MANINTOWN editorial – One man show

shooting moda uomo 2022
Total look Simon Cracker, boots John Richmond, hat Bonfilio

Come da titolo, il modello Rocco Serio è protagonista assoluto delle immagini scattate da Davide Musto per il servizio pubblicato sull’issue Youth Babilonia, chiamato a interpretare alcuni pezzi chiave della collezioni di griffe come Acne Studios, Dsquared2, Giuseppe Zanotti, Annakiki e John Richmond, tra monumentali cappe imbottite, balaclava ricamati, copricapi estrosi, dress stampati.

fashion editorial menswear
Coat John Richmond, shirt Dsquared2, shorts stylist archive, boots Giuseppe Zanotti, hat Bonfilio

editoriale fashion 2022 uomo
Hood Christopher Raxxy

Credits

Model Rocco Serio @FashionArtWise

Photographer Davide Musto

Stylist Alessandra Gubinelli

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Hair Sara Petrucci @makingbeautymanagement

Make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, Rocco indossa total look Simon Cracker, boots John Richmond, cappello Bonfilio

Il best of di Pitti Uomo 102

Abbandonato il low profile (obbligatorio, in verità, per cause che è ormai superfluo specificare) dell’ultimo biennio, Pitti Uomo torna al consueto format pre-pandemico, con un tourbillon di presentazioni, progetti speciali ed eventi collaterali, spalmati su quattro giornate, dal 14 al 17 giugno. Metabolizzata la massa di input stilistici concentrati nei padiglioni della Fortezza da Basso, abbiamo pensato di ricapitolare alcune novità primavera/estate 2023 viste durante la rassegna.
A seguire, il best of di Manintown della 102esima edizione del salone, categoria per categoria.

Pitti uomo 102

Capispalla

L'impermeabile brand
L’Impermeabile P/E 2023 (ph. courtesy L’Impermeabile)

Con le belle stagioni che, ahinoi, saranno caratterizzate sempre più da clima canicolare, umidità, rovesci forse sporadici ma violenti (sposare la sostenibilità, d’altra parte, è urgente proprio per mitigare le conseguenze del climate change), i produttori di outerwear non lesinano gli sforzi per adeguarsi alle – mutate – necessità e preferenze dei clienti.

Uno specialista della categoria come L’Impermeabile, sotto questo profilo, è avvantaggiato. Per la P/E 2023 la (rinnovata) collaborazione con lo stilista Romano Ridolfi, che firma i capi dell’etichetta blu, attinge alla rilassatezza dei volumi e alla praticità dello sportswear ‘60s, ibridando formale e informale in una serie di must che non dovrebbero mai mancare nell’armadio maschile; si dà risalto alla versione 2.0 della paramatta, tessuto impermeabilizzato australiano opportunamente alleggerito, reso più compatto e versatile; nella linea contrassegnata dall’etichetta grigia, invece, prevale l’utilizzo del cotone cerato e si arricchiscono i classici del marchio (spolverini, field jacket e soprabiti) con motivi principe di Galles o tartan.

Sartoria Latorre porta al padiglione centrale la capsule collection Vent De Sirocco, rilettura dello stile coloniale attraverso il savoir-faire artigiano e l’ossessione per la qualità che animano il brand; immancabili, dunque, sahariane color gesso o taupe, trench doppiopetto e parka, evocativi di un’eleganza souple d’altri tempi.

Non cessa di esercitare il suo fascino (vedi l’interesse per l’America’s Cup, nel 2021) l’abbigliamento nautico: Murphy & Nye e North Sails esaltano – giustamente – un heritage definito da regate, yacht e paesaggi marittimi, il primo rieditando i pezzi che, all’inizio del millennio, ne decretarono il successo – dal blouson con zip allo smanicato (attualizzati però all’oggi mediante innovazioni come termonastrature e tessuti performanti), il secondo associandosi a Maserati in una collab dove il lifestyle dell’azienda americana (centrato sull’oceano, suo vero propulsore estetico) incontra l’avanguardismo tech della casa del Tridente in giubbini imbottiti, gilet, giacche in due lunghezze ideali per viaggiare, sviluppati privilegiando filati eco, organici o riciclati.

Jeans

I mesi caldi richiedono grammature di un certo tipo e tonalità che si accordino alla palette stagionale, concedendosi – perché no? – cromie accese e lavaggi fantasiosi, per conferire un tocco extra di vivacità all’outfit. Lo sanno bene da Cycle (una garanzia in tema di luxury denim): la collezione P/E 2023 è la sintesi perfetta dell’inesauribile estrosità con cui la griffe manipola la tela blu, che a seconda dei casi viene sdrucita, decolorata (gli effetti tie-dye o bleached si sprecano), rammendata, mischiata a lyocell e modal per accentuarne la morbidezza, con la modellistica resa ora aderente (nei cinque tasche skinny), ora comfy.


Attenendosi alla filosofia per cui ogni indumento dovrebbe essere «ricco di storie, unico e prezioso», anche Reign diversifica notevolmente le opzioni tra cui scegliere, passando dai pants scorticati a quelli chiazzati di vernice, dal délavé a gradienti di rosso, arancio e verde scuro, alternativa colorful al sempiterno blue jeans.
Da HandPicked le salpe diventano la cartina al tornasole per orientarsi nei sei mood di stagione, che vanno dal Pop (identificato da un’etichetta in ecopelle, ispirata ai dipinti neoespressionisti di Julian Schnabel) all’Handmade; in quest’ultimo si concentra il virtuosismo creativo e manifatturiero della label, tra preziosismi, pinces e costruzioni che si aspetterebbe di trovare in un atelier.

Pantaloni

Due i modelli di punta targati Berwich per il prossimo anno: Negroni Lux, chino dai toni sablé in canapa (fibra green che regala al capo una patina vissuta, di autenticità), e 2P, bermuda oversize con doppia piega a stampa maculata.

Cruna (sinonimo di pantalone a regola d’arte fin dalla nascita del brand, nel 2013), da parte sua, triplica l’offerta, suddivisa in Main, Natural Wonders e Active, ma l’obiettivo è il medesimo, elevare cioè la nozione di casual, farne un genere trasversale valorizzando sia i materiali (lino, cotone, gabardine, blend di lana e seta…), sia le vestibilità, che aspirano alla perfezione, si tratti del taglio a carota del best-seller Mitte, delle linee asciugate del Brera o dello smooth fit (così viene definito) del Burano.

Maglie e camicie

Nonostante le temperature torride già dai primi accenni estivi, maglieria e camiceria continuano a farla da padrone nei guardaroba degli espositori di Pitti. Nel “salottino” KNT, ad esempio, ruba l’occhio la minicollezione Panda, con impresso l’animale preferito di Mariano De Matteis (designer della linea, assieme al gemello Walter), alternativamente spigoloso (perché composto da pannelli geometrici), stilizzato tipo manga oppure rimpicciolito in un pattern ipnotico che s’impossessa di overshirt e pantaloncini; dietro l’apparente facilità di t-shirt, felpe e simili si cela la maestria sartoriale dell’azienda di famiglia, Kiton, ché «la semplicità è la suprema sofisticazione», per dirla alla Leonardo da Vinci.

Dal maglificio genovese Avant Toi, invece, via libera alla rivisitazione dello stile Seventies a suon di motivi etno-chic, disegni optical, digradazioni di colore che trasferiscono su lino, seta, cachemire e altri filati nobili le sfumature del tramonto. Stilemi anni ‘70 sugli scudi anche nello spazio di Roberto Collina, dove ci si perde tra intarsi jacquard floreali, cromie acidate, petali multicolor ad illuminare le trame di cardigan sciallati, pull e magliette.

Per chi non rinuncia mai alla camicia, inverno o estate poco importa, ecco poi la tante novità svelate dai marchi specializzati, dall’elegia del lino – usato in tutte le salse, in tinta unita, madras, seersucker, color sorbetto… – di Alessandro Gherardi all’istituzionalità camiciaia di Borriello Napoli; dalla traduzione dei generi musicali – funky, soul, indie – in shirt di varia foggia operata da Brancaccio ai coloratissimi patchwork di Poggianti 1958.

Calzature e accessori


2star sneakers uomo
2Star P/E 2023 (ph. courtesy 2Star)

Per quel che concerne scarpe e accessori, negli stand della fiera ce n’è davvero per tutti i gusti. 2Star, ad esempio, seleziona tele irrinunciabili per il menswear – denim, canvas organico al 100%, felpa – e le trasferisce sulle tomaie delle nuove sneakers P/E, “sporcate” quel tanto che basta per accentuarne l’allure metropolitana. Vintage effect anche da Monoway, esplicitato in questo caso da piccole screpolature e ombreggiature su ginniche bianche dal carattere ‘80s.

Monoway sneakers
Monoway P/E 2023 (ph. courtesy Monoway)

Leggerezza, voglia di evasione, ritorno alla vita en plein air. Le parole d’ordine della bella stagione di Barrett si riflettono nelle soluzioni tecniche (forme destrutturate, suole in gomma ultra morbide, pellami intrecciati o sfoderati) e cromatiche (una scala di nuance lievi, celesti, beige, blu pastosi, marroni caramellati) adottate da monk strap, stringate, mocassini e slip-on.

Tra gli accessori, vanno menzionati perlomeno gli occhiali Jacques Marie Mage (adorati dal jet set californiano, leggasi – tra gli altri – Jude Law, Samuel L. Jackson, Kristen Stewart, LeBron James); i cappelli handcrafted Superduper; i bracciali edgy di Topologie (che incorporano ganci e chiusure delle corde da arrampicata); in quota green, infine, le borse Regenesi, ottenute da materiali rigenerati e scarti tessili.

Nell’immagine in apertura, uno scatto della campagna ufficiale dell’edizione numero 102 della fiera, ‘Pitti Island’ (ph. courtesy of Pitti Immagine)

Oh so pretty

Il modello Luigi Bruno, davanti all’obiettivo di Davide Musto, gioca con i pezzi cult della nuova stagione e sfodera un’attitudine naturalmente fluida, facendo propri con disinvoltura micro top in pizzo trasparente, bluse plissé smanicate, blazer tempestati di borchie e accessori in pelle dal retrogusto bondage.

fashion editorial fluidity
Shirt Youwei, pants Roberto Cavalli
Luigi Bruno modello
Shirt Youwei, pants Roberto Cavalli
Manintown fashion
Total look and shoes John Richmond, choker Vanesi, socks stylist’s archive

Credits

Talent Luigi Bruno @Elite Milano, CmodelsCrew

Editor in Chief Federico Poletti

Photographer Davide Musto

Stylist Alessandra Gubinelli

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Make-up Alessandro Joubert @simonebelliagency

Hair Sara Petrucci @makingbeautymanagement

Matthew Zorpas, il primo gentleman “digitale”

Se si parla di savoir-vivre, eleganza e stile maschile (concetti spesso abusati ma tuttora poco indagati nelle infinite sfumature di cui si fanno portatori), Matthew Zorpas è la persona giusta per sondare tutto ciò che attiene ad usi e costumi dei gentlemen moderni. Esattamente dieci anni fa, infatti, questo poliedrico creativo e imprenditore cipriota, londinese d’adozione, ha lanciato il sito The Gentleman Blogger, divenuto rapidamente un portale di riferimento per il menswear e il lifestyle più in generale tra outfit (spesso formali, sempre all’insegna della raffinatezza, che gli sono valsi riconoscimenti come quello di Esquire UK, che nel 2010 l’ha inserito nella classifica annuale dei Best Dressed Men), viaggi (altra passione e atout del fondatore), wellness, tips rivolti a una community di appassionati, esigenti e cosmopoliti.

the gentleman blogger influencer
Coat Paul Smith

Zorpas ha dimostrato insomma di essere un vero antesignano della materia, puntando sullo storytelling ben prima delle torme di influencer, o sedicenti tali, che affollano oggi i social media. A certificare il successo dell’operazione sono i numeri (oltre 52.000 utenti unici al mese per la piattaforma, più di 182.000 e 24.000 follower rispettivamente su Instagram e Facebook) e la caratura di griffe e aziende con cui The Gentleman Blogger ha collaborato nel tempo, da IWC a Tod’s passando per Fendi, Bentley, Nespresso e tanti altri. Abbiamo approfittato dello shooting cui si è prestato per l’issue Youth Babilonia di Manintown per parlare con lui di cosa distingua i veri gentlemen, dell’impatto del Covid sulle preferenze degli uomini in tema di abbigliamento, dei cambiamenti in atto nell’industria della moda maschile e la società nel suo complesso, del metaverso.

Matthew Zorpas influencer
Total look Pal Zileri, shoes Church’s, watch Cartier

Sei considerato una pietra di paragone dei gentlemen contemporanei – e aspiranti tali, lo si intuisce dal nome del tuo – seguitissimo – blog. Cosa contraddistingue, nel 2022, un gentleman, quali sono le qualità che deve assolutamente possedere, a livello stilistico e non?

Negli ultimi dieci anni ho visto cambiare sia la definizione del termine, sia l’atteggiamento, la forma in cui viene declinato. In fin dei conti il gentleman è un puro, è una questione di anima. È un modo di vivere vero e proprio, non una specifica azione né un lifestyle, e neppure un abito su misura ben studiato ma “imposto”, si tratta piuttosto della scelta di vestire con disinvoltura. Oggi vestirsi come un gentleman risulta semplice, decisamente più difficile è possederne le qualità.

The Gentleman Blogger taglia il traguardo del decennale. Grazie al sito godi di un osservatorio privilegiato sull’universo maschile, a tuo giudizio quali sono i cambiamenti principali avvenuti in quest’arco di tempo?

Ho fondato The Gentleman Blogger nel 2012, vivo questa splendida avventura da un decennio. Ho visto cambiare l’atteggiamento degli addetti ai lavori nei confronti degli influencer, dall’arroganza iniziale alla disponibilità odierna ad accoglierci, incoraggiarci e sceglierci. Per quanto riguarda il lifestyle maschile, si è passati da un modello formale, “standard” ad uno rilassato e variegato.

Matthew Zorpas Instagram
Jacket Gucci @Tiziana Fausti (www.tizianafausti.com), shirt and scarf vintage

Prediligi uno stile improntato alla ricercatezza, all’eleganza dal flair “vecchia scuola” di completi di fattura sartoriale, pattern della miglior tradizione britannica, tuxedo, abiti tagliati alla perfezione… Lockdown, lavoro a distanza e altre conseguenze della pandemia sembrano aver segnato in profondità, spesso penalizzandolo, il mondo dell’abbigliamento formale, già interessato da trasformazioni dettate dai cambiamenti di gusti e abitudini dei consumatori. Qual è il tuo parere in merito, come credi che cambierà il formalwear?

Il cambiamento è ben accetto. La fashion industry deve seguire i consumatori, che sono ormai diversi e consapevoli. Continuerà dunque a rispecchiare correnti, crisi politiche o ambientali; è nostro compito assicurarci che si aggiorni e modifichi, anticipando ed accompagnando tali cambiamenti. Purtroppo, chi resta indietro è destinato a fallire. Tutto ciò non si traduce in un incremento dell’offerta in termini di scelte e opzioni, bensì nel fare ciò che è in linea col Dna del marchio, e farlo bene.

The gentleman blogger
Total look Dolce&Gabbana, watch Cartier, burgundy ring Bulgari, shoes Christian Louboutin

Il Covid ha impattato anche sugli influencer tra restrizioni, chiusure e stravolgimenti più o meno sostanziali, forzandoli a rivedere tono e tipologia dei post. Senza contare, poi, che erano già alle prese con sfide inedite, dalla saturazione dello spazio alle insidie poste da “colleghi” virtuali, metaverso e novità che potrebbero cambiare i social per come li conosciamo. Cosa puoi dirci a riguardo, qual è lo stato dell’arte dell’influencing?

L’industria degli influencer continuerà a esistere a lungo; esattamente come quella editoriale, fa il suo percorso, dobbiamo lasciare che lo spazio digitale si espanda, cresca, si evolva e, quando sarà il momento, entri in una fase declinante. Non abbiamo ancora raggiunto il picco, stiamo vivendo solo ora la transizione dall’offline all’online. La Generazione Alpha (i nati dopo il 2010, ndr) è nata e cresciuta online, si concentra solo su di esso.

A proposito di metaverso, cosa te ne pare? I gentiluomini potrebbero – e dovrebbero – ritagliarsi un proprio spazio anche in una realtà virtuale fatta di pixel, avatar e affini?

Sono consapevole dell’esistenza del metaverso, non è però un mio spazio personale né un’opzione, idem TikTok. Va ricordato a tutti che possiamo scegliere di essere presenti ovunque vogliamo. Le nuove piattaforme o mondi non dovrebbero sostituire quelli vecchi, ma rispondere al consumatore, soddisfarlo.

Matthew Zorpas jewels
Total look Emporio Armani, ring Nikos Koulis

I viaggi sono una tua grande passione, hai sempre seguito con interesse il settore dell’ospitalità, collaborando anche col ministero del turismo di Cipro. Dopo il ciclone Coronavirus, ritieni ci saranno cambiamenti strutturali?

Dall’inizio della pandemia, ogni settore (dalle consegne al turismo, all’ospitalità) ha dovuto avviare trasformazioni strutturali, soprattutto in Occidente. Col mio team e il viceministro del turismo di Cipro, siamo riusciti a organizzare il primo evento “social distancing” RoundTable all’aperto nel 2020, seguito dalla campagna 7AM nel 2021 e da ImagineBeingHere nel 2022. Dovevamo ricostruire il sogno quando ancora non c’erano voli per il paese, quando sono stati consentiti di nuovo bisognava fare altrettanto, ricreare la necessità di visitarlo, e adesso, tornando alla normalità, ricordiamo entrambi gli aspetti ai visitatori.

Puoi dirci almeno tre capi/accessori che non dovrebbero mai mancare nel guardaroba, i mai più senza di ogni gentleman che si rispetti?

Non esiste un capo basilare che chiunque dovrebbe avere, assolutamente. Infrangiamo ogni regola, ciascuno dovrebbe possedere solo ciò di cui avverte il bisogno, che reputa necessario.
Una volta rispondevo sempre un doppiopetto e uno smoking, oggi possiamo essere dei gentlemen con una semplice t-shirt bianca e jeans Levi’s. I tempi sono cambiati.

Total look Zegna

Per quanto sia azzardato fare previsioni, come immagini The Gentleman Blogger di qui a dieci anni? Cosa potrebbe caratterizzare la community dei gentlemen del futuro?

The Gentleman Blogger è stato una meravigliosa impresa. Sono davvero soddisfatto del cambiamento, dell’innovazione, della creatività, della passione, in definitiva della comunità che, per un decennio, ha amato e si è stretta attorno a questa fantastica iniziativa. Non posso azzardare previsioni sul mio prossimo progetto, di sicuro non vedo l’ora di intraprenderlo con la forza, la sincerità e la determinazione necessarie affinché abbia successo.

Matthew Zorpas style
Total look Alexander McQueen

Credits

Talent Matthew Zorpas

Photographer Georgios Motitis

Styling Giorgia Cantarini

Stylist assistant Federica Mele, Emma Thompson, from MA Fashion Styling – Istituto Marangoni London

Location The Dorchester

Nell’immagine in apertura, Matthew Zorpas indossa total look Alexander McQueen

Spirito punk e ispirazioni artsy nella F/W 2022 di John Richmond

Rock Royalty, Punk Couture, Sophistication: sono queste le parole chiave della proposta Fall/Winter 2022 di John Richmond, Lead me to temptation. Una tentazione, quella cui allude il titolo, squisitamente fashion; la collezione è stata infatti concepita come un viaggio stilistico, che attinge a pieni mani ad immaginari musicali e artistici, cari da sempre alla maison.

