‘L’altra forma delle cose’, la nuova installazione di Emilio Vavarella a Casa Zegna

Un bosco in pixel, raccontato sulle lane pregiate di capre di Bielmonte, sui tessuti realizzati a San Patrignano e perfino su filati sintetici, ottenendo risultati e suggestioni dal diverso impatto emotivo. È l’opera di Emilio Vavarella L’altra forma delle cose, basata sulla ricerca di un equilibrio tra un concetto, un’idea e la sua formalizzazione (il codice genetico dell’abete rosso nel caso specifico).

Un’opera che trae e restituisce energia dal percorso che Ermenegildo Zegna ha portato avanti nel corso della sua vita dando vita a tutta la panoramica che sovrasta la fabbrica, al fine di poterlo condividere con la gente del luogo e con tutti coloro che desiderano visitarlo, favorendo quel processo armonico tra bellezza del paesaggio e ricerca artistica, anche attraverso il coinvolgimento dei talenti di nuova generazione.

Casa Zegna opere d'arte
Emilio Vavarella davanti all’opera esposta nella sede del marchio

Un’impresa ambiziosa in cui è riuscito, non senza il costante impegno di una squadra di esperti nella gestione del territorio, sia dal punto di vista ambientale che culturale” racconta Anna Zegna – terza generazione di una famiglia che ha portato avanti il lavoro iniziato dal fondatore con coerenza e passione, proseguendo il percorso in chiave sempre più evoluta. Dal suolo alla vegetazione variegata dei boschi, un vero e proprio ecosistema realizzato attraverso un team aggiornato di biologi, paesaggisti, geologi, fino a un gruppo di esperti specializzato sulle sorgenti, per arrivare alle iniziative culturali. Una filosofia che non è altro che il frutto della lungimiranza e dell’ispirazione di Ermenegildo Zegna che si evolve, ancora oggi, in un rinnovato punto di vista tecnologico e in costante dialogo con il cambiamento culturale della generazione contemporanea.

Casa Zegna – arte e ricerca nel suo Dna

L’attività di famiglia, fortemente connessa con il tema dell’arte e della bellezza, viene raccontata per la prima volta da Ettore Olivero Pistoletto – padre di Michelangelo. A quell’epoca Ermenegildo Zegna chiamò l’architetto Otto Maraini, il nonno di Dacia, per progettare la sua villa e il paesaggista Pietro Porcinai per il giardino. Due eccellenze per aiutarlo a creare la sua grande opera, in stretta comunicazione con la sua azienda e col territorio che egli contribuì a rendere incantevole, attraverso una visione democratica dell’arte, perché potesse uscire dai musei ed entrare in osmosi con la vita delle persone.
Un ecosistema sostenibile immaginato dalla personalità visionaria di Ermenegildo Zegna, il cui percorso continua attraverso il dialogo con Città dell’Arte e Fondazione Pistoletto.

Zegna opere d'arte
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella


Ogni progetto artistico che nasce in questo luogo si lega all’altro, come membri di una famiglia, connessi da un unico Dna. Così è stato per il progetto Zegna Forest, nato per rinnovare tutto l’impianto dei boschi di vecchia generazione, grazie al supporto di Ilaria Bonacossa che crea l’occasione, per Anna Zegna, di entrare in contatto con Emilio Vavarella e – sempre a proposito di boschi – sviluppare il progetto L’altra forma delle cose (AAS47692 / Picea abies). Dove tutti vedono cortecce e foglie, lui visualizza e formalizza dati che si estendono su lane di capre Bielmonte che pascolano all’interno dell’Oasi, o su un tessuto di San Patrignano con cui il marchio collabora da tempo, creando un dialogo di continuità tra la materia, il contenuto dell’opera e il loro luogo di provenienza. E chi l’avrebbe mai detto che nell’origine della parola “code” si nasconda il significato di “cuore del tronco dell’albero”.
Un’operazione che si rivela in un’espansione di possibilità espressive e trova soluzioni diverse a seconda dei materiali usati, perfino le fibre di polimeri sintetici.

L’opera di Emilio Vavarella


Un percorso dinamico quello di Emilio Vavarella, che fa seguito a Genesis -The other shape of me. Una video installazione che “documenta un lungo processo performativo durante il quale un grande tessuto che codifica e contiene tutte le mie informazioni genetiche viene prodotto da mia madre utilizzando uno dei primi computer della storia, il telaio Jacquard. Focalizzandosi sui piccoli gesti di mia madre, e sui movimenti automatici del telaio meccanico, ‘Genesis’ offre una riflessione sul rapporto tra vita, informazione e riproducibilità tecnica, e sulla relazione tra vita biologica, meccanica e computazionale” – racconta l’artista.
Un’intuizione che diventa opera d’arte, con un concept forte che chiude il cerchio di un ciclo vitale, collegandosi all’origine del primo computer che guarda caso trattasi di un telaio tessile.
E sul tessuto, la forma d’espressione che fa da trait d’union tra l’umano e l’evoluzione tecnologica, Emilio Vavarella riporta il codice genetico della natura: come una triade già rodata che si ripresenta in una forma nuova.

Emilio Vavarella
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella

Un lavoro interdisciplinare che agisce su diversi campi di ricerca, che sceglie di usare sempre materiali diversi in ogni sua opera e qualora si trovi a usare lo stesso materiale, lo fa comunque in modo diverso.
Vavarella si reputa un rinascimentale che non mette, però, l’uomo al centro della sua ricerca, ma il risultato dell’azione umana che è riposta nelle relazioni tra l’ambiente e l’azione umana. Il valore umanistico della tecnologia, programmata per codificare una visione personale della natura. Un’epigenetica che trova espressione nell’ironia di codificare qualcosa di così potente e onnicomprensivo.

‘Nuovo Cinema Paradiso’, in mostra i new talent della scena italiana

Inaugura oggi, in contemporanea con MIA – Milan Image Art Fair (fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte), la mostra Nuovo Cinema Paradiso. Ospitata fino al 1° maggio negli spazi di Superstudio Maxi, in via Moncucco 35, l’esposizione intende valorizzare l’odierna scena attoriale italiana, ricca e vitale come mai prima d’ora, selezionando e organizzando in un percorso visivo curato da Federico Poletti, direttore di ManInTown, le immagini di alcuni dei suoi interpreti più conosciuti e apprezzati, scattate in tempi non sospetti da Davide Musto. Di origini palermitane ma ormai romano adottivo, il fotografo e talent scout ha seguito infatti da vicino, assiduamente, quel magma sempre in fieri che è, da un po’ di anni a questa parte, lo showbiz del Belpaese, affollato di talenti emergenti, giovani, spigliati, a proprio agio nelle pellicole d’autore come in film e serial distribuiti da Netflix, Amazon Prime Video et similia, che hanno assicurato loro un seguito estesosi ben oltre i confini nazionali.

Giancarlo Commare
Giancarlo Commare
Matilde Gioli film
Matilde Gioli
Giacomo Ferrara Suburra
Giacomo Ferrara

Gli astri nascenti del cinema italiano

Musto ha avuto l’opportunità di fotografare diversi new names prima che spiccassero definitivamente il volo, ritrovandosi ad essere corteggiati da produzioni internazionali, vecchie e nuove emittenti (dalla Rai ai citati giganti dello streaming), maison titolatissime: tra quelli presenti in mostra, si possono fare i nomi di Matilde Gioli (32enne dal curriculum invidiabile, colmo di riconoscimenti e collaborazioni con registi del calibro di Paolo Virzì, Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi), Giacomo Ferrara (assurto al rango di icona pop grazie al suo alter ego Spadino in Suburra), Lorenzo Zurzolo (il bel tenebroso liceale di Baby, habitué di Gucci e Valentino), Francesco Gheghi (attore rivelazione de Il filo invisibile), Ema Stokholma (figura poliedrica, passa senza un plissé dalla conduzione alle consolle dei club più famosi, all’autobiografia Per il mio bene che, nel 2021, le è valsa il Premio Bancarella), Rocco Fasano e Giancarlo Commare, già idoli dei teenager per aver recitato nella serie fenomeno Skam Italia.

Lorenzo Zurzolo Baby Netflix
Lorenzo Zurzolo
Ema Stokholma
Ema Stokholma
Rocco Fasano Skam
Rocco Fasano

Da sempre appassionato di recitazione, l’autore ha colto, in questi e altri astri nascenti dello spettacolo (non solo) italiano, una combinazione «di sguardo cinematografico e appeal internazionale che riconosco per istinto»; qualità che hanno permesso loro di «segnare una svolta epocale nel panorama recitativo del paese, favorendo un cambiamento che non può che giovare all’intero sistema», e traspaiono chiaramente anche dalle foto in bianco e nero raccolte per l’exhibition, in cui la sensualità dei soggetti ritratti, mai sfacciata eppure tangibile, sposa un’impostazione estetica riconducibile agli svariati editoriali di moda da lui realizzati per magazine come L’Officiel, Style, Sportweek, Fucking Young!, oltre che per ManInTown (di cui è brand & content director).

Una nuova generazione per nuovi media

mostra fotografica milano
L’allestimento della mostra a Superstudio Maxi
mostra fotografica cinema
L’allestimento della mostra

Dal canto suo, il curatore Federico Poletti è sicuro che «il cinema italiano viva un fermento inedito grazie a una new generation di attori versatili, molto preparati. Con questa mostra itinerante vogliamo darle spazio, promuoverla, così da farla conoscere a un pubblico attento alla fotografia e alla moda».
Dopo la tappa milanese, Nuovo Cinema Paradiso proseguirà per Roma, Noto (durante i mesi estivi) e infine, in occasione della 79esima Mostra di Venezia, approderà in Laguna, arricchendosi di volta in volta di contenuti fotografici e video, dando ulteriore visibilità ad artisti lanciatissimi, abituati a variare, a muoversi liberamente all’interno di un contesto che d’altronde hanno contribuito a modificare, rendendo sempre più labili i confini e svuotando di senso categorie ormai stantie; perché se, come scriveva il critico e giornalista Antonio Mancinelli su ManInTown qualche tempo fa, «una volta c’erano il grande e il piccolo schermo, le cui dimensioni distinguevano due media differenti», adesso al contrario «tutto è intrecciato con tutto, con raffinatezze progettuali e ideative straordinarie, e ogni piattaforma che si presta a veicolare immagini in movimento deve reinventarsi quasi da zero». La nuova generazione di attori e attrici italiani sembra averlo capito meglio di chiunque altro.

mostra cinema milano
L’allestimento della mostra
ema stokholma foto
L’allestimento della mostra

Per tutte le immagini, credits: Davide Musto

Nell’immagine in apertura, Giancarlo Commare fotografato da Davide Musto per la cover di ManInTown The Next Generation Issue

La bellezza “ibrida” delle fotografie artistiche di Tania & Lazlo

Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto lavorano insieme dal 2008 nel campo dell’arte visiva e hanno esposto in Europa, Asia e Stati Uniti. Le loro immagini, che prendono vita grazie allo strumento fotografico, trasportano lo spettatore fuori dal tempo, in una dimensione ibrida fatta di una bellezza delicata e malinconica. Fuoriclasse della staged photography, realizzano autonomamente le proprie opere, dalla creazione dei set fino alla post-produzione.

