Le mostre di moda da vedere nel 2022

Suggerire un legame tra moda e arte è ormai pleonastico, perché le due sfere creative guardano con interesse l’una all’altra da sempre (già un certo Yves Saint Laurent, tra i primi stilisti a guadagnarsi una retrospettiva del proprio operato, inquadrò come meglio non si poteva la questione, sentenziando: «La moda forse non è arte, ma sicuramente ha bisogno di un artista per esistere») e la couture ha varcato da tempo le soglie delle più riverite istituzioni museali del pianeta, vedendosi riconoscere la dignità culturale che le spetta in quanto forma di creatività che, oltre ad assolvere al compito basilare di vestire le persone, si fa portatrice di innumerevoli altri significati, configurandosi come un mezzo espressivo, sic et simpliciter.

Nonostante limitazioni, contingentamenti e incertezze causate dal perdurare della pandemia, anche nell’anno appena cominciato non mancheranno esposizioni di livello, tra antologiche dei giganti del fashion world, compendi di storia del costume e rassegne che si propongono di sistematizzare argomenti meno scontati di quanto sembri, come la dinamicità del menswear.

Settecento!


Ph. Andrea Butti

Il ritrovamento – con successiva donazione dell’associazione Amichae al museo – di tre indumenti del ‘700 (una robe à la française, un completo formato da gonna e corpetto di taffetà, un bustier in seta operata), sontuosamente decorati e conservatisi alla perfezione, diventa l’occasione per tracciare dei parallelismi tra l’abbigliamento dell’età dei Lumi e l’estro dei brand moderni.
A Palazzo Morando, nel Quadrilatero meneghino, i pezzi succitati vengono presentati al pubblico per la prima volta, affiancati da vesti, tessuti e accessori già parte della collezione permanente, e rappresentano il fulcro su cui le curatrici, Enrica Morini e Margherita Rosina, orchestrano il percorso espositivo, facendo dialogare abiti del XVIII secolo ed ensemble firmati tra gli altri Dolce&Gabbana, Max Mara, Gianfranco Ferré e Vivienne Westwood, individuando rispondenze sorprendenti tra i corsetti delle nobildonne di secoli addietro fa e i bustier Versace o D&G, ad alto tasso di sensualità, oppure tra l’ornamentalismo settecentesco e l’abbondanza, nei repertori delle maison selezionate, di intrecci floreali, embroderies, scenette campestri, stampe caleidoscopiche e altre leziosità.
Settecento! è visitabile fino al 29 maggio.


Le vie della piccola frazione di Torriggia

Un abito del ‘700, Gianni Versace S/S 1992 (ph. Andrea Butti), l’allestimento, Dolce&Gabbana F/W 2012 (ph. Giulia Bellezza)


Thierry Mugler, Couturissime


Ph. Christophe Dellière/MAD, Paris

Al Musée des Arts Décoratifs parigino, fino al 24 aprile, è in corso la mostra dedicata a un designer larger than life, come direbbero gli americani. Thierry Mugler, a partire dal 1973 e per i successivi due decenni, ha epitomizzato lo sfavillio, l’esorbitanza insuperata delle sfilate di quel periodo, orchestrando show faraonici (che sarebbe arrivato ad allestire in uno stadio, con tanto di spettatori paganti) in cui irrompevano creature impossibili, vestite di pneumatici, armature metalliche che le rendevano simili ad androidi supersexy, scaglie e piume dalle sfumature iridate.
Decine di look delle collezioni di alta moda e ready-to-wear, immagini delle campagne pubblicitarie del marchio (ambientate in scenari mozzafiato come il deserto del Sahara, i doccioni del grattacielo Chrysler Building o le distese ghiacciate della Groenlandia), materiali che documentano le collaborazioni con artisti del calibro di Madonna, Lady Gaga e George Michael, i costumi realizzati per la messinscena del Macbeth alla Comédie Française, nel 1985, e un focus sulla rivoluzionaria fragranza Angel (ancor oggi vendutissima) compongono la summa dell’opera portentosa di un visionario che, dichiarandosi «affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano», sostiene di aver «usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo».


Haute Couture F/W 1997-98 (Ph. © Alan Strutt), una adv (ph. Manfred Thierry Mugler), la mostra (ph. Christophe Dellière/MAD, Paris), uno scatto per Angel (ph. Manfred Thierry Mugler)


In America: A Lexicon of Fashion


© The Metropolitan Museum of Art

Preceduta dalla consueta parata di vip dagli outfit mirabolanti, radunatisi sul red carpet par excellence, In America: A Lexicon of Fashion ha segnato il ritorno in pompa magna delle abituali rassegne a tema del Costume Institute del Met di New York, dopo lo stop per l’emergenza pandemica nel 2020, e resterà aperta fino al 5 settembre. Si tratta, in realtà, della prima parte (la seconda, An Anthology of Fashion, prenderà il via a maggio) di un’indagine ampia e articolata sulla moda a stelle e strisce, di cui si cerca innanzitutto di istituire un vocabolario che tenga conto delle molteplici sfaccettature, dell’identità poliforme della nazione.
Nell’ideazione dell’exhibition, il primum movens è una trapunta patchwork dell’Ottocento che reca su di sé centinaia di firme, metafora dell’eterogeneità degli Stati Uniti, intorno alla quale si articola la narrazione visiva, con circa cento mise, maschili e femminili, raccolte in dodici sezioni corrispondenti ad altrettante parole chiave – o “qualità emotive”, come le definisce il curatore Andrew Bolton, ad esempio “nostalgia”, “fiducia” o “forza”: si va dal casual in purezza di Ralph Lauren e Tommy Hilfiger ai gown di Oscar de la Renta, dall’easywear solitamente associato allo stile made in Usa (dunque chemisier scamosciati Halston, abitini a portafoglio Diane von Furstenberg, tailleur Donna Karan…) alle elucubrazioni goticheggianti di Rodarte, fino alle proposte da passerella delle rising star Telfar, Christopher John Rogers e Collina Strada.


