Radiografia di un cult: la sciarpa check di Burberry

I best seller di un marchio che affonda le sue radici e resta legato a doppio filo con uno stato, il Regno Unito, dal clima notoriamente freddo e bizzoso, non possono che essere proposte adatte alle rigide temperature d’oltremanica: se infatti si pensa a Burberry, griffe britannica fino al midollo, subito dopo il trench in gabardine affiora, quasi certamente, l’immagine di una stola tramata di quadri multicolor.
Nonostante la storia più che cinquantennale alle spalle, la sciarpa di cachemire col peculiare motivo check occupa tuttora un posto d’onore nel catalogo degli accessori invernali dell’azienda, che nel frattempo si è trasformata da produttore di outerwear dalla sobria compostezza borghese a brand globale di prêt-à-porter, tenuto dal creative director Riccardo Tisci in sottile equilibrio tra aplomb da gentiluomo londinese e pulsioni underground.



Gli ingredienti, al netto di piccoli aggiustamenti, restano più o meno gli stessi: le misure (168 centimetri di lunghezza per 30 di larghezza) sono abbastanza contenute, lontane sia dagli eccessi dei modelli voluminosi in cui imbacuccarsi tipo bozzolo, sia dalla funzione meramente scenica delle sciarpine da annodare alla bell’e meglio; i bordi sono sfrangiati; il filato è quello caldo e nobile per eccellenza, affidato alle cure premurose di due mill a Elgin e Ayr, cittadine della Scozia dall’impareggiabile expertise laniera (entrambi in attività da oltre 150 anni), dove viene sottoposto a lunghi procedimenti articolati in decine di step, tra cui tintura di sei ore, che garantisce la vividezza del colore, cardatura per separare i fili, spazzolatura, intessitura su telai tradizionali, lavaggio nelle acque sorgive del luogo, rifiniture finali a mano (Burberry, inoltre, ha avviato partnership con ong e associazioni come la Sustainable Fibre Alliance, per assicurarsi che il cachemire utilizzato sia sostenibile da ogni punto di vista, produttivo ed etico); infine il check, firma grafica del marchio, una fantasia che, a differenza dei loghi “urlati” con iniziali a caratteri cubitali o nomi delle label ribaditi qua e là sui prodotti, basa la propria unicità sulle tonalità del tartan (il classico finestrato a quadri e linee incrociate, usato originariamente dai clan in cui erano suddivise le principali famiglie scozzesi che, per distinguersi gli uni dagli altri, ricorrevano a precisi accostamenti di colori) adottato, cioè rigature bianche, nere e rosse su fondo beige. Un motivo discreto insomma, tanto più che, alla sua comparsa negli anni ‘20 e per le successive quattro decadi, viene impiegato esclusivamente nelle fodere dei capispalla, configurandosi dunque come un piccolo piacere privato, che gratifichi solo chi effettivamente li indossa.



Le cose cambiano nel 1967: l’aneddotica vuole che il direttore del negozio di Parigi, volendo dare un twist inaspettato ai trench esposti, ne risvolti l’orlo, mettendo in bella vista l’house check, come viene chiamato internamente all’azienda; una trovata assai apprezzata dai clienti, che iniziano a chiedere articoli arricchiti dal pattern in questione, venendo accontentati con ombrelli e sciarpe, simili in tutto e per tutto a quelle in vendita oggi nelle boutique e sull’e-shop ufficiale. Oltre ad averne notevolmente ampliato la gamma cromatica (pur non discostandosi troppo, in linea di massima, dalle nuance misurate storicamente associate alla griffe, nei toni del marrone, blu, grigio, bianco e borgogna), Burberry offre adesso la possibilità di personalizzarle, ricamandole con un massimo di tre lettere.



L’unico, vero momento di crisi della stampa a quadri risale al periodo tra gli anni ‘90 e i primi ‘00, quando la sua popolarità cresce in misura inversamente proporzionale al crollo del prestigio di cui godeva presso gli happy few, venerato com’era da chavs (termine equivalente grossomodo a buzzurro, che secondo il dizionario Collins denota «i giovani della working class i cui gusti, sebbene a volte costosi, sono considerati volgari») e casuals, gli hooligan che, per passare inosservati dentro e fuori gli stadi di calcio, tenevano un basso profilo, vestendo brand ricercati alla Burberry, appunto; gruppi sociali bersagliati in modo feroce, nel primo caso apertamente classista, dall’opinione pubblica inglese.
Il marchio deve correre ai ripari: nel 2001 il neodirettore artistico Christopher Bailey (rimasto in carica fino al 2017) riduce al minimo sindacale la presenza della fantasia incriminata (alcuni pezzi, come il cappellino logato all-over, vengono addirittura cassati). Già nel decennio seguente, tuttavia, nelle campagne natalizie riprendono a fioccare scarf finestrate, preferibilmente al collo di star nazionali di primaria grandezza, tra cantanti, top model e attori/attrici (Sir Elton John, James Corden, Sienna Miller, Cara Delevingne, Naomi Campbell, Rosie Huntington-Whiteley, Romeo Beckham adolescente che sfoggia un modello en pendant col trench khaki). D’altra parte si rischia di perdere il conto delle celebrità, di ieri e oggi, fotografate con addosso la sciarpa a scacchi della maison, dai “precursori” David Niven e Michael Jackson alla papessa dell’editoria modaiola Anna Wintour, e poi Jared Leto, Susan Sarandon, Andy Garcia, Robbie Williams, Liam Payne, Matt Smith, Blake Lively, Rita Ora


London Fashion Week Autumn/Winter 2018 – J.W Anderson – Outside Arrivals Featuring: Anna Wintour Where: London, United Kingdom When: 17 Feb 2018 Credit: Lia Toby/WENN.com

Qualche concessione al pubblico più sensibile alle sirene dei trend, a dire la verità, c’è stata: Bailey, con la linea Prorsum, ha variato anche di parecchio le dimensioni dell’accessorio, pompate per farne un poncho da drappeggiare sulle spalle (collezione Fall/Winter 2014) o viceversa rimpicciolite a mo’ di cache-col, lasciato distrattamente slacciato (F/W 2013), e ancora ha moltiplicato le frange, dandogli le sembianze di uno scialle (F/W 2015), oppure lo ha cosparso di cuoricini o pois, mixati al check in un pot-pourri di fregi e sfumature.
Nella capsule per la stagione F/W 2018, invece, Gosha Rubchinskiy (aedo di quel “post soviet style”, alquanto rude e spiccio, che impazzava fino a non molto tempo fa) ha congiunto nello stesso filato la quadrettatura canonica e il Nova Check, leggermente più grande e chiaro rispetto all’originale, strizzando così l’occhio alla fregola cumulativa dei citati chavs, che spargevano ovunque potessero il pattern di Burberry.
Tisci, da ultimo, ha pensato a modelli reversibili, limitando a un solo lato (dove concentra il monogramma con le T e B intrecciate del fondatore Thomas Burberry, introdotto al suo arrivo nel 2018, oppure inserti recanti le coordinate geografiche della sede principale del brand, a Westminster) la verve esornativa.
L’opzione privilegiata, va da sé, rimane la sciarpa a scacchi tradizionale: a dispetto degli anni che passano, non ha perso un grammo dell’appeal very british degli inizi, il che, nonostante la Brexit, non guasta mai.



