Perché Virgil Abloh è stato una figura fondamentale della moda

Con la scomparsa, a soli 41 anni, di Virgil Abloh, fondatore di Off-White nonché direttore artistico del menswear di Louis Vuitton, il fashion system perde una figura assolutamente centrale, di cui è impossibile sopravvalutare l’operato.
In nemmeno un decennio di carriera, infatti, questo creativo di origini ghanesi nato a Rockford, nel Midwest americano, ha innescato – quando non plasmato – dinamiche diventate una consuetudine per la moda tutta, dall’attesa smodata dell’ennesima capsule collection in edizione – ovviamente – limitatissima al culto per prodotti (sneakers in primis, ma anche felpe, t-shirt, cappelli e altri capi/accessori mutuati dallo sportswear) un tempo marginali e innalzati, ora, allo status di sacro graal dei fashionisti 2.0, dal fenomeno del resell (per cui gli oggetti del desiderio di cui sopra vengono rivenduti sulle piattaforme dedicate) alla contaminazione tra forme di creatività e input provenienti da ambiti quali musica, entertainment, arredamento, showbiz… Soprattutto, è stato il demiurgo dell’ibridazione, ormai pienamente compiuta, dell’abbigliamento urban con la moda racé, spinta ad un livello tale per cui è spesso difficile capire dove cominci l’uno e finisca l’altra; se, insomma, l’espressione luxury streetwear oggi risulta persino banale, e certo non suona più come un ossimoro spericolato, il merito va attribuito in gran parte proprio ad Abloh.



Architetto di formazione, con tanto di master conseguito all’Illinois Institute of Technology, e outsider per vocazione, come ribadirà lui stesso più volte, per la sua carriera è determinante l’incontro con Kanye West nel 2003: per il rapper (e produttore, imprenditore, ex marito di Kim Kardashian e, come dimostra il caso in questione, formidabile talent scout) sarà una sorta di factotum, occupandosi di art direction degli album (cura ad esempio la cover di Graduation, insieme alla superstar dell’arte pop Takashi Murakami, mentre Watch the Throne gli vale una nomination ai Grammy del 2011, nella categoria “Best Recording Package”) come pure del merchandising e dell’immagine dei tour di Ye, fino ad essere nominato alla guida di Donda, l’agenzia creativa di West.
Dopo la parentesi di Pyrex Vision, nel 2012, il salto di qualità avviene l’anno successivo con Off-White, label che lo proietterà nell’olimpo dell’industria fashion, dove si premura di abbattere steccati e distinzioni effettivamente fruste a colpi di pezzi easy e appariscenti, marchiati con segni grafici trasformatisi, in men che non si dica, in sinonimi della visione esuberante, costantemente mutevole di Abloh: virgolette tautologiche, che esplicitano natura o funzione d’uso del capo, frecce divergenti, strisce diagonali (attinte dalla segnaletica stradale), tag dai colori sparati a mo’ di cartellino antitaccheggio.


Backstage at Off-White Men’s Fall 2019

Ridurre a pochi, precisi tratti l’estetica di Abloh è però alquanto complicato, considerato che, da buon dj (altra attività cui presta occasionalmente il suo talento multitasking), campiona di continuo spunti disparati, passando dal rileggere da par suo dieci scarpe paradigmatiche di Nike (nella limited edition The Ten, nel 2017) ai capolavori di Leonardo o Caravaggio replicati sulle magliette, dai cut-out di fontaniana memoria alle linee sempre un po’ sbilenche degli abiti. Per descrivere il suo modus operandi, un iperattivismo che va ben oltre la moda in senso stretto, si potrebbe forse scomodare la Gesamtkunstwerk, il concetto di opera d’arte totale teorizzato da Richard Wagner, sostituendolo con quello di un design totale e totalizzante, da mettere al servizio del ready-to-wear come dei complementi d’arredo in tandem con Ikea, al solito in bilico tra boutade e pura funzionalità, delle automobili (ossia la versione “scarnificata”, di un bianco abbacinante, della Mercedes-Benz classe G, la «scultura di una macchina da corsa» nelle parole dell’autore), delle sveglie Braun ideate dal guru della progettazione industriale Dieter Rams (tinte di arancione o in una pallida tonalità di azzurro), del packaging delle bottigliette d’acqua Evian, e via così.
Il numero di collaborazioni accumulatesi negli anni è sterminato: nell’elenco, per forza di cose parziale, figurano marchi quali Moncler, Rimowa, Jimmy Choo, Chrome Hearts, Timberland, Vitra, Gore-Tex, Moët & Chandon, McDonald’s, e si potrebbe andare avanti.



I riscontri fenomenali delle collezioni di Off-White, idolatrate specialmente da Millennials e giovanissimi della Gen Z, preludono alla definitiva consacrazione di Abloh tra i big del fashion, che arriva nel 2018, annus mirabilis in cui finisce nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo del Time e approda alla direzione della divisione maschile di Vuitton, primo afroamericano a capo dell’ufficio stile di una storica maison di lusso. Per l’uomo della griffe sforna a raffica tormentoni dal côté immaginifico, spargendo a piene mani, su pelletteria e abbigliamento, il celebre monogramma, piegato ai suoi capricci e umori del momento, reso ora olografico ora fluo, smaterializzato in nuvolette à la Magritte oppure inserito in “colature” di canvas nelle borse Louis Vuitton X NIGO
Piaccia o meno, la frammentarietà della moda odierna, un magma dai mille rivoli che si riversano anche (e soprattutto) nella dimensione digitale prediletta dalle nuove generazioni, negli ultimi anni ha trovato il suo massimo interprete in uno stilista “per caso”, la cui storia è destinata – a ragione – ad essere raccontata nei libri del settore.



Per l’immagine in apertura, credits: ph. by Peter White/Getty Images

La Walk of Fame di Gucci, che presenta la sua collezione S/S 2022 a Hollywood

Gucci è un nome profondamente radicato nell’immaginario collettivo, ed è persino superfluo sottolineare il legame tra la maison fiorentina e lo star system internazionale, dai divi in pellegrinaggio nella boutique di via Condotti, negli anni della dolce vita, al glitz dell’era Tom Ford, che la trasformò in una potenza mondiale del lusso, bramata ad ogni latitudine, fino all’atteso biopic di Ridley Scott House of Gucci, dal cast sensazionale (Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Salma Hayek…).
La scelta di Hollywood come location del défilé Spring/Summer 2022 Love Parade, pertanto, è sembrata per certi versi il suggello di una liaison ininterrotta tra la griffe e il grande schermo, degno coronamento delle celebrazioni per il centenario del marchio toscano. Ad ogni modo l’incontro tra la cosiddetta fabbrica dei sogni e l’estetica flamboyant, traboccante di segni, suggestioni e rimandi (anche) cinematografici del direttore creativo Alessandro Michele non poteva che fare faville. Aggiungiamoci poi che lo stilista, cinefilo doc, afferma nelle note della sfilata di essere tornato col pensiero al lascito di sua madre, assistente in una casa di produzione (ovvero «al culto della bellezza di cui mi ha nutrito. Al dono irrinunciabile del sogno. All’aura mitopoietica del cinema») e il quadro è completo.