Uno stile timeless, in equilibrio tra tailoring e casual

Tanto nel menswear quanto nel womenswear, Il designer riversa un métissage di concetti e riferimenti, forgiando uno stile unico nel suo genere, che gli appassionati possono far proprio e adattare a qualunque occasione d’uso. Un mix and match che fonde armoniosamente un lato tailoring, sempre presente nelle collezioni della griffe, ed uno più basic, centrato su must dell’estetica urban (felpe, maglieria, t-shirt, pants cinquetasche, anfibi, leather jacket…) arricchiti da applicazioni e disegni sui generis. Sugli outfit si stagliano infatti grafismi, stampe particolareggiate, i simboli del brand (Snake e teschio JR in primis) rielaborati; una profusione di borchie e catenelle di metallo, poi, si impossessa di pezzi d’impronta casual e capi in denim.

Il gioco degli opposti caratterizza in egual misura i look uomo e donna: convivono micro e macro, lungo e corto, vestibilità aderenti e ampie. Per lei, una serie di minidress e abiti che segnano la silhouette, esaltando le forme attraverso lunghezze studiate al millimetro, trasparenze e spacchi, accostati a capisaldi del guardaroba femminile quali blazer, cappotti, longuette e pullover, impreziositi da dettagli strong (qui le iniziali ricamate del marchio, là texture cosparse di strass, zip e punti luce, o ancora scritte a mo’ di graffito e lucentezze metalliche). Per lui, un compendio di evergreen del menswear (dal perfecto al bomber) nobilitati da decorazioni in puro stile Richmond, tra loghi, scritte e motivi tattoo.

La palette cromatica alterna l’immancabile combo black & white alle sfumature del rosso, che contrastano con nuance più accese come verde acido e rosa. Un’allure 80s permea mise che vedono protagonista la pelle, emblema di quella sensualità ribelle che Richmond maneggia alla perfezione, fedele al motto per cui è tutta questione di attitudine, più che di moda in quanto tale.

Models to follow: Demba Mbaye

La vitalità di Demba, modello 23enne di origine senegalese, è prorompente. Non si può non restarne colpiti, sentendolo parlare, con un misto di stupore, entusiasmo e (legittimo) orgoglio, dei tanti brand per cui ha sfilato o posato (e che brand: Emporio Armani, Armani Exchange, Marni, Diesel), di quanto si goda la passerella («fosse per me – confessa – farei avanti e indietro cinquanta volte»), dell’emozione che lo pervade al pensiero del prossimo lavoro, in California.
Viso pulito, sguardo penetrante, treccine celate spesso dal cappellino, statura imponente (190 cm), fisico longilineo cesellato dallo sport, praticato a lungo prima di gettarsi a capofitto nel tourbillon frenetico di défilé, presentazioni, editoriali, fitting & Co., il ragazzo ambisce a farsi strada nella fashion industry, conscio delle proprie possibilità perché «detto con la massima umiltà, so quanto valgo».

Demba Mbaye model
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Le agenzie di model management ingaggiano sempre più ragazzi di colore che, finalmente, ampliano un po’ lo spettro delle personalità associate alla nostra società. Cosa pensi al riguardo, trovi che le cose, nella moda italiana (e non solo), stiano effettivamente cambiando?

In effetti sì, da circa tre anni a questa parte veniamo presi molto in considerazione, come saprai non è stato sempre così, nell’ambiente italiano. È una rivoluzione, tra ragazzi di colore poi ci troviamo bene, facciamo squadra sostenendoci a vicenda. Speriamo si possa proseguire su questa strada.

Mi diceva il tuo agente che sei un po’ “pazzo”, cosa credi intendesse?

(Ride, ndr) Penso si riferisse al fatto che sono un po’ “complicato”, non in senso negativo, però ho quasi sempre la testa fra le nuvole e, a volte, ci si mette anche la sfortuna, che sul piano professionale non aiuta. Tuttavia non perdo mai la fiducia e, specie sul lavoro, sono concentrato, consapevole di ciò che faccio e di dove voglio arrivare.

Ti va di raccontarci la tua storia? Da dove arrivi, come e quando hai iniziato a fare il modello…?

Sono nato e cresciuto in Senegal, fino all’età di otto anni, per poi trasferirmi in Italia, a Cilavegna, in provincia di Pavia. Fin da piccolo ho giocato a calcio, smettendo nel 2019 quando mi sono capitati i primi lavori da modello. In verità, ho cominciato approfittando di una casualità, perché camminavo a Porta Genova, a Milano, e un modello mi ha chiesto se stessi andando al casting di Armani. Gli ho risposto di sì (non era vero, ovviamente) e l’ho seguito; terminate le prove, il casting director del brand mi ha chiesto i contatti, gli ho dato il biglietto da visita di una signora che, tempo prima, mi aveva fermato per strada, ma non avevo mai richiamato né ero andato alla sua agenzia. Alla fine, per fortuna, è andata bene, sono stato preso per la sfilata.

So che anche tuo fratello Imam è nel settore, vi confrontate e scambiate pareri sul modeling?

Certo, lui è più piccolo, l’anno scorso sono riuscito a introdurlo in questo mondo e adesso sta ottenendo ottimi risultati, ne sono contentissimo. Adoro mio fratello, parliamo sempre dei nostri lavori, mi chiede dei consigli che, avendo maggiore esperienza, sono lieti di dargli. È sveglio e intelligente, ci capiamo al volo.

Antonio Marras abiti uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Moda a parte, quali sono le tue passioni, di cosa ti interessi?

Sono pieno di idee, in generale mi piace giocare a calcio e praticare qualsiasi sport, lo styling, divertirmi, anche. Mi piace la vita, in ogni sua sfumatura.

Eri nella line-up di recenti show di marchi come Emporio Armani, Marni, Philipp Plein, Diesel. Qual è stata la sfilata più emozionante, che, per un motivo o per l’altro, ricordi con maggior piacere?

Sono due in realtà, ossia la prima, quella cioè di Emporio Armani di cui dicevamo (Autunno/Inverno 2019-20, ndr), in cui mi sono trovato di fronte al signor Giorgio, ti lascio immaginare l’emozione; e poi Philipp Plein, che si è tenuta il giorno precedente alla chiusura totale per la pandemia. Mi sono goduto tutto, la location, l’atmosfera, l’energia che si respirava.

Hai preso parte anche a degli shooting per testate importanti, Vanity Fair, Icon, Esquire, Nss Magazine… Secondo te, quali sono le differenze principali tra editoriali e catwalk?

Dello shooting apprezzo che sia “concentrato”, mi sono sempre trovato bene sui set, il numero di persone è ridotto e si viene a creare un bel legame, ti senti più a tuo agio, inoltre puoi scambiare quattro chiacchiere, confrontarti, imparare da chi ne sa più di te. Nel backstage degli show, invece, c’è un tale caos e frenesia che nessuno ha del tempo da dedicarti, risulta un po’ dispersivo come contesto, però lo amo ugualmente, fosse per me farei avanti e indietro cinquanta volte. Da Philipp Plein, infatti, mi sono gasato quando, prima di iniziare, ci hanno detto che la passerella era lunga 350 metri.

A giudicare dal profilo Instagram, il tuo è uno stile di marca street, che prevede sneakers Jordan o Yeezy, baseball cap, jeans a vita bassa, pantaloni cargo, bomber dalle tonalità piene.Tu come lo descriveresti?

Con un aggettivo, street futuristico.

Antonio Marras modello
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Un capo/accessorio che compare sempre nei tuoi look?

Ho due must: l’underwear Armani e le calze colorate Missoni.

Designer o griffe con cui sarebbe un sogno lavorare?

Sono tante, ne cito tre: sarebbe bellissimo sfilare per Versace, Louis Vuitton Men e Burberry.

Sei piuttosto richiesto negli Stati Uniti, a breve ti recherai lì per lavoro, cosa ti aspetti da questo viaggio e, in generale, dal futuro?

Per il futuro mi auguro il meglio, tutto il bene possibile, perché mi amo e, detto con la massima umiltà, so quanto valgo. Le aspettative sono alte anche per il viaggio negli Usa, vedremo quel che succederà, non appena avrà sistemato tutto con i vari permessi partirò per Los Angeles, non sto nella pelle…

Antonio Marras look
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Credits

In tutto il servizio, Demba indossa abiti e accessori Antonio Marras

Talent Demba Mbaye @D’ManagementTwo Management

Photographer Manuel Scrima

Casting by Models Milano Scouting

Location Nonostante Marras Milano

Special thanks to Leonardo ed Efisio Marras

Radiografia di un cult: la polo di Ralph Lauren

Polo e Ralph Lauren, due termini che si richiamano vicendevolmente in modo pressoché automatico e, unendosi, formano il nome della linea di prêt-à-porter più conosciuta del designer statunitense. A suggellare un legame inestricabile, appena giunto al venerando traguardo dei cinquant’anni tondi, arriva adesso il libro Ralph Lauren’s Polo Shirt (Rizzoli International), consacrato proprio al capo d’abbigliamento che, in quanto sintesi tra la formalità della camicia e la basilarità della maglietta, incarna l’essenza stessa del brand, l’ubi consistam dell’american style codificato da un signore che, a 82 anni, dirige con mano sicura una multinazionale da 4,4 miliardi di ricavi. Un impero il cui asse portante sta proprio nella maglia in oggetto, se è vero, come si legge nel primo capitolo del volume (un’antologia della stessa, celebrata attraverso fotografie, aneddoti, ricordi personali e altri contenuti esclusivi) che «rappresenta ciò che Mickey Mouse è per la Disney o l’Empire State Building per New York».

Polo Ralph Lauren advertising
La polo Ralph Lauren (foto dal sito ralphlauren.it)
Ralph Lauren polo book
La copertina di Ralph Lauren’s Polo Shirt

Le origini del capo, tra polo e tennis

Un’icona, per dirla in breve, che ha contribuito a scrivere pagine memorabili della storia della griffe, sebbene non sia una novità ascrivibile a Mr. Lauren. L’origine data effettivamente al XIX secolo, quando fu introdotta in Occidente dai soldati britannici di stanza in India, che l’avevano vista addosso ai giocatori locali di polo, e importarono nel Vecchio Continente sia l’indumento che lo sport omonimo. Il presidente della Brooks Brothers John E. Brooks, a sua volta, dopo averla notata in Inghilterra, la commercializzò oltreoceano, replicandone il colletto abbottonato anche sulle camicie button-down, appunto. Sulla sponda opposta dell’Atlantico, negli anni Venti, Jean René Lacoste ne faceva la divisa d’elezione dei tennisti, non prima di averne accorciato le maniche, cucendola inoltre con un cotone fresco e leggero, il piqué.
Pur non avendola inventata, lo stilista newyorchese intuisce che la maglia è la base perfetta per edificare quella sorta di via americana al ben vestire che ha in mente da quando, nel 1968, esordisce con una collezione maschile completa. Il suo è infatti un casualwear ammantato di sofisticatezza, nel quale usi e costumi dei wasp (white anglo-saxon protestant, sostanzialmente la buona borghesia, che studia negli atenei della Ivy League, pratica sport elitari, trascorre le vacanze nelle cittadine à la page sulle coste del New England) si saldano alla fascinazione del nostro per la classe inscalfibile dei divi della vecchia Hollywood (dal venerato Cary Grant, di cui impara a memoria ogni outfit, a Gary Cooper), per il mito della frontiera (idealizza, su tutti, i topoi estetici del cowboy), per gli oggetti dalla patina vissuta, che abbiano una storia da scoprire.

Ralph Lauren Bruce Weber
Uno shooting realizzato da Bruce Weber per GQ, negli anni ’80

La nascita della Polo Shirt di Ralph Lauren

La polo del 1972, insomma, è la logica conseguenza di un racconto stilistico preciso e dettagliato: sportiva ma con juicio, strutturata pur senza ingessature, adatta alle aule dei college come ai weekend fuori città, priva di orpelli ad eccezione del provvidenziale logo col giocatore a cavallo, piazzato sul lato sinistro del petto (introdotto giusto l’anno prima sui polsini della camiceria femminile, riscuoterà un successo straordinario, finendo con l’identificare il marchio tout court). Altre caratteristiche sono il tessuto, puro cotone interlock, la vestibilità regolare, sagomata quanto basta, le spalle leggermente scese, l’orlo posteriore allungato, il collo a costine, chiuso da due bottoni. Nelle parole di Lauren, «un indumento magnifico e ricco di colori» perché, oltre agli imprescindibili bianco, blu e azzurro, è declinata in giallo e rosa. Nel giro di qualche anno, poi, si passa alla modalità “tuttifrutti”: aumenta il numero di nuance disponibili, 17 e perlopiù pastellate; lo slogan che accompagna il lancio promette inoltre che il modello «migliora con l’età», connotandolo perciò subito come un capo timeless, avulso dal ciclo continuo delle mode.

polo Ralph Lauren logo
Polo Ralph Lauren modelli
Modelli con polo pastello di Ralph Lauren

L’impasto di semplicità e sprezzatura funziona eccome, se già negli anni Ottanta la Ralph Lauren Corporation dichiara di vendere circa 4 milioni l’anno di Polo Shirt.
Nello stesso periodo, a mitigare l’esclusività di cui era stata rivestita dalla clientela di riferimento (la suddetta upper class degli Stati Uniti), intervengono subculture urban come quella dei Lo-Life, ragazzi di Brooklyn ossessionati dalle magliette col pony (e da cappelli, pullover, giubbotti, calze, tutto ciò che è marchiato RL insomma); ne accumulano quantità industriali grazie a mezzi più o meno leciti, eleggendo il cavallino a effige da sfoggiare a piè sospinto, per rivendicare la dignità della propria cultura, la voglia di ribellarsi a uno status quo che riconosceva solo a determinati gruppi sociali un ruolo “aspirazionale”.

Il successo della maglia col cavallino, tra indossatori celebri e progetti ad hoc

In tutto ciò, la fortuna dell’articolo non fa che aumentare, trainando fatturati e prestigio dell’azienda che lo firma. La hall of fame dei suoi indossatori famosi, d’altronde, è oltremodo varia, annoverando lo yuppissimo finanziere Jordan Belfort (alias Leonardo DiCaprio) di The Wolf of Wall Street, ex ed attuali presidenti (Ronald Reagan, Bill ClintonJoe Biden), popstar (leggasi Pharrell Williams, Harry Styles, Justin Timberlake), attori (Hugh Grant, Russell Crowe, Kit Harington, Patrick Dempsey), un monumento vivente del calcio come Pelé, stelle passate e presenti, da Frank Sinatra a Kanye West.
Nel 2017, a coronamento dello status ormai acquisito nell’immaginario comune, l’inclusione della polo nella rosa di memorabilia esposti alla mostra Items: Is Fashion Modern? al MoMa, preludio all’ingresso nella collezione permanente del museo.

Trattandosi di una pietra miliare del lifestyle by Ralph Lauren, la maison dosa attentamente le modifiche. Se la varietà delle sfumature aumenta (oggi si rischia di perdere il conto di fronte alle decine di tonalità a disposizione, ripartite all’occasione in trame rigate, bande diagonali, blocchi di colore sgargianti), resta contenuto il numero di restyling apportati al logo, passato dall’altezza originaria, di poco oltre il centimetro, ad “estremi” superiori ai cinque. Sicuramente ci si adegua all’air du temps, abbracciando le parole d’ordine della sostenibilità con il modello Earth, in poliestere riciclato; vanno in questa direzione anche i progetti collaterali all’uscita del coffe table book di cui sopra, cioè Polo Upcycled, edizione limitata di pezzi lavorati manualmente dagli artigiani di Atelier & Repairs, e l’estensione del programma Create Your Own, per customizzarla attraverso iniziali, lettere ricamate o combinazioni cromatiche inedite.
Interventi mirati, come si conviene a una maglia che si dimostra indifferente allo scorrere del tempo, forte di una dualità, di un (dis)equilibrio «tra unicità e – poiché molti altri nel mondo la indossano – il sentirsi parte di una comunità» (così scrive Ken Burns nella prefazione del libro); Una contraddizione – felicemente – irrisolta da cinque decenni.

polo Ralph Lauren personalizzate
Esempi del servizio Create Your Own

Nell’immagine in apertura, Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio in una scena di The Wolf of Wall Street

Cruna: il nuovo standard del menswear italiano

Il brand di menswear Cruna nasce a Vicenza nel 2013 da Alessandro Fasolo e Tommaso Pinotti, giovani imprenditori che fondano una realtà il cui Dna è composto da valori chiari, che le consentono una crescita rapida e virtuosa. I pilastri alla base del suo successo sono estremamente attuali: la filiera, corta e rigorosamente made in Italy, imperniata sulla collaborazione con laboratori manifatturieri veneti; i design, innovativi ma rispettosi dei codici stilistici italiani; l’utilizzo esclusivo di materiali pregevoli.

Cruna inizia il suo percorso come label specializzata nei pantaloni da uomo. Nelle sue proposte il racconto scorre tra artigianalità, tessuti performanti di eccelsa qualità, cura maniacale dei dettagli, una ricerca continua su modellistica e fit. L’obiettivo, compreso presto dal mercato italiano e internazionale, è stato creare un range di pants autentico, “definitivo”. L’innovazione tecnica e stilistica del brand, unitamente ai suoi valori, gli hanno consentito di emergere come uno dei migliori specialisti della categoria. Tra i principali fattori di fidelizzazione della clientela, le vestibilità impeccabili e la capacità di precorrere i trend.

Quello di Cruna è un progetto “from bottom to up”, che parte dal pantalone, cardine del menswear, e si sviluppa su una collezione total look che ruota intorno a capispalla e maglieria, per comporre l’anima di una griffe dalla fortissima identità, che ha il raro pregio di rompere gli schemi e guardare al futuro senza frenesia, come racconta Tommaso Pinotti, Co-Founder & Commercial Director.

Intervista con Tommaso Pinotti di Cruna

Il vostro brand nasce inizialmente con un focus sul pantalone, come mai?

È dal desiderio di rinnovamento del classico guardaroba maschile che nasce Cruna nel 2013, quando io e Alessandro abbiamo deciso di produrre il primo pantalone. Unendo infatti le diverse estrazioni professionali – io ero appena rientrato dall’America, lui era attivo in una società di consulenza, abbiamo percepito la necessità di un modello che mediasse tra stile classico e casual, per rispondere alle esigenze dell’uomo dinamico e contemporaneo.
Prende vita così l’Elevated Casual del marchio, un look contemporaneo, sofisticato, di qualità, che può rispondere alle esigenze dei consumatori che desiderano un look aggiornato e ricercato, senza scendere a compromessi con stile e qualità dei capi indossati.

Quale punto di forza vi differenzia dai vostri competitor?

La capacità di unire l’alta qualità delle proposte a un gusto fresco e contemporaneo. La produzione, con una filiera corta italiana, dall’idea alla realizzazione del singolo pezzo, ci consente un vantaggio competitivo rispetto ai brand che producono in made-out.
La partnership stretta con Marzotto per sviluppare insieme tessuti esclusivi, certifica il nostro continuo impegno nell’innovazione, nell’attivazione e valorizzazione di sinergie tra eccellenze del Veneto.

