MOSCHINO CON JEREMY SCOTT CELEBRA A ROMA IL GENIO DI FELLINI

Re per una notte. Jeremy Scott, direttore creativo di Moschino che con lui in 5 anni ha visto impennarsi i fatturati, subito incoronato il nuovo enfant terrible del fashion gotha internazionale, ha reso omaggio a Roma, in una magica notte di moda e affabulazione, al genio istrionico della cinematografia di Federico Fellini al quale si è ispirato per la collezione menswear e la prefall autunno-inverno 2019-20 della maison di Aeffe. Set ideale per la immaginifica sfilata co-ed del creativo americano è stato lo studio 10 di Cinecittà dove il grande cineasta italiano ha girato alcuni dei suoi capolavori ai quali lo stilista iconoclasta erede di Moschino ha dichiarato di essersi ispirato: Satyricon, 8 ½, Casanova, Roma e La Dolce Vita. E complice la genialità di Scott il surrealismo del maestro del cinema diventa subito una pirotecnica opera pop. Sullo sfondo delle terme di Caracalla trasformate in una irriverente sala da ballo dominata da una scenografica torcia sfilano matrone e centurioni con tanto di armatura ed elmo d’ordinanza, ammiccanti flapper e showgirl a riposo in compagnia di principi azzimati e provocatori con i loro frac preziosi e ludici, talora rocckettari. Fra i tavoli dello studio 10 Scott ha lanciato un’autentica boutade modaiola celebrando il connubio dello streetwear più fantasioso e colorato con la couture più raffinata e magistrale in un tourbillon di citazioni colte e omaggi all’immaginario felliniano. Cappotti ricamati di lettere romane come tavolette cesellate e paltò spigati sono solcati da fiocchi teatrali e si alternano ai parka e ai bomber portati su abiti gioiello da gran sera, torreggianti parrucche e armature alla Satyricon si portano con gli anfibi e le cinture dove il marsupio si trasforma in zainetto bonsai suggellano il look dei completi in technicolor, in un trionfo esuberante di stampe virate in una palette coloratissima che inneggiano in chiave ironica ai fasti della romanità. Parrucche colorate, mini panier settecenteschi in perfetto stile ‘Casanova’, lustrini e opulenti decori animano le mise stravaganti ma portabili fra costume e alta moda. Anita Ekberg rivive nel fasciante fourreau a sirena scarlatto con accessori dorati mentre un modello si esibisce in un completo formato da un chiodo e un tutù da ballerina da portare con gambe nude e scarponcini d’ordinanza. Chiudono lo show di 55 uscite i super top Nadja Auermann e Jon Kortajarena: per lui corona tempestata di gemme e frac dalle code che formano uno strascico e per lei abitino scintillante in stile anni’20 come nel film ‘Cotton Club’ e copricapo piumato su bomber army glam.
Un vero en plein all’altezza delle aspettative con un invito singolare: una spada da gladiatore disegnata come una scultura di cartone.

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RICCARDO MANDOLINI, ENFANT PRODIGE DELLA FICTION

La definizione di ‘enfant prodige’ gli calza a pennello. Non capita a tutti del resto debuttare a teatro a 13 anni e a 18 ampiamente compiuti, già con un’esperienza di cinema alle spalle, diventare uno dei protagonisti di una serie Netflix che si intitola appunto ‘Baby’ ed è visibile in 190 paesi. Senza contare un cast stellare che affianca agli attori più giovani in ruoli teen, personalità del calibro di Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi e Massimo Poggio. Romano, classe 2000, segno zodiacale Acquario, Riccardo Mandolini pur interpretando un ruolo, quello di Damiano nella fiction ‘Baby’ dal 30 novembre sulla piattaforma Netflix, che per molti attori è un punto d’arrivo mentre per lui potrebbe rivelarsi un trampolino di lancio, non si monta la testa anche se qualcuno potrebbe dire che, date le sue credenziali, ha la strada spianata. Un po’ anche perché è figlio d’arte: la mamma è l’attrice Nadia Rinaldi mentre il padre Mauro Mandolini è regista e attore per il teatro e il cinema. Manintown, che ha la vocazione allo scouting di giovani talenti, lo ha incontrato per conoscerlo meglio.

Ciao Riccardo, vuoi parlarci della tua esperienza in ‘Baby’?

E’ stato davvero esaltante lavorare con grandi attori e con interpreti più giovani, un bel mix di talenti. Damiano, il mio personaggio in cui ho messo davvero l’anima, è un ragazzo duro e puro di 16 anni che dalla periferia romana si trova catapultato in un liceo del quartiere Parioli dove nel 2014 è scoppiato lo scandalo delle baby squillo su cui è incentrata la serie. In 6 episodi da 50 minuti l’uno la serie approfondisce questo personaggio che è un po’ un outsider, un, come si suol dire, ‘pesce fuor d’acqua’! Non guida un macchinone status symbol ma si muove in skateboard ed è un personaggio positivo.

Quanto c’è di te in Damiano?

Diciamo che mi riconosco in parte in questo carattere. Il mio temperamento come il suo, è sincero, leale, innocente, un buono insomma ma anche caparbio, ancorato alle sue convinzioni e ‘capa tosta’, senza peli sulla lingua. A calarmi nel personaggio e a plasmare la mia recitazione mi ha aiutato il regista Andrea De Sica, nipote del grande maestro Vittorio e di Christian. Un vero cineasta che sul set con i suoi attori ha puntato sul gioco di squadra e al quale sono molto grato. Ritengo di aver avuto una grossa opportunità a lavorare in ‘Baby’.

Quali sono i tuoi progetti e le tue aspirazioni nella carriera e nella vita personale?

Al momento sono single, ho molti affetti perché vivo fra due famiglie allargate e ho più di una sorella acquisita ma sono molto concentrato sull’acting. Dai miei genitori ho appreso che è un mestiere in cui è dura sfondare e che richiede un forte impegno. Per questo vorrei affinare la mia recitazione frequentando una scuola e poi ci terrei a imparare l’inglese. Adoro il cinema italiano e vorrei continuare la mia carriera in campo cinematografico: i miei idoli sono Stefano Sollima, Paolo Virzì, Gabriele Muccino e Giovanni Veronesi. Ma sono anche molto attratto da Hollywood e la mia suprema ambizione è lavorare lì. Non mi perdo un film di Quentin Tarantino e di Martin Scorsese, sono cineasti che in parte mi hanno trasmesso la passione per la recitazione. Del resto ho sempre frequentato il set fin da bambino grazie ai miei genitori e quello che era un hobby è oggi una professione.

Le tue passioni maschili.

Pratico il nuoto e il calcio.

Un capo must del tuo guardaroba?

Adoro lo stylish streetwear e mi piacciono le proposte di look firmate Stone Island e DSquared2.

Un luogo fisico e dell’anima.

Luogo fisico: il cinema perché nel buio e nel silenzio concentrato di una sala cinematografica posso evadere davvero. Luogo dell’anima: una chiesa. E’ bello pregare qualche volta.

total look: N°21
Camicia e Jeans CALVIN KLEIN T-shirt LES HOMMES Scarpe N°21
Total Look: GUCCI

Photographer Davide Musto
ass. ph. Federico Taddonio
Stylist Andreas Mercante @ ID- Communication

ass. stylist Lorenzo Spitoni
ass. stylist Irene Bruni
Grooming Mara Giannini @ Making Beauty

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L’Enfant prodige Mirko Trovato

È molto giovane, ma di premi ne ha collezionati già diversi: dal Social Award 2016 al premio come “talento esplosivo’” al Giffoni film Festival del 2014, fino al riconoscimento per il suo ruolo nelle 3 stagioni della fortunata serie Rai Braccialetti rossi, di Giacomo Campiotti, al Roma Fiction Fest, solo per citarne alcuni. Mentre si prepara alla maturità che conseguirà quest’anno, Mirko lavora sodo per plasmare la sua identità di attore, con tre anni di corsi di recitazione alle spalle mentre ora è seguito da una coach. Fresco e poliedrico, Trovato ha le carte in regola per sfondare anche al cinema. Accanto al successo televisivo delle tre stagioni di Braccialetti rossi, in cui interpreta Davide Di Salvo e alla web serie Lontana da me, il giovane attore vanta ruoli di co-protagonista per il grande schermo nei film Restiamo amici, di Antonello Grimaldi e in Non c’è campo, di Federico Moccia, cult-movie dei millennials e non solo. E da gennaio inizia le riprese di un altro film che vedremo presto al cinema. Intanto la rete lo segue con interesse: oltre 400.000 followers, con una presenza su Facebook, Instagram e Twitter.

Definisci l’influencer: quanto ha influito essere così social sulla tua carriera di attore e sulla tua popolarità?
A dire il vero non mi identifico in questo ruolo perché mi sento un ragazzo che fa cose tipiche dei ragazzi della sua età, con la differenza di essere un po’ più conosciuto per via del mio lavoro. L’essere social, nel lavoro, influisce poco: quando si deve girare un film, quello che conta è entrare nel personaggio.

In che modo ti relazioni con i social? Che tipo di contenuti posti in generale sul web e con quale criterio?
Nessun criterio. Sono un ragazzo come tutti gli altri e condivido, con le persone che mi seguono, le cose che più amo: i posti che visito, le foto con la mia famiglia e i miei cani. Cose che fanno tutti.

Essere attivo sui social ti ha portato anche un ritorno economico? C’è una strategia d’immagine da seguire per gestire al meglio i social media?
Mi hanno chiesto di sponsorizzare dei capi di abbigliamento e l’ho fatto volentieri. Nessun ritorno economico, soltanto il prodotto da sponsorizzare. Non seguo una strategia di immagine. Però spesso ho notato che molti dei miei followers condividevano le foto in cui dicevano di aver comprato qualcosa perché lo avevano visto su di me!

Un capo must-have del guardaroba. Che look prediligi in generale?
Felpe assolutamente. E mi piace molto il look “street”.

Photo| Roberta Krasnig
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Maria Sole La Stars per Simone Belli Agency
Assistant| Chiara Filippi
Suit: David Naman

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Roma palcoscenico della couture con Altaroma

cover_maison Francesco Scognamiglio

Parigi o Roma? L’alta moda non è un match di football ma l’opportunità di fare sistema basato sull’eccellenza artigianale e il savoir-faire che sono al top della piramide aspirazionale del lusso vero. Questo il parere di Maria Grazia Chiuri, direttore creativo in carica della maison Dior, una protagonista della moda che a Roma deve molto soprattutto alle Fendi e a Valentino, maison legate a doppio filo alla capitale. In un talk al Maxxi del ciclo ‘Roman’s romance’ moderato stavolta dalla giornalista Rai Barbara Modesti, la stilista ha focalizzato affinità e differenze fra l’alta moda parigina e quella italian style: “ I francesi hanno dalla loro le istituzioni che facilitano la vita e poi sono molto scenografici, da noi c’è la centralità della produzione che è un valore, e della costruzione sartoriale in cui siamo ai primi posti”. E anche se non è facile attrarre a Roma lo stesso pubblico internazionale che circola a Parigi, tuttavia Altaroma ha profuso il massimo impegno anche raccordandosi alle istituzioni per fare della capitale la culla del bello e ben fatto dove i grandi atelier siano stimolati a esibire le loro creazioni. Renato Balestra, decano dell’alta moda italiana con una longevità creativa davvero invidiabile che ha sfilato con le sue modelle a Palazzo Brancaccio, immagina un futuro green come il regista Guillermo Del Toro in ‘La forma dell’acqua’. Le sue fanciulle in fiore sembrano uscite dal giardino incantato di un pittore impressionista fra duchesse e organze preziose, fili d’erba ricamati e foglie d’edera, senza dimenticare il suo blu, più profondo e intenso. All’aula ottagona del Planetario delle Terme di Diocleziano sotto la direzione creativa di Guillermo Mariotto che non sbaglia un colpo e la presidenza del poliedrico Stefano Dominella, Gattinoni Couture porta in pedana 60 outfit rivitalizzando un archivio formidabile (quasi 1200 abiti) per definire l’estetica progressista e attualissima di una donna impegnata che per rivendicare la sua dignità e una femminilità battagliera è pronta a scendere in piazza, avvolta in giacche giustacuore in velluto, corpetti di pelle, giacchine da frac tagliate alla vita, camicie decorate da cammei, ampi cappelli neri a fedora in omaggio a Oriana Fallaci, bagliori esotici e sontuosi abiti da ballo i cui volumi lievitano sui fianchi, impreziositi da intarsi, applicazioni e ricami milionari in tessuti lievissimi, per donne forti e fragili. Viene dall’Oriente l’ispirazione per le collezioni di Filippo Laterza e Nino Lettieri. Il primo che ha esordito in pedana a Roma in Italia al Guido Reni District, ha dato vita a una magica evocazione di una Cina opulenta contaminata dallo heritage del Regno Unito in un tripudio di tessuti dai ricami certosini e dalle stampe vibranti. Lettieri è partito dalle farfalle del cielo di Hida in Giappone per raccontare una storia di abiti sciolti come kimoni in tessuti preziosi ricamati di jais e paillettes. Sono femmes fatales le donne che animano i tableaux vivant di Anton Giulio Grande che richiama i fasti della belle époque fra ventagli di piume, boa e ricami di perline e pizzi a profusione e anche le seducenti muse di Roberta Bacarelli che strizza l’occhio alla garçonne, al Charleston e a Louise Brooks per i suoi abiti dégradé, elaborati nei decori di pizzi, frange e piume. Virtuosismi stemperati da silhouette lineari per Camillo Bona che fa rivivere in passerella Silvana Mangano con le sue mise in lievi lane double, sete fruscianti, princesse stampate in bianco e nero, reti di cristalli e lunghi abiti in pizzo molto leggiadri. Magniloquenza onirica e gran senso della teatralità uniti a un senso ricercato per la silhouette negli abiti di Francesco Scognamiglio che ha già sfilato con la sua haute couture a Parigi e che ha scelto Roma per celebrare i suoi primi vent’anni di carriera nella moda. Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna in un allestimento d’impatto hanno sfilato, indossati da top models, i modelli più iconici dell’archivio dello stilista amato da Madonna e Nicole Kidman accanto a una selezione onirica di capi della nuova collezione couture primavera-estate 2018, per creature sensuali velate dal tulle iridescente di cristalli e abbellite da piume come ne ‘Il lago dei cigni’. Un vero incantesimo.