Lo show è mirabolante, una parata di oltre 100 outfit in scena sulla celebre Walk of Fame losangelina, cui assiste il gotha dello showbiz odierno, da Gwyneth Paltrow ad Anjelica Huston passando per Diane Keaton, Sienna Miller, Billie Eilish, James Corden, Florence Welch e i Måneskin, protagonisti dell’ultima campagna pubblicitaria del brand e ormai lanciatissimi anche al di là dell’oceano.
La collezione è un condensato di tutte le personali ossessioni che Michele, nel tempo, ha saputo trasformare nei nuovi – e assai richiesti – tratti identitari di Gucci (lo zig zag tra epoche e ambiti eterogenei, la rutilanza dei decori, lo stemperamento di etichette e rigide divisioni di genere, i cenni fetish-chic, l’insistenza su iniziali, morsetti, nastri tricolori e altri significanti della griffe), su cui si innesta una robusta dose di divismo e fascinazione per lo sfarzo dell’âge d’or hollywoodiana.



Le silhouette, specialmente quelle femminili, sono drammatiche, e indulgono volentieri alla teatralità, tra balze a tutto volume, ruches affastellate le une sulle altre, vezzose stole fluffy, bordature di piume o frange, una pioggia di cristalli e incrostazioni bling bling. Primeggiano mise dalle vibrazioni retrò, a partire dai completi tre pezzi di evidente matrice Seventies, con giacche sagomate e pantaloni flared, adorni di papillon, fiocchi in velluto, scenografiche broche floreali e grossi pendenti metallici, istoriati all’occorrenza da pattern geometrici che ammiccano al decorativismo tipico del decennio, per proseguire con jumpsuit tagliate da zip nastrate, camicie con floride stampe souvenir, cappotti dalle forme generose e capi in tessuto operato.
I colori, quanto a estrosità, non sono da meno (tocchi vividi di rosso, viola, verde e azzurro si alternano a tonalità zuccherine, dal menta al giallo pallido, al rosa), idem gli accessori: tra gli highlight della passerella cappelli a tesa larga da cowboy, diademi scintillanti, gioielli per il viso e occhiali a mascherina giganti (gli anni 2000, l’abbiamo capito, sono più vivi che mai).



La consueta anarchia vestimentaria che innerva la moda di Michele rende possibile qualsiasi abbinamento, per cui i pants aderenti come leggings, con impresse le doppie G paradigmatiche della casa, si possono infilare sotto il blazer abbondante e il bomber trapuntato fucsia sopra panciotto e blusa.
Il designer si concede addirittura il lusso di arruolare, in qualità di indossatori, star del calibro di Jared Leto, St. Vincent o Macaulay Culkin, esempi perfetti di una «nuova cosmogonia contemporanea», come la definisce lui, formata da «creature ibride capaci di accogliere allo stesso tempo la trascendenza divina e l’esistenza mortale»; considerati i risultati strabilianti della sfilata, è difficile non condividere almeno in parte l’enfasi delle sue parole.



Per l’immagine in apertura: credits Frazer Harrison/Getty Images for Gucci

L’omaggio ad Alber Elbaz e non solo: 4 sfilate-tributo memorabili

La Paris fashion week si è chiusa il 5 ottobre con uno spettacolo eccezionale, nel senso letterale del termine, organizzato da AZ Factory per commemorare Alber Elbaz, scomparso ad aprile per complicazioni legate al Covid, poco dopo essere tornato in attività con l’innovativa label di prêt-à-porter che porta le sue iniziali. Richemont, holding del lusso che ne detiene il controllo, ha infatti voluto rendergli un tributo invitando 44 brand, tra maison affermate e new names (un lungo elenco comprendente Dior, Valentino, Gucci, Burberry, Rick Owens così come Tomo Koizumi e Christopher John Rogers) a disegnare per l’occasione delle mise speciali.
Lo show, tra i più seguiti nel calendario parigino, non è stato certo un unicum nella storia del fashion, abituato a omaggiare i suoi principali protagonisti, in modi più o meno espliciti. Abbiamo selezionato quattro sfilate che, sotto quest’aspetto, meritano di essere ricordate, cominciando proprio da quella dedicata a Elbaz.

Love brings love – A tribute fashion show in honor of Alber Elbaz

Con la sua personalità affabile, spiritosa, istrionica, Elbaz smentiva clamorosamente il luogo comune dello stilista schivo e altezzoso, chiuso nella torre d’avorio. Stando al comunicato della società, avrebbe desiderato unire la grande famiglia della moda per una nuova edizione del Théatre de la Mode, spettacolo itinerante che, nel 1945, riunì decine di couturier francesi sull’onda della solidarietà e della comune voglia di ripartire diffuse nel dopoguerra.
Un concept alla base dell’evento tenutosi al Carreau du Temple, invaso da luci e suoni per accompagnare gli ensemble, pensati come una celebrazione del sense of style gioioso, sottilmente ironico e incline alla teatralità del designer; 71 outfit in totale, che si rincorrono nella sala tra strascichi chilometrici (Giambattista Valli) e balze scenografiche, caterve di ruches (Valentino) e cuori aggettanti sull’imponente robe-manteau (Viktor & Rolf), completi ricalcati sull’uniforme prediletta dall’ex direttore artistico di Lanvin, cioè suit scuro, occhialoni e maxi papillon (Ralph Lauren) e ritratti tipo fumetto intarsiati sullo spolverino (Dries Van Noten). Abiti espressione di pura creatività, che nel gran finale compongono un mosaico dai mille colori, issati sull’impalcatura con, al centro, la foto di Elbaz.



Sonia Rykiel S/S 2009

Nel 2008, per festeggiare il 40esimo anniversario di una griffe che, permeata dell’indole protestataria del fatale Sessantotto, aveva rivoluzionato il womenswear, bandendo voli pindarici e virtuosismi fini a se stessi in favore di uno stile svelto e pragmatico, Sonia Rykiel chiama a raccolta 30 designer du moment (per fare qualche nome Karl Lagerfeld, Jean Paul Gaultier, Martin Margiela, Christian Lacroix, Yohji Yamamoto), commissionando a ciascuno un look della Spring/Summer 2009.
Terminato il défilé “canonico”, in pedana irrompono, tra lo stupore dei presenti, creazioni assolutamente uniche nel loro genere, che in diversi casi integrano la riconoscibilissima chioma frisé rosso fuoco della padrona di casa, come fosse una signature stilistica del marchio, al pari di righe marinare, piume o fiori: Lagerfeld, ad esempio, ne fa un pattern cartoonesco sul completo blusa-pantalone, Margiela la struttura portante del gilet furry sovradimensionato, Jean-Charles de Castelbajac un bizzarro trompe-l’oeil, mentre Gaultier allude ai pullover all’uncinetto valsi a Rykiel il soprannome di “regina del tricot”, con una modella intenta a sferruzzare il proprio tubino in maglia.