Un ritratto dei due autori

Come siete arrivati al mondo dell’arte, come vi siete conosciuti e perché avete deciso di lavorare insieme?

L’arte ha sempre fatto parte delle nostre vite, sia come fruitori che come sperimentatori. Ci siamo conosciuti a Venezia durante gli studi universitari che stavamo seguendo, rispettivamente all’Accademia di Belle Arti e ad Arti Visive allo IUAV, dove avevamo intrapreso dei percorsi artistici differenti (Tania nella pittura e nel set design e Lazlo nel video e nella fotografia, ndr).
Avevamo già allora un immaginario affine, ci nutrivamo di passioni comuni nelle varie discipline artistiche e abbiamo visto come valore aggiunto il fatto di aver sperimentato media differenti nei nostri percorsi. Abbiamo deciso così di fondere gli approcci e sfruttare le potenzialità delle diverse tecniche acquisite, unendole e creando dei lavori che fossero la sintesi delle nostre esperienze, che contenessero all’interno stratificazioni di linguaggi che agissero in sintonia.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Embrace of the Dark, dalla serie Behind the Visible
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Lost River, dalla serie Behind the Visible

Come nascono le vostre opere?

La nostra ricerca si interessa di identità, di inconscio e di sogno, di sviluppo e comprensione della memoria e dell’immagine, non a caso le idee per i nostri lavori iniziano spesso da pensieri sfuggenti, visioni momentanee, sogni non ben definiti e spunti che derivano da molteplici aspetti della società, che cerchiamo di annotare e poi approfondire in maniera più metodica.
Le nostre opere sono il frutto della fusione di vari media differenti che adoperiamo nel processo creativo: disegno, fotografia, video, performance e installazione, che trovano nel mezzo fotografico lo strumento conclusivo ideale. Un approccio fluido che usiamo per andare a creare dei set in scala reale, ricostruendo interamente delle scene o facendo interventi specifici in paesaggi esistenti.
Amiamo esplorare quel confine che concerne la realtà e la finzione, usando il la fotografia in modo alterato per modificarne la caratteristica intrinseca di rappresentazione del vero, sviluppando un paradosso nella percezione dell’immagine stessa.

Vivete e lavorate tra l’Italia e gli Usa. Come mai avete fatto questa scelta?

In realtà senza troppi ragionamenti, è stata una di quelle decisioni impulsive che si fanno nella vita. Avevamo diversi collezionisti che credevano fortemente nel nostro lavoro nell’area di New York ed eravamo stati invitati per una residenza d’artista. Pensavamo di fare un’esperienza di un anno mai poi ci siamo stabiliti lì per più di cinque anni, travolti dall’energia della città.
Abbiamo recentemente sentito il desiderio di riportare il nostro studio in Italia, proseguendo però a dividere i progetti tra Europa e Stati Uniti, in modo da poter continuare ad assorbire le energie positive di entrambe le culture, nella bellezza della loro diversità.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Call of the Wild, dalla serie Behind the Visible

Il vostro progetto Behind the Visible mostra allo spettatore una serie di immagini sospese tra realtà e finzione. Qual è il senso profondo di questo lavoro, cosa vi ha ispirati e come lo avete realizzato?

Questi lavori cercano un contatto con il lato irrisolto del nostro vissuto, le memorie, le visioni e le pulsioni che riemergono dal nostro subconscio sotto diverse sembianze, che abbiamo cercato di trasporre in immagini creando scenari che appaiono riconoscibili ma allo stesso tempo disorientanti.
Ogni opera della serie ha una propria narrazione, ma sono tutte attraversate da un senso di equilibrio precario tra familiarità ed elemento di sorpresa, intrise di ambiguità temporale e formale. Una sensazione che può assomigliare al senso di smarrimento momentaneo che si ha quando ci si sveglia da un sogno particolarmente lucido.
Per questi lavori, oltre che agli immaginari che volevamo ricreare, ci siamo ispirati alle ambientazioni notturne di una natura vasta e dominante che abbiamo incontrato nel nostro periodo negli Stati Uniti. Abbiamo usato gli elementi naturali come parte integrante della narrazione, per far emergere simbolicamente l’interiorità dei soggetti rappresentati.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, I Can Feel the Universe, dalla serie Behind the Visible 
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, The Wind of Absence, dalla serie Behind the Visible

The Essence of Decadence è uno dei vostri primi grandi successi e propone una serie di immagini fotografiche che riproducono con incredibile accuratezza alcuni quadri di grandi maestri del passato, tra cui Gustav Klimt e Egon Schiele. Ci raccontate la genesi di questo lavoro?

È stato il primo progetto realizzato assieme più di dieci anni fa e non è un caso che sia frutto di una delle nostre comuni passioni, ovvero l’arte di fine ‘800 e primi ‘900, figlie di un periodo di crisi sociali e interiori, di cambiamenti epocali che gettavano le fondamenta della società moderna, con l’introduzione dell’elettricità, la diffusione dei mass media e la nascita della psicoanalisi.
Sentivamo una forte connessione emotiva con quelle opere e abbiamo voluto creare un parallelismo storico tra quell’epoca e la nostra, reinterpretando alcuni lavori pittorici attraverso un mezzo differente e aggiungendo così un altro livello di lettura, cercando di insinuare il dubbio nell’esperienza percettiva dell’osservatore, coinvolto in una sorta di continuo déjà-vu. Ci interessava anche interpretare in prima persona i soggetti raffigurati per entrare in empatia con le donne dipinte, ribaltare in qualche modo la loro funzione originale di muse e far diventare la donna sia interprete che autrice dei lavori.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Pot Pourri (after Herbert James Draper), dalla serie The Essence of Decadence
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Young Decadent (after Ramon Casas), dalla serie The Essence of Decadence

Infatti spesso in passato siete stati i protagonisti (soprattutto Tania) delle vostre opere. Come mai? Ultimamente avete ritratto anche altre persone, a cosa è dovuto il cambio di rotta?

Inizialmente è stata un’esigenza, nata in modo spontaneo, di dover comunicare anche attraverso il proprio corpo, mettendoci sia davanti che dietro l’obbiettivo. Negli anni abbiamo voluto ampliare questa visione includendo persone di diverse età e caratteristiche che potessero rappresentare i soggetti che avevamo in mente per le specifiche scene immaginate, continuando ad usare anche noi stessi quando ne sentiamo la necessità.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Daydream (after Dante Gabriel Rossetti), dalla serie The Essence of Decadence

Quale sarà il vostro prossimo progetto?

È un periodo particolarmente fertile in cui abbiamo diversi progetti avviati che non vediamo l’ora di sviluppare. Al momento stiamo ultimando delle opere realizzate recentemente in una residenza d’artista presso The Society of the Four Arts a Palm Beach in Florida, che presenteremo a breve. Stiamo anche lavorando alla fase ideativa e di pre-produzione di una nuova serie che svilupperemo nel corso del 2022. Abbiamo inoltre iniziato a ragionare e sperimentare attorno a progetti video, utilizzando questo mezzo come estensione della nostra ricerca artistica.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Nuda Veritas (after Gustav Klimt), dalla serie The Essence of Decadence
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Lure of the Night, dalla serie Behind the Visible 
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Premonition, dalla serie Behind the Visible 

www.tanialazlo.com

Instagram Tania & Lazlo

Immagine in apertura: Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Under the Surface, dalla serie Behind the Visible

Le mostre di moda da vedere nel 2022

Suggerire un legame tra moda e arte è ormai pleonastico, perché le due sfere creative guardano con interesse l’una all’altra da sempre (già un certo Yves Saint Laurent, tra i primi stilisti a guadagnarsi una retrospettiva del proprio operato, inquadrò come meglio non si poteva la questione, sentenziando: «La moda forse non è arte, ma sicuramente ha bisogno di un artista per esistere») e la couture ha varcato da tempo le soglie delle più riverite istituzioni museali del pianeta, vedendosi riconoscere la dignità culturale che le spetta in quanto forma di creatività che, oltre ad assolvere al compito basilare di vestire le persone, si fa portatrice di innumerevoli altri significati, configurandosi come un mezzo espressivo, sic et simpliciter.

Nonostante limitazioni, contingentamenti e incertezze causate dal perdurare della pandemia, anche nell’anno appena cominciato non mancheranno esposizioni di livello, tra antologiche dei giganti del fashion world, compendi di storia del costume e rassegne che si propongono di sistematizzare argomenti meno scontati di quanto sembri, come la dinamicità del menswear.

Settecento!


Ph. Andrea Butti

Il ritrovamento – con successiva donazione dell’associazione Amichae al museo – di tre indumenti del ‘700 (una robe à la française, un completo formato da gonna e corpetto di taffetà, un bustier in seta operata), sontuosamente decorati e conservatisi alla perfezione, diventa l’occasione per tracciare dei parallelismi tra l’abbigliamento dell’età dei Lumi e l’estro dei brand moderni.
A Palazzo Morando, nel Quadrilatero meneghino, i pezzi succitati vengono presentati al pubblico per la prima volta, affiancati da vesti, tessuti e accessori già parte della collezione permanente, e rappresentano il fulcro su cui le curatrici, Enrica Morini e Margherita Rosina, orchestrano il percorso espositivo, facendo dialogare abiti del XVIII secolo ed ensemble firmati tra gli altri Dolce&Gabbana, Max Mara, Gianfranco Ferré e Vivienne Westwood, individuando rispondenze sorprendenti tra i corsetti delle nobildonne di secoli addietro fa e i bustier Versace o D&G, ad alto tasso di sensualità, oppure tra l’ornamentalismo settecentesco e l’abbondanza, nei repertori delle maison selezionate, di intrecci floreali, embroderies, scenette campestri, stampe caleidoscopiche e altre leziosità.
Settecento! è visitabile fino al 29 maggio.


Le vie della piccola frazione di Torriggia

Un abito del ‘700, Gianni Versace S/S 1992 (ph. Andrea Butti), l’allestimento, Dolce&Gabbana F/W 2012 (ph. Giulia Bellezza)


Thierry Mugler, Couturissime


Ph. Christophe Dellière/MAD, Paris

Al Musée des Arts Décoratifs parigino, fino al 24 aprile, è in corso la mostra dedicata a un designer larger than life, come direbbero gli americani. Thierry Mugler, a partire dal 1973 e per i successivi due decenni, ha epitomizzato lo sfavillio, l’esorbitanza insuperata delle sfilate di quel periodo, orchestrando show faraonici (che sarebbe arrivato ad allestire in uno stadio, con tanto di spettatori paganti) in cui irrompevano creature impossibili, vestite di pneumatici, armature metalliche che le rendevano simili ad androidi supersexy, scaglie e piume dalle sfumature iridate.
Decine di look delle collezioni di alta moda e ready-to-wear, immagini delle campagne pubblicitarie del marchio (ambientate in scenari mozzafiato come il deserto del Sahara, i doccioni del grattacielo Chrysler Building o le distese ghiacciate della Groenlandia), materiali che documentano le collaborazioni con artisti del calibro di Madonna, Lady Gaga e George Michael, i costumi realizzati per la messinscena del Macbeth alla Comédie Française, nel 1985, e un focus sulla rivoluzionaria fragranza Angel (ancor oggi vendutissima) compongono la summa dell’opera portentosa di un visionario che, dichiarandosi «affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano», sostiene di aver «usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo».


