Cinecult: Matthias & Maxime

Intenso, struggente, sensuale, travolgente. L’ultimo, irripetibile film di Xavier Dolan ‘Matthias & Maxime’ distribuito da Lucky Red e presentato al Festival di Cannes, segna il grande ritorno davanti alla macchina da presa dell’enfant prodige del cinema canadese.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”

Classe 1989, Dolan, attore cool della scena francofona (lo ricordiamo anche come brand ambassador di una memorabile campagna adevertising per Louis Vuitton) dirige e interpreta un affascinante, malinconico e intimistico ritratto di un idillio reticente fra due giovani uomini molto diversi per estrazione sociale e per indole. Matthias (un magnifico Gabriel D’Almeida Freitas) proviene da una famiglia borghese di avvocati mentre Maxime (Xavier Dolan) è un ragazzo di umili origini con una madre borderline e tossicomane con la quale non riesce giocoforza a comunicare, e un fratello assente.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Poco prima di partire per l’Australia dove sceglie di emigrare alla ricerca di un futuro migliore, il timido Maxime accetta di interpretare la scena di un bacio con lo spigoloso ed enigmatico Matthias, apparentemente anaffettivo e impegnato sentimentalmente con una ragazza bon chic, su richiesta di una amica della loro cerchia che sta girando un cortometraggio amatoriale. Quel bacio ‘galeotto’ fra i due amici d’infanzia cambierà le loro vite.



Fra campi lunghi e primi piani serrati, Dolan usa la macchina da presa come una sonda dell’anima addentrandosi nei meandri interiori dei due protagonisti che si ritrovano nella maturità in un mondo dove esistono solo ragazzi ciarlieri e goliardici e donne mature eccessive, deliranti, splendide e generose sulla falsa riga di Geena Rowlands o Barbra Streisand in ‘Pazza’ (stupenda come sempre come in ‘Mommy’ Anne Dorval che impersona la madre di Maxime).



Lo spettatore, in un andirivieni fra visibile e invisibile, si trova proiettato in un dramma elegiaco che lascia il segno con la sua spietata dolcezza, consumandosi nello spirito di Maxime, istintivo e tormentato barista con una voglia di vino rosso sulla guancia alla ricerca di un posto nel mondo, e di Matthias, raffinata e cerebrale vittima di un farraginoso e opprimente sistema di relazioni sociali che lo imbrigliano in una gabbia di convenzioni borghesi.



Montaggio sincopato ed efficace, ritmo vibrante, dinamismo psicologico si intrecciano e si fondono in una storia meravigliosa che fa venire le farfalle nello stomaco. Denys Arcand citato come oracolo di cinefilia canadese suggella un quadro che rievoca i temi cari al regista e attore canadese: la ricerca dell’identità sessuale, il rapporto fra le generazioni, i legami familiari.


Xavier Dolan
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Con la sua bellezza sauvage Maxime ricorda il River Phoenix di ‘My own private Idaho’ film culto degli anni’90 diretto da Gus Van Sant, mentre l’assetto del cenacolo di ragazzi molto ‘Youth culture’ alla Bruce Weber ha un sentore della community familiare di Ferzan Ozpetek. Un’altra prova assai felice per il regista di ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’ che, al suo ottavo film, si riconferma un talento formidabile e radioso nel panorama della cinematografia contemporanea.

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Trionfano a Roma Germano e Garrone ai Nastri d’argento 2020

Si sono svolti l’altra sera al Maxxi a Roma con un evento molto confidenziale dedicato al grande compositore romano Ennio Morricone scomparso il 6 luglio, i Nastri d’Argento 2020. La manifestazione giunta alla sua 74esima edizione, è nata nel 1946 a Roma grazie al sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani, e soprattutto grazie a Mario Soldati e a Michelangelo Antonioni. Da allora si svolge fra Roma e Taormina.

Quest’anno, in un’edizione ineluttabilmente romana a causa del Covid, Elio Germano, come previsto e meritatamente, ha fatto incetta di premi per il suo ‘Favolacce’ dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, dotati registi e sceneggiatori che si sono presentati al photocall vestiti in abiti Gucci disegnati da Alessandro Michele, mentre il geniale e tormentato attore capitolino già premiato a Berlino quest’inverno per la medesima pellicola, ha scelto un look dégagé firmato Emporio Armani. Onore a Re Giorgio che quest’anno festeggia 15 anni della sua linea couture Armani Privé che per la prima volta sarà presentata a gennaio in un palazzo aristocratico in via Borgonuovo.



Il film dei fratelli D’Innocenzo narra una storia intimista e un po’ dark ambientata nella borgata romana e vissuta attraverso gli occhi di un gruppo di bambini. Il film descrive un mondo apparentemente normale dove cova il sadismo sottile dei padri, impercettibile ma inesorabile, la passività delle madri, l’indifferenza colpevole degli adulti. Ma soprattutto è la disperazione dei figli, diligenti e crudeli, incapaci di farsi ascoltare, che esplode in una rabbia sopita e scorre veloce verso la sconfitta di tutti. La pellicola dei due giovani fratelli d’Innocenzo si è aggiudicata ben 5 nastri: film, produttore, costumi, sceneggiatura, fotografia.


Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo alla Premiazione Nastri D’Argento 2020, entrambi in Gucci.

Pierfrancesco Favino, incensato e camaleontico divo italiano che ha sfondato in tutto il mondo grazie a ‘Il traditore’ di Bellocchio in cui interpreta il boss mafioso Tommaso Buscetta, ha ottenuto il premio come migliore attore protagonista nel ruolo di Bettino Craxi in ‘Hammamet’, riconoscimento che ha ritirato in un outfit in seta blu di Brioni che pareva pennellato su di lui, mentre la palma di migliore attrice protagonista è andata a Jasmine Trinca, bellissima in ‘La dea fortuna’ di Ozpetek distribuito da Warner Bros Pictures. Il bellissimo film del regista turco, un’ode alle famiglie arcobaleno e all’inclusione, si è accaparrato altri due nastri: miglior canzone originale, meritatissimo, conferito a Diodato per ‘Che vita meravigliosa’, e per la colonna sonora firmata da Pasquale Catalano comprendente ‘Luna diamante’, una toccante canzone interpretata da Mina.



Anche ‘Pinocchio’ di Matteo Garrone (che ha firmato anche il video speciale di presentazione della collezione di alta moda di Dior autunno-inverno 2020-21 ‘Le mythe Dior’) ha messo a segno alcuni premi: da quello di Benigni per il ruolo di Mastro Geppetto come migliore attore non protagonista ai costumi disegnati da Massimo Cantino Parrino, dalla regia magistrale di Matteo Garrone, autore di una memorabile fiaba surreale a sfondo sociale, alle scenografie fino al montaggio e al sonoro.


Roberto Benigni alla Premiazione Nastri D’Argento 2020

Premiati anche Valeria Golino (in Prada) e Valerio Mastandrea come attori di commedia e non protagonista. Quest’anno en plein per Elio Germano che ha giustamente trionfato anche con il nastro come film dell’anno conferito a ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti in cui il grande attore romano interpreta il pittore Ligabue. Questa la motivazione della giuria: “è un film che, con lo stile essenziale della semplicità, mette a fuoco la sofferenza e il talento personalissimo di un uomo che, attraverso l’esplosione della sua creatività irrefrenabile, riesce a riempire il vuoto della solitudine e superare il disagio dell’emarginazione e della malattia mentale. Ma, oltre il racconto di un personaggio così straordinariamente ‘diverso’, è una riflessione sulle contraddizioni profonde di un mondo che – per dirla proprio con il suo straordinario protagonista – marcia a forte velocità in ogni direzione dimenticando ‘tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta’, i Ligabue che sono in mezzo a tanta civiltà.”. 


Valeria Golino alla Premiazione Nastri D’Argento 2020 in Prada

Il momento clou è stata la premiazione a distanza di Pedro Almodovar, mattatore del cinema iberico con quarant’anni di carriera alle spalle, che ha conseguito un nastro speciale ‘europeo’ per il suo ultimo capolavoro ‘Dolor y gloria’ candidato a due premi Oscar e distribuito da Warnerbros Pictures, un film intenso e speciale, intimo e personale che riesce a mettere a nudo con delicatezza, la verità dei sentimenti più privati ma anche la forza delle passioni, e più di sempre racconto della vita nello specchio del tempo e fortemente autobiografico, con una straordinaria performance del grande Antonio Banderas.

Nastro d’oro per i suoi 50 anni di carriera come direttore della fotografia al mitico Vittorio Storaro, che ha firmato la fotografia anche del film ‘Un giorno di pioggia a New York’ di Woody Allen distribuito in Italia dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, che in barba ai benpensanti, ha sfidato l’ipocrisia di Hollywood portando sugli schermi europei l’ennesimo capolavoro del cineasta newyorkese. Storaro è molto celebre anche per la sua longeva collaborazione con Bernardo Bertolucci (sua la fotografia di ‘La luna’ e ‘Novecento’ come pure di ‘Ultimo tango a Parigi’) e per aver curato la fotografia di ‘Apocalypse now’ di Coppola e di ‘L’uccello dalle piume di cristallo’ di Dario Argento.



Fra i nastri di quest’anno merita una menzione speciale anche il grande regista Mimmo Calopresti che ha ottenuto un meritorio ‘nastro alla legalità’ per il suo monumentale e suggestivo ‘Aspromonte’ prodotto da Fulvio e Federica Lucisano in collaborazione con Rai Cinema e distribuito da Minerva, film molto apprezzato già nel 2019 che il cineasta italiano ha portato anche in Australia con enorme successo di pubblico e critica per il suo racconto di un anelito al riscatto sociale di un popolo intero. Il film brilla per la meravigliosa interpretazione di Marcello Fonte e di Valeria Bruni Tedeschi.



Infine è stato assegnato un premio speciale a Lorenzo Mattotti per ‘La famosa invasione degli orsi in Sicilia’. Fra i protagonisti dell’ultima edizione dei Nastri d’Argento svetta Toni Servillo che è stato premiato due volte, una per la sua strepitosa carriera di poliedrico attore dal talento ineccepibile (‘Il divo’ e ‘La grande bellezza’ fra gli altri ma anche ‘l’uomo del labirinto’, prova geniale) e l’altra come figura guida del documentario d’arte ‘Ermitage. Il potere dell’arte’ realizzato da Sky Arte, premiato come miglior documentario a tema artistico. Premiata anche l’eleganza dandy del giovane Giulio Pranno, interprete sensibile e brillante di ‘Tutto il mio folle amore’ di Gabriele Salvatores per il quale si è aggiudicato il premio Biraghi: alla cerimonia al Maxxi il giovane attore ha sfoggiato un outfit ruggine molto posh di Gucci completo di gilet e disegnato dallo stilista Alessandro Michele che sicuramente non offre fianco a critiche.



Hanno indossato capi firmati Emporio Armani Paola Cortellesi, premiata per ‘Figli’, Marco D’Amore premiato come miglior regista esordiente per ‘L’immortale’ e Claudio Santamaria vincitore del premio Nino Manfredi per ‘Gli anni più belli’ di Gabriele Muccino e ‘Tutto il mio folle amore’.

Il cinema e Netflix celebrano l’identità gay

Riflettori puntati sul cinema rainbow, come si addice ai veri cinefili nel mese del Gay Pride. Mentre in un Parlamento rissoso da far west si discute il primo disegno di legge contro l’omofobia proposto dall’ottimo senatore del PD Alessandro Zan e il giornalista de ‘L’Espresso’ Simone Alliva pubblica la sua meritoria inchiesta ‘Caccia all’omo’ trasformata in libro sugli episodi italiani di omofobia di cui chissà perché non si parla mai, su miocinema.it, la piattaforma di cinema in streaming ideata da Luckyred e guidata dal suo illustre fondatore Andrea Occhipinti, approda una rassegna molto suggestiva che chi scrive consiglia a tutti i lettori: ‘Pride’.


Moonlight

Si tratta di un ‘rivediamoli’ abilissimo, orchestrato ad arte per vedere o rivedere classici a tematica LGBT che non hanno mancato di emozionarci in passato: da ‘La vie d’Adèle’ a ‘I segreti di Brockeback Mountain’, da ‘Pride’ a ‘Stonewall’, da ‘i ragazzi stanno bene’ a ‘Carol’, da Tomboy a Weekend, da ‘Eisenstein in Messico’ a ‘Milk’, e molti altri bellissimi titoli. “Ho sempre scelto i film che distribuisco da anni con la ‘Luckyred’ in base alla reazione emotiva che suscitano in me”, ha dichiarato Andrea Occhipinti che ha prodotto anche il bellissimo film su Stefano Cucchi ‘Sulla mia pelle’, un atto di denuncia contro la barbarie liberticida della polizia. E aggiunge: “Ho scelto di organizzare questa rassegna non solo perché sono openly gay da molti anni ormai, ma anche perché sono film che appassionano tutti secondo me, non solo il pubblico queer perché parlano il linguaggio universale del cinema”.



E Vladimir Luxuria, intervistata sulla rassegna di Miocinema ha dichiarato: ”il gay pride storicamente nasce dai moti di Stonewall a New York nel 1969 in cui per la prima volta un gruppo di trans del Greenwich Village ebbero la meglio sulla polizia omofoba, oggi siamo di nuovo in un periodo oscurantista in cui i diritti faticosamente conquistati dai gay in tutto il mondo sono in pericolo a causa del sovranismo più becero, siamo di fronte a un regresso: in Egitto per esempio Sarah Hijazi si è tolta la vita a 30 anni perché è stata umiliata e seviziata nelle prigioni del suo paese solo per aver sbandierato il vessillo arcobaleno in un concerto. Ebbene questo ci dà la percezione di quanto sta accadendo: dedichiamo a Sarah questa bella rassegna di cinema alto e di spessore che mette le ali alla nostra immaginazione e benedice la tolleranza e l’umanità”. Appuntamento quindi su miocinema anche con ‘Matthias e Maxime’ il nuovo film di Xavier Dolan, già enfant prodige del cinema francese e già testimonial di Louis Vuitton. Nel suo ultimo film presentato a Cannes, il regista di ‘Mommy’, ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’, torna ad approfondire i temi a lui più cari: la famiglia, la ricerca della propria identità sessuale e le relazioni fra generazioni diverse.

Nella gallery: foto 1 e 2 serie tv Sex Education, foto 3 e 4 due pezzi della capsule collection di JW Anderson

Intanto mentre l’osannato stilista agender JW Anderson rinverdisce i fasti del mito erotico gay di Tom of Finland, simbolo della ‘clone generation’ anni ’70, e Versace, Diesel, Etro, Eastpak, Asos, Philosophy di Lorenzo Serafini e altri top brands del lusso dedicano originali e ghiotte capsule collection al Pride Month e alle sue festose celebrazioni seppur virtuali in tutto il mondo, confermando l’impegno costante del pianeta fashion a favore dell’inclusione e di tutte le diversità, anche Netflix fa la sua parte. La più grande e prestigiosa piattaforma mondiale di streaming online, che con le sue produzioni esclusive diffuse in 190 paesi del mondo ha allietato la nostra difficile quarantena, propone un ampio e succulento ventaglio di opzioni per gli estimatori del cinema a sfondo LGBT: Sex Education (acuto, garbato ed esilarante, una vera chicca), Special (unica stagione finora ma aspettiamo il sequel), Elite, La casa de Papel (acclamatissimo e monumentale, un vero gioiello), Toyboy, Sense8, Dynasty (un’apoteosi del glamour anni ’80 da vedere anche per i bellissimi abiti di scena firmati Gucci, Balmain, Dolce&Gabbana, Tom Ford e Versace), Hollywood e molte altre bellissime serie televisive.


In particolare ci soffermiamo su Elite: una serie tv da cardiopalma in tre stagioni che racconta il dramma dell’esclusione sociale e gli intrighi sentimentali in una scuola privata riservata ai rampolli della ‘elite’ spagnola di oggi. La lotta di classe e le liaison a sfondo omoerotico si intrecciano inestricabilmente in una raffica di colpi di scena, assolutamente da non perdere, incentrati sull’ambiguità del bel Polo, figlio di una coppia lesbo. Gli attori, giovani ma di grande talento, Jaime Lorente, Miguel Herràn, e la bellissima Marìa Pedraza, sono in parte gli stessi che spiccano anche in altre serie Netflix di enorme successo come ‘La casa de papel’ un autentico capolavoro di suspence e di fiction interpretato fra gli altri da Alvaro Morte (il professore), Itziar Ituno, Miguél Herràn, Rodrigo De la Serna (formidabile nel ruolo del rapinatore gay Palermo) e Ursula Còrberò (Tokyo) che sembra una Lara Croft rediviva.

Affronta in parte la tematica rainbow anche ‘Toyboy’ un thriller in 4 stagioni che rivela le trame oscure della upper class spagnola contro uno stripper professionista, l’aitante Hugo (Jesùs Mosquera), colpevole di essersi invaghito di una avvenente miliardaria arida e senza scrupoli, Macarena Medìn (Cristina Castano). Nel plot si dipana la love story del figlio di Macarena, il fragile Andrea dall’anima dark (Juanjo Almeida) e il bellissimo Jairo (Carlo Costanzia), spogliarellista latino muto e sensibile.

Notevole anche Hollywood, la serie prodotta e ideata da Ian Brennan e da Ryan Murphy (lo ricordiamo per Glee e Nip/Tuck che abbiamo amato molto) in cui campeggia una versione altamente idealizzata del giovane Rock Hudson, umiliato dal suo manager che si aggira fra i leggendari party queer di Cole Porter e George Cukor che attiravano una ridda di disponibili giovanotti. La serie ambientata negli anni ’50 racconta l’odissea sociale e sentimentale di un gruppo di aspiranti attori, registi, sceneggiatori alle prese con i pregiudizi della mecca del cinema a stelle e strisce in cui imperava all’epoca il Codice Hays. E così i protagonisti, tutti bravissimi, da Darren Criss a David Corenswet, da Patti LuPone a Jake Picking (nel ruolo del giovane Rock Hudson), si dibattono in un mondo dominato dai tabù sul genere e il colore della pelle, alla ricerca di un avvenire concreto che superi le barriere sessuali e razziali. Una serie attualissima nell’epoca dei tumulti per l’assassinio di George Floyd in America. Buona visione.

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E adesso viene il bello(?)

La bellezza salverà il mondo’ diceva Dostoevskij e ci viene da dire che un fatto è certo: ed è che nonostante la funesta segregazione legata alla pandemia, la bellezza fortunatamente non è andata in quarantena. Lo ha ribadito anche il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, che quanto a bellezza, saggezza e stile non ha nulla da invidiare a nessuno, specialmente nella magniloquenza di Palazzo Chigi. Insomma la bellezza va preservata quindi, anche quella maschile, almeno nei nostri pensieri, nei nostri auspici, nei nostri desideri e nei nostri gesti. E tanto tempo è passato da quando l’esposizione del corpo maschile integralmente nudo era considerato un tabù. Pensavo a questo l’altro giorno mentre guardavo con sommo stupore la meravigliosa statua colossale di Napoleone, studio in gesso di Antonio Canova, un nudo integrale al quale il ‘geniale’ Mussolini fece mettere la foglia di fico sul pube in omaggio ai piccolo-borghesi che sostenevano il suo squallido regime fortunatamente archiviato dalla storia delle democrazie moderne.


Statua di Napoleone – Canova

Inutile dire che per fortuna quella foglia di fico è stata col tempo rimossa. Questa torreggiante ode alla bellezza virile che idealizza la fisicità ben poco archetipica dell’imperatore francese giganteggia nel vestibolo di Palazzo Bonaparte, il magnifico palazzo storico romano del Seicento restaurato da Generali e un tempo di proprietà della madre di Napoleone I Letizia Ramolino fino alla sua morte nel 1836. Il palazzo ha ospitato fino al 7 giugno una straordinaria mostra sui capolavori inediti degli Impressionisti e dei neo impressionisti francesi ed europei curata con esiti di enorme successo di pubblico e critica da Arthemisia, leader nelle manifestazioni culturali di rilievo-artistico nel Lazio e in tutta l’Italia.

Beh aggirandomi nei saloni dell’edificio in mezzo a tanta magnificenza che avrebbe potuto causarmi una sindrome di Stendhal, pensavo che se c’è una tipologia di bellezza che è assolutamente incontrovertibile e sulla quale esiste o dovrebbe esistere il cosiddetto consensus gentium, è quella che è stata codificata da Policleto e da Vitruvio nell’antichità. La bellezza, almeno nella sua accezione occidentale, è un valore estetico oggettivo come sottolineava Kant ne ‘La critica del giudizio’ e come ribadì anche Winckelmann che alla fine del Settecento, in concomitanza con gli scavi di Pompeo ed Ercolano, teorizzò il cosiddetto ‘bello ideale’, è fatta di armonia e simmetria, di proporzioni quasi pitagoriche, di corrispondenze geometriche. Quindi il fatto che la bellezza sia nell’occhio di chi guarda è assai opinabile. Va bene che grazie all’inclusione abbiamo accettato molte situazioni borderline ma quelle con la bellezza vera hanno poco a che vedere.


Doriforo di Policleto

Chi sono i nuovi adoni? Ce lo siamo chiesti e siccome la bellezza più di tanto non si può relativizzare, siamo andati sui social dove sono i follower a raccontarci lo stato dell’arte sulla bellezza maschile di quelli che vengono definiti ‘gli instaseductores’ e che qualcuno, data la sintesi nei loro corpi fra peluria del viso e muscolarità ‘smooth’, descrive come ‘gymsters’ (crasi fra gym e hipsters). Sono ragazzi disinibiti, desiderati e desiderabili da uomini e donne, prede con istinto predatorio, toy boy con cui intrattenere relazioni ‘mordi e fuggi’, corifei del nuovo narcisismo digitale. Depilati, scolpiti, apparentemente disponibili, seducono senza filtri esibendo generosamente la loro prorompente e nerboruta fisicità, veri e propri sirenetti nati come funghi dopo il trionfo mediatico dei velini.

