti non significa escludere la possibilità di far ridere il pubblico incontrando il suo gusto. Significa farlo in modo intelligente. Questa è satira.

Se allora avessimo avuto tutti gli strumenti di oggi? La tecnologia ha preso il posto della creatività, ma la prima senza la seconda resta una scatola vuota…

Già negli anni Settanta, Elsa Morante parlava del falso concetto di civiltà. Diceva: pensiamo che civiltà sia progresso tecnologico, invece ci stiamo involvendo, perché stiamo perdendo la relazione con la nostra coscienza, con la nostra immaginazione. È quello che penso anch’io. Penso che l’immaginazione sia lo strumento determinante per la felicità dell’uomo, quello che ci consente di superare le difficoltà, di allargare i nostri orizzonti. Questo iper uso della virtualità, pur con i suoi vantaggi, riduce la nostra capacità di immaginare, la nostra capacità di contemplare. Stiamo perdendo anche l’intimità con noi stessi, perché siamo sempre connessi, sempre accompagnati da qualcos’altro.


Ph. Davide Musto

Da Napoli è arrivata a Roma al Centro Sperimentale di Cinecittà. Era la Roma degli anni Ottanta. Cosa e chi ricorda di quegli inizi?

In quegli anni ricordo che Roma era stupenda. Io sono arrivata nel 1989. C’era un’energia che, secondo me, ancora attingeva agli anni Settanta e Ottanta.
Ricordo la vitalità, le prospettive di un futuro migliore, la voglia di collettività, di non individualismo. Tutto questo si è perso. Ricordo gli anni del Centro Sperimentale che feci con Paolo Virzì, con Francesca Neri, Roberto De Francesco. Li ricordo come anni bellissimi di studio, di grande divertimento e di utopia.


All’Ansa Marco Balsamo, produttore di Mine vaganti, ha detto che si dovrebbe pensare a una tax credit anche per il teatro. Non un finanziamento a pioggia, ma per chi investe, crea posti di lavoro e fa più repliche. La tax credit ha salvato il cinema, ma non la sala. Ne beneficiano le grandi società come Sky, Netflix e Amazon che investono in produzioni, ma vincolano fortemente perché obbligano a produrre quello che serve alle loro piattaforme. In termini di occupazione ha un senso, in termini di qualità dell’offerta no. In teatro pensa che darebbe frutti migliori?

Credo che il problema della crisi delle sale cinematografiche dipenda dalla qualità dei film. Se devo andare a vedere Drive My Car, esco e vado al cinema perché so che è un film che ha bisogno della sala. Se devo vedere una commedia alla Netflix, è chiaro che il resto sul divano. È la crisi di un certo cinema d’autore che mette in crisi anche la sala. In pandemia anche io ho visto molte serie. Quello che noto, però, è che queste piattaforme, quando riconoscono una struttura che funziona, tendono a replicarla. Serie diverse con gli stessi codici narrativi.
In teatro vedo invece la voglia di tornare a godere di uno spettacolo dal vivo. Anche lo spettacolo del mio compagno, Tommaso Ragno, in scena con Popolizio a Milano, registra mille persone a sera. Quando faccio dei semplici reading, viene tantissima gente. L’impressione che ho è che, in questo momento, la crisi sia più forte al cinema che al teatro; che la gente abbia più voglia di incontrarsi e di sperimentare quella comunione che il teatro crea naturalmente. L’incontro fra esseri umani, in questo momento, è l’unica cosa che esorcizza l’isolamento a cui siamo stati costretti.
Per la salvezza delle sale, invocherei una maggiore attenzione al cinema che si possa chiamare tale, che non sia un prodotto paratelevisivo. Se devo vedere un prodotto paratelevisivo al cinema, me lo vedo in televisione.
Per il teatro, una tax credit potrebbe creare posti di lavoro, come nel cinema. Credo, però, che i sostegni dovrebbero andare anche a chi cerca di perseguire strade più difficili. Bisogna, secondo me, limitare una deriva populista. Se in teatro va bene uno spettacolo di un comico televisivo e poi una compagnia che cerca di fare qualcosa di non commerciale non è sostenuta, le espressioni più libere e originali finiranno con lo scomparire.