Quali sono i pezzi chiave del guardaroba maschile per questa S/S 22?

Per la collezione ci siamo ispirati al design e alla contaminazione tra materiali, reinterpretando modelli di ispirazione Heritage secondo codici contemporanei, elevandone lo spirito casual. Proposte decostruite e raffinate danno vita a un gioco di contrasti: tra queste il set-up che vede protagoniste la giacca Soho e l’iconico pantalone Mitte. La prima è la nostra giacca a due bottoni dal fit urbano, senza spacchi, interamente decostruita; la linea fluida e il singolo bottone sulla manica le donano un look contemporaneo e rilassato. Per il Mitte abbiamo invece reinterpretato un classico fit carotato con una pince, inserendo elementi activewear come l’elastico sulla cintura e la coulisse a scomparsa.
La declinazione del modello in un’ampia selezione di tessuti ne eleva il valore intrinseco, rendendolo un passe-partout da portare in ogni occasione. Dai cotoni versatili ai blend lana-cashmere o seta-lino, passando per i migliori filati tecnici, il Mitte si riconferma ad ogni stagione la proposta più apprezzata.

Tra le new entry la giacca Operà, ispirata alle Chore Jacket francese, ne eleva i tipici elementi workwear attraverso tessuti ricercati e una confezione artigianale. La proposta primavera/estate 2022 si completa con una selezione di t-shirt realizzate in maglieria 18 gauge e set-up di morbido cotone bouclé. La Nizza è realizzata in crêpe di cotone Pima organico, tinto filo, di altissima qualità, mentre le maglie Bandol e Downtown, insieme al bermuda Saint-Tropez, sono declinate in freschissimo tessuto bouclé effetto spugna.

Avete già una distribuzione presso retailer di lusso, quali sono le prospettive per il futuro?

Lo sviluppo dell’estero è tra i principali obiettivi, il focus è ora su Danimarca, Olanda e Scandinavia, per incrementare gli oltre 250 multimarca dove siamo presenti.
Per il futuro abbiamo grandi ambizioni: diventare un marchio di riferimento nel settore, rappresentando l’Elevated Casual tipicamente italiano all’estero. Questo significherà continuare il nostro percorso nello sviluppo di prodotto e dei nostri codici stilistici, oltre alla diversificazione dei canali distributivi.
Tra i progetti in stadio di sviluppo avanzato c’è il lancio della prima collezione donna, con la Primavera/Estate 2023. Infine, lo sviluppo della nostra rete di flagship store che prevede, per l’estate, l’apertura del primo negozio Cruna a San Pantaleo, in Sardegna.

La S/S 2022 di People of Shibuya tra versatilità, performance e spirito tech

Mai come in questi anni di generale entusiasmo per ibridazioni, collab, capsule collection, annessi e connessi, la versatilità è stata così gettonata nel mondo fashion. Una propensione verso soluzioni che sappiano prestarsi al maggior numero possibile di occasioni, quasi ecumeniche, se così si può dire, che avvantaggia chi, come People of Shibuya, punta da tempi non sospetti su determinate caratteristiche.
Il marchio nato nel 2014, infatti, ha trovato nella funzionalità la propria ragion d’essere, sublimandola in capispalla di matrice tecnica ma dall’anima sartoriale, sintesi ideale tra qualità prettamente italiana e purismo nipponico, innovazione e classicità, pulizia delle linee e modularità, per giacconi, impermeabili, blouson & Co. adatti a qualunque contesto, outdoor o cittadino che sia, e rispondendo così alle esigenze di una clientela metropolitana sempre in movimento, tra impegni lavorativi e weekend fuori porta.

Due modelli della collezione S/S 2022 di People of Shibuya

Il blend di pragmatismo ed eleganza urban è al cuore anche della collezione Spring/Summer 2022 del brand, che ruota intorno a due poli, tech sportswear e performance style. Nel primo caso, la proposta si articola sulle felpe: si può scegliere tra i modelli Ukimi (in light fleece, provvisto di mantella in tessuto tecnico a contrasto, connubio perfetto di stile e comfort), Ginza (capo high quality con cappuccio e maniche raglan, contraddistinto da passamanerie sui bordi, tasche zippate pressoché invisibili e orlo posteriore stondato), Uzuma (dal taglio affusolato, con collo alla coreana e profilature ad effetto riflettente, che si distingue grazie alla coulisse in vita e alla chiusura a clip) e Kintai, inconfondibile nel suo punto di rosa particolarmente acceso.

Nel secondo, le giacche performance, enfatizzando la ricerca su forme, materiali e impatto cromatico (con l’introduzione di tonalità vibranti di giallo e arancione, accanto agli inossidabili bianco e nero), danno un’accezione inedita al concetto di tecnicismo urbano.
Due le novità: il giubbino Konami, realizzato in uno speciale filato giapponese, bi-stretch e antipiega, dalla mano eccezionalmente morbida, e rifinito da tasche applicate chiuse da bottoni ton sur ton; e la jacket multiuso Nikka in microfibra sintetica Primaloft, fornita di cappuccio staccabile, un passe-partout per la stagione primaverile, tanto comfy e pratico quanto stiloso.

Tutte le immagini courtesy of People of Shibuya

Oscar 2022: vincitori, vinti e look degli Academy Awards

Quella andata in scena stanotte a Los Angeles, la 94esima, è stata un’edizione degli Oscar in sordina, che rischia di essere ricordata soprattutto per un paio di episodi incresciosi. Clamoroso, senz’altro, il ceffone rifilato da Will Smith (per giunta uno dei trionfatori in quanto miglior attore protagonista, grazie all’interpretazione del padre/allenatore delle tenniste Serena e Venus Williams in Una famiglia vincente – King Richard) a Chris Rock, dopo la battuta (infelice) del comico sulla calvizie della moglie di Smith, Jada, che soffre di alopecia. L’ex principe di Bel-Air in seguito si è scusato, ma certo un gesto simile, davanti alla platea di star allibite, rimarrà negli annali dello show.
Smentendo le voci circolate nei giorni scorsi, inoltre, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky non è intervenuto alla cerimonia, e nel complesso la guerra scatenata dalla Russia è rimasta sostanzialmente ai margini, eccezion fatta per un minuto di silenzio, il discorso (piuttosto generico, in verità) di Mila Kunis (che ha origini ucraine) e il florilegio di coccarde, nastri e fazzoletti gialloblu, dentro e fuori dal Dolby Theatre. La timidezza, diciamo così, dimostrata dall’Academy nel trattare l’argomento ha peraltro già scatenato polemiche e critiche.

Jessica Chastain (ph. by Robyn Beck/AFP via Getty Images)
Will Smith e Jada Pinkett Smith (ph. WireImage)

L’Italia esce a mani vuote dalla serata hollywoodiana: ad aggiudicarsi il premio come miglior pellicola straniera è infatti Drive My Car, a scapito degli altri quattro contendenti tra cui il sorrentiniano È stata la mano di Dio; Jenny Beavan di Cruella soffia la statuetta per i costumi a Massimo Cantini Parrini (candidato per Cyrano); il film d’animazione Disney Encanto, strafavorito, conferma le previsioni della vigilia sbaragliando gli avversari, compreso Luca del nostro Enrico Casarosa.
Significativa l’affermazione di I segni del cuore – Coda, storia dell’unica persona udente in una famiglia di sordi che, partita da outsider, porta a casa tre degli Oscar di maggiore peso, cioè miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista (Troy Kotsur, primo interprete sordomuto a vincere il premio).

Luisa Ranieri, Paolo Sorrentino con la moglie Daniela, Filippo Scotti (ph. by Angela Weiss/Getty Images)

Bissa il successo dei recenti Critics Choice Award Jane Campion, miglior regista con Il potere del cane, mentre la radicale trasformazione cui si è sottoposta Jessica Chastain, per il ruolo dell’omonima telepredicatrice in Gli occhi di Tammy Faye, le vale il titolo di best actress, centrato alla terza nomination.
Fa incetta di riconoscimenti, seppur tecnici, il kolossal sci-fi Dune (premiato per montaggio, fotografia, colonna sonora, effetti speciali, scenografia e sonoro); altre statuette sono andate poi a Billie Eilish (insieme al fratello Finneas) per la miglior canzone originale (No Time to Die, brano dell’ultimo film di 007), ad Ariana DeBose (miglior attrice non protagonista), a Belfast (migliore sceneggiatura originale) e, nella categoria documentario, a Summer of Soul (…Or, When the Revolution Could Not Be Televised).

Ariana DeBose (ph. by Jeff Kravitz/Getty Images)

Note positive arrivano invece dai look della kermesse, che stavolta riserva parecchie, gradevoli sorprese negli outfit maschili apparsi sul red carpet più atteso e scrutato del globo. Non poche tra le celebrità giunte all’epico teatro di Hollywood Boulevard, infatti, pur senza sottrarsi ai precetti formali richiesti dall’occasione, mostrano come sia possibile coniugare originalità ed eleganza aurea, distinguendosi ciascuno a modo proprio. Lo fa innanzitutto Timothée Chalamet, novello wonderboy del cinema che, in fatto di uscite di gala, non sbaglia un colpo: si presenta con uno spencer glitterato che è tutto uno sfolgorio, portato a pelle, su pantaloni a sigaretta scuri, boots lucidati a specchio (di Louis Vuitton, come il suit) e collana con pendente ferino di Cartier; l’azzardo è notevole, ma il buon “Timmy” va inserito di diritto nei best dressed men degli Oscar.

Sulla stessa scia Andrew Garfield in modalità dandy, regale nel suo ensemble Saint Laurent, ossia blazer di velluto purpureo sopra pants affusolati, con tanto di fiocco anni ‘70 al posto del tradizionale papillon.
Non passa certamente inosservato nemmeno Kodi Smit-McPhee: l’attore rivelazione de Il potere del cane osa la sfumatura dell’azzurro pallido, insolita per una grande soirée, distribuendola sull’intera mise Bottega Veneta, composta da giacca double-breasted, calzoni pennellati, stivaletti, un prezioso girocollo in luogo della cravatta.

La keyword per decifrare l’outfit (Valentino) di Jamie Dornan è rilassatezza, condita con un pizzico di eccentricità: lo smoking, sfoderato, è un filo più lungo del dovuto, e sulla suola delle scarpe derby sono incastonate minuscole borchie. Trasuda souplesse anche l’abito di Jake Gyllenhaal (senza bow-tie, a conferma del mood disinvolto), per non parlare di quello firmato Maison Margiela di Travis Barker, accessoriato da sunglasses (una rockstar non si smentisce mai, no?) e broche a goccia di diamanti sul risvolto. Proprio le spille si rivelano un plus gettonatissimo tra gli uomini: brillano infatti sui revers dei blazer di Wilmer Valderrama (un bel doppiopetto velvet color verde pino), Jay Ellis, Karamo Brown e Rami Malek. Quest’ultimo, tra l’altro, affronta i flash dei fotografi con occhiali da sole aviator, chioma leggermente spettinata, mano sinistra nella tasca e, in generale, l’atteggiamento un po’ sornione di chi non indossa, come fa lui, un tuxedo su misura Prada.

In quota bling bling troviamo il completo del dj D-Nice, tempestato di cristalli, all’estremità opposta dello spettro fashion il sobrio look Zegna di Javier Bardem, tramato di disegnature paisley, ton sur ton col blu profondo della giacca.
Ligi all’etichetta, e per questo impeccabili, sono infine Shawn Mendes e Nikolaj Coster-Waldau, entrambi in smoking (nero Dolce&Gabbana per il cantante, bianco per l’ex Jamie Lannister di Games of Thrones) dal fit perfetto.

In apertura, il cast di I segni del cuore – Coda

Le collezioni co-ed della Milano Fashion Week FW 2022 (ri)scoprono l’edonismo

Doveva essere la fashion week dell’anelatissimo restart e così è stato, al netto delle notizie funeste che purtroppo arrivavano – e continuano ad arrivare – dall’Est. La seconda industria del Belpaese (sempre bene ricordarlo, specie a chi la tacciava di insensibilità per la concomitanza delle sfilate con la guerra ucraina) era impaziente di ritornare al fermento degli eventi dal vivo, davanti a un parterre di giornalisti, buyer e volti noti; anche quest’obiettivo, stando alle megastar nelle prime file (la golden couple Rihanna-A$ap Rocky, Sharon Stone, Julianne Moore, Kim Kardashian…), risulta centrato, col presidente di CNMI Carlo Capasa soddisfatto di «una normalità vicina ai livelli pre pandemia».

Com’era prevedibile (e legittimo), il progressivo superamento dell’emergenza covidica porta con sé un desiderio irrefrenabile di scatenarsi, in tutti i luoghi e tutti i laghi, presentandosi habillé, inappuntabilmente vestiti insomma, all’appuntamento con la ritrovata socialità; o almeno, è quanto comunicato da parecchie delle collezioni co-ed di Milano Moda Donna Autunno/Inverno 2022, incluse le cinque qui sotto.

Diesel

L’eccitazione è palpabile nel défilé Diesel, dove si fa riferimento alla sfacciataggine, ad alto gradiente erotico, delle campagne dei bei tempi andati, restituita plasticamente dai pupazzoni stesi in pose languide che troneggiano nella sala.
In quello che è il vero debutto del direttore creativo – dal 2020 – Glenn Martens, tutto sembra evocare lo spirito epicureo, chiassoso, vicino al kitsch del fashion world a cavallo del millennio: i marsupi a tracolla, l’ovale d’archivio con la D curvata e il motto For Successful Living schiaffati ovunque, la pelle abbondantemente scoperta da spacchi da capogiro, crop top, fasce di jeans trasformate in minigonne inguinali…
Poiché il marchio è un’autorità indiscussa del denim, il focus non poteva non essere sulla tela di Genova, manipolata in tutti i modi possibili e immaginabili: opacizzata, abrasa fino a rivelarne gli strati sottostanti, dilavata, tinta in nuance sabbiate o pop, accumulata per ricavarne capispalla titanici o ensemble sconquassati, con lacerti penzolanti di stoffa e screpolature a mo’ di manifesto divelto.
Martens non si risparmia alcune delle (ponderatissime) “stranezze” che da Y/Project gli sono valse la fama di sperimentatore ineffabile, centellinando asimmetrie, incastri di forme e dettagli trompe-l’oeil, miscelando con fare da alchimista ingredienti a dir poco eterogenei.  


Ph. courtesy Diesel, ph. 5 by Nicky Zeng


MM6 Maison Margiela

Sfila in un capannone industriale, tra scaffali stipati di merce, la linea contemporary di Maison Margiela, che ritrova il piacere dell‘abbigliarsi come si conviene, prediligendo capi ben fatti, rispettosi dei formalismi sartoriali, senza rinunciare però a un quid ironico, ubi consistam della griffe.
Le mise strutturate, con cappottoni doppiopetto rigorosi, giacche in cuoio dal flavour vissuto e completi dalle spalle segnate, che si restringono sul punto vita e prevedono l’abbinamento con pantaloni cascanti o, viceversa, a sigaretta, trovano infatti un contraltare nelle minuscole borchie e pietruzze sparse sulle texture, nei cinque tasche squamati, nei foulard animalier sbucanti dai colli delle camicie, nelle braccia strizzate in guanti da opera, anch’essi pitonati, nella lucentezza di pellami spazzolati e pants che paiono avvolti nello scotch; a mitigare una certa severità di fondo è la tavolozza cromatica, la leziosità dei rosa cipriati e pesca che interrompe una sinfonia di nero, marrone, panna e verde bottiglia, contribuendo ad equilibrare il lato tailoring e quello più edgy della collezione


Ph. by Filippo Fior


ATXV

È l’erotismo, suadente, mai sfrontato, l’asse portante di un guardaroba nel quale i confini tra maschile e femminile sono assai labili, cosicché uomini e donne possano scambiarsene i componenti in totale libertà. Con la prova A/I 2022 Antonio Tarantini di ATXV seguita a cesellare il suo linguaggio estetico genderless, seducente ma senza eccessi, che l’anno scorso gli è valso la vittoria di Who is on Netx?.
Stavolta conduce gli invitati nella stazione della metro Repubblica, dove le pareti color gesso danno ulteriore risalto ad outfit lascivi e insieme fragili. Il lavoro sulla figura è scrupoloso, tra drappeggi, tagli sbiecati, contorsioni della materia, sovrapposizioni, lunghezze differenti in dialogo tra esse; i tessuti (aerei, come duchesse e jersey ultralight) si inerpicano sul corpo, incrociati su collo o spalle, pieghettati sulle braccia, avviluppati al torace, rimboccati sopra l’addome, nudo oppure cinto da boxer che sporgono dai pantaloni a vita bassa, dalla vestibilità decontratta.
I dress svelti contrastano le tuniche oblunghe, i cut-out le superfici compatte, i tocchi di rosa, azzurro e rosso i bianchi e neri prevalenti, le bluse drapée i top fluidi. A sottolineare la naturale connessione tra gli esseri viventi sono poi i gioielli, attraverso pietre evocative delle energie primordiali, sigillo finale su capi che incoraggiano chiunque a sentirsi meravigliosamente libero.


Ph. courtesy ATXV


Palm Angels

Nelle note della collezione Palm Angels, Francesco Ragazzi afferma di voler promuovere «l’unità nella frammentazione, l’identità nella molteplicità», coerentemente alla sua concezione della label come «un punto di vista, una prospettiva sull’atto del vestirsi»; parole che aiutano a inquadrare la caterva di mise grafiche, esagerate, discordanti spedite in pedana.
L’input glielo fornisce Los Angeles, precisamente la cool attitude dei giovani della City of Angels, impegnati magari in acrobazie sullo skate, a oziare sulla spiaggia di Venice Beach, ad assistere a un concerto indie o chissà cos’altro; vaste programme, verrebbe da commentare, pensando alle innumerevoli sfaccettature della contea americana più popolosa, e infatti nelle 55 uscite dello show troviamo tutto e il suo contrario.
Ci sono gli archetipi del grunge (maculato, pullover malmessi, beanie in lana, occhiali dalla grossa montatura bianca, status symbol eternato da Kurt Cobain) e i lucori di strass, paillettes e lamé, gli accostamenti sperticati (il montone sui bermuda, il peacoat a quadri sulla tuta viola) e stemmi e iniziali prese in prestito dal preppy, il tweed e le scritte aerografate, con i registri stilistici che si fondono – e confondono.
Al netto dello styling (fin troppo) audace, chi apprezzi lo stile urban può scovare facilmente articoli di proprio gradimento, comprese le calzature co-firmate da Vans e Moon Boot.



