Un ricordo di Nino Cerruti, principe del tessuto

Che la morte di Nino Cerruti – il “signor Nino”, come lo chiamavano tutti – abbia almeno una funzione, oltre al dolore che ci fa sentire più orfani di uno tra i più grandi autori del Made in Italy: la convinzione e il dovere di dire al mondo che è grazie al tessile, a cui poi il designer dà forma e contorno, se siamo i primi nel mondo a creare moda che è anche abbigliamento, capacità inventiva che è anche modalità vestimentaria, stile che è anche funzione.
Se, come fa dire Shakespeare a Prospero ne La tempesta: «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni», la moda è fatta della stoffa prodotta da imprenditori illuminati, che spessissimo danno il la alla creatività dei designer che proprio da una certa consistenza, da una “mano” più o meno vellutata o più o meno scattante innescano il loro estro. Il tessile rappresenta un’importante voce dell’economia italiana: è importante sottolinearlo perché anche noi addetti ai lavori tendiamo a dimenticarlo, regalando tutto il merito a chi disegna i vestiti ma non a chi ne ha disegnato la sostanza nella quale sono ritagliati.


Nino Cerruti nel 1987, photo by Raphael Gaillarde/Gamma-Rapho via Getty Images

Il pullover giallo pallido buttato sulla spalla «perché è un amuleto», l’eleganza che sprigionava un’aura di internazionalità non legata a nessun territorio (e questo, alla faccia di chi ritiene “provinciale” chi non sia nato a New York, Parigi, Londra o Milano), il biellese Cerruti ha introdotto il “casual chic” nell’abbigliamento maschile di fascia alta inventando la prima giacca decostruita negli anni Settanta, con la complicità di un giovane stilista, Giorgio Armani, che aveva conosciuto una decina di anni prima.
Nasce per sua natura come maestro della raffinatezza rilassata, ma sente presto che il termine eleganza” ha «un terribile sapore di vecchio», cui preferisce sostituire il concetto di “stile”: «Avere stile è mescolare cultura e arte».
Un dato interessante: avrebbe voluto diventare un giornalista o un filosofo. Purtroppo, la morte del padre Silvio lo costringe ad abbandonare gli studi per rilevare l’azienda di famiglia, famosa soprattutto per la trama e gli orditi delle lane.


Cerruti con una modella a Capri, nel 1968
Cerruti (al centro, con il pullover giallo sulle spalle) al termine della sfilata F/W 1997-98 a Parigi, ph. Condé Nast Archive

«Da lui ho appreso non solo il gusto della morbidezza sartoriale, ma anche l’importanza di una visione a tutto tondo, come stilista e come imprenditore», ha scritto Armani sul suo profilo Instagram: «Aveva uno sguardo acuto, una curiosità vera, la capacità di osare». Quella con il designer piacentino è una relazione in cui l’uno sostiene l’altro nella creazione di una silhouette maschile e femminile completamente rinnovata grazie a tessuti morbidi, lievi, senza genere, diremmo oggi: Armani disegna la prima collezione di abbigliamento del signor Cerruti, il cui lanificio di famiglia data al 1881.
La linea si chiama Hitman, ed è tra le prime dedicate al prêt-à-porter maschile, tanto che il tessitore-imprenditore aveva già aperto nel ’65 una sua boutique parigina a pochi passi da Rue Cambon, “il” regno di Mademoiselle Coco Chanel, di cui diventa amico, la quale indossa solo pantaloni firmati Hitman. Pochi anni dopo vi affiancherà la linea più sportiva Flying Cross.


Nino Cerruti con Sharon Stone al Festival di Cannes del 1992

Aperto alla contemporaneità, la fa disegnare da Vico Magistretti: il successo è tale che Oltralpe viene denominato come “il più francese dei couturier italiani” e a chi lo conosce negli anni successivi, Cerruti preferisce parlare direttamente in francese. O in inglese: è tra i primi, insieme con Armani, a vestire il Gotha dell’Hollywood che conta, non solo sui red carpet, ma anche come costumi di film come Pretty woman, Il silenzio degli innocenti, Basic Instinct, Philadelphia, Wall Street, Attrazione fatale, Proposta indecente.
Manager, imprenditore, creatore, conosce successi crescenti: l’invenzione del colore ottanio, i profumi, gli occhiali, la linea femminile («amo le donne in pantaloni»), i primi accordi di licenza in Giappone e negli Stati Uniti. Nominato Cavaliere del Lavoro nel 2000, è stato anche designer ufficiale della scuderia Ferrari di Formula 1 nel 1994. Il figlio Silvio inizia ad affiancarlo nel lavoro.


