Cinecult: Matthias & Maxime

Intenso, struggente, sensuale, travolgente. L’ultimo, irripetibile film di Xavier Dolan ‘Matthias & Maxime’ distribuito da Lucky Red e presentato al Festival di Cannes, segna il grande ritorno davanti alla macchina da presa dell’enfant prodige del cinema canadese.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”

Classe 1989, Dolan, attore cool della scena francofona (lo ricordiamo anche come brand ambassador di una memorabile campagna adevertising per Louis Vuitton) dirige e interpreta un affascinante, malinconico e intimistico ritratto di un idillio reticente fra due giovani uomini molto diversi per estrazione sociale e per indole. Matthias (un magnifico Gabriel D’Almeida Freitas) proviene da una famiglia borghese di avvocati mentre Maxime (Xavier Dolan) è un ragazzo di umili origini con una madre borderline e tossicomane con la quale non riesce giocoforza a comunicare, e un fratello assente.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Poco prima di partire per l’Australia dove sceglie di emigrare alla ricerca di un futuro migliore, il timido Maxime accetta di interpretare la scena di un bacio con lo spigoloso ed enigmatico Matthias, apparentemente anaffettivo e impegnato sentimentalmente con una ragazza bon chic, su richiesta di una amica della loro cerchia che sta girando un cortometraggio amatoriale. Quel bacio ‘galeotto’ fra i due amici d’infanzia cambierà le loro vite.



Fra campi lunghi e primi piani serrati, Dolan usa la macchina da presa come una sonda dell’anima addentrandosi nei meandri interiori dei due protagonisti che si ritrovano nella maturità in un mondo dove esistono solo ragazzi ciarlieri e goliardici e donne mature eccessive, deliranti, splendide e generose sulla falsa riga di Geena Rowlands o Barbra Streisand in ‘Pazza’ (stupenda come sempre come in ‘Mommy’ Anne Dorval che impersona la madre di Maxime).



Lo spettatore, in un andirivieni fra visibile e invisibile, si trova proiettato in un dramma elegiaco che lascia il segno con la sua spietata dolcezza, consumandosi nello spirito di Maxime, istintivo e tormentato barista con una voglia di vino rosso sulla guancia alla ricerca di un posto nel mondo, e di Matthias, raffinata e cerebrale vittima di un farraginoso e opprimente sistema di relazioni sociali che lo imbrigliano in una gabbia di convenzioni borghesi.



Montaggio sincopato ed efficace, ritmo vibrante, dinamismo psicologico si intrecciano e si fondono in una storia meravigliosa che fa venire le farfalle nello stomaco. Denys Arcand citato come oracolo di cinefilia canadese suggella un quadro che rievoca i temi cari al regista e attore canadese: la ricerca dell’identità sessuale, il rapporto fra le generazioni, i legami familiari.


Xavier Dolan
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Con la sua bellezza sauvage Maxime ricorda il River Phoenix di ‘My own private Idaho’ film culto degli anni’90 diretto da Gus Van Sant, mentre l’assetto del cenacolo di ragazzi molto ‘Youth culture’ alla Bruce Weber ha un sentore della community familiare di Ferzan Ozpetek. Un’altra prova assai felice per il regista di ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’ che, al suo ottavo film, si riconferma un talento formidabile e radioso nel panorama della cinematografia contemporanea.

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Trionfano a Roma Germano e Garrone ai Nastri d’argento 2020

Si sono svolti l’altra sera al Maxxi a Roma con un evento molto confidenziale dedicato al grande compositore romano Ennio Morricone scomparso il 6 luglio, i Nastri d’Argento 2020. La manifestazione giunta alla sua 74esima edizione, è nata nel 1946 a Roma grazie al sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani, e soprattutto grazie a Mario Soldati e a Michelangelo Antonioni. Da allora si svolge fra Roma e Taormina.

Quest’anno, in un’edizione ineluttabilmente romana a causa del Covid, Elio Germano, come previsto e meritatamente, ha fatto incetta di premi per il suo ‘Favolacce’ dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, dotati registi e sceneggiatori che si sono presentati al photocall vestiti in abiti Gucci disegnati da Alessandro Michele, mentre il geniale e tormentato attore capitolino già premiato a Berlino quest’inverno per la medesima pellicola, ha scelto un look dégagé firmato Emporio Armani. Onore a Re Giorgio che quest’anno festeggia 15 anni della sua linea couture Armani Privé che per la prima volta sarà presentata a gennaio in un palazzo aristocratico in via Borgonuovo.



Il film dei fratelli D’Innocenzo narra una storia intimista e un po’ dark ambientata nella borgata romana e vissuta attraverso gli occhi di un gruppo di bambini. Il film descrive un mondo apparentemente normale dove cova il sadismo sottile dei padri, impercettibile ma inesorabile, la passività delle madri, l’indifferenza colpevole degli adulti. Ma soprattutto è la disperazione dei figli, diligenti e crudeli, incapaci di farsi ascoltare, che esplode in una rabbia sopita e scorre veloce verso la sconfitta di tutti. La pellicola dei due giovani fratelli d’Innocenzo si è aggiudicata ben 5 nastri: film, produttore, costumi, sceneggiatura, fotografia.


Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo alla Premiazione Nastri D’Argento 2020, entrambi in Gucci.

Pierfrancesco Favino, incensato e camaleontico divo italiano che ha sfondato in tutto il mondo grazie a ‘Il traditore’ di Bellocchio in cui interpreta il boss mafioso Tommaso Buscetta, ha ottenuto il premio come migliore attore protagonista nel ruolo di Bettino Craxi in ‘Hammamet’, riconoscimento che ha ritirato in un outfit in seta blu di Brioni che pareva pennellato su di lui, mentre la palma di migliore attrice protagonista è andata a Jasmine Trinca, bellissima in ‘La dea fortuna’ di Ozpetek distribuito da Warner Bros Pictures. Il bellissimo film del regista turco, un’ode alle famiglie arcobaleno e all’inclusione, si è accaparrato altri due nastri: miglior canzone originale, meritatissimo, conferito a Diodato per ‘Che vita meravigliosa’, e per la colonna sonora firmata da Pasquale Catalano comprendente ‘Luna diamante’, una toccante canzone interpretata da Mina.



Anche ‘Pinocchio’ di Matteo Garrone (che ha firmato anche il video speciale di presentazione della collezione di alta moda di Dior autunno-inverno 2020-21 ‘Le mythe Dior’) ha messo a segno alcuni premi: da quello di Benigni per il ruolo di Mastro Geppetto come migliore attore non protagonista ai costumi disegnati da Massimo Cantino Parrino, dalla regia magistrale di Matteo Garrone, autore di una memorabile fiaba surreale a sfondo sociale, alle scenografie fino al montaggio e al sonoro.


Roberto Benigni alla Premiazione Nastri D’Argento 2020

Premiati anche Valeria Golino (in Prada) e Valerio Mastandrea come attori di commedia e non protagonista. Quest’anno en plein per Elio Germano che ha giustamente trionfato anche con il nastro come film dell’anno conferito a ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti in cui il grande attore romano interpreta il pittore Ligabue. Questa la motivazione della giuria: “è un film che, con lo stile essenziale della semplicità, mette a fuoco la sofferenza e il talento personalissimo di un uomo che, attraverso l’esplosione della sua creatività irrefrenabile, riesce a riempire il vuoto della solitudine e superare il disagio dell’emarginazione e della malattia mentale. Ma, oltre il racconto di un personaggio così straordinariamente ‘diverso’, è una riflessione sulle contraddizioni profonde di un mondo che – per dirla proprio con il suo straordinario protagonista – marcia a forte velocità in ogni direzione dimenticando ‘tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta’, i Ligabue che sono in mezzo a tanta civiltà.”. 


Valeria Golino alla Premiazione Nastri D’Argento 2020 in Prada

Il momento clou è stata la premiazione a distanza di Pedro Almodovar, mattatore del cinema iberico con quarant’anni di carriera alle spalle, che ha conseguito un nastro speciale ‘europeo’ per il suo ultimo capolavoro ‘Dolor y gloria’ candidato a due premi Oscar e distribuito da Warnerbros Pictures, un film intenso e speciale, intimo e personale che riesce a mettere a nudo con delicatezza, la verità dei sentimenti più privati ma anche la forza delle passioni, e più di sempre racconto della vita nello specchio del tempo e fortemente autobiografico, con una straordinaria performance del grande Antonio Banderas.

Nastro d’oro per i suoi 50 anni di carriera come direttore della fotografia al mitico Vittorio Storaro, che ha firmato la fotografia anche del film ‘Un giorno di pioggia a New York’ di Woody Allen distribuito in Italia dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, che in barba ai benpensanti, ha sfidato l’ipocrisia di Hollywood portando sugli schermi europei l’ennesimo capolavoro del cineasta newyorkese. Storaro è molto celebre anche per la sua longeva collaborazione con Bernardo Bertolucci (sua la fotografia di ‘La luna’ e ‘Novecento’ come pure di ‘Ultimo tango a Parigi’) e per aver curato la fotografia di ‘Apocalypse now’ di Coppola e di ‘L’uccello dalle piume di cristallo’ di Dario Argento.



Fra i nastri di quest’anno merita una menzione speciale anche il grande regista Mimmo Calopresti che ha ottenuto un meritorio ‘nastro alla legalità’ per il suo monumentale e suggestivo ‘Aspromonte’ prodotto da Fulvio e Federica Lucisano in collaborazione con Rai Cinema e distribuito da Minerva, film molto apprezzato già nel 2019 che il cineasta italiano ha portato anche in Australia con enorme successo di pubblico e critica per il suo racconto di un anelito al riscatto sociale di un popolo intero. Il film brilla per la meravigliosa interpretazione di Marcello Fonte e di Valeria Bruni Tedeschi.



Infine è stato assegnato un premio speciale a Lorenzo Mattotti per ‘La famosa invasione degli orsi in Sicilia’. Fra i protagonisti dell’ultima edizione dei Nastri d’Argento svetta Toni Servillo che è stato premiato due volte, una per la sua strepitosa carriera di poliedrico attore dal talento ineccepibile (‘Il divo’ e ‘La grande bellezza’ fra gli altri ma anche ‘l’uomo del labirinto’, prova geniale) e l’altra come figura guida del documentario d’arte ‘Ermitage. Il potere dell’arte’ realizzato da Sky Arte, premiato come miglior documentario a tema artistico. Premiata anche l’eleganza dandy del giovane Giulio Pranno, interprete sensibile e brillante di ‘Tutto il mio folle amore’ di Gabriele Salvatores per il quale si è aggiudicato il premio Biraghi: alla cerimonia al Maxxi il giovane attore ha sfoggiato un outfit ruggine molto posh di Gucci completo di gilet e disegnato dallo stilista Alessandro Michele che sicuramente non offre fianco a critiche.



Hanno indossato capi firmati Emporio Armani Paola Cortellesi, premiata per ‘Figli’, Marco D’Amore premiato come miglior regista esordiente per ‘L’immortale’ e Claudio Santamaria vincitore del premio Nino Manfredi per ‘Gli anni più belli’ di Gabriele Muccino e ‘Tutto il mio folle amore’.

Il cinema e Netflix celebrano l’identità gay

Riflettori puntati sul cinema rainbow, come si addice ai veri cinefili nel mese del Gay Pride. Mentre in un Parlamento rissoso da far west si discute il primo disegno di legge contro l’omofobia proposto dall’ottimo senatore del PD Alessandro Zan e il giornalista de ‘L’Espresso’ Simone Alliva pubblica la sua meritoria inchiesta ‘Caccia all’omo’ trasformata in libro sugli episodi italiani di omofobia di cui chissà perché non si parla mai, su miocinema.it, la piattaforma di cinema in streaming ideata da Luckyred e guidata dal suo illustre fondatore Andrea Occhipinti, approda una rassegna molto suggestiva che chi scrive consiglia a tutti i lettori: ‘Pride’.


Moonlight

Si tratta di un ‘rivediamoli’ abilissimo, orchestrato ad arte per vedere o rivedere classici a tematica LGBT che non hanno mancato di emozionarci in passato: da ‘La vie d’Adèle’ a ‘I segreti di Brockeback Mountain’, da ‘Pride’ a ‘Stonewall’, da ‘i ragazzi stanno bene’ a ‘Carol’, da Tomboy a Weekend, da ‘Eisenstein in Messico’ a ‘Milk’, e molti altri bellissimi titoli. “Ho sempre scelto i film che distribuisco da anni con la ‘Luckyred’ in base alla reazione emotiva che suscitano in me”, ha dichiarato Andrea Occhipinti che ha prodotto anche il bellissimo film su Stefano Cucchi ‘Sulla mia pelle’, un atto di denuncia contro la barbarie liberticida della polizia. E aggiunge: “Ho scelto di organizzare questa rassegna non solo perché sono openly gay da molti anni ormai, ma anche perché sono film che appassionano tutti secondo me, non solo il pubblico queer perché parlano il linguaggio universale del cinema”.



E Vladimir Luxuria, intervistata sulla rassegna di Miocinema ha dichiarato: ”il gay pride storicamente nasce dai moti di Stonewall a New York nel 1969 in cui per la prima volta un gruppo di trans del Greenwich Village ebbero la meglio sulla polizia omofoba, oggi siamo di nuovo in un periodo oscurantista in cui i diritti faticosamente conquistati dai gay in tutto il mondo sono in pericolo a causa del sovranismo più becero, siamo di fronte a un regresso: in Egitto per esempio Sarah Hijazi si è tolta la vita a 30 anni perché è stata umiliata e seviziata nelle prigioni del suo paese solo per aver sbandierato il vessillo arcobaleno in un concerto. Ebbene questo ci dà la percezione di quanto sta accadendo: dedichiamo a Sarah questa bella rassegna di cinema alto e di spessore che mette le ali alla nostra immaginazione e benedice la tolleranza e l’umanità”. Appuntamento quindi su miocinema anche con ‘Matthias e Maxime’ il nuovo film di Xavier Dolan, già enfant prodige del cinema francese e già testimonial di Louis Vuitton. Nel suo ultimo film presentato a Cannes, il regista di ‘Mommy’, ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’, torna ad approfondire i temi a lui più cari: la famiglia, la ricerca della propria identità sessuale e le relazioni fra generazioni diverse.

Nella gallery: foto 1 e 2 serie tv Sex Education, foto 3 e 4 due pezzi della capsule collection di JW Anderson

Intanto mentre l’osannato stilista agender JW Anderson rinverdisce i fasti del mito erotico gay di Tom of Finland, simbolo della ‘clone generation’ anni ’70, e Versace, Diesel, Etro, Eastpak, Asos, Philosophy di Lorenzo Serafini e altri top brands del lusso dedicano originali e ghiotte capsule collection al Pride Month e alle sue festose celebrazioni seppur virtuali in tutto il mondo, confermando l’impegno costante del pianeta fashion a favore dell’inclusione e di tutte le diversità, anche Netflix fa la sua parte. La più grande e prestigiosa piattaforma mondiale di streaming online, che con le sue produzioni esclusive diffuse in 190 paesi del mondo ha allietato la nostra difficile quarantena, propone un ampio e succulento ventaglio di opzioni per gli estimatori del cinema a sfondo LGBT: Sex Education (acuto, garbato ed esilarante, una vera chicca), Special (unica stagione finora ma aspettiamo il sequel), Elite, La casa de Papel (acclamatissimo e monumentale, un vero gioiello), Toyboy, Sense8, Dynasty (un’apoteosi del glamour anni ’80 da vedere anche per i bellissimi abiti di scena firmati Gucci, Balmain, Dolce&Gabbana, Tom Ford e Versace), Hollywood e molte altre bellissime serie televisive.


In particolare ci soffermiamo su Elite: una serie tv da cardiopalma in tre stagioni che racconta il dramma dell’esclusione sociale e gli intrighi sentimentali in una scuola privata riservata ai rampolli della ‘elite’ spagnola di oggi. La lotta di classe e le liaison a sfondo omoerotico si intrecciano inestricabilmente in una raffica di colpi di scena, assolutamente da non perdere, incentrati sull’ambiguità del bel Polo, figlio di una coppia lesbo. Gli attori, giovani ma di grande talento, Jaime Lorente, Miguel Herràn, e la bellissima Marìa Pedraza, sono in parte gli stessi che spiccano anche in altre serie Netflix di enorme successo come ‘La casa de papel’ un autentico capolavoro di suspence e di fiction interpretato fra gli altri da Alvaro Morte (il professore), Itziar Ituno, Miguél Herràn, Rodrigo De la Serna (formidabile nel ruolo del rapinatore gay Palermo) e Ursula Còrberò (Tokyo) che sembra una Lara Croft rediviva.

Affronta in parte la tematica rainbow anche ‘Toyboy’ un thriller in 4 stagioni che rivela le trame oscure della upper class spagnola contro uno stripper professionista, l’aitante Hugo (Jesùs Mosquera), colpevole di essersi invaghito di una avvenente miliardaria arida e senza scrupoli, Macarena Medìn (Cristina Castano). Nel plot si dipana la love story del figlio di Macarena, il fragile Andrea dall’anima dark (Juanjo Almeida) e il bellissimo Jairo (Carlo Costanzia), spogliarellista latino muto e sensibile.

Notevole anche Hollywood, la serie prodotta e ideata da Ian Brennan e da Ryan Murphy (lo ricordiamo per Glee e Nip/Tuck che abbiamo amato molto) in cui campeggia una versione altamente idealizzata del giovane Rock Hudson, umiliato dal suo manager che si aggira fra i leggendari party queer di Cole Porter e George Cukor che attiravano una ridda di disponibili giovanotti. La serie ambientata negli anni ’50 racconta l’odissea sociale e sentimentale di un gruppo di aspiranti attori, registi, sceneggiatori alle prese con i pregiudizi della mecca del cinema a stelle e strisce in cui imperava all’epoca il Codice Hays. E così i protagonisti, tutti bravissimi, da Darren Criss a David Corenswet, da Patti LuPone a Jake Picking (nel ruolo del giovane Rock Hudson), si dibattono in un mondo dominato dai tabù sul genere e il colore della pelle, alla ricerca di un avvenire concreto che superi le barriere sessuali e razziali. Una serie attualissima nell’epoca dei tumulti per l’assassinio di George Floyd in America. Buona visione.

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E adesso viene il bello(?)

La bellezza salverà il mondo’ diceva Dostoevskij e ci viene da dire che un fatto è certo: ed è che nonostante la funesta segregazione legata alla pandemia, la bellezza fortunatamente non è andata in quarantena. Lo ha ribadito anche il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, che quanto a bellezza, saggezza e stile non ha nulla da invidiare a nessuno, specialmente nella magniloquenza di Palazzo Chigi. Insomma la bellezza va preservata quindi, anche quella maschile, almeno nei nostri pensieri, nei nostri auspici, nei nostri desideri e nei nostri gesti. E tanto tempo è passato da quando l’esposizione del corpo maschile integralmente nudo era considerato un tabù. Pensavo a questo l’altro giorno mentre guardavo con sommo stupore la meravigliosa statua colossale di Napoleone, studio in gesso di Antonio Canova, un nudo integrale al quale il ‘geniale’ Mussolini fece mettere la foglia di fico sul pube in omaggio ai piccolo-borghesi che sostenevano il suo squallido regime fortunatamente archiviato dalla storia delle democrazie moderne.


Statua di Napoleone – Canova

Inutile dire che per fortuna quella foglia di fico è stata col tempo rimossa. Questa torreggiante ode alla bellezza virile che idealizza la fisicità ben poco archetipica dell’imperatore francese giganteggia nel vestibolo di Palazzo Bonaparte, il magnifico palazzo storico romano del Seicento restaurato da Generali e un tempo di proprietà della madre di Napoleone I Letizia Ramolino fino alla sua morte nel 1836. Il palazzo ha ospitato fino al 7 giugno una straordinaria mostra sui capolavori inediti degli Impressionisti e dei neo impressionisti francesi ed europei curata con esiti di enorme successo di pubblico e critica da Arthemisia, leader nelle manifestazioni culturali di rilievo-artistico nel Lazio e in tutta l’Italia.

Beh aggirandomi nei saloni dell’edificio in mezzo a tanta magnificenza che avrebbe potuto causarmi una sindrome di Stendhal, pensavo che se c’è una tipologia di bellezza che è assolutamente incontrovertibile e sulla quale esiste o dovrebbe esistere il cosiddetto consensus gentium, è quella che è stata codificata da Policleto e da Vitruvio nell’antichità. La bellezza, almeno nella sua accezione occidentale, è un valore estetico oggettivo come sottolineava Kant ne ‘La critica del giudizio’ e come ribadì anche Winckelmann che alla fine del Settecento, in concomitanza con gli scavi di Pompeo ed Ercolano, teorizzò il cosiddetto ‘bello ideale’, è fatta di armonia e simmetria, di proporzioni quasi pitagoriche, di corrispondenze geometriche. Quindi il fatto che la bellezza sia nell’occhio di chi guarda è assai opinabile. Va bene che grazie all’inclusione abbiamo accettato molte situazioni borderline ma quelle con la bellezza vera hanno poco a che vedere.


Doriforo di Policleto

Chi sono i nuovi adoni? Ce lo siamo chiesti e siccome la bellezza più di tanto non si può relativizzare, siamo andati sui social dove sono i follower a raccontarci lo stato dell’arte sulla bellezza maschile di quelli che vengono definiti ‘gli instaseductores’ e che qualcuno, data la sintesi nei loro corpi fra peluria del viso e muscolarità ‘smooth’, descrive come ‘gymsters’ (crasi fra gym e hipsters). Sono ragazzi disinibiti, desiderati e desiderabili da uomini e donne, prede con istinto predatorio, toy boy con cui intrattenere relazioni ‘mordi e fuggi’, corifei del nuovo narcisismo digitale. Depilati, scolpiti, apparentemente disponibili, seducono senza filtri esibendo generosamente la loro prorompente e nerboruta fisicità, veri e propri sirenetti nati come funghi dopo il trionfo mediatico dei velini.

I più seguiti su Instagram sono Christian Hogue ma anche Mario Hervas, Andred Cruz, Eric Janicky, Ivan Akula, David Castilla, Rowan Rowe, Bruno Santos, Mike Thurston, Casey Christopher, senza dimenticare la perfezione statuaria del modello Nick Topel legato al brand di swimwear Aronik e il bellissimo Alessandro Cavagnola, molto apprezzato a livello internazionale, cosmopolita cover man e fitness model che l’affermato fotografo Roberto Chiovitti ha immortalato per la copertina di DNA, magazine australiano gay friendly nel numero di agosto 2019 e per la copertina del mensile For Men di maggio 2020 diretto da Andrea Biavardi.


Pietro Boselli

In Italia svetta Riccardo Bosio che segue a ruota Pietro Boselli, il modello scoperto da Giorgio Armani, docente di matematica molto social e spesso ritratto senza veli sdoganando una bellezza classica, molto ‘pagana’ perché ispirata alla visione romana del bello teorizzata da Giovenale nel suo ‘Mens sana in corpore sana’. Insomma, più sani più belli. Una visione congeniale alla tanto auspicata rinascita attesa messianicamente per la fase 2. Perché quelle barbe perfette e leggermente scruffy evocano il look dei gentiluomini italiani e francesi delle corti rinascimentali dei Medici e dei Valois, da Cesare Borgia a Baldassarre Castiglione fino a Francesco I re di Francia che protesse Leonardo Da Vinci nel XVI secolo e che ristrutturò i castelli della Loira.

E se il fisico glabro levigato da ore e ore di palestra, nuovo santuario dell’estetica 4.0, è abbinato a una barba scolpita da filosofo greco forse si può ipotizzare il ritorno a una bellezza più atletica e plastica laddove però la muscolarità fa sempre rima con benessere, come spesso spiega anche sui suoi social e nei suoi libri il formidabile dottor Massimo Spattini. Ex campione di culturismo negli anni’80, Spattini è oggi maturo interprete, con la sue teorie antiage basate su un’alimentazione illuminata, di una bellezza maschile che è iconica perché timeless. Impossibile dare infatti un’età a questo elegante ed educato signore di Parma che ama Leonardo (non a caso) e che non teme di confessare che adorerebbe sfoggiare un outfit formale sartoriale color confetto, professando una fede incrollabile in un’estetica di equilibrio e proporzioni, figlio di un’epoca in cui i campioni di culturismo, disciplina oggi piuttosto vituperata, erano paradigmi di eccellenza fisica, plasmati dal ferro, forgiati nel marmo.



Uno per tutti? Bob Paris, che è stato anche l’unico bodybuilder al mondo ad aver dichiarato apertamente e assai coraggiosamente la sua identità gay in un’America puritana falcidiata dal virus dell’HIV. Bob, che nel 1992 sfilò a Miami in costume quasi adamitico per Thierry Mugler insieme al suo sposo, l’aitante modello e atleta Rod Jackson, fu definito ai suoi tempi d’oro ‘mister simmetry’ per la sua straordinaria bellezza. Immortalato dall’obbiettivo di Herb Ritts, Robert Mapplethorpe, Tom Bianchi e Bruce Weber, nessuno dei suoi colleghi e antagonisti fra i quali spiccano Berry De Mey, Francis Benfatto, Shawn Ray e Lee Labrada, riuscirono a eguagliarlo in bellezza e perfezione estetica.

Gli anni’80, segnati dalla supremazia dell’uomo-oggetto esaltato da Gaultier nella sua prima sfilata maschile della primavera-estate 1983, hanno decretato il trionfo del macho pin-up frutto dell’erotizzazione del corpo virile con il risultato di sancire la sovranità dell’archetipo mascolino di matrice prettamente camp, per il piacere delle donne ma anche degli uomini. Una tendenza che oggi è tornata in auge. La questione cruciale è come il mondo dell’arte riesca a cogliere questi stimoli orientati alla riscoperta della più classica bellezza maschile, portata ai più alti fasti dai divi della nuova Hollywood come Armie Hammer, Chris e Liam Hemsworth, Joe Manganiello, Henry Cavill e Chris Evans o da atleti come Ronaldo e Immobile, e come quindi questa riesca a rigenerarli attraverso il prisma della contemporaneità.



Qualche esempio? Anzitutto la mostra dedicata a Canova (una delle tre a livello nazionale) nel museo di Roma a Palazzo Braschi, aperta fino al 21 giugno. Inoltre ho avuto modo di partecipare al vernissage della mostra fotografica del talentuoso Sergio Goglia il cui mentore Mimmo Jodice, un oracolo della fotografia italiana del Novecento, ha definito ‘emozionante’. Nelle auliche sale di un magnifico palazzo incastonato nel cuore della Napoli più aristocratica il fotografo, formatosi all’accademia di belle Arti di Napoli in scenografia teatrale, ha al suo attivo campagne pubblicitarie ed editorials con i marchi di punta del mondo della moda (memorabile la campagna del 2019 per il marchio Alcoolique) e ha presentato alla stampa e agli ospiti fra i quali il famoso shoe-designer Ernesto Esposito pochi giorni prima del lockdown 16 nudi, sedici capolavori emblematici della sua strabiliante vena ‘pittorica’ che per il luminismo raffinato e per la sensibilità squisita ai soggetti trattati, i corpi più belli che essere umano possa incarnare, è stata definita ‘caravaggesca’.

“Sono un esteta, ho un gusto plastico e pittorico è vero, ho sempre ammirato il linguaggio visivo di Caravaggio per il suo approccio realistico, i miei nudi maschili e femminili rispecchiano la mia visione dell’arte e della fotografia che sono strettamente interdipendenti, ammiro l’opera di David La Chapelle per i suoi magici cromatismi e considero la macchina fotografica un pennello tecnologico-dice Goglia-la mia mostra ‘back to the future’ racconta un percorso fra passato e futuro, fra Leon Battista Alberti e Man Ray, fra classicismo e scenari futuri. Il nudo integrale maschile è ancora un tabù soprattutto sui social network ma sinceramente non ho avuto problemi quando nel 1999, in collaborazione con il mio amico Ernesto Esposito, ho creato un allestimento suggestivo a Grenoble di alcuni miei scatti di uomini nudi full frontal. Credo che gli uomini temano di spogliarsi davanti all’obbiettivo perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura di non essere ‘all’altezza delle aspettative’, ma io nella mia carriera non ho mai avuto problemi a scattare foto di nudo e anzi, nel tempo, mi sono specializzato come maestro del nudo artistico soprattutto maschile”.

Nella gallery foto di Sergio Goglia: “Cattura”, “Dietro fronte”, “Osmosi”, “Black & Gold”, “Oro Nudo”

Un’altra conferma di questa riscoperta di una bellezza maschile ancestrale e di una mascolinità autentica, quasi mitologica, prefigurata dal libro fotografico ‘Uomini’ di Dolce&Gabbana realizzato dal talentuoso Mariano Vivanco, fotografo che ha lanciato nel 2007 il super modello David Gandy, epitome di una virilità da maschio alpha sulle falsariga dei modelli anni’90 di Gianni Versace e delle sue iconiche e sensuali campagne create da Bruce Weber e Richard Avedon, è la suggestiva mostra sui disegni di nudi maschili di Publio Morbiducci, allievo dell’artista Duilio Cambellotti, che ho avuto modo di ammirare nella galleria romana ‘il Laocoonte’ di proprietà della colta studiosa d’arte Monica Cardarelli. In uno spazio situato in via di Monterone, a pochi passi da Largo di Torre Argentina si può ammirare una crestomazia di trentasei studi preparatori, per lo più disegni e bozzetti eseguiti con carboncino, matita e sanguigna, per sculture che l’artista e architetto particolarmente apprezzato in epoca littoria, aveva realizzato.

La fisicità virile, in quella fase storica basata sulla retorica apoteosi di una mascolinità patriottica, come osserva giustamente Leonardo Iuffrida nel suo illuminate saggio ‘il nudo maschile nella fotografia e nella moda’, è un’astrazione dalla carnalità perché deve idealmente rappresentare il trionfo di un machismo ideologizzato, ancorato a un modello patriarcale fortunatamente desueto. Morbiducci, noto come l’autore delle sculture che dominano alcune piazze romane storiche come Porta Pia con il suo monumento al bersagliere e l’Eur con la coppia dei Dioscuri con i loro cavalli impennati che superano i sette metri di altezza- senza contare la statua del ‘discobolo in riposo’ che fu collocata nel 1938 nello stadio dei marmi- propone nei suoi magnifici disegni una sintesi fra ideale e realtà, trasfigurando in una dimensione estetizzante la bellezza un po’ ruvida dei suoi modelli, per lo più manovali e operai di Testaccio e del mattatoio i cui muscoli derivavano da ore e ore di impegno fisico piuttosto che da un’attività ginnica in stile olimpico.

Nella gallery: immagini relative alla mostra di Publio Morbiducci

Morbiducci non sarà forse Leni Riefenstahl regista di ‘Olimpia’ tanto caro a Hitler e Goebbels, ma i suoi nudi maschili rappresentano pur sempre il manifesto di una virilità attualissima, memore della bellezza atletica pagana che oggi riafferma la centralità di un’estetica ‘testosterotica’ dove il nudo integrale di lui è l’ultima frontiera sociale del pudore. E mentre ammiravo i bellissimi disegni di Morbiducci mi sono chiesto: chi ha paura del nudo maschile? Censurato dai social, il nudo maschile full frontal, legittimato socialmente dal bodybuilding fin dagli anni ’50 grazie a Bob Mizer e a Bruce of Los Angeles, e privato di quella anacronistica foglia di fico imposta dal Concilio di Trento e dal perbenismo fascista, può essere anche molto osteggiato in rete per una serie di motivazioni sociali e religiose legate alla mentalità puritana e patriarcale degli americani.

Il fotografo Allan Spiers ha denunciato su Facebook i social network per la loro arretrata prospettiva sulla nudità maschile e vengono puntualmente stigmatizzati anche Luis Rafael, Dylan Rosser, Ulrich Ohemen, Joan Crisol, Mark Henderson, Paul Freeman, Carlos Campos, Michael Stokes e David Vance, solo per citare alcuni dei più celebri e apprezzati. Lo stesso Herb Ritts, che di questi fotografi è stato un po’ l’antesignano, destò scalpore nel 1988 per un nudo integrale circoscritto in una bolla d’aria soprattutto fra i giapponesi che oscurarono i genitali del modello ritratto, un culturista. Per non parlare di Avedon che tenne a lungo nel cassetto il ritratto in costume adamitico full frontal di Rudolph Nureiev, Andy Warhol le cui polaroid hot rimasero a lungo occultate e Robert Mapplethorpe che nei suoi scatti sofisticati e scultorei celebrava il sincretismo fra bellezza classica e pornografia pop a sfondo gay.


Bruce Weber CK Obsession
Duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990
Herb Ritts per Valentino 1995

Nella gallery: foto 1 – Bruce Weber CK Obsession, foto 2 – duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990, foto 3 – Herb Ritts per Valentino 1995

Osservando questa ampia rassegna di opere prese di mira dagli anatemi della censura mi viene da interrogarmi sulla fonte primaria del disagio che alcuni uomini tuttora devono affrontare di fronte alla prospettiva di posare senza veli davanti a un fotografo. La prima considerazione che mi viene in mente è la cosiddetta ‘paura di castrazione’, da ricondurre forse a una fragilità congenita al maschio che spesso teme il momento della verità, abituato a concepire la sua genitalità come una competizione da locker room fra maschi. Poi va aggiunto che i consumatori prevalenti del nudo maschile sono in realtà gli omosessuali e questo per gli etero old school non è accettabile. La nudità maschile viene ancora intesa in occidente, in barba anche alle nuove generazioni che professano una fede incrollabile nella fluidità (vedi il magazine Dust), come un concetto pagano che il cristianesimo e le altre religioni monoteiste confessionali hanno ripudiato senza appello in quanto sinonimo di corruzione morale. In realtà nell’antica Grecia la bellezza era sempre sorretta da un’etica, e chi scrive auspica che tale illuminata concezione possa tornare ad assumere la vibrante valenza di un imperativo categorico.

Il punto in realtà è questo: dopo secoli in cui è stata la donna a essere reificata spogliandosi per soddisfare la libido virile, ora dopo il femminismo e dopo l’empowerment delle donne è il turno dell’uomo di mettersi in discussione e diventare oggetto del desiderio, con buona pace dei paladini della ‘antrocrazia’. Di fronte a un nudo integrale maschile che cioè esibisca l’epicentro del piacere e della fecondità, le donne fantasticano su un uomo ‘meno macho e più micio’, il cosiddetto uomo ‘profitterolles’ tenero ma con le palle. Un nudo che è soprattutto verità e autenticità perché come scrisse John Keats nella sua ‘Ode su un’urna greca’, ‘bellezza è verità e verità e bellezza’. 

Instagram: @enricomariaa.

A Milano va in passerella la nuova par condicio

Oltre al danno la beffa. Separati in casa, o come si dice oggi sui social :‘uniti ma distanti’. Perché oggi, con l’aria che tira, si corre su binari paralleli senza toccarsi. Uomini e donne in questa complessa fase storica connotata dall’Alternet e dal 5G, si guardano e si cercano senza toccarsi nel segno di un’effimera intimità virtuale che rivanga il mitizzato ‘Supplizio di Tantalo’.

E se la moda deve essere, come è, lo specchio dei tempi, ovvero in termini più ampollosi l’espressione dello Zeit Geist, non sorprende che a Milano durante l’ultima fashion week femminile i titani della moda abbiano puntato sulla formula coed, legata all’imperante neutralità dei generi e alla fluidità dei sessi esaltata dai corifei del quarto sesso e dei corpi lattiginosi, da Raf Simons a Glen Luchford.

E anche se proprio uno dei primi a rinunciare a una passerella distinta per il menswear, Alessandro Michele, oggi torna sui suoi passi, in molti casi non è dato scindere l’uomo dalla donna in pedana.

Succede da Bottega Veneta, da Missoni, da Versace, ma anche da Extremedy, Boss e Cividini, da Philipp Plein e da Daks, da Pucci e da Emporio Armani, da Tom Ford e da Moncler, da GCDS e da Antonio Marras, da Maison Margiela e da Balenciaga.

Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta
Bottega Veneta

Chez Versace è un po’ come tornare alle origini della maison della Medusa: fin dal 1978 cioè da quando debuttò alla Permanente di Milano come solista e demiurgo di un nuovo prȇt-à-porter avanguardista, il poliedrico Gianni Versace mandò in pedana simultaneamente mannequin e indossatori con abiti dai tessuti e dalle fogge molto affini che spesso erano segnali di una simbiosi annunciata già all’epoca molto inedita e feconda di soluzioni innovative.

E oggi quando si parla, come nel bel saggio di Eva Cantarella ‘Gli inganni di Pandora’, delle radici della discriminazione di genere, Donatella Versace rilancia la carta delle pari opportunità e di conseguenza plasma una donna ancora più self conscious, e anche ça va sans dire, conturbante, carnale e misteriosa, magnetica e determinata, che occhieggia agli anni’80 con una visione futuribile, dove la glamazon e la dark lady si scambiano i ruoli, instaurando un dialogo serrato.

L’incipit in nero assoluto e drammatico, molto crudele e terribilmente spy chic, stemperato dal verde lime, dal rosso scarlatto, dal giallo sole e dall’argento della metal mesh sommata ai cristalli, prelude a una passerella molto vibrante fra alta moda e tecnologia, fra classico e sporty chic, laddove le spalle marcate ad arco e i fianchi modellati dalle falde a bauletto delle giacche sartoriali definiscono una silhouette flessuosa ma perentoria dall’ineffabile nitore che fa leva sulle gonne mini o al ginocchio terminanti con onde godet o con volant mentre la pelle, grande protagonista del lessico di Versace, trattata in mille modi sublimi compresi i collage che assemblano strisce verticali di pellami preziosi, si alterna ai tessuti maschili reinventati in omaggio al ricchissimo archivio del brand, secondo i codici del bianco e nero e delle loro stilizzate antinomie grafiche.

Il grigio serve come piattaforma cromatica per distillare nuove stampe barocche rivisitate all’insegna di un nuovo dress code in equilibrio fra formale e leisurewear in cui campeggia, rimodulata in mille modi, la V che sta per Versace ma anche per virtù e vittoria. Nel menswear l’abbigliamento di matrice più squisitamente street e sportiva si ibrida con la sartorialità, i pantaloni si fanno ampi e l’uomo di spessore griffato Versace si ammanta di tessuti doppiati che conferiscono tridimensionalità alla figura, e insieme amplificano la maestosità della silhouette slanciandola.

Tagli strategici, gessati iridescenti, stampe esuberanti e nuove contaminazioni materiche condivise dal guardaroba di lui e di lei, si alternano ai ricchi pattern gioiello delle giacche oversize da red carpet, in cui l’immagine corposa del tuxedo da cyber guerriero diventa terreno di ardita sperimentazione stilistica. Da Missoni è di scena un tripudio di cromie sapientemente orchestrate secondo la grammatica delle tavolozze geometriche elaborate un tempo dal talentuoso Ottavio Missoni e oggi rieditate con grazia e gusto pittorico da sua figlia Angela, direttore creativo della maison di Sumirago e depositaria di un heritage davvero ‘Maglifico’, per citare il brillante critico di moda Federico Poletti.

Bottega Veneta
Bottega Veneta
Cividini
Cividini
Cividini
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Maison Margiela
Maison Margiela

La collezione maschile, ispirata al Jazz di Miles Davis, è un notevole esercizio di stile dove, come nella tela di un grande artista, tutte le pennellate compongono un quadro armonico e ricco di senso, dove assume rilievo la texture dei coat a vestaglia con intarsi jacquard, dei cardigan in maglia doppiata di pelo, delle camicie nude look da sera intessute da impalpabili patchwork traslate in ragnatele glam, delle trame di lurex e degli chevrons gentili ed euforici che dandificano il quotidiano. Tutto bellissimo e desiderabile.