Haute Couture F/W 1997-98 (Ph. © Alan Strutt), una adv (ph. Manfred Thierry Mugler), la mostra (ph. Christophe Dellière/MAD, Paris), uno scatto per Angel (ph. Manfred Thierry Mugler)


In America: A Lexicon of Fashion


© The Metropolitan Museum of Art

Preceduta dalla consueta parata di vip dagli outfit mirabolanti, radunatisi sul red carpet par excellence, In America: A Lexicon of Fashion ha segnato il ritorno in pompa magna delle abituali rassegne a tema del Costume Institute del Met di New York, dopo lo stop per l’emergenza pandemica nel 2020, e resterà aperta fino al 5 settembre. Si tratta, in realtà, della prima parte (la seconda, An Anthology of Fashion, prenderà il via a maggio) di un’indagine ampia e articolata sulla moda a stelle e strisce, di cui si cerca innanzitutto di istituire un vocabolario che tenga conto delle molteplici sfaccettature, dell’identità poliforme della nazione.
Nell’ideazione dell’exhibition, il primum movens è una trapunta patchwork dell’Ottocento che reca su di sé centinaia di firme, metafora dell’eterogeneità degli Stati Uniti, intorno alla quale si articola la narrazione visiva, con circa cento mise, maschili e femminili, raccolte in dodici sezioni corrispondenti ad altrettante parole chiave – o “qualità emotive”, come le definisce il curatore Andrew Bolton, ad esempio “nostalgia”, “fiducia” o “forza”: si va dal casual in purezza di Ralph Lauren e Tommy Hilfiger ai gown di Oscar de la Renta, dall’easywear solitamente associato allo stile made in Usa (dunque chemisier scamosciati Halston, abitini a portafoglio Diane von Furstenberg, tailleur Donna Karan…) alle elucubrazioni goticheggianti di Rodarte, fino alle proposte da passerella delle rising star Telfar, Christopher John Rogers e Collina Strada.


Tutte le foto, © The Metropolitan Museum of Art


Christian Dior: Designer of Dreams


Ph. Paul Vu

L’inventore del New Look (copyright di Carmel Snow, storica direttrice di Harper’s Bazaar), vale a dire la silhouette che, nel secondo dopoguerra, fissò il canone dello chic parisienne, con spalle arrotondate, vita stretta e massive gonne a campana, è oggetto attualmente di due mostre dal medesimo titolo, a NYC (visitabile fino al 20 febbraio) e Doha (31 marzo).
L’allestimento del Brooklyn Museum prova a rileggere attraverso un filtro americano l’epos di Christian Dior, che nel 1948 aprì una filiale proprio nella metropoli sulla East Coast, riservando un’intera sala agli scatti dei fotografi statunitensi – come Richard Avedon, Irving Penn, Herb Ritts, David LaChapelle – che hanno contributo a far conoscere le opulente creazioni della griffe a una platea internazionale, e individuando dei punti di contatto tra il lavoro dei successori di Monsieur e autori o correnti dell’arte nazionale (vedi l’influenza di Jackson Pollock su Marc Bohan, o i modelli di Ferré che sembrano ammiccare all’architettura dell’edificio); l’esposizione consta, inoltre, di oltre 200 abiti couture, filmati, sketch e altre chicche d’archivio.
All’M7, nella capitale emiratina, lo spartito non si discosta molto da quello della Grande Mela, con capi di sfilata, schizzi e memorabilia a bizzeffe.


Richard Avedon, Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, 1955, Ph. Here and Now Agency, ph. Daniel Sims, ph. Nelson Garrido


Reinvention and Restleness: Fashion in the Nineties



Dal 19 gennaio al 17 aprile, il Fashion Institute of Technology newyorchese metterà sotto la lente una delle decadi più dibattute, irrequiete e – in termini stilistici – prolifiche in assoluto, in cui i timori per l’avvento del nuovo millennio andavano di pari passi con un’eccitazione e una voglia di cambiamento generalizzate; un coacervo che si rispecchia nella polifonia di visioni, tendenze e spinte (anche) contrapposte delle collezioni di allora, delle quali gli oltre 85 tra look e accessori disposti negli spazi del FIT offrono un sunto vestimentario.
Dopo il passaggio introduttivo nella galleria multimediale, che mixa riprese video, défilé con LE top model (Naomi, Claudia & Co.), spezzoni di titoli simbolo degli anni ‘90 come Ragazze a Beverly Hills e Sex and the city, il visitatore può così soffermarsi sul grunge di Marc Jacobs e Anna Sui, sull’eveningwear sfacciatamente glam di Tom Ford per Gucci, sulla sublimazione del minimal operata da Jil Sander e Calvin Klein, sull’avanguardismo duro e puro di Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Martin Margiela.
A completare il tutto, un catalogo da collezione edito da Rizzoli Electa, con foto di fuoriclasse dell’obiettivo quali Steven Meisel, Nick Knight, Ellen von Unwerth e Rankin.


Three piece green python snakeskin ensemble consisting of cropped double breasted jacket with wide notched lapels, and round plastic silver and green buttons with red star at center, matching python bra top and miniskirt.

Yves Saint Laurent aux musées



Esattamente sessant’anni fa, a Parigi, quello che viene spesso considerato il più grande couturier di tutti i tempi fondava la maison che porta il suo nome. Per onorare l’anniversario, la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent ha coinvolto sei musei della Ville Lumière – Centre Pompidou, Musée d’Orsay, Musée d’Art Moderne, Louvre, Musée Picasso, Musée Yves Saint Laurent – in una exhibition diffusa che, proprio come il geniale stilista franco-algerino, si propone di «guardare la moda da prospettive e modalità differenti, andando a ritroso nel tempo».
Dal 29 gennaio – lo stesso giorno in cui, nel 1962, andò in scena la prima sfilata del brand – al 18 settembre, ognuna delle sedi si concentrerà su un aspetto specifico del corposo, ineguagliabile heritage del marchio: al Pompidou l’iconico – termine quanto mai appropriato – tubino Mondrian del ‘65, che trasferiva su tessuto le partiture cromatiche dell’astrattista olandese, è esposto di fianco al dipinto originale, mentre al Museo d’Orsay si sottolineano le affinità tra l’attenzione alla luce di un outfit YSL datato 1986 e Le déjeuner sur l’herbe di Monet, e si mette in luce la sensibilità letteraria di Saint Laurent, debitrice soprattutto a Proust; al Louvre, invece, viene evidenziata la sua fascinazione per gli ornamenti dorati e le decorazioni preziose in generale, che emerge dal confronto tra modelli delle collezioni passate e abiti e gioielli della corona francese.


Mondrian dress, ritratto dello stilista (ph. Jean-Loup Sieff), abito HC S/S 1988 ispirato a Braque, Saint Laurent (ph. Getty Images)


Fashioning Masculinities: The Art of Menswear


Harry Styles nella campagna Gucci Pre-Fall 2019, ph. Harmony Korine

Al Victoria & Albert Museum di Londra si terrà, dal 19 marzo al 6 novembre, una mostra volta a indagare la moda uomo di oggi attraverso un excursus tra epoche, trasformazioni e prospettive future; il momento è propizio, con la concezione della mascolinità messa in discussione tra fluidità, gender bender e un generale rimescolamento di nozioni e dinamiche.
L’intento è «celebrare il potere, l’artisticità e la diversità del vestire e apparire maschili» dal Rinascimento ai giorni nostri, gli organizzatori evidenziano pertanto quanto siano cambiati, nei secoli, i concetti nodali di “Undressed”, “Overdressed” e “Redressed”, che danno il titolo alle tre sezioni; così le mise funamboliche delle label che stanno ridefinendo l’orizzonte del menswear (ad esempio Gucci, Raf Simons, Wales Bonner o Harris Reed) trovano posto accanto a sculture e opere d’arte, e si analizzano le scelte di stile delle celebs passate e presenti (da David Bowie a Billy Porter e Harry Styles) riuscite, negli anni, a sfidare la percezione comune di ciò che gli uomini potrebbero (o dovrebbero) indossare.


Wales Bonner S/S 2015 (ph. Dexter Lander), Gucci F/W 2015, Harris Reed – Fluid Romanticism 001 (ph. Giovanni Corabi), Market Tavern, Bradford, England, 1976, ph. by Chris Steele-Perkins


Per l’immagine in apertura, credits: ph. Paul Vu

40 anni positivi. Dalla pandemia di AIDS a una generazione HIV free

Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione sul New York Times di un articolo che documentava l’arrivo di una nuova e sconosciuta malattia poi identificata con AIDS, acronimo di “Sidrome da Immunodeficienza Acquisita”.  Per celebrare quattro decenni di battaglie nei confronti dell’infezione da HIV, la Galleria dei Frigoriferi Milanesi Milano ospita, dal 12 novembre al 5 dicembre 2021, la mostra “40 anni positivi. Dalla pandemia di AIDS a una generazione HIV free”.

La rassegna presenta documenti d’archivio, manifesti, opere d’arte, campagne pubblicitarie che raccontano la grande rivoluzione della cura e dello sviluppo della ricerca scientifica che ha visto radicalmente modificato il proprio corso a cambiare l’approccio verso una medicina partecipata e di prossimità. 

Il percorso espositivo si apre proprio con la copia del quotidiano newyorkese da cui si snoda una narrazione attraverso materiali d’archivio provenienti della Fondazione Corriere della Sera e da quelli delle associazioni milanesi particolarmente attive nella lotta contro l’AIDS. 



Farà da cerniera alla sezione della mostra una galleria con i volti di personaggi che hanno contribuito a definire un salto verso l’autodeterminazione e verso l’abbattimento dello stigma che ancora oggi pesa sulla vita delle persone che vivono con HIV.

Qui si trovano i ritratti dell’artista americano Larry Stanton realizzati nel 1984 poco prima della sua morte o Last Night I took a man di David Wojnarowicz, vera e propria poesia visiva con un forte impatto di denuncia politica e di rivendicazione corporea, o ancora “AIDS: You Can’t Catch It Holding Hands” di Nikki de Saint Phalle. 



Anche la comunicazione visiva si fa coinvolgere con le campagne pubblicitarie di Benetton, dedicate all’AIDS, firmate da Oliviero Toscani e con la fotografia di Therese Frare scattata all’attivista David Kirby, che si rese disponibile a essere immortalato negli ultimi momenti della propria vita come estremo gesto politico.

Particolarmente toccanti sono le immagini scattate da un autore anonimo all’Ospedale Sacco di Milano che documentano la dimensione intima della cura all’interno del reparto di malattie infettive, negli anni più bui della pandemia. 



Uno spazio particolare è dedicato all’installazione immersiva del Names Project AIDS Memorial Quilt (La coperta dei nomi). ll progetto, nato da un’idea di Cleve Jones, prevedeva la realizzazione di pannelli di stoffa su cui erano impressi pensieri e disegni per commemorare amici e familiari scomparsi che, proprio perché morti di AIDS, avevano difficoltà a ricevere i funerali.  



La rassegna prosegue con la documentazione della performance I Miss You di Franko B, e si chiude con una sezione dedicata alla rappresentazione visuale degli studi scientifici Partner 1 e 2, che dimostrano quanto il rischio di trasmissione nei rapporti sessuali non protetti con persone HIV positive in trattamento sia ZERO.