Saint Laurent F/W 2016

Prima delle sfilate faraoniche ai piedi della Tour Eiffel volute da Anthony Vaccarello, a rilanciare Saint Laurent nella stratosfera modaiola, piegandone i codici distintivi alla propria estetica rockeggiante e affilata, era stato Hedi Slimane che, non va dimenticato, iniziò la sua folgorante carriera proprio alla corte di Monsieur Yves, dirigendone le linee Rive Gauche e Homme.
Per la sua collezione Fall/Winter 2016, omaggia quindi a tutti i livelli il maestro, a partire dalle caratteristiche dello show allestito nell’Hôtel de Sénecterre, sede dell’appena restaurato atelier di alta moda, andato in scena nel silenzio più totale, così da ricreare la solennità quasi religiosa dei défilé primigeni, interrotto solo dal numero di uscita pronunciato da Bénédicte de Ginestous (annunciatrice, fino al 2002, delle passerelle di YSL).
Dominatori assoluti del catwalk, gli outfit della Collection de Paris spingono al massimo gli eccessi del glam anni ’80 attraverso volumi drammatici, incrostazioni di cristalli e paillettes, succinti abitini con volant scultorei, minidress strizzati da cinture colossali, collant velati e labbra infuocate. Una rilettura estremizzata dell’eredità di Yves Saint Laurent, i cui capisaldi sono diligentemente compendiati, dagli spropositati fur coat che paiono richiamare la pelliccia verde smeraldo della collezione cosiddetta Scandale (1971) agli smoking che, a suo tempo, lo stilista nato a Orano aveva trasformato in capi femminili sublimemente sensuali. A suggellare un legame mai spezzato, al di là delle apparenze, l’abbraccio commosso tra Slimane e Pierre Bergé, socio e compagno di vita di Yves.



Versace S/S 2018

Donatella Versace è abituata a “rompere l’internet”, escogitando trovate sensazionali che terremotano il fashion system e, di rimbalzo, il web. Il pensiero va subito alla recente, mediaticissima collab con Fendi alias “Fendace”, al colpo di scena della sfilata S/S 2019 chiusa da Jennifer Lopez, radiosa con una replica esatta del celeberrimo jungle dress, oppure a quella S/S 2018, «un tributo alla vita e al lavoro di Gianni […] non solo al suo genio artistico ma all’uomo che, soprattutto, era mio fratello» come specifica lei, a vent’anni dall’omicidio a Miami.
L’omaggio è reso plasticamente, sulla passerella, dalle mise cariche dei simboli che hanno accompagnato l’irresistibile ascesa del couturier calabrese al pantheon della moda, in una girandola vorticosa e ipercolorata di motivi, grafiche e accostamenti cromatici desunti dalle collezioni più iconiche del brand, tra le fantasie marine della stampa Trésor de la Mer (introdotta nella stagione S/S ’92), gli arabeschi dorati su fondo nero di quella Baroque (F/W ’91), serigrafie lisergiche à la Warhol stampigliate all-over (S/S ’91), farfalle in tonalità acidule (S/S ’95), frange di pelle, bolo tie, cinghie e altri orpelli stile western meets bondage (F/W ’92). Per finire, il ritorno in forze delle top model, al cui mito contribuì attivamente proprio Gianni Versace, con Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Helena Christensen e Carla Bruni fasciate in abiti di mesh metallico sinuosi, come disegnati su una fisicità statuaria, oggi come allora.
Il défilé sbanca i social: considerate le suddette doti da influencer di Donatella, c’era da dubitarne?



Il punto sul menswear visto alla Milano Fashion Week S/S 2022

La fashion week dell’agognato ritorno alla (quasi) normalità, con show e presentazioni perlopiù in presenza e l’abituale messe di serate ed eventi satellite, è terminata lunedì 27; si possono dunque passare in rassegna gli outfit pour homme che hanno fatto da corollario al womenswear di Milano Moda Donna, ché sempre più marchi optano per la formula co-ed, con l’intento di enfatizzare la comune vis creativa che informa le linee femminili come pure quelle maschili. Vediamo, quindi, di analizzare le proposte uomo per la stagione Primavera/Estate 2022 alla luce di tre keywords.

Sensualità

Buona parte di designer e brand sembra aver trovato nella sensualità, fiera e disinibita, la nemesi stilistica dei periodi più cupi della pandemia, quando il contatto fisico era – sostanzialmente lo è tuttora – limitato al massimo, negletto in quanto possibile fonte di contagio. Il tema, com’è ovvio, si sostanzia seguendo le modalità più disparate: l’interpretazione data da Roberto Cavalli è ferina, letteralmente, poiché il glam tutto eccessi, brillii e animalier della maison fiorentina allo zenit della popolarità, negli anni Zero, diventa la pietra di paragone per la direzione creativa di Fausto Puglisi (cominciata nel 2020), che intervalla le uscite femminili con mise maschili tracimanti sfacciataggine e compiaciuta sexyness, tra striature tigrate, metallerie a forma di zanna o artiglio, biker jacket tempestate di borchie, sandali aggressivi e slip sgambatissimi, in bella vista sotto la vestaglia con stampa safari.
L’eros di N°21, al contrario, scaturisce da ponderazione e accortezze couture, trasferite su pantaloni sbottonati sui fianchi, completi costruiti su strati di tulle evanescente, pull a punti larghi che lasciano intravedere la pelle, tutti impreziositi da stole di marabù, cristalli, frange di pellicola sulle slippers tricottate. Tra questi due estremi – per così dire – dello spettro c’è spazio per diverse altre declinazioni, dalla misurata languidezza di Emporio Armani (riscontrabile nelle giacche, blouson e capispalla vari indossati a pelle, al solito decostruiti, carezzevoli sulla figura, negli harness che si fanno sofisticate cinghie da incrociare sul torso, nelle cerniere dei pantaloni lasciate aperte sulle ginocchia) all’underwear che, in passerella da Versace, occhieggia malizioso sotto spolverini, blazer smanicati e gilet, dai capi fascianti di ATXV (brand del giovane Antonio Tarantini, debuttante alla settimana della moda milanese) che, tra panneggi attorcigliati sul busto, lacci e fenditure scoprono ad arte il corpo, al pizzo chantilly con cui CHB di Christian Boaro cuce canotte, diafane camicette e top microscopici, romantici e voluttuosi in egual misura.