Perché Virgil Abloh è stato una figura fondamentale della moda

Con la scomparsa, a soli 41 anni, di Virgil Abloh, fondatore di Off-White nonché direttore artistico del menswear di Louis Vuitton, il fashion system perde una figura assolutamente centrale, di cui è impossibile sopravvalutare l’operato.
In nemmeno un decennio di carriera, infatti, questo creativo di origini ghanesi nato a Rockford, nel Midwest americano, ha innescato – quando non plasmato – dinamiche diventate una consuetudine per la moda tutta, dall’attesa smodata dell’ennesima capsule collection in edizione – ovviamente – limitatissima al culto per prodotti (sneakers in primis, ma anche felpe, t-shirt, cappelli e altri capi/accessori mutuati dallo sportswear) un tempo marginali e innalzati, ora, allo status di sacro graal dei fashionisti 2.0, dal fenomeno del resell (per cui gli oggetti del desiderio di cui sopra vengono rivenduti sulle piattaforme dedicate) alla contaminazione tra forme di creatività e input provenienti da ambiti quali musica, entertainment, arredamento, showbiz… Soprattutto, è stato il demiurgo dell’ibridazione, ormai pienamente compiuta, dell’abbigliamento urban con la moda racé, spinta ad un livello tale per cui è spesso difficile capire dove cominci l’uno e finisca l’altra; se, insomma, l’espressione luxury streetwear oggi risulta persino banale, e certo non suona più come un ossimoro spericolato, il merito va attribuito in gran parte proprio ad Abloh.



Architetto di formazione, con tanto di master conseguito all’Illinois Institute of Technology, e outsider per vocazione, come ribadirà lui stesso più volte, per la sua carriera è determinante l’incontro con Kanye West nel 2003: per il rapper (e produttore, imprenditore, ex marito di Kim Kardashian e, come dimostra il caso in questione, formidabile talent scout) sarà una sorta di factotum, occupandosi di art direction degli album (cura ad esempio la cover di Graduation, insieme alla superstar dell’arte pop Takashi Murakami, mentre Watch the Throne gli vale una nomination ai Grammy del 2011, nella categoria “Best Recording Package”) come pure del merchandising e dell’immagine dei tour di Ye, fino ad essere nominato alla guida di Donda, l’agenzia creativa di West.
Dopo la parentesi di Pyrex Vision, nel 2012, il salto di qualità avviene l’anno successivo con Off-White, label che lo proietterà nell’olimpo dell’industria fashion, dove si premura di abbattere steccati e distinzioni effettivamente fruste a colpi di pezzi easy e appariscenti, marchiati con segni grafici trasformatisi, in men che non si dica, in sinonimi della visione esuberante, costantemente mutevole di Abloh: virgolette tautologiche, che esplicitano natura o funzione d’uso del capo, frecce divergenti, strisce diagonali (attinte dalla segnaletica stradale), tag dai colori sparati a mo’ di cartellino antitaccheggio.


Backstage at Off-White Men’s Fall 2019

Ridurre a pochi, precisi tratti l’estetica di Abloh è però alquanto complicato, considerato che, da buon dj (altra attività cui presta occasionalmente il suo talento multitasking), campiona di continuo spunti disparati, passando dal rileggere da par suo dieci scarpe paradigmatiche di Nike (nella limited edition The Ten, nel 2017) ai capolavori di Leonardo o Caravaggio replicati sulle magliette, dai cut-out di fontaniana memoria alle linee sempre un po’ sbilenche degli abiti. Per descrivere il suo modus operandi, un iperattivismo che va ben oltre la moda in senso stretto, si potrebbe forse scomodare la Gesamtkunstwerk, il concetto di opera d’arte totale teorizzato da Richard Wagner, sostituendolo con quello di un design totale e totalizzante, da mettere al servizio del ready-to-wear come dei complementi d’arredo in tandem con Ikea, al solito in bilico tra boutade e pura funzionalità, delle automobili (ossia la versione “scarnificata”, di un bianco abbacinante, della Mercedes-Benz classe G, la «scultura di una macchina da corsa» nelle parole dell’autore), delle sveglie Braun ideate dal guru della progettazione industriale Dieter Rams (tinte di arancione o in una pallida tonalità di azzurro), del packaging delle bottigliette d’acqua Evian, e via così.
Il numero di collaborazioni accumulatesi negli anni è sterminato: nell’elenco, per forza di cose parziale, figurano marchi quali Moncler, Rimowa, Jimmy Choo, Chrome Hearts, Timberland, Vitra, Gore-Tex, Moët & Chandon, McDonald’s, e si potrebbe andare avanti.



I riscontri fenomenali delle collezioni di Off-White, idolatrate specialmente da Millennials e giovanissimi della Gen Z, preludono alla definitiva consacrazione di Abloh tra i big del fashion, che arriva nel 2018, annus mirabilis in cui finisce nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo del Time e approda alla direzione della divisione maschile di Vuitton, primo afroamericano a capo dell’ufficio stile di una storica maison di lusso. Per l’uomo della griffe sforna a raffica tormentoni dal côté immaginifico, spargendo a piene mani, su pelletteria e abbigliamento, il celebre monogramma, piegato ai suoi capricci e umori del momento, reso ora olografico ora fluo, smaterializzato in nuvolette à la Magritte oppure inserito in “colature” di canvas nelle borse Louis Vuitton X NIGO
Piaccia o meno, la frammentarietà della moda odierna, un magma dai mille rivoli che si riversano anche (e soprattutto) nella dimensione digitale prediletta dalle nuove generazioni, negli ultimi anni ha trovato il suo massimo interprete in uno stilista “per caso”, la cui storia è destinata – a ragione – ad essere raccontata nei libri del settore.



Per l’immagine in apertura, credits: ph. by Peter White/Getty Images

5 storici brand di maglieria da (ri)scoprire

Si scrive autunno, si legge maglieria: con le temperature che si abbassano sempre di più, bisogna attrezzarsi con i pullover, da preferire in filati caldi e cozy, lana über alles. Le opzioni sono praticamente infinite, tra nuance evergreen quali blu navy, nero e grigio oppure eye-catching, texture a prova di gelo o finissime, quasi impalpabili. È bene ad ogni modo andare sul sicuro, rivolgendosi a quei marchi dall’heritage pluridecennale che è garanzia di qualità e un certo blasone, come i cinque a seguire.