I più seguiti su Instagram sono Christian Hogue ma anche Mario Hervas, Andred Cruz, Eric Janicky, Ivan Akula, David Castilla, Rowan Rowe, Bruno Santos, Mike Thurston, Casey Christopher, senza dimenticare la perfezione statuaria del modello Nick Topel legato al brand di swimwear Aronik e il bellissimo Alessandro Cavagnola, molto apprezzato a livello internazionale, cosmopolita cover man e fitness model che l’affermato fotografo Roberto Chiovitti ha immortalato per la copertina di DNA, magazine australiano gay friendly nel numero di agosto 2019 e per la copertina del mensile For Men di maggio 2020 diretto da Andrea Biavardi.


Pietro Boselli

In Italia svetta Riccardo Bosio che segue a ruota Pietro Boselli, il modello scoperto da Giorgio Armani, docente di matematica molto social e spesso ritratto senza veli sdoganando una bellezza classica, molto ‘pagana’ perché ispirata alla visione romana del bello teorizzata da Giovenale nel suo ‘Mens sana in corpore sana’. Insomma, più sani più belli. Una visione congeniale alla tanto auspicata rinascita attesa messianicamente per la fase 2. Perché quelle barbe perfette e leggermente scruffy evocano il look dei gentiluomini italiani e francesi delle corti rinascimentali dei Medici e dei Valois, da Cesare Borgia a Baldassarre Castiglione fino a Francesco I re di Francia che protesse Leonardo Da Vinci nel XVI secolo e che ristrutturò i castelli della Loira.

E se il fisico glabro levigato da ore e ore di palestra, nuovo santuario dell’estetica 4.0, è abbinato a una barba scolpita da filosofo greco forse si può ipotizzare il ritorno a una bellezza più atletica e plastica laddove però la muscolarità fa sempre rima con benessere, come spesso spiega anche sui suoi social e nei suoi libri il formidabile dottor Massimo Spattini. Ex campione di culturismo negli anni’80, Spattini è oggi maturo interprete, con la sue teorie antiage basate su un’alimentazione illuminata, di una bellezza maschile che è iconica perché timeless. Impossibile dare infatti un’età a questo elegante ed educato signore di Parma che ama Leonardo (non a caso) e che non teme di confessare che adorerebbe sfoggiare un outfit formale sartoriale color confetto, professando una fede incrollabile in un’estetica di equilibrio e proporzioni, figlio di un’epoca in cui i campioni di culturismo, disciplina oggi piuttosto vituperata, erano paradigmi di eccellenza fisica, plasmati dal ferro, forgiati nel marmo.



Uno per tutti? Bob Paris, che è stato anche l’unico bodybuilder al mondo ad aver dichiarato apertamente e assai coraggiosamente la sua identità gay in un’America puritana falcidiata dal virus dell’HIV. Bob, che nel 1992 sfilò a Miami in costume quasi adamitico per Thierry Mugler insieme al suo sposo, l’aitante modello e atleta Rod Jackson, fu definito ai suoi tempi d’oro ‘mister simmetry’ per la sua straordinaria bellezza. Immortalato dall’obbiettivo di Herb Ritts, Robert Mapplethorpe, Tom Bianchi e Bruce Weber, nessuno dei suoi colleghi e antagonisti fra i quali spiccano Berry De Mey, Francis Benfatto, Shawn Ray e Lee Labrada, riuscirono a eguagliarlo in bellezza e perfezione estetica.

Gli anni’80, segnati dalla supremazia dell’uomo-oggetto esaltato da Gaultier nella sua prima sfilata maschile della primavera-estate 1983, hanno decretato il trionfo del macho pin-up frutto dell’erotizzazione del corpo virile con il risultato di sancire la sovranità dell’archetipo mascolino di matrice prettamente camp, per il piacere delle donne ma anche degli uomini. Una tendenza che oggi è tornata in auge. La questione cruciale è come il mondo dell’arte riesca a cogliere questi stimoli orientati alla riscoperta della più classica bellezza maschile, portata ai più alti fasti dai divi della nuova Hollywood come Armie Hammer, Chris e Liam Hemsworth, Joe Manganiello, Henry Cavill e Chris Evans o da atleti come Ronaldo e Immobile, e come quindi questa riesca a rigenerarli attraverso il prisma della contemporaneità.



Qualche esempio? Anzitutto la mostra dedicata a Canova (una delle tre a livello nazionale) nel museo di Roma a Palazzo Braschi, aperta fino al 21 giugno. Inoltre ho avuto modo di partecipare al vernissage della mostra fotografica del talentuoso Sergio Goglia il cui mentore Mimmo Jodice, un oracolo della fotografia italiana del Novecento, ha definito ‘emozionante’. Nelle auliche sale di un magnifico palazzo incastonato nel cuore della Napoli più aristocratica il fotografo, formatosi all’accademia di belle Arti di Napoli in scenografia teatrale, ha al suo attivo campagne pubblicitarie ed editorials con i marchi di punta del mondo della moda (memorabile la campagna del 2019 per il marchio Alcoolique) e ha presentato alla stampa e agli ospiti fra i quali il famoso shoe-designer Ernesto Esposito pochi giorni prima del lockdown 16 nudi, sedici capolavori emblematici della sua strabiliante vena ‘pittorica’ che per il luminismo raffinato e per la sensibilità squisita ai soggetti trattati, i corpi più belli che essere umano possa incarnare, è stata definita ‘caravaggesca’.

“Sono un esteta, ho un gusto plastico e pittorico è vero, ho sempre ammirato il linguaggio visivo di Caravaggio per il suo approccio realistico, i miei nudi maschili e femminili rispecchiano la mia visione dell’arte e della fotografia che sono strettamente interdipendenti, ammiro l’opera di David La Chapelle per i suoi magici cromatismi e considero la macchina fotografica un pennello tecnologico-dice Goglia-la mia mostra ‘back to the future’ racconta un percorso fra passato e futuro, fra Leon Battista Alberti e Man Ray, fra classicismo e scenari futuri. Il nudo integrale maschile è ancora un tabù soprattutto sui social network ma sinceramente non ho avuto problemi quando nel 1999, in collaborazione con il mio amico Ernesto Esposito, ho creato un allestimento suggestivo a Grenoble di alcuni miei scatti di uomini nudi full frontal. Credo che gli uomini temano di spogliarsi davanti all’obbiettivo perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura di non essere ‘all’altezza delle aspettative’, ma io nella mia carriera non ho mai avuto problemi a scattare foto di nudo e anzi, nel tempo, mi sono specializzato come maestro del nudo artistico soprattutto maschile”.

Nella gallery foto di Sergio Goglia: “Cattura”, “Dietro fronte”, “Osmosi”, “Black & Gold”, “Oro Nudo”

Un’altra conferma di questa riscoperta di una bellezza maschile ancestrale e di una mascolinità autentica, quasi mitologica, prefigurata dal libro fotografico ‘Uomini’ di Dolce&Gabbana realizzato dal talentuoso Mariano Vivanco, fotografo che ha lanciato nel 2007 il super modello David Gandy, epitome di una virilità da maschio alpha sulle falsariga dei modelli anni’90 di Gianni Versace e delle sue iconiche e sensuali campagne create da Bruce Weber e Richard Avedon, è la suggestiva mostra sui disegni di nudi maschili di Publio Morbiducci, allievo dell’artista Duilio Cambellotti, che ho avuto modo di ammirare nella galleria romana ‘il Laocoonte’ di proprietà della colta studiosa d’arte Monica Cardarelli. In uno spazio situato in via di Monterone, a pochi passi da Largo di Torre Argentina si può ammirare una crestomazia di trentasei studi preparatori, per lo più disegni e bozzetti eseguiti con carboncino, matita e sanguigna, per sculture che l’artista e architetto particolarmente apprezzato in epoca littoria, aveva realizzato.

La fisicità virile, in quella fase storica basata sulla retorica apoteosi di una mascolinità patriottica, come osserva giustamente Leonardo Iuffrida nel suo illuminate saggio ‘il nudo maschile nella fotografia e nella moda’, è un’astrazione dalla carnalità perché deve idealmente rappresentare il trionfo di un machismo ideologizzato, ancorato a un modello patriarcale fortunatamente desueto. Morbiducci, noto come l’autore delle sculture che dominano alcune piazze romane storiche come Porta Pia con il suo monumento al bersagliere e l’Eur con la coppia dei Dioscuri con i loro cavalli impennati che superano i sette metri di altezza- senza contare la statua del ‘discobolo in riposo’ che fu collocata nel 1938 nello stadio dei marmi- propone nei suoi magnifici disegni una sintesi fra ideale e realtà, trasfigurando in una dimensione estetizzante la bellezza un po’ ruvida dei suoi modelli, per lo più manovali e operai di Testaccio e del mattatoio i cui muscoli derivavano da ore e ore di impegno fisico piuttosto che da un’attività ginnica in stile olimpico.

Nella gallery: immagini relative alla mostra di Publio Morbiducci

Morbiducci non sarà forse Leni Riefenstahl regista di ‘Olimpia’ tanto caro a Hitler e Goebbels, ma i suoi nudi maschili rappresentano pur sempre il manifesto di una virilità attualissima, memore della bellezza atletica pagana che oggi riafferma la centralità di un’estetica ‘testosterotica’ dove il nudo integrale di lui è l’ultima frontiera sociale del pudore. E mentre ammiravo i bellissimi disegni di Morbiducci mi sono chiesto: chi ha paura del nudo maschile? Censurato dai social, il nudo maschile full frontal, legittimato socialmente dal bodybuilding fin dagli anni ’50 grazie a Bob Mizer e a Bruce of Los Angeles, e privato di quella anacronistica foglia di fico imposta dal Concilio di Trento e dal perbenismo fascista, può essere anche molto osteggiato in rete per una serie di motivazioni sociali e religiose legate alla mentalità puritana e patriarcale degli americani.

Il fotografo Allan Spiers ha denunciato su Facebook i social network per la loro arretrata prospettiva sulla nudità maschile e vengono puntualmente stigmatizzati anche Luis Rafael, Dylan Rosser, Ulrich Ohemen, Joan Crisol, Mark Henderson, Paul Freeman, Carlos Campos, Michael Stokes e David Vance, solo per citare alcuni dei più celebri e apprezzati. Lo stesso Herb Ritts, che di questi fotografi è stato un po’ l’antesignano, destò scalpore nel 1988 per un nudo integrale circoscritto in una bolla d’aria soprattutto fra i giapponesi che oscurarono i genitali del modello ritratto, un culturista. Per non parlare di Avedon che tenne a lungo nel cassetto il ritratto in costume adamitico full frontal di Rudolph Nureiev, Andy Warhol le cui polaroid hot rimasero a lungo occultate e Robert Mapplethorpe che nei suoi scatti sofisticati e scultorei celebrava il sincretismo fra bellezza classica e pornografia pop a sfondo gay.


Bruce Weber CK Obsession
Duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990
Herb Ritts per Valentino 1995

Nella gallery: foto 1 – Bruce Weber CK Obsession, foto 2 – duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990, foto 3 – Herb Ritts per Valentino 1995

Osservando questa ampia rassegna di opere prese di mira dagli anatemi della censura mi viene da interrogarmi sulla fonte primaria del disagio che alcuni uomini tuttora devono affrontare di fronte alla prospettiva di posare senza veli davanti a un fotografo. La prima considerazione che mi viene in mente è la cosiddetta ‘paura di castrazione’, da ricondurre forse a una fragilità congenita al maschio che spesso teme il momento della verità, abituato a concepire la sua genitalità come una competizione da locker room fra maschi. Poi va aggiunto che i consumatori prevalenti del nudo maschile sono in realtà gli omosessuali e questo per gli etero old school non è accettabile. La nudità maschile viene ancora intesa in occidente, in barba anche alle nuove generazioni che professano una fede incrollabile nella fluidità (vedi il magazine Dust), come un concetto pagano che il cristianesimo e le altre religioni monoteiste confessionali hanno ripudiato senza appello in quanto sinonimo di corruzione morale. In realtà nell’antica Grecia la bellezza era sempre sorretta da un’etica, e chi scrive auspica che tale illuminata concezione possa tornare ad assumere la vibrante valenza di un imperativo categorico.

Il punto in realtà è questo: dopo secoli in cui è stata la donna a essere reificata spogliandosi per soddisfare la libido virile, ora dopo il femminismo e dopo l’empowerment delle donne è il turno dell’uomo di mettersi in discussione e diventare oggetto del desiderio, con buona pace dei paladini della ‘antrocrazia’. Di fronte a un nudo integrale maschile che cioè esibisca l’epicentro del piacere e della fecondità, le donne fantasticano su un uomo ‘meno macho e più micio’, il cosiddetto uomo ‘profitterolles’ tenero ma con le palle. Un nudo che è soprattutto verità e autenticità perché come scrisse John Keats nella sua ‘Ode su un’urna greca’, ‘bellezza è verità e verità e bellezza’. 

Instagram: @enricomariaa.

A Milano va in passerella la nuova par condicio

Oltre al danno la beffa. Separati in casa, o come si dice oggi sui social :‘uniti ma distanti’. Perché oggi, con l’aria che tira, si corre su binari paralleli senza toccarsi. Uomini e donne in questa complessa fase storica connotata dall’Alternet e dal 5G, si guardano e si cercano senza toccarsi nel segno di un’effimera intimità virtuale che rivanga il mitizzato ‘Supplizio di Tantalo’.

E se la moda deve essere, come è, lo specchio dei tempi, ovvero in termini più ampollosi l’espressione dello Zeit Geist, non sorprende che a Milano durante l’ultima fashion week femminile i titani della moda abbiano puntato sulla formula coed, legata all’imperante neutralità dei generi e alla fluidità dei sessi esaltata dai corifei del quarto sesso e dei corpi lattiginosi, da Raf Simons a Glen Luchford.

E anche se proprio uno dei primi a rinunciare a una passerella distinta per il menswear, Alessandro Michele, oggi torna sui suoi passi, in molti casi non è dato scindere l’uomo dalla donna in pedana.

Succede da Bottega Veneta, da Missoni, da Versace, ma anche da Extremedy, Boss e Cividini, da Philipp Plein e da Daks, da Pucci e da Emporio Armani, da Tom Ford e da Moncler, da GCDS e da Antonio Marras, da Maison Margiela e da Balenciaga.

Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta
Bottega Veneta

Chez Versace è un po’ come tornare alle origini della maison della Medusa: fin dal 1978 cioè da quando debuttò alla Permanente di Milano come solista e demiurgo di un nuovo prȇt-à-porter avanguardista, il poliedrico Gianni Versace mandò in pedana simultaneamente mannequin e indossatori con abiti dai tessuti e dalle fogge molto affini che spesso erano segnali di una simbiosi annunciata già all’epoca molto inedita e feconda di soluzioni innovative.

E oggi quando si parla, come nel bel saggio di Eva Cantarella ‘Gli inganni di Pandora’, delle radici della discriminazione di genere, Donatella Versace rilancia la carta delle pari opportunità e di conseguenza plasma una donna ancora più self conscious, e anche ça va sans dire, conturbante, carnale e misteriosa, magnetica e determinata, che occhieggia agli anni’80 con una visione futuribile, dove la glamazon e la dark lady si scambiano i ruoli, instaurando un dialogo serrato.

L’incipit in nero assoluto e drammatico, molto crudele e terribilmente spy chic, stemperato dal verde lime, dal rosso scarlatto, dal giallo sole e dall’argento della metal mesh sommata ai cristalli, prelude a una passerella molto vibrante fra alta moda e tecnologia, fra classico e sporty chic, laddove le spalle marcate ad arco e i fianchi modellati dalle falde a bauletto delle giacche sartoriali definiscono una silhouette flessuosa ma perentoria dall’ineffabile nitore che fa leva sulle gonne mini o al ginocchio terminanti con onde godet o con volant mentre la pelle, grande protagonista del lessico di Versace, trattata in mille modi sublimi compresi i collage che assemblano strisce verticali di pellami preziosi, si alterna ai tessuti maschili reinventati in omaggio al ricchissimo archivio del brand, secondo i codici del bianco e nero e delle loro stilizzate antinomie grafiche.

Il grigio serve come piattaforma cromatica per distillare nuove stampe barocche rivisitate all’insegna di un nuovo dress code in equilibrio fra formale e leisurewear in cui campeggia, rimodulata in mille modi, la V che sta per Versace ma anche per virtù e vittoria. Nel menswear l’abbigliamento di matrice più squisitamente street e sportiva si ibrida con la sartorialità, i pantaloni si fanno ampi e l’uomo di spessore griffato Versace si ammanta di tessuti doppiati che conferiscono tridimensionalità alla figura, e insieme amplificano la maestosità della silhouette slanciandola.

Tagli strategici, gessati iridescenti, stampe esuberanti e nuove contaminazioni materiche condivise dal guardaroba di lui e di lei, si alternano ai ricchi pattern gioiello delle giacche oversize da red carpet, in cui l’immagine corposa del tuxedo da cyber guerriero diventa terreno di ardita sperimentazione stilistica. Da Missoni è di scena un tripudio di cromie sapientemente orchestrate secondo la grammatica delle tavolozze geometriche elaborate un tempo dal talentuoso Ottavio Missoni e oggi rieditate con grazia e gusto pittorico da sua figlia Angela, direttore creativo della maison di Sumirago e depositaria di un heritage davvero ‘Maglifico’, per citare il brillante critico di moda Federico Poletti.

Bottega Veneta
Bottega Veneta
Cividini
Cividini
Cividini
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Maison Margiela
Maison Margiela

La collezione maschile, ispirata al Jazz di Miles Davis, è un notevole esercizio di stile dove, come nella tela di un grande artista, tutte le pennellate compongono un quadro armonico e ricco di senso, dove assume rilievo la texture dei coat a vestaglia con intarsi jacquard, dei cardigan in maglia doppiata di pelo, delle camicie nude look da sera intessute da impalpabili patchwork traslate in ragnatele glam, delle trame di lurex e degli chevrons gentili ed euforici che dandificano il quotidiano. Tutto bellissimo e desiderabile.

Tanta maglieria da uomo anche nella sfilata di Cividini che conferma il primato del marchio storico nel knitwear di qualità particolarmente apprezzato dai giapponesi. Piero e Miriam Cividini assemblano una collezione che rimanda agli anni’70 con un retrogusto vintage che si evince dagli accostamenti di velluti e cashmere. Il capo cult della collezione maschile, un vero compendio di tante soluzioni stilistiche in maglia pregiata, è la felpa di cashmere punto Milano con cappuccio di taffetas idrorepellente, senza contare le fodere in bouclé di alpaca e le lavorazioni di maglia tubolare di grande effetto, per reggere le fila dell’eleganza.

“Devo ammettere che Daniel Lee ha una sua visione molto precisa e dimostra in passerella di sapere ciò che vuole”, questo il commento a caldo, conciso e lapidario, di Luca Guadagnino, regista del film ‘Chiamami col tuo nome’ che ha ammirato a Milano le silhouette sottili ed efebiche delineate per Bottega Veneta dal designer press darling Daniel Lee.

L’autunno-inverno 2020 per il visionario direttore creativo del brand di Kering è assolutamente distopico, quasi espressionista, i modelli scelti per interpretare i look della passerella occhieggiano alla legnosa fisicità di Robert Mapplethorpe e di Antonio Ligabue che Elio Germano ha riportato sul grande schermo nel bel film ‘Volevo nascondermi’.

Silhouette spigolose e post industriali, molto Egon Schiele, definiscono una nuova sensibilità creativa che stempera il suo rigorismo sensuale alla Helmut Berger in un mondo di sferzante modernità che è riduttivo imbrigliare nella ormai trita categoria del minimalismo tratteggiando invece una revisione radicale della mascolinità. Cappotti rettilinei molto affilati dal timbro teutonico, mantelle di nappa leggera, trench verde sottobosco e spencer marziali si abbinano a molli pants a vita alta alla ricerca di un nuovo orizzonte stilistico che cita da un lato il brutalismo e dall’altro il plastico verticalismo di Giacometti.

Il key item di stagione è il coat sleeveless in pelle spalmata a macro intreccio mentre le calzature sono stivali gardening oppure hanno la suola rialzata come un piedestallo. Un’estetica che alla forma antepone la sostanza. E c’è tanta sostanza, quella dei sogni di un poeta, da Antonio Marras che stavolta si immerge in un mondo fiabesco che fa pensare a ‘Pinocchio’ di Garrone.

In passerella lo stilista di Alghero manda un garrulo burattinaio e tanti street artist che ibridano le galanterie dei sarti con la vocazione upcycling dei collage dal gusto street che animano i look più blasé arricchiti da un diluvio di cristalli swarovsky.

Dove l’attitudine degagé che trasuda dalle camicie used di lana a quadri rossi e neri di sapore grunge flirta con i capi formali allietati da ricami e divertissement tessili basati sul gioco inside out che disegnano un gentleman picaresco d’altri tempi, scanzonato e sognatore, amante del parka e della giacca in denim.

Missoni Uomo
Missoni Uomo
Missoni Uomo
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace

Tutta un’altra storia quella raccontata nella sua passerella da kolossal di Philipp Plein, il fashion tycoon internazionale che si è ormai imposto nel gotha della moda grazie al suo uso spregiudicato di ricami, pellicce vere e di pellami sempre più rari in un’ode al bling rock più inverecondo.

Le giacche da caveau spesso anche in versione animalier e i blouson di pelle preziosa ricamatissimi di croci e serpenti gioiello sembrano rubati al set di un video musicale degli anni’80 e ’90 in omaggio a un’estetica plutocratica effetto Goldfinger che trova il suo mantra nella ridondanza e in un’esibizione trionfante in sintonia con un mood disco-glam nostalgico dello Studio 54.