Roberto Cavalli, N°21, Emporio Armani, Versace, ATXV, CHB

Rilassatezza

Sarà che mesi di restrizioni e chiusure a intermittenza hanno definitivamente fiaccato le velleità formali dei consumatori, compresi i più attenti al dress code, o forse il famigerato smart working ha favorito un laissez-faire stilistico generalizzato, di sicuro l’abbandono di qualsivoglia rigidità (nei volumi, tagli, materiali, abbinamenti…) è un dogma a cui il menswear non sa più derogare. Lo confermano gli outfit visti a MMD: si è già detto della levità dei look di Emporio Armani, si può tornare pure su quelli di Versace, contraddistinti da linee fluidificate specialmente dalla vita in giù, con pantaloni svasatissimi, bermuda e jeans baggy completati da canotte infilate sotto la giacca, maglie sblusate, calzature che più “off” non si può (sabot aperti sulla punta, slides di gomma, ginniche dalle dimensioni generose).
Boss, invece, bissando la collaborazione con Russell Athletic, mette in scena nel campo da baseball del Kennedy Sport Center un défilé giocoso incardinato su mise casual di immediata lettura, tra bomber collegiali tappezzati di patch, cardigan con iniziali ricamate, sweatpants e felpe alla Ivy League sempre e comunque, perfino in abbinata a cappotti rigorosi, loden, soprabiti quadrettati e suit doppiopetto dalle proporzioni esatte. E ancora, è vestita di tuniche sfilacciate, pullover XXXL, maxi dress ridotti a brandelli e capispalla ingigantiti l’armata di beautiful freak protagonista della sfilata-happening organizzata da Marni. Forme dilatate e fit ampi, se non oversize, anche da Salvatore Ferragamo, Sunnei, GCDS, Aspesi e Pierre-Louis Mascia.



Emporio Armani, Versace, Boss, Marni, Salvatore Ferragamo, Sunnei, GCDS, Aspesi, Pierre-Louis Mascia

Edonismo

Come spesso accade, la pur graduale uscita da frangenti storici particolarmente complessi e tormentati si accompagna, sulle passerelle, a un’impennata di fervore e gaudente edonismo. Non sfuggono alla regola gli show avvicendatisi nei giorni scorsi, a partire dalla trovata ad effetto rivelatasi il clou della fashion week, cioè “Fendace”, la collaborazione tra Fendi e Versace presentata, a sorpresa, nel quartier generale della Medusa in via Gesù con una sfilata all star, zeppa di supermodelle e celebrities (da Dua Lipa a Naomi Campbell passando per Kate Moss, Emily Ratajkowski, Elizabeth Hurley e Demi Moore), in cui le doppie F si confondono con greche, fregi barocchi e altri stilemi che alimentano fin dal principio l’universo creativo versaciano. Un discorso simile vale per la collezione disegnata in solitaria da Donatella Versace per la griffe eponima, dove dettano legge ensemble brulicanti di motivi grafici in technicolor (tra cui il new entry Acid Bouquet), foulard annodati sul capo o intorno alla vita, bluse in seta stampate all-over, completi dalle tonalità acide.
Dean e Dan Caten di Dsquared2, da parte loro, addolciscono il mood di stagione tra il grunge e il militaresco (suggerito dalla ricorrenza di anfibi, cargo pants, colori terrosi, patchwork e tessuti squarciati) innestandovi pattern floreali più o meno estesi, lustrini spalmati su jeans destroyed o giubbetti, coroncine di metallo, addirittura ali di tela poggiate sulle spalle dei modelli.
Difficile restare indifferenti, poi, all’esplosione di cromie e rimandi pop del designer Alessandro Enriquez, che si scatena con ripetizioni ritmiche di frutti, cuoricini, francobolli delle mete estive più famose e disegni assortiti (compresi i ritratti funny del bambolotto fidanzato di Barbie, Ken), oppure alle creazioni dai colori acrilici di Redemption o, infine, al mix and match sfrenato di Giuliano Calza per GCDS, che passa senza un plissé dalle frange di perline ai maglioni crochet, dal total pink ai manga riprodotti sulla camicia hawaiana.


GCDS

“Fendace”, Versace, Dsquared2, Alessandro Enriquez, Redemption, GCDS

Immagine in apertura credits: Ivan Marianelli for The New York Times

La moda romantica di Ann Demeulemeester, dagli Antwerp Six ad oggi

Ha da poco riaperto i battenti, completamente ristrutturata, la boutique ammiraglia di Ann Demeulemeester ad Anversa, tassello importante nella strategia di rilancio avviata nel 2020, che passa adesso da un luogo intimamente legato ai (gloriosi) trascorsi dell’etichetta belga. Lo store è stato ridisegnato da Patrick Robyn, marito e stretto collaboratore della stessa Ann, e si pone a tutti gli effetti come vetrina del nuovo corso della label sotto l’egida di Claudio Antonioli. L’imprenditore, titolare dei multibrand eponimi, già tra i co-fondatori del conglomerato di marchi urban New Guards Group, ha acquisito la griffe un anno fa, deciso a restituirle il ruolo che le spetta nell’olimpo modaiolo. A portarla ai vertici del fashion world era stata infatti la fondatrice, ovvero uno dei mitologici Antwerp Six, i sei stilisti (oltre a lei Dries Van Noten, Marina Yee, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs, Walter Van Beirendonck) laureatisi nei primi anni 80 alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa che, di lì a breve, avrebbero impresso un segno indelebile sulla moda del tempo, entrando negli annali.

E dire che Demeulemeester, nata nel 1959 a Waregem, nelle Fiandre Occidentali, all’inizio pensava di dedicarsi alla pittura, attratta com’era dalla ritrattistica fiamminga, ma resasi conto della forza espressiva degli abiti, si iscrive al corso di fashion design dell’Accademia Reale di Belle Arti. Ne uscirà nel 1981, dando vita con Robyn, quattro anni dopo, al brand che porta il suo nome.
Nel 1986 unisce le forze con i compagni d’università di cui sopra: affittano un furgone, lo riempiono delle proprie creazioni e viaggiano fino a Londra per esporle alla fiera British Designers Show, dove faranno enorme scalpore. Le loro proposte, d’altronde, sono sideralmente lontane dalla pomposità imperante negli eighties, decade caratterizzata, stilisticamente parlando, da spallone, barocchismi, luccichii vari ed eventuali, i punti di contatto sono semmai con il concettualismo spinto degli innovatori giunti qualche anno prima a Parigi dall’Estremo Oriente, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo.



