Cinecult: Matthias & Maxime

Intenso, struggente, sensuale, travolgente. L’ultimo, irripetibile film di Xavier Dolan ‘Matthias & Maxime’ distribuito da Lucky Red e presentato al Festival di Cannes, segna il grande ritorno davanti alla macchina da presa dell’enfant prodige del cinema canadese.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”

Classe 1989, Dolan, attore cool della scena francofona (lo ricordiamo anche come brand ambassador di una memorabile campagna adevertising per Louis Vuitton) dirige e interpreta un affascinante, malinconico e intimistico ritratto di un idillio reticente fra due giovani uomini molto diversi per estrazione sociale e per indole. Matthias (un magnifico Gabriel D’Almeida Freitas) proviene da una famiglia borghese di avvocati mentre Maxime (Xavier Dolan) è un ragazzo di umili origini con una madre borderline e tossicomane con la quale non riesce giocoforza a comunicare, e un fratello assente.


Scena tratta dal film “Matthias & Maxime”
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Poco prima di partire per l’Australia dove sceglie di emigrare alla ricerca di un futuro migliore, il timido Maxime accetta di interpretare la scena di un bacio con lo spigoloso ed enigmatico Matthias, apparentemente anaffettivo e impegnato sentimentalmente con una ragazza bon chic, su richiesta di una amica della loro cerchia che sta girando un cortometraggio amatoriale. Quel bacio ‘galeotto’ fra i due amici d’infanzia cambierà le loro vite.



Fra campi lunghi e primi piani serrati, Dolan usa la macchina da presa come una sonda dell’anima addentrandosi nei meandri interiori dei due protagonisti che si ritrovano nella maturità in un mondo dove esistono solo ragazzi ciarlieri e goliardici e donne mature eccessive, deliranti, splendide e generose sulla falsa riga di Geena Rowlands o Barbra Streisand in ‘Pazza’ (stupenda come sempre come in ‘Mommy’ Anne Dorval che impersona la madre di Maxime).



Lo spettatore, in un andirivieni fra visibile e invisibile, si trova proiettato in un dramma elegiaco che lascia il segno con la sua spietata dolcezza, consumandosi nello spirito di Maxime, istintivo e tormentato barista con una voglia di vino rosso sulla guancia alla ricerca di un posto nel mondo, e di Matthias, raffinata e cerebrale vittima di un farraginoso e opprimente sistema di relazioni sociali che lo imbrigliano in una gabbia di convenzioni borghesi.



Montaggio sincopato ed efficace, ritmo vibrante, dinamismo psicologico si intrecciano e si fondono in una storia meravigliosa che fa venire le farfalle nello stomaco. Denys Arcand citato come oracolo di cinefilia canadese suggella un quadro che rievoca i temi cari al regista e attore canadese: la ricerca dell’identità sessuale, il rapporto fra le generazioni, i legami familiari.


Xavier Dolan
Crediti foto: Shayne Laverdiere

Con la sua bellezza sauvage Maxime ricorda il River Phoenix di ‘My own private Idaho’ film culto degli anni’90 diretto da Gus Van Sant, mentre l’assetto del cenacolo di ragazzi molto ‘Youth culture’ alla Bruce Weber ha un sentore della community familiare di Ferzan Ozpetek. Un’altra prova assai felice per il regista di ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’ che, al suo ottavo film, si riconferma un talento formidabile e radioso nel panorama della cinematografia contemporanea.

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Trionfano a Roma Germano e Garrone ai Nastri d’argento 2020

Si sono svolti l’altra sera al Maxxi a Roma con un evento molto confidenziale dedicato al grande compositore romano Ennio Morricone scomparso il 6 luglio, i Nastri d’Argento 2020. La manifestazione giunta alla sua 74esima edizione, è nata nel 1946 a Roma grazie al sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani, e soprattutto grazie a Mario Soldati e a Michelangelo Antonioni. Da allora si svolge fra Roma e Taormina.

Quest’anno, in un’edizione ineluttabilmente romana a causa del Covid, Elio Germano, come previsto e meritatamente, ha fatto incetta di premi per il suo ‘Favolacce’ dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, dotati registi e sceneggiatori che si sono presentati al photocall vestiti in abiti Gucci disegnati da Alessandro Michele, mentre il geniale e tormentato attore capitolino già premiato a Berlino quest’inverno per la medesima pellicola, ha scelto un look dégagé firmato Emporio Armani. Onore a Re Giorgio che quest’anno festeggia 15 anni della sua linea couture Armani Privé che per la prima volta sarà presentata a gennaio in un palazzo aristocratico in via Borgonuovo.



Il film dei fratelli D’Innocenzo narra una storia intimista e un po’ dark ambientata nella borgata romana e vissuta attraverso gli occhi di un gruppo di bambini. Il film descrive un mondo apparentemente normale dove cova il sadismo sottile dei padri, impercettibile ma inesorabile, la passività delle madri, l’indifferenza colpevole degli adulti. Ma soprattutto è la disperazione dei figli, diligenti e crudeli, incapaci di farsi ascoltare, che esplode in una rabbia sopita e scorre veloce verso la sconfitta di tutti. La pellicola dei due giovani fratelli d’Innocenzo si è aggiudicata ben 5 nastri: film, produttore, costumi, sceneggiatura, fotografia.


Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo alla Premiazione Nastri D’Argento 2020, entrambi in Gucci.

Pierfrancesco Favino, incensato e camaleontico divo italiano che ha sfondato in tutto il mondo grazie a ‘Il traditore’ di Bellocchio in cui interpreta il boss mafioso Tommaso Buscetta, ha ottenuto il premio come migliore attore protagonista nel ruolo di Bettino Craxi in ‘Hammamet’, riconoscimento che ha ritirato in un outfit in seta blu di Brioni che pareva pennellato su di lui, mentre la palma di migliore attrice protagonista è andata a Jasmine Trinca, bellissima in ‘La dea fortuna’ di Ozpetek distribuito da Warner Bros Pictures. Il bellissimo film del regista turco, un’ode alle famiglie arcobaleno e all’inclusione, si è accaparrato altri due nastri: miglior canzone originale, meritatissimo, conferito a Diodato per ‘Che vita meravigliosa’, e per la colonna sonora firmata da Pasquale Catalano comprendente ‘Luna diamante’, una toccante canzone interpretata da Mina.



Anche ‘Pinocchio’ di Matteo Garrone (che ha firmato anche il video speciale di presentazione della collezione di alta moda di Dior autunno-inverno 2020-21 ‘Le mythe Dior’) ha messo a segno alcuni premi: da quello di Benigni per il ruolo di Mastro Geppetto come migliore attore non protagonista ai costumi disegnati da Massimo Cantino Parrino, dalla regia magistrale di Matteo Garrone, autore di una memorabile fiaba surreale a sfondo sociale, alle scenografie fino al montaggio e al sonoro.


Roberto Benigni alla Premiazione Nastri D’Argento 2020

Premiati anche Valeria Golino (in Prada) e Valerio Mastandrea come attori di commedia e non protagonista. Quest’anno en plein per Elio Germano che ha giustamente trionfato anche con il nastro come film dell’anno conferito a ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti in cui il grande attore romano interpreta il pittore Ligabue. Questa la motivazione della giuria: “è un film che, con lo stile essenziale della semplicità, mette a fuoco la sofferenza e il talento personalissimo di un uomo che, attraverso l’esplosione della sua creatività irrefrenabile, riesce a riempire il vuoto della solitudine e superare il disagio dell’emarginazione e della malattia mentale. Ma, oltre il racconto di un personaggio così straordinariamente ‘diverso’, è una riflessione sulle contraddizioni profonde di un mondo che – per dirla proprio con il suo straordinario protagonista – marcia a forte velocità in ogni direzione dimenticando ‘tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta’, i Ligabue che sono in mezzo a tanta civiltà.”. 


Valeria Golino alla Premiazione Nastri D’Argento 2020 in Prada

Il momento clou è stata la premiazione a distanza di Pedro Almodovar, mattatore del cinema iberico con quarant’anni di carriera alle spalle, che ha conseguito un nastro speciale ‘europeo’ per il suo ultimo capolavoro ‘Dolor y gloria’ candidato a due premi Oscar e distribuito da Warnerbros Pictures, un film intenso e speciale, intimo e personale che riesce a mettere a nudo con delicatezza, la verità dei sentimenti più privati ma anche la forza delle passioni, e più di sempre racconto della vita nello specchio del tempo e fortemente autobiografico, con una straordinaria performance del grande Antonio Banderas.

Nastro d’oro per i suoi 50 anni di carriera come direttore della fotografia al mitico Vittorio Storaro, che ha firmato la fotografia anche del film ‘Un giorno di pioggia a New York’ di Woody Allen distribuito in Italia dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, che in barba ai benpensanti, ha sfidato l’ipocrisia di Hollywood portando sugli schermi europei l’ennesimo capolavoro del cineasta newyorkese. Storaro è molto celebre anche per la sua longeva collaborazione con Bernardo Bertolucci (sua la fotografia di ‘La luna’ e ‘Novecento’ come pure di ‘Ultimo tango a Parigi’) e per aver curato la fotografia di ‘Apocalypse now’ di Coppola e di ‘L’uccello dalle piume di cristallo’ di Dario Argento.