Sopravviverebbe solo il teatro commerciale, con buona pace dell’antica tradizione del teatro come forma sì di intrattenimento, ma anche di discussione?

Continuo a ritenere che l’ignoranza non aiuta la coscienza, non aiuta la morale, non aiuta il pensiero vasto. Quanto più diventiamo ignoranti, quanto più diventiamo individualisti, tanto meno aiutiamo il paese a progredire.


Ph. Davide Musto


Tutte le foto sono di Davide Musto

Giancarlo Commare racconta il suo debutto nel musical con ‘Tutti parlano di Jamie’

Sta per arrivare il musical più atteso della stagione, ovvero Tutti parlano di Jamie, e come detto dal regista Piero Di Blasio in questo caso è stato veramente scelto il più bravo per interpretarlo: Giancarlo Commare.
Per la prima volta è stato concesso non solo di tradurre semplicemente lo spettacolo in una lingua diversa da quella inglese, ma bensì di avere carta bianca per realizzare un’opera a sé mantenendo lo storyboard originale.
Il cast è strabiliante, fatto di giovani attori preparatissimi, e con la presenza di una voce straordinaria come quella di Barbara Cola nei panni della madre di Jamie.




Mai come in questo momento storico c’è bisogno di uno show così, che insegna a tutti cosa sia davvero l’unicità nel 2022.
Sinceramente, sentendo le domande in conferenza stampa (che sono state la conferma di quanto siamo ancora indietro), l’idea che un ragazzo voglia avere degli abiti diversi da quelli indicati dalla società crea confusione nelle menti arcaiche, quindi tutti al Teatro Brancaccio di Roma dall’8 marzo.



Voglio sapere la prima cosa che hai pensato quando Piero (il regista) ti ha proposto di fare Jamie...

Oh, cazzo, e come lo faccio questo personaggio! Preso dalla disperazione ho chiamato la mia agente (Giorgia Vitale) facendo presente che non sapevo cantare; quindi, reggere uno spettacolo così importante era fuori dalla mia zona di expertise.
Poi sono andato ad ascoltare le canzoni, e il ragazzo che lo ha interpretato per la prima volta è un soprano e io un baritono.
Mi sembrava davvero irraggiungibile, sono arrivato al primo provino e lo stesso regista non era convinto, mentre qualcun altro mi ha detto che, forse, se avessi studiato ce l’avrei potuta fare.
Onestamente sono stati più gli altri a darmi fiducia, ed allo stesso tempo la carica per prepararmi. Così ho scoperto una cosa bellissima: so cantare!



Ho saputo che forse c’è il problema che non vuoi tornare bruno dopo il musical.

Esatto, mi piaccio davvero tanto così, o mi daranno altri ruoli da interpretare biondo platino, o cambierò mestiere (ovviamente ride, ndr).



Che cosa ti diverte di più nel fare questo spettacolo?

A parte che sono in un gruppo fantastico, e non lo dico tanto per dire ma chi verrà a vederlo se ne renderà conto, poi anche se non avrei pensato di risponderti in questo modo, ora dopo un mese che sono sui tacchi (odio profondamente quei trampoli) e pur non capendo come facciano le donne a utilizzarli, in realtà è divertentissimo. Quando capisci come andarci in giro, realizzi che è un superpotere stare lassù.
All’inizio, senza offendere nessuno, ovviamente, la mia coinquilina (la bellissima Jamila) mi ha detto “ecco così no, perché sembri Maria De Filippi”. Proprio lei, che insegna heels dance, ovvero come ballare sui tacchi, è stata la mia maestra in questo caso.
Jamie, quando è sui tacchi, esprime tutta sua vera essenza e la sua gioia, e attenzione, non diventa una drag queen.



È una storia estremamente attuale quella di Jamie, che speriamo diventi la normalità, anni fa sarebbe stato improponibile, cosa ne dici?