Ph. Marleen Daniëls, Karel Fonteyne, Erik Madigan Heck

Guadagnatasi la notorietà, Demeulemeester comincia a dettagliare la sua particolarissima visione del prêt-à-porter: l’abbigliamento secondo lei è un mezzo per comunicare, un’emanazione della personalità di chi ne è artefice, delle sue sensazioni, esperienze e interessi. Questi ultimi, per la creativa belga, si appuntano sui versi di poeti come Rimbaud, Blake o Byron, sulla musica che esprime le inquietudini dei giovani di allora (Doors, Velvet Underground, Nick Cave…), su quei dipinti che, in gioventù, l’avevano indirizzata verso la scuola d’arte di Bruges.
Da adolescente, poi, si imbatte nella copertina del disco Horses di Patti Smith, su cui campeggia il ritratto dell’autrice in bianco e nero, con un outfit superbamente androgino (opera di Robert Mapplethorpe, genio maledetto della fotografia americana); si innamora della musica e ancor più del suo stile, negli anni dell’accademia confeziona tre camicie bianche e riesce a spedirle all’indirizzo della cantante, a Detroit. La sacerdotessa del rock diventa la sua musa, tra le due nasce ben presto un rapporto di amicizia e stima reciproca, Smith firmerà persino l’introduzione della monografia pubblicata da Rizzoli Usa nel 2014, che ripercorre con parole e immagini oltre trent’anni di storia della label, soffermandosi sul valore sentimentale che hanno per lei i capi signé Demeulemeester («Traggo un gran potere dall’indossare gli abiti di Ann. Mi fanno sentire sicura […] Sono un talismano»).

Nelle collezioni del marchio tutto ciò si traduce in un romanticismo crepuscolare venato di malinconia e spirito bohémien, nell’assolutismo cromatico del bianco e nero (spezzato talvolta da lampi di colore brillante), nella tensione tra elementi opposti (rigore e delicatezza, corposità e leggerezza, forme fluide e altre accostate al corpo) che caratterizza ogni mise, vero e proprio filo conduttore del lavoro della designer.
È del 1991 la prima sfilata donna a Parigi, in una spoglia galleria d’arte dove irrompono look severi, smaccatamente dark, che la critica stronca bollandoli come “funerei”. Lei corregge il tiro, asciuga le silhouette e perfeziona ulteriormente una visione dalla precisione quasi scientifica, sfuggente però a definizioni univoche e facili schematismi, che inizia presto a solleticare l’interesse di stampa, buyer e semplici osservatori, colpiti dall’approccio cutting-edge, sovente decostruzionista, della stilista.



Ph. Marleen Daniëls, Jacques Habbah

Il menswear non tarda ad arrivare, nel 1996 compaiono outfit per lui mescolati senza soluzione di continuità alle uscite femminili, una scelta che verrà ripetuta nelle collezioni successive fino alla nascita di una linea dedicata nel 2005. Demeulemeester del resto non bada troppo alle distinzioni di genere, in netto anticipo rispetto al gender fluid odierno. Uomini e donne condividono pertanto molti dei capisaldi che, una stagione dopo l’altra, forgiano l’estetica della maison: l’insistenza su linee fluide e allungate; i tagli di sbieco; i tessuti di preferenza leggiadri, naturalmente morbidi (seta, rayon, jersey, lino), con le consistenze ridotte ai minimi termini anche nei materiali più densi quali pelle o panno; le superfici puntualmente increspate da giochi di layering o sapienti drappeggi; l’uso copioso di cinture, nastri e cordoncini, come a voler sorreggere capi da cui promana un senso di precarietà, di noncuranza solo apparente che è poi l’essenza della moda di Demeulemeester.
L’uomo del brand ha l’aria perennemente trasognata e un animo nobile ma tormentato; un po’ maudit dei giorni nostri, un po’ ribelle metropolitano acconciato di tutto punto, con pantaloni dal fit rilassato e blazer stropicciati; i polsini, troppo lunghi, scivolano sulle mani, preferisce combat boots e sneakers alte a mo’ di stivaletto, a cingere il polpaccio. Si concede una punta di vanità ricorrendo al plumage, decoro che esemplifica la dialettica tra naturale ricercatezza ed eccentricità cara alla stilista: le piume si posano così sui cappelli a tesa larga, vengono agganciate a collane, bracciali e altri monili o, addirittura, ricoprono i boa che avvolgono gli abiti dello show Fall/Winter 2010.

Il processo di consolidamento della griffe raggiunge l’acme con il défilé S/S 1997, una sinfonia in black & white scandita, per la parte maschile, da accenni di stratificazione, camicette ampiamente sbottonate e pants quasi liquidi nella loro scioltezza. I critici stavolta plaudono entusiasti alla prova da manuale, il Costume Institute del Met newyorchese provvede a comprare diversi pezzi chiave, lo status di marchio cult è ormai acclarato.
Il ritiro dalle scene giunge a sorpresa nel 2013, con una lettera vergata a mano. Le succede Sébastien Meunier, che si muove nel solco dell’illustre predecessora, introducendo di tanto in tanto minime variazioni, qua tocchi fluo (S/S 2016), là mollezze da esteta decadentista chiuso nella camera da letto (S/S 2018).
Nell’estate 2020, la nuova svolta: Meunier lascia l’incarico e a distanza di poche settimane Antonioli, uno dei primi, storici retailer del brand, lo rileva per una cifra che non viene comunicata. La fondatrice viene (ri)chiamata a svolgere il ruolo di consulente creativo, alcuni ipotizzano già un suo maggiore coinvolgimento, lei nicchia, il neoproprietario parla a MFF di un «new beginning», ancora tutto da scrivere. In fondo, è in atto un ripensamento del concetto di mascolinità, chiamata finalmente a riconoscere tutte le fragilità, dubbi e timori insiti nell’animo umano: l’ideale maschile di Demeulemeester è più che mai attuale.



Ph. Alexandre Sallé de Chou, Giovanni Giannoni

TheMenInTown – il backstage

In anteprima il dietro le quinte del più grande censimento digitale dei volti della MFW Fall Winter 2021-2022.

Il contenuto è stato supportato da partner come NH Hotel Group, con NH Collection Milano President a pochi passi dal Duomo”, il team Jeune/Ange Aveda Italia e la food furniture a cura di Pacifik Poke.

Il beauty dei modelli ha visto la firma, invece, dei prodotti di make up e skincare Estée LauderLa Mer.

Scatti backstage a cura di Sara FabbianiDiscromie

Special content direction, production, styling and introduction text Alessia Caliendo

Photographer and video director Kristijan Vojinovic






La fiaba di Riccardo Tisci: “In bloom” Burberry Spring/Summer 2020

Riccardo Tisci, direttore creativo di Burberry, ci trasporta virtualmente nella campagna britannica per la sua collezione spring/summer 2021.
Seguendo ogni norma di sicurezza anti Covid19, lo show ha preso vita con la perfomance dell’artista tedesca Anne Imhof ed il live musicale di Eliza Douglas, accompagnando la fiaba d’avanguardia proposta da Tisci.