Missoni

Dici knitwear e subito il pensiero corre a una delle dinastie più rappresentative della moda italica, i Missoni: per la maison fondata quasi settant’anni or sono da Ottavio e Rosita, partner sul lavoro e nella vita, è sempre stata il cuore di un’impresa dalla forte connotazione familiare, il viatico per un successo capace di attraversare i decenni e relativi cambiamenti di usi e consuetudini vestimentarie. Grazie ai maglioni straripanti di cromatismo ed estrosità, infatti, negli anni ‘70 esplode la Missoni-mania, al di qua e al di là dell’oceano: impossibile ignorare i pattern fiammati, variopinti, ipnotici che zigzagano sui capi usciti dal laboratorio di Sumirago della coppia di stilisti-imprenditori, un sincretismo gioioso di sfumature, punti e motivi battezzato dagli americani “put-together”.
Incoronata nel 1971 «migliore al mondo» nientemeno che dal New York Times, la maglieria vale al brand il Neiman Marcus Award del ‘73, per avere «osato nuove dimensioni e rapporti di colore». Peculiarità che contraddistinguono tutt’oggi le collezioni della griffe; non fa eccezione quella per l’Autunno/Inverno 2021, in cui il fervore espressivo missoniano irrompe su golf, pull a collo alto e cardigan dai revers sciallati attraverso la consueta ridda di linee, arzigogoli e trame grafiche, tra screziature, chevron ingigantiti, righe dall’effetto optical e cromie digradanti dallo scuro al chiaro, o viceversa.


Credits foto 1: ph. by Oliviero Toscani


Ballantyne

Assurto a grande notorietà negli anni ‘50 grazie al “Diamond Intarsia”, tecnica che permetteva di tracciare sulle maglie i tipici rombi allungati che hanno fatto la fortuna del marchio scozzese, Ballantyne celebra quest’anno il traguardo dei cento anni.
Tra gli ammiratori della trama a diamante dei suoi pullover si contano teste coronate, star di Hollywood e jet-setter di fama mondiale (da Alain Delon a Jacqueline Kennedy, passando per James Dean e Steve McQueen), perfino Hermès e Chanel, colpite dalla capacità della label di trattare a regola d’arte le fibre più nobili, le affidano la propria maglieria; nel 1967 è invece Her Majesty ad onorare il knitwear d’autore di Ballantyne col Queen Award.
Al timone dell’azienda vi è ora l’ex direttore artistico Fabio Gatto, che per riportarla agli antichi splendori affianca ai maglioni intarsiati con l’inconfondibile argyle proposte in pesi e finezze assortite, in grado di accontentare gli amanti dei sottogiacca dalle consistenze ultralight come i patiti dei pullover avvolgenti, oltre alle capsule collection della linea Lab, nelle quali il virtuosismo produttivo della casa incontra la visione fresca dei giovani designer selezionati volta per volta.



Drumohr

Con le radici ben salde in Scozia, terra d’origine di questa griffe centenaria (in attività dal 1770), Drumohr parla italiano dal 2006, da quando cioè è stata acquisita dal gruppo Ciocca.
L’azienda del Bresciano ha trasferito la produzione dal Regno Unito all’Italia, prestando però la massima attenzione a mantenere intattto quel saper fare artigiano che, per tutto il Novecento, aveva conquistato attori, aristocratici e modelli assoluti di chicness, dal Re di Norvegia al principe Carlo, da James Stewart a Gianni Agnelli; è quest’ultimo, nume tutelare dell’eleganza maschile eternamente imitato (con scarsi risultati, va da sé), a rendere un must il “razor blade” Drumohr rinominato “biscottino”, motivo che consiste di piccoli rettangoli profusi ritmicamente su lana o cashmere.
Conciliando know-how artigianale e ricerca continua, le collezioni includono oggi giochi di color block, intarsi micro o macro, lavorazioni in rilievo e puntuali rielaborazioni del pattern caro all’Avvocato, che non disdegnano scelte cromatiche piuttosto audaci, accostando per esempio il blu al pistacchio, l’arancione al bordeaux, il turchese al vinaccia.



Malo

Una storia prossima al traguardo del mezzo secolo; una manifattura interamente italiana, concentrata negli stabilimenti di Campi Bisenzio e Borgonovo Val Tidone; un’idea di lusso understated, che lasci parlare la qualità di capi dai filati pregevoli, di squisita fattura. Sono questi gli assi portanti di Malo, brand nato come produttore di maglieria in cashmere nel 1972, quando il dominio scozzese sul settore sembrava inscalfibile, eppure riuscito ad affermarsi grazie alla ricca, vibrante palette dei pull, costruiti alla perfezione, bien sûr.
La parabola dell’azienda raggiunge l’acme a cavallo degli anni ‘90 e 2000, poi il declino interrotto, nel 2018, dal terzetto di imprenditori (Walter Maiocchi, Luigino Belloni, Bastian Mario Stangoni) che ne rileva la proprietà, restituendo una centralità assoluta all’artigianalità dell’offerta, imperniata sul cashmere proveniente dalla Mongolia, mescolato alle volte con materiali altrettanto preziosi, dall’alpaca alla seta, alla vicuña, soprannominata “vello degli dei”.
Le fibre deluxe sono, ovviamente, il fulcro della collezione A/I 2021 Boulevard, in cui nuance, architetture e suggestioni dei grandi boulevard metropolitani – appunto – vengono traslate su lane dalla morbidezza extra, in colori freddi (su tutti i diversi punti di grigio, vero passe-partout della proposta) oppure vivaci, intarsiate di minuti rilievi geometrici o a trecce leggermente distorte, a coste o compatte, per capi dai volumi misurati e clean, che la griffe definisce «timeless e urban-chic».



Pringle of Scotland

In tema di maglieria di alto profilo, grazie a tradizioni secolari ed eccelse varietà di lana, la Scozia non teme confronti, e questo vale a maggior ragione per un marchio che fa riferimento al genius loci del Paese fin dal nome, Pringle of Scotland.
Fondato nel 1815 da Robert Pringle negli Scottish Borders, gli vanno riconosciuti almeno due “brevetti” destinati a incidere in profondità sulle sorti dell’industria laniera: negli anni ‘20 del secolo scorso, idea infatti il pattern argyle, l’iconica – possiamo dirlo – fantasia a losanghe prontamente adottata da Edoardo VIII, il duca di Windsor, elegantone impenitente e sommo arbitro del buon gusto maschile del tempo, subito imitato dagli aspiranti epigoni dell’high society internazionale. Altro fiore all’occhiello dell’etichetta è il twin-set, la combo di maglioncino girocollo e cardigan ton sur ton divenuta un cardine dello stile bon chic bon genre. Un autentico orgoglio nazionale insomma, e non stupisce che la regina Elisabetta, insigne cliente del maglificio, lo abbia premiato nel 1956 col Royal Warrant, onorificenza che certifica lo status di fornitore ufficiale di casa Windsor.
Realizzati tuttora nella fabbrica di Hawick, i capi Pringle of Scotland si possono acquistare comodamente da casa sull’e-shop ufficiale, scegliendo tra una discreta gamma di modelli dal fit rilassato, dai sempiterni maglioni a rombi ai golf dall’appeal vintage, con il leone (simbolo ripescato dagli archivi) intessuto sul petto.