“40 anni positivi” propone anche uno spazio sonoro, realizzato attraverso due opere audio e la composizione dei diversi documenti audio-video, come i preziosi documenti provenienti dall’Archivio GLBT Historical Society.  

La sera dell’inaugurazione, tre attrici – Federica Fracassi, Alessia Spinelli e Lucia Marinsalta – leggeranno testi particolarmente significativi nella lotta contro la malattia, come i Principi di Denver, Last Night I took a man di David Wojnarowicz e una rielaborazione degli studi Partner.

Spyros Rennt in mostra a Milano con Body Heat

Spazio Martin presenta Body Heat, la prima mostra personale in Italia del fotografo Spyros Rennt.

I corpi di amanti, amici o sconosciuti, ritratti in privato o in pubblico sono il fulcro della mostra di Rennt che ha prodotto una serie impressionante di immagini che documentano le sue esperienze personali. Il suo obiettivo attraverso questa documentazione è quello di contribuire al discorso pubblico sull’emancipazione sessuale e di sostenere la visibilità e la rappresentazione della comunità LGBTQ+. 



Mentre le immagini possono solo presentare e ricostruire le sue esperienze passate in modo inevitabilmente frammentato, l’amore che lega il fotografo agli individui, ai gruppi di persone (e anche a parti dei loro corpi), è evidente in tutto il suo lavoro; è ciò che lo collega all’essenza stessa della sua comunità.



Spyros Rennt vive e lavora tra Atene e Berlino. Il suo lavoro fotografico documenta la sessualità queer e la sottocultura rave attraverso un obiettivo personale. Ha pubblicato due libri fotografici, Another Excess (2018) e Lust Surrender (2020). Ha esposto il suo lavoro in mostre collettive in Europa e negli Stati Uniti, in spazi come lo Schinkel Pavillon (Berlino, 2019) e lo Schwules Museum (Berlino, 2021). 



Il suo lavoro è stato presentato in pubblicazioni di tutto il mondo, come Interview, i-D, Dazed, Sleek, Indie, Electronic Beats e Kaltblut, tra gli altri. Ha ricevuto la Stavros Niarchos Foundation Artist Fellowship da ARTWORKS (2021). 

Spazio Martín è il risultato di una collaborazione tra Fulvia Monguzzi (Miss Goffetown), pittrice, Roberto Aponte, designer e Francesco Pizzorusso, architetto. È uno spazio di lavoro, un luogo di scambio di idee, dialogo, incontro e condivisione di esperienze multidisciplinari. Martín è legato al territorio, ma vuole allargarne i confini, dando visibilità a tutte le forme d’arte e d’espressione. È aperto al pubblico come un vero e proprio atelier e spazio espositivo.

Al Met di New York una mostra esplora il significato profondo della moda americana


Emozioni e creatività intessute in abiti capaci di lasciare un solco nella storia. La mostra di quest’anno del Costume Institute, nella suggestiva cornice del Metropolitan Museum of Art di New York, celebra la moda americana, sfaccettata e diversificata come gli Stati Uniti e le molteplici culture che ne fanno parte.

L’esposizione “In America” è un’indagine del significato profondo dell’American fashion: frazionata in due parti, “In America: A Lexicon of Fashion” e “In America: An Anthology of Fashion”, è stata inaugurata il 18 settembre 2021 e rimarrà aperta fino al 5 settembre 2022.



La prima parte della mostra celebra il settantacinquesimo anniversario del Costume Institute e stabilisce, nell’Anna Wintour Costume Center curato da Andrew Bolton, un moderno vocabolario della moda americana. 

Principio organizzativo e ispirazione della mostra, una trapunta patchwork. Un oggetto semplice, per indagare le complessità di un’intera società. L’opera, iniziata nel 1856 da Adeline Harris Sears, si compone di quadrati a forma di diamante che portano 360 firme, tra cui quelle di otto presidenti americani. 



Tra i designer in mostra, Diane Von Furstenberg, Patrick Kelly, Ralph Lauren, Tara Subkoff, Oscar de la Renta, Tommy Hilfiger, Off White (Virgil Abloh). 

Nelle sale si possono incontrare, tra i numerosi capi, il vestito anni ’70 di Diane Von Furstenberg, che avvolge il corpo celebrando il lifestyle di una donna in carriera, oppure l’abito di Patrick Kelly del 1986-87, definito da un cuore di bottoni colorati. 



Durante l’anno, la mostra si trasformerà con rotazioni e aggiunte, rappresentando la vitalità e la mutevolezza della moda americana.

La seconda parte, “In America: An Anthology of Fashion”, aprirà nelle sale dell’American Wing il 5 maggio 2022, per esplorare le narrazioni sartoriali legate alle storie di quelle stanze.

Sono i manichini dell’italiana Bonaveri ad accompagnare la narrazione e a guidare i visitatori alla scoperta di abiti e suggestioni. Da esporre nel prestigioso museo, sono state scelte le figure della collezione Schläppi 2200: le figure, per la maggior parte femminili, si caratterizzano per le forme artistiche, nelle quali la personalità scaturisce da dettagli minimi, dalla misura del gesto, dalle armonie profonde. I manichini maschili selezionati per la mostra sono invece della collezione Tribe.

Creata negli anni ‘60, la collezione Schläppi si caratterizza per le sue forme artistiche e minimali, fluide, eleganti, statuarie. I manichini originali Schläppi nascono dall’intuizione di due uomini visionari: Schläppi e lo scultore Lorenzo Piemonti. Nel 2001 Bonaveri ha acquisito il marchio Schläppi, gli archivi, le proprietà intellettuali e tutte le collezioni esistenti. Lavorando sulla base dell’intuizione creativa originale di Piemonti, Bonaveri ha portato la forma Schläppi nel presente, rendendola un punto di riferimento nella narrazione della moda contemporanea globale.

Piero Gemelli: quando la perfezione rima con rivoluzione

Se si volesse sintetizzare in una formula la localizzazione intellettuale dell’opera di Piero Gemelli, la cui mostra La bellezza svelata a cura di Maria Savarese e Maria Vittoria Baravelli è prorogata fino al 21 novembre al Pan di Napoli, risiederebbe nell’intersezione – che appartiene alla storia della fotografia di moda negli anni 70 e 80 – tra “corpo vestito” e “vestito corporeizzato”. È proprio in quegli anni, infatti, che inizia la conversazione fra immagini che s’insinuano nel solco tra la “bella” foto di moda e tranches de vie quotidiane nelle quali il vero soggetto non è più l’abito in quanto tale, bensì l’abito incarnato.  Non è un caso che sul finire del decennio più edonista della nazione nasce il fenomeno delle top model. È, almeno in parte, il riflesso di una situazione nella quale si avverte l’esigenza di sostituire alla consueta ricetta “vestito + modella” un corpo unico, reale, effettivo, identificabile in un volto, un nome, una personalità, una provenienza geografica.



Gemelli, uomo di grande cultura e di ricche letture, non si schiera né dall’una, né dall’altra parte, pur ritraendo, in scatti divenuti emblematici, signore come Carla Bruni o Monica Bellucci. Piega i due rami della questione realizzando corpi vestiti e abiti resi corpo all’interno di composizioni dalle proporzioni vitruviane: del resto, la sua formazione in architettura, lo porta a privilegiare la composizione formale, mantenuta – come in un leitmotiv – sempre con un occhio vigile, partecipe, mai distaccato. C’è un sentimento geometrizzato che deriva, da un lato, dai suoi studi; dall’altro si fa partecipe dell’interiorità del soggetto. «La fotografia non ruba l’anima», appunta sui suoi taccuini poiché è anche un pensatore finissimo. «Racconta invece l’anima messa a nudo di chi fotografo». E, ancora, in un altro appunto: «Cerco in te ciò che riconosco di me e tu trovi con me una parte nuova di te».



Nessun atteggiamento dominante da parte del fotografo demiurgo alla Blow Up, per intendersi, quanto l’esercizio dell’empatia, la ricerca della complicità con chi è ritratto da lui, senza prevaricazioni di nessun tipo. Anzi, “nome omen”, per Gemelli tutte le persone che si trova a fotografare sono in qualche modo dei suoi doppi. E spesso lo sono anche le cose: se il mondo degli oggetti non ci offre alcun conforto, allora li si distrugga, come nella celebre serie di still-life di cosmetici che vengono letteralmente fatti esplodere e ripresi al momento della deflagrazione, come le fragili composizioni di frammenti di statue classiche che vivono in precario equilibrio, come le sculture di ferro ritorto che somigliano ai mobiles di Calder. Perfino l’erotismo per cui Gemelli è così noto, non ha valenze sessuali, è un elemento che fa parte di uno spiritoso trompe l’oeil, con le due ragazze unite/divise da una zip dipinta sulla parte laterale delle loro nudità, nell’ambiguità intrisa di humour in cui una Bellucci/Jessica Rabbit accosta la guancia a una Bellucci/Rodolfo Valentino.


Perché questo è il punto che, secondo chi scrive, in pochi notano: le sue foto, che solo a un primo, fuggevole sguardo, possono sembrare levigate, glamorous, perfettamente riuscite dal punto di vista tecnico (anche per questo Gemelli è un maestro della fotografia internazionale), ma a una più attenta visione sono profondamente, assolutamente, indubbiamente politiche. E con questo non intendiamo etichettare Gemelli come appartenente a una precisa ideologia: il flacone di profumo che salta in aria, a richiamare alla mente la scena finale di Zabriskie Point, va nella direzione di un anti-consumismo marxiano: dato ancora più ironico se si pensa che quella foto è pubblicato su una delle riviste più leggendarie per la moda da vendere, Vogue Italia. E così, certe donne oggettivizzate – di lui felici complici – o costrette nei stereotipi di bellona che soggiace al seduttore, sono una presa di posizione nei confronti del femminile che pochissimi fotografi di moda hanno o hanno avuto. Perfino le nature morte hanno la foto di un occhio, di una bocca, un ciuffo di capelli accostati a squadre, forme da scarpe, righelli: l’organico convive con l’inorganico, il caduco si sposa al quasi-eterno. La grandezza di Gemelli risiede nell’usare le espressioni più “canoniche” della fotografia per introdurvi sempre un elemento che scava più nel profondo, sempre di più. Fino fare anche un po’ male, o perlomeno a continuare un lavorio che dall’occhio dello spettatore si trasferisce al suo cervello e poi al suo cuore. Sorge il dubbio se per Piero Gemelli valga il contrario della famosa massima di Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo». Me il mondo, sembra chiederci lui, salverà questa bellezza strapazzata dal capitalismo, questi corpi usati come attaccapanni, quest’erotismo mercificato che illustra una mineralizzazione dell’umanità? Il Maestro usa codici strutturali antichi, rassicuranti, rinascimentali: «Ho sempre cercato un punto di equilibrio tra la libertà creativa e i limiti racchiusi nelle richieste dei clienti. In questa continua ricerca tra la progettualità dell’architetto e l’anarchia emotiva del creativo, ho sempre trovato il modo di raccontarmi; per fortuna, senza avere mai avuto la sensazione di esserci riuscito fino in fondo, altrimenti il gioco sarebbe già finito», dichiara in un’intervista. «Ritengo la bellezza l’equilibrio tra opposti ed imperfezioni. Cerco il dialogo tra istinto e progetto».