Fra i nastri di quest’anno merita una menzione speciale anche il grande regista Mimmo Calopresti che ha ottenuto un meritorio ‘nastro alla legalità’ per il suo monumentale e suggestivo ‘Aspromonte’ prodotto da Fulvio e Federica Lucisano in collaborazione con Rai Cinema e distribuito da Minerva, film molto apprezzato già nel 2019 che il cineasta italiano ha portato anche in Australia con enorme successo di pubblico e critica per il suo racconto di un anelito al riscatto sociale di un popolo intero. Il film brilla per la meravigliosa interpretazione di Marcello Fonte e di Valeria Bruni Tedeschi.



Infine è stato assegnato un premio speciale a Lorenzo Mattotti per ‘La famosa invasione degli orsi in Sicilia’. Fra i protagonisti dell’ultima edizione dei Nastri d’Argento svetta Toni Servillo che è stato premiato due volte, una per la sua strepitosa carriera di poliedrico attore dal talento ineccepibile (‘Il divo’ e ‘La grande bellezza’ fra gli altri ma anche ‘l’uomo del labirinto’, prova geniale) e l’altra come figura guida del documentario d’arte ‘Ermitage. Il potere dell’arte’ realizzato da Sky Arte, premiato come miglior documentario a tema artistico. Premiata anche l’eleganza dandy del giovane Giulio Pranno, interprete sensibile e brillante di ‘Tutto il mio folle amore’ di Gabriele Salvatores per il quale si è aggiudicato il premio Biraghi: alla cerimonia al Maxxi il giovane attore ha sfoggiato un outfit ruggine molto posh di Gucci completo di gilet e disegnato dallo stilista Alessandro Michele che sicuramente non offre fianco a critiche.



Hanno indossato capi firmati Emporio Armani Paola Cortellesi, premiata per ‘Figli’, Marco D’Amore premiato come miglior regista esordiente per ‘L’immortale’ e Claudio Santamaria vincitore del premio Nino Manfredi per ‘Gli anni più belli’ di Gabriele Muccino e ‘Tutto il mio folle amore’.

Il cinema e Netflix celebrano l’identità gay

Riflettori puntati sul cinema rainbow, come si addice ai veri cinefili nel mese del Gay Pride. Mentre in un Parlamento rissoso da far west si discute il primo disegno di legge contro l’omofobia proposto dall’ottimo senatore del PD Alessandro Zan e il giornalista de ‘L’Espresso’ Simone Alliva pubblica la sua meritoria inchiesta ‘Caccia all’omo’ trasformata in libro sugli episodi italiani di omofobia di cui chissà perché non si parla mai, su miocinema.it, la piattaforma di cinema in streaming ideata da Luckyred e guidata dal suo illustre fondatore Andrea Occhipinti, approda una rassegna molto suggestiva che chi scrive consiglia a tutti i lettori: ‘Pride’.


Moonlight

Si tratta di un ‘rivediamoli’ abilissimo, orchestrato ad arte per vedere o rivedere classici a tematica LGBT che non hanno mancato di emozionarci in passato: da ‘La vie d’Adèle’ a ‘I segreti di Brockeback Mountain’, da ‘Pride’ a ‘Stonewall’, da ‘i ragazzi stanno bene’ a ‘Carol’, da Tomboy a Weekend, da ‘Eisenstein in Messico’ a ‘Milk’, e molti altri bellissimi titoli. “Ho sempre scelto i film che distribuisco da anni con la ‘Luckyred’ in base alla reazione emotiva che suscitano in me”, ha dichiarato Andrea Occhipinti che ha prodotto anche il bellissimo film su Stefano Cucchi ‘Sulla mia pelle’, un atto di denuncia contro la barbarie liberticida della polizia. E aggiunge: “Ho scelto di organizzare questa rassegna non solo perché sono openly gay da molti anni ormai, ma anche perché sono film che appassionano tutti secondo me, non solo il pubblico queer perché parlano il linguaggio universale del cinema”.



E Vladimir Luxuria, intervistata sulla rassegna di Miocinema ha dichiarato: ”il gay pride storicamente nasce dai moti di Stonewall a New York nel 1969 in cui per la prima volta un gruppo di trans del Greenwich Village ebbero la meglio sulla polizia omofoba, oggi siamo di nuovo in un periodo oscurantista in cui i diritti faticosamente conquistati dai gay in tutto il mondo sono in pericolo a causa del sovranismo più becero, siamo di fronte a un regresso: in Egitto per esempio Sarah Hijazi si è tolta la vita a 30 anni perché è stata umiliata e seviziata nelle prigioni del suo paese solo per aver sbandierato il vessillo arcobaleno in un concerto. Ebbene questo ci dà la percezione di quanto sta accadendo: dedichiamo a Sarah questa bella rassegna di cinema alto e di spessore che mette le ali alla nostra immaginazione e benedice la tolleranza e l’umanità”. Appuntamento quindi su miocinema anche con ‘Matthias e Maxime’ il nuovo film di Xavier Dolan, già enfant prodige del cinema francese e già testimonial di Louis Vuitton. Nel suo ultimo film presentato a Cannes, il regista di ‘Mommy’, ‘Tom à la ferme’ e ‘J’ai tué ma mère’, torna ad approfondire i temi a lui più cari: la famiglia, la ricerca della propria identità sessuale e le relazioni fra generazioni diverse.

Nella gallery: foto 1 e 2 serie tv Sex Education, foto 3 e 4 due pezzi della capsule collection di JW Anderson

Intanto mentre l’osannato stilista agender JW Anderson rinverdisce i fasti del mito erotico gay di Tom of Finland, simbolo della ‘clone generation’ anni ’70, e Versace, Diesel, Etro, Eastpak, Asos, Philosophy di Lorenzo Serafini e altri top brands del lusso dedicano originali e ghiotte capsule collection al Pride Month e alle sue festose celebrazioni seppur virtuali in tutto il mondo, confermando l’impegno costante del pianeta fashion a favore dell’inclusione e di tutte le diversità, anche Netflix fa la sua parte. La più grande e prestigiosa piattaforma mondiale di streaming online, che con le sue produzioni esclusive diffuse in 190 paesi del mondo ha allietato la nostra difficile quarantena, propone un ampio e succulento ventaglio di opzioni per gli estimatori del cinema a sfondo LGBT: Sex Education (acuto, garbato ed esilarante, una vera chicca), Special (unica stagione finora ma aspettiamo il sequel), Elite, La casa de Papel (acclamatissimo e monumentale, un vero gioiello), Toyboy, Sense8, Dynasty (un’apoteosi del glamour anni ’80 da vedere anche per i bellissimi abiti di scena firmati Gucci, Balmain, Dolce&Gabbana, Tom Ford e Versace), Hollywood e molte altre bellissime serie televisive.


In particolare ci soffermiamo su Elite: una serie tv da cardiopalma in tre stagioni che racconta il dramma dell’esclusione sociale e gli intrighi sentimentali in una scuola privata riservata ai rampolli della ‘elite’ spagnola di oggi. La lotta di classe e le liaison a sfondo omoerotico si intrecciano inestricabilmente in una raffica di colpi di scena, assolutamente da non perdere, incentrati sull’ambiguità del bel Polo, figlio di una coppia lesbo. Gli attori, giovani ma di grande talento, Jaime Lorente, Miguel Herràn, e la bellissima Marìa Pedraza, sono in parte gli stessi che spiccano anche in altre serie Netflix di enorme successo come ‘La casa de papel’ un autentico capolavoro di suspence e di fiction interpretato fra gli altri da Alvaro Morte (il professore), Itziar Ituno, Miguél Herràn, Rodrigo De la Serna (formidabile nel ruolo del rapinatore gay Palermo) e Ursula Còrberò (Tokyo) che sembra una Lara Croft rediviva.

Affronta in parte la tematica rainbow anche ‘Toyboy’ un thriller in 4 stagioni che rivela le trame oscure della upper class spagnola contro uno stripper professionista, l’aitante Hugo (Jesùs Mosquera), colpevole di essersi invaghito di una avvenente miliardaria arida e senza scrupoli, Macarena Medìn (Cristina Castano). Nel plot si dipana la love story del figlio di Macarena, il fragile Andrea dall’anima dark (Juanjo Almeida) e il bellissimo Jairo (Carlo Costanzia), spogliarellista latino muto e sensibile.