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Cinecult: Cinquanta Sfumature di Rosso di James Foley

cover credit: Universal Pictures

Lusso, adrenalina, suspense, erotismo soft e patinato e una buona dose di romanticismo sono gli ingredienti di ‘Cinquanta Sfumature di Rosso’. Il film diretto dal talentuoso James Foley, già regista di ‘Cinquanta Sfumature di Nero’, e distribuito da Universal Pictures, chiude il cerchio della trilogia dei film campioni di incassi al botteghino, tratti dai romanzi bestseller di E. L. James con non pochi colpi di scena e rivelazioni di un passato velato da torbidi e inquietanti misteri. La love story fra Anastasia Steele (Dakota Johnson) e Christian Grey (Jamie Dornan) sembrerebbe destinata a risolversi in una bella favola fra ville miliardarie, abiti da sogno e frisson degni del più malizioso talamo coniugale animato da brividi e piaceri proibiti. Ma sulla felicità dei due amanti, stregati dal fascino di Parigi e attratti dal miraggio di una serena vita insieme dopo il matrimonio, sembra allungarsi l’ombra di un pazzo, Jack Hyde (Eric Johnson) l’inquietante ex capo di Anastasia al Seattle Independent Publishing (nel film SIP) che ha tentato di sedurla e aggredirla e continua a turbare la pace della coppia. Nel cast ritroviamo Rita Ora nel ruolo di Mia sorella di Grey, il premio Oscar Marcia Gay Harden che nel film è Grace Trevelyan, la madre adottiva di Christian, Luke Grimes nei panni di Elliot fratello di Mister Grey. Il film segna una evoluzione inevitabile nel rapporto di coppia fra Ana e Grey che appaiono sicuramente più maturi: sì ai giochi erotici disciplinati da regole ma no a un’assoluta posizione dominatrice di Christian che si sente provocato e sfidato dalla sua compagna. D’altra parte Ana si mostra più decisa, tenace, consapevole delle sue scelte e più coraggiosa che nei 2 precedenti film del 2015 e del 2017. Anche Grey interpretato da Jamie Dornan, l’attore sex symbol definito ‘la versione maschile di Kate Moss’ e che sarà di nuovo sul grande schermo nel ruolo di Will Scarlet nel nuovo adattamento per il cinema di ‘Robin Hood’, appare tormentato e protettivo, spesso in preda a dubbi e gelosie ma sicuramente sempre un gentleman anti-macho, combattuto fra la sua passione egoistica per una vita galante da libertino e la voglia di mettere su famiglia. Il glamour e la vibrante carica erotica di alcune scene piccanti convivono con una nuova concezione della femminilità e di una carnalità romantica nella rappresentazione dell’evoluzione di un’Anastasia che aldilà di qualche possibile dubbio, generato dalle ultime polemiche contro il sessismo e lo sfruttamento del corpo femminile, afferma un orgoglio e una libertà di autodeterminazione della propria bellezza che non offre nel complesso fianco a critiche. Finché si tratta di un gioco in cui i ruoli sono condivisi e in cui le regole propendono per una parità nelle rispettive condizioni, che senso ha fare del moralismo? E’ un romanzo e come tale non dovrebbe offendere la coscienza di nessuno, tanto più del pubblico femminile, perché il film è a tutti gli effetti una storia d’amore fra simili. E allora buona visione.

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Cinecult: The Post di Steven Spielberg

Ci sono momenti storici in cui anche gli artisti, e fra questi naturalmente anche i cineasti, sono chiamati ad assumere una posizione netta per quanto radicale e coraggiosa, su temi cruciali per la salvaguardia dell’integrità della democrazia nel proprio paese. E’ il caso di ‘The Post’ l’ultimo capolavoro di Steven Spielberg che dirige per la prima volta i due premi Oscar Meryl Streep e Tom Hanks nei ruoli rispettivamente di Catharine Graham e Ben Bradlee, la prima prudente editore e il secondo cinico direttore del quotidiano ‘The Washington Post’ nel 1971. Il film distribuito da 01 Distribution Rai Cinema S.p.A. e candidato a 2 premi Oscar, per il miglior film e la miglior attrice protagonista (Meryl Streep), affronta e ricostruisce la bufera che investì la Casa Bianca e l’opinione pubblica americana dopo la pubblicazione nel’71 prima da parte del ‘New York Times’ e poi dal ‘The Washington Post’ dei cosiddetti ‘Pentagon papers’ una relazione top secret di 7.000 pagine commissionata dall’ex ministro della difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood nel film) che svelava segreti e misteri sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam a una nazione prostrata dall’oneroso contributo in termini di risorse finanziarie e vite umane, alla partecipazione americana al conflitto. Ben quattro presidenti fra i quali Kennedy, Truman, Johnson, Eisenhower, per non contare Richard Nixon che governava l’America all’epoca dello scandalo, avevano insabbiato una serie di decisive informazioni politiche sulle reali motivazioni dell’intervento militare in Vietnam e i suoi retroscena celati al Congresso e al popolo americano. E questo testo, presentato come uno studio del Pentagono, viene segretamente riprodotto e divulgato alla stampa dall’osservatore e studioso Daniel Ellsberg (un convincente Matthew Rhys) che in Vietnam aveva visto con i suoi occhi quanto la situazione già nel 1965 fosse destinata a precipitare e che l’esercito degli Stati Uniti non avrebbe mai vinto il sanguinoso conflitto. E così, sullo sfondo di un’America che in un certo senso può ricordare quella di oggi all’epoca di Trump dove, per usare le parole dello stesso Spielberg “la verità è sotto attacco soprattutto a causa della disinformazione”, nel film si combatte una dura lotta per l’emancipazione della stampa indipendente dall’ipocrisia e dalla volontà liberticida dell’establishment politico. Se i giornali che vogliono pubblicare (e poi di fatto pubblicano) i ‘Pentagon papers’ vedono l’ingiunzione di Nixon ai tribunali per impedire la rivelazione dei documenti secretati come la violazione del primo emendamento della costituzione americana che garantisce la libertà di stampa, oggi in America il governo non ricorre più ai tribunali ma alle fake news e alla manipolazione dei mezzi d’informazione per le sue mistificazioni e la sua comunicazione strategica. Il film è uno straordinario atto di impegno civile da parte di Spielberg che realizza un thriller politico vibrante di passione e dinamismo, anche nelle inquadrature così grintose e originali, quasi ‘aggressive’, che riprendono i personaggi sotto le più varie angolazioni per valorizzare la tensione che pervade il film. Un film che esalta anche la presa di posizione e l’evoluzione psicologica di una delle prime donne al potere in America, la Graham, che deve misurarsi con il suo testardo direttore, Bradlee, che da cacciatore di notizie un po’ spietato si trasforma in un professionista della libera informazione alla ricerca della verità. Perché in realtà, come recita la motivazione della sentenza della corte suprema che decise sul caso della rivelazione dei ‘Pentagon papers’ nel’71, “la stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governatori”. Parole sante.

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Saul Nanni: il bel tenebroso

C’è chi lo paragona a River Phoenix chi, invece, a un esordiente Leonardo Di Caprio, per il suo aspetto da bello e maledetto e i suoi ruoli tosti e intensi. A soli 18 anni, Saul Nanni – che ha cominciato giovanissimo e ha alle spalle anche ruoli cinematografici accanto ad attrici come Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno, oltre al grande successo della serie TV, Alex & Co, della Disney, dove recitava accanto al suo fedele amico Federico Russo – ha al suo attivo un film televisivo in uscita, Il fulgore di Dony, di Pupi Avati che, come ama sottolineare, gli ha insegnato a «cercare la verità e essere credibile quando recito» e, prossimamente, uscirà sempre sul piccolo schermo con, Non dirlo al mio capo, accanto a Vanessa Incontrada. Apparentemente algido, con i suoi occhi di ghiaccio – si divide fra Nord e Sud, Bologna e Roma – Saul è in realtà un ragazzo solare, amante delle spiagge della California, dove ha vissuto per sei mesi, «un’esperienza che consiglio a tutti». Il giovane attore ha un profilo Instagram seguito da 700mila followers.

Che ne pensi degli influencer e come gestisci la tua relazione con i social? Influencer è una definizione un po’ generica, non credo di “influenzare” chi mi segue, ma mi piace pensare di avere un profilo interessante. Non amo postare momenti della mia intimità e, da qualche tempo, ho abolito i selfie, perché, per me, non funzionano.

Il social del futuro?
Sicuramente Instagram, perché è il più intuitivo e accessibile e comprende tutte le funzioni di un social network. Credo che, nel futuro, il potere dei social media crescerà sempre di più. È uno strumento di comunicazione che va usato con saggezza, senza lasciarsi trasportare troppo dalla visibilità che offre, che comunque sicuramente mi ha aiutato anche nel lavoro, sebbene speri di essere apprezzato più come attore.

Capo must-have?
Il pullover a collo alto e poi mi piace vestirmi per le occasioni eleganti. La moda mi piace. Sono stato in prima fila a una sfilata di Emporio Armani.

Sogni nel casetto?
Recitare a Hollywood, diretto da Ridley Scott e Quentin Tarantino.

Photo| Davide Musto
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Charlotte Hardy per Simone Belli Agency
Location| Radisson Blu Es Hotel Roma
Saul Nanni wears Total look Paul Smith

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Altaroma manda in pista le giovani leve del Made in Italy