Il culto dell’opulenza degno di un Creso 4.0 che non teme la crisi, trova riscontro nei molti bold look smaglianti di oro e argento e tempestati di borchie e cristalli pensati soprattutto per un nababbo metallaro very posh che adora luccicare. Gli si addicono chocker e sneaker ornate da catene, pantaloni spalmati, stivali alti, piumini a tutta lunghezza, abiti con frange e glitter in oro metallizzato lucido proprio come le macchine, i jet e gli elicotteri che ornano la faraonica scenografia della location della sfilata.

Il mito di Philipp Plein è un James Bond rocckettaro ibridato con Damian Hirst e i pezzi più preziosi del catwalk sono i cappotti di visone rasato interpretati dal modello e top influencer Cameron Dallas, ma anche dai musicisti Tyga e Timbaland.

Il loro profumo, lanciato in occasione della sfilata di Milano, è la nuova fragranza ‘No Limits’ il cui packaging è una carta di credito. Parlando di eccessi impossibile non citare la sfilata di Extremedy, il brand disegnato dalla stilista marocchina Madi Abaida paladina di uno streetwear sartoriale post apocalittico che ha esordito in passerella a Milano con una sfilata ruggente e sopra le righe che inneggia alla libertà creativa con un guardaroba molto audace.

Lo show si apre sulle note provocatorie di ‘Bella ciao’ mentre in passerella la designer svela un menswear grintoso che prevede t -shirt iper grafiche, giacche in pelle con inserti a contrasto e molto accessoriate in una profusione di tasche piazzate, eco-fur, inserti metallici e pantaloni baggy che amplificano uno spirito maschile irriverente e strong che privilegia il nero, il rosso, il bianco e il blu.

E ancora felpe con cappuccio e capospalla rimodellati che esprimono ribellione e forza, diffondendo messaggi forti ed evocativi anche attraverso capi ‘parlanti’ e un’incontenibile energia con uno stile che denota un forte senso di appartenenza, comune finalmente a uomini e donne nel segno forse stavolta di un’autentica parità.

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Alla corte di Moschino è di scena la malia del Settecento

Peccaminosamente squisita, spudoratamente teatrale, l’ultima, strepitosa collezione femminile disegnata da quel ragazzaccio impertinente e geniale di Jeremy Scott per Moschino è un inno alla dissolutezza gastronomica e a un’opulenza aulica e decorativa che mette alla berlina l’insostenibile edonismo dell’era 4.0.

Un’abbuffata voluttuosa di macarons e torte a strati che si rifà al gusto lezioso e modernissimo dell’ancien régime, quello delle Liaisons dangereuses e dello scandalo della Collana, pochi anni prima della grande rivoluzione francese del 1789, è il pretesto per mettere in scena una sfilata dall’impatto scenico esilarante e insieme dirompente.

La boutade da iconoclasta stavolta è proiettare Marie Antoinette, la sua ammaliante panoplia di invenzioni da atelier e le sue gesta erotiche di regina prodiga, frivola e fedifraga che oggi sarebbe idolatrata sui social, (e anche molto rivalutata dagli storiografi anche perché apripista della haute couture in senso moderno complice i virtuosismi dell’avida sarta Rose Bertin), in un’atmosfera insouciante, variopinta e ludica che per Scott è legata a doppio filo ai divertissement dei disegnatori di Manga e ai Cosplay.

E da Versailles a Shibuya dunque il passo è più che breve. Le perverse femmes galante del circolo esclusivo della sventurata regina di Francia che giocavano a fare le pastorelle nello Hameau nel Petit Trianon, dalla virtuosa Principessa di Lamballe all’intrigante contessa di Polignac immortalate dalle tele di Vigée Le Brun, parlano un dovizioso linguaggio di efferata bellezza, di lusso sibaritico e inverecondo fatto di robes à panier e di sprezzanti cuissardes color geranio, di frac stile Conte d’Artois e di elaboratissime cappe bouquet, di colori stucchevoli ma gourmands come il giallo limone, il turchese brillante e il rosa candy, di fiocchi scenografici e di ricami esuberanti e golosi sempre in bilico fra chic e Kitsch, fra rivoluzione e controriforma, fra Fragonard e Lachapelle.

Sarà questa l’anticamera della restaurazione stilistica nell’aria? Per ora chez Moschino non è dato sapere. Quel che è certo è che qui la ricerca sul costume storico in chiave retrovisiva è meticolosa e sapiente: l’immaginario del dissacrante stilista americano guarda al biopic di Sofia Coppola e ai costumi del premio Oscar Milena Canonero che per realizzare gli abiti di scena ha attinto anche ai tessuti di Rubelli, mentre la pellicola si rivive in pedana sulle note della splendida colonna sonora.

E la moda? E’ servita con ironia al vetriolo nella pasticceria Made in Trianon by Moschino. Dal denim e la morbida pelle dei perfecto che sormontano le minigonne a panier si passa poi alle mise in velluto damascato e in broccato multicolore da cortigiano ciccisbeo senza parlare delle incantevoli fogge in Toile de Jouy e delle rigogliose fantasie floreali à la bergère, mentre i pantaloni al ginocchio come quelli à culotte del conte di Fersen e di Luigi XVI, si portano con esose e civettuole scarpine con tacco a rocchetto, realizzate internamente alla Aeffe da Pollini.

Dulcis in fundo (è il caso dirlo) i cake dress che ricordano le torte irresistibili ricche di glassa e di panna Chantilly che le dame dalle torreggianti parrucche acconciate da Leonard, usavano divorare nelle stanze private della regina a Versailles innaffiandole con prelibati Champagne mentre l’ultima sovrana di Francia era intenta a dilapidare vertiginose fortune al gioco e lanciando nuove mode ispirate all’anticomania, all’amica inglese, la bellissima Duchessa di Devonshire e ai philosophes come Jean Jacques Rousseau.

Ammiccano ai fotografi come starlette social le grandi insta models di oggi, dalle sorelle Gigi e Bella Hadid a Kaia Gerber e Vittoria Ceretti, che davanti alla sala delle danze di Versailles si fanno un selfie e ancheggiano prima della tempesta destinata a cambiare tutto. Che sia una profezia?

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E’ una casta diva forte e romantica la donna di Alberta Ferretti

Romantica e assertiva la donna di Alberta Ferretti non delude mai perché non offre fianco a critiche. La sua allure da casta diva la accompagna e la precede, il suo glamour è ipnotico, la sua bellezza evoca le sofisticate atmosfere di un mondo rarefatto popolato di cigni alteri e di belles dames sans merci che calcano le strade della metropoli senza paura.

E dato che come scriveva Dostojevsky, ‘La bellezza salverà il mondo’ è opportuno in questi tempi così difficili risollevare gli animi parlando di una delle regine della moda italiana che è anche una delle interpreti più raffinate dell’estetica femminile di questo millennio.

Nella collezione autunno-inverno 2020-21 di ready-to-wear che a Milano ha seguito la presentazione a Parigi in gennaio della memorabile, iconica Limited Edition (una demi couture estremamente sofisticata e scenografica, preziosa nei materiali, mikado e duchesse, che riecheggia la lezione volumetrica e architettonica di Balenciaga e di Capucci) prende forma il manifesto di una femminilità possente ma mai aggressiva, seducente ma sempre entro i binari del buon gusto, sensuale ma mai carnale.

I richiami alle proporzioni calibrate e alle silhouettes scultoree dei favolosi Eighties sono palesi eppure c’è una volontà sottesa di sottrazione. Questa traspare da molte e assortite soluzioni dedicate al daywear dove spicca la tuta più understated affiancata da certi eleganti e grintosi tailleur pantalone.

Qui la giacca boxy in cashmere o in pelle, definita da tagli e dettagli sartoriali ad alto quoziente artigianale, si combina con bluse in raso dai colli civettuoli e pantaloni morbidi e a vita alta, quasi drappeggiati, spesso portati con stivali imperiosi. La estrema eleganza del grigio antracite e asfalto che la sera e per le ore più eleganti e habillées vira al silver nei lunghi dress con frange ricamate, suggerisce un orizzonte di self confidence postmoderna e di eleganza sussurrata, senza sforzo, che non ha bisogno di urlare per essere percepita.

Spiega la bionda e mite stilista: “Ho iniziato a disegnare questa collezione pensando a una figura di donna lontana dalle definizioni prestabilite. Ho sempre lavorato sulla consapevolezza femminile ma questa volta sono andata oltre per assegnare agli abiti il ruolo di ambasciatori di un daywear sofisticato e sostenibile”. 

Lontana dal protagonismo di certi brand che fanno del sensazionalismo e della boutade da palcoscenico la loro cifra, Alberta Ferretti procede sicura per la sua strada dando ancora il massimo soprattutto nella parte eveningwear dove il nero assoluto e misterioso degli abiti di gala è illuminato dall’energia siderale dell’argento ed è allietato da vibranti tocchi di Blu Royal, ma anche di rosso carminio declinati in toilette sontuose e capricciose dominate da un’enfasi di rouches e volants plissettate e disposte a cespuglio o a raggiera sul corpo gentilmente svelato con una formidabile perizia di lavorazioni e ricami certosini che emulano la vera alta moda, nel segno di una preziosità neoclassica e di una gradevole insouciance.

Per una nuova, briosa regalità: ottima prova. Applaudono nel parterre Valeria Mazza con la figlia, Nati Abascal, Cristiana Capotondi, Greta Scarano, Greta Ferro e molte altre bellissime celebrities e attrici italiane e internazionali.

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All’Off/Off Theatre di Roma in scena l’amore senza etichette

C’è una piacevole commedia di scena a Roma che con garbo e brioso umorismo affronta un tema attualissimo e oggi molto dibattuto: l’inclusione. Un tema di cui non si parla mai abbastanza in questo strano paese pervaso da uno sgradevole e aberrante rigurgito di oclocrazia populista e omofoba.

Con ‘Siamo tutti gay’ Lucilla Lupaioli che ha scritto e diretto la pièce ispirata a un’idea di Marco Marciani e che l’Off/Off Theatre mette in scena fino al 16 febbraio, fa una riflessione semiseria sullo stato dell’arte della nuova fluidità di genere. La commedia parla soprattutto alle nuove generazioni sensibili al tema focale della pièce: la ricchezza delle differenze. “Mio figlio ventenne non è gay ma è attratto come i suoi coetanei dalla possibilità di sperimentare, il futuro segnerà il superamento dell’identità, la mia pièce è ambientata nel presente ma proiettata verso il futuro”, spiega nel backstage Lucilla Lupaioli.

E in occasione di S.Valentino l’OFF/OFF Theatre che sta diventando anche un elegante spazio per eventi, nella sua ricca e interessante programmazione che in teatro definiscono ‘un festival permanente’, propone una commedia frizzante e un po’ rétro sull’amore libero trainata dalla scoppiettante vis comica di Alessandro di Marco che riteniamo molto adatto al cinema considerata la sua preponderante presenza scenica, perfetta per Ferzan Ozpetek e Pupi Avati.

Istrionico, surreale e tranchant l’attore si mette in scena en travesti nei panni della diva teatrale Maggie e convince con una interpretazione che ha ritmo e stile e che trae spunto dalla rivisitazione delle icone queer del teatro e del cinema, somigliando a una Greta Garbo ibridata con Gloria Swanson genere ‘Viale del tramonto’, il tutto filtrato da una strepitosa comicità che ha il sapore di un musical di Broadway con scenografie abbastanza minimal.

Il fulcro della trama è il ribaltamento della prospettiva tradizionale riguardo agli orientamenti sessuali: l’omosessualità diventa la norma e l’eterosessualità un tabù. Gli eterosessuali vanno allo stadio, ascoltano il rap e non sanno abbinare i colori, ma sono comunque liberi di amare. Questo è il messaggio dell’autrice, attrice e scrittrice educata alla scuola di Patroni Griffi, stella dell’Eliseo e oggi docente di arte drammatica con un buon successo.

Lupaioli che sulla scena interpreta la compagna di Maggie, Tess e che è affiancata da un gruppo di giovani e brillanti virgulti dell’arte comica fra i quali spiccano Antonio De Stefano (William) e Armando Quaranta (Max), ma non sono da meno anche Maria Antonietta Monacelli (Sheyla) e Martina Montini (Lucy), ha lavorato a stretto contatto con alcuni degli attori italiani più brillanti e famosi della scena cinematografica e televisiva italiana: Paola Cortellesi, Libero Di Rienzo e Lucia Ocone, tanto per citarne alcuni.

Applausi a scena aperta per una bella sorpresa, ludica e illuminata che i sostenitori della comunità LGBT ma non solo sapranno apprezzare. Peccato per la breve durata dello spettacolo e per la breve permanenza a teatro dovuta a motivi indipendenti dalla compagnia di Lupaioli. Ma non è questa la sede per una disamina delle tare ataviche del sistema della politica culturale in Italia che certamente non favorisce gli artisti. Stay Tuned.

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Arriva a teatro a S.Valentino il musical ‘Ghost’ con Mirko Ranù

Un en plein fra amore e morte, mistero e magia, romanticismo ed esoterismo. Arriva in scena in un lungo tour italiano che terminerà a maggio al Politeama di Genova la faraonica versione teatrale di ‘Ghost il musical’.

Abbiamo amato tutti il testo di Bruce Joel Rubin e diretto per il grande schermo da Jerry Zucker. Un’opera inquietante e bellissima interpretata nel 1990 da Patrick Swayze e Demi Moore, una struggente love story che non ha tempo e che all’epoca a Hollywood si aggiudicò l’oscar per la migliore attrice non protagonista.

E infatti oggi dopo l’enorme successo che ha riscosso al Teatro Sistina di Roma dove è rimasto fino al 9 febbraio, questo musical magistralmente diretto da Federico Bellone lo show approderà a Milano al Teatro degli Arcimboldi fino al primo marzo per poi transitare a Lugano, Torino, Padova, Firenze e in molte altre città italiane. Un musical ma soprattutto un grande e intenso spettacolo sulla vita e sull’amore e gli intimi drammi del cuore, la passione e l’infinito oltre la morte, fra vendette ed escatologia, il tutto ambientato in una New York di venti anni fa alla quale l’autore guarda con un filo di nostalgia.

La vicenda prende le mosse da un triangolo amoroso su cui addensano delle nubi improvvise: Sam, Molly e l’orrido Carl, lo Iago della situazione, tutti e tre impersonati da artisti e performer giovani ed eccezionalmente belli e talentuosi, rispettivamente Mirko Ranù (che abbiamo amato in ‘Priscilla’ ma anche nelle riduzioni teatrali di ‘The Bodyguard’, ‘West side story’ e di ‘Profondo rosso’), Giulia Sol e Thomas Santu che è l’ambiguo e maledetto Carl (scoperto dall’attore e regista teatrale Pino Quartullo in ‘Le faremo tanto male’). Strepitosa l’attrice e cantante italo africana Glora Enchill che interpreta Oda Mae, nel ruolo che fu all’epoca di Whoopy Goldberg, una chiromante un po’ infingarda ma generosa, poliedrica e piena di verve, intuitiva e profondamente umana.

Il cuore del dramma è esaltato dagli effetti speciali di Paolo Carta, un maestro dell’affabulazione scenica, e dalle scenografie di , davvero notevoli e che non risparmiano affatto colpi di scena che per non spoilerare non vi sveleremo. Per quasi due ore non ci si stanca mai, la musica culla i nostri pensieri e la fantasia vola fino ad attingere vette poetiche.

Mirko Ranù canta e balla con eccezionale naturalezza e gli auguriamo una carriera longeva perché col suo irresistibile carisma ci ha regalato dei bei momenti affiancato dalla bella e brava Giulia Sol. Il corpo di ballo fa faville con le sue virtuosistiche coreografie opera di Chiara Vecchi e i repentini cambi di scena ideati dallo stesso regista Federico Bellone con il formidabile disegno luci di Valerio Tiberi, si susseguono a ritmo incalzante mentre cresce la tensione che dà origine a un’alternanza fra misticismo, thriller e idillio sensuale come nella famosa scena in cui Sam E Molly modellano insieme un vaso di creta sulle note della indimenticabile ‘Unchained melody’ dei Righteous Brothers.

Questa storia fatata pare mutuata dal mito di Orfeo ed Euridice ma anche dalla letteratura romantica che ha ispirato gli atti bianchi di molti balletti, animati da spiriti di fanciulle innamorate. Guest star internazionale dello show, nel ruolo del fantasma dell’ospedale, è Ronnie Jones. Compositore e cantante Jones è anche autore di grandi successi per artisti italiani, fra i quali Zucchero Fornaciari.

La colonna sonora pop-rock, arrangiata da Dave Stewart, ex componente degli Eurythmics, e da Glen Ballard, tra gli autori della musicista canadese Alanis Morissette, fa da sfondo a un racconto dove prende forma un musical sensuale e fantasy dove ogni evento cela un mistero apparentemente inspiegabile.

“La chiave di lettura dello spettacolo è suggerita, come spesso accade, dal problema che accomuna i personaggi principali: “non si può tornare indietro … le nostre scelte, azioni della vita, creano delle conseguenze spesso irreversibili” spiega il regista Federico Bellone. Che aggiunge: “L’obiettivo? Far sì che con questo romantico thriller lo spettatore possa stringere la mano della persona che è venuta con lui o lei a teatro, o correre da colui o colei a cui tiene nel profondo, per non perdere l’occasione di dire ancora una volta, o per la prima volta, “ti amo”, e per davvero, perché i treni della vita spesso passano una sola volta, e altrettanto spesso non si può tornare indietro”.

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Notte in bianco e nero: gli Oscar premiano la vera eleganza

Glamour e sobrietà: agli Oscar trionfano il normcore e il politically correct con abiti mai troppo eccessivi e teatrali. Il trash non abita qui e perfino la mise maschile di Bill Porter (in total look Giles Deacon e stivaletti vittoriani di Jimmy Choo) che ha seguito tutto il red carpet live, sembra avere un suo perché: una corazzetta di foglie d’oro stile vello di Giasone e una gonna dal print lisergico che pareva un fungo. Divertente, c’è molto di peggio.

Ma non sul red carpet degli Oscar 2020 dove hanno sfilato tutti i big dell’alta moda italiana: da Prada che ha firmato l’oufit in iconico nylon blu di Timothée Chalamet, il nuovo teen idol di Hollywood protagonista di ‘Piccole donne’ e impreziosito con spilla di Cartier vintage, Atelier Versace che alla cerimonia ha griffato la toilette color rosa pallido indossata dal premio Oscar Regina King e l’abito da ballo bianco e silver della candidata all’Oscar Cynthia Erivo mentre ai party glam ha vestito Jessica Alba, a Valentino che ha fulminato la platea con l’abito rosso fiamma di Kristen Wiig e con la mise in velluto cangiante dell’elegantissima Maya Rudolph e la flessuosa sirena Caitriona Balfe, fino a Ermenegildo Zegna XXX che ha firmato l’oufit sartoriale di Mareshala Ali, Pemio oscar per ‘Green Book’ e Alberta Ferretti, vestale dell’eleganza tricolore che ha abbigliato le bellissime America Ferrera in chiffon rosso e in dolce attesa e Krysty Wilson Cairns, splendida in mikado e tulle color miele.

E poi immancabile Gucci by Alessandro Michele che dopo il clamore mediatico di Achille Lauro che con i suoi look scenografici ha letteralmente diviso i social, ha ‘guccificato’ la mise paganeggiante di Salma Hayek Pinault in stiel Nausicaa con tanto di coroncina dorata, quella scultorea di Saoirse Ronan, il nero ricamato di Billie Eilish per la sua performance sul palcoscenico degli academy awards, il suit ametista di Elton John (vincitore dell’oscar come miglior canzone originale) completato da occhiali da sole scarlatti di ordinanza, sneaker shock e spilla a forma di missile e il look sgargiante di Spike Lee che con il suo tuxedo viola e giallo ha voluto rendere omaggio allo sventurato Kobe Bryant, scomparso pochi giorni fa in un incidente aereo.

E ça va sans dire, Giorgio Armani che a Hollywood è di casa da tempi non sospetti, si è accaparrato tutte le star di prima grandezza presenti all’evento kolossal della settima arte: dalla vincitrice premio Oscar come migliore attrice protagonista Renée Zellweger per ‘Judy’ che ha scelto un monospalla in paillettes bianche di Armani Privé, a Laura Dern vincitrice dell’Oscar come migliore attrice non protagonista per ‘Storia di un matrimonio’ e ammiratissima per il suo long dress rosa con ricami di jais neri sul corpino sempre di Armani Privé, passando per la mitica terna Robert De Niro, Al Pacino e Martin Scorsese fino a Leo DiCaprio e Tom Hanks.

Anche Dolce & Gabbana ha dato il suo contributo alla gara di eleganza dei divi della settima arte difendendosi a colpi di colore (il giallo abbacinante di Mindi Caling, una bella donna curvy) e alta sartorialità (a scegliere Dolce&Gabbana sono stati Keanu Reeves, Antony Ramos, Gerard Butler e Harvey Keitel) Brioni ha incoronato il suo brand ambassador come vincitore dell’oscar per miglior attore non protagonista Brad Pitt che ha confermato la tendenza dominante per il dresscode maschile degli Oscar: giacca in velluto nero con revers a scialle che abbiamo notato anche sul palco dell’Ariston a Sanremo 70.

Ma qui è stato molto più netto il trionfo della giacca da smoking con baveri sciallati, forse perché slancia, forse perché è una soluzione più creativa e meno monotona, insomma un plebiscito fra i divi si direbbe. E poi un’altra tendenza imperante: il bianco e il nero, il primo soprattutto per le donne (tranne Ryan Seacrest che ha scelto una giacca bianca da smoking) e il secondo per gli uomini (tranne la bella Zazie Beetz che ha scelto un outfit sexy in paillettes con corpetto guȇpière di Thom Browne, o Margot Robbie e Penelope Cruz entrambe in Chanel Haute Couture vintage).

Era candida e Chanel custom made la mise da red carpet di Billie Eilish la nuova star emo del pop che ha esibito lunghe unghie nere.Quella del bianco e nero che abbiamo registrato a Hollywood per la notte delle statuette, sembra una dicotomia legata a doppio filo all’estetica dell’età vittoriana quando la donna doveva essere semplicemente uno status symbol maschile.