Notevole anche Hollywood, la serie prodotta e ideata da Ian Brennan e da Ryan Murphy (lo ricordiamo per Glee e Nip/Tuck che abbiamo amato molto) in cui campeggia una versione altamente idealizzata del giovane Rock Hudson, umiliato dal suo manager che si aggira fra i leggendari party queer di Cole Porter e George Cukor che attiravano una ridda di disponibili giovanotti. La serie ambientata negli anni ’50 racconta l’odissea sociale e sentimentale di un gruppo di aspiranti attori, registi, sceneggiatori alle prese con i pregiudizi della mecca del cinema a stelle e strisce in cui imperava all’epoca il Codice Hays. E così i protagonisti, tutti bravissimi, da Darren Criss a David Corenswet, da Patti LuPone a Jake Picking (nel ruolo del giovane Rock Hudson), si dibattono in un mondo dominato dai tabù sul genere e il colore della pelle, alla ricerca di un avvenire concreto che superi le barriere sessuali e razziali. Una serie attualissima nell’epoca dei tumulti per l’assassinio di George Floyd in America. Buona visione.

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E adesso viene il bello(?)

La bellezza salverà il mondo’ diceva Dostoevskij e ci viene da dire che un fatto è certo: ed è che nonostante la funesta segregazione legata alla pandemia, la bellezza fortunatamente non è andata in quarantena. Lo ha ribadito anche il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, che quanto a bellezza, saggezza e stile non ha nulla da invidiare a nessuno, specialmente nella magniloquenza di Palazzo Chigi. Insomma la bellezza va preservata quindi, anche quella maschile, almeno nei nostri pensieri, nei nostri auspici, nei nostri desideri e nei nostri gesti. E tanto tempo è passato da quando l’esposizione del corpo maschile integralmente nudo era considerato un tabù. Pensavo a questo l’altro giorno mentre guardavo con sommo stupore la meravigliosa statua colossale di Napoleone, studio in gesso di Antonio Canova, un nudo integrale al quale il ‘geniale’ Mussolini fece mettere la foglia di fico sul pube in omaggio ai piccolo-borghesi che sostenevano il suo squallido regime fortunatamente archiviato dalla storia delle democrazie moderne.


Statua di Napoleone – Canova

Inutile dire che per fortuna quella foglia di fico è stata col tempo rimossa. Questa torreggiante ode alla bellezza virile che idealizza la fisicità ben poco archetipica dell’imperatore francese giganteggia nel vestibolo di Palazzo Bonaparte, il magnifico palazzo storico romano del Seicento restaurato da Generali e un tempo di proprietà della madre di Napoleone I Letizia Ramolino fino alla sua morte nel 1836. Il palazzo ha ospitato fino al 7 giugno una straordinaria mostra sui capolavori inediti degli Impressionisti e dei neo impressionisti francesi ed europei curata con esiti di enorme successo di pubblico e critica da Arthemisia, leader nelle manifestazioni culturali di rilievo-artistico nel Lazio e in tutta l’Italia.

Beh aggirandomi nei saloni dell’edificio in mezzo a tanta magnificenza che avrebbe potuto causarmi una sindrome di Stendhal, pensavo che se c’è una tipologia di bellezza che è assolutamente incontrovertibile e sulla quale esiste o dovrebbe esistere il cosiddetto consensus gentium, è quella che è stata codificata da Policleto e da Vitruvio nell’antichità. La bellezza, almeno nella sua accezione occidentale, è un valore estetico oggettivo come sottolineava Kant ne ‘La critica del giudizio’ e come ribadì anche Winckelmann che alla fine del Settecento, in concomitanza con gli scavi di Pompeo ed Ercolano, teorizzò il cosiddetto ‘bello ideale’, è fatta di armonia e simmetria, di proporzioni quasi pitagoriche, di corrispondenze geometriche. Quindi il fatto che la bellezza sia nell’occhio di chi guarda è assai opinabile. Va bene che grazie all’inclusione abbiamo accettato molte situazioni borderline ma quelle con la bellezza vera hanno poco a che vedere.


Doriforo di Policleto

Chi sono i nuovi adoni? Ce lo siamo chiesti e siccome la bellezza più di tanto non si può relativizzare, siamo andati sui social dove sono i follower a raccontarci lo stato dell’arte sulla bellezza maschile di quelli che vengono definiti ‘gli instaseductores’ e che qualcuno, data la sintesi nei loro corpi fra peluria del viso e muscolarità ‘smooth’, descrive come ‘gymsters’ (crasi fra gym e hipsters). Sono ragazzi disinibiti, desiderati e desiderabili da uomini e donne, prede con istinto predatorio, toy boy con cui intrattenere relazioni ‘mordi e fuggi’, corifei del nuovo narcisismo digitale. Depilati, scolpiti, apparentemente disponibili, seducono senza filtri esibendo generosamente la loro prorompente e nerboruta fisicità, veri e propri sirenetti nati come funghi dopo il trionfo mediatico dei velini.

I più seguiti su Instagram sono Christian Hogue ma anche Mario Hervas, Andred Cruz, Eric Janicky, Ivan Akula, David Castilla, Rowan Rowe, Bruno Santos, Mike Thurston, Casey Christopher, senza dimenticare la perfezione statuaria del modello Nick Topel legato al brand di swimwear Aronik e il bellissimo Alessandro Cavagnola, molto apprezzato a livello internazionale, cosmopolita cover man e fitness model che l’affermato fotografo Roberto Chiovitti ha immortalato per la copertina di DNA, magazine australiano gay friendly nel numero di agosto 2019 e per la copertina del mensile For Men di maggio 2020 diretto da Andrea Biavardi.


Pietro Boselli

In Italia svetta Riccardo Bosio che segue a ruota Pietro Boselli, il modello scoperto da Giorgio Armani, docente di matematica molto social e spesso ritratto senza veli sdoganando una bellezza classica, molto ‘pagana’ perché ispirata alla visione romana del bello teorizzata da Giovenale nel suo ‘Mens sana in corpore sana’. Insomma, più sani più belli. Una visione congeniale alla tanto auspicata rinascita attesa messianicamente per la fase 2. Perché quelle barbe perfette e leggermente scruffy evocano il look dei gentiluomini italiani e francesi delle corti rinascimentali dei Medici e dei Valois, da Cesare Borgia a Baldassarre Castiglione fino a Francesco I re di Francia che protesse Leonardo Da Vinci nel XVI secolo e che ristrutturò i castelli della Loira.

E se il fisico glabro levigato da ore e ore di palestra, nuovo santuario dell’estetica 4.0, è abbinato a una barba scolpita da filosofo greco forse si può ipotizzare il ritorno a una bellezza più atletica e plastica laddove però la muscolarità fa sempre rima con benessere, come spesso spiega anche sui suoi social e nei suoi libri il formidabile dottor Massimo Spattini. Ex campione di culturismo negli anni’80, Spattini è oggi maturo interprete, con la sue teorie antiage basate su un’alimentazione illuminata, di una bellezza maschile che è iconica perché timeless. Impossibile dare infatti un’età a questo elegante ed educato signore di Parma che ama Leonardo (non a caso) e che non teme di confessare che adorerebbe sfoggiare un outfit formale sartoriale color confetto, professando una fede incrollabile in un’estetica di equilibrio e proporzioni, figlio di un’epoca in cui i campioni di culturismo, disciplina oggi piuttosto vituperata, erano paradigmi di eccellenza fisica, plasmati dal ferro, forgiati nel marmo.



Uno per tutti? Bob Paris, che è stato anche l’unico bodybuilder al mondo ad aver dichiarato apertamente e assai coraggiosamente la sua identità gay in un’America puritana falcidiata dal virus dell’HIV. Bob, che nel 1992 sfilò a Miami in costume quasi adamitico per Thierry Mugler insieme al suo sposo, l’aitante modello e atleta Rod Jackson, fu definito ai suoi tempi d’oro ‘mister simmetry’ per la sua straordinaria bellezza. Immortalato dall’obbiettivo di Herb Ritts, Robert Mapplethorpe, Tom Bianchi e Bruce Weber, nessuno dei suoi colleghi e antagonisti fra i quali spiccano Berry De Mey, Francis Benfatto, Shawn Ray e Lee Labrada, riuscirono a eguagliarlo in bellezza e perfezione estetica.

Gli anni’80, segnati dalla supremazia dell’uomo-oggetto esaltato da Gaultier nella sua prima sfilata maschile della primavera-estate 1983, hanno decretato il trionfo del macho pin-up frutto dell’erotizzazione del corpo virile con il risultato di sancire la sovranità dell’archetipo mascolino di matrice prettamente camp, per il piacere delle donne ma anche degli uomini. Una tendenza che oggi è tornata in auge. La questione cruciale è come il mondo dell’arte riesca a cogliere questi stimoli orientati alla riscoperta della più classica bellezza maschile, portata ai più alti fasti dai divi della nuova Hollywood come Armie Hammer, Chris e Liam Hemsworth, Joe Manganiello, Henry Cavill e Chris Evans o da atleti come Ronaldo e Immobile, e come quindi questa riesca a rigenerarli attraverso il prisma della contemporaneità.