Bottega Veneta

Per la maison vicentina edonismo significa lusso duro e puro, correlato alla magnificenza dei pellami “coccolati” nei propri laboratori. Un lusso, quindi, da toccare e sentire prima ancora che vedere nel mare magnum dei social o addosso alla celebrità X, esperendolo in maniera intima e, proprio per questo, autentica.
Ad avvalorare quanto detto è la prima collezione di Matthieu Blazy, chiamato a raccogliere il testimone di Daniel Lee, fautore della portentosa rinascita di Bottega Veneta, da gigante dormiente del luxury ad aspirazione suprema di ogni fashion victim che si rispetti in appena un triennio.
Compito niente affatto facile, dunque, che lo stilista comincia ad assolvere equilibrando il passato col presente, un retaggio sublimemente artigianale con i graffi del predecessore, «lo stile sulla moda, nella sua atemporalità» (sono parole sue) con l’estrosità. L’operazione riesce, il virtuosismo della manifattura, tale da “illudere” lo spettatore circa la natura dei materiali (come le tele della consistenza del cotone che, in realtà, sono in nappa o suède), nobilita la semplicità solo apparente delle costruzioni, le linee sono qua secche e nervose, là carezzevoli, lusinghiere per la silhouette, le arcuature sul retro di alcuni abiti (omaggio ai profili aerodinamici della scultura Forme uniche della continuità nello spazio, di Boccioni) non escludono la sveltezza di indispensabili del menswear (e womenswear) quali t-shirt, camicie, maglioni, paletot.
A fronte di cotanto lavorio sul prêt-à-porter, bisogna concedere qualcosa ai cacciatori del Santo Graal modaiolo, sempre all’opera e disposti, nel caso, ad estenuanti liste d’attesa pur di assicurarselo; li accontenterà la valanga di nuove, accattivanti interpretazioni dell’intrecciato BV, dai secchielli ai cuissardes (unisex), dalle shopper alle borse a mano in fettucce quadrate, che compongono trame di pieni e vuoti. I fan degli accessori catchy di Lee possono dormire sonni tranquilli.


Ph. Imaxtree


In apertura, ph. courtesy Palm Angels

Radiografia di un cult: il Bedale di Barbour

Si scrive Bedale, si legge emblema dell’outerwear di stampo britannico. Il termine identifica, per essere più precisi, il capospalla esemplificativo di un’azienda, Barbour, a sua volta considerata, nel Regno Unito, alla stregua di un patrimonio nazionale, che non molto tempo fa (era il 2019) ha tagliato l’invidiabile traguardo dei 125 anni di storia.
Al di là dei singoli modelli, comunque, è sufficiente pronunciare il nome del marchio, radicato nel nord-est dell’Inghilterra, poco distante da Newcastle, perché in chiunque abbia un minimo di familiarità con lo stile british, solido nella propria classicità e sostanzialmente indifferente alle fregole fashioniste, scatti un’associazione olfattiva degna delle celebre madeleine di Proust, richiamando l’odore pungente della stoffa impregnata di cera.




Il trattamento wax, come lo chiamano in terra d’Albione, è la specialità della casa, fin da quando, nel 1894, il capostipite dell’omonima dinastia apre a South Shields, centro portuale affacciato sulle acque del Mare del Nord, la John Barbour & Co. Tailors and Drapers, con cui vende a marinai e pescatori capi consoni all’inclemente clima locale, in cotone egiziano adeguatamente oleato, per conferirgli maggiore resistenza a pioggia, vento e altri inconvenienti abituali a certe latitudini.



Dai primi del ‘900 la promozione dei prodotti passa da un battage pubblicitario insolito per l’epoca: si largheggia in spiegazioni che ne illustrano la superiorità, dal punto di vista dell’impermeabilità e della robustezza, rispetto a quelli dei concorrenti, sintetizzando icasticamente il tutto in uno slogan che, in italiano, suona pressapoco «l’abbigliamento migliore per il tempo peggiore»; ad inverare la formula provvede, negli anni ‘30, l’introduzione del tessuto thornproof, più compatto e agevole da indossare dei predecessori. Contemporaneamente, ci si rivolge ai motociclisti con una linea di riding jacket che, qualche decennio dopo, arruolerà tra i suoi fan anche il centauro più ammirato di allora, e forse di sempre, Steve McQueen (uno scatto del 1964 lo ritrae in sella alla sua Triumph con una giacca Barbour).


Campagna per il 125esimo anniversario del marchio


I giubbotti cerati del brand, soprattutto, con il loro aspetto understated, i colori da sottobosco e l’ormai conclamata adattabilità alle condizioni meteorologiche avverse, incontrano il favore dei cultori di quelle attività all’aria aperta, caccia e pesca in primis, assai identitarie per la buona società inglese, fino a intercettare il favore della royal family al completo, dalla regina in giù.
Barbour, negli anni, legherà a tal punto la propria immagine ai Windsor da divenire fornitore ufficiale della casa regnante, cumulando tre Royal Warrant, i sigilli con cui si riconoscono i servizi commerciali resi alla Corona: a conferire il primo, nel 1974, è il Duca di Edimburgo, seguono quelli di Elisabetta II nel 1982 e del principe Carlo nel 1987.


Il Bedale, in tutto ciò, viene introdotto nel 1980 da Margaret Barbour (la presidente, quarta generazione della famiglia tuttora alla redini); tenendo a mente le esigenze pratiche di chi si dedica all’equitazione, disegna un giaccone dalla vestibilità dégagé di taglio classico, né troppo lungo né troppo corto, in cotone waxed di peso medio, fornito di prese d’aria posteriori, tasche laterali più due, grandi, a soffietto. I dettagli (vincenti, con tutta evidenza)? Collo a camicia in velluto millerighe, fodera tartan, chiusura tramite zip con doppio cursore ad anello e bottoni a pressione. Britishness in purezza, dunque, e accento sulla versatilità dell’indumento, da sfruttare in ogni stagione grazie alla possibilità di aggiungere il cappuccio, da fissare all’apposita clip, e inserire un’imbottitura interna per i mesi freddi.
Il modello trova subito una testimonial d’eccezione in Diana Spencer, che lo indossa durante le scampagnate nelle residenze di campagna della Royal House, o in occasione delle visite ufficiali nelle località più remote della Gran Bretagna.
L’enorme popolarità della principessa del Galles dà il suggello definitivo alla giacca, allora uno status symbol irrinunciabile per la jeunesse dorée degli Sloane Ranger, giovani, affluenti londinesi che bazzicano i locali in della capitale, tra Chelsea e Kensington.


Lady Diana in uno scatto degli anni ’80 con la giacca Bedale

Una scena di The Crown

Il lungo percorso del marchio, ciò nonostante, incontra delle battute d’arresto, che guarda caso coincidono con la crisi della monarchia successiva alla morte di Lady D, a cavallo del millennio.
La proprietà si apre perciò a iniziative che rinvigoriscono l’appeal della giubbotteria Barbour, collaborando ad esempio con un paladino della moda brit qual è Paul Smith e, più in là, con la conduttrice e It girl Alexa Chung, affezionatissima cliente, rafforzando così un’affinità elettiva con lo show-business che, a dire la verità, non è mai venuta meno. Non si contano, infatti, le celebrità avvistate negli anni con le inconfondibili waxed jacket, da Benedict Cumberbatch a Daniel Day-Lewis, passando per Robert Redford, David Beckham, Alex Turner, Kate Moss, Daniel Craig nei panni o meglio, nel giaccone – parte della limited edition firmata dal designer Tokihito Yoshida – di 007 in Skyfall. All’inventario bisognerebbe poi aggiungere le teste coronate, reali (ivi comprese le ultime arrivate, Kate Middleton e Meghan Markle) o fittizie ma più vere del vero, quelle cioè impersonate da Emma Corrin, Josh O’Connor e colleghi nella quarta stagione dell’acclamata serie tv The Crown, dove vengono ricostruiti, con scrupolo filologico, i weekend trascorsi al castello di Balmoral dai Royals (vestiti Barbour, si capisce).


Photo © 2017 Fame Flynet UK/The Grosby Group EXCLUSIVE London, February 23, 2017. Football Icon David Beckham pictured getting back to work after an email scandal threatened to break brand Beckham. David was seen surrounded by onlookers that were amazed to see the former England international back at work in the public eye after his recent scandal. He was seen surrounded by a film crew while he filmed an advert in the park in London, England. The England ace had time to to show his softer side as he played with his dog Olive, rode a bike and looked the perfect gent in hunting gear. At one point, David seemed to levitate off the ground! But he was clearly not feeling his best as he poked and blew his nose throughout the day.

David Beckham, Alexa Chung, Alex Turner, il principe Carlo


Lo sfoggio dovizioso di cerate della griffe, negli episodi trasmessi due anni fa, ha solleticato gli spettatori, facendo registrare un netto aumento degli articoli di seconda mano o vintage, in vendita su piattaforme di reselling, come Vestiaire Collective, e siti generalisti alla subito.it o eBay; un interesse cui ha sicuramente contribuito, nel medesimo periodo, uno degli ormai incalcolabili trend divampati su TikTok e compagnia, il cottagecore, ovvero l’idealizzazione dello stile di vita bucolico, col relativo portato di accessori da picnic, motivi naturalistici, plaid, tweed…


Supreme x Barbour

Barbour x Noah

A chiudere il cerchio, in questa ritrovata vitalità del marchio in generale e del Bedale in particolare, le co-lab con la crème dello streetwear odierno, nell’ordine Supreme, Noah e Bape, intervenuti perlopiù sulla superficie del giubbino, tra zebrature, pattern etnici, inserti camouflage e cromie forti, dalle tonalità fluo alle gradazioni intense di giallo, fucsia e blu.
D’altronde meglio non stravolgere uno staple dell’abbigliamento outdoor che, stando a Helen Barbour (figlia della già citata Margaret), è tale perché in linea con «ciò che abbiamo sempre fatto e continueremo a fare: capi che soddisfino le mutevoli esigenze e aspettative dei clienti, senza compromettere i valori fondanti». Come darle torto?


Barbour x Noah

Barbour x Bape

Nell’immagine in apertura, foto dal sito di WP Lavori in Corso

The Waiting

Archetipi del guardaroba maschile (gessati, soprabiti e stringate) vs pezzi dal sapore workwear, velature, un clash tra forme ridottissime e linee over, sex appeal e rigore sartoriale. Sono queste le keyword dell’editoriale realizzato per Manintown dal fotografo Filippo Thiella: protagonista il modello Giove Taioli, che indossa bluse e maglioni cropped Christian Pellizzari, cappotti e pantaloni Gaëlle Paris, tute one-piece in denim Weili Zheng e altri capi selezionati dallo stylist Paolo Sbaraglia, in un gioco di contrasti esaltato dal nitore del black & white.


Shirt Alberto Zambelli

Shirt Alberto Zambelli, pants Christian Pellizzari, shoes stylist’s archive

Coat and pants Gaëlle Paris, shirt Christian Pellizzari, shoes stylist’s archive

Crop sweater Christian Pellizzari

Coat YouWei, pants Christian Pellizzari

Romper Weili Zheng

Coat and pants Gaëlle Paris, shirt Christian Pellizzari, shoes stylist’s archive

Total look Gaëlle Paris

Shirt Christian Pellizzari, pants Gaëlle Paris, shoes stylist’s archive

Credits

Photographer Filippo Thiella
Stylist Paolo Sbaraglia
Grooming Cecilia Olmedi
Model Giove Taioli @M.O.M. Agency

Nell’immagine in apertura, Giove indossa romper Weili Zheng

Sfilate uomo autunno-inverno 2022/23: un gentiluomo, un uomo gentile

«È infinitamente più vile leggere un cattivo libro che non comperare un cappello, o una cravatta alla moda. La moda distribuisce clandestinamente dei simboli, in una cultura che non sa più fabbricarli direttamente», scriveva Giorgio Manganelli.

Di simboli, allegorie e metafore ce ne sono in abbondanza, nelle ultime sfilate maschili di Milano, Parigi e qualche lampo londinese per il prossimo autunno-inverno. Da un lato, il ritorno a un formale ripensato e rimodulato era un facile pronostico, dopo due anni passati in tuta, felpe e sneakers e con il crescente desiderio di rimettersi in gioco con abiti belli, di tessuti preziosi e di ottima fattura; dall’altro, la situazione socio-politica mondiale, ancora offuscata dalla presenza del Covid e delle sue varianti che non accennano a diminuire, l’incertezza del futuro, la polarizzazione del pensiero che sta esacerbando la comunicazione con il risultato di arrivare a un certo conservatorismo, potrebbero nascondere la riattivazione di una società che va verso la restaurazione dello status quo.


Prada A/I 2022/23, photo: AFP

Del resto, gruppi crescenti di persone desiderano prodotti sfarzosi e hanno disponibilità economiche che glielo permettono. I mercati del lusso tradizionali beneficiano in particolar modo delle tendenze di consumo come l’edonismo e dal crescente desiderio degli individui di distinguersi e rappresentarsi, specialmente in periodi di crescente incertezza/instabilità. Ma Il mainstream stesso è sempre più frammentato, e quindi dentro a un messaggio chiaro e coerente, poi affluiscono trend minori che quel messaggio contraddicono e ridiscutono.


Alyx A/I 2022/23, ph. by Filippo Fior/GoRunway.com

In questo panorama inquieto, ci è sembrato che la categoria dell’“abbigliamento” abbia vinto su quella della “moda”, intesa come ricerca spasmodica del nuovo, pur fronteggiando una realtà che finora non ha avuto eguali nella storia. In questo senso, la sfilata di Alessandro Sartori per Zegna è stata la più rivoluzionaria, pur nella pacatezza di toni e volumi, nel saper conciliare una serie di istanze – il genderless, la diversity, l’inclusione – con una tradizione sartoriale che oggi è più che mai necessaria per trasformare un’idea in un “prodotto” e, nello stesso tempo, avere tutti i crismi per essere considerata contemporanea. Abbigliamento per umani, esattamente: Miuccia Prada con Raf Simons e Rei Kawakubo per Comme des Garçons hanno rielaborato – ciascuno a suo modo – gli stilemi del classico, i primi legandolo al concetto di potere (riproponendo il tema della mitica collezione autunno-inverno 2012 “Il Palazzo” e non ispirandosi, come dicono alcuni malinformati, alle sfilate di Demna per Balenciaga), la seconda alla figura letteraria del flâneur, il gentiluomo vagabondo che passeggia per le vie della metropoli senza meta, limitando la sua produttività alla pura osservazione.
Ma, nei fatti, i capi proposti hanno la solennità offerta dall’idea di essere pezzi destinati a durare, a interpretare quella voglia di eleganza in una chiave di quella che Italo Calvino, nell’ultima delle Lezioni Americane che non venne mai pubblicata, chiama consistency. In inglese, il termine consistency può assumere, a seconda del contesto, tre significati differenti. Consistenza, costanza, coerenza. Per Calvino, tutti e tre sono fondamentali: spiega che un’opera d’arte deve essere consistente. Ciò significa che essa deve possedere tutte le sfumature del suo autore. L’artista, infatti, ha completamente carta bianca. Egli può decidere su cosa improntare il suo lavoro. Tuttavia, è in ogni caso influenzato dal circostante, nel bene e nel male. Ed è inevitabile che la sua arte rifletta tutti gli aspetti che lo caratterizzano.


Zegna A/I 2022/23

In questa accezione, le più belle collezioni maschili – anche quelle che, come Undercover disegnata da Jun Takahashi o Alyx, a cura di Matthew Williams – nella loro apparente sobrietà celavano un senso coerente e compatto di un uomo che ha sicuramente introiettato la lezione dello streetstyle e della contaminazione con elementi femminili, ma nello stesso tempo vuole sentirsi protetto sia dalla storia che lo ha condotto fin qui, sia da capi portabili, forse non troppo spiritosi, ma d’impianto solido, fermo, sicuro. Perfino quelle che sono sembrati i défilé più surreali – del resto, quale momento di surrealtà o surrealismo più concreto quanto quello che stiamo vivendo? – come quella di Loewe del sempre più bravo JW Anderson o GmbH, disegnata dal duo Serhat Isik e Benjamin Huseby (prossimi direttori creativi di casa Trussardi: speriamo li facciano lavorare in pace) tra le proposte più estrose racchiudevano un cuore dove il tailoring ragionato sostituisce l’effetto spettacolare fine a se stesso, in una concezione di un menswear moderno ma costruito secondo regole di ingegneria tessile.


Loewe A/I 2022/23, ph. by Acielle / StyleDuMonde

Viene in mente la frase iniziale del saggio di Salvatore Settis Futuro del classico (Einaudi): «Ogni epoca, per trovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa di “classico”. Così il “classico” riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici». In un mondo come questo, dove mai come adesso si parla di realtà alternative come il metaverso, sembra che i fashion designer oppongano una visione forte, reale, per niente tecnologicamente visionaria.
Anche nella sfilata postuma di Virgil Abloh per Louis Vuitton o in quella di Kim Jones per Dior Homme, agli allestimenti onirici si unisce la maestria artigianale del “saper fare” e del rapporto con il tempo. Per il compianto Virgil, la stampa di un quadro di Giorgio De Chirico, La melanconia della partenza, su cappotti e capispalla era illustrativo del concetto di Maintainamorphosis, da lui definito come il principio per cui le “vecchie” idee dovrebbero essere rinvigorite con valore e presentate insieme alle “nuove”, perché entrambe hanno lo stesso valore. Per Mr. Jones, invece, la celebrazione della 75° della maison è stata l’occasione per trasferire i codici estetici femminili di monsieur Dior, che non disegnò mai abiti da uomo, su capi estremamente virili che da questa impollinazione hanno dato vita a una collezione desiderabilissima, forte e cortese, dove il concetto di gentiluomo si scompone e si confonde in quello di “uomo gentile”.


Undercover A/I 2022/23

Potremmo definire così il vero protagonista delle fashion week europee: un uomo gentile e un gentiluomo, in grado di esercitare senza vergogna alcuna una sensibilità acuta fino alla vulnerabilità ma nello stesso tempo preparato ad affrontare un mondo che non sempre gli mostra il volto migliore, ma lo minaccia con guerre, carestie ed epidemie. “Dio fece all’uomo e sua moglie tuniche e li vestì”, è scritto nella Genesi 3, 21. Fuori dai riferimenti teologici poi, basti pensare al nesso linguistico tra il termine latino vestis, “veste”, e la parola “investitura”, vocabolo che indica la nomina a un incarico ufficiale; l’abito, attraverso la sua dimensione simbolica, appunto, appartiene alla cultura e la rappresenta. Per approdare, si spera, a una dimostrazione non tossica, né carnevalesca, di una mascolinità dolce, piacevole, garbata.


Louis Vuitton A/I 2022/23, ph. REUTERS/Violeta Santos Moura

In apertura, la collezione Dior Men A/I 2022/23, credits: © Brett Lloyd

Pitti Uomo 101: dall’11 al 13 gennaio il menswear torna protagonista a Firenze

Alla luce del rivolgimento che attraversa – non da oggi – il mondo del fashion per lui, in cui i mutamenti già in atto (l’avanzata inarrestabile del leisurewear, la possibile, complicata convivenza tra formale e abbigliamento disimpegnato da casa, i confini via via più porosi tra i generi…) sono stati bruscamente accelerati dal Covid, l’appuntamento con Pitti Uomo, da sempre punto di osservazione privilegiato sul vestire maschile, giunge quest’anno più che mai opportuno.



Pur in un contesto meno agevole di quanto ci si aspettasse a causa del dilagare della variante Omicron, il salone torna ad occupare gli spazi della Fortezza da Basso, a Firenze, dall’11 al 13 gennaio, «in completa sicurezza», come tiene a specificare Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, e con un formato espositivo sì rinnovato, ma incardinato al solito su quelle caratteristiche di selezione, curatela e comunicazione d’impatto che, insieme al ricco programma di eventi speciali collegati, hanno reso la fiera del capoluogo toscano il punto di riferimento mondiale della moda e lifestyle pour homme.