Tutto il suo corpus di opere si svolge sotto il segno della tensione tra essere e divenire, mostrare e dimostrare, consolare e fare riflettere. Usando i criteri della foto di moda “ben fatta”, Piero Gemelli porta avanti un linguaggio che è formale e malinconico, lieve e impegnato, perfettamente leggibile eppure continuamente enigmatico. Se imparassimo a leggerle, le immagini ci porterebbero in un tempestoso turbinio di sensazioni. Ma è come un mulinello sotto l’acqua di un lago: la loro superficie è perfetta, specchiata, impeccabile. E in quest’ennesimo ritrovamento del doppio che ritroviamo il suo fascino più autentico. E se anche volessimo per forza definirle “classiche”, queste foto, queste costruzioni visive, ricordiamo le parole di Salvatore Settis in Futuro del classico: «Quanto più sapremo guardare al “classico” non come a una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di sorprendente da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il “diverso”, tanto più sapremo formare le nuove generazioni per il futuro». 

Immagine di copertina: Giada, Milan, 1996

Sailor Moon il primo cartoon ad affrontare tematiche LGBTQ+ negli anni Novanta

Nostalgia, nostalgia canaglia. Una generazione, quella nata tra gli anni 80 e i primi anni 90 che il 1 maggio 1997 è rimasta orfana di uno dei baluardi della cultura pop connessa al mondo delle “anime”. A distanza di tempo, pronta a versare qualche lacrima e poco prima delle nuove restrizioni che hanno visto la chiusura dei musei, sono approdata alla mostra che celebra il quarto di secolo di Sailor Moon in Italia, presso il Museo del Fantastico di Torino (Mufant). 

Dopo aver scavato nei cassetti della memoria, letto articoli e saggi mi sono persa nell’edificio situato alla periferia del capoluogo sabaudo, tra memorabilia e gadget di Jack The Skeleton e Il Signore degli anelli, con la consapevolezza che Sailor Moon è stato davvero il primo manifesto di emancipazione sessuale nel panorama delle reti televisive italiane. Un “anime” incredibilmente gender che, nei due anni di trasmissione nel nostro Paese, subì pesanti censure che interessarono, appunto, i personaggi Lgbtq+ all’interno della storia: dai cattivi Lord Kaspar e Zachar, quest’ultimo riproposto sotto “sembianze femminili” per giustificare la relazione omosessuale tra i due, alle due guerriere Sailor Uranus e Sailor Neptune, unite da una profonda relazione amorosa. Non solo: il personaggio di Heles è gender fluid. Spesso veste abiti maschili e lascia che gli sconosciuti la percepiscano come uomo. Ma la sessualità, in Sailor Moon, è un argomento che non ha confini: lo dimostra il fascino che Bunny stessa subisce sia dalla sua amica Sailor Jupiter la prima volta che la conosce, sia nei confronti di Sailor Uranus, con la quale si scambierà anche un bacio nella terza stagione.


Nella quinta e ultima serie, infine, vediamo le Sailor Stars, le paladine trans: nella vita normale sono uomini, mentre possono trasformarsi diventando donne. Il trio, inizialmente non censurato in Italia, venne lapidato dalla psicologa Vera Slepoj che sentenziò: «Sailor Moon è un’eroina dotata di una grande forza, una donna che comanda. È un personaggio molto ambiguo, con tratti maschili. Tutto ciò crea disturbi nei bambini, li confonde proprio in un’età in cui hanno un grande bisogno di modelli da imitare». Dalle guerriere Sailor i preadolescenti dell’epoca hanno imparato il senso della sorellanza, dell’amicizia e della complicità. La storia delle guerriere è stato un manga in grado di precorrere i tempi e di normalizzare ciò che dovrebbe essere normale già di natura. Per questo Sailor Moon viene percepito come un vero e proprio manifesto LGBTQ+ attraverso il quale si imparava a non temere la propria identità e il giudizio altrui.

La Luna Splende, Il Cristallo del Cuore, Il Mistero dei Sogni e Petali di Stelle per Sailor Moon sono le sigle che accompagnano il percorso espositivo segnato da cartelli di stampo analitico e femminista, dai giocattoli e dal materiale scolastico che hanno lasciato un segno indelebile nei Millenials. 

La mostra riaprirà al pubblico il 7 dicembre 2020, salvo nuove disposizioni.

Irina Razumovskaya: a new inner geometry

«Mi lascio guidare nel mio lavoro da emozioni e memorie di impressioni, ma non posso costringere il mio osservatore a sperimentarle allo stesso modo. Mi piace lasciare un’interpretazione aperta, poiché questo è il modo in cui io stessa amo vivere l’arte» Così descrive la propria pratica artistica Irina Razumovskaya che presenta i suoi raffinati lavori in ceramica nella mostra “Inner Geometry”  fino al 26 ottobre 2018, presso la galleria Officine Saffi, punto di riferimento milanese per l’arte ceramica contemporanea. Razumovskaya nasce a Leningrado, in URSS, nel 1990. Quando ancora ha pochi mesi di vita la realtà attorno a lei subisce un processo di cambiamento così radicale e rapido da risultare quasi prodigioso. La sua città natale riprende il nome imperiale di San Pietroburgo e la sua nazione quello ancestrale di Russia. Pur se troppo giovane per appartenere alla generazione della Ostalgia – cresciuta a cavallo di due sistemi politici e culturali, e immortalata in film come “Good Bye, Lenin!” (2003) di Wolfgang Becker o più recentemente da Natalya Kudryashova in “Pionieri-Eroi” (2016) – ciò nonostante la ventisettenne scultrice sembra subirne un fascino discreto. Riferimenti all’estetica del Vchutemas – la scuola d’arte moscovita che negli anni Venti divenne il centro di riferimento per l’avanguardia – riecheggiano infatti nell’uso di forme geometriche pure per le sue sculture in ceramica, restituendo un’idea quasi romanticizzata dell’estetica sovietica. Ma questa è per lo più un’opera di mediazione culturale tra generazione. I “dashing 90s”, con la loro carica dirompente di rigenerazione ma anche la loro instabilità, sono infatti quello che l’artista per lo più ricorda della sua infanzia. Riflessioni di matrice filosofica sull’invecchiamento, l’ineluttabilità del deperimento della materia, l’osservazione analitica di strutture architettoniche opposta a visioni sintetiche di paesaggi, sono alla base della ricerca artistica di Razumovskaya. La fascinazione per una bellezza non comune, per l’inatteso, la portano a descrivere nelle sue opere i profili essenziali di oggetti domestici, di parti di macchinari, o ancora dettagli di edifici con tutte le loro possibili sfumature di granulosità. Le semplici forme geometriche, punto di partenza di ogni sua scultura, vengono alterate dall’artista con successive modifiche e rotture. Durante la smaltatura il controllo iniziale sulla forma va progressivamente e inevitabilmente sciamando, man mano che la struttura evolve indipendentemente all’interno del forno di cottura, divenendo qualcosa d’altro, rispondendo a regole di una forma diversa di geometria. «Nel mio lavoro cerco di evitare il dinamismo, mentre favorisco la simmetria. Mi piace che i miei pezzi non abbiano un significato scontato e siano animati da una propria vita interiore». Con Inner Geometry” Irina Razumovskaya colleziona immaginari reperti provenienti da oniriche rovine contemporanee, edificate su visione di forme e simboli inconsci, ribadendo così la sua ferma convinzione che il lirismo consista più nel celare che nello svelare e che l’arte trovi la sua massima espressione “tra le linee” di una poesia, tra le crepe della ceramica, nel mistero, nel suo pieno senso etimologico di ciò che non deve – o non dovrebbe – essere rivelato.

Irina Razumovskaya
Inner Geometry
26.09 – 26.10.2018
Officine Saffi
Via A. Saffi, 7 – 20123 – Milano
www.officinesaffi.com

Photo Courtesy of Officine Saffi

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TEX. 70 ANNI DI UN MITO

Ci sono personaggi che resistono al passare del tempo. Alcuni diventano parti fondamentali della cultura di un paese, accompagnandoci anno dopo anno, sempre lì testimoni immobili della nostra storia e che attraverso le loro avventure ci stanno accanto.
Quest’anno uno dei protagonisti principali della fumettistica italiana compie 70 anni: TEX.

Cop_TEX_695 (1)Il 30 settembre 1948, infatti, veniva pubblicata la prima striscia di fumetti ideata da Gianluigi Bonelli e disegnata da Aurelio Galeppini, il ranger più amato del fumetto italiano e uno tra i più longevi al mondo.
Settant’anni dopo, Sergio Bonelli Editore celebra l’eroe con una grande mostra dal titolo TEX. 70 ANNI DI UN MITO, aperta dal 2 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019 al Museo della Permanente di Milano e patrocinata dal Comune di Milano. Curata da Gianni Bono, in collaborazione con la redazione di Sergio Bonelli Editore, la mostra racconta, attraverso foto, disegni, schizzi, materiali rari o assolutamente mai visti prima, come Tex sia diventato un vero e proprio fenomeno di costume. I visitatori potranno così ammirare, tra gli altri pezzi, la prima vignetta di Tex declinata in varie lingue, il ritratto di Gianluigi Bonelli e famiglia realizzato da Tacconi,fotografie di Aurelio Galleppini e anche la mitica macchina da scrivere di Gianluigi Bonelli: l’Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex, decorata con disegni a penna dallo stesso Gianluigi e oggi conservata nella sala riunioni della Casa editrice.

TEX. 70 ANNI DI UN MITO.
2 ottobre 2018 – 27 gennaio 2019
Museo della Permanente di Milano
Via Filippo Turati, 34
20121 – Milano

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FRANCESCA GALLIANI – FROM HERE ON

Giochi di sovrapposizioni tra fotografia e interventi pittorici, lettering con messaggi di forte impatto politico e sociale e grafiche tratte da pubblicità e giornali d’arte, storia e letteratura, hanno caratterizzato la speciale installazione FROM HERE ON dell’artista Francesca Galliani, presso lo Studio TiEpolo 38 a Roma durante ALTAROMA.

Oltre alla serie dei Transgender, in cui l’artista mostra la forza, la dignità e la bellezza di uomini e donne transessuali, che vivono ai margini delle tradizionali categorie con cui definiamo la società e i ruoli, è stata esposta la collezione ‘Made In Me 8’, con protagoniste t-shirt e felpe serigrafate e dipinte a mano, con slogan come “love wins” o “No Sexual Activity Allowed”, il mezzo espressivo più efficace per diffondere un’idea, un valore e per poterlo condividere in modo molto personale.

Credito Photo – Andrea Sgambelluri

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FEBBRAIO CON AMORE: 5 APPUNTAMENTI CON L’ARTE

Cover_ © Oliviero Toscani

Febbraio, si sa, rientra, a pieno, nella categoria dei mesi dalle domande scomode. “Cosa fai, a San Valentino?”. Che siate single, fidanzati o eterni indecisi, l’amore per l’arte non tramonta mai. Ecco cinque imperdibili mostre, da usare come idea per un primo – o un quinto – appuntamento, come scusa per sfuggirne uno o, semplicemente, per tenere viva la propria passione e rallegrarsi, aspettando la fine dell’inverno.