Richard Gere e Julia Roberts in Pretty woman: nel film l’attore americano indossa abiti disegnati da Cerruti

Michael Douglas in Wall Street: il guardaroba del suo Gordon Gekko è firmato Cerruti

Un’altra delle sue scoperte è Véronique Nichanian, ora da decenni direttrice creativa della collezione uomo di Hermès, che Cerruti nota diciannovenne ai corsi della Chambre Sindacale de la Couture. Il tutto sempre soffuso di una certa nonchalance striata di snobismo e di grazia, che gli permette di dare giudizi soavi e spesso tranchant.
Di vestiti, non vuole buttarne via uno, anche dopo anni. Sono il racconto dell’intera sua esistenza: «Dagli inizi degli anni Cinquanta ho tenuto tutto quello che compravo e tutti i prototipi che facevo realizzare. Col mio mestiere, poi, era facile abituarsi ad amare una cosa diversa ogni mese. È come vedere una foto dello stile attraverso gli anni. Oggi, riesco ancora a indossare qualcosa. E qualcosa viene ancora indossato dalle nuove generazioni venute dopo me», disse quando nel 2015 la Fondazione Pitti Discovery dedicò una mostra all’archivio di una vita, la sua, che s’intitolava “Il signor Nino”, curata da Angelo Flaccavento.


Una sala della mostra “Il signor Nino”, allestita al Museo Marino Marini di Firenze nel 2015

Purtroppo, aver venduto la sua maison a un gruppo di imprenditori italiani non si è rivelata la sua decisione più saggia, visto che doveva essere il primo mattone di un polo del lusso italiano che mai vide la luce. Il Lanificio Cerruti ora fa parte del fondo anglo-londinese Njord Partner; il signor Nino ne conservava una quota del 20 per cento e la carica di vicepresidente.

Principe del tessuto, il signor Nino, lungo il telaio della sua vita, ha tramato e ordito perché ciò che sapeva fare diventasse indispensabile alle persone eleganti di oggi: costruire tra di loro un “tessuto connettivo”, una Rete prima della Rete, diventando egli stesso un social vivente molto prima dei social, che riunisse tutti e tutte gli amanti del bello, dell’armonia, dell’arte e della gentilezza dei modi.


Un ritratto del 1993 dello stilista e imprenditore biellese

In apertura, Nino Cerruti nel 1987, photo by Raphael Gaillarde/Gamma-Rapho via Getty Images

Dal Festival di Venezia 77 alle sale dei cinema, ecco i titoli della regia Made in Italy

“MAINSTREAM” di Gia Coppola

Altra Coppola dei Coppola cineasti, Gia fotografa i tempi moderni, in modo volutamente grottesco, attraverso i personaggi dei social network, dei buonannulla con il gusto per il kitsch, volgari perché ignoranti, presi nella corsa alla felicità che dura il tempo di un like.

Un film per tutti che è specchio del disagio sociale, della vanità inutile e vuota, un piccolo seme che porta a riflettere sui temi dell’amicizia, dell’amore, della verità.
Chi recita sui social e chi è il vero purista? “Mainstream” lascia la risposta a tutti noi fruitori di social network. 

“Mainstream” di Gia Coppola

“LE SORELLE MACALUSO” di Emma Dante

Avremmo scommesso in tanti per il Leone d’Oro, ma “Le sorelle Macaluso” si aggiudica comunque il Premio Pasinetti al miglior film e per la migliore interpretazione femminile a tutto il cast. Emma Dante alla regia riporta un’Italia fatta in carne ed ossa, la periferia siciliana degli anni ’80, muri imbrattati e vecchi como’, credenze datate e i servizi di piatti “buoni” della domenica, e cinque sorelle orfane che devono tirare a campare.


C’è tutta la poesia della nostra terra e tutta la forza delle nostre donne, quelle le cui più grandi virtù sono la dignità e lo spirito di sacrificio; ci sono la fragilità e la transitorietà dell’esistenza, ma c’è anche l’elemento disturbante per spiattellarci tutta la drammaticità della vita, senza fronzoli, senza ricami, senza buonismo o finta pietà. 

Tra le malinconiche note di Eric Satie che escono dai carillon, l’inquadratura artistica che rimanda al Cristo Morto del Mantegna, le colombe libere nel cielo che ricordano quell’immagine astratta di una Venezia in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin del 1960, Emma Dante ci riporta ancora in terra con “Sognare sognare” di Gerardina Trovato, la cantautrice siciliana esplosa nei ’90.

“Le sorelle Macaluso” di Emma Dante

” MISS MARX” di Susanna Nicchiarelli


Essere figlia è un difficile mestiere, essere figlia di un grande uomo politico ha l’aggravio della responsabilità d’esserne all’altezza, soprattutto quando questo padre si chiama Karl Marx. 
Se tutti conoscono le sue filosofie politiche, pochi sanno delle sue filosofie private, quelle della sfera sentimentale e familiare che, nel film di Susanna Nicchiarelli “Miss Marx”vengono alla luce attraverso la straordinaria interpretazione di Romola Garai. La Garai interpreta Eleanor Marx, quartogenita di Karl e Jenny von Westphalen, una donna che ha dedicato la sua esistenza agli altri, seguendo la scia del capofamiglia che per lei aveva una evidente predilezione “Tussy sono io”, diceva. 

Ho dedicato la mia vita agli altri”, dirà in una scena “ora è il momento che mi goda anche la mia”; un innato senso di giustizia ed empatia che l’hanno spinta, fino alla fine dei suoi giorni, a lottare per la classe operaia, per il suffragio universale, per l’abolizione del lavoro minorile nelle fabbriche.

