La storia di Polaroid Eyewear raccontata dalla collezione Heritage

Gli occhiali Polaroid Eyewear che hanno fatto la storia grazie all’invenzione delle lenti polarizzate, sono omaggiati dal progetto Heritage, che comprende diverse capsule collection con lo scopo di raccontare la storia del brand dagli anni ’30 a oggi. Grazie al filtro polarizzante ideato da Edwin Land, è stato possibile proiettare il primo film commerciale in 3D nel 1939, in occasione dell’esposizione internazionale World Fair di New York, ed è stato proprio il marchio Polaroid Eyewear a produrre le prime mascherine che permettevano di vedere l’innovativo genere cinematografico. Proprio da questi modelli trae ispirazione la collezione Heritage, con un ritorno del clip-on, rivisitato in chiave contemporanea, su nuovi modelli acetati dalla forma rettangolare e disponibili in tre colorazioni: bianco, nero e rosso. Nella parte frontale la scritta “Press” indica il punto dove bisognava premere per applicare la mascherina ed è ancora visibile il dettaglio in metallo che serviva a sostenerla. Completano la collezioni i modelli in metallo, che rappresentano un’evoluzione del clip-on, con forma pilot e quadrata e quelli in acetato dallo stile easy to wear, nella versione con montatura rotonda e quadrata. Inoltre tutte le lenti della collezione Heritage sono UltraSight™, per offrire una visione perfetta: eliminano il riflesso, aumentano il contrasto, riducono l’affaticamento della vista e proteggono al 100% dai raggi UV. Cinque sono i modelli iconici dal gusto artigianale che celebrano e ripercorrono ottanta anni di storia rivoluzionaria, come lo sguardo dell’inventore del brand, le cui scoperte ancora oggi sono centrali nelle moderne tecnologie della polarizzazione, dalle lenti fotografiche agli schermi.

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VICKY LAWTON: THE VISUAL FANATIC

Vincitrice lo scorso anno del Creative Circle Award, per la Best New Female Commercials Director, Vicky Lawton è regista, fotografa, lavora al fianco di Rankin in qualità di Creative Director, ha diretto numerosi fashion film per rinomati marchi internazionali, tra cui Elie Saab e Chanel, e ha realizzato video musicali per artisti influenti, come Dua Lipa. Ecco qualche curiosità su questa talentuosa e camaleontica artista.

Ti definisci una “fanatica di elementi visivi”. Quando hai capito che le arti visive sarebbero diventate la tua professione?
Da quando ho iniziato a comprare Vogue a circa 14 anni e strappavo le pagine per utilizzarle come carta da parati. Poi mi sono interessata sia di moda che di fotografia, scattando dei servizi fotografici nella mia stanza e in giardino con i miei amici!

Come hai conosciuto Rankin?
Ho fatto uno stage da Rankin durante il mio secondo anno alla Kingston University, dove studiavo Graphic Design e fotografia. Ho fatto un tirocinio di tre settimane, siamo rimasti in contatto e mi hanno chiesto di tornare una volta completati gli studi.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Mi piacciono da morire Irving Penn, Richard Avedon, Meisel, ma ammiro anche fotografi come Cass Bird ed Ellen Von Unworth, che hanno stili e approcci unici. Cerco attraverso blog, libri, visito più gallerie d’arte possibili, ma la mia più grande ispirazione è il cinema.

Come fotografa di moda, qual è il tuo rapporto con il fashion nella vita quotidiana?
La moda per me è un modo perfetto per riflettere il mio mood. È anche un’opportunità di sperimentare, sono una grande fan degli abiti vintage e mi piace visitare Los Angeles per trovare qualche pezzo unico e irripetibile.

Non ci sono così tante fotografe e registe famose. Credi che sia un ambito prevalentemente maschile?
Non più!

Quali profili social trovi particolarmente interessanti e perché?
Mi piace particolarmente @celestebarber, perché la moda può essere davvero divertente.

Qual è il tuo social media preferito?
È senz’altro Instagram. Rappresenta un’opportunità di vedere nuovi lavori, nuove idee e di mettere orecchie da coniglio sui miei selfie. Come si fa a non amarlo?

The Full Service is a one-stop creative entity that combines the strategic thinking of an advertising agency with the pragmatic problem solving of a production house.

thefullservice.co.uk
thegraft.uk
tonicreps.co.uk
rankin.co.uk

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A VERONA L’INNOVAZIONE NELL’EYEWEAR DI FIELMANN

Verona non è più – e soltanto – la città degli innamorati, con il balcone di Giulietta e Romeo. Da oggi è anche quella con la vista più acuta e di design, grazie all’opening del primo flagship store italiano di Fielmann. Sviluppato su tre livelli e con più di 4mila montature al suo interno, lo store di via Mazzini 64 è l’ultimo (solo in ordine di tempo) step che il brand di Amburgo, specializzato nell’eyewear retail, sta compiendo in Italia, dopo le 10 aperture nel nord Italia, fra cui Vicenza, Trento, Varese, Piacenza, Brescia e Bergamo. La parola che meglio descrive Fielmann è innovazione, ottenuta unendo efficienza e tecnologia tedesche al design italiano. Il fondatore, Günther Fielmann è stato un precursore nel settore dell’ottica, grazie all’introduzione di servizi inediti per il consumatore, di cui un esempio è stato l’accordo avveniristico con la cassa mutua tedesca, per rendere mutuabili 90 modelli di tendenza contro i soli otto esistenti fino a quel momento, eliminando così la discriminazione sociale nei confronti di coloro che non potevano permettersi un paio di occhiali. Ancora oggi, una vasta gamma di vantaggi rende unica l’esperienza nei centri dell’azienda tedesca, come spiega Ivo Andreatta, Country Manager di Fielmann Italia: «Desideriamo che Fielmann sia un punto di riferimento per il cliente italiano e che le nostre filiali siano luoghi in cui affidarsi a ottici e consulenti specializzati, capaci di trovare la soluzione migliore. È ciò su cui siamo focalizzati da ormai due anni e continuerà a essere la nostra priorità. Il cliente può provare migliaia di montature in totale libertà e avere la certezza di pagarle al miglior prezzo sul mercato e usufruire dell’esame gratuito della vista senza necessità di prenotazione». MANINTOWN ha incontrato Marco Collavo, managing e creative director di ROKKU Designstudio, società controllata al 100% da Fielmann AG, che progetta per Fielmann e altri fashion brand, per carpire i segreti di un design così progressista. 

In un momento in cui gli occhiali si fanno sempre più grandi e imperversa la logo mania, perché Fielmann Made in Italy decide di invertire questa tendenza?
L’idea di mettere il logo solo all’interno della montatura risponde alla volontà di non legare l’occhiale al nome, e di prediligere il design, la qualità e, soprattutto, il servizio per il cliente. Il complesso totale, della montatura e della lente, segue il comfort e la qualità piuttosto che la riconoscibilità del brand.

L’obiettivo è quello di far riconoscere Fielmann anche senza l’evidenza del logo?
Sì, questo è uno degli scopi della collezione Made in Italy per esempio. Riuscire a creare una linea con la sua identità, più collegata agli shape, ai colori, allo spessore delle lavorazioni, perché riteniamo che il logo sia molto seasonal e molto forte nelle fashion house, in cui il brand è riconoscibile, anche in riferimento ad altri prodotti e accessori. Fielmann è specializzato esclusivamente nel mondo dell’ottica, e sta a noi costruire l’idea del marchio, soprattutto per quanto riguarda lo stile del prodotto e le sue caratteristiche tecniche, in particolare la lente, che è un elemento fondamentale e che va a completare l’offerta. Deve essere un qualcosa di timeless, che dia effettivamente un valore aggiunto al cliente.

Da dove trai ispirazione in merito al design e ai colori?
La tendenza è quella di rivisitare il passato. Adoro andare nei mercatini e ho una grandissima collezione di occhiali vintage, che parte dagli anni ’50 e ’60. Grazie ai designer che fanno parte del mio team, cerchiamo di riproporre qualcosa di già assaporato, rivisitandolo in chiave moderna. A questo si collegano le combinazioni di colori, che non caratterizzano il singolo pezzo, ma creano un’armonia all’interno di tutta la collezione. Proponiamo cromie che il mercato richiede e soprattutto che sono apprezzate nei diversi Paesi in cui siamo presenti. Giochiamo con gli spessori, le tecnologie, tecnicismi e costruzioni più moderni, con colori di tendenza che danno vita a un prodotto nuovo e fresco. Le collezioni presentano tonalità classiche abbinate ad altre più particolari, striate, fluorescenti, o colori pastello piuttosto carichi, che, nei paesi solari che amano i look più aggressivi, danno la possibilità di sentirsi più freschi, giovani, originali.

Cosa rende unico Fielmann?
La capacità di proporre un prodotto che si basa su una grande ricerca, come avviene nelle maggiori case di moda, attraverso ricerche di mercato e produttive, indagini di colori e di ispirazioni. Tutto questo si integra con uno studio di design. Ogni occhiale è disegnato, anche la parte interna del metallo, e ogni colore è ricercato, con delle tinte dedicate sulla linea Made in Italy. Il valore aggiunto è l’unicità dell’occhiale Fielmann, creato appositamente per il brand, e ogni collezione ha in sé un filo conduttore, che può essere, ad esempio, la particolare lavorazione. Qualità e design sono offerti, inoltre, a un prezzo molto competitivo, perché tagliamo la filiera della distribuzione.

Cosa c’è di italiano e cosa di tedesco nella collezione Fielmann Made in Italy?
Di italiano c’è sicuramente il design, la ricerca, la creatività e l’estro. Per la linea Made in Italy la produzione è 100% italiana, creata in Italia con materiali e know-how italiani. Da italiano, è per me motivo di grande orgoglio. Tutto questo è abbinato alla precisione tedesca, che riguarda il controllo della vista, tutte le garanzie comprese nel prodotto e la qualità delle lenti. Ritengo che questo sia un buon connubio per offrire al cliente un ottimo servizio, che lo possa rendere soddisfatto.

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PANTALONI SLIM-FIT vs BAGGY

Non è solamente una questione di comodità, la scelta tra pantalone baggy e slim-fit (o skinny se è di denim che parliamo) oltrepassa i confini di uffici, palestre e ambienti più formali, pronti a declinarsi in base alle occasioni. Esistono tantissime forme e tagli tra cui destreggiarsi, e trovare il modello più adatto alla propria fisicità può sembrare un’impresa. Scopriamoli insieme.

PANTALONI SLIM-FIT
Quando si tratta di scegliere il modello di pantaloni da indossare, molti uomini hanno le proprie idee consolidate, che potrebbero non essere quelle più adatte alla loro struttura fisica. Spesso si opta, erroneamente, per un modello regolare, magari di una taglia superiore, per avere la giusta larghezza lungo le gambe, con il risultato che, a livello del punto vita, la vestibilità non è ottimale, ma risulta troppo generosa. Negli ultimi anni sono tornati in voga i pantaloni, jeans e chino, con vestibilità slim attorno alla gamba che si fermano appena prima di toccare stivali e sneaker. Lo stesso vale per i pantaloni del completo, che richiedono una giacca altrettanto slim, con cravatta e bavero sottili, in virtù dell’armonia delle proporzioni. Quali sono le linee guida da seguire nella scelta? In linea generale, i jeans a quattro bottoni dovrebbero poggiare sull’anca, e non più in vita, così da essere idonei anche per gli uomini con un ventre pronunciato, grazie alle giuste proporzioni che si vengono a creare tra busto e bacino. Diverso il discorso per i pantaloni chino e del completo, che dovrebbero essere posizionati appena sopra le anche, cosa che permette di infilare dentro la camicia senza preoccuparsi che esca fuori, magari nel bel mezzo di un appuntamento di lavoro. I jeans slim-fit, inoltre, sono i più indicati a essere accostati a un abbigliamento più classico, da sfoggiare in occasioni semi-formali dove un mix tra abbigliamento casual ed elegante si rivela senz’altro la scelta migliore.
Questo tipo di pantaloni calza perfettamente ai fisici più asciutti, per i quali i pantaloni larghi o baggy creerebbero un look sbilanciato in termini di proporzioni con il resto del corpo. Detto questo, è necessario trovare il giusto tipo di skinny: modelli troppo attillati faranno sembrare le gambe ancora più sottili ed evidenziati rispetto al resto. Meglio optare per soluzioni leggermente più rilassate o create su misura per un capo passe-partout. Invece, se si possiedono quadricipiti più massicci, come nel caso degli sportivi, probabilmente il modello slim-fit non è il più indicato. In alternativa sarebbe meglio indossare modelli più dritti o affusolati.