Tanta maglieria da uomo anche nella sfilata di Cividini che conferma il primato del marchio storico nel knitwear di qualità particolarmente apprezzato dai giapponesi. Piero e Miriam Cividini assemblano una collezione che rimanda agli anni’70 con un retrogusto vintage che si evince dagli accostamenti di velluti e cashmere. Il capo cult della collezione maschile, un vero compendio di tante soluzioni stilistiche in maglia pregiata, è la felpa di cashmere punto Milano con cappuccio di taffetas idrorepellente, senza contare le fodere in bouclé di alpaca e le lavorazioni di maglia tubolare di grande effetto, per reggere le fila dell’eleganza.

“Devo ammettere che Daniel Lee ha una sua visione molto precisa e dimostra in passerella di sapere ciò che vuole”, questo il commento a caldo, conciso e lapidario, di Luca Guadagnino, regista del film ‘Chiamami col tuo nome’ che ha ammirato a Milano le silhouette sottili ed efebiche delineate per Bottega Veneta dal designer press darling Daniel Lee.

L’autunno-inverno 2020 per il visionario direttore creativo del brand di Kering è assolutamente distopico, quasi espressionista, i modelli scelti per interpretare i look della passerella occhieggiano alla legnosa fisicità di Robert Mapplethorpe e di Antonio Ligabue che Elio Germano ha riportato sul grande schermo nel bel film ‘Volevo nascondermi’.

Silhouette spigolose e post industriali, molto Egon Schiele, definiscono una nuova sensibilità creativa che stempera il suo rigorismo sensuale alla Helmut Berger in un mondo di sferzante modernità che è riduttivo imbrigliare nella ormai trita categoria del minimalismo tratteggiando invece una revisione radicale della mascolinità. Cappotti rettilinei molto affilati dal timbro teutonico, mantelle di nappa leggera, trench verde sottobosco e spencer marziali si abbinano a molli pants a vita alta alla ricerca di un nuovo orizzonte stilistico che cita da un lato il brutalismo e dall’altro il plastico verticalismo di Giacometti.

Il key item di stagione è il coat sleeveless in pelle spalmata a macro intreccio mentre le calzature sono stivali gardening oppure hanno la suola rialzata come un piedestallo. Un’estetica che alla forma antepone la sostanza. E c’è tanta sostanza, quella dei sogni di un poeta, da Antonio Marras che stavolta si immerge in un mondo fiabesco che fa pensare a ‘Pinocchio’ di Garrone.

In passerella lo stilista di Alghero manda un garrulo burattinaio e tanti street artist che ibridano le galanterie dei sarti con la vocazione upcycling dei collage dal gusto street che animano i look più blasé arricchiti da un diluvio di cristalli swarovsky.

Dove l’attitudine degagé che trasuda dalle camicie used di lana a quadri rossi e neri di sapore grunge flirta con i capi formali allietati da ricami e divertissement tessili basati sul gioco inside out che disegnano un gentleman picaresco d’altri tempi, scanzonato e sognatore, amante del parka e della giacca in denim.

Missoni Uomo
Missoni Uomo
Missoni Uomo
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace

Tutta un’altra storia quella raccontata nella sua passerella da kolossal di Philipp Plein, il fashion tycoon internazionale che si è ormai imposto nel gotha della moda grazie al suo uso spregiudicato di ricami, pellicce vere e di pellami sempre più rari in un’ode al bling rock più inverecondo.

Le giacche da caveau spesso anche in versione animalier e i blouson di pelle preziosa ricamatissimi di croci e serpenti gioiello sembrano rubati al set di un video musicale degli anni’80 e ’90 in omaggio a un’estetica plutocratica effetto Goldfinger che trova il suo mantra nella ridondanza e in un’esibizione trionfante in sintonia con un mood disco-glam nostalgico dello Studio 54.

Il culto dell’opulenza degno di un Creso 4.0 che non teme la crisi, trova riscontro nei molti bold look smaglianti di oro e argento e tempestati di borchie e cristalli pensati soprattutto per un nababbo metallaro very posh che adora luccicare. Gli si addicono chocker e sneaker ornate da catene, pantaloni spalmati, stivali alti, piumini a tutta lunghezza, abiti con frange e glitter in oro metallizzato lucido proprio come le macchine, i jet e gli elicotteri che ornano la faraonica scenografia della location della sfilata.

Il mito di Philipp Plein è un James Bond rocckettaro ibridato con Damian Hirst e i pezzi più preziosi del catwalk sono i cappotti di visone rasato interpretati dal modello e top influencer Cameron Dallas, ma anche dai musicisti Tyga e Timbaland.

Il loro profumo, lanciato in occasione della sfilata di Milano, è la nuova fragranza ‘No Limits’ il cui packaging è una carta di credito. Parlando di eccessi impossibile non citare la sfilata di Extremedy, il brand disegnato dalla stilista marocchina Madi Abaida paladina di uno streetwear sartoriale post apocalittico che ha esordito in passerella a Milano con una sfilata ruggente e sopra le righe che inneggia alla libertà creativa con un guardaroba molto audace.

Lo show si apre sulle note provocatorie di ‘Bella ciao’ mentre in passerella la designer svela un menswear grintoso che prevede t -shirt iper grafiche, giacche in pelle con inserti a contrasto e molto accessoriate in una profusione di tasche piazzate, eco-fur, inserti metallici e pantaloni baggy che amplificano uno spirito maschile irriverente e strong che privilegia il nero, il rosso, il bianco e il blu.

E ancora felpe con cappuccio e capospalla rimodellati che esprimono ribellione e forza, diffondendo messaggi forti ed evocativi anche attraverso capi ‘parlanti’ e un’incontenibile energia con uno stile che denota un forte senso di appartenenza, comune finalmente a uomini e donne nel segno forse stavolta di un’autentica parità.

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Alla corte di Moschino è di scena la malia del Settecento

Peccaminosamente squisita, spudoratamente teatrale, l’ultima, strepitosa collezione femminile disegnata da quel ragazzaccio impertinente e geniale di Jeremy Scott per Moschino è un inno alla dissolutezza gastronomica e a un’opulenza aulica e decorativa che mette alla berlina l’insostenibile edonismo dell’era 4.0.

Un’abbuffata voluttuosa di macarons e torte a strati che si rifà al gusto lezioso e modernissimo dell’ancien régime, quello delle Liaisons dangereuses e dello scandalo della Collana, pochi anni prima della grande rivoluzione francese del 1789, è il pretesto per mettere in scena una sfilata dall’impatto scenico esilarante e insieme dirompente.

La boutade da iconoclasta stavolta è proiettare Marie Antoinette, la sua ammaliante panoplia di invenzioni da atelier e le sue gesta erotiche di regina prodiga, frivola e fedifraga che oggi sarebbe idolatrata sui social, (e anche molto rivalutata dagli storiografi anche perché apripista della haute couture in senso moderno complice i virtuosismi dell’avida sarta Rose Bertin), in un’atmosfera insouciante, variopinta e ludica che per Scott è legata a doppio filo ai divertissement dei disegnatori di Manga e ai Cosplay.

E da Versailles a Shibuya dunque il passo è più che breve. Le perverse femmes galante del circolo esclusivo della sventurata regina di Francia che giocavano a fare le pastorelle nello Hameau nel Petit Trianon, dalla virtuosa Principessa di Lamballe all’intrigante contessa di Polignac immortalate dalle tele di Vigée Le Brun, parlano un dovizioso linguaggio di efferata bellezza, di lusso sibaritico e inverecondo fatto di robes à panier e di sprezzanti cuissardes color geranio, di frac stile Conte d’Artois e di elaboratissime cappe bouquet, di colori stucchevoli ma gourmands come il giallo limone, il turchese brillante e il rosa candy, di fiocchi scenografici e di ricami esuberanti e golosi sempre in bilico fra chic e Kitsch, fra rivoluzione e controriforma, fra Fragonard e Lachapelle.

Sarà questa l’anticamera della restaurazione stilistica nell’aria? Per ora chez Moschino non è dato sapere. Quel che è certo è che qui la ricerca sul costume storico in chiave retrovisiva è meticolosa e sapiente: l’immaginario del dissacrante stilista americano guarda al biopic di Sofia Coppola e ai costumi del premio Oscar Milena Canonero che per realizzare gli abiti di scena ha attinto anche ai tessuti di Rubelli, mentre la pellicola si rivive in pedana sulle note della splendida colonna sonora.

E la moda? E’ servita con ironia al vetriolo nella pasticceria Made in Trianon by Moschino. Dal denim e la morbida pelle dei perfecto che sormontano le minigonne a panier si passa poi alle mise in velluto damascato e in broccato multicolore da cortigiano ciccisbeo senza parlare delle incantevoli fogge in Toile de Jouy e delle rigogliose fantasie floreali à la bergère, mentre i pantaloni al ginocchio come quelli à culotte del conte di Fersen e di Luigi XVI, si portano con esose e civettuole scarpine con tacco a rocchetto, realizzate internamente alla Aeffe da Pollini.

Dulcis in fundo (è il caso dirlo) i cake dress che ricordano le torte irresistibili ricche di glassa e di panna Chantilly che le dame dalle torreggianti parrucche acconciate da Leonard, usavano divorare nelle stanze private della regina a Versailles innaffiandole con prelibati Champagne mentre l’ultima sovrana di Francia era intenta a dilapidare vertiginose fortune al gioco e lanciando nuove mode ispirate all’anticomania, all’amica inglese, la bellissima Duchessa di Devonshire e ai philosophes come Jean Jacques Rousseau.

Ammiccano ai fotografi come starlette social le grandi insta models di oggi, dalle sorelle Gigi e Bella Hadid a Kaia Gerber e Vittoria Ceretti, che davanti alla sala delle danze di Versailles si fanno un selfie e ancheggiano prima della tempesta destinata a cambiare tutto. Che sia una profezia?

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E’ una casta diva forte e romantica la donna di Alberta Ferretti

Romantica e assertiva la donna di Alberta Ferretti non delude mai perché non offre fianco a critiche. La sua allure da casta diva la accompagna e la precede, il suo glamour è ipnotico, la sua bellezza evoca le sofisticate atmosfere di un mondo rarefatto popolato di cigni alteri e di belles dames sans merci che calcano le strade della metropoli senza paura.

E dato che come scriveva Dostojevsky, ‘La bellezza salverà il mondo’ è opportuno in questi tempi così difficili risollevare gli animi parlando di una delle regine della moda italiana che è anche una delle interpreti più raffinate dell’estetica femminile di questo millennio.

Nella collezione autunno-inverno 2020-21 di ready-to-wear che a Milano ha seguito la presentazione a Parigi in gennaio della memorabile, iconica Limited Edition (una demi couture estremamente sofisticata e scenografica, preziosa nei materiali, mikado e duchesse, che riecheggia la lezione volumetrica e architettonica di Balenciaga e di Capucci) prende forma il manifesto di una femminilità possente ma mai aggressiva, seducente ma sempre entro i binari del buon gusto, sensuale ma mai carnale.

I richiami alle proporzioni calibrate e alle silhouettes scultoree dei favolosi Eighties sono palesi eppure c’è una volontà sottesa di sottrazione. Questa traspare da molte e assortite soluzioni dedicate al daywear dove spicca la tuta più understated affiancata da certi eleganti e grintosi tailleur pantalone.

Qui la giacca boxy in cashmere o in pelle, definita da tagli e dettagli sartoriali ad alto quoziente artigianale, si combina con bluse in raso dai colli civettuoli e pantaloni morbidi e a vita alta, quasi drappeggiati, spesso portati con stivali imperiosi. La estrema eleganza del grigio antracite e asfalto che la sera e per le ore più eleganti e habillées vira al silver nei lunghi dress con frange ricamate, suggerisce un orizzonte di self confidence postmoderna e di eleganza sussurrata, senza sforzo, che non ha bisogno di urlare per essere percepita.

Spiega la bionda e mite stilista: “Ho iniziato a disegnare questa collezione pensando a una figura di donna lontana dalle definizioni prestabilite. Ho sempre lavorato sulla consapevolezza femminile ma questa volta sono andata oltre per assegnare agli abiti il ruolo di ambasciatori di un daywear sofisticato e sostenibile”. 

Lontana dal protagonismo di certi brand che fanno del sensazionalismo e della boutade da palcoscenico la loro cifra, Alberta Ferretti procede sicura per la sua strada dando ancora il massimo soprattutto nella parte eveningwear dove il nero assoluto e misterioso degli abiti di gala è illuminato dall’energia siderale dell’argento ed è allietato da vibranti tocchi di Blu Royal, ma anche di rosso carminio declinati in toilette sontuose e capricciose dominate da un’enfasi di rouches e volants plissettate e disposte a cespuglio o a raggiera sul corpo gentilmente svelato con una formidabile perizia di lavorazioni e ricami certosini che emulano la vera alta moda, nel segno di una preziosità neoclassica e di una gradevole insouciance.

Per una nuova, briosa regalità: ottima prova. Applaudono nel parterre Valeria Mazza con la figlia, Nati Abascal, Cristiana Capotondi, Greta Scarano, Greta Ferro e molte altre bellissime celebrities e attrici italiane e internazionali.

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All’Off/Off Theatre di Roma in scena l’amore senza etichette

C’è una piacevole commedia di scena a Roma che con garbo e brioso umorismo affronta un tema attualissimo e oggi molto dibattuto: l’inclusione. Un tema di cui non si parla mai abbastanza in questo strano paese pervaso da uno sgradevole e aberrante rigurgito di oclocrazia populista e omofoba.

Con ‘Siamo tutti gay’ Lucilla Lupaioli che ha scritto e diretto la pièce ispirata a un’idea di Marco Marciani e che l’Off/Off Theatre mette in scena fino al 16 febbraio, fa una riflessione semiseria sullo stato dell’arte della nuova fluidità di genere. La commedia parla soprattutto alle nuove generazioni sensibili al tema focale della pièce: la ricchezza delle differenze. “Mio figlio ventenne non è gay ma è attratto come i suoi coetanei dalla possibilità di sperimentare, il futuro segnerà il superamento dell’identità, la mia pièce è ambientata nel presente ma proiettata verso il futuro”, spiega nel backstage Lucilla Lupaioli.

E in occasione di S.Valentino l’OFF/OFF Theatre che sta diventando anche un elegante spazio per eventi, nella sua ricca e interessante programmazione che in teatro definiscono ‘un festival permanente’, propone una commedia frizzante e un po’ rétro sull’amore libero trainata dalla scoppiettante vis comica di Alessandro di Marco che riteniamo molto adatto al cinema considerata la sua preponderante presenza scenica, perfetta per Ferzan Ozpetek e Pupi Avati.

Istrionico, surreale e tranchant l’attore si mette in scena en travesti nei panni della diva teatrale Maggie e convince con una interpretazione che ha ritmo e stile e che trae spunto dalla rivisitazione delle icone queer del teatro e del cinema, somigliando a una Greta Garbo ibridata con Gloria Swanson genere ‘Viale del tramonto’, il tutto filtrato da una strepitosa comicità che ha il sapore di un musical di Broadway con scenografie abbastanza minimal.

Il fulcro della trama è il ribaltamento della prospettiva tradizionale riguardo agli orientamenti sessuali: l’omosessualità diventa la norma e l’eterosessualità un tabù. Gli eterosessuali vanno allo stadio, ascoltano il rap e non sanno abbinare i colori, ma sono comunque liberi di amare. Questo è il messaggio dell’autrice, attrice e scrittrice educata alla scuola di Patroni Griffi, stella dell’Eliseo e oggi docente di arte drammatica con un buon successo.

Lupaioli che sulla scena interpreta la compagna di Maggie, Tess e che è affiancata da un gruppo di giovani e brillanti virgulti dell’arte comica fra i quali spiccano Antonio De Stefano (William) e Armando Quaranta (Max), ma non sono da meno anche Maria Antonietta Monacelli (Sheyla) e Martina Montini (Lucy), ha lavorato a stretto contatto con alcuni degli attori italiani più brillanti e famosi della scena cinematografica e televisiva italiana: Paola Cortellesi, Libero Di Rienzo e Lucia Ocone, tanto per citarne alcuni.

Applausi a scena aperta per una bella sorpresa, ludica e illuminata che i sostenitori della comunità LGBT ma non solo sapranno apprezzare. Peccato per la breve durata dello spettacolo e per la breve permanenza a teatro dovuta a motivi indipendenti dalla compagnia di Lupaioli. Ma non è questa la sede per una disamina delle tare ataviche del sistema della politica culturale in Italia che certamente non favorisce gli artisti. Stay Tuned.

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Arriva a teatro a S.Valentino il musical ‘Ghost’ con Mirko Ranù

Un en plein fra amore e morte, mistero e magia, romanticismo ed esoterismo. Arriva in scena in un lungo tour italiano che terminerà a maggio al Politeama di Genova la faraonica versione teatrale di ‘Ghost il musical’.

Abbiamo amato tutti il testo di Bruce Joel Rubin e diretto per il grande schermo da Jerry Zucker. Un’opera inquietante e bellissima interpretata nel 1990 da Patrick Swayze e Demi Moore, una struggente love story che non ha tempo e che all’epoca a Hollywood si aggiudicò l’oscar per la migliore attrice non protagonista.

E infatti oggi dopo l’enorme successo che ha riscosso al Teatro Sistina di Roma dove è rimasto fino al 9 febbraio, questo musical magistralmente diretto da Federico Bellone lo show approderà a Milano al Teatro degli Arcimboldi fino al primo marzo per poi transitare a Lugano, Torino, Padova, Firenze e in molte altre città italiane. Un musical ma soprattutto un grande e intenso spettacolo sulla vita e sull’amore e gli intimi drammi del cuore, la passione e l’infinito oltre la morte, fra vendette ed escatologia, il tutto ambientato in una New York di venti anni fa alla quale l’autore guarda con un filo di nostalgia.

La vicenda prende le mosse da un triangolo amoroso su cui addensano delle nubi improvvise: Sam, Molly e l’orrido Carl, lo Iago della situazione, tutti e tre impersonati da artisti e performer giovani ed eccezionalmente belli e talentuosi, rispettivamente Mirko Ranù (che abbiamo amato in ‘Priscilla’ ma anche nelle riduzioni teatrali di ‘The Bodyguard’, ‘West side story’ e di ‘Profondo rosso’), Giulia Sol e Thomas Santu che è l’ambiguo e maledetto Carl (scoperto dall’attore e regista teatrale Pino Quartullo in ‘Le faremo tanto male’). Strepitosa l’attrice e cantante italo africana Glora Enchill che interpreta Oda Mae, nel ruolo che fu all’epoca di Whoopy Goldberg, una chiromante un po’ infingarda ma generosa, poliedrica e piena di verve, intuitiva e profondamente umana.

Il cuore del dramma è esaltato dagli effetti speciali di Paolo Carta, un maestro dell’affabulazione scenica, e dalle scenografie di , davvero notevoli e che non risparmiano affatto colpi di scena che per non spoilerare non vi sveleremo. Per quasi due ore non ci si stanca mai, la musica culla i nostri pensieri e la fantasia vola fino ad attingere vette poetiche.

Mirko Ranù canta e balla con eccezionale naturalezza e gli auguriamo una carriera longeva perché col suo irresistibile carisma ci ha regalato dei bei momenti affiancato dalla bella e brava Giulia Sol. Il corpo di ballo fa faville con le sue virtuosistiche coreografie opera di Chiara Vecchi e i repentini cambi di scena ideati dallo stesso regista Federico Bellone con il formidabile disegno luci di Valerio Tiberi, si susseguono a ritmo incalzante mentre cresce la tensione che dà origine a un’alternanza fra misticismo, thriller e idillio sensuale come nella famosa scena in cui Sam E Molly modellano insieme un vaso di creta sulle note della indimenticabile ‘Unchained melody’ dei Righteous Brothers.

Questa storia fatata pare mutuata dal mito di Orfeo ed Euridice ma anche dalla letteratura romantica che ha ispirato gli atti bianchi di molti balletti, animati da spiriti di fanciulle innamorate. Guest star internazionale dello show, nel ruolo del fantasma dell’ospedale, è Ronnie Jones. Compositore e cantante Jones è anche autore di grandi successi per artisti italiani, fra i quali Zucchero Fornaciari.

La colonna sonora pop-rock, arrangiata da Dave Stewart, ex componente degli Eurythmics, e da Glen Ballard, tra gli autori della musicista canadese Alanis Morissette, fa da sfondo a un racconto dove prende forma un musical sensuale e fantasy dove ogni evento cela un mistero apparentemente inspiegabile.

“La chiave di lettura dello spettacolo è suggerita, come spesso accade, dal problema che accomuna i personaggi principali: “non si può tornare indietro … le nostre scelte, azioni della vita, creano delle conseguenze spesso irreversibili” spiega il regista Federico Bellone. Che aggiunge: “L’obiettivo? Far sì che con questo romantico thriller lo spettatore possa stringere la mano della persona che è venuta con lui o lei a teatro, o correre da colui o colei a cui tiene nel profondo, per non perdere l’occasione di dire ancora una volta, o per la prima volta, “ti amo”, e per davvero, perché i treni della vita spesso passano una sola volta, e altrettanto spesso non si può tornare indietro”.

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Notte in bianco e nero: gli Oscar premiano la vera eleganza

Glamour e sobrietà: agli Oscar trionfano il normcore e il politically correct con abiti mai troppo eccessivi e teatrali. Il trash non abita qui e perfino la mise maschile di Bill Porter (in total look Giles Deacon e stivaletti vittoriani di Jimmy Choo) che ha seguito tutto il red carpet live, sembra avere un suo perché: una corazzetta di foglie d’oro stile vello di Giasone e una gonna dal print lisergico che pareva un fungo. Divertente, c’è molto di peggio.

Ma non sul red carpet degli Oscar 2020 dove hanno sfilato tutti i big dell’alta moda italiana: da Prada che ha firmato l’oufit in iconico nylon blu di Timothée Chalamet, il nuovo teen idol di Hollywood protagonista di ‘Piccole donne’ e impreziosito con spilla di Cartier vintage, Atelier Versace che alla cerimonia ha griffato la toilette color rosa pallido indossata dal premio Oscar Regina King e l’abito da ballo bianco e silver della candidata all’Oscar Cynthia Erivo mentre ai party glam ha vestito Jessica Alba, a Valentino che ha fulminato la platea con l’abito rosso fiamma di Kristen Wiig e con la mise in velluto cangiante dell’elegantissima Maya Rudolph e la flessuosa sirena Caitriona Balfe, fino a Ermenegildo Zegna XXX che ha firmato l’oufit sartoriale di Mareshala Ali, Pemio oscar per ‘Green Book’ e Alberta Ferretti, vestale dell’eleganza tricolore che ha abbigliato le bellissime America Ferrera in chiffon rosso e in dolce attesa e Krysty Wilson Cairns, splendida in mikado e tulle color miele.

E poi immancabile Gucci by Alessandro Michele che dopo il clamore mediatico di Achille Lauro che con i suoi look scenografici ha letteralmente diviso i social, ha ‘guccificato’ la mise paganeggiante di Salma Hayek Pinault in stiel Nausicaa con tanto di coroncina dorata, quella scultorea di Saoirse Ronan, il nero ricamato di Billie Eilish per la sua performance sul palcoscenico degli academy awards, il suit ametista di Elton John (vincitore dell’oscar come miglior canzone originale) completato da occhiali da sole scarlatti di ordinanza, sneaker shock e spilla a forma di missile e il look sgargiante di Spike Lee che con il suo tuxedo viola e giallo ha voluto rendere omaggio allo sventurato Kobe Bryant, scomparso pochi giorni fa in un incidente aereo.

E ça va sans dire, Giorgio Armani che a Hollywood è di casa da tempi non sospetti, si è accaparrato tutte le star di prima grandezza presenti all’evento kolossal della settima arte: dalla vincitrice premio Oscar come migliore attrice protagonista Renée Zellweger per ‘Judy’ che ha scelto un monospalla in paillettes bianche di Armani Privé, a Laura Dern vincitrice dell’Oscar come migliore attrice non protagonista per ‘Storia di un matrimonio’ e ammiratissima per il suo long dress rosa con ricami di jais neri sul corpino sempre di Armani Privé, passando per la mitica terna Robert De Niro, Al Pacino e Martin Scorsese fino a Leo DiCaprio e Tom Hanks.

Anche Dolce & Gabbana ha dato il suo contributo alla gara di eleganza dei divi della settima arte difendendosi a colpi di colore (il giallo abbacinante di Mindi Caling, una bella donna curvy) e alta sartorialità (a scegliere Dolce&Gabbana sono stati Keanu Reeves, Antony Ramos, Gerard Butler e Harvey Keitel) Brioni ha incoronato il suo brand ambassador come vincitore dell’oscar per miglior attore non protagonista Brad Pitt che ha confermato la tendenza dominante per il dresscode maschile degli Oscar: giacca in velluto nero con revers a scialle che abbiamo notato anche sul palco dell’Ariston a Sanremo 70.

Ma qui è stato molto più netto il trionfo della giacca da smoking con baveri sciallati, forse perché slancia, forse perché è una soluzione più creativa e meno monotona, insomma un plebiscito fra i divi si direbbe. E poi un’altra tendenza imperante: il bianco e il nero, il primo soprattutto per le donne (tranne Ryan Seacrest che ha scelto una giacca bianca da smoking) e il secondo per gli uomini (tranne la bella Zazie Beetz che ha scelto un outfit sexy in paillettes con corpetto guȇpière di Thom Browne, o Margot Robbie e Penelope Cruz entrambe in Chanel Haute Couture vintage).

Era candida e Chanel custom made la mise da red carpet di Billie Eilish la nuova star emo del pop che ha esibito lunghe unghie nere.Quella del bianco e nero che abbiamo registrato a Hollywood per la notte delle statuette, sembra una dicotomia legata a doppio filo all’estetica dell’età vittoriana quando la donna doveva essere semplicemente uno status symbol maschile.

Però qui il metoo che oggi a Hollywood fa il bello e il cattivo tempo, non ci sta: presenti al galà delle stelle più abbaglianti del firmamento cinematografico Charlize Theron in cady nero fatalissimo, Greta Gerwig (regista di ‘Piccole donne’ che si è aggiudicato un oscar per i costumi), Natalie Portman in pizzo nero e oro e Sigourney Weaver (in verde smeraldo favolosa interprete di ‘Alien’, di ‘Una donna in carriera’ e di ‘Gorilla nella nebbia’) hanno rivendicato le quote rosa vestite dalla nuova paladina del femminilismo haute couture, Maria Grazia Chiuri che è il direttore creativo della maison Dior(e Kim Jones è la sua controparte maschile per Dior men che ha vestito sul tappeto rosso Antonio Banderas candidato per ‘Dolor y Gloria’ di Almodovar quest’ultimo in nero assoluto Givenchy).

Notevole la cappa nera di Natalie Portman che ha esibito i nomi ricamati delle artiste presenti nel cinema e non candidate all’oscar, una elegantissima revanche. Inclusione è stato il refrain della serata andata in scena a Los Angeles al fastoso Kodak Theatre: dalla presenza sul palcoscenico dell’attore down fino alla rivincita delle donne curvy, Rebel Wilson avvolta in un abito shock arricciato e scollato effetto Ferrero Rocher (ma apprezziamo il suo coraggio), Beanie Feldstein in abito Miu Miu ricamato a fiori in bianco e nero e Krissy Metz in un audace modello rosso fiamma, davvero temeraria, e favolosa la sua performance canora.

Il nero dicevamo è uno statement di stile per gli uomini in look da bel tenebroso, molto Julio Iglesias, o in stile Eminem che si è esibito in una intensa performance canora durante la cerimonia degli Oscar: da segnalare il total black Saint Laurent disegnato da Anthony Vaccarello (che ha vestito anche Gal Gadot e Amber Valletta al party più sfarzoso della oscar night) sfoggiato con somma leggerezza da Rami Malek che nel 2019 si è aggiudicato l’Oscar per ‘Bohemian Rapsody’ e che ritroveremo nell’ultimo capitolo attesissimo di James Bond’, un film Universal Pictures, fino a Adam Driver in Burberry, John Hamm, Dylan Sprouse e KJ Apa in Atelier Versace e dulcis in fundo Joaquin Phoenix.

E qui apriamo una bella parentesi. Il divo che ha trionfato con l’Oscar come miglior attore protagonista con ‘Joker’ di Todd Philips distribuito da Warner Bros che ha vinto anche l’oscar per la colonna sonora, ha esibito con orgoglio lo stesso smoking nero di Stella McCartney che indossava ai Golden Globes e tornando all’inclusione ci sta, perché qui si parla di upcycling e di sostenibilità.

L’attore che per noi è il nuovo paradigma mascolino dell’era del 5g e promuove il glamour sostenibile, ha puntato il dito contro il razzismo invocando i diritti umani e ha così parlato davanti alla platea degli oscar:“siamo disconnessi dalla natura e siamo egocentrici, distruggiamo la natura, non dobbiamo avere paura di cambiare, gli uomini sono geniali, dobbiamo usare amore e compassione per sviluppare sistemi a beneficio di tutti, sono stato egoista e cattivo a volte nella vita e ho avuto una seconda opportunità, bisogna sostenersi gli uni con gli altri dobbiamo sostenerci nella redenzione”, e tutta la sala applaude con una standing ovation.

Gli altri Oscar sono andati a ‘1917’ di Sam Mendes che si è aggiudicato ben tre statuette per il sonoro, gli effetti speciali e la fotografia, a ‘Bombshell’ il film sullo scandalo delle molestie sessuali in tv è andato l’oscar per trucco e parrucco, a ‘C’era una volta…a Hollywood’ di Quentin Tarantino distribuito da Warner Bros premiato oltre che per l’interpretazione di Brad Pitt, anche per la scenografia, mentre Les Mans 1966’ si è portato a casa due oscar per montaggio e montaggio sonoro.

E infine colpo di scena: per la prima volta Hollywood non premia sé stessa ma il cinema asiatico e specialmente la Corea e ‘Parasite’ fa poker di oscar con 4 statuette d’oro: miglior regia, miglior film straniero, miglior film e migliore sceneggiatura originale. Non avevamo dubbi che Parasite, il fim di Bong Joon Ho che racconta la struggle class in Corea del Sud nell’era 4.0 fosse il film dell’anno. Eccellente. Stay tuned on manintown! 

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Fra acuti e scandali a Sanremo scocca l’ora dell’inclusione

Fuochi d’artificio, roventi polemiche e colpi di scena a Sanremo. Sarà ricordato come il festival dell’imponderabile, delle scaramucce, delle provocazioni spesso gratuite e degli scandali questo Sanremo 70, il più divisivo e trasgressivo mai visto. E lo ricorderemo anche come il festival della moda e del glamour, soprattutto maschile. Tendenza imperante sul palco dell’Ariston: la giacca sciancrata dai revers sciallati sempre più sottili perché slanciano e snelliscono la silhouette.

E’ un dogma estetico il luccichio: damasco, broccato, lamé, paillettes rosse, rosa e velluto rubino, blu e argento, bronzo e rame, cannutiglie, sete cangianti, latex e poi ricami floreali e il colore vibrante e shock profuso senza un domani. Il dettaglio fa la differenza: la maschera d’argento di Miss Keta, gli occhiali da sole color cognac di Morgan, la pochette luccicante nel taschino di Fiorello, i dreadlocks rosa shocking di Ghali, gli stivali nazi e gli harness in cuoio di Junior Cally, i sandali alla schiava di Elodie, la collana di ex voto argento di Tosca, i calzini scarlatti di Francesco Gabbani, gli zatteroni anni’70 glitterati di Levante vestita da Marco De Vincenzo, la sciarpina a pois punta di spillo portata fuori dalla camicia rossa di ‘Le vibrazioni’, il cappello Hamish viola di Zucchero, il brioso panama nero di Raphael Gualazzi, il gilet damascato del tenorile Alberto Urso, le bretelline di Riki firmate Emporio Armani. Insomma un mondo di dandy e pavoni digitali che dell’esibizionismo fanno il loro vangelo.

Ad aprire le danze della manifestazione canora più seguita in Italia ci ha pensato l’alta moda che a Sanremo ha regnato indiscussa anche se un po’ sempre nelle retrovie. Vi ricordate l’abito ricamato di Nilla Pizzi di ‘Grazie dei fior’? Era delle Sorelle Fontana. E il siderale kimono in maglia metallica di Patty Pravo del 1984? Lo creò Gianni Versace, mentre Iva Zanicchi nel 1969 calcò il palco con un look di Raffaella Curiel. E come dimenticare Raniero Gattinoni che vestì nel 1992 Alba Parietti con un frac tempestato di cristalli neri. Memorabile anche il grande Pino Lancetti che nel 1993 abbigliò Anna Falchi con sontuose mise nere e oro. Sul versante maschile lo smoking bianco disegnato da Carlo Pignatelli per Achille Lauro ha fatto scuola. Ed è proprio lui Achille Lauro, l’angelo nero della provocazione 4.0, la vera star di Sanremo.

La sua canzone ‘Me ne frego’ inno alla ribellione più dark (‘l’amore è solo panna montata al veleno’ canta Lauro osannato dai social) rifà il verso musicalmente parlando a Vasco Rossi ma poi la provocazione nella forma e nel linguaggio fa pensare a un Renato Zero acerbo contaminato da Marylin Manson. A vestirlo come al solito è stato il pifferaio magico della genderless generation Alessandro Michele che ha vestito anche Boss Doms che sfoggiava un diadema d’oro sul palco, e che ha scomodato icone della pittura (Giotto e S.Francesco evocati dalla cappa nera di velluto ricamata d’oro su tutina iridescente nude color carne), del costume (La Marchesa Casati nero totale in tulle plissé soleil con monumentale copricapo di piume stile Poiret) e del rock (Ziggy Stardust in doppiopetto satin smeraldo con tanto di trucco tematico) per riaffermare il primato di quello che forse ormai è il pensiero unico della moda: l’inclusione. In suo nome a volte si giustificano i comportamenti più estremi ma in fondo in gioco c’è il futuro dell’identità maschile, che Michele immagina sempre più fluida, ineffabile, indefinibile. Perché oggi definirsi è diventato un tabù. Però noi diciamo: anche no. Definirsi è cosa buona e giusta. E allora lunga vita a Mika: bello, bravo, luminoso, positivo, pieno di energia.

Lui si che è il simbolo dell’inclusione e della identità definita che preferiamo, se queer deve essere che sia chic come il bellissimo tuxedo color polvere in mikado di lana e seta con profili neri e la camicia solcata da volants sinusoidali in crȇpe de chine, il tutto griffato Valentino e disegnato magistralmente da Pierpaolo Piccioli. Magnifica la blusa di seta impalpabile stampata sfoggiata da Diodato che adoriamo e che indossa con effortless elegance la giacca scarlatta più vistosa intessuta di paillettes. Think pink è il mantra di Ghali, acclamata icona maschile dell’era della fluidità e che ama Gucci e Dior by Kim Jones, mentre Morgan stupisce tutti col suo frac luciferino e il tuxedo animalier.

Un’eleganza sobria e senza sbavature definisce gli interpreti di Sanremo che hanno scelto Giorgio Armani, un nome una garanzia: ringraziamo Re Giorgio per aver vestito Rula Jebreal, bellissima testimone della tolleranza e della solidarietà globale contro il sovranismo più becero e populista, per la giacca shiny di Gabbani, per i velluti impeccabili di Fiorello, per la giacca cangiante color crema della grande Gianna Nannini(che ci ha regalato una magnifica performance), per il blazer decorato da ricami geometrici blu, silver e neri di Enrico Nigiotti (il nuovo Grignani?). Bocciatissime Georgina Rodriguez (non si capisce cosa faccia e chi sia), Sabrina Salerno (ma perché quel pessimo smoking rosso?) ed Elettra Lamborghini (icona eurotrash per antonomasia) che sono tre buoni motivi per non guardare Sanremo. Bocciata più che altro per il colore l’abito da ballo giallo limone di Etro (meglio quello di velluto nero bustier) indossato da Diletta Leotta, bella che non balla. Due ottimi motivi per vedere Sanremo in tivù sono invece le bellissime e raffinate Elodie (in Versace) e Francesca Sofia Novello (in Alberta Ferretti, nero, blu cangiante e rosso fiamma). Bella la gonna plissé asimmetrica di Laura Pausini firmata N.21 che alla fashion week imminente festeggia un importante anniversario. Asfalta tutti la sublime Tosca con un lungo nero dallo scollo elegante e discreto bordato di cigno, perfetto come la sua stupenda canzone.

Niente male la giacca in velluto cangiante sottobosco di Irene Grandi con tagli sulla schiena sfoggiata dalla cantante fiorentina nella terza serata e la toilette di gala di Emma d’Aquino firmata Antonio Grimaldi (bellissima la gonna rosa pallido a balze abbinata a un top a rete di cristalli, 8) che sfila a Parigi nel calendario della haute couture. Momenti clou: il bacio fra Fiorello e Tiziano Ferro in Dolce&Gabbana bespoke (make love not war), la defezione di Bugo, la caduta studiata ad arte della controfigura di Ghali in fucsia fluo, l’esibizione da incubo di Rita Pavone che pare una Wanna Marchi clonata (orrida) e quella idilliaca e sognante della sofisticata Francesca Sofia Novello al pianoforte che interpreta l’Ave Maria di Schubert, l’apparizione in abito-lampadario di Antonella Clerici con tanto di aitanti valletti-sirenetti al seguito che fa molto Wanda Osiris.

Stendiamo un velo sulla performance costosissima (300.000 euro….un vero schiaffo alla miseria) e inutile di Benigni, ormai troppo autoreferenziale. Infine ribelle e maledetto ma in senso ironico è Piero Pelù. L’ex frontman dei Litfiba si presenta sul palco dell’Ariston con una buona canzone e un guardaroba un po’ dark, un po’ fetish assemblato per lui da Tom Rebl, lo stesso brand che l’ha vestito per il suo matrimonio e che lo segue da anni: il frac nero ha dettagli di pvc spalmato e Pelù in tuxedo rosso fiamma tuona contro il femminicidio. Il frac va alla grande: quello di Junior Cally è avorio senza collo ed è firmato Dolce&Gabbana che hanno vestito di colori vitaminici i ‘Pinguini tattici nucleari’. E dulcis in fundo il grande Pierfrancesco Favino in tuxedo di seta con giacca dai disegni geometrici di Ermenegildo Zegna.

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New Menswear: saranno famosi?

Dopo le passerelle dei titani del lusso di Milano e Parigi la palla passa ai giovani. Ad Altaroma lo scouting premia i talenti creativi che potrebbero riscrivere il dress code maschile del futuro. Altaroma, sotto la presidenza di Silvia Venturini Fendi, che è anche direttore artistico della maison di LVMH fondata dalla nonna Adele Fendi nel 1920, si conferma nuovamente la piattaforma privilegiata dei giovani virgulti del made in Italy con le sue varie vetrine, da Showcase alle sfilate delle scuole più importanti del belpaese, dagli stand alle passerelle dei creativi paladini della tecnologia green alle promesse del menswear Gall e Federico Cina. Insomma ne vedrete delle belle. Saranno famosi? Chi vivrà vedrà.

Intanto il rinascimento ecologico nato sotto l’egida di Greta fa proseliti e diventa la legittimazione per una nuova attitudine alla sperimentazione stilistica. E finalmente possiamo osservare una bella svolta creativa: i giovani della generazione Z si configurano come i più ecologisti in assoluto da Roma a Milano, da Torino a Cefalù.