Mai come in questa sua ultima edizione Altaroma ha saputo esaltare la creatività e il dinamismo dei giovani talenti come riserva di energia creativa per il futuro del Made in Italy. Grande novità per l’edizione di gennaio 2018 è stato il debutto del progetto ‘Showcase’ nato in collaborazione con ICE Agenzia e che, come ha affermato Silvia Venturini Fendi, presidente di Altaroma, costituisce “un nuovo strumento di promozione mirato alla vendita e al business”. Con questa valida iniziativa durante i 4 giorni della fashion week capitolina 40 brand emergenti con non più di 10 anni di attività, selezionati con bando pubblico da ICE Agenzia e da Altaroma, hanno presentato le loro collezioni di ready-to-wear alla stampa di settore e soprattutto ai buyer italiani e stranieri, sfruttando un’occasione unica di visibilità e di business. “Con Altaroma abbiamo tracciato un percorso di internazionalizzazione per i marchi giovani che vedrà Showcase anche all’estero durante le fashion week a cominciare da Parigi”, ha fatto sapere il presidente di ICE Agenzia Michele Scannavini. Fra i vari brand in vetrina a Showcase anche Gilberto Calzolari che propone una donna ladylike, elegante, contemporanea e orientaleggiante in tessuti sperimentali, e il modernismo sensuale di Greta Boldini il brand disegnato da Alexander Flagella che ha anche sfilato all’interno del Coin Excelsior con piumini di velluto a chevron, abiti a vita alta dalle costruzioni sapienti, tinte accese e vibranti e bluse romantiche dagli scolli generosi. In generale fra le sfilate, le presentazioni e gli eventi che hanno animato la sezione ‘hub’ banco di prova degli stilisti emergenti e ‘in town’ in cui la capitale si è aperta alla moda con vari happening, la manifestazione di fine gennaio ha registrato un upgrading nella qualità e nella varietà delle proposte in calendario. Cuore della kermesse è stato il Guido Reni District, un’ex caserma riqualificata come contenitore di eventi culturali, accanto al Maxxi e alla Galleria Nazionale di Arte Moderna che ha ospitato ‘A.I. Artisanal Intelligence’ a cura di Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques con un focus sugli ultimi 50 anni di ricerca e creatività fra moda e cultura sociale, coinvolgendo gli studenti di varie scuole di moda italiane fra cui anche lo IED che hanno riletto il fermento degli anni della rivoluzione giovanile con soluzioni originali e contemporanee. Fra le novità di gennaio anche l’esordio in pedana a Roma del giovane brand Act N°1 vincitore di “Who Is On Next? 2017” fra suggestioni orientali ed echi grunge anni’90. Viene dall’Oriente, e in particolare dall’Iran Narguess Hatami, stilista di Miahatami che si è ispirata ai cappotti militari iraniani combinati con forme soft, maglieria e tessuti dalle stampe preziose. In calendario da segnalare anche le trasgressive fogge dei modelli di Sadie Clayton, designer britannica che a Villa Wolkonsky ha portato in pedana modelle ‘diverse’ per età, taglia, abilità ed etnia. Sempre più osservatorio internazionale sulle nuove tendenze del mondo fashion Altaroma ha accolto nuovamente le proposte d’avanguardia ed estrose degli esponenti del collettivo creativo ‘Portugal Fashion’ ma anche il gusto dei contrasti fra maschile e femminile di Soocha disegnato dalla coreana Soojung Cha che opta per il patchwork e per inedite stampe floreali. Marianna Cimini convince con i suoi abiti coulisse e i crop top in eco pelliccia stampata come nuova tela laddove Davide Grillo è catturato dall’idea di un Eden imperfetto. Da segnalare anche le fantasie dagli accenti esotici dei capi firmati Gentile Catone e le t-shirts di wearable art presentate da MANINTOWN con un evento speciale che riproducono i ritratti fotografici e alcune opere dell’artista Francesca Galliani ispirate al transgenderismo e alla bellezza di soggetti ‘diversi’.

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IED Roma con SINsation rivisita il passato con gli occhi del futuro

Cover_Courtesy of IED

Un ponte fra passato e contemporaneità per dare vita ad abiti non più solo da portare ma fatti per sognare in un percorso creativo che rompe gli schemi della solita passerella per mettere in scena un evento dal sapore sperimentale nato dall’interazione fra fashion styling, arti visive e nuove sonorità. Tutto questo è SINsation, l’happening che IED Roma ovvero la branch romana dell’Istituto Europeo di Design ha messo in scena nella sede di via Alcamo a Roma durante l’ultima fashion week di Altaroma. Un appuntamento suggestivo con un progetto di 24 giovani creativi, gli studenti del terzo anno del corso triennale di fashion stylist and editor artefici di altrettanti outfit maschili e femminili, che hanno collaborato con gli studenti – nuove leve della scuola di arti visive autori di un video proiettato durante l’evento e con i giovani sound designer di IED Roma che hanno composto la colonna sonora dello show. Risultato: una rivisitazione con un’ottica sbarazzina e audace in chiave rock, glamour e street di alcuni costumi e abiti storici provenienti dall’archivio della prestigiosa sartoria teatrale e cinematografica Annamode selezionati da film importanti: da Marie Antoinette a La Danseuse, da Wolfman a Ridicule fino ai costumi dell’opera lirica La sonnambula e tanti altri ancora. “L’idea è quella di smitizzare la formula rituale dell’evento – sfilata promuovendo una autentica interazione fra creativi di varia estrazione perché la moda è un’esperienza totalizzante, il tutto nel segno di una interdisciplinarietà che ci contraddistingue come scuola e vivaio di giovani talenti – spiega Nerina Di Nunzio, direttore IED Roma – SINsation è la crasi fra sin(peccato) e sensation (sensazione, esperienza) ovvero desacralizzazione di abiti mitici appartenenti a un archivio con 70 anni di storia perché qui a IED Roma ci sentiamo un po’ peccatori, trasgressivi, quasi blasfemi”. E così nei saloni della sede di via Alcamo prende vita l’evoluzione di un’icona della storia della moda, Maria Antonietta che si corica regina a Versailles e si risveglia protagonista di una favola dark. Un mix audace fra la sontuosa regalità di sete, broccati e velluti e di taffetas plissettati – un tripudio di corsetti, piccoli panier, cappe preziosamente ricamate e marsine – e dall’altra calze a rete gioiello, marsupi, pratici borsoni, felpe, vernici, jeans semi distroyed e tocchi androgini appartenenti al dress code delle giovani generazioni. “Volevamo valorizzare per una volta la vena creativa e il gusto dei nostri giovani fashion stylist che si sono divertiti a dissacrare Maria Antonietta in chiave gotica partendo da una loro selezione di capi d’archivio di Annamode – ha spiegato Paola Pattacini, art director dell’evento e direttore moda di IED Roma – d’ora in poi dedicheremo all’area di fashion styling il nostro progetto creativo in calendario nell’edizione di Altaroma di gennaio mentre i giovani aspiranti fashion designer saranno protagonisti dell’evento della scuola a luglio”. Finora il corso triennale per fashion stylist and editor di IED Roma è l’unico iter formativo della capitale nel suo settore didattico ad essere riconosciuto dal MIUR. Made in Italy, sostenibilità, innovazione e fatto su misura sono i temi focali di un nuovo percorso formativo proposto da IED Roma, il master in comunicazione e marketing per la moda che partirà a marzo 2018 con frequenza weekend.

Credito Photo Francesco Ormando
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DI-VI-NA, per vocazione star di Riccardo Castagnari

Credito cover_Marco Marassi

Nella realtà come sul palcoscenico nulla è come appare. Lo sa bene Alex protagonista di ‘DI-VI-NA, per vocazione star’, uno spettacolo in sapiente equilibro fra dramma e commedia scritto, diretto e interpretato dall’attore e drammaturgo Riccardo Castagnari, in scena all’Off/Off Theatre di Roma in via Giulia fino al 4 febbraio. Alex si esibisce come drag-queen col nome di DI-VI-NA nei locali gay cantando e intrattenendo il pubblico con il suo linguaggio colorito e il suo humour al vetriolo. Una sera arriva sul palcoscenico in ritardo vestito di tutto punto per esibirsi in scena con guêpière e tacchi a spillo ma decide di andare a ruota libera, lontano dagli stereotipi della solita drag-queen. E così con uno stato d’animo pensoso ma anche spumeggiante ed euforico offre a un pubblico trasversale e compiaciuto uno spettacolo vibrante e intenso e anche molto autentico in cui si racconta senza filtri. Uno spaccato di vita che pur abbracciando tematiche tipicamente queer in realtà fa breccia nel cuore di tutti perché parla di vita, di amore, di speranze, di sesso e di problemi sociali come il bullismo, o di temi profondi come la religione vissuta come fede intima senza ipocrisie. E anche se usa un linguaggio che i benpensanti potrebbero definire ‘volgare’ DI-VI-NA sa di essere nel giusto affermando la sua diversità come fonte di libertà, perché, per usare le sue parole “io non sono volgare, sono diretto, la vera volgarità è l’ipocrisia e la menzogna”. Una drag singer piena di saggezza che dà lezioni di vita narrando le sue complesse e a tratti dolorose esperienze che lo hanno arricchito e rafforzato interiormente, in un racconto proposto come una informale chiacchierata con il pubblico, deliziato da canzoni attinte a piene mani al repertorio camp e interpretate storicamente da Gloria Gaynor, Judy Garland, Aretha Franklin e Madonna solo per citare alcune delle icone in cui DI-VI-NA si trasforma sul palcoscenico con costumi sontuosi e scenografici cantando accompagnato dalle note del pianista Andrea Calvani. Noto al pubblico fra l’altro anche per il successo di ‘Marlene D. The Legend’ in cui si cala nei panni della grande Marlene Dietrich, uno spettacolo premiato in Francia che viene portato in scena da 17 anni, Riccardo Castagnari dimostra un talento acrobatico e poliedrico, dividendosi fra parole e musica con estrema disinvoltura per dare vita a uno storytelling dagli inediti risvolti esistenziali, carico di pathos e di lucida ironia e che riserva una clamorosa sorpresa nel finale. Una bella prova autoriale che convince ed emoziona, che fa sorridere e pensare.

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Cinecult: Ella & John di Paolo Virzì

Una botta di vita, una fuga per la libertà carica di sense of humour ma anche di pathos per prendere le distanze da malattie e problemi in un’America densa di contraddizioni che nel 2016 affrontava la campagna per le presidenziali destinate a portare Donald Trump nella sala ovale. Si può trovare questo e molto altro ancora nell’ultimo, intenso film di Paolo Virzì ‘The Leisure Seeker’ tratto dall’omonimo romanzo di Michael Zadoorian e che in Italia è appena uscito con il titolo ‘Ella & John’. Il film, presentato all’ultimo festival di Venezia e distribuito da 01 Distribution-Rai Cinema è un road movie pieno di sorprese e colpi di scena, vitale e romantico girato con tutta la sensibilità, la capacità di penetrazione psicologica e il fine umorismo del regista de ‘Il capitale umano’ e de ‘La pazza Gioia’ che ha valso al talentuoso cineasta italiano un meritatissimo David di Donatello per la regia. Lavorando alla sceneggiatura insieme a un valido team comprendente anche Francesca Archibugi, Virzì ha tradotto per il grande schermo la storia della fuga dei due anziani coniugi Spencer Ella (una strepitosa e carismatica Helen Mirren) e John (un Donald Sutherland sempre a suo agio in ogni ruolo, versatile e istrionico) professore di letteratura inglese in pensione, entrambi affetti da malattie gravi ma pronti a mollare casa e i figli ormai adulti, Will e Jane, per salire a bordo del loro epico camper anni’70 ‘Leisure seeker’, letteralmente ‘il cerca svago’ con cui quando erano ancora giovani i due protagonisti portavano in vacanza i figli. Partendo dal Massachusetts i due si dirigono verso la Florida con destinazione Key West per visitare la residenza di Ernest Hemingway, vero e proprio idolo letterario di John, che ne cita in continuazione frasi e massime. Una fotografia piena di naturale respiro e di bellezza e inquadrature gestite al meglio anche nello spazio angusto del camper impreziosiscono un film che nobilita il valore della memoria che Ella vorrebbe disperatamente far ritornare al marito, il quale, negli anni, le ha celato alcune circostanze delicate della loro relazione. Tenerezza e forza, ma anche vitalità e voglia di godere la vita attimo per attimo, caratterizzano le coraggiose e spesso esilaranti peripezie sul viale della memoria e in parte della nostalgia dei due protagonisti, che sfidano l’ineluttabile passare del tempo, l’ormai sopravvenuta fragilità e il dolore fisico, per assaporare qualche momento di felicità e continuare a vivere in simbiosi come hanno sempre fatto, condividendo gioie e sofferenze di una lunga vita insieme. Virzì si conferma formidabile nel dosare sapientemente il dolce e l’amaro, il tragico e il comico, in un intreccio di emozioni che, con tocco garbato, lasciano il segno e fanno sorridere e riflettere per i loro risvolti di sublime umanità e autenticità.