Tutte le foto, © The Metropolitan Museum of Art


Christian Dior: Designer of Dreams


Ph. Paul Vu

L’inventore del New Look (copyright di Carmel Snow, storica direttrice di Harper’s Bazaar), vale a dire la silhouette che, nel secondo dopoguerra, fissò il canone dello chic parisienne, con spalle arrotondate, vita stretta e massive gonne a campana, è oggetto attualmente di due mostre dal medesimo titolo, a NYC (visitabile fino al 20 febbraio) e Doha (31 marzo).
L’allestimento del Brooklyn Museum prova a rileggere attraverso un filtro americano l’epos di Christian Dior, che nel 1948 aprì una filiale proprio nella metropoli sulla East Coast, riservando un’intera sala agli scatti dei fotografi statunitensi – come Richard Avedon, Irving Penn, Herb Ritts, David LaChapelle – che hanno contributo a far conoscere le opulente creazioni della griffe a una platea internazionale, e individuando dei punti di contatto tra il lavoro dei successori di Monsieur e autori o correnti dell’arte nazionale (vedi l’influenza di Jackson Pollock su Marc Bohan, o i modelli di Ferré che sembrano ammiccare all’architettura dell’edificio); l’esposizione consta, inoltre, di oltre 200 abiti couture, filmati, sketch e altre chicche d’archivio.
All’M7, nella capitale emiratina, lo spartito non si discosta molto da quello della Grande Mela, con capi di sfilata, schizzi e memorabilia a bizzeffe.


Richard Avedon, Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, 1955, Ph. Here and Now Agency, ph. Daniel Sims, ph. Nelson Garrido


Reinvention and Restleness: Fashion in the Nineties



Dal 19 gennaio al 17 aprile, il Fashion Institute of Technology newyorchese metterà sotto la lente una delle decadi più dibattute, irrequiete e – in termini stilistici – prolifiche in assoluto, in cui i timori per l’avvento del nuovo millennio andavano di pari passi con un’eccitazione e una voglia di cambiamento generalizzate; un coacervo che si rispecchia nella polifonia di visioni, tendenze e spinte (anche) contrapposte delle collezioni di allora, delle quali gli oltre 85 tra look e accessori disposti negli spazi del FIT offrono un sunto vestimentario.
Dopo il passaggio introduttivo nella galleria multimediale, che mixa riprese video, défilé con LE top model (Naomi, Claudia & Co.), spezzoni di titoli simbolo degli anni ‘90 come Ragazze a Beverly Hills e Sex and the city, il visitatore può così soffermarsi sul grunge di Marc Jacobs e Anna Sui, sull’eveningwear sfacciatamente glam di Tom Ford per Gucci, sulla sublimazione del minimal operata da Jil Sander e Calvin Klein, sull’avanguardismo duro e puro di Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Martin Margiela.
A completare il tutto, un catalogo da collezione edito da Rizzoli Electa, con foto di fuoriclasse dell’obiettivo quali Steven Meisel, Nick Knight, Ellen von Unwerth e Rankin.


Three piece green python snakeskin ensemble consisting of cropped double breasted jacket with wide notched lapels, and round plastic silver and green buttons with red star at center, matching python bra top and miniskirt.

Yves Saint Laurent aux musées



Esattamente sessant’anni fa, a Parigi, quello che viene spesso considerato il più grande couturier di tutti i tempi fondava la maison che porta il suo nome. Per onorare l’anniversario, la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent ha coinvolto sei musei della Ville Lumière – Centre Pompidou, Musée d’Orsay, Musée d’Art Moderne, Louvre, Musée Picasso, Musée Yves Saint Laurent – in una exhibition diffusa che, proprio come il geniale stilista franco-algerino, si propone di «guardare la moda da prospettive e modalità differenti, andando a ritroso nel tempo».
Dal 29 gennaio – lo stesso giorno in cui, nel 1962, andò in scena la prima sfilata del brand – al 18 settembre, ognuna delle sedi si concentrerà su un aspetto specifico del corposo, ineguagliabile heritage del marchio: al Pompidou l’iconico – termine quanto mai appropriato – tubino Mondrian del ‘65, che trasferiva su tessuto le partiture cromatiche dell’astrattista olandese, è esposto di fianco al dipinto originale, mentre al Museo d’Orsay si sottolineano le affinità tra l’attenzione alla luce di un outfit YSL datato 1986 e Le déjeuner sur l’herbe di Monet, e si mette in luce la sensibilità letteraria di Saint Laurent, debitrice soprattutto a Proust; al Louvre, invece, viene evidenziata la sua fascinazione per gli ornamenti dorati e le decorazioni preziose in generale, che emerge dal confronto tra modelli delle collezioni passate e abiti e gioielli della corona francese.