A guidare questa legione di creativi emergenti è Italo Marseglia, un fashion designer simpatico e rotondo che propone una moda romantica e avvolgente, fortemente inclusiva declinata in un bello show coed realizzato con la regia di Rossano Giuppa: “Ragazzi smorziamo i toni-dice lo stilista nel backstage-la virilità non va urlata ed esibita e semmai penso che è mascolino chi ha le palle per accettare sé stesso anche con qualche chilo in più, le mie silhouette sono confortevoli, le camicie over di pizzo verde prato o alga si portano sui bermuda, un tocco childish che addolcisce e rende poetica la mia visione della moda; tutti i miei tessuti sono upcycled e anche i materiali degli accessori(realizzati con la collaborazione di studenti IED Roma n.d.r.), sono frutto di un recupero di pellami esotici, vedi la schiena del coccodrillo, senza contare che c’è una giacca effetto damier che è il risultato dell’assemblaggio di tessuti rigenerati”.

Gli outfit maschili sono corredati da cappelli di plastica surreali che inteneriscono. Standing ovation per il fashion designer che sicuramente farà strada. Più minimal il mood che pervade la collezione di Federico Cina che a luglio 2019 si è aggiudicato l’ambito premio Who is on next? E che definisce un’identità agender ricalcando le orme di Alessandro Michele. Niente di nuovo sotto il sole. Un’atmosfera nostalgica e sentimentale resa più stucchevole, se possibile, dalla colonna sonora struggente e piuttosto rétro di Sergio Endrigo, avvolge i look essenziali e romantici, abbastanza banali, fra bande orizzontali, pantaloni cargo, borse a bisaccia, goffi cappelli e sprazzi di rosa abbastanza fuori luogo.

L’ispirazione è, secondo lo stilista, una Romagna idilliaca vagheggiata nelle foto di Vittorio Tonelli sfruttato per fornire una patina intellettualoide alla collezione, ma l’impressione globale è di una mediocrità disarmante e lo stilista, che abbiamo ascoltato nel backstage, non pare avere una singola idea. Molto rumore per nulla. Appare sicuramente più interessante e convincente invece il mantra del menswear di Davide Gallo che con il suo progetto ‘Programma’ dopo la sfilata dello scorso luglio si prepara a calcare la passerella di Who is on next? Di luglio 2020.

Il giovane creativo che studia architettura a Roma ha una passione per il minimalismo anni’90 di Helmut Lang, Raf Simons e Martin Margiela. “Sono molto riservato e vorrei che parlassero i miei vestiti” spiega il giovane stilista, bello e gentile che adora Le Corbusier, la Bauhaus, Andy Warhol e i Massive Attack, e che tratteggia una silhouette rettilinea e netta azzerando gli orpelli e i coloracci poco appropriati per un uomo mascolino ma tenero, sensibile e determinato che predilige il grigio e il nero e li declina in giacche e spolverini molto misurati ma non privi di dettagli curiosi come il pattern grigio e nero, i volumi generosi dei pullover vagamente giap e il candido ricamo crochet che come un ludico talismano orna le tasche delle giacche.

La sua estetica, profondamente influenzata dal design industriale, rielabora l’unione distopica tra design classico e look da lavoro con spunti provenienti da culture diverse. Le proporzioni sono nuove e calibrate e il ragazzo sa quello che vuole. E lo dimostra anche a Showcase. Niente male neanche la collezione di Spenthrift (letteralmente spendaccione) un brand total look agender nato nel 2013 a Foligno dall’inventiva di Federico Cancelli e Marco Cuccagna che avevamo già notato all’edizione di Showcase di luglio scorso e che ora appare ancora più maturo e creativo. I capi sinonimo di urban luxury sono ironici e desiderabili, talora provocatori.

“La nostra cifra è il clash fra tessuti tradizionali e grafiche dirompenti”, spiega Cancelli, nipote del famoso pittore Maurizio Cancelli. Il classico camel coat ringiovanisce in una versione completamente reversibile con una fodera stampata che riproduce un collage di fotografie in bianco e nero legate alla dissacrante iconografia punk degli anni’70, un print che ritorna anche sulle camicie. I capi sono trasformabili, la maglieria è accattivante in tinte smaglianti con il lettering tipico delle t-shirt e il casual street raffinato del marchio forgia un nuovo linguaggio che può funzionare- data la sua vena artistica influenzata dalla Pop Art- soprattutto per un pubblico di trentenni e quarantenni. Un brand originale da tenere d’occhio come anche l’anima belligerante di Gall.

Nei modelli del marchio emergente creato dal designer americano Justin Gall che è vegano dal 2015 e ammette di curare ogni singolo aspetto delle sue collezioni, il look militare acquista un risalto quasi concettuale declinato in tre colori primari rosso, verde e blu che coesistono in armonia come in natura. I dettagli delle fogge militari di Gall ne esaltano la funzionalità: tasche rimovibili, cappucci nascosti e segmenti modulari danno spazio alla trasformabilità, comfort e facilità in ogni momento e protezione dalle condizioni estreme. Tutto ciò è incorporato nella tipica armatura Gall, ormai iconica. Uno stile riconoscibile dove i capi più sperimentali sono performanti e tecnologici per garantire la massima protezione a chi li indossa.

Una priorità di Gall è il rispetto del mondo animale: non a caso i capi più voluminosi sono imbottiti con piume di plastica riciclata. Interessanti anche i progetti creativi al maschile individuati sulle passerelle delle scuole romane di Maiani Accademia Moda, dove in omaggio al mito di Fellini cinque studentesse del primo anno di fashion design tentano di ridefinire l’iconografia del cinema surreale in rapporto all’identità maschile e femminile contemporanea

I capi maschili disegnati da Altea Placidi declinati in denim e broccato di seta, sono consacrati al tema dell’inclusione, quelli di Eleni Di Marcantonio-ispirata da Rick Owens e dal workwear più sperimentale- parlano di un viaggio nell’anima e si arricchiscono di texture craquelè e di dettagli couture come di accessori in ecopelle, fino ad Angela Ferrotti che riproduce il profilo di Fellini stilizzato sulla tunica bianca per lui e Noemi Mattei che contamina il classico con un tocco futuribile e colori shock.

Segnaliamo anche i look maschili disegnati per il final work del corso triennale in costume e fashion de l’Accademia di Costume e Moda che si prepara ad aprire una nuova sede a Milano in via Fogazzaro. Abbiamo apprezzato in passerella gli outfit presentati da Marco Passone che si ispira al look dei paracadutisti mixato con il mood dei Teddy Boys con stampe astratte tradotto in tinte smaglianti, Alice Piscedda con i blazer a tutto volume ispirati all’arte di Peter Clark, alla working class di Liverpool e ai murales di Belfast, Beatrice Scanni che punta sull’animalier zebra anche per gli accessori, rivangando Baudelaire attualizzato dalle canzoni di Nick Cave, Irene Valandro che modula un look maschile in denim scolorito ispirato alla scena hip-hop anni’90 per giubbini trucker dalle spalle ingigantite, Eva Bureau che intreccia il post punk con la fantascienza. Notevoli anche le soluzioni ideate dai partecipanti al fashion contest sulle wearable technologies lanciato dalla Fondazione Mondo Digitale per la Fashion Digital Night, laboratorio delle tendenze del domani.

Da segnale i progetti menswear di Zercollection, brand spagnolo che si avvale della stampa 3D e del ricamo industriale per giacconi dal minimo impatto ambientale. per non parlare di Perspective, progetto di un duo creativo peruviano che lavora con il tulle tagliato al laser in un puzzle sci-fi, mentre Primlab in tandem con Noumena sviluppano l’abito realizzato con stampa 3D che assorbe i gas serra. Suggestivo lo spettacolo ‘Lettere a Yves’ che nella aulica cornice del Teatro Torlonia ha portato in scena attraverso la voce del grande attore italiano Pino Ammendola e il romantico sound del pianoforte di Giovanni Monti e la performance canora di Maria Letizia Gorga, le lettere d’amore che Pierre Bergé dedicò prima di morire al suo compagno di una vita, il geniale Yves Saint Laurent, che ha liberato gli uomini dai lacci della schiavitù all’uniforme borghese. Davvero intenso e toccante. Appuntamento alla prossima edizione di Altaroma, stay tuned!

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Allo IED la moda diventa un film con ‘Amphibia’

La cultura dell’audiovisivo sta diventando il veicolo principale di divulgazione della moda soprattutto per l’efficacia descrittiva e semiotica del suo linguaggio.

Lo dimostra soprattutto la diffusione dei fashion film sui social media e anche nelle campagne pubblicitarie delle grandi maison che sempre di più si avvalgono di talentuosi videomaker internazionali per lanciare i propri messaggi nell’arena globale. In linea con questo trend che sta diventando un mainstream, lo IED promuove la creatività dei suoi giovani videomaker applicata al mondo fashion.

Durante l’ultima edizione di Altaroma l’Istituto Europeo di Design ha presentato davanti a un pubblico di addetti ai lavori e di profani il progetto ‘Amphibia’ dedicato all’acqua, e alla sua centralità nel quadro della salvaguardia dell’ecosistema, un tema verso il quale soprattutto le giovani generazioni manifestano una crescente sensibilità.

Per il filosofo Eraclito l’acqua era l’immagine più calzante per rappresentare l’idea del perenne divenire, nel suo flusso incessante. Nella sala cinema del comprensorio dell’ex caserma di via Guido Reni 7, sono stati esplorati, attraverso i sei fashion film degli studenti delle scuole IED di Milano, Roma e Firenze, della durata compresa fra i 90 e i 120 secondi, i temi della nascita, la trasformazione, l’evoluzione e l’adattamento all’ambiente dell’acqua. Una panoramica originale e suggestiva dedicata all’esaltazione della bellezza dell’acqua, che nel suo continuo fluire non è mai uguale a se stessa.

E fra i sei cortometraggi incentrati su questa risorsa indispensabile dell’ambiente il premio speciale della giuria tecnica composta fra gli altri da Costanza Cavalli Etro, Sara Sozzani Maino, Simonetta Gianfelici, il regista Luca Finotti e la giornalista di I-D Gloria Maria Cappelletti, e è andato al fashion film ‘Gola’. Realizzato da Simone Folli questo surreale cortometraggio che pare citare le atmosfere del visionario David Lynch rievoca nella sofisticata atmosfera di un ristorante, esseri umani e umanoidi – dalla testa di pesce – che convivono e cenano come se nulla fosse. L’umanità raccontata è quella post-umana, mutante, già stravolta dall’impatto delle attività dell’uomo e dell’inquinamento dei mari e degli oceani.

Uno short film, che ci mostra attraverso il linguaggio dell’assurdo, come le buone maniere di una cena elegante convivano con le pessime abitudini alimentari che hanno trasformato l’idrosfera in un oceano di plastica. Pregevoli anche gli altri film presentati, da ‘Crawled Ashore’ di Cristiano Naldi che è un’esortazione  a prendere coscienza del cambiamento climatico ma anche ad imparare nuovamente l’alfabeto perduto della natura, a ‘Venus’ di Pietro Cavallari che invece parla di rinascita, di adattamento e di speranza, nel segno della vita che si ridefinisce in corpi nuovi, inaspettati e meravigliosi.

Completano il quadro Out.Create che invita ad adottare un atteggiamento di speranza e ottimismo come fonte di un cambiamento reale, ‘Petricore’ in cui si rivive la sensazione della terra bagnata dalla pioggia che emana il suo inconfondibile odore, e ‘The Abstract Problem’ che affronta la realtà della costante decrescita o improvviso innalzamento del livello delle acque del pianeta. Appuntamento a luglio per il prossimo final show di IED Roma. Stay tuned!

Photographer: Stefano Casati

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Da Milano a Parigi è tempo di Formal Leisure

Forme striminzite addio, pantaloni skinny da varicocele? Anche no, via libera al colore saturo e vitaminico purchè sia azzeccato e portato bene, per le maglie sottili avete sbagliato indirizzo. Ora si volta pagina e si abbraccia il vero lusso, quello opulento, ottimo e abbondante, fatto di dettagli preziosi, di belle lavorazioni artigianali, di tessuti pregiati anche se talora riciclati nel nome di Greta. La password di stagione per l’autunno-inverno 2020-21 è formal leisure, ovvero una sintesi di opposti che diventa subito cool, dal boudoir alla giungla d’asfalto, facendo cambiare attitudine a un uomo che è sempre più ibridato, praticamente un maschio profiterolles, tenero ma con le palle.

E’ quanto abbiamo registrato sulle passerelle maschili di Milano e Parigi dove i marchi più branché del menswear hanno impartito le loro lezioni di stile ai nuovi, aspiranti gentlemen. Dai catwalk delle due capitali della moda globale ecco per i nostri men in town alcune pillole di stile. In pole position il cappotto, da quello shabby chic di Marlon Brando in ‘Ultimo tango a Parigi’ (costumi della meravigliosa Gitt Magrini), fino a quello a vestaglia di ‘Borsalino’ o quello doppiopetto con revers a lancia da gangster di Robert De Niro in ‘The intouchables’. Che sia check (Prada) o stampato graffiti (Iceberg), che sia leggero (Dior Homme by Kim Johnes) o riccioluto, che sia rosso (Marni) o verde (Vetements, Berluti), che sia ecologico o di cocco vero (100.000 euro da Billionaire), che sia in velluto a coste (Brunello Cucinelli) o liscio (Dolce & Gabbana) poco importa: quel che conta è che sia morbido, maestoso, ampio e confortevole come un caldo abbraccio. La giacca poi si allaccia a vestaglia o a kimono come sarebbe piaciuto a Mishima (Ermenegildo Zegna by Alessandro sartori docet) oppure perde il collo (Giorgio Armani che non perde un colpo), oppure ha dei revers frastagliati (Off-White), oppure ha la vita segnata da cinture con metal clutch incorporata (Alexander McQueen) ed è stampata a motivi paisley (Etro), oppure è ricamata di baguettes (Marcelo Burlon per County of Milan, Givenchy, Valentino) o ancora è in broccato a motivi esotici jacquard (Brioni), oppure è in satin liquido e simula una felpa da jogging (Balmain by Olivier Rousteing).

Gilet: torna protagonista soprattutto da solista, come negli anni’90 quando Gianni Versace lo esibiva in pelle nera ricamata d’oro sul torace nudo. Prada lo propone in vernice foderata di pelo color biscotto o in maglia con i profili bicolori, DSquared2 lo declina in pelle cognac da abbinare ai jeans sovrapposti, Marco De Vincenzo lo ha pensato con degli alamari, Alexander McQueen by Sarah Burton lo risolve in una ragnatela gioiello intessuta di fili d’argento, paillettes, cristalli su base in seta, per Brunello Cucinelli il gilet è in duvet bianco e beige da portare sulla felpa di cachemire grigia, per Etro è in velluto a coste fantasia paisley sempre imbottito, per Jacquemus è finestrato over e si porta sul pull di lambswool da tenerone, per Lanvin è attillato e a pois blu su giallo canarino, per Fendi è dark e si porta infilato nei pantaloni di nappa lucidi in stile ‘Cruising’ come nel film omonimo e controverso di Friedkin.

Dicevamo ibridazione? Bene allora lo sportswear si contamina con il fashion anche negli accessori, come il marsupio crossbody, che in passerella ha il dono dell’ubiquità. Portato in vita completa la belt bag mannish oppure si indossa in tono scanzonato a bandoliera persino sulla giacca doppiopetto gessata. Torna anche il borsello che si porta come una borsetta a tracolla un po’ femminile, dolce, sensuale, come da Valentino e Hermès, mentre Prada lo vuole nero, bello e funzionale. La maglieria più rustica acquista un timbro couture un po’ ovunque sia in versione pullover che in chiave sciarpone a grana grossa quasi 3D, lunghe e bellissime da portare sino ai piedi (Fendi e Dolce&Gabbana, Missoni, Loewe by JW Anderson, Hermès). Altro tormentone di stagione sarà il velluto. Molto amato da Alessandro Michele per Gucci che ne fa la divisa del suo ‘piccolo principe’, e da Kean Etro come da Ralph Lauren che lo traspone in chiave check, ma anche da Missoni che lo declina in print botanici stilizzati che sarebbero piaciuti al re del Jazz Miles Davis, mentre per Giorgio Armani è grigio di giorno effetto lapin o orylag oppure verde oliva per il parka effetto foresta, e nero e drammatico di sera per il tuxedo da red carpet degli Oscar ai quali re Giorgio si starà già preparando.

E i pantaloni? Come sopra, ampi e comodi, baggy e con un fit nipponico, da indossare sulle sneaker col carrarmato o negli stivali (Salvatore Ferragamo) oppure esotici in versione sarouel, drappeggiati ad arte (Balmain). Per un look molto ‘revenant’ l’ideale sarà vestirsi a strati dato che con questi chiari di luna chi lo sa che farà questo meteo pazzerello. Quindi sì a montoni vintage lunghi (Lanvin) o corti (Zegna, Prada, Valentino), e sì anche ai poncho e ai plaid effetto cocooning da portare sul completo formale come sul golf voluminoso da alta montagna, fra Aspen e Cortina (Etro, Hermès, Balmain, Off-White). Una camicia bianca non si nega a nessuno specialmente se è tecno-couture (Bagutta) o croccante e ricamata in pizzo (Dolce&Gabbana) o intarsiata con un lettering molto funny-cool (Valentino) o surreale (Louis Vuitton by Virgil Ablooh). Dedicato a maschi più gentili che finalmente rispettano le donne in barba ai rigurgiti di un cielodurismo sul quale sinceramente preferiamo glissare.

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On stage: si nota all’imbrunire con Silvio Orlando

L’altra sera al Teatro Quirino di Roma abbiamo visto con piacere una gran bella pièce, ‘Si nota all’imbrunire’, scritta con gentilezza e umorismo fine e sagace da Lucia Calamaro, un vero talento, e interpretata magistralmente dal grandissimo Silvio Orlando che ultimamente abbiamo visto nella serie televisiva di Paolo Sorrentino ‘The young pope’ e ‘The new pope’, e che ora è a teatro a Roma fino al 2 di febbraio in un dramma esistenziale sulla solitudine.

Un tema che ha stimolato fior di scrittori e drammaturghi, Checov e Pirandello in primis, ma anche l’esistenzialista Ingmar Bergman, solo per citarne alcuni. Questo dramma leggero ma pensoso esplora con una elegante e sapida tessitura drammaturgica il tema della ‘solitudine sociale’, il morbo del terzo millennio che affligge giovani e anziani e che ha una diffusione davvero trasversale. Non per niente in Francia esiste ‘la giornata della solitudine’ mentre in Inghilterra esiste addirittura un ministero della solitudine. Non è solo depressione, non è tanto e solo spleen, è un senso di abulia che avvolge e condiziona la percezione individuale della realtà e che rimanda alla disamina umana del decadentismo.

Molti parlano di nuovo rinascimento ma in fondo si potrebbe pensare, per descrivere l’epoca in cui viviamo, a una nuova decadenza che amplificata dai social media, prima cassa di risonanza del nuovo solipsismo, corrode dall’interno l’anima umana, in un momento di grande alienazione e di inesorabile crisi di valori. Torna il soggetto sbarrato di Lacan nella riflessione amara e poetica di Silvio che, dopo aver perso la moglie, si ritrova ad adagiarsi in solitudine come un eremita.

Silvio si è seduto nel vero senso della parola, è un uomo che più che esistere desiste. La sua famiglia non gli è più familiare e i suoi tre figli Alice (Alice Redini) che ha velleità di poetessa, Maria (Maria Laura Rondanini) una psicologa molto rigida ma anche fragilissima, e Vincenzo (Vincenzo Nemolato che abbiamo visto recentemente nel cast di ‘Martin Eden’) che ha sempre deluso suo padre e ama esibirsi nel canto, sono anch’essi attanagliati da mille insicurezze e inquietudini molto radicate.

La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio, è stata applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. L’incomunicabilità e il senso di inettitudine erigono muri insormontabili fra Silvio e il resto del mondo. “Essere socievoli è faticoso, mi sono abituato all’assenza e mi sento debitore nei confronti di chi mi ama, in fondo il mio paese interiore è privo di abitanti”, dice il protagonista, riflettendo in modo dolente sulla sua condizione di isolamento interiore.

Fra risvolti tragicomici e intermezzi musicali questo dramma introspettivo si snoda con un testo agile e scorrevole che alterna riso e lacrime come nella vita e che approfondisce mirabilmente la psicologia dei personaggi. Da segnalare l’istrionica abilità di Roberto Nobile che ricordiamo ne ‘La scuola’ sempre accanto a Orlando e che sulla scena interpreta il fratello del protagonista solitario. La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio è stata calorosamente applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. Vivamente consigliato.

Ph: Claudia Pajewski

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Joker contro tutti, ed è subito Toto Nomination

Hollywood è in fibrillazione in questi giorni per la notte più attesa dell’anno, la favolosa notte degli Oscar dove, a giudicare dai pronostici, il gioco si farà veramente duro. In lizza per la mitica statuetta dorata nella 92esima edizione dei premi più
ambiti della settima arte, svettano quest’anno: Joker, The Irishman e C’era una volta…a Hollywood, ovvero la terna composta da Todd Phillipps, Scorsese e Tarantino.

Sarà sicuramente una bella sfida fra titani: il favorito con 11 nomination al suo attivo, è il film della Warner sul pagliaccio killer della Marvel con Joaquim Phoenix, bad guy della scena cinematografica a stelle e strisce, protagonista di un’interpretazione da brivido, maledetta, eccezionale. Ha fatto incetta di nomination anche ‘1917’ di Sam Mendes (10 in tutto) mentre De Niro a sorpresa non ha ottenuto alcuna nomination che invece sono andate ai colleghi Al Pacino e Joe Pesci per il kolossal sulla mafia del regista di ‘Taxi Driver’ tratto da un magnifico romanzo.

Nella rosa dei migliori attori candidati all’Oscar spiccano invece Banderas per ‘Dolor y Gloria’ di Almodovar, e Jonathan Pryce per ‘I due papi’ che è candidato all’oscar per il miglior attore non protagonista con Anthony Hopkins. Una manciata di nomination fra cui quella al miglior film se l’è accaparrata ‘Le Mans 66-La grande sfida’.

Fra le donne Renée Zellweger (che ai Golden Globe si è presentata con uno strepitoso lungo color lavanda di Armani Privé e che ha annunciato che potrebbe ripetere il miracolo Bridget Johnes), per il film ‘Judy’ è l’avversario da abbattere in gara per l’Oscar alla miglior interpretazione femminile al quale sono candidate altre attrici illustri come Scarlett Johansson per ‘Storia di un matrimonio’ titolo di Netflix che si presenta agli Oscar con ‘The Irishman’ e con ‘Storia di un matrimonio’ e : Saorsie Ronan per ‘Piccole donne’, film di Greta Gerwig, una delle più accanite paladine del Metoo, che è candidato anche a migliore colonna sonora e a migliori costumi. Nella rosa delle grandi dame del cinema in pole position per l’Oscar non mancano Charlize Theron per il film femminista ‘Bombshell’ tratto da una storia vera ambientata nel mondo dello showbiz, per il quale Margot Robbie, brand ambassador di Chanel, potrebbe aggiudicarsi la statuetta come miglior attrice non protagonista.

E’ in corsa per lo stesso premio anche la bravissima Kathy Bates (la ricordiamo in ‘Misery non deve morire’ e ‘Pomodori verdi fritti’) per il film ‘Richard Jewell’ della Warner diretto da Clint Eastwood su un caso di cronaca americana che destò scalpore. Il miglior film straniero potrebbe essere (ce lo auguriamo!) ‘Parasite’ di Bong Joon-Ho, già incoronato ai Golden Globe e Palma d’Oro a Cannes, da non perdere per la sua feroce e magistrale critica sociale al vetriolo, perfetta per questa fase storica di gravissime sperequazioni nella distribuzione della ricchezza nel pianeta. Il film è candidato anche all’Oscar come miglior film e anche per la regia.

JoJo Rabbit titolo della Walt Disney e incantevole pellicola sull’antinazismo in chiave childish, potrebbe aggiudicarsi varie statuette, fra le quali migliore attrice non starring (Scarlett Johansson).Una piacevole sorpresa è la candidatura di ‘Cena con delitto’ per la miglior sceneggiatura originale.

In copertina: Joker. Ph.-Nico-Tavernise-Copyright-©-2019-Warner-Bros.-Entertainment-Inc.-All-Rights-Reserved-4-TM-©

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Ai Golden Globe di scena il normcore con DG, Armani, Prada, Brioni e Versace

Brad Pitt, Taron Egerton per ‘Rocketman’, Renée Zellweger per ‘Judy’, Joaquin Phoenix per Joker, Tom Hanks, Russell Crowe, The Crown, 1917, The Farewell, e infine Parasite: questi i vincitori assoluti dell’edizione 77 dei Golden Globe 2020. Ed è subito gara di stile. Sul red carpet l’altra sera a Los Angeles, al Beverly Hilton di Beverly Hills, si sono misurati a colpi di glamour e lustrini i divi e le star di Hollywood più cool che hanno sfoggiato dei look meno eccessivi del solito ma pur sempre molto sontuosi e siderali.

Torna il velluto (notevole il total velvet suit di Tom Ford per il sofisticato Ansel Elgort, molto dandy, interprete dell’indimenticabile film ‘Il cardellino’), il blu pantone, colore 2020 e spuntano toni inediti come il melanzana (molto posh lo smoking dai revers a lancia spaziali di Wesley Snipes) e il verde acido (quest’ultimo griffato Dior ed esibito coraggiosamente da Charlize Theron), mentre gli uomini hanno puntato sullo smoking più classico e bespoke (favoloso quello di Daniel Craig realizzato per lui da Anderson and Sheppard, sarto londinese di Savile Row molto apprezzato dai divi), con qualche nota di ‘follia’ che non può mancare. Vedi Billy Porter, famoso per i musical, in outfit bianco che fa la ruota con tanto di gonnellone di piume da pavone angelicato stile Wanda Osiris firmato Alex Vinash, davvero too much. Non ha mancato di farsi notare anche Beyoncè, palesatasi in un lungo in cady bianco ornato da maniche arricciate dorate firmato Schiaparelli. A parte questo, normcore è stata la parola d’ordine di questo tappeto rosso dove il presentatore, il comico inglese Ricky Gervais, che si è scatenato nei suoi monologhi comici al vetriolo non sempre politically correct, ha sfoggiato un Dries Van Noten portato in modo molto noncurante.

Elegante e understated, con il lupetto sotto la giacca, Pedro Almodovar si è presentato in nero assoluto Givenchy con tanto di occhialoni anni’80. In tema di eyewear molto fancy, nessuno può insidiare il primato di Elton John, presente alla cerimonia dei Golden Globe insieme al marito David Furnish, entrambi in look griffati Gucci. Elegantissimi Tom Hanks in Tom Ford (stilista che non per niente ha deciso di sfilare a Los Angeles due giorni prima degli Oscar) e il favoloso Chris Evans in Isaia, mentre Sacha Baron Cohen e Nicholas Braun hanno optato per il blu pantone rispettivamente Dolce & Gabbana e Prada che ha vestito anche Sam Rockwell e Paul Rudd.

Prestigioso e bellissimo, Brad Pitt, 56 anni portati magnificamente e un sorriso beffardo, vincitore del premio per miglior e attore non protagonista per ‘C’era una volta…a Hollywood’ di Quentin Tarantino, non offre fianco a critiche nel suo tuxedo couture tre pezzi e papillon firmato Brioni, la maison di Kering che quest’anno festeggia 75 anni di storia al salone di moda Pitti Uomo di Firenze. Da notare anche l’avvenente Joe Manganiello, star di ‘Magic Mike’, in un magnifico smoking nero sartoriale dai revers sciallati di Dolce&Gabbana accompagnato dalla flessuosa sirena Sofia Vergara anche lei in Dolce gran sera burgundy.

Molto stylish e dandy cool Josh O’Connor che sotto lo smoking black di Loewe ha sfoggiato un vezzoso fiocco nero po’ boho-rock. Sul versante genderless segnaliamo la bella giacca forgiata a guepière di Lulu Wang, regista dell’acclamato ‘The farewell’ anch’esso fra i 25 premiati, e la coppia lesbo chic Ellen DeGeneres e Portia de Rossi, vestite per la serata di gala da Hedi Slimane, anima creativa di Celine che ha conferito alle due attrici un piglio gentlewoman in smoking di cristalli. Alla corte di Re Giorgio si sono presentati in pole position vari attori e star di prima grandezza: da Leonardo DiCaprio a Martin Scorsese, da De Niro a Pacino, da Matt Bomer (un’icona queer di grande fascino) a Pierce Brosnan, da Taron Egerton a Stellan Skarsgard premiato per la serie ‘Chernobil’. Dulcis in fundo, dopo un Rami Malek super trendy in Saint Laurent che ha vestito anche Kit Harington (imperdonabile invece la caduta di stile di Kerry Washington in Altuzarra, da dimenticare!), ha calcato il red carpet una diva favolosa, Nicole Kidman, in rosso Atelier Versace, elegante e sensuale issata su sandali di Giuseppe Zanotti, da 10 e lode! Per quanto riguarda la serata, grandi sconfitti Scorsese con il suo ‘The irishman’ che era fra i favoriti, e Netflix tranne che per ‘Storia di un matrimonio’ con una magnifica Laura Dern in Saint Laurent by Anthony Vaccarello e ‘The crown’ con una raggiante Olivia Colman un po’ goffa nelle sue maniche a sbuffo, da bocciare.

Premio alla modestia all’attore Rami Youssef, palma d’oro alla vanità a Quentin Tarantino che in velluto dark ha tenuto un discorso di ringraziamento un po’ fuori luogo per i tre premi conferiti al suo nono film, peraltro innegabilmente il suo capolavoro. Da dimenticare anche l’esibizione testosteronica di Jason Momoa, l’attore di ‘Aquaman’, che ha letteralmente ‘mostrato i muscoli’ con una canotta molto tamarra, mentre ha piacevolmente colpito il discorso politico di Patricia Arquette, premiata per la serie ‘The act’, che sul palco ha asfaltato Trump. Ci è infine parso raffinato il casto nude look color marron glacé di Gwyneth Paltrow in lungo romantico di tulle guarnito da micro rouches firmato Fendi. Appuntamento alla notte degli Oscar, stay tuned.

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E Brioni creò l’uomo

Quando si sfila la camicia hawaiiana immancabilmente gialla, svelando lascivi addominali a tartaruga in ‘C’era una volta… a Hollywood’ di Quentin Tarantino, la sala buia che fissa il grande schermo sembra quasi trasalire.

Biondo, bello e avvenente come un nuovo Adone pulp, Brad Pitt protagonista dell’intimistico ‘Ad Astra’ è la star indiscussa del firmamento cinematografico globale, l’uomo dei sogni per le donne e il bersaglio di invidie ancestrali per gli uomini.

Brioni ha annunciato che è lui, il nuovo interprete ufficiale delle sue collezioni alta moda maschile. Sul red carpet di Cannes e Venezia Brad, al pari di Omar Hassan, Stefano Sollima, Maurizio Lombardi, Adriano Giannini e Pierfrancesco Favino, che sta mandando in visibilio le platee americane con ‘Il traditore’ di Marco Bellocchio, ha già sfoggiato il celebre smoking su misura della maison entrata ormai dal 2010 nella galassia del polo del lusso francese Kering.

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Photo by Matt Winkelmeyer/Getty Images

Come sempre è l’America, (Hollywood, New York, Miami poco importa), a indicare la via e a segnare il nostro destino, una sorte provvida quanto ineluttabile. Così come è stato per Giorgio Armani che nel 1982 giganteggia sulla copertina del ‘Time’, così per Brioni il treno del successo planetario passa nel 1955 quando l’autorevole periodico a stelle e strisce Life dedica un articolo alla maison di menswear blasonato che da 75 anni è una certezza per emiri e businessmen, divi di Hollywood e gentlemen racé, leader politici, artisti e capitani d’industria.

Non a caso Brioni viene definito ‘Il sarto degli americani’. Le testaten di punta della stampa di costume d’oltreoceano fanno a gara per ‘immortalare’ il talento creativo del nuovo brand.

Per descrivere lo stile della griffe capitolina, fondata a Roma in via Barberini nel 1945 da due intrepidi sarti abruzzesi, Nazareno Fonticoli e Gaetano Savini Life conia l’epiteto ‘Dior per uomo’. Il New York Times che non vuole essere da meno, parla di ‘new look maschile’ e per fare la sua parte anche il Boston Herald dipinge l’atelier prediletto dalle star della Hollywood sul Tevere, come ‘capofila di un nuovo rinascimento italiano’.

E se nel nome c’è sempre un destino, quello del marchio è già segnato fin dall’inizio: si chiama Brioni l’isola dell’Istria, meta privilegiata del jet set e destinazione ambita di aristocratici nomadi, dediti a sport élitari come il golf e il polo che diventa il portafortuna evocativo della maison già prima di Ralph Lauren.

La storia è una strada in salita lastricata di opportunità. Nel 1952, Giambattista Giorgini, gran cerimoniere del nascente Made in Italy, gioca la carta ‘Cherchez l’homme’.

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E così decide di mandare in pedana, insieme ai modelli femminili di Jole Veneziani, celebre per le sue sontuose pellicce, il nuovo mood maschile delle giacche da sera in shantung di seta colorato, in velluto froissé e in mohair jacquard firmate Brioni. Gli ‘indossatori’ della casa di moda per uomo (il primo e il più popolare nel belpaese fu Angelo Vitucci), conquistano subito Mary Pickford e il buyer del department store statunitense B.Altman & Co.

Che dedica a Brioni la prima vetrina in America sulla Quinta Strada di New York. È nata una stella. Brioni è il primo marchio di moda maschile (e l’unico fino al 1965) a calcare la pedana della leggendaria Sala Bianca di Palazzo Pitti, vivaio dei vari talenti come Valentino, Capucci, Mila Schӧn, Lancetti, Missoni, Galitzine, Forquet, Krizia, Basile, Fendi e chi più ne ha più ne metta.

E quella stessa Sala Bianca oggi celebra il passato e il presente di un pilastro della moda, italiana assurto grazie alla sartoria industrializzata a marchio globale, con un’installazione-retrospettiva curata da un guru dell’intellighenzia modaiola, il francese Olivier Saillard, incensato critico di moda già noto per le sue mostre parigine al Museo della moda del Louvre e al Palais Galliera, memorabile quella su Azzedine Alaia.

Ospite d’onore alla prossima edizione di Pitti Immagine Uomo, Brioni racconta una storia al maschile in cui Peter Sellers in giacca di astrakan va a braccetto con Pierce Brosnan in veste di 007 in ‘Golden eye’, e Clark Gable si incontra con Totò, Luciano Pavarotti e Nelson Mandela. E non solo.

Brioni in realtà è stato rivoluzionario per vari aspetti nella storia della moda. Soprattutto perché grazie al ‘bold look’ legato all’avvento dello sportswear d’oltreoceano, ha restituito scioltezza ed effortless elegance anche al completo formale più impettito gettando le basi di un vero e proprio golpe: l’emancipazione della sartoria tricolore dalla sudditanza al dispotismo della perfida Albione, ovvero l’egemonia di Savile Row e dei sarti britannici.

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Un’operazione assai temeraria nella quale si cimentano, già nelle prime tre decadi del Novecento, gli alfieri della scuola napoletana, che lancia la giacca senza rollino, avvolgente come un cardigan, ma anche un altro abruzzese, Domenico Caraceni che sfida gli inglesi destrutturando la giacca maschile, svuotata di crine, ovatta e canovaccio.

Fra gli estimatori di questa felice intuizione svetta il rubacuori Galeazzo Ciano, genero del Duce. È l’alba di una nuova era, quella del gusto italiano per lo chic confortevole imparentato, neanche troppo alla lontana, con un certo easy glamour americano che fa rima con sofisticata trasandatezza.

È la ‘sprezzatura’ un po’ randagia di Sal Mineo in ‘Gioventù bruciata’ che riecheggia a modo suo l’anima nera del protagonista di ‘Una vita violenta’ di Pier Paolo Pasolini, epitome di una ‘eleganza faziosa’.

E mentre Cary Grant, Gary Cooper, Victor Mature, Richard Burton, John Wayne e Frank Sinatra si danno appuntamento con le loro magnifiche prede nell’atelier Brioni, nella capitale, stregata dalla favola hollywoodiana del giornalista Gregory Peck che seduce la principessa Audrey Hepburn in ‘Vacanze romane’, i ragazzi fanno a gara per essere ‘poveri ma belli’.

Ph: VALERY HACHE/AFP via Getty Images

Poco importa se il piatto piange, ciò che conta è far colpo sulle ragazze facendo ‘bella figura’, perché in fondo l’abito fa il monaco. Sono gli anni della grande euforia derivante dalla ricostruzione e agli italiani per essere veramente ‘stilosi’ basta un niente.

Così Brioni nel 1957 lancia al Waldorf Astoria di New York l’abito da cocktail da uomo con la collezione Hess: un tripudio di tinte sgargianti, viola ametista, bordeaux, rosa geranio, per completi tutt’altro che austeri in seta, cachemire e velluto.

Qui il look a colonna tipico del periodo, slancia la silhouette ed elimina gli orpelli prefigurando la ‘rivoluzione del pavone’ che, sulla scia delle innovazioni introdotte da Pierre Cardin, Ted Lapidus e Yves Saint Laurent nella moda maschile, affranca nella Swinging London il menswear dal tabù della rinuncia al colore sdoganando nel guardaroba virile una coquetterie che è fondamentalmente l’anticamera dell’identità fluida.

Mentre Dougie Millings crea le divise cool dei Beatles e Lansky vende i suoi stravaganti smoking neri e rosa a Elvis, il disegnatore Luigi Tarquini ‘illustra’ le divagazioni eccentriche e i folli capricci dei nuovi arbiter elegantiarum che in piena bufera ideologica sessantottina, seguono Brioni come il loro ‘profeta di stile’: per loro nulla è mai abbastanza.

Le immacolate camicie di pizzo nude look guarnite da jabot, le giacche guru blu royal e mandarino che precorrono quelle ‘Mao’ anni Ottanta disegnate da Thierry Mugler e tanto care a Jack Lang, completi da spiaggia e da tennis molto smart, mantelle a quadri stile Terence Stamp, la star di ‘Teorema’, si alternano a giacche tex mex o con il collo in visone o addirittura in broccato ricamato e ad accattivanti sahariane.

Ph: Pierre Suu/FilmMagic

Il look coloniale dal sapore etnico cede via via il passo alle più opulente creazioni da nababbo in pelliccia sommata al tessuto, cachemire per lo più, e alle giacche solcate da gessature in oro zecchino.

Insomma l’understatement di Giovanni Agnelli incontra la salottiera trasgressione del conte Giovanni Nuvoletti e di Robert Wagner. Il lusso c’è ma non si vede: il cappotto di vicuna più essenziale costa 30.000 dollari mentre per realizzare una giacca bespoke occorrono dalle 20 alle 45 ore di lavoro, a conferma di quell’eccellenza artigianale trasmessa alle nuove generazioni dalla scuola sartoriale di Penne e che è da sempre un primato da esportazione.

Se c’è una cosa che si può apprendere ripercorrendo le tappe salienti della storia di Brioni, questa risiede nel fatto che la moda sintetizza lo spirito del tempo anche attraverso delle audaci sperimentazioni, perché l’alta moda è il banco di prova delle idee del domani: si può inventare il futuro solo se si volge lo sguardo al passato.

L’avvenire della moda maschile era già stato tracciato nel 1954 da Savini e Fonticoli con una creazione pionieristica recentemente esposta a New York: giocando d’anticipo rispetto allo sbarco dell’uomo sulla Luna, i due sarti lanciavano una giacca futuribile chiusa da cerniere lampo e decorata da tasche multifunzionali e bottoni elettrici ‘voluttuari’ e ‘utilitari’, il tutto corredato da scarpe, guanti e casco avveniristici.