Abbiamo sicuramente la fortuna di poterlo raccontare più liberamente, anche se sicuramente ci sono dei paletti che vanno superati, pochi mesi fa abbiamo visto delle persone applaudire in Senato per affossare il ddl Zan, per negare quindi dei diritti alle persone, senza etichette per nessuno, proprio a delle persone.
Forse il problema è ancora radicato nelle vecchie generazioni, perché i giovani questo problema non lo hanno più.
Spesso l’errore però è in noi, in quanto ci diciamo che gli altri non ci capiscono, ma a volte bisogna anche fare un passo indietro e dire “ma io mi sono spiegato bene?”.




Per tutte le immagini, credits Davide Musto

Giulio Greco, tra editoria e recitazione nel segno della curiosità

Multitasking è uno di quegli inglesismi (ab)usati fino a suonare come formule prive di reale significato, eppure davanti alla biografia di Giulio Greco, trentenne dai molti talenti, aria radiosa e piglio energico, è difficile trovare un termine più calzante. Non si limita, infatti, alla recitazione, muovendosi tra set e palcoscenici, film quali On Air – Storia di un successo, Hard Night Falling o Tafanos e pièces, ma ha cofondato la Giuliano Ladolfi Editore (con cui ha pubblicato il romanzo In concerto), si è laureato in scienze politiche e, una volta deciso di concentrarsi sulla carriera attoriale, ha perfezionato gli studi presso accademie, masterclass e soggiorni negli States, spinto sempre dalla curiosità, un motore inesauribile che, insieme alla grinta, permette di «capire un pezzetto alla volta chi siamo, entrando in contatto con persone che la pensano nei modi più diversi»; che, a ben guardare, è una descrizione efficace del lavoro dell’attore.



Hai titoli in uscita o sei impegnato in progetti di cui vuoi parlarci?

Quest’anno escono due film cui ho preso parte, uno è Rosaline, sorta di reboot di Romeo e Giulietta (Rosaline è infatti la cugina di quest’ultima, al centro di un intrigo amoroso).
L’altro è Francesco stories, particolarissimo perché pensato specificamente per Instagram. Il protagonista racconta momenti della sua vita attraverso il telefono, con l’obiettivo di coinvolgere appieno gli spettatori, facendogli vivere la storia in contemporanea ai personaggi, tra cui il musicista da me interpretato; tra l’altro amo cantare, quindi è stato bellissimo avere l’opportunità di farlo in scena.
Si è trattato di una sfida appassionante ma difficile sotto il profilo tecnico, abbiamo girato per buona parte in piano sequenza e bisognava lavorare nel formato 9:16.
Al momento sto preparando una pièce in Belgio, Le lacrime di Nietzsche (Les larmes de Nietzsche nell’originale), capitatami in modo un po’ “rocambolesco”, chiacchierando col regista dopo essere andato a vedere un’altra sua opera a teatro; mi ha proposto il provino per il ruolo di Freud da giovane, nel giro di tre giorni è partito tutto.
È uno spettacolo complesso, tratto dal romanzo eponimo di Yalom: parla della psicanalisi inscenando delle sedute cui Freud e il suo maestro Breuer sottopongono il grande pensatore tedesco, finendo con una specie di rovesciamento ad essere analizzati dal paziente, per cui il filosofo influenza i due psichiatri. Alla fine ne escono, umanamente, tutti “migliori”, il pregio principale dell’opera credo risieda nella capacità di far ridere e piangere con uguale intensità, affrontando le domande esistenziali che tutti si pongono, scavando nella sfera intima.


Biker jacket Raf Simons from stylist’s archive, trousers Carlo Pignatelli, t-shirt, boots and jewels from stylist’s archive

Scorrendo la bio si nota come il tuo percorso si discosti parecchio da quello lineare dell’attore: hai cofondato una casa editrice, ti sei laureato in scienze politiche, hai viaggiato all’estero per formarti nella recitazione… C’è un minimo comun denominatore tra tutte queste attività e interessi?

La curiosità, sono convinto che porti a sperimentare, ad avere feedback che, a loro volta, ci permettono di migliorare, nel senso di capire un pezzetto alla volta chi siamo, entrando in contatto con persone magari lontane da noi, che la pensano nei modi più diversi.
Un’altra parola chiave è grinta, da piccolo provavo una forte irrequietezza, che poteva magari sfociare in comportamenti aggressivi; ne soffrivo, ma col tempo ho capito che, per dirla con Eraclito, tutto scorre, e attraverso un lungo lavoro sono riuscito a canalizzare quest’energia in maniera costruttiva.
Con pazienza, curiosità e grinta, appunto, ogni cosa, compresa la sofferenza, può essere  declinata in positivo. Amo la vita, però mi suscita curiosità l’altro lato, la parte oscura dell’essere umano, in senso artistico ovvio.