Miss Marx” parla a tutte le donne che hanno subìto ingiustizie, nel lavoro, nella vita privata, in ambito familiare; a quelle donne che hanno dovuto accettare, per amore, la degradazione e la mancanza di rispetto E’ dedicato a chi ha lottato e chi ha creduto che qualcosa sarebbe cambiato, a quelle donne che, nell’unione, si sono fatte forza per migliorare non solo la propria posizione, ma quella di tutte noi presenti, oggi. 

“Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli

“Battere il virus con la creatività” 8 domande a Mauro Porcini

Mauro Porcini arriva in PepsiCo nel 2012 come primo Chief Design Officer di sempre. Di origini italiane, vive a New York e oggi condivide con noi la sua esperienza durante l’epidemia di Covid 19.
Mauro è un esperto di design e di global branding, sostenitore del Made in Italy e dello stile italiano. Durante questa pandemia globale gli abbiamo chiesto qual è suo punto di vista, la sua esperienza e un messaggio per aziende e privati.

1.Una fonte d’ispirazione o un riferimento?

Probabilmente per molti posso sembrare abbastanza ovvio, ma prima di tutto i miei genitori. Mi hanno insegnato l’importanza della cultura, della conoscenza e dell’apprendere con curiosità. L’arricchimento culturale dello studio, l’interessamento e la lettura sono i valori più importanti che la mia famiglia mi ha trasmesso. La mia famiglia ha da sempre amato le persone di cultura: insegnanti universitari e personalità televisive che in qualche modo contribuiscono a dare rilevanza ad alcuni aspetti culturali della nostra vita.

Un valore molto importante che mi hanno insegnato è la necessità di essere una brava persona. I miei sono devoti cattolici, molto cristiani, molto religiosi. Mio padre è architetto e pittore, da giovane ero circondato da dipinti nella mia casa. Ciò è stata una grande fonte di ispirazione per me dal punto di vista artistico e, da bambino, ho potuto disegnare molto. E’ stato davvero divertente per me disegnare con lui e imparare tutti i tipi di tecniche. Mia madre invece era innamorata della letteratura, della scrittura e della lettura e adora scrivere poesie con contenuti religiosi.

I miei genitori sono totalmente non tecnologici, ma hanno capito come creare un blog. Pubblicano diversi libri, dipinti, schizzi di poesie. Sono stati d’ispirazione per tutta la mia vita.

 2. La tua definizione personale di design…e come lo hai applicato nelle tue esperienze professionali? 

Il design è completamente incentrato sulle persone. Si tratta di capirne i bisogni e i desideri. Pertanto, comprendere quello che è importante, ciò che è rilevante, ciò che è significativo per le persone e quindi creare soluzioni. Potrebbe essere un prodotto, un servizio, un marchio, un’esperienza: tutte le soluzioni che risolvono quei bisogni e quei desideri e sogni. Questo è ciò che fanno i designer.

Per fare questo, dobbiamo comprendere tre dimensioni. Una è il mondo degli esseri umani, psicologia e antropologia. Semiotica e semantica, quindi comprensione delle persone. La seconda dimensione è il business: come fare branding, distribuzione, come lavorare con i clienti: è importante perché una volta comprese le esigenze dei clienti, devi anche trovare un modo per creare soluzioni che possano essere vendute. La terza dimensione è la tecnologia: quella del prodotto, per fabbricarlo. Il prodotto deve essere realizzabile, vendibile e devi avere le tecnologie giuste per fare tutto questo.
La connessione tra persone, strategie e la tecnologia è la chiave per poter essere un buon designer.

3. Come vivi a New York e come influenza il tuo lavoro? Quali sono gli altri luoghi che ti ispirano o ti rilassano?

Amo profondamente NY, la definisco la capitale delle capitali. Persone da tutto il mondo vengono a New York per fare affari, creare e ispirare. C’è una densità di persone incredibili con grandi idee e un’irresistibile spinta a cambiare il mondo che non puoi trovare in nessun’altra città. Questo la rende una straordinaria “piazza” dove le persone con idee incontrano persone con risorse per renderle possibili.

Avere questa densità di persone con idee, unità ed energia sorprendenti per far accadere le cose è molto stimolante, ma allo stesso tempo potrebbe essere faticoso. Hai sempre il desiderio di essere fuori, unirti e incontrare queste persone che possono ispirarti.

Per compensare questo, ho una casa dove posso fuggire nella natura a 2 ore di distanza dalla città, negli Hamptons. Adoro svegliarmi e vedere cervi nel giardino e sentire il suono del camino scoppiettante. Nella mia vita sono sempre stato in una sorta di sospensione tra due mondi: da un lato una piena energia della città e dall’altra tutta l’energia della natura, li amo entrambe e un equilibrio dei due è ciò con cui mi sento a mio agio.