Un pezzo unico e originale che si rivela anche oggi di disarmante modernità.

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Torna sugli schermi nel 2020 l’eroe britannico James Bond

Un anno se ne va ma prima di deliziarci con regali, tacchino farcito e panettoni, qualche anticipazione del menu cinematografico dell’anno che verrà.

Arriva sugli schermi italiani il 9 aprile del 2020 l’ultimo capitolo della saga dell’agente segreto più famoso del mondo, 007, oggi impersonato dal nerboruto Daniel Craig. In ‘No Time To Die’ diretto da Cary Fukunaga, distribuito da Universal Pictures e ambientato anche a Matera, dopo aver lasciato la vita da agente segreto James Bond si gode un sereno riposo in Giamaica.

La pace dura poco, a causa dell’arrivo del suo vecchio amico Felix Leiter della CIA, presentatosi con una richiesta di aiuto.

La missione prevede il salvataggio di uno scienziato rapito, ma si rivela molto più complessa del previsto: Bond si trova sulle tracce di un misterioso delinquente che ha a sua disposizione una pericolosa nuova tecnologia.

Aspettatevi un cast stellare (Léa Seidoux è la nuova Bond Girl, Rami Malek il super criminale, Ralph Fiennes, Naomie Harris e il grandissimo Christoph Waltz che ricordiamo come magistrale interpret di alcune pellicole di Tarantino).

Top secret ancora la colonna sonora destinata a diventare un cult. Ne vedremo sicuramente delle belle. Stay tuned.

Credit: Nicola Dove © 2019 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED.

Di seguito il trailer ufficiale:

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Cinecult: Pinocchio di Matteo Garrone

Matteo Garrone volta pagina e taglia i ponti con l’estetica dark e un po’ maledetta delle sue opere precedenti, da ‘Gomorra’ a ‘l’imbalsamatore’ fino all’osannato ‘Dogman’ con un impareggiabile Marcello Fonte, per passare ora al registro leggero e ironico della favola, quella che unisce grandi e piccini; un’alternativa colta, visionaria ed elegante al più trash cinepanettone.

Il cinema è cultura, è magia, è affabulazione, è equilibrio fra arte e intrattenimento, e in questo Matteo Garrone si conferma un maestro.

Nella sua rilettura di ‘Pinocchio’, nei cinema italiani dal 19 dicembre e distribuito da 01 Distribution, il regista crea un affresco quanto mai moderno per una fiaba che si manifesta ecologica, socialista, pedagogica, panteistica, catartica.

Federico Ielapi è il burattino più famoso del mondo che si è sottoposto a 4 ore di trucco ogni giorno sul set per poter incarnare il pupazzo di legno in cui tutti i bambini possono riconoscersi.

Il film è ispirato alla cultura pittorica dei Macchiaioli ma anche a Hieronymus Bosch e a Enrico Mazzanti, il primo illustratore di Pinocchio ma anche un po’ a Tim Burton, e per la metamorfosi di Pinocchio in somarello anche agli effetti speciali creati per ‘Un lupo mannaro americano a Londra’ di John Landis.

Un film ricco e prezioso che nobilita la povertà, un omaggio sentito e accorato, mai retorico, alla nobiltà e alla bellezza della miseria.

“È un film popolare ed allegorico intessuto di verità sempre valide che parla di un bambino alla ricerca della libertà e della felicità che però tutti gli impediscono di realizzare, è un film sulla redenzione di un fanciullo, una rilettura della parabola del figliol prodigo” spiega Garrone.

“Pinocchio è un libro iniziatico, quasi divinatorio”, gli fa eco Roberto Benigni che nel film è Mastro Geppetto, un ruolo che il premio Oscar per ‘La vita è bella’ ha saputo modulare con grazia, ironia e poesia, in parte, come lui stesso ha dichiarato, strizzando l’occhio a Charlie Chaplin e al suo iconico Charlot.

“Pinocchio è nelle mie corde da sempre, io ho fatto il mio Pinocchio, e stavolta si parla finalmente dell’amore di un padre per il figlio, Pinocchio è un puro, vive un’odissea sentimentale, per Fellini io sono sempre stato Pinocchio e questo film è il coronamento più memorabile della mia ‘carriera’, è la povertà che diventa ricchezza, è una fantastica cornucopia”, aggiunge Benigni.

Nel cast spiccano la bellissima musa di Ozon Marine Vacth che nel film di Garrone è la fata turchina adulta, nel ruolo che fu della icona super trash Gina Lollobrigida nel Pinocchio di Comencini con Nino Manfredi, mentre Gigi Proietti è Mangiafuoco, “figura dolente e solitaria ma con una sua identità ben definita e un cuore d’oro” spiega il mattatore romano del cinema italiano, interprete indimenticabile di Fregoli e Petrolini.

E poi ci sono il gatto e la volpe, interpretati rispettivamente da Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, che rispecchiano la plutocrazia ingorda e avida, “quelli che, come dice il grillo parlante impersonato dal simpaticissimo Davide Marotta, ti dicono che ti possono far diventare ricco senza sforzi e che sono matti o imbroglioni” (ogni riferimento a Berlusconi o a Salvini è puramente casuale?).

“Ho cercato di essere il più possibile fedele al testo di Collodi dando la parola agli animali che sono allegorie viventi e che sono il più possibile antropomorfi, questo film parla di noi e della società in cui viviamo, l’ho girato nei luoghi dell’anima, l’Italia è bellissima ma è difficile trovare oggi i luoghi ai quali si riferisce Collodi alla fine dell’Ottocento, l’Italia è stata distrutta dal boom economico degli anni’60, il paesaggio, che nei miei film è sempre personaggio, è legato ai personaggi dei miei film”.

Notevoli gli effetti speciali di Mark Coulier, due volte premio Oscar per i suoi make up prostetici che si avvalgono di protesi scolpite (nel film vediamo il silicone che simula il legno), bella e intensa la colonna sonora di Dario Marianelli con la canzone vibrante ‘Passo a passo’ cantata da Petra Magoni, notevoli e azzeccati i bei costumi di Massimo Cantini Parrini.

Visionario e surreale, questo Pinocchio esalta la natura mistica, madre e matrigna al tempo stesso e ripropone temi eterni che continuano a fare riflettere divertendo intere generazioni. Ottima prova, da non perdere, in attesa del Pinocchio per adulti di Guillermo del Toro.

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Cinecult: La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek

L’amore inclusivo, quello che unisce e non divide mai perché non conosce separazioni di genere, raccontato con poetica malinconia e lucido lirismo, in una società che ha annegato i sentimenti in una gabbia virtuale, in un bordello senza mura per citare Marshall McLuhan e che annulla le emozioni livellando le sfumature con il risultato di discriminare invece che abbracciare.

Di sfumature ce ne sono tante ne ‘La Dea Fortuna’ l’ultima pellicola di Ferzan Ozpetek distribuita da Warner Bros.Entertainment Italia, nei cinema per Natale.

Finalmente un film anti panettone che punta sulla psicologia, sull’infanzia e la maturità a confronto, una bella riflessione sull’identità maschile e sul concetto di paternità in una società fluida in cui una coppia gay non può adottare e a malapena può sposarsi, proprio come nel Medioevo più oscurantista.

Un Edoardo Leo in stato di grazia, oltre che assolutamente magnetico e super glamour, affianca un elegantissimo e viscerale Stefano Accorsi che già con il bel film ‘Il campione’ ha dimostrato di essere finalmente maturato artisticamente e di aver alzato l’asticella del suo percorso professionale grazie a lavori di rilievo che sicuramente prendono le distanze dal fast food cinematografico di oggi.

Perché il cinema è prima di tutto arte e non solo intrattenimento, e teniamo a sottolinearlo. Qui siamo in una vicenda un po’ complessa: due uomini, Arturo dotto traduttore (Stefano Accorsi) e Alessandro rustico idraulico (Edoardo Leo), coatto e molto sensuale, accettano la richiesta della loro amica Anna Maria (Jasmine Trinca, bella ed elegante) che li ha fatti incontrare.

La giovane donna siciliana, malata di tumore, chiede ai due amici del cuore di tenere per lei durante la sua degenza in ospedale i due piccoli figli Sandro e Martina. E lì nasce tutto l’intreccio. I nodi vengono al pettine.

Dopo 15 anni i due ragazzi si faranno del male e si dovranno rimettere in discussione facendo i conti con un vissuto fatto di bugie e compromessi nel tentativo di portare alla luce i motivi veri del loro innamoramento.

Perdersi per poi ritrovarsi, in mezzo ci sono le tentazioni, i fraintendimenti, le barriere create da apparenti dissidi che solo il vero amore sa superare. Sullo sfondo di una famiglia LGBT a tratti iconizzata con troppi generosi cliché, (lo avevamo già percepito ne ‘Le fate ignoranti’) spuntano due ragazzini figli del tablet e dello smartphone, cresciuti senza padre, teneri e forti, innocenti ma già fin troppo maturi.

Affidiamo alle parole del regista turco, ormai italianissimo, il compito di spiegare questo bel film: “In genere si racconta quasi sempre o la nascita di un amore, magari contrastato, oppure il momento in cui esplode la passione.

Io invece volevo raccontare due persone che stanno insieme da tanto tempo e stanno quasi per lasciarsi perché è passato il momento della passione. Sono quasi come fratelli, l’amore ha cambiato aspetto e loro non sanno più come conviverci. Il fatto che siano due uomini non è determinante, avrebbero potuto essere anche un uomo e una donna o due donne.

Ma quello che mi affascinava era proprio l’idea di come, una volta superato il sesso e la passione, un rapporto possa rigenerarsi in un modo diverso di stare insieme. Credo sia un tema che riguardi molte coppie, al di là degli orientamenti.

Ovviamente la Fortuna ci mette lo zampino facendo arrivare nella loro casa due bambini, figli di una amica che glieli affida per qualche giorno ma poi la loro permanenza si protrae.

I due protagonisti sono costretti a confrontarsi con qualcosa a cui non avevano mai pensato: non si erano mai immaginati “genitori” né la paternità era mai stata una loro fantasia o progetto. Gli capita tra capo e collo e proprio nel momento più delicato del loro rapporto”.

Insomma un gran pasticcio, apparentemente inestricabile, con un plot che prende le mosse da un fatto vero e che non vuole intervenire nel dibattito sulle famiglie arcobaleno (anche se chi scrive vuole sottolineare che invece una posizione andrebbe presa in un paese come l’Italia che non ha ancora una legge contro l’omofobia né un assetto normativo che consenta alle coppie gay di adottare dei bambini).

“Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù-prosegue il regista-con temi così importanti spero di aver fatto un film di emozioni coinvolgenti, sullo scoprirsi e il ritrovarsi, senza scadere nel sentimentalismo.

Nel gioco dell’alternanza tra commedia e dramma, riso e pianto, spero di essere riuscito a rispondere ai dubbi che mi avevano assalito quando mi capitò un fatto reale che è alla base di questo film.

Un anno fa mio fratello era gravemente malato. Sua moglie, a cui sono molto legato, mi aveva chiesto, nel caso fosse successo qualcosa di grave anche a lei, di occuparmi insieme al mio compagno dei suoi due figli.

Ha voluto che glielo promettessi. I miei nipoti, all’epoca dodicenni, sono bambini intelligenti, che parlano perfettamente altre lingue, si informano, leggono, sono curiosi, facili forse da gestire.

Eppure, questa richiesta mi ha spalancato un mondo di angoscia, di paure, di dubbi sulle mie capacità, mi ha aperto le porte su un mondo emotivo che non conoscevo e a cui non sapevo come avrei reagito. Questo film è stato un modo per esplorare quei dubbi e quelle emozioni. Per darmi delle risposte a domande molto personali”.

Divertente e macchiettistica, molto allegorica di un certo tipo di bigotto fanatismo molto radicato nel Sud Italia, la figura della vecchia Elena, interpretata da una impareggiabile Barbara Alberti, quintessenza di quello spirito tridentino, ipocrita e reazionario che ha istigato un figlio al suicidio e che pervade soprattutto la mentalità ancora troppo arretrata e provinciale soprattutto italica, per scoprire la bellezza di un amore che ancora oggi come diceva Proust “non osa pronunciare il suo nome”.

Nel cast troviamo inoltre la onnipresente Serra Yilmaz, il fascinoso Filippo Nigro, straordinario nel ruolo di uno smemorato sempre partecipe che corrobora la vis comica dei personaggi smorzando le scene più drammatiche, di Matteo Martari che è Stefano e che si sta facendo le ossa con un cinema di qualità e anche Cristina Bugatty, la transgender cool che da Pechino Express approda ora sul grande schermo con stile e ironia dando valore aggiunto a una sceneggiatura molto riuscita, firmata da Ozpetek, Gianni Romoli che è anche produttore del film insieme a Tilde Corsi, e da Silvia Ranfagni.

Ci auguriamo che molte coppie eterosessuali si riconoscano in questa vicenda struggente e intensa, descritta con un linguaggio mai troppo stucchevole né retorico, perché l’amore anche e soprattutto paterno è un diritto di tutti, non una conquista di pochi eletti.

Due parole le spenderemo sulla bellissima colonna sonora di Pasquale Catalano in cui brillano due brani cult: la ballata meravigliosa ‘Luna Diamante’ cantata dalla voce ricca di pathos della leggendaria Mina e tratta dall’album ‘Mina Fossati’ uscito a novembre, e ‘Che vita meravigliosa’ del cantautore Diodato, due perle a impreziosire un film dalla fotografia davvero suggestiva e vibrante, e quell’acqua che lava via tutte le imperfezioni e i drammi, riportandoci alla felicità primigenia.

Da vedere e se possibile da rivedere.

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E a Miami Gianni Versace creò l’uomo

C’è chi è nato per seguire la corrente e chi invece è nato per rompere gli schemi e abbattere i muri in barba al consenso della comunità.

Gianni Versace apparteneva alla seconda categoria, un sognatore geniale e intellettualmente onnivoro, interprete di una eclatante svolta nel costume, creativo poliedrico e irriverente che ha saputo liberare gli uomini dai vincoli atavici di una divisa borghese asfittica e ormai anacronistica, segnando l’avvento di un nuovo rinascimento teatrale del menswear.

Prima negli anni’80 con il ‘soft suit’, la pelle lavorata e laserata e la maglieria da temerario condottiero, poi negli anni’90 con l’estetica esuberante delle sue stampe solari e opulente e del suo minimalismo sexy e glunge, lo stilista e costumista calabrese, beniamino dei divi e delle rockstar internazionali, ha ammaliato gli uomini creando per loro l’abito di una rivoluzione caleidoscopica che affidava all’egemonia salvifica del colore e ai decori più trasgressivi e originali, spesso mutuati da un’iconografia camp e per i tempi molto evoluta, il nuovo lessico dell’eleganza virile, sempre più ‘wild at hearth’.

Era in incubazione l’identità di un uomo meno macho e più gaudente, un edonista bellissimo e spavaldo che si diverte a stregare le donne con camicie foulard stampate dai mille colori che si spalancano su muscoli turgidi e scultorei, da abbinare a pantaloni jeans couture attillati anch’essi dai colori squillanti o in morbida nappa nera sado-chic, inconfondibile cifra del mondo Versace di ieri e di oggi.

Era il 1992, l’anno delle Colombiadi, e per la collezione maschile della primavera-estate 1993 presentata in estate a Milano Collezioni Uomo con la regia di Sergio Salerni in una memorabile sfilata-kolossal, il fotografo Doug Ordway realizzò degli scatti suggestivi oggi divenuti iconici per presentare e promuovere la nuova immagine maschile bold con cui Gianni Versace, il demiurgo iconoclasta e senza regole paladino di un ‘uomo senza cravatta’, si preparava a lanciare un nuovo sasso nello stagno traendo spunto dalla sua passione per Miami, quel nuovo Eden inesplorato e popolato di creature straordinarie dove lo stilista aveva fatto costruire il suo sontuoso buen retiro nella villa fatale denominata ‘Casa Casuarina’.

Camicie e gonne sarong per lui dalle fantasie sgargianti e dalle tinte tropicali si alternavano in pedana a giubbotti e gilet molto naked da abbinare a sandali da gladiatore e foulard dalle seducenti policromie, per definire un nuovo ‘adonismo’ che affondava le radici nel superamento della cosiddetta ‘grande rinuncia’ in favore di un uomo disinibito e radicale, consapevole dell’eloquente messaggio derivante dalla sua prorompente fisicità.

A Miami a dicembre del 2019 durante la design week Art Basel Miami, la maison della medusa ha riproposto, attualizzandolo con installazioni vivaci in bilico fra moda e design curate dall’eclettica interior designer americana Sasha Bikoff nell’ambito della splendida mostra ‘South beach stories’, quel concept travolgente che per molti gentlemen un po’ azzimati suonò come uno schiaffo: un ceffone coraggioso fatto di colore e sensualità pura, nel segno di una vibrante energia latina.

Una carica rigogliosa che si può ritrovare anche negli arredi presentati dalla mostra ‘South beach stories’ di scena lo scorso dicembre nel Design District di Miami e curata dalla Bikoff che ha già collaborato con Versace per il fuorisalone del 2019.

La mostra di Art Basel Miami ha previsto anche la partecipazione dell’artista talentuoso Andy Dixon. Una esposizione memore dei fasti di una passerella che spettacolarizzava una virilità eccentrica e trionfante.

I top model di quel momento, i più belli, amati e richiesti sulla scena internazionale dei Novanta, Marcus Schenkenberg, Steven Lion, Rick Arango, James Hyde, Brian Buzzini, Gregg Avedon esibirono come opliti di una falange stilosissima, la loro spregiudicata e testosteronica bellezza plastica di muscolosi tritoni associandola a una profusione inusitata e ipervisiva di forme, tessuti, decorazioni e cromie che non aveva e non ha ancora oggi precedenti nell’immaginario collettivo.

Un prezioso volume del marzo 1993 firmato Gianni e Donatella Versace, edito da Leonardo Arte e abbellito dalle opere di Mimmo Paladino e Alighiero Boetti, dalle foto di Bruce Weber, Doug Ordway e David Vance, dallo styling suggestivo di Angelo Azzena e dalle lussureggianti illustrazioni di Thierry Perez e Manuela Brambatti, ricorda a chi quel periodo non lo ha vissuto la portata dinamitarda di quei capi, di quei corpi, di quei volti cesellati ed esaltati da mille virtuosismi coloristici e da tatuaggi campiti come pennellate ad alto tasso erotico su muscoli guizzanti.

Laddove la prestanza fisica divenne il manifesto di un vitalismo ancestrale e paganeggiante, cifra stilistica di una nuova identità maschile aperta oggi molto attuale. Nuovo appuntamento in America: la sfilata cruise coed 2021 che avrà luogo il 16 maggio 2020. Stay tuned.

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Cinecult: Star Wars: l’ascesa di Skywalker di J.J. Abrams

Siete angeli o demoni? Sitts o Jedi? E siete per la libertà o per l’odio? Sono domande che cari lettori dovrete porvi vedendo per le feste di Natale l’ultimo epico capitolo della saga fantascientifica più osannata del mondo ‘Star Wars: l’ascesa di Skywalker’ diretto da J.J. Abrams e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures che nel 2012 ha acquisito la saga dal suo creatore George Lucas.

Per chi non lo sapesse si tratta dell’epilogo di una epopea siderale che affonda le sue radici nel lontano 1977 quando chi scrive aveva appena 5 anni.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Star Wars ci ha accompagnato dall’infanzia alla maturità e continua a forgiare l’animo delle nuove generazioni, educando a incrollabili e solidi valori che oggi sono quasi antitetici alla propaganda sovranista e becera di Trump: l’inclusione, il multiculturalismo, l’estetica green, la tutela dei più deboli, l’uso della forza a beneficio di tutti, il rifiuto dell’odio e dell’imperialismo totalitario, la bellezza poetica della fantasia che tutto avvolge con la sua alchemica fascinazione.

Tutte componenti  che ritroviamo in questo nuovo, avvincente capitolo di questa fantastica e galattica epopea. Daisy Ridley, una conferma dopo il suo successo nel precedente capitolo, incarna la figura della nuova eroina della settima arte: la jedi Rey che salverà il mondo dal perfido imperatore del male Palpatine è una ragazza intrepida, sensibile e valorosa, capace di slanci e grande femminilità pur nei suoi abiti da oplita siderale, peraltro curatissimi, e complimenti ai costumisti.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

L’autocrazia è una minaccia anche nel futuro come nel presente, e il regista e gli sceneggiatori J.J. Abrams e Chris Terrio lo sanno bene: meglio la democrazia interplanetaria guidata dalla proba, saggia e virtuosa principessa Leia Organa che nel film è interpretata da una miracolosamente ‘riesumata’ Carrie Fisher scomparsa nel dicembre 2016 e che rivive sul grande schermo grazie a una speciale tecnologia denominata ‘rotoscoping’.

Interessante Adam Driver, attore pregevole e poliedrico, nel ruolo sfaccettato e non facilissimo di Kylo Ren: sarà cattivo oppure no? Diciamo pure che si tratta di un personaggio piuttosto fluido, abbastanza posh.

Interessante perché c’è un bel lavoro di definizione psicologica del personaggio, anche se non eccessivamente intimistica, ça va sans dire. Il ragazzo ha la stoffa e lo ha dimostrato a più riprese e a chi scrive la sua figura piace molto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

C’è poi il dualismo fra Finn e Poe, ovvero rispettivamente i due eroi di sfondo della scena galattica interpretati da Oscar Isaac e John Boyega, che non fanno che bisticciare ma che sono amici per la pelle quando si tratta di difendere la Resistenza dagli attacchi del Primo Ordine.

A tratti sembra di vedere Space Vampires, a tratti Shining o l’Esorcista perché in certe scene cariche di tensione scenica e di thriller dove il lato oscuro ruba la scena alla forza, il regista sembra aver calcato un po’ troppo la mano.

Lo spettacolo in tutta la sua magniloquenza è assicurato anche dal ritorno di fiamma di Billy Dee Williams nei panni del generale Lando e da qualche cammeo qua e là, immancabile diciamo.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Formidabile la macchina scenica che ovviamente punta sui virtuosismi tecnologici per stupire e sorprendere lo spettatore: ci sembra di esserci dentro nei duelli quasi 3D sullo sfondo dei flutti più impetuosi o negli inseguimenti nel deserto, magnifico.

Esilaranti i personaggi che sono ormai parte dell’immaginario dei fan della serie cinematografica: da C3Po molto sarcastico e sempre molto blasè, al gigante peloso Chubeka, fino ai mille animaletti e robot ai quali manca solo la parola.

Il film è suggestivo anche per la fotografia che non ha badato a spese: la pellicola è ambientata in parte in Giordania e in parte nei Pinewood Studios di Londra. Curiosità: il film è stato realizzato in Cinemascope ma anche in formato IMAX a scorrimento orizzontale, mentre la maschera fratturata nera che compare nel film si ispira all’arte giapponese del kintsugi che nel sol levante attraverso l’oro e l’argento serve a dar vita nuova a un oggetto rotto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

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A New York Moschino porta l’ironia della street couture

Street meets couture. È nel segno del sincretismo fra alta moda e look da ghetto fabulous che Moschino by Jeremy Scott debutta a New York in passerella.

Dopo l’en plein di Cinecittà del gennaio 2019 in omaggio al cinema visionario di Fellini, la location è ancora di quelle che non si dimenticano facilmente: quel geniaccio di Scott, per la prima volta del brand nella Grande Mela, ha scelto il New York Transit Museum di Brooklyn, dove qualche giorno fa hanno sfilato, come in un vagone della metropolitana, sia la precollezione donna che le proposte irriverenti dedicate a lui, in piena osmosi con il guardaroba per le Moschino girls.

Gag da passerella come le cerniere trompe l’oeil e le borse maxi a forma di stereo anni’90 ma anche tanti accessori sfiziosi corredano gli outfit co-ed più iconoclasti dello stilista americano che alcuni definiscono la reincarnazione del trasgressivo ed esilarante Franco Moschino.

La black culture si intreccia con lo stile altero e classy delle signorine di Park Avenue, sdrammatizzato in una carrellata di fogge antisciura ma molto sartoriali. Colori pastello e fantasie mimetiche si alternano mentre i print baroccheggianti invadono i jumpsuit agender da combinare con zainetti e marsupi in toni soft.

Il chiodo, altro elemento iconico dell’iconografia di Moschino, acquista una nuova grinta grazie a lavorazioni preziose come ragnatele di catene dorate ricamate sulla pelle e metallerie vistose molto rock ma anche un po’ Toy Boy, perché Jeremy Scott occhieggia all’estetica hard dei leather bar in cui i proseliti gay della ‘clone generation’ si riunivano alla fine degli anni’80 nei club malfamati ricavati dalle macellerie del Meat Packing district.

Tutto è ingigantito, esasperato, per un mood a tutto volume che non si prende mai sul serio in sintonia con la weltanschauung di questo dissacrante marchio che tanto lustro ha dato all’ascesa del Made in Italy.

La musica rap e il r’n’b scandiscono, insieme ai rumori assordanti delle subway newyorkesi, il ritmo delle vite di chi ha scelto di vivere nella città che non dorme mai.

Mentre i fourreau gioiello da vamp rifanno il verso alle mise ammalianti disegnate per Cher da Bob Mackie, il costumista di Elton John prima di Gianni Versace, i frac metallari body conscious da baronetto ribelle e i bomber strizzano l’occhio al Buffalo Style di Ray Petri con tanto di catenozze dorate d’ordinanza, fra cargo pants, giacche a vento color block e confortevoli tute full color virate in toni femminei.

Le stampe stereo ricordano un’epoca più analogica, quando, nell’afa estiva, i newyorkesi potevano sedersi sulle scalinate d’ingresso e ascoltare le canzoni delle estati passate, come nei film di Spike Lee, nella Harlem degli anni’90.

Dettagli cult: gli accendini giganti in stile “Bic” suggeriscono le forme delle borse da sera (abbastanza ampie da contenere non solo un pacchetto di sigarette ma un’intera stecca), mentre il tweed flirta con il denim, la grisaglia diventa sporty chic e le tenute workwear diventano iper glamour per la gioia dei membri della Moschino Community.

È l’energia di Manhattan ma anche della scena underground che riunisce ragazzi e ragazze pronti a mescolarsi e a divertirsi nella giungla d’asfalto con ironia provocatoria e trash couture fatta ad arte per épater les bourgeois.
Prossima fermata: Moschino street. Stay tuned.

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Cinecult: L’ufficiale e la spia di Roman Polanski

“Questo film dimostra che chi è accusato non sempre è colpevole”, così Emmanuelle Segnier ha chiosato lapidaria l’ultimo film del marito, il grande regista polacco Roman Polanski, di nuovo al centro di roventi polemiche.

L’uscita del film, distribuito da 01 Distribution e vincitore del Gran premio della giuria all’ultimo festival del cinema di Venezia, è stata preceduta in Francia da attacchi reiterati delle femministe contro Polanski che oggi ha 86 anni, a causa dell’accusa di stupro mossa al controverso regista di ‘Rosemary’s baby’ dalla ex attrice Valentine Monnier, per una vicenda che si è verificata 44 anni fa.

Ma con buona pace dei suoi detrattori il regista è un maestro indiscusso e con questo film che nei primi 4 giorni di proiezioni nelle sale francesi ha totalizzato 400 mila spettatori, anche Polanski sembra puntare il dito contro i suoi accusatori di ieri e di oggi: “è un film che è innanzitutto uno statement sulla tragicità contemporanea”, spiega con vigore e pathos Luca Barbareschi, coproduttore del film che è e resta indubbiamente un capolavoro, grande lavoro di ricostruzione di un’epoca e di una storia di razzismo e antisemitismo che divise la Francia, una delle pagine più buie e vergognose, oseremmo dire nella storia di una nazione quanto mai gloriosa, faro di civiltà per tutta l’Europa e stavolta responsabile di un ignominioso episodio di antisemitismo.

Quello stesso trend che oggi tanta ignobile destra sovranista sta cavalcando e riportando in auge anche nel nostro paese purtroppo, e che viene denunciato e stigmatizzato da Polanski in questo magnifico e rigoroso film di oltre 130 minuti.

L’affare Dreyfus è uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, sviluppatosi in Francia tra il 1894 e il 1906 e vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia tedesca e quindi processato per alto tradimento.

Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un’intera nazione ma fu anche relegato nell’isola del Diavolo nella Guyana Francese. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole.

Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’Accuse. In quel momento tutto poteva succedere e sul banco degli imputati alla fine salì un’intera classe politica.

Il film del geniale regista visionario concepito come un legal thriller e un kolossal elegantissimo tutto giocato sull’antinomia fra il rosso e il nero (magnifici i costumi e stupende le uniformi magistralmente ridisegnate da Pascaline Chavanne), pone l’accento, in una Francia in cui si pescava nel torbido e in una Parigi livida e volutamente imbruttita, sulla passione e l’intensità di un’indagine che svela i risvolti psicologici di alcune delle peggiori tare della società occidentale e non solo: l’antisemitismo, la xenofobia e l’omofobia che nel film si può pure cogliere, anche se non è assolutamente palese.

Il finale del film (la storia è nota) dimostra che alla fine, nonostante gli sforzi di Georges Picquart che nel film è interpretato dal formidabile Jean Dujardin (premio Oscar) che alla cieca obbedienza antepone la ricerca della verità e della giustizia, tutto è vano, l’omertà dell’esercito è stata smascherata ma tutto sommato, un ebreo in Francia resta pur sempre un ebreo e i suoi diritti non saranno mai riconosciuti purtroppo.

Una amara constatazione in un momento in cui i gilet gialli in Francia fanno scempio delle vestigia di un grande antinazista della storia francese. Picquart è un uomo dilaniato fra i suoi pregiudizi e la verità, abbraccia la causa del povero Dreyfus con onestà, anche se non è perfetto: ha una relazione con una donna sposata ma tuttavia si rivela un uomo integerrimo e molto umano.

La fotografia è straordinaria e meravigliosa la definizione dei personaggi, anche se a volte risulta quasi troppo perfetto e cerebrale, non privo di colpi di scena. Uno dei film più belli dell’anno, sicuramente da vedere, non foss’altro per l’attualità dei temi trattati: l’odio contro il diverso e soprattutto l’alluvione di fake news nell’informazione contemporanea che esisteva anche nella Francia ‘fin de siècle’, la Francia di Proust, del naturalismo francese e della nascita del cinema.

Condividiamo perfettamente l’opinione critica che ravvista nella pellicola “un’opera di impianto classico che trova la via del grande schermo in un momento storicamente giusto”.

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Cinecult: The Irishman di Martin Scorsese

Affresco epico, fra la vita e la morte, ‘The Irishman’ presentato in anteprima alla quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma alla presenza del presidente della repubblica Mattarella, segna il ritorno di fiamma di Scorsese, 9 nomination e un Oscar per ‘The departed’, una pellicola al cinema e dal 27 novembre su Netflix.

Sullo sfondo della romanzata biografia di Jack Sheeran, protagonista del film e del romanzo omonimo che da questo è tratto (il libro ‘L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa’ scritto da Charles Brandt), scorre inesorabile la storia degli Stati Uniti che si dipana intrecciandosi con la malavita.

La monumentale pellicola (dura oltre tre ore) costata 160 milioni di dollari, prende le mosse dal racconto dell’irlandese Jack Sheeran, un sicario che fa carriera in politica e che ripercorre la sua vita dalla sua carrozzina, ormai vecchio e prossimo alla morte.

La sua voce narrante conduce lo spettatore in un mondo di affari loschi e di torbide collusioni fra politica e malaffare, laddove i boss di cosa nostra puntellano la causa del sindacato di Jimmy Hoffa, che negli anni ’50 in America era più potente di Elvis e che scomparve misteriosamente dopo essere uscito dal carcere.

Nel film la storia americana viene evocata in modo magniloquente e dolente insieme: dalla crisi missilistica della baia dei porci all’assassinio di JFK (eletto pare proprio grazie alla mafia italo-americana), la guerra del Vietnam e soprattutto il Watergate.

Era dal 1995 che il regista americano e Robert De Niro, che in questo film è Jack Sheeran, non lavoravano più insieme, esattamente dall’epoca di Casinò. Il cast punta tutto su un formidabile Al Pacino, diretto qui per la prima volta da Scorsese, e che per il suo ruolo di Jimmy Hoffa in questo film potrebbe, secondo molti autorevoli e bene informati, ambire a una statuetta come miglior attore protagonista.

La vita di Sheeran, grazie all’incontro con Russell Bufalino (uno straordinario e tragicomico Joe Pesci) cambia radicalmente: da addetto alle consegne di quarti di bue soprattutto ai boss della mafia diventa imbroglione e sicario della mafia, guardia del corpo e poi comprimario politico di Jimmy Hoffa che nella realtà scomparve misteriosamente.

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Bellissimo il racconto del rapporto fra Jack Sheeran e la figlia, testimonianza eloquente dei fallimenti del veterano di guerra che aderisce alla mafia e rinnega la sua famiglia nel tentativo di proteggerla.

Il film è una riflessione sulla lealtà e il tradimento, sul tempo che passa e la caducità degli eventi che tendono sempre a essere dimenticati dove la criminalità organizzata è analizzata solo nel contesto del film e con un punto di vista, un approccio più umano e vagamente melanconico dove prevale una tensione drammatica palpitante e un interessante ed eloquente lirismo, il tutto condensato in una tecnica registica formidabile e ben collaudata e in una fotografia magistrali.

Nel cast giganteggiano intorno al triumvirato dei titani del cinema, anche Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin e Jack Huston. Netflix ha reso possibile questo film e Scorsese lo ha sottolineato energicamente consentendogli, grazie a degli effetti digitali sperimentali sviluppati da Industrial Light & Magic, di ringiovanire artificialmente gli attori, i suoi amici che Scorsese intendeva appunto valorizzare appieno, evitando di sostituirli sullo schermo con attori più giovani quando si risale indietro nel tempo di 30 anni.

“Oggi il cinema propone kolossal che paiono dei parchi giochi tratti dai fumetti ma è assurdo che questi film possano essere definiti cinema”, parola di Martin Scorsese, amatissimo da Giorgio Armani che varie volte gli ha affidato il compito di rappresentare la sua potente, distintiva identità.

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Cinecult: L’inganno perfetto di Bill Condon

Arriva nei cinema il 5 dicembre quello che potrebbe essere, e ce lo auguriamo, l’anti-cinepanettone per antonomasia, ovvero il film ‘L’inganno perfetto’ di Bill Condon, distribuito da Warner Bros. Il film è un gioiello di sceneggiatura e di acting sublime, d’altronde c’era da aspettarselo dato che riunisce per la prima volta sul grande schermo due titani della settima arte come Helen Mirren e Ian McKellen.

I due favolosi attori si sono misurati sul palcoscenico di Broadway in ‘The dance of death’ di Strindberg. Il film si innesta in uno spunto di grande attualità. In un mondo in cui tutto è fake, bisogna guardarsi sempre le spalle, e chi truffa a volte potrebbe essere… truffato?

Il genio della truffa Roy Courtnay (McKellen) ha messo gli occhi su una nuova preda: Betty McLeish (Helen Mirren), una donna da poco rimasta vedova che vale milioni di sterline. E Roy intende prendersi tutto. Fin dal loro primo incontro, Roy inizia a manipolare Betty con il suo collaudato modo di fare, e Betty, che sembra alquanto affascinata da lui, lo asseconda.

Ma questa volta, quella che sarebbe dovuta essere una semplice truffa si trasforma in un gioco del gatto con il topo, dove la posta in palio metterà in luce i più insidiosi inganni che li porteranno entrambi attraverso un campo minato di pericoli, intrighi e tradimenti.

Il film è basato sul bel romanzo di Nicholas Searle edito da Rizzoli e dimostra la caducità estrema delle macchinazioni: chi la fa l’aspetti, direbbe un adagio popolare. E quello che più piace nel film è questa ambiguità perenne, questo intreccio di suspence e di drammatico ricco di colpi di scena dove nulla è mai quello che appare proprio come nella società 4.0.

Magnifici i trench e gli abiti di McKellen, dandy iconico del cinema british che trasforma ogni inquadratura in uno spettacolo di stile e in un capolavoro di sublime undersatement. Oggi le donne subiscono quotidianamente torti e ingiustizie e anche se si parla molto di parità, non abbastanza si è fatto in questo senso.

Helen Mirren è una personalità ‘incontournable’, davvero irresistibile, e il film andrebbe visto anche solo per lei e per la sua sovrana eleganza. Non vogliamo spoilerare ma la scena della metro ambientata a Londra è davvero bella, anche per il modo impeccabile in cui è girata.

Brillante, ricco di ironia e di verità nascoste, il film scorre leggero e vitale lasciando lo spettatore incollato alla poltrona, fra arte e intrattenimento. La magistrale padronanza della macchina da presa e la fotografia intensa e vibrante lasciano senza fiato.

“È un thriller dall’atmosfera hitchcockiana, dove si intrecciano elementi di mistero, criminalità e passioni umane. La storia rivela l’affascinante patologia di un truffatore in carriera e la cosa più bella dei film come questo è che non sai mai cosa succederà e perché”, spiega il regista, che nel film rivela senza supponenza la sua vasta e riconosciuta sapienza teatrale, e chi scrive assicura ai lettori cinefili e non, che c’è assolutamente da credergli.

Le critiche stanno a zero perché il film non offre fianco a critiche. Quindi non perdetelo!

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Jean Pierre Xausa e gli ultimi dandy

Si fa presto a dire dandy. Se volete sapere cosa significa oggi essere un membro del club dei sofisticati e maledetti che da Lord Brummel in poi hanno loro malgrado segnato in modo indelebile l’arte del vestire al maschile, chiedetelo a lui, Jean Pierre Xausa.

Si aggira sbarazzino nei luoghi deputati alla celebrazione dell’effimero, fra Roma, Firenze, Milano, questo bizzarro gentleman dai modi cortesi. Ti sembra di vederlo ovunque , con i suoi baffi a manubrio di 34 centimetri, il pizzetto curatissimo raccolto in una treccina che gli ha valso la vittoria in varie gare di barba a livello internazionale, e dulcis in fundo, per vederci chiaro, gli occhiali tondi che fanno subito ‘intéllo’, gli stessi che portava il compianto Gianfranco Ferré.

“Sono una perla rara diciamo-spiega Xausa senza falsa modestia-solo in pochi nel mondo scelgono come me di modellare il proprio look sulla falsariga di un oracolo di stile quale era Oscar Wilde, martire del dandismo moderno che non a caso diceva: “Il dandismo è a modo suo il tentativo di affermare l’assoluta modernità della bellezza”. Una massima di vita che Jean Pierre ha fatto incidere, come mostra orgogliosamente, su un prezioso braccialetto dal quale non si separa mai.

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Parlare con Xausa, un dandy old school ma anche un hipster che pare uscito da una macchina del tempo, con la sua redingote damascata (o finanziera) completa di gilet, la cravatta di seta ma ça va sans dire, eco-friendly, la bombetta e il bastone da passeggio con pomello d’argento, significa fare delle inedite scorrerie nella storia della moda, ma anche, per certi versi, calarsi nell’attualità.

Perché i suoi proseliti, i dandy più accaniti in versione 4.0 che da ogni parte del mondo (Parigi, Chicago, Bombay e così via) convergono ogni anno ad Arezzo i primi di maggio, indossano sì completi super ricercati di allure sartoriale e di impronta vittoriana (o umbertina se preferite), ma poi li vedi sfrecciare come provetti motard sulle loro Harley Davidson o le Triumph, per mettere il turbo allo stile.