PANTALONI BAGGY
Se i jeans skinny sono spesso considerati da “hipster”, i jeans baggy si ricollegano immediatamente alla scena musicale rap.
Il modello baggy fa parte della categoria dei pantaloni con la vita bassa, la cui cintura è posizionata a 5-6 cm sotto il giro vita. Si caratterizzano per un taglio dritto e oversize dall’altezza dei fianchi fino alla base. Si ispirano all’abbigliamento da lavoro, comodo per necessità, grazie alla forma non costrittiva e alle numerose tasche, ma è stata la cultura dell’hip-hop, a metà degli anni ’90, a renderli protagonisti. Nel 1995 il duo musicale Mobb Deep li ha scelti per la copertina dell’album The Infamous, indossati con un paio di Timberland gialle, un abbinamento molto diffuso nel mondo rap. Questa cultura è stata poi legittimata da brand streetwear come Stüssy, Supreme e A Bathing Ape, che hanno portato alla proliferazione di capi dall’animo urbano.
Negli anni 2000 si è completamente affermata l’era dei pantaloni dal taglio largo, abbassati a tal punto da rivelare l’intimo, molto spesso boxer, e stretti da una cintura, lasciata volutamente allentata. È il cosiddetto “sagging”, proprio anche dello stile skater e rave. Spesso i jeans baggy erano portati con una t-shirt oversize e, quasi sempre, con le Air Force 1 bianche, una sorta di uniforme riconoscibile. Negli stessi anni un giovanissimo Eminem si faceva fotografare a Detroit da Jonathan Mannion con indosso solo tute dal taglio baggy, e non solo lui, ma tutto il movimento hip hop inneggiava all’abbigliamento comodo, perfetto per ballare e protestare contro la società americana che ghettizzava la comunità afro. Successivamente il taglio del baggy sale in passerella, ma, prima di farlo, cambia tessuto, abbandona il jersey felpato per vestirsi delle lane più morbide e calde. Certamente non più adatti a improvvisare una breakdance per le strade del Bronx, ma perfetti per essere eleganti tutto il giorno. Da indossare con una camicia, magari dello stesso colore, o da accostare a maglioni e felpe con dettagli e lavorazioni tutt’altro che casuali. Il baggy è l’arma del nuovo uomo metropolitano un po’ shabby chic e un po’ dandy che non ha bisogno di giacca e cravatta per dichiarare il suo status, ma riesce ad essere elegante anche indossando linee morbide ed avvolgenti.

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Camicia Classica VS Camicia a Fantasia

Ricordate la serie Tv Smalville? Siete più tipi da camicia classica, a tinta unita ed elegante come il ricchissimo e oscuro Lex Luthor, o preferite la camicia a quadri in flanella del bello e leale Clark Kent?

La Fantasia al potere

Sicuramente più casual è la camicia a quadri, reinterpretata con diversi tessuti: cotone, lino, denim e morbida flanella, ce n’è davvero per tutti i gusti. Non solo quadri, la fantasia non deve avere limiti o restrizioni. Colori, sfumature e applicazioni sono le benvenute. Dal floreale alla micro fantasia, l’uomo è sempre alla ricerca di un pattern che lo distingua rispetto alla tradizionale combinazione tra camicia monocromatica e giacca. Per occasioni più formali, o per una riunione di lavoro, è meglio preferire un motivo sobrio, magari un micro quadretto tono su tono o, ancora meglio, una riga sottile. Le righe sono la prima fantasia a essere stata introdotta, e già nell’ottocento erano indossate in particolare dai business men. I modelli più formali di camicia a righe presentano un fondo bianco, con righe sottili, di colore medio o scuro, e ravvicinate. A proposito di giacche, meglio non esagerare: con una camicia a fantasia restate prudenti, optando, piuttosto, per un capo basic che la lasci risaltare. Molto di tendenza è mixare la camicia a capi sportivi in tessuto tecnico e sneaker, come consiglia Alfredo Fabrizio di Shirtstudio: “Oltre agli abbinamenti più consueti, è interessante attingere dal mondo street, un mix & match in cui la camicia si abbina a pantaloni dal taglio sportivo, sneaker e cappelli baseball per un uso daywear. Anche la camicia più ricercata per tagli e costruzioni, che trova il suo più classico abbinamento con completi sartoriali, può essere sdrammatizzata e trovare nuovo appeal con bomber, pantaloni chino e scarpe sportive.”

Classico ma esuberante

Per l’uomo che sente l’esigenza di rimanere sullo stile classico, ma che non vuole rinunciare a essere casual, si può azzardare un gioco di sovrapposizioni e, perché no, di dettagli atipici. Le camicie a tinta unita con le borchie, per esempio, conferiscono un tocco rock ed eccentrico al look, l’importante è che almeno il colletto sia semplice e senza rifiniture particolari. Un’altra proposta potrebbe essere quella con maxi taschini e inserti, anche di tessuti differenti, di ispirazione militare, come suggerisce Alfredo Fabrizio: “La camicia è assolutamente un musthave, un evergreen con una forte potenzialità per essere rinnovata, offre ai designer un’infinita possibilità per trovare forme e costruzioni non consuete, per poi essere appetibile anche a una clientela per nulla scontata come quella dei millennials. Reinterpretata in chiave contemporanea può essere realmente un capo cool e trovare spazio anche nel guardaroba dei giovani che non rinunciano alle sneaker e che affrontano la vita con uno spirito sporty”. Molto chic il black su black, soprattutto se la camicia eccede in lunghezza. Che dire, poi, della camicia di jeans? Se non si vuole sbagliare, il look classico prevede una semplice t-shirt bianca e la camicia portata un po’ sbottonata, da abbinare a dei jeans, per un total look denim, o a pantaloni cargo o sportivi. Per chi vuole osare, la camicia di jeans può essere portata con un blazer e addirittura con una cravatta, ad esempio per andare in ufficio.

L’eleganza del classicismo

Un tempo la camicia bianca immacolata rappresentava l’unica alternativa per un gentleman, una sorta di riconoscimento di coloro che svolgevano un lavoro per cui non ci si doveva sporcare. La versione azzurra, invece, è notoriamente quella che dona maggiormente a tutti i tipi di carnagione, dalle più chiare alle più olivastre. La camicia in tinta unita rimane la soluzione più semplice, e quindi la più adatta in occasioni formali, a meno che non si tratti di colori particolarmente sgargianti. Non per questo è l’opzione più scontata. Si può spaziare, infatti, tra moltissimi tipi di tessuto, che, a seconda della lavorazione e della tessitura, possono cambiare la loro occasione d’uso. Il tessuto Oxford, dall’aspetto punteggiato, è indicato soprattutto per camicie con collo bottom down e taschino, il Pin point, più pregiato del precedente, è tipicamente impiegato per camicie eleganti, mentre il twill, che produce un effetto cangiante, è utilizzato per occasioni semi-formali. Il popeline è uno dei più comuni, soprattutto nelle collezioni primaverili o estive, invece la sua variante, fil à fil, è adatta in ogni stagione e i colori risultano piuttosto brillanti. Il lino, come è noto, è un tessuto molto pregiato che, grazie alle sue proprietà termoregolatrici, si indossa soprattutto nelle stagioni calde. Come il lino, anche lo zephir è leggero e traspirante, al contrario della flanella, realizzata con cotone e lana.

E il colletto?

Ricordatevi la legge che vige per ogni camicia vestita sotto la giacca o pullover: il colletto, qualunque esso sia, va sempre sotto. Non importa se siete studenti o lavoratori, la legge della camicia è universale e non ammette intransigenze.

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CROSSFIT MANIA

Si riconferma trend per il 2018 il CrossFit, la disciplina creata da Greg Glassman negli Stati Uniti nel 2000, che mira a rafforzare la forza e la prestanza fisica generale dell’individuo attraverso esercizi ad alta intensità, calibrati alle capacità psico-fisiche di ognuno, eseguiti in brevi intervalli di tempo. Si tratta di un allenamento vario, che attinge a diverse discipline, tutte con differenti funzioni e caratteristiche, per raggiungere una preparazione fisica generale. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Bosio, Head Coach di CrossFit Cremona che in esclusiva per Manintown darà nelle prossime settimane ulteriori suggerimenti su come affrontare questa disciplina.

Che cos’è il CrossFit?
Il CrossFit è un programma di forza e condizionamento, che ha come scopo il miglioramento delle capacità psicofisiche dell’individuo, espresse nelle dieci componenti del fitness riconosciute: resistenza cardiovascolare e respiratoria, stamina (resistenza muscolare specifica), forza, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio e precisione. Ciò, quindi, su cui si basa il nostro sport è la preparazione fisica generale. Nel CrossFit non si è specializzati solo su un elemento o su un dominio ma si è pronti ad affrontare prove multiple e costantemente variate. Tutto ciò si traduce nello sviluppo delle nostre capacità motorie tramite i tre grandi insiemi: ginnastica (elementi a corpo libero, sbarra e anelli, ecc.), sollevamento (olimpico, powerlifting, kettlebell lifting, strongman) e monostrutturale (corsa, vogatore, nuoto, bike, skierg).

Cosa significa esattamente? A cosa sono funzionali i movimenti?
Molto semplice, alla vita quotidiana! Imparare a sollevare un oggetto da terra in maniera sicura ed efficiente, trasportare un oggetto da un punto A a un punto B, imparare ad accovacciarsi e rialzarsi senza distruggerci un ginocchio è fondamentale, sia per un uomo d’affari che passa molto tempo in ufficio sia per un campione olimpico che fa della performance il suo pane quotidiano.

E la relativa alta intensità? Cosa significa?
Il CrossFit fa dell’alta intensità (relativa) una parte fondamentale della propria programmazione in quanto, insieme ad i movimenti funzionali, ci porta a un’ottimizzazione della risposta neuro endocrina. Con il termine alta intensità intendiamo la capacità di muovere tanto peso, per una distanza sempre maggiore e nel minor tempo possibile. Ovviamente, come anticipato, essa sarà relativa alle capacità psicofisiche di ognuno al momento dell’allenamento. All’interno del box, quindi, troverete un WOD (così chiamiamo l’allenamento del giorno, Workout Of the Day) che sarà frutto della programmazione studiata e ristudiata dai coach. La programmazione CrossFit è costantemente variata, vero, ma ciò non significa casuale. Ogni programmazione deve rispondere ai criteri scientifici di osservabilità, misurabilità e ripetibilità ovvero ogni singolo risultato deve poter essere registrato, misurato e ripetuto (o meglio migliorato) ed ogni classe deve essere condotta secondo i principi di sicurezza, efficienza ed efficacia dei movimenti.

Come è possibile misurare il miglioramento di un soggetto?
Molto semplice: tramite i cosiddetti allenamenti Bennchmarks, ovvero dei test sempre uguali che, periodicamente, vengono proposti nella programmazione stessa.

Il CrossFit è per tutti?
La mia risposta è sempre affermativa, dal momento che ogni classe è governata dal principio di scalabilità degli esercizi, ovvero la capacità di poter ridurre o modificare il grado di difficoltà di un determinato esercizio proprio per renderlo accessibile a chiunque. Questo è il motivo per cui, nella stessa classe, i coach riusciranno a guidare sia i principianti che i ragazzi più esperti verso il raggiungimento del risultato.

Come è nata la tua passione per il CrossFit?
L’amore per il CrossFit nasce più di 6 anni fa, ancora ero un semplice personal trainer in una globo gym, studente di Scienze Motorie. Il bisogno di una sfida con me stesso, di qualcosa che mi mettesse alla prova, in cui io potessi dare tutto me stesso, mi portarono a conoscere il CrossFit (allora non diffuso come oggi). Il box (chiamiamo così le nostre palestre) più vicino era a Parma ed ogni giorno, insieme ad un amico, prendevamo l’auto da Cremona ed andavamo ad allenarci. Dopo circa un anno e mezzo di allenamenti decisi di sostenere l’esame da CrossFit Level 1 Trainer per insegnare agli altri il nostro sport. Nell’ottobre 2014 ho iniziato a lavorare come coach per CrossFit Piacenza. Col passare degli anni ho ottenuto anche il CrossFit Level 2 e il CrossFit Kettlebell Trainer Certificate e ora sono qui, a CrossFit Cremona. La cosa più bella che potessimo realizzare (grazie al collega ed amico Gianluca Guzzon, owner del box) è stata proprio quella di portare lo sport del fitness nella città dove siamo cresciuti.