4. Come stai affrontando la situazione del coronavirus e quali stereotipi o preconcetti vorresti combattere?

(Mauro fa un respiro profondo e sospira, so che si sta preparando per esprimere la sua opinione onesta con molta empatia. Se segui Mauro sul suo account IG, sai già che i suoi post sono spesso pieni di messaggi di coinvolgimento sociale e sensibilità umana. L’impatto del problema del coronavirus, la carenza sanitaria di personale e attrezzature, l’impatto che questa pandemia ha sul nostro paese e sugli altri, è un tema che ha profondamente a cuore).

La situazione del virus Corona è strabiliante in tanti modi diversi. Nessuno se lo aspettava. Nessuno capisce come affrontarlo: è spaventoso e difficile da capire. Il problema è che molte persone stanno sottovalutando l’entità di questa crisi. Come italiano che vive a New York, il mio messaggio è “Sveglia! Questo non è solo qualcosa che sta accadendo in Italia”.

L’Italia ha il secondo sistema sanitario con le migliori prestazioni al mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Gli Stati Uniti sono molto indietro: ci sono molti meno letti d’ospedale. I miei pensieri e le mie preghiere vanno a tutte le famiglie e tutti gli individui che sono stati e ne saranno colpiti. Dobbiamo assicurarci di essere al sicuro come individui, famiglie e se abbiamo un team o delle aziende è necessario dare la priorità alla sicurezza di queste persone. Dobbiamo anche trovare modi per mantenere le esigenze aziendali di base, in particolare in settori specifici: sistema sanitario, alimenti e bevande, produzione e consegna, produzione di qualsiasi attrezzatura di sicurezza, nonché informazioni e intrattenimento.

La soluzione è stare a casa. Molti di noi dovranno essere in prima linea nella lotta contro questo virus. Alcuni di noi potrebbero essere in grado di lavorare da remoto, mentre molti altri no.

Nel mio caso sto leggendo più libri che stavo pianificando di leggere e per i quali non ho mai avuto tempo, ho ricominciato a disegnare. Sto anche scrivendo il mio libro. In realtà, scrivo questo libro da anni. Ma ora sono completamente dedicato a questo.

Il mio obiettivo è crescere e diventare migliore come professionista e anche come essere umano. Quindi è così che reagisco a questo virus e come lo sto combattendo.

5. Il tuo messaggio di solidarietà ed energia per superare questo momento

Il mio messaggio di solidarietà è: battere il virus con la creatività. Come ho già detto, stiamo vivendo una tragedia con un bilancio di vittime molto pesante, ma abbiamo anche l’opportunità unica di riavere indietro il tempo nella nostra vita per rallentare, investire su noi stessi e crescere come esseri umani imparando nuove cose. Leggi il più possibile. In breve, fai qualcosa che avresti sempre voluto fare, ma non hai mai avuto il tempo di fare.

Questo è il modo in cui batteremo questo virus a livello emotivo. Ovviamente, dobbiamo ancora combattere ovviamente questo virus in un modo più pratico e contenerlo.

Usiamo la creatività per migliorare noi stessi, per crescere e infine condividerla anche con gli altri per ispirare quante più persone possibile in questo momento di difficoltà.

6. Parliamo del Made in Italy, di cui sei un grande sostenitore, come vedi evolvere il ruolo del designer nelle attività future in un mondo in cui l’interazione fisica sembrano essere sempre meno prevalenti?

Oggi esiste un nuovo materiale con cui i designer possono giocare e con cui hanno bisogno di giocare e sono byte e gigabyte di informazioni che puoi tradurre in tanti modi diversi: video, contenuti digitali.

Come funziona la comunicazione tra dispositivi? Qual è l’interfaccia utente e in che modo i prodotti si connettono tra loro creando dialoghi tra loro? In che modo gli esseri umani si collegano con quei prodotti, dai loro termostati intelligenti alla tecnologia indossabile per i loro smartphone o dispositivi del futuro che interagiranno con la loro casa, i loro vestiti e la loro auto. Studiamo la connessione di tutti questi dispositivi. Anche quando è intangibile progettiamo il modo in cui interagisci con loro e quanto sia facile da usare e intuitivo. Creiamo qualcosa che alla fine della giornata può essere sintetizzato e definito come un’esperienza e quindi c’è una sua componente fisica e c’è anche una sua parte immateriale.

Alla fine, tuttavia, facciamo esattamente quello che stavano facendo i designer del passato. Comprendiamo le persone, i loro bisogni, i loro desideri e creiamo soluzioni che sono significative per loro, dove il materiale non è solo legno metallo o plastica ma anche intangibile come byte e l’esperienza immateriale delle persone con questi contenuti fatti di byte e questi prodotti fisici che alcuni come trasportano, ricevono o inviano i contenuti.

7. Hai viaggiato in tutto il mondo per educare i brand e i loro professionisti sulle migliori pratiche: un consiglio ai marchi in questo momento di stallo e crisi?

La mia raccomandazione a qualsiasi marchio in tutto il mondo in questo momento è quella di essere sensibile ed essere parte della conversazione globale. Di creare un contenuto autentico. Deve essere allineato alla promessa del tuo marchio, a ciò che rappresenti. Deve essere pertinente per il tuo pubblico di destinazione. Partecipa alla conversazione, invia un messaggio specifico che invoca energia e positività o offri soluzioni che possono essere informative o divertenti. Offri valore al tuo pubblico in modo informativo, divertente e autentico possibile, in linea con le tue promesse, il tuo posizionamento e con il tone of voice tipica dei tuoi marchi.