Per l’immagine in apertura, credits: Tassili Calatroni for Crash

Guida al peacoat, il capospalla dal fascino navy perfetto per l’inverno

Inglesi e americani lo chiamano peacoat (o pea coat), i francesi caban, la sostanza non cambia: a distanza di secoli dalla sua comparsa, il giaccone doppiopetto corto in vita mantiene intatta la propria compostezza e il flair marinaresco che nella moda, specialmente maschile, non guasta mai.
Come altri capi outerwear codificati da tempo nei canoni dello stile pour homme, infatti, il capospalla in questione deriva dal mondo militare, nello specifico da quello della marina di parecchi decenni or sono, sebbene le ipotesi sulle origini siano discordanti: la più accreditata vuole che a utilizzarlo per primi siano stati i marinai olandesi che, intorno alla fine del ‘700, indossavano pesanti paletot denominati pijjakker (crasi tra pij, ossia il ruvido tessuto di cui era composto, e jakker, “giacca”), altre ne attribuiscono l’introduzione alla Royal Navy britannica del XIX secolo, seguita presto dall’omologo corpo statunitense, mentre l’azienda di abbigliamento Camplin (fornitrice, dal 1857, proprio della marina di Sua Maestà) ne rivendica con orgoglio l’invenzione come parte delle uniformi dei sottufficiali, il cosiddetto petty coat, abbreviato in p coat (da cui il nome attuale). Di sicuro, nel 1869 Tailor & Cutter, giornale di sartoria diffuso tra i gentleman dell’epoca, pubblica il figurino di una giacca assimilabile al caban odierno, indicata come “pea-jacket”.



Ad ogni modo, la storia dell’indumento afferisce a una tradizione evocativa di atmosfere d’antan, viaggi in mare aperto e un confronto costante con la potenza degli elementi primordiali, cui si devono le sue peculiarità, concepite per agevolare in tutto e per tutto la vita di bordo. La forma, svelta e dritta, sfinata ma senza eccessi, con lunghezza a metà coscia, ampi revers (che, nel caso, si possono serrare fissandoli al sottogola) e chiusura incrociata a sei bottoni, distribuiti su due file parallele (in ottone dorato o corno, solitamente incisi con il simbolo marittimo per definizione, l’ancora, e piuttosto grossi, così da maneggiarli senza difficoltà anche con le dita bagnate o intirizzite) facilita i movimenti; la corposità della stoffa, i baveri e le tasche a filetto verticali, in cui affondare le mani, proteggono invece da schizzi d’acqua, vento e clima rigido.
Tutti attributi che, mutatis mutandis, possono far presa anche sui civili e su chi, pur non avendo mai messo piede sul ponte di una nave, cerca semplicemente un giubbotto essenziale, caldo e robusto. Non sorprende affatto, perciò, che alla fine del secondo conflitto mondiale, con le società subissate dalle eccedenze di abbigliamento militare e i soldati che fanno ritorno nei rispettivi paesi, il peacoat finisca per attrarre cittadini di ogni sorta, dai beat – e aspiranti tali – agli animatori dell’ondata hippie e pacifista degli anni ‘60, dalle rockstar ai membri più in vista dell’intellighenzia europea (di nomi se ne potrebbero fare a bizzeffe: Albert Camus, Jean Cocteau, Alberto Moravia, Lou Reed, Bob Dylan, Serge Gainsbourg, i Rolling Stones…).



Svuotato di qualsiasi connotazione militaresca (d’altronde meno evidente rispetto a capi quali trench o bomber), ad imprimere al caban il suggello della coolness arriva poi il cinema, con alcuni personaggi indimenticabili: come non citare Joseph Turner/Robert Redford ne I tre giorni del Condor, Henry Adams/Gregory Peck de Il forestiero o, per restare a pellicole più recenti, il trafficante interpretato da Johnny Depp in Blow, oppure Daniel Craig – alias James Bond – in Skyfall?


Prada, Neil Barrett, Stefan Cooke


Stilisti e maison non impiegano molto ad appropriarsi del capo, per riproporlo in fogge più o meno aderenti all’originale, sfruttandone l’indubbia versatilità; in effetti si sposa alla perfezione con look casual a base di dolcevita, pullover e jeans, ma non stona neppure se abbinato a camicie o pantaloni dal piglio formale, oppure sovrapposto a giubbini di minor spessore, come quello denim.
Le sfilate Fall/Winter 2021 ci consegnano uno stuolo di nuovi varianti del peacoat: in casa Saint Laurent, tanto per cominciare, c’è l’imbarazzo della scelta, tra modelli rigorosi nel total black di prammatica per la griffe, in tessuto irsuto effetto orsetto, ossequiosi del passato marinaro o profilati da passamanerie in corda bianca.
Dirompente la rielaborazione di Prada, un paletot paffuto dal taglio squadrato, che perde i revers a favore del colletto a camicia, lavorato in jacquard, e si dota di bottoni sovradimensionati con impresso il caratteristico triangolo del marchio.


Missoni, Dolce&Gabbana, Dior Men, Giorgio Armani


Neil Barrett, dal canto suo, scompagina la precisione sartoriale del doppiopetto cammello con un’ondulatura scura che sembra incorniciarne la sagoma, suggerendo uno stacco cromatico che trova conferma sulla schiena, mentre Stefan Cooke, wunderkind della moda d’oltremanica, prova a ingentilire l’aria marziale del capospalla attraverso piccole sfere di tessuto ton sur ton, impilate su spalle e collo.
Da Missoni l’audacia della fantasia animalier viene smorzata, in parte, dall’accostamento tra il nero delle strisce e il fondo blu, Dolce&Gabbana dà sfogo alla vis decorativa tipica del brand con patchwork di stoffe dai pattern più vari (tra cui spigati e pied-de-poule) e profili segnati da catene di perle.
I giacconi compìti, nei toni del borgogna o taupe, in passerella da Dior Men sono la logica conseguenza del mood alla ufficiale gentiluomo scelto per la collezione, stesso aplomb nello show di Giorgio Armani, che opta per modelli a motivi chevron o in panno color navy screziato di grigio.


Saint Laurent, Giorgio Armani, Sealup


Perfetto per affrontare il freddo senza ingolfarsi in stratificazioni disperate o piumini ipertrofici, il peacoat è un alleato di stile ideale, da acquistare ora per indossarlo nei mesi – e anni – a venire; un’eventuale rosa di dieci “candidati” potrebbe includere cinque nomi citati in precedenza (nello specifico Saint Laurent, Prada, Neil Barrett, Missoni, Giorgio Armani), a cui sommare proposte come quella di Sealup, vagamente dandy grazie alla luminosità del velluto a coste blu notte (acuita dai bottoni color oro), oppure il caban in lana di Hevò dal fit asciutto, in una calda nuance caramellata; da valutare anche il fascino un po’ ruvido, da gentiluomo di campagna, del cappotto mélange MP Massimo Piombo, quello revivalistico di Sandro (che recupera il tocco squisitamente Seventies del montone sul collo) e la versione filologica di Polo Ralph Lauren, in lana mista a nylon, dalla vestibilità comoda. Una buona varietà di modelli, tra cui scegliere quello che più risponde al proprio gusto, certi di puntare su un capo che, al netto di inclinazioni personali e vague passeggere, consente di navigare sicuri nei mari perigliosi della moda.