Photo: courtesy of Burberry

“È iniziato tutto pensando all’estate Inglese; abbracciando gli elementi con un trench sulla spiaggia, mescolando sabbia e acqua. Ho immaginato le persone in questo contesto, come se fossi il guardiano del faro, e una storia d’amore tra una sirena e uno squalo, con l’oceano sullo sfondo, poi vissuta sulla terraferma” – commenta Riccardo Tisci in merito alla sua collezione “IN BLOOM”.
Il DNA britannico entra così in armonia con il moderno streetwear attraverso l’elemento naturale che ha da sempre caratterizzato il brand, l’acqua – il fondatore della maison Thomas Burberry ha inventato il gabardine, il primo tessuto tecnico progettato per respingere l’acqua e per proteggere il corpo, utilizzato per creare l’iconico trench, ad oggi ancora fulcro del brand.

Ma l’acqua è anche simbolo di rinascita e rigenerazione ed è così che Tisci decide di dare una “rinfrescata” ai capi iconici della maison.
L’uomo Burberry trae ispirazione dell’abbigliamento marinaresco, con capispalla sana maniche e un carcoat con motivo a pinna di squalo scolpito in neoprene 3D e una camicia con dettagli di resina traforata con anellini.
La donna al più vanta uno spirito ribelle e giovanile con giochi di tessuti e trasparenze come nei pantaloni di chiffon trasparente con dettagli di shorts stampati e nell’abito con corsetto di raso elasticizzato sovrapposto a strati di tulle arruffati, mentre la sera sfoggia cristalli e punti luce.

Lo show è concepito come un’installazione che esplora la libertà di espressione – trasformando la finzione in fatti mentre la realtà diventa irreale, il tutto accompagnato da una lieve oscurità dettata evidentemente dalla paura che ha “inondato” le nostre vite quest’anno.


A Milano va in passerella la nuova par condicio

Oltre al danno la beffa. Separati in casa, o come si dice oggi sui social :‘uniti ma distanti’. Perché oggi, con l’aria che tira, si corre su binari paralleli senza toccarsi. Uomini e donne in questa complessa fase storica connotata dall’Alternet e dal 5G, si guardano e si cercano senza toccarsi nel segno di un’effimera intimità virtuale che rivanga il mitizzato ‘Supplizio di Tantalo’.

E se la moda deve essere, come è, lo specchio dei tempi, ovvero in termini più ampollosi l’espressione dello Zeit Geist, non sorprende che a Milano durante l’ultima fashion week femminile i titani della moda abbiano puntato sulla formula coed, legata all’imperante neutralità dei generi e alla fluidità dei sessi esaltata dai corifei del quarto sesso e dei corpi lattiginosi, da Raf Simons a Glen Luchford.

E anche se proprio uno dei primi a rinunciare a una passerella distinta per il menswear, Alessandro Michele, oggi torna sui suoi passi, in molti casi non è dato scindere l’uomo dalla donna in pedana.

Succede da Bottega Veneta, da Missoni, da Versace, ma anche da Extremedy, Boss e Cividini, da Philipp Plein e da Daks, da Pucci e da Emporio Armani, da Tom Ford e da Moncler, da GCDS e da Antonio Marras, da Maison Margiela e da Balenciaga.

Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta
Bottega Veneta

Chez Versace è un po’ come tornare alle origini della maison della Medusa: fin dal 1978 cioè da quando debuttò alla Permanente di Milano come solista e demiurgo di un nuovo prȇt-à-porter avanguardista, il poliedrico Gianni Versace mandò in pedana simultaneamente mannequin e indossatori con abiti dai tessuti e dalle fogge molto affini che spesso erano segnali di una simbiosi annunciata già all’epoca molto inedita e feconda di soluzioni innovative.

E oggi quando si parla, come nel bel saggio di Eva Cantarella ‘Gli inganni di Pandora’, delle radici della discriminazione di genere, Donatella Versace rilancia la carta delle pari opportunità e di conseguenza plasma una donna ancora più self conscious, e anche ça va sans dire, conturbante, carnale e misteriosa, magnetica e determinata, che occhieggia agli anni’80 con una visione futuribile, dove la glamazon e la dark lady si scambiano i ruoli, instaurando un dialogo serrato.

L’incipit in nero assoluto e drammatico, molto crudele e terribilmente spy chic, stemperato dal verde lime, dal rosso scarlatto, dal giallo sole e dall’argento della metal mesh sommata ai cristalli, prelude a una passerella molto vibrante fra alta moda e tecnologia, fra classico e sporty chic, laddove le spalle marcate ad arco e i fianchi modellati dalle falde a bauletto delle giacche sartoriali definiscono una silhouette flessuosa ma perentoria dall’ineffabile nitore che fa leva sulle gonne mini o al ginocchio terminanti con onde godet o con volant mentre la pelle, grande protagonista del lessico di Versace, trattata in mille modi sublimi compresi i collage che assemblano strisce verticali di pellami preziosi, si alterna ai tessuti maschili reinventati in omaggio al ricchissimo archivio del brand, secondo i codici del bianco e nero e delle loro stilizzate antinomie grafiche.

Il grigio serve come piattaforma cromatica per distillare nuove stampe barocche rivisitate all’insegna di un nuovo dress code in equilibrio fra formale e leisurewear in cui campeggia, rimodulata in mille modi, la V che sta per Versace ma anche per virtù e vittoria. Nel menswear l’abbigliamento di matrice più squisitamente street e sportiva si ibrida con la sartorialità, i pantaloni si fanno ampi e l’uomo di spessore griffato Versace si ammanta di tessuti doppiati che conferiscono tridimensionalità alla figura, e insieme amplificano la maestosità della silhouette slanciandola.

Tagli strategici, gessati iridescenti, stampe esuberanti e nuove contaminazioni materiche condivise dal guardaroba di lui e di lei, si alternano ai ricchi pattern gioiello delle giacche oversize da red carpet, in cui l’immagine corposa del tuxedo da cyber guerriero diventa terreno di ardita sperimentazione stilistica. Da Missoni è di scena un tripudio di cromie sapientemente orchestrate secondo la grammatica delle tavolozze geometriche elaborate un tempo dal talentuoso Ottavio Missoni e oggi rieditate con grazia e gusto pittorico da sua figlia Angela, direttore creativo della maison di Sumirago e depositaria di un heritage davvero ‘Maglifico’, per citare il brillante critico di moda Federico Poletti.

Bottega Veneta
Bottega Veneta
Cividini
Cividini
Cividini
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Maison Margiela
Maison Margiela

La collezione maschile, ispirata al Jazz di Miles Davis, è un notevole esercizio di stile dove, come nella tela di un grande artista, tutte le pennellate compongono un quadro armonico e ricco di senso, dove assume rilievo la texture dei coat a vestaglia con intarsi jacquard, dei cardigan in maglia doppiata di pelo, delle camicie nude look da sera intessute da impalpabili patchwork traslate in ragnatele glam, delle trame di lurex e degli chevrons gentili ed euforici che dandificano il quotidiano. Tutto bellissimo e desiderabile.