Però qui il metoo che oggi a Hollywood fa il bello e il cattivo tempo, non ci sta: presenti al galà delle stelle più abbaglianti del firmamento cinematografico Charlize Theron in cady nero fatalissimo, Greta Gerwig (regista di ‘Piccole donne’ che si è aggiudicato un oscar per i costumi), Natalie Portman in pizzo nero e oro e Sigourney Weaver (in verde smeraldo favolosa interprete di ‘Alien’, di ‘Una donna in carriera’ e di ‘Gorilla nella nebbia’) hanno rivendicato le quote rosa vestite dalla nuova paladina del femminilismo haute couture, Maria Grazia Chiuri che è il direttore creativo della maison Dior(e Kim Jones è la sua controparte maschile per Dior men che ha vestito sul tappeto rosso Antonio Banderas candidato per ‘Dolor y Gloria’ di Almodovar quest’ultimo in nero assoluto Givenchy).

Notevole la cappa nera di Natalie Portman che ha esibito i nomi ricamati delle artiste presenti nel cinema e non candidate all’oscar, una elegantissima revanche. Inclusione è stato il refrain della serata andata in scena a Los Angeles al fastoso Kodak Theatre: dalla presenza sul palcoscenico dell’attore down fino alla rivincita delle donne curvy, Rebel Wilson avvolta in un abito shock arricciato e scollato effetto Ferrero Rocher (ma apprezziamo il suo coraggio), Beanie Feldstein in abito Miu Miu ricamato a fiori in bianco e nero e Krissy Metz in un audace modello rosso fiamma, davvero temeraria, e favolosa la sua performance canora.

Il nero dicevamo è uno statement di stile per gli uomini in look da bel tenebroso, molto Julio Iglesias, o in stile Eminem che si è esibito in una intensa performance canora durante la cerimonia degli Oscar: da segnalare il total black Saint Laurent disegnato da Anthony Vaccarello (che ha vestito anche Gal Gadot e Amber Valletta al party più sfarzoso della oscar night) sfoggiato con somma leggerezza da Rami Malek che nel 2019 si è aggiudicato l’Oscar per ‘Bohemian Rapsody’ e che ritroveremo nell’ultimo capitolo attesissimo di James Bond’, un film Universal Pictures, fino a Adam Driver in Burberry, John Hamm, Dylan Sprouse e KJ Apa in Atelier Versace e dulcis in fundo Joaquin Phoenix.

E qui apriamo una bella parentesi. Il divo che ha trionfato con l’Oscar come miglior attore protagonista con ‘Joker’ di Todd Philips distribuito da Warner Bros che ha vinto anche l’oscar per la colonna sonora, ha esibito con orgoglio lo stesso smoking nero di Stella McCartney che indossava ai Golden Globes e tornando all’inclusione ci sta, perché qui si parla di upcycling e di sostenibilità.

L’attore che per noi è il nuovo paradigma mascolino dell’era del 5g e promuove il glamour sostenibile, ha puntato il dito contro il razzismo invocando i diritti umani e ha così parlato davanti alla platea degli oscar:“siamo disconnessi dalla natura e siamo egocentrici, distruggiamo la natura, non dobbiamo avere paura di cambiare, gli uomini sono geniali, dobbiamo usare amore e compassione per sviluppare sistemi a beneficio di tutti, sono stato egoista e cattivo a volte nella vita e ho avuto una seconda opportunità, bisogna sostenersi gli uni con gli altri dobbiamo sostenerci nella redenzione”, e tutta la sala applaude con una standing ovation.

Gli altri Oscar sono andati a ‘1917’ di Sam Mendes che si è aggiudicato ben tre statuette per il sonoro, gli effetti speciali e la fotografia, a ‘Bombshell’ il film sullo scandalo delle molestie sessuali in tv è andato l’oscar per trucco e parrucco, a ‘C’era una volta…a Hollywood’ di Quentin Tarantino distribuito da Warner Bros premiato oltre che per l’interpretazione di Brad Pitt, anche per la scenografia, mentre Les Mans 1966’ si è portato a casa due oscar per montaggio e montaggio sonoro.

E infine colpo di scena: per la prima volta Hollywood non premia sé stessa ma il cinema asiatico e specialmente la Corea e ‘Parasite’ fa poker di oscar con 4 statuette d’oro: miglior regia, miglior film straniero, miglior film e migliore sceneggiatura originale. Non avevamo dubbi che Parasite, il fim di Bong Joon Ho che racconta la struggle class in Corea del Sud nell’era 4.0 fosse il film dell’anno. Eccellente. Stay tuned on manintown! 

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Fra acuti e scandali a Sanremo scocca l’ora dell’inclusione

Fuochi d’artificio, roventi polemiche e colpi di scena a Sanremo. Sarà ricordato come il festival dell’imponderabile, delle scaramucce, delle provocazioni spesso gratuite e degli scandali questo Sanremo 70, il più divisivo e trasgressivo mai visto. E lo ricorderemo anche come il festival della moda e del glamour, soprattutto maschile. Tendenza imperante sul palco dell’Ariston: la giacca sciancrata dai revers sciallati sempre più sottili perché slanciano e snelliscono la silhouette.

E’ un dogma estetico il luccichio: damasco, broccato, lamé, paillettes rosse, rosa e velluto rubino, blu e argento, bronzo e rame, cannutiglie, sete cangianti, latex e poi ricami floreali e il colore vibrante e shock profuso senza un domani. Il dettaglio fa la differenza: la maschera d’argento di Miss Keta, gli occhiali da sole color cognac di Morgan, la pochette luccicante nel taschino di Fiorello, i dreadlocks rosa shocking di Ghali, gli stivali nazi e gli harness in cuoio di Junior Cally, i sandali alla schiava di Elodie, la collana di ex voto argento di Tosca, i calzini scarlatti di Francesco Gabbani, gli zatteroni anni’70 glitterati di Levante vestita da Marco De Vincenzo, la sciarpina a pois punta di spillo portata fuori dalla camicia rossa di ‘Le vibrazioni’, il cappello Hamish viola di Zucchero, il brioso panama nero di Raphael Gualazzi, il gilet damascato del tenorile Alberto Urso, le bretelline di Riki firmate Emporio Armani. Insomma un mondo di dandy e pavoni digitali che dell’esibizionismo fanno il loro vangelo.

Ad aprire le danze della manifestazione canora più seguita in Italia ci ha pensato l’alta moda che a Sanremo ha regnato indiscussa anche se un po’ sempre nelle retrovie. Vi ricordate l’abito ricamato di Nilla Pizzi di ‘Grazie dei fior’? Era delle Sorelle Fontana. E il siderale kimono in maglia metallica di Patty Pravo del 1984? Lo creò Gianni Versace, mentre Iva Zanicchi nel 1969 calcò il palco con un look di Raffaella Curiel. E come dimenticare Raniero Gattinoni che vestì nel 1992 Alba Parietti con un frac tempestato di cristalli neri. Memorabile anche il grande Pino Lancetti che nel 1993 abbigliò Anna Falchi con sontuose mise nere e oro. Sul versante maschile lo smoking bianco disegnato da Carlo Pignatelli per Achille Lauro ha fatto scuola. Ed è proprio lui Achille Lauro, l’angelo nero della provocazione 4.0, la vera star di Sanremo.

La sua canzone ‘Me ne frego’ inno alla ribellione più dark (‘l’amore è solo panna montata al veleno’ canta Lauro osannato dai social) rifà il verso musicalmente parlando a Vasco Rossi ma poi la provocazione nella forma e nel linguaggio fa pensare a un Renato Zero acerbo contaminato da Marylin Manson. A vestirlo come al solito è stato il pifferaio magico della genderless generation Alessandro Michele che ha vestito anche Boss Doms che sfoggiava un diadema d’oro sul palco, e che ha scomodato icone della pittura (Giotto e S.Francesco evocati dalla cappa nera di velluto ricamata d’oro su tutina iridescente nude color carne), del costume (La Marchesa Casati nero totale in tulle plissé soleil con monumentale copricapo di piume stile Poiret) e del rock (Ziggy Stardust in doppiopetto satin smeraldo con tanto di trucco tematico) per riaffermare il primato di quello che forse ormai è il pensiero unico della moda: l’inclusione. In suo nome a volte si giustificano i comportamenti più estremi ma in fondo in gioco c’è il futuro dell’identità maschile, che Michele immagina sempre più fluida, ineffabile, indefinibile. Perché oggi definirsi è diventato un tabù. Però noi diciamo: anche no. Definirsi è cosa buona e giusta. E allora lunga vita a Mika: bello, bravo, luminoso, positivo, pieno di energia.

Lui si che è il simbolo dell’inclusione e della identità definita che preferiamo, se queer deve essere che sia chic come il bellissimo tuxedo color polvere in mikado di lana e seta con profili neri e la camicia solcata da volants sinusoidali in crȇpe de chine, il tutto griffato Valentino e disegnato magistralmente da Pierpaolo Piccioli. Magnifica la blusa di seta impalpabile stampata sfoggiata da Diodato che adoriamo e che indossa con effortless elegance la giacca scarlatta più vistosa intessuta di paillettes. Think pink è il mantra di Ghali, acclamata icona maschile dell’era della fluidità e che ama Gucci e Dior by Kim Jones, mentre Morgan stupisce tutti col suo frac luciferino e il tuxedo animalier.

Un’eleganza sobria e senza sbavature definisce gli interpreti di Sanremo che hanno scelto Giorgio Armani, un nome una garanzia: ringraziamo Re Giorgio per aver vestito Rula Jebreal, bellissima testimone della tolleranza e della solidarietà globale contro il sovranismo più becero e populista, per la giacca shiny di Gabbani, per i velluti impeccabili di Fiorello, per la giacca cangiante color crema della grande Gianna Nannini(che ci ha regalato una magnifica performance), per il blazer decorato da ricami geometrici blu, silver e neri di Enrico Nigiotti (il nuovo Grignani?). Bocciatissime Georgina Rodriguez (non si capisce cosa faccia e chi sia), Sabrina Salerno (ma perché quel pessimo smoking rosso?) ed Elettra Lamborghini (icona eurotrash per antonomasia) che sono tre buoni motivi per non guardare Sanremo. Bocciata più che altro per il colore l’abito da ballo giallo limone di Etro (meglio quello di velluto nero bustier) indossato da Diletta Leotta, bella che non balla. Due ottimi motivi per vedere Sanremo in tivù sono invece le bellissime e raffinate Elodie (in Versace) e Francesca Sofia Novello (in Alberta Ferretti, nero, blu cangiante e rosso fiamma). Bella la gonna plissé asimmetrica di Laura Pausini firmata N.21 che alla fashion week imminente festeggia un importante anniversario. Asfalta tutti la sublime Tosca con un lungo nero dallo scollo elegante e discreto bordato di cigno, perfetto come la sua stupenda canzone.

Niente male la giacca in velluto cangiante sottobosco di Irene Grandi con tagli sulla schiena sfoggiata dalla cantante fiorentina nella terza serata e la toilette di gala di Emma d’Aquino firmata Antonio Grimaldi (bellissima la gonna rosa pallido a balze abbinata a un top a rete di cristalli, 8) che sfila a Parigi nel calendario della haute couture. Momenti clou: il bacio fra Fiorello e Tiziano Ferro in Dolce&Gabbana bespoke (make love not war), la defezione di Bugo, la caduta studiata ad arte della controfigura di Ghali in fucsia fluo, l’esibizione da incubo di Rita Pavone che pare una Wanna Marchi clonata (orrida) e quella idilliaca e sognante della sofisticata Francesca Sofia Novello al pianoforte che interpreta l’Ave Maria di Schubert, l’apparizione in abito-lampadario di Antonella Clerici con tanto di aitanti valletti-sirenetti al seguito che fa molto Wanda Osiris.

Stendiamo un velo sulla performance costosissima (300.000 euro….un vero schiaffo alla miseria) e inutile di Benigni, ormai troppo autoreferenziale. Infine ribelle e maledetto ma in senso ironico è Piero Pelù. L’ex frontman dei Litfiba si presenta sul palco dell’Ariston con una buona canzone e un guardaroba un po’ dark, un po’ fetish assemblato per lui da Tom Rebl, lo stesso brand che l’ha vestito per il suo matrimonio e che lo segue da anni: il frac nero ha dettagli di pvc spalmato e Pelù in tuxedo rosso fiamma tuona contro il femminicidio. Il frac va alla grande: quello di Junior Cally è avorio senza collo ed è firmato Dolce&Gabbana che hanno vestito di colori vitaminici i ‘Pinguini tattici nucleari’. E dulcis in fundo il grande Pierfrancesco Favino in tuxedo di seta con giacca dai disegni geometrici di Ermenegildo Zegna.

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New Menswear: saranno famosi?

Dopo le passerelle dei titani del lusso di Milano e Parigi la palla passa ai giovani. Ad Altaroma lo scouting premia i talenti creativi che potrebbero riscrivere il dress code maschile del futuro. Altaroma, sotto la presidenza di Silvia Venturini Fendi, che è anche direttore artistico della maison di LVMH fondata dalla nonna Adele Fendi nel 1920, si conferma nuovamente la piattaforma privilegiata dei giovani virgulti del made in Italy con le sue varie vetrine, da Showcase alle sfilate delle scuole più importanti del belpaese, dagli stand alle passerelle dei creativi paladini della tecnologia green alle promesse del menswear Gall e Federico Cina. Insomma ne vedrete delle belle. Saranno famosi? Chi vivrà vedrà.

Intanto il rinascimento ecologico nato sotto l’egida di Greta fa proseliti e diventa la legittimazione per una nuova attitudine alla sperimentazione stilistica. E finalmente possiamo osservare una bella svolta creativa: i giovani della generazione Z si configurano come i più ecologisti in assoluto da Roma a Milano, da Torino a Cefalù.

A guidare questa legione di creativi emergenti è Italo Marseglia, un fashion designer simpatico e rotondo che propone una moda romantica e avvolgente, fortemente inclusiva declinata in un bello show coed realizzato con la regia di Rossano Giuppa: “Ragazzi smorziamo i toni-dice lo stilista nel backstage-la virilità non va urlata ed esibita e semmai penso che è mascolino chi ha le palle per accettare sé stesso anche con qualche chilo in più, le mie silhouette sono confortevoli, le camicie over di pizzo verde prato o alga si portano sui bermuda, un tocco childish che addolcisce e rende poetica la mia visione della moda; tutti i miei tessuti sono upcycled e anche i materiali degli accessori(realizzati con la collaborazione di studenti IED Roma n.d.r.), sono frutto di un recupero di pellami esotici, vedi la schiena del coccodrillo, senza contare che c’è una giacca effetto damier che è il risultato dell’assemblaggio di tessuti rigenerati”.

Gli outfit maschili sono corredati da cappelli di plastica surreali che inteneriscono. Standing ovation per il fashion designer che sicuramente farà strada. Più minimal il mood che pervade la collezione di Federico Cina che a luglio 2019 si è aggiudicato l’ambito premio Who is on next? E che definisce un’identità agender ricalcando le orme di Alessandro Michele. Niente di nuovo sotto il sole. Un’atmosfera nostalgica e sentimentale resa più stucchevole, se possibile, dalla colonna sonora struggente e piuttosto rétro di Sergio Endrigo, avvolge i look essenziali e romantici, abbastanza banali, fra bande orizzontali, pantaloni cargo, borse a bisaccia, goffi cappelli e sprazzi di rosa abbastanza fuori luogo.

L’ispirazione è, secondo lo stilista, una Romagna idilliaca vagheggiata nelle foto di Vittorio Tonelli sfruttato per fornire una patina intellettualoide alla collezione, ma l’impressione globale è di una mediocrità disarmante e lo stilista, che abbiamo ascoltato nel backstage, non pare avere una singola idea. Molto rumore per nulla. Appare sicuramente più interessante e convincente invece il mantra del menswear di Davide Gallo che con il suo progetto ‘Programma’ dopo la sfilata dello scorso luglio si prepara a calcare la passerella di Who is on next? Di luglio 2020.

Il giovane creativo che studia architettura a Roma ha una passione per il minimalismo anni’90 di Helmut Lang, Raf Simons e Martin Margiela. “Sono molto riservato e vorrei che parlassero i miei vestiti” spiega il giovane stilista, bello e gentile che adora Le Corbusier, la Bauhaus, Andy Warhol e i Massive Attack, e che tratteggia una silhouette rettilinea e netta azzerando gli orpelli e i coloracci poco appropriati per un uomo mascolino ma tenero, sensibile e determinato che predilige il grigio e il nero e li declina in giacche e spolverini molto misurati ma non privi di dettagli curiosi come il pattern grigio e nero, i volumi generosi dei pullover vagamente giap e il candido ricamo crochet che come un ludico talismano orna le tasche delle giacche.

La sua estetica, profondamente influenzata dal design industriale, rielabora l’unione distopica tra design classico e look da lavoro con spunti provenienti da culture diverse. Le proporzioni sono nuove e calibrate e il ragazzo sa quello che vuole. E lo dimostra anche a Showcase. Niente male neanche la collezione di Spenthrift (letteralmente spendaccione) un brand total look agender nato nel 2013 a Foligno dall’inventiva di Federico Cancelli e Marco Cuccagna che avevamo già notato all’edizione di Showcase di luglio scorso e che ora appare ancora più maturo e creativo. I capi sinonimo di urban luxury sono ironici e desiderabili, talora provocatori.

“La nostra cifra è il clash fra tessuti tradizionali e grafiche dirompenti”, spiega Cancelli, nipote del famoso pittore Maurizio Cancelli. Il classico camel coat ringiovanisce in una versione completamente reversibile con una fodera stampata che riproduce un collage di fotografie in bianco e nero legate alla dissacrante iconografia punk degli anni’70, un print che ritorna anche sulle camicie. I capi sono trasformabili, la maglieria è accattivante in tinte smaglianti con il lettering tipico delle t-shirt e il casual street raffinato del marchio forgia un nuovo linguaggio che può funzionare- data la sua vena artistica influenzata dalla Pop Art- soprattutto per un pubblico di trentenni e quarantenni. Un brand originale da tenere d’occhio come anche l’anima belligerante di Gall.

Nei modelli del marchio emergente creato dal designer americano Justin Gall che è vegano dal 2015 e ammette di curare ogni singolo aspetto delle sue collezioni, il look militare acquista un risalto quasi concettuale declinato in tre colori primari rosso, verde e blu che coesistono in armonia come in natura. I dettagli delle fogge militari di Gall ne esaltano la funzionalità: tasche rimovibili, cappucci nascosti e segmenti modulari danno spazio alla trasformabilità, comfort e facilità in ogni momento e protezione dalle condizioni estreme. Tutto ciò è incorporato nella tipica armatura Gall, ormai iconica. Uno stile riconoscibile dove i capi più sperimentali sono performanti e tecnologici per garantire la massima protezione a chi li indossa.

Una priorità di Gall è il rispetto del mondo animale: non a caso i capi più voluminosi sono imbottiti con piume di plastica riciclata. Interessanti anche i progetti creativi al maschile individuati sulle passerelle delle scuole romane di Maiani Accademia Moda, dove in omaggio al mito di Fellini cinque studentesse del primo anno di fashion design tentano di ridefinire l’iconografia del cinema surreale in rapporto all’identità maschile e femminile contemporanea

I capi maschili disegnati da Altea Placidi declinati in denim e broccato di seta, sono consacrati al tema dell’inclusione, quelli di Eleni Di Marcantonio-ispirata da Rick Owens e dal workwear più sperimentale- parlano di un viaggio nell’anima e si arricchiscono di texture craquelè e di dettagli couture come di accessori in ecopelle, fino ad Angela Ferrotti che riproduce il profilo di Fellini stilizzato sulla tunica bianca per lui e Noemi Mattei che contamina il classico con un tocco futuribile e colori shock.

Segnaliamo anche i look maschili disegnati per il final work del corso triennale in costume e fashion de l’Accademia di Costume e Moda che si prepara ad aprire una nuova sede a Milano in via Fogazzaro. Abbiamo apprezzato in passerella gli outfit presentati da Marco Passone che si ispira al look dei paracadutisti mixato con il mood dei Teddy Boys con stampe astratte tradotto in tinte smaglianti, Alice Piscedda con i blazer a tutto volume ispirati all’arte di Peter Clark, alla working class di Liverpool e ai murales di Belfast, Beatrice Scanni che punta sull’animalier zebra anche per gli accessori, rivangando Baudelaire attualizzato dalle canzoni di Nick Cave, Irene Valandro che modula un look maschile in denim scolorito ispirato alla scena hip-hop anni’90 per giubbini trucker dalle spalle ingigantite, Eva Bureau che intreccia il post punk con la fantascienza. Notevoli anche le soluzioni ideate dai partecipanti al fashion contest sulle wearable technologies lanciato dalla Fondazione Mondo Digitale per la Fashion Digital Night, laboratorio delle tendenze del domani.

Da segnale i progetti menswear di Zercollection, brand spagnolo che si avvale della stampa 3D e del ricamo industriale per giacconi dal minimo impatto ambientale. per non parlare di Perspective, progetto di un duo creativo peruviano che lavora con il tulle tagliato al laser in un puzzle sci-fi, mentre Primlab in tandem con Noumena sviluppano l’abito realizzato con stampa 3D che assorbe i gas serra. Suggestivo lo spettacolo ‘Lettere a Yves’ che nella aulica cornice del Teatro Torlonia ha portato in scena attraverso la voce del grande attore italiano Pino Ammendola e il romantico sound del pianoforte di Giovanni Monti e la performance canora di Maria Letizia Gorga, le lettere d’amore che Pierre Bergé dedicò prima di morire al suo compagno di una vita, il geniale Yves Saint Laurent, che ha liberato gli uomini dai lacci della schiavitù all’uniforme borghese. Davvero intenso e toccante. Appuntamento alla prossima edizione di Altaroma, stay tuned!