Hai altri progetti oltre al CrossFit?
Lavoro insieme alla mia compagna, farmacista, a un progetto chiamato Fuel Academy BM, volto all’ incremento delle performance di un atleta piuttosto che al miglioramento della salute di un utente, grazie alla combinazione di una corretta nutrizione/integrazione ed una precisa programmazione sportiva.

Photos by Gloria Perdomini
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4 FITNESS TREND PER IL 2018

In cima alla lista dei buoni propositi per l’estate prossima c’è sempre lei: l’attività fisica. Se ancora non avete rinnovato l’abbonamento in palestra, ecco quattro nuovi trend per il 2018, in fatto di allenamento da cui lasciarvi ispirare e tentare.

GET! Gymball Evo Training

Un unico attrezzo richiesto: la gymball “Original Pezzi”® Gymnastikball MAXAFE®. È il GET! Gymball Evo Training, un allenamento funzionale, ideato da Davide Zanichelli, che sfrutta il sovraccarico naturale e che necessita solo di questo attrezzo colorato e divertente. Un’attività da fare in gruppo o da soli, ma rigorosamente a tempo di musica. Tre sono le tipologie tra cui scegliere, o, perché no?, da alternare per un training completo: G.A.G. (Gambe, Addominali e Glutei), Cardio e BODY. Il primo tipo si concentra negli arti inferiori e i glutei, il secondo richiede un lavoro più specificatamente cardiovascolare e, infine, il terzo consiste in un allenamento total body in cui sono interessati braccia, spalle, petto e dorso. I benefici sono un aumento dell’equilibrio, della coordinazione e dell’agilità, oltre a una buona dose di buonumore.

RUNNING

Un paio di scarpe buone è l’equipaggiamento sufficiente a praticare la corsa, che raccoglie sempre più appassionati, in tutte le sue forme, dalla camminata veloce al nordic walking, fino alle maratone. I neofiti potrebbero iniziare in palestra, correndo sul treadmill, che permette un controllo costante della frequenza cardiaca, migliorando, di conseguenza, la resistenza aerobica senza rischiare picchi di frequenza cardiaca. Dopo aver preso confidenza, si può passare all’allenamento all’aria aperta, che implica un maggiore dispendio di ossigeno e quindi una maggiore efficacia in termini di attivazione muscolare e sforzo fisico. Se si vuole allenare tutto il corpo, si può optare per il nordic walking, una camminata che necessita di due appositi bastoni su cui esercitare una certa forza a ogni passo. Si vanno a sforzare i muscoli della parte superiore del corpo, andando a lavorare anche sulla mobilitazione articolare di polso, gomito e spalla. Inoltre, rispetto a una semplice camminata, si registra un incremento del 46% sul consumo di calorie!

PILATES

Accanto ad attività principalmente cardio, troviamo il Pilates, una disciplina che aiuta ad assumere e a mantenere una postura corretta e a conferire maggiore agilità e fluidità nei movimenti quotidiani. Alla base si lavora sulla consapevolezza profonda del proprio corpo e della propria mente che, insieme, agiscono per eliminare rigidità, tensioni e problemi alla schiena: il Pilates, infatti, è un’attività utilizzata anche in campo riabilitativo. La respirazione è fondamentale, e deve essere coordinata ai movimenti, cosa che implica un grande controllo, precisione e concentrazione nell’esecuzione corretta delle sequenze di esercizi. Il Pilates può essere praticato a corpo libero, con l’uso di piccoli attrezzi, o con macchine come il Reformer, la Cadillac e la Chair, che sfruttano l’azione di alcune molle per andare a lavorare su muscoli profondi che normalmente non sono sollecitati in assenza di gravità. Il Matwork, invece, prevede semplicemente l’uso di un tappetino ed è più faticoso rispetto alle macchine, in quanto si va contro la forza di gravità.

YOGA

Lo yoga è una delle discipline orientali più antiche, che comprende molteplici espressioni e correnti diverse. Un esempio è l’Ashtanga Vinyasa yoga, caratterizzato da uno schema ben definito di sequenze asana, talvolta complesse e impegnative dal punto di vista fisico. Negli ultimi anni si sono sviluppate anche delle forme ibride più “estreme”, come il surfing yoga, ancor meglio se praticato nelle meravigliose spiagge del Portogallo, del Marocco o del Sud America. Per tutte le coppie più audaci di amici o innamorate esistono l’acroyoga e lo yoga volante, che consistono in sequenze da fare in due, sfruttando al massimo il peso corporeo, allenando l’equilibrio, la forza, la coordinazione e, non per ultimo, il senso di fiducia. Un esempio di yoga più cardio e combattivo è il boxing yoga, che unisce le asana, le posizioni classiche dello yoga, con elementi della boxe. Infine, se amate andare in discoteca, il clubbing yoga potrebbe fare al caso vostro. Musica elettronica, hip-hop o pop ad alto volume fa da colonna sonora per lezioni divertenti e anticonvenzionali, che favoriscono l’interazione con gli altri componenti del gruppo, siano essi principianti o esperti.

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SIMONE BELLI INSEGNA LA BELLEZZA

Dietro ai volti perfetti e luminosi del mondo del cinema e della tv ci sono il talento e le sapienti mani di Simone Belli, il make-up artist delle star di fama internazionale. Originario di Valmontone, nella provincia romana, Simone dal 2007 è il National Make-up designer di L’Oréal Paris e dal 2010, con il suo team di esperti viaggia incessantemente tra set, festival, eventi e i backstage delle sfilate. Non solo insegnante in accademia, ma anche tutor di bellezza nel programma pomeridiano Detto Fatto, in onda su Rai2. MANINTOWN ha cercato di raccogliere i suoi preziosi suggerimenti e rituali per una beauty routine maschile impeccabile.

Durante il percorso formativo hai studiato arte. Applichi questi studi alla tua professione?
Ho sempre disegnato, da quando avevo sei anni. L’arte l’ho conosciuta da giovane, attraverso l’enciclopedia “I Quindici” e ricordo uno di questi volumi incentrato sulle discipline pittoriche. A otto-nove anni mi sono avvicinato a quel mondo, che poi ho ritrovato nella mia professione. Quando una persona – che s’intende di arte – guardando il modo in cui muovo i pennelli o come mixo i colori mi chiede per prima cosa se dipingo, senza sapere chi sono o conoscere il mio background precedente, per me è la più grande soddisfazione. Persino l’artista internazionale Piero Casentini definì il mio lavoro: pittura. Per l’eleganza e l’armonia del trucco che avevo realizzato su sua sorella. con un contrasto cromatico tra il rosso vinaccia e il verde acido, che può spaventare. Io sostengo da sempre che tutto ciò che ha a che fare con il colore, con l’arte, con la sensibilità, con l’emotività è qualcosa di innato. Un dono che nessuno può regalarti. Non si può diventare ciò che non si è. Nella mia accademia, (Simone Belli Makeup Academy, a Roma) puntiamo moltissimo sulla sensibilizzazione artistica dello studente, anche attraverso mostre, fashion film, musica ecc. Quanto funzioni è difficile da verificare, perché purtroppo il 70% delle persone che si avvicinano a questo mondo aspira solamente a guadagni immediati. A me dispiace, perché è sbagliata la concezione culturale rispetto a questo mondo, non si tratta solo di applicare un ombretto o contornare le labbra con una matita e colorarle, è un’arte, come la danza o il canto, per cui si deve essere portati naturalmente. Un’altra cosa che mi è servita molto è stata l’università, non tanto a livello culturale, ma come lezione di vita, di insegnamento del sacrificio e del metodo, che riconosco anche negli altri.

Esiste un canone di bellezza senza tempo?
La bellezza è senza tempo. Sono le mode a cambiarne la percezione. Prima esistevano le famose “icone” da imitare. Oggi si è più orientati verso la ricerca di sé stessi. L’errore più grande che si può commettere è di voler rapportare sempre tutto ai canoni del classicismo, e quindi alle armonie perfette, che non si adattano a tutti. L’uomo, oggi, tende a essere la copia della donna. Quando l’uomo approccia la bellezza, spesso lo fa in modo ossessivo: le sopracciglia molto delineate, la barba eccessivamente disegnata, il capello super laccato. Tutto questo porta alla perdita della mascolinità e quindi di quello che è il carisma, la sensualità, il sex appeal. Questo non significa che non bisogna curarsi, ma che non si deve cadere negli eccessi. La bellezza senza tempo è quella che non punta esclusivamente sull’artefatto, ma sulla valorizzazione di una parte forte di se stessi, che può essere anche un difetto. Spesso ci si rapporta alle copertine dei giornali, dove tutto è molto costruito, le stesse persone che noi vediamo su una copertina, nella vita di tutti i giorni non sono così. C’è confusione tra la vita reale e la vita patinata.

Descrivi la tua beauty routine quotidiana
Specialmente per l’uomo, posso dire che oggi siamo molto aiutati nel camuffare piccoli difetti all’80 percento, a volte anche al 100 percento. L’uomo è diventato molto più attento, e ormai esistono molti prodotti specifici per lui. Personalmente, sono molto accurato nella cura del viso, mentre trascuro di più il corpo. Per il viso cambio spesso routine, ma, di base, ciò che va sempre fatto è una buona detersione. In questo periodo, alterno due trattamenti, uno per la mattina e uno per la sera. La mattina utilizzo il Clarisonic, un detergente che regola l’eccesso di sebo, che preferisco agli altri per la sua praticità; un siero di Kiehl’s alternato alla Crème De La Mer o un fluido vitaminico leggero e un contorno occhi al retinolo. Senza una buona pulizia, che va a eliminare gli strati più superficiali della pelle, è inutile applicare le creme, anche le più costose, perché non possono agire in profondità. La sera, invece, preferisco utilizzare prodotti più corposi. Quelli per me fondamentali sono di una linea, Gernétic, che si trova solo nei centri specializzati, e sono due creme: una si chiama Synchro, dalla consistenza molto corposa e grassa, da utilizzare insieme a Immuno, perché insieme si attivano e aumentano le capacità curative, oltre che la densità. Questi due prodotti ad azione combinata leniscono e nascono per rigenerare totalmente la pelle, infatti sono indicate anche contro le ustioni. Io le applico la sera, a volte anche come impacco, lasciandole agire tutta la notte. Mentre posso alternare gli altri prodotti, questi due fanno parte del mio rituale da dieci anni. Una volta al mese, per una settimana, faccio un cocktail di sieri alla vitamina più potenti di SkinCeuticals e un trattamento laser che agisce sulla luminosità della pelle, sui pori, sulle piccole rughe, sulla stimolazione dei fibroplasti, ma senza trasformare il viso come farebbe un botulino. A casa ho il fai-da-te, da portare anche in viaggio, e che faccio prima di un evento importante: il peeling all’acido mandelico, con una formula leggera. Lo consiglio a tutti gli uomini, ma anche a tutte le donne, che hanno la pelle spenta, anche dopo l’abbronzatura. Poi ho un rituale per quando sono in viaggio: nella mia pochette ho sempre un’acqua spray di Kiehl’s al cactus, Cactus Flower, e un balm sulle labbra. Infine, intervengo con tantissimi integratori, seguito da una naturopata.

Un prodotto irrinunciabile per l’uomo
L’acido mandelico, perché da solo stimola la produzione di collagene, elimina la percezione dei pori dilatati, attenua il grigiore, assottiglia le rughe e conferisce alla pelle una luminosità pazzesca.

Gli step fondamentali per apparire al meglio, anche con poco tempo?
Personalmente applico ogni giorno una mousse primer, che ho realizzato io stesso in laboratorio, che è un perfezionatore leggermente colorato dall’effetto naturale, dopo una sorta di pennarello, che utilizzo per le sopracciglia in modo assolutamente naturale e impercettibile, andando a intensificare il contrasto delle sopracciglia e delle ciglia, poi metto il mio Blistex sulle labbra ed esco.