Tanta maglieria da uomo anche nella sfilata di Cividini che conferma il primato del marchio storico nel knitwear di qualità particolarmente apprezzato dai giapponesi. Piero e Miriam Cividini assemblano una collezione che rimanda agli anni’70 con un retrogusto vintage che si evince dagli accostamenti di velluti e cashmere. Il capo cult della collezione maschile, un vero compendio di tante soluzioni stilistiche in maglia pregiata, è la felpa di cashmere punto Milano con cappuccio di taffetas idrorepellente, senza contare le fodere in bouclé di alpaca e le lavorazioni di maglia tubolare di grande effetto, per reggere le fila dell’eleganza.

“Devo ammettere che Daniel Lee ha una sua visione molto precisa e dimostra in passerella di sapere ciò che vuole”, questo il commento a caldo, conciso e lapidario, di Luca Guadagnino, regista del film ‘Chiamami col tuo nome’ che ha ammirato a Milano le silhouette sottili ed efebiche delineate per Bottega Veneta dal designer press darling Daniel Lee.

L’autunno-inverno 2020 per il visionario direttore creativo del brand di Kering è assolutamente distopico, quasi espressionista, i modelli scelti per interpretare i look della passerella occhieggiano alla legnosa fisicità di Robert Mapplethorpe e di Antonio Ligabue che Elio Germano ha riportato sul grande schermo nel bel film ‘Volevo nascondermi’.

Silhouette spigolose e post industriali, molto Egon Schiele, definiscono una nuova sensibilità creativa che stempera il suo rigorismo sensuale alla Helmut Berger in un mondo di sferzante modernità che è riduttivo imbrigliare nella ormai trita categoria del minimalismo tratteggiando invece una revisione radicale della mascolinità. Cappotti rettilinei molto affilati dal timbro teutonico, mantelle di nappa leggera, trench verde sottobosco e spencer marziali si abbinano a molli pants a vita alta alla ricerca di un nuovo orizzonte stilistico che cita da un lato il brutalismo e dall’altro il plastico verticalismo di Giacometti.

Il key item di stagione è il coat sleeveless in pelle spalmata a macro intreccio mentre le calzature sono stivali gardening oppure hanno la suola rialzata come un piedestallo. Un’estetica che alla forma antepone la sostanza. E c’è tanta sostanza, quella dei sogni di un poeta, da Antonio Marras che stavolta si immerge in un mondo fiabesco che fa pensare a ‘Pinocchio’ di Garrone.

In passerella lo stilista di Alghero manda un garrulo burattinaio e tanti street artist che ibridano le galanterie dei sarti con la vocazione upcycling dei collage dal gusto street che animano i look più blasé arricchiti da un diluvio di cristalli swarovsky.

Dove l’attitudine degagé che trasuda dalle camicie used di lana a quadri rossi e neri di sapore grunge flirta con i capi formali allietati da ricami e divertissement tessili basati sul gioco inside out che disegnano un gentleman picaresco d’altri tempi, scanzonato e sognatore, amante del parka e della giacca in denim.

Missoni Uomo
Missoni Uomo
Missoni Uomo
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace

Tutta un’altra storia quella raccontata nella sua passerella da kolossal di Philipp Plein, il fashion tycoon internazionale che si è ormai imposto nel gotha della moda grazie al suo uso spregiudicato di ricami, pellicce vere e di pellami sempre più rari in un’ode al bling rock più inverecondo.

Le giacche da caveau spesso anche in versione animalier e i blouson di pelle preziosa ricamatissimi di croci e serpenti gioiello sembrano rubati al set di un video musicale degli anni’80 e ’90 in omaggio a un’estetica plutocratica effetto Goldfinger che trova il suo mantra nella ridondanza e in un’esibizione trionfante in sintonia con un mood disco-glam nostalgico dello Studio 54.

Il culto dell’opulenza degno di un Creso 4.0 che non teme la crisi, trova riscontro nei molti bold look smaglianti di oro e argento e tempestati di borchie e cristalli pensati soprattutto per un nababbo metallaro very posh che adora luccicare. Gli si addicono chocker e sneaker ornate da catene, pantaloni spalmati, stivali alti, piumini a tutta lunghezza, abiti con frange e glitter in oro metallizzato lucido proprio come le macchine, i jet e gli elicotteri che ornano la faraonica scenografia della location della sfilata.

Il mito di Philipp Plein è un James Bond rocckettaro ibridato con Damian Hirst e i pezzi più preziosi del catwalk sono i cappotti di visone rasato interpretati dal modello e top influencer Cameron Dallas, ma anche dai musicisti Tyga e Timbaland.

Il loro profumo, lanciato in occasione della sfilata di Milano, è la nuova fragranza ‘No Limits’ il cui packaging è una carta di credito. Parlando di eccessi impossibile non citare la sfilata di Extremedy, il brand disegnato dalla stilista marocchina Madi Abaida paladina di uno streetwear sartoriale post apocalittico che ha esordito in passerella a Milano con una sfilata ruggente e sopra le righe che inneggia alla libertà creativa con un guardaroba molto audace.

Lo show si apre sulle note provocatorie di ‘Bella ciao’ mentre in passerella la designer svela un menswear grintoso che prevede t -shirt iper grafiche, giacche in pelle con inserti a contrasto e molto accessoriate in una profusione di tasche piazzate, eco-fur, inserti metallici e pantaloni baggy che amplificano uno spirito maschile irriverente e strong che privilegia il nero, il rosso, il bianco e il blu.

E ancora felpe con cappuccio e capospalla rimodellati che esprimono ribellione e forza, diffondendo messaggi forti ed evocativi anche attraverso capi ‘parlanti’ e un’incontenibile energia con uno stile che denota un forte senso di appartenenza, comune finalmente a uomini e donne nel segno forse stavolta di un’autentica parità.

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Alla corte di Moschino è di scena la malia del Settecento

Peccaminosamente squisita, spudoratamente teatrale, l’ultima, strepitosa collezione femminile disegnata da quel ragazzaccio impertinente e geniale di Jeremy Scott per Moschino è un inno alla dissolutezza gastronomica e a un’opulenza aulica e decorativa che mette alla berlina l’insostenibile edonismo dell’era 4.0.

Un’abbuffata voluttuosa di macarons e torte a strati che si rifà al gusto lezioso e modernissimo dell’ancien régime, quello delle Liaisons dangereuses e dello scandalo della Collana, pochi anni prima della grande rivoluzione francese del 1789, è il pretesto per mettere in scena una sfilata dall’impatto scenico esilarante e insieme dirompente.