Mondrian dress, ritratto dello stilista (ph. Jean-Loup Sieff), abito HC S/S 1988 ispirato a Braque, Saint Laurent (ph. Getty Images)


Fashioning Masculinities: The Art of Menswear


Harry Styles nella campagna Gucci Pre-Fall 2019, ph. Harmony Korine

Al Victoria & Albert Museum di Londra si terrà, dal 19 marzo al 6 novembre, una mostra volta a indagare la moda uomo di oggi attraverso un excursus tra epoche, trasformazioni e prospettive future; il momento è propizio, con la concezione della mascolinità messa in discussione tra fluidità, gender bender e un generale rimescolamento di nozioni e dinamiche.
L’intento è «celebrare il potere, l’artisticità e la diversità del vestire e apparire maschili» dal Rinascimento ai giorni nostri, gli organizzatori evidenziano pertanto quanto siano cambiati, nei secoli, i concetti nodali di “Undressed”, “Overdressed” e “Redressed”, che danno il titolo alle tre sezioni; così le mise funamboliche delle label che stanno ridefinendo l’orizzonte del menswear (ad esempio Gucci, Raf Simons, Wales Bonner o Harris Reed) trovano posto accanto a sculture e opere d’arte, e si analizzano le scelte di stile delle celebs passate e presenti (da David Bowie a Billy Porter e Harry Styles) riuscite, negli anni, a sfidare la percezione comune di ciò che gli uomini potrebbero (o dovrebbero) indossare.


Wales Bonner S/S 2015 (ph. Dexter Lander), Gucci F/W 2015, Harris Reed – Fluid Romanticism 001 (ph. Giovanni Corabi), Market Tavern, Bradford, England, 1976, ph. by Chris Steele-Perkins


Per l’immagine in apertura, credits: ph. Paul Vu

40 anni positivi. Dalla pandemia di AIDS a una generazione HIV free

Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione sul New York Times di un articolo che documentava l’arrivo di una nuova e sconosciuta malattia poi identificata con AIDS, acronimo di “Sidrome da Immunodeficienza Acquisita”.  Per celebrare quattro decenni di battaglie nei confronti dell’infezione da HIV, la Galleria dei Frigoriferi Milanesi Milano ospita, dal 12 novembre al 5 dicembre 2021, la mostra “40 anni positivi. Dalla pandemia di AIDS a una generazione HIV free”.

La rassegna presenta documenti d’archivio, manifesti, opere d’arte, campagne pubblicitarie che raccontano la grande rivoluzione della cura e dello sviluppo della ricerca scientifica che ha visto radicalmente modificato il proprio corso a cambiare l’approccio verso una medicina partecipata e di prossimità. 

Il percorso espositivo si apre proprio con la copia del quotidiano newyorkese da cui si snoda una narrazione attraverso materiali d’archivio provenienti della Fondazione Corriere della Sera e da quelli delle associazioni milanesi particolarmente attive nella lotta contro l’AIDS. 



Farà da cerniera alla sezione della mostra una galleria con i volti di personaggi che hanno contribuito a definire un salto verso l’autodeterminazione e verso l’abbattimento dello stigma che ancora oggi pesa sulla vita delle persone che vivono con HIV.

Qui si trovano i ritratti dell’artista americano Larry Stanton realizzati nel 1984 poco prima della sua morte o Last Night I took a man di David Wojnarowicz, vera e propria poesia visiva con un forte impatto di denuncia politica e di rivendicazione corporea, o ancora “AIDS: You Can’t Catch It Holding Hands” di Nikki de Saint Phalle. 



Anche la comunicazione visiva si fa coinvolgere con le campagne pubblicitarie di Benetton, dedicate all’AIDS, firmate da Oliviero Toscani e con la fotografia di Therese Frare scattata all’attivista David Kirby, che si rese disponibile a essere immortalato negli ultimi momenti della propria vita come estremo gesto politico.

Particolarmente toccanti sono le immagini scattate da un autore anonimo all’Ospedale Sacco di Milano che documentano la dimensione intima della cura all’interno del reparto di malattie infettive, negli anni più bui della pandemia. 



Uno spazio particolare è dedicato all’installazione immersiva del Names Project AIDS Memorial Quilt (La coperta dei nomi). ll progetto, nato da un’idea di Cleve Jones, prevedeva la realizzazione di pannelli di stoffa su cui erano impressi pensieri e disegni per commemorare amici e familiari scomparsi che, proprio perché morti di AIDS, avevano difficoltà a ricevere i funerali.  



La rassegna prosegue con la documentazione della performance I Miss You di Franko B, e si chiude con una sezione dedicata alla rappresentazione visuale degli studi scientifici Partner 1 e 2, che dimostrano quanto il rischio di trasmissione nei rapporti sessuali non protetti con persone HIV positive in trattamento sia ZERO.

“40 anni positivi” propone anche uno spazio sonoro, realizzato attraverso due opere audio e la composizione dei diversi documenti audio-video, come i preziosi documenti provenienti dall’Archivio GLBT Historical Society.  