“Sono i centauri raffinati adepti del club ‘Gentleman’s ride’, una parata di uomini eleganti, impeccabili nei loro suit in tartan, che seguono una consuetudine nata in Australia, quella di sfilare in abito formale su una motocicletta, e lo fanno per scopo benefico -racconta Xausa-infatti raccolgono fondi che saranno devoluti alla ricerca per curare e debellare alcune malattie mentali e il cancro alla prostata, patologia tipicamente virile”.

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L’idea nasce dall’australiano Mark Hawwa. Invaghitosi di una foto che ritraeva Don Draper di ‘Mad men’ in un abito raffinato, Mark ha deciso di mutuarne i codici di stile fondendo l’eccellenza del classico e il gusto vintage trasfuso in una nuova estetica maschile, dinamica e disinvolta, ma per una buona causa. E Jean Pierre è proprio la tipica icona dei nostri tempi che con le sue giacche tre quarti di seta blu gessata e la sua cravatta dal nodo in eco pelle realizzata con stampante 3D, parla quel linguaggio colto e sostenibile.

Chi lo conosce sa che in realtà Jean Pierre si divide fra la sua attività di metalmeccanico e la sua passione per gli abiti. Il sacro fuoco della moda arde in questo curioso personaggio dall’aria dignitosa fin dall’infanzia, da quando cioè la madre, cuoca elegante e attenta alle mode, lo vestiva come il piccolo lord al quale perfino Yves Saint Laurent dedicò una collezione di haute couture. La divisa d’ordinanza sartoriale frutto delle fatiche materne, prevedeva: giacca di velluto, papillon e caschetto biondo.

Originario di Remanzacco, in provincia di Udine, classe 1971, Jean Pierre ha ricevuto un’educazione con tutti i crismi. “Ho studiato in Svizzera e ho affinato la mia creatività attraverso corsi specializzati in grafica e una speciale tecnica di realizzazione dei mosaici, e anche un corso di Belle Arti’.

E siccome la vocazione alla moda non nasce per caso, Jean Pierre ha deciso di declinarla in una linea di moda maschile bespoke, la ‘Mr. JP’ fatta ad arte sul fisico di chi la ricerca e la chiede. Un guardaroba da connoisseur che Xausa disegna e sviluppa dal 2016 in tandem con i suoi amici sarti siciliani, milanesi e friulani, e che si evolverà ben presto anche in un concept di moda femminile.

Un inno al vintage a all’artigianato più autentico che ha conquistato i social, perché oggi il gusto del passato è una vera scoperta per i più giovani: “la mia moda maschile segna la riscossa dei ‘pavoni’, di quei dandy che, sulla falsariga degli elegantoni dell’epoca vittoriana attualizzata, vedi camminare per le vie della Fortezza da Basso a Firenze durante Pitti Uomo, una manifestazione cult alla quale ho partecipato con le mie creazioni maschili e che ho deciso di accompagnare con una piastra elettrica di mia invenzione che consente di curare la barba in modo ottimale, un altro fiore all’occhiello di noi dandy postmoderni”.

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Aspromonte di Mimmo Calopresti

Un film che parla di vita e verità, lontano dal clamore dei blockbuster miliardari, avulso dal circuito aulico del cinema divistico di massa, un film ‘Aspromonte, la terra degli ultimi’ distribuito da Italian International Film e prodotto da Fulvio e Federica Lucisano con Rai Cinema.

Una pellicola one of a kind e di turgido lirismo che non è sicuramente patinata, ma che è girata magistralmente e con indiscutibile raffinatezza, frutto del talento e dell’esperienza solida di un regista alternativo come Mimmo Calopresti, famoso per le sue pellicole di impegno e di denuncia etico-civile come ‘la seconda volta’ e ‘la parola amore esiste’, e dei suoi attori.

Marcello Fonte in primis, meraviglioso interprete che è poeta sul grande schermo ma soprattutto nella vita e, lo ricordiamo, Palma d’oro per ‘Dogman’ di Matteo Garrone, l’intensa e carismatica Valeria Bruni Tedeschi, una star internazionale che dopo le riprese ha scoperto che nella vita avrebbe voluto fare la maestra invece che l’attrice ma che recita sempre splendidamente.

E poi Sergio Rubini, altero e mai impettito nel ruolo del boss malavitoso di turno che vuole arginare il progresso, e Francesco Colella, attore portentoso che rivedremo in ‘Zero Zero Zero’ di Stefano Sollima, scelto dal regista per il ruolo di Peppe che insieme al figlio gestisce a livello drammaturgico una riflessione dolente e un’amara consapevolezza.

Infine emerge Marco Leonardi di cui ricordiamo gli esordi accanto a Ida di Benedetto in ‘Ferdinando uomo d’amore’ e soprattutto per ‘Nuovo cinema Paradiso’ di Giuseppe Tornatore e per ‘Anime nere’.” Aspromonte la terra degli ultimi è il racconto del Sud, del suo orgoglio, della forza della sua identità che diventa prigione, della grandiosa bellezza della sua natura che si intreccia con la miseria delle condizioni di vita, del suo isolamento e del sogno disperato dei suoi abitanti di far parte di un mondo più grande, è il racconto dell’impossibilità di un riscatto collettivo, della condanna all’abbandono e all’emigrazione come unica possibilità di rinascita.

Bisogna combattere per affermarsi, per esistere, per conquistarsi un futuro migliore e far vincere la civiltà sull’arretratezza di una vita buia e senza speranze. Bisogna darsi sempre una speranza, una via d’uscita, costruirsi una strada, un progetto per uscire da una situazione disastrosa che ti è stata assegnata da chissà chi. Alla fine, è un film che è il percorso di vita di un ragazzo che vuole cambiare il proprio destino, che intraprende un percorso di crescita e riscatto da una situazione difficile, che crede a una strada che lo possa portare verso la modernità.

Alla fine della sua vita di successi lontano da Africo e dalla sua terra (la Calabria), sentirà il bisogno di tornare per rivedere per l’ultima volta il posto dove è nato e cresciuto, per riassaporare l’aria di libertà che gli era rimasta attaccata addosso per tutta la sua vita. È un film che racconta non il rimpianto della propria infanzia, ma il ricordo di quello che si è stati, di quello che si sarebbe potuto essere, e soprattutto la bellezza di aver potuto vivere un sogno ed essersi nutriti del gustoso cibo dell’utopia con pienezza e soddisfazione.

Infine i vividi colori del paesaggio paradisiaco dell’Aspromonte vinceranno sul bianco e nero di una vita povera e senza speranza; gli ultimi della terra non si arrenderanno, consapevoli che solo combattendo tutti insieme possono vincere e affermare il loro diritto a un’esistenza soddisfacente e dignitosa”, scrive in modo eloquente il regista nelle sue note. 

Nella sua brulla magniloquenza, questo film strizza l’occhio al linguaggio crudo ed epico del western per elaborare un racconto asciutto ma romantico, virile e delicato, affresco corale che attraverso una narrazione nuda ma elegante propone l’urgenza insopprimibile della riflessione sulla insostenibile sperequazione sociale e del divario fra Nord e Sud.

Ma cos’è Aspromonte? È la terra lucente, dove non manca niente, come dice il poeta nel film: ci sono le montagne, il mare e c’è il silenzio. Una terra dove i sogni possono acquistare un timbro diverso, perché servono a farci sentire liberi, ci fanno essere quello che siamo. La storia, tratta dal romanzo ‘Via dall’Aspromonte’ di Pietro Criaco e scritta da Mimmo Calopresti e da Monica Zapelli, è ambientata ad Africo, un paesino arroccato nell’Aspromonte calabrese, negli anni ’50, dove una donna muore di parto perché il dottore non riesce ad arrivare in tempo a causa dell’assenza di una strada di collegamento.

Gli uomini, esasperati dallo stato di abbandono, vanno a protestare dal prefetto. Ottengono la promessa di un medico, ma nel frattempo, capitanati da Peppe, decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l’opera coraggiosa. La questione meridionale non è mai stata così attuale e Calopresti fornisce la sua accorata e riflessiva lettura di questo tema spinoso con una forza espressiva che parla alla pancia e al cuore.

Un inno fulgido a una terra, la Calabria, dove è bello tornare anche quando tutto sembra sgretolarsi, ma i valori no, quelli no. Mai. Tensione civile, romanticismo rurale si intrecciano a comporre un affresco radioso e denso di umanità in cui le vite dei lavoratori della terra e dei pastori si dipanano sulle note di un luminismo possente eppure sempre garbato. La tessitura del film é esteticamente perfetta sia a livello di fotografia che per la sceneggiatura, abile la gestione dell’inquadratura condotta con una tecnica pittorica neoimpressionista.

La nobiltà della miseria e la sovrana eleganza della semplicità davvero disarmante sono al servizio di una storia di soffuso intimismo. Sobrio ma icasticamente efficace, lo storytelling è impreziosito da una musica vibrante, rigogliosa. Il poeta é la figura chiave che racchiude la saggezza di una comunità intera, umile ma pervasa da un’ancestrale dignità.

Il film vola alto e contrappone all’inesorabile destino di una terra bella ma amara e dimenticata, la magia delle letteratura. Una trama pastosa e mai stucchevole e una sinfonia di paesaggi eccezionali completano un quadro d’autore. Da vedere, e per certuni da rivedere, soprattutto per quella sinistra imborghesita che non ascolta il grido di riscatto del nostro Sud.

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Ph: Nazareno Migliaccio Spina

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Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen

Ha ancora senso parlare di romanticismo in un’America dominata da Trump e dal suo machismo guerrafondaio, dai tabloid senza filtri, dalle fake news e da una Hollywood che si alimenta di scandali in cui tutti flirtano con tutti? Secondo Woody Allen sì.

E lo conferma nel suo ultimo film ‘Un giorno di pioggia a New York’ scritto e diretto dal geniale regista e distribuito da Lucky Red, nelle sale italiane dal 28 novembre. Diciamo subito che per chi scrive le polemiche stanno a zero, quello che interessa a noi in questa sede è il Woody Allen artista, che in questo film torna alla sua forma smagliante.

E torna anche alle sue passioni, una New York vista in un’ottica di un intellettuale quasi europeo e all’arte di raccontare emozioni affidandole a protagonisti giovani simboli di una nuova generazione di Hollywood, Timothée Chalamet che nel film è Gatsby un giovane studente ricco e annoiato, ed Elle Fanning, assurta con ‘Neon demon’ a nuova icona glamour della scena fashion-cinematografica e che nella pellicola di Allen interpreta Ashleigh una ragazza provinciale ma ambiziosa dell’Arizona figlia di banchieri, apparentemente semplice e solare, in realtà un po’ ottusa e superficiale.

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Woody Allen riesce a dare carattere con una sceneggiatura dinamica, brillante e sofisticata, ricca di colpi di scena eclatanti davvero sorprendenti, una giostra vera e propria che è anche una sorta di educazione sentimentale in cui i personaggi sono alla ricerca di sé stessi.

New York è una città magnificamente snervante, e gioca un ruolo chiave nel film insieme alla pioggia, intesa secondo chi scrive come bagno purificatore e catartico, amato da Gatsby e disprezzato da Asleigh, una pioggia che lava via le impurità dell’anima e i moralismi mistificatori, ma che sa essere anche molto romantica e sensuale come dimostra anche ‘la pioggia nel pineto’ di dannunziana memoria.

Briosa e leggera ma anche estremamente profonda, questa graziosa commedia riesce ad andare a fondo nelle pieghe più riposte dell’anima dei personaggi alla ricerca di un romanticismo antico nella sua matrice ma in realtà molto contemporaneo. Come nel caso di Chan (Selena Gomez che grazie alla magistrale direzione di Woody Allen acquista un risalto molto gradevole nella storia) che dissimula con un finto cinismo il suo romanticismo più autentico e vibrante.

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Nel film Woody Allen non risparmia le sue critiche alla Hollywood di oggi presentata come una fucina di mitomani e depressi ma anche di infingardi playboy senza scrupoli. Un regista depresso interpretato da un efficace Liev Schreiber, attraversa un periodo di forte vulnerabilità a causa del suo stucchevole e problematico perfezionismo.

La giovane Ashleigh arriva a Manhattan con il fidanzato Gatsby a caccia di uno scoop e per intervistare il cineasta rischia di essere concupita da lui. Jude Law è Ted Davidoff, sceneggiatore un po’ balordo e anche lui tormentato che si rivela un gran fedifrago. A Hollywood non si salva nessuno, nemmeno il macho latino Francisco Vega (interpretato da Diego Silva) che colleziona flirt e tenta di sedurre Ashleigh, che sembra cadere in tentazione.

Ma l’arguta disamina psicologica e sociale del grande cineasta prende ovviamente le distanze dalla retorica mormonica e moralista che presidia da sempre il cinema americano: Woody Allen non giudica nessuno ma semmai si incanta di fronte alla disarmante ingenuità e alla coquetterie zuccherosa e un po’ svampita di Ashleigh e al disagio esistenziale del triste, tenebroso e insicuro Gatsby, rampollo antisociale dell’élite wasp americana e allevato dalla madre in un clima di dorato isolamento che nel film lui stesso definisce “una pretenziosa adeguatezza”.

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L’amore è dominato da dinamiche spesso imperscrutabili mentre tutto sembra pervaso da un sentore di ineluttabile caducità. Le uniche certezze sono che “non esistono in America giornali non scandalistici”(e qui il regista si toglie un sassolino dalla scarpa denunciando la stampa a stelle e strisce colpevole di veicolare fake news destituite di qualunque fondamento probatorio) e che “la vita vera è fatta per chi non ha niente di meglio da fare”, come chiosa la giovane Chan.

Timothée Chalamet, che vedremo presto in ‘Piccole donne’ di Greta Gerwig e che abbiamo ammirato in ‘Chiamami col tuo nome’ di Luca Guadagnino film per il quale è stato candidato all’Oscar, viene valorizzato dal regista grazie a una parte che sembra essergli pennellata addosso.

Canta al pianoforte con intensità pregnante e un certo pathos una languida canzone romantica degli anni’40, la celebre ‘Everything happens to me’, e la sua vocazione a diventare l’idolo della generazione Z è sicuramente amplificata e confermata da questa pellicola, mirabilmente illuminata dalla fotografia di Vittorio Storaro alla sua terza, suggestiva collaborazione con Woody Allen, e impreziosita dai costumi di Suzy Benzinger che ha già lavorato con Woody Allen in 10 suoi precedenti film e che qui riesce a ricostruire, attraverso gli abiti, belle giacche over spigate firmate Ralph Lauren assortite a chinos beige e cravatte slim regimental in perfetto stile Ivy League, l’identità di un personaggio sfaccettato come Gatsby, ragazzo allampanato e attanagliato da sottili psicosi e tribolazioni esistenziali.

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Woody Allen ha voluto, attraverso i costumi, tributare forse un omaggio al grande stilista americano soprattutto perché costui disegnò nel 1977 il guardaroba di scena di Diane Keaton e Woody Allen per il film ‘Io e Annie’ che collezionò varie statuette durante la cerimonia degli Academy awards.

Inoltre Allen non ha lesinato ammirazione nei confronti di Ralph manifestando la sua approvazione e stima immutata negli anni per lo stilista nel docufilm di Susan Lacy ‘Very Ralph’. Questo è un film positivo in cui il regista sembra voler evadere dalle vorticose e aberranti polemiche basate su accuse ormai archiviate che hanno tentato di ostracizzare il grande cineasta e lo scrittore.

A 84 anni suonati Woody Allen è più combattivo che mai ed è impegnato sul set del suo ultimo film che sta girato in Spagna con Gina Gershon, schieratasi dalla sua parte accanto a Javier Bardem, Anjelica Houston, Scarlett Johansson e non ultimo il fratello del regista Moses. Fino a quando durerà questa infausta caccia alle streghe? Nel frattempo noi continuiamo a sottolineare il nostro preponderante interesse per l’Allen artista e pensatore ribadendo che i suoi film hanno scandito le tappe della nostra esistenza.

Un grazie sentito a Lucky Red che ha portato finalmente in Italia questo buon film ignorando scandali e linciaggi mediatici. Una grande lezione di equilibrio e lucidità.

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L’uomo nuovo di Valli per H&M fra Cobain e Caravaggio

Approda anche nei negozi italiani la nuova collezione speciale dell’anno di H&M. “Giambattista Valli loves H&M” è il nome della capsule collection firmata dallo stilista ormai di casa a Parigi (ci vive e lavora da 22 anni) e che però ha scelto la sua città, Roma, per presentare al gotha della stampa internazionale e a vari vip e influencer i modelli della nuova collezione di alta moda democratica.

Una collezione agender perché oggi parlare di genere nella moda è desueto. E Roma perché, come dice lo stilista che da anni ormai sfila con la sua maison di alta moda a Parigi, è una città straordinaria e perché è ricca di opere d’arte. Caravaggio meets Francis Bacon è il tema dominante della collezione maschile, un debutto del couturier romano nel menswear, che si snoda in uno storytelling molto glunge con un’ispirazione palese a Kurt Cobain e agli anni’90.

Pellicce e pantaloni mimetici, giacconi di jeans slavato e giubbini di pelle rossa. Una collezione romantica, inclusiva, come se Kurt Cobain potesse indossare liberamente gli abiti di Courtney Love e viceversa. Senza stagioni e senza tempo, fatta per durare. Libera e preziosa. Silhouette marcate e sartoriali, il glamour che invade la vita quotidiana.

Capo chiave è il blazer doppio petto, disponibile in una versione tigrata piuttosto sorprendente, pensato per essere indossato con pantaloni cargo, per un look street style anziché formale. Le camicie eleganti sono altrettanto sorprendenti: una senza colletto in seta bianca con pettorina a pieghe, un’altra intrisa di stampe floreali; l’umile camicia in denim è ricamata sul colletto e davanti con fregi total black molto napoleonici.

La marsina ricamata è un omaggio alla giacca indossata dagli intellettuali e dagli artisti francesi che si uniscono all’Académie Française. I ricami ispirati alle alte uniformi militari glamourizzano la giacca in denim sbiadito. Il parka a coda di rondine è sovrastampato con ritratti artistici, pelle rossa e tessuti pregiati conferiscono ai blouson un’allure aristocratica.

Giambattista Valli ha dato il suo tocco ai capi base dell’abbigliamento di tutti i giorni come T-shirt, felpe girocollo o con cappuccio. Il capo di punta è una felpa nera raffigurante un’opera d’arte e un filo di perle bianche applicato intorno al collo, vagamente inutile. Print leopardo e motivi floreali arricchiscono magliette e felpe. I ricami ispirati dalle alte uniformi militari conferiscono alla felpa con zip un tocco maestoso. Maglie felpate e pantaloni sportivi sono declinati in stampe animalier. Ufficiale e gentiluomo ma con un’aria wilde e rock.

I vally boys sono spavaldi e sfilano in livrea con le dame Valli vestite di tulle rosso fiamma plissé con le maniche ad ali di angelo e i tronchetti di pizzo con tacchi a spillo. Un inno alla libertà anche se quelle perle al collo proprio restano un po’ anodine. Nonostante i prezzi accessibili resta da capire quanti uomini si vestiranno mai così, cappotti neri a colonna stile Matrix, pantaloni di paillettes nere e capispalla dark bohémien con la schiena stampata con quadri di Caravaggio, fermo restando che gli abiti femminili sono di una grazia squisita.

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Il mito di Ralph Lauren rivive in ‘Very Ralph’

Chi dice Ralph Lauren pensa subito all’America. È da questa idea che prende le mosse il docu-film ‘Very Ralph’ diretto e realizzato da Susan Lacy, trasmesso su HBO e in esclusiva in Italia su Sky Arte il 16 novembre. La regista che ha già firmato due lavori poderosi, uno su Steven Spielberg e l’altro su Jane Fonda, entrambi biopic in forma di storytelling documentario, ha impiegato 10 anni per riuscire a intervistare Ralph Lauren e arrivare a definire il progetto del film con lui.

“Mi sono preparata con accuratezza per realizzare questo progetto che ha richiesto 15 interviste con lo stilista e sei mesi di lavoro, amo Ralph Lauren perché la sua moda è portabile; la difficoltà è stata realizzare un film che fosse il mio film, non quello di Lauren, ma credo di esserci riuscita, Ralph Lauren ha sempre avuto una visione ed è salito su un treno da cui non è ami sceso, per citare Anna Wintour”, ha spiegato la stilista alla conferenza stampa del docufilm.

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma edizione 2019 (la quattordicesima della festa) il film risulta particolarmente interessante e ricco di informazioni nella prima parte in cui si ripercorre l’infanzia di Ralph Lipschitz, vero nome dello stilista di origini russe ebraiche, nato a New York nel Bronx da un padre pittore e artista che gli ha trasmesso la passione per il colore e l’arte.

Ralph Lauren è l’incarnazione del sogno americano, un self made man amante dei bolidi di lusso, delle case arredate con raffinatezza e senza badare a spese, dei cani, dei cavalli, della vecchia Hollywood, del cinema e di sua moglie, Nicky, la sua musa perché come dice lo stilista nel film :”la sua è una bellezza naturale, la vedo la mia donna ideale con i lunghi capelli al vento su una decapottabile”. E le donne americane da quel momento lo hanno seguito.

Tutto però è cominciato dal menswear dove Ralph (non da solo naturalmente, c’era anche Giorgio Armani e Calvin Klein che infatti compare nel film) ha rivoluzionato lo stile: se prima di lui gli uomini si vestivano in divisa (Flugel parlò della ‘grande rinuncia’), già verso la fine degli anni’60 con la contestazione giovanile, Ralph pensò che gli uomini avevano la necessità di un guardaroba glamour e sexy, più casual ma non meno elegante. Una sintesi di spirito pop americano, di leisurewear e di tailoring made in Savile Row che conquistò gli uomini americani.

Dalle cravatte dall’ampiezza inedita e dai colori squillanti che vendeva in un ufficio nell’empire state building nella Grande Mela, Ralph Lauren arrivò all’intero guardaroba, conquistando le vetrine di Bloomingdale’s i primi a credere in Ralph Lauren. Lui stesso aveva ideato nuovi accostamenti, la giacca militare vintage stile Jimi Hendrix sui pantaloni formali, la giacca di tweed sui jeans da portare con gli stivali texani, e riformulò già nel 1970 i codici della moda maschile sulla scia della rivoluzione del pavone a Londra e della grande svolta nel menswear introdotta da Yves Saint Laurent, Ted Lapidus e Pierre Cardin.

Lo sportswear si mescolò con il formale, sull’onda del successo delle coloratissime polo con il simbolo del cavallino, il polo perché per Ralph rappresenta lo sport d’élite per antonomasia. Le icone di Ralph sono Frank Sinatra, Fred Astaire, Cary Grant. Ralph Lauren voleva fare l’attore o il regista di cinema e il cinema è preponderante nell’estetica evocativa e aspirazionale del marchio a stelle e strisce.

Poi arrivò il ready-to-wear femminile che contamina lo stile country, il gusto della aristocrazia wasp americana (molto presente nelle collezioni di Ralph Lauren), il look anni’30 delle star di Hollywood, lo stile safari e il folk dei nativi americani, il gusto tappezzeria, il look vittoriano, ecc. La moda di Ralph Lauren è un po’ un collage, una forma di eclettismo come si racconta nel film.

Tutto è eleganza e bellezza e lo stilista dice chiaramente di non essere un avanguardista ma di puntare su un classico contemporaneo che sia timeless. La seconda parte del docufilm è inutilmente agiografica e sembra uno statement politico a favore dell’american style: gli americani a differenza degli italiani fanno quadrato e non si fanno la guerra in ridicole scaramucce come usano i principi della moda italiana. Vanessa Friedman e Anna Wintour rincarano la dose spezzando una lancia affilatissima a favore del mondo di Ralph, quasi che Ralph Lauren avesse inventato la moda a livello globale, errore dettato da un intendimento palesemente celebrativo e anche un po’ mistificatorio.

Si salva la parte in cui si racconta che Ralph Lauren ha aperto all’inclusione e ai modelli e modelle di colore: Tyson Beckford, un bellissimo modello muscoloso fotografato per la prima volta nelle riviste da Bruce Weber (artefice del successo mediatico di Ralph Lauren a livello planetario) in abito formale gessato, e Naomi Campbell, la ‘venere nera’ che, come rivela la regista, “è stato faticoso contattare perché è sempre impegnatissima”. Ed è vero che i rapper rubavano i suoi capi nei department store perché li ritengono uno status symbol (e Kanie West che è un’altra icona ebony al maschile che sfoggia spesso Ralph Lauren anche nei concerti).

Pregevole la ricostruzione attraverso le testimonianze di Woody Allen, Calvin Klein, Hillary Clinton, Tyson Beckford, Karl Lagerfeld, André Leon Talley, Jason Wu, Martha Stewart, la succitata Vanessa Friedman (che esalta Lauren e puntualmente stronca gli stilisti italiani e francesi perché non sono americani), Paul Golderberger e altri. Quotato a Wall Street dal 1997, Ralph Lauren è un impero miliardario diffuso in tutto il mondo e non ha certo bisogno di fanfare o di panegirici.

Peraltro nel film c’è un’omissione fondamentale: Ralph Lauren ha disegnato i magnifici costumi per Robert Redford nel film ‘Il grande Gatsby’ (1973) e quelli di Diane Keaton per ‘Io e Annie’ di Woody Allen (1977) dove veste Diane Keaton con abiti maschili: gilet, cravatte, ampi cappelli, giacche mannish.

In questo ci duole ammetterlo Ralph Lauren non è stato un innovatore assoluto come il film vorrebbe far credere: già Giorgio Armani profeta del minimalismo androgino, in un’epoca di emancipazione femminile vestiva la super manager Marisa Bellisario con outfit da ‘powerdressing’ ispirandosi al libro ‘Dress for success’. E vestì Richard Gere proprio come un dandy stile ‘Il grande Gatsby in ‘American Gigolò’.

Armani ha portato la moda nel cinema, Ralph Lauren ha portato il cinema nella moda. E questo è pacifico crediamo. Ma i due rivelano anche delle grandi affinità: “Entrambi sono sul trono del loro impero e ne sono proprietari e questo è raro nella moda -commenta Susan Lacy- inoltre entrambi sono due grandi sarti”.

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Ph: Albert Jade

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A Roma cala il sipario sulla Festa del Cinema con Viola Davis

Questa edizione della Festa del Cinema di Roma sarà ricordata come la ‘festa delle donne’. Se non altro anche perché, oltre al fatto che 19 registe hanno presentato i loro film alla festa, il film vincitore del premio del pubblico BNL BNP Paribas assegnato dalle preferenze del pubblico racconta il dramma del femminicidio.

Parliamo di ‘Santa subito’ di Alessandro Piva, un documentario che apre nuove riflessioni su un tema molto dolente in un’epoca in cui gli uomini, attanagliati dalla paura del diverso che è in loro, si riallacciano allo schema patriarcale e misogino che ha decretato l’ascesa dei regimi totalitari nel Novecento.

Santa Scorese, giovane attivista cattolica della provincia di Bari, per anni subisce le morbose attenzioni di uno sconosciuto molestatore, ma non mette mai in discussione la sua vocazione all’aiuto del prossimo e il suo percorso spirituale. La sera del 15 marzo 1991, al rientro a casa, Santa viene accoltellata a morte dal suo persecutore, davanti agli occhi impotenti dei genitori e di una società all’epoca impreparata ad affrontare i reati di genere e lo stalking. Aveva ventitré anni.

“Tra femminicidio e martirio, Santa subito racconta la storia di un destino annunciato. Paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore” dice Alessandro Piva, una nomination ai David di Donatello al suo attivo.

‘Santa Subito’ è uno dei dieci titoli prodotti attraverso il “Social Film Fund con il Sud”, progetto promosso da Apulia Film Commission e Fondazione con il Sud. Un’altra lezione di civiltà che oggi il cinema può dare seriamente, anche ai giovani, assidui della festa.

La festa si è chiusa in bellezza anche con il premio alla carriera a Viola Davis, meravigliosa attrice, da parte di Pierfrancesco Favino, in corsa per l’Oscar per ‘Il traditore’ di Marco Bellocchio. Ecco qualche nota sulla diva. Prima attrice afroamericana ad aggiudicarsi i premi Oscar, Emmy e Tony, candidata per tre volte agli Academy award, ha vinto nel 2017 il riconoscimento come miglior attrice non protagonista per ‘Barriere’.

Ha inoltre ricevuto due Tony Award per il suo lavoro nelle opere teatrali “Barriere” e “King Hedley II”, mentre nel 2015 è stata la prima interprete afroamericana a ottenere il premio Emmy come miglior attrice protagonista in una serie drammatica per ‘Le regole del delitto perfetto, per cui ha ricevuto altre due candidature nel 2016 e nel 2019. “Viola Davis è straordinaria e questo premio è un messaggio forte per la parità fra attori aldilà delle barriere di genere e di nazionalità” ha affermato Pierfrancesco Favino.

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Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF

L’attrice nell’incontro ravvicinato con il pubblico nella Sala Petrassi dell’auditorium andato subito sold out, ha espresso la sua speranza che la situazione di discriminazione a Hollywood per i cineasti di colore migliori e che ci sia in futuro la piena parità di retribuzione fra attori bianchi e attori afroamericani, un traguardo che oggi purtroppo ancora non è stato raggiunto.

“Un artista deve avere il coraggio di dire la verità, perché è una cosa che molti non hanno nella vita. Indossiamo maschere sorridenti, mostriamo una versione ridotta di noi stessi per paura di essere giudicati. Noi artisti dobbiamo subentrare per restituirvi voi stessi senza filtri, rappresentando la reale umanità anche quella più dolorosa e più marcia”, ha detto Viola Davis durante l’incontro.

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Nata nel 1965, Viola fu arrestata, da piccola, insieme alla madre, durante una manifestazione per i diritti civili. E per finire, commentando la sua partecipazione al sequel di Suicide Squad tratto da un fumetto, ha dichiarato: “La fantasia ti permette di creare mondi dove fuggire, dove ridefinirsi, se non l’avessi avuta sarei rimasta la ragazzina di Rhode Island che non veniva considerata attraente”.

Bilancio positivo quindi per la kermesse cinematografica capitolina giunta alla sua quattordicesima edizione. Antonio Monda, direttore artistico della manifestazione ormai di casa a Hollywood, dove frequenta tutti i registi e gli attori più importanti del mondo, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano ‘La Repubblica’ raccolta da Arianna Finos: “È una festa con 33 film di 26 paesi e sono due anni che vince un film italiano: c’è da riflettere. C’è anche chi indica la festa di quest’anno come un modello di festival del futuro. Oltre al glamour ci deve essere sostanza, i talent vengono a spendersi non solo a promuovere i film, non solo vestiti ma autori, Norton, Murray, Howard, Scorsese, che si raccontano al pubblico”.

Ed ecco altri numeri della Festa: 258 proiezioni, 70 film, 25 paesi, 22 sale in città, +10% di biglietti venduti, +13% di accrediti, +23% di articoli sui quotidiani, +45% di articoli sul web, +86% del sito ufficiale della festa, 78 partner. Insomma niente male davvero.

E ora veniamo ai film. Tanti i docufilm: pregevole quello su Bruce Springsteen ‘Western Stars’ distribuito da Warner Bros. Pictures, diretto da Bruce Springsteen al suo debutto come regista e da Thom Zimmy. Si parte dall’ultimo album di ‘The boss’ per raccontare amore, perdita, solitudine, famiglia e il passaggio ineluttabile del tempo di un grande cantante che ci apre il suo diario dei ricordi con filmati e immagini dal suo repertorio privato, da vedere i primi di dicembre nelle sale.

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Western stars – Ph: Rob DeMartin

Segnaliamo per il vibrante impegno civile e il lirismo il film ‘Bar Giuseppe’ di Giulio Base, contro la xenofobia, presentato nella sezione ‘Riflessi’ della rassegna romana, con Ivano Marescotti, Virginia Diop e Selene Caramazza. Giuseppe gestisce familiarmente la stazione di servizio di una zona rurale e rimane vedovo con due figli già adulti. Bikira è sbarcata da poco dall’Africa. Viene assunta come cameriera nel bar.

I due si innamorano creando grosso scandalo nel paese. “Gli esiliati, ieri e oggi, sopportano le stesse condizioni: l’angoscia di non essere accolti, cosa mangiare, dove abitare, con quale lavoro-spiega il regista Giulio Base-da figlio di migranti, assisto al degenerare delle loro speranze. E ho voluto rileggere la figura di Giuseppe, eterno padre su cui ci si interroga molto anche oggi, per trovarci un’attualità inaspettata. Spero che i silenzi di Giuseppe contengano pensieri da decifrare”.

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Bar Giuseppe

Film corale e d’impatto sulla famiglia quello di Cedric Kahn, ‘Fȇte de famille’ con Catherine Deneuve, nel ruolo della matriarca Andréa. Un film arguto in cui si racconta la malattia mentale e il disagio delle donne attraverso la storia drammatica della protagonista Claire, figlia di Andréa e interpretata da Emmanuelle Berçot, già regista di ‘A testa alta’ presentato a Cannes edizione 68 e di ‘Elle s’en va’.

Cédric Kahn, regista e interprete del film nel ruolo del cinico Vincent, si diverte a stravolgere l’abusato copione dei raduni di famiglia al vetriolo nelle ville di campagna con le macchiette dei ‘parenti serpenti’, per irrompere con la macchina da presa all’interno del film, affidandola al pazzerello di turno interpretato dallo spassoso Vincent Macaigne che nel film è Romain, regista svitato.

Fȇte de famille

Messinscena nella messinscena la recita dei nipoti della matriarca che crea un fattore di ricerca e di paradosso all’interno dello storytelling, gradevole e scioccante, ottima l’interpretazione della giovane attrice Luana Bajrami nel ruolo della nipote di Andréa Emma. Da vedere.

Il cinema francese ha tenuto banco anche nei due incontri con il pubblico, quello con Olivier Assayas e Bertrand Tavernier grandi maestri del cinema transalpino. Buona prova anche quella di ‘Le meilleur reste à venir’ con Fabrice Luchini e il sempre avvenente e ubiquo Patrick Bruel, molto popolare in Francia.

Straordinario il film ‘Il peccato’ di Andrei Konchalovsky con Alberto Testone, Orso Maria Guerrini e Massimo De Francovich, presentato in anteprima mondiale l’ultimo giorno della festa del cinema a Roma. Il film del famoso regista russo racconta di Michelangelo e del suo genio tormentato nella Roma di papa Giulio II che gli commissionò gli affreschi della cappella Sistina. Ambientato nel 1512, il film racconta di come l’artista pressato dai committenti, rimanga coinvolto nella faida fra i Medici e i Della Rovere.

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Il peccato – Foto di Sasha Gusov

Rilevante ‘The Farewell’ di Lulu Wang, sul valore della memoria e degli affetti familiari, un film struggente ambientato in Cina. Tutto al femminile il film a episodi ‘Willow’ di Milcho Manchevski, regista candidato all’Oscar e vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 1994 con il film ‘Prima della pioggia’. In ‘Willow’, presentato in anteprima mondiale alla festa del cinema di Roma, si alternano tre storie femminili ambientate in epoche diverse.

Deludente la pellicola ‘Tornare’ di Cristina Comencini dove l’idea della violenza sulla donna viene sviluppata in una chiave un po’ troppo autoreferenziale e tediosa che rifà il verso, senza riuscire a darle un senso, a tutto il filone della rimembranza e dell’amarcord, caricato di un opprimente punto di vista un po’ sessista che offusca il lato più apprezzabile del film, un intimismo e un’introspezione affrontati a tratti con un filo di originalità, diluito in una ripresa forzata di temi hitchcockiani.

La regista, che ha definito ‘un thriller dell’anima’ il suo ultimo film in cui si celebra la visione di una donna che vuole essere libera e indipendente e che cerca la via all’emancipazione in pieno ’68, ritorna a girare con Giovanna Mezzogiorno, sempre splendida, dopo ‘La bestia nel cuore’, ma stavolta non convince.

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Tornare

Alice, giornalista ormai di casa negli Stati Uniti, ritorna nella casa di famiglia a Napoli dopo la morte del padre, un ufficiale della marina americana. Uomo rigido e molto severo, le ha sempre impedito di esprimersi come donna, imponendole regole ferree che le hanno tarpato le ali. Alice compie un viaggio nel suo passato rivedendosi bambina e ragazza disinibita che amava flirtare con i ragazzi in modo un po’ incosciente e incontra l’enigmatico bibliotecario Marc Bennett.

Degna di nota l’interpretazione di Beatrice Grannò, nei panni di Alice adolescente, una rivelazione di bellezza e freschezza da tenere d’occhio. Della regista, senz’altro talentuosa, chi scrive ha apprezzato ‘Latin Lover’ per l’analisi della figura maschile in un’ottica rétro e nostalgica, e anche ‘Qualcosa di nuovo’ per il sapido sense of humour, ma questo film non è all’altezza delle aspettative.

Ricca di titoli interessanti anche la kermesse ‘Alice nella città’ parallela al calendario ufficiale della festa del cinema di Roma che ha portato a Roma alcuni bei film come ‘L’età giovane’ dei Dardenne, che non deludono con il loro film distribuito da BIM distribuzione. Qui emerge il giovane Ahmed che educato nel fondamentalismo islamico, progetta un attentato, tenendosi lontano dalle tentazioni del sesso e dell’amore. Una bella prova di ottima regia che si schiera contro l’integralismo islamico senza condannare per questo i musulmani.

Da notare anche ‘la vacanza’ con Catherine Spaak e una inossidabile Veruschka nei panni di una terrorista e ‘L’agnello’ di Mario Piredda, un dramma familiare ambientato nella Sardegna semplice e ruvida dei pastori. Vincitore di questa edizione di ‘Alice’ che ha registrato il tutto esaurito a quasi tutti gli eventi in programma, è il film ‘The Dazzled’ di Sarah Suco.

Premiati anche ‘la famosa invasione degli orsi in Sicilia’ di Lorenzo Mattotti e ‘Cleo’ di Eva Cools. Presente ad Alice anche IED Roma che ha presentato ‘Riders’, action drama in 3 puntate realizzato dai neodiplomati della scuola di arti visive e di comunicazione IED Roma coordinati da Max Giovagnoli, incentrato su una truffa immaginaria che i riders organizzano per la app di food delivery per la quale lavorano a ritmi frenetici 24 ore su 24.

Appuntamento nella capitale nell’ottobre del 2020 per l’edizione 15 della festa del cinema di Roma.

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A Roma si accende la Festa del Cinema fra grandi star, ecologia e donne di polso

Roma città del cinema di ieri, oggi e forse anche di domani, fulcro di grandi progetti di rilievo culturale e palcoscenico delle star e dei grandi professionisti del cinema. Capitale internazionale della cultura e dell’arte con tante magnifiche mostre al suo attivo, Roma è ancora la grande bellezza, con buona pace di Salvini e di Feltri.

La quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma che tiene banco fino al 27 ottobre nelle sale dell’Auditorium del Parco della Musica della capitale, entra nel vivo schierando sul tappeto rosso una parata di stelle di prima grandezza della settima arte.

Apre le danze Bill Murray, interprete di Ghostbusters e di film acclamati a livello mondiale, insignito di un premio alla carriera consegnatogli da Wes Anderson, cineasta a sua volta osannato anche nella moda (Fendi, Prada, Louis Vuitton) per il suo temperamento visionario e la surreale ironia. Insieme a lui sul red carpet anche Frances McDormand e Edward Norton.