MILANO – Da giovedì 1 febbraio e sino al 3 giugno 2018, arriva al MUDEC – Museo Delle Culture, una grande e nuova retrospettiva per celebrare Frida Kahlo. Frida. Oltre il Mito propone una visione dell’artista – in questi anni inflazionata, ripetuta, sottovalutata o sopravvalutata, a seconda dei casi, tanto da divenire un’icona pop – al di là degli eventi che ne hanno caratterizzato la vita, ponendo il focus sulle opere: il rapporto della pittrice con il Messico, i famosi autoritratti, lo stile e i contenuti rivoluzionari. Curata da Diego Sileo, la mostra riunisce, dopo 15 anni, tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, oltre alle recenti scoperte (2007) dell’archivio di Casa Azul.

ROMA – Il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra Monet, inaugurata lo scorso autunno e prorogata, a grande richiesta, fino al 3 giugno 2018. Dalle celebri caricature ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi e delle sue dimore; dai ritratti dei figli alle tele dedicate ai fiori del suo giardino – fino alle monumentali e più famose Ninfee – le 60 opere esposte provengono dal Musée Marmottan Monet, di Parigi (a cui sono state donate dal figlio del pittore, Michel) e restituiscono la ricchezza della produzione artistica del padre dell’Impressionismo, ripercorrendone la carriera ed esaltandone le molteplici sfaccettature.

GENOVA – Picasso. Capolavori dal Museo Picasso, Parigi (10 novembre 2017 – 6 maggio 2018) è l’articolata mostra promossa negli spazi del Palazzo Ducale e inserita all’interno dell’evento culturale internazionale, Picasso-Mediterraneo (promosso dal Museo Picasso di Parigi) per rinsaldare i legami da entrambe le parti del Mediterraneo. Il focus dell’esposizione è, infatti, sulle radici mediterranee e sulla grande vitalità da cui sono contraddistinte le opere del “fondatore” del Cubismo, da quelle d’ispirazione africana – dei primissimi anni del Novecento – sino alle più note bagnanti e ai celebri ritratti di donna, degli anni Trenta e Cinquanta. In esposizione anche numerose fotografie, che lo ritraggono accanto alle opere nei suoi diversi atelier.

BOLOGNA – A 60 anni dalla sua nascita, Bologna celebra Keith Haring (1958-1990) nelle due sedi della Pinacoteca Nazionale. Dal 30 gennaio al 25 febbraio 2018, Party of Life. Keith Haring, a vision propone più di 60 opere dell’artista – e una video installazione – provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, molte delle quali inedite al grande pubblico, per diffondere il messaggio sociale e commemorare il valore di un artista, pioniere della street art. Ad arricchire il progetto, collaborazioni con organizzazioni non profit e enti votati alla lotta contro l’AIDS, nel rispetto dell’impegno dell’artista contro la malattia che lo portò alla morte.

OTRANTO – Theutra e Comune di Otranto propongono, nelle sale del Castello Aragonese e sino al 31 marzo 2018, la mostra che celebra la carriera di Oliviero Toscani, fotografo pubblicitario tra i più provocatori e discussi dello scenario contemporaneo, noto per il forte impatto emotivo. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti porta in scena la carriera del fotografo, attraverso le immagini che più hanno fatto discutere il mondo, su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Presenti in mostra anche i lavori realizzati per il mondo della moda e alcune fotografie di Razza Umana, progetto sulle diverse morfologie e condizioni umane che, dal 2007, Oliviero Toscani porta avanti, realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo.

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Revolution, Musica e ribelli 1966-1970, dal Beatles a Woodstock

Già approdata al Victoria and Albert Museum di Londra, luogo dove è nata la rivoluzione, la mostra Revolution, Musica e ribelli 1966-1970, dal Beatles a Woodstock, è arrivata a Milano il 2 dicembre fino al 4 aprile 2018. I temi della mostra sono le storie, i protagonisti, i luoghi, gli abiti e i film di questi quattro intensissimi anni rivoluzionari i cui effetti hanno plasmato la società contemporanea. La mostra, a cura di Clara Tosi Pamphili, giornalista e storica della moda, si terrà negli spazi della Fabbrica del Vapore.
La “Revolution” come idea nasce contemporaneamente in differenti parti del mondo, ma vede in Londra il suo maggiore e, più evidente, motore propulsore. Sono questi gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, e degli Who nella musica, e delle prime gambe scoperte e dei capelli lunghi nei ragazzi nella moda; un periodo di grande attività rivoluzionaria che, grazie ai suoi temi così vivi, si è profuso come un’onda, arrivando a condizionare addirittura noi.

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Jil Sander in mostra a Francoforte con “Present Tense”

Dal 4 novembre 2017 al 6 maggio 2018 il Museum Angewandte Kunst di Francoforte, accoglie la mostra “Jil Sander: Present Tense”, la prima mostra indipendente di una delle fashion designer più influenti della sua generazione, Jil Sander. L’esibizione segue un itinerario: tramite installazioni multimediali, fotografie, abiti e oggetti la designer mette in scena il suo approccio estetico e il suo stile. Bonaveri affianca Jil in qualità di partner della mostra e ha selezionato per l’occasione dei busti uomo e donna su misura. Tessuti, finiture e le composizioni degli elementi sono stati poi discussi direttamente con la stilista. Curata da Matthias Wagner K in stretta collaborazione con Jil Sander, la mostra è suddivisa in sezioni tematiche: pista, backstage, studio, linee di abbigliamento, accessori, cosmetici, fotografia di moda e campagne pubblicitarie, moda e arte, architettura e arte del giardino.

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Classiche contaminazioni di G + G

Discobolo e Pluto

Classiche Contaminazioni è il titolo della mostra di G + G che si inaugurerà il giorno 24 novembre 2017 presso la Galleria Rossana Orlandi. L’esposizione è dedicata interamente a gruppi statuari: sono infatti esposte 14 opere costituite da statue provenienti dal repertorio classico (dalla tradizione greco romana al mondo neoclassico) affiancate dai personaggi dei cartoni animati. “Vecchio” e “Nuovo” convivono e danno vita a una mostra particolare e suggestiva che fa rivivere in chiave ironica, e alquanto burlesca, i classici del passato.
L’ idea è nata quando uno dei due G ha provato ad avvicinare la figlia di 5 anni alla conoscenza della storia dell’arte, facendo giocare i grandi capolavori con i suoi cari personaggi dei cartoni animati: il risultato fu il grande interesse da parte della bambina, e quindi perché non applicare lo stesso metodo agli adulti?

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ETTORE SOTTSASS. OLTRE IL DESIGN

cover_Ettore Sottsass Junior, Senza titolo.(Esame di architettura degli interni. Arredamento e decorazione,
Scuola Superiore di Architettura, Politecnico di Torino, 1939-40) 

Sabato 18 novembre ha aperto al pubblico la mostra Ettore Sottsass. Oltre il design, prodotta e organizzata dallo CSAC dell’Università di Parma e curata in stretta collaborazione con un gruppo di lavoro composto da storici dell’architettura, del design e dell’arte contemporanea, designer e archivisti.
Il progetto espositivo ed editoriale è potuto nascere grazie alle generose donazioni che Ettore Sottsass fece allo Csac – Centro Studi e Archivio della Comunicazione. L’esposizione è costituita da circa 700 pezzi selezionati all’interno dell’archivio disposti in modo da formare un tessuto narrativo cronologico.
La mostra resterà aperta dal 18 novembre all’ 8 aprile presso l’ Abbazia di Valserena, Parma.

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SOTTO UN’ALTRA LUCE: L’ALCHIMIA DI GIANFRANCO FERRE’

Le donne saranno sempre affascinate dai materiali preziosi e dalle lusinghe che risultano dal connubio tra il loro corpo e la lucente magnificenza dei monili posseduti: simbolo di ricchezza e prestigio, prima ancora d’essere rappresentazione della personalità e del sé. Nella storia, i gioielli e nei gioielli, un mondo. O meglio: il mondo, quello inimitabile di Gianfranco Ferré. Nell’austera Sala del Senato di Palazzo Madama, a Torino, dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018 vanno in scena le sue creazioni più preziose nella mostra “Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: “Gioielli e Ornamenti”, curata da Francesca Alfano Miglietti. L’esposizione – organizzata e prodotta da Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei – presenta in anteprima mondiale 200 oggetti-gioiello, che ripercorrono per intero la vicenda creativa del celebre stilista italiano, partendo proprio dall’arte del suo esordio, da quei primissimi successi come creatore di bijoux ed accessori che Gianfranco Ferré aveva ottenuto prima di fondare la società che porta il suo nome e di divenire direttore creativo di Christian Dior tra il 1989 e il 1996. Pietre lucenti, metalli smaltati, conchiglie levigate, legni dipinti, vetri di Murano, ceramiche rètro, cristalli Swarovski, e ancora legno e cuoio e ferro e rame e bronzo, secondo l’usuale confronto dello stilista con la materia, su cui interveniva direttamente, in tutte le sue identità e della sua elaborazione innovativa, a cui applica la coerenza e il rigore degli studi giovanili in architettura e design e attraverso cui si fa narratore. Gianfranco Ferré ha scelto negli anni una forma di creatività che sceglie l’ornamento e che fa dello stesso un rito antichissimo, un oggetto per il corpo che ne diventa quasi protesi, estensione, in una fusione tribale. Gli oggetti in mostra, realizzati per sfilate dal 1980 al 2007, sono infatti descritti come complemento dell’abito e suo accessorio ma vengono esposti insieme ad alcuni capi in cui, «è proprio la materia-gioiello a inventare e costruire l’abito, diventandone sostanza e anima. Potrei dire persino che, nella mia immaginazione, il gioiello mi aiuta a ‘costruire’ il corpo, a scolpirlo con nitore», come raccontava lo stilista stesso. Abiti e accessori: l’uno specchio e al contempo chiave interpretativa dell’altro. L’allestimento, realizzato dall’architetto Franco Raggi, si inserisce perfettamente nella linea narrativa dei monili, mediando tra la grandiosità dello spazio e la ricchezza dei gioielli, tenuti in penombra come fossero ancora visti attraverso gli occhi delle Madame che abitavano il palazzo alla luce fioca delle candele, e si risolve in sei strutture di ferro sopraelevate, arrugginite e brutalmente espositrici della loro povertà materiale. Ad ognuna di esse un nome legato ai quattro elementi naturali, visibili e invisibili, fisici e spirituali Acqua, Aria, Terra e Fuoco e all’Energia e Potenza contenute in essi e nient’altro. Un richiamo all’Arte Povera, nata proprio a Torino, che comprendeva il senso dei materiali sia dal punto di vista alchemico che in quanto essenziali per la vita. Creare, d’altronde, era per Gianfranco Ferré sinonimo di trasformazione e di azione sul mistero di quest’ultima, proprio come un alchimista.