La sera dell’inaugurazione, tre attrici – Federica Fracassi, Alessia Spinelli e Lucia Marinsalta – leggeranno testi particolarmente significativi nella lotta contro la malattia, come i Principi di Denver, Last Night I took a man di David Wojnarowicz e una rielaborazione degli studi Partner.

Spyros Rennt in mostra a Milano con Body Heat

Spazio Martin presenta Body Heat, la prima mostra personale in Italia del fotografo Spyros Rennt.

I corpi di amanti, amici o sconosciuti, ritratti in privato o in pubblico sono il fulcro della mostra di Rennt che ha prodotto una serie impressionante di immagini che documentano le sue esperienze personali. Il suo obiettivo attraverso questa documentazione è quello di contribuire al discorso pubblico sull’emancipazione sessuale e di sostenere la visibilità e la rappresentazione della comunità LGBTQ+. 



Mentre le immagini possono solo presentare e ricostruire le sue esperienze passate in modo inevitabilmente frammentato, l’amore che lega il fotografo agli individui, ai gruppi di persone (e anche a parti dei loro corpi), è evidente in tutto il suo lavoro; è ciò che lo collega all’essenza stessa della sua comunità.



Spyros Rennt vive e lavora tra Atene e Berlino. Il suo lavoro fotografico documenta la sessualità queer e la sottocultura rave attraverso un obiettivo personale. Ha pubblicato due libri fotografici, Another Excess (2018) e Lust Surrender (2020). Ha esposto il suo lavoro in mostre collettive in Europa e negli Stati Uniti, in spazi come lo Schinkel Pavillon (Berlino, 2019) e lo Schwules Museum (Berlino, 2021). 



Il suo lavoro è stato presentato in pubblicazioni di tutto il mondo, come Interview, i-D, Dazed, Sleek, Indie, Electronic Beats e Kaltblut, tra gli altri. Ha ricevuto la Stavros Niarchos Foundation Artist Fellowship da ARTWORKS (2021). 

Spazio Martín è il risultato di una collaborazione tra Fulvia Monguzzi (Miss Goffetown), pittrice, Roberto Aponte, designer e Francesco Pizzorusso, architetto. È uno spazio di lavoro, un luogo di scambio di idee, dialogo, incontro e condivisione di esperienze multidisciplinari. Martín è legato al territorio, ma vuole allargarne i confini, dando visibilità a tutte le forme d’arte e d’espressione. È aperto al pubblico come un vero e proprio atelier e spazio espositivo.

Al Met di New York una mostra esplora il significato profondo della moda americana


Emozioni e creatività intessute in abiti capaci di lasciare un solco nella storia. La mostra di quest’anno del Costume Institute, nella suggestiva cornice del Metropolitan Museum of Art di New York, celebra la moda americana, sfaccettata e diversificata come gli Stati Uniti e le molteplici culture che ne fanno parte.

L’esposizione “In America” è un’indagine del significato profondo dell’American fashion: frazionata in due parti, “In America: A Lexicon of Fashion” e “In America: An Anthology of Fashion”, è stata inaugurata il 18 settembre 2021 e rimarrà aperta fino al 5 settembre 2022.



La prima parte della mostra celebra il settantacinquesimo anniversario del Costume Institute e stabilisce, nell’Anna Wintour Costume Center curato da Andrew Bolton, un moderno vocabolario della moda americana. 

Principio organizzativo e ispirazione della mostra, una trapunta patchwork. Un oggetto semplice, per indagare le complessità di un’intera società. L’opera, iniziata nel 1856 da Adeline Harris Sears, si compone di quadrati a forma di diamante che portano 360 firme, tra cui quelle di otto presidenti americani. 



Tra i designer in mostra, Diane Von Furstenberg, Patrick Kelly, Ralph Lauren, Tara Subkoff, Oscar de la Renta, Tommy Hilfiger, Off White (Virgil Abloh). 

Nelle sale si possono incontrare, tra i numerosi capi, il vestito anni ’70 di Diane Von Furstenberg, che avvolge il corpo celebrando il lifestyle di una donna in carriera, oppure l’abito di Patrick Kelly del 1986-87, definito da un cuore di bottoni colorati. 



Durante l’anno, la mostra si trasformerà con rotazioni e aggiunte, rappresentando la vitalità e la mutevolezza della moda americana.

La seconda parte, “In America: An Anthology of Fashion”, aprirà nelle sale dell’American Wing il 5 maggio 2022, per esplorare le narrazioni sartoriali legate alle storie di quelle stanze.

Sono i manichini dell’italiana Bonaveri ad accompagnare la narrazione e a guidare i visitatori alla scoperta di abiti e suggestioni. Da esporre nel prestigioso museo, sono state scelte le figure della collezione Schläppi 2200: le figure, per la maggior parte femminili, si caratterizzano per le forme artistiche, nelle quali la personalità scaturisce da dettagli minimi, dalla misura del gesto, dalle armonie profonde. I manichini maschili selezionati per la mostra sono invece della collezione Tribe.