Ci sono dei nuovi prodotti innovativi da provare assolutamente?
Tra i prodotti che preferisco ci sono i sieri della Kiehl’s. che ha una gamma di prodotti eccellenti per l’uomo, tra cui quelli dedicati alla cura della barba, ora molto di tendenza. Per l’uomo che vuole spendere un po’ meno, c’è la linea Men Expert di L’Oréal Paris, che propone alternative davvero interessanti. Le ricerche marketing hanno evidenziato che l’uomo preferisce dei prodotti facili da stendere e performanti, però di base, per me, non esiste una differenziazione tra uomo e donna nel concetto di crema, bisogna scegliere quella giusta, a seconda del tipo di pelle.

Un segreto di bellezza rubato dai backstage?
Sembra una follia, ma spesso viene utilizzata per fare impacchi sul viso una crema per le parti intime, che funziona secondo il principio della forte idratazione: tutti quei prodotti sono molto idratanti, quindi sul viso intervengono in profondità sulle rughe. Un’altra cosa, che secondo me non funziona, è la preparazione H sotto gli occhi. Noi utilizziamo delle fiale di argilla rosa della Ageless, con un principio attivo che tende a fare da tensore, che istantaneamente eliminano borse, occhiaie e rughe. Io le faccio applicare bagnando il viso con l’acqua e poi picchiettando questa fiala. Bisogna imparare a gestirla, perché essendo un’argilla, si rischia che diventi bianca. Si utilizza molto anche la crema contro la sudorazione dei piedi sul viso, in occasioni particolari, come le sfilate, proprio per non far sudare il viso dei modelli. Questi sono segreti last-minute per alcuni momenti, non sono cose da fare tutti i giorni. Un’altra cosa che si può utilizzare è la pasta lenitiva Fissan per bambini, che è pazzesca per fare un impacco dopo un’esposizione al sole, o per la pelle irritata.

Se dovessi creare una tua linea, quale sarebbe l’ingrediente fondamentale?
In realtà sto creando una mia linea in laboratorio. L’ingrediente è la cosa più difficile da decidere, perché alcune componenti in Italia non sono legali e quindi non si possono utilizzare. Sulle creme non rinuncerei mai al concetto di vitamine (A, C, E), estrapolate e sviluppate in tantissimi modi. Per quanto riguarda, invece, il trucco, il discorso è più complesso. In generale, non amo le forti profumazioni e mi piace il Made in Italy. Quello che sto cercando nella mia linea, sia nella parte make-up sia in quella skincare, è l’effetto WOW. Sono uscite due maschere, una a livello commerciale, la black, e una bianca. La seconda è un alginato, con un forte potere idratante, da tenere per 5 minuti e, quando si sta asciugando, ho preparato un cocktail di minerali da spruzzare sul viso, che forma una pellicola, oltre al fatto che il minerale va a interagire sull’idratazione della pelle e sui pori. Quando si toglie la maschera, la pelle è stupenda, compatta e meravigliosa.

Chi non truccheresti mai? Perché?
Non amo truccare chi non desidera essere truccato. Quando trucco qualcuno avviene uno scambio di energia, anche se può sembrare folle, e quando una persona non ama essere truccata ti distrugge, quindi preferisco non farlo. In generale, non amo molto truccare le pelli abbronzate, perché non ho la possibilità di creare i miei contrasti.

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CLIO MAKE UP: IL SUCCESSO DELLA SEMPLICITÀ

Se in Italia sappiamo cos’è un primer, un blush o un piega ciglia lo dobbiamo a lei, Clio Zammatteo, in arte ClioMakeUp che, nel 2008, ha aperto il suo canale YouTube, quando la professione di Youtuber, soprattutto in Italia, non esisteva. Mentre viveva il suo sogno americano a New York, condivideva ciò che imparava nella scuola di make-up attraverso dei brevi tutorial, sempre più tecnici con il passare del tempo, contribuendo a diffondere l’arte del trucco: dalle passerelle alla vita quotidiana. Ora Clio è make-up artist,YouTuber, beauty blogger, autrice di libri e personaggio televisivo, ma è rimasta sempre la ragazza dolce e un po’ impacciata degli inizi, l’amica virtuale a cui chiedere consiglio e da cui ci si aspetta una risposta sincera. Da poco ha creato anche una linea di rossetti, prodotti interamente in Italia e venduti online, che dopo solo 14 ore dal lancio, è andata sold out. Un momento d’oro per Clio, coronato dalla nascita della piccola Grace. MANINTOWN l’ha intervistata per voi.

Quando hai capito di poter investire tutto su questo tuo sogno e progetto?
In realtà l’ho capito abbastanza tardi, verso il 2012, perché fino a quel momento ho avuto tante collaborazioni, programmi TV, libri, però facevo quasi tutto da sola, ero più una YouTuber vera e propria, un personaggio singolo che guadagnava grazie alla sua passione. Verso il 2012, quando in più persone abbiamo cominciato a lavorare al progetto, e soprattutto abbiamo aperto il blog, ho iniziato a capire che potesse diventare una professione, perché stavo dando lavoro ad altre persone, non stavo soltanto sostenendo me stessa. Ogni anno c’è stata una piccola crescita, cosa che mi ha fatto credere nella longevità del progetto, mentre sul web, molto spesso, ci sono fenomeni che nascono, ma che poi si spengono in fretta. Questo, invece, ha continuato a crescere, perché io, mio marito e mia cognata, che siamo il trio principale di ClioMakeUp, abbiamo sempre pensato a come poter crescere.

Dimostri che i sogni possono avverarsi. Quali sono stati gli ingredienti del successo?Sicuramente l’onestà e il lavoro di squadra, perché ormai ClioMakeUp è una realtà formata da una ventina di persone. Vogliamo comunicare un’idea di casa, di famiglia, di lealtà e onestà, i valori su cui abbiamo sempre puntato in tutto ciò che facciamo. Anche le collaborazioni esterne partono sempre dai prodotti, dai test e dalla volontà di essere corretta nei confronti di una community che ci ha sempre seguito e supportato. Poi, il fatto di non aver mai perso le mie origini ed essere rimasta sempre me stessa è stato importante.

Ti sei sempre schierata a favore di messaggi body-positive, senza distorcere la realtà con Photoshop e simili. Cosa ne pensi di chi ricerca ossessivamente la perfezione?
Penso che l’aspetto fisico sia solo una piccola parte di ciò che una persona è. Detto questo, non posso criticare le scelte altrui. Un sedere un po’ più grosso o un naso un po’ più lungo non fanno la differenza oggigiorno, anzi bisogna pensare ad altro. È ovvio che per me il trucco e apparire al meglio conta, ma non è una cosa con cui combatto quotidianamente e non è un aspetto che fa di me una persona migliore o peggiore. Nel mio piccolo io sono sempre stata onesta, anche con me stessa, riguardo ai miei pregi e difetti.

Qual è il segreto per accettarsi?
La chiave sta nel capire quali sono le cose importanti nella vita, dopodiché il resto passa in secondo piano. Un’altra cosa fondamentale è circondarsi di persone che ti amano per quello che sei. Trovare una persona come Claudio, mio marito, che mi ha sempre apprezzato e sostenuto, ha fatto sì che anch’io iniziassi ad amarmi di più.

Un altro tema delicato su cui hai puntato l’attenzione riguarda la maternità e l’invadenza, anche involontaria, dei follower, che a volte può ferire. Per chi condivide (quasi) tutto sui social ci sono dei paletti da rispettare?
Sicuramente ci sono, io stessa non pubblico tutto della mia vita. Nessuno lo fa. Molto spesso la gente cerca di pubblicare solo le cose positive, nel mio caso non è neanche così, non cerco di far vedere la mia realtà edulcorata. La cosa importante è non condividere tutto, altrimenti la gente si aspetta troppo da te, e non è giusto che si aspettino di sapere qualsiasi cosa della tua vita. Secondo me è un bilanciamento che si impara col tempo.

Cosa rende diversa la tua linea di rossetti?
Parla a tutti. Spesso oggigiorno, soprattutto i nuovi brand, sono rivolti soltanto a un target specifico. Il mio marchio, invece, parla a tutte: alle ragazze che si vedono belle e a quelle che si vedono meno belle e che hanno voglia di sperimentare. Alle giovanissime, ma anche alle signore. È un brand che non fa distinzioni, facile da utilizzare. Soprattutto, la gente che compra i miei prodotti è consapevole che dietro c’è stato tanto lavoro, ricerca e sperimentazione, mesi e mesi di test e non è un’attività nata solo per fare soldi. Quindi le persone si fidano, perché sanno che nella mia esperienza ne ho provati tantissimi e che se presento qualcosa vuol dire che per me è il meglio.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Cosa non può mai mancare nel tuo guardaroba?
Non c’è un grandissimo rapporto con la moda (ride, ndr). Mi sono resa conto che, avendo scelto il trucco, la moda passa un pochino in secondo piano. Più che altro, non spendo tantissimo per vestirmi, perché la moda è un po’ come il trucco, ogni giorno escono milioni di vestiti, scarpe, borse nuovi, se apriamo la pagina di un sito, ogni settimana è aggiornata. Se il make-up è il mio lavoro e ci posso investire, sulla moda non così tanto e cerco di contenermi. Acquisto dei capi basic che si possono utilizzare quasi sempre. Inoltre, sono una patita dei vestiti e li metto quasi sempre, sia d’estate che d’inverno. Quelli estivi li indosso anche nella stagione fredda con calze pesanti e maglioni oversize. Ho il mio stile ben definito, per questo non seguo molto le tendenze. Mi piacciono le stampe floreali, ma non possono mai mancare abiti neri, sia perché come make-up artist, quando vado a fare dei lavori, il nero è il colore classico, così quando ci si sporca non si nota, sia perché è un colore che mi piace e che si abbina con tutto, va sempre bene e soprattutto, con diversi abbinamenti, risulta sempre differente. Poi è un evergreen, non ha era, stagione o periodo.

Non solo tutorial, ma anche vlog. Il viaggio più bello che hai fatto?
Ne ho fatti tanti, ma quello che più mi è rimasto nel cuore è stato in Islanda, in cui ho fatto tre vlog. È stato un viaggio meraviglioso, anche se siamo andati in un periodo un po’ misero, verso i primi di gennaio, quando c’erano solo quattro ore di sole al giorno e un freddo incredibile. Nonostante la situazione climatica non fosse delle migliori, è stato un viaggio emozionante, i tramonti che ho trovato lì non li mai visti in nessun altro posto. La serenità che mi ha trasmesso quel luogo, l’accoglienza delle persone, è stato tutto veramente fantastico. Sono stati dei giorni bellissimi, non vedo l’ora che Grace sia un po’ più grande per poterla portare, perché secondo me anche a lei piacerà.

Nei tuoi post traspare, spesso, il profondo amore per l’Italia. Hai mai pensato di tornare a viverci?
Sì, ci ho pensato tante volte. Dobbiamo ancora finire la nostra esperienza in America, che ci ha dato già tanto, ma ci sono ancora un paio di cose che dobbiamo fare. Sicuramente per il futuro abbiamo iniziato già a pensare alla città italiana in cui ci piacerebbe vivere con Grace, soprattutto perché mi piacerebbe far crescere la mia piccolina più vicino a casa e ai nostri affetti.

Un progetto ancora irrealizzato?
Posso dire di essere fortunata, sto realizzando tutti i miei sogni, è una sensazione incredibile. Direi che il mio goal futuro sia quello di far crescere la nostra linea, ancora piccola, però senza fretta, non sono una di quelle persone che vuole tutto e subito, sono consapevole che per far bene le cose bisogna prendersi i propri tempi e quindi lo stiamo facendo. Grazie alle persone che ci seguono e alla qualità, sono sicura che si potranno fare grandi cose in futuro.

Che prodotti consiglieresti per l’uomo?
Secondo la mia esperienza con Claudio, consiglierei i sieri per idratare perché, rispetto alle creme, hanno una consistenza più leggera, quindi si adattano soprattutto agli uomini che odiano gli effetti “pesantoni” o l’effetto un po’ grasso di alcune creme, e anche a quelli che hanno la barba, come Claudio, che usa il siero perché penetra senza lasciare la barba unta e riesce ad arrivare in profondità. Altri due prodotti sono le creme opacizzanti, di cui ce ne sono di ottime in commercio specifiche per la zona “T”, soprattutto per gli uomini con la pelle grassa, e poi tutti gli oli per la barba, specialmente in questo momento in cui la barba lunga è di tendenza. Gli oli fanno sì che la barba sia più disciplinata, più lucente e applicandoli si vede proprio la differenza.