Hevò, MP Massimo Piombo, Sandro, Polo Ralph Lauren


Immagine d’apertura: ph. by Matthias Vriens

La moda romantica di Ann Demeulemeester, dagli Antwerp Six ad oggi

Ha da poco riaperto i battenti, completamente ristrutturata, la boutique ammiraglia di Ann Demeulemeester ad Anversa, tassello importante nella strategia di rilancio avviata nel 2020, che passa adesso da un luogo intimamente legato ai (gloriosi) trascorsi dell’etichetta belga. Lo store è stato ridisegnato da Patrick Robyn, marito e stretto collaboratore della stessa Ann, e si pone a tutti gli effetti come vetrina del nuovo corso della label sotto l’egida di Claudio Antonioli. L’imprenditore, titolare dei multibrand eponimi, già tra i co-fondatori del conglomerato di marchi urban New Guards Group, ha acquisito la griffe un anno fa, deciso a restituirle il ruolo che le spetta nell’olimpo modaiolo. A portarla ai vertici del fashion world era stata infatti la fondatrice, ovvero uno dei mitologici Antwerp Six, i sei stilisti (oltre a lei Dries Van Noten, Marina Yee, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs, Walter Van Beirendonck) laureatisi nei primi anni 80 alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa che, di lì a breve, avrebbero impresso un segno indelebile sulla moda del tempo, entrando negli annali.

E dire che Demeulemeester, nata nel 1959 a Waregem, nelle Fiandre Occidentali, all’inizio pensava di dedicarsi alla pittura, attratta com’era dalla ritrattistica fiamminga, ma resasi conto della forza espressiva degli abiti, si iscrive al corso di fashion design dell’Accademia Reale di Belle Arti. Ne uscirà nel 1981, dando vita con Robyn, quattro anni dopo, al brand che porta il suo nome.
Nel 1986 unisce le forze con i compagni d’università di cui sopra: affittano un furgone, lo riempiono delle proprie creazioni e viaggiano fino a Londra per esporle alla fiera British Designers Show, dove faranno enorme scalpore. Le loro proposte, d’altronde, sono sideralmente lontane dalla pomposità imperante negli eighties, decade caratterizzata, stilisticamente parlando, da spallone, barocchismi, luccichii vari ed eventuali, i punti di contatto sono semmai con il concettualismo spinto degli innovatori giunti qualche anno prima a Parigi dall’Estremo Oriente, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo.



Ph. Marleen Daniëls, Karel Fonteyne, Erik Madigan Heck

Guadagnatasi la notorietà, Demeulemeester comincia a dettagliare la sua particolarissima visione del prêt-à-porter: l’abbigliamento secondo lei è un mezzo per comunicare, un’emanazione della personalità di chi ne è artefice, delle sue sensazioni, esperienze e interessi. Questi ultimi, per la creativa belga, si appuntano sui versi di poeti come Rimbaud, Blake o Byron, sulla musica che esprime le inquietudini dei giovani di allora (Doors, Velvet Underground, Nick Cave…), su quei dipinti che, in gioventù, l’avevano indirizzata verso la scuola d’arte di Bruges.
Da adolescente, poi, si imbatte nella copertina del disco Horses di Patti Smith, su cui campeggia il ritratto dell’autrice in bianco e nero, con un outfit superbamente androgino (opera di Robert Mapplethorpe, genio maledetto della fotografia americana); si innamora della musica e ancor più del suo stile, negli anni dell’accademia confeziona tre camicie bianche e riesce a spedirle all’indirizzo della cantante, a Detroit. La sacerdotessa del rock diventa la sua musa, tra le due nasce ben presto un rapporto di amicizia e stima reciproca, Smith firmerà persino l’introduzione della monografia pubblicata da Rizzoli Usa nel 2014, che ripercorre con parole e immagini oltre trent’anni di storia della label, soffermandosi sul valore sentimentale che hanno per lei i capi signé Demeulemeester («Traggo un gran potere dall’indossare gli abiti di Ann. Mi fanno sentire sicura […] Sono un talismano»).

Nelle collezioni del marchio tutto ciò si traduce in un romanticismo crepuscolare venato di malinconia e spirito bohémien, nell’assolutismo cromatico del bianco e nero (spezzato talvolta da lampi di colore brillante), nella tensione tra elementi opposti (rigore e delicatezza, corposità e leggerezza, forme fluide e altre accostate al corpo) che caratterizza ogni mise, vero e proprio filo conduttore del lavoro della designer.
È del 1991 la prima sfilata donna a Parigi, in una spoglia galleria d’arte dove irrompono look severi, smaccatamente dark, che la critica stronca bollandoli come “funerei”. Lei corregge il tiro, asciuga le silhouette e perfeziona ulteriormente una visione dalla precisione quasi scientifica, sfuggente però a definizioni univoche e facili schematismi, che inizia presto a solleticare l’interesse di stampa, buyer e semplici osservatori, colpiti dall’approccio cutting-edge, sovente decostruzionista, della stilista.



Ph. Marleen Daniëls, Jacques Habbah

Il menswear non tarda ad arrivare, nel 1996 compaiono outfit per lui mescolati senza soluzione di continuità alle uscite femminili, una scelta che verrà ripetuta nelle collezioni successive fino alla nascita di una linea dedicata nel 2005. Demeulemeester del resto non bada troppo alle distinzioni di genere, in netto anticipo rispetto al gender fluid odierno. Uomini e donne condividono pertanto molti dei capisaldi che, una stagione dopo l’altra, forgiano l’estetica della maison: l’insistenza su linee fluide e allungate; i tagli di sbieco; i tessuti di preferenza leggiadri, naturalmente morbidi (seta, rayon, jersey, lino), con le consistenze ridotte ai minimi termini anche nei materiali più densi quali pelle o panno; le superfici puntualmente increspate da giochi di layering o sapienti drappeggi; l’uso copioso di cinture, nastri e cordoncini, come a voler sorreggere capi da cui promana un senso di precarietà, di noncuranza solo apparente che è poi l’essenza della moda di Demeulemeester.
L’uomo del brand ha l’aria perennemente trasognata e un animo nobile ma tormentato; un po’ maudit dei giorni nostri, un po’ ribelle metropolitano acconciato di tutto punto, con pantaloni dal fit rilassato e blazer stropicciati; i polsini, troppo lunghi, scivolano sulle mani, preferisce combat boots e sneakers alte a mo’ di stivaletto, a cingere il polpaccio. Si concede una punta di vanità ricorrendo al plumage, decoro che esemplifica la dialettica tra naturale ricercatezza ed eccentricità cara alla stilista: le piume si posano così sui cappelli a tesa larga, vengono agganciate a collane, bracciali e altri monili o, addirittura, ricoprono i boa che avvolgono gli abiti dello show Fall/Winter 2010.

Il processo di consolidamento della griffe raggiunge l’acme con il défilé S/S 1997, una sinfonia in black & white scandita, per la parte maschile, da accenni di stratificazione, camicette ampiamente sbottonate e pants quasi liquidi nella loro scioltezza. I critici stavolta plaudono entusiasti alla prova da manuale, il Costume Institute del Met newyorchese provvede a comprare diversi pezzi chiave, lo status di marchio cult è ormai acclarato.
Il ritiro dalle scene giunge a sorpresa nel 2013, con una lettera vergata a mano. Le succede Sébastien Meunier, che si muove nel solco dell’illustre predecessora, introducendo di tanto in tanto minime variazioni, qua tocchi fluo (S/S 2016), là mollezze da esteta decadentista chiuso nella camera da letto (S/S 2018).
Nell’estate 2020, la nuova svolta: Meunier lascia l’incarico e a distanza di poche settimane Antonioli, uno dei primi, storici retailer del brand, lo rileva per una cifra che non viene comunicata. La fondatrice viene (ri)chiamata a svolgere il ruolo di consulente creativo, alcuni ipotizzano già un suo maggiore coinvolgimento, lei nicchia, il neoproprietario parla a MFF di un «new beginning», ancora tutto da scrivere. In fondo, è in atto un ripensamento del concetto di mascolinità, chiamata finalmente a riconoscere tutte le fragilità, dubbi e timori insiti nell’animo umano: l’ideale maschile di Demeulemeester è più che mai attuale.