Creata negli anni ‘60, la collezione Schläppi si caratterizza per le sue forme artistiche e minimali, fluide, eleganti, statuarie. I manichini originali Schläppi nascono dall’intuizione di due uomini visionari: Schläppi e lo scultore Lorenzo Piemonti. Nel 2001 Bonaveri ha acquisito il marchio Schläppi, gli archivi, le proprietà intellettuali e tutte le collezioni esistenti. Lavorando sulla base dell’intuizione creativa originale di Piemonti, Bonaveri ha portato la forma Schläppi nel presente, rendendola un punto di riferimento nella narrazione della moda contemporanea globale.

Piero Gemelli: quando la perfezione rima con rivoluzione

Se si volesse sintetizzare in una formula la localizzazione intellettuale dell’opera di Piero Gemelli, la cui mostra La bellezza svelata a cura di Maria Savarese e Maria Vittoria Baravelli è prorogata fino al 21 novembre al Pan di Napoli, risiederebbe nell’intersezione – che appartiene alla storia della fotografia di moda negli anni 70 e 80 – tra “corpo vestito” e “vestito corporeizzato”. È proprio in quegli anni, infatti, che inizia la conversazione fra immagini che s’insinuano nel solco tra la “bella” foto di moda e tranches de vie quotidiane nelle quali il vero soggetto non è più l’abito in quanto tale, bensì l’abito incarnato.  Non è un caso che sul finire del decennio più edonista della nazione nasce il fenomeno delle top model. È, almeno in parte, il riflesso di una situazione nella quale si avverte l’esigenza di sostituire alla consueta ricetta “vestito + modella” un corpo unico, reale, effettivo, identificabile in un volto, un nome, una personalità, una provenienza geografica.



Gemelli, uomo di grande cultura e di ricche letture, non si schiera né dall’una, né dall’altra parte, pur ritraendo, in scatti divenuti emblematici, signore come Carla Bruni o Monica Bellucci. Piega i due rami della questione realizzando corpi vestiti e abiti resi corpo all’interno di composizioni dalle proporzioni vitruviane: del resto, la sua formazione in architettura, lo porta a privilegiare la composizione formale, mantenuta – come in un leitmotiv – sempre con un occhio vigile, partecipe, mai distaccato. C’è un sentimento geometrizzato che deriva, da un lato, dai suoi studi; dall’altro si fa partecipe dell’interiorità del soggetto. «La fotografia non ruba l’anima», appunta sui suoi taccuini poiché è anche un pensatore finissimo. «Racconta invece l’anima messa a nudo di chi fotografo». E, ancora, in un altro appunto: «Cerco in te ciò che riconosco di me e tu trovi con me una parte nuova di te».



Nessun atteggiamento dominante da parte del fotografo demiurgo alla Blow Up, per intendersi, quanto l’esercizio dell’empatia, la ricerca della complicità con chi è ritratto da lui, senza prevaricazioni di nessun tipo. Anzi, “nome omen”, per Gemelli tutte le persone che si trova a fotografare sono in qualche modo dei suoi doppi. E spesso lo sono anche le cose: se il mondo degli oggetti non ci offre alcun conforto, allora li si distrugga, come nella celebre serie di still-life di cosmetici che vengono letteralmente fatti esplodere e ripresi al momento della deflagrazione, come le fragili composizioni di frammenti di statue classiche che vivono in precario equilibrio, come le sculture di ferro ritorto che somigliano ai mobiles di Calder. Perfino l’erotismo per cui Gemelli è così noto, non ha valenze sessuali, è un elemento che fa parte di uno spiritoso trompe l’oeil, con le due ragazze unite/divise da una zip dipinta sulla parte laterale delle loro nudità, nell’ambiguità intrisa di humour in cui una Bellucci/Jessica Rabbit accosta la guancia a una Bellucci/Rodolfo Valentino.


Perché questo è il punto che, secondo chi scrive, in pochi notano: le sue foto, che solo a un primo, fuggevole sguardo, possono sembrare levigate, glamorous, perfettamente riuscite dal punto di vista tecnico (anche per questo Gemelli è un maestro della fotografia internazionale), ma a una più attenta visione sono profondamente, assolutamente, indubbiamente politiche. E con questo non intendiamo etichettare Gemelli come appartenente a una precisa ideologia: il flacone di profumo che salta in aria, a richiamare alla mente la scena finale di Zabriskie Point, va nella direzione di un anti-consumismo marxiano: dato ancora più ironico se si pensa che quella foto è pubblicato su una delle riviste più leggendarie per la moda da vendere, Vogue Italia. E così, certe donne oggettivizzate – di lui felici complici – o costrette nei stereotipi di bellona che soggiace al seduttore, sono una presa di posizione nei confronti del femminile che pochissimi fotografi di moda hanno o hanno avuto. Perfino le nature morte hanno la foto di un occhio, di una bocca, un ciuffo di capelli accostati a squadre, forme da scarpe, righelli: l’organico convive con l’inorganico, il caduco si sposa al quasi-eterno. La grandezza di Gemelli risiede nell’usare le espressioni più “canoniche” della fotografia per introdurvi sempre un elemento che scava più nel profondo, sempre di più. Fino fare anche un po’ male, o perlomeno a continuare un lavorio che dall’occhio dello spettatore si trasferisce al suo cervello e poi al suo cuore. Sorge il dubbio se per Piero Gemelli valga il contrario della famosa massima di Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo». Me il mondo, sembra chiederci lui, salverà questa bellezza strapazzata dal capitalismo, questi corpi usati come attaccapanni, quest’erotismo mercificato che illustra una mineralizzazione dell’umanità? Il Maestro usa codici strutturali antichi, rassicuranti, rinascimentali: «Ho sempre cercato un punto di equilibrio tra la libertà creativa e i limiti racchiusi nelle richieste dei clienti. In questa continua ricerca tra la progettualità dell’architetto e l’anarchia emotiva del creativo, ho sempre trovato il modo di raccontarmi; per fortuna, senza avere mai avuto la sensazione di esserci riuscito fino in fondo, altrimenti il gioco sarebbe già finito», dichiara in un’intervista. «Ritengo la bellezza l’equilibrio tra opposti ed imperfezioni. Cerco il dialogo tra istinto e progetto».