8) Ultimo ma non meno importante, Mauro, parliamo delle tue SCARPE. Hai lasciato temporaneamente New York per rimanere a casa negli Hamptons, per ritirarti e seguire le linee guida dettate dal concetto di “Distanziamento sociale” per combattere la diffusione di questo terribile virus. Le tue amate scarpe (da te e noi) sono ora in quarantena?

Mi mancano le mie scarpe a New York! Ho la mia raccolta di emergenza, sai, qui in America alcune persone hanno raccolte di pomodori e fiori e biscotti e patatine per usarle in caso di catastrofi, io ho quella delle mie scarpe, circa 50 paia. In questo modo, sai, mentre le altre coppie, restano a New York riposando ed essendo al sicuro, godrò altrettanto in sicurezza, godendo di questa raccolta più piccola qui…

Ci scherza, ma Mauro è davvero un amante delle scarpe e ha una collezione di circa 350 scarpe, di cui 50 ora in quarantena con lui, il resto nel suo appartamento a New York.

Vogliamo che Mauro si riunisca presto in sicurezza con le sue amate scarpe in quarantena, curioso di vedere cosa progetterà dopo, e auguriamo a tutti voi di stare al sicuro, riposare e lavorare su un futuro migliore utilizzando la Creatività per sconfiggere il virus!

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Alef: dna made in Italy

Il noto brand di borse Alef, ha scelto la settimana della moda milanese per inaugurare il suo primo monomarca in assoluto, uno spazio di 70 mq su due livelli nel Quadrilatero, in via Borgospesso angolo via della Spiga, che funge anche da showroom direzionale.

Il suo è un DNA esclusivamente Made in Italy: studio delle forme, delle tendenze, cura dei dettagli, ricerca degli accessori, scelta delle pelli, dei colori e della manifattura prettamente italiana. Ecco alcuni highlights della collezione per la prossima fw 2020/21.

Per la donna si rispettano gli ultimi trend di stagione con una particolare attenzione alla lavorazione delle pelli, che rendono ogni modello unico ed originale.

REFLECTIONS punta l’attenzione su geometrie asimmetriche e disconnesse che sublimano giochi di luce ed ombre per un risultato dai colori surreali.

URBAN GLITCH si dedica a modelli dove la pelle è protagonista; il classico black and white si trasforma creando grafismi e tridimensionalità grazie ad un approccio materico dato dalle spalmature in resina e dai patchwork di pelli dalla differente texture.

GLOSSY AND MATTE invece conferma la voglia di sperimentare con il lucido ed opaco che si declinano in versione night and day con modelli dalle forme e dalle misure particolari abbinate a chiusure resinate.

La collezione maschile invece realizza modelli in nappa, pelle martellata e introduce per la prima volta il nylon per soddisfare differenti occasioni d’uso e personalità.

DOLLARO è la linea adatta all’urban traveller.  JOY con il suo maxi zaino, rappresenta al meglio la tradizione manufatturiera toscana mentre NYLON è la vera novità. Infatti, il nylon abbinato alla pelle propone una variante più easy adatta per chi è attento alla moda e alla qualità, ma preferisce lo stile più sportivo. I colori  rimangono il verde, il nero, l’arancio ed il blu elettrico.  

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LARDINI: AN HISTORY 40 YEARS LONG

Quarant’anni fa, quattro fratelli guidati dalla passione per lo stile e l’eleganza fondano Lardini. Sarà il coraggio e la voglia di mettersi in gioco, conditi dalla creatività e dall’intuizione imprenditoriale, a far sì che l’azienda raggiunga numerosi traguardi importanti: la prima collezione di giacche in cashmere nel 1993, la creazione del marchio Lardini nel 1998, l’introduzione delle collezione Lardini Donna nel 2012. Grazie alla qualità pregiata dei materiali impiegati e allo stile inconfondibile, Lardini è oggi un marchio rinomato a livello internazionale e distribuito in oltre 700 stores multibrand worldwide.

Lardini ha celebrato il suo quarantesimo anniversario, nella suggestiva cornice dello Sferisterio, la storica e celebre Arena della città di Macerata. Una serata speciale, in cui la famiglia Lardini ha voluto ringraziare tutti i suoi dipendenti e i loro famigliari per il percorso fatto in questi anni, esprimendo un valore aziendale davvero entusiasmante ed inedito.

Il marchio rappresenta la maestria della tradizione sartoriale che affonda le proprie radici in un know-how straordinario fatto di storia, territorio, coraggio, made in Italy e amore per la qualità. Custode di una conoscenza manifatturiera che è rimasta ormai in mano a pochissime aziende, il brand ha la propria sede presso Filottrano, paese medievale in provincia di Ancona, anima e luogo del cuore del band.

Per celebrare i 40 anni dalla sua fondazione, l’azienda lancia in esclusiva una collezione ad edizione limitata, disponibile in boutique, e si racconta attraverso un film che celebra i passaggi più importanti della sua storia.