Reflections è il filo rosso della kermesse, che si dipanerà negli allestimenti distribuiti tra sede principale e Leopolda, informando anche la campagna pubblicitaria ad opera del duo di fotografi Narènte, una scelta che gioca con la polisemia della parola: come precisa il direttore generale Agostino Poletto, infatti, il termine inglese significa «riflessioni, ma anche riflessi, interiori ed esteriori, finestre che si aprono, squarci che portano dentro e fanno guardare lontano, rimandi che vanno oltre quello che ci si aspetta».


Pitti Reflections, ph. dall’account Instagram Pitti

All’interno della Fortezza, il percorso espositivo si snoda lungo tre macro aree, pensate per raccontare le diverse anime del menswear odierno: Fantastic Classic, Dynamic Attitude, Superstyling.
Nella prima il leitmotiv è l’evoluzione del classico, che gli autorevoli marchi presenti (fra i tanti Pal Zileri, Herno, Orciani, Stefano Ricci, Xacus, Tombolini, Paul & Shark) mirano a rendere innovativo e al passo coi tempi, ricercando dettagli e accostamenti inediti, fornendo un upgrade ai must senza tempo del guardaroba, dai pantaloni tailored all’outerwear, dagli accessori distintivi alla maglieria, così da guardare oltre la tradizione, avendo cura, ovviamente, di valorizzare la preziosità di capi e accessori dalla fattura perfetta.



Nell’ambito di Fantastic Classic, la novità è rappresentata dall’ampliamento e rinnovamento della sezione Futuro Maschile, tra le più seguite di Pitti, una finestra sul contemporary menswear che fa della scioltezza, del mix & match tra pezzi classici e abbigliamento sportivo il suo punto di forza, proponendosi come progetto di punta di questa 101esima edizione.
Il Piano Attico dell’edificio è pronto ad accogliere una community di circa 90 etichette: i nomi si sprecano, dai masterpiece in forma di calzatura di Alden, Barrett, Green George e Paraboot ai capispalla d’autore di Sealup, Ruffo e Lodenfrey, al knitwear di pregio griffato Roberto Collina, Avant Toi e Scaglione.  


Avant Toi

Dynamic Attitude identifica nell’outdoor il terreno comune tra sport e streetwear, dove si muovono aziende per le quali comfort e libertà sono atout imprescindibili, da declinarsi però in design innovativi, ricercati, commisti a influenze vintage o dall’anima tech. Qualche esempio? Blauer USA, Lotto, 24 Bottles, Voile Blanche e Filson; quest’ultimo, distribuito dal gruppo italiano WP Lavori in Corso che se ne è appena aggiudicato la licenza per l’Europa e una quota del 10%, festeggia i suoi 125 anni con un evento che mixerà musica, divertimento, cibo e pezzi unici, in linea con lo stile quintessenzialmente americano del brand.


Filson

Il fulcro di Superstyling è invece l’anticipazione dei trend, l’individuazione di nuovi canoni stilistici che passa necessariamente attraverso sperimentazione e scelte estetiche fuori dagli schemi, supportate da sapienza sartoriale e una visione in continuo divenire; qualità che accomunano le griffe internazionali on stage, come Zespà, Olow, Superduper, Armor Lux e Rolf Ekroth, nelle cui collezioni si moltiplicano tagli agender e modelli pensati per superare il concetto di stagionalità.


Rolf Ekroth

Non può mancare, poi, una riflessione sulla sostenibilità, vexata quaestio del nostro tempo, tema ineludibile per chiunque operi nel settore dell’abbigliamento che, bisogna ricordarlo, è tra i più inquinanti in assoluto: a Pitti Uomo torna, per la quarta volta, il progetto espositivo S|Style sustainable style, a cura della fashion editor Giorgia Cantarini, con una nuova infornata di giovani label e stilisti che fanno dell’eco-responsabilità un mantra assoluto.
Il processo di scouting, improntato a internazionalità e inclusione, ha tenuto conto – come spiegato dalla curatrice – del «processo creativo che guida i designer nell’approccio responsabile, riassumibile in 3 R: riciclare, riutilizzare, reinventare», consentendo di selezionare dieci marchi ben assortiti.


Ksenia Schnaider

Buyer e giornalisti avranno la possibilità di visionare i capi “reworked” dell’etichetta ucraina Ksenia Schnaider (che ha già irretito le sorelle Bella e Gigi Hadid e Iris Law), pregni di riferimenti alla cultura est-europea e sottili critiche sociali, i briosi pullover Waste Yarn Project, intessuti con filati e maglie di recupero, il blend di formale e workwear dei completi no gender di Provincia, gli occhiali di Junk in Econyl®, nylon riciclabile all’infinito ottenuto da plastiche raccolte dagli oceani o dalle discariche; e, ancora, le proposte di Figure Decorative, Curious Grid, N Palmer, Maxime, Umòja e Philip Huang.


Waste Yarn Project

La collaborazione tra Pitti Immagine e Rinascente, inoltre, garantirà ulteriore visibilità ai creativi di S|Style sustainable style, con vetrine dedicate per tutta la settimana della fiera, un’area pop up e una mostra con le foto di Mattia Guolo, che ritraggono i look chiave delle rispettive collezioni, al secondo piano del department store di Piazza della Repubblica.

Tra gli highlight annunciati del salone fiorentino, vanno segnalati almeno il debutto, in Fortezza da Basso, di KTN – acronimo di Kiton New Textures, linea dallo spirito urban dei fratelli Mariano e Walter De Matteis, terza generazione della famiglia alla guida del brand, un vanto della scuola sartoriale napoletana conosciuto in tutto il mondo, che svela in anteprima i modelli della Fall/Winter 2022-23, Metamorphosis; la presentazione, al Giardino del Glicine, della capsule collection F/W 2022 di Lardini, in cui lo slancio cromatico delle proposte simboleggia un ritrovato entusiasmo; l’esperienza immersiva phygital predisposta nella Sala della Volta da Ten C, che ruota attorno alla nozione di “ibrido”, inteso come tutto ciò che non è articolato, complesso e strutturato. Questi e altri eventi, lanci e iniziative che scandiranno la tre giorni della rassegna saranno accessibili anche online, tramite la piattaforma digitale Pitti Connect, permettendo a chi non potrà essere fisicamente a Firenze di scoprire le novità dell’edizione numero 101.

Dior Homme, a Londra si scende ‘Sulla strada’ con Jack Kerouac

Culture e sottoculture giocano un ruolo da protagonista nella collezione Dior Homme  fall/winter 2022 firmata da Kim Jones. Lo stilista inglese torna Sulla strada proponendo un progetto inclusivo e artisticamente complesso.

“Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce…”. È un passo del celeberrimo romanzo firmato dallo scrittore, poeta e pittore americano Jack Kerouac, padre del movimento Beat degli anni ‘50.

Lungo la passerella fatta allestire all’interno dell’Olympia London sfilano cinquanta look che uniscono alla naturalezza della gioventù una storia che segue un filo conduttore ben più preciso; perché il passato non si dimentica. La pedana, che per l’occasione diventa un dattiloscritto digitale, unisce la storia della griffe francese alla Beat Generation attraverso una data ben precisa: il 1957. Quell’anno, infatti, il 24enne Yves Saint Laurent, nel fiore della sua carriera artistica, disegna una collezione ispirata alla Beat; contemporaneamente, sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo, arriva On the road: il libro autobiografico di Jack Kerouac.


Ph. Isidore Montag/Gorunway.com


Kim Jones dedica questa collezione alle nuove generazioni di uomini che si affacciano nella società così come negli anni Cinquanta i giovani rivoluzionari, coraggiosamente, si facevano portavoce di un unico slogan: droga, sesso e alcol. Contrariamente alla sfacciataggine dell’epoca, però, il progetto creativo di Dior Uomo autunno/inverno 2022 è politicamente corretto ma non muta nella sua sovversione libertina.


Ph. Isidore Montag/Gorunway.com


Il pubblico che ha assistito alla sfilata (celebrities, addetti ai lavori e giovani studenti) si è relazionato con una collezione ibrida, dove diversi stili ed epoche ostentano una concordanza estetica. Un pasticcio? L’eleganza dei cappotti in tweed si abbina a maglioni e berretti Fair Isle; le cravatte che puzzano di naftalina per la loro essenza vintage trovano spazio in un guardaroba composto da camicie disegnate da strisce di glitter e Toile de Jouy, scarponi da hiking, t-shirt serigrafate, shorts, jeans comodi e pullover: in un pasticcio, ritorno a dire, dove il forzatamente vintage (o Beat), vuole parlare alle nuove generazioni in un linguaggio tutto da svecchiare.


Ph. Isidore Montag/Gorunway.com


Per l’immagine in apertura, credits: ph. by Brett Lloyd

I gioielli che piacciono (anche) alla Gen Z da scoprire ora

Quello secondo cui l’orologio è l’unico gioiello da uomo è stato a lungo un assioma incontrovertibile o quasi, cui derogavano solo personalità del mondo dello spettacolo, rapper ed eccentrici di professione; erano ammesse eccezioni per gemelli e fermacravatta, accessori però più funzionali che decorativi. Dogmatismi simili erano destinati inevitabilmente ad incrinarsi, e adesso la Generazione Z (termine che, come precisa la Treccani, indica i «nativi digitali nati tra il 1997 e il 2012»), stando alle ricerche la più inclusiva e libera da preconcetti di sempre, appare determinata a frantumare convenzioni percepite come insensati anacronismi da boomer, giustappunto.


Harry Styles, Timothée Chalamet, Damiano David


Da esibire “IRL” o negli spazi ormai onnicomprensivi del web, tra dirette streaming davanti al pc, selfie e video su TikTok, con bracciali, catenine, necklace, bijoux vari ed eventuali i Gen Zers procedono anzi per accumulo, perché rappresentano uno strumento per raccontare qualcosa di sé, definire il proprio personaggio (reale o virtuale, poco conta), lanciare messaggi attraverso scritte oppure, in maniera più soft, scegliendo pietre, forme o tipologie di monili considerati per molto (troppo?) tempo appannaggio esclusivo delle donne.

Basta volgere lo sguardo alle star elette dai giovanissimi a role model, del resto, per rendersi conto di come impilare orecchini, braccialetti & Co., meglio ancora se mutuati dalla gioielleria pour femme o genderless, sia diventata la norma: Harry Styles innanzitutto, che fa suoi con assoluta noncuranza ornamenti reputati femminili (di nuovo, etichette di dubbia sensatezza), infilando abitualmente grappoli di anelli sulle dita e fili di perle al collo, mentre Timothée Chalamet, arbiter elegantiae contemporaneo di cui appositi account Instagram provvedono a passare ai raggi X ogni outfit, ha un penchant per collane (compatte oppure a maglie sottili), spille (spesso vintage) e rings in metalli preziosi. Damiano David dei Måneskin, invece, da buon epigono del glam rock qual è, ricorre volentieri a pendenti elaborati, da portare su entrambi i lobi, choker e altri fronzoli ora a modino, ora dal retrogusto fetish. L’importante, alla fin fine, è mettere da parte inibizioni e (presunte) regole effettivamente stantie in nome di un solo, sacrosanto principio, ovvero il proprio gusto.


Gucci Link to Love


I brand, da parte loro, fiutando lo Zeitgeist vengono incontro alle mutate esigenze dei clienti, giovani o meno, con linee di gioielli prive di connotazioni di genere o, nel caso queste vengano nominalmente mantenute, ampliano il range di taglie, così da renderli adatti a uomini e donne. In vista delle festività imminenti, si possono perciò vagliare le collezioni di numerose griffe, per regalare – o regalarsi – un prezioso up-to-date.
I suddetti Styles e David, ad esempio, sono fan devoti degli accessori di Gucci, e osservando la gioielleria del marchio fiorentino è facile capire il motivo: la collezione Link to Love, in particolare, rispolvera geometrie Eighties in purezza, sulle quali interviene però montandovi gemme preziose o semipreziose, dai diamanti alle tormaline; soprattutto, si invita la clientela a creare i propri set, sbizzarrendosi con finiture, nuance e combinazioni, affiancando magari volumi netti e spigolosi ad altri più delicati.


Swarovski Collection II, ph. by Mikael Jansson


Anche la storica maison di cristalleria Swarovski, su spinta della Global Creative Director Giovanna Engelbert, adotta un approccio il più inclusivo possibile, evidenziando le potenzialità del cristallo «come strumento di espressione della propria individualità»: così la fashion icon a proposito della Collection II disegnata per la griffe austriaca, un caleidoscopio di luccichii all’insegna del more is more, tra brillanti “tuttifrutti” tagliati in un’infinità di modi (dai classici cushion e pear a quelli che ne aguzzano la silhouette) e linee accentuate, qua aspre, là sinuose.


Tom Wood


Da Tom Wood rigore e minimalismo, connaturati a una label scandinava (nata a Oslo, nel 2013, da una manciata di anelli con sigillo realizzati dalla fondatrice Mona Jensen), vengono sfumati dall’incontro con pietre quali onici, granati, opali e ametiste, oppure da levigature e cesellature che ingentiliscono il risultato finale, nella gran parte dei casi unisex.


Jiwinaia


Apprezzatissimi da nativi digitali e millennial sono poi gli accessori ludici e irriverenti firmati Jiwinaia, marchio con base a Milano della creativa coreana Marisa Jiwi Seok (indicata, poche settimane fa, dal Financial Times tra i giovani capifila del «fashion renaissance» italiano), un calderone in cui si mescolano senza soluzione di continuità attitudine playful, kitsch, nostalgia per i ninnoli dell’infanzia e divertissement che fanno il verso al surrealismo; ne escono, tra gli altri, orecchini-emoticon, faccine o frasi ironiche riprodotte su massicce perle (finte), cerchi tempestati di zirconi, clip a forma di ragnatela.


Timothée Chalamet con una collana Vita Fede; alcuni gioielli del brand; Kendall Jenner con gli orecchini Milos


Ambisce a delineare, coi suoi gioielli fatti a mano in Italia, un’estetica globale e però unica nel suo genere la founder di Vita Fede Cynthia Kozue Sakai, che infonde un mix di ispirazioni asiatiche, americane ed europee in oggetti dalle proporzioni fluide, armoniose, che si sono guadagnati il favore di idoli della Gen Z come il citato Chalamet e Kendall Jenner. Di tutt’altro segno le creazioni outré di Alan Crocetti, designer brasiliano con studi alla Central Saint Martins (fucina dei migliori talenti della moda made in Uk), intenzionato col suo brand a stravolgere la nozione stessa di gioielleria, sfocando i confini tra maschile e femminile attraverso anelli, ear cuff, collane e face jewels che lui considera estensioni del corpo, e sviluppa ibridando forme anatomiche e influenze artistiche in arditi ornamenti, come il “cerotto” per il naso d’oro o argento 925 (indossato anche dall’attore Omar Ayuso nel video di Juro Que, singolo di Rosalía), che hanno subito trovato ammiratori d’eccezione, da Lady Gaga a Mahmood, da Miley Cyrus a Luke Evans.


Alan Crocetti, ph. n 1 by Gorka Postigo, nell’ultima foto Mahmood con una creazione del designer


Inequivocabile, infine, il claim della collezione XX/XY di Eva Fehren («Per lui. Per lei. Per loro. Per noi»), dai tratti slanciati come quelli dei grattacieli di New York, dove vive e lavora la direttrice artistica Eva Zuckerman, che trasla i profili tesi e scattanti dell’architettura della metropoli su gemelli, broche, rings e monili in oro 18k, talvolta incastonati con diamanti dal taglio angolare.


Eva Fehren collezione XX/XY, ph. by Herring & Herring


A prescindere dai singoli nomi, è bene comunque ricordare che, come riassunto da Jensen al Guardian l’anno scorso, «poiché le idee tradizionali su ciò che è femminile e maschile vanno sfumandosi […] uomini e donne vestono allo stesso modo, e i gioielli in quanto accessorio chiave seguono naturalmente questa tendenza». Difficile, se non impossibile, darle torto.

Radiografia di un cult: la sciarpa check di Burberry

I best seller di un marchio che affonda le sue radici e resta legato a doppio filo con uno stato, il Regno Unito, dal clima notoriamente freddo e bizzoso, non possono che essere proposte adatte alle rigide temperature d’oltremanica: se infatti si pensa a Burberry, griffe britannica fino al midollo, subito dopo il trench in gabardine affiora, quasi certamente, l’immagine di una stola tramata di quadri multicolor.
Nonostante la storia più che cinquantennale alle spalle, la sciarpa di cachemire col peculiare motivo check occupa tuttora un posto d’onore nel catalogo degli accessori invernali dell’azienda, che nel frattempo si è trasformata da produttore di outerwear dalla sobria compostezza borghese a brand globale di prêt-à-porter, tenuto dal creative director Riccardo Tisci in sottile equilibrio tra aplomb da gentiluomo londinese e pulsioni underground.



Gli ingredienti, al netto di piccoli aggiustamenti, restano più o meno gli stessi: le misure (168 centimetri di lunghezza per 30 di larghezza) sono abbastanza contenute, lontane sia dagli eccessi dei modelli voluminosi in cui imbacuccarsi tipo bozzolo, sia dalla funzione meramente scenica delle sciarpine da annodare alla bell’e meglio; i bordi sono sfrangiati; il filato è quello caldo e nobile per eccellenza, affidato alle cure premurose di due mill a Elgin e Ayr, cittadine della Scozia dall’impareggiabile expertise laniera (entrambi in attività da oltre 150 anni), dove viene sottoposto a lunghi procedimenti articolati in decine di step, tra cui tintura di sei ore, che garantisce la vividezza del colore, cardatura per separare i fili, spazzolatura, intessitura su telai tradizionali, lavaggio nelle acque sorgive del luogo, rifiniture finali a mano (Burberry, inoltre, ha avviato partnership con ong e associazioni come la Sustainable Fibre Alliance, per assicurarsi che il cachemire utilizzato sia sostenibile da ogni punto di vista, produttivo ed etico); infine il check, firma grafica del marchio, una fantasia che, a differenza dei loghi “urlati” con iniziali a caratteri cubitali o nomi delle label ribaditi qua e là sui prodotti, basa la propria unicità sulle tonalità del tartan (il classico finestrato a quadri e linee incrociate, usato originariamente dai clan in cui erano suddivise le principali famiglie scozzesi che, per distinguersi gli uni dagli altri, ricorrevano a precisi accostamenti di colori) adottato, cioè rigature bianche, nere e rosse su fondo beige. Un motivo discreto insomma, tanto più che, alla sua comparsa negli anni ‘20 e per le successive quattro decadi, viene impiegato esclusivamente nelle fodere dei capispalla, configurandosi dunque come un piccolo piacere privato, che gratifichi solo chi effettivamente li indossa.



Le cose cambiano nel 1967: l’aneddotica vuole che il direttore del negozio di Parigi, volendo dare un twist inaspettato ai trench esposti, ne risvolti l’orlo, mettendo in bella vista l’house check, come viene chiamato internamente all’azienda; una trovata assai apprezzata dai clienti, che iniziano a chiedere articoli arricchiti dal pattern in questione, venendo accontentati con ombrelli e sciarpe, simili in tutto e per tutto a quelle in vendita oggi nelle boutique e sull’e-shop ufficiale. Oltre ad averne notevolmente ampliato la gamma cromatica (pur non discostandosi troppo, in linea di massima, dalle nuance misurate storicamente associate alla griffe, nei toni del marrone, blu, grigio, bianco e borgogna), Burberry offre adesso la possibilità di personalizzarle, ricamandole con un massimo di tre lettere.