Tutto il suo corpus di opere si svolge sotto il segno della tensione tra essere e divenire, mostrare e dimostrare, consolare e fare riflettere. Usando i criteri della foto di moda “ben fatta”, Piero Gemelli porta avanti un linguaggio che è formale e malinconico, lieve e impegnato, perfettamente leggibile eppure continuamente enigmatico. Se imparassimo a leggerle, le immagini ci porterebbero in un tempestoso turbinio di sensazioni. Ma è come un mulinello sotto l’acqua di un lago: la loro superficie è perfetta, specchiata, impeccabile. E in quest’ennesimo ritrovamento del doppio che ritroviamo il suo fascino più autentico. E se anche volessimo per forza definirle “classiche”, queste foto, queste costruzioni visive, ricordiamo le parole di Salvatore Settis in Futuro del classico: «Quanto più sapremo guardare al “classico” non come a una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di sorprendente da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il “diverso”, tanto più sapremo formare le nuove generazioni per il futuro». 

Immagine di copertina: Giada, Milan, 1996

Sailor Moon il primo cartoon ad affrontare tematiche LGBTQ+ negli anni Novanta

Nostalgia, nostalgia canaglia. Una generazione, quella nata tra gli anni 80 e i primi anni 90 che il 1 maggio 1997 è rimasta orfana di uno dei baluardi della cultura pop connessa al mondo delle “anime”. A distanza di tempo, pronta a versare qualche lacrima e poco prima delle nuove restrizioni che hanno visto la chiusura dei musei, sono approdata alla mostra che celebra il quarto di secolo di Sailor Moon in Italia, presso il Museo del Fantastico di Torino (Mufant). 

Dopo aver scavato nei cassetti della memoria, letto articoli e saggi mi sono persa nell’edificio situato alla periferia del capoluogo sabaudo, tra memorabilia e gadget di Jack The Skeleton e Il Signore degli anelli, con la consapevolezza che Sailor Moon è stato davvero il primo manifesto di emancipazione sessuale nel panorama delle reti televisive italiane. Un “anime” incredibilmente gender che, nei due anni di trasmissione nel nostro Paese, subì pesanti censure che interessarono, appunto, i personaggi Lgbtq+ all’interno della storia: dai cattivi Lord Kaspar e Zachar, quest’ultimo riproposto sotto “sembianze femminili” per giustificare la relazione omosessuale tra i due, alle due guerriere Sailor Uranus e Sailor Neptune, unite da una profonda relazione amorosa. Non solo: il personaggio di Heles è gender fluid. Spesso veste abiti maschili e lascia che gli sconosciuti la percepiscano come uomo. Ma la sessualità, in Sailor Moon, è un argomento che non ha confini: lo dimostra il fascino che Bunny stessa subisce sia dalla sua amica Sailor Jupiter la prima volta che la conosce, sia nei confronti di Sailor Uranus, con la quale si scambierà anche un bacio nella terza stagione.


Nella quinta e ultima serie, infine, vediamo le Sailor Stars, le paladine trans: nella vita normale sono uomini, mentre possono trasformarsi diventando donne. Il trio, inizialmente non censurato in Italia, venne lapidato dalla psicologa Vera Slepoj che sentenziò: «Sailor Moon è un’eroina dotata di una grande forza, una donna che comanda. È un personaggio molto ambiguo, con tratti maschili. Tutto ciò crea disturbi nei bambini, li confonde proprio in un’età in cui hanno un grande bisogno di modelli da imitare». Dalle guerriere Sailor i preadolescenti dell’epoca hanno imparato il senso della sorellanza, dell’amicizia e della complicità. La storia delle guerriere è stato un manga in grado di precorrere i tempi e di normalizzare ciò che dovrebbe essere normale già di natura. Per questo Sailor Moon viene percepito come un vero e proprio manifesto LGBTQ+ attraverso il quale si imparava a non temere la propria identità e il giudizio altrui.

La Luna Splende, Il Cristallo del Cuore, Il Mistero dei Sogni e Petali di Stelle per Sailor Moon sono le sigle che accompagnano il percorso espositivo segnato da cartelli di stampo analitico e femminista, dai giocattoli e dal materiale scolastico che hanno lasciato un segno indelebile nei Millenials. 

La mostra riaprirà al pubblico il 7 dicembre 2020, salvo nuove disposizioni.