Qualche esempio? Anzitutto la mostra dedicata a Canova (una delle tre a livello nazionale) nel museo di Roma a Palazzo Braschi, aperta fino al 21 giugno. Inoltre ho avuto modo di partecipare al vernissage della mostra fotografica del talentuoso Sergio Goglia il cui mentore Mimmo Jodice, un oracolo della fotografia italiana del Novecento, ha definito ‘emozionante’. Nelle auliche sale di un magnifico palazzo incastonato nel cuore della Napoli più aristocratica il fotografo, formatosi all’accademia di belle Arti di Napoli in scenografia teatrale, ha al suo attivo campagne pubblicitarie ed editorials con i marchi di punta del mondo della moda (memorabile la campagna del 2019 per il marchio Alcoolique) e ha presentato alla stampa e agli ospiti fra i quali il famoso shoe-designer Ernesto Esposito pochi giorni prima del lockdown 16 nudi, sedici capolavori emblematici della sua strabiliante vena ‘pittorica’ che per il luminismo raffinato e per la sensibilità squisita ai soggetti trattati, i corpi più belli che essere umano possa incarnare, è stata definita ‘caravaggesca’.

“Sono un esteta, ho un gusto plastico e pittorico è vero, ho sempre ammirato il linguaggio visivo di Caravaggio per il suo approccio realistico, i miei nudi maschili e femminili rispecchiano la mia visione dell’arte e della fotografia che sono strettamente interdipendenti, ammiro l’opera di David La Chapelle per i suoi magici cromatismi e considero la macchina fotografica un pennello tecnologico-dice Goglia-la mia mostra ‘back to the future’ racconta un percorso fra passato e futuro, fra Leon Battista Alberti e Man Ray, fra classicismo e scenari futuri. Il nudo integrale maschile è ancora un tabù soprattutto sui social network ma sinceramente non ho avuto problemi quando nel 1999, in collaborazione con il mio amico Ernesto Esposito, ho creato un allestimento suggestivo a Grenoble di alcuni miei scatti di uomini nudi full frontal. Credo che gli uomini temano di spogliarsi davanti all’obbiettivo perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura di non essere ‘all’altezza delle aspettative’, ma io nella mia carriera non ho mai avuto problemi a scattare foto di nudo e anzi, nel tempo, mi sono specializzato come maestro del nudo artistico soprattutto maschile”.

Nella gallery foto di Sergio Goglia: “Cattura”, “Dietro fronte”, “Osmosi”, “Black & Gold”, “Oro Nudo”

Un’altra conferma di questa riscoperta di una bellezza maschile ancestrale e di una mascolinità autentica, quasi mitologica, prefigurata dal libro fotografico ‘Uomini’ di Dolce&Gabbana realizzato dal talentuoso Mariano Vivanco, fotografo che ha lanciato nel 2007 il super modello David Gandy, epitome di una virilità da maschio alpha sulle falsariga dei modelli anni’90 di Gianni Versace e delle sue iconiche e sensuali campagne create da Bruce Weber e Richard Avedon, è la suggestiva mostra sui disegni di nudi maschili di Publio Morbiducci, allievo dell’artista Duilio Cambellotti, che ho avuto modo di ammirare nella galleria romana ‘il Laocoonte’ di proprietà della colta studiosa d’arte Monica Cardarelli. In uno spazio situato in via di Monterone, a pochi passi da Largo di Torre Argentina si può ammirare una crestomazia di trentasei studi preparatori, per lo più disegni e bozzetti eseguiti con carboncino, matita e sanguigna, per sculture che l’artista e architetto particolarmente apprezzato in epoca littoria, aveva realizzato.

La fisicità virile, in quella fase storica basata sulla retorica apoteosi di una mascolinità patriottica, come osserva giustamente Leonardo Iuffrida nel suo illuminate saggio ‘il nudo maschile nella fotografia e nella moda’, è un’astrazione dalla carnalità perché deve idealmente rappresentare il trionfo di un machismo ideologizzato, ancorato a un modello patriarcale fortunatamente desueto. Morbiducci, noto come l’autore delle sculture che dominano alcune piazze romane storiche come Porta Pia con il suo monumento al bersagliere e l’Eur con la coppia dei Dioscuri con i loro cavalli impennati che superano i sette metri di altezza- senza contare la statua del ‘discobolo in riposo’ che fu collocata nel 1938 nello stadio dei marmi- propone nei suoi magnifici disegni una sintesi fra ideale e realtà, trasfigurando in una dimensione estetizzante la bellezza un po’ ruvida dei suoi modelli, per lo più manovali e operai di Testaccio e del mattatoio i cui muscoli derivavano da ore e ore di impegno fisico piuttosto che da un’attività ginnica in stile olimpico.

Nella gallery: immagini relative alla mostra di Publio Morbiducci

Morbiducci non sarà forse Leni Riefenstahl regista di ‘Olimpia’ tanto caro a Hitler e Goebbels, ma i suoi nudi maschili rappresentano pur sempre il manifesto di una virilità attualissima, memore della bellezza atletica pagana che oggi riafferma la centralità di un’estetica ‘testosterotica’ dove il nudo integrale di lui è l’ultima frontiera sociale del pudore. E mentre ammiravo i bellissimi disegni di Morbiducci mi sono chiesto: chi ha paura del nudo maschile? Censurato dai social, il nudo maschile full frontal, legittimato socialmente dal bodybuilding fin dagli anni ’50 grazie a Bob Mizer e a Bruce of Los Angeles, e privato di quella anacronistica foglia di fico imposta dal Concilio di Trento e dal perbenismo fascista, può essere anche molto osteggiato in rete per una serie di motivazioni sociali e religiose legate alla mentalità puritana e patriarcale degli americani.

Il fotografo Allan Spiers ha denunciato su Facebook i social network per la loro arretrata prospettiva sulla nudità maschile e vengono puntualmente stigmatizzati anche Luis Rafael, Dylan Rosser, Ulrich Ohemen, Joan Crisol, Mark Henderson, Paul Freeman, Carlos Campos, Michael Stokes e David Vance, solo per citare alcuni dei più celebri e apprezzati. Lo stesso Herb Ritts, che di questi fotografi è stato un po’ l’antesignano, destò scalpore nel 1988 per un nudo integrale circoscritto in una bolla d’aria soprattutto fra i giapponesi che oscurarono i genitali del modello ritratto, un culturista. Per non parlare di Avedon che tenne a lungo nel cassetto il ritratto in costume adamitico full frontal di Rudolph Nureiev, Andy Warhol le cui polaroid hot rimasero a lungo occultate e Robert Mapplethorpe che nei suoi scatti sofisticati e scultorei celebrava il sincretismo fra bellezza classica e pornografia pop a sfondo gay.


Bruce Weber CK Obsession
Duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990
Herb Ritts per Valentino 1995

Nella gallery: foto 1 – Bruce Weber CK Obsession, foto 2 – duo Bob e Rod di Herb Ritts 1990, foto 3 – Herb Ritts per Valentino 1995

Osservando questa ampia rassegna di opere prese di mira dagli anatemi della censura mi viene da interrogarmi sulla fonte primaria del disagio che alcuni uomini tuttora devono affrontare di fronte alla prospettiva di posare senza veli davanti a un fotografo. La prima considerazione che mi viene in mente è la cosiddetta ‘paura di castrazione’, da ricondurre forse a una fragilità congenita al maschio che spesso teme il momento della verità, abituato a concepire la sua genitalità come una competizione da locker room fra maschi. Poi va aggiunto che i consumatori prevalenti del nudo maschile sono in realtà gli omosessuali e questo per gli etero old school non è accettabile. La nudità maschile viene ancora intesa in occidente, in barba anche alle nuove generazioni che professano una fede incrollabile nella fluidità (vedi il magazine Dust), come un concetto pagano che il cristianesimo e le altre religioni monoteiste confessionali hanno ripudiato senza appello in quanto sinonimo di corruzione morale. In realtà nell’antica Grecia la bellezza era sempre sorretta da un’etica, e chi scrive auspica che tale illuminata concezione possa tornare ad assumere la vibrante valenza di un imperativo categorico.

Il punto in realtà è questo: dopo secoli in cui è stata la donna a essere reificata spogliandosi per soddisfare la libido virile, ora dopo il femminismo e dopo l’empowerment delle donne è il turno dell’uomo di mettersi in discussione e diventare oggetto del desiderio, con buona pace dei paladini della ‘antrocrazia’. Di fronte a un nudo integrale maschile che cioè esibisca l’epicentro del piacere e della fecondità, le donne fantasticano su un uomo ‘meno macho e più micio’, il cosiddetto uomo ‘profitterolles’ tenero ma con le palle. Un nudo che è soprattutto verità e autenticità perché come scrisse John Keats nella sua ‘Ode su un’urna greca’, ‘bellezza è verità e verità e bellezza’. 

Instagram: @enricomariaa.

A Milano va in passerella la nuova par condicio

Oltre al danno la beffa. Separati in casa, o come si dice oggi sui social :‘uniti ma distanti’. Perché oggi, con l’aria che tira, si corre su binari paralleli senza toccarsi. Uomini e donne in questa complessa fase storica connotata dall’Alternet e dal 5G, si guardano e si cercano senza toccarsi nel segno di un’effimera intimità virtuale che rivanga il mitizzato ‘Supplizio di Tantalo’.