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Fabio Canino, dalla TV alla produzione di vini, con un occhio attento al sociale.

Ho di recente avuto la possibilità di conoscere Fabio Canino, durante una conferenza alla quale entrambi eravamo invitati a Mantova. Ovviamente da showman istrionico quale Canino è, l’incontro ha coinvolto moltissimi argomenti, ben oltre il tema della conferenza stessa, e ho potuto confermare l’ottima opinione che mi ero fatto di lui seguendolo come giudice, mai fazioso o eccessivo, a “Ballando con le stelle”, show che gli ha dato una notorietà mainstream, ma anche in precedenti avventure televisive e radiofoniche, dove la sua ironia ha sempre rivelato uno sguardo particolarmente acuto e attento sul nostro quotidiano, su quello che ci circonda, che sia politica, tematiche LGBTQ, o più genericamente pop culture. Autore anche di libri, come il recente “Rainbow Republic”, mi ha sorpreso venire a sapere che recentemente alle sue molte attività si è aggiunta quella di produttore di vini. Incuriosito, grazie anche ad un legame preciso che la produzione di questi vini ha con problematiche sociali importanti, ho deciso di intervistarlo per farvi conoscere questo aspetto così inatteso. Ecco quindi la mia chiacchierata con Fabio Canino.

Come ti sei avvicinato a questo progetto così diverso dal tuo normale ambito professionale? Come è nata l’idea e in che modo sei coinvolto?

In realtà per un toscano come me non è lontana la cultura del vino e quindi della terra di provenienza. L’idea è dei miei due amici, adesso soci, Bruno Tommassini ed Edoardo Marziari coppia da 40 anni, stilisti di gran successo per griffe internazionali che, vivendo in una splendida tenuta in Toscana vicino ad Arezzo, avevano iniziato a produrre del vino per gli amici. L’enologo che seguiva la produzione però notò che il vino era di alta qualità e consigliò di ampliare la produzione inserendo altre uve e quindi producendo altri tipi di vino.
Sono nati così i bianchi, i rossi e i prosecchi sotto il nome di Vinocchio e Uvagina. Nomi volutamente provocatori ed ironici che però richiamano chiaramente il progetto che questi vini promuovono: tolte le spese di produzione una parte degli introti va a tutte le associazioni che si occupano di contrastare il bullismo, ed in particolare il bullismo omofobico. Il progetto mi piacque subito, tanto da entrare in società con loro! Io, Bruno ed Edoardo sappiamo di essere stati fortunati nella vita, di essere privilegiati e questo ci sembra un bel modo per restituire un po’ di quello che abbiamo avuto, creando la società Prodigiodivino.

Quanto è importante in questo momento storico affrontare argomenti come questo?
Importantissimo! Il bullismo è un gravissimo problema che esiste da sempre e solo negli ultimi anni si cerca di parlarne e cercare di arginarlo. È sempre stato sottovalutato, come fosse una bravata tra giovani, ma in realtà i danni di chi viene bullizzato sono danni psicologici seri. Vorreste mai avere un insegnante che è stato bullizzato? Un avvocato, un politico o un datore di lavoro che ha subito bullismo? Chiaramente no! Perché  spesso ripagano con la stessa moneta, trasformandola in  mala autorità e non autorevolezza.

Una piccola domanda sul lavoro per il quale ti conosciamo e seguiamo. Quali dei tanti progetti, fra televisione, cinema e teatro, ti è più caro?
Sono molto legato al teatro, con il quale tutto è partito, ma un programma tv è rimasto nel mio cuore, sia per il successo del programma stesso, sia per le belle persone che mi ha fatto conoscere. Sto parlando di Cronache Marziane che andò in onda su Italia Uno anni fa.

Prima di lasciarti. Dove troviamo i vini e dove troveremo te in futuro?
Potete trovare i vini in mille posti, da Eataly, in varie enoteche e ristoranti in Italia, ma si possono acquistare anche via Amazon o sul nostro sito www.prodigiodivino.com dove troverete anche tutta la nostra storia.
Per il mio futuro professionale, oltre allo storico programma su Radio2 Miracolo Italiano con La Laura che riprenderà a settembre, e a cui sono molto affezionato, sto iniziando a scrivere il mio secondo romanzo e finalmente torno a teatro con ben due spettacoli. Un musical e uno spettacolo molto comico di cui però è ancora troppo presto per parlarne. Stay Tuned!