Nel tuo curriculum c’è molto teatro, hai studiato alla scuola Quelli di Grock, recitato in numerosi spettacoli e diretto lo show Raffaello 2020; nello specifico, cosa apprezzi del genere, e quali esperienze ti hanno segnato maggiormente?

Alla prima domanda potrei rispondere semplicemente Le lacrime di Nietzsche, racchiude tutte le emozioni e sfaccettature di cui parlavo prima. Poi è chiaro che le esperienze dell’inizio, legate a Quelli di Grock, siano state fondamentali, estremamente formative.
Il teatro è meraviglioso, nonostante si basi sulla ripetizione permette sempre di trovare, all’interno di questa, delle novità, è un’arte viva in cui tutto ruota intorno alle persone, quando sono sul palco riesco a sentire distintamente la presenza del pubblico.
Raffaello 2020 era uno spettacolo olografico, una cosa particolare perché interpretavo l’artista in occasione del 500esimo anniversario della sua nascita, in una mostra immersiva alla Permanente di Milano, gestendo anche la parte di regia.

Restando sull’argomento, ci sono spettacoli che ti hanno lasciato un ricordo indelebile?

Un dramma visto a Parigi sull’autore del Cyrano Edmond Rostand, dalla qualità ed energia incredibili.
Cito anche Fuori Misura – Il Leopardi come non ve l’ha mai raccontato nessuno, mi ha impressionato constatare come un solo attore, Andrea Robbiano, potesse reggere tutto su di sé, dall’inizio alla fine.


T-shirt Gabriele Pasini, trousers Altea, bracelets from stylist’s archive

Parlando invece di set cinematografici, a quali sei più legato?

Sicuramente a On Air – Storia di un successo, ha rappresentato uno snodo fondamentale, sebbene a distanza di tempo penso che da un lato sia stato un gran bene, dall’altro mi abbia fatto male, nel senso che partendo in quarta ci si aspetta di andare sempre a mille, invece in questo mestiere non funziona così, ci sono continui alti e bassi.
Ora, con una consapevolezza diversa, avverto il desiderio di un nuovo film da protagonista, non per la fama, i soldi e il “contorno”, ma per il lavoro in sé, sento la necessità di tirar fuori tutto ciò che ho accumulato interiormente, quasi un’urgenza emotiva.
Reputo significativi anche i corti realizzati con gli studenti, ti danno la libertà di creare cose diverse, stabilendo un rapporto di parità.

Biondo, occhi azzurri, il physique du rôle del modello… Pensi che la bellezza possa aver contribuito a incasellarti in determinati personaggi, precludendotene altri?

Sì e mi chiedo come sia possibile che l’aspetto, ossia un dato di fatto (sono così, biondo, occhi chiari, sbarbato…), debba costringermi a sudare il doppio per convincere chi deve giudicarmi sul lavoro. Sono voluto andare in America per questo, lì a nessuno importa che tu sia alto, basso, magro, muscoloso ecc., prescindono dall’aspetto, oppure lo stravolgono rasandoti a zero, mettendoti lenti a contatto, facendoti ingrassare o dimagrire, il lavoro del resto consiste in questo!
Non capisco neppure perché l’attore italiano “medio” debba avere certe caratteristiche, come se esistesse un archetipo della categoria, senza contare che viviamo in un mondo globalizzato, eppure l’esteriorità rappresenta ancora un limite.
Ho avuto spesso a che fare con pregiudizi simili, come la convinzione secondo cui l’attore non dovrebbe fare il modello, quando persino Brad Pitt non disdegna le pubblicità ed è testimonial di Brioni.



Trovi che il cinema italiano stia effettivamente iniziando a rinnovarsi, a imboccare strade che fino a non molto tempo fa sarebbero risultate impraticabili?