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ROME, ITALY – OCTOBER 17: Edward Norton attends the “Motherless Brooklyn” red carpet during the 14th Rome Film Festival on October 17, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF)

L’attore di film memorabili come ‘American History X’ e ‘Fight Club’, arriva a Roma direttamente da Hollywood per presentare il suo ‘Motherless Brooklyn-i segreti di una città’, un kolossal distribuito da Warner Bros.Pictures presentato in anteprima in questi giorni a Roma e nelle sale italiane dal 7 novembre.

Un noir metropolitano sullo sfondo di una cupa Brooklyn anni’50 e tratto dal romanzo di Jonathan Lethem ambientato invece negli anni’90, scritto, diretto, interpretato (e prodotto) da Edward Norton. Vi si racconta la vicenda di un solitario detective, il timido Lionel Essrog (Edward Norton) affetto da sindrome di Tourette e alle prese con un caso spinoso di un delitto: l’omicidio del suo mentore Frank Minna (Bruce Willis) che cambia la sua vita.

Nelle indagini sulla morte di Frank lo aiuta il direttore di un giornale (Bobby Cannavale). Nel cast spiccano Willem Dafoe, Alec Baldwin e la minuta Gugu Mbatha-Raw. Un film solido con una suggestiva fotografia e un montaggio secco e scanzonato. Una storia stimolante fra corruzione, malaffare e razzismo, in cui, secondo il regista Norton, possiamo cogliere forse le tracce della situazione americana politica attuale “un’ombra sul potere che vediamo in azione anche in Europa e in America Latina” dice il cineasta.

Norton, geniale e riservato, che descrive la malattia del protagonista Lionel come ‘un anarchico dentro di me’, è stato al centro di un interessante incontro ravvicinato con il direttore artistico della festa del cinema di Roma Antonio Monda. Sul suo red carpet, il più rutilante e mondano di tutta la kermesse della festa fino ad ora, oltre alla moglie Shauna Robertson, sfilano lo scrittore Bret Easton Ellis (a sua volta protagonista di un bell’Incontro ravvicinato), Pif, Luca Barbareschi, John Turturro, Bobby Cannavale, Federica De Denaro in Gattinoni Couture, Yvonne Sciò, Lunetta Savino, Gianni Letta e signora.

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Motherless Brooklyn. PH: Glen Wilson. Courtesy of Warner Bros – All rights reserved.

E in tema di big del cinema di Hollywood presenta a Roma il suo ultimo film, il documentario evento ‘Pavarotti’, il grande regista Ron Howard. Dopo l’eclatante celebrità raggiunta con il suo ruolo in ‘American graffiti’ del 1973 e del lentigginoso Richie nel popolare telefilm ‘Happy Days’ del 1977, il cineasta passa dietro la macchina da presa firmando alcune delle pellicole più famose della storia di Hollywood: da ‘Willow’ e ‘Cocoon l’energia dell’universo’ ad ‘Apollo 13’, dal ‘Codice da Vinci’ a ‘A beautiful mind’, da ‘Splash una sirena a Manhattan’ fino al più recente ‘Rush’, solo per citarne alcuni.

A Roma Howard porta la sua ultima fatica sul grande tenore italiano che duettò con molte star del pop; il docufilm distribuito da Nexodigital sarà nelle sale solo il 28, 29 e 30 ottobre. Ron Howard sceglie un approccio intimo per raccontare la storia di Pavarotti: si è spinto oltre l’iconica figura pubblica per rivelare l’uomo.

Grazie all’accesso esclusivo agli archivi di famiglia e al vasto materiale musicale ripreso dal vivo, il documentario fa emergere la storia personale dell’artista: dalle sue umili origini nel Nord Italia (era figlio di un fornaio) fino allo status di superstar mondiale, amico di Gianni Versace e della Principessa Diana.

Attraverso le immagini e la musica di ‘Pavarotti’ gli spettatori conosceranno meglio il cantante come marito e padre, filantropo e artista sensibile, che ha avuto una relazione complessa con il suo talento e con un successo senza precedenti.

Anche Ron Howard ha partecipato, in veste naturalmente di protagonista, all’incontro ravvicinato con il pubblico della Festa, nel quale il grande cineasta, che ha militato anche per Barack Obama, ha ricordato i momenti magici della sua strepitosa carriera.

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Foto Emanuele Manco / Fondazione Cinema per Roma

E passiamo a Martin Scorsese, 76 anni, premio Oscar per ‘The departed’ e 12 nomination all’Oscar, che a Roma presenta il suo nuovo, epico film sulla mafia dagli anni’50 fino a oggi, l’attesissimo ‘The Irishman’ reso possibile da Netflix come tiene a sottolineare il regista di ‘Taxi driver’ e tratto dall’omonimo romanzo di Charles Brandt.

Il film sarà nel cinema dai primi di novembre e dalla fine di novembre anche sulla piattaforma Netflix. Protagonisti tre giganti del grande schermo riuniti insieme dopo anni, Robert De Niro nei panni del gangster e sindacalista Frank Sheeran, Al Pacino (che potrebbe avere un Oscar per la sua magistrale interpretazione di Jimmy Hoffa, il sindacalista dei camionisti colluso con la mafia) e Joe Pesci (Russell Bufalino, che nella storia è il mentore e l’amico fidato di Frank).

Il film, che ha attratto anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella presente alla prima romana alla Festa insieme a Maria Elena Boschi avvolta in lungo di pizzo nero, riunisce anche De Niro e Scorsese 20 anni dopo ‘Casinò’. Una vicenda avvincente di tre ore e mezza di durata che ripercorre oltre cinquant’anni di storia americana, evidenziando le connessioni fra la criminalità organizzata e i palazzi del potere, soprattutto all’epoca dei Kennedy e di Nixon.

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THE IRISHMAN (2019): Ray Ramano (Bill Bufalino ) Al Pacino (Jimmy Hoffa) and Robert De Niro (Frank Sheeran).

Nel cast troviamo nuovamente Bobby Cannavale, stavolta nella parte del macellaio malavitoso Skinny Rasoio (questo è il terzo film che l’affascinante attore italo-americano presenta a Roma in questa edizione della Festa, dopo ‘Jesus Rolls’ e ‘Motherless Brooklyn’), Harvey Keitel nei panni del boss Angelo Bruno e Anna Paquin che nel film è la figlia di Frank Sheeran, Peggy.

Il veterano del cinema a stelle e strisce spezza una lancia affilata a favore di Netflix e gli effetti digitali CG che gli hanno consentito di ‘ringiovanire’ artificialmente i suoi ‘amici’ attori senza dover ricorrere a interpreti giovani per interpretare i personaggi chiave del film contestualizzati nel passato. A chi lo accusa sottilmente di maschilismo il regista replica seccamente:“Forse non lo ricordate, ma ho diretto molte donne nella mia carriera, da Liza Minnelli in ‘New York New York’ a Michelle Pfeiffer e Winona Ryder in ‘L’età dell’innocenza’”.

Le donne sono vere e proprie eroine della Festa di Roma numero 14. Tanto per cominciare alla Festa del Cinema sono presenti con i loro film 19 registe. In attesa del premio alla carriera a Viola Davis e dell’ultimo film di Cristina Comencini ‘Tornare’ con la grande Giovanna Mezzogiorno, sul red carpet sfila l’elegantissima Fanny Ardant, 70 anni portati splendidamente e protagonista, insieme a Daniel Auteuil e Guillaume Canet, del film ‘La belle époque’ di Nicolas Bedos, film romantico e ben strutturato sulla nostalgia e il desiderio, sull’amore e la vita, sul raporto fra sogno e realtà.

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Festa del Cinema di Roma 2019 – Red Carpet La belle epoque | foto Luca Dammicco / Fondazione Cinema per Roma

‘Je ne regrette rien’ dice l’attrice ironica alla fine dell’intenso incontro ravvicinato con il pubblico, in cui ha rivelato il suo rapporto con François Truffaut dal quale ha avuto una figlia Joséphine, Gérard Dépardieu, che è anche attore del film da lei diretto ‘Il divano di Stalin’-l’attrice è oggi principalmente una regista e ha già diretto tre film- Vittorio Gassman che la Ardant definisce ‘fragile e uomo di grande cultura’ e il grande Franco Zeffirelli che l’ha diretta in ‘Callas forever’.

Fra i film culto della festa del cinema di Roma versione 2019 svetta anche ‘Judy’ distribuito da Notorious Pictures che sarà nelle sale da gennaio, giusto in tempo per i Golden Globe. E c’è da credere, vedendo questo biopic intenso e vibrante pervaso da una sottile malinconia, che Renée Zellweger, che il regista Rupert Goold, di estrazione teatrale, ha scelto per interpretare Judy Garland, possa ambire sicuramente, se non a un Oscar ( e perché no?) almeno a un Golden Globe.

Il film affronta il tormentato rapporto della Garland con lo star system di Hollywood che fin da quando aveva 2 anni le ha imposto un prezzo altissimo da pagare per la celebrità: a 16 anni Judy non poteva né mangiare né dormire e lavorava senza sosta anche per 18 ore di fila per il produttore Louis B. Meyer che la danneggiò gravemente, le venivano somministrati farmaci da cui divenne dipendente nella sua maturità, venne costretta dall’ex marito Sid (Rufus Sewell) a vivere lontana dai figli più piccoli (due, la più grande, la terza figlia primogenita, é Liza Minnelli che compare nel film) per poter guadagnare il denaro che le avrebbe dovuto consentire di vivere con i suoi bambini.

Ma purtroppo non fu così. La diva morì all’età di 47 anni. Judy Garland fu anche un’icona gay: già dai tempi in cui a 16 anni interpretò Dorothy Gale nella trasposizione cinematografica de ‘Il mago di Oz’ si sentiva diversa dagli altri e voleva distinguersi perché destinata a far sognare la gente in preda alla crisi.

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Renée Zellweger as Judy Garland in Judy. Photo credit: David Hindley – Courtesy of LD Entertrainment and Roadside Attractions

E in quanto diversa si sentiva perseguitata così come i suoi fan londinesi, una coppia gay che ha subito l’umiliazione del carcere per atti osceni che nel 1965 ancora vigeva in Inghilterra. Da segnalare fra i film che esaltano la forza delle donne, ‘Antigone’ di Sophie Deraspe, rilettura in chiave attuale del dramma di Sofocle, una pellicola interessante per il contesto contemporaneo in cui è calata: la protagonista è una studentessa modello, immigrata a Montreal che si vede sottratti improvvisamente i due fratelli.

Il film racconta la sua lotta per la libertà nel segno di una feroce critica della società e del sistema della giustizia. Film molto al femminile è anche ‘Drowning’ che vede come protagonista anche la bella Mira Sorvino, premio Oscar per il film ‘La dea dell’amore’ di Woody Allen, che calca il red carpet fasciata da una sinuosa robemanteau di velluto di seta firmata Giorgio Armani.

Il film di e con Melora Walters, proiettato a Roma in questi giorni in anteprima mondiale, rappresenta il dramma esistenziale, trattato con uno sguardo minimale e intimista, di una donna depressa attanagliata dai rimorsi per la depressione della figlia aspirante artista e per la partenza del figlio arruolato al fronte in Iraq.

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Mira Sorvino in Drowning

Ruota intorno alle donne anche il bellissimo ‘Downton Abbey’ distribuito da Universal Pictures in cui giganteggia la novantenne Maggie Smith (altra sicura candidata all’Oscar) che nella saga dei Crawley spicca come ‘La guardiana del faro’, depositaria della tradizione e del blasone della storica casata inglese, al cinema dal 24 ottobre.

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ROME, ITALY – OCTOBER 19: attends the “Downton Abbey” red carpet during the 14th Rome Film Festival on October 19, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF)

Degno di nota il bell’affresco corale al femminile ‘Military wives’ di Peter Cattaneo con una Kristin Scott Thomas in stato di grazia, nel ruolo di Kate, moglie di un colonnello distrutta dalla perdita del figlio in guerra, un dolore che esorcizza con un ferreo e repressivo autocontrollo.
La vita delle mogli dei militari al fronte può essere ingrata.

Separate dai mariti, vivono nell’ansia e nella solitudine, affrontando silenziosi sacrifici con mite coraggio, mentre vivono con il terrore che un giorno qualcuno bussi alla porta con una notizia fatale. Ma Kate sopporta tutto con grazia e fermezza, anche grazie alla libertà che trova nel canto, e riesce a convincere un gruppo di donne nella sua stessa situazione a formare il primo coro composto da mogli di militari. Tratto anche questo da una storia vera.

Opera da prima da segnalare l’intenso film di Filippo Meneghetti ‘Deux’ con Barbara Sukowa (la musa tedesca di Margarethe von Trotta e di Fassbinder) e Martine Chevallier, storia poetica di una relazione saffica fra donne mature e in pensione. E approda alla Festa del Cinema di Roma anche il divertente e illuminante film ‘Hustlers-le ragazze di Wall Street’ di Lorene Scafaria con Jennifer Lopez, distribuito da Lucky Red che ha colpito di nuovo nel segno.

Una gustosa commedia ispirata a una storia vera in cui un gruppo di avvenenti spogliarelliste capitanate da Jlo si improvvisa banda criminale di rapinatrici per derubare i suoi clienti, per lo più broker di Wall Street. “Presentiamo un mondo che magari si è già visto in tanti film e tante serie tv, ma lo facciamo da una prospettiva diversa, quella delle ballerine –spiega la regista– È una combinazione di un poliziesco, un film drammatico e una storia di spogliarelliste, ma anche un’analisi della crisi economica che ha sconvolto le vite di tante persone, comprese quelle dei nostri personaggi”.

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Jennifer Lopez stars in Hustlers

Nel film, Destiny fa la spogliarellista per provvedere a sé stessa e alla nonna. La sua vita cambia quando fa amicizia con Ramona, la stella del locale. Destiny impara da Ramona come conquistare il pubblico maschile, soprattutto la clientela di Wall Street, e che, quando si fa parte di un sistema corrotto, bisogna sfruttare piuttosto che farsi sfruttare. Destiny, Ramona e altre ballerine che si uniscono a loro, escogitano un piano per cambiare le regole del gioco, ma la situazione sfuggirà al loro controllo.

Riflettori puntati sulla liaison fra cinema e politica e anche cinema e storia: alla festa approdano ‘Where is my Roy Cohn’ di Matt Tyrnauer, lo stesso regista che ha realizzato il film di successo ‘Valentino the last emperor’, stavolta impegnato nel docufilm incentrato sull’uomo che ha fatto da burattinaio della peggiore politica americana da Mc Carthy a Trump, e dei suoi loschi traffici, e ‘438 days’ di Jesper Ganslandt, stimolante ed efficace riflessione sulla libertà di parola e di stampa.

Deludente e molto debole a livello di sceneggiatura ‘Il ladro di giorni’ con Riccardo Scamarcio, mentre brilla per acume, penetrazione psicologica, pathos e intensità emotiva ‘Honey boy’ di Alma Har’el in cui l’attore Shia Laboeuf porta in scena la sua vita e il suo sofferto e travagliato con il padre alcolista e tossicodipendente, applauditissimo in sala.

Infine un gioiello, il film ‘Waves’ di Trey Edward Shults in cui la vita di un giovane afroamericano aspirante campione di Wrestling viene sconvolta da una tragedia. Fra guerra e pace, diversità e inclusione, drammi familiari e grandi passioni, la Festa a Roma continua in omaggio alla magia del cinema.

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Arriva a Roma John Travolta, il bello che balla

John Travolta, interprete poliedrico, cantante, ballerino e grande attore di Hollywood, calca con nonchalance e argento vivo addosso il red carpet della Festa del Cinema di Roma edizione 14 per presentare il suo ultimo film, ‘The fanatic’, diretto da Fred Durst e prodotto da Oscar Generale. Ed è subito evento, bagno di folla, e tifo da stadio, meritatissimi.

Nella sala Sinopoli dell’auditorium del Parco della Musica di Renzo Piano, il divo, radioso nel suo abito scuro corredato da mocassini senza calzini e con la testa completamente rasata, 65 anni ma non sentirli (e non dimostrarli), due figli e tanti film di successo alle spalle, ha ricevuto dalle mani del direttore artistico della Festa Antonio Monda il premio speciale per il suo ultimo film, che è un po’ anche un tributo alla sua sfolgorante carriera costellata di grandi successi.

‘The fanatic’ è una storia interessante e un po’ da brivido, che parla di un’ossessione, di una passione, quella per il cinema e i suoi protagonisti che fa vibrare tuttora l’attore di ‘Staying Alive’, ‘Grease’ e ‘Pulp fiction’, arrivato a Roma con il suo aereo privato. “Ho sempre amato il cinema di Fellini, e star come Sofia Loren e Jim Cagney perché sapeva ballare e cantare, sono innamorato del cinema e dei suoi miti e di film come ‘Il padrino’ di Coppola e ‘Cabaret’, e anche se non sono stato mai perseguitato dai miei fan con i quali ho un rapporto idilliaco direi, capisco perfettamente il protagonista del mio ultimo film Moose, patito di cinema che fa di tutto per avere un incontro privato con il suo idolo, l’attore Hunter Dunbar”.

Il film, che sarà proiettato nel calendario della Festa del cinema di Roma il 27 ottobre, è un evento molto speciale. “È forse il ruolo che ho amato di più nella mia carriera-dichiara Travolta-con Oscar Generale formiamo un team affiatato, lui ha prodotto altri miei film, e ora sono felice di essere invitato a Roma per introdurre la mia ultima fatica. E poi amo le sfide e i personaggi bizzarri, datemene uno e lo farò”.

L’attore, alla conferenza stampa in chiodo e lupetto neri e poi all’incontro con camicia con volant da dandy si concede con generosità al suo pubblico e ai suoi fan, Oscar Generale (che è anche marito di Denny Mendez, una bellissima ex Miss Italia ora madre felice di una deliziosa bambina già diva in erba), schiva le domande scomode e inopportune, e Travolta da parte sua risponde a tutto con gentilezza e grande stile, poco divo diciamo e molto star alla portata del pubblico così come deve essere.

E dopo aver introdotto il suo ultimo film, un thriller attesissimo alla festa del cinema di Roma, il divo ripercorre la sua carriera. “Sono approdato al cinema perché i miei lavoravano nello showbiz, sia nel cinema che nel teatro, e quindi mi hanno sempre incoraggiato, mia madre era un’attrice bella e di talento e anche un’ottima regista (si tratta di Helen Cecilia, nata Burke e di origini irlandesi, Travolta nasce nel New Jersey nel 1954 da una famiglia di origini siciliane e il nonno arrivò negli Stati Uniti nella prima decade del Novecento per poi sposare sua nonna che era di Napoli n.d.r.), in famiglia con gli altri miei cinque fratelli guardavamo sempre film tutti insieme, l’entertainment era nel mio sangue e sono stato educato a lavorare bene e a dare del mio meglio in questo lavoro, non ho rimpianti tranne forse ‘Chicago’ che ho rifiutato per tre volte perché quando lo vidi a teatro, dal momento che sono cresciuto in un’epoca in cui le donne amavano gli uomini, lì invece avevo percepito un’insolita rabbia delle donne verso gli uomini, avrei dovuto parlare con il regista del film, lo so ma lì ho sbagliato io” dice Travolta sorridendo.

Il divo ha iniziato a danzare prendendo lezioni di tip tap dal fratello di Gene Kelly “ora la danza mi manca un po’ ma potete vedermi ballare il tango nel video ‘3to Tango’ del rapper mio amico Pitbull, guardatelo su Internet”. È diventato un’icona glamour di Hollywood a partire da ‘la febbre del sabato sera’ del 1977 che gli valse una candidatura all’Oscar permettendogli di cavalcare l’onda lunga della disco della fine degli anni’70.

Nel 1978 è Danny Zuko in ‘Grease’ un altro eclatante successo mondiale, il musical degli anni’80 con una colonna sonora cult che ricevette cinque nomination ai golden globe nel 1979, e nell’agosto del 1983 all’epoca di ‘Staying alive’ di Sylvester Stallone’ sequel de ‘La febbre del sabato sera’, Richard Avedon lo immortalò con il suo fisico cesellato e madido di sudore in una posa trionfante e di scultorea bellezza per la copertina di Rolling Stone che lo consacra sex symbol degli anni’80.

“Potevo essere io la star di ‘American gigolò’ ma ebbi una lite con il regista Paul Schrader e rifiutai come ho rifiutato anche ‘Ufficiale e gentiluomo’ e ‘i giorni del cielo’ ma Richard Gere non mi ha mai detto grazie in realtà” sfuma con un sorriso. E ancora :”Fui scartato come protagonista di ‘Jesus Christ superstar’ per il ruolo di Gesù, ma il produttore Robert Stigwood mi notò e scrisse su un pezzo di carta il mio nome per poi propormi di interpretare prima ‘la febbre del sabato sera’ e poi ‘Grease’, a volte se qualcosa va storto c’è sempre il lato positivo da cogliere nella vita, non si sa mai”.

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Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF

Il divo continua ad accarezzare il sogno americano scegliendo di interpretare due ruoli in due film cult di Brian De Palma, ‘Carrie’ in cui è il fidanzato spaccone della perfida Nancy Allen che bullizza sissy Spacek, e poi in ‘Blow out’ film memorabile in cui è un tecnico del suono che cerca di salvare, senza riuscirci, la bellissima Nancy Allen, moglie del regista nella vita fino al 1983.

Bellissima la sequenza finale con la musica struggente di Pino Donaggio girata durante la festa del 4 luglio. “De Palma era molto disponibile con me, si fidava e mi lasciava grande libertà di scelta soprattutto sul set di ‘Blow Out’ che rimanda vagamente a ‘Blow up’ di Antonioni del 1966 ed è ispirato alla vita della segretaria di Bob Kennedy” rivela l’attore.

Nel 1985, dopo il successo di ‘Staying Alive’ un film sensuale e magnetico uscito due anni prima in cui Tony Manero diventa una super star di Broadway, interpreta il film ‘Perfect’ in cui è un giornalista bello e disinvolto che incaricato dal magazine ‘Rolling Stone’ di fare un’inchiesta sul boom del fitness in California dovrà scegliere fra la verità e l’amore da una parte e la spregiudicata manipolazione della notizia dall’altra, nuovo film interessante.

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Nello stesso anno Lady Diana lo invita a ballare con lei in un party indimenticabile alla Casa Bianca. Enorme il successo al botteghino anche per la commedia brillante ‘Senti chi parla’ del 1989 in cui recita accanto a Kirsty Alley.

Ma è ‘Pulp Fiction’ del 1994, il capolavoro di Quentin Tarantino, il film manifesto dell’estetica degli anni’90, che gli vale la sua seconda candidatura all’Oscar. “Vincent Vega il mio personaggio nel film doveva avere i capelli lunghi e l’orecchino, e all’inizio Quentin non era convinto ma dopo il test prima delle riprese, dopo avermi visto scuotere i capelli approvò la mia scelta legata a un mio viaggio ad Amsterdam dove erano tutti capelloni. E poi volevo alleggerire con dialoghi spiritosi l’assassinio cruento in macchina, Vincent è un gangster ma con il cuore e l’ironia e lì improvvisai un po’”.

E a chi gli chiede cosa pensa dei nuovi film realizzati con interventi digitali e profusione di effetti speciali il divo, che ha interpretato ruoli disparati, dallo spassoso ‘Hairspray, grasso è bello’ al presidente Clinton fino al boss John Gotti, risponde così: ”Amazon e Netflix permettono di vedere i film che ho sempre amato, ciò detto resto legato al cinema attoriale e alla Hollywood dei tempi d’oro, è un mio gusto personale e credo che un film è valido se riesce a creare emozioni nelle persone che lo guardano”. Parole sante.

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Cinecult: ‘Jesus Rolls – Quintana è tornato’ di John Turturro

Una luce in fondo al tunnel c’é. È la luce della libertà e della felicità. E se ti cali le braghe e te la godi potrai cogliere il meglio della vita. Il messaggio di ‘Jesus Rolls – Quintana è tornato’ è eloquente e vibrante.

E va bene così, perché se passi due ore a farti delle sane risate riflettendo anche sul senso della vita, allora forse una svolta c’è e la crisi te la scordi in nome di un epicureismo autoironico.

Il film, distribuito da Europictures, presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma come film di preapertura, diretto e interpretato da John Turturro, 62 anni portati splendidamente, racconta un viaggio un po’ pazzerello, surreale ed esilarante e se ne vedono tante di cose. Ce n’è per tutti i gusti.

Il sesso è vissuto in maniera libera e giocosa così come dovrebbe essere, senza tabù, sembra di stare nell’eden. E non a caso perché il film, una commedia ironica e un po’ grottesca che parla di libertà, un road movie che è lo spin-off de ‘Il grande Lebowski’, è tratto da un romanzo del 1974 di Bertrand Blier, ‘I santissimi’ da cui è stato tratto un film godibilissimo.

E ricorda maledettamente, ma in versione coloratissima e rocambolesca, le avventure filosofiche di ‘Jules et Jim’ di Truffaut. E perché no? La sceneggiatura riprende un po’ Tarantino, un po’ i fratelli Cohen ma senza velleità né pretese.

La coppia Turturro- Cannavale è sexy e ludica allo stesso tempo, ha ritmo e irresistibile vis comica. Il film conta tanti cammei brillanti e ricchi di verve: Jon Hamm è il parrucchiere bello e vanesio che per certi versi rifà il verso a Warren Beatty in ‘Shampoo’, Sonia Braga, che ricordiamo in ‘Il bacio della donna ragno’, è una splendida maitresse che filosofeggia in spagnolo, Susan Sarandon è Jane, una ex galeotta ansiosa di godersi la vita con pienezza e un filo di naiveté.

Interessante la visione dell’identità maschile filtrata dall’ottica dei due simpatici protagonisti: una coppia di accattivanti balordi (in senso buono però) che sanno trascinarti nel loro pazzo mondo, dove l’unica regola è che non ci sono regole.

Queste due disincantate canaglie non disdegnano qualche digressione nel territorio dell’omosessualità, perché oggi tutto è fluido, tutto è viola come in una canzone di Prince. E il viola non fa più così paura se Jesus lo sfoggia con coraggio e disarmante spontaneità.

La gigioneria dei due protagonisti-mattatori è contagiosa e non può che suscitare empatia soprattutto se nel loro sodalizio entra la francesina shampista Marie interpretata dalla scanzonata e irriverente Audrey Tautou.

Questa commedia sbottonata con una risata vi seppellirà. La fotografia e i costumi sono azzeccati e la musica curata dalle brava e bella Emilie Simon ti fa volare. Bella la fotografia. Da vedere.

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Parata di star a Roma per la Festa del Cinema 2019, il ‘festival delle donne’

John Travolta, Edward Norton, Bill Murray, Ron Howard, Olivier Assayas, John Turturro, Bobby Cannavale, Benicio Del Toro. Questi gli uomini prodigiosi della quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ma non dimentichiamo loro, le donne, che al cinema si sa, hanno una marcia in più.

Ed ecco sfilare sul tappeto rosso Fanny Ardant, Lucia Bosé, Mira Sorvino, Giovanna Mezzogiorno, Viola Davis, Kristin Scott Thomas. E poi c’è lei, la divina, l’unica, la maliarda androgina Greta Garbo. Una donna ancora una volta è l’epitome del glamour del cinema, messaggera di bellezza e charme, di talento e magnetismo legati a doppio filo alla settima arte.

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Perché a Roma il cinema, che dal 17 al 27 ottobre tiene banco portando nella capitale negli augusti saloni dell’Auditorium del Parco della Musica progettato da Renzo Piano le star più osannate del firmamento mondiale della settima arte, ama le donne.

E lo dimostra non solo con le 19 registe presenti con i loro film alla manifestazione, ma anche celebrando la sublime creatività delle regine della moda: una per tutte Laura Biagiotti, la dama bianca scomparsa nel 2017, la prima che nel 1988 mise piede in Cina con le sue romantiche bambole in cachemire e taffetas.

A lei Rai Tre ha dedicato un intenso docu-film che sarà presentato in anteprima a Roma il 19 ottobre. Una donna ancora una volta, Laura Delli Colli, giornalista arguta e figlia di Tonino Delli Colli, è il nuovo presidente di Fondazione Cinema per Roma.

Parte in questi giorni la maratona della Quattordicesima edizione della festa del cinema di Roma con due grandi preaperture: ‘l’uomo senza gravità’ di Marco Bonfanti con Elio Germano, e ‘Jesus Rolls. Quintana è tornato!’ di e con John Turturro, interpretato da Bobby Cannavale, Audrey Tautou e Susan Sarandon. Due film top ai quali si affianca ‘Anni amari’ sulla storia tormentata dell’attivista omosessuale coraggioso e intrepido Mario Mieli, un paladino dei diritti LGBT morto suicida negli anni ottanta.

Ma veniamo ai numeri, snocciolati con un filo di orgoglio dal direttore artistico della Festa Antonio Monda, che è al suo quinto anno della festa: “Nella sezione retrospettive abbiamo selezionato 25 film, alla Casa del Cinema vanno in scena sette film che vedrete a rotazione nella clip che introduce ogni film in programma nel calendario della festa, abbiamo 18 luoghi del cinema sparsi in tutta la città, 14 preaperture, 18 prime italiane, 37 prime mondiali, 18 prime italiane, i film selzionati provengono da 25 paesi diversi, inoltre ci saranno tre mostre d’arte parallele alla festa, Valerio Berruti, Altan e le Ragazze di Lucianella Cafagna senza contare la mostra e il docu-film sulla storia dei Cecchi Gori che sarà inaugurata il 17 ottobre”.

Ma non è tutto: “la festa è interdisciplinare e quindi fra sport, moda e architettura e musica-molti i film musicali da Judy ai tre documentari su Bruce Springsteen, Kurt Cobain e Michael Hutchense degli INXS- alcuni critici si sfideranno a duello al Maxxi e al Macro confrontando opinioni divergenti su temi legati al cinema e ai film, mentre nella sezione ‘fedeltà e tradimenti’ grandi intellettuali commenteranno le trasposizioni cinematografiche di grandi opere letterarie divenute film come ‘il dottor Zivago’ e Anna Karenina’” anticipa Monda.

Quest’anno la festa dalla doppia anima, curiosa come Alice nel paese delle meraviglie (Alice nella città è una delle sezioni più interessanti della Festa), ma anche fatale come Greta Garbo, propone ai suoi fedelissimi alcune chicche: nella sezione ‘Riflessi’ troveremo ‘That click’, il docufilm di Luca Severi su Douglas Kirkland, fotografo famoso per i suoi scatti su Marilyn, ‘Bar Giuseppe’ di Giulio Base con Ivano Marescotti, film introspettivo e interessante.

Ma veniamo ai film della selezione ufficiale, quelli che si contenderanno il premio del pubblico: a Roma approda ‘The Irish man’, l’attesissimo film storico di Martin Scorsese sulla malavita americana con Robert de Niro, Joe Pesci e Al Pacino (Monda prevede che quest’ultimo si aggiudicherà un Oscar), e poi altro titolo attesissimo ‘Motherless Brooklyn’ di e con Edward Norton. ‘Downton Abbey’ di Michael Engler è distribuito da Universal Pictures, sulle vicende di una dinasty aristocratica anglosassone, ‘Deux’ con Barbara Sukowa, ‘Trois jours et une vie’ con Sandrine Bonnaire e Charles Berling (lo abbiamo visto nel 1997 in ‘Nettoyage à sec’ accanto a Miou Miou), ‘Drowning’ con Mira Sorvino’, ‘Military wives’ con Kristin Scott Thomas, ‘The aeronauts’ con Felicity Jones e Vincent Perez, un ‘Gravity’ sulle mongolfiere, ‘Antigone’ di Sophie Deraspe, ‘Pavarotti’ di Ron Howard, ‘Nomad’ di Werner Herzog, ‘Santa subito’ di Alessandro Piva.

E nella sezione ‘tutti ne parlano’ troveremo fra gli altri, ‘Belle epoque’ di Nicholas Bedos con Fanny Ardant che troveremo in un incontro ravvicinato con il pubblico. “ la nostra è una festa non un festival, primo perché non esiste una giuria ma è il pubblico a decretare il vincitore, secondo perché i grandi registi e le star che sbarcano a Roma da noi lo fanno per condividere con i loro fan nella città del cinema la loro passione per la settima arte e non per promuovere il loro film; questa kermesse ha portato fortuna a ben tre film che negli anni, prima di vincere l’oscar, sono passati da questa manifestazione che oggi gode il supporto delle più alte istituzioni italiane. E non a caso, rispetto all’anno scorso, la festa del cinema ha registrato un incremento delle vendite al botteghino del 20%, e scusate se è poco”.

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Imitatio Vitae, un omaggio a Venezia da Gucci, Marina Cicogna e da Alessandro Michele

“Nel Trecento, lettura e scrittura erano privilegio di pochi. Dimentichiamo poi fotografia, o cinema; e pensiamo piuttosto che questi artigiani potevano raccontare animali, guerrieri, dame, segni zodiacali, uomini di altre culture e religioni, ma anche ceste di fiori, frutta, verdura, lavorando semplicemente una pietra. Come non restare estasiati?”.

Con queste parole Marina Cicogna, produttrice cinematografica, fotografa e sceneggiatrice, introduce il prezioso volume ‘Imitatio Vitae’, un nuovo raffinato progetto editoriale nato dalla sensibilità per l’arte antica di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci in tandem con Marina Cicogna.

Il libro, presentato l’altra sera alla Biblioteca Angelica di Roma a pochi passi da Piazza Navona per un pubblico di pochi intimi (Ginevra Elkann, Pierluigi Pizzi, Liliana Cavani, Franco Nero, la principessa Maria Pia Ruspoli, Francesca Lo Schiavo, Mattia Sbragia, Alessandro Michele e altri ospiti illustri), rilegato in blu e oro con sofisticate pagine in seta marezzata e in sottile carta rossa, e racchiuso in un prestigioso involucro, esplora alcuni reperti artistici di inestimabile valore scoperti dal grande costumista, regista e teatrale e scenografo Pierluigi Pizzi e che raccontano un glorioso passato, quello della Serenissima nel basso medioevo.

Realizzati da anonimi straordinari maestri, i bassorilievi dei capitelli trecenteschi, paiono sollevarsi e proiettarsi verso di noi, eternamente emozionanti, reificando un passato lontano, che appare tuttavia vivace, avvincente, minuziosamente descritto e a noi vicinissimo.

Nel libro, le foto di capitelli trecenteschi scattate anche dalla stessa Cicogna che riproducono immagini vividamente realistiche, quelli dei capitelli delle colonne del portico e del loggiato del gioiello dell’arte gotica, il Palazzo Ducale di Venezia, si alternano a commenti lasciati, come impressioni in un grande album di ricordi solitamente compilati e vergati dai turisti nei luoghi d’arte nel mondo, da grandi personaggi protagonisti dell’arte e della cultura come anche della moda e del costume e del cinema: Valentino, Lina Wertmuller, Jeremy Irons, Vanessa Redgrave, Martin Parr, Alessandro Michele, Ginevra Elkann, Rupert Everett, Giuseppe Tornatore, e molti altri illustri rappresentanti dell’arte e della cultura internazionale.

Il libro, prodotto da Gucci ed edito da Marsilio, è già disponibile nelle migliori librerie italiane, e all’estero dal 2020.

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Cinecult: Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores

Il rapporto padre-figlio, l’evoluzione di un’identità maschile ormai in crisi, la diversità e l’integrazione, e sullo sfondo una storia intensa e commovente on the road che lega e intreccia vari destini sulle note di una colonna sonora straordinaria. Tutto questo e altro ancora nell’ultimo, acclamato film di Gabriele Salvatores ‘Tutto il mio folle amore’ distribuito da O1 Distribution Rai Cinema.

Vincent (interpretato dal bravissimo Giulio Pranno, una rivelazione, per la prima volta sul grande schermo) è un ragazzo di sedici anni molto speciale, vive in una sua dimensione come in una bolla di vetro e ha dei contatti particolari con il mondo esterno a causa della sua malattia, l’autismo, da cui è affetto fin dalla nascita.

A prendersi cura di lui sono la madre Elena (una strepitosa e bellissima Valeria Golino) e Mario (Diego Abatantuono, pregnante ed efficace), facoltoso editore. Un giorno il padre Willy, cantante alla deriva senza bandiera e playboy ribattezzato ‘il Modugno della Dalmazia’ (Claudio Santamaria) che ha abbandonato moglie e figlio prima che Vincent nascesse, si presenta dalla ex moglie e decide di conoscere Vincent.

Fra i due, inseguiti da Elena e Mario nel cuore dei Balcani, nasce un’ imprevedibile intesa basata su un autentico scambio umano e una profonda condivisione. E tutti scoprono che la normalità non esiste e che, dopo aver fatto i conti con noi stessi, il cemento di tutto è l’amore.

L’odissea esistenziale dei quattro protagonisti li porta a contatto con il tema delle migrazioni e perfino i rom diventano attraenti (ma guarda un po’, con buona pace di Salvini…). Film godibile di ampio respiro valorizzato da una suggestiva fotografia e impreziosito da immagini curate meticolosamente.

Salvatores non delude e anzi si conferma con questo film, con cui torna al suo vecchio amore, il road movie, uno dei più sensibili e acuti interpreti della scena cinematografica italiana. Si ride, si riflette, ci si pone delle domande sulla vita in questo bel film tratto dal romanzo di Fulvio Ervas ‘Se ti abbraccio non aver paura’ e ispirato a una storia vera.

Una curiosità: ci fu un regista americano, Barry Levinson, che nel 1988 diresse un film, ‘Rain man’ in cui Tom Cruise portava a spasso il fratello autistico in giro per gli Stati Uniti e sullo sfondo campeggiava una allora quasi debuttante Valeria Golino che in ascensore suggellava con un bacio la sua accettazione della diversità di Raymond, interpretato dal geniale Dustin Hoffman. E qui il cerchio, cari cinefili, pare chiudersi perché la bella Valeria interpreta oggi una storia che ha degli indiscutibili punti di contatto e delle palesi analogie con il film americano.

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Cinecult: Martin Eden di Pietro Marcello

Segni particolari bellissimo: ci riferiamo al film ‘Martin Eden’ diretto da Pietro Marcello distribuito da 01 Distribution Rai Cinema e interpretato da Luca Marinelli, vincitore, e a ragionissima, della coppa Volpi di Venezia 76 come migliore attore protagonista.

Il film che racconta la emancipazione grazie alla cultura di un uomo povero e umile ma molto fiero, è uno dei più belli che chi scrive abbia mai visto.

Quanto all’ottimo Marinelli, lui è uno che spacca l’obbiettivo e conquista lo schermo. Carismatico ambasciatore dell’eccellenza italiana nell’acting nel mondo, è sicuramente uno che ha la stoffa e non solo per i suoi film precedenti (non ha perso mai un colpo da ‘Tutti i santi giorni’ a ‘il padre d’Italia’ fino a ‘Lo chiamavano Jeeg Robot’) ma anche per la formidabile capacità di sviluppare un personaggio, e quello del protagonista dell’omonimo romanzo di Jack London era assolutamente stimolante e in parte anche complesso e tormentato.

Dice il regista Pietro Marcello: “Martin Eden racconta la nostra storia, la storia di chi si è formato con la cultura incontrata non in famiglia, o a scuola, ma lungo la strada; è il romanzo degli autodidatti e di chi dalla cultura in parte è rimasto deluso.

Oltre una prima lettura, però, Martin Eden non racconta solo la storia di un giovane proletario che, per amore di una ragazza altolocata, ambisce a diventare scrittore: è anche il ritratto di un artista di successo –un autoritratto a tinte fosche dello stesso Jack London – che smarrisce fatalmente il senso della propria arte”.

Il personaggio si dibatte in un dilemma pirandelliano fra forma e vita, fra il successo e la sua crisi d’identità, fra ambizioni e rimpianti, si direbbe un ‘soggetto sbarrato’ come l’uomo tratteggiato dal filosofo Jacques Lacan.