E se la moda deve essere, come è, lo specchio dei tempi, ovvero in termini più ampollosi l’espressione dello Zeit Geist, non sorprende che a Milano durante l’ultima fashion week femminile i titani della moda abbiano puntato sulla formula coed, legata all’imperante neutralità dei generi e alla fluidità dei sessi esaltata dai corifei del quarto sesso e dei corpi lattiginosi, da Raf Simons a Glen Luchford.

E anche se proprio uno dei primi a rinunciare a una passerella distinta per il menswear, Alessandro Michele, oggi torna sui suoi passi, in molti casi non è dato scindere l’uomo dalla donna in pedana.

Succede da Bottega Veneta, da Missoni, da Versace, ma anche da Extremedy, Boss e Cividini, da Philipp Plein e da Daks, da Pucci e da Emporio Armani, da Tom Ford e da Moncler, da GCDS e da Antonio Marras, da Maison Margiela e da Balenciaga.

Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Antonio Marras; photo by Valerio Mezzanotti
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta by Daniel Lee
Bottega Veneta
Bottega Veneta

Chez Versace è un po’ come tornare alle origini della maison della Medusa: fin dal 1978 cioè da quando debuttò alla Permanente di Milano come solista e demiurgo di un nuovo prȇt-à-porter avanguardista, il poliedrico Gianni Versace mandò in pedana simultaneamente mannequin e indossatori con abiti dai tessuti e dalle fogge molto affini che spesso erano segnali di una simbiosi annunciata già all’epoca molto inedita e feconda di soluzioni innovative.

E oggi quando si parla, come nel bel saggio di Eva Cantarella ‘Gli inganni di Pandora’, delle radici della discriminazione di genere, Donatella Versace rilancia la carta delle pari opportunità e di conseguenza plasma una donna ancora più self conscious, e anche ça va sans dire, conturbante, carnale e misteriosa, magnetica e determinata, che occhieggia agli anni’80 con una visione futuribile, dove la glamazon e la dark lady si scambiano i ruoli, instaurando un dialogo serrato.

L’incipit in nero assoluto e drammatico, molto crudele e terribilmente spy chic, stemperato dal verde lime, dal rosso scarlatto, dal giallo sole e dall’argento della metal mesh sommata ai cristalli, prelude a una passerella molto vibrante fra alta moda e tecnologia, fra classico e sporty chic, laddove le spalle marcate ad arco e i fianchi modellati dalle falde a bauletto delle giacche sartoriali definiscono una silhouette flessuosa ma perentoria dall’ineffabile nitore che fa leva sulle gonne mini o al ginocchio terminanti con onde godet o con volant mentre la pelle, grande protagonista del lessico di Versace, trattata in mille modi sublimi compresi i collage che assemblano strisce verticali di pellami preziosi, si alterna ai tessuti maschili reinventati in omaggio al ricchissimo archivio del brand, secondo i codici del bianco e nero e delle loro stilizzate antinomie grafiche.

Il grigio serve come piattaforma cromatica per distillare nuove stampe barocche rivisitate all’insegna di un nuovo dress code in equilibrio fra formale e leisurewear in cui campeggia, rimodulata in mille modi, la V che sta per Versace ma anche per virtù e vittoria. Nel menswear l’abbigliamento di matrice più squisitamente street e sportiva si ibrida con la sartorialità, i pantaloni si fanno ampi e l’uomo di spessore griffato Versace si ammanta di tessuti doppiati che conferiscono tridimensionalità alla figura, e insieme amplificano la maestosità della silhouette slanciandola.

Tagli strategici, gessati iridescenti, stampe esuberanti e nuove contaminazioni materiche condivise dal guardaroba di lui e di lei, si alternano ai ricchi pattern gioiello delle giacche oversize da red carpet, in cui l’immagine corposa del tuxedo da cyber guerriero diventa terreno di ardita sperimentazione stilistica. Da Missoni è di scena un tripudio di cromie sapientemente orchestrate secondo la grammatica delle tavolozze geometriche elaborate un tempo dal talentuoso Ottavio Missoni e oggi rieditate con grazia e gusto pittorico da sua figlia Angela, direttore creativo della maison di Sumirago e depositaria di un heritage davvero ‘Maglifico’, per citare il brillante critico di moda Federico Poletti.

Bottega Veneta
Bottega Veneta
Cividini
Cividini
Cividini
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Extremedy
Maison Margiela
Maison Margiela

La collezione maschile, ispirata al Jazz di Miles Davis, è un notevole esercizio di stile dove, come nella tela di un grande artista, tutte le pennellate compongono un quadro armonico e ricco di senso, dove assume rilievo la texture dei coat a vestaglia con intarsi jacquard, dei cardigan in maglia doppiata di pelo, delle camicie nude look da sera intessute da impalpabili patchwork traslate in ragnatele glam, delle trame di lurex e degli chevrons gentili ed euforici che dandificano il quotidiano. Tutto bellissimo e desiderabile.

Tanta maglieria da uomo anche nella sfilata di Cividini che conferma il primato del marchio storico nel knitwear di qualità particolarmente apprezzato dai giapponesi. Piero e Miriam Cividini assemblano una collezione che rimanda agli anni’70 con un retrogusto vintage che si evince dagli accostamenti di velluti e cashmere. Il capo cult della collezione maschile, un vero compendio di tante soluzioni stilistiche in maglia pregiata, è la felpa di cashmere punto Milano con cappuccio di taffetas idrorepellente, senza contare le fodere in bouclé di alpaca e le lavorazioni di maglia tubolare di grande effetto, per reggere le fila dell’eleganza.

“Devo ammettere che Daniel Lee ha una sua visione molto precisa e dimostra in passerella di sapere ciò che vuole”, questo il commento a caldo, conciso e lapidario, di Luca Guadagnino, regista del film ‘Chiamami col tuo nome’ che ha ammirato a Milano le silhouette sottili ed efebiche delineate per Bottega Veneta dal designer press darling Daniel Lee.

L’autunno-inverno 2020 per il visionario direttore creativo del brand di Kering è assolutamente distopico, quasi espressionista, i modelli scelti per interpretare i look della passerella occhieggiano alla legnosa fisicità di Robert Mapplethorpe e di Antonio Ligabue che Elio Germano ha riportato sul grande schermo nel bel film ‘Volevo nascondermi’.

Silhouette spigolose e post industriali, molto Egon Schiele, definiscono una nuova sensibilità creativa che stempera il suo rigorismo sensuale alla Helmut Berger in un mondo di sferzante modernità che è riduttivo imbrigliare nella ormai trita categoria del minimalismo tratteggiando invece una revisione radicale della mascolinità. Cappotti rettilinei molto affilati dal timbro teutonico, mantelle di nappa leggera, trench verde sottobosco e spencer marziali si abbinano a molli pants a vita alta alla ricerca di un nuovo orizzonte stilistico che cita da un lato il brutalismo e dall’altro il plastico verticalismo di Giacometti.

Il key item di stagione è il coat sleeveless in pelle spalmata a macro intreccio mentre le calzature sono stivali gardening oppure hanno la suola rialzata come un piedestallo. Un’estetica che alla forma antepone la sostanza. E c’è tanta sostanza, quella dei sogni di un poeta, da Antonio Marras che stavolta si immerge in un mondo fiabesco che fa pensare a ‘Pinocchio’ di Garrone.

In passerella lo stilista di Alghero manda un garrulo burattinaio e tanti street artist che ibridano le galanterie dei sarti con la vocazione upcycling dei collage dal gusto street che animano i look più blasé arricchiti da un diluvio di cristalli swarovsky.

Dove l’attitudine degagé che trasuda dalle camicie used di lana a quadri rossi e neri di sapore grunge flirta con i capi formali allietati da ricami e divertissement tessili basati sul gioco inside out che disegnano un gentleman picaresco d’altri tempi, scanzonato e sognatore, amante del parka e della giacca in denim.

Missoni Uomo
Missoni Uomo
Missoni Uomo
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace
Versace

Tutta un’altra storia quella raccontata nella sua passerella da kolossal di Philipp Plein, il fashion tycoon internazionale che si è ormai imposto nel gotha della moda grazie al suo uso spregiudicato di ricami, pellicce vere e di pellami sempre più rari in un’ode al bling rock più inverecondo.

Le giacche da caveau spesso anche in versione animalier e i blouson di pelle preziosa ricamatissimi di croci e serpenti gioiello sembrano rubati al set di un video musicale degli anni’80 e ’90 in omaggio a un’estetica plutocratica effetto Goldfinger che trova il suo mantra nella ridondanza e in un’esibizione trionfante in sintonia con un mood disco-glam nostalgico dello Studio 54.