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Tips per le ciglia: Nanolash

Quale donna non ha mai sognato di avere delle ciglia folte, lunghe e dall’aspetto pieno, senza dover ricorrere alle ciglia finte?Finalmente ci si potrà lasciare alle spalle questo noioso pensiero ed ottenere delle ciglia folte, voluminose e favolose in meno di un mese. Come? Semplicemente utilizzando il nuovo siero di Nanolash!

Questo siero offre un modo perfetto e non invasivo per migliorare la lunghezza delle ciglia naturali. Il suo principio è molto semplice: si concentra principalmente sulla stimolazione dei follicoli, i quali regolano la crescita delle ciglia, fornendo loro i nutrienti necessari. In questo modo, le ciglia diventeranno più spesse, scure, resistenti ai danni ed incredibilmente lunghe. In due settimane il loro colore sará più intenso ed il pelo più spesso e resistente. Dopo 6-8 settimane, invece, difficilmente si riuscirà a credere che le ciglia naturali abbiano subito una tale trasformazione.

Il siero per ciglia Nanolash è disponibile sul sito ufficiale Nanolash.

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VISTI PER VOI A MILANO: 5 HIGHLIGHTS DALLA MFW

M140

Le tendenze non sfilano solo sulle passerelle. Anche gli eventi di presentazione delle nuove collezioni offrono l’occasione per sbirciare in anteprima le novità della prossima stagione. La Fashion Week milanese, appena conclusa, non fa eccezione. MANINTOWN ha selezionato alcuni trend per l’uomo che vuole lasciarsi ispirare fin da ora.

ELEVENTY
L’Inghilterra e la Scozia degli anni ’70 e ’80, con i loro colori caldi e le affascinanti tinte del sottobosco e dei giardini curati, ispirano la fall-winter 2018/19 di Eleventy, caratterizzata da filati e tessuti di storiche aziende britanniche, sapientemente lavorati e modernizzati da artigiani italiani. Un nuovo concetto di abbigliamento formale mixa cappotti e giacche in maglia spigata dalla texture irregolare, con cappotti in stile militare e pantaloni jogging in velluto a righe larghe in British mood. La particolarità risiede nei dettagli, come i preziosi colli sciallati e le trecce tridimensionali tinte a mano nelle maglie, o i bottoni intrecciati in pelle o in ottone antico. Immancabili anche i patch, cuciti a mano sui pantaloni.

TESTONI
Creatività è bellezza. La SIMPLE BEAUTY COLLECTION firmata Testoni celebra la bellezza semplice, spontanea e auto-evidente, che trapela dalle proporzioni delle calzature, dalle linee e dalle forme pulite e armoniose. I modelli più formali e chic, da abbinare anche allo smoking, in morbidissima vernice lucida bordeaux amaranto si alternano a francesine con fibbie e frange in vitello e tessuto tweed, da indossare in città. Non possono mancare le sneakers, nel modello Shadow, in cui l’effetto della tomaia è ottenuto da un particolare disegno pittorico, poi stampato sul pellame, disponibile in due varianti di colore. Completa la collezione la shopping bag in nappa nera, dal design raffinato, personalizzato dalle iniziali del brand.

CIFONELLI
Ispirazione British anche per Cifonelli, che disegna un guardaroba di lusso per l’uomo moderno, diviso tra vita metropolitana e weekend fuori città. Un mix di sartorialità e sportswear esemplifica l’idea del Creative Director John Vizzone, che riprende i classici della tradizione inglese, come il Principe di Galles, il pied-de-poule e il motivo a spina di pesce, ingrandendoli e abbinandoli a una palette colori tipicamente British, che oscilla tra toni bruciati e tinte fredde e scure. Le silhouette sartoriali caratterizzano la divisa cittadina, mentre lo sportswear influenza look rilassati, da indossare nei momenti di relax. Senza mai rinunciare all’eleganza del moderno gentleman.

MILANO140
Libertà. È questa la parola-chiave dell’autunno-inverno 2018/19 di M140, che sancisce una rottura dei tradizionali schemi della sartoria maschile, lasciando spazio all’inatteso. Il PVC colorato, abbinato al panno di lana, cappotti e vestaglie sono arricchiti di dettagli tecnici, coulisse da arrampicata modificano vestibilità strutturate. Impunture a contrasto formano geometrie astratte, mentre lo schema cromatico accosta tonalità classiche ad altre chimiche. Le opere dell’artista Giuliano Sale, che ha collaborato con il marchio, diventano patch sovrastampati, che contribuiscono, ancora di più, a definire il concetto di libertà. Il duo di giovani stilisti formato da Michele Canziani e Stefano Ghidotti, secondo vincitore del Premio Herno, rivisita capi classici provenienti dall’archivio storico del brand, attraverso interventi di decomposizione e ricomposizione dei capi, con contaminazioni dal mondo sporty. I tessuti vanno dalle lane effetto moquette al cotone al lino cerato; i volumi, invece, sono messi in risalto da doppie abbottonature e giochi di coulisse o combinati in modo creativo.

ROSSIGNOL
Rossignol firma la capsule collection Studio in collaborazione con Andrea Pompilio, incentrata sulla ricerca tecnica e la funzionalità dei capi da montagna, resi urban da sovrapposizioni e accostamenti di tessuti e materiali performanti. La funzionalità si fonde con l’estetica e produce dettagli distintivi e caratterizzanti il mountain-lifestyle. I colori caldi e intensi creano un deciso contrasto con i paesaggi innevati immacolati.

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ALICE VENTURI: LA WEB STAR DALLE MILLE RISORSE

MUA, YouTuber di successo, speaker radiofonica e personaggio televisivo: è Alice Venturi, meglio conosciuta come AliceLikeAudrey, la webstar da più di 300mila iscritti sul suo canale YouTube, seguitissima anche sui social. Recentemente ha partecipato all’ultima edizione dell’adventure-game “Pechino Express”, nel team #Amici, in coppia con un’altra stella del web, Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, ed è stata una delle protagoniste del programma tutto al femminile “Pink Different”, in onda su FoxLife, insieme a Camihawke, Alice Mangione e Ludovica Martini.

Quali sono stati gli ingredienti del tuo successo sul web?
Sicuramente sono stata molto fortunata per la tempistica. Ho iniziato su YouTube quasi dieci anni fa, quando c’era molto più bisogno dei make-up tutorial, che non c’erano, soprattutto in Italia, quindi ho coperto un segmento che era ancora vuoto nel 2008. Poi sono sempre stata molto curiosa. Ero una studentessa delle superiori e, rispetto alle mie amiche che uscivano il pomeriggio o rimanevano a casa a guardare la tv, io ero una frequentatrice del web. Mi sono sempre chiesta come far parte di questo mondo che mi divertiva tanto. Credo che sia stata principalmente la curiosità a spingermi verso questa strada. In più, non ho mai costruito su di me un personaggio, sono stata molto onesta con il pubblico e sono sempre rimasta me stessa, non ho mai alterato il mio carattere né il mio pensiero su determinate cose, sono così anche nella vita di tutti i giorni. Mi fa piacere quando incontro per strada persone che mi seguono e mi dicono “Sei proprio come sei nei video!”. È uno dei complimenti più belli che mi possano fare.

Dai tutorial di make-up, alla tv e alla radio. Com’è avvenuta questa evoluzione?
È avvenuto tutto in maniera molto naturale. Ho iniziato con i make-up tutorial, poi ho cambiato perché erano diventati troppo limitanti per me, che mi diverto molto a prendermi in giro, a essere ironica. Il mio canale YouTube è diventato quindi più d’intrattenimento. Mi sono accorta del mio amore per la radio quando ho fatto la co-speaker con Guglielmo (Scilla, ndr) a Radio Deejay, circa quattro anni fa, prima ancora della mia esperienza a Radio2. La radio è un’esperienza meravigliosa, me ne sono proprio innamorata. La televisione, invece, è venuta un po’ di conseguenza, perché era il modo per trasmettere sia la mia passione per il trucco, sia per il prendersi un po’ in giro e il divertirsi. La cosa buffa è che Guglielmo, dopo la nostra esperienza in radio, l’ho ritrovato come partner a Pechino Express, ed è stato molto divertente.

Come vedi l’evoluzione del mondo social?
È una risposta molto difficile da dare. Dieci anni fa non avrei mai immaginato che saremmo arrivati al punto in cui siamo ora. Non riesco nemmeno a capire quale possa essere l’evoluzione successiva perché, attualmente, sul web c’è di tutto. È anche vero, però, che il web e soprattutto le persone che ci lavorano sono talmente creative che riescono a tirare fuori delle idee che sembrano impensabili. La cosa bella del web è che è in continuo rinnovamento, in continua evoluzione. Secondo me diventerà sempre più “solving”, potrà risolvere dei grossi problemi.

In Girl Solving e Pink different le protagoniste sono sempre le donne. Ci puoi parlare di questi due programmi tutti al femminile?
Girl Solving è un programma a cui sono molto legata. Inizialmente l’ho scritto pensando di chiamarlo “Problem Solving”, includendo anche dei maschi poi, però, ho pensato che gli uomini non sono tanto in grado di risolvere i problemi, a meno che non siano specifici come quelli di idraulica (ride, ndr). Per i problemi d’amore un maschio non sarà mai adatto a risolvere la situazione, quindi ho pensato che le donne avrebbero potuto veramente dare quello sprint in più. Con Camilla (Camihawke, ndr) ci divertiamo tantissimo, ascoltiamo tutti i problemi, da quelli di cucina, alle questioni d’amore, a quelli scolastici o all’università. Le nostre soluzioni sono in chiave ironica, perché noi non siamo in grado di risolvere i problemi, però speriamo di strappare un sorriso ai nostri ascoltatori, che, invece, riescono a darci dei consigli seri. In Pink Different di problemi ne avremo tanti durante le varie puntate, però non diamo soluzioni, perché in realtà viviamo le nostre giornate in modo un po’ romanzato. Siamo tre coinquiline più una vicina, in una sorta di sit-com, incentrata sulle nostre giornate, senza dare delle soluzioni, tranne Alice, la nostra vicina, che riesce sempre a risolvere i problemi, essendo la mamma di famiglia, con più esperienza. Noi, invece, siamo un po’ delle “scappate di casa” e creiamo un problema diverso in ogni puntata. Noi abbiamo quattro personalità totalmente diverse, quindi affrontiamo le giornate con i nostri caratteri a confronto, e la cosa bella è che ogni donna si può rispecchiare in uno di questi.

Gli step fondamentali per una beauty routine maschile?
Negli ultimi anni, gli uomini sono diventati super attenti, a volte anche più delle donne. Mi è capitato di lavorare come truccatrice durante la fashion week maschile, quindi, per diversi anni, ho avuto a che fare con la bellezza maschile. Sicuramente, secondo me, è necessario avere una crema, soprattutto per il giorno e particolarmente d’inverno, perché anche gli uomini hanno la pelle delicata. La crema giorno permette di mantenere un buon livello di idratazione durante la giornata. Per la sera, ci sono le creme notte e suggerisco anche un’acqua micellare o un sapone delicato, per detergere il viso e rimuovere le tracce di inquinamento.

Un prodotto beauty irrinunciabile per lei e per lui?
La crema idratante. È indispensabile per entrambi, anche se con caratteristiche differenti. La crema, poi, può essere incrementata dal siero.

Recentemente hai partecipato a Pechino Express. Qual è stato il luogo che ti è rimasto più nel cuore e perché?
Decisamente e in assoluto le Filippine. Mi sono innamorata del popolo filippino, del suo amore incondizionato. Ci hanno aiutato in numerose situazioni, pur non avendo quasi niente da dare. Erano in grado di offrire una quantità d’affetto incredibile. In più, ci sono dei paesaggi meravigliosi. Le Filippine hanno tutto: il mare, la collina, la montagna. In alcuni momenti sembrava di essere in Canada, in altri alle Hawaii.