Credo di sì, bisogna solo dare chance e supporto economico agli autori che si muovono in questa direzione, basta guardare Freaks Out, l’ultimo, fantastico film di Mainetti, uno che dal casting alla storia fa tutto a modo proprio.
Mi piacerebbe, poi, che si interrompesse il filone della criminalità organizzata, non ho nulla contro anzi, sono innamorato di Suburra, penso tuttavia che da una mole di soggetti sullo stesso argomento escano prodotti molto connotati a livello regionale, dunque napoletani, romani… Amo le città e culture menzionate, però più lavoriamo sulla dimensione micro, meno avremo una visione artistica di respiro internazionale, ancorandoci a un tipo di cinema che parla solo del (e al) posto in cui è ambientato.


Jacket and trousers Carlo Pignatelli, t-shirt and jewels from stylist’s archive

Pensi che per gli attori l’abito faccia il monaco, oppure è, al pari di altri, uno strumento al suo servizio? Tuo padre lavorava nella fashion industry, sei stato testimonial di diversi marchi, che rapporto hai con la moda?

Non penso che l’abito faccia il monaco, sebbene in quest’ambito un errore che spesso si compie sta nel giocarsi il costume, puntarci troppo insomma.
I costumi aiutano, indubbiamente, se per recitare devi indossare una giacca stretta avrai una fisicità del tutto diversa che se fossi in tuta, però sta a te, puoi magari apparire sciolto nella giacca stretta e rigido nella tuta.
Gli abiti sono al servizio dell’attore, personalmente mi sono trovato a indossare collane o anelli che non sarebbero apparsi sullo schermo, solo perché sentivo che potevano spingermi a calarmi meglio nella parte.
Il mondo della moda mi affascina, apprezzo gli shooting, sono una figata perché posso viverli da attore, ma nonostante mi sia stato proposto migliaia di volte, non sono mai stato un modello di professione, che va ai casting col book; è un settore complicato, dove si viene costantemente giudicati, in una società che già ci spinge a dare di continuo valutazioni, dai piatti del ristorante alle mail.



Cosa ti auguri per il futuro?

Vorrei fare del bene agli altri, mi hanno chiamato da poco per delle conferenze nelle scuole superiori, un’iniziativa davvero coinvolgente.
Mi piacerebbe prima o poi passare dietro la cinepresa, inoltre ho scritto un progetto e, fondi permettendo, spero di realizzarlo a breve.
Un altro possibile obiettivo è la conduzione, e poi continuare con la casa editrice, è stata – e rimane – un pilastro fondamentale, una palestra grandiosa tra lavori editoriali, incontri con gli autori e Giuliano, un secondo padre per me.
L’augurio è che ci siano sempre più persone intenzionate a fare da mentori ai giovani e questi, dal canto loro, prendano ad esempio uomini e donne così, non il tizio con milioni di follower che vende la felpa sui social.




Credits

Photographer & art director Davide Musto

Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci

Stylist Alfredo Fabrizio

Stylist assistant Federica Mele

Nell’immagine in apertura, Giulio indossa t-shirt Gabriele Pasini

Livio Kone, dal calcio al cinema per passione e curiosità

Livio Kone è originario della Costa d’Avorio ma è cresciuto a San Vittore Olona, in provincia di Milano, con il grande sogno di giocare a calcio, sogno che ha inseguito fino ad un certo punto per capire poi che la sua vera passione era il cinema.
Lo abbiamo visto in diversi ruoli tra Zero Crazy for football – Matti per il calcio, ma il grande pubblico avrà modo di conoscerlo molto bene in Noi, la versione italiana della serie che ha commosso il mondo This is us, su Rai1 dal 6 marzo.


Total look Alexander McQueen

Sei di San Vittore Olona, quali sono le tue origini?

La mia leggera abbronzatura (ride, ndr) è dovuta al fatto che sono originario della Costa d’Avorio; in realtà sono nato a Milano, però poi dagli zero ai tre anni sono stato in Costa d’Avorio, in quanto i miei lavoravano e si dovevano stabilizzare, quindi per questioni economiche sono stato con la famiglia.

La tua passione per la recitazione come è arrivata?