L’unico, vero momento di crisi della stampa a quadri risale al periodo tra gli anni ‘90 e i primi ‘00, quando la sua popolarità cresce in misura inversamente proporzionale al crollo del prestigio di cui godeva presso gli happy few, venerato com’era da chavs (termine equivalente grossomodo a buzzurro, che secondo il dizionario Collins denota «i giovani della working class i cui gusti, sebbene a volte costosi, sono considerati volgari») e casuals, gli hooligan che, per passare inosservati dentro e fuori gli stadi di calcio, tenevano un basso profilo, vestendo brand ricercati alla Burberry, appunto; gruppi sociali bersagliati in modo feroce, nel primo caso apertamente classista, dall’opinione pubblica inglese.
Il marchio deve correre ai ripari: nel 2001 il neodirettore artistico Christopher Bailey (rimasto in carica fino al 2017) riduce al minimo sindacale la presenza della fantasia incriminata (alcuni pezzi, come il cappellino logato all-over, vengono addirittura cassati). Già nel decennio seguente, tuttavia, nelle campagne natalizie riprendono a fioccare scarf finestrate, preferibilmente al collo di star nazionali di primaria grandezza, tra cantanti, top model e attori/attrici (Sir Elton John, James Corden, Sienna Miller, Cara Delevingne, Naomi Campbell, Rosie Huntington-Whiteley, Romeo Beckham adolescente che sfoggia un modello en pendant col trench khaki). D’altra parte si rischia di perdere il conto delle celebrità, di ieri e oggi, fotografate con addosso la sciarpa a scacchi della maison, dai “precursori” David Niven e Michael Jackson alla papessa dell’editoria modaiola Anna Wintour, e poi Jared Leto, Susan Sarandon, Andy Garcia, Robbie Williams, Liam Payne, Matt Smith, Blake Lively, Rita Ora


London Fashion Week Autumn/Winter 2018 – J.W Anderson – Outside Arrivals Featuring: Anna Wintour Where: London, United Kingdom When: 17 Feb 2018 Credit: Lia Toby/WENN.com

Qualche concessione al pubblico più sensibile alle sirene dei trend, a dire la verità, c’è stata: Bailey, con la linea Prorsum, ha variato anche di parecchio le dimensioni dell’accessorio, pompate per farne un poncho da drappeggiare sulle spalle (collezione Fall/Winter 2014) o viceversa rimpicciolite a mo’ di cache-col, lasciato distrattamente slacciato (F/W 2013), e ancora ha moltiplicato le frange, dandogli le sembianze di uno scialle (F/W 2015), oppure lo ha cosparso di cuoricini o pois, mixati al check in un pot-pourri di fregi e sfumature.
Nella capsule per la stagione F/W 2018, invece, Gosha Rubchinskiy (aedo di quel “post soviet style”, alquanto rude e spiccio, che impazzava fino a non molto tempo fa) ha congiunto nello stesso filato la quadrettatura canonica e il Nova Check, leggermente più grande e chiaro rispetto all’originale, strizzando così l’occhio alla fregola cumulativa dei citati chavs, che spargevano ovunque potessero il pattern di Burberry.
Tisci, da ultimo, ha pensato a modelli reversibili, limitando a un solo lato (dove concentra il monogramma con le T e B intrecciate del fondatore Thomas Burberry, introdotto al suo arrivo nel 2018, oppure inserti recanti le coordinate geografiche della sede principale del brand, a Westminster) la verve esornativa.
L’opzione privilegiata, va da sé, rimane la sciarpa a scacchi tradizionale: a dispetto degli anni che passano, non ha perso un grammo dell’appeal very british degli inizi, il che, nonostante la Brexit, non guasta mai.



Perché Virgil Abloh è stato una figura fondamentale della moda

Con la scomparsa, a soli 41 anni, di Virgil Abloh, fondatore di Off-White nonché direttore artistico del menswear di Louis Vuitton, il fashion system perde una figura assolutamente centrale, di cui è impossibile sopravvalutare l’operato.
In nemmeno un decennio di carriera, infatti, questo creativo di origini ghanesi nato a Rockford, nel Midwest americano, ha innescato – quando non plasmato – dinamiche diventate una consuetudine per la moda tutta, dall’attesa smodata dell’ennesima capsule collection in edizione – ovviamente – limitatissima al culto per prodotti (sneakers in primis, ma anche felpe, t-shirt, cappelli e altri capi/accessori mutuati dallo sportswear) un tempo marginali e innalzati, ora, allo status di sacro graal dei fashionisti 2.0, dal fenomeno del resell (per cui gli oggetti del desiderio di cui sopra vengono rivenduti sulle piattaforme dedicate) alla contaminazione tra forme di creatività e input provenienti da ambiti quali musica, entertainment, arredamento, showbiz… Soprattutto, è stato il demiurgo dell’ibridazione, ormai pienamente compiuta, dell’abbigliamento urban con la moda racé, spinta ad un livello tale per cui è spesso difficile capire dove cominci l’uno e finisca l’altra; se, insomma, l’espressione luxury streetwear oggi risulta persino banale, e certo non suona più come un ossimoro spericolato, il merito va attribuito in gran parte proprio ad Abloh.



Architetto di formazione, con tanto di master conseguito all’Illinois Institute of Technology, e outsider per vocazione, come ribadirà lui stesso più volte, per la sua carriera è determinante l’incontro con Kanye West nel 2003: per il rapper (e produttore, imprenditore, ex marito di Kim Kardashian e, come dimostra il caso in questione, formidabile talent scout) sarà una sorta di factotum, occupandosi di art direction degli album (cura ad esempio la cover di Graduation, insieme alla superstar dell’arte pop Takashi Murakami, mentre Watch the Throne gli vale una nomination ai Grammy del 2011, nella categoria “Best Recording Package”) come pure del merchandising e dell’immagine dei tour di Ye, fino ad essere nominato alla guida di Donda, l’agenzia creativa di West.
Dopo la parentesi di Pyrex Vision, nel 2012, il salto di qualità avviene l’anno successivo con Off-White, label che lo proietterà nell’olimpo dell’industria fashion, dove si premura di abbattere steccati e distinzioni effettivamente fruste a colpi di pezzi easy e appariscenti, marchiati con segni grafici trasformatisi, in men che non si dica, in sinonimi della visione esuberante, costantemente mutevole di Abloh: virgolette tautologiche, che esplicitano natura o funzione d’uso del capo, frecce divergenti, strisce diagonali (attinte dalla segnaletica stradale), tag dai colori sparati a mo’ di cartellino antitaccheggio.


Backstage at Off-White Men’s Fall 2019

Ridurre a pochi, precisi tratti l’estetica di Abloh è però alquanto complicato, considerato che, da buon dj (altra attività cui presta occasionalmente il suo talento multitasking), campiona di continuo spunti disparati, passando dal rileggere da par suo dieci scarpe paradigmatiche di Nike (nella limited edition The Ten, nel 2017) ai capolavori di Leonardo o Caravaggio replicati sulle magliette, dai cut-out di fontaniana memoria alle linee sempre un po’ sbilenche degli abiti. Per descrivere il suo modus operandi, un iperattivismo che va ben oltre la moda in senso stretto, si potrebbe forse scomodare la Gesamtkunstwerk, il concetto di opera d’arte totale teorizzato da Richard Wagner, sostituendolo con quello di un design totale e totalizzante, da mettere al servizio del ready-to-wear come dei complementi d’arredo in tandem con Ikea, al solito in bilico tra boutade e pura funzionalità, delle automobili (ossia la versione “scarnificata”, di un bianco abbacinante, della Mercedes-Benz classe G, la «scultura di una macchina da corsa» nelle parole dell’autore), delle sveglie Braun ideate dal guru della progettazione industriale Dieter Rams (tinte di arancione o in una pallida tonalità di azzurro), del packaging delle bottigliette d’acqua Evian, e via così.
Il numero di collaborazioni accumulatesi negli anni è sterminato: nell’elenco, per forza di cose parziale, figurano marchi quali Moncler, Rimowa, Jimmy Choo, Chrome Hearts, Timberland, Vitra, Gore-Tex, Moët & Chandon, McDonald’s, e si potrebbe andare avanti.



I riscontri fenomenali delle collezioni di Off-White, idolatrate specialmente da Millennials e giovanissimi della Gen Z, preludono alla definitiva consacrazione di Abloh tra i big del fashion, che arriva nel 2018, annus mirabilis in cui finisce nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo del Time e approda alla direzione della divisione maschile di Vuitton, primo afroamericano a capo dell’ufficio stile di una storica maison di lusso. Per l’uomo della griffe sforna a raffica tormentoni dal côté immaginifico, spargendo a piene mani, su pelletteria e abbigliamento, il celebre monogramma, piegato ai suoi capricci e umori del momento, reso ora olografico ora fluo, smaterializzato in nuvolette à la Magritte oppure inserito in “colature” di canvas nelle borse Louis Vuitton X NIGO
Piaccia o meno, la frammentarietà della moda odierna, un magma dai mille rivoli che si riversano anche (e soprattutto) nella dimensione digitale prediletta dalle nuove generazioni, negli ultimi anni ha trovato il suo massimo interprete in uno stilista “per caso”, la cui storia è destinata – a ragione – ad essere raccontata nei libri del settore.



Per l’immagine in apertura, credits: ph. by Peter White/Getty Images

5 storici brand di maglieria da (ri)scoprire

Si scrive autunno, si legge maglieria: con le temperature che si abbassano sempre di più, bisogna attrezzarsi con i pullover, da preferire in filati caldi e cozy, lana über alles. Le opzioni sono praticamente infinite, tra nuance evergreen quali blu navy, nero e grigio oppure eye-catching, texture a prova di gelo o finissime, quasi impalpabili. È bene ad ogni modo andare sul sicuro, rivolgendosi a quei marchi dall’heritage pluridecennale che è garanzia di qualità e un certo blasone, come i cinque a seguire.

Missoni

Dici knitwear e subito il pensiero corre a una delle dinastie più rappresentative della moda italica, i Missoni: per la maison fondata quasi settant’anni or sono da Ottavio e Rosita, partner sul lavoro e nella vita, è sempre stata il cuore di un’impresa dalla forte connotazione familiare, il viatico per un successo capace di attraversare i decenni e relativi cambiamenti di usi e consuetudini vestimentarie. Grazie ai maglioni straripanti di cromatismo ed estrosità, infatti, negli anni ‘70 esplode la Missoni-mania, al di qua e al di là dell’oceano: impossibile ignorare i pattern fiammati, variopinti, ipnotici che zigzagano sui capi usciti dal laboratorio di Sumirago della coppia di stilisti-imprenditori, un sincretismo gioioso di sfumature, punti e motivi battezzato dagli americani “put-together”.
Incoronata nel 1971 «migliore al mondo» nientemeno che dal New York Times, la maglieria vale al brand il Neiman Marcus Award del ‘73, per avere «osato nuove dimensioni e rapporti di colore». Peculiarità che contraddistinguono tutt’oggi le collezioni della griffe; non fa eccezione quella per l’Autunno/Inverno 2021, in cui il fervore espressivo missoniano irrompe su golf, pull a collo alto e cardigan dai revers sciallati attraverso la consueta ridda di linee, arzigogoli e trame grafiche, tra screziature, chevron ingigantiti, righe dall’effetto optical e cromie digradanti dallo scuro al chiaro, o viceversa.


Credits foto 1: ph. by Oliviero Toscani


Ballantyne

Assurto a grande notorietà negli anni ‘50 grazie al “Diamond Intarsia”, tecnica che permetteva di tracciare sulle maglie i tipici rombi allungati che hanno fatto la fortuna del marchio scozzese, Ballantyne celebra quest’anno il traguardo dei cento anni.
Tra gli ammiratori della trama a diamante dei suoi pullover si contano teste coronate, star di Hollywood e jet-setter di fama mondiale (da Alain Delon a Jacqueline Kennedy, passando per James Dean e Steve McQueen), perfino Hermès e Chanel, colpite dalla capacità della label di trattare a regola d’arte le fibre più nobili, le affidano la propria maglieria; nel 1967 è invece Her Majesty ad onorare il knitwear d’autore di Ballantyne col Queen Award.
Al timone dell’azienda vi è ora l’ex direttore artistico Fabio Gatto, che per riportarla agli antichi splendori affianca ai maglioni intarsiati con l’inconfondibile argyle proposte in pesi e finezze assortite, in grado di accontentare gli amanti dei sottogiacca dalle consistenze ultralight come i patiti dei pullover avvolgenti, oltre alle capsule collection della linea Lab, nelle quali il virtuosismo produttivo della casa incontra la visione fresca dei giovani designer selezionati volta per volta.



Drumohr

Con le radici ben salde in Scozia, terra d’origine di questa griffe centenaria (in attività dal 1770), Drumohr parla italiano dal 2006, da quando cioè è stata acquisita dal gruppo Ciocca.
L’azienda del Bresciano ha trasferito la produzione dal Regno Unito all’Italia, prestando però la massima attenzione a mantenere intattto quel saper fare artigiano che, per tutto il Novecento, aveva conquistato attori, aristocratici e modelli assoluti di chicness, dal Re di Norvegia al principe Carlo, da James Stewart a Gianni Agnelli; è quest’ultimo, nume tutelare dell’eleganza maschile eternamente imitato (con scarsi risultati, va da sé), a rendere un must il “razor blade” Drumohr rinominato “biscottino”, motivo che consiste di piccoli rettangoli profusi ritmicamente su lana o cashmere.
Conciliando know-how artigianale e ricerca continua, le collezioni includono oggi giochi di color block, intarsi micro o macro, lavorazioni in rilievo e puntuali rielaborazioni del pattern caro all’Avvocato, che non disdegnano scelte cromatiche piuttosto audaci, accostando per esempio il blu al pistacchio, l’arancione al bordeaux, il turchese al vinaccia.



Malo

Una storia prossima al traguardo del mezzo secolo; una manifattura interamente italiana, concentrata negli stabilimenti di Campi Bisenzio e Borgonovo Val Tidone; un’idea di lusso understated, che lasci parlare la qualità di capi dai filati pregevoli, di squisita fattura. Sono questi gli assi portanti di Malo, brand nato come produttore di maglieria in cashmere nel 1972, quando il dominio scozzese sul settore sembrava inscalfibile, eppure riuscito ad affermarsi grazie alla ricca, vibrante palette dei pull, costruiti alla perfezione, bien sûr.
La parabola dell’azienda raggiunge l’acme a cavallo degli anni ‘90 e 2000, poi il declino interrotto, nel 2018, dal terzetto di imprenditori (Walter Maiocchi, Luigino Belloni, Bastian Mario Stangoni) che ne rileva la proprietà, restituendo una centralità assoluta all’artigianalità dell’offerta, imperniata sul cashmere proveniente dalla Mongolia, mescolato alle volte con materiali altrettanto preziosi, dall’alpaca alla seta, alla vicuña, soprannominata “vello degli dei”.
Le fibre deluxe sono, ovviamente, il fulcro della collezione A/I 2021 Boulevard, in cui nuance, architetture e suggestioni dei grandi boulevard metropolitani – appunto – vengono traslate su lane dalla morbidezza extra, in colori freddi (su tutti i diversi punti di grigio, vero passe-partout della proposta) oppure vivaci, intarsiate di minuti rilievi geometrici o a trecce leggermente distorte, a coste o compatte, per capi dai volumi misurati e clean, che la griffe definisce «timeless e urban-chic».



Pringle of Scotland

In tema di maglieria di alto profilo, grazie a tradizioni secolari ed eccelse varietà di lana, la Scozia non teme confronti, e questo vale a maggior ragione per un marchio che fa riferimento al genius loci del Paese fin dal nome, Pringle of Scotland.
Fondato nel 1815 da Robert Pringle negli Scottish Borders, gli vanno riconosciuti almeno due “brevetti” destinati a incidere in profondità sulle sorti dell’industria laniera: negli anni ‘20 del secolo scorso, idea infatti il pattern argyle, l’iconica – possiamo dirlo – fantasia a losanghe prontamente adottata da Edoardo VIII, il duca di Windsor, elegantone impenitente e sommo arbitro del buon gusto maschile del tempo, subito imitato dagli aspiranti epigoni dell’high society internazionale. Altro fiore all’occhiello dell’etichetta è il twin-set, la combo di maglioncino girocollo e cardigan ton sur ton divenuta un cardine dello stile bon chic bon genre. Un autentico orgoglio nazionale insomma, e non stupisce che la regina Elisabetta, insigne cliente del maglificio, lo abbia premiato nel 1956 col Royal Warrant, onorificenza che certifica lo status di fornitore ufficiale di casa Windsor.
Realizzati tuttora nella fabbrica di Hawick, i capi Pringle of Scotland si possono acquistare comodamente da casa sull’e-shop ufficiale, scegliendo tra una discreta gamma di modelli dal fit rilassato, dai sempiterni maglioni a rombi ai golf dall’appeal vintage, con il leone (simbolo ripescato dagli archivi) intessuto sul petto.



Per l’immagine in apertura, credits: Tassili Calatroni for Crash

Guida al peacoat, il capospalla dal fascino navy perfetto per l’inverno

Inglesi e americani lo chiamano peacoat (o pea coat), i francesi caban, la sostanza non cambia: a distanza di secoli dalla sua comparsa, il giaccone doppiopetto corto in vita mantiene intatta la propria compostezza e il flair marinaresco che nella moda, specialmente maschile, non guasta mai.
Come altri capi outerwear codificati da tempo nei canoni dello stile pour homme, infatti, il capospalla in questione deriva dal mondo militare, nello specifico da quello della marina di parecchi decenni or sono, sebbene le ipotesi sulle origini siano discordanti: la più accreditata vuole che a utilizzarlo per primi siano stati i marinai olandesi che, intorno alla fine del ‘700, indossavano pesanti paletot denominati pijjakker (crasi tra pij, ossia il ruvido tessuto di cui era composto, e jakker, “giacca”), altre ne attribuiscono l’introduzione alla Royal Navy britannica del XIX secolo, seguita presto dall’omologo corpo statunitense, mentre l’azienda di abbigliamento Camplin (fornitrice, dal 1857, proprio della marina di Sua Maestà) ne rivendica con orgoglio l’invenzione come parte delle uniformi dei sottufficiali, il cosiddetto petty coat, abbreviato in p coat (da cui il nome attuale). Di sicuro, nel 1869 Tailor & Cutter, giornale di sartoria diffuso tra i gentleman dell’epoca, pubblica il figurino di una giacca assimilabile al caban odierno, indicata come “pea-jacket”.