Gianfranco Ferrè, Sotto un’altra luce

Torino, Palazzo Madama, dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018

http://www.palazzomadamatorino.it/it/eventi-e-mostre/mostra-gianfranco-ferre-sotto-unaltra-luce-gioielli-e-ornamenti

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ESTETIZZARE IL FUTURO CON LE FOTOGRAFIE DI ANNE DE CARBUCCIA

Credit cover: Echinodermi, Tobago Cays – Antille, Ottobre 2014 

Prendersi cura del nostro pianeta è da un lato una missione ambiziosa, dall’altro anche un percorso individuale di riflessione verso il futuro. Certamente è difficile per “Il singolo” farsi carico di questo argomento, fa subito sentire piccoli e impotenti, generalmente. Una buona dose di coraggio e un punto di partenza interessante ce lo dà l’artista e fotografa francese Anne de Carbuccia. Aprendo per la prima volta al pubblico la sede italiana della sua fondazione, la Time Shrine Foundation, con la mostra ONE – One Planet One Future. Gli edifici milanesi di una vecchia fabbrica degli anni Venti, di Lambrate, riconvertiti seguendo i più alti standard di sostenibilità, ospitano le grandi opere fotografiche di Anne divise in 4 temi: ENDANGERED SPECIES, WATER, WAR, TRASH. Anne ha girato per tre anni il mondo, realizzando le sue fotografie che fanno uso dell’iconografia della vanitas tipica dei secoli XVI e XVII, inserendo il teschio e la clessidra come classici simboli della vanità umana e del tempo che fugge. Questi oggetti, insieme a elementi organici trovati in loco, costituiscono degli altari atti a onorare le bellezze che il pianeta ci ha donato. Anne con il suo lavoro estetizzante solletica il nostro senso di responsabilità, idealizzando e cementificando nel nostro immaginario proprio quel futuro di cui dobbiamo prenderci cura.

ONE – One Planet One Future
Fino al 12 Aprile, 2017 | dalle 10.00 alle 19.30
Via Conte Rosso 8 – 20134 Milano
www.oneplanetonefuture.org

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Pablo Picasso alla National Gallery di Londra: consigli per il weekend in città

Woman in a Hat (Olga) by Pablo Picasso, 1935; Centre Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne.

Alla National Portrait Gallery di Londra si possono ammirare, fino al 5 febbraio 2017, più di 80 lavori del maestro spagnolo Pablo Picasso. In questa esposizione si trovano i ritratti di famiglia dell’artista, di amici, mogli e amanti oltre a divertenti caricature del periodo giovanile. L’arte di Picasso è, in queste opere, estremamente vitale, dotata di grande spirito di osservazione ma anche di tenera ironia.
Con Picasso è iniziata l’era degli artisti che hanno qualcosa da dare prima che da dire, egli trasforma la visione del mondo particolareggiata, personale ed oggettiva in espressione di generica energia, ciò che conta per lui nella opera di un’artista non è ciò che comunica ma il suo complessivo tasso di vitalità. La sua continua ricerca di nuovi modi di dipingere lo porta ad esplorare realtà diverse con cui rappresentare i dipinti. Nell’exhibition della National Gallery si può vedere la moglie Olga ritratta in un gioco di trasformazioni cubiste, l’autoritratto giovanile del pittore, semplice e diretto, la donna con le mani unite ci guarda con occhi curiosi, la malinconia del periodo blu attira e stupisce il visitatore, mentre il ritratto di Gustave Coquiot è dipinto con occhi dardeggianti ispirato a Toulouse lautrec. Le donne sono comunque le protagoniste di questa mostra, una giusta ricompensa in quanto muse ispiratrici della sua longeva carriera artistica.

www.npg.org.uk

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Abstract Expressionism: report dalla mostra di Londra

Jackson Pollock, Blue poles, 1952

Fu nel 1946 che il critico d’arte Robert Coates coniò il termine abstract expressionism, espressionismo astratto, facendo riferimento ad un nuovo fenomeno affacciatosi nell’arte al quale aderì una generazione di artisti dalla metà del 1940, nativi americani nonché migranti in fuga dall’Europa, artisti che avevano come comune denominatore le due guerre mondiali, la grande depressione, la guerra civile spagnola, la devastazione della bomba atomica e la conseguente guerra fredda. I primi lavori riflettono perciò il periodo nero legato a queste tristi vicende. Nel 1958 il museo d’arte moderna di N.Y organizzò la mostra The new American painting, presentando alcuni dei più famosi artisti espressionisti e nel 1959,oltre ad altre città europee, anche la Tate Gallery di Londra ospitò questa mostra. Oggi è la volta della Royal Academy of Arts, che, fino al 2 Gennaio 2017, ospita la mostra Abstract Expressionism, che raccoglie circa 150 opere tra dipinti, sculture e foto dei maggiori espressionisti astratti. Ad attendere il visitatore all’esterno, le sculture di David Smith, mentre nei grandi saloni interni fanno bella mostra le opere del maestro Pollock, col suo stile di ping, ovvero il modo di dipingere facendo colare il colore da dei fori o spargendolo con un bastone o pennellom, le grandi tele di Rothko, De Kooning, Barnett Newman, nonché Joan Mitchell con il dipinto luminoso in cui fa riferimento a Cezanne e alle ninfee di Monet. Ciò che accomuna questi artisti, oltre al clima di difficoltà storico -politico vissuto, è la rottura con la tradizione dell’arte realista e l’abbandono della serenità del figurativo per affermare una sofferenza totale e una successiva fiducia quando l’America si lascia alle spalle il periodo della guerra. Sottolineato dal curatore della mostra David Angam, “Non è facile interpretare questa corrente artistica” ma possiamo provare ad andare oltre le apparenze, come dice Rothko, e mettersi in discussione davanti a ciò che sembra evidente, non cessando di ricordare che le opere di questo movimento hanno ispirato artisti divisi fra l’angoscia del passato e la speranza di un futuro migliore.

Abstract Expressionism
Royal Academy of Arts
24 settembre 2016- 2 gennaio 2017
www.royalacademy.org

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MERAVIGLIE E PARADOSSI DEL RICICLO

Riutilizzare materiali considerati di poco valore può dare forma a stupefacenti meraviglie e paradossi, parafrasando l’omonimo titolo della mostra ideata da Cecilia Cecchini, curatore scientifico di Plart, il polo museale nel centro di Napoli che ospiterà l’esposizione dal 10 novembre al 7 gennaio 2017.
Ad animare Meraviglie e paradossi. Il design dello stupore, un regista, Andrea Barzini e un architetto, Silvio Pasquarelli, che hanno creato sei grandi busti coloratissimi, posizionati su bianchi piedistalli e realizzati grazie all’assemblaggio di piccoli oggetti di plastica che, però, conservano la loro distintiva forma originaria. I singoli elementi costitutivi sono semplici pezzi della vita quotidiana, selezionati scrupolosamente, catalogati e reinventati con il supporto grafico di bozzetti. Il carattere giocoso dell’esposizione nasce dal contrasto tra l’estrema semplicità dei materiali e la grandezza dei personaggi rappresentati, ovvero Il Re Sole, la Guerra, lEstate, Grace Jones, Donna Felicità e Dà Dà Miracolo, il santo dall’aria frastornata. Si aggiunge ai personaggi una santa, La Beata, che allude all’Estasi della beata Ludovica Albertoni, del Bernini, l’unico oggetto che non fa parte del ciclo di busti. Completano la mostra un catalogo in lingua italiana e inglese, edito dalle Edizioni Fondazione Plart e un cortometraggio realizzato dai due artisti, Preferisco lo stupore, che dà la possibilità al visitatore di conoscere la genesi dell’opera d’arte. Oltre all’aspetto ludico c’è di più. Si mette in mostra la straordinaria capacità della fantasia di raccontare storie inedite partendo da una materia prima umile, che diventa la base inaspettata di una critica al consumismo sfrenato della società odierna. Una mostra che stimola i sensi e l’intelletto.

Meraviglie e paradossi. Il design dello stupore
10 novembre 2016 – 7 gennaio 2017
da martedì a venerdì ore 10.00 – 13.00 / ore 15.00 – 18.00

Sabato ore 10.00 – 13.00
www.fondazioneplart.it

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Fotografia d’autunno

Vivian Maier

Se a primavera fioriscono le rose si potrebbe quasi dire che d’autunno fioriscono le mostre. Di fotografia. Nella stagione del foliage vanno in scena, nel Bel Paese, tre esposizioni tra le più interessanti in circolazione, assolutamente da visitare durante una gita fuori porta o un lungo weekend.

Vivian Maier: Nelle sue mani
All’Arengario di Monza arriva Vivian Maier, la fotografa bambinaia che ha rivoluzionato il concetto di street photography. La rassegna, visitabile fino all’8 gennaio, seleziona oltre 100 scatti tra le migliaia che ci ha lasciato in eredità questa vorace, ma fino alla sua morte sconosciuta, artista, molte delle quali finora mai esposte in Italia. Dalle immagini in bianco e nero a quelle a colori, passando per le pellicole 8mm, Maier indaga tra le vite che passano e si muovono intorno a lei, con un occhio attento e uno spirito curioso. Per saperne di più sull’esistenza della tata americana c’è il documentario, Alla ricerca di Vivian Maier, realizzato da John Maloof, agente immobiliare che comprò casualmente 120 mila negativi andati all’asta a causa delle gravi difficoltà economiche in cui versava la fotografa prima della morte.
www.arengariomonzafoto.wordpress.com

Henri Cartier Bresson – Fotografo
Sempre a Monza, alla Villa Reale, arriva uno dei più grandi maestri della fotografia, Henri Cartier Bresson. 140 scatti che ripercorrono la sua arte, capace di cogliere la contemporaneità delle cose e della vita. “Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge – spiegava il Maestro – In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.
La mostra sarà aperta fino al 26 febbraio 2017.
www.villarealedimonza.it

Rodrigo Pais – Abitare a Roma, in periferia
Il fotografo italiano Rodrigo Pais analizza la capitale italiana, testimoniando non solo un periodo storico dal punto di vista dello sviluppo urbano, ma analizzandolo nelle trame più sottili. La sua fotografia, realizzata con Leica o Rolleiflex, è la rappresentazione di una realtà cruda e diretta, che restituisce all’osservatore l’identità di una città che si trova nei volti della gente, nei luoghi e nei paesaggi in cui abitano. L’esibizione è organizzata in tre sezioni. La prima, affidata all’architetto Stefano D’Amico, ricostruisce lo sviluppo edilizio pubblico e privato, con i suoi difetti e pregi, a partire dagli anni ’50, con il Piano INA-CASA. La seconda, illustra le lotte per il diritto alla casa di una popolazione emarginata, in una situazione abitativa costituita da baracche precarie realizzate con materiali di fortuna, fino ad arrivare ai movimenti più consapevoli e organizzati da enti come il Sunia. La terza sezione è riferita al sociologo Franco Ferrarotti che, fin dagli anni ’70, si è occupato delle periferie di Roma, andando ad abitare per un certo periodo in una baracca al Borghetto Latino.
Museo di Trastevere fino al 13 novembre 2016
www.museodiromatrastevere.it

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Unpacking Fashion: al MET una mostra sui capolavori della moda

Ensemble, Raf Simons for House of Dior, Autumn 2014

Sarà inaugurata l’8 Novembre, al Met di New York, la mostra Unpacking Fashion, organizzata dal Costume Institute e patrocinata dal C. Center Anna Wintour, e che raccoglierà i capolavori più iconici di stilisti e designer dall’inizio del diciottesimo secolo ad oggi.
Curata da Jessica Regan e Andrew Bolton, la mostra – evento imperdibile per i trend-setter e gli storici del costume – propone una retrospettiva selezionata e attenta sulle innovazioni, le tendenze, le sfumature della moda che hanno interagito con i paralleli cambiamenti culturali e sociali della società.
Interessante sarà ammirare gli accostamenti di acquisizioni recenti, come un abito di John Galliano disegnato per Maison Margiela nel 2015, abbinati a capi d’epoca come una gonna Cristobal Balenciaga del 1946; giustapposizioni emblematiche, a volte estreme, mirate a sottolineare la fluidità dell’arte couturiera.
Fra i designers in mostra ci sarà Azzadine Alaia, Alexander McQueen, Raf Simons, Elsa Schiaparelli, Madeleine Vionnet e moltissimi altri per un totale di circa 60 pezzi.