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Allo IED la moda diventa un film con ‘Amphibia’

La cultura dell’audiovisivo sta diventando il veicolo principale di divulgazione della moda soprattutto per l’efficacia descrittiva e semiotica del suo linguaggio.

Lo dimostra soprattutto la diffusione dei fashion film sui social media e anche nelle campagne pubblicitarie delle grandi maison che sempre di più si avvalgono di talentuosi videomaker internazionali per lanciare i propri messaggi nell’arena globale. In linea con questo trend che sta diventando un mainstream, lo IED promuove la creatività dei suoi giovani videomaker applicata al mondo fashion.

Durante l’ultima edizione di Altaroma l’Istituto Europeo di Design ha presentato davanti a un pubblico di addetti ai lavori e di profani il progetto ‘Amphibia’ dedicato all’acqua, e alla sua centralità nel quadro della salvaguardia dell’ecosistema, un tema verso il quale soprattutto le giovani generazioni manifestano una crescente sensibilità.

Per il filosofo Eraclito l’acqua era l’immagine più calzante per rappresentare l’idea del perenne divenire, nel suo flusso incessante. Nella sala cinema del comprensorio dell’ex caserma di via Guido Reni 7, sono stati esplorati, attraverso i sei fashion film degli studenti delle scuole IED di Milano, Roma e Firenze, della durata compresa fra i 90 e i 120 secondi, i temi della nascita, la trasformazione, l’evoluzione e l’adattamento all’ambiente dell’acqua. Una panoramica originale e suggestiva dedicata all’esaltazione della bellezza dell’acqua, che nel suo continuo fluire non è mai uguale a se stessa.

E fra i sei cortometraggi incentrati su questa risorsa indispensabile dell’ambiente il premio speciale della giuria tecnica composta fra gli altri da Costanza Cavalli Etro, Sara Sozzani Maino, Simonetta Gianfelici, il regista Luca Finotti e la giornalista di I-D Gloria Maria Cappelletti, e è andato al fashion film ‘Gola’. Realizzato da Simone Folli questo surreale cortometraggio che pare citare le atmosfere del visionario David Lynch rievoca nella sofisticata atmosfera di un ristorante, esseri umani e umanoidi – dalla testa di pesce – che convivono e cenano come se nulla fosse. L’umanità raccontata è quella post-umana, mutante, già stravolta dall’impatto delle attività dell’uomo e dell’inquinamento dei mari e degli oceani.

Uno short film, che ci mostra attraverso il linguaggio dell’assurdo, come le buone maniere di una cena elegante convivano con le pessime abitudini alimentari che hanno trasformato l’idrosfera in un oceano di plastica. Pregevoli anche gli altri film presentati, da ‘Crawled Ashore’ di Cristiano Naldi che è un’esortazione  a prendere coscienza del cambiamento climatico ma anche ad imparare nuovamente l’alfabeto perduto della natura, a ‘Venus’ di Pietro Cavallari che invece parla di rinascita, di adattamento e di speranza, nel segno della vita che si ridefinisce in corpi nuovi, inaspettati e meravigliosi.

Completano il quadro Out.Create che invita ad adottare un atteggiamento di speranza e ottimismo come fonte di un cambiamento reale, ‘Petricore’ in cui si rivive la sensazione della terra bagnata dalla pioggia che emana il suo inconfondibile odore, e ‘The Abstract Problem’ che affronta la realtà della costante decrescita o improvviso innalzamento del livello delle acque del pianeta. Appuntamento a luglio per il prossimo final show di IED Roma. Stay tuned!

Photographer: Stefano Casati

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Da Milano a Parigi è tempo di Formal Leisure

Forme striminzite addio, pantaloni skinny da varicocele? Anche no, via libera al colore saturo e vitaminico purchè sia azzeccato e portato bene, per le maglie sottili avete sbagliato indirizzo. Ora si volta pagina e si abbraccia il vero lusso, quello opulento, ottimo e abbondante, fatto di dettagli preziosi, di belle lavorazioni artigianali, di tessuti pregiati anche se talora riciclati nel nome di Greta. La password di stagione per l’autunno-inverno 2020-21 è formal leisure, ovvero una sintesi di opposti che diventa subito cool, dal boudoir alla giungla d’asfalto, facendo cambiare attitudine a un uomo che è sempre più ibridato, praticamente un maschio profiterolles, tenero ma con le palle.

E’ quanto abbiamo registrato sulle passerelle maschili di Milano e Parigi dove i marchi più branché del menswear hanno impartito le loro lezioni di stile ai nuovi, aspiranti gentlemen. Dai catwalk delle due capitali della moda globale ecco per i nostri men in town alcune pillole di stile. In pole position il cappotto, da quello shabby chic di Marlon Brando in ‘Ultimo tango a Parigi’ (costumi della meravigliosa Gitt Magrini), fino a quello a vestaglia di ‘Borsalino’ o quello doppiopetto con revers a lancia da gangster di Robert De Niro in ‘The intouchables’. Che sia check (Prada) o stampato graffiti (Iceberg), che sia leggero (Dior Homme by Kim Johnes) o riccioluto, che sia rosso (Marni) o verde (Vetements, Berluti), che sia ecologico o di cocco vero (100.000 euro da Billionaire), che sia in velluto a coste (Brunello Cucinelli) o liscio (Dolce & Gabbana) poco importa: quel che conta è che sia morbido, maestoso, ampio e confortevole come un caldo abbraccio. La giacca poi si allaccia a vestaglia o a kimono come sarebbe piaciuto a Mishima (Ermenegildo Zegna by Alessandro sartori docet) oppure perde il collo (Giorgio Armani che non perde un colpo), oppure ha dei revers frastagliati (Off-White), oppure ha la vita segnata da cinture con metal clutch incorporata (Alexander McQueen) ed è stampata a motivi paisley (Etro), oppure è ricamata di baguettes (Marcelo Burlon per County of Milan, Givenchy, Valentino) o ancora è in broccato a motivi esotici jacquard (Brioni), oppure è in satin liquido e simula una felpa da jogging (Balmain by Olivier Rousteing).

Gilet: torna protagonista soprattutto da solista, come negli anni’90 quando Gianni Versace lo esibiva in pelle nera ricamata d’oro sul torace nudo. Prada lo propone in vernice foderata di pelo color biscotto o in maglia con i profili bicolori, DSquared2 lo declina in pelle cognac da abbinare ai jeans sovrapposti, Marco De Vincenzo lo ha pensato con degli alamari, Alexander McQueen by Sarah Burton lo risolve in una ragnatela gioiello intessuta di fili d’argento, paillettes, cristalli su base in seta, per Brunello Cucinelli il gilet è in duvet bianco e beige da portare sulla felpa di cachemire grigia, per Etro è in velluto a coste fantasia paisley sempre imbottito, per Jacquemus è finestrato over e si porta sul pull di lambswool da tenerone, per Lanvin è attillato e a pois blu su giallo canarino, per Fendi è dark e si porta infilato nei pantaloni di nappa lucidi in stile ‘Cruising’ come nel film omonimo e controverso di Friedkin.

Dicevamo ibridazione? Bene allora lo sportswear si contamina con il fashion anche negli accessori, come il marsupio crossbody, che in passerella ha il dono dell’ubiquità. Portato in vita completa la belt bag mannish oppure si indossa in tono scanzonato a bandoliera persino sulla giacca doppiopetto gessata. Torna anche il borsello che si porta come una borsetta a tracolla un po’ femminile, dolce, sensuale, come da Valentino e Hermès, mentre Prada lo vuole nero, bello e funzionale. La maglieria più rustica acquista un timbro couture un po’ ovunque sia in versione pullover che in chiave sciarpone a grana grossa quasi 3D, lunghe e bellissime da portare sino ai piedi (Fendi e Dolce&Gabbana, Missoni, Loewe by JW Anderson, Hermès). Altro tormentone di stagione sarà il velluto. Molto amato da Alessandro Michele per Gucci che ne fa la divisa del suo ‘piccolo principe’, e da Kean Etro come da Ralph Lauren che lo traspone in chiave check, ma anche da Missoni che lo declina in print botanici stilizzati che sarebbero piaciuti al re del Jazz Miles Davis, mentre per Giorgio Armani è grigio di giorno effetto lapin o orylag oppure verde oliva per il parka effetto foresta, e nero e drammatico di sera per il tuxedo da red carpet degli Oscar ai quali re Giorgio si starà già preparando.

E i pantaloni? Come sopra, ampi e comodi, baggy e con un fit nipponico, da indossare sulle sneaker col carrarmato o negli stivali (Salvatore Ferragamo) oppure esotici in versione sarouel, drappeggiati ad arte (Balmain). Per un look molto ‘revenant’ l’ideale sarà vestirsi a strati dato che con questi chiari di luna chi lo sa che farà questo meteo pazzerello. Quindi sì a montoni vintage lunghi (Lanvin) o corti (Zegna, Prada, Valentino), e sì anche ai poncho e ai plaid effetto cocooning da portare sul completo formale come sul golf voluminoso da alta montagna, fra Aspen e Cortina (Etro, Hermès, Balmain, Off-White). Una camicia bianca non si nega a nessuno specialmente se è tecno-couture (Bagutta) o croccante e ricamata in pizzo (Dolce&Gabbana) o intarsiata con un lettering molto funny-cool (Valentino) o surreale (Louis Vuitton by Virgil Ablooh). Dedicato a maschi più gentili che finalmente rispettano le donne in barba ai rigurgiti di un cielodurismo sul quale sinceramente preferiamo glissare.

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On stage: si nota all’imbrunire con Silvio Orlando

L’altra sera al Teatro Quirino di Roma abbiamo visto con piacere una gran bella pièce, ‘Si nota all’imbrunire’, scritta con gentilezza e umorismo fine e sagace da Lucia Calamaro, un vero talento, e interpretata magistralmente dal grandissimo Silvio Orlando che ultimamente abbiamo visto nella serie televisiva di Paolo Sorrentino ‘The young pope’ e ‘The new pope’, e che ora è a teatro a Roma fino al 2 di febbraio in un dramma esistenziale sulla solitudine.

Un tema che ha stimolato fior di scrittori e drammaturghi, Checov e Pirandello in primis, ma anche l’esistenzialista Ingmar Bergman, solo per citarne alcuni. Questo dramma leggero ma pensoso esplora con una elegante e sapida tessitura drammaturgica il tema della ‘solitudine sociale’, il morbo del terzo millennio che affligge giovani e anziani e che ha una diffusione davvero trasversale. Non per niente in Francia esiste ‘la giornata della solitudine’ mentre in Inghilterra esiste addirittura un ministero della solitudine. Non è solo depressione, non è tanto e solo spleen, è un senso di abulia che avvolge e condiziona la percezione individuale della realtà e che rimanda alla disamina umana del decadentismo.

Molti parlano di nuovo rinascimento ma in fondo si potrebbe pensare, per descrivere l’epoca in cui viviamo, a una nuova decadenza che amplificata dai social media, prima cassa di risonanza del nuovo solipsismo, corrode dall’interno l’anima umana, in un momento di grande alienazione e di inesorabile crisi di valori. Torna il soggetto sbarrato di Lacan nella riflessione amara e poetica di Silvio che, dopo aver perso la moglie, si ritrova ad adagiarsi in solitudine come un eremita.

Silvio si è seduto nel vero senso della parola, è un uomo che più che esistere desiste. La sua famiglia non gli è più familiare e i suoi tre figli Alice (Alice Redini) che ha velleità di poetessa, Maria (Maria Laura Rondanini) una psicologa molto rigida ma anche fragilissima, e Vincenzo (Vincenzo Nemolato che abbiamo visto recentemente nel cast di ‘Martin Eden’) che ha sempre deluso suo padre e ama esibirsi nel canto, sono anch’essi attanagliati da mille insicurezze e inquietudini molto radicate.

La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio, è stata applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. L’incomunicabilità e il senso di inettitudine erigono muri insormontabili fra Silvio e il resto del mondo. “Essere socievoli è faticoso, mi sono abituato all’assenza e mi sento debitore nei confronti di chi mi ama, in fondo il mio paese interiore è privo di abitanti”, dice il protagonista, riflettendo in modo dolente sulla sua condizione di isolamento interiore.

Fra risvolti tragicomici e intermezzi musicali questo dramma introspettivo si snoda con un testo agile e scorrevole che alterna riso e lacrime come nella vita e che approfondisce mirabilmente la psicologia dei personaggi. Da segnalare l’istrionica abilità di Roberto Nobile che ricordiamo ne ‘La scuola’ sempre accanto a Orlando e che sulla scena interpreta il fratello del protagonista solitario. La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio è stata calorosamente applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. Vivamente consigliato.

Ph: Claudia Pajewski

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Joker contro tutti, ed è subito Toto Nomination

Hollywood è in fibrillazione in questi giorni per la notte più attesa dell’anno, la favolosa notte degli Oscar dove, a giudicare dai pronostici, il gioco si farà veramente duro. In lizza per la mitica statuetta dorata nella 92esima edizione dei premi più
ambiti della settima arte, svettano quest’anno: Joker, The Irishman e C’era una volta…a Hollywood, ovvero la terna composta da Todd Phillipps, Scorsese e Tarantino.

Sarà sicuramente una bella sfida fra titani: il favorito con 11 nomination al suo attivo, è il film della Warner sul pagliaccio killer della Marvel con Joaquim Phoenix, bad guy della scena cinematografica a stelle e strisce, protagonista di un’interpretazione da brivido, maledetta, eccezionale. Ha fatto incetta di nomination anche ‘1917’ di Sam Mendes (10 in tutto) mentre De Niro a sorpresa non ha ottenuto alcuna nomination che invece sono andate ai colleghi Al Pacino e Joe Pesci per il kolossal sulla mafia del regista di ‘Taxi Driver’ tratto da un magnifico romanzo.

Nella rosa dei migliori attori candidati all’Oscar spiccano invece Banderas per ‘Dolor y Gloria’ di Almodovar, e Jonathan Pryce per ‘I due papi’ che è candidato all’oscar per il miglior attore non protagonista con Anthony Hopkins. Una manciata di nomination fra cui quella al miglior film se l’è accaparrata ‘Le Mans 66-La grande sfida’.

Fra le donne Renée Zellweger (che ai Golden Globe si è presentata con uno strepitoso lungo color lavanda di Armani Privé e che ha annunciato che potrebbe ripetere il miracolo Bridget Johnes), per il film ‘Judy’ è l’avversario da abbattere in gara per l’Oscar alla miglior interpretazione femminile al quale sono candidate altre attrici illustri come Scarlett Johansson per ‘Storia di un matrimonio’ titolo di Netflix che si presenta agli Oscar con ‘The Irishman’ e con ‘Storia di un matrimonio’ e : Saorsie Ronan per ‘Piccole donne’, film di Greta Gerwig, una delle più accanite paladine del Metoo, che è candidato anche a migliore colonna sonora e a migliori costumi. Nella rosa delle grandi dame del cinema in pole position per l’Oscar non mancano Charlize Theron per il film femminista ‘Bombshell’ tratto da una storia vera ambientata nel mondo dello showbiz, per il quale Margot Robbie, brand ambassador di Chanel, potrebbe aggiudicarsi la statuetta come miglior attrice non protagonista.

E’ in corsa per lo stesso premio anche la bravissima Kathy Bates (la ricordiamo in ‘Misery non deve morire’ e ‘Pomodori verdi fritti’) per il film ‘Richard Jewell’ della Warner diretto da Clint Eastwood su un caso di cronaca americana che destò scalpore. Il miglior film straniero potrebbe essere (ce lo auguriamo!) ‘Parasite’ di Bong Joon-Ho, già incoronato ai Golden Globe e Palma d’Oro a Cannes, da non perdere per la sua feroce e magistrale critica sociale al vetriolo, perfetta per questa fase storica di gravissime sperequazioni nella distribuzione della ricchezza nel pianeta. Il film è candidato anche all’Oscar come miglior film e anche per la regia.

JoJo Rabbit titolo della Walt Disney e incantevole pellicola sull’antinazismo in chiave childish, potrebbe aggiudicarsi varie statuette, fra le quali migliore attrice non starring (Scarlett Johansson).Una piacevole sorpresa è la candidatura di ‘Cena con delitto’ per la miglior sceneggiatura originale.

In copertina: Joker. Ph.-Nico-Tavernise-Copyright-©-2019-Warner-Bros.-Entertainment-Inc.-All-Rights-Reserved-4-TM-©

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Ai Golden Globe di scena il normcore con DG, Armani, Prada, Brioni e Versace

Brad Pitt, Taron Egerton per ‘Rocketman’, Renée Zellweger per ‘Judy’, Joaquin Phoenix per Joker, Tom Hanks, Russell Crowe, The Crown, 1917, The Farewell, e infine Parasite: questi i vincitori assoluti dell’edizione 77 dei Golden Globe 2020. Ed è subito gara di stile. Sul red carpet l’altra sera a Los Angeles, al Beverly Hilton di Beverly Hills, si sono misurati a colpi di glamour e lustrini i divi e le star di Hollywood più cool che hanno sfoggiato dei look meno eccessivi del solito ma pur sempre molto sontuosi e siderali.

Torna il velluto (notevole il total velvet suit di Tom Ford per il sofisticato Ansel Elgort, molto dandy, interprete dell’indimenticabile film ‘Il cardellino’), il blu pantone, colore 2020 e spuntano toni inediti come il melanzana (molto posh lo smoking dai revers a lancia spaziali di Wesley Snipes) e il verde acido (quest’ultimo griffato Dior ed esibito coraggiosamente da Charlize Theron), mentre gli uomini hanno puntato sullo smoking più classico e bespoke (favoloso quello di Daniel Craig realizzato per lui da Anderson and Sheppard, sarto londinese di Savile Row molto apprezzato dai divi), con qualche nota di ‘follia’ che non può mancare. Vedi Billy Porter, famoso per i musical, in outfit bianco che fa la ruota con tanto di gonnellone di piume da pavone angelicato stile Wanda Osiris firmato Alex Vinash, davvero too much. Non ha mancato di farsi notare anche Beyoncè, palesatasi in un lungo in cady bianco ornato da maniche arricciate dorate firmato Schiaparelli. A parte questo, normcore è stata la parola d’ordine di questo tappeto rosso dove il presentatore, il comico inglese Ricky Gervais, che si è scatenato nei suoi monologhi comici al vetriolo non sempre politically correct, ha sfoggiato un Dries Van Noten portato in modo molto noncurante.

Elegante e understated, con il lupetto sotto la giacca, Pedro Almodovar si è presentato in nero assoluto Givenchy con tanto di occhialoni anni’80. In tema di eyewear molto fancy, nessuno può insidiare il primato di Elton John, presente alla cerimonia dei Golden Globe insieme al marito David Furnish, entrambi in look griffati Gucci. Elegantissimi Tom Hanks in Tom Ford (stilista che non per niente ha deciso di sfilare a Los Angeles due giorni prima degli Oscar) e il favoloso Chris Evans in Isaia, mentre Sacha Baron Cohen e Nicholas Braun hanno optato per il blu pantone rispettivamente Dolce & Gabbana e Prada che ha vestito anche Sam Rockwell e Paul Rudd.

Prestigioso e bellissimo, Brad Pitt, 56 anni portati magnificamente e un sorriso beffardo, vincitore del premio per miglior e attore non protagonista per ‘C’era una volta…a Hollywood’ di Quentin Tarantino, non offre fianco a critiche nel suo tuxedo couture tre pezzi e papillon firmato Brioni, la maison di Kering che quest’anno festeggia 75 anni di storia al salone di moda Pitti Uomo di Firenze. Da notare anche l’avvenente Joe Manganiello, star di ‘Magic Mike’, in un magnifico smoking nero sartoriale dai revers sciallati di Dolce&Gabbana accompagnato dalla flessuosa sirena Sofia Vergara anche lei in Dolce gran sera burgundy.

Molto stylish e dandy cool Josh O’Connor che sotto lo smoking black di Loewe ha sfoggiato un vezzoso fiocco nero po’ boho-rock. Sul versante genderless segnaliamo la bella giacca forgiata a guepière di Lulu Wang, regista dell’acclamato ‘The farewell’ anch’esso fra i 25 premiati, e la coppia lesbo chic Ellen DeGeneres e Portia de Rossi, vestite per la serata di gala da Hedi Slimane, anima creativa di Celine che ha conferito alle due attrici un piglio gentlewoman in smoking di cristalli. Alla corte di Re Giorgio si sono presentati in pole position vari attori e star di prima grandezza: da Leonardo DiCaprio a Martin Scorsese, da De Niro a Pacino, da Matt Bomer (un’icona queer di grande fascino) a Pierce Brosnan, da Taron Egerton a Stellan Skarsgard premiato per la serie ‘Chernobil’. Dulcis in fundo, dopo un Rami Malek super trendy in Saint Laurent che ha vestito anche Kit Harington (imperdonabile invece la caduta di stile di Kerry Washington in Altuzarra, da dimenticare!), ha calcato il red carpet una diva favolosa, Nicole Kidman, in rosso Atelier Versace, elegante e sensuale issata su sandali di Giuseppe Zanotti, da 10 e lode! Per quanto riguarda la serata, grandi sconfitti Scorsese con il suo ‘The irishman’ che era fra i favoriti, e Netflix tranne che per ‘Storia di un matrimonio’ con una magnifica Laura Dern in Saint Laurent by Anthony Vaccarello e ‘The crown’ con una raggiante Olivia Colman un po’ goffa nelle sue maniche a sbuffo, da bocciare.

Premio alla modestia all’attore Rami Youssef, palma d’oro alla vanità a Quentin Tarantino che in velluto dark ha tenuto un discorso di ringraziamento un po’ fuori luogo per i tre premi conferiti al suo nono film, peraltro innegabilmente il suo capolavoro. Da dimenticare anche l’esibizione testosteronica di Jason Momoa, l’attore di ‘Aquaman’, che ha letteralmente ‘mostrato i muscoli’ con una canotta molto tamarra, mentre ha piacevolmente colpito il discorso politico di Patricia Arquette, premiata per la serie ‘The act’, che sul palco ha asfaltato Trump. Ci è infine parso raffinato il casto nude look color marron glacé di Gwyneth Paltrow in lungo romantico di tulle guarnito da micro rouches firmato Fendi. Appuntamento alla notte degli Oscar, stay tuned.