Il culto dell’opulenza degno di un Creso 4.0 che non teme la crisi, trova riscontro nei molti bold look smaglianti di oro e argento e tempestati di borchie e cristalli pensati soprattutto per un nababbo metallaro very posh che adora luccicare. Gli si addicono chocker e sneaker ornate da catene, pantaloni spalmati, stivali alti, piumini a tutta lunghezza, abiti con frange e glitter in oro metallizzato lucido proprio come le macchine, i jet e gli elicotteri che ornano la faraonica scenografia della location della sfilata.

Il mito di Philipp Plein è un James Bond rocckettaro ibridato con Damian Hirst e i pezzi più preziosi del catwalk sono i cappotti di visone rasato interpretati dal modello e top influencer Cameron Dallas, ma anche dai musicisti Tyga e Timbaland.

Il loro profumo, lanciato in occasione della sfilata di Milano, è la nuova fragranza ‘No Limits’ il cui packaging è una carta di credito. Parlando di eccessi impossibile non citare la sfilata di Extremedy, il brand disegnato dalla stilista marocchina Madi Abaida paladina di uno streetwear sartoriale post apocalittico che ha esordito in passerella a Milano con una sfilata ruggente e sopra le righe che inneggia alla libertà creativa con un guardaroba molto audace.

Lo show si apre sulle note provocatorie di ‘Bella ciao’ mentre in passerella la designer svela un menswear grintoso che prevede t -shirt iper grafiche, giacche in pelle con inserti a contrasto e molto accessoriate in una profusione di tasche piazzate, eco-fur, inserti metallici e pantaloni baggy che amplificano uno spirito maschile irriverente e strong che privilegia il nero, il rosso, il bianco e il blu.

E ancora felpe con cappuccio e capospalla rimodellati che esprimono ribellione e forza, diffondendo messaggi forti ed evocativi anche attraverso capi ‘parlanti’ e un’incontenibile energia con uno stile che denota un forte senso di appartenenza, comune finalmente a uomini e donne nel segno forse stavolta di un’autentica parità.

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Alla corte di Moschino è di scena la malia del Settecento

Peccaminosamente squisita, spudoratamente teatrale, l’ultima, strepitosa collezione femminile disegnata da quel ragazzaccio impertinente e geniale di Jeremy Scott per Moschino è un inno alla dissolutezza gastronomica e a un’opulenza aulica e decorativa che mette alla berlina l’insostenibile edonismo dell’era 4.0.

Un’abbuffata voluttuosa di macarons e torte a strati che si rifà al gusto lezioso e modernissimo dell’ancien régime, quello delle Liaisons dangereuses e dello scandalo della Collana, pochi anni prima della grande rivoluzione francese del 1789, è il pretesto per mettere in scena una sfilata dall’impatto scenico esilarante e insieme dirompente.

La boutade da iconoclasta stavolta è proiettare Marie Antoinette, la sua ammaliante panoplia di invenzioni da atelier e le sue gesta erotiche di regina prodiga, frivola e fedifraga che oggi sarebbe idolatrata sui social, (e anche molto rivalutata dagli storiografi anche perché apripista della haute couture in senso moderno complice i virtuosismi dell’avida sarta Rose Bertin), in un’atmosfera insouciante, variopinta e ludica che per Scott è legata a doppio filo ai divertissement dei disegnatori di Manga e ai Cosplay.

E da Versailles a Shibuya dunque il passo è più che breve. Le perverse femmes galante del circolo esclusivo della sventurata regina di Francia che giocavano a fare le pastorelle nello Hameau nel Petit Trianon, dalla virtuosa Principessa di Lamballe all’intrigante contessa di Polignac immortalate dalle tele di Vigée Le Brun, parlano un dovizioso linguaggio di efferata bellezza, di lusso sibaritico e inverecondo fatto di robes à panier e di sprezzanti cuissardes color geranio, di frac stile Conte d’Artois e di elaboratissime cappe bouquet, di colori stucchevoli ma gourmands come il giallo limone, il turchese brillante e il rosa candy, di fiocchi scenografici e di ricami esuberanti e golosi sempre in bilico fra chic e Kitsch, fra rivoluzione e controriforma, fra Fragonard e Lachapelle.

Sarà questa l’anticamera della restaurazione stilistica nell’aria? Per ora chez Moschino non è dato sapere. Quel che è certo è che qui la ricerca sul costume storico in chiave retrovisiva è meticolosa e sapiente: l’immaginario del dissacrante stilista americano guarda al biopic di Sofia Coppola e ai costumi del premio Oscar Milena Canonero che per realizzare gli abiti di scena ha attinto anche ai tessuti di Rubelli, mentre la pellicola si rivive in pedana sulle note della splendida colonna sonora.

E la moda? E’ servita con ironia al vetriolo nella pasticceria Made in Trianon by Moschino. Dal denim e la morbida pelle dei perfecto che sormontano le minigonne a panier si passa poi alle mise in velluto damascato e in broccato multicolore da cortigiano ciccisbeo senza parlare delle incantevoli fogge in Toile de Jouy e delle rigogliose fantasie floreali à la bergère, mentre i pantaloni al ginocchio come quelli à culotte del conte di Fersen e di Luigi XVI, si portano con esose e civettuole scarpine con tacco a rocchetto, realizzate internamente alla Aeffe da Pollini.

Dulcis in fundo (è il caso dirlo) i cake dress che ricordano le torte irresistibili ricche di glassa e di panna Chantilly che le dame dalle torreggianti parrucche acconciate da Leonard, usavano divorare nelle stanze private della regina a Versailles innaffiandole con prelibati Champagne mentre l’ultima sovrana di Francia era intenta a dilapidare vertiginose fortune al gioco e lanciando nuove mode ispirate all’anticomania, all’amica inglese, la bellissima Duchessa di Devonshire e ai philosophes come Jean Jacques Rousseau.

Ammiccano ai fotografi come starlette social le grandi insta models di oggi, dalle sorelle Gigi e Bella Hadid a Kaia Gerber e Vittoria Ceretti, che davanti alla sala delle danze di Versailles si fanno un selfie e ancheggiano prima della tempesta destinata a cambiare tutto. Che sia una profezia?

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E’ una casta diva forte e romantica la donna di Alberta Ferretti

Romantica e assertiva la donna di Alberta Ferretti non delude mai perché non offre fianco a critiche. La sua allure da casta diva la accompagna e la precede, il suo glamour è ipnotico, la sua bellezza evoca le sofisticate atmosfere di un mondo rarefatto popolato di cigni alteri e di belles dames sans merci che calcano le strade della metropoli senza paura.

E dato che come scriveva Dostojevsky, ‘La bellezza salverà il mondo’ è opportuno in questi tempi così difficili risollevare gli animi parlando di una delle regine della moda italiana che è anche una delle interpreti più raffinate dell’estetica femminile di questo millennio.

Nella collezione autunno-inverno 2020-21 di ready-to-wear che a Milano ha seguito la presentazione a Parigi in gennaio della memorabile, iconica Limited Edition (una demi couture estremamente sofisticata e scenografica, preziosa nei materiali, mikado e duchesse, che riecheggia la lezione volumetrica e architettonica di Balenciaga e di Capucci) prende forma il manifesto di una femminilità possente ma mai aggressiva, seducente ma sempre entro i binari del buon gusto, sensuale ma mai carnale.

I richiami alle proporzioni calibrate e alle silhouettes scultoree dei favolosi Eighties sono palesi eppure c’è una volontà sottesa di sottrazione. Questa traspare da molte e assortite soluzioni dedicate al daywear dove spicca la tuta più understated affiancata da certi eleganti e grintosi tailleur pantalone.

Qui la giacca boxy in cashmere o in pelle, definita da tagli e dettagli sartoriali ad alto quoziente artigianale, si combina con bluse in raso dai colli civettuoli e pantaloni morbidi e a vita alta, quasi drappeggiati, spesso portati con stivali imperiosi. La estrema eleganza del grigio antracite e asfalto che la sera e per le ore più eleganti e habillées vira al silver nei lunghi dress con frange ricamate, suggerisce un orizzonte di self confidence postmoderna e di eleganza sussurrata, senza sforzo, che non ha bisogno di urlare per essere percepita.

Spiega la bionda e mite stilista: “Ho iniziato a disegnare questa collezione pensando a una figura di donna lontana dalle definizioni prestabilite. Ho sempre lavorato sulla consapevolezza femminile ma questa volta sono andata oltre per assegnare agli abiti il ruolo di ambasciatori di un daywear sofisticato e sostenibile”. 

Lontana dal protagonismo di certi brand che fanno del sensazionalismo e della boutade da palcoscenico la loro cifra, Alberta Ferretti procede sicura per la sua strada dando ancora il massimo soprattutto nella parte eveningwear dove il nero assoluto e misterioso degli abiti di gala è illuminato dall’energia siderale dell’argento ed è allietato da vibranti tocchi di Blu Royal, ma anche di rosso carminio declinati in toilette sontuose e capricciose dominate da un’enfasi di rouches e volants plissettate e disposte a cespuglio o a raggiera sul corpo gentilmente svelato con una formidabile perizia di lavorazioni e ricami certosini che emulano la vera alta moda, nel segno di una preziosità neoclassica e di una gradevole insouciance.