Il tuo prossimo viaggio?
Le mie mete potrebbero essere Londra, oppure New York, in cui sono stata la scorsa estate, e che vorrei vivere in un’atmosfera fredda, soprattutto dopo il caldo delle Filippine!

www.instagram.com/alicelikeaudrey/

www.youtube.com/user/AlicelikeAudrey

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RIPARARSI DAL FREDDO CON STILE

Maglione o cardigan? La scelta è ardua. Il primo è sinonimo di comfort e di uno stile rilassato, mentre il secondo è indubbiamente più funzionale, perché permette di giocare con diverse sovrapposizioni, senza mai scompigliare i capelli. Senza sottovalutare la comodità delle piccole tasche laterali.
Elemento irrinunciabile in questa stagione è il maglione. I capi in lana o cashmere sostituiscono, anche in ufficio, il tradizionale abbinamento giacca e camicia. Scegliendo il tessuto e le proporzioni adatte, è un capo che si adatta a tutti i tipi di fisico, slanciando le corporature più robuste e valorizzando i fisici più asciutti.
I modelli a tinta unita sono più formali ed eleganti, quelli colorati o a fantasia, invece, diventano i veri protagonisti del look, per cui vanno abbinati a elementi più semplici e monocromatici, come suggerisce, ad esempio, Prada. Molto di tendenza anche le lavorazioni a coste o intrecciate con un filato più robusto che interrompono la monotonia del capo senza alterarne la vestibilità. Sulle passerelle di questo autunno/inverno i brand hanno puntato anche su diverse allacciature, asimmetriche e laterali, e sull’introduzione di parti in materiali diversi.
Il dolcevita, soprattutto di colore scuro, si può indossare sotto la giacca di un abito, oppure da solo abbinato a un semplice jeans. Il maglione con scollo a V, invece, è preferito in abbinamento a una camicia o una polo, se si vuole apparire più ordinati. Questo modello fa apprezzare il nodo ben fatto della cravatta, messo in evidenza dallo scollo, che non deve essere eccessivamente profondo. Per occasioni più casual, si può optare per la classica t-shirt a scollo tondo. Nel caso del maglione girocollo si pone un quesito: il colletto della camicia va messo dentro o fuori? Sia con una camicia botton down sia con una classica, il colletto deve essere sempre infilato sotto il girocollo.
Da una sciabolata sferrata alla maglia d’ordinanza dell’Esercito Inglese ad opera del conte di Cardigan nasce il capo che noi tutti conosciamo. Dimenticate gli anonimi cardigan associati alle persone di una certa età, oggi questo capo è di gran tendenza, grazie a dettagli che lo rendono un passe-partout indispensabile dello stile informale.
Sono tanti i modi in cui il cardigan può essere interpretato: dal modello con allacciatura asimmetrica indossato da Steve McQueen, allo stile più classico di Paul Newman, a Woody Allen, che gli ha conferito un’aurea intellettuale, fino ad arrivare a Kurt Cobain, che lo ha trasformato in un must dello stile grunge, portandolo aperto con sotto una semplice t-shirt.
Che presenti la classica fila di bottoni o la più moderna cerniera, il cardigan può essere indossato direttamente come maglia per un look casual o come sottogiacca in occasioni più formali. Inoltre non va mai abbottonato del tutto, ma lasciato leggermente aperto sul torace o in corrispondenza della cinta. Brunello Cucinelli lo propone in proporzione over da indossare come soprabito con camicia e cravatta sottile, mentre Hermès predilige lo slim fit, inserendo intarsi in pelle scamosciata da sovrapporre a una t-shirt e da portare dentro i pantaloni. American Vintage opta per il morbido collo sciallato, così come Drumohr, in versione oversize, che gioca con colori e fantasie.

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Cosa si nasconde nel cassetto dell’intimo di un uomo?

Rafael Nadal x H&M

L’eterna battaglia è da sempre tra slip e boxer. I primi anticamente erano un indumento riservato agli uomini, generalmente di lino e a forma di calzoni lunghi, anche se sembra che addirittura il faraone Tutankhamon avesse nel suo guardaroba un capo intimo di forma triangolare molto simile allo slip moderno. Solo nel XIX secolo gli slip sono diventati di uso generale e sempre più corti, fino a diventare della misura attuale. Preferiti in particolar modo dagli sportivi, sono tuttora i più acquistati dagli uomini, in tutti i tessuti e fantasie, anche quelle più divertenti e sbarazzine.


Dai ring i boxer, la “divisa” tipica dei pugili, sono diventati un indumento intimo, grazie all’azienda statunitense Everlast, che, nel 1925, ha ideato i cosiddetti “boxer trunks”, sostituendo la tipica fascia di cuoio in vita del modello sportivo in un comodo elastico. È solo nel 1975 che i boxer tornano a far parlare di sé, grazie a una pubblicità in bianco e nero ideata dal brand Sears, e considerata scandalosa, perché ritraeva un uomo in boxer di cui sembrava si intravedesse una parte dei suoi genitali. Il vero successo è arrivato negli anni Ottanta, grazie allo spot della Levi’s, in cui l’affascinante e giovane modello inglese Nick Kamen si toglie jeans e t-shirt in lavanderia, restando solo con i suoi boxer.

Da quel momento in poi, i boxer si sono conformati alle diverse tendenze, come quella degli anni Novanta, definita “sagging”, in cui l’intimo diventa il vero protagonista del look, spuntando in modo evidente dai pantaloni a vita bassa. I modelli di allora, chiamati “boxer brief”, erano caratterizzati principalmente da un elastico importante, in cui appariva vistosamente la griffe di turno. Dal 2005, alcuni marchi hanno creato l’hot-boxer, un modello più corto rispetto ai precedenti, che mette in evidenza le natiche lasciandole parzialmente scoperte nella parte inferiore e anche grazie a un elastico cucito internamente.


La scelta del modello più adatto può dipendere dalla propria conformazione fisica e dalle occasioni d’uso. Ad esempio, il cosiddetto boxer short o American boxer, scelto soprattutto dagli americani, è ampio, dotato di una vestibilità morbida e, per questo, può risultare più scomodo da indossare sotto ai pantaloni. Il classico boxer short presenta un’apertura sul davanti, che può essere chiusa con un bottone o una cerniera in metallo. Poi ci sono i gripper boxer con elastico in vita e gli yoke front boxer che, al posto dell’elastico, hanno un cordino regolabile ed erano molto diffusi durante la seconda guerra mondiale. Molto spesso gli American boxer sono indossati da soli, a mo’ di pigiama, come si vede nelle serie tv e film americani.

Un buon compromesso tra gli slip e i boxer short sono i boxer attillati, particolarmente apprezzati dagli uomini che praticano sport, infatti non segnano, neanche quando si indossano con pantaloncini corti, e consentono un’ampia libertà di movimento.

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LA PROFUMERIA FRANCESE DEL FUTURO

Dal numero 4 di Rue de Castiglione, a Parigi, al mondo intero. Jovoy Parfumeur è un atelier di selezionati e prestigiosi profumi di nicchia, situato nell’arrondissement parigino delle fragranze, che dal 2006 ha aggiunto anche una linea di profumi scaturita dai ricordi di François Hénin e realizzata da nasi dalla vivace creatività. La Maison è nata nel 1923 grazie al guizzo artistico di Blanche Arvoy, che ha vissuto il suo momento d’oro negli Anni Ruggenti, quando i bons vivants della mondanità parigina acquistavano le spettacolari boccette di profumo Jovoy. Ora, grazie all’esperienza internazionale di Hénin, Jovoy consegna a livello mondiale una collezione di Eau de Parfum, Extrait e candele, ognuno con una sua storia. Ne abbiamo scoperta qualcuna proprio parlando con Hénin, ideatore e proprietario del marchio francese.

Qual è stato il suo percorso verso la profumeria francese?
In origine niente mi predestinava alla profumeria, ma è stato il caso della vita che mi ha portato a soccombere a ciò che definisco un “dolce virus”. Cresciuto in una famiglia classica, da un padre finanziere e una madre universitaria, non credo di avere mai avuto degli antenati nel campo della profumeria. Si può dire che sia una sorta di rarità nella mia famiglia. Tutto è cambiato con un viaggio in Vietnam. A 20 anni, diplomato alla scuola di commercio, sono partito all’avventura verso Saigon per confrontarmi con il mondo, scoprire e vivere prima di ritrovarmi intrappolato in un qualunque servizio di marketing, che immaginavo come una torre senza anima. Prevedevo di restare per qualche mese e invece sono rimasto degli anni in questo Paese, che ho amato con la passione della giovinezza, inebriato dall’energia che vi regnava, in totale opposizione al grigiore e alla noia parigina. Ho concluso il mio soggiorno montando uno stabilimento per la distillazione degli oli essenziali per la profumeria, alla frontiera cinese. La conseguenza è pressoché logica, un soggiorno di quattro anni a Grasse, la capitale dei profumi, per conto di una società che si occupava di creare degli aromi e delle fragranze. Ho rilanciato Jovoy nel 2006, ho aperto una boutique, poi due e adesso niente sembra poter fermare Jovoy, che si è imposto come un punto di riferimento nella profumeria di nicchia, al tempo stesso come profumiere e come profumeria.

Qual è il suo ruolo da Jovoy riguardo alla creazione di profumi?
I miei profumi sono altrettanti pezzi del puzzle che mi costituiscono. Ciascuna fragranza testimonia un bell’incontro, un ricordo, una storia intima. Scrivo lo spartito come un direttore artistico, ma è un “naso”, spesso indipendente e spesso femminile, che traduce in profumo le mie idee, i miei concetti e altri ricordi.

Come si possono definire i suoi profumi?
Jovoy è una casa profumiera parigina, inserita nella pura tradizione francese. Anche se è stato fondato durante gli anni folli, i miei profumi sono concepiti per i miei contemporanei e non coltivo la nostalgia del primo periodo. È quindi una collezione di fragranze moderne, senza limiti nella scelta degli ingredienti più nobili e rari. Una profumeria opulenta e sconvolgente, fatta per anime solari, seduttrici e alla ricerca di un’essenza unica, distillata in quantità ridotta rispetto ai giganti che inondano di profumo gli scaffali dei supermercati.

Cosa rende Jovoy diverso da una profumeria tradizionale?
È al tempo stesso una marca e una catena di profumerie, interamente dedicate ai profumi rari. Parigi, Londra, Doha e la settimana scorsa Dubai, per esempio, hanno tutte una profumeria Jovoy, che offre una selezione massima di un centinaio di marchi. I profumi sono proiettati verso l’avvenire, rispettando al contempo la tradizione parigina; le profumerie offrono un’esperienza unica per coloro, sia donne sia uomini, che cercano un’essenza rara di marche provenienti da tutto il mondo, compresa l’Italia e che condividono i nostri valori.

Qual è la storia più divertente associata a uno dei vostri profumi?
Direi un ricordo affettuoso della foto scattata per il profumo L’art de la Guerre. È stata scattata nella mia vecchia casa, con tutta una squadra che ha coinvolto Catherine, Olga e Christian, tre dei miei cinque figli. Non è affatto facile scattare delle foto con dei bambini piccoli, immaginatevi con i miei! Ci resta un ricordo di famiglia. È importante per me, perché apriamo molte profumerie e, con i miei due marchi, Jovoy e più recentemente Jeroboam, ho sempre meno tempo da trascorrere in famiglia.

Quali sono le tendenze per il prossimo anno?
Aspettatevi uno tsunami di note golose in generale. Il 2018 sarà un anno positivo e dinamico, spero, con un ritorno a uno spirito più festivo. Penso che la seduzione sarà più che mai all’ordine del giorno. Scommetto anche che le note marine saranno oggetto di un ritorno roboante, specialmente per gli uomini. D’altro canto, lavoro a una fantasia, rivisitare gli unisex degli anni ‘90/2000, per rivelare un nobile e irresistibile profumo marino. Abbiamo molto da fare!

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Le ultime imperdibili collaborazioni tra brand

Sempre più ricercate, accattivanti e sold out in tempi record: sono le fashion collab, uno dei trend che vede due brand, anche con DNA molto diversi tra loro, unirsi per dare vita a edizioni speciali per veri amanti dello shopping. Ecco le 6 collaborazioni da non perdere per questa stagione, in un mix tra marchi di ricerca e sportswear.