Ad ogni modo, la storia dell’indumento afferisce a una tradizione evocativa di atmosfere d’antan, viaggi in mare aperto e un confronto costante con la potenza degli elementi primordiali, cui si devono le sue peculiarità, concepite per agevolare in tutto e per tutto la vita di bordo. La forma, svelta e dritta, sfinata ma senza eccessi, con lunghezza a metà coscia, ampi revers (che, nel caso, si possono serrare fissandoli al sottogola) e chiusura incrociata a sei bottoni, distribuiti su due file parallele (in ottone dorato o corno, solitamente incisi con il simbolo marittimo per definizione, l’ancora, e piuttosto grossi, così da maneggiarli senza difficoltà anche con le dita bagnate o intirizzite) facilita i movimenti; la corposità della stoffa, i baveri e le tasche a filetto verticali, in cui affondare le mani, proteggono invece da schizzi d’acqua, vento e clima rigido.
Tutti attributi che, mutatis mutandis, possono far presa anche sui civili e su chi, pur non avendo mai messo piede sul ponte di una nave, cerca semplicemente un giubbotto essenziale, caldo e robusto. Non sorprende affatto, perciò, che alla fine del secondo conflitto mondiale, con le società subissate dalle eccedenze di abbigliamento militare e i soldati che fanno ritorno nei rispettivi paesi, il peacoat finisca per attrarre cittadini di ogni sorta, dai beat – e aspiranti tali – agli animatori dell’ondata hippie e pacifista degli anni ‘60, dalle rockstar ai membri più in vista dell’intellighenzia europea (di nomi se ne potrebbero fare a bizzeffe: Albert Camus, Jean Cocteau, Alberto Moravia, Lou Reed, Bob Dylan, Serge Gainsbourg, i Rolling Stones…).



Svuotato di qualsiasi connotazione militaresca (d’altronde meno evidente rispetto a capi quali trench o bomber), ad imprimere al caban il suggello della coolness arriva poi il cinema, con alcuni personaggi indimenticabili: come non citare Joseph Turner/Robert Redford ne I tre giorni del Condor, Henry Adams/Gregory Peck de Il forestiero o, per restare a pellicole più recenti, il trafficante interpretato da Johnny Depp in Blow, oppure Daniel Craig – alias James Bond – in Skyfall?


Prada, Neil Barrett, Stefan Cooke


Stilisti e maison non impiegano molto ad appropriarsi del capo, per riproporlo in fogge più o meno aderenti all’originale, sfruttandone l’indubbia versatilità; in effetti si sposa alla perfezione con look casual a base di dolcevita, pullover e jeans, ma non stona neppure se abbinato a camicie o pantaloni dal piglio formale, oppure sovrapposto a giubbini di minor spessore, come quello denim.
Le sfilate Fall/Winter 2021 ci consegnano uno stuolo di nuovi varianti del peacoat: in casa Saint Laurent, tanto per cominciare, c’è l’imbarazzo della scelta, tra modelli rigorosi nel total black di prammatica per la griffe, in tessuto irsuto effetto orsetto, ossequiosi del passato marinaro o profilati da passamanerie in corda bianca.
Dirompente la rielaborazione di Prada, un paletot paffuto dal taglio squadrato, che perde i revers a favore del colletto a camicia, lavorato in jacquard, e si dota di bottoni sovradimensionati con impresso il caratteristico triangolo del marchio.


Missoni, Dolce&Gabbana, Dior Men, Giorgio Armani


Neil Barrett, dal canto suo, scompagina la precisione sartoriale del doppiopetto cammello con un’ondulatura scura che sembra incorniciarne la sagoma, suggerendo uno stacco cromatico che trova conferma sulla schiena, mentre Stefan Cooke, wunderkind della moda d’oltremanica, prova a ingentilire l’aria marziale del capospalla attraverso piccole sfere di tessuto ton sur ton, impilate su spalle e collo.
Da Missoni l’audacia della fantasia animalier viene smorzata, in parte, dall’accostamento tra il nero delle strisce e il fondo blu, Dolce&Gabbana dà sfogo alla vis decorativa tipica del brand con patchwork di stoffe dai pattern più vari (tra cui spigati e pied-de-poule) e profili segnati da catene di perle.
I giacconi compìti, nei toni del borgogna o taupe, in passerella da Dior Men sono la logica conseguenza del mood alla ufficiale gentiluomo scelto per la collezione, stesso aplomb nello show di Giorgio Armani, che opta per modelli a motivi chevron o in panno color navy screziato di grigio.


Saint Laurent, Giorgio Armani, Sealup


Perfetto per affrontare il freddo senza ingolfarsi in stratificazioni disperate o piumini ipertrofici, il peacoat è un alleato di stile ideale, da acquistare ora per indossarlo nei mesi – e anni – a venire; un’eventuale rosa di dieci “candidati” potrebbe includere cinque nomi citati in precedenza (nello specifico Saint Laurent, Prada, Neil Barrett, Missoni, Giorgio Armani), a cui sommare proposte come quella di Sealup, vagamente dandy grazie alla luminosità del velluto a coste blu notte (acuita dai bottoni color oro), oppure il caban in lana di Hevò dal fit asciutto, in una calda nuance caramellata; da valutare anche il fascino un po’ ruvido, da gentiluomo di campagna, del cappotto mélange MP Massimo Piombo, quello revivalistico di Sandro (che recupera il tocco squisitamente Seventies del montone sul collo) e la versione filologica di Polo Ralph Lauren, in lana mista a nylon, dalla vestibilità comoda. Una buona varietà di modelli, tra cui scegliere quello che più risponde al proprio gusto, certi di puntare su un capo che, al netto di inclinazioni personali e vague passeggere, consente di navigare sicuri nei mari perigliosi della moda.


Hevò, MP Massimo Piombo, Sandro, Polo Ralph Lauren


Immagine d’apertura: ph. by Matthias Vriens

La moda romantica di Ann Demeulemeester, dagli Antwerp Six ad oggi

Ha da poco riaperto i battenti, completamente ristrutturata, la boutique ammiraglia di Ann Demeulemeester ad Anversa, tassello importante nella strategia di rilancio avviata nel 2020, che passa adesso da un luogo intimamente legato ai (gloriosi) trascorsi dell’etichetta belga. Lo store è stato ridisegnato da Patrick Robyn, marito e stretto collaboratore della stessa Ann, e si pone a tutti gli effetti come vetrina del nuovo corso della label sotto l’egida di Claudio Antonioli. L’imprenditore, titolare dei multibrand eponimi, già tra i co-fondatori del conglomerato di marchi urban New Guards Group, ha acquisito la griffe un anno fa, deciso a restituirle il ruolo che le spetta nell’olimpo modaiolo. A portarla ai vertici del fashion world era stata infatti la fondatrice, ovvero uno dei mitologici Antwerp Six, i sei stilisti (oltre a lei Dries Van Noten, Marina Yee, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs, Walter Van Beirendonck) laureatisi nei primi anni 80 alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa che, di lì a breve, avrebbero impresso un segno indelebile sulla moda del tempo, entrando negli annali.

E dire che Demeulemeester, nata nel 1959 a Waregem, nelle Fiandre Occidentali, all’inizio pensava di dedicarsi alla pittura, attratta com’era dalla ritrattistica fiamminga, ma resasi conto della forza espressiva degli abiti, si iscrive al corso di fashion design dell’Accademia Reale di Belle Arti. Ne uscirà nel 1981, dando vita con Robyn, quattro anni dopo, al brand che porta il suo nome.
Nel 1986 unisce le forze con i compagni d’università di cui sopra: affittano un furgone, lo riempiono delle proprie creazioni e viaggiano fino a Londra per esporle alla fiera British Designers Show, dove faranno enorme scalpore. Le loro proposte, d’altronde, sono sideralmente lontane dalla pomposità imperante negli eighties, decade caratterizzata, stilisticamente parlando, da spallone, barocchismi, luccichii vari ed eventuali, i punti di contatto sono semmai con il concettualismo spinto degli innovatori giunti qualche anno prima a Parigi dall’Estremo Oriente, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo.



Ph. Marleen Daniëls, Karel Fonteyne, Erik Madigan Heck

Guadagnatasi la notorietà, Demeulemeester comincia a dettagliare la sua particolarissima visione del prêt-à-porter: l’abbigliamento secondo lei è un mezzo per comunicare, un’emanazione della personalità di chi ne è artefice, delle sue sensazioni, esperienze e interessi. Questi ultimi, per la creativa belga, si appuntano sui versi di poeti come Rimbaud, Blake o Byron, sulla musica che esprime le inquietudini dei giovani di allora (Doors, Velvet Underground, Nick Cave…), su quei dipinti che, in gioventù, l’avevano indirizzata verso la scuola d’arte di Bruges.
Da adolescente, poi, si imbatte nella copertina del disco Horses di Patti Smith, su cui campeggia il ritratto dell’autrice in bianco e nero, con un outfit superbamente androgino (opera di Robert Mapplethorpe, genio maledetto della fotografia americana); si innamora della musica e ancor più del suo stile, negli anni dell’accademia confeziona tre camicie bianche e riesce a spedirle all’indirizzo della cantante, a Detroit. La sacerdotessa del rock diventa la sua musa, tra le due nasce ben presto un rapporto di amicizia e stima reciproca, Smith firmerà persino l’introduzione della monografia pubblicata da Rizzoli Usa nel 2014, che ripercorre con parole e immagini oltre trent’anni di storia della label, soffermandosi sul valore sentimentale che hanno per lei i capi signé Demeulemeester («Traggo un gran potere dall’indossare gli abiti di Ann. Mi fanno sentire sicura […] Sono un talismano»).

Nelle collezioni del marchio tutto ciò si traduce in un romanticismo crepuscolare venato di malinconia e spirito bohémien, nell’assolutismo cromatico del bianco e nero (spezzato talvolta da lampi di colore brillante), nella tensione tra elementi opposti (rigore e delicatezza, corposità e leggerezza, forme fluide e altre accostate al corpo) che caratterizza ogni mise, vero e proprio filo conduttore del lavoro della designer.
È del 1991 la prima sfilata donna a Parigi, in una spoglia galleria d’arte dove irrompono look severi, smaccatamente dark, che la critica stronca bollandoli come “funerei”. Lei corregge il tiro, asciuga le silhouette e perfeziona ulteriormente una visione dalla precisione quasi scientifica, sfuggente però a definizioni univoche e facili schematismi, che inizia presto a solleticare l’interesse di stampa, buyer e semplici osservatori, colpiti dall’approccio cutting-edge, sovente decostruzionista, della stilista.



Ph. Marleen Daniëls, Jacques Habbah

Il menswear non tarda ad arrivare, nel 1996 compaiono outfit per lui mescolati senza soluzione di continuità alle uscite femminili, una scelta che verrà ripetuta nelle collezioni successive fino alla nascita di una linea dedicata nel 2005. Demeulemeester del resto non bada troppo alle distinzioni di genere, in netto anticipo rispetto al gender fluid odierno. Uomini e donne condividono pertanto molti dei capisaldi che, una stagione dopo l’altra, forgiano l’estetica della maison: l’insistenza su linee fluide e allungate; i tagli di sbieco; i tessuti di preferenza leggiadri, naturalmente morbidi (seta, rayon, jersey, lino), con le consistenze ridotte ai minimi termini anche nei materiali più densi quali pelle o panno; le superfici puntualmente increspate da giochi di layering o sapienti drappeggi; l’uso copioso di cinture, nastri e cordoncini, come a voler sorreggere capi da cui promana un senso di precarietà, di noncuranza solo apparente che è poi l’essenza della moda di Demeulemeester.
L’uomo del brand ha l’aria perennemente trasognata e un animo nobile ma tormentato; un po’ maudit dei giorni nostri, un po’ ribelle metropolitano acconciato di tutto punto, con pantaloni dal fit rilassato e blazer stropicciati; i polsini, troppo lunghi, scivolano sulle mani, preferisce combat boots e sneakers alte a mo’ di stivaletto, a cingere il polpaccio. Si concede una punta di vanità ricorrendo al plumage, decoro che esemplifica la dialettica tra naturale ricercatezza ed eccentricità cara alla stilista: le piume si posano così sui cappelli a tesa larga, vengono agganciate a collane, bracciali e altri monili o, addirittura, ricoprono i boa che avvolgono gli abiti dello show Fall/Winter 2010.

Il processo di consolidamento della griffe raggiunge l’acme con il défilé S/S 1997, una sinfonia in black & white scandita, per la parte maschile, da accenni di stratificazione, camicette ampiamente sbottonate e pants quasi liquidi nella loro scioltezza. I critici stavolta plaudono entusiasti alla prova da manuale, il Costume Institute del Met newyorchese provvede a comprare diversi pezzi chiave, lo status di marchio cult è ormai acclarato.
Il ritiro dalle scene giunge a sorpresa nel 2013, con una lettera vergata a mano. Le succede Sébastien Meunier, che si muove nel solco dell’illustre predecessora, introducendo di tanto in tanto minime variazioni, qua tocchi fluo (S/S 2016), là mollezze da esteta decadentista chiuso nella camera da letto (S/S 2018).
Nell’estate 2020, la nuova svolta: Meunier lascia l’incarico e a distanza di poche settimane Antonioli, uno dei primi, storici retailer del brand, lo rileva per una cifra che non viene comunicata. La fondatrice viene (ri)chiamata a svolgere il ruolo di consulente creativo, alcuni ipotizzano già un suo maggiore coinvolgimento, lei nicchia, il neoproprietario parla a MFF di un «new beginning», ancora tutto da scrivere. In fondo, è in atto un ripensamento del concetto di mascolinità, chiamata finalmente a riconoscere tutte le fragilità, dubbi e timori insiti nell’animo umano: l’ideale maschile di Demeulemeester è più che mai attuale.



Ph. Alexandre Sallé de Chou, Giovanni Giannoni

Tutto il denim F/W 2021

Quando si tratta di denim, la parola tendenza rischia di essere fuorviante: parliamo di una tela nata nell’Ottocento in Europa, dove era utilizzata per rivestire vele e merci delle navi mercantili, e codificata in forma di pantalone con tasche e rivetti di rame, nel 1873, da Levi Strauss (il fondatore di Levi’s), che ne fece un perfetto indumento da lavoro per cercatori d’oro e minatori della California.
Diffusosi urbi et orbi nel secolo successivo, incoronato nel 2000 da Time «The clothing piece of the 20th century», viene oggi proposto dalle griffe più disparate in innumerevoli lavaggi e fit, dall’ecumenico slim al modello svasato dal flair 70s, a quello a vita bassa, pronto al comeback dopo i picchi cafonal degli anni 2000, in cotone indaco come l’originale oppure total black, chiaro, candeggiato, delavé… Va inoltre specificato che, sebbene il termine sia ormai una sineddoche dei pants cinquetasche nel medesimo materiale, il jeans viene da tempo impiegato anche per realizzare camicie, giubbotti, giacche, perfino scarpe o borse.

Insomma, nonostante la storia secolare della stoffa/capo sembri cozzare con la ricerca spasmodica del nuovo che anima, da sempre, il circo della moda, passando in rassegna i lookbook dei brand che hanno una solida tradizione in materia si possono comunque individuare alcune keyword, che segneranno il denimwear nell’imminente stagione Autunno/Inverno 2021-2022.
Si può partire da Replay che, con una selezione denominata Back to work, tenta di conciliare comodità e stile comme il faut: così la camicia di lino e chambray, in una tonalità tendente al carta da zucchero, si arricchisce di taschini con patta e chiusura zip termosaldata, che forniscono un plus di praticità, mentre i chinos dal taglio regular assicurano leggerezza e versatilità.
Altra label da tenere in considerazione è Handpicked, attiva dal 2018 ma già sinonimo di jeanseria racé, frutto di una cura scrupolosa, quasi sartoriale, del prodotto; il guardaroba A/I 2021 delinea un’idea di lusso contemporaneo, insieme sofisticato e décontracté, tradotta in pantaloni dalla silhouette ben studiata, affusolata al punto giusto, disponibili in vari finissaggi, più o meno elaborati. Il marchio, inoltre, sposa senza remore la causa green attraverso le proposte Mood Eco, risultato di procedimenti a basso impatto ambientale, in filati che si fregiano delle certificazioni Gots e Oeko-Tex, contrassegnate da una speciale salpa in feltro.


Replay presenta per la collezione FW 2021 una camicia in denim con chiusura a zip
Replay-pantaloni-casual-marrone
Jeans cinque tasche classico di Handpicked con scoloriture
Retro dei jeans Handpicked con particolari cuciture sulle tasche

Replay, Handpicked

La presenza della tela blu è preponderante nelle novità stagionali di Tommy Hilfiger, capofila del casualwear americano: le mise targate Tommy Jeans, in particolare, sprigionano un fascino old school, tra giubbini sherpa foderati, cinquetasche dalla vestibilità sciolta e morbide camicie denim.
E ancora, abbondano di variazioni sul tema le collezioni di brand come Berwich e Tela Genova: il primo ricorre al denim per intessere calzoni loose fit caratterizzati da pinces profonde o tasconi cargo, il secondo ne recupera l’originaria essenza workwear, puntando su pantaloni dalla vibe retrò a gamba dritta, in nuance chiare o brunite (dal celeste al blu mezzanotte), cui si aggiungono giacche raw con impunture a contrasto e overshirt. Re-HasH, specialista della categoria, si sbizzarrisce invece in sfumature e lavaggi, mantenendo pulite e affilate le linee.


Total look denim nella collezione FW 2021 di Tommy jeans: giubbotto imbottito con bottoni e pantaloni dalle linee urban
Jeans Berwich FW 2021 dal taglio ampio che garantisce comodità e massimo comfort
Blue jeans classico con risvolti e gamba dritta di Tela Genova
Giubbino in denim blu scuro con impunture bronzo e due tasche di Tela Genova
Jeans cinque tasche Re-Hash relaxed fit con strappi ad arte

Tommy Jeans, Berwich, Tela Genova, Re-HasH

Per rendersi conto di come i jeans siano diventati un pilastro insostituibile anche del comparto luxury, è poi sufficiente un’occhiata alle passerelle A/I 2021: ce n’è per tutti i gusti, dalle versioni XXL – assai malconce – di Balenciaga ai modelli a sigaretta Saint Laurent, neri come la pece, passando per quelli stinti e laceri, fermi appena sopra la caviglia, di Celine, i modelli baggy firmati Dsquared2 (stravolti da inserti patchwork, cuciture irregolari, candeggi estremi o spalmature), il denim rigoroso, blu navy o bianco ottico, di Officine Générale, il decorativismo sfrenato, in un tourbillon di strappi, perle, catene, iridescenze e spruzzature multicolor, di Dolce&Gabbana. Soluzioni destinate a rinverdire il mito immortale dei blue jeans, consacrato a suo tempo da un gigante del fashion system quale Yves Saint Laurent, che ebbe a dichiarare: «Non c’è nulla di più spettacolare, pratico, rilassato e disinvolto»; uno statement valido, evidentemente, ieri come oggi.


Jeans con strappi ad arte nella collezione denim FW 2021 by Balenciaga
Jeans Celine in abbinamento a bomber mimentico: un must della stagione autunno/inverno 2021
Relaxed fit jeans indossati con cintura della collezione FW 2021 by Dsquared
Officine Générale sceglie un denim blu intenso e un taglio classico per la collezione autunno inverno 2021
Nella collezione FW 2021 di D&G anche il denim si riveste di paillettes

Balenciaga, Celine, Dsquared2, Officine Générale, Dolce&Gabbana

La camicia di lino, il capo passepartout che non può mancare nel guardaroba estivo

Lieve, fresca, resistente, sostenibile, stropicciata quanto basta: la camicia di lino (la fibra tessile più antica, utilizzata già nel 6000 a.C.) è il capo estivo par définition, da privilegiare ogniqualvolta le temperature si attestino sopra i 30 gradi, per oziare in spiaggia o bere un drink a bordo piscina, una cena disinvolta o un’uscita formale. È ecumenica, amata da una clientela trasversale per età, inclinazioni e fisicità, si adatta egregiamente a una gran varietà di mise, regalando un pizzico di sprezzatura se portata sotto la giacca, da abbinare ai bermuda così come a jeans, chinos e – why not? – costumi, alle espadrillas tanto quanto a sandali, sneakers o mocassini.