Irina Razumovskaya: a new inner geometry

«Mi lascio guidare nel mio lavoro da emozioni e memorie di impressioni, ma non posso costringere il mio osservatore a sperimentarle allo stesso modo. Mi piace lasciare un’interpretazione aperta, poiché questo è il modo in cui io stessa amo vivere l’arte» Così descrive la propria pratica artistica Irina Razumovskaya che presenta i suoi raffinati lavori in ceramica nella mostra “Inner Geometry”  fino al 26 ottobre 2018, presso la galleria Officine Saffi, punto di riferimento milanese per l’arte ceramica contemporanea. Razumovskaya nasce a Leningrado, in URSS, nel 1990. Quando ancora ha pochi mesi di vita la realtà attorno a lei subisce un processo di cambiamento così radicale e rapido da risultare quasi prodigioso. La sua città natale riprende il nome imperiale di San Pietroburgo e la sua nazione quello ancestrale di Russia. Pur se troppo giovane per appartenere alla generazione della Ostalgia – cresciuta a cavallo di due sistemi politici e culturali, e immortalata in film come “Good Bye, Lenin!” (2003) di Wolfgang Becker o più recentemente da Natalya Kudryashova in “Pionieri-Eroi” (2016) – ciò nonostante la ventisettenne scultrice sembra subirne un fascino discreto. Riferimenti all’estetica del Vchutemas – la scuola d’arte moscovita che negli anni Venti divenne il centro di riferimento per l’avanguardia – riecheggiano infatti nell’uso di forme geometriche pure per le sue sculture in ceramica, restituendo un’idea quasi romanticizzata dell’estetica sovietica. Ma questa è per lo più un’opera di mediazione culturale tra generazione. I “dashing 90s”, con la loro carica dirompente di rigenerazione ma anche la loro instabilità, sono infatti quello che l’artista per lo più ricorda della sua infanzia. Riflessioni di matrice filosofica sull’invecchiamento, l’ineluttabilità del deperimento della materia, l’osservazione analitica di strutture architettoniche opposta a visioni sintetiche di paesaggi, sono alla base della ricerca artistica di Razumovskaya. La fascinazione per una bellezza non comune, per l’inatteso, la portano a descrivere nelle sue opere i profili essenziali di oggetti domestici, di parti di macchinari, o ancora dettagli di edifici con tutte le loro possibili sfumature di granulosità. Le semplici forme geometriche, punto di partenza di ogni sua scultura, vengono alterate dall’artista con successive modifiche e rotture. Durante la smaltatura il controllo iniziale sulla forma va progressivamente e inevitabilmente sciamando, man mano che la struttura evolve indipendentemente all’interno del forno di cottura, divenendo qualcosa d’altro, rispondendo a regole di una forma diversa di geometria. «Nel mio lavoro cerco di evitare il dinamismo, mentre favorisco la simmetria. Mi piace che i miei pezzi non abbiano un significato scontato e siano animati da una propria vita interiore». Con Inner Geometry” Irina Razumovskaya colleziona immaginari reperti provenienti da oniriche rovine contemporanee, edificate su visione di forme e simboli inconsci, ribadendo così la sua ferma convinzione che il lirismo consista più nel celare che nello svelare e che l’arte trovi la sua massima espressione “tra le linee” di una poesia, tra le crepe della ceramica, nel mistero, nel suo pieno senso etimologico di ciò che non deve – o non dovrebbe – essere rivelato.

 

Irina Razumovskaya
Inner Geometry
26.09 – 26.10.2018
Officine Saffi
Via A. Saffi, 7 – 20123 – Milano
www.officinesaffi.com

 

Photo Courtesy of Officine Saffi

 

®Riproduzione riservata

TEX. 70 ANNI DI UN MITO

Ci sono personaggi che resistono al passare del tempo. Alcuni diventano parti fondamentali della cultura di un paese, accompagnandoci anno dopo anno, sempre lì testimoni immobili della nostra storia e che attraverso le loro avventure ci stanno accanto.
Quest’anno uno dei protagonisti principali della fumettistica italiana compie 70 anni: TEX.

Cop_TEX_695 (1)Il 30 settembre 1948, infatti, veniva pubblicata la prima striscia di fumetti ideata da Gianluigi Bonelli e disegnata da Aurelio Galeppini, il ranger più amato del fumetto italiano e uno tra i più longevi al mondo.
Settant’anni dopo, Sergio Bonelli Editore celebra l’eroe con una grande mostra dal titolo TEX. 70 ANNI DI UN MITO, aperta dal 2 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019 al Museo della Permanente di Milano e patrocinata dal Comune di Milano. Curata da Gianni Bono, in collaborazione con la redazione di Sergio Bonelli Editore, la mostra racconta, attraverso foto, disegni, schizzi, materiali rari o assolutamente mai visti prima, come Tex sia diventato un vero e proprio fenomeno di costume. I visitatori potranno così ammirare, tra gli altri pezzi, la prima vignetta di Tex declinata in varie lingue, il ritratto di Gianluigi Bonelli e famiglia realizzato da Tacconi,fotografie di Aurelio Galleppini e anche la mitica macchina da scrivere di Gianluigi Bonelli: l’Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex, decorata con disegni a penna dallo stesso Gianluigi e oggi conservata nella sala riunioni della Casa editrice.