La verità è che è nata per curiosità, anche perché fino a quel momento avevo pensato solo al calcio, però tutti mi dicevano che ero simpatico e avrei dovuto provare a far qualcosa nel campo dell’intrattenimento.
E così mi sono iscritto a un’accademia, all’inizio pensavo fosse solo un esperimento, poi ho capito davvero che quella era la mia strada.


Total look Emporio Armani

E il tuo primo ruolo importante qual è stato?

Sicuramente quello di Honey che ho interpretato in Zero per Netflix, prima serie italiana con un cast all black, e sono stato estremamente fiero di esserci stato, soprattutto perché viene considerata una serie che ha aperto molte porte.
Anche se tutti se lo chiedono, non ci sarà una seconda stagione.

E di Crazy for football – Matti per il calcio che ricordo hai? Insomma, eri al fianco di Sergio Castellitto

Sì, una bellissima esperienza con un super cast, è stata divertente e allo stesso tempo mi ha fatto riflettere sulla diversità di una persona che viene considerata schizofrenica rispetto a una normale. Conoscendo i ragazzi che soffrono di questa malattia, ho capito che in fondo non c’è nessuna differenza.
Un trauma o un evento può condurre chiunque alla follia, in questo senso tutti noi abbiamo dentro un potenziale negativo, solo che loro lo hanno portato all’esterno.


Total look and bag Zegna, shoes Baldinini, rings stylist’s archive

Anche in queste giornate sanremesi si è tornati a parlare di razzismo, ti è mai capitato qualche episodio sgradevole?

Sì, mi è successo, ma solo sui campi da calcio non nella vita quotidiana, come spesso succede si litiga con i difensori e volano parole che non dovrebbero sentirsi, però nulla di cui tener conto ecco.
Essendo cresciuto a San Vittore Olona, ero l’unico bambino nero della scuola, l’unico bambino nero nella squadra di calcio, tant’è vero che quando ho preso la cittadinanza italiana a 18 anni, il comune ha fatto una festa, ed è uscito un articolo sul giornale, insomma son stato coccolato sotto questo punto di vista.
Se una persona con cui stai discutendo l’unico argomento che ha per ribattere è quello del colore della pelle, vuol dire che il tuo interlocutore non ha temi, ed è finita la discussione, questo è quello che penso.


Total look Zegna, mini bags JCM Cuoio di Toscana

Il grande pubblico ti conoscerà in primavera con la versione italiana di This is us, Noi, che mi dici a riguardo?

Vi aspetto tutti sintonizzati il 6 marzo su Rai1, la storia è un mix di passato e presente di questa famiglia dove io interpreto Daniele, sono padre, ma a mia volta il mio di padre non l’ho mai conosciuto e a un certo punto, per un conflitto interiore, decido di cercarlo.

È vero che sei pazzo di Viola Davis?

Mi piace tantissimo, perché sento che mi arriva la sua potenza, la sua femminilità, capisco la sua fatica per arrivare ad essere quello che rappresenta per il cinema e per la community, insomma mi ipnotizza.


Total look Emporio Armani

Total look Zegna

Credits:

Talent Livio Kone
Photographer & creative director Davide Musto
Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Dario Tucci
Stylist Alfredo Fabrizio
Stylist assistant Federica Mele
Make-up Maria Esposito @Simonebellimakeup
Location The Hoxton hotel Roma

Nell’immagine in apertura, total look Zegna

Arte in movimento: Andrea Carrucciu

Italiano con un percorso tutto internazionale, Andrea Carrucciu si forma tra l’Italia e la CODARTS a Rotterdam. Ha ballato per il Ballet Junior de Genève, Svizzera, per poi trasferirsi a Londra per unirsi alla compagnia di fama  internazionale BalletBoyz, eseguendo brani di Iván Pérez, Russell Maliphant, Liam Scarlett, Christopher Wheeldon e Javier de Frutos.





Recentemente ha lavorato con la compagnia Punchdrunk, sempre di Londra, nello show Sleep No More, dove ha interpretato il ruolo principale di Macbeth. Non solo un ballerino, ma anche un performer e coreografo che ha realizzato diversi video per la piattaforma NOWNESS.

Leggings Alessandro Vigilante




Manintown ha fotografato Andrea a Firenze, immerso nella natura del Giardino dei Semplici, all’interno del progetto-mostra Creative by Nature.