Star del cinema, jet-setter, artisti, immarcescibili icone di stile ne hanno fatto la loro divisa d’elezione per i mesi più torridi, consolidandone l’aura di maglia jolly della stagione calda, comoda e raffinata in egual misura. Sono stati soprattutto alcuni (memorabili) personaggi del grande schermo a fissare nella memoria colletiva l’immagine – e il fascino – della camicia di lino: si pensi ai modelli sfoggiati da Alain Delon nel suo primo ruolo da protagonista in Delitto in pieno sole (1960), a maniche corte e lunghe, bianchi e neri, sempre carezzevoli; oppure alla blusa azzurrina (generosamente sbottonata, come le precedenti) indossata nel suo film più conosciuto, La piscina (1969). Opta per questo nobile filato anche Sean Connery, nelle vesti (sommamente stilose, ovvio) di James Bond in due capitoli della saga di 007, Thunderball – Operazione tuono (1965) e Si vive solo due volte (1967), dove appaiono esemplari della medesima, impalpabile consistenza, in gradienti diversi di rosa.
Stesso discorso per Julian Kaye/Richard Gere di American gigolo (1980), archetipo della nuova mascolinità edonistica degli eighties (anche) in virtù degli abiti firmati Armani, tra cui appunto le camicie light lasciate aperte sul petto, in colori tenui o cupi. Outfit simili fanno capolino anche in pellicole relativamente più recenti, come Gioco a due o Il talento di Mr. Ripley, entrambe del 1999.
Del resto, la lista dei divi di ieri e di oggi che hanno ceduto al fascino della linen shirt è interminabile: Paul Newman, Steve McQueen, Brad Pitt, Matthew McConaughey, Ryan Gosling, e l’elenco potrebbe continuare.

La moda “ufficiale”, logicamente, fa la sua parte: le passerelle maschili Spring/Summer 2021 hanno accolto un cospicuo novero di riletture sul tema, dall’infilata di varianti vista da Fendi (sottilissime, nivee, ricamate à jour) ai camiciotti scivolati, con collo rialzato, di Homme Plissé Issey Miyake, che mescolano lino e cotone in tele dalle nuance energizzanti (come lime e mandarino), passando per le versioni di Etro (su cui si accumulano striature maculate e disegni di tigri), Versace (oversize, ravvivata dal rigoglio di animali marini della stampa d’archivio Trésor de la Mer), Kiton (che ibrida camouflage e fronde stilizzate) e finendo con il beniamino del fashion biz Simon Porte Jacquemus, che per il brand omonimo propone una camicia color burro adornata di svolazzi fanciulleschi.



Da sinistra: Fendi, Homme Plissé Issey Miyake, Etro, Versace, Jacquemus

Chi volesse acquistare una camicia di lino in questo periodo, giusto in tempo per le vacanze (agognate come non mai, dopo i tribolamenti dei mesi passati), può approfittare peraltro dei saldi ancora in corso, assicurandosi i capi appena menzionati di Fendi (una camicetta bianca con motivi floreali appena più scuri), Homme Plissé Issey Miyake, Versace, Jacquemus ed Etro. Le alternative, ad ogni modo, si sprecano: scandagliando i vari e-tailer si trovano modelli in una profonda tonalità di blu (A.P.C.), con colletto alla coreana e tinti in capo, per conferire al tessuto una sfumatura unica, vicina all’avio (Boglioli), in perfetto western style, provvisti di taschini, bottoni automatici e fantasia check (Alanui); motivo finestrato, su base ocra, anche per quello a maniche corte di Nanushka, mentre Polo Ralph Lauren bada alla sostanza, con una shirt in 100% lino, abbacinante nel suo candore. Tutte le camicie si possono comprare ora a prezzi scontati, con la ragionevole certezza che rimarranno a lungo nel guardaroba, pronte a essere tirate fuori al primo accenno d’estate.




Da sinistra: A.P.C., Boglioli, Alanui, Nanushka, Polo Ralph Lauren

Il menswear romantico e delicato di Bianca Saunders, neovincitrice dell’Andam Fashion Award 2021

Convincere una giuria composta dal gotha dell’imprenditoria e dei creatori di moda (giusto per fare qualche nome, il patron di Kering François-Henri Pinault, Renzo Rosso di Otb e Phoebe Philo, paladina dello chic intellò), aggiudicandosi un premio vinto, in passato, da stilisti della levatura di Martin Margiela, Jeremy Scott e Iris van Herpen, è indice di talento adamantino, una condizione indispensabile per farsi strada nel fashion biz; ecco perché, con ogni probabilità, sentiremo parlare a lungo di Bianca Saunders, fresca vincitrice dell’Andam Fashion Award 2021, che le assicura 300.000 euro e un mentoring sotto l’ala di Cédric Charbit, Ceo di Balenciaga. Il manager ha definito il progetto della sua nuova protégé «solido e unico, ancorato nei valori di oggi», una frase che sembra appropriata per descrivere l’idea di moda della designer, che a nemmeno trent’anni (ne ha 27) è riuscita a forgiare un’estetica riconoscibile e convincente, tanto da essere in lizza anche per il Lvmh Prize, che verrà assegnato entro l’anno.

Cresciuta in un quartiere periferico a sud di Londra, di origine giamaicana, Saunders si è laureata nel 2017 al Royal College of Art, avviando subito il marchio eponimo di abbigliamento maschile; una scelta, quest’ultima, tutto sommato insolita per una stilista esordiente, eppure lei sostiene di essere attratta dal menswear perché, come dichiarato in una recente intervista concessa alla sua ex università, crede che offra «spazio per cambiare» e, rispetto alla controparte femminile, abbia «molte più barriere da infrangere per quanto riguarda il modo di vestirsi e presentarsi agli altri».
Nel ready-to-wear della griffe, effettivamente, si riscontra una tensione costante fra tradizione ed evoluzione, indirizzata a sradicare le norme e i preconcetti che, per troppo tempo, hanno ingabbiato l’espressività degli uomini in materia di abiti, cristallizzando abitudini e divisioni manichee (streetwear vs couture, formale vs sportivo, fino a quella macro tra generi), respingendo quegli accenni di ambiguità e vulnerabilità a cui la designer vuole dare invece massimo risalto.



Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images
Ph. by Portia Hunt
Ph. by James Mason/WWD
Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images, Portia Hunt, James Mason/WWD, Adama Jalloh

Nel 2018 il British Fashion Council (l’equivalente della nostra Camera della Moda) la segnala come nome da seguire tra i nuovi astri della scena inglese, di lì a poco viene inserita nel calendario della London Fashion Week, debuttando con la collezione Spring/Summer 2019, Gesture; già in questa prima uscita “ufficiale” appaiono ben delineati i futuri assi portanti della proposta di Saunders, volta – come specifica la diretta interessata -a «catturare il movimento»: forme tendenzialmente over, pantaloni slouchy dalle cuciture sbilenche, con spacchi laterali che si aprono sul fondo, capi strapazzati ad arte, tra orli sollevati e arricciature a volontà (top, maglie e bluse avvitate, ad esempio, danno l’illusione di modellarsi direttamente sul corpo, torcendo e increspando il tessuto).
Creazioni che emanano un senso di candore e intimità, acuito nella successiva F/W 2019 Unravelling, dove il setting ricrea una camera da letto affollata di ragazzi delicati e pensierosi, la cornice ideale per abiti solo nominalmente classici (dal trench alla camicia, dal giubbino ai jeans) ai quali viene donato un twist muliebre attraverso effetti froissé, cut-out, slabbrature e consistenze impalpabili, con la palette che si mantiene su sfumature terragne.
Nel marzo 2019 Bianca Saunders finisce nella Dazed100, la classifica – redatta annualmente dal magazine – delle giovani personalità che meglio colgono lo Zeitgeist; subito dopo il brand entra a far parte di Newgen, programma di sostegno ai designer emergenti più meritevoli, e può dunque partecipare con regolarità alla settimana della moda londinese.


Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Adama Jalloh, Silvia Draz

Bisogna dire poi che, da talento multidisciplinare qual è, non si limita a firmare (ottime) mise, coniugando inventiva e cura maniacale della confezione, ma sconfina volentieri in territori non necessariamente attigui al fashion come mostre (si può citare la collettiva Nearness, in cui ha raccolto i lavori di vari artisti, film-maker e scrittori di colore per celebrare il Black History Month 2019, oppure l’installazione presentata nel 2020 a Parigi, che consisteva in suit sospesi a mezz’aria, tenuti da fili invisibili) ed editoria, attraverso la pubblicazione di fanzine, riviste dalla patina underground in cui si sofferma su argomenti che la toccano da vicino (blackness, sessualità, libera espressione di sé, solidarietà e altri ancora), dando ampio spazio ad amici e creativi della sua cerchia, dal poeta James Massiah al fotografo Joshua Woods, alla modella Jess Cole.
D’altronde la stilista, per indole, è quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del couturier solitario, umbratile, chiuso nella torre d’avorio a tracciare bozzetti; preferisce, al contrario, circondarsi di persone altrettanto fantasiose, che la aiutino a perfezionare il modo di raccontarsi del marchio, che sia un fashion film o lo styling di una sfilata.

La consacrazione, o qualcosa che le assomiglia molto, arriva nell’infausto 2020, che per la griffe si rivela un’annata formidabile: a febbraio, l’inserimento in un’altra classifica di rilievo, quella dei 30 Under 30 di Forbes, nella categoria Art & Culture; a settembre, lo show S/S 2021 The Ideal Man, con ensemble più contrastati del solito, riflesso delle identità cangianti di uomini che tentano di conformarsi a precisi archetipi, optando per giacche e camicie boxy dalle proporzioni abbreviate su pants dritti come un fuso, pattern scombinati e denim dalla testa ai piedi (fornito da Wrangler, partner in crime di stagione); a novembre la partecipazione al GucciFest, festival pensato dal direttore artistico della maison fiorentina, Alessandro Michele, come una vetrina (digitale, visti i tempi) per i colleghi più promettenti della nuova leva, con un corto che presenta la Pre-Fall 2021, prosecuzione ideale del défilé precedente.
Nell’ultima collezione F/W 2021, invece, l’attenzione è tutta rivolta sulla plasticità degli outfit, resa mediante linee geometriche, nette, smussate però dall’abituale profusione di grinze e curvature che movimentano le superfici di giacchine corte sui fianchi, blouson striminziti, bomber e pantaloni tailored svasati.


Credits: Ph. by Silvia Draz

Nonostante  sia nato solo quattro anni fa, il brand di Saunders ha già conquistato la fiducia dei negozi “giusti”, come i londinesi Browns e Matchesfashion, il grande magazzino americano Nordstrom o l’e-shop Ssense. A riprova del fatto che la fragilità, oltre ad assumere un peso via via maggiore nella sfera emotiva dell’uomo contemporaneo, inizia a fare breccia anche nel suo guardaroba.

Brand to watch: LETASCA

Soprattutto per gli stranieri, made in Italy è un concetto spesso associato a significati che incontrano il desiderio per un gusto raffinato e di autenticità. Nonostante le profonde crisi e le acquisizioni, sembra però che la nostra etichetta possieda ancora una grande forza. Ecco una realtà dal dna italiano che negli ultimi anni si è distinta grazie ad uno spirito innovativo e con la capacità di creare nuove storie.

LETASCA è un marchio milanese lanciato nel 2015 dall’architetto e designer Edoardo Giaroli che si costruisce sul concetto di fondere funzionalità ed estetica in un capo d’abbigliamento dalla forte identità. Letasca interpreta il menswear contemporaneo con un’attitudine utilitaristica che unisce “forma e funzione”.

Fusione, contaminazione, architettura, viaggio, rigore degli equilibri geometrici e creatività danno vita al progetto. Il LETASCA VEST è il gilet che ha reso il brand iconico e l’ha fatto vestire a celebrità in giro per il mondo. 10 tasche per contenere tutti gli oggetti quotidiani. Con la collezione SS20, LETASCA s’ispira a quattro codici di stile: icone, army-tech, caccia e “neo-formal” – sempre con un approccio totalmente contemporaneo e dedicato agli esploratori urbani. Come i pendolari che usano la bici per spostarsi in città, ai quali è dedicata la collaborazione con Pirelli Cycle-E, realizzata con materiali impermeabili e riflettenti.

Nei giorni del lockdown invece, il brand ha attivato una campagna instagram che racconta in parte il suo focus. Si chiama #DailyQuarantineAdventures e l’invito è stato quello di scegliere dal nostro guardaroba alcuni capi per interpretare i vari mood quotidiani che hanno caratterizzato il lungo periodo di isolamento, taggando ovviamente alla fine il brand sui social.

Antony Morato: la nuova campagna social dedicata all’uomo metropolitano

Le nuova campagna social di Antony Morato si chiama All the way up ed è tutta dedicata al prossimo inverno con suggestioni che ci raccontano lo spirito streetwear del brand in cui il gioco delle prospettive integra elementi artificiali, come l’acciaio e il cemento ma anche la purezza del cielo e degli elementi naturali.

Il protagonista è l’uomo metropolitano, rappresentato libero da convenzioni e canoni imposti dalla società che interpreta il suo modo di essere sfidando gli ostacoli del mondo urbano. Proprio per questo sceglie uno stile grintoso e audace, mentre nei suoi occhi leggiamo un costante atteggiamento di sfida.

L’atmosfera è ovviamente quella urbana: dal cemento alle architetture severe, passando attraverso dettagli rigorosi e strutture militari. Riprendono questo mood anche i toni dei capi, grigio e nero sui giubbotti imbottiti ma anche giallo e bianco sui pantaloni sportivi e per le felpe oversize.

I materiali tecnici sono mixati tra loro come il nylon con il neoprene da abbinare a cotoni spalmati. Un effetto di sovrapposizione di texture sottolineato anche dai dettagli patch di feltro e dalle applicazioni in velcro che ricordano i gradi delle divise militari.

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Born Human: la prima campagna Instagram di Antony Morato tra tecnologia e innovazione

Per questa FW 19/20 l’ispirazione per Antony Morato arriva dalle metropoli contemporanee, dove il movimento frenetico della città è reso tramite un effetto di distorsione dell’immagine che si contrappone alla staticità della figura umana. 

La collezione rappresenta invece il tipico gusto inglese con linee pulite, minimal ed eleganti, senza rinunciare ad elementi moderni e spigolosi. La palette cromatica comprende colori come il blu, il grigio, l’argento, il verde bottiglia, senza tralasciare il nero e il rosso, dando vita a due mondi complementari. Non mancano poi i riferimenti al classico gusto british  e al mondo college dove l’eleganza formale è contaminata da elementi sportivi e street, che rimandano alle divise dello sci retrò come il piumino a tre colori dal sapore vintage o la maglieria dal gusto nordico. 

Mood anni 90’ anche per felpe, camicie e t-shirt, che ricordano le tipiche tute da snowboard del periodo, mentre i tessuti di lana per i cappotti e quelli tecnici per la giubbotteria mettono in risalto il contrasto tra tecnologia e tradizione.

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UMIT BENAN: LA MODA COME STORYTELLING

Nato a Stoccarda ma trasferitosi ad Istanbul all’età di due anni, UMIT BENAN è quello che si può definire un cittadino del mondo, poiché dall’età degli studi a oggi ha ormai vissuto in 9 Paesi differenti. Il designer, le cui origini però sono turco-libanesi vanta già una lunga carriera nella moda e tra le sue ultime esperienze, la direzione creativa di Trussardi. È inoltre uno tra i nomi internazionali presenti a 080 Barcelona fashion, occasione in cui lo abbiamo incontrato.

 

080 Barcelona Fall/Winter 2019-2020

 

Come stai sviluppando la tua linea? 

La collezione attuale si concentra su abiti veri, destinati a essere indossati da uomini reali con l’obiettivo di trasmettere un messaggio più ampio, che è certamente collegato al mondo in cui vivo e ai temi che mi riguardano da vicino. Punto alla costruzione di un guardaroba per uomini eleganti ma che si sporcano le mani. Raffinati ma grezzi, autentici e ricchi di contrasti.

La tua visione del menswear oggi

Il menswear oggi è completamente diverso rispetto al passato, mi piace molto di più lo stile classico di un tempo e continuo a lavorarci anche se oggi il classicismo non c’è quasi più. È praticamente tutto streetwear e sportswear, e questo va benissimo soprattutto per fare una bel lavoro di comunicazione del tuo marchio, ma io non amo molto questo genere e spero si torni a codici più classici.

Quanto c’è delle tue origini nella tua collezione?

Questa collezione ha di mio solo l’elemento della religione musulmana e poi il fatto di aver vissuto a Istanbul che inserisce in questa ma in generale in tutti i miei lavori, grandi contrasti proprio come le sovrapposizioni che connotano la città turca . Cerco di lavorare sempre su diversi concetti e paesi per creare outfit per un uomo del mondo.

Come mai hai scelto di presentare la nuova collezione qui a Barcellona?

Sono stato invitato a 080 Barcelona Fashion e l’idea mi è piaciuta sin da subito. Qui il clima è più disteso e c’è la possibilità di una celebrazione maggiore del momento della presentazione della collezione che è una parte fondamentale per uno stilista. In altre fashion week come Milano, Parigi o New York è sempre tutto più di corsa, e l’attenzione a questo momento cruciale è minore.

Dove produci la tua collezione?

In Italia, un territorio fondamentale per l’industria della moda. Tecnicamente tutte le produzioni sono in Italia, il grosso potere di questo paese sono proprio le aziende che producono i materiali.

Progetti imminenti per il futuro?

Per adesso va bene così, vedremo.

 

 

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Rahul Mishra trionfa nel menswear della Indian Couture week.

Rahul Mishra ha trionfato con il suo debutto menswear alla Indian Couture Week con una collezione che sembra parlarci di nuovo ed antico, tutto maestosamente concepito sotto la stessa idea di eleganza.
Maraasim significa “relazione” in Urdu ed è proprio così che il premio Woolmark 2014 e Brand Ambassador dell’Istituto Marangoni di Milano, dove il designer ha speso un anno di studi, ha voluto chiamare la sua prima collezione menswear. Vi è infatti un continuo richiamo alla tradizione Mughal, la magnifica India intellettuale dalle architetture maestose, tessuti pregiati e meravigliosi dipinti, raccontata attraverso una visione contemporanea.
“L’estetica Mughal non è stata frutto della creatività di un unico artista né di un gruppo di artisti, piuttosto si è trattato di una fusione di pratiche artistiche persiane, influenze europee di commercianti e missionari e la ricca tradizione indiana. Non si può creare nulla in isolamento, è stata la contaminazione di idee che ha portato a un’estetica del tutto unica e unificata, estetiche che erano tutte espressioni di un’autentica gioia per la creazione della bellezza.” spiega Mishra.
Un vero tributo alla cultura Mughal quella della collezione Marasmi che, vuole anche esplorare il complesso rapporto tra natura ed architettura sia nel tradizionale che nel moderno. Queste due realtà se mescolate riescono a creare opere d’arte su tessuti fatti a mano. Una significativa  testimonianza dei particolari più fini inerenti all’artigianato indiano. Pochi Designer hanno un dialogo così forte con la propria cultura tanto quanto Mishra che per l’occasione ha impreziosito la collezione con dettagli a goccia di rugiada Swarovsky, una collaborazione forse destinata a ripetersi.

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