Interessante l’ambientazione: una Napoli degradata, umiliata e offesa ma orgogliosa e dignitosa alla quale è bello tornare dopo vicissitudini in mare.

Ci sono tanti buoni motivi per andare a vedere questo film: per chi ha letto il romanzo di Jack London del 1908, per chi ama i film dai grandi ideali come ‘Novecento’ (e questo film é carico di vibranti ideali), per chi ama i film storici, per chi si vuole emozionare per una storia che racconta come eravamo e come siamo tuttora, per chi ama coniugare romanticismo e lotta di classe.

Un film ambientato nel passato ma rivolto al futuro: il fulcro é un umanesimo vitalistico. L’impianto drammaturgico é molto pregevole, la fotografia curatissima, il cast del tutto interessante (ci sono Chiara Francini e Giordano Bruno Guerri accanto a Carlo Cecchi che nel film è Russ Brissenden, colui che nel film inizia Martin Eden al socialismo dal quale però il giovane scrittore prende presto le distanze) e si percepisce un certo gusto neorealista che riecheggia il Pasolini migliore (Teorema ad esempio), con uno spleen di fondo che avvolge uomini e luoghi.

La fotografia esprime un’idea di vintage, di già vissuto ma mai trito, anzi. Le immagini sembrano parzialmente sgranate come alla luce di un color seppia, ma molto attenuato. Tanti i bellissimi primi piani, il regista è un virtuoso della macchina da presa.

E dulcis in fundo, Giorgio Armani non poteva resistere a vestire questo incredibile attore, dato che a cominciare da Richard Gere ha segnato l’ascesa professionale dei più grandi attori di Hollywood. Onore al merito anche a lui per l’outfit blu e nero che Marinelli sfoggiava alla cerimonia di premiazione di Venezia 76 quando ha oltretutto dedicato il film a tutti i migranti. Anche per questo davvero un bellissimo film. Non perdetelo.

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Eugenio Franceschini, acqua e sapone

E’ da poco diventato padre di Argo al quale dedica tutte le sue più amorevoli cure. Questo per sottolineare che Eugenio Franceschini, veronese, classe 1991, segno zodiacale Vergine, è un uomo semplice dall’animo gentile e pieno di talento, che non si prende troppo sul serio.

Equilibrato, cordiale ma timido, è figlio d’arte: suo padre é l’attore Gianni Franceschini che gli ha trasmesso la passione per il teatro dove ha anche recitato nel 2015 accanto a Leo Gullotta in ‘Prima del silenzio’, dramma di Giuseppe Patroni Griffi con un’elegiaca storia romantica a sfondo queer che è stata anche la sua prova attoriale più dura, come ci rivela lui.

Appassionato di rugby che pratica con gli amici, Eugenio ha vinto il nastro d’argento nel 2018 per tre sue interpretazioni, e per un artista della sua età non è poco.

L’attore, che ricordiamo soprattutto per ‘Una famiglia perfetta’, ‘Fango e gloria la grande guerra’ e ‘Una vita spericolata’, è attualmente sul piccolo schermo con la fiction ‘La strada di casa 2’ prodotta da Luca Barbareschi per Rai Fiction in cui Eugenio si cala nel ruolo avventuroso di Lorenzo Morra, fratello di Fausto, interpretato da Alessio Boni e affiancato nel cast da Sergio Rubini e Lucrezia Lante della Rovere.

La serie televisiva per la regia di Riccardo Donna ruota intorno alla cascina Morra di Torino avvolta in un fitto mistero. Ce ne parla Eugenio Franceschini in questa intervista.

Come si evolve il personaggio di Lorenzo dalla prima stagione della fiction a oggi?

Premesso che avevo già lavorato con Alessio Boni in ‘Maldamore’ prima di approdare a questa serie di successo, trovo che stavolta nella seconda stagione il plot sia più stimolante e i personaggi, soprattutto il mio, sono più definiti, più strutturati anche sul piano drammaturgico.

Tutto è più realistico e Lorenzo ha un ruolo più sfaccettato che lo porterà a Praga. Ma non vi svelo troppo. Lorenzo ha perso la sua ragazza sull’altare, la sua amata è sparita nel nulla e il mio personaggio tende un po’ a trainare la storia.

Che ne pensi delle nuove opportunità espressive offerte da Netflix?

Lo trovo stimolante, dipende dal ruolo ma mi piacerebbe lavorare con una produzione Netflix. Rispetto alla televisione (che ha dato anche il successo a Eugenio Franceschini: ‘i Medici’ e ‘Grand Hotel’ sono le serie in cui ha avuto maggior risalto n.d.r.) Netflix richiede tempistiche più accettabili.

Se per esempio al cinema in un giorno giri due scene al massimo, mentre in televisione ne puoi realizzare almeno sette, Netflix è un buon compromesso fra queste due prospettive, fra cinema e piccolo schermo. Comunque devo ammettere che anche la televisione dà un’ottima visibilità e lo conferma la mia partecipazione a ‘La strada di casa 2’.

Che differenza intercorre per te fra cinema e teatro?

Il cinema è magia, il teatro è come un concerto live. Il teatro è più prevedibile, si tratta spesso di ripetere lo stesso copione ogni sera, la messinscena teatrale presuppone un pubblico ‘vivo’.

Prima hai proposto la similitudine del concerto live. Che ne pensi della musica?

Mi piace molto, la seguo, in famiglia siamo tutti un po’ con il pallino per la musica, non a caso i miei cugini fanno musica anche loro.

Parlaci del tuo guardaroba. Com’è Eugenio Franceschini allo specchio?

Diciamo che non ho grande interesse per la moda, quando devo calcare un red carpet mi metto in smoking e mi piace ma in generale non sono un tipo glamour. Il mio guardaroba si compone di indumenti basic: una maglia, una giacca classica, niente di eccentrico.

Sicuramente la presenza non ti manca. Quanto ti ha aiutato nella tua carriera?

La bellezza è perfettibile e può decretare il successo di un artista come me ma dipende sempre dal percorso che intraprendi. Marlon Brando era famoso per la sua bellezza imperfetta e lui citava sempre un macchinista che dietro le quinte di ‘Un tram chiamato desiderio’ gli aveva sferrato un pugno sul naso perchè senza quel pugno probabilmente non sarebbe stato il divo che è stato in effetti.

Su Instagram e in alcuni tuoi film sei apparso anche nudo. Ti sei sentito a tuo agio recitando senza veli?

Non fa molta differenza per me. Certo, quando ero nudo sotto la doccia sul palco accanto a Leo Gullotta in ‘Prima del silenzio’ un po’ di imbarazzo l’ho provato ma poi svanisce. Vedi, io quando ero più giovane svelavo il lato B in modo goliardico come si fa con gli amici per tifoseria. In generale non sono un esibizionista ma sono a mio agio con il mio corpo.

I prossimi progetti?

Ho appena fatto un provino con un famoso regista ma non chiedermi di più. Girerò ‘Nero a metà’ con Marco Pontecorvo come regista e nel cast c’è Claudio Amendola. Il mio sogno è realizzare uno spettacolo teatrale partendo dal testo di ‘Film d’amore e d’anarchia’ di Lina Wertmuller che amo molto.

Adoro il cinema politico e di denuncia sociale, quello tosto e impegnato, il mio film preferito è ‘La classe operaia va in paradiso’ di Elio Petri. I miei cineasti del cuore sono Marco Tullio Giordana, Paolo Virzì e Matteo Garrone. Ma amo molto anche Wes Anderson e Alice Rohrwacher per i loro mondi favolistici, di reverie.

Che ne pensi dei social e degli influencer?

Tutto sta in come gestisci la tua immagine. Non ho una vera e propria opinione al riguardo. Uso i social per il mio lavoro ma non sono un fanatico di Instagram. Gli influencer sono delle figure di marketing, ognuno vende la sua immagine come meglio crede.

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Cinecult: Joker di Todd Phillips

Una risata vi seppellirà. Dopo ‘IT’e ‘IT 2’ e il Joker di Tim Burton interpretato da Jack Nicholson in ‘Batman’, arriva sugli schermi italiani il nuovo attesissimo, irriverente, visionario capitolo dedicato a uno dei più grandi cattivi della DC comics che esplora il lato dark dell’umorismo e della comicità analizzando l’efferatezza metaforica del pagliaccio nella società postmoderna.

Leone d’oro alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 76, ‘Joker’ di Todd Phillips e distribuito da Warner Bros.Pictures viene da molti considerato il film dell’anno.

Film complesso, inquietante e alquanto cupo, ma destinato a lasciare il segno nello spettatore, è un’opera di indubbio spessore e valore artistico incentrata su un’acuta e graffiante critica sociale dove la struggle class si intreccia inestricabilmente con la visione cruda e surreale del perfido Joker, antieroe beffardo e disadattato con gravi alterazioni psichiche che combatte quotidianamente contro la barbarie e l’inciviltà di una società in disfacimento che condanna l’individualità e la diversità.

Joaquin Phoenix, candidato per tre volte all’Oscar, stavolta potrebbe vincerlo davvero con un’interpretazione straordinaria, magnetica e coinvolgente. L’attore dimostra di essersi calato magnificamente nel personaggio e di viverlo come se fosse un suo gemello.

Nel film Phoenix è Arthur Fleck. Arthur indossa due maschere. Una se la dipinge per svolgere il suo lavoro come pagliaccio durante il giorno. L’altra non se la può mai togliere: è la maschera che mostra nell’inutile tentativo di sentirsi parte del mondo che lo circonda, che nasconde l’uomo incompreso che la vita sta ripetutamente abbattendo.

Senza un padre, Arthur ha una madre fragile, Penny Fleck (la brava Frances Conroy) probabilmente la sua migliore amica, che lo ha soprannominato ‘Felice’, un appellativo che ha generato in Arthur un sorriso che nasconde una profonda angoscia interiore. Il tutto sullo sfondo una città brulicante e ostile, degna della New York anni’70 di Scorsese in ‘Taxi driver’.

La Gotham City rappresentata nel film potrebbe essere una qualunque metropoli decadente di oggi: afflitta dal problema della mancanza di igiene e dello smaltimento dell’immondizia, attanagliata dalla piaga della disoccupazione, una città in ginocchio sull’orlo del baratro in cui divampa la rabbia sociale a causa della esponenziale proletarizzazione del ceto medio.

Un tycoon candidato sindaco, Thomas Wayne (il padre di batman) che definisce ‘pagliacci’ i suoi concittadini meno fortunati fomentando un clima di tensione e l’odio e Joker, letteralmente il buffone, che diventa il simbolo della ribellione contro la tirannide del privilegio.

Gli spunti di critica sociale disseminati nel film vengono sublimati dalla definizione del personaggio, con una grande ricchezza di introspezione psicologica laddove il disagio psichico del protagonista che ride e fa ridere ma non certo per allegria, si riverbera esteriorizzata nella sua struttura fisica quasi deforme, in perfetto stile Egon Schiele: la sua risata è il frutto di una patologia neuro-cerebrale che in presenza di un forte choc emotivo viene fuori irritando le persone adulte ma suscitando l’ilarità dei bambini.

Bullizzato, pestato, emarginato da tutti per la sua innata stranezza, umiliato e offeso da un sistema spietato, cinico e plutocratico e cinico, Arthur Fleck saprà prendersi la sua rivincita in uno storytelling serrato e vibrante.

Accanto a Phoenix giganteggia Robert De Niro, rutilante e pieno di verve, lui il vero comico amato dall’establishment, il conduttore televisivo Murray Franklin che in una scenografia che rifà il verso allo studio del celeberrimo ‘Johnny Carson Show’ mette in scena il dramma di una comicità dal risvolto patetico un po’ come in ‘re per una notte’.

La costruzione del personaggio Joker è affidata non solo al talento recitativo di Phoenix (che peraltro a Toronto si è aggiudicato già il ‘tribute actor award’) ma anche all’abilità del costumista Mark Bridge che ha lavorato molto bene in passato con Phoenix in altri due film.

Arthur punta più alla praticità che allo stile. Veste capi comodi, e si vede che li ha da molto tempo, inoltre ha un vago aspetto infantile, alternato a quello di una persona anziana. Il completo ruggine che costituisce nella sceneggiatura la ‘divisa’ di Joker è stato studiato con proporzioni vagamente anni settanta calibratissime, con un notevole accordo di colori rispetto al gilet (giallo) e alla camicia.

Onore al merito alla truccatrice Nicki Lederman che ha realizzato esasperandolo il make-up di Joker utilizzando a piene mani il verde e il rosso della maschera del clown.

In copertina: Ph: Niko Tavernise – Copyright © 2019 Warner Bros.Entertainment Inc. All Rights Reserved © DC Comics

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Sfilate co-ed: il new mainstream fashion

Sarà perché viviamo nell’era del genderless, sarà perché una sfilata di capi maschili e femminili assemblati insieme propone una visione efficace e sintetica del mood di un brand, sarà anche che un’unica sfilata ottimizza i budget (diciamolo), ma tant’é. Le sfilate di menswear e moda femminile presentate insieme e viste all’ultima fashion week di Milano Moda Donna per la primavera-estate 2020, erano non poche.

Una delle più belle è stata N°21 disegnata dal formidabile Alessandro Dell’Acqua che ha proposto una nuova sensualità introspettiva molto interessante, ricca di stampe floreali minute e raffinate, di tagli romantici e languidamente erotici, un erotismo di lusso soffuso di una nuova consapevolezza che supera e rompe gli schemi borghesi e un po’ azzimati del neopuritanesimo imperante. Non c’è nessuno meglio del direttore artistico della maison Rochas e pioniere dell’estetica anni’90 che possa descrivere e commentare una collezione vincente.

“La prima ispirazione è un senso di erotismo che si emancipa dalle espressioni esclusivamente sessuali e diventa un mezzo per parlare con il corpo. Ed ecco anche perché ho disegnato degli abiti uguali per la donna e per l’uomo, senza cadere nella trappola del no-gender ma facendo incontrare i due generi –femminile e maschile -nell’intreccio continuo delle referenze delle linee, dei volumi e dei tessuti. Questo mi permette anche di esprimere un punto di vista disruptive che è quindi contrario al perbenismo e al moralismo che in questi anni stanno imponendo troppe regole alla vita delle persone e di conseguenza alla moda».

Onore al merito a Dell’Acqua, più che un creativo un libero pensatore. Il risultato? Capi raffinati con scolli imprevedibili e per uomo bermuda e scarpe solide, camicie che scivolano sul corpo atletico o efebico (fate voi) mentre le maniche delle giacche si aprono, i top agiscono come tele morfing sul busto attraverso un sistema di abbottonature, l’abito in chiffon perde le maniche e diventa una sottoveste. E poi i fiocchi svuotati si fissano per costruire abiti trasparenti mentre altri si appiattiscono su baby abiti in tela come fettucce di passamaneria, le gonne plissé sono metà in pelle e metà in chiffon (viene in mente una moderna Emmanuelle o una Anais Nin con un giovane amante).

Una bella prova grazie soprattutto a una crestomazia di capi componibili e scomponibili. Belli anche gli accessori, scarpe con il tacco alto ma sagomato e quindi non scomodo, e borse con logo dorato. E a proposito di accessori, interessanti e sfiziosi sono quelli di Bottega Veneta che ha sgominato la hit-parade delle vendite di scarpe e soprattutto borse, must-have del brand di Kering che è entrato a gamba tesa in Rinascente durante la fashion week con una serie di maxi vetrine dedicate.

Daniel Lee che ha affermato: “La collezione Spring 2020 sviluppa i codici che stiamo definendo per Bottega Veneta. Siamo concentrati sul processo e la chiarezza; un approccio immediato e diretto”, ha assunto da qualche stagione la carica di direttore creativo della maison di pelletteria e di ready-to-wear e che ha debuttato con il lancio della chocolate bag (a nostro avviso una versione tridimensionale della knotbag di Tomas Maier predecessore di Daniel Lee) inaugurando chez Bottega un filone che strizza l’occhio a forme funny e paffute, con volumi interessanti e forme accattivanti, spesso geometriche e in colori di punta come il verde lime.

Nella palette di cui si accendono i bei capi in pelle dai tagli magistrali sia per lui che per lui e le borse che rileggono la knot segnaliamo l’arancio brillante e il giallo sole che si alternano al color moka e al nero carbone. Molto basic ma sexy gli abiti sensuali neri o in metal mesh che con i loro scolli provocanti e i cut-out inaspettati occhieggiano agli early nineties e ai late eighties. Bellissimi gli spolverini in nappa morbidissima con il punto vita sottolineato da eleganti impunture da portare con i bermuda confortevoli assortiti a lunghi calzini sulle gambe nude, le forme delle giacche maschili hanno spalle leggermente spioventi, molto anni ’80 e acquistano carattere grazie al colore.

Le scarpe avvolgono il piede come un morbido abbraccio, i sandali per lei sono ricamate di sfavillanti specchietti, oppure sono delicate mules con un tacco moderato. Il classicismo si contrappone al modernismo con tecniche raffinate: nodo, intreccio e maglia. I materiali sono declinati nella loro forma più pura: legno, oro, lacca, pietra, pelle, cotone e il corpo. Un neo minimalismo prezioso e di gran lusso che è la nuova frontiera dell’aspirazionalità sia per lui che per lei. Un’altra fautrice della formula co-ed è sicuramente Angela Missoni che tratteggia un’estate fra glamour hippy e playboy rutilanti con giacche tuxedo ricamatissime come tempestate da un diluvio di diamanti, pensate forse per party faraonici al Billionnaire o su qualche spiaggia esclusiva e super élitaria.

Non mancano le belle camicie stampate molto desiderabili per un maschio un po’ peacock che sa osare con buonsenso, e poi outfit maschili dégradé che evocano le tinte del bel mare cristallino della Sardegna, completi gessati da assortire a camicie squillanti e foulard alla Gigirizzi. I colori dell’uomo Missoni? Tutte le sfumature del blu. E se vi pare poco guardate le immagini.

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Cinecult: Rambo Last Blood di Adrian Grunberg

Oggi siamo tutti un po’ dei combattenti e la vita quotidiana è la nostra trincea. Se non ne siete convinti chiedete lumi a Sylvester Stallone, l’action hero americano per antonomasia che ora torna al cinema con l’ultimo capitolo della saga legata a John Rambo, protagonista del romanzo di David Morrell ‘Primo sangue’ pubblicato nel 1972. Il film ‘Rambo Last blood’ diretto da Adrian Grunberg, distribuito da Notorious Pictures e interpretato da Sylvester Stallone (nel ruolo del veterano di guerra reduce dal Vietnam John Rambo approdato sul grande schermo per la prima volta nel 1982) mostra un Rambo inedito, guerriero ferito ma anche molto legato ai suoi affetti familiari.

Il plot, che è stato sceneggiato peraltro anche da Stallone, riprende la storia dal film precedente della serie in cui Rambo-Stallone (difficile ormai separarli) torna negli States nella sua fattoria in Arizona (in realtà il paesaggio è quello di Tenerife, nelle isole Canarie e il set della pellicola è anche la Bulgaria) e cresce come una vera figlia la piccola Gabriela (Yvette Monreal) molto amata anche dalla nonna che vive con lei (e Rambo), la passionale Maria interpretata da Adriana Barraza.

Ora l’eroe americano ad alto tasso di testosterone che sembrava aver trovato la pace nel suo ranch con bunker annesso-ma in realtà non ha mai tregua- deve affrontare la pericolosa minaccia di un cartello messicano di trafficanti di schiave che vengono vendute a uomini efferati e senza scrupoli per poi essere destinate a morte certa fra violenze fisiche e overdose. Nella rete dei trafficanti cade anche la giovane e innocente Gabriela, ma Rambo non ci sta e cerca di salvarla chiedendo a gran voce vendetta-tanto per cambiare-e alleandosi a tale scopo con la bella Paz Vega che nel film si cala nei panni della coraggiosa giornalista Carmen Delgado, forse il personaggio più riuscito del film.

Una sbornia di sangue ed effetti speciali, in bilico fra macabro e action movie esplosivo in tutti i sensi, ora il cinema può essere arte o intrattenimento, ma difficilmente riesce a conciliare questi due poli tematici. L’annosa questione si ripropone in questo film in cui Stallone torna a mostrare i muscoli sfidando il nemico che è straniero, ossia messicano. Si parla molto di immigrazione e di certo questa stigmatizzazione dei ‘cattivi messicani’ che sfruttano la prostituzione e rapiscono giovani donne indifese (non potevano essere americani come nel primo, irripetibile film della serie? Ci si domanda) non sembra a chi scrive tanto opportuna in questo momento.

Detto ciò, la fotografia ci è apparsa straordinaria, la regia abbastanza azzeccata e il tema della violenza sulle donne di grande attualità e ad alto tasso drammatico. Chi si aspetta un cult resterà deluso, chi invece ama le sparatorie e i personaggi dalla forte identità virile (il macho duro e puro che non deve chiedere mai per intenderci, oggi un po’ fané in un’epoca che definisce l’identità attraverso la confusione dei generi) troverà pane per i suoi denti. Se avete lo stomaco debole sconsigliamo la visione di questo film perché alcune scene cruente rasentano lo splatter.

Ma in definitiva se amate Stallone e le armi non vi disturbano ( ce ne sono di tutti i tipi, forme e qualità) potete passare un’ora e mezza in totale relax godendovi un prodotto onesto e confezionato con discreta cura, con sparatorie e incendi a profusione. Stallone resiste e non molla e si vede che nel suo cuore batte un’anima da guerriero pop. Ma restano lontani in tempi in cui recitava in ‘Demolition man’ (un film niente male) e posava in costume adamitico accanto a Claudia Schiffer per una memorabile campagna pubblicitaria di porcellane realizzata dal geniale e compianto Richard Avedon per l’allora in auge Gianni Versace.

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‘Il nudo maschile nella fotografia e nella moda’ di Leonardo Iuffrida

Cosa ha a che fare la moda con il nudo maschile? E perché proprio oggi dopo anni di tabù e di mortificazione, il corpo virile viene esibito in tutto il suo inverecondo splendore ovunque, a cominciare dalle riviste di moda più patinate e dalle passerelle dei grandi stilisti fino al cinema e alla televisione? Se lo è chiesto lo scrittore Leonardo Iuffrida, giovane saggista ed esperto di moda e fotografia, nel suo libo ‘Il nudo maschile nella fotografia e nella moda’ edito da Odoya.

Nato in Calabria ma ormai bolognese di adozione, l’autore indaga sulle vicissitudini e le imprevedibili evoluzioni dell’identità virile dall’ottocento a oggi, attraverso le immagini di nudo maschile realizzate dai grandi fotografi di moda: da Georg Hoyingen Huene a Horst, da Mapplethorpe a Herb Ritts, da Platt Lynes a Bruce Weber fino a Oliviero Toscani, Terry Richardson, Mariano Vivanco e Mario Testino.

La disamina di Iuffrida procede con acume e spirito critico anche attraverso la lettura delle opere di Wilhelm von Gloeden, autore di immagini di nudi maschili omoerotici un po’ paganeggianti e un po’ wilde, di Herbert List, di Bob Mizer fondatore della rivista physique Pictorial e dell’agenzia ‘athletic model guild’ che lanciò i primi nudi maschili integrali, e di Tom of Finland, artefice delle illustrazioni gay più belle, hot e provocanti della storia del pensiero queer (e non solo).

L’idea dell’autore, che passa in rassegna le grandi stagioni del cambiamento della soggettività del cosiddetto ‘sesso forte’, è che oggi siamo nell’epoca del new man e del post-umano che subentra al postmodernismo, peraltro ancora in voga, e inoltre il nudo maschile avrebbe successo anche grazie all’erotizzazione del corpo maschile dettata dal mondo gay e dalle fantasie più sfrenate delle donne che, una volta emancipate, trattano l’altro sesso alla stregua degli uomini più maschilisti.

Secondo Iuffrida la nudità maschile è temuta dagli uomini perché per loro è sinonimo di vulnerabilità e perché inficierebbe le basi del sistema patriarcale sul quale l’uomo per secoli ha fondato la sua supremazia sulla donna, rinunciando a vestire con gusto decorativo almeno fino alla metà degli anni sessanta del novecento allo scopo di assecondare l’etica plutocratica e capitalistica dell’ottocento, culla del pensiero dominante legato al cosiddetto ‘uomo invisible’ che per sottolineare la sua autorevolezza si copre sempre di più.

Proprio con le teorie estetiche di Winckelmann che propugnavano il bello apollineo ideale e che avrebbero favorito l’ascesa dei regimi totalitari nella prima metà del secolo scorso, secondo Iuffrida avrebbe avuto inizio il filone di pensiero che individuava nel nudo maschile un ideale di armonia e compostezza sublimata da coniugare con il protagonismo dei grandi dittatori del novecento (vedi le foto della Riefenstahl e le statue di epoca littoria che decorano lo stadio dei marmi a Roma).

Oggi grazie ai progressi della cultura e grazie anche all’evoluzione dei costumi, con l’avvento dell’estetica metrosexual (avete presente David Beckham?) il macho duro e puro che ha dominato anche la scena gay underground negli anni settanta e ottanta con l’estremizzazione del clone, cede il passo a una figura maschile più soft che, corteggiata ed educata alla cura di sé dalla moda, dalla cultura fisica e dalla chirurgia estetica, sa accettare fragilità e insicurezze per un uomo pronto ad abbandonare la corazza del puritanesimo e ad affrontare finalmente con serenità il dialogo con l’altro sesso.

Complice l’estetica avanguardista di Giorgio Armani e di Gianni Versace, ma anche lo sviluppo del genderless e della fluidificazione delle barriere fra i sessi che si riallaccia alla visione della moda di Tom Ford e Alessandro Michele per Gucci, in nome di una ritrovata libertà che porta gli uomini a essere sé stessi, affrancandoli dalla sovranità di stereotipi borghesi e atavici tabù. Un libro illuminante e abbastanza esaustivo, corredato da una vasta e ricca bibliografia e frutto di un meticoloso lavoro di ricerca, documentato sempre con rigore da fonti autorevoli. Ringraziamo l’autore per aver realizzato un libro che mancava assolutamente.

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Cinecult: Yesterday di Danny Boyle

Provate a immaginare un mondo che ha perso la memoria e improvvisamente ignora: Harry Potter, le sigarette, la Coca Cola e… i Beatles. Che mondo sarebbe senza le canzoni del quartetto british? I miracoli possono accadere davvero e di punto in bianco uno si può trovare catapultato in un’epoca un po’… insipiente? E smemorata. Beh questo è lo spunto da cui prende le mosse la storia di ‘Yesterday’, uno dei cult movie dell’autunno 2019 diretto da Danny Boyle e distribuito da Universal Pictures.

Giovane e fresca come un sorso d’acqua gelata frizzante, la pellicola racconta la storia fantastica di un grande sognatore, il cantautore anglo-indiano di belle speranze, l’intrepido Jack Malik interpretato dallo spassoso Himesch Patel, una autentica rivelazione dell’acting britannico dalla innata vis comica. Nato in Inghilterra da genitori indiani, un po’ scettici sul potenziale del figlio, dotato chitarrista, il protagonista coltiva i suoi sogni condividendoli con l’amica del cuore, segretamente innamorata di lui, la bella Ellie interpretata da una magistrale Lily James (l’avrete vista in ‘Mamma mia! Ci risiamo’).

Tutto scorre fra alti e bassi finché una notte Jack, reduce dall’ennesimo flop, subisce un incidente e al suo risveglio in ospedale scopre che nessuno sa chi siano i Beatles, neppure Google. E a questo punto: vi ricordate Massimo Troisi che canta le best songs dei mitici ragazzi inglesi in ‘Non ci resta che piangere’? Beh l’idea del plot è vagamente quella, sviluppata sicuramente con verve e originalità dal bravo cineasta e dal suo sceneggiatore nonché condita, perdonateci la licenza, con il sapore della birra e delle patatine, perché ‘Yesterday’ è ambientato nell’Inghilterra della Brexit.

Film divertente e un po’ caustico sul valore della memoria (viviamo nell’epoca del vintage e del riciclo permanente di tutto), ma anche incentrato sulle trappole dello showbiz e il costo della fama, per certi versi alquanto faustiano, ma anche elegiaco e inguaribilmente romantico, con spunti sociali come l’integrazione interetnica (non se ne parlerà mai abbastanza a nostro avviso), il mondo sostenibile e l’attualità della musica pop filtrata dai social network che fanno e disfano i miti di oggi con la stessa velocità con cui ci si soffia il naso.

Analisi lucida e spietata sugli ingranaggi dello stardom –che nel film è incarnato dalla perfida Debra, l’agente del rapper Ed Sheeran che cerca di rubare l’anima all’inesperto Jack Malik, proponendogli soldi e successo. Il film dai brillanti dialoghi che non rischiano mai di annoiare, e dal ritmo godibile e scanzonato, è un inno all’amore, che oggi i critici più acidi definirebbero ‘vagamente buonista’ in un mondo in cui la verità osteggiata dall’onnipotenza del fake trionfa sulla dilagante menzogna. E qui veramente ‘love is in the air’.

Del resto alcune delle più belle canzoni d’amore della storia della musica di tutti i tempi, le hanno scritte e cantate proprio quei formidabili, impareggiabili fab 4, i ragazzi di Liverpool che hanno segnato in modo indelebile la storia del costume e della società. Queste canzoni potrete risentirle e canticchiarle a sazietà durante tutto il film, rieditate in versioni nuove, più fresche e moderne, sempre godibilissime.

Lo sceneggiatore, tanto per dirne una, è Richard Curtis, lo stesso di ‘Notting Hill’ (di cui si scorgono vaghi echi nella trama), di ‘Bridget Johnes’, e di ‘Quattro matrimoni e un funerale’ che ha lanciato nell’olimpo di Hollywood Hugh Grant (la sua fidanzata Liz Hurley la lanciò Gianni Versace con il suo lungo, conturbante abito nero chiuso da safety pins dorate, anche questo da non dimenticare al pari dei Beatles).

La zampata geniale di Boyle che, per chi soffrisse d’amnesia ha firmato il film culto degli anni’90 ‘Trainspotting’ definito dalla mefistofelica Anna Wintour la papessa di Vogue America, il film più influente sulla cultura del nostro tempo, ebbene questo talento made in Boyle per l’immagine d’effetto si può cogliere in alcune scene surreali del film, nella vena propensa alla provocazione aristofanesca e alla trasgressione ipervisiva giocata su colori saturi e brillantissimi con un eccellente e originale studio della fotografia e nei sogni del protagonista, inebriato e insieme spaventato dalla celebrità.

Uno storytelling di impatto che si inserisce a pieno titolo, seppur con indubbia originalità, nel filone delle favole pop musicali oggi molto in voga al cinema.

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Cinecult: Burning-L’amore brucia di Lee Chang-dong

Il fuoco purificatore come metafora dell’esistenza, della memoria, dell’anima umana. Un efficace affresco della Corea del Sud di oggi dipinto da un regista sensibile e creativo: Lee Chang-dong, già ammirato per il film ‘Poetry’e per ‘Green fish’, colpisce nel segno con il suo film ‘Burning-L’amore brucia’. Una storia di rabbia e di mistero. Il film è distribuito da Tucker film e liberamente tratto dal racconto ‘i granai incendiati’ inserito nel volume ‘L’elefante scomparso e altri racconti’ opera del grande scrittore giapponese Murakami Haruki.

Al centro del plot, semplice ma allo stesso tempo non privo di zone d’ombra, sullo sfondo della Seoul dei grattacieli e della zona rurale, uno strano triangolo formato dai tre protagonisti: il giovane scrittore alla ricerca della verità Jongsu interpretato da Yoo Ah-in ed esponente della Corea proletaria, il facoltoso ed enigmatico Ben, uno yuppie di nuova generazione con Porsche e appartamenti di design rappresentante della Cora ricca e rampante (un talentuoso Steven Yeun già visto in ‘The walking dead’) e la bizzarra Haemi (Jung Jong-seo che vedremo presto in ‘Mona Lisa and the blood moon’ accanto a Kate Hudson) che reinventa la realtà con storie credibili e una fervida immaginazione.

Jongsu, un ragazzo brillante ma umile che nella vita fa il fattorino ma sogna di sfondare come narratore, s’imbatte in Haemi, una sua ex compagna di scuola perseguitata dai bulli che per vincere i suoi complessi si è affidata al bisturi, e se ne innamora. Mentre Haemi va in Africa, Jongsu si prende cura del suo gatto ma al suo ritorno lo aspetta una sgradita sorpresa: Haemi presenta a Jongsu la sua nuova fiamma, Ben, un ragazzo affascinante e misterioso, che si è arricchito con business di cui ignoriamo la natura, un po’ come il grande Gatsby ma dalla doppia faccia.

Thriller e romanticismo con accenti di algida carnalità e soffuso erotismo, si intrecciano in un film dalle molte anime, piuttosto lento nella prima parte e ricco di brio e di colpi di scena nella seconda. Tutto è giocato sul tema del doppio: dovere e piacere, realtà e illusione, uomo e donna. Riprese serrate, potenti, una certa magniloquenza descrittiva mista a un nitore di design, un montaggio secco e tagliente definiscono una pellicola di qualità, un grande romanzo cinematografico che Barack Obama ha descritto come ‘il miglior titolo del 2018’. Visione consigliata a un pubblico cinefilo ed esigente, attratto dall’Asia e amante delle storie moderne raccontate con una sintassi ineffabile, misteriosa come la vita.

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Cinecult: E poi c’è Katherine di Nisha Ganatra

Le donne hanno assolutamente una marcia in più, soprattutto al cinema. Lo conferma il bel film di Nisha Ganatra ‘E poi c’è Katherine’ distribuito da Adler Entertainment e appena arrivato sui nostri schermi. Una storia agrodolce dagli interessanti risvolti sociali e ricca di spunti di riflessione sulla condizione dei sessi e anche sui sentimenti, in cui il punto di vista femminile é inequivocabilmente preponderante.

In sostanza un’analisi di spessore sull’empowerment femminile nell’epoca 4.0 dominata dai social. Se avete amato ‘Il diavolo veste Prada’, ‘Broadcast news’ e ‘Quinto potere’ questo è il vostro film e sicuramente per ritmo, sense of humour e capacità di introspezione, non rischia di annoiarvi. Katherine Newbury -interpretata da una sfolgorante Emma Thompson sul cui talento leggendario pare che il personaggio sia stato perfettamente costruito- è la conduttrice di un talk show comico e brillante di grande successo che l’ha portata sulla cresta dell’onda per 10 anni.

Ma ora l’inappuntabile donna in carriera dello showbiz che ha sempre puntato sull’eccellenza senza compromessi soprattutto nel lavoro, con un marito invalido malato di Parkinson, Walter Lowell appassionato di musica e intellettuale di statura (un bravissimo John Lithgow), in sostanza un manager in pensione di comici di categoria che l’ha sempre affiancata devotamente, all’età di 56 anni suonati si deve rimettere in gioco.

Il suo show registra un drastico calo di ascolti, e Katherine rischia di perdere il trono di regina del cabaret di tarda serata. Siccome si è fatta la fama di una perfida misogina, per manifestare uno spirito di maggiore apertura e solidarietà femminile, decide di assumere una stagista donna e per di più indiana, Molly Patel (che nel film è interpretata da Mindy Kaling, co- sceneggiatrice del film). Sognatrice e idealista Molly è la prima che, in una redazione di soli uomini e per di più maschilista, ha il coraggio di criticare l’algida Katherine e di confutare le sue idee.

Interessante la svolta social di Katherine che per far impennare gli ascolti del suo programma si cimenta nello storytelling attraverso video gag spassose, ricevendo in trasmissione youtuber vagamente trash.

Il film è un’analisi abbastanza stimolante delle trappole della celebrità e del costo del successo. In un mondo dominato dagli uomini le donne devono giocoforza rinnegare la loro femminilità. Ma Katherine non ci sta, e tantomeno Molly, che è il grillo parlante e la coscienza critica della lady di ferro. Magistrali i dialoghi dal ritmo incalzante ed euforico, notevoli e assai azzeccati i costumi curati nei minimi dettagli da Mitchell Travers che definisce bene l’evoluzione del personaggio Katherine lungo l’arco del film, dal mood mannish alla progressiva femminilizzazione atraverso tagli e volumi più morbidi.

Luci e ombre sullo stardom e su un mondo che sa riscoprire l’eticità e il valore del multiculturalismo, delle relazioni umane e dell’integrazione multi-etnica. Un bello schiaffo a Trump e alla sua politica sciovinista. Il film propone anche una revisione della questione del Me-too dal punto di vista maschile ribaltando i cliché e le opinioni consolidate attraverso delle trovate che animano una sceneggiatura molto smart e fresca che non conosce zone d’ombra.

Nel cast funzionano molto bene sia Hugh Dancy, nella parte di un cabarettista un po’ Casanova, sia l’autore dei monologhi del programma TV Tom Campbell, ruolo affidato al talentuoso Reid Scott. E non è escluso a parere di chi scrive che questa ottima prova di recitazione possa valere alla Thompson, due volte premio Oscar sia come sceneggiatrice (Ragione e sentimento) che come attrice (Casa Howard), una terza meritata statuetta. Ci rivedremo ai Golden Globe, noi intanto tifiamo per lei.

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Venezia 76, sulla laguna piovono stelle

Direttamente dall’ultima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ecco i look e i red carpet che abbiamo amato di più.

Luca Marinelli appare timido ma raggiante sotto le luci dei riflettori che fanno brillare i suoi grandi occhi penetranti, di un blu profondo come la sua elegante giacca di velluto cangiante firmata Giorgio Armani. Il giovane divo romano, classe 1984, è stato insignito, nel corso di una solenne cerimonia di premiazione, della meritata e ambita Coppa Volpi come migliore attore protagonista per il bel film ‘Martin Eden’ di Pietro Marcello distribuito da 01 Distribution Rai Cinema. Da notare che Rai Cinema quest’anno ha presenziato al festival con ben 20 titoli alcuni dei quali vincenti.

Marinelli che a 34 anni può già vantare un David di Donatello, è sicuramente il trionfatore dell’edizione 76 della rutilante mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia appena conclusasi con la guida di Alberto Barbera, e con Alessandra Mastronardi come radiosa ed elegante madrina. E anche se il Leone d’oro se l’è aggiudicato l’attesissimo film anti-fumetto ‘Joker’ di Todd Phillips interpretato da un istrionico Joacquim Phoenix affiancato da Robert De Niro, mentre il Leone d’argento gran premio della giuria è andato a ‘J’accuse’ pellicola storica e controversa diretta dal geniale Roman Polansky che finora non ha rilasciato interviste sul film incentrato sullo spinoso caso Dreyfus (interpretato da Jean Dujardin), l’Italia è riuscita a difendere le sue posizioni egregiamente con una serie di film azzeccati e di spessore.

A cominciare proprio da ‘Martin Eden’, storia liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Jack London in cui il regista Pietro Marcello racconta l’idillio napoletano, fra amore e politica, del giovane marinaio Martin Eden, squattrinato ma animato da un vibrante idealismo, e la bella e facoltosa Elena Orsini, sullo sfondo dei fermenti del socialismo e di un mondo che sta cambiando vorticosamente. Il suo premio il grande Marinelli l’ha dedicato a sorpresa a coloro che si battono per salvare i migranti.

Altri due premi per il bel paese sono andati a ‘La mafia non è più quella di una volta’ di Franco Maresco che ha vinto il premio speciale della giuria. Da segnalare altri due gioielli di grande cinema Made in Italy: ‘Vivere’ di Francesca Archibugi e ‘Tutto il mio folle amore’ di Gabriele Salvatores, anch’essi distribuiti da Rai Cinema. In ‘Vivere’ con Micaela Ramazzotti e Adriano Giannini (che sul red carpet ha sfoggiato un tuxedo sartoriale di Brioni), la regista romana che ricordiamo per ‘Con gli occhi chiusi’ e ‘Mignon è partita’, compone un film corale che è un tributo all’arte di vivere oltre la menzogna che ci attanaglia.