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Il nuovo menswear di Milano vive nel segno di un caos calmo

Se è vero che il tempo è un fiume che scorre dal passato e come scrive Zygmunt Bauman nel suo volume ‘Retrotopia’ “ il futuro è finito alla gogna e il passato è il luogo in cui le speranze non sono state ancora screditate” allora l’ultima fashion week maschile milanese per l’inverno 2018-19 ha colto nel segno. In un mondo dominato dal caos digitale in cui selfie e pensieri privati si affastellano in un unico contenitore che è il nostro presente a portata di smartphone, meglio optare per l’ibridazione fra memorie di archivio e il nuovo hi-tech che però flirta sempre con formule vintage. Il tutto nel segno di un caos calmo sospeso fra anarchia creativa e nuovo classicismo sartoriale. Mentre fuori dalle location delle sfilate e delle presentazioni, il pubblico delle passerelle sfoggiava completi sartoriali sotto capospalla estremamente sportivi, dal piumino al parka fino all’eschimo, vero must di stagione, in pedana si delineavano le nuove tendenze. Che poi sono i valori estetici che da sempre definiscono l’identità delle griffe. Al Metropol da Dolce&Gabbana è di scena la favola intrisa di nostalgia e romanticismo che fa pensare al film ‘The greatest showman’ e anche al romanzo ‘Il piccolo principe’ con modelli reclutati fra artisti, musicisti e rampolli di attori e rockstar e putti che reggono corone, cappotti con martingale di pelliccia e marsine ricamate d’oro: una fantasmagoria decorativa. A un decorativismo nuovo di zecca ma sempre legato al retaggio del passato, in questo caso gli anni’90 del brand, sembra essersi ispirata anche Donatella Versace che negli ambienti impreziositi da lampadari di cristalli e stucchi dorati del Circolo del Giardino dove Versace ha sfilato nel 1985, ha mandato in scena una collezione perfetta per chi ha voglia di comfort sontuoso fra cappotti, piumini, camicie, felpe, completi a quadri, accessori ricercati e voluttuosi maxi o formato bonsai il tutto formulato nel linguaggio vibrante e prezioso del velluto. Velluto principesco, barocco da Versace, essenziale e neoclassico, con una rivisitazione dei divi di Hollywood anni’40 per Giorgio Armani che ha firmato una delle sue collezioni più riuscite esaltando la sensualità della silhouette con una gestualità morbida e radiosa. Perché il velluto capta la luce e si accende di mille riflessi. Sembra velluto ma è montone rovesciato con le doppie F stampigliate a contrasto il capo cult disegnato da Silvia Venturini Fendi per la collezione maschile da lei disegnata per la griffe Fendi. La vita imita l’arte e allora l’artista digitale Hey Reilly ha creato per il dinamico uomo di Fendi che si muove e viaggia instancabilmente, mosaici digitali di motivi ornamentali di archivio proiettando nel futuro il look ludico e ironico dello heritage della maison. Ritorno alle radici e a una linea creativa vincente che ha eroso i canoni della divisa borghese per un novo comfort è lo statement di Miuccia Prada che ha consacrato il nylon come fulcro della nuova collezione maschile ambientata per la prima volta in un magazzino industriale vicino ala Fondazione Prada. La stilista ha chiesto a Rem Koolhaas, Ronan & Erwan Bouroullec, Herzog & de Meuron e Konstantin Grcic di rileggere il nylon, icona della maison, attraverso quattro creazioni, due capi d’abbigliamento e due accessori, puntando su soluzioni funzionali per un uomo che vive il proprio presente in un’ottica giocosa e austera laddove il minimalismo diventa l’elaborazione colta e concettuale del disordine estetico della nostra epoca ma senza alcuna astrazione. Da segnalare la raffinatezza e la ricerca fra indoor e outdoor di Alessandro Sartori per Ermenegildo Zegna Couture, il look scanzonato e irriverente molto genderless e fetish-chic di Jeremy Scott per Moschino che ha mandato in pedana con il menswear anche la pre collezione donna per l’inverno 2018, il dandismo sofisticato di Etro che quest’anno spegne 50 candeline, lo sportswear di lusso di Lee Wood per Dirk Bikkembergs memore dell’Olanda e lo charme onirico delle creazioni di BIUU, brand di Shanghai fondato a Parigi nel 2016 dallo stilista e imprenditore cinese Wu Hao.

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Cinecult: Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott

“Tutto ha un prezzo. Lo scopo della vita è venire a patti con quel prezzo”, parola di Jean Paul Getty, il leggendario petroliere descritto magistralmente nell’ultimo film di Ridley Scott ‘Tutti i soldi del mondo’. Distribuita da Lucky Red e candidata a tre Golden Globe, la pellicola del grande regista che ha firmato capolavori come ‘Blade Runner’ e ‘Thelma e Louise’ porta sul grande schermo le trame e i retroscena di un episodio di cronaca raccapricciante del 1973: il rapimento in Italia da parte della ‘ndrangheta calabrese di John Paul Getty III, nipote prediletto del magnate del petrolio raffinato collezionista di opere d’arte e uomo d’affari senza scrupoli. Nel film lo interpreta un grandioso Christopher Plummer che incarna senza pari l’avidità e la spregiudicatezza del grande tycoon americano : un uomo duro e ambizioso che credeva di essere la reincarnazione dell’imperatore Adriano e sognava di fare della sua famiglia una dinastia. Dei suoi 14 nipoti John Paul Getty III(un efebico e inquietante Charlie Plummer davvero convincente nella parte) era quello che secondo il ricchissimo nonno doveva subentrargli sul trono del suo impero. Ma all’inizio Getty senior pensò che il sequestro del nipote a Roma fosse solo uno scherzo architettato dal ragazzo, un po’ testa calda e ribelle- cresciuto con un padre debole e tossicodipendente e una madre dai saldi principi, Abigail interpretata da una formidabile Michelle Williams- con lo scopo di trarne dei benefici economici. Ma aldilà dei sospetti della polizia italiana sulle Brigate Rosse i cui esponenti dell’epoca conoscevano bene il ragazzo rapito, in realtà il sequestro fu messo in atto dalla mafia calabrese che portò il ragazzo a Fiumara. La vicenda, ricca di colpi di scena e di momenti mozzafiato anche leggermente cruenti, vede contrapposti a Fletcher Chace ex agente della CIA e mediatore di Getty impersonato da un testosteronico e spesso contraddittorio Mark Wahlberg prima la madre del ragazzo, Gail, alla quale la Williams ha saputo infondere la grinta e la forza d’animo di una madre moderna che nel film sembra assurgere a eroina dai saldi valori, e poi ‘l’imperatore’ Getty che non credeva nella famiglia né negli esseri umani ma solo nella bellezza delle cose, per lo più opere d’arte la cui innocenza secondo Jean Paul Getty supera quella delle persone. Nell’intrigo delle vicende riccamente sfaccettate e gestite con grande sapienza registica e di sceneggiatura che rielabora il libro ‘Painfully rich’ di John Pearson spicca il lato umano del ‘male’ ovvero il rapitore Cinquanta interpretato con notevole spessore e intensità dal ‘nervoso’ Romain Duris. Il film in parte girato in Italia con un cast che schiera sul set vari attori nazionali-fra gli interpreti anche Marco Leonardi, Francesca Inaudi, Giulio Base e Nicolas Vaporidis-si presenta particolarmente suggestivo per la vibrante magniloquenza espressiva di Scott che si traduce nell’efficace luminismo e nell’uso espertissimo e sottile dell’inquadratura e per il talento degli attori, tutti perfettamente calati nei loro ruoli drammatici ma emblematici di una saga familiare che è rimasta un caso mediatico internazionale. Un film affascinante, chiaroscurale, denso di energia da thriller con interessanti risvolti umani come quelli del mitico Jean Paul Getty, rappresentato come un ‘taccagno’ dall’inestimabile patrimonio, che è anche un po’ il simbolo di una certa plutocrazia americana e della sua etica attuale.

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Cinecult: Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani

Foto di Claudio Iannone

A volte succede che due mondi apparentemente inconciliabili finiscano per incontrarsi. Proprio come nel nuovo film di Riccardo MilaniCome un gatto in tangenziale’, commedia romantica dallo sfondo sociale distribuita da Vision Distribution. Giovanni (l’esilarante e cerebrale Antonio Albanese), agiato professionista che di mestiere lavora in un serbatoio di pensieri un ‘think thank’ progressista impegnato nella riqualificazione delle periferie urbane, vede la sua vita improvvisamente sconvolta dall’incontro travolgente con l’esuberante Monica (una brillante e poliedrica Paola Cortellesi) che lavora come cameriera in una mensa per anziani, rassegnata a una vita di sacrifici e lotte quotidiane con un ambiente molto duro. Lui imborghesito sempre in giacca e cravatta, amante delle spiagge silenziose di Capalbio vive nel centro di Roma separato dalla moglie Luce (Sonia Bergamasco) snob e fintamente progressista che coltiva lavanda per trarne essenze in Provenza. Lei la ‘coatta’ coperta di tatuaggi e fan delle canotte vistose e dei pareo maculati, che vive nella periferica Bastogi alle porte di Roma, un ‘forte apache’ di borgata popolato da una pittoresca umanità. Suo figlio adolescente Alessio (Simone De Bianchi) ha intrecciato una relazione con la figlia di Giovanni Agnese (Alice Maselli). Né Giovanni né Monica, condizionati dai pregiudizi di classe, caldeggiano questa unione interclassista che è destinata a durare secondo i due genitori ‘Come un gatto in tangenziale’. Ma i colpi di scena non mancheranno e in un tourbillon di gag e un crescendo di vis comica i due protagonisti adulti scoprono mondi diversi e maturano convinzioni nuove sul rapporto possibile e auspicabile fra un ragazzetto di borgata con due zie gemelle cleptomani amanti del programma ‘Storie maledette’ e un padre Sergio (Claudio Amendola) in galera per lesioni e dall’altro una ragazza dei quartieri alti cresciuta in una famiglia apparentemente tollerante e aperta al confronto con persone di razze e ceti sociali molto diversi. Il film, che si risolve in una storia d’amore, si ispira a vicende realmente vissute dal regista che ha scoperto Bastogi per sue esperienze personali prima di ambientarci il suo film, offre oltre a tante sane risate anche molti spunti di riflessione sulla profondità e l’autenticità di certi valori come egualitarismo, democrazia, integrazione e soprattutto ‘contaminazione’. Una contaminazione di cui parla seppur con toni diversi e più drammatici anche il recente film ‘Il contagio’ tratto dall’omonimo romanzo di Walter Siti. Qui nel film di Milani si ride e si pensa anche in parte alla crisi di certa intellighenzia di sinistra che si professa paladina della diversità e del confronto. Ma l’ironia poi non sconfina mai nella polemica politica, valorizzando invece la grande umanità dipinta con un retrogusto neo-realista dei due protagonisti, bravissimi, ormai collaudata coppia comica dopo il successo del precedente film di Milani ‘Mamma o papà?’.

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Cinecult: The Greatest Showman di Michael Gracey

“L’arte più nobile è quella di rendere gli altri felici”, parola di Phineas Taylor Barnum, l’uomo che in piena epoca vittoriana ha rivoluzionato la storia dell’intrattenimento lanciando l’idea progressista del circo con l’effetto socialmente radicale per l’epoca di sdoganare sul palcoscenico soggetti straordinari e borderline, apparentemente deformi e reietti dalla società borghese, assurti con lui ad attrazioni di un pubblico variegato. Nel suggestivo biopic-musicale dedicato a P.T. Barnum, i suoi sogni e i suoi amori, distribuito da 20th Century Fox ‘The Greatest Showman’ diretto magistralmente da Michael Gracey e con un cast stellare-il gentleman Zac Efron, la bionda Michelle Williams, l’atletica Zendaya e una Rebecca Ferguson dalle fulve chiome-il divo Hugh Jackman appare perfettamente a suo agio cantando e danzando agile come un performer di Broadway, nei panni del protagonista, inventore del ‘più grande spettacolo del mondo’. Il film che si è già aggiudicato tre candidature ai Golden Globe 2018 racconta le alterne vicende e le lotte di un uomo visionario che con le sue idee folli e anticonvenzionali fece dell’arte di far sorridere la gente un business. Coraggioso e provocatorio, ma anche romantico e sognatore, Barnum con il suo circo, prima in un edificio e poi sotto un tendone a New York, con la sua vibrante energia positiva da autentico innovatore diede un ruolo, una coscienza e un’identità a una serie di personaggi emarginati nella vita reale che uscirono dall’oscurità grazie a lui per brillare come falene sotto le luci della ribalta: dalla donna barbuta all’uomo lupo, dal nanetto promosso a generale napoleonico all’uomo più grasso del mondo, l’uomo tatuato e i trapezisti più agili che la storia ricordi solo per citarne alcuni. Di umili origini, figlio di un sarto scomparso prematuramente Barnum, sposato con la bella Charity (Michelle Williams) che invece proveniva da una famiglia della upper class e che gli dette due figlie, mirò sempre molto in alto alla ricerca di un riscatto sociale e del consenso di quel mondo élitario che lo aveva sempre rifiutato. Per questo decise di portare in tour per farla conoscere in America e nel resto del mondo la bella cantante Jenny Lind (una straordinaria Rebecca Ferguson) ribattezzata ‘l’usignolo svedese’ che gli valse il plauso dell’alta società. Diverso fra i diversi, criticato dalle masse e bersaglio prediletto della stampa bacchettona, Barnum dimostrò all’establishment conservatore e classista che la posizione sociale di un uomo non è determinata tanto dal censo quanto dalla sua fervida immaginazione. Del resto la sua carriera nello showbiz si svolse in America il luogo dove ogni sogno si può avverare e i visionari possono esprimersi in libertà e senza tabù. Il film è una sfolgorante apoteosi di una dimensione immaginifica e straordinaria dell’intrattenimento dove tutto è possibile, fra magnifiche coreografie, soundtrack da cardiopalma e abbaglianti luccichii di cristalli –Swarovski ha contribuito in parte alla realizzazione dei magniloquenti abiti di scena creati dalla formidabile costumista Ellen Mirojnick-accanto a momenti di struggente e intenso romanticismo come l’idillio contrastato fra Phillip Carlyle (un talentuoso Zac Efron) socio di Barnum e rampollo di una famiglia facoltosa e la povera ma bella Anne Wheeler (Zendaya che rimarrà un’icona con il suo body lilla scintillante) reclutata da Barnum fra le trapeziste. Una curiosità: il motivo musicale ‘This is me’ cantato dall’intero cast del film e scritto dagli stessi parolieri di ‘La La Land’ potrebbe essere fra le canzoni favorite agli Oscar 2018 per la ‘miglior canzone originale’. Lasciatevi conquistare dalla passione contagiosa di un film che è un inno alla gioia, ai sogni e alla libertà di cambiare.