Ph. Alexandre Sallé de Chou, Giovanni Giannoni

Tutto il denim F/W 2021

Quando si tratta di denim, la parola tendenza rischia di essere fuorviante: parliamo di una tela nata nell’Ottocento in Europa, dove era utilizzata per rivestire vele e merci delle navi mercantili, e codificata in forma di pantalone con tasche e rivetti di rame, nel 1873, da Levi Strauss (il fondatore di Levi’s), che ne fece un perfetto indumento da lavoro per cercatori d’oro e minatori della California.
Diffusosi urbi et orbi nel secolo successivo, incoronato nel 2000 da Time «The clothing piece of the 20th century», viene oggi proposto dalle griffe più disparate in innumerevoli lavaggi e fit, dall’ecumenico slim al modello svasato dal flair 70s, a quello a vita bassa, pronto al comeback dopo i picchi cafonal degli anni 2000, in cotone indaco come l’originale oppure total black, chiaro, candeggiato, delavé… Va inoltre specificato che, sebbene il termine sia ormai una sineddoche dei pants cinquetasche nel medesimo materiale, il jeans viene da tempo impiegato anche per realizzare camicie, giubbotti, giacche, perfino scarpe o borse.

Insomma, nonostante la storia secolare della stoffa/capo sembri cozzare con la ricerca spasmodica del nuovo che anima, da sempre, il circo della moda, passando in rassegna i lookbook dei brand che hanno una solida tradizione in materia si possono comunque individuare alcune keyword, che segneranno il denimwear nell’imminente stagione Autunno/Inverno 2021-2022.
Si può partire da Replay che, con una selezione denominata Back to work, tenta di conciliare comodità e stile comme il faut: così la camicia di lino e chambray, in una tonalità tendente al carta da zucchero, si arricchisce di taschini con patta e chiusura zip termosaldata, che forniscono un plus di praticità, mentre i chinos dal taglio regular assicurano leggerezza e versatilità.
Altra label da tenere in considerazione è Handpicked, attiva dal 2018 ma già sinonimo di jeanseria racé, frutto di una cura scrupolosa, quasi sartoriale, del prodotto; il guardaroba A/I 2021 delinea un’idea di lusso contemporaneo, insieme sofisticato e décontracté, tradotta in pantaloni dalla silhouette ben studiata, affusolata al punto giusto, disponibili in vari finissaggi, più o meno elaborati. Il marchio, inoltre, sposa senza remore la causa green attraverso le proposte Mood Eco, risultato di procedimenti a basso impatto ambientale, in filati che si fregiano delle certificazioni Gots e Oeko-Tex, contrassegnate da una speciale salpa in feltro.


Replay presenta per la collezione FW 2021 una camicia in denim con chiusura a zip
Replay-pantaloni-casual-marrone
Jeans cinque tasche classico di Handpicked con scoloriture
Retro dei jeans Handpicked con particolari cuciture sulle tasche

Replay, Handpicked

La presenza della tela blu è preponderante nelle novità stagionali di Tommy Hilfiger, capofila del casualwear americano: le mise targate Tommy Jeans, in particolare, sprigionano un fascino old school, tra giubbini sherpa foderati, cinquetasche dalla vestibilità sciolta e morbide camicie denim.
E ancora, abbondano di variazioni sul tema le collezioni di brand come Berwich e Tela Genova: il primo ricorre al denim per intessere calzoni loose fit caratterizzati da pinces profonde o tasconi cargo, il secondo ne recupera l’originaria essenza workwear, puntando su pantaloni dalla vibe retrò a gamba dritta, in nuance chiare o brunite (dal celeste al blu mezzanotte), cui si aggiungono giacche raw con impunture a contrasto e overshirt. Re-HasH, specialista della categoria, si sbizzarrisce invece in sfumature e lavaggi, mantenendo pulite e affilate le linee.


Total look denim nella collezione FW 2021 di Tommy jeans: giubbotto imbottito con bottoni e pantaloni dalle linee urban
Jeans Berwich FW 2021 dal taglio ampio che garantisce comodità e massimo comfort
Blue jeans classico con risvolti e gamba dritta di Tela Genova
Giubbino in denim blu scuro con impunture bronzo e due tasche di Tela Genova
Jeans cinque tasche Re-Hash relaxed fit con strappi ad arte

Tommy Jeans, Berwich, Tela Genova, Re-HasH

Per rendersi conto di come i jeans siano diventati un pilastro insostituibile anche del comparto luxury, è poi sufficiente un’occhiata alle passerelle A/I 2021: ce n’è per tutti i gusti, dalle versioni XXL – assai malconce – di Balenciaga ai modelli a sigaretta Saint Laurent, neri come la pece, passando per quelli stinti e laceri, fermi appena sopra la caviglia, di Celine, i modelli baggy firmati Dsquared2 (stravolti da inserti patchwork, cuciture irregolari, candeggi estremi o spalmature), il denim rigoroso, blu navy o bianco ottico, di Officine Générale, il decorativismo sfrenato, in un tourbillon di strappi, perle, catene, iridescenze e spruzzature multicolor, di Dolce&Gabbana. Soluzioni destinate a rinverdire il mito immortale dei blue jeans, consacrato a suo tempo da un gigante del fashion system quale Yves Saint Laurent, che ebbe a dichiarare: «Non c’è nulla di più spettacolare, pratico, rilassato e disinvolto»; uno statement valido, evidentemente, ieri come oggi.


Jeans con strappi ad arte nella collezione denim FW 2021 by Balenciaga
Jeans Celine in abbinamento a bomber mimentico: un must della stagione autunno/inverno 2021
Relaxed fit jeans indossati con cintura della collezione FW 2021 by Dsquared
Officine Générale sceglie un denim blu intenso e un taglio classico per la collezione autunno inverno 2021
Nella collezione FW 2021 di D&G anche il denim si riveste di paillettes

Balenciaga, Celine, Dsquared2, Officine Générale, Dolce&Gabbana

La camicia di lino, il capo passepartout che non può mancare nel guardaroba estivo

Lieve, fresca, resistente, sostenibile, stropicciata quanto basta: la camicia di lino (la fibra tessile più antica, utilizzata già nel 6000 a.C.) è il capo estivo par définition, da privilegiare ogniqualvolta le temperature si attestino sopra i 30 gradi, per oziare in spiaggia o bere un drink a bordo piscina, una cena disinvolta o un’uscita formale. È ecumenica, amata da una clientela trasversale per età, inclinazioni e fisicità, si adatta egregiamente a una gran varietà di mise, regalando un pizzico di sprezzatura se portata sotto la giacca, da abbinare ai bermuda così come a jeans, chinos e – why not? – costumi, alle espadrillas tanto quanto a sandali, sneakers o mocassini.