Unpacking Fashion
Met Museum, New York
8 novembre 2016- 5 febbraio 2017

www.metmuseum.org/FashionMasterworks

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MARJOLEIN DALLINGA “IL GIARDINO DELLE DELIZIE”

Il Museo del Tessuto di Prato ospita Il Giardino delle delizie, la prima mostra personale in Italia della felt-maker Marjolein Dallinga.
Quattordici grandi opere in feltro, ispirate all’omonimo dipinto di Hieronymus Bosch, verranno allestite all’interno delle sale espositive del Museo fino al 29 gennaio prossimo, in un percorso magico e surreale che le armonizza coi tessuti e i macchinari antichi.
Le opere presentate al Museo del Tessuto sono espressione del subconscio dell’artista, attualmente residente in Canada, e rispecchiano la fascinazione per il mondo naturale.

Esposizione temporanea Il Giardino delle Delizie
16 ottobre 2016 – 29 gennaio 2017
Museo del Tessuto
Via Puccetti, 3 – Prato
www.museodeltessuto.it

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Moda di Carta: le opere di Isabelle de Borchgrave a Villa Necchi Campiglio grazie al FAI

Sarà la splendida cornice novecentesca di Villa Necchi Campiglio, in via Mozart a Milano, a ospitare la mostra Moda di Carta, con oltre trenta abiti realizzati interamente in carta dall’artista e stilista belga Isabelle de Borchgrave. Organizzata dal FAI e curata da Angelica Guicciardini l’esposizione, che aprirà il 20 ottobre prossimo e chiuderà il 31 dicembre 2016, si colloca nell’ambito dell’iniziativa Manualmente, espressione dell’impegno dell’ente tutelare sulla ricerca, salvaguardia e valorizzazione dell’artigianato artistico, quest’anno incentrato sulla scoperta e rivalutazione della carta, materia dalle “mille vite”, multiforme e versatile.
A patrocinare l’evento la Regione Lombardia, il Comune di Milano e la Camera Nazionale della Moda Italiana. La mostra è stata realizzata anche grazie al contributo di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, main partner, e di Comieco Consorzio Nazionale per il riciclo di carta e cartone – sponsor dell’iniziativa – e si integra nel progetto di Expo in città.
L’accurata e varia selezione di modelli, che passano dai tailleur di Dior ai colorati kimono giapponesi, si inserisce perfettamente nei saloni della villa, ideata e realizzata dall’architetto Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935. Queste fedeli riproduzioni cartacee sono frutto di una capillare ricerca dell’artista di quegli abiti che, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, hanno segnato la storia del fashion system, inoltre sono anche il frutto di una scrupolosa sperimentazione di quasi quarant’anni da parte della stilista, i cui materiali e le tecniche di lavorazione riescono a trasformare un elemento semplice e pregiato come la carta in vere e proprie opere d’arte, già esposte nei più importanti musei del mondo. Inoltre, grazie a questa mostra, è possibile osservare, nello spazio espositivo del sottotetto, l’allestimento del laboratorio da dove tutto prende vita.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Skira, realizzato grazie al sostegno di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e arricchito da un progetto fotografico speciale realizzato da Guido Taroni per il FAI.

Moda di Carta. Opere di Isabelle de Borchgrave.
Villa Necchi Campiglio, Via Mozart 14, Milano

Da mercoledì a domenica dalle ore 10 alle 18.

www.villanecchicampiglio.it

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Helmut Newton, innovazione e potenza comunicativa del nudo

Saddle I from the series Sleepless Nights Paris 1976
© Helmut Newton Estate

Arte della fotografia, genialità della composizione, fascino della moda, ma soprattutto potenza comunicativa di un corpo femminile nudo. È la sintetica ed efficace descrizione di uno dei fotografi di moda più amati e chiacchierati della seconda metà del Novecento: Helmut Newton. C’è chi lo ama follemente, chi è allo stesso tempo attratto e perplesso dal suo lavoro, ma di una cosa si può essere certi, gli scatti di Newton non lasciano mai indifferenti. Lo ha confermato la mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, una raccolta di immagini dei primi tre libri pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, tornata in Italia, a Genova, presso il Sottoporticato del prestigioso Palazzo Ducale e che sarà possibile visitare fino al 22 gennaio 2017. L’esposizione, ideata dalla vedova dell’artista June, si sviluppa esattamente come nei libri, in un vero e proprio viaggio che ripercorre il processo creativo dell’artista. Un lavoro particolare, quello del fotografo, che ha dedicato la sua vita allo studio del corpo femminile in tutte le sue sfaccettature, introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nel mondo della moda. Come suggerito dal titolo, il percorso all’interno della mostra si suddivide in tre step: White Women / Sleepless Nights / Big Nudes. Appena entrati nella prima sala ci si ritrova immediatamente avvinti dalle immagini della sezione White Women, una raccolta di foto a colori e in bianco e nero, innovative, crude e provocanti, sia se viste attraverso gli occhi dell’epoca, sia per quelli moderni. Le scene, quasi cinematografiche – dove la donna ha sempre un atteggiamento di superiorità e di forza rispetto all’uomo – hanno l’obiettivo di testimoniare la trasformazione del ruolo femminile nella società occidentale. Il viaggio continua con le immagini della raccolta Sleepless Night. Qui modelle seminude, con indosso corsetti ortopedici o bardate in selle di cuoio e quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, interpretano la fotografia di moda con un appeal nuovo e molto personale. Infine, la mostra si conclude con la sezione più significativa: Big Nudes, gigantografie di nudo scattate in studio. Imponenti e ipnotiche diventano per Newton un marchio di fabbrica che ha affascinato tutto il mondo. L’ossessione per il corpo femminile, per la moda e l’uso della luce naturale hanno portato Helmut Newton a entrare prepotentemente nella storia della fotografia di moda, modificandone l’immaginario collettivo attraverso composizioni erotiche, ma mai volgari. Attualmente il lavoro del grande fotografo è conservato e tutelato grazie all’impegno di sua moglie June e alla Helmut Newton Foundation, a Berlino.

Palazzo Ducale
Genova – 14.09.16>22/01/17

Modena incontra l’arte con la mostra Versus

Marina Abramovic e Ulay (1946-1943), Untitled

Alla Galleria Civica di Modena è stata inaugurata la mostra Versus. La sfida dell’artista al suo modello in un secolo di fotografia e disegno a cura di Andrea Bruciati, Daniele De Luigi, Serena Goldoni.
Pensata in occasione del festivalfilosofia, quest’anno dedicato al tema “agonismo”, l’esposizione raccoglie fotografie e disegni di 125 artisti che ripercorrono gli ultimi cento anni della storia dell’arte, dal 1915 al 2016: accanto ad opere di molti tra i protagonisti del Novecento saranno esposti lavori di artisti emergenti, nati tra il 1979 e il 1990, realizzati espressamente per l’occasione.
Il concept della mostra propone una declinazione del tema “agonismo” in direzione di un tentativo di superamento dei modelli precedenti e saranno proposte, fra gli altri, opere di Filippo De Pisis, Mario Sironi e Marina Abramovic e Ulay.
In occasione della giornata inaugurale, all’interno del programma di festivalfilosofia, alle ore 22.30 nel Chiostro di Palazzo Santa Margherita è stato proiettato Re – VERSUS, una selezione di video d’autore sul lavoro artistico tratti dall’archivio video di Careof, Milano, a cura di Martina Angelotti.


Galleria civica di Modena
Corso Canalgrande 103, Modena
www.galleriacivicadimodena.it
Da Mercoledì al Venerdì 10.30- 13 e 15- 19

Sabato, Domenica e festivi dalle 10.30 alle 19
Ingresso gratuito 

Collective Visions: la mostra fotografica per chi passa da Firenze

Si è inaugurata giovedì 29 settembre a Firenze nella suggestiva location delle Murate, ex carceri fiorentine completamente riadattate a spazio exhibition, la prima delle tre mostre fotografiche riguardanti il fiume Arno, e che si protrarrà fino al 13 ottobre con il nome di Collective Visions. La mostra promossa dalla fondazione Studio Marangoni vuole mettere in evidenza il rapporto esistente fra la città di Firenze e i suoi abitanti con il fiume che lo attraversa tramite una serie di immagini proposte da 9 fotografi selezionati da Jay Wolke, docente di fotografia della Columbia University di Chicago. La mostra chiuderà a novembre, mese di anniversario dei 50 anni dell’alluvione che danneggiò gravemente il capoluogo toscano, procurando ingenti danni a molte opere d’arte. Le foto spaziano da momenti di vita quotidiana in città a canoisti sul fiume, immagini di alloggi e affacci sul fiume, flashback affascinanti. Estremamente suggestive sono poi le fotografie dell’area naturalistica fra Brozzi e Campi Bisenzio, che si mostra come una verde foresta da esplorare. Si possono vedere anche le piante che costeggiano il lungo fiume mentre una video proiezione – Panta Rei – accompagna il fluire del visitatore lungo la mostra: scorrere come il fiume, gli eventi, l’arte.

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Levi’s® e Victoria and Albert Museum insieme per la più importante overview sulla cultura della ribellione

Ha inaugurato il 10 settembre l’exhibition “You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-70”, retrospettiva sulla cultura ribelle, espressa attraverso la musica e la sua influenza sulla moda, la politica, e sull’arte di quegli anni, che apre al Victoria & Albert Museum, in partnership con Levi’s®.
Levi’s®, partner del V&A in questa occasione, è un brand da sempre connesso alla young-culture, alle nuove idee, alle rivoluzioni e all’individualità, diventandone espressione forte, soprattutto negli anni Sessanta: uno straordinario periodo di cambiamenti sociali e culturali che diede vita a grandi manifestazioni musicali, a partire da Woodstock.
Capi iconici come i Levi’s® 505® vennero immediatamente legati a questa era, diventando simbolo di espressione personale: una vera e propria “tela bianca” per tutti i creativi e i movimenti anticonformisti.
Oggi Levi’s presenta il 505™C, una versione moderna e customizzata del 505™. La “C” sta per customized, in riferimento alla gamba più stretta, ridisegnato dai nostri designer per creare il fit slim perfetto.Per siglare la partnership con il Victoria & Albert Museum in occasione della mostra You Say You Want a Revolution: Records and Rebels 1966-70, Levi’s® lancerà una limited edition ispirata alla fine degli anni Sessanta.

www.vam.ac.uk

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