Per una nuova, briosa regalità: ottima prova. Applaudono nel parterre Valeria Mazza con la figlia, Nati Abascal, Cristiana Capotondi, Greta Scarano, Greta Ferro e molte altre bellissime celebrities e attrici italiane e internazionali.

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All’Off/Off Theatre di Roma in scena l’amore senza etichette

C’è una piacevole commedia di scena a Roma che con garbo e brioso umorismo affronta un tema attualissimo e oggi molto dibattuto: l’inclusione. Un tema di cui non si parla mai abbastanza in questo strano paese pervaso da uno sgradevole e aberrante rigurgito di oclocrazia populista e omofoba.

Con ‘Siamo tutti gay’ Lucilla Lupaioli che ha scritto e diretto la pièce ispirata a un’idea di Marco Marciani e che l’Off/Off Theatre mette in scena fino al 16 febbraio, fa una riflessione semiseria sullo stato dell’arte della nuova fluidità di genere. La commedia parla soprattutto alle nuove generazioni sensibili al tema focale della pièce: la ricchezza delle differenze. “Mio figlio ventenne non è gay ma è attratto come i suoi coetanei dalla possibilità di sperimentare, il futuro segnerà il superamento dell’identità, la mia pièce è ambientata nel presente ma proiettata verso il futuro”, spiega nel backstage Lucilla Lupaioli.

E in occasione di S.Valentino l’OFF/OFF Theatre che sta diventando anche un elegante spazio per eventi, nella sua ricca e interessante programmazione che in teatro definiscono ‘un festival permanente’, propone una commedia frizzante e un po’ rétro sull’amore libero trainata dalla scoppiettante vis comica di Alessandro di Marco che riteniamo molto adatto al cinema considerata la sua preponderante presenza scenica, perfetta per Ferzan Ozpetek e Pupi Avati.

Istrionico, surreale e tranchant l’attore si mette in scena en travesti nei panni della diva teatrale Maggie e convince con una interpretazione che ha ritmo e stile e che trae spunto dalla rivisitazione delle icone queer del teatro e del cinema, somigliando a una Greta Garbo ibridata con Gloria Swanson genere ‘Viale del tramonto’, il tutto filtrato da una strepitosa comicità che ha il sapore di un musical di Broadway con scenografie abbastanza minimal.

Il fulcro della trama è il ribaltamento della prospettiva tradizionale riguardo agli orientamenti sessuali: l’omosessualità diventa la norma e l’eterosessualità un tabù. Gli eterosessuali vanno allo stadio, ascoltano il rap e non sanno abbinare i colori, ma sono comunque liberi di amare. Questo è il messaggio dell’autrice, attrice e scrittrice educata alla scuola di Patroni Griffi, stella dell’Eliseo e oggi docente di arte drammatica con un buon successo.

Lupaioli che sulla scena interpreta la compagna di Maggie, Tess e che è affiancata da un gruppo di giovani e brillanti virgulti dell’arte comica fra i quali spiccano Antonio De Stefano (William) e Armando Quaranta (Max), ma non sono da meno anche Maria Antonietta Monacelli (Sheyla) e Martina Montini (Lucy), ha lavorato a stretto contatto con alcuni degli attori italiani più brillanti e famosi della scena cinematografica e televisiva italiana: Paola Cortellesi, Libero Di Rienzo e Lucia Ocone, tanto per citarne alcuni.

Applausi a scena aperta per una bella sorpresa, ludica e illuminata che i sostenitori della comunità LGBT ma non solo sapranno apprezzare. Peccato per la breve durata dello spettacolo e per la breve permanenza a teatro dovuta a motivi indipendenti dalla compagnia di Lupaioli. Ma non è questa la sede per una disamina delle tare ataviche del sistema della politica culturale in Italia che certamente non favorisce gli artisti. Stay Tuned.

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Arriva a teatro a S.Valentino il musical ‘Ghost’ con Mirko Ranù

Un en plein fra amore e morte, mistero e magia, romanticismo ed esoterismo. Arriva in scena in un lungo tour italiano che terminerà a maggio al Politeama di Genova la faraonica versione teatrale di ‘Ghost il musical’.

Abbiamo amato tutti il testo di Bruce Joel Rubin e diretto per il grande schermo da Jerry Zucker. Un’opera inquietante e bellissima interpretata nel 1990 da Patrick Swayze e Demi Moore, una struggente love story che non ha tempo e che all’epoca a Hollywood si aggiudicò l’oscar per la migliore attrice non protagonista.

E infatti oggi dopo l’enorme successo che ha riscosso al Teatro Sistina di Roma dove è rimasto fino al 9 febbraio, questo musical magistralmente diretto da Federico Bellone lo show approderà a Milano al Teatro degli Arcimboldi fino al primo marzo per poi transitare a Lugano, Torino, Padova, Firenze e in molte altre città italiane. Un musical ma soprattutto un grande e intenso spettacolo sulla vita e sull’amore e gli intimi drammi del cuore, la passione e l’infinito oltre la morte, fra vendette ed escatologia, il tutto ambientato in una New York di venti anni fa alla quale l’autore guarda con un filo di nostalgia.

La vicenda prende le mosse da un triangolo amoroso su cui addensano delle nubi improvvise: Sam, Molly e l’orrido Carl, lo Iago della situazione, tutti e tre impersonati da artisti e performer giovani ed eccezionalmente belli e talentuosi, rispettivamente Mirko Ranù (che abbiamo amato in ‘Priscilla’ ma anche nelle riduzioni teatrali di ‘The Bodyguard’, ‘West side story’ e di ‘Profondo rosso’), Giulia Sol e Thomas Santu che è l’ambiguo e maledetto Carl (scoperto dall’attore e regista teatrale Pino Quartullo in ‘Le faremo tanto male’). Strepitosa l’attrice e cantante italo africana Glora Enchill che interpreta Oda Mae, nel ruolo che fu all’epoca di Whoopy Goldberg, una chiromante un po’ infingarda ma generosa, poliedrica e piena di verve, intuitiva e profondamente umana.

Il cuore del dramma è esaltato dagli effetti speciali di Paolo Carta, un maestro dell’affabulazione scenica, e dalle scenografie di , davvero notevoli e che non risparmiano affatto colpi di scena che per non spoilerare non vi sveleremo. Per quasi due ore non ci si stanca mai, la musica culla i nostri pensieri e la fantasia vola fino ad attingere vette poetiche.

Mirko Ranù canta e balla con eccezionale naturalezza e gli auguriamo una carriera longeva perché col suo irresistibile carisma ci ha regalato dei bei momenti affiancato dalla bella e brava Giulia Sol. Il corpo di ballo fa faville con le sue virtuosistiche coreografie opera di Chiara Vecchi e i repentini cambi di scena ideati dallo stesso regista Federico Bellone con il formidabile disegno luci di Valerio Tiberi, si susseguono a ritmo incalzante mentre cresce la tensione che dà origine a un’alternanza fra misticismo, thriller e idillio sensuale come nella famosa scena in cui Sam E Molly modellano insieme un vaso di creta sulle note della indimenticabile ‘Unchained melody’ dei Righteous Brothers.

Questa storia fatata pare mutuata dal mito di Orfeo ed Euridice ma anche dalla letteratura romantica che ha ispirato gli atti bianchi di molti balletti, animati da spiriti di fanciulle innamorate. Guest star internazionale dello show, nel ruolo del fantasma dell’ospedale, è Ronnie Jones. Compositore e cantante Jones è anche autore di grandi successi per artisti italiani, fra i quali Zucchero Fornaciari.

La colonna sonora pop-rock, arrangiata da Dave Stewart, ex componente degli Eurythmics, e da Glen Ballard, tra gli autori della musicista canadese Alanis Morissette, fa da sfondo a un racconto dove prende forma un musical sensuale e fantasy dove ogni evento cela un mistero apparentemente inspiegabile.

“La chiave di lettura dello spettacolo è suggerita, come spesso accade, dal problema che accomuna i personaggi principali: “non si può tornare indietro … le nostre scelte, azioni della vita, creano delle conseguenze spesso irreversibili” spiega il regista Federico Bellone. Che aggiunge: “L’obiettivo? Far sì che con questo romantico thriller lo spettatore possa stringere la mano della persona che è venuta con lui o lei a teatro, o correre da colui o colei a cui tiene nel profondo, per non perdere l’occasione di dire ancora una volta, o per la prima volta, “ti amo”, e per davvero, perché i treni della vita spesso passano una sola volta, e altrettanto spesso non si può tornare indietro”.

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Notte in bianco e nero: gli Oscar premiano la vera eleganza

Glamour e sobrietà: agli Oscar trionfano il normcore e il politically correct con abiti mai troppo eccessivi e teatrali. Il trash non abita qui e perfino la mise maschile di Bill Porter (in total look Giles Deacon e stivaletti vittoriani di Jimmy Choo) che ha seguito tutto il red carpet live, sembra avere un suo perché: una corazzetta di foglie d’oro stile vello di Giasone e una gonna dal print lisergico che pareva un fungo. Divertente, c’è molto di peggio.