 

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MADE IN ITALY, LA PRECARIETÀ DEI NOSTRI GIORNI NEL NUOVO FILM DI LIGABUE

 

Godere i pregi, notare i difetti, subirne gli effetti e, nonostante tutto, amare. È la sintesi perfetta del percorso parallelo, che Luciano Ligabue fa compiere ai protagonisti di Made in Italy, il suo nuovo film, nelle sale cinematografiche da domani. Doppio perché, oltre a raccontare l’amore di Riko (Stefano Accorsi) e Sara (Kasia Smutniak), la pellicola esprime il sentimento nei confronti dell’Italia: una «tormentata dichiarazione d’amore verso il nostro Paese», come l’ha definita il regista. Made in Italy è, essenzialmente, un film reale, che racconta i tormenti e i pensieri di un uomo alle prese con la precarietà: lavora in un salumificio – sporcandosi le mani nel senso letterale del termine, non certo il lavoro dei suoi sogni – il matrimonio con Sara è stagnante, il figlio Pietro sembra non volerne sapere d’indipendenza, una casa costruita dal nonno ed ereditata dal padre, che non può permettersi.
Problematiche tremendamente reali e comuni, acuite da un profondo senso d’ingiustizia sociale per i continui licenziamenti in azienda, in nome della gelida crisi che spegne i sogni rimasti e riduce al minimo la dignità dei lavoratori mandati a casa.
I fantasmi di Riko esplodono quando scopre il tradimento di Sara che, però, riconosce il suo errore e da quello costruisce la rinascita del rapporto di coppia, ritrovando partecipazione e complicità persi per strada.
Un personaggio, quello interpretato da Kasia Smutniak, di grande forza, in grado di sostenere Riko anche quando gli eventi sembrano piegarlo fino all’annullamento completo. L’esaltazione di quella forza femminile che Luciano ha sempre raccontato e cantato: Le donne lo sanno che niente è perduto, che il cielo è leggero però non è vuoto, torna più che bene.
Riko, invece, sommando i suoi momenti emotivi profondamente diversi (tra l’esaltazione e la goliardia delle serate in balera, nonostante l’età e la profonda crisi di chi rifiuta anche il cibo, in preda ai pensieri negativi) regala comunque un messaggio di speranza, di rifiuto dell’arrendevolezza, espresso perfettamente nella scena che precede la partecipazione al corteo di protesta in difesa dei diritti dei lavoratori: “Qualche cosa va fatto”.
Altro tema centrale, come nelle due precedenti pellicole di Ligabue, è l’amicizia: forte, fortissima, al punto da arrivare a scontrarsi anche fisicamente, senza mai separarsi davvero, pure davanti a incidenti di percorso tutt’altro che piccoli. Il film è scandito dalle tracce scelte dal regista, molte prese da Made in Italy, omonimo concept album che raccontava già la storia di Riko, alter ego di Ligabue (che di secondo nome fa Riccardo).
Un personaggio che fa i conti con la sua voce interiore, quella che si chiede «di cosa è fatto quel pulviscolo che sopravvive quando muoiono le nostre cellule» e arriva a capire che “siamo fatti” anche della bellezza e delle contraddizioni dei nostri paesi, che apprezza durante l’insolita “luna di miele in Italia” dopo il secondo, simbolico, matrimonio con Sara.
Made in Italy è un flusso continuo di introspezione, emozione, riflessione e «colpi di coda, una lunga serie di colpi di coda». Da vedere e assimilare, perché Riko e Sara sono quanto di più vicino alla gente comune.

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HAIKURE, DOVE TREND E SOSTENIBILITÀ COESISTONO

Amore per il denim, origini sudamericane e un credo: che le esigenze della moda, il rispetto per l’ambiente e le persone possano coesistere. Sono questi gli “ingredienti” dell’imprenditrice Lara Reck, proprietaria del marchio Haikure. Formatasi come giornalista a Buenos Aires e con una grande passione per la moda, Lara, una volta in Italia, ha collaborato con Federico Corneli per l’azienda C&S srl, che dal 1981 produce denim. Nel 2011 C&S ha lanciato la propria label Haikure, con l’obiettivo di promuovere un nuovo stile di vita nel rispetto dell’ambiente dove trend e sostenibilità possano coesistere. L’impatto è stato immediato, tanto che Isko™ – leader globale nella produzione e nell’innovazione tessile, da sempre sensibile al tema della sostenibilità – ha richiesto la presenza di Lara Reck nella giuria alla quarta edizione del talent Denim Design Award di ISKO I-SKOOL™, contest internazionale che come ogni anno ha coinvolto gli studenti delle migliori scuole di moda e business del mondo. MANINTOWN ha intervistato l’imprenditrice argentina, per sapere da dove nasce la sua passione per il denim e il desiderio di un nuovo stile di vita, nel rispetto delle persone e della natura, tradotto nella sua collezione Haikure, eco-sostenibile e made in Italy.

Sei un’imprenditrice argentina che vive e produce moda in Umbria. Quanto le tue origini sudamericane influiscono nelle tue collezioni?

Direi che più che nella collezione, le mie radici influiscono nel modo di gestire il nostro marchio, è una caratteristica positiva che abbiamo in comune con gli argentini: poter risolvere bene qualsiasi situazione con poche risorse, con tanta passione e occupandosi delle problematiche senza lamentarsi troppo. Credo sia conseguenza di un Paese complesso come il mio, ma fatto di gente buona, lavoratrice, che conosce i sacrifici, sa rialzarsi quando è ora e che vede spesso tanta povertà e ingiustizia sociale ogni giorno. Riguardo alle collezioni, non me ne occupo direttamente, perché abbiamo un gruppo di stilisti molto bravi che ci seguono per ogni linea, ma mi piace comunque dare degli spunti, contribuire con certa esperienza organizzativa che credo sia fondamentale per sviluppare una collezione chiara e completa.