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E Brioni creò l’uomo

Quando si sfila la camicia hawaiiana immancabilmente gialla, svelando lascivi addominali a tartaruga in ‘C’era una volta… a Hollywood’ di Quentin Tarantino, la sala buia che fissa il grande schermo sembra quasi trasalire.

Biondo, bello e avvenente come un nuovo Adone pulp, Brad Pitt protagonista dell’intimistico ‘Ad Astra’ è la star indiscussa del firmamento cinematografico globale, l’uomo dei sogni per le donne e il bersaglio di invidie ancestrali per gli uomini.

Brioni ha annunciato che è lui, il nuovo interprete ufficiale delle sue collezioni alta moda maschile. Sul red carpet di Cannes e Venezia Brad, al pari di Omar Hassan, Stefano Sollima, Maurizio Lombardi, Adriano Giannini e Pierfrancesco Favino, che sta mandando in visibilio le platee americane con ‘Il traditore’ di Marco Bellocchio, ha già sfoggiato il celebre smoking su misura della maison entrata ormai dal 2010 nella galassia del polo del lusso francese Kering.

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Photo by Matt Winkelmeyer/Getty Images

Come sempre è l’America, (Hollywood, New York, Miami poco importa), a indicare la via e a segnare il nostro destino, una sorte provvida quanto ineluttabile. Così come è stato per Giorgio Armani che nel 1982 giganteggia sulla copertina del ‘Time’, così per Brioni il treno del successo planetario passa nel 1955 quando l’autorevole periodico a stelle e strisce Life dedica un articolo alla maison di menswear blasonato che da 75 anni è una certezza per emiri e businessmen, divi di Hollywood e gentlemen racé, leader politici, artisti e capitani d’industria.

Non a caso Brioni viene definito ‘Il sarto degli americani’. Le testaten di punta della stampa di costume d’oltreoceano fanno a gara per ‘immortalare’ il talento creativo del nuovo brand.

Per descrivere lo stile della griffe capitolina, fondata a Roma in via Barberini nel 1945 da due intrepidi sarti abruzzesi, Nazareno Fonticoli e Gaetano Savini Life conia l’epiteto ‘Dior per uomo’. Il New York Times che non vuole essere da meno, parla di ‘new look maschile’ e per fare la sua parte anche il Boston Herald dipinge l’atelier prediletto dalle star della Hollywood sul Tevere, come ‘capofila di un nuovo rinascimento italiano’.

E se nel nome c’è sempre un destino, quello del marchio è già segnato fin dall’inizio: si chiama Brioni l’isola dell’Istria, meta privilegiata del jet set e destinazione ambita di aristocratici nomadi, dediti a sport élitari come il golf e il polo che diventa il portafortuna evocativo della maison già prima di Ralph Lauren.

La storia è una strada in salita lastricata di opportunità. Nel 1952, Giambattista Giorgini, gran cerimoniere del nascente Made in Italy, gioca la carta ‘Cherchez l’homme’.

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E così decide di mandare in pedana, insieme ai modelli femminili di Jole Veneziani, celebre per le sue sontuose pellicce, il nuovo mood maschile delle giacche da sera in shantung di seta colorato, in velluto froissé e in mohair jacquard firmate Brioni. Gli ‘indossatori’ della casa di moda per uomo (il primo e il più popolare nel belpaese fu Angelo Vitucci), conquistano subito Mary Pickford e il buyer del department store statunitense B.Altman & Co.

Che dedica a Brioni la prima vetrina in America sulla Quinta Strada di New York. È nata una stella. Brioni è il primo marchio di moda maschile (e l’unico fino al 1965) a calcare la pedana della leggendaria Sala Bianca di Palazzo Pitti, vivaio dei vari talenti come Valentino, Capucci, Mila Schӧn, Lancetti, Missoni, Galitzine, Forquet, Krizia, Basile, Fendi e chi più ne ha più ne metta.

E quella stessa Sala Bianca oggi celebra il passato e il presente di un pilastro della moda, italiana assurto grazie alla sartoria industrializzata a marchio globale, con un’installazione-retrospettiva curata da un guru dell’intellighenzia modaiola, il francese Olivier Saillard, incensato critico di moda già noto per le sue mostre parigine al Museo della moda del Louvre e al Palais Galliera, memorabile quella su Azzedine Alaia.

Ospite d’onore alla prossima edizione di Pitti Immagine Uomo, Brioni racconta una storia al maschile in cui Peter Sellers in giacca di astrakan va a braccetto con Pierce Brosnan in veste di 007 in ‘Golden eye’, e Clark Gable si incontra con Totò, Luciano Pavarotti e Nelson Mandela. E non solo.

Brioni in realtà è stato rivoluzionario per vari aspetti nella storia della moda. Soprattutto perché grazie al ‘bold look’ legato all’avvento dello sportswear d’oltreoceano, ha restituito scioltezza ed effortless elegance anche al completo formale più impettito gettando le basi di un vero e proprio golpe: l’emancipazione della sartoria tricolore dalla sudditanza al dispotismo della perfida Albione, ovvero l’egemonia di Savile Row e dei sarti britannici.

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Un’operazione assai temeraria nella quale si cimentano, già nelle prime tre decadi del Novecento, gli alfieri della scuola napoletana, che lancia la giacca senza rollino, avvolgente come un cardigan, ma anche un altro abruzzese, Domenico Caraceni che sfida gli inglesi destrutturando la giacca maschile, svuotata di crine, ovatta e canovaccio.

Fra gli estimatori di questa felice intuizione svetta il rubacuori Galeazzo Ciano, genero del Duce. È l’alba di una nuova era, quella del gusto italiano per lo chic confortevole imparentato, neanche troppo alla lontana, con un certo easy glamour americano che fa rima con sofisticata trasandatezza.

È la ‘sprezzatura’ un po’ randagia di Sal Mineo in ‘Gioventù bruciata’ che riecheggia a modo suo l’anima nera del protagonista di ‘Una vita violenta’ di Pier Paolo Pasolini, epitome di una ‘eleganza faziosa’.

E mentre Cary Grant, Gary Cooper, Victor Mature, Richard Burton, John Wayne e Frank Sinatra si danno appuntamento con le loro magnifiche prede nell’atelier Brioni, nella capitale, stregata dalla favola hollywoodiana del giornalista Gregory Peck che seduce la principessa Audrey Hepburn in ‘Vacanze romane’, i ragazzi fanno a gara per essere ‘poveri ma belli’.

Ph: VALERY HACHE/AFP via Getty Images

Poco importa se il piatto piange, ciò che conta è far colpo sulle ragazze facendo ‘bella figura’, perché in fondo l’abito fa il monaco. Sono gli anni della grande euforia derivante dalla ricostruzione e agli italiani per essere veramente ‘stilosi’ basta un niente.

Così Brioni nel 1957 lancia al Waldorf Astoria di New York l’abito da cocktail da uomo con la collezione Hess: un tripudio di tinte sgargianti, viola ametista, bordeaux, rosa geranio, per completi tutt’altro che austeri in seta, cachemire e velluto.

Qui il look a colonna tipico del periodo, slancia la silhouette ed elimina gli orpelli prefigurando la ‘rivoluzione del pavone’ che, sulla scia delle innovazioni introdotte da Pierre Cardin, Ted Lapidus e Yves Saint Laurent nella moda maschile, affranca nella Swinging London il menswear dal tabù della rinuncia al colore sdoganando nel guardaroba virile una coquetterie che è fondamentalmente l’anticamera dell’identità fluida.

Mentre Dougie Millings crea le divise cool dei Beatles e Lansky vende i suoi stravaganti smoking neri e rosa a Elvis, il disegnatore Luigi Tarquini ‘illustra’ le divagazioni eccentriche e i folli capricci dei nuovi arbiter elegantiarum che in piena bufera ideologica sessantottina, seguono Brioni come il loro ‘profeta di stile’: per loro nulla è mai abbastanza.

Le immacolate camicie di pizzo nude look guarnite da jabot, le giacche guru blu royal e mandarino che precorrono quelle ‘Mao’ anni Ottanta disegnate da Thierry Mugler e tanto care a Jack Lang, completi da spiaggia e da tennis molto smart, mantelle a quadri stile Terence Stamp, la star di ‘Teorema’, si alternano a giacche tex mex o con il collo in visone o addirittura in broccato ricamato e ad accattivanti sahariane.

Ph: Pierre Suu/FilmMagic

Il look coloniale dal sapore etnico cede via via il passo alle più opulente creazioni da nababbo in pelliccia sommata al tessuto, cachemire per lo più, e alle giacche solcate da gessature in oro zecchino.

Insomma l’understatement di Giovanni Agnelli incontra la salottiera trasgressione del conte Giovanni Nuvoletti e di Robert Wagner. Il lusso c’è ma non si vede: il cappotto di vicuna più essenziale costa 30.000 dollari mentre per realizzare una giacca bespoke occorrono dalle 20 alle 45 ore di lavoro, a conferma di quell’eccellenza artigianale trasmessa alle nuove generazioni dalla scuola sartoriale di Penne e che è da sempre un primato da esportazione.

Se c’è una cosa che si può apprendere ripercorrendo le tappe salienti della storia di Brioni, questa risiede nel fatto che la moda sintetizza lo spirito del tempo anche attraverso delle audaci sperimentazioni, perché l’alta moda è il banco di prova delle idee del domani: si può inventare il futuro solo se si volge lo sguardo al passato.

L’avvenire della moda maschile era già stato tracciato nel 1954 da Savini e Fonticoli con una creazione pionieristica recentemente esposta a New York: giocando d’anticipo rispetto allo sbarco dell’uomo sulla Luna, i due sarti lanciavano una giacca futuribile chiusa da cerniere lampo e decorata da tasche multifunzionali e bottoni elettrici ‘voluttuari’ e ‘utilitari’, il tutto corredato da scarpe, guanti e casco avveniristici.

Un pezzo unico e originale che si rivela anche oggi di disarmante modernità.

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Torna sugli schermi nel 2020 l’eroe britannico James Bond

Un anno se ne va ma prima di deliziarci con regali, tacchino farcito e panettoni, qualche anticipazione del menu cinematografico dell’anno che verrà.

Arriva sugli schermi italiani il 9 aprile del 2020 l’ultimo capitolo della saga dell’agente segreto più famoso del mondo, 007, oggi impersonato dal nerboruto Daniel Craig. In ‘No Time To Die’ diretto da Cary Fukunaga, distribuito da Universal Pictures e ambientato anche a Matera, dopo aver lasciato la vita da agente segreto James Bond si gode un sereno riposo in Giamaica.

La pace dura poco, a causa dell’arrivo del suo vecchio amico Felix Leiter della CIA, presentatosi con una richiesta di aiuto.

La missione prevede il salvataggio di uno scienziato rapito, ma si rivela molto più complessa del previsto: Bond si trova sulle tracce di un misterioso delinquente che ha a sua disposizione una pericolosa nuova tecnologia.

Aspettatevi un cast stellare (Léa Seidoux è la nuova Bond Girl, Rami Malek il super criminale, Ralph Fiennes, Naomie Harris e il grandissimo Christoph Waltz che ricordiamo come magistrale interpret di alcune pellicole di Tarantino).

Top secret ancora la colonna sonora destinata a diventare un cult. Ne vedremo sicuramente delle belle. Stay tuned.

Credit: Nicola Dove © 2019 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED.

Di seguito il trailer ufficiale:

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Cinecult: Pinocchio di Matteo Garrone

Matteo Garrone volta pagina e taglia i ponti con l’estetica dark e un po’ maledetta delle sue opere precedenti, da ‘Gomorra’ a ‘l’imbalsamatore’ fino all’osannato ‘Dogman’ con un impareggiabile Marcello Fonte, per passare ora al registro leggero e ironico della favola, quella che unisce grandi e piccini; un’alternativa colta, visionaria ed elegante al più trash cinepanettone.

Il cinema è cultura, è magia, è affabulazione, è equilibrio fra arte e intrattenimento, e in questo Matteo Garrone si conferma un maestro.

Nella sua rilettura di ‘Pinocchio’, nei cinema italiani dal 19 dicembre e distribuito da 01 Distribution, il regista crea un affresco quanto mai moderno per una fiaba che si manifesta ecologica, socialista, pedagogica, panteistica, catartica.

Federico Ielapi è il burattino più famoso del mondo che si è sottoposto a 4 ore di trucco ogni giorno sul set per poter incarnare il pupazzo di legno in cui tutti i bambini possono riconoscersi.

Il film è ispirato alla cultura pittorica dei Macchiaioli ma anche a Hieronymus Bosch e a Enrico Mazzanti, il primo illustratore di Pinocchio ma anche un po’ a Tim Burton, e per la metamorfosi di Pinocchio in somarello anche agli effetti speciali creati per ‘Un lupo mannaro americano a Londra’ di John Landis.

Un film ricco e prezioso che nobilita la povertà, un omaggio sentito e accorato, mai retorico, alla nobiltà e alla bellezza della miseria.

“È un film popolare ed allegorico intessuto di verità sempre valide che parla di un bambino alla ricerca della libertà e della felicità che però tutti gli impediscono di realizzare, è un film sulla redenzione di un fanciullo, una rilettura della parabola del figliol prodigo” spiega Garrone.

“Pinocchio è un libro iniziatico, quasi divinatorio”, gli fa eco Roberto Benigni che nel film è Mastro Geppetto, un ruolo che il premio Oscar per ‘La vita è bella’ ha saputo modulare con grazia, ironia e poesia, in parte, come lui stesso ha dichiarato, strizzando l’occhio a Charlie Chaplin e al suo iconico Charlot.

“Pinocchio è nelle mie corde da sempre, io ho fatto il mio Pinocchio, e stavolta si parla finalmente dell’amore di un padre per il figlio, Pinocchio è un puro, vive un’odissea sentimentale, per Fellini io sono sempre stato Pinocchio e questo film è il coronamento più memorabile della mia ‘carriera’, è la povertà che diventa ricchezza, è una fantastica cornucopia”, aggiunge Benigni.

Nel cast spiccano la bellissima musa di Ozon Marine Vacth che nel film di Garrone è la fata turchina adulta, nel ruolo che fu della icona super trash Gina Lollobrigida nel Pinocchio di Comencini con Nino Manfredi, mentre Gigi Proietti è Mangiafuoco, “figura dolente e solitaria ma con una sua identità ben definita e un cuore d’oro” spiega il mattatore romano del cinema italiano, interprete indimenticabile di Fregoli e Petrolini.

E poi ci sono il gatto e la volpe, interpretati rispettivamente da Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, che rispecchiano la plutocrazia ingorda e avida, “quelli che, come dice il grillo parlante impersonato dal simpaticissimo Davide Marotta, ti dicono che ti possono far diventare ricco senza sforzi e che sono matti o imbroglioni” (ogni riferimento a Berlusconi o a Salvini è puramente casuale?).

“Ho cercato di essere il più possibile fedele al testo di Collodi dando la parola agli animali che sono allegorie viventi e che sono il più possibile antropomorfi, questo film parla di noi e della società in cui viviamo, l’ho girato nei luoghi dell’anima, l’Italia è bellissima ma è difficile trovare oggi i luoghi ai quali si riferisce Collodi alla fine dell’Ottocento, l’Italia è stata distrutta dal boom economico degli anni’60, il paesaggio, che nei miei film è sempre personaggio, è legato ai personaggi dei miei film”.

Notevoli gli effetti speciali di Mark Coulier, due volte premio Oscar per i suoi make up prostetici che si avvalgono di protesi scolpite (nel film vediamo il silicone che simula il legno), bella e intensa la colonna sonora di Dario Marianelli con la canzone vibrante ‘Passo a passo’ cantata da Petra Magoni, notevoli e azzeccati i bei costumi di Massimo Cantini Parrini.

Visionario e surreale, questo Pinocchio esalta la natura mistica, madre e matrigna al tempo stesso e ripropone temi eterni che continuano a fare riflettere divertendo intere generazioni. Ottima prova, da non perdere, in attesa del Pinocchio per adulti di Guillermo del Toro.

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Cinecult: La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek

L’amore inclusivo, quello che unisce e non divide mai perché non conosce separazioni di genere, raccontato con poetica malinconia e lucido lirismo, in una società che ha annegato i sentimenti in una gabbia virtuale, in un bordello senza mura per citare Marshall McLuhan e che annulla le emozioni livellando le sfumature con il risultato di discriminare invece che abbracciare.

Di sfumature ce ne sono tante ne ‘La Dea Fortuna’ l’ultima pellicola di Ferzan Ozpetek distribuita da Warner Bros.Entertainment Italia, nei cinema per Natale.

Finalmente un film anti panettone che punta sulla psicologia, sull’infanzia e la maturità a confronto, una bella riflessione sull’identità maschile e sul concetto di paternità in una società fluida in cui una coppia gay non può adottare e a malapena può sposarsi, proprio come nel Medioevo più oscurantista.

Un Edoardo Leo in stato di grazia, oltre che assolutamente magnetico e super glamour, affianca un elegantissimo e viscerale Stefano Accorsi che già con il bel film ‘Il campione’ ha dimostrato di essere finalmente maturato artisticamente e di aver alzato l’asticella del suo percorso professionale grazie a lavori di rilievo che sicuramente prendono le distanze dal fast food cinematografico di oggi.

Perché il cinema è prima di tutto arte e non solo intrattenimento, e teniamo a sottolinearlo. Qui siamo in una vicenda un po’ complessa: due uomini, Arturo dotto traduttore (Stefano Accorsi) e Alessandro rustico idraulico (Edoardo Leo), coatto e molto sensuale, accettano la richiesta della loro amica Anna Maria (Jasmine Trinca, bella ed elegante) che li ha fatti incontrare.

La giovane donna siciliana, malata di tumore, chiede ai due amici del cuore di tenere per lei durante la sua degenza in ospedale i due piccoli figli Sandro e Martina. E lì nasce tutto l’intreccio. I nodi vengono al pettine.

Dopo 15 anni i due ragazzi si faranno del male e si dovranno rimettere in discussione facendo i conti con un vissuto fatto di bugie e compromessi nel tentativo di portare alla luce i motivi veri del loro innamoramento.

Perdersi per poi ritrovarsi, in mezzo ci sono le tentazioni, i fraintendimenti, le barriere create da apparenti dissidi che solo il vero amore sa superare. Sullo sfondo di una famiglia LGBT a tratti iconizzata con troppi generosi cliché, (lo avevamo già percepito ne ‘Le fate ignoranti’) spuntano due ragazzini figli del tablet e dello smartphone, cresciuti senza padre, teneri e forti, innocenti ma già fin troppo maturi.

Affidiamo alle parole del regista turco, ormai italianissimo, il compito di spiegare questo bel film: “In genere si racconta quasi sempre o la nascita di un amore, magari contrastato, oppure il momento in cui esplode la passione.

Io invece volevo raccontare due persone che stanno insieme da tanto tempo e stanno quasi per lasciarsi perché è passato il momento della passione. Sono quasi come fratelli, l’amore ha cambiato aspetto e loro non sanno più come conviverci. Il fatto che siano due uomini non è determinante, avrebbero potuto essere anche un uomo e una donna o due donne.

Ma quello che mi affascinava era proprio l’idea di come, una volta superato il sesso e la passione, un rapporto possa rigenerarsi in un modo diverso di stare insieme. Credo sia un tema che riguardi molte coppie, al di là degli orientamenti.

Ovviamente la Fortuna ci mette lo zampino facendo arrivare nella loro casa due bambini, figli di una amica che glieli affida per qualche giorno ma poi la loro permanenza si protrae.

I due protagonisti sono costretti a confrontarsi con qualcosa a cui non avevano mai pensato: non si erano mai immaginati “genitori” né la paternità era mai stata una loro fantasia o progetto. Gli capita tra capo e collo e proprio nel momento più delicato del loro rapporto”.

Insomma un gran pasticcio, apparentemente inestricabile, con un plot che prende le mosse da un fatto vero e che non vuole intervenire nel dibattito sulle famiglie arcobaleno (anche se chi scrive vuole sottolineare che invece una posizione andrebbe presa in un paese come l’Italia che non ha ancora una legge contro l’omofobia né un assetto normativo che consenta alle coppie gay di adottare dei bambini).

“Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù-prosegue il regista-con temi così importanti spero di aver fatto un film di emozioni coinvolgenti, sullo scoprirsi e il ritrovarsi, senza scadere nel sentimentalismo.

Nel gioco dell’alternanza tra commedia e dramma, riso e pianto, spero di essere riuscito a rispondere ai dubbi che mi avevano assalito quando mi capitò un fatto reale che è alla base di questo film.

Un anno fa mio fratello era gravemente malato. Sua moglie, a cui sono molto legato, mi aveva chiesto, nel caso fosse successo qualcosa di grave anche a lei, di occuparmi insieme al mio compagno dei suoi due figli.

Ha voluto che glielo promettessi. I miei nipoti, all’epoca dodicenni, sono bambini intelligenti, che parlano perfettamente altre lingue, si informano, leggono, sono curiosi, facili forse da gestire.

Eppure, questa richiesta mi ha spalancato un mondo di angoscia, di paure, di dubbi sulle mie capacità, mi ha aperto le porte su un mondo emotivo che non conoscevo e a cui non sapevo come avrei reagito. Questo film è stato un modo per esplorare quei dubbi e quelle emozioni. Per darmi delle risposte a domande molto personali”.

Divertente e macchiettistica, molto allegorica di un certo tipo di bigotto fanatismo molto radicato nel Sud Italia, la figura della vecchia Elena, interpretata da una impareggiabile Barbara Alberti, quintessenza di quello spirito tridentino, ipocrita e reazionario che ha istigato un figlio al suicidio e che pervade soprattutto la mentalità ancora troppo arretrata e provinciale soprattutto italica, per scoprire la bellezza di un amore che ancora oggi come diceva Proust “non osa pronunciare il suo nome”.