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Cinecult: l’ora più buia di Joe Wright

Cover_Courtesy of Universal Pictures

Un Churchill così non si era mai visto: dall’intimità più umoristica che lo dipinge come una macchietta in vestaglia rosa a fiori e con i piedi nudi alla fierezza del suo lato pubblico da ‘leone’ con tutta la sua magniloquente energia e la sua tempra sanguigna, la sua umanità e i suoi mille dubbi nel portare l’Inghilterra a schierarsi con la Francia nel maggio del 1940 fortemente convinto del valore della resistenza per combattere il comune nemico, Adolf Hitler. Questo e molto altro ancora nella bella pellicola storica ‘L’ora più buia’ (The Darkest Hour) diretta da Joe Wright, regista premiato ai Bafta e distribuita da Universal Pictures con Gary Oldman candidato all’Oscar in splendida forma nel ruolo del grande Winston Churchill, coraggioso e caparbio nelle scelte e nominato primo ministro il 9 maggio 1940 dopo Neville Chamberlain (Ronald Pickup), che nel frattempo era condannato a un infausto destino per via del suo cancro incalzante. Nei giorni in cui il dittatore tedesco stava per invadere la Francia Churchill, pur essendo un personaggio poco popolare in Parlamento per via delle sue trascorse vicissitudini di Gallipoli, doveva formare necessariamente un governo di coalizione per far fronte all’emergenza di un’invasione dell’Inghilterra da parte delle truppe naziste. Brusco e irruento, ma anche saggio e facondo oratore, Churchill che aveva il peso del mondo sulle sue spalle in quelle ore disperate, deve convincere della validità della sua strategia di governo il re che non lo aveva mai perdonato per aver approvato il matrimonio del fratello con Wallis Simpson e che era inizialmente favorevole alla linea diplomatica morbida e aperta a trattative di pace con Hitler portata avanti dal Visconte di Halifax(interpretato da Stephen Dillane). Churchill è affiancato dalla sua ‘roccia’, la sublime Kristin Scott Thomas che si cala con disinvoltura nel ruolo di Clemmie Churchill, la moglie del primo ministro che alla vita pubblica del marito aveva sacrificato la sua sorte di donna amata ma anche trascurata, Churchill cerca disperatamente di salvare dalla furia nazista le truppe inglesi di fanteria accerchiate dal nemico a Dunkerque, 300.000 uomini sacrificando purtroppo i 4.000 soldati della guarnigione stanziata a Calais: fra questi, vittime di avverse e tragiche circostanze c’è anche il fratello di Elizabeth Layton, segretaria di Churchill, timida, fragile ma anche decisa interpretata da Lily James, attrice di grande talento. Il film coglie tutto l’arco delle sfumature emotive del grande statista che credeva nel coraggio di essere sé stessi e nelle proprie idee. Memorabile la scena girata in metropolitana in cui il capo del governo si rende conto del favore popolare alla sua linea dura contro il nemico Hitler. La storia gli ha dato ragione e ha premiato il suo carattere indomabile e la sua incapacità di dominare le emozioni, apparente difetto ereditato dal padre che ha modellato la sua personalità rendendolo un colosso. Film interessante e avvincente per chi vuole scoprire i risvolti più ‘mondani’ e concreti di un personaggio titanico della storia universale e la sua profonda carica umana.

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Cinecult: La ruota delle meraviglie di Woody Allen

Una storia di emozioni e passioni dal sapore nostalgico e dal retrogusto tragicomico ambientata nel parco dei divertimenti e fra le spiagge della Coney Island anni’50 proposta con un’inflessione agrodolce e con grandi personaggi femminili. Nel suo nuovo film ‘La ruota delle meraviglie’ distribuito da Lucky Red e impreziosito dalla vibrante fotografia di Vittorio Storaro, il regista Woody Allen volge lo sguardo al passato, forse a certi miti estetizzanti di Hollywood degli anni d’oro come ad amosfere stile ‘Viale del tramonto’ o ‘Eva contro Eva’ rivissuti in una chiave più ‘terrena’ e meno magniloquente ma non meno intensa emotivamente per raccontare le fragili vite e i destini incrociati di quattro personaggi dalle vite miserande e dai grandi sogni. Questi sono Humpty (in inglese ‘tappetto’ interpretato dal bravissimo Jim Belushi), Ginny, moglie di Humpty (ruolo affidato al premio Oscar Kate Winslet in gran forma), Carolina (la brillante e sensuale Juno Temple resa popolare dalla serie televisiva Vinyl) e il grande sognatore sciupa femmine Mickey (il sex symbol musicale Justin Timberlake). La routine apparentemente tranquilla della vita di coppia di Humpty che beve molto e si divide fra la sua giostra e la pesca, e Ginny che sognava di fare l’attrice e invece lavora come cameriera in una tavola calda afflitta da frequenti cefalee e con un figlio a carico piromane Richie (il piccolo Jack Gore), viene stravolta dalla improvvisa comparsa di Carolina inseguita dagli sgherri dell’ex marito gangster Frankie. Mickey che fa il bagnino sulla spiaggia della pittoresca Coney Island per pagarsi gli studi da scrittore drammatico-sogna di diventare il nuovo Euripide o Eugene O’Neill e con il suo carattere rifà il verso ai seduttori come Clark Gable e Humphrey Bogart-è l’intercapedine amorosa fra Ginny e la figliastra Carolina: la prima, sola e vulnerabile ma ancora voluttuosa nella sua esuberanza valorizzata dalla lingerie d’epoca, rappresenta l’orizzonte realistico della sua vita sentimentale e la seconda, che al contrario di Ginny ha la sua stessa età, incarna il sogno di una vita romanzesca. Ginny, con le sue vicissitudini del turbolento e triste passato-affascinata dal cinema, dal canto e dalla recitazione ha tradito con un attore il primo marito musicista che l’ha abbandonata- è la vera eroina del film, con la sua vita disperata e solitaria e il suo tragico e delirante amore per il giovane Mickey, con il quale vorrebbe evadere dal suo rapporto senza speranza con Humpty. Allen la rappresenta come un personaggio da tragedia greca e insiste sull’incidenza del fato che domina le vite degli esseri umani, un motivo conduttore di molti film del cineasta d’oltreoceano. Il film è divertente e surreale per l’intensità della recitazione dei personaggi travolti e spesso schiavi delle loro passioni, perfino il piccolo Richie che appicca incendi nello studio della sua psichiatra ma non può fare a meno di rubare qualche spicciolo per andare al cinema, passione che condivide con la madre, innamorata delusa e grandiosa nel suo delirio. Notevole il lavoro della talentuosa costumista Suzy Benzinger che ha dovuto reperire migliaia di costumi per le comparse e ha dovuto anche costringere moderni corpi femminili modellati dalla palestra ad adattarsi a costumi e abiti degli anni ’50. Formidabile il luminismo suggestivo di Storaro che dà un tono particolare a ogni scena e ogni ambiente, evocando atmosfere rarefatte e un sensuale romanticismo.

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Cinecult: l’Insulto di Ziad Doueiri

Un diverbio, un incidente apparentemente banale da cui nasce una controversia che finisce per dividere un intero paese diventando ‘un caso politico’. Può accadere tuttora in Libano anche a distanza di trent’anni dalla fine della guerra civile che ha insanguinato il paese perché il Medio Oriente è ancora una polveriera e la guerra è nella mente e nella coscienza della gente. Come conferma il film ‘L’insulto’ diretto dal talentuoso Ziad Doueiri candidato agli Oscar come miglior film straniero e distribuito da Lucky Red. La trama trae spunto da una lite, un fatto realmente accaduto al regista e co-sceneggiatore del film dove il cristiano libanese Toni proprietario di un’officina (Adel Karam) si scontra verbalmente e fisicamente con un profugo palestinese Yasser (Kamel El Basha) capomastro di un’impresa edile. Volano parole pesanti e il dissidio sfocia in un’aggressione fisica. La vicenda finisce in tribunale e dal primo grado si passa all’appello dove l’avvocato del palestinese dovrà fare i conti con l’accusa rappresentata dal padre dell’avvocato difensore. La stampa segue la vicenda appassionatamente, interviene perfino il presidente del paese per attuare una riconciliazione perché il contenzioso rischia di sobillare le due fazioni che si formano durante il processo, i cristiani libanesi e i profughi palestinesi, riaccendendo ostilità apparentemente sopite. Molto intenso, toccante il dualismo umano di Toni e Yasser che a tratti sembra evocare i duelli dei film western mentre Toni nasconde un segreto, una cicatrice psicologica non ancora rimarginata che lo spinge ad agire e a comportarsi con astio. Il regista ha saputo valorizzare nell’intreccio la posizione mediatrice e tollerante delle donne, specialmente quello della moglie di Toni, Shirine (la bravissima Rita Hayek) che contesta al marito l’orgoglio caparbio che non giova al loro rapporto e soprattutto alle sorti della figlia neonata. Per Toni ricevere le scuse di Yasser per l’insulto e le lesioni subite è per usare le sue stesse parole ‘una questione di verità’. Il regista definisce il suo film, che riteniamo molto riuscito anche artisticamente con gli effetti suggestivi legati al gusto dell’inquadratura, della fotografia e delle luci modulate magistralmente, “una ricerca della dignità. Entrambi i protagonisti sono stati colpiti nell’onore e nella dignità. L’insulto è sicuramente ottimista e umano e mostra il percorso che si può intraprendere per raggiungere la pace”.
Una grande prova cinematografica che è anche una lezione di vita e verità su un mondo a noi vicino che ancora soffre i postumi di traumi irrisolti e di conflitti interiorizzati da chi li ha vissuti sulla propria pelle. Da non perdere.

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Di scena a Roma l’inferno ‘A porte chiuse’ di Jean Paul Sartre secondo Andrea Adriatico e Stefano Casi

E se l’inferno non fosse tutto fuoco e ceppi ma fosse una stanza chiusa e isolata in cui non si può dormire né specchiarsi mettendo a nudo le proprie debolezze e le proprie colpe terrene? Se lo chiese Jean Paul Sartre con la pièce ‘A porte chiuse-dentro l’anima che cuoce’, un magistrale testo teatrale che oggi Andrea Adriatico e Stefano Casi portano in scena a Roma fino al 26 novembre al teatro d’avanguardia ‘Off/Off Theatre’ di via Giulia 20, una location elegante e alternativa come gli spettacoli che propone in cartellone. Il dramma del grande pensatore francese ripensato per l’oggi da Andrea Adriatico è tutto incentrato sui dialoghi fra tre personaggi che, introdotti all’Inferno da un valletto scanzonato rappresentato come un angelo dark e interpretato con verve trasgressiva da Leonardo Bianconi, sono le anime di un uomo Giuseppe ex pubblicitario (Gianluca Enria), e due donne, una ex traduttrice di testi dall’egiziano Diana (Teresa Ludovico) e Monica, la ‘regina di Roma’ che per vivere comprava debiti (Francesca Mazza) che sembrano capitate all’inferno per caso. La loro dannazione è l’assenza dal mondo e l’incapacità di interrompere la loro condizione ad esempio con il sonno, perché gli è interdetto dormire. Prigionieri apparentemente in una stanza asettica e adagiati su un grande letto a tre piazze mettono in scena l’orrore della condivisione forzata nell’epoca in cui lo sharing è diventato un dogma, perché la loro pena non è fisica ma una tortura psicologica: essi dovranno stare uniti per sempre messi con le spalle al muro Giuseppe dalla sua vigliaccheria perché è un omicida-suicida, Diana dalla sua lucidità spietata-nel testo ci sono anche interessanti e vividi riferimenti all’attualità della cronaca- e Monica dalla sua immensa vanità e dalla sua voglia da insicura di sedurre e apparire. Tre mondi apparentemente inconciliabili che però nel complesso sistema delle relazioni sociali si coagulano dando vita a un intreccio profondo che fa riflettere sull’attualità dell’inferno globale in cui ci troviamo a vivere ogni giorno. Perché “l’inferno siamo noi, ce lo portiamo dentro, costruendocelo con cura”. Andrea Adriatico approda così all’opera più esplicita riguardante la pressione sociale come fonte di sofferenza per l’uomo della nostra epoca. Da vedere per lo humour graffiante e parossistico e la potenza drammatica dei dialoghi, eloquenti ed efficaci che lasciano il segno.