La boutade da iconoclasta stavolta è proiettare Marie Antoinette, la sua ammaliante panoplia di invenzioni da atelier e le sue gesta erotiche di regina prodiga, frivola e fedifraga che oggi sarebbe idolatrata sui social, (e anche molto rivalutata dagli storiografi anche perché apripista della haute couture in senso moderno complice i virtuosismi dell’avida sarta Rose Bertin), in un’atmosfera insouciante, variopinta e ludica che per Scott è legata a doppio filo ai divertissement dei disegnatori di Manga e ai Cosplay.

E da Versailles a Shibuya dunque il passo è più che breve. Le perverse femmes galante del circolo esclusivo della sventurata regina di Francia che giocavano a fare le pastorelle nello Hameau nel Petit Trianon, dalla virtuosa Principessa di Lamballe all’intrigante contessa di Polignac immortalate dalle tele di Vigée Le Brun, parlano un dovizioso linguaggio di efferata bellezza, di lusso sibaritico e inverecondo fatto di robes à panier e di sprezzanti cuissardes color geranio, di frac stile Conte d’Artois e di elaboratissime cappe bouquet, di colori stucchevoli ma gourmands come il giallo limone, il turchese brillante e il rosa candy, di fiocchi scenografici e di ricami esuberanti e golosi sempre in bilico fra chic e Kitsch, fra rivoluzione e controriforma, fra Fragonard e Lachapelle.

Sarà questa l’anticamera della restaurazione stilistica nell’aria? Per ora chez Moschino non è dato sapere. Quel che è certo è che qui la ricerca sul costume storico in chiave retrovisiva è meticolosa e sapiente: l’immaginario del dissacrante stilista americano guarda al biopic di Sofia Coppola e ai costumi del premio Oscar Milena Canonero che per realizzare gli abiti di scena ha attinto anche ai tessuti di Rubelli, mentre la pellicola si rivive in pedana sulle note della splendida colonna sonora.

E la moda? E’ servita con ironia al vetriolo nella pasticceria Made in Trianon by Moschino. Dal denim e la morbida pelle dei perfecto che sormontano le minigonne a panier si passa poi alle mise in velluto damascato e in broccato multicolore da cortigiano ciccisbeo senza parlare delle incantevoli fogge in Toile de Jouy e delle rigogliose fantasie floreali à la bergère, mentre i pantaloni al ginocchio come quelli à culotte del conte di Fersen e di Luigi XVI, si portano con esose e civettuole scarpine con tacco a rocchetto, realizzate internamente alla Aeffe da Pollini.

Dulcis in fundo (è il caso dirlo) i cake dress che ricordano le torte irresistibili ricche di glassa e di panna Chantilly che le dame dalle torreggianti parrucche acconciate da Leonard, usavano divorare nelle stanze private della regina a Versailles innaffiandole con prelibati Champagne mentre l’ultima sovrana di Francia era intenta a dilapidare vertiginose fortune al gioco e lanciando nuove mode ispirate all’anticomania, all’amica inglese, la bellissima Duchessa di Devonshire e ai philosophes come Jean Jacques Rousseau.

Ammiccano ai fotografi come starlette social le grandi insta models di oggi, dalle sorelle Gigi e Bella Hadid a Kaia Gerber e Vittoria Ceretti, che davanti alla sala delle danze di Versailles si fanno un selfie e ancheggiano prima della tempesta destinata a cambiare tutto. Che sia una profezia?

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E’ una casta diva forte e romantica la donna di Alberta Ferretti

Romantica e assertiva la donna di Alberta Ferretti non delude mai perché non offre fianco a critiche. La sua allure da casta diva la accompagna e la precede, il suo glamour è ipnotico, la sua bellezza evoca le sofisticate atmosfere di un mondo rarefatto popolato di cigni alteri e di belles dames sans merci che calcano le strade della metropoli senza paura.

E dato che come scriveva Dostojevsky, ‘La bellezza salverà il mondo’ è opportuno in questi tempi così difficili risollevare gli animi parlando di una delle regine della moda italiana che è anche una delle interpreti più raffinate dell’estetica femminile di questo millennio.

Nella collezione autunno-inverno 2020-21 di ready-to-wear che a Milano ha seguito la presentazione a Parigi in gennaio della memorabile, iconica Limited Edition (una demi couture estremamente sofisticata e scenografica, preziosa nei materiali, mikado e duchesse, che riecheggia la lezione volumetrica e architettonica di Balenciaga e di Capucci) prende forma il manifesto di una femminilità possente ma mai aggressiva, seducente ma sempre entro i binari del buon gusto, sensuale ma mai carnale.

I richiami alle proporzioni calibrate e alle silhouettes scultoree dei favolosi Eighties sono palesi eppure c’è una volontà sottesa di sottrazione. Questa traspare da molte e assortite soluzioni dedicate al daywear dove spicca la tuta più understated affiancata da certi eleganti e grintosi tailleur pantalone.

Qui la giacca boxy in cashmere o in pelle, definita da tagli e dettagli sartoriali ad alto quoziente artigianale, si combina con bluse in raso dai colli civettuoli e pantaloni morbidi e a vita alta, quasi drappeggiati, spesso portati con stivali imperiosi. La estrema eleganza del grigio antracite e asfalto che la sera e per le ore più eleganti e habillées vira al silver nei lunghi dress con frange ricamate, suggerisce un orizzonte di self confidence postmoderna e di eleganza sussurrata, senza sforzo, che non ha bisogno di urlare per essere percepita.

Spiega la bionda e mite stilista: “Ho iniziato a disegnare questa collezione pensando a una figura di donna lontana dalle definizioni prestabilite. Ho sempre lavorato sulla consapevolezza femminile ma questa volta sono andata oltre per assegnare agli abiti il ruolo di ambasciatori di un daywear sofisticato e sostenibile”. 

Lontana dal protagonismo di certi brand che fanno del sensazionalismo e della boutade da palcoscenico la loro cifra, Alberta Ferretti procede sicura per la sua strada dando ancora il massimo soprattutto nella parte eveningwear dove il nero assoluto e misterioso degli abiti di gala è illuminato dall’energia siderale dell’argento ed è allietato da vibranti tocchi di Blu Royal, ma anche di rosso carminio declinati in toilette sontuose e capricciose dominate da un’enfasi di rouches e volants plissettate e disposte a cespuglio o a raggiera sul corpo gentilmente svelato con una formidabile perizia di lavorazioni e ricami certosini che emulano la vera alta moda, nel segno di una preziosità neoclassica e di una gradevole insouciance.

Per una nuova, briosa regalità: ottima prova. Applaudono nel parterre Valeria Mazza con la figlia, Nati Abascal, Cristiana Capotondi, Greta Scarano, Greta Ferro e molte altre bellissime celebrities e attrici italiane e internazionali.

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