Nel cast troviamo inoltre la onnipresente Serra Yilmaz, il fascinoso Filippo Nigro, straordinario nel ruolo di uno smemorato sempre partecipe che corrobora la vis comica dei personaggi smorzando le scene più drammatiche, di Matteo Martari che è Stefano e che si sta facendo le ossa con un cinema di qualità e anche Cristina Bugatty, la transgender cool che da Pechino Express approda ora sul grande schermo con stile e ironia dando valore aggiunto a una sceneggiatura molto riuscita, firmata da Ozpetek, Gianni Romoli che è anche produttore del film insieme a Tilde Corsi, e da Silvia Ranfagni.

Ci auguriamo che molte coppie eterosessuali si riconoscano in questa vicenda struggente e intensa, descritta con un linguaggio mai troppo stucchevole né retorico, perché l’amore anche e soprattutto paterno è un diritto di tutti, non una conquista di pochi eletti.

Due parole le spenderemo sulla bellissima colonna sonora di Pasquale Catalano in cui brillano due brani cult: la ballata meravigliosa ‘Luna Diamante’ cantata dalla voce ricca di pathos della leggendaria Mina e tratta dall’album ‘Mina Fossati’ uscito a novembre, e ‘Che vita meravigliosa’ del cantautore Diodato, due perle a impreziosire un film dalla fotografia davvero suggestiva e vibrante, e quell’acqua che lava via tutte le imperfezioni e i drammi, riportandoci alla felicità primigenia.

Da vedere e se possibile da rivedere.

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E a Miami Gianni Versace creò l’uomo

C’è chi è nato per seguire la corrente e chi invece è nato per rompere gli schemi e abbattere i muri in barba al consenso della comunità.

Gianni Versace apparteneva alla seconda categoria, un sognatore geniale e intellettualmente onnivoro, interprete di una eclatante svolta nel costume, creativo poliedrico e irriverente che ha saputo liberare gli uomini dai vincoli atavici di una divisa borghese asfittica e ormai anacronistica, segnando l’avvento di un nuovo rinascimento teatrale del menswear.

Prima negli anni’80 con il ‘soft suit’, la pelle lavorata e laserata e la maglieria da temerario condottiero, poi negli anni’90 con l’estetica esuberante delle sue stampe solari e opulente e del suo minimalismo sexy e glunge, lo stilista e costumista calabrese, beniamino dei divi e delle rockstar internazionali, ha ammaliato gli uomini creando per loro l’abito di una rivoluzione caleidoscopica che affidava all’egemonia salvifica del colore e ai decori più trasgressivi e originali, spesso mutuati da un’iconografia camp e per i tempi molto evoluta, il nuovo lessico dell’eleganza virile, sempre più ‘wild at hearth’.

Era in incubazione l’identità di un uomo meno macho e più gaudente, un edonista bellissimo e spavaldo che si diverte a stregare le donne con camicie foulard stampate dai mille colori che si spalancano su muscoli turgidi e scultorei, da abbinare a pantaloni jeans couture attillati anch’essi dai colori squillanti o in morbida nappa nera sado-chic, inconfondibile cifra del mondo Versace di ieri e di oggi.

Era il 1992, l’anno delle Colombiadi, e per la collezione maschile della primavera-estate 1993 presentata in estate a Milano Collezioni Uomo con la regia di Sergio Salerni in una memorabile sfilata-kolossal, il fotografo Doug Ordway realizzò degli scatti suggestivi oggi divenuti iconici per presentare e promuovere la nuova immagine maschile bold con cui Gianni Versace, il demiurgo iconoclasta e senza regole paladino di un ‘uomo senza cravatta’, si preparava a lanciare un nuovo sasso nello stagno traendo spunto dalla sua passione per Miami, quel nuovo Eden inesplorato e popolato di creature straordinarie dove lo stilista aveva fatto costruire il suo sontuoso buen retiro nella villa fatale denominata ‘Casa Casuarina’.

Camicie e gonne sarong per lui dalle fantasie sgargianti e dalle tinte tropicali si alternavano in pedana a giubbotti e gilet molto naked da abbinare a sandali da gladiatore e foulard dalle seducenti policromie, per definire un nuovo ‘adonismo’ che affondava le radici nel superamento della cosiddetta ‘grande rinuncia’ in favore di un uomo disinibito e radicale, consapevole dell’eloquente messaggio derivante dalla sua prorompente fisicità.

A Miami a dicembre del 2019 durante la design week Art Basel Miami, la maison della medusa ha riproposto, attualizzandolo con installazioni vivaci in bilico fra moda e design curate dall’eclettica interior designer americana Sasha Bikoff nell’ambito della splendida mostra ‘South beach stories’, quel concept travolgente che per molti gentlemen un po’ azzimati suonò come uno schiaffo: un ceffone coraggioso fatto di colore e sensualità pura, nel segno di una vibrante energia latina.

Una carica rigogliosa che si può ritrovare anche negli arredi presentati dalla mostra ‘South beach stories’ di scena lo scorso dicembre nel Design District di Miami e curata dalla Bikoff che ha già collaborato con Versace per il fuorisalone del 2019.

La mostra di Art Basel Miami ha previsto anche la partecipazione dell’artista talentuoso Andy Dixon. Una esposizione memore dei fasti di una passerella che spettacolarizzava una virilità eccentrica e trionfante.

I top model di quel momento, i più belli, amati e richiesti sulla scena internazionale dei Novanta, Marcus Schenkenberg, Steven Lion, Rick Arango, James Hyde, Brian Buzzini, Gregg Avedon esibirono come opliti di una falange stilosissima, la loro spregiudicata e testosteronica bellezza plastica di muscolosi tritoni associandola a una profusione inusitata e ipervisiva di forme, tessuti, decorazioni e cromie che non aveva e non ha ancora oggi precedenti nell’immaginario collettivo.

Un prezioso volume del marzo 1993 firmato Gianni e Donatella Versace, edito da Leonardo Arte e abbellito dalle opere di Mimmo Paladino e Alighiero Boetti, dalle foto di Bruce Weber, Doug Ordway e David Vance, dallo styling suggestivo di Angelo Azzena e dalle lussureggianti illustrazioni di Thierry Perez e Manuela Brambatti, ricorda a chi quel periodo non lo ha vissuto la portata dinamitarda di quei capi, di quei corpi, di quei volti cesellati ed esaltati da mille virtuosismi coloristici e da tatuaggi campiti come pennellate ad alto tasso erotico su muscoli guizzanti.

Laddove la prestanza fisica divenne il manifesto di un vitalismo ancestrale e paganeggiante, cifra stilistica di una nuova identità maschile aperta oggi molto attuale. Nuovo appuntamento in America: la sfilata cruise coed 2021 che avrà luogo il 16 maggio 2020. Stay tuned.

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Cinecult: Star Wars: l’ascesa di Skywalker di J.J. Abrams

Siete angeli o demoni? Sitts o Jedi? E siete per la libertà o per l’odio? Sono domande che cari lettori dovrete porvi vedendo per le feste di Natale l’ultimo epico capitolo della saga fantascientifica più osannata del mondo ‘Star Wars: l’ascesa di Skywalker’ diretto da J.J. Abrams e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures che nel 2012 ha acquisito la saga dal suo creatore George Lucas.

Per chi non lo sapesse si tratta dell’epilogo di una epopea siderale che affonda le sue radici nel lontano 1977 quando chi scrive aveva appena 5 anni.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Star Wars ci ha accompagnato dall’infanzia alla maturità e continua a forgiare l’animo delle nuove generazioni, educando a incrollabili e solidi valori che oggi sono quasi antitetici alla propaganda sovranista e becera di Trump: l’inclusione, il multiculturalismo, l’estetica green, la tutela dei più deboli, l’uso della forza a beneficio di tutti, il rifiuto dell’odio e dell’imperialismo totalitario, la bellezza poetica della fantasia che tutto avvolge con la sua alchemica fascinazione.

Tutte componenti  che ritroviamo in questo nuovo, avvincente capitolo di questa fantastica e galattica epopea. Daisy Ridley, una conferma dopo il suo successo nel precedente capitolo, incarna la figura della nuova eroina della settima arte: la jedi Rey che salverà il mondo dal perfido imperatore del male Palpatine è una ragazza intrepida, sensibile e valorosa, capace di slanci e grande femminilità pur nei suoi abiti da oplita siderale, peraltro curatissimi, e complimenti ai costumisti.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

L’autocrazia è una minaccia anche nel futuro come nel presente, e il regista e gli sceneggiatori J.J. Abrams e Chris Terrio lo sanno bene: meglio la democrazia interplanetaria guidata dalla proba, saggia e virtuosa principessa Leia Organa che nel film è interpretata da una miracolosamente ‘riesumata’ Carrie Fisher scomparsa nel dicembre 2016 e che rivive sul grande schermo grazie a una speciale tecnologia denominata ‘rotoscoping’.

Interessante Adam Driver, attore pregevole e poliedrico, nel ruolo sfaccettato e non facilissimo di Kylo Ren: sarà cattivo oppure no? Diciamo pure che si tratta di un personaggio piuttosto fluido, abbastanza posh.

Interessante perché c’è un bel lavoro di definizione psicologica del personaggio, anche se non eccessivamente intimistica, ça va sans dire. Il ragazzo ha la stoffa e lo ha dimostrato a più riprese e a chi scrive la sua figura piace molto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

C’è poi il dualismo fra Finn e Poe, ovvero rispettivamente i due eroi di sfondo della scena galattica interpretati da Oscar Isaac e John Boyega, che non fanno che bisticciare ma che sono amici per la pelle quando si tratta di difendere la Resistenza dagli attacchi del Primo Ordine.

A tratti sembra di vedere Space Vampires, a tratti Shining o l’Esorcista perché in certe scene cariche di tensione scenica e di thriller dove il lato oscuro ruba la scena alla forza, il regista sembra aver calcato un po’ troppo la mano.

Lo spettacolo in tutta la sua magniloquenza è assicurato anche dal ritorno di fiamma di Billy Dee Williams nei panni del generale Lando e da qualche cammeo qua e là, immancabile diciamo.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Formidabile la macchina scenica che ovviamente punta sui virtuosismi tecnologici per stupire e sorprendere lo spettatore: ci sembra di esserci dentro nei duelli quasi 3D sullo sfondo dei flutti più impetuosi o negli inseguimenti nel deserto, magnifico.

Esilaranti i personaggi che sono ormai parte dell’immaginario dei fan della serie cinematografica: da C3Po molto sarcastico e sempre molto blasè, al gigante peloso Chubeka, fino ai mille animaletti e robot ai quali manca solo la parola.

Il film è suggestivo anche per la fotografia che non ha badato a spese: la pellicola è ambientata in parte in Giordania e in parte nei Pinewood Studios di Londra. Curiosità: il film è stato realizzato in Cinemascope ma anche in formato IMAX a scorrimento orizzontale, mentre la maschera fratturata nera che compare nel film si ispira all’arte giapponese del kintsugi che nel sol levante attraverso l’oro e l’argento serve a dar vita nuova a un oggetto rotto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

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A New York Moschino porta l’ironia della street couture

Street meets couture. È nel segno del sincretismo fra alta moda e look da ghetto fabulous che Moschino by Jeremy Scott debutta a New York in passerella.

Dopo l’en plein di Cinecittà del gennaio 2019 in omaggio al cinema visionario di Fellini, la location è ancora di quelle che non si dimenticano facilmente: quel geniaccio di Scott, per la prima volta del brand nella Grande Mela, ha scelto il New York Transit Museum di Brooklyn, dove qualche giorno fa hanno sfilato, come in un vagone della metropolitana, sia la precollezione donna che le proposte irriverenti dedicate a lui, in piena osmosi con il guardaroba per le Moschino girls.

Gag da passerella come le cerniere trompe l’oeil e le borse maxi a forma di stereo anni’90 ma anche tanti accessori sfiziosi corredano gli outfit co-ed più iconoclasti dello stilista americano che alcuni definiscono la reincarnazione del trasgressivo ed esilarante Franco Moschino.

La black culture si intreccia con lo stile altero e classy delle signorine di Park Avenue, sdrammatizzato in una carrellata di fogge antisciura ma molto sartoriali. Colori pastello e fantasie mimetiche si alternano mentre i print baroccheggianti invadono i jumpsuit agender da combinare con zainetti e marsupi in toni soft.

Il chiodo, altro elemento iconico dell’iconografia di Moschino, acquista una nuova grinta grazie a lavorazioni preziose come ragnatele di catene dorate ricamate sulla pelle e metallerie vistose molto rock ma anche un po’ Toy Boy, perché Jeremy Scott occhieggia all’estetica hard dei leather bar in cui i proseliti gay della ‘clone generation’ si riunivano alla fine degli anni’80 nei club malfamati ricavati dalle macellerie del Meat Packing district.

Tutto è ingigantito, esasperato, per un mood a tutto volume che non si prende mai sul serio in sintonia con la weltanschauung di questo dissacrante marchio che tanto lustro ha dato all’ascesa del Made in Italy.

La musica rap e il r’n’b scandiscono, insieme ai rumori assordanti delle subway newyorkesi, il ritmo delle vite di chi ha scelto di vivere nella città che non dorme mai.

Mentre i fourreau gioiello da vamp rifanno il verso alle mise ammalianti disegnate per Cher da Bob Mackie, il costumista di Elton John prima di Gianni Versace, i frac metallari body conscious da baronetto ribelle e i bomber strizzano l’occhio al Buffalo Style di Ray Petri con tanto di catenozze dorate d’ordinanza, fra cargo pants, giacche a vento color block e confortevoli tute full color virate in toni femminei.

Le stampe stereo ricordano un’epoca più analogica, quando, nell’afa estiva, i newyorkesi potevano sedersi sulle scalinate d’ingresso e ascoltare le canzoni delle estati passate, come nei film di Spike Lee, nella Harlem degli anni’90.

Dettagli cult: gli accendini giganti in stile “Bic” suggeriscono le forme delle borse da sera (abbastanza ampie da contenere non solo un pacchetto di sigarette ma un’intera stecca), mentre il tweed flirta con il denim, la grisaglia diventa sporty chic e le tenute workwear diventano iper glamour per la gioia dei membri della Moschino Community.

È l’energia di Manhattan ma anche della scena underground che riunisce ragazzi e ragazze pronti a mescolarsi e a divertirsi nella giungla d’asfalto con ironia provocatoria e trash couture fatta ad arte per épater les bourgeois.
Prossima fermata: Moschino street. Stay tuned.

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Cinecult: L’ufficiale e la spia di Roman Polanski

“Questo film dimostra che chi è accusato non sempre è colpevole”, così Emmanuelle Segnier ha chiosato lapidaria l’ultimo film del marito, il grande regista polacco Roman Polanski, di nuovo al centro di roventi polemiche.

L’uscita del film, distribuito da 01 Distribution e vincitore del Gran premio della giuria all’ultimo festival del cinema di Venezia, è stata preceduta in Francia da attacchi reiterati delle femministe contro Polanski che oggi ha 86 anni, a causa dell’accusa di stupro mossa al controverso regista di ‘Rosemary’s baby’ dalla ex attrice Valentine Monnier, per una vicenda che si è verificata 44 anni fa.

Ma con buona pace dei suoi detrattori il regista è un maestro indiscusso e con questo film che nei primi 4 giorni di proiezioni nelle sale francesi ha totalizzato 400 mila spettatori, anche Polanski sembra puntare il dito contro i suoi accusatori di ieri e di oggi: “è un film che è innanzitutto uno statement sulla tragicità contemporanea”, spiega con vigore e pathos Luca Barbareschi, coproduttore del film che è e resta indubbiamente un capolavoro, grande lavoro di ricostruzione di un’epoca e di una storia di razzismo e antisemitismo che divise la Francia, una delle pagine più buie e vergognose, oseremmo dire nella storia di una nazione quanto mai gloriosa, faro di civiltà per tutta l’Europa e stavolta responsabile di un ignominioso episodio di antisemitismo.

Quello stesso trend che oggi tanta ignobile destra sovranista sta cavalcando e riportando in auge anche nel nostro paese purtroppo, e che viene denunciato e stigmatizzato da Polanski in questo magnifico e rigoroso film di oltre 130 minuti.

L’affare Dreyfus è uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, sviluppatosi in Francia tra il 1894 e il 1906 e vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia tedesca e quindi processato per alto tradimento.

Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un’intera nazione ma fu anche relegato nell’isola del Diavolo nella Guyana Francese. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole.

Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’Accuse. In quel momento tutto poteva succedere e sul banco degli imputati alla fine salì un’intera classe politica.

Il film del geniale regista visionario concepito come un legal thriller e un kolossal elegantissimo tutto giocato sull’antinomia fra il rosso e il nero (magnifici i costumi e stupende le uniformi magistralmente ridisegnate da Pascaline Chavanne), pone l’accento, in una Francia in cui si pescava nel torbido e in una Parigi livida e volutamente imbruttita, sulla passione e l’intensità di un’indagine che svela i risvolti psicologici di alcune delle peggiori tare della società occidentale e non solo: l’antisemitismo, la xenofobia e l’omofobia che nel film si può pure cogliere, anche se non è assolutamente palese.

Il finale del film (la storia è nota) dimostra che alla fine, nonostante gli sforzi di Georges Picquart che nel film è interpretato dal formidabile Jean Dujardin (premio Oscar) che alla cieca obbedienza antepone la ricerca della verità e della giustizia, tutto è vano, l’omertà dell’esercito è stata smascherata ma tutto sommato, un ebreo in Francia resta pur sempre un ebreo e i suoi diritti non saranno mai riconosciuti purtroppo.

Una amara constatazione in un momento in cui i gilet gialli in Francia fanno scempio delle vestigia di un grande antinazista della storia francese. Picquart è un uomo dilaniato fra i suoi pregiudizi e la verità, abbraccia la causa del povero Dreyfus con onestà, anche se non è perfetto: ha una relazione con una donna sposata ma tuttavia si rivela un uomo integerrimo e molto umano.

La fotografia è straordinaria e meravigliosa la definizione dei personaggi, anche se a volte risulta quasi troppo perfetto e cerebrale, non privo di colpi di scena. Uno dei film più belli dell’anno, sicuramente da vedere, non foss’altro per l’attualità dei temi trattati: l’odio contro il diverso e soprattutto l’alluvione di fake news nell’informazione contemporanea che esisteva anche nella Francia ‘fin de siècle’, la Francia di Proust, del naturalismo francese e della nascita del cinema.

Condividiamo perfettamente l’opinione critica che ravvista nella pellicola “un’opera di impianto classico che trova la via del grande schermo in un momento storicamente giusto”.

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Cinecult: The Irishman di Martin Scorsese

Affresco epico, fra la vita e la morte, ‘The Irishman’ presentato in anteprima alla quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma alla presenza del presidente della repubblica Mattarella, segna il ritorno di fiamma di Scorsese, 9 nomination e un Oscar per ‘The departed’, una pellicola al cinema e dal 27 novembre su Netflix.

Sullo sfondo della romanzata biografia di Jack Sheeran, protagonista del film e del romanzo omonimo che da questo è tratto (il libro ‘L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa’ scritto da Charles Brandt), scorre inesorabile la storia degli Stati Uniti che si dipana intrecciandosi con la malavita.

La monumentale pellicola (dura oltre tre ore) costata 160 milioni di dollari, prende le mosse dal racconto dell’irlandese Jack Sheeran, un sicario che fa carriera in politica e che ripercorre la sua vita dalla sua carrozzina, ormai vecchio e prossimo alla morte.

La sua voce narrante conduce lo spettatore in un mondo di affari loschi e di torbide collusioni fra politica e malaffare, laddove i boss di cosa nostra puntellano la causa del sindacato di Jimmy Hoffa, che negli anni ’50 in America era più potente di Elvis e che scomparve misteriosamente dopo essere uscito dal carcere.

Nel film la storia americana viene evocata in modo magniloquente e dolente insieme: dalla crisi missilistica della baia dei porci all’assassinio di JFK (eletto pare proprio grazie alla mafia italo-americana), la guerra del Vietnam e soprattutto il Watergate.

Era dal 1995 che il regista americano e Robert De Niro, che in questo film è Jack Sheeran, non lavoravano più insieme, esattamente dall’epoca di Casinò. Il cast punta tutto su un formidabile Al Pacino, diretto qui per la prima volta da Scorsese, e che per il suo ruolo di Jimmy Hoffa in questo film potrebbe, secondo molti autorevoli e bene informati, ambire a una statuetta come miglior attore protagonista.

La vita di Sheeran, grazie all’incontro con Russell Bufalino (uno straordinario e tragicomico Joe Pesci) cambia radicalmente: da addetto alle consegne di quarti di bue soprattutto ai boss della mafia diventa imbroglione e sicario della mafia, guardia del corpo e poi comprimario politico di Jimmy Hoffa che nella realtà scomparve misteriosamente.

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Bellissimo il racconto del rapporto fra Jack Sheeran e la figlia, testimonianza eloquente dei fallimenti del veterano di guerra che aderisce alla mafia e rinnega la sua famiglia nel tentativo di proteggerla.

Il film è una riflessione sulla lealtà e il tradimento, sul tempo che passa e la caducità degli eventi che tendono sempre a essere dimenticati dove la criminalità organizzata è analizzata solo nel contesto del film e con un punto di vista, un approccio più umano e vagamente melanconico dove prevale una tensione drammatica palpitante e un interessante ed eloquente lirismo, il tutto condensato in una tecnica registica formidabile e ben collaudata e in una fotografia magistrali.

Nel cast giganteggiano intorno al triumvirato dei titani del cinema, anche Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin e Jack Huston. Netflix ha reso possibile questo film e Scorsese lo ha sottolineato energicamente consentendogli, grazie a degli effetti digitali sperimentali sviluppati da Industrial Light & Magic, di ringiovanire artificialmente gli attori, i suoi amici che Scorsese intendeva appunto valorizzare appieno, evitando di sostituirli sullo schermo con attori più giovani quando si risale indietro nel tempo di 30 anni.