Per ‘Tutto il mio folle amore’ Salvatores propone un road movie in cui un cantante incontra per la prima volta il figlio adolescente autistico. Nel cast svettano nei ruoli centrali Claudio Santamaria, che nel film è un po’ un Modugno redivivo, e Valeria Golino. L’attrice, che è anche membro della giuria del Deauville Festival presieduta da Catherine Deneuve, è anche interprete del film di Costa-Gavras ‘Adults in the room’ ispirato ai diari dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis che i governi europei scelsero di affossare ai tempi della crisi greca del 2015. E a Venezia 76 ha triplicato perché è anche nel cast dello spassoso film ‘Cinque è il numero perfetto’ diretto da Igort, in cui il protagonista Tony Servillo affiancato da Carlo Buccirosso si cala nei panni di un camorrista in pensione che deve ritornare a uccidere per vendicare il figlio sullo sfondo di una surreale Napoli anni’70.

Ancora buon cinema italiano con ‘Nevia’ di Nunzia De Stefano con Pietra Montecorvino (la ricordate accanto ad Arbore in FFSS?), ‘Il sindaco del rione sanità’ di Mario Martone con Massimiliano Gallo e Francesco Di Leva ispirato a un testo teatrale di Eduardo De Filippo, e ‘Tony Driver’ di Ascanio Petrini distribuito da Wanted con Pasquale Donatone come protagonista, e dedicato anch’esso al tema dell’immigrazione e dell’integrazione, con una storia in equilibrio fra Taxy Driver e Will il Coyote.

Dall’Italia arrivano sulla laguna anche due attesissime serie televisive che promettono faville. La prima è firmata Paolo Sorrentino ed è il nuovo capitolo di ‘The New Pope’, storia dell’ambizione di due papi che aspirano a essere dimenticati, in cui Jude Law recita stavolta accanto a John Malkovich, e ‘ZeroZeroZero’, la nuova serie di Stefano Sollima tratta dall’omonimo nuovo libro di Roberto Saviano e imperniata sulle trame oscure che collegano i cartelli messicani, la n’drangheta e i business men corrotti americani.

L’Italia è stata poi degnamente rappresentata da Paolo Virzì, uno dei nostri più brillanti cineasti, che sedeva nella giuria di questa edizione presieduta da Lucrecia Martel e composta fra gli altri da Piers Handling, Stacy Martin, Mary Arron, già famosa per il film ‘American Psycho’ con Chloe sevigny e Christian Bale, e oggi regista del film ‘Charlie says’ tuttora nelle sale, intenso film al femminile imperniato sul racconto della Charlie Manson family responsabile dell’atroce massacro di Bel Air dell’agosto 1969.

Da menzionare fra gli altri ‘Gloria Mundi’ di Robert Guédiguian che ha messo a segno una Coppa Volpi come migliore attrice protagonista grazie all’interpretazione folgorante e accorata di Ariane Ascaride, ‘Guest of honour’ l’ultima fatica di Atom Egoyan già noto per il film ‘Exotica’ che porta in scena il complesso rapporto fra un padre e una figlia, ‘La vérité’ di Kore-Eda Hirozaku sull’amore-odio fra una figlia e la madre attrice, con Juliette Binoche e Catherine Deneuve– che ha calcato il tappeto rosso con un look fiammante di Jean Paul Gaultier Haute Couture- e infine, dulcis in fundo, il film ‘Ema’ di Pablo Larrain, una buona prova che fonde linguaggio drammatico e musical e che si è portata a casa due riconoscimenti plebiscitari: il premio Unimed e il 18° premio Arcacinemagiovani.

Per questa edizione inoltre Hollywood ha traslocato sulla laguna schierando alcuni dei suoi più affascinanti e talentuosi protagonisti. Si parte da ‘Joker’ il cui regista Todd Phillips ha promesso di far piangere con le risate del pagliaccio più cattivo del mondo, per passare poi al colossal sci-fi ‘Ad Astra’ di James Gray distribuito da Fox con uno statuario Brad Pitt, un’odissea nell’animo umano e una revisione della mascolinità più stereotipata.

Non offre fianco a critiche l’inossidabile Meryl Streep, elegantissima in un abito stampato di Givenchy e protagonista insieme ad Antonio Banderas, a Sharon Stone e Gary Oldman, di ‘The Laundromat, ultima impresa di Steven Soderbergh, una ricostruzione lucida e rivelatrice dello scandalo dei ‘Panama papers’ dal romanzo del premio Pulitzer Jake Bernstein che documentava le losche manovre di 200 società offshore, fino ad arrivare a Johnny Depp, magistralmente diretto da Ciro Guerra in ‘Waiting for the barbarians’, film storico girato in Marocco in cui il divo americano si cala nei panni del violento e xenofobo colonnello Joll. Nulla di più attuale. Gara d’eleganza fra le star.

Ammiratissima nel suo conturbante abito imprimé rosso sangue flamenco style disegnato per lei da Dolce&Gabbana la splendida cinquantenne Monica Bellucci che era a Venezia per la versione integrale di ‘Irreversible’. Si accende di un rosso passione anche l’abito di paillettes da vamp generosamente scollato, disegnato da Hedi Slimane direttore creativo di Céline per Scarlett Johansson e da lei sfoggiato sul red carpet del film ‘Marriage story’ diretto da Noah Baumbach e da lei interpretato.

Difficile da dimenticare per la sua eleganza Kristen Stewart, fasciata da un lungo e sontuoso abito di pizzo rosa laminato di Chanel Couture e magnetica interprete di ‘Seberg’ di Benedict Andrews in cui la bellissima attrice interpreta l’attrice Jean Seberg indagata dall’FBI. Sembrava un po’ Cenerentola nel suo abito bianco di Ralph & Russo e i gioielli di Atelier Swarovski la diva Penelope Cruz che a Venezia ha portato il film ‘Wasp network’ di Olivier Assayas, storia di cinque prigionieri politici cubani infiltrati nella società americana attraverso la rete ‘Wasp network’.

Meritano un elogio anche il film storico ‘The king’ di David Michod in cui l’enfant prodige del cinema Timothée Chalamet, che Woody Allen ha scelto come protagonista del suo ultimo film, è Enrico V d’Inghilterra travolto dagli intrighi di palazzo accanto a Lily Rose-Depp. Di questa edizione ricorderemo sicuramente l’intramontabile carica rock di Mick Jagger nel cast di ‘The Burnt Orange Heresy’ di Giuseppe Capotondi che ha chiuso in bellezza il festival con un thriller ambientato nel mondo delle gallerie d’arte. Nel cast spicca anche Donald Sutherland. Bella prova, all’altezza di un festival da record che non dimenticheremo facilmente.

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Cinecult: C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino

Arriva finalmente sugli schermi italiani, dopo il successo clamoroso riscosso al botteghino in America, l’attesissimo kolossal di Quentin Tarantino, l’ultima, imperdibile fatica del profeta della pulp generation nato a Knoxville nel Tennessee nel 1963 e definito da Peter Bogdanovich ‘il regista più influente della sua generazione’: ‘C’era una volta… a Hollywood’. E speriamo anche questa volta in qualche oscar (Tarantino ne ha già vinti due in passato), perché questo film li merita davvero!

Un’autentica gara di bravura fra due titani della mecca del cinema a stelle e strisce: Leonardo DiCaprio (premio oscar nel 2016 per ‘The revenant’) e Brad Pitt (che con la sua società Plan B Entertainment si è aggiudicato la dorata statuetta per ’12 anni schiavo’ di Steve Mc Queen). Da notare che il biondo divo americano, sex symbol inossidabile, ha definito ‘maturo e lirico’ questo epico film.

Quentin Tarantino, Leonardo DiCaprio and Brad Pitt on the set of ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD.

Qui DiCaprio è Rick Dalton, attore della vecchia guardia di Hollywood che dopo i successi di una serie TV western anni’50, cerca di rimanere a galla nonostante il contesto avverso e super competitivo e gli effimeri ingranaggi dell’ambiente del cinema. Brad Pitt interpreta Cliff Booth, controfigura storica di Rick e suo grande amico, mai visto così in forma, anche dal punto di vista fisico. Le sue fan ne vedranno delle belle. Insieme i due giganti del cinema, che recitano forse per la prima volta fianco a fianco, formano una vera e propria famiglia.

Sullo sfondo della storia che conta un cast stellare (uno per tutti Al Pacino in un ruolo molto efficace) si innesta la figura di Sharon Tate, la splendida e sventurata moglie di Roman Polansky, tratteggiata abilmente già nello script del film e ricostruita grazie anche al talento drammatico di Margot Robbie (se l’avete amata in ‘Tonya’ di Craig Gillespie, qui la venererete). La bella attrice australiana dai grandi occhi penetranti che è attualmente anche produttrice di film oltre a essere brand ambassador di Chanel, incarna l’anima euforica e spensierata di una Hollywood che sta per essere offuscata dalle menti scellerate degli adepti di sette deliranti.

Margot Robbie stars in ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD.

Fu questa la degenerazione di quel movimento hippy che, come Tarantino ha ribadito in molte delle interviste rilasciate sul film, ha poi trainato la transizione verso la nuova Hollywood dopo il 1969 l’anno in cui il film è ambientato. La Hollywood per intenderci dei Peter Fonda e dei Michael Douglas, i ragazzi ‘spettinati’ destinati a scardinare il cliché dell’attore duro e macho, impersonato nel film quasi a volte con tratti parodistici da DiCaprio.

Questo che vedrete sul grande schermo è il film in assoluto più personale di Tarantino. Da cinefilo accanito qual è, Tarantino ci riporta indietro nella golden age del cinema americano con la sua straordinaria macchina del tempo per rivivere da vicino un anno decisivo nella storia della settima d’arte ma anche della cultura e del costume: il 1969 è l’anno di ‘Easy rider’, di ‘Hello dolly’, di ‘Un uomo da marciapiede’ e di cantanti di rottura come Marvin Gaye, i Doors, Diana Rosse molti altri. Geniale a questo proposito la colonna sonora del film che somma tutti i grandi amori del regista, cresciuto con la radio e il cinema nel quartiere Alhambra di Los Angeles.

Brad Pitt and Leonardo DiCaprio star in Columbia Pictures “Once Upon a Time in Hollywood”

Il tam tam mediatico che ha accompagnato l’uscita del film distribuito da Sony Pictures Italia e che fa parte di una trilogia comprendente ‘Django unchained’ e ‘Bastardi senza gloria’, prevede che questa sia la penultima fatica cinematografica-ma noi auspichiamo che non sia così-per il grande regista affermatosi nello star system mondiale grazie a film come ‘Le iene’ e a ‘Pulp Fiction’, il film manifesto degli anni’90 con il quale il cineasta ha conseguito la palma d’oro a Cannes.

Difficile da dimenticare quest’ultima pellicola che è un atto d’amore nei confronti di una Hollywood che non c’è più, narrata anche nel libro ‘Pictures of a revolution’ di Mark Harris. Tarantino si è imposto nell’olimpo hollywoodiano grazie a un film che ha fatto breccia nei cuori dei fan del cinema indipendente, dedicato ai palati più esigenti e oggi non più così di nicchia. Quello stesso movimento che ha iniziato a esistere a Hollywood proprio nel 1969, si direbbe dal film un’ottima annata.

Preceduto da un’attesa quasi messianica, il film più glamour dell’anno è stato concepito in 5 anni di appassionata gestazione, con una sceneggiatura trattata e gestita artisticamente alla stregua di un vero e proprio romanzo. Il titolo è un omaggio a Sergio Leone, inventore di un filone di grande successo, ma nel film si cita con una punta di nostalgia e grande ammirazione anche l’opera e la filmografia di Sergio Corbucci, regista di ‘Western spaghetti’, un genere che nel 1969 si affacciava ancora in sordina sulla scena mondiale. E siamo grati a Tarantino anche per questo tributo.

Leonardo DiCaprio stars in ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD.

Oltretutto anche se gli effetti speciali ci sono, Tarantino ha deciso di rinunciare alla ripresa in digitale optando per il 35 mm. per dare magari una patina più preziosa e vintage al suo ultimo capolavoro. Interessante la scelta cromatica del film che si tinge di giallo, il colore del mistero (Tarantino è un grande fan di Dario Argento), e insieme il colore dell’era hippy (let the sunshine in è la canzone hippy per eccellenza) e della ‘golden hour’ di Los Angeles secondo il super fotografo Herb Ritts. Come giallo era l’abito di Dries Van Noten che Margot Robbie ha sfoggiato alla première a Roma del film, già presentato a Cannes.

A questo proposito vorremmo spendere qualche parola per elogiare la costumista Arianne Phillips che oltretutto ha anche un curriculum con il pedigree. La stylist, stilista e costumista amica di Alessandro Michele direttore creativo di Gucci, con il quale ha lavorato su un esclusivo progetto editoriale, ha collaborato con Madonna per i costumi e il guardaroba dei suoi ultimi 6 tour mondiali, ha curato i costumi dei due film di Tom Ford, e ha anche collaborato per alcuni progetti creativi con maison del calibro di Cartier, Valentino, Van Cleef & Arpels e altre. Un ulteriore fattore di successo per questo grande film.

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A Venezia il red carpet dell’alpha male

Tailoring moderno e un feel di discreta stravaganza. A Venezia non solo cinema. Mentre l’edizione 76 della mostra del cinema di Venezia 2019 volge al termine, sul red carpet affacciato sulla laguna si alternano i look di gala degli uomini più eleganti dello star system. La palma d’oro per l’originalità se la aggiudicano Ghali, il rapper da pochi mesi legato alla super top romana Maria Carla Boscono, che ha optato per un tuxedo con drappeggio che scivola dal rever firmato da Dior Homme by Kim Jones oltre a Timothée Chalamet, enfant gaté della scena cinematografica ( è il protagonista del prossimo film di Woody Allen in uscita sui nostri schermi a ottobre). L’enfant prodige del cinema sfoggia look eccentrici e tuttavia convincenti, disegnati per lui dallo stilista francese Haider Hackermann. Gli amanti del classico sartoriale, che è poi la soluzione vincente per un dress code maschile impeccabile, si lasceranno sedurre da Nicholas Hoult infilato in uno smoking rilassato di Emporio Armani, da Claudio Santamaria che ha esibito una giacca iridescente doppiopetto sempre disegnata da Re Giorgio, da Brad Pitt e da Adriano Giannini con i loro smoking sartoriali pennellati addosso targati Brioni, o ancora da Joel Edgerton al quale il direttore creativo del menswear griffato Louis Vuitton ha dedicato un outfit custom made con abbottonatura invisibile. Dulcis in fundo per Gucci Alessandro Michele pensa a David Bowie e a Oscar Wilde per i look indossati da Achille Auro e da Milovan Farronato. In questa gallery Manintown vi invita a scoprire i best looks dei veri gentlemen firmati dalle maison di moda internazionali.

In copertina: Brad Pitt in total look Brioni

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Donatella Versace annuncia l’autunno con un festival di luci e stampe

La Medusa colpisce ancora. Direttamente da New York arriva nelle esclusive boutique di tutto il mondo la nuova prefall collection autunno-inverno 2019-20. Mentre la fashion week della Grande Mela con le passerelle primavera-estate 2020 entra nel vivo, Donatella Versace, un tempo musa del geniale demiurgo della moda italiana Gianni Versace e oggi direttore creativo della maison della medusa, gioca d’anticipo. E propone una co-ed collection ricca di capi da avere subito e da mettere nel guardaroba per la stagione fredda.

Direttamente dalla catwalk di New York al The American Stock Exchange’ la bionda stilista calabrese ha dichiarato: “E’ la prima volta che presento la mia collezione a New York. Sono molto emozionata, ho voluto creare una collezione che unisse la tradizione sartoriale di Milano con l’energia di New York in un omaggio a questa città unica”.

L’America è stata un po’ un trampolino di lancio e un mondo ispirazionale per Versace: già ai tempi di Gianni Versace che negli anni’70 frequentava lo Studio 54 e nello stesso periodo presentò una collezione di Complice a Dallas, la griffe era legata a doppio filo alla patria di Obama, tanto che spesso la collezione Versus affidata al talento di Donatella Versace, sfilava a New York, senza contare la colonizzazione di Miami che prima di Gianni Versace non era così ambita e glamourous. Anche la moda maschile di Versace è da sempre ispirata ai codici della mascolinità e sensibilità virile made in America, un po’ latina, un po’ poliglotta ed eurocentrica.

E così in passerella fra le proposte dedicate a lui si sono visti: il contrasto tra le tonalità autunnali, le luci brillanti della città e i colori fluo, che danno vita a nuove combinazioni di stampe animalier, un grunge flair nei coat zebrati e nelle giacche che ‘mettono nero su bianco’ mentre rievocano Kurt Cobain e i Pearl Jam.

E poi stars, stripes e neo barocco nelle fantasie più esuberanti very Versace, le spille da balia, simbolo della maison, applicate sui revers dei fluidi ed eleganti completi all black indossati da modelli afro. La zampata di stile della griffe si fa sentire nei pants di pelle shiny molto rock. Il fit è abbastanza skinny ma non troppo, perché gli eroi di Versace sanno anche mostrare i muscoli (vedi Luke Evans, ormai aficionado dello stile della Medusa), e ancora i cuori di Jim Dine, creati un tempo per Gianni Versace, ora tornano a campeggiare sulle tute e le camicie aeree, mentre brillano sotto i riflettori le giacche di pelle cognac spalmate. New York, città legata al passato della illustre maison ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro, incarna lo spirito degli uomini e delle donne Versace che si alternano tra il proprio mondo mitologico e la realtà moderna e cosmopolita. Una Versace state of mind.

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Cinecult : Hobbs&Shaw

Un kolossal action made in Hollywood che terrà gli spettatori amanti di piombo, benzina e scazzottate, incollati alle poltrone. Distribuito da Universal Pictures, Hobbs&Shaw, il blockbuster dell’estate 2019 e il primo spin-off della ipercinetica saga cinematografica di Fast & Furious nata 18 anni fa con Vin Diesel e Paul Walker, mette a confronto due titani, attori e anche produttori del film, l’ex wrestler Dwayne Johnson, classe 1972 che la rivista People ha nominato l’uomo più sexy del mondo, nel ruolo di Luke Hobbs, e Jason Statham, fuorilegge internazionale che in questo film interpreta ancora Deckard Shaw.

Fin dalle prime inquadrature il regista, David Leitch, raffronta i due personaggi, così agli antipodi eppure così simili fra loro, che si vedono legati da un’inaspettata complicità. Da una parte c’è Hobbs, nerboruto e testosteronico, un gigante buono tatuato di origini samoane (come Johnson nella realtà), soldato d’élite dello US Diplomatic Security Service, e dall’altra Shaw, gentleman inglese molto glamour, un’arma letale ex militare delle forze speciali britanniche. Mai come in questo film due tipologie maschili si distinguono grazie al look: Shaw abbastanza azzimato e dall’allure eurocentrica, spesso infilato in una giacca sartoriale, dorme in un sofisticato pigiama di seta mentre Hobbs, che ha la fisicità di un culturista, sfoggia un guardaroba body conscious fatto di capi attillati ed estremamente dégagé, un mix di semplicità e funzionalità american style. Il tutto frutto dell’inventiva della costumista Sarah Evelyn.

Entrambi i personaggi hanno molto a cuore la famiglia e se ne sono allontanati per proteggerla: Shaw per esempio ha la madre Queenie, matriarca legata alla malavita, amorevole ma feroce come una tigre (un’incandescente Helen Mirren molto amata dai social nella sua interpretazione del film Fast&Furious 8) detenuta in un carcere ma ciò nondimeno preoccupata della frattura della sua famiglia. Shaw ha anche una sorella, Hattie, un agente dell’MI6 tosta e intelligente interpretata magistralmente da Vanessa Kirby (già vista in ‘The crown’ e in ‘Mission Impossible fall-out’) che entra in possesso di una misteriosa fiala contenente un virus letale molto potente in grado di annientare il pianeta.

Il perfido Brixton Lorr (un monumentale e dinamico Idris Elba) che otto anni prima è stato ucciso da Shaw, nel film incarna un superman nero che la Eteon, un’organizzazione criminale tecnologica radicata in Ucraina, ha ciberneticamente potenziato per farne un guerriero votato alla causa dell’umanità perfezionata e di un futuro in cui i deboli saranno eliminati. La sua missione è recuperare la fiala nelle mani di Hattie. Affascinante e adrenalinica, ricca di colpi di scena, la trama farà volare gli spettatori da Los Angeles a Londra, fino a Mosca dove compare la bellissima Madame M (la seducente e flessuosa Eiza Gonzàlez) una forza della natura impenitente che usa la sua femminilità con la stessa energia delle armi automatiche che le coprono le spalle.

Fra spettacolari inseguimenti resi possibili dal ricorso a sofisticati effetti speciali, e sequenze da cardiopalma in cui la tecnica digitale è gestita abilmente e con meticolosità, si snoda una vicenda costellata di gag umoristiche spassose e che probabilmente è destinata a evolversi in un nuovo, eccitante capitolo ad alta tensione. Pregevole il lavoro di definizione dell’identità dei caratteri, da Hobbs, di cui scopriamo finalmente le radici, all’assertiva Hattie che picchia duro e rivela talenti nascosti e una formidabile destrezza. Splendida la fotografia e notevoli e di grande impatto le scenografie ideate dal brillante David Scheunemann che ha saputo ricostruire un bunker cavernoso sotto il deserto di Chernobyl e un burrone sulla scogliera di Samoa, altra suggestiva location di questo imperdibile action movie.

Foto: COPYRIGHT ©2019 UNIVERSAL STUDIOS

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Cinecult: Serenity di Steven Knight

Un paradiso terrestre che si tinge di rosso sangue, un thriller noir di grande effetto che non deluderà gli amanti del genere, dei brividi d’estate ma anche chi ama il filone surreale ricco di colpi di scena e di sorprese del tutto inaspettate e imprevedibili!

‘Serenity l’isola dell’inganno’ distribuito da Lucky Red, scritto e diretto da Steven Knight, è un film che nasce dall’ibridazione fra la visione misogina e al contempo femminista della bellissima e misteriosa Karen Zariakas interpretata dal premio Oscar Anne Hathaway che nel film è vittima di violenze domestiche da parte del secondo marito Frank (l’attore australiano molto convincente Jason Clarke), e la sensualità torrida e muscolare del protagonista premio Oscar Matthew Mc Conaughey, che torna a interpretare un ruolo da eroe americano disperato e profondo dalla testosteronica fisicità, quello di Backer Dill/John, un pescatore che nel tentativo di catturare il tonno perfetto cerca di sfuggire al dolore e al trauma della guerra in Iraq e dell’abbandono della moglie. Baker Dill è un personaggio che combina mascolinità e vulnerabilità, sensibilità e rudezza, un uomo che ha sofferto e annega i dispiaceri nel rum e nel sesso, consumato impetuosamente con la seducente e burrosa Diane Lane (nel ruolo di Constance) pensando al figlio Patrick che non vede più da tempo a causa della ex moglie (Karen) che lo ha inaspettatamente tradito e piantato in asso.

Dopo 10 anni dal divorzio Karen si palesa a Plymouth facendo una proposta particolarmente estrema a Baker che si troverà di fronte a un grande dilemma esistenziale. Il regista e sceneggiatore è Steven Knight, una delle ‘firme’ di Hollywood che ha ottenuto una candidatura agli Oscar nel 2002 per la sceneggiatura di ‘Piccoli affari sporchi’ diretto da un altro gigante, Stephen Frears. Per ‘Serenity’ ha tratteggiato e dato vita sul set a personaggi ambivalenti e magnetici. Il regista dopo la realizzazione del film, si è detto affascinato dalle brave persone che fanno brutte cose come il capitano Dill. Splendido lo sfondo naturale che è anch’esso poi un personaggio della pellicola: la fantomatica isola di Plymouth dove si svolge tutto il plot, è stata ricostruita nello spettacolare scenario azzurrato di un’isola delle Mauritius dalle spiagge di sabbia bianca finissima bagnata dall’Oceano Indiano di un blu cristallino. La tessitura della storia è particolarmente efficace, godibile e al contempo raffinata.

A un certo momento del film ci si può sentire persi interrogandosi sui possibili sviluppi di una trama concepita per lasciare lo spettatore a disagio, senza punti fermi. Il film che suggerisce già dal titolo un intreccio turbinoso –e occhio al titolo perché non è scontato ma studiato- è destabilizzante e avvincente e si ispira in qualche modo a certi classici noir e avventurosi della letteratura anni’40 e’50 come Ernest Hemingway e Graham Greene. Questa pellicola peraltro è una reunion di due grandi attori: McConaughey e la Hathaway avevano già recitato insieme in Interstellar.

Notevoli i costumi creati da Danny Glickman specialmente quelli indossati dalla glamourous Anne Hathaway che è abilmente trasformata in una rediviva Lauren Bacall e ricorda anche Ida Lupino e Veronica Lake, le belles dames sans merci del cinema noir anni’40. Promosso a pieni voti il monumentale Djimon Hounsou nei panni del pescatore Duke, amico e confidente di Baker Dill e che nel film incarna il coté spirituale ed emotivo, semplice e vibrante insieme.

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Roma incubatrice dei giovani talenti del menswear

Nella città eterna, mecca degli antichi saperi e di nuovi miti, sono Italo Marseglia e Federico Cina i trionfatori nella categoria menswear di ricerca dell’ultima edizione di Altaroma chiusasi pochi giorni fa, di scena al Pratibus District di Viale Angelico 52.

Il primo, emerso già da alcune stagioni, assertore di un nuovo corso della moda italiana dominato da sostenibilità e virtuosismi sartoriali sviluppati anche in chiave industriale da esportazione, ha creato per la nuova passerella sperimentale di talenti ‘Rome is my runaway’ nata in seno ad Altaroma a luglio 2019 per promuovere i creativi più interessanti di Roma e del Lazio, una minicollezione da uomo demi-couture. Capi freschi, candidi e gentili, immacolati e in tessuti ricercati e aggraziati, che tratteggiano il Dolce Stil Novo della moda.

Concorda con questo giudizio anche la bellissima talent scout e fashion consultant Simonetta Gianfelici, membro della illustre giuria del premio ‘Who is on Next?’ che appunto afferma: “Il menswear è una new entry per Altaroma. Anche alcune scuole di fashion design di Roma come l’Accademia di Costume e Moda propongono degli stili maschili sempre suggestivi e interessanti da cui trarre spunto”. E aggiunge:”Direi che la grande rivelazione di quest’anno, che io ho portato a Showcase un anno fa, è Federico Cina, vincitore del premio Franca Sozzani Who is on next? E del Pitti Tutoring & Consulting Prize.

Lo stilista romagnolo che ha esordito ad Altaroma in passerella a gennaio, nello show collettivo dei finalisti della competizione internazionale di Fashion Design, sulla base di un progetto no-gender ha reinterpretato magistralmente le sue radici in chiave sartoriale proponendo sulle note struggenti di Luigi Tenco, con la sua visione fresca e originale, il patrimonio estetico local esemplificato dalle fantasie delle tovaglie romagnole”. Tutti d’accordo, stampa e buyer, nel decretare il vincitore di quest’anno.

Ma non sono mancati altri spunti interessanti provenienti da altre idee alternative destinate all’uomo e provenienti sempre da ‘Rome is my runaway’ nuovo incubatore delle tendenze moda. Molto interessante per esempio è il mantra cyber-etnico di Gall che ha mandato in passerella un guerriero metropolitano un po’ survivor arabeggiante dall’immagine futuribile e ricercata con i copricapi reinventati della legione straniera, “quasi un Lawrence d’Arabia calato nella metropoli direi” commenta Gianfelici.

La sostenibilità è un focus importante delle collezioni dei giovani talenti della kermesse della settimana di moda romana, Vanta docet. “E’ un marchio da tenere d’occhio, in passerella hanno sfilato capi nati dal recupero delle prove colore delle industrie tessili che riportavano i codici numerici della campionatura”, l’uomo di Vanta ha il pollice verde e abbina ai suoi pants con coulisse e alle sue bluse boxy bicolori delle borsette green che sono in realtà piantine su vasi da portare a mano.

Originale anche la proposta di Programma che spazia fra militare e coloniale per un gusto minimal-chic “un uomo négligé ma raffinato nei dettagli” come chiosa Gianfelici. Colpo d’occhio anche su una elegante giacca sahariana con martingala, stampata a motivi batik e vista in pedana nello show finale di Accademia Koefia che ha siglato una partnership con l’ambasciata indonesiana. “Il mainstream del menswear attualmente non è molto influenzato dalle idee alternative degli stilisti. L’unico ambito in cui vedo una vera sperimentazione è lo streetwear e lo sportswear dove l’innovazione è di casa. C’è anche un ritorno al dandismo attraverso il paradigma dei sapeurs africani per un menswear eclettico, ravvivato da tinte bold e da echi afro”.

Foto: Dragone courtesy of Altaroma

In copertina: Accademia Factory 19

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Celebrando Lagerfeld Fendi goes global sempre di più

‘Asian graffiti on fur’, ovvero un ponte fra Oriente e Occidente in nome dell’arte e dello stile. Potrebbe essere questo il titolo del nuovo progetto creativo, ultima chicca di Fendi che quest’anno ha arruolato alcuni giovani talentuosi artisti asiatici, graffitisti street.

Missione: la realizzazione di psichedelici arazzi in pelliccia che saranno presto esposti in mostra a Roma al Colosseo Quadrato (ribattezzato da Fendi Palazzo della Civiltà Italiana), sede centrale del marchio. Sono veri e propri quadri che riproducono soprattutto languidi disegni esotici, motivi patchwork, il logo Fendi stilizzato, lanciato da Karl Lagerfeld negli anni’60 e reinventato dai giovani creativi con gli occhi a mandorla nella versione inscritto in una stella in technicolor, e infine una variopinta mappa del globo tutta fatta di velli preziosi.

A conferma che Fendi, il brand oggi fiore all’occhiello della multinazionale del lusso LVMH, è un marchio Made in Italy top player nell’agguerrito mercato internazionale, sinonimo di eccellenza artigianale e ad alto tasso di glamour, proiettato nel futuro e soprattutto in uno scenario dominato dal gigante asiatico, dal dragone e dal Sol levante. Siamo come nani sulle spalle dei giganti. E sulle spalle dei fondatori del marchio nato a Roma nel 1925 come epitome di pelletteria e pellicceria, e sulle spalle del gigante Karl Lagerfeld che in 54 anni di attività come direttore creativo della maison ha rinnovato l’universo asfittico e opulento dell’alta pellicceria con le sue eclatanti trovate, prospera oggi un marchio che pensa in grande e corteggia assiduamente Francia e Cina con risultati più che positivi.

In principio nel 1969 fu il debutto nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, culla dell’allora nascente alta moda tricolore e svolta epocale per il marchio capitolino, già affidato alla matita di Lagerfeld e guidato da un ‘battaglione al femminile’, le cinque sorelle Fendi, Alda, Carla, Franca, Anna, Paola che alla fine degli anni’60 spiccarono il grande salto affacciandosi in una vetrina assolutamente internazionale e lanciando il prêt-à-porter in pelliccia.

Dunque la Mitteleuropa di un uomo, geniale e poliedrico, (Lagerfeld) e la romanità magniloquente di cinque donne (le Fendi) votate alla famiglia e all’azienda, ansiose di sbarcare a Hollywood e negli Stati Uniti. Già alla fine degli anni’70 le vetrine di Bergdorf Goodman a New York esponevano le meraviglie del marchio, famoso per le sue iperboliche lavorazioni manuali che sfidavano i limiti naturali dei velli, dai più preziosi ai più umili e accessibili. Per ricordare il genio di Lagerfeld scomparso quest’anno e deus ex machina dell’ascesa mondiale della griffe, l’erede talentuosa di Karl Silvia Venturini Fendi, figlia di Anna Fendi e dell’ingegnere Giulio Venturini, una gentildonna pacata ma sagace che dal maestro di Amburgo ha appreso tutti i segreti del mestieri della haute fourrure, ha concepito, in tandem con il presidente e CEO della maison Serge Brunschwig, un kolossal d’arte, moda e alto artigianato in una magica serata romana d’estate.

Una volta tanto la collezione couture di Fendi, che solitamente sfila a Parigi, ha incantato Roma con un evento faraonico sul Palatino al quale hanno assistito 600 ospiti internazionali, fra i quali star del calibro di Susan Sarandon, Catherine Zeta-Jones, Jason Momoa, Zendaya oltre a molte celebrità del cinema italiano come Isabella Ferrari, Alessandro Roja e Magherita Buy.

In questa occasione lo stato maggiore di Fendi ha presentato il progetto di restauro del tempio di Venere al Palatino, il primo nucleo storico dove è stata fondata Roma e sul quale il gruppo LVMH ha deciso di investire 2,5 milioni di euro, perseguendo la sua linea di riportare agli antichi fasti i più bei monumenti di Roma, dalla Fontana di Trevi fino al complesso delle quattro fontane e delle fontane del Gianicolo, del Mosè, del Ninfeo, del Pincio e del Peschiera. In una sfilata di 54 uscite andate in scena al crepuscolo, in una cornice solenne davanti al Colosseo, e indossate da mannequin top come Maria Carla Boscono e Freja avvolte in un’atmosfera siderale, il direttore creativo della maison ha distillato il meglio della bellezza e della raffinatezza dell’archivio delle lavorazioni degli atelier Fendi.

Una galleria di virtuosismi da cardiopalma, ispirati stavolta a temi floreali, alle geometrie della Secessione Viennese e ai motivi mutuati dalle decorazioni marmoree dell’antica Roma come i pavimenti cosmateschi, il tutto virato in toni naturali e chiari dal miele al sabbia e oro, dal verde salvia al grigio fumé, fino al rosa carne, e al binomio bianco e nero. In un video suggestivo la stilista cosmopolita ma legata a Roma a doppio filo, mostra la bellezza della città eterna e la sapienza manuale degli artigiani del brand che traduce in silhouette stilizzate. Come quelle della iconica cappa geometrica ad astuccio nata nel 1971 e indossata da Marisa Berenson nel film di Luca Guadagnino ‘Io sono l’amore’, le pellicce di cashmere o di mohair abbinate al cotone e al PVC, i trench reversibili doppiati di zibellino oppure le giacche avvitate dai riflessi dorati dalle spalle a T e dai revers di visone e zibellino abbinate a stivali alti, macrobaguette di morbida pelliccia e pantaloni a zampa. E per la sera scenografiche toilette da ballo policrome con la gonna a crinolina e le maniche ballon, rigorose robemanteau interamente ricamate a mano o lavorate a canestro in visone rasato, seducenti abiti boudoir ricamati con spighe di grano e tasselli di pelliccia completati da preziose miniclutch e sensuali boa di volpe bicolore.

Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/ Getty Images for Fendi

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Sensazioni tattili e nouvelle couture per Touch me Made in IED

Tecnologia e virtuosismi sartoriali si fondono armonicamente nella passerella dei diplomati IED Roma 2019 in fashion design e Design del Gioiello che ha animato il calendario dell’ultima edizione di Altaroma.

I ragazzi di IED Roma hanno la stoffa e sanno fare squadra. Lo hanno dimostrato nel final work di qualche giorno fa dal titolo emblematico ossia ‘Touch me’, sinonimo di una miscellanea di stili e di mondi creativi, per ‘una moda che vuole essere vissuta, indossata, toccata’. La sfilata dei giovani talenti versione 2019 di fashion Design e Design del Gioiello di IED (Istituto Europeo di Design) Roma, presentata al ‘Pratibus District’ di Viale Angelico nel calendario della rassegna di Altaroma, segue di qualche settimana l’exploit di ‘The time is now!’.

Un grande evento moda che a Firenze, durante Pitti Uomo 96, ha risollevato la questione del futuro del pianeta mobilitando varie sedi IED d’Italia, il CID e Greenpeace Italia sull’emergenza della sostenibilità declinata in 5 minicollezioni da uomo molto apprezzate anche dai media. E pochi giorni fa nella capitale durante la maratona di moda, gli studenti diplomati IED Roma selezionati da una giuria di qualità composta da esperti del settore e giornalisti, hanno sfilato in pedana come stilisti veri, proponendo una roboante contaminazione fra lo streetwear hi-tech e la tradizione sartoriale.

Uno dei temi chiave della sfilata di fine corso di quest’anno è stato il phygital, una crasi di physical e digital, che fa coesistere fisico e digitale, sintetizzando la necessaria unione tra atomo e bit sulla scorta di quello che secondo Walter Benjamin era ‘il balzo della tigre all’indietro’. Touch me è un richiamo provocatorio, un invito a vivere la vita avvalendosi di tutti i sensi.

“La felice combinazione tra alta sartoria e ricerca tecnologica ha dato vita a una selezione di progetti talmente intensa da poter essere sentita in profondità, anche senza poter essere toccata” ha dichiarato Laura Negrini, direttore di IED Roma. I ragazzi si sono sbizzarriti fra pizzo sangallo e vinile, ricami certosini e tecniche avant-garde, cappe di taffetas e abiti da disco queen del futuro, tessuti olografici e iridescenti e outfit zen e molto giap. Come nel caso di Cecilia Fefè e Andrea Luisa Berger, un’italiana e una norvegese, che oltre ai progetti distinti ispirati al nuovo Oriente dalla Turchia al Sol Levante, hanno unito le forze insieme al giovane creativo Rom Uzan per il progetto ‘Parcae’ ispirato ai fluidi pepli dell’antichità classica che si racconta sul filo delle Parche, e presentato a Firenze durante ‘The time is now!’.

“I nostri studenti si sono confrontati con il ritorno alla manualità, alla tradizione e alle lavorazioni artigianali senza dimenticare il supporto che hanno potuto trarre dalla tecnologia, che in Touch Me diventa un ulteriore stimolo per la creatività”, commenta Paola Pattacini, direttore di IED Moda Roma. La sfilata si è svolta a poche settimane da un importante riconoscimento per lo IED: l’inclusione per varie categorie di premi nella classifica annuale ‘The best Fashion Schools in the World’ elaborata dalla rivista ‘Business of Fashion’ (BOF).

Foto: Luca Latrofa

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UNA STELLA ITALIANA: EDUARDO VALDARNINI

E’ la nuova rivelazione del mondo dell’acting italiano e spazia fra il cinema e la televisione. Su Netflix Eduardo Valdarnini nato in Francia nel 1991 e cresciuto a Roma, segno zodiacale Vergine, ha interpretato il giovane Lele nella prima e nella seconda stagione di “Suburra-La serie” quest’ultima in arrivo sugli schermi italiani nei primi mesi del 2019. Un personaggio ambiguo e scaltro. Figlio di un poliziotto, spaccia stupefacenti nei party della Roma bene fino a fare i conti con Samurai, boss della criminalità capitolina. Con imprevedibili evoluzioni nella seconda serie in cui entrerà in polizia, con un ruolo più attivo rispetto alla prima stagione della serie in cui subiva gli eventi.

 

Eduardo quanto c’è in te di Lele?

Non molto direi. Lele è ambivalente, è un ragazzo ferito, segnato da traumi ma in fondo potrei definirlo un’estremizzazione del mio ‘io’.

Oltre al successo di Suburra, che è un progetto televisivo, ti sei fatto conoscere al cinema con il film di Cristina Comencini ‘Qualcosa di nuovo’ accanto a Micaela Ramazzotti e Paola Cortellesi. Che differenz