Credit photo Michele Tomaiuoli

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Per la festa del Cinema di Roma Hollywood trasloca sul Tevere

Cover_Borg McEnroe

Lo sport come tema vincente di questa edizione: lo hanno decretato gli spettatori con il ‘premio del pubblico BNL’ in collaborazione con il Main Partner della Festa del Cinema, BNL Gruppo BNP Paribas assegnando il riconoscimento al film ‘Borg McEnroe’ di Janus Metz Pedersen, distribuito da Lucky Red. Una pellicola avvincente e carica di tensione che il regista ha voluto concepire come ‘la versione ambientata nel mondo del tennis di Toro Scatenato’: i due campioni di tennis, rappresentati come eroi e rockstar, sono fortemente caratterizzati, sembrano diversi ma poi si somigliano tanto da diventare amici. Entrambi condividono la vibrante passione per l’agonismo e la tensione competitiva nello sport anche se la stampa dell’epoca – il film li colloca nel 1980 – li contrapponeva definendo McEnroe il ribelle testa calda e Borg come l’iceberg svedese che sul campo da tennis non manifestava emozioni. Un film da vedere sicuramente per la bellezza delle inquadrature e della fotografia, l’intensità tagliente dei dialoghi e la capacità di approfondimento psicologico dei personaggi con le loro vite dentro e fuori il campo da tennis. Fra gli altri film in concorso nella selezione ufficiale che si sono fatti valere portando i divi di Hollywood a Roma svetta ‘Hostiles-Ostili’ di Scott Cooper con Christian Bale, Rosamund Pike e Wes Studi, un film distribuito da Notorious Pictures, ambientato nel 1892 all’epoca del selvaggio West. E’ la storia di un capitano dell’esercito (Christian Bale) che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova (Rosamund Pike) che ha perso i suoi cari e devono sopravvivere all’ostilità delle tribù Comanche. Sono combattenti tenaci forgiati dalla sofferenza, dalla violenza e dalla perdita, e in loro non regna altro che sospetto e rabbia. Impegnati a collaborare, per sopravvivere a un lungo viaggio, sono costretti ad affrontare i propri pregiudizi gli uni verso gli altri. Nell’epico West di Scott Cooper, il confine tra nemico e alleato, vincente e perdente, è così sfocato da essere irriconoscibile. Fra gli altri film proposti dalla Selezione Ufficiale della Festa spicca il messicano ‘Cuernavaca’ di Alejandro Andrade Pease, storia di un ragazzo che mentre la madre soffre in clinica a causa di un incidente si cimenta con una nonna singolare interpretata nel film dalla grande Carmen Maura. Da segnalare fra i film latini ‘Abracadabra’ diretto da Pablo Berger distribuito da Movies Inspired e interpretato da Maribel Verdù e Antonio de la Torre, storia di un amore schizofrenico, una fusione di generi fra il dramma, il thriller e il fantasy in cui una casalinga cerca di recupera ‘l’anima’ del marito ipnotizzato e posseduto da uno spirito mentre scopre nuovi lati del marito che la attraggono. Humour graffiante e una raffica di colpi di scena animano il bellissimo e spassoso ‘Logan Lucky’ di Steven Soderbergh’ distribuito da Lucky Red con Channing Tatum, Hilary Swank e Daniel Craig, una pellicola che segna il ritorno sul grande schermo del formidabile regista. Film Kolossal e corale dai toni molto duri è ‘Detroit’ di Kathryn Bigelow, distribuito da Eagle Pictures, un ‘pugno nello stomaco’ che affronta senza mezzi termini e con indiscutibile talento registico la sommossa che insanguinò le strade di Detroit del 1967 in cui persero la vita tre afroamericani e centinaia di persone restarono gravemente ferite. Il cast annovera fra gli altri John Boyega, Will Poulter e Anthony Mackie. La rivolta successiva portò a disordini senza precedenti costringendo così, a una presa di coscienza su quanto accaduto durante quell’ignobile giorno di 50 anni fa. Nel thriller drammatico Bigelow bilancia sapientemente l’approccio filmico esperto del cinema in stile reportage, con la narrativa piena di tensione del tipo “ci sei dentro”. Un vero gioiello come anche il film di Sally Potter ‘The party’ distribuito da Academy Two, un capolavoro basato sulla bravura di Kristin Scott Thomas, pieno di colpi di scena dove il comico vira al tragico magistralmente. La Festa del cinema di Roma ha portato nella capitale anche Orlando Bloom per un masterclass. Piena di belle sorprese anche la rassegna autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma ‘Alice nella Città’. Giunta alla sua quindicesima edizione ha portato a Roma sul tappeto rosso Dakota Fanning per il film toccante ‘Please Stand by’ di Ben Lewin con Toni Collette premiando come miglior film il memorabile ‘The best of all worlds’ di Adrian Goiginger per poi assegnare il premio Camera d’Oro Alice/Taodue a ‘Blue my mind’ di Lisa Bruhlmann mentre altri due premi sono andati a ‘Metti una notte’ di Cosimo Messeri e a ‘La mia vita da zucchina’ di Claude Barras’.

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Festa del Cinema di Roma: un’edizione da record

Un menù così ricco in 12 edizioni della Festa del Cinema di Roma non si era mai visto e i numeri lo confermano: 268 proiezioni, +13% di incassi, oltre 39.000 biglietti venduti, 11 sale in città e 7 sale nell’Auditorium Parco della Musica, epicentro e cuore pulsante della manifestazione. Sotto l’egida della Fondazione del Cinema per Roma presieduta dall’autorevole critica cinematografica Piera Detassis e con la brillante direzione artistica di Antonio Monda e della sua equipe che ha selezionato ben 106 film provenienti da 23 paesi questa edizione resterà negli annali della kermesse di cinema che può effettivamente rilanciare come sta facendo, il ruolo di Roma nella mappa dei festival internazionali dedicati alla settima arte. Ma veniamo alle presenze dal firmamento del cinema straniero ed italiano molte ed eccellenti. Sul red carpet della Festa del Cinema di Roma che ha tenuto banco nella capitale dal 26 ottobre al 5 novembre 2017 hanno sfilato per incontrare un pubblico caloroso ed entusiasta personalità del calibro di Christoph Waltz attore di Quentin Tarantino, Terry Gilliam, Tim Burton e di Roman Polanski, Xavier Dolan in versione chioma biondo platino che a soli 28 anni ha già al suo attivo la regia di diversi film alcuni dei quali insigniti di premi ed è al lavoro sul suo settimo film da regista, Jake Gillenhaal che oltre a partecipare a un interessante incontro con il pubblico ha proposto al festival di Roma il film ‘Stronger’ di David Gordon Green, la storia di un uomo comune e di un promettente atleta, Jeff Bauman che lotta fra la vita e la morte vittima di un attentato terroristico che lo riduce su una sedie a rotelle in occasione della maratona di Boston del 2013, e il grande interprete shakespeariano Ian McKellen. Senza contare Vanessa Redgrave, 80 anni vissuti con impegno e passione, che a Roma ha presentato un toccante documentario che è anche il suo esordio come regista,‘Sea sorrow’ sui bimbi migranti. Il culmine la festa l’ha raggiunto con l’approdo nella capitale di David Lynch in persona, guru visionario del cinema dark e fantasy, regista di ‘Dune’, ‘Velluto blu’, Mulholland Drive’ e della serie televisiva ‘Twin Peaks’, un cult degli anni’90 di cui è stato da poco presentato il sequel sempre con protagonista Kyle MacLachlan. In forma smagliante il cineasta amante di Fellini e del cinema italiano ha ricevuto da Paolo Sorrentino il premio alla Carriera a coronamento di una festa del cinema ricca di film suggestivi e intensi italiani ed esteri. E anche se la presenza del cinema tricolore non è stata preponderante come ci si poteva aspettare in un festival come questo, così sfaccettato e poliedrico, aperto alla diversità geografica e tematica, due film italiani hanno aperto e chiuso la maratona di cinema capitolina: ‘La ragazza nella nebbia’ con Toni Servillo e Alessio Boni per la regia di Donato Carrisi come pre-apertura il 25 ottobre e il 4 novembre ‘The place’ di Paolo Genovese già apprezzato per ‘Perfetti sconosciuti e che ha portato sul tappeto rosso tutti gli attori più noti del cinema Made in Italy, coinvolti nel cast del suo film corale: Mastandrea, Marchioni, Puccini, Papaleo, Ferilli, Rohrwacher e altri. Un film sulla vita, il destino e la morte, il fato e l’esistenza. E di romanticismo e drammi esistenziali pubblici e privati si racconta nel bel film di Paolo e Vittorio TavianiUna questione privata’ distribuito da 01 Distribution, poetico affresco, tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, di un triangolo amoroso vissuto in modo struggente dai tre protagonisti Luca Marinelli (Milton) introverso e intellettuale, Lorenzo Richelmy (Giorgio) il dandy-seduttore e Valentina Bellé (Fulvia) la magnifica preda, in cui il dramma personale di Milton, eroe romantico e idealista schierato come Giorgio con i partigiani, pieno di pathos, si intreccia a quello dell’Italia della Seconda Guerra Mondiale fra rimpianti e scoperte di verità sepolte nell’intimo.

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Cinecult: L’Uomo di Neve di Tomas Alfredson

Credit Cover_Jack English 

Neve sporca di sangue e una catena di delitti improbabili ed efferati legati a bersagli dalle complicate vicende personali. Questo e altro ancora nel nuovo ipnotico thriller ‘L’Uomo di Neve’ (The Snowman) diretto dal regista svedese Tomas Alfredson (che ha già firmato la regia de ‘La Talpa’) e distribuito da Universal Pictures che appassionerà il pubblico per la sua storia fatta di macabri delitti e di intricati misteri, tenendo lo spettatore col fiato sospeso fino all’ultima inquadratura. Se non siete troppo sensibili al macabro non resterete troppo colpiti dalle immagini di donne decapitate che di tanto in tanto costellano il film girato interamente in Norvegia e precisamente a Oslo, Bergen e nella zona di Rjukan. Nella pellicola ad alta tensione adattamento cinematografico del bestseller ‘L’Uomo di Neve (‘the Snowman’) dell’autore norvegese Jo Nesbø il detective Harry Hole(interpretato da un magnetico e scultoreo Michael Fassbender), un vero e proprio antieroe dipendente dall’alcool che si definisce nel film ‘un egoista’ ma in realtà aperto, leale e appassionato, deve affrontare il mistero di una serie di donne scomparse e un serial killer ossessionato dai pupazzi di neve che colpisce dopo la prima nevicata e che gli lancia delle esche indirizzandogli delle strane lettere che quasi anticipano i suoi crimini. Per condurre le indagini Hole si allea con la coraggiosa Katrine Bratt (Rebecca Ferguson della serie Mission: Impossible) piena di fiuto, grinta e talento ereditati dal defunto padre Gert Rafto (uno stagionato Val Kilmer ben calato nella figura dell’ex poliziotto dallo spirito randagio ma di grande intelligenza). Ineluttabilmente legato nella sua vita privata all’ex fidanzata Rakel Fauke (una romantica e molto bohémienne Charlotte Gainsbourg che porta la sua allure francese nel cast), Harry Hole è sulle tracce di uno psicopatico un po’ misogino certamente affetto da traumi. Nel cast anche Chloë Sevigny che fa un piccolo cammeo nel ruolo di Sylvia Ottersen, sorella di una delle donne vittime del maniaco, conferendo al film un’ulteriore nota di glamour. Nelle scene di maggiore tensione e pathos del film Michael Fassbender appare come un guerriero nella neve, immerso nei ghiacciai. Nel film emerge il suo grande spessore umano e la complessità del suo carattere condivisa con quello della Ferguson, che recita in modo convincente la parte di una poliziotta che non molla mai, sempre a caccia di indizi e nuove piste di indagine. Da segnalare la presenza di Martin Scorsese fra i produttori esecutivi del film e la brillante squadra che ha lavorato dietro le quinte fra cui il direttore della fotografia (dagli esiti molto felici nel film) il premio Oscar Dion Beebe. Thriller ‘bianco’ efficace e riuscito che lascerà il segno.