 Come e quando è nata la tua passione per la moda?

Da sempre, da piccola. Ho studiato giornalismo, ho lavorato come produttrice di moda e di radio per dieci anni a Buenos Aires. Quando sono venuta in Italia e ho conosciuto l’azienda C&S srl è stato amore a prima vista, una realtà che produceva per conto terzi il mio capo di abbigliamento favorito. Come non resistere all’idea di creare insieme a Federico Corneli il marchio di jeans Haikure che oggi è diventato una collezione total look?

 Per Haikure sperimenti diverse lavorazioni con il denim, che significato ha per te questo tessuto?

L’azienda con cui collaboro, C&S srl, è una realtà che conta più di 35 anni di esperienza nel mondo del denim, ha prodotto e continua a produrre per i grandi marchi internazionali ed è una delle poche società produttrici di jeans di alta qualità, in Italia. Nel mio caso particolare, come ho detto prima, sono un’amante del denim fin da piccolissima. Ho sempre portato i jeans e continuerò a farlo. Nell’ambito lavorativo lo sviluppo di nuovi trattamenti, la ricerca di tessuti innovativi, la sperimentazione costante ti fanno amare questo mondo blu ogni giorno di più. Il denim è un materiale molto duttile, la nostra collezione per Haikure è composta dell’80% di pantaloni, ma sperimentiamo anche gonne plissé, t-shirt, abiti eleganti e tante altre cose, tutte declinate nella tela blu, che ci hanno dato molte soddisfazioni.

 Hai fatto parte della giuria alla quarta edizione del talent Denim Design Award di ISKO I-SKOOL™. Per la categoria Marketing gli studenti hanno dovuto ideare un piano strategico, utile a valorizzare il legame tra sostenibilità e mondo della moda. Quanto è importante per te la sostenibilità nella moda?

Direi che è essenziale. Significa credere in uno stile di vita dove le esigenze della moda, il rispetto per l’ambiente e le persone possono coesistere. E significa, soprattutto, avere un’attitudine al non convenzionale. Bisogna impostare un format credibile e di sostanza. Si parte sempre dall’idea proposta da un’azienda di reputazione, che sia affiliata a un gruppo di fornitori con il pallino per l’innovazione e farsi seguire da un ente riconosciuto a livello europeo, che sia dotato di un benchmark e che ti guidi verso corrette scelte di sostenibilità, come è il caso della nostra agenzia MADE-BY.

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Due Soli: una capsule in denim e una co-lab ad arricchire la prossima collezione del brand milanese

Due Soli, brand milanese di capispalla 100% Made in Italy, fondata da Fabio Renzetti, Giovanni Muracchini e Alessio Curzi, imprenditori italiani con istinto creativo, si è ripresentato a Pitti Immagine Uomo, riaffermandosi come marchio di rilievo nel mondo fashion della moda maschile. L’eleganza unita alla sperimentazione formano un binomio interessante per la reinterpretazione del Bomber, simbolo del brand, capo streewear maschile, mentre la novità è il classico giubbino jeans che diventa però chic-rock grazie al tessuto utilizzato” deep blue” e alle patchs ispirate alle insegne luminose dei motel del centro America. In questa edizione la novità più interessante è dovuta alla collaborazione con Holland e Sherry, storica casa inglese di tessuti nata nel 1836 in Savile Road, sinonimo di eleganza e style sofisticato. I tessuti di fresco di lana e drill 100%cotone della casa inglese sono utilizzati per bomber e trench raffinati e di qualità superiore. La linea comprende, oltre al trench e alla giacca gentile per uomo dalle linee ricercate senza tempo, il bomber La Boum da donna, leggero e sportivo, e un mini e long trench dalle maniche a sbuffo per un diverso look urban chic, mai banale e sempre moderno.

www.due-soli.it

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Via Calzabigi, la calza di classe

Da modesto pedalino a status symbol, un indumento basic diventato sartoriale dimostra come la creatività italiana sappia imporsi. Via Calzabigi, è il nuovo brand livornese, nato nel 2016 dall’idea di Alessandro Cirinei e il progettista e designer di esperienza, Massimo Ferrara, che riporta in auge il Made in Italy. L’uso estroso del colore e delle righe, unito alla ricerca continua della qualità dei filati, ha consentito un’importante partnership con lo sportivo Francesco Coco. Francesco ha trasferito nel concept la sua passione per il mondo del calcio con cinque collezioni che riportano i riferimenti cromatici di cinque delle squadre in cui ha militato durante i suoi quattordici anni di carriera: Milan, Barca, Inter, Livorno e Torino.
La Limited Edition è stata presentata con un evento presso lo showroom Luxury Distribution, durate il quale è stato proiettato un video promozionale realizzato per l’occasione dalla Native Agency Keyformat con la collaborazione della presentatrice radiofonica, Tv e Lifestyle blogger Francesca Leto, e che rappresenta l’avanguardia della campagna di Digital Communication attualmente online.

www.viacalzabigi.it

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