    1.   The Woolmark Company e FACETASM

In vista della Paris Men’s collection The Woolmark Company annuncia una partnership per lo sviluppo delle collezioni Autunno/Inverno 18/19 e Primavera/Estate 19, con il brand giapponese FACETASM. Lana Merino, ingrediente fondamentale nell’abbigliamento di lusso, è la parola chiave, in particolare nei tessuti e filati più innovativi. Hiromichi Ochiai, fondatore e stilista di FACETASM, sarà il primo ambasciatore globale giapponese di The Woolmark Company di lana Merino.

    2.   Maison Margiela e Mackintosh

Maison Margiela ha collaborato con Mackintosh per creare due trench in edizione limitata per la collezione primavera estate 2018. Il primo, che si ispira all’iconico camice del collettivo Margiela, è il solo di colore bianco ad essere presente nella palette Mackintosh. Il secondo è invece ispirato a un modello d’archivio, rivisto secondo la tecnica del décortiqué, la decorticazione del capo strato per strato per mostrarne la struttura essenziale. In questa versione, solo bavero e maniche sono state decorticate, creando un capo innovativo e contemporaneo.

    3.  Moose Knuckles e 10 Corso Como

Una capsule collection di capispalla neri dove l’alce, simbolo del brand canadese, si unisce alle grafiche iconiche dello spazio polifunzionale nato in Italia. Due bomber e due parka idrorepellenti, in bengaline di seta e cotone intrecciato, foderati in piuma d’oca e da una stampa che ricopre l’interno fino al cappuccio, su cui spicca una pelliccia di volpe blu accuratamente scelta. Ma c’è di più; a rendere i capi ancora più esclusivi caratterizzare, due patch ricamati, uno sulla spalla destra e uno come etichetta interna.

    4.   New Balance e Woolrich

Il know how tecnico dell’azienda di Boston si allea all’antico marchio nato in Pennsylvania nel 1830, specializzato in piumini. Ne nasce una capsule collection composta dalle sneakers New Balance Made in US 997, in nabuk con inserti di wool high-performance e la classica coperta in lana Woolrich. La lana è impreziosita nella grafica dalla stessa sneaker nei toni del grigio e del blu navy, oltre che dal logo del brand. Un tributo alla storia di entrambi i brand made in USA.

    5.   Paolo Pecora e Champion Europe

La capsule collection di questa co-lab consiste in 10 pezzi, tra accessori e abbigliamento, che uniscono l’abilità nella maglieria di Pecora all’esperienza di Champion nello sportswear. Il risultato è in perfetto connubio tra il formale sartoriale di Pecora, e l’informale del brand sportivo. L’abbigliamento sporty diventa perfetto anche per l’ufficio, l’uniforme ideale per abbandonare i classici completi in favore di qualcosa di nuovo.

    6.   Paris Saint-Germain e nobis

“A celebration of excellence” è la collaborazione tra la canadese nobis e il Paris Saint-Germain, lanciatosi anche nella produzione di collezioni sportive. Nasce una limited edition per l’autunno 2017, dove il protagonista è il bomber Alpha PSG, un capo capace di coniugare moda, tecnologia e grande performance grazie all’esperienza di entrambi i brand dentro e fuori dal campo sportivo.

    7.   Damir Doma e Lotto

La capsule collection coniuga i valori stilistici di Damir Doma con l’heritage e le qualità performanti del marchio di sportswear, che da sempre si caratterizza per spirito di ricerca e innovazione. Una collezione che nasce dai pezzi più iconici di Lotto, quelli indossati dai più grandi sportivi di sempre, rielaborati attraverso un design moderno, ricercato ed essenziale declinato in 28 capi maschili (e altrettanti femminili) tra cui sneakers, t-shirt con doppio logo, rain jacket e jerseywear, in colori classici e tonalità leggere.

 

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GRAHAM PATRICK MARTIN TORNA CON MAJOR CRIMES

A soli 26 anni, Graham Patrick Martin ha prestato il volto a Elridge McElroy nella serie Due uomini e mezzo e a Trent nella sitcom The Bill Engvall Show, a fianco di Jennifer Lawrence e Nancy Travis. Tuttavia, il suo ruolo più importante è quello di Rusty Beck, nella serie televisiva statunitense Major Crimes, lo spin-off di The Closer, in onda su TNT e giunta alla sesta stagione. Martin comparirà prossimamente anche nel film indie Bukowski, basato sulla vita del poeta e scrittore Charles Bukowski, diretto da James Franco. MANINTOWN l’ha intervistato per voi.

Quali attori e registi iconici ti ispirano?
Mi piace ciò che sta producendo Denis Villeneuve, proprio in questo periodo. Per quanto riguarda gli attori, mi piace la selezione di film su cui Jake Gyllenhaal ha scelto di lavorare ultimamente.

Ci puoi anticipare qualcosa riguardo al tuo personaggio nella sesta stagione di Major Crimes?
La situazione diventerà rischiosa. Rusty è in pericolo, così come tutta la squadra. Gli scrittori non si sono trattenuti in questa stagione finale.

In questa serie drammatica interpreti il ruolo di un ragazzo ex senzatetto. Come ti sei preparato?
Facendo volontariato alla Covenant House California, un ricovero per i giovani senzatetto.

Sappiamo che sei un grande tifoso dei Saints e un appassionato di sport. Quali attività ti piace praticare di più?
Personalmente, mi piace giocare a football, durante il weekend con gli amici. Recentemente sono molto preso dallo yoga.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Un capo di cui non potresti fare a meno?
Sono piuttosto basic, quando si tratta di moda. Non corro nessun rischio. Una t-shirt, jeans e i miei scarponcini AllSaints sono il look di tutti i giorni.

I tuoi progetti futuri?
Gli episodi di Major Crimes stanno uscendo proprio in questo periodo. Dategli un’occhiata su TNT!

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Photo credit:
Photographer: Dylan Lujano @dylanlujano
Stylist: David Nino @davidmnino
Grooming: Matilde Campos @tildebymatilde

GUIDA ALLA GIACCA PERFETTA: MONO O DOPPIOPETTO?

Dalle uniformi militari di fine ‘700 a capo di punta dell’Autunno/Inverno 2017.
La giacca doppiopetto è tornata in grande stile sulle passerelle e come passe-partout per l’uomo metropolitano. Nel corso dei secoli, si è passati dall’originaria versione a sei bottoni, al modello con allacciatura alla “Kent”, ideato dal Duca di Kent, con soli quattro bottoni e un rever che mette in risalto il petto e le spalle, distogliendo l’attenzione dalla vita e conferendo, così, una figura più alta e slanciata. È stato il ribelle Edward Duca di Windsor, il principe inglese passato alla storia per il suo amore con l’americana pluridivorziata Wallis Simpson, a rendere celebre quest’ultima versione. La sua relazione gli costò la corona, ma entrambi sono ricordati come autentiche icone di stile e glamour del tempo.
L’eleganza inglese è di ispirazione per l’Autunno/Inverno 17-18 di Tagliatore, con blazer dai rever ampi, linee over e lunghezze rivisitate, che interpretano il gusto del neo-dandy.

Il fit moderno ha definitivamente abbandonato l’iniziale rigidità del blazer, che, pur rimanendo un’icona dello stile sofisticato, è un capo che si può adattare a occasioni casual, magari in versione spezzata per eventi diurni, come suggerisce Emporio Armani, che combina una classica giacca doppiopetto a pantaloni morbidi a fantasia.

Il doppiopetto può anche essere abbinato a pantaloni dal taglio regolare e stivali per uno stile rilassato, o a jeans e sneaker per un look sportivo, ma chic. Un esempio è il completo in mischia di cashmere e seta spigata blu pavone e grigio proposto da Ermenegildo Zegna, abbinato a una semplice maglia con scollo a V, per un look da ufficio impeccabile.

Immancabile completo nell’armadio di un uomo, l’abito monopetto si compone di due pezzi: giacca e pantaloni confezionati con la stessa stoffa. La giacca può avere due o tre bottoni, più raramente il monobottone, più formale, che è diffuso in USA e nel Regno Unito e che dovrebbe essere sempre abbottonato. Se la giacca ha due bottoni, si allaccia quello più in alto, invece se ne ha tre, si allaccia quello centrale. Negli anni la vestibilità di giacca e pantalone è diventata sempre più slim, anche se la giacca dovrebbe seguire semplicemente la silhouette di chi la indossa. La linea Z Zegna sceglie la giacca monopetto in mischia di lana bouclé in pied de poule, indossata con un morbido cardigan in lana, scaldamuscoli e guanti.

Rispetto alla semplice giacca monopetto, preferita da Ferragamo per questa stagione, il doppiopetto regala immediatamente un’allure più sofisticata, soprattutto se indossata con una camicia e abbinata a dettagli vintage come papillon e pantaloni con pince.

Un’alternativa alle due versioni è offerta da Brunello Cucinelli, che propone una giacca un petto e mezzo, pensata appositamente per essere indossata anche con capi più informali, come magliette girocollo, cardigan con pattern basici e sneaker.

Che la giacca sia monopetto o doppiopetto, ecco un piccolo consiglio per renderla maggiormente raffinata: tenere slacciati i bottoni cuciti sulle maniche; questo dettaglio, infatti, è una caratteristica peculiare degli abiti di fattura sartoriale.

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SIENS EYE CODE: il futuro degli occhiali è adesso

Stefano e Roberto Russo

Ricodificare il mondo visivo con una nuova interpretazione degli occhiali. Questo è l’obiettivo – e insieme la sfida – di Siens Eye Code, marchio di eyewear nato dall’intuizione di quattro fratelli, Stefano, Roberto, Lilly e Gabriella Russo. Roberto e Stefano si dedicano alla direzione creativa globale, che spazia dal design alla comunicazione, mentre le sorelle Lilly e Gabriella elaborano e concretizzano le strategie. Le loro creature, come loro stessi le definiscono, sono modelli unici, dal design funzionale e tecnologico, registrati con ben tre brevetti innovativi. Questo perché, per i fratelli Russo, gli occhiali sono un veicolo d’identità importante, attraverso cui si comunica con il mondo esterno, instaurando una corrispondenza fra l’individuo e la realtà che lo circonda. A MANINTOWN Stefano e Roberto, raccontano in tandem com’è nato il brand e come si è sviluppato.

Siete un team di quattro fratelli. Avete dei ruoli predefiniti nel vostro lavoro quotidiano?Ognuno di noi è una figura versatile e indipendente e insieme cerchiamo di unire le forze per esprimere al meglio la nostra visione: Wonderful Vision Under Construction.

Avete maturato tutti esperienze diverse in note case di moda. Come nasce l’idea di creare un vostro brand?
Abbiamo voluto esprimere il nostro punto di vista, la nostra visione, combinando design e arte e proponendo qualcosa che mancava nel mercato attraverso nuovi codici visivi.

I vostri occhiali sono dei veri prodotti hi-tech. Come coniugate tecnologia ed estetica?
La nostra sfida è quella di ricodificare la visione, mediante “creature” che conciliano high-tech e high-craft, con un occhio di riguardo alla funzionalità. Senza tralasciare l’estetica.

Come si sviluppa il vostro processo creativo? Da cosa traete ispirazione?
Il processo creativo nasce da una scintilla, un’intuizione e si sviluppa ispirandosi a tutto ciò che ci circonda, tangibile e non, come arte, musica. Affiniamo l’intuito e la mente è libera di viaggiare, scoprire e concepire.

Ci potete raccontare le caratteristiche principali dei tre brevetti?
Il primo brevetto è anche la firma su tutti i nostri modelli ed è un’innovativa cerniera; il secondo è un nuovo sistema di sgancio delle lenti e il terzo è un semplice (ma geniale) packaging integrato all’occhiale.

Da oggetto iconografico a veicolo espressivo. Come riuscite a plasmare un occhiale che possa esprimere l’identità unica di chi lo indossa?
L’occhiale è un oggetto che riteniamo essere molto importante, in quanto al centro dei nostri sensi. Da qui parte il processo creativo che riesce a donare un’anima all’oggetto, a dotarlo di elementi che lo rendono speciale e che esprimono al meglio l’identità di chi lo indossa. Gli occhiali si trovano tra noi e la realtà che ci circonda. Stabiliscono una comunicazione tra chi li indossa e gli altri e rappresentano il ponte tra il mondo interiore e quello esteriore, tra l’occhio e la realtà, ispirandoci a essere autentici.