Star del cinema, jet-setter, artisti, immarcescibili icone di stile ne hanno fatto la loro divisa d’elezione per i mesi più torridi, consolidandone l’aura di maglia jolly della stagione calda, comoda e raffinata in egual misura. Sono stati soprattutto alcuni (memorabili) personaggi del grande schermo a fissare nella memoria colletiva l’immagine – e il fascino – della camicia di lino: si pensi ai modelli sfoggiati da Alain Delon nel suo primo ruolo da protagonista in Delitto in pieno sole (1960), a maniche corte e lunghe, bianchi e neri, sempre carezzevoli; oppure alla blusa azzurrina (generosamente sbottonata, come le precedenti) indossata nel suo film più conosciuto, La piscina (1969). Opta per questo nobile filato anche Sean Connery, nelle vesti (sommamente stilose, ovvio) di James Bond in due capitoli della saga di 007, Thunderball – Operazione tuono (1965) e Si vive solo due volte (1967), dove appaiono esemplari della medesima, impalpabile consistenza, in gradienti diversi di rosa.
Stesso discorso per Julian Kaye/Richard Gere di American gigolo (1980), archetipo della nuova mascolinità edonistica degli eighties (anche) in virtù degli abiti firmati Armani, tra cui appunto le camicie light lasciate aperte sul petto, in colori tenui o cupi. Outfit simili fanno capolino anche in pellicole relativamente più recenti, come Gioco a due o Il talento di Mr. Ripley, entrambe del 1999.
Del resto, la lista dei divi di ieri e di oggi che hanno ceduto al fascino della linen shirt è interminabile: Paul Newman, Steve McQueen, Brad Pitt, Matthew McConaughey, Ryan Gosling, e l’elenco potrebbe continuare.

La moda “ufficiale”, logicamente, fa la sua parte: le passerelle maschili Spring/Summer 2021 hanno accolto un cospicuo novero di riletture sul tema, dall’infilata di varianti vista da Fendi (sottilissime, nivee, ricamate à jour) ai camiciotti scivolati, con collo rialzato, di Homme Plissé Issey Miyake, che mescolano lino e cotone in tele dalle nuance energizzanti (come lime e mandarino), passando per le versioni di Etro (su cui si accumulano striature maculate e disegni di tigri), Versace (oversize, ravvivata dal rigoglio di animali marini della stampa d’archivio Trésor de la Mer), Kiton (che ibrida camouflage e fronde stilizzate) e finendo con il beniamino del fashion biz Simon Porte Jacquemus, che per il brand omonimo propone una camicia color burro adornata di svolazzi fanciulleschi.



Da sinistra: Fendi, Homme Plissé Issey Miyake, Etro, Versace, Jacquemus

Chi volesse acquistare una camicia di lino in questo periodo, giusto in tempo per le vacanze (agognate come non mai, dopo i tribolamenti dei mesi passati), può approfittare peraltro dei saldi ancora in corso, assicurandosi i capi appena menzionati di Fendi (una camicetta bianca con motivi floreali appena più scuri), Homme Plissé Issey Miyake, Versace, Jacquemus ed Etro. Le alternative, ad ogni modo, si sprecano: scandagliando i vari e-tailer si trovano modelli in una profonda tonalità di blu (A.P.C.), con colletto alla coreana e tinti in capo, per conferire al tessuto una sfumatura unica, vicina all’avio (Boglioli), in perfetto western style, provvisti di taschini, bottoni automatici e fantasia check (Alanui); motivo finestrato, su base ocra, anche per quello a maniche corte di Nanushka, mentre Polo Ralph Lauren bada alla sostanza, con una shirt in 100% lino, abbacinante nel suo candore. Tutte le camicie si possono comprare ora a prezzi scontati, con la ragionevole certezza che rimarranno a lungo nel guardaroba, pronte a essere tirate fuori al primo accenno d’estate.




Da sinistra: A.P.C., Boglioli, Alanui, Nanushka, Polo Ralph Lauren

Il menswear romantico e delicato di Bianca Saunders, neovincitrice dell’Andam Fashion Award 2021

Convincere una giuria composta dal gotha dell’imprenditoria e dei creatori di moda (giusto per fare qualche nome, il patron di Kering François-Henri Pinault, Renzo Rosso di Otb e Phoebe Philo, paladina dello chic intellò), aggiudicandosi un premio vinto, in passato, da stilisti della levatura di Martin Margiela, Jeremy Scott e Iris van Herpen, è indice di talento adamantino, una condizione indispensabile per farsi strada nel fashion biz; ecco perché, con ogni probabilità, sentiremo parlare a lungo di Bianca Saunders, fresca vincitrice dell’Andam Fashion Award 2021, che le assicura 300.000 euro e un mentoring sotto l’ala di Cédric Charbit, Ceo di Balenciaga. Il manager ha definito il progetto della sua nuova protégé «solido e unico, ancorato nei valori di oggi», una frase che sembra appropriata per descrivere l’idea di moda della designer, che a nemmeno trent’anni (ne ha 27) è riuscita a forgiare un’estetica riconoscibile e convincente, tanto da essere in lizza anche per il Lvmh Prize, che verrà assegnato entro l’anno.

Cresciuta in un quartiere periferico a sud di Londra, di origine giamaicana, Saunders si è laureata nel 2017 al Royal College of Art, avviando subito il marchio eponimo di abbigliamento maschile; una scelta, quest’ultima, tutto sommato insolita per una stilista esordiente, eppure lei sostiene di essere attratta dal menswear perché, come dichiarato in una recente intervista concessa alla sua ex università, crede che offra «spazio per cambiare» e, rispetto alla controparte femminile, abbia «molte più barriere da infrangere per quanto riguarda il modo di vestirsi e presentarsi agli altri».
Nel ready-to-wear della griffe, effettivamente, si riscontra una tensione costante fra tradizione ed evoluzione, indirizzata a sradicare le norme e i preconcetti che, per troppo tempo, hanno ingabbiato l’espressività degli uomini in materia di abiti, cristallizzando abitudini e divisioni manichee (streetwear vs couture, formale vs sportivo, fino a quella macro tra generi), respingendo quegli accenni di ambiguità e vulnerabilità a cui la designer vuole dare invece massimo risalto.



Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images
Ph. by Portia Hunt
Ph. by James Mason/WWD
Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images, Portia Hunt, James Mason/WWD, Adama Jalloh

Nel 2018 il British Fashion Council (l’equivalente della nostra Camera della Moda) la segnala come nome da seguire tra i nuovi astri della scena inglese, di lì a poco viene inserita nel calendario della London Fashion Week, debuttando con la collezione Spring/Summer 2019, Gesture; già in questa prima uscita “ufficiale” appaiono ben delineati i futuri assi portanti della proposta di Saunders, volta – come specifica la diretta interessata -a «catturare il movimento»: forme tendenzialmente over, pantaloni slouchy dalle cuciture sbilenche, con spacchi laterali che si aprono sul fondo, capi strapazzati ad arte, tra orli sollevati e arricciature a volontà (top, maglie e bluse avvitate, ad esempio, danno l’illusione di modellarsi direttamente sul corpo, torcendo e increspando il tessuto).
Creazioni che emanano un senso di candore e intimità, acuito nella successiva F/W 2019 Unravelling, dove il setting ricrea una camera da letto affollata di ragazzi delicati e pensierosi, la cornice ideale per abiti solo nominalmente classici (dal trench alla camicia, dal giubbino ai jeans) ai quali viene donato un twist muliebre attraverso effetti froissé, cut-out, slabbrature e consistenze impalpabili, con la palette che si mantiene su sfumature terragne.
Nel marzo 2019 Bianca Saunders finisce nella Dazed100, la classifica – redatta annualmente dal magazine – delle giovani personalità che meglio colgono lo Zeitgeist; subito dopo il brand entra a far parte di Newgen, programma di sostegno ai designer emergenti più meritevoli, e può dunque partecipare con regolarità alla settimana della moda londinese.


Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Adama Jalloh, Silvia Draz

Bisogna dire poi che, da talento multidisciplinare qual è, non si limita a firmare (ottime) mise, coniugando inventiva e cura maniacale della confezione, ma sconfina volentieri in territori non necessariamente attigui al fashion come mostre (si può citare la collettiva Nearness, in cui ha raccolto i lavori di vari artisti, film-maker e scrittori di colore per celebrare il Black History Month 2019, oppure l’installazione presentata nel 2020 a Parigi, che consisteva in suit sospesi a mezz’aria, tenuti da fili invisibili) ed editoria, attraverso la pubblicazione di fanzine, riviste dalla patina underground in cui si sofferma su argomenti che la toccano da vicino (blackness, sessualità, libera espressione di sé, solidarietà e altri ancora), dando ampio spazio ad amici e creativi della sua cerchia, dal poeta James Massiah al fotografo Joshua Woods, alla modella Jess Cole.
D’altronde la stilista, per indole, è quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del couturier solitario, umbratile, chiuso nella torre d’avorio a tracciare bozzetti; preferisce, al contrario, circondarsi di persone altrettanto fantasiose, che la aiutino a perfezionare il modo di raccontarsi del marchio, che sia un fashion film o lo styling di una sfilata.

La consacrazione, o qualcosa che le assomiglia molto, arriva nell’infausto 2020, che per la griffe si rivela un’annata formidabile: a febbraio, l’inserimento in un’altra classifica di rilievo, quella dei 30 Under 30 di Forbes, nella categoria Art & Culture; a settembre, lo show S/S 2021 The Ideal Man, con ensemble più contrastati del solito, riflesso delle identità cangianti di uomini che tentano di conformarsi a precisi archetipi, optando per giacche e camicie boxy dalle proporzioni abbreviate su pants dritti come un fuso, pattern scombinati e denim dalla testa ai piedi (fornito da Wrangler, partner in crime di stagione); a novembre la partecipazione al GucciFest, festival pensato dal direttore artistico della maison fiorentina, Alessandro Michele, come una vetrina (digitale, visti i tempi) per i colleghi più promettenti della nuova leva, con un corto che presenta la Pre-Fall 2021, prosecuzione ideale del défilé precedente.
Nell’ultima collezione F/W 2021, invece, l’attenzione è tutta rivolta sulla plasticità degli outfit, resa mediante linee geometriche, nette, smussate però dall’abituale profusione di grinze e curvature che movimentano le superfici di giacchine corte sui fianchi, blouson striminziti, bomber e pantaloni tailored svasati.


Credits: Ph. by Silvia Draz

Nonostante  sia nato solo quattro anni fa, il brand di Saunders ha già conquistato la fiducia dei negozi “giusti”, come i londinesi Browns e Matchesfashion, il grande magazzino americano Nordstrom o l’e-shop Ssense. A riprova del fatto che la fragilità, oltre ad assumere un peso via via maggiore nella sfera emotiva dell’uomo contemporaneo, inizia a fare breccia anche nel suo guardaroba.

Brand to watch: LETASCA

Soprattutto per gli stranieri, made in Italy è un concetto spesso associato a significati che incontrano il desiderio per un gusto raffinato e di autenticità. Nonostante le profonde crisi e le acquisizioni, sembra però che la nostra etichetta possieda ancora una grande forza. Ecco una realtà dal dna italiano che negli ultimi anni si è distinta grazie ad uno spirito innovativo e con la capacità di creare nuove storie.

LETASCA è un marchio milanese lanciato nel 2015 dall’architetto e designer Edoardo Giaroli che si costruisce sul concetto di fondere funzionalità ed estetica in un capo d’abbigliamento dalla forte identità. Letasca interpreta il menswear contemporaneo con un’attitudine utilitaristica che unisce “forma e funzione”.

Fusione, contaminazione, architettura, viaggio, rigore degli equilibri geometrici e creatività danno vita al progetto. Il LETASCA VEST è il gilet che ha reso il brand iconico e l’ha fatto vestire a celebrità in giro per il mondo. 10 tasche per contenere tutti gli oggetti quotidiani. Con la collezione SS20, LETASCA s’ispira a quattro codici di stile: icone, army-tech, caccia e “neo-formal” – sempre con un approccio totalmente contemporaneo e dedicato agli esploratori urbani. Come i pendolari che usano la bici per spostarsi in città, ai quali è dedicata la collaborazione con Pirelli Cycle-E, realizzata con materiali impermeabili e riflettenti.

Nei giorni del lockdown invece, il brand ha attivato una campagna instagram che racconta in parte il suo focus. Si chiama #DailyQuarantineAdventures e l’invito è stato quello di scegliere dal nostro guardaroba alcuni capi per interpretare i vari mood quotidiani che hanno caratterizzato il lungo periodo di isolamento, taggando ovviamente alla fine il brand sui social.

Antony Morato: la nuova campagna social dedicata all’uomo metropolitano

Le nuova campagna social di Antony Morato si chiama All the way up ed è tutta dedicata al prossimo inverno con suggestioni che ci raccontano lo spirito streetwear del brand in cui il gioco delle prospettive integra elementi artificiali, come l’acciaio e il cemento ma anche la purezza del cielo e degli elementi naturali.

Il protagonista è l’uomo metropolitano, rappresentato libero da convenzioni e canoni imposti dalla società che interpreta il suo modo di essere sfidando gli ostacoli del mondo urbano. Proprio per questo sceglie uno stile grintoso e audace, mentre nei suoi occhi leggiamo un costante atteggiamento di sfida.

L’atmosfera è ovviamente quella urbana: dal cemento alle architetture severe, passando attraverso dettagli rigorosi e strutture militari. Riprendono questo mood anche i toni dei capi, grigio e nero sui giubbotti imbottiti ma anche giallo e bianco sui pantaloni sportivi e per le felpe oversize.

I materiali tecnici sono mixati tra loro come il nylon con il neoprene da abbinare a cotoni spalmati. Un effetto di sovrapposizione di texture sottolineato anche dai dettagli patch di feltro e dalle applicazioni in velcro che ricordano i gradi delle divise militari.

Sponsored content by Antony Morato

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