Sweater and leggings Alessandro Vigilante




Shirt Mani del Sud, trousers CHB Christian Boaro

Lace shirt and trousers CHB Christian Boaro

Credits:

Talent Andrea Carrucciu
Photographer Davide Musto
Stylist Alfredo Fabrizio
Make-up/grooming Romina Pashollari

In the thumbnail image, knitted sleeves and leggings Alessandro Vigilante, bow tie Mani del Sud

Da ‘Ghiaccio’ a ‘Suburra’, i mille volti di Giacomo Ferrara

La notorietà è arrivata grazie a Spadino, boss della malavita romana cui ha prestato corpo e voce nel film Suburra e, soprattutto, nelle tre stagioni del serial eponimo targato Netflix, personaggio cult per varie ragioni e amatissimo dai fan della serie, ma adesso Giacomo Ferrara, attore 31enne tra i più carismatici e talentuosi della scena italiana, è pronto a raccogliere nuove sfide.



Mosso, oggi come ieri, dalla volontà di contribuire, con le sue interpretazioni, alla costruzione di storie che, come dice lui, abbiano «un motivo per essere raccontate» e «arrivino dritte al cuore»; era il caso delle esistenze maledette, violente e irredimibili, di Suburra come di Guarda in alto, Il permesso – 48 ore fuori, Alfredino – Una storia italiana (in cui impersonava, rispettivamente, un fornaio che vive avventure “sopraterrene” sui tetti di Roma, un detenuto alle prese col reinserimento nella società, lo speleologo che provò a salvare il bambino della tragica vicenda di Vermicino) e, da ultimo, di Ghiaccio, pellicola nei cinema da oggi a mercoledì 9 febbraio, per cui si è calato nei panni di un ragazzo di borgata che, nella boxe, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata, sostenuto in tutto e per tutto dall’allenatore-mentore Massimo (Vinicio Marchioni), dove la nobile arte è un “pretesto” per parlare di «amore, amicizia e rapporti umani»; sono, ancora, parole di Giacomo, che nella videointervista in esclusiva per Manintown che trovate qui, condivide le sue riflessioni sul film scritto e diretto da Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis, su com’è stato dar vita al protagonista, Giorgio, sui rapporti creatisi su questo e altri set, sugli obiettivi di un ragazzo che, un passo alla volta, sta riuscendo a realizzare i propri sogni.




Credits:

Production Manintown
Editor in chief Federico Poletti
Art director & photographer Davide Musto
Video director Federico Cianferoni
Stylist Alfredo Fabrizio
Interview Marco Marini
Photographer assistant Valentina Ciampaglia
Stylist assistant Chiara Polci
Make-up/hair Charlotte Hardy, Alessandro Rocchi @Simone Belli Make-up
Music Endgame
Location Coho Loft

Nelle foto, Giacomo Ferrara indossa 424

Stella Egitto, dalla Sicilia a Roma per amore della recitazione

Stella Egitto, attrice bellissima (anche se non se ne rende conto) è l’incarnazione della sicilianità: messinese di origine, gli studi di recitazione l’hanno portata nella città eterna, di cui ama tutto tranne la carbonara.
La sua vera passione è la drammaturgia, ma ovviamente al grande pubblico è arrivata con i suoi ruoli in serie tv di successo e film indipendenti, sempre scelti con attenzione.
Per il 2022 ha diversi progetti in uscita tra cinema, tv e teatro, quindi bisogna tenerla d’occhio.



Hai un nome bellissimo, c’è dietro un significato particolare?

È il nome della nonna paterna, prima di me erano arrivati due figli maschi e in famiglia si erano ripromessi che, se fosse nata una femmina, l’avrebbero chiamata con il suo nome.
Però anche mia mamma ha voluto metterci del suo, così lei mi ha dato Aurora, in pratica ho due nomi, due passaggi del sole.
Visto così potrebbe sembrare impegnativo, ma credo nei percorsi più che nelle destinazioni.

Vivi a Roma da molti anni, quanto c’è ancora della tua terra d’origine, la Sicilia, in te?