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Cinecult: l’Inganno di Sofia Coppola

Sofia Coppola, premiata con un meritatissimo riconoscimento alla miglior regia all’ultimo festival di Cannes, esplora i contraddittori risvolti della psicologia femminile nel suo nuovo film ‘L’Inganno’ distribuito da Universal Pictures. Tratto dal romanzo ‘The Beguiled’ di Thomas Cullinan e remake del film ‘La notte brava del soldato Jonathan’ di Don Siegel con Clint Eastwood, il film è un thriller carico di tensione ambientato in Virginia nel 1864 durante la Guerra di Secessione e riunisce un cast femminile di primordine: il premio Oscar Nicole Kidman nel ruolo di Martha, e le sue attrici predilette Kirsten Dunst (Edwina) ed Elle Fanning (la adolescente Alicia) affiancate dal vincitore del Golden Globe Colin Farrell nei panni del caporale nordista Jonathan McBarney. Questi, trovato ferito a una gamba nel bosco dalla piccola Amy trova rifugio in un collegio femminile diretto da Martha Famsworth, una facoltosa signora caduta in disgrazia a causa della guerra, che ospita Edwina, Alicia e altre 4 fanciulle ‘che non hanno trovato altro posto dove andare’. La Coppola affronta il tema dell’isolamento femminile durante la guerra civile dal punto di vista delle donne ritratte come caritatevoli e diaboliche insieme. Il film è un ‘Southern gothic’ dove il fuoco arde sotto la cenere e la violenza del cuore umano è rappresentato come un tema senza tempo, che prescinde dal periodo in cui si svolge la storia. Tutto il pathos del film scaturisce dalla contraddizione fra la religiosità e la passione più profana e vendicativa. Le donne del collegio, che vivono in una lussuosa dimora neoclassica americana testimone della decadenza della vita in tempo di guerra, trattano il caporale con sospetto: lo assistono sottoponendolo alle migliori cure, ma pur essendone attratte soprattutto fisicamente, come nel caso della fragile Edwina, percepiscono il pericolo insito nella condizione del nemico. La molla del desiderio sessuale fa scattare un coacervo di emozioni ambigue e sottili risentimenti che difficilmente le ragazze del collegio riescono a gestire. La regista sottolinea quanto possa divenire spietata una donna che non ottiene ciò che vuole. Il film è un’opera pregevole non solo perché approfondisce le asperità dell’animo umano che possono esplodere soprattutto in tempi difficili come in quelli di guerra, ma anche perché valorizza alcuni aspetti scenici come le scenografia, la fotografia e i costumi portandoli ad alti livelli. Notevole nella sua ricostruzione storica il lavoro della costumista Stacey Battat che ha già collaborato in passato con Sofia Coppola e contribuisce a trasformare alcune scene, specialmente quelle delle cene, in autentici ‘tableaux vivants’. Una pellicola illuminante sulla condizione umana, sapientemente orchestrata.

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Cinecult: Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson

Immaginate un pianeta abitato da creature aliene immerse nell’acqua e nelle perle che vivono di pesca, un universo popolato da 30 milioni di persone che parlano 5.000 lingue come una Babele avveniristica, una performer poetica e trasformista circondata da un luna park infinito e una coppia romantica e scanzonata alla ricerca del vero amore. Mescolate il tutto e avrete l’ultimo, ironico, surreale capolavoro di Luc Besson, l’attesissimo ‘Valerian e la città dei mille pianeti’ distribuito da 01 Distribution Rai Cinema tratto dal romanzo a fumetti ‘Valerian e Laureline’ di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières. Il film girato interamente alla Cité du Cinéma di Besson alla periferia di Parigi in poco più di un anno, è una favola pop sci-fi dominata dall’idealismo e dal principio che il futuro del nostro pianeta è affidato all’acqua. La trama si svolge nel 2740 e il maggiore Valerian (Dane DeHaan già ammirato in The Amazing Spiderman 2-il potere di Elettro) accompagnato dalla tosta e romantica sergente Laureline (una sorprendente Cara Delevingne vista in Suicide Squad, che crede nell’amore e punta a trovare l’uomo giusto e metter su famiglia) sono due agenti speciali incaricati di mantenere l’ordine nell’universo, rappresentato da Alpha, dove convivono specie diversissime come mostriciattoli buffi dallo strano becco e meduse soffici come sete e in cui coabitano gli esseri umani. Mandati in missione speciale per recuperare l’ultimo esemplare di una specie apparentemente estinta, si trovano a dover fronteggiare mille avventure, imbattendosi in un esilarante e spettacolare spazio cosmico popolato di divertenti creature . Come Bubble, marziana dell’intrattenimento interpretata da Rihanna intrappolata in un bizzarro e coloratissimo luna park gremito di surreali creature e gestito da un improbabile Ethan Hawke. Bubble cita a memoria i più grandi poeti e sa trasformarsi in qualunque essere lei voglia, una prova superata a pieni voti da un’artista già di per sé camaleontica che è convinta che ‘La vita è uno strazio quando non hai una vera identità” evocando la diversità dei trans gender e con la fede romantica che ‘L’amore che si può quantificare è da elemosinanti”. Nel film Besson ha voluto ricostruire una ONU del futuro affidando il ruolo malefico e arrogante di despota totalitario al comandante interpretato da Clive Owen e rappresentativo degli intrighi dei governi e dei militari al servizio dell’ingordigia del genere umano. Film positivo con una sua sana morale e un impianto scenico di effetti visivi davvero stupefacente specialmente quando evoca la purezza dell’amore e il mito del Buon Selvaggio fra Africa e Nuova Atlantide. Da vedere.

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Fra madri fatali, coppie e grandi temi a Venezia trionfa la fantasia

The Shape of Water, 2017, Twentieth Century Fox Film Corporation, All Rights Reserved

Si chiama ‘The shape of water’ il film immaginifico con il quale il regista messicano Guillermo del Toro si è aggiudicato La Palma d’oro della 74a edizione della Mostra del Cinema di Venezia. La giuria presieduta da Annette Bening e animata dal vivido glamour chanellizzante di Anna Mouglalis ha emesso il suo verdetto valorizzando anche l’Italia alla quale è stata assegnata la Coppa Volpi per Charlotte Rampling protagonista del tricolore ‘Hannah’ di Andrea Pallaoro, inossidabile diva trionfante nella sua giacca di Armani Privé alla cerimonia di chiusura del festival. Nella sezione ‘Orizzonti’ L’Italia conquista un altro premio con ‘Nico 1988’ assegnando un meritato riconoscimento a Susanna Nicchiarelli che ha come protagonista una signora decadente e decaduta e racconta gli ultimi anni di vita della cantante interpretata dall’attrice danese Trine Dyrholm. Il film di del Toro racconta un’America da Guerra Fredda che ricorda molto quella di oggi con una storia fantasy di un uomo pesce prigioniero della malvagità umana e una donna delle pulizie muta. Guillermo del Toro dedica il premio ai bravi registi messicani e lo ribattezza ‘Sergio Leone’. Nella sfilza dei premi svettano Il Gran Premio della Giuria assegnato a ‘Foxtrot’ del regista israeliano Samuel Maoz, il leone d’argento per la miglior regia a un commosso Xavier Legrand che ha diretto ‘Jusqu’à la garde’. Fra le attrici italiane che si sono imposte sul red carpet sulla laguna spiccano Micaela Ramazzotti, principale interprete del film ‘Una famiglia’, distribuito da Bim e diretto dal catanese Sebastiano Riso, in cui la protagonista vende i propri figli per sopravvivere, e l’amore al buio dell’osteopata non vedente interpretata da Valeria Golino in ‘Il colore nascosto delle cose’ di Silvio Soldini, presentato fuori concorso a Venezia in cui l’attrice è affiancata sul set da Adriano Giannini nel ruolo di coprotagonista. Molte coppie hanno sfilato sul red carpet: fra queste Darren Aronofsky, già vincitore del Leone d’Oro per ‘The Wrestler’ con la sua protagonista Jennifer Lawrence, ammaliante in Atelier Versace per il controverso film ‘Mother!’, incentrato, secondo il regista, sui danni che abbiamo arrecato al pianeta, ‘un’allegoria’, come l’ha definito il cineasta, scritto quasi di getto. E poi fuori concorso c’erano Javier Bardem e Penelope Cruz in ‘Loving Pablo’ dove Penelope è l’amante del narcotrafficante Pablo Escobar, ‘un uomo contraddittorio’ come lo definisce il protagonista che ha dovuto prendere peso per entrare meglio nel personaggio. Non sono mancati i pezzi da Novanta di Hollywood: Matt Damon e George Clooney che hanno calcato il tappeto rosso rispettivamente in Versace e Giorgio Armani. Damon ha proposto il suo film ‘Downsizing’ su una realtà miniaturizzata che parla della fantascienza e del futuro dell’umanità, e sempre Damon è nel cast insieme a Julianne Moore nel film ‘Suburbicon’ diretto da George Clooney e scritto dai fratelli Coen che parla dei paradossi dell’America di oggi e delle sue contraddizioni e dove si mostrano dei bianchi che hanno paura di perdere i propri privilegi. Degno di nota il film ‘Il Contagio’ di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, tratto dall’omonimo romanzo di Walter Siti e interpretato da Vinicio Marchioni che arriva nelle sale a ottobre. Ciliegina sulla torta: il miglior brand ambassador dell’eleganza e del talento del bel paese sulla Laguna è stato Alessandro Borghi: multiforme e camaleontico grazie ancora al guardaroba che Gucci gli ha fornito per presenziare alle occasioni ufficiali e davanti ai paparazzi. Un vero gentleman Made in Italy.

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Cinecult: Atomica Bionda di David Leitch

credit jonathan prime 

Le sue erotiche scarpe rosse in vernice dal tacco a spillo diventeranno una pagina della storia del cinema. Poco prima che crolli il muro di Berlino arriva lei, l’atomica virago Lorraine Broughton alias Charlize Theron, diretta da David Leitch in un film thriller, ‘Atomica bionda’ inquietante e ad alto tasso di adrenalina distribuito da Universal Pictures. Nel cast spiccano un ottimo John Goodman, ambiguo e imperscrutabile, e James McAvoy che interpreta David Percival, spietato e ineffabile che la pensa così : “ chi sceglie di fare la spia può finire in un modo solo”. Spy story ricca di sorprese e colpi di scena’ Atomica bionda’ è un adattamento cinematografico di ‘The coldest city’ romanzo di Antony Johnston illustrato da Sam Hart e si svolge in uno scenario in costante evoluzione soprattutto nella città di Berlino mentre sta per crollare il Muro e i servizi segreti dei due schieramenti sono in gran fermento perché si contendono una lista racchiusa in un orologio che contiene il nome di un’ipotetica talpa la cui identità è la vera chiave di volta del film. “Il mondo gira intorno ai segreti” dice non a caso Percival convinto che ‘nel fare le spie ci si sveglia a fare gli assistenti del demonio”. Molte le scene d’azione anche piuttosto cruente dove sono estremamente curati i costumi, ottima la colonna sonora che ricostruisce con perizia le atmosfere di quel travagliato ed euforico periodo. Atomic Blonde più che un personaggio è un archetipo femminile che non manca di sedurre lo spettatore tenendolo incollato alla poltrona con le sue tragiche e violente imprese. Non mancano le scene lesbo-chic che danno un sapore neo-punk e glamour allo spirito che pervade il film. Che è tutto giocato su un principio: “Mai abbassare la guardia meditando ogni singola mossa come in un gioco di scacchi e guardarsi sempre le spalle”, un po’ come è a volte nella vita.

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L’equilibrio dinamico di Filippo Nigro

Filippo Nigro è l’antidivo per eccellenza: affabile ed estroverso. Sorridente e per nulla centrato su sé stesso, non riesce a spiegarsi il suo successo, perché non si è mai sentito arso dal sacro fuoco: eppure, con il mestiere di attore, ha inanellato vari riconoscimenti. Fra questi, per esempio, i Golden Globes Italia per, ‘La Finestra di fronte’, di Ferzan Ozpetek, regista con il quale ha lavorato anche ne, ‘Le fate ignoranti’, e quello come miglior attore al Taormina Film Festival per, ‘Dalla vita in poi’. E tutto questo senza contare la candidatura ai David di Donatello, per il ruolo di attore non protagonista in, ‘Diverso da chi?’, in cui ha recitato accanto a Luca Argentero. A Filippo Nigro, Sagittario, piacciono le sfide e una vita intensa, fatta di esperienze stimolanti e un duro lavoro sul set cinematografico, televisivo o teatrale che sia. E in questo Filippo non ama ‘stare seduto’. Mentre prende lezioni di equitazione, per un ruolo in costume nel nuovo film che girerà per il cinema, ‘The book of vision’, accanto all’attore inglese Charles Dance – già noto al pubblico, fra l’altro, per ‘Il trono di spade’- ha appena terminato le riprese di, ‘Suburra’ la prima serie televisiva realizzata in Italia per Netflix, diretta, fra gli altri, da Michele Placido, in cui interpreta il ruolo di un politico. Vestito con una T-shirt bianca e un paio di chinos verdi, mai senza gli occhiali da sole dalla montatura tartarugata dall’appeal vintage, unico tocco cool sul suo look basico e casual, Filippo Nigro si racconta a Manintown in un’intervista esclusiva.