“Oggi il cinema propone kolossal che paiono dei parchi giochi tratti dai fumetti ma è assurdo che questi film possano essere definiti cinema”, parola di Martin Scorsese, amatissimo da Giorgio Armani che varie volte gli ha affidato il compito di rappresentare la sua potente, distintiva identità.

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Cinecult: L’inganno perfetto di Bill Condon

Arriva nei cinema il 5 dicembre quello che potrebbe essere, e ce lo auguriamo, l’anti-cinepanettone per antonomasia, ovvero il film ‘L’inganno perfetto’ di Bill Condon, distribuito da Warner Bros. Il film è un gioiello di sceneggiatura e di acting sublime, d’altronde c’era da aspettarselo dato che riunisce per la prima volta sul grande schermo due titani della settima arte come Helen Mirren e Ian McKellen.

I due favolosi attori si sono misurati sul palcoscenico di Broadway in ‘The dance of death’ di Strindberg. Il film si innesta in uno spunto di grande attualità. In un mondo in cui tutto è fake, bisogna guardarsi sempre le spalle, e chi truffa a volte potrebbe essere… truffato?

Il genio della truffa Roy Courtnay (McKellen) ha messo gli occhi su una nuova preda: Betty McLeish (Helen Mirren), una donna da poco rimasta vedova che vale milioni di sterline. E Roy intende prendersi tutto. Fin dal loro primo incontro, Roy inizia a manipolare Betty con il suo collaudato modo di fare, e Betty, che sembra alquanto affascinata da lui, lo asseconda.

Ma questa volta, quella che sarebbe dovuta essere una semplice truffa si trasforma in un gioco del gatto con il topo, dove la posta in palio metterà in luce i più insidiosi inganni che li porteranno entrambi attraverso un campo minato di pericoli, intrighi e tradimenti.

Il film è basato sul bel romanzo di Nicholas Searle edito da Rizzoli e dimostra la caducità estrema delle macchinazioni: chi la fa l’aspetti, direbbe un adagio popolare. E quello che più piace nel film è questa ambiguità perenne, questo intreccio di suspence e di drammatico ricco di colpi di scena dove nulla è mai quello che appare proprio come nella società 4.0.

Magnifici i trench e gli abiti di McKellen, dandy iconico del cinema british che trasforma ogni inquadratura in uno spettacolo di stile e in un capolavoro di sublime undersatement. Oggi le donne subiscono quotidianamente torti e ingiustizie e anche se si parla molto di parità, non abbastanza si è fatto in questo senso.

Helen Mirren è una personalità ‘incontournable’, davvero irresistibile, e il film andrebbe visto anche solo per lei e per la sua sovrana eleganza. Non vogliamo spoilerare ma la scena della metro ambientata a Londra è davvero bella, anche per il modo impeccabile in cui è girata.

Brillante, ricco di ironia e di verità nascoste, il film scorre leggero e vitale lasciando lo spettatore incollato alla poltrona, fra arte e intrattenimento. La magistrale padronanza della macchina da presa e la fotografia intensa e vibrante lasciano senza fiato.

“È un thriller dall’atmosfera hitchcockiana, dove si intrecciano elementi di mistero, criminalità e passioni umane. La storia rivela l’affascinante patologia di un truffatore in carriera e la cosa più bella dei film come questo è che non sai mai cosa succederà e perché”, spiega il regista, che nel film rivela senza supponenza la sua vasta e riconosciuta sapienza teatrale, e chi scrive assicura ai lettori cinefili e non, che c’è assolutamente da credergli.

Le critiche stanno a zero perché il film non offre fianco a critiche. Quindi non perdetelo!

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Jean Pierre Xausa e gli ultimi dandy

Si fa presto a dire dandy. Se volete sapere cosa significa oggi essere un membro del club dei sofisticati e maledetti che da Lord Brummel in poi hanno loro malgrado segnato in modo indelebile l’arte del vestire al maschile, chiedetelo a lui, Jean Pierre Xausa.

Si aggira sbarazzino nei luoghi deputati alla celebrazione dell’effimero, fra Roma, Firenze, Milano, questo bizzarro gentleman dai modi cortesi. Ti sembra di vederlo ovunque , con i suoi baffi a manubrio di 34 centimetri, il pizzetto curatissimo raccolto in una treccina che gli ha valso la vittoria in varie gare di barba a livello internazionale, e dulcis in fundo, per vederci chiaro, gli occhiali tondi che fanno subito ‘intéllo’, gli stessi che portava il compianto Gianfranco Ferré.

“Sono una perla rara diciamo-spiega Xausa senza falsa modestia-solo in pochi nel mondo scelgono come me di modellare il proprio look sulla falsariga di un oracolo di stile quale era Oscar Wilde, martire del dandismo moderno che non a caso diceva: “Il dandismo è a modo suo il tentativo di affermare l’assoluta modernità della bellezza”. Una massima di vita che Jean Pierre ha fatto incidere, come mostra orgogliosamente, su un prezioso braccialetto dal quale non si separa mai.

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Parlare con Xausa, un dandy old school ma anche un hipster che pare uscito da una macchina del tempo, con la sua redingote damascata (o finanziera) completa di gilet, la cravatta di seta ma ça va sans dire, eco-friendly, la bombetta e il bastone da passeggio con pomello d’argento, significa fare delle inedite scorrerie nella storia della moda, ma anche, per certi versi, calarsi nell’attualità.

Perché i suoi proseliti, i dandy più accaniti in versione 4.0 che da ogni parte del mondo (Parigi, Chicago, Bombay e così via) convergono ogni anno ad Arezzo i primi di maggio, indossano sì completi super ricercati di allure sartoriale e di impronta vittoriana (o umbertina se preferite), ma poi li vedi sfrecciare come provetti motard sulle loro Harley Davidson o le Triumph, per mettere il turbo allo stile.

“Sono i centauri raffinati adepti del club ‘Gentleman’s ride’, una parata di uomini eleganti, impeccabili nei loro suit in tartan, che seguono una consuetudine nata in Australia, quella di sfilare in abito formale su una motocicletta, e lo fanno per scopo benefico -racconta Xausa-infatti raccolgono fondi che saranno devoluti alla ricerca per curare e debellare alcune malattie mentali e il cancro alla prostata, patologia tipicamente virile”.

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L’idea nasce dall’australiano Mark Hawwa. Invaghitosi di una foto che ritraeva Don Draper di ‘Mad men’ in un abito raffinato, Mark ha deciso di mutuarne i codici di stile fondendo l’eccellenza del classico e il gusto vintage trasfuso in una nuova estetica maschile, dinamica e disinvolta, ma per una buona causa. E Jean Pierre è proprio la tipica icona dei nostri tempi che con le sue giacche tre quarti di seta blu gessata e la sua cravatta dal nodo in eco pelle realizzata con stampante 3D, parla quel linguaggio colto e sostenibile.

Chi lo conosce sa che in realtà Jean Pierre si divide fra la sua attività di metalmeccanico e la sua passione per gli abiti. Il sacro fuoco della moda arde in questo curioso personaggio dall’aria dignitosa fin dall’infanzia, da quando cioè la madre, cuoca elegante e attenta alle mode, lo vestiva come il piccolo lord al quale perfino Yves Saint Laurent dedicò una collezione di haute couture. La divisa d’ordinanza sartoriale frutto delle fatiche materne, prevedeva: giacca di velluto, papillon e caschetto biondo.

Originario di Remanzacco, in provincia di Udine, classe 1971, Jean Pierre ha ricevuto un’educazione con tutti i crismi. “Ho studiato in Svizzera e ho affinato la mia creatività attraverso corsi specializzati in grafica e una speciale tecnica di realizzazione dei mosaici, e anche un corso di Belle Arti’.

E siccome la vocazione alla moda non nasce per caso, Jean Pierre ha deciso di declinarla in una linea di moda maschile bespoke, la ‘Mr. JP’ fatta ad arte sul fisico di chi la ricerca e la chiede. Un guardaroba da connoisseur che Xausa disegna e sviluppa dal 2016 in tandem con i suoi amici sarti siciliani, milanesi e friulani, e che si evolverà ben presto anche in un concept di moda femminile.

Un inno al vintage a all’artigianato più autentico che ha conquistato i social, perché oggi il gusto del passato è una vera scoperta per i più giovani: “la mia moda maschile segna la riscossa dei ‘pavoni’, di quei dandy che, sulla falsariga degli elegantoni dell’epoca vittoriana attualizzata, vedi camminare per le vie della Fortezza da Basso a Firenze durante Pitti Uomo, una manifestazione cult alla quale ho partecipato con le mie creazioni maschili e che ho deciso di accompagnare con una piastra elettrica di mia invenzione che consente di curare la barba in modo ottimale, un altro fiore all’occhiello di noi dandy postmoderni”.

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Aspromonte di Mimmo Calopresti

Un film che parla di vita e verità, lontano dal clamore dei blockbuster miliardari, avulso dal circuito aulico del cinema divistico di massa, un film ‘Aspromonte, la terra degli ultimi’ distribuito da Italian International Film e prodotto da Fulvio e Federica Lucisano con Rai Cinema.

Una pellicola one of a kind e di turgido lirismo che non è sicuramente patinata, ma che è girata magistralmente e con indiscutibile raffinatezza, frutto del talento e dell’esperienza solida di un regista alternativo come Mimmo Calopresti, famoso per le sue pellicole di impegno e di denuncia etico-civile come ‘la seconda volta’ e ‘la parola amore esiste’, e dei suoi attori.

Marcello Fonte in primis, meraviglioso interprete che è poeta sul grande schermo ma soprattutto nella vita e, lo ricordiamo, Palma d’oro per ‘Dogman’ di Matteo Garrone, l’intensa e carismatica Valeria Bruni Tedeschi, una star internazionale che dopo le riprese ha scoperto che nella vita avrebbe voluto fare la maestra invece che l’attrice ma che recita sempre splendidamente.

E poi Sergio Rubini, altero e mai impettito nel ruolo del boss malavitoso di turno che vuole arginare il progresso, e Francesco Colella, attore portentoso che rivedremo in ‘Zero Zero Zero’ di Stefano Sollima, scelto dal regista per il ruolo di Peppe che insieme al figlio gestisce a livello drammaturgico una riflessione dolente e un’amara consapevolezza.

Infine emerge Marco Leonardi di cui ricordiamo gli esordi accanto a Ida di Benedetto in ‘Ferdinando uomo d’amore’ e soprattutto per ‘Nuovo cinema Paradiso’ di Giuseppe Tornatore e per ‘Anime nere’.” Aspromonte la terra degli ultimi è il racconto del Sud, del suo orgoglio, della forza della sua identità che diventa prigione, della grandiosa bellezza della sua natura che si intreccia con la miseria delle condizioni di vita, del suo isolamento e del sogno disperato dei suoi abitanti di far parte di un mondo più grande, è il racconto dell’impossibilità di un riscatto collettivo, della condanna all’abbandono e all’emigrazione come unica possibilità di rinascita.

Bisogna combattere per affermarsi, per esistere, per conquistarsi un futuro migliore e far vincere la civiltà sull’arretratezza di una vita buia e senza speranze. Bisogna darsi sempre una speranza, una via d’uscita, costruirsi una strada, un progetto per uscire da una situazione disastrosa che ti è stata assegnata da chissà chi. Alla fine, è un film che è il percorso di vita di un ragazzo che vuole cambiare il proprio destino, che intraprende un percorso di crescita e riscatto da una situazione difficile, che crede a una strada che lo possa portare verso la modernità.

Alla fine della sua vita di successi lontano da Africo e dalla sua terra (la Calabria), sentirà il bisogno di tornare per rivedere per l’ultima volta il posto dove è nato e cresciuto, per riassaporare l’aria di libertà che gli era rimasta attaccata addosso per tutta la sua vita. È un film che racconta non il rimpianto della propria infanzia, ma il ricordo di quello che si è stati, di quello che si sarebbe potuto essere, e soprattutto la bellezza di aver potuto vivere un sogno ed essersi nutriti del gustoso cibo dell’utopia con pienezza e soddisfazione.

Infine i vividi colori del paesaggio paradisiaco dell’Aspromonte vinceranno sul bianco e nero di una vita povera e senza speranza; gli ultimi della terra non si arrenderanno, consapevoli che solo combattendo tutti insieme possono vincere e affermare il loro diritto a un’esistenza soddisfacente e dignitosa”, scrive in modo eloquente il regista nelle sue note. 

Nella sua brulla magniloquenza, questo film strizza l’occhio al linguaggio crudo ed epico del western per elaborare un racconto asciutto ma romantico, virile e delicato, affresco corale che attraverso una narrazione nuda ma elegante propone l’urgenza insopprimibile della riflessione sulla insostenibile sperequazione sociale e del divario fra Nord e Sud.

Ma cos’è Aspromonte? È la terra lucente, dove non manca niente, come dice il poeta nel film: ci sono le montagne, il mare e c’è il silenzio. Una terra dove i sogni possono acquistare un timbro diverso, perché servono a farci sentire liberi, ci fanno essere quello che siamo. La storia, tratta dal romanzo ‘Via dall’Aspromonte’ di Pietro Criaco e scritta da Mimmo Calopresti e da Monica Zapelli, è ambientata ad Africo, un paesino arroccato nell’Aspromonte calabrese, negli anni ’50, dove una donna muore di parto perché il dottore non riesce ad arrivare in tempo a causa dell’assenza di una strada di collegamento.

Gli uomini, esasperati dallo stato di abbandono, vanno a protestare dal prefetto. Ottengono la promessa di un medico, ma nel frattempo, capitanati da Peppe, decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l’opera coraggiosa. La questione meridionale non è mai stata così attuale e Calopresti fornisce la sua accorata e riflessiva lettura di questo tema spinoso con una forza espressiva che parla alla pancia e al cuore.

Un inno fulgido a una terra, la Calabria, dove è bello tornare anche quando tutto sembra sgretolarsi, ma i valori no, quelli no. Mai. Tensione civile, romanticismo rurale si intrecciano a comporre un affresco radioso e denso di umanità in cui le vite dei lavoratori della terra e dei pastori si dipanano sulle note di un luminismo possente eppure sempre garbato. La tessitura del film é esteticamente perfetta sia a livello di fotografia che per la sceneggiatura, abile la gestione dell’inquadratura condotta con una tecnica pittorica neoimpressionista.

La nobiltà della miseria e la sovrana eleganza della semplicità davvero disarmante sono al servizio di una storia di soffuso intimismo. Sobrio ma icasticamente efficace, lo storytelling è impreziosito da una musica vibrante, rigogliosa. Il poeta é la figura chiave che racchiude la saggezza di una comunità intera, umile ma pervasa da un’ancestrale dignità.

Il film vola alto e contrappone all’inesorabile destino di una terra bella ma amara e dimenticata, la magia delle letteratura. Una trama pastosa e mai stucchevole e una sinfonia di paesaggi eccezionali completano un quadro d’autore. Da vedere, e per certuni da rivedere, soprattutto per quella sinistra imborghesita che non ascolta il grido di riscatto del nostro Sud.

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Ph: Nazareno Migliaccio Spina

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Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen

Ha ancora senso parlare di romanticismo in un’America dominata da Trump e dal suo machismo guerrafondaio, dai tabloid senza filtri, dalle fake news e da una Hollywood che si alimenta di scandali in cui tutti flirtano con tutti? Secondo Woody Allen sì.

E lo conferma nel suo ultimo film ‘Un giorno di pioggia a New York’ scritto e diretto dal geniale regista e distribuito da Lucky Red, nelle sale italiane dal 28 novembre. Diciamo subito che per chi scrive le polemiche stanno a zero, quello che interessa a noi in questa sede è il Woody Allen artista, che in questo film torna alla sua forma smagliante.

E torna anche alle sue passioni, una New York vista in un’ottica di un intellettuale quasi europeo e all’arte di raccontare emozioni affidandole a protagonisti giovani simboli di una nuova generazione di Hollywood, Timothée Chalamet che nel film è Gatsby un giovane studente ricco e annoiato, ed Elle Fanning, assurta con ‘Neon demon’ a nuova icona glamour della scena fashion-cinematografica e che nella pellicola di Allen interpreta Ashleigh una ragazza provinciale ma ambiziosa dell’Arizona figlia di banchieri, apparentemente semplice e solare, in realtà un po’ ottusa e superficiale.

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Woody Allen riesce a dare carattere con una sceneggiatura dinamica, brillante e sofisticata, ricca di colpi di scena eclatanti davvero sorprendenti, una giostra vera e propria che è anche una sorta di educazione sentimentale in cui i personaggi sono alla ricerca di sé stessi.

New York è una città magnificamente snervante, e gioca un ruolo chiave nel film insieme alla pioggia, intesa secondo chi scrive come bagno purificatore e catartico, amato da Gatsby e disprezzato da Asleigh, una pioggia che lava via le impurità dell’anima e i moralismi mistificatori, ma che sa essere anche molto romantica e sensuale come dimostra anche ‘la pioggia nel pineto’ di dannunziana memoria.

Briosa e leggera ma anche estremamente profonda, questa graziosa commedia riesce ad andare a fondo nelle pieghe più riposte dell’anima dei personaggi alla ricerca di un romanticismo antico nella sua matrice ma in realtà molto contemporaneo. Come nel caso di Chan (Selena Gomez che grazie alla magistrale direzione di Woody Allen acquista un risalto molto gradevole nella storia) che dissimula con un finto cinismo il suo romanticismo più autentico e vibrante.

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Nel film Woody Allen non risparmia le sue critiche alla Hollywood di oggi presentata come una fucina di mitomani e depressi ma anche di infingardi playboy senza scrupoli. Un regista depresso interpretato da un efficace Liev Schreiber, attraversa un periodo di forte vulnerabilità a causa del suo stucchevole e problematico perfezionismo.

La giovane Ashleigh arriva a Manhattan con il fidanzato Gatsby a caccia di uno scoop e per intervistare il cineasta rischia di essere concupita da lui. Jude Law è Ted Davidoff, sceneggiatore un po’ balordo e anche lui tormentato che si rivela un gran fedifrago. A Hollywood non si salva nessuno, nemmeno il macho latino Francisco Vega (interpretato da Diego Silva) che colleziona flirt e tenta di sedurre Ashleigh, che sembra cadere in tentazione.

Ma l’arguta disamina psicologica e sociale del grande cineasta prende ovviamente le distanze dalla retorica mormonica e moralista che presidia da sempre il cinema americano: Woody Allen non giudica nessuno ma semmai si incanta di fronte alla disarmante ingenuità e alla coquetterie zuccherosa e un po’ svampita di Ashleigh e al disagio esistenziale del triste, tenebroso e insicuro Gatsby, rampollo antisociale dell’élite wasp americana e allevato dalla madre in un clima di dorato isolamento che nel film lui stesso definisce “una pretenziosa adeguatezza”.

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L’amore è dominato da dinamiche spesso imperscrutabili mentre tutto sembra pervaso da un sentore di ineluttabile caducità. Le uniche certezze sono che “non esistono in America giornali non scandalistici”(e qui il regista si toglie un sassolino dalla scarpa denunciando la stampa a stelle e strisce colpevole di veicolare fake news destituite di qualunque fondamento probatorio) e che “la vita vera è fatta per chi non ha niente di meglio da fare”, come chiosa la giovane Chan.

Timothée Chalamet, che vedremo presto in ‘Piccole donne’ di Greta Gerwig e che abbiamo ammirato in ‘Chiamami col tuo nome’ di Luca Guadagnino film per il quale è stato candidato all’Oscar, viene valorizzato dal regista grazie a una parte che sembra essergli pennellata addosso.

Canta al pianoforte con intensità pregnante e un certo pathos una languida canzone romantica degli anni’40, la celebre ‘Everything happens to me’, e la sua vocazione a diventare l’idolo della generazione Z è sicuramente amplificata e confermata da questa pellicola, mirabilmente illuminata dalla fotografia di Vittorio Storaro alla sua terza, suggestiva collaborazione con Woody Allen, e impreziosita dai costumi di Suzy Benzinger che ha già lavorato con Woody Allen in 10 suoi precedenti film e che qui riesce a ricostruire, attraverso gli abiti, belle giacche over spigate firmate Ralph Lauren assortite a chinos beige e cravatte slim regimental in perfetto stile Ivy League, l’identità di un personaggio sfaccettato come Gatsby, ragazzo allampanato e attanagliato da sottili psicosi e tribolazioni esistenziali.

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Woody Allen ha voluto, attraverso i costumi, tributare forse un omaggio al grande stilista americano soprattutto perché costui disegnò nel 1977 il guardaroba di scena di Diane Keaton e Woody Allen per il film ‘Io e Annie’ che collezionò varie statuette durante la cerimonia degli Academy awards.

Inoltre Allen non ha lesinato ammirazione nei confronti di Ralph manifestando la sua approvazione e stima immutata negli anni per lo stilista nel docufilm di Susan Lacy ‘Very Ralph’. Questo è un film positivo in cui il regista sembra voler evadere dalle vorticose e aberranti polemiche basate su accuse ormai archiviate che hanno tentato di ostracizzare il grande cineasta e lo scrittore.

A 84 anni suonati Woody Allen è più combattivo che mai ed è impegnato sul set del suo ultimo film che sta girato in Spagna con Gina Gershon, schieratasi dalla sua parte accanto a Javier Bardem, Anjelica Houston, Scarlett Johansson e non ultimo il fratello del regista Moses. Fino a quando durerà questa infausta caccia alle streghe? Nel frattempo noi continuiamo a sottolineare il nostro preponderante interesse per l’Allen artista e pensatore ribadendo che i suoi film hanno scandito le tappe della nostra esistenza.

Un grazie sentito a Lucky Red che ha portato finalmente in Italia questo buon film ignorando scandali e linciaggi mediatici. Una grande lezione di equilibrio e lucidità.

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