Ma non sul red carpet degli Oscar 2020 dove hanno sfilato tutti i big dell’alta moda italiana: da Prada che ha firmato l’oufit in iconico nylon blu di Timothée Chalamet, il nuovo teen idol di Hollywood protagonista di ‘Piccole donne’ e impreziosito con spilla di Cartier vintage, Atelier Versace che alla cerimonia ha griffato la toilette color rosa pallido indossata dal premio Oscar Regina King e l’abito da ballo bianco e silver della candidata all’Oscar Cynthia Erivo mentre ai party glam ha vestito Jessica Alba, a Valentino che ha fulminato la platea con l’abito rosso fiamma di Kristen Wiig e con la mise in velluto cangiante dell’elegantissima Maya Rudolph e la flessuosa sirena Caitriona Balfe, fino a Ermenegildo Zegna XXX che ha firmato l’oufit sartoriale di Mareshala Ali, Pemio oscar per ‘Green Book’ e Alberta Ferretti, vestale dell’eleganza tricolore che ha abbigliato le bellissime America Ferrera in chiffon rosso e in dolce attesa e Krysty Wilson Cairns, splendida in mikado e tulle color miele.

E poi immancabile Gucci by Alessandro Michele che dopo il clamore mediatico di Achille Lauro che con i suoi look scenografici ha letteralmente diviso i social, ha ‘guccificato’ la mise paganeggiante di Salma Hayek Pinault in stiel Nausicaa con tanto di coroncina dorata, quella scultorea di Saoirse Ronan, il nero ricamato di Billie Eilish per la sua performance sul palcoscenico degli academy awards, il suit ametista di Elton John (vincitore dell’oscar come miglior canzone originale) completato da occhiali da sole scarlatti di ordinanza, sneaker shock e spilla a forma di missile e il look sgargiante di Spike Lee che con il suo tuxedo viola e giallo ha voluto rendere omaggio allo sventurato Kobe Bryant, scomparso pochi giorni fa in un incidente aereo.

E ça va sans dire, Giorgio Armani che a Hollywood è di casa da tempi non sospetti, si è accaparrato tutte le star di prima grandezza presenti all’evento kolossal della settima arte: dalla vincitrice premio Oscar come migliore attrice protagonista Renée Zellweger per ‘Judy’ che ha scelto un monospalla in paillettes bianche di Armani Privé, a Laura Dern vincitrice dell’Oscar come migliore attrice non protagonista per ‘Storia di un matrimonio’ e ammiratissima per il suo long dress rosa con ricami di jais neri sul corpino sempre di Armani Privé, passando per la mitica terna Robert De Niro, Al Pacino e Martin Scorsese fino a Leo DiCaprio e Tom Hanks.

Anche Dolce & Gabbana ha dato il suo contributo alla gara di eleganza dei divi della settima arte difendendosi a colpi di colore (il giallo abbacinante di Mindi Caling, una bella donna curvy) e alta sartorialità (a scegliere Dolce&Gabbana sono stati Keanu Reeves, Antony Ramos, Gerard Butler e Harvey Keitel) Brioni ha incoronato il suo brand ambassador come vincitore dell’oscar per miglior attore non protagonista Brad Pitt che ha confermato la tendenza dominante per il dresscode maschile degli Oscar: giacca in velluto nero con revers a scialle che abbiamo notato anche sul palco dell’Ariston a Sanremo 70.

Ma qui è stato molto più netto il trionfo della giacca da smoking con baveri sciallati, forse perché slancia, forse perché è una soluzione più creativa e meno monotona, insomma un plebiscito fra i divi si direbbe. E poi un’altra tendenza imperante: il bianco e il nero, il primo soprattutto per le donne (tranne Ryan Seacrest che ha scelto una giacca bianca da smoking) e il secondo per gli uomini (tranne la bella Zazie Beetz che ha scelto un outfit sexy in paillettes con corpetto guȇpière di Thom Browne, o Margot Robbie e Penelope Cruz entrambe in Chanel Haute Couture vintage).

Era candida e Chanel custom made la mise da red carpet di Billie Eilish la nuova star emo del pop che ha esibito lunghe unghie nere.Quella del bianco e nero che abbiamo registrato a Hollywood per la notte delle statuette, sembra una dicotomia legata a doppio filo all’estetica dell’età vittoriana quando la donna doveva essere semplicemente uno status symbol maschile.

Però qui il metoo che oggi a Hollywood fa il bello e il cattivo tempo, non ci sta: presenti al galà delle stelle più abbaglianti del firmamento cinematografico Charlize Theron in cady nero fatalissimo, Greta Gerwig (regista di ‘Piccole donne’ che si è aggiudicato un oscar per i costumi), Natalie Portman in pizzo nero e oro e Sigourney Weaver (in verde smeraldo favolosa interprete di ‘Alien’, di ‘Una donna in carriera’ e di ‘Gorilla nella nebbia’) hanno rivendicato le quote rosa vestite dalla nuova paladina del femminilismo haute couture, Maria Grazia Chiuri che è il direttore creativo della maison Dior(e Kim Jones è la sua controparte maschile per Dior men che ha vestito sul tappeto rosso Antonio Banderas candidato per ‘Dolor y Gloria’ di Almodovar quest’ultimo in nero assoluto Givenchy).

Notevole la cappa nera di Natalie Portman che ha esibito i nomi ricamati delle artiste presenti nel cinema e non candidate all’oscar, una elegantissima revanche. Inclusione è stato il refrain della serata andata in scena a Los Angeles al fastoso Kodak Theatre: dalla presenza sul palcoscenico dell’attore down fino alla rivincita delle donne curvy, Rebel Wilson avvolta in un abito shock arricciato e scollato effetto Ferrero Rocher (ma apprezziamo il suo coraggio), Beanie Feldstein in abito Miu Miu ricamato a fiori in bianco e nero e Krissy Metz in un audace modello rosso fiamma, davvero temeraria, e favolosa la sua performance canora.

Il nero dicevamo è uno statement di stile per gli uomini in look da bel tenebroso, molto Julio Iglesias, o in stile Eminem che si è esibito in una intensa performance canora durante la cerimonia degli Oscar: da segnalare il total black Saint Laurent disegnato da Anthony Vaccarello (che ha vestito anche Gal Gadot e Amber Valletta al party più sfarzoso della oscar night) sfoggiato con somma leggerezza da Rami Malek che nel 2019 si è aggiudicato l’Oscar per ‘Bohemian Rapsody’ e che ritroveremo nell’ultimo capitolo attesissimo di James Bond’, un film Universal Pictures, fino a Adam Driver in Burberry, John Hamm, Dylan Sprouse e KJ Apa in Atelier Versace e dulcis in fundo Joaquin Phoenix.

E qui apriamo una bella parentesi. Il divo che ha trionfato con l’Oscar come miglior attore protagonista con ‘Joker’ di Todd Philips distribuito da Warner Bros che ha vinto anche l’oscar per la colonna sonora, ha esibito con orgoglio lo stesso smoking nero di Stella McCartney che indossava ai Golden Globes e tornando all’inclusione ci sta, perché qui si parla di upcycling e di sostenibilità.

L’attore che per noi è il nuovo paradigma mascolino dell’era del 5g e promuove il glamour sostenibile, ha puntato il dito contro il razzismo invocando i diritti umani e ha così parlato davanti alla platea degli oscar:“siamo disconnessi dalla natura e siamo egocentrici, distruggiamo la natura, non dobbiamo avere paura di cambiare, gli uomini sono geniali, dobbiamo usare amore e compassione per sviluppare sistemi a beneficio di tutti, sono stato egoista e cattivo a volte nella vita e ho avuto una seconda opportunità, bisogna sostenersi gli uni con gli altri dobbiamo sostenerci nella redenzione”, e tutta la sala applaude con una standing ovation.

Gli altri Oscar sono andati a ‘1917’ di Sam Mendes che si è aggiudicato ben tre statuette per il sonoro, gli effetti speciali e la fotografia, a ‘Bombshell’ il film sullo scandalo delle molestie sessuali in tv è andato l’oscar per trucco e parrucco, a ‘C’era una volta…a Hollywood’ di Quentin Tarantino distribuito da Warner Bros premiato oltre che per l’interpretazione di Brad Pitt, anche per la scenografia, mentre Les Mans 1966’ si è portato a casa due oscar per montaggio e montaggio sonoro.

E infine colpo di scena: per la prima volta Hollywood non premia sé stessa ma il cinema asiatico e specialmente la Corea e ‘Parasite’ fa poker di oscar con 4 statuette d’oro: miglior regia, miglior film straniero, miglior film e migliore sceneggiatura originale. Non avevamo dubbi che Parasite, il fim di Bong Joon Ho che racconta la struggle class in Corea del Sud nell’era 4.0 fosse il film dell’anno. Eccellente. Stay tuned on manintown! 

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