L’occhiale che meglio vi rappresenta?
Tutte le nostre “creature” esprimono le nostre visioni e intuizioni. In ognuna di esse è racchiuso il DNA del marchio e la nostra anima creativa.

Un progetto da realizzare?
L’apertura di vari shop-experience nelle principali capitali, con un innovativo approccio alla vendita e all’interazione.

www.sienseyecode.com

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NIC FANCIULLI DEBUTTA CON L’ALBUM “MY HEART”

Come DJ di fama internazionale, Nic Fanciulli, diventato ormai sinonimo di cultura della musica elettronica, ha partecipato alla rivoluzione della dance music a Ibiza. Come produttore discografico ha ricevuto una Nomination ai Grammy.
La sua preziosa esperienza decennale è raccolta nell’album di debutto, “My Heart”, uno spazio creativo in cui ci si può immergere in nuove melodie sperimentali, declinate in 16 tracce, incise in collaborazione con altri artisti del calibro di Damon Albarn, Jamie Principle, Eagles & Butterflies e Guy Gerber, solo per nominarne alcuni.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata il tuo futuro?
Sono sempre stato interessato alla musica, ma è stato nel 2005, quando mi è stato chiesto dalla BBC Radio 1 di presentare il mio primo dance show in “In New Music We Trust”. Penso che sia stato questo il momento in cui ho realizzato di poterne fare un lavoro.

Da dove trai ispirazione per la tua musica?
Dalle altre persone. Anche solo camminando e ascoltando diversa musica. Sia entrando in un bar e ascoltando una band sconosciuta, sia andando in discoteca quando ho una serata libera. È davvero difficile da dire, perché ho uno stile musicale molto vario; mi piace tutto, dalla disco alla batteria e basso. Invece i Dj che mi influenzano di più sono persone come Laurent Garnier e François K, perché la loro musica è davvero eclettica. Suonano in modo talmente universale che ogni loro nuovo cd mi ispira.

Dirigi anche la casa discografica “Saved Records”, con tuo fratello Mark. Come siete finiti a lavorare insieme?
Nel 2007 sono andato in tour per circa un anno e ho rallentato un po’ con la casa discografica. Pensavo che, quando si possiede un’etichetta discografica, questa vada semplicemente avanti. Quando sono tornato, le vendite dei dischi non andavano bene, perché non ci stavo mettendo né sforzo né passione. Ero occupato durante il viaggio, per questo firmavo solo con i cd che mi piacevano, lasciandoli senza lavorarci correttamente. Mio fratello aveva appena terminato l’università e gli ho chiesto di aiutarmi. Lui ha rimesso praticamente in sesto la casa discografica, perché ha lavorato full time con me e ha faticato per farla tornare sulla cresta dell’onda. Ora siamo arrivati a 155 lanci e devo a lui tantissimo! Quando sei in viaggio in tour hai bisogno di un buon team intorno a te, Mark è entrato a farne parte e ha lavorato sodo.

Ci sono molte collaborazioni nell’album, dagli Audion e gli Eagles & Butterflies a Damon Albarn. Come selezioni gli artisti con cui collaborare?
Avevo una lista di artisti con cui avrei voluto collaborare. È avvenuto in maniera molto organica e non volevo stressarmi, cercando di lavorare con gente con cui era impossibile farlo. Lavoro con persone che sono rispettate e che sono miei buoni amici, quindi è stato un processo davvero semplice. Persone come Guy Gerber, Matthew Dear e persino Damon Albarn. Damon e io non ci conoscevamo, ma anche questa cooperazione è avvenuta in modo organico. Non è stato uno di quei casi da, “Oh potrei collaborare con te tra sei o sette mesi, ma non ora”. È stato piuttosto “Sì, farò il disco con te”, e in due o tre giorni ci siamo mandati le rispettive parti del demo. Ad eccezione di Damon, tutte gli altri interventi sono con dei miei amici. Le collaborazioni che abbiamo nell’album sono del tutto assurde, perciò si è risolto bene.

Il 20 ottobre è uscito l’album “My Heart”. Cos’hanno in comune le sedici tracce?
Credo che tutta l’idea dell’album sia arrivata dopo aver scritto così tanti demo. C’erano tante tracce che non sono incluse nel disco perché non erano adatte al genere di sensazione melodica e musicale del 33 giri. Tutto è elettronico, melodico e interessante, per questo ho dovuto eliminare dei demo per ottenere le sedici tracce finali dell’album. Tutte le track scorrono l’una dopo l’altra, il disco è strutturato secondo la stessa mentalità di un DJ set, dall’inizio alla fine. È vario, nel senso che alcune tracce non hanno il vigore della batteria, mentre altre sì, ma direi che in generale si tratta di dance music elettronica.

Ci sono dei posti in cui non ti sei ancora esibito e in cui vorresti suonare?
Wow, è difficile da dire dopo quindici anni. Il fatto è che ci sono nuovi club che aprono di anno in anno e sono abbastanza fortunato da suonare in molti Paesi e città diverse in giro per il mondo. Penso che si trovi sempre quella gemma di cui non si ha mai sentito parlare, che non sarà neanche il posto di cui tutti parlano, ma finisci per suonare lì e supera ogni aspettativa. Ci sono molti luoghi d’incontro famosi, che sono indicati come i club in cui tutti dovrebbero suonare. Tuttavia ho suonato in questi club e qualche volta non sono così incredibili, come tutti fanno credere. Occasionalmente vado in un club di cui davvero nessuno parla e si rivela dieci volte meglio. Mi piacerebbe suonare al Fuji Rock festival, ho sempre voluto farlo.

Una canzone speciale tratta dall’album?
Sono tutte davvero buone, ma dovrei dire “Saying”. Collaborare con Damon Albarn all’album è stato straordinario, perché sono cresciuto con le sue canzoni, dal periodo dei Blur fino ai Gorillaz. Per questo essere in grado di lavorare con qualcuno che ha creato così tanti dischi meravigliosi e che mi ricorda la mia infanzia e la scuola è stato molto particolare.

Com’è il tuo rapporto con la moda? Pensi che sia importante nella musica?
Sono abbastanza ossessionato dalla moda. Specialmente quando si tratta di stilisti nuovi ed emergenti. La moda è arte e si congiunge davvero con la musica. Mi piace molto OFF WHITE di Virgil Abloh, e Boris Bidjan è un altro designer che, in un certo senso, si collega alla scena musicale. Uno dei miei stilisti preferiti è Riccardo Tisci, l’ex direttore artistico di Givenchy.

Un accessorio senza cui non potresti vivere?
Il mio orologio! È un Patek Philippe Aquanaut, che mi sono regalato come premio.

I tuoi progetti futuri?
Sto lavorando a due limited edition, album di performance live. Ne faremo una all’Art Basel di Miami questo novembre e poi un’altra a Londra, il prossimo gennaio. La stagione di Ibiza è appena terminata, così sono diretto in Sud America, Nord America, Asia e Australia per l’inverno.

Streaming/acquisto qui – https://lnk.to/MYHEARTALB
Per acquistare i biglietti per il live di Art Basel a Miami qui
Per acquistare i biglietti per il live di Londra  qui

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GLI INDISTRUTTIBILI: GIUSEPPE ROSSI NUOVO AMBASSADOR DI G-SHOCK

Sfidare i propri limiti come chiave per il successo. È questo il messaggio della campagna internazionale #ChallengeTheLimits, promossa da G-SHOCK, il brand di orologi indistruttibili di Casio, in occasione del lancio del nuovo modello G-Steel, dotato di tecnologia Bluetooth®. Il motto che ha ispirato Mr. Kikuo Ibe, l’ingegnere giapponese che 35 anni fa ha ideato un orologio indistruttibile, è ora incarnato dal nuovo ambassador, il calciatore italo-americano Giuseppe Rossi, meglio conosciuto come Pepito, scelto non solo grazie al suo grande talento, ma soprattutto grazie alla sua tenacia e determinazione dimostrate in diverse occasioni durante la sua carriera, non ultimo il grave infortunio dello scorso aprile al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. MANINTOWN ha incontrato l’indistruttibile campione per voi.

Il motto di G-Shock è #ChallengeTheLimits. In quali occasioni hai dovuto superare i tuoi limiti?
Sono passati sei mesi da un infortunio grave al ginocchio e per un calciatore è molto difficile e lungo il recupero. Quindi, diventa una sfida, non soltanto fisica, ma anche mentale e psicologica. A questo punto mi sento bene, ho affrontato tante difficoltà, però sono sempre riuscito ad andare oltre, ed è proprio quello che stiamo comunicando con questo progetto #ChallengeTheLimits. Sono quasi pronto per il ritorno in campo.

Come è nata la passione per il calcio?
Quando avevo due anni, mio padre mi ha messo davanti un pallone da calcio. Lui tornava dal lavoro e si metteva in giardino con me, piazzava due-tre conetti e io cercavo di superarli. Era un grande intenditore, allenatore e giocatore, per questo c’era sempre il calcio in tv e un pallone nel salotto. Per me è stato molto facile innamorarmi di questo sport.

Come nasce il soprannome Pepito?
Mi chiamano “Pepito” perché il grande Bearzot, l’allenatore con cui l’Italia ha vinto i mondiali nell’82, mi ha paragonato a “Pablito” (Paolo Rossi). Così è nato “Pepito”.

Un momento indimenticabile della tua carriera?
La tripletta contro la Juventus, con la maglia della Fiorentina.

Che rapporto hai con la moda?
La moda mi piace, anche se cambia ogni giorno ed è difficile starle dietro. Per me è qualcosa di bello da vedere e mi appassiona, anche perché ho la fortuna di vivere a New York, che è considerata una delle capitali della moda.

Come definiresti il tuo stile?
Mi considero una persona molto casual, anche se, essendo un atleta, indosso spesso capi sportivi.

La prossima sfida?
Metto sempre come hashtag, su Instagram e Twitter, #nevergiveup, proprio perché ho altri sogni da realizzare e quindi non ci si deve mai arrendere, neanche di fronte alle difficoltà, bisogna sempre credere nei propri sogni. Purtroppo questi infortuni non ci volevano, però sono cose che capitano nella vita, bisogna sempre rialzarsi, come sto facendo e come ho fatto in passato, senza aver paura di andare avanti. Adesso non vedo l’ora di rientrare in campo. Voglio solo toccare l’erba, correre con i miei compagni e spero che avvenga proprio in Italia.

www.g-shock.eu

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INTERVISTA A TUTTO CAMPO CON LE STELLE DEL TRENTINO VOLLEY

Punte di diamante della Diatec Trentino e della Nazionale Italiana di volley, Filippo Lanza e Simone Giannelli – reduci dall’argento conquistato alla Grand Champions Cup 2017 – si stanno preparando ad affrontare la Sir Safety Conad Perugia, nella semifinale di Supercoppa, fissata per sabato 7 e domenica 8 ottobre all’Eurosole Forum di Civitanova Marche. Filippo, veronese di nascita, è “l’orgoglioso” capitano della squadra trentina, come si legge sul suo profilo Instagram, mentre Simone, bolzanino di soli 21 anni, si è già distinto in Giappone, vincendo il riconoscimento come miglior palleggiatore.
MANINTOWN li ha intervistati, facendo risaltare non solo la loro grande passione per lo sport, ma anche quella per lo stile.

Quando avete iniziato a giocare a pallavolo?
FL
: Ho iniziato a 14 anni. Prima giocavo a rugby, poi mio padre, che giocava a pallavolo, mi ha convinto a provare. Mi è piaciuto, mi sono trasferito subito a Trento e da quel momento non ho più lasciato né la città né la pallavolo.

SG: La prima volta che ho giocato a pallavolo è stato a Bolzano, la mia città natale. Mia sorella giocava in serie C e io andavo sempre a vedere le sue partite, anche se facevo tutt’altro, giocavo a calcio, a tennis e sciavo. Tuttavia, in prima media ero già alto per la mia età e, guardando mia sorella, ho voluto provare anch’io, mi è piaciuto, e piano piano ho lasciato gli altri sport per dedicarmi completamente alla pallavolo.

Qual è il ricordo più emozionante della vostra carriera?
FL: Sicuramente quando Trento ha vinto lo scudetto, tre stagioni fa. È la soddisfazione più grande che ho avuto dal punto di vista del club, poi ovviamente c’è l’argento di Rio, che è stato il massimo. Avevo detto che se avessimo vinto l’