Più cinema o più teatro nella carriera di Filippo Nigro?
Appena posso coltivo la mia passione per il teatro, che adoro. L’ultima mia pièce, ‘Candide’, risale a oltre un anno fa. Penso, in ogni caso, che oggi le serie televisive offrano delle opportunità di lavoro interessanti agli attori in carriera.

Hai detto che secondo te recitare è un allenamento per la vita. Come spieghi questa affermazione?
La recitazione mi ha aiutato a definire vari aspetti del mio carattere. Oggi mi sento più calmo e consapevole, mi diverto di più, sono meno impulsivo e prendo le cose meno sul serio.

Il tuo ruolo più challenging?
Non ce n’è uno in particolare. Forse, direi, quello del professore vittima del tranello della sua allieva nel film, ‘Un gioco da ragazze’. In generale amo i personaggi incoerenti, un po’ insicuri, che cambiano idea facilmente.

Che parte ha la fisicità nei tuoi ruoli?
Non molta. È uscita fuori perché faccio molto sport, ma mi sarebbe piaciuto interpretare ruoli da action movie a più alto tasso di testosterone, in generale amo i film di genere.

Il capo must-have del tuo guardaroba?
Il blouson di pelle, ne possiedo due: uno nero e l’altro più vissuto, in pelle marrone, entrambi hanno un piglio ‘biker’.

Cosa ti rende davvero curioso?
Se una persona mi piace amo approfondire i suoi lati più intimi, sono curioso dell’evoluzione caratteriale dei miei 3 figli, Alessandro, Olivia e Claudio e poi sono curioso di conoscere persone nuove, anche se sono molto distratto per natura, tranne che sul set dove sono molto concentrato. All’università l’essere distratto mi è quasi costato un esame (sorride n.d.r.).

Le tue passioni maschili?
Amo molto lo sport e ne pratico diversi. Premesso che amo stare all’aria aperta e odio le palestre, mi piace il calcio, il nuoto, il tennis e andare a correre. Quando posso amo giocare a scacchi perché mi rilassa.

Un tuo luogo ideale del corpo e della mente?
Per lo spirito amo mettermi in gioco, viaggiare per lavoro e impegnarmi in progetti sempre nuovi. Come luogo fisico penso alla mia famiglia, a mia moglie Gina che adoro, perché è il luogo che mi fa sentire sempre protetto e al sicuro come un nido di benessere.

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Photographer| Roberta Krasnig
Stylist| Stefania Sciortino
Photographer Assistant| Jacopo Gentilini
Grooming| Samia [email protected] using KIEHL’S Age Defender Cream
Location| Coffee Pot, Roma

Moda e cinema: parenti sempre più stretti

Carne y Arena, Virtual reality exhibit @ Fondazione Prada, from June 7th

Se c’è un luogo incantato e pervaso di glamour dove il cinema sfila come in passerella quello è il mitico Festival di Cannes. Lì gli stilisti più incensati del fashion system non solo si limitano a vestire le star per calcare il leggendario Red Carpet ma promuovono progetti veri e propri di collaborazione cinematografica a livello di sinergie con la Settima Arte. Uno dei contributi più stimolanti in questo senso quest’anno è arrivato dalla Fondazione Prada. Alla 70° edizione della Kermesse del cinema l’ente culturale voluto da Miuccia Prada ha presentato “Carne y Arena” un’installazione di realtà virtuale concepita da Alejandro G. Iñárritu, prodotta e sostenuta da Legendary Entertainment e Fondazione Prada. Basato sul racconto di fatti realmente accaduti, il progetto confonde e rafforza le sottili linee di confine tra soggetto e spettatore, permettendo ai visitatori di camminare in un vasto spazio e rivivere intensamente un frammento del viaggio di un gruppo di rifugiati. “Carne y Arena” utilizza le più recenti e innovative tecnologie di realtà virtuale, mai usate prima, per creare un grande spazio multi-narrativo che include personaggi reali. L’installazione visiva sperimentale è un’esperienza individuale della durata di sei minuti e mezzo che ripropone la collaborazione tra Alejandro G. Iñárritu e il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki con la produttrice Mary Parent e il MxLAB. Questo progetto potrà essere condiviso anche a Milano negli spazi della Fondazione Prada dove dai primi di giugno fino al 15 gennaio 2018, il primo progetto di realtà virtuale mai incluso in una selezione ufficiale di un festival cinematografico sarà presentato nella sua versione completa. Si può creare una feconda contaminazione con il cinema anche aprendo il dibattito sulla condizione femminile: E’ quello che sempre a Cannes ha fatto il gruppo Kering -il polo del lusso miliardario che controlla marchi quali Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Bottega Veneta tanto per citarne solo alcuni- con ‘Women in motion’ il programma di iniziative, eventi e conferenze che celebra il rapporto fra le donne e il cinema. Nel corso di un galà esclusivo sulla Croisette è stata premiata Isabelle Huppert che si è aggiudicata il Women in Motion Award e ha conferito alla regista Maysaloun Hamoud il riconoscimento Young Talents Award. Il cerchio si chiude con le maison di moda che non solo scelgono come brand ambassador delle celebri attrici ma decidono anche di esercitare il loro munifico supporto a vantaggio di talentuosi cineasti. E’ il caso di Chanel. La maison di Rue Cambon che già all’epoca di Coco proteggeva l’arte e gli artisti oggi sceglie Alessandra Mastronardi come sua ‘ambasciatrice’ italiana ma ha instaurato un rapporto profondo anche con Kristen Stewart che non solo interpreta la campagna pubblicitaria attuale che ha per protagonista la borsa ‘Gabrielle’ ed è collegata al brand dal 2013, ma è stata anche la star del film ‘Personal Shopper’ di Olivier Assayas che a Cannes 2016 si è aggiudicato la palma d’oro per la miglior regia. Oltre a fornire un sostegno finanziario per la pellicola distribuita da Academy Two la maison ha prestato alcuni abiti per il film e ha permesso al regista di girarne alcune scene nella sede di Rue Cambon, il che secondo Assayas ha dato maggior credibilità al personaggio della personal shopper americana Maureen che nel film è anche una medium e ama l’esoterismo proprio come un tempo faceva Gabrielle Chanel. Lo stesso regista confessa di non essere estraneo al mondo della moda, anzi. “Sono figlio di una costumista –dichiara Assayas- sono sempre stato interessato alla moda, un mezzo di espressione di cui riesco a percepire tutta la verità e profondità. Gabrielle Chanel è stata la prima a intuire quanto moderna, stylish e seria potesse essere la donna e per prima è entrata in contatto con la svolta epocale della società che stava vivendo e il ruolo chiave che la donna rivestì in questa rivoluzione”.

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Trasversale e sfaccettato il Gay Village mette in scena nuove sorprese

Cultura e romanticismo, intrattenimento trasversale e appuntamenti d’impatto, ballo, divertimento e riflessione. Il Gay Village allestito anche per questa sedicesima edizione estiva 2017 al Parco del Ninfeo con un concept ideato da Simone Tulli e realizzato dall’Architetto Aldo Capalbo, è pensato come un percorso nel Regno della Libertà, alla scoperta del magico mondo di Fantàsia. Quasi fosse una fiaba da raccontare o ascoltare, dove ognuno può cercare e trovare la propria dimensione. Gay Village Fantàsia sfonda il muro del pregiudizio, per trovare il cuore pulsante di un regno incantato, dove gli uomini e la natura convivono. Tra loro corrono liberi gli unicorni, mitologiche figure con le quali si è scelto di identificare il popolo dei diritti. La campagna pubblicitaria vede proprio un unicorno cavalcato da un paladino che a sua volta porta con sé una storia fantastica, come quella di nascere in una famiglia malavitosa, per poi scegliere una via di salvezza, dando vita al Teatro Equestre Cimarosa, a Castelvetrano. E’ dunque Giuseppe Cimarosa il primo cavaliere del Regno di Fantàsia, figlio di un pentito legato al boss di Cosa Nostra, tale Matteo Messina Denaro, da cui Giuseppe prende le distanze a cavallo del suo bianco destriero. .Inaugurata da Elenoire Casalegno beniamina del pubblico gay friendly e sensibile interprete delle tematiche LGBT la manifestazione ha finora registrato l’adesione e la partecipazione di Veronica Pivetti, Orietta Berti, Patty Pravo, l’immancabile Vladimir Luxuria che ha presentato il libro ‘Il coraggio di essere una farfalla”, Arturo Brachetti, Pino Strabioli, Eva Grimaldi, Enrico Lucherini e il cantautore Mario Venuti. Molto attesi fra la musica fragorosa delle danze nelle varie piste del villaggio della fantasia e dell’arte e nel tripudio delle performance di musica e cabaret Barbara Palombelli, Fiamma Satta e Imma Battaglia, Chiara Francini, Antonello Dose, Luca Zingaretti e Ornella Muti. Attesissimi anche i concerti di Nancy Coppola, di Arisa e il gran finale con i Planet Funk. Per la sezione teatro e cabaret insieme alle invenzioni della poetica Maria Laura Annibali con i suoi ‘Beerbanti’ merita una segnalazione speciale il sipario sull’ultimo spettacolo dal titolo La Più Meglio Gioventù, con testo scritto e diretto da Alessandro Bardani, in scena con Francesco Montanari, lanciato dalla ben nota serie televisiva di Stefano Sollima ‘Romanzo Criminale’. Da non perdere per i più eruditi le proposte dell’area riservata alla presentazione di libri con gli incontri letterari moderati dal giovane Eugenio Durante. Fra le attrazioni delle notti firmate Gay Village non mancherà l’esilarante Drag Factor-The italian race che raccoglierà oltre 100 drag queen da tutta Italia. Chi lo vorrà potrà rifocillarsi fra cultura e intrattenimento nel ‘giardino delle delizie’ area dove è aperta la sperimentazione di varie forme di ristorazione, fino alla Confraternita, zona esclusiva riservata al pubblico dei privé che potrà godersi al meglio il grande spettacolo della kermesse estiva, solo per happy few.

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Cinecult: I Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar di Joachim Rønning ed Espen Sandberg

Spiagge assolate e cristalline ma anche morti viventi, duelli all’ultimo sangue, mappe straordinarie con rubini incastonati, galeoni magici che mutano formato e dimensione improvvisamente in mezzo al mare. Questo e altro ancora in “I pirati dei caraibi: la vendetta di Salazar” diretto da Joachim Rønning ed Espen Sandberg e distribuito da Walt Disney Pictures. Il ‘passero’ Jack Sparrow, bucaniere dandy dai mille talenti e attrattive, interpretato dall’inossidabile Johnny Depp è tornato, più seducente e ironico che mai. Adora i soldi e le sottane e non ha paura di niente e di nessuno, sempre alla ricerca di arcani tesori e di nuovi linguaggi da decifrare. Stavolta dovrà vedersela con il macellaio dei mari il capitano Salazar (Javier Bardem) tornato dall’oltretomba per vendicarsi dell’umiliazione subita vari anni prima dallo stesso Sparrow nel cosiddetto spaventoso ‘Triangolo del diavolo’. Alla compagnia si uniscono la bella astronoma Carina Smyth (Kaya Scodelario) e il giovane Henry Turner (Brenton Twaites), marinaio dell’esercito di Sua Maestà che nel film si cala nei panni del figlio del pirata Will Turner interpretato da Orlando Bloom sul quale pesa una maledizione che solo il potere emanante dal tridente di Poseidone potrà spezzare.
Il film è il quinto capitolo della saga di Pirati dei Caraibi e il sequel di Oltre i confini del mare, uscito nel 2011. Torna anche il personaggio del corsaro Hector Barbossa (Geoffrey Rush) legato per vincoli affettivi e familiari alla giovane e intrepida astronoma. Il film, ipervisivo e mirabolante, è ricco di colpi di scena e di scene spettacolari ambientate in mare ma anche sulla terraferma: memorabile quella della ghigliottina che diventa itinerante e si trasforma in un’esilarante marchingegno. Da segnalare il cammeo di Paul McCartney che nel film interpreta lo zio di Jack Sparrow. Notevole la performance di Bardem, ricostruito con effetti speciali degni di nota, che gioca un po’ il ruolo del dandy latino ferito nell’orgoglio. Fra mostri animati e acque che si aprono tutto conferma come dice il giovane Turner che ‘I miti del mare sono reali’. E così di nuovo realtà e fantasia si confondono magicamente per valorizzare i poteri magici e misteriosi di mappe e il lato oscuro degli oceani. Convinti che per liberare il potere del mare bisogna dividere il tridente collocato sulla tomba di Poseidone. E’ un sogno l’apparizione di Keira Knightley, resa ancora più glamour dalla costumista Penny Rose. Una piccola avvertenza: si consiglia di non lasciare la sala prima che siano terminati i titoli di coda. Ne vedrete delle belle.

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