Poster_Mostra Tex70TEX. 70 ANNI DI UN MITO.
2 ottobre 2018 – 27 gennaio 2019
Museo della Permanente di Milano
Via Filippo Turati, 34
20121 – Milano

®Riproduzione riservata

FRANCESCA GALLIANI – FROM HERE ON

Giochi di sovrapposizioni tra fotografia e interventi pittorici, lettering con messaggi di forte impatto politico e sociale e grafiche tratte da pubblicità e giornali d’arte, storia e letteratura, hanno caratterizzato la speciale installazione FROM HERE ON dell’artista Francesca Galliani, presso lo Studio TiEpolo 38 a Roma durante ALTAROMA.

Oltre alla serie dei Transgender, in cui l’artista mostra la forza, la dignità e la bellezza di uomini e donne transessuali, che vivono ai margini delle tradizionali categorie con cui definiamo la società e i ruoli, è stata esposta la collezione ‘Made In Me 8’, con protagoniste t-shirt e felpe serigrafate e dipinte a mano, con slogan come “love wins” o “No Sexual Activity Allowed”, il mezzo espressivo più efficace per diffondere un’idea, un valore e per poterlo condividere in modo molto personale.

Credito Photo – Andrea Sgambelluri

®Riproduzione Riservata

 

FEBBRAIO CON AMORE: 5 APPUNTAMENTI CON L’ARTE

Cover_ © Oliviero Toscani

Febbraio, si sa, rientra, a pieno, nella categoria dei mesi dalle domande scomode. “Cosa fai, a San Valentino?”. Che siate single, fidanzati o eterni indecisi, l’amore per l’arte non tramonta mai. Ecco cinque imperdibili mostre, da usare come idea per un primo – o un quinto – appuntamento, come scusa per sfuggirne uno o, semplicemente, per tenere viva la propria passione e rallegrarsi, aspettando la fine dell’inverno.

MILANO – Da giovedì 1 febbraio e sino al 3 giugno 2018, arriva al MUDEC – Museo Delle Culture, una grande e nuova retrospettiva per celebrare Frida Kahlo. Frida. Oltre il Mito propone una visione dell’artista – in questi anni inflazionata, ripetuta, sottovalutata o sopravvalutata, a seconda dei casi, tanto da divenire un’icona pop – al di là degli eventi che ne hanno caratterizzato la vita, ponendo il focus sulle opere: il rapporto della pittrice con il Messico, i famosi autoritratti, lo stile e i contenuti rivoluzionari. Curata da Diego Sileo, la mostra riunisce, dopo 15 anni, tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, oltre alle recenti scoperte (2007) dell’archivio di Casa Azul.

ROMA – Il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra Monet, inaugurata lo scorso autunno e prorogata, a grande richiesta, fino al 3 giugno 2018. Dalle celebri caricature ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi e delle sue dimore; dai ritratti dei figli alle tele dedicate ai fiori del suo giardino – fino alle monumentali e più famose Ninfee – le 60 opere esposte provengono dal Musée Marmottan Monet, di Parigi (a cui sono state donate dal figlio del pittore, Michel) e restituiscono la ricchezza della produzione artistica del padre dell’Impressionismo, ripercorrendone la carriera ed esaltandone le molteplici sfaccettature.

GENOVA – Picasso. Capolavori dal Museo Picasso, Parigi (10 novembre 2017 – 6 maggio 2018) è l’articolata mostra promossa negli spazi del Palazzo Ducale e inserita all’interno dell’evento culturale internazionale, Picasso-Mediterraneo (promosso dal Museo Picasso di Parigi) per rinsaldare i legami da entrambe le parti del Mediterraneo. Il focus dell’esposizione è, infatti, sulle radici mediterranee e sulla grande vitalità da cui sono contraddistinte le opere del “fondatore” del Cubismo, da quelle d’ispirazione africana – dei primissimi anni del Novecento – sino alle più note bagnanti e ai celebri ritratti di donna, degli anni Trenta e Cinquanta. In esposizione anche numerose fotografie, che lo ritraggono accanto alle opere nei suoi diversi atelier.

BOLOGNA – A 60 anni dalla sua nascita, Bologna celebra Keith Haring (1958-1990) nelle due sedi della Pinacoteca Nazionale. Dal 30 gennaio al 25 febbraio 2018, Party of Life. Keith Haring, a vision propone più di 60 opere dell’artista – e una video installazione – provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, molte delle quali inedite al grande pubblico, per diffondere il messaggio sociale e commemorare il valore di un artista, pioniere della street art. Ad arricchire il progetto, collaborazioni con organizzazioni non profit e enti votati alla lotta contro l’AIDS, nel rispetto dell’impegno dell’artista contro la malattia che lo portò alla morte.

OTRANTO – Theutra e Comune di Otranto propongono, nelle sale del Castello Aragonese e sino al 31 marzo 2018, la mostra che celebra la carriera di Oliviero Toscani, fotografo pubblicitario tra i più provocatori e discussi dello scenario contemporaneo, noto per il forte impatto emotivo. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti porta in scena la carriera del fotografo, attraverso le immagini che più hanno fatto discutere il mondo, su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Presenti in mostra anche i lavori realizzati per il mondo della moda e alcune fotografie di Razza Umana, progetto sulle diverse morfologie e condizioni umane che, dal 2007, Oliviero Toscani porta avanti, realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo.

®Riproduzione Riservata