Federico Cesari: “Mi metto alla prova e vi stupirò”

Abbiamo conosciuto Federico nel ruolo di Martino in “SKAM Italia”, che ha aperto le porte dell’Olimpo agli attori più amati dalle nuove generazioni italiane. Questa nuova stagione cinematografica lo ritrae come protagonista di un nuovo progetto, diretto da Francesco Bruni e tratto dal libro Premio Strega Giovani 2020 Daniele Mencarelli “Tutto chiede salvezza” che ci mostra in una rappresentazione forte e allo stesso tempo fragile il ritratto di questa nuova generazione attraverso la cruda esperienza dei trattamenti medici obbligatori. Lo vedremo poi nel primo film italiano Amazon Original, “Anni da Cane”, diretto da Fabio Mollo, e il prossimo autunno su Amazon Prime Video.

Su Manintown ti abbiamo scoperto quando interpretavi il ruolo di Martino Rametta in Skam. Cosa è successo in questo anno e mezzo?

In questo anno e mezzo è successo tanto perché sono maturato molto e ho affrontato progetti che mi hanno aiutato a capire ancora di più questo lavoro. Non si smette mai di imparare, continuo a seguire nuovi lavori dai quali apprendo molto e mi auguro che sia sempre così. Sto lavorando a progetti che mi hanno permesso di cimentarmi in storie e dimensioni che sono totalmente lontane da me ma che mi permettono, grazie all’esperienza indiretta, di viverle e quindi di crescere. 



Cosa puoi dirmi del tuo ruolo in Anni da cane?

In Anni da cane ho un ruolo diverso da quelli che ho sempre interpretato perché nonostante sia sempre un adolescente, il personaggio è molto ben caratterizzato. Nel film il personaggio è fortemente caratterizzato dal suo impaccio, dall’ incapacità e timidezza nel comunicare i sentimenti e questo motivo lo porta a sviluppare un modo di relazionarsi diverso da quello dei suoi coetanei. 

Un ruolo che vorresti interpretare?

Non ne ho uno specifico, ne vorrei uno che mi metta alla prova, anche se sono contento di quelli che ho avuto fino ad ora. In generale mi appassiono molto ai personaggi più diversi da me, che mi portano ad uscire fuori dal mio.

Sei tra le new faces del nostro nuovo numero cartaceo insieme ad altri giovani talenti, chi apprezzi particolarmente tra le nuove generazioni?

Sono contento che si stia dando spazio ai nuovi talenti e alle giovani promesse perché possono dare tanto e, se messi alla prova, possono maturare moltissimo arrivando a regalare bellissime emozioni al pubblico ma anche al nostro cinema. Chi apprezzo particolarmente lo tengo per me…



Parallelamente alla carriera di attore come proseguono gli studi universitari?

Gli studi universitari procedono un po’ a rilento per via degli impegni lavorativi che sto avendo in questo periodo. È importante arrivare al momento di una scelta e io l’ho fatta. Questa è stata fatta come parte di un processo di maturazione nell’ultimo anno e mezzo e per adesso sono soddisfatto del percorso fatto finora compatibilmente con il lavoro che ho intrapreso. Se valuto esclusivamente il mio percorso accademico senza metterlo in relazione al mio lavoro si creano delle aspettative che non vengono soddisfatte per forza di cose perché non ho tempo ed energie piene da dedicare all’università. Da un certo lato mi dico di aver fatto il massimo, dall’altro lato se la mia vita dovesse essere il percorso da medico, dovrò sicuramente recuperare della strada. 

Il tuo motto?

Non ho un motto preciso, cerco sempre di mettermi in gioco per superarmi e stupirmi ogni volta ma senza dimenticare da dove sono partito ossia dal divertimento e dalla bellezza che c’è nel mio lavoro cercando di non focalizzarmi solo sul fatto che sia un lavoro e quindi bisogna ottenere dei risultati a tutti i costi. Ci sono periodi in cui le aspettative non sono raggiunte ma questo fa parte del processo. 

Prospettive per i prossimi mesi?

Nei prossimi mesi tanto lavoro e tanta concentrazione. Sto affrontando un progetto bellissimo di cui sono molto felice e che mi sta facendo scoprire parti di me che non conoscevo. Molto faticoso, ma che spero possa dare tanto alle persone. Al momento è l’unico focus e vorrei che anche in quelli successivi ci siano molte soddisfazioni, perché ce la sto mettendo tutta. 


Photographer Davide Musto

Fashion Director Rosamaria Coniglio

Grooming Cosimo Bellomo

Photographer Assistants Dario Tucci and Edoardo Russi

Styling Assistant Cecilia Fefè

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Marco Aceti ed il suo momento magico

Marco Aceti, sin dal suo primo ruolo di Cesare in “Notte prima degli esami” di strada ne ha fatta tantissima, senza mai tralasciare il suo primo lavoro, o come lo chiama lui il suo primo amore ovvero il Vigile del Fuoco.

Chi fa un mestiere come il suo, sicuramente deve avere un cuore d’oro, forse non per tutti ma sicuramente è il suo caso.

Possiamo dire che sicuramente quello che lo aspetta è un autunno di fuoco, infatti ora è in scena al Teatro Petrolini di Roma con uno spettacolo molto forte intitolato “Le regole del gioco”, e poi su Amazon Prime Video con il nuovo film che lo vede protagonista “Lettera H”, basato sulle vicende del mostro di Firenze.



Hai sempre avuto la passione per la recitazione?

Certo, sin da piccolo infatti ho iniziato con i fotoromanzi, con la famosa Lancio, la casa di produzione, però mi son accorto subito che non ero soddisfatto in quanto davo la battuta con l’intenzione, però poi l’azione non c’era.

Poi ovviamente ho studiato recitazione e ad un certo punto mi è arrivato il ruolo di Cesare a diciassette anni per “Notte prima degli esami”, un ragazzo simpatico, anzi un vero e proprio guascone, un personaggio che mi ha dato una discreta popolarità in quanto il pubblico si era affezionato a lui.