Tantissimo, assolutamente, la Sicilia ti marchia nel Dna, è un terra piena di contraddizioni e, un po’, è questa la sua bellezza: ci sono il mare e la montagna, i paesaggi dolci e quelli forti, con il mio quid di follia credo di comprenderli tutti.
Vivere con una temperatura costante di venti gradi ti fa diventare tendenzialmente espansiva e accogliente, io mi sento così. Semplicemente, non sarei come sono se non fossi nata dove sono nata.


Total look Alessandro Vigilante, heels stylist’s archive

La passione per recitazione, invece, come ti è venuta?

Dal mio innamoramento per la drammaturgia, in realtà al liceo ho avuto la fortuna di avere un insegnante che mi ha fatto incontrare la lettura di testi drammaturgici, ho subito capito quanto mi piacesse. Man mano che leggevo, immaginavo e disegnavo, poi ho capito che la forma più adatta per dar vita a tutto questo era proprio l’azione, quindi la recitazione.

In che modo hai iniziato?

Ho fatto teatro a Messina ed in Sicilia in tutti i modi possibili, a scuola e non solo, una volta diplomata ho deciso che, se ne avessi avuto la possibilità, se insomma avessi avuto la mia buona stella, avrei trasformato questa passione in un mestiere. Così ho fatto il provino alla Silvio d’Amico a Roma e al Piccolo Teatro di Milano, incredibilmente sono andati bene entrambi, al Piccolo non mi sono nemmeno presentata per la seconda fase, la mia scelta era Roma.



E quando hai detto a casa di voler fare l’attrice?

Non ho più mio padre, mia madre mi disse che non voleva che andassi allo sbaraglio ma, se avessi individuato una scuola di formazione che non costasse uno sproposito (non avremmo potuto permettercelo), mi avrebbe permesso di farlo; è stata la mia spalla per tutto il percorso in Accademia.
Sono entrata alla Silvio D’Amico portando un monologo dell’Otello, dove io interpretavo Otello e mia madre Desdemona. È stata una scelta istintiva, senza troppe sovrastrutture, ne sono rimasti folgorati, soprattutto il direttore che era in commissione.
Ora forse sceglierei qualcosa di più comodo e adatto a me, ma l’audacia e l’incoscienza premiano sempre.


Top Giovanni Cavagna, blazer and skirt Marsem, earrings Iosselliani

Sei oggettivamente bellissima, te lo hanno mai fatto pesare?

Credo che sia sicuramente successo, ma non nel teatro, perché l’età scenica è importante e non si va nel dettaglio, cinema e televisione sono decisamente diversi, sono come una lente d’ingrandimento, ed a volte è proprio una questione di equilibri.
Magari, in alcuni cast con attrici molto belle, non c’è stata la possibilità di essere inserita, a parte questo però non credo di essere mai stata penalizzata.



So che hai diversi progetti in uscita, cosa puoi dirci in proposito?

Ho da poco finito di girare un film in uscita nel 2022, davvero ambizioso e in cui credo molto, girato non a caso in Sicilia: interpreto una donna rivoluzionaria nel contesto di quel periodo, perché sceglie l’amore anziché la comodità, e siamo negli anni 50’, insomma era tutto diverso.
Poi ci sarà la seconda stagione di Buongiorno, mamma! dove interpreto Maurizia Scalzi, è stata la mia prima esperienza con la serialità, in un progetto lungo e con un ruolo di grande respiro.
Infine, la ripresa di uno spettacolo teatrale interrotto a causa del Covid, con il quale non abbiamo mai debuttato perché siamo stati sorpresi a metà delle prove; è una fusione di due testi di Shakespeare, diretto da Max Mazzotta, in cui reciterò insieme a Lorenzo Richelmy.



Total look Alessandro Vigilante, heels stylist’s archive

Credits:
Photographer Davide Musto
Producer Sonia Rondini
Photographer assistant Valentina Ciampaglia
Stylist Federica Pennetti, Sara Rhodio
Fashion editor Federica Mele
Hair Federica Recchia @Simone Belli Make up
Make up Asalaya Pazzaglia @Simone Belli Make up
Location Wisdomless Club Roma

In apertura, total look Alessandro Vigilante, earrings and rings Iosselliani

x

x