Il classico ragazzo di borgata senza pensieri che porta sempre allegria, non ti nego che sono molto legato a lui.



Però il tuo lavoro è quello di Vigile del Fuoco.

Lo sono da quasi diciassette anni, e ti dirò la verità quando mi arrivò la cartolina per il militare io avevo già fatto “Notte prima degli esami”, e scelsi di fare il pompiere semplicemente perché avevo la caserma vicino casa, mi sembrava la scelta migliore.

Così per caso mi sono affacciato ad un lavoro di cui mi sono innamorato gradualmente, anche perché quotidianamente mi regala esperienze incredibili, ed alla fine mi è sempre servito per bilanciare il lavoro di attore che non sempre magari riesce riempirti al cento per cento.

Credo di poter dire di essere ad un punto artisticamente alto della mia vita, con dei progetti in cui credo con tutto il cuore, quindi lo vivo al meglio.



Come fai a far collimare le due professioni?

Per me è naturale, sono due mondi paralleli, ci son cresciuto, fare il pompiere è il mio lavoro, fare l’attore è la mia passione, quello che ho sempre sognato di fare sin da piccolo.

Uno compensa l’altro in maniera inscindibile.

Raccontami del tuo spettacolo teatrale.

Siamo ora in scena al Teatro Petrolini dal 5 al 10 ottobre con “Le regole del gioco”, che è la storia di una crisi coppia, con la resa dei conti finale tra separati, dove andiamo a toccare diversi aspetti, come la violenza psicologica femminile, che viene fatta nei confronti dell’uomo di cui si parla poco.

Per poi arrivare alla psicopatia, per poi arrivare al femminicidio di cui sentiamo tristemente parlare anche troppo.



E poi hai anche “Lettera H” in uscita su Amazon Prime Video.

Lettera H, lo considero un po’ come il mio bambino per la regia di Dario Germani, Giulia Todaro è l’altra attrice protagonista ed è un film che tratta uno degli omicidi del mostro di Firenze, quello della FIAT 127.

Lettera H, è il nome del tipo proiettile utilizzato dal famigerato gruppo di merende del mostro di Firenze, ed andiamo a raccontare la storia di Sebastian, che per l’appunto interpreto, un ex nazi-skin, completamente tatuato, infatti avevo ventitre tatuaggi di scena fantastici che mi facevano compagnia.

Seba fa il carrozziere e compra una macchina da restaurare, ignaro del fatto che l’auto fosse appartenuta ai malcapitati dell’omicidio, così entrando in contatto con la storia accaduta, inizia un viaggio mentale che lo porterà a mettere in atto quello che ha visto nel suo trip.

Faces: Eduardo Scarpetta

Ph: Davide Musto

Styling: OTHER, Sara Castelli Gattinara e Vanessa Bozzacchi

Location: Palazzo Dama

Location Manager: Luisa Berio

Particolarmente noto al grande pubblico per la sua interpretazione nelle serie tv L’amica geniale, Eduardo Scarpetta discende da una delle più note e famose famiglie teatrali napoletane. È infatti nipote di Vincenzo, figlio del senior Eduardo Scarpetta, grande autore e commediografo dei primi del ‘900. La scorsa settimana lo abbiamo seguito in uno dei suoi ultimi lavori per la televisione, Carosello Carosone in onda su Rai 1, ecco la nostra intervista.


Come e quando inizia la tua carriera da attore? 

Ho iniziato a 9 anni con mio padre con “Feliciello e Feliciella” per i 150 dalla nascita di Eduardo Scarpetta, uscire di scena mi rendeva il bambino più felice del mondo, è stato facile scegliere la strada da percorrere.


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Come ci si sente a essere l’erede del grande attore del teatro napoletano Eduardo Scarpetta?

È un onore, scomodo quando me lo fanno pesare, non ho scelto io di esserlo, quello che posso fare io è affrontare il mio mestiere col massimo dell’impegno e del rispetto.


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Hai recitato ne “L’amica geniale” nel ruolo di Pasquale, cosa ti ha lasciato questo personaggio?

Pasquale, ma l’amica geniale in se, mi ha fatto conoscere più a fondo un mondo che conoscevo solo per sentito dire, credo sia scritta molto bene quindi ho scoperto delle dinamiche di quegli anni che non conoscevo. Pasquale mi ha restituito l’ideologia della sua classe sociale.

Se non avessi intrapreso la carriera da attore cosa saresti diventato?

È una domanda a cui non ho mai saputo dare un risposta, non c’è mai stato un piano B, sapevo che avrei fatto questo, a qualsiasi costo.


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Hai poco tempo per preparare la valigia. Cosa porti sicuramente con te?

Testi teatrali, un pallone, spazzolino e dentifricio. 

Un luogo che visiterai non appena si potrà viaggiare?

Non c’è un luogo in particolare, vorrei semplicemente viaggiare, per il mestiere che faccio è difficile pianificare un viaggio perché magari salta a causa di un lavoro che esce, è successo già diverse volte in passato, amo viaggiare, vorrei semplicemente riuscirci.


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Progetti futuri su cui stai lavorando?

Sto per iniziare le riprese del film “La donna per me” di Marco Martani, con un signor cast ma preferisco non dare altre anticipazioni per scaramanzia. 

L’innegabile forza di Griffin Matthews

Griffin Matthews è uno scrittore, regista, attivista e attore. L’attore di “Dear White People” è emerso come uno dei talenti più eclettici e ricercati sulla scena cinematografica attuale. Nel 2019, a seguito dell’uscita delle sue performance in “Dear White People” su Netflix e in “Ballers” su HBO, ha dimostrato di essere un’innegabile forza, capace di catturare l’attenzione del suo pubblico.

Quest’anno Griffin reciterà nell’attesissima serie “The Flight Attendant” (L’assistente di volo), con Kaley Cuoco. La serie racconta la storia di Cassie (Cuoco), un’assistente di volo che si sveglia nell’albergo sbagliato, nel letto sbagliato, affianco ad un uomo morto, senza avere idea di cosa sia successo. Griffin interpreta il ruolo di Shane Evans, collega di lavoro di Cassie, che conosce molti dei suoi segreti. La loro amicizia è messa alla prova nel momento in cui la vita di Cassie inizia a sbrogliarsi e le verità di tutti i personaggi iniziano a venire a galla.



Ecco a voi alcune domande che abbiamo posto a Griffin Matthews riguardo la sua carriera, per conoscere meglio il suo talento.

Come hai scoperto di avere una passione per la scrittura, la regia e la recitazione?

Mi esibisco da quando ero bambino. Nel mio soggiorno. Per i miei genitori. Per i miei fratelli. Non ho mai smesso di esibirmi. Fa parte del mio DNA. Recitare è la passione che ho inseguito quando ho dovuto decidere cosa volessi studiare al college. Sono entrato nella prestigiosa School of Drama presso la Carnegie Mellon University per studiare teatro musicale. È stato proprio qui che mi sono davvero appassionato allo storytelling, non solo come attore, ma anche come cantante, ballerino, scrittore e regista. Ho capito che avrei potuto fare molto più di quanto avessi mai sognato!



In che modo la tua carriera ti ha cambiato la vita?

Lavorare in questo ambito significa che la tua vita sarà in continua trasformazione. Lavoriamo ad orari strani. Viaggiamo in posti nuovi, sempre preoccupati per la stabilità e il denaro. Combattiamo per mantenere intatte le nostre relazioni. Questa carriera richiede grandi sacrifici, ma mi permette di crescere, imparare e migliorare costantemente, sia come artista che come persona.

Qual è stato il traguardo più impegnativo della tua carriera?

Penso che il traguardo più impegnativo sia stato rimanere paziente e fiducioso. Ho 38 anni. Mi ci è voluto tanto tempo per emergere in questo settore. Sono davvero orgoglioso di non aver mollato. Di aver aspettato pazientemente. Di essere andato a tutti i casting. Di essere sopravvissuto a tutti i no ricevuti. Ovviamente, ho ancora molti traguardi da raggiungere, ma sono davvero orgoglioso di “The Flight Attendant”. Mi sento così fortunato ad aver preso parte a questo show!



In quanto omosessuale e di colore, hai avuto difficoltà nell’ottenimento dei ruoli che hai interpretato?

La mia battaglia principale è stata dimostrare al mondo e a questo setttore che posso essere qualcosa di più dello “sciocco migliore amico gay”. A volte i ruoli sono così ricchi di cliché e pregiudizi. Mancano di specificità. Mancano di umanità. Mancano di profondità. Quindi ogni volta che ho la possibilità di interpretare un ruolo, faccio tutto ciò che è in mio potere per dargli autenticità. Questo implica essere vulnerabili, intelligenti e ricchi di sfumature. Il mio obiettivo è che gli spettatori vedano qualcosa di nuovo, cosicchè possano cambiare il loro pensiero nei nostri confronti.

Com’è stato lavorare come collega di Kaley Cuoco in “The Flight Attendant?”

Ho adorato ogni minuto di lavoro con Kaley. Abbiamo stretto un’amicizia genuina durante le riprese. Dal momento in cui ci siamo incontrati, al mio provino finale e fino alle riprese, abbiamo avuto una chimica immediata. È molto divertente e simpatica, anche nella vita reale. Non si prende troppo sul serio. Abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo a ridere a crepapelle e penso che questo si manifesti davvero nelle nostre esibizioni in “The Flight Attendant”.

Com’è stato girare parte della serie a Roma?

Ho amato Roma più di quanto si possa esprimere a parole. È una città magica e romantica. La sua cultura, il cibo, l’ospitalità italiana, la moda, i luoghi storici. Sono rimasto sbalordito! Nei miei giorni liberi, passavo ore da solo a passeggiare per le strade, fermandomi nei negozi e nei bar a parlare con estranei. Mi sono sentito come fossi a casa. Ho ufficialmente eletto l’Italia come la mia seconda casa.

Quanto è stato importante per te, a livello personale, interpretare un uomo omosessuale di colore in “Dear White People” e perché?

Interpretare D’Unte nella terza stagione di “Dear White People” ha cambiato la mia vita e la mia carriera. Quel personaggio mi ha permesso di essere “grande”. Ho dovuto correre dei rischi, dire cose controverse ed indossare abiti audaci. D’Unte non si è mai scusato per essere rumoroso, gay e fantastico. Mi ha insegnato ad essere rumoroso, gay e fantastico, sia sullo schermo che nella vita reale.

Qual è stata la lezione più importante che hai imparato nella tua carriera?

Sicuramente quella di fidarmi del mio istinto. Quando ho imparato a fidarmi del mio intuito, ho scoperto di saper accettare quelle che sono le conseguenze, buone o cattive che siano. Quando non ascolto il mio istinto, invece, finisco per avere rimpianti. Sto cercando di avere molti meno rimpianti nella mia vita.

Luca Chikovani: “Dalle cover su YouTube al Festival di Cannes anche grazie alla meditazione”

Luca Chikovani è un vero e proprio concentrato di energia. La sua carriera ha avuto inizio con delle cover su YouTube per poi coronare il proprio sogno con la pubblicazione con Universal dell’album “Start”. Adesso Luca ha cambiato pelle, ha avuto una vera e propria evoluzione che l’ha portato prima al cinema interpretando ruoli importanti come Tancredi nel film “Lazzaro Felice” di Alice Rohrwacher e poi in tv nella serie Rai “Un passo dal cielo”. Nella nostra lunga chiacchierata abbiamo parlato dell’importanza del credere in se stessi e nelle proprie potenzialità e di come la meditazione può servire per capire realmente chi siamo.


Credits: c.d.a. Studio di Nardo s.r.l.

Luca com’è nata la passione per la musica?

Devi sapere che è nato tutto un po’ per caso anche se la musica mi appartiene fin da piccolo perché in Georgia (il suo paese natale, ndr) c’è proprio una cultura musicale, ogni famiglia ha un pianoforte e alla fine della cena si suona e si canta tutti insieme. Io nel corso degli anni non ho coltivato più di tanto questa passione finché un giorno il bidello della scuola mi ha prestato il dvd di “Moulin Rouge!”, l’ho visto e da lì ho iniziato a cantare senza però ottenere grandi risultati.

In quegli anni su YouTube andavano per la maggiore le cover fatte da Conor Maynard, Shawn Mendes e Justin Bieber e allora ho iniziato a pubblicarne anch’io. Se prima dovevi sperare nel colpo di fortuna per raggiungere le etichette e farti pubblicare, col web avevi il contatto diretto con il pubblico senza intermediari. Inizialmente a scuola mi hanno preso molto in giro, soprattutto i professori, ma io sono andato dritto per la mia strada con l’obiettivo di incidere i miei pezzi. Avevo bisogno di mettere da parte dei soldi per pagare l’incisione e un giorno, mentre cercavo proprio un lavoretto, sono entrato per caso in un negozio senza leggerne l’insegna ed era proprio uno studio di registrazione. Ho poi conosciuto il proprietario, il produttore Roberto Sterpetti, che mi ha visto super motivato, pieno di idee e ha deciso di mettermi alla prova. Dopo un po’ di mesi ho firmato con loro il mio primo contratto e abbiamo pubblicato i primi brani. Poi mi sono trasferito a Milano per l’università e ho conosciuto tra gli altri Michele Bravi che mi ha chiesto di aprire i suoi concerti; alla tappa di Milano mi hanno notato i suoi discografici della Universal che poi mi hanno proposto di lavorare insieme. Così è nato “Start”.



Poi è arrivata Alice Rohrwacher e il suo “Lazzaro Felice”…

Sì, e anche qui c’entra la musica! Quando è uscito il video del mio singolo “On my own” è stato trasmesso da MTV e casualmente un giorno Alice e Chiara Polizzi (la casting director del film, ndr) mentre erano insieme in un bar lo hanno visto e si sono chieste chi fossi, mi hanno cercato e proposto di fare il casting per il ruolo di Tancredi anche se io, sinceramente, non volevo farlo perché non avevo mai recitato in vita mia.

Il provino andò malissimo, ero molto timido. Ricordo che c’era un altro attore che interpretava Lazzaro ma era caratterialmente molto dominante rispetto a me tanto da mettermi in difficoltà e farmi bloccare. Alice lo notò subito e mi chiese “riesci a impegnarti se lo vuoi? Sì? Allora non esci dalla stanza finché non lo fai”. Fu lei a interpretare Lazzaro e io Tancredi e così il provino andò bene. Le sono molto grato, se non ci fosse stata lei avrei perso una grande opportunità. Molte volte si ha paura e si è insicuri senza un reale motivo e lei me l’ha fatto capire.

Tu sei tra i protagonisti del corto “Revenge Room” che tratta una tematica molto attuale…

Sì, dopo “Lazzaro felice” sono stato in giro per molti festival che mi hanno permesso di farmi conoscere. Mi hanno proposto un ruolo nel corto prodotto della Rai “Revenge Room” che parla del revenge porn, un argomento molto caldo in questo periodo, dove ho avuto il piacere di lavorare con Alessio Boni, Violante Placido ed Eleonora Gaggero. Avevo molta paura del ruolo perché era stato precedentemente rifiutato da tre attori a causa dell’immagine malvagia che trasmetteva il personaggio ma Alice mi ha insegnato che le parti bisogna modellarle sull’attore e così ho fatto.

E’ stata un’esperienza significativa perché abbiamo girato tutto in un giorno, era un lungo piano sequenza. Poi Alessio Boni è stato magistrale, mi ricordo che prima di iniziare a girare una scena di un litigio mi ha insultato perché era già entrato nel ruolo per rendere tutto il più veritiero possibile e infatti la scena è uscita benissimo.



Chi è Luca oggi?

Non lo so, come faccio a saperlo? Cambio ogni giorno! Ci pensavo ultimamente, molte volte la gente mi dice: “ora fai cinema? E la musica?”, abbiamo in testa l’idea che ognuno ha un percorso ben definito ma non è così. Se adesso voglio fare il cantante e tra un anno l’archeologo nessuno me lo vieta. Per me è stata fondamentale la meditazione che mi ha permesso di controllare la recitazione che non avevo mai studiato. Mi ha reso conscio del fatto che non sono definito, non so cos’era Luca ieri e cosa sarà domani. Bisogna essere fluidi, sapersi adattare, cambiare, distruggere il proprio ego che a volte ci blocca a non andare oltre.

Qual è il consiglio che vuoi dare a chi sogna di intraprendere un percorso simile al tuo?

Molte volte ci concentriamo solo sull’esterno: “voglio fare il cantante quindi imparo a cantare”, è giustissimo però all’inizio secondo me bisogna concentrarsi su sé stessi. Bisogna lavorare prima interiormente e io l’ho fatto attraverso la meditazione, lo studio delle religioni e guardando dei film. Bisogna prima capire le tue emozioni, i tuoi pensieri, rendersi consci di questo e poi fare ciò che si vuole. A livello tecnico per gli attori consiglio di vedere tanti film perché noi esseri umani copiamo senza rendercene conto, assimiliamo ciò che vediamo.

Progetti per il futuro?

Ho appena finito di girare per Sky Atlantic il film “Power of Rome” dove interpreto Augusto e sto completando le riprese della fiction “Un passo dal cielo” dove posso anticiparvi che canterò ma non vi spoilero troppo. Poi sto valutando dei progetti dall’estero ma la situazione causa covid è complessa, vedremo.

New faces: Guglielmo Poggi

Nonostante la giovane età il curriculum di Guglielmo Poggi è già ricchissimo. All’attivo diversi film di successo come Gli uomini d’oro nel 2019 , Bentornato Presidente, Il tuttofare, Beata ignoranza. Prima ancora lo abbiamo visto ne L’estate addosso e poi Il nostro ultimo. Il suo cortometraggio Siamo la fine del mondo viene poi selezionato per partecipare allo Short Film Corner del Festival di Cannes del 2017. 

Vive a pieno ogni personaggio e per il futuro non si preclude nessuna strada (e non parliamo solo di cinema) per questo motivo, da quello che ci ha raccontato sentiremo spesso parlare di lui.


Photo Credits: Davide Musto

Come è nata la tua passione per il cinema e la recitazione?

Questione di DNA, credo. Guardi e ascolti in casa, e riproponi. Verso i dieci anni ho cominciato col doppiaggio e da lì non mi sono fermato più. Però intendiamoci: non sono uno di quelli che vedevo presentarsi ai corsi di recitazione affermando “io non potrei mai fare altro nella vita”. E poi fanno altro nella vita. Io avrei potuto fare altro nella vita (il politico, l’aiuto cuoco, l’affilatore di coltelli). Per questo faccio l’attore. Per fare altro nella vita. Per fare tutto il resto.

Puoi svelarci qualcosa sul tuo personaggio in Cops – Una banda di poliziotti?

È biondo platino, ma ha una prepotente ricrescita scura. Dorme con il suo elegantissimo pigiama, dentro al commissariato di cui è il centralinista. Sull’ostentazione del suo orientamento sessuale e sulle sue abitudini quantomeno bislacche mi taccio. Ma solo per non fare spoiler.


Photo Credits: Davide Musto

C’è un ruolo tra quelli interpretati fino ad oggi che hai sentito più tuo?

Tutti, perché sono miei. È meno banale di quello che sembra: il privilegio è stato proprio avvicinarli, perché con me non avevano niente a che fare. Ho interpretato drogati, poliziotti, omosessuali, un vicepresidente del consiglio, un praticante avvocato (io l’università non l’ho vista nemmeno in foto), ho visitato gli anni sessanta, il seicento, persino l’antica Roma. Sono molto fortunato, tra i miei coetanei. Non mi hanno mai assunto per “fare me stesso”. E menomale.

Hai diretto alcuni cortometraggi che hanno avuto un grande successo. Quali sono i temi di cui vorresti parlare da regista?

Fin ora ho trattato anoressia, bulimia, molestie sulle donne, bioetica, suicidio giovanile, aberrazioni della tecnologia. Insomma, un allegrone. Mi ha sempre appassionato approcciare con uno sguardo non ordinario (e perché no, anche ironico) i temi più spinosi e drammatici che ci somministra la realtà, che diciamolo, non si fa mai pregare per mostrarci il peggio del peggio di sé. Però la mia opera prima (che prima o poi esisterà), sarà una commedia. Nera, ma commedia.

Come stai vivendo questo periodo di semi lockdown?

Sto girando una serie e la sera resto a casa a cucinare, vedo film, scrivo. Praticamente lo stile di vita che sogno. A rendermelo nemico è la difficoltà dei colleghi che rivedranno i teatri aperti chissà quando. E poi i ristoratori, chi lavora nel turismo e nell’intrattenimento. Ma anche la sofferenza di chi ha perso qualcuno, le difficoltà delle piccole imprese, gli artigiani costretti a chiudere. Ecco, non mi riesce non sentire nel profondo le ingiustizie, per parafrasare un rivoluzionario vero. Cerco di riflettere su come fare a contribuire nel mio piccolo, in questo esausto capitalismo, anche delle idee. Cerco, e non trovo, e questo rende il “semi-lockdown” ancora più cupo di quello precedente.

Un luogo in cui andresti appena si potrà tornare a viaggiare?

Vorrei andare a trovare i miei amici a New York e Los Angeles, sentire l’entusiasmo per il nuovo ciclo politico. E poi andare a scoprire un po’ della Cina, per capire in che direzione andrà il mondo. Ma ancora, tornare sereno e tranquillo a Milano a vedere un bello spettacolo al Piccolo, all’Elfo, al Partenti, ma anche a San Siro a vedere la mia Inter.

Dove ti vedi tra 10 anni?

Al manicomio. O al Mibact. Come Ministro ovviamente. O a vivere in un appartamentino ad Upper West Side, a dirigere film nella mia amata San Pietroburgo, a imparare a fare le torte, magari a le Marais a Parigi (che per un aspirante aiuto cuoco essere incapace coi dolci è imperdonabile). Resta da capire se sarò io, Guglielmo, o i personaggi che interpreterò, a fare tutte queste belle cose. Facciamo che non c’è differenza?


Immagine di cover: Sky/Gianni Fiorito

New Faces: Giancarlo Commare

Giancarlo Commare, protagonista di fiction di successo targate Netflix come “Skam” o “Il paradiso delle signore”, il daytime di RAI1, arrivato dalla Sicilia per lasciare il segno, si racconta con le sue esperienze ed i suoi sogni. Conosce molto bene l’arte, in quanto la pratica e la conosce in tutte le sue forme; infatti, oltre a recitare è stato anche un ballerino a livello agonistico, e poi cantante, su cui ci sta lavorando.




In questi ultimi anni sei ovunque, non puoi lamentarti, che esperienza è stata Skam per te?

È stata un’esperienza al di fuori dell’ordinario, in quanto ho fatto i provini una settimana prima che cominciassero le riprese. Ero totalmente all’oscuro di questo mondo e non sapevo assolutamente a cosa sarei andato incontro, poi il call back, e mi son buttato a capofitto studiando tutto l’universo che lo circondava.

Ti ci sei ritrovato nel tuo personaggio?

Personalmente come Giancarlo nei panni di Edoardo assolutamente no, anche se poi nella terza stagione si è avvicinato al mio mondo, potrei dire che si è formato in corso d’opera come un vero work in progress. E poi è inutile dire quanto ci siamo trovati bene ed affiatatati con tutto il cast.



Ti ha fatto diventare un “istant Icon” dopo l’uscita della serie possiamo dire.

Diciamo che lo dite voi giornalisti, perché non l’ho ancora capito esattamente che cosa vuol dire. Certo ho visto una crescita esponenziale su Instagram, ed è stata una totale sorpresa per me.

Invece con un lavoro completamente diverso che è quello del “Paradiso delle signore” come ti trovi?

Mi diverto tantissimo perché il personaggio è super divertente, e come ho detto altre volte ho preso spunto da mio nonno, anche se lui non è così ignorante, però è goffo e viene dalla campagna, insomma ho trovato delle affinità e mi ci sono davvero affezionato tantissimo. E poi lavorare tutti i giorni con le stesse persone è come essere in famiglia ed in più professionalmente parlando è un’immensa palestra, perché ci si ritrova davanti alla macchina da presa quotidianamente. L’elemento che mi ha spaventato di più all’inizio era la quantità di scene che bisognava girare al giorno e senza margine di errore perché i tempi sono serrati, insomma una macchina da guerra.



Sei un attore direi quasi di formazione Americana, in quanto balli, canti, reciti, quale passione è arrivata per prima?

Il primo amore in assoluto è la recitazione, in quanto l’ho scoperta veramente da piccolissimo mentre facevo una recita natalizia, che all’inizio non volevo nemmeno fare, ed invece la sera stessa ho detto a mia madre che avrei voluto fare proprio quello da grande. Poi negli anni è arrivata la danza, che mi ha anche fatto accantonare la recitazione ad un certo punto poiché avevo intrapreso un percorso agonistico con buoni risultati nell’ambito del hip-hop, del funky e dei balli di coppia latino-americani. Ammetto di non essere un cantante perché in famiglia c’è mia sorella che è bravissima, però canto da attore se mi preparo.

Che rapporto hai con i social? Vedo che hai un ottimo seguito!

Pessimo, capisco quali siano i vantaggi dell’utilizzo di un social network in quanto la comunicazione è più immediata, si può arrivare prima alle persone per un concetto. Per quanto mi riguarda, non mi verrebbe mai in mente di postare cosa mangio a colazione o come mi lavo i denti. La cosa che mi fa innervosire maggiormente è che se tu pubblichi poi incontri un amico e dici: “si si, ma ho visto” e non hai più nulla da raccontare. Io non posto nulla così sono tutto da scoprire. Mi piace utilizzarli per lavoro o per aiutare magari a diffondere un messaggio importante.

In questo momento in cui l’arte è stata calpestata dalla pandemia, tu personalmente come la vivi?

Malissimo. Capisco perfettamente il momento storico e che dobbiamo combattere il virus, ma secondo me non è chiudendo i teatri o i cinema che si debellerà il COVID, anche perché sono proprio gli ambienti dove si assembra meno gente. Credo che sia una scelta di tipo economico non eccessivamente motivata. L’arte non dovrebbe mai essere fermata, è un dono, un regalo che ognuno di noi può ricevere; ad esempio, se vai ad una mostra e vedi un dipinto che ti regala un’emozione, magari ti risolve anche uno stato d’animo che in quel momento non era positivo e ti cambia la giornata. Senza l’arte, dilaga l’ignoranza più facilmente, perché l’arte è coinvolgimento.

Location: Hotel Valadier

Photo: Valentina Cerulli @valentinacerulliph

Mua: Arianna Nota @fotonota

Stylist: Alessia Rossetti @alexis_rode

Support progetto: Rondini Sonia @sonia_rondini

Alberto Malanchino, ecco il DOC nelle vostre mani

Photographer: Davide Musto @davide_musto 

Ass. Photographer: Emiliano Bossoletti @_emilianobossoletti

Stylist: Delia Terranova @deliaterranov

Grooming: Elisa Zamparelli @elisazamparelli @makingbeauty.management

Location: Osteria il Matto – Roma @osteriailmatto 


Alberto Malanchino, attore italiano con madre del Burkina Faso, si definisce un ragazzo dell’Hinterland Milanese, la sua passione per il cinema nasce sin da piccolo, anche se all’inizio intraprende studi più tecnici per poi capire che non erano la sua strada. Ora lo apprezziamo nel ruolo di Gabriel Kidane per la serie “Doc nelle tue mani”, uno dei maggiori successi della fiction targata RAI1.

Dimmi come nasce la tua passione per la recitazione..

La prima volta è stata sicuramente da piccolo in quanto vedevo molti film in compagnia di mia madre che è stata la prima persona a trasmettermi la passione per il cinema. E senza distinzione di bollino rosso o blue me li faceva vedere tutti, ed ho iniziato a subire il fascino degli attori come Al Pacino o Michele Placido, e ti sto parlando ancora di VHS, che sembra una vita fa. Ti confesso che ero molto incuriosito dal fatto che tutti parlassero italiano, allora poi mia madre mi ha spiegato che esisteva il doppiaggio, così è stata una doppia fascinazione.

Invece il secondo momento quando è stato?

Esattamente al quinto anno di ragioneria, dove la professoressa ci portò a vedere “Le allegre comari di Windsor”, mentre avevo amici che volevano proseguire gli studi con la Bocconi o insomma altre scuole, io ho capito di voler fare una scuola di recitazione. E così sono entrato in accademia a Milano alla Paolo Grassi.

In DOC nelle tue mani interpreti un giovane medico, come ti sei avvicinato al personaggio?

Innanzi tutto, ho cercato di vedere che cosa potessimo avere in comune io e lui, e mi è saltato subito all’occhio il fatto che tutti e due avessimo una grande dedizione per il lavoro. Poi c’è stato l’approccio professionale, ed in questo caso devo ringraziare il nostro regista Jan Michelini che ci ha permesso di fare un piccolo training all’interno del Policlinico Gemelli di Roma, per poter studiare tutte le varie dinamiche tra i pazienti ed i medici. Ed è stato di vitale importanza per poter utilizzare termini tecnici con una certa naturalezza e confort.

Il tuo ruolo ha origini Etiopi invece tu che origini hai?

Diciamo che sono dell’hinterland Milanese, dell’Altesana, dell’Adda, e poi per esigenze lavorative ovviamente mi son traferito a Milano. Il mio papà è italiano, mentre mia mamma è africana originaria del Burkina Faso.

Sin dalla prima puntata è stata un vero successo questa fiction, te lo saresti immaginato?

Ovviamente sono molto contento, perché la verità è che è stata una scommessa grandissima, in quanto da quello che mi dicevano il genere “medical” in Italia ha sempre fatto un po’ fatica ad attecchire. In più andando in onda con la prima parte della serie in piena pandemia, ci ha fatto riflettere sul fatto se fosse utile o meno far uscire una serie TV di quel genere in quel momento. E poi più che altro, avevamo iniziato a girare in tempi non sospetti, ma non avevamo finito, quindi aggiungiamo anche il dubbio se aspettare di finire o partire con la prima parte. Ed infine il pubblico ci ha premiato.

Come stai vivendo questa seconda devastante fase di pandemia?

Diciamo un po’ come tutti quelli chiusi in zona rossa sto aspettando giorni migliori, organizzo la mia vita creativa che prima non aveva il tempo di svilupparsi, come stesure di soggetti e scritture. E poi siamo stati svezzati dalla prima ondata quindi abbiamo trovato una quadra.

Che cosa non deve mai mancare nella tua valigia prima di un viaggio, quando torneremo a viaggiare?

Sicuramente una bella crema protezione 50, visto che non possiamo mai cambiare cromia della pelle per lavoro, e poi sicuramente un cellulare con tanta rete da poter comunicare con chi è distante.

Il percorso di Andrea Pittorino, giovane talento del cinema italiano

Giovanissimo ma già piuttosto famoso, Andrea Pittorino inizia a recitare a soli 4 anni. Comincia tutto con Un ciclone in famiglia, show diretto da Carlo Vanzina, vestendo i panni di Ambrogino. Nel 2008 ha poi partecipato alla serie Mogli a pezzi, ma l’abbiamo visto anche in Le segretarie del sestoDov’è mia figliaDon MatteoIl tredicesimo apostoloLe tre rose di Eva e Squadra Antimafia – Il ritorno del boss. Andrea è stato anche fra gli attori di L’Aquila – Grandi speranze e ha recitato anche sul grande schermo. Gabriele Muccino, ad esempio, l’ha scelto per recitare in Gli anni più belli interpretando il ruolo di Paolo Incoronato. Una lunga carriera, non sempre facile e che ha richiesto numerosi sacrifici, ma nonostante i momenti di blocco e di maggiore incertezza, ha sempre ritrovato in se stesso la conferma di una passione che lo spinge ad andare avanti in questo percorso come racconta nella nostra intervista.

Stylist: Stefania Sciortino – Assistente: Rosamaria D’Anna 

Fotografo: Davide Musto – Assistenti : Dario Tucci, Emiliano Bossoletti 

Grooming: Marta Ricci per Simone Belli Agency

Location: Palmerie Parioli – Thanks to: Sonia Rondini

Total look Dior, sunglasses Spektre, rings Bernard Delettrez

Come è iniziata la tua carriera da attore?

La mia carriera da attore inizia all’età di 4 anni, con la partecipazione alla fiction “Un Ciclone in Famiglia”, tuttavia, essendo così piccolo, di quel periodo ho ricordi piuttosto offuscati. Nonostante i miei genitori non abbiano mai fatto parte del mondo dello spettacolo, mio padre ha sempre avuto una passione per l’arte vedendo in me del potenziale e spingendomi in questo campo. La prima produzione della quale ho memoria è “Don Matteo”dove interpretavo il ruolo di Agostino, un bambino orfano ospite della Canonica. Ho poi preso parte a svariate serie televisive e all’età di 10 anni, ho girato il mio primo film che sarebbe poi stato presentato nelle sale cinematografiche italiane, “Mai Stati Uniti”. Questo mi ha permesso di visitare parte degli Stati Uniti in compagnia di mio padre. Dopo aver lavorato ad altre due produzioni cinematografiche e alla serie “Le 3 rose di Eva”, all’età di 12 anni, è arrivata l’opportunità che sognavo da tutta la vita: il mio primo film da protagonista, “La vita possibile”.

Nonostante io non abbia mai studiato recitazione, ho sempre avuto un carattere molto sensibile e ricettivo e questo sicuramente mi ha aiutato durante gli anni. Ho avuto una vita speciale, diversa da quella degli altri miei coetanei poiché, sin da molto piccolo, alternavo la scuola al lavoro e avevo già molte responsabilità.

Tra i personaggi che hai interpretato, c’è un ruolo in cui ti sei rivisto in modo particolare?

Il personaggio di Valerio, protagonista de “La vita possibile”, mi ha influenzato moltissimo. All’età di 13 anni, a seguito di questa produzione cinematografica, ho deciso di mettere in stand-by la mia carriera da attore, rinunciando così a moltissime proposte lavorative. Ho preso questa decisione perché ero stanco di dover essere diverso dagli altri, a volte addirittura negavo di fare l’attore, definendomi un ragazzo di borgata, proprio per provare un brivido di normalità. Come segno di protesta, vi è stato un periodo durante il quale ebbi delle forti crisi interiori e decisi di rasarmi i capelli, proprio perché ero convinto che in quelle condizioni nessuno mi avrebbe più proposto un lavoro da attore. Inoltre, non sono mai riuscito a costruire delle vere amicizie, tranne pochissime, sicuramente a causa della mia vita così diversa da quella degli altri adolescenti.

Durante questo periodo di transizione però, mi sono reso conto che mi mancavano terribilmente il mio lavoro. Proprio per questo poi ho ripreso a recitare.

Look Dior, Sunglasses BOSS

Quale ruolo ti piacerebbe interpretare?

Ho sempre sognato di fare film dove esista anche il “nudo”, come avviene in produzioni quali Shame di Steve McQueen, Love di Gaspar Noè, il Cattivo Tenente di Abel Ferrara e molti altri ancora. Credo esista sempre un modo per raccontare la nudità, senza cadere nel volgare.

Che rapporto hai con i social?

Con i social ho un rapporto molto conflittuale, ancora non ho ben chiaro il ruolo che questi possono e potranno avere nella mia vita. Vi è stato un lungo periodo, mentre giravo un film diretto da Gabriele Muccino, durante il quale ho deciso di eliminare completamente tutti i social, whatsapp compreso, per entrare meglio nel ruolo di Paolo, un ragazzo di altri tempi. È in questo lasso di tempo che mi sono reso conto di non aver sentito in alcun modo la mancanza di queste piattaforme e anzi, credo che la mia vita in quel periodo fosse addirittura migliore. Penso che i social non siano un buon mezzo di comunicazione per i giovani, poiché rubano tempo che si potrebbe dedicare ad altre attività. Queste piattaforme possono essere utilizzate per esprimere messaggi, ma questi ultimi non potranno mai essere così forti come lo sono quelli trasmessi tramite musica, cinema e libri.

Che rapporto hai con la moda?

Non ho mai fatto moda nella mia vita, se non qualche servizio fotografico per la presentazione di nuovi film. Il mio primo vero shooting è stato proprio questo, con Manintown. L’esperienza si è rivelata incredibile, c’è stato subito un buon feeling con tutte le persone dello staff.  Ci siamo capiti perfettamente e abbiamo lavorato molto bene insieme.

Quali sono 3 capi che non possono mai mancare nel tuo guardaroba?

Generalmente mi vesto in maniera piuttosto semplice, oggi indosso una t-shirt e un maglioncino nero, un paio di jeans neri di Diesel e un paio di sneakers di Tod’s. Inoltre, vi sono anche degli accessori che non possono mai mancare, quali anelli e collane. Diciamo che nei miei outfit non rinuncio mai ad un paio di jeans e alla mia cintura nera con le borchie. Indosso anche camicie e giacche piuttosto eleganti, mentre un capo che proprio non mi piace è la tuta. Per quanto riguarda colorazioni e fantasie, prediligo colori neutri come il nero, il bianco e il blu.

Quando vivevo a Londra compravo spesso nei mercatini di Camden Town, mi piace inserire anche pezzi low cost nei miei look.

Look MISSONI, Cappello in pelle con visiera Louis Vuitton

Ami viaggiare? Consigliaci una meta in cui recarci appena si potrà riprendere a farlo.

Mi piace tantissimo viaggiare. A mio parere, le tre città europee più belle sono Roma, Londra e Parigi. Un’altra città che mi è rimasta particolarmente nel cuore è Kyoto, in Giappone, con le sue case tipiche e i moltissimi alberi rosa durante la fioritura.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Puoi svelarci già qualcosa?

Non so che cosa mi riserverà il futuro, perché attualmente non ho ancora progetti confermati. Posso però dirti che vorrei fare tante cose, non solo nel cinema ma anche in altri frangenti. Ho un bisogno estremo di creare e ho molte idee, ma per ora non voglio ancora svelare nulla. Spero solo che tutti i miei sogni si possano realizzare presto.

Naya Rivera: 3 curiosità sull’attrice morta annegata

Chi ha seguito ed amato la serie tv musicale Glee, non può dimenticare la splendida Naya Rivera, talentuosa attrice statunitense che ha interpretava Santana Lopez.

Chi era Naya Rivera

Classe 1987, la Rivera è nata in California, a Santa Clarita, ma aveva origini portoricane ed afroamericane. Si può dire che la sua carriera è iniziata quando era ancora in fasce, partecipando a diversi spot pubblicitari.

A soli 4 anni diventa la star di The Royal Family e partecipa a molte serie tra cui Willie il principe di Bel Air, con Will Smith, e 8 sotto un tetto. La consacrazione sul piccolo schermo, però, avviene con Glee, dove grazie all’interpretazione di Santana, ha vinto un ALMA Award ed un People Choice Award.

La sua brillante carriera purtroppo, è stata stroncata da un terribile incidente in barca, sul lago Piru.

L’incidente in barca di Naya Rivera

Ancora non si sa con esattezza cosa sia successo quel giorno. La donna, stava facendo una gita in barca con il figlio Josey, nato dalla relazione con Ryan Dorsey, sul lago Piru, a pochi km da Los Angeles. Dopo alcune ore dalla perdita delle sue tracce, un turista ha rinvenuto la barca con dentro il piccolo che indossava un giubbotto di salvataggio, ma nessuna ombra della madre.

Sarà proprio il piccolo a raccontare di non aver più visto la madre risalire in superficie dopo essersi tuffata. L’ipotesi più verosimile, al momento è che si sia lanciata in acqua per salvare il figlioletto e che non sia riuscita più a risalire.

3 curiosità su Naya Rivera

1 Era stata arrestata per violenze domestiche.

La sua storia con Ryan Dorsey è stata lunga e travagliata. I due, dopo vari tira e molla, si erano sposati in Messico nel 2014 e dalla loro unione è nato il piccolo Josey, spettatore della tragedia. Nel 2017 lo stesso Dorsey la denunciò per violenza domestica, accusandola di averlo colpito sulla testa e sul labbro durante una passeggiata col figlio, dopo una discussione.

2 Era molto attiva nel sociale

Naya era molto sensibile ai problemi sociali: si dedicava infatti, in più ambiti, alla beneficenza. In particolare sosteneva associazioni come Stand Up To Cancer e The Trevor Project.

3 Ha provato a fare la cantante

L’attrice aveva tentato anche la carriera musicale. Nel 2013 ha provato a tramutare la sua professione diventando una cantante, ma ha subito cambiato idea., sono usciti però dopo qualche anno dei singoli inediti, che non aveva voluto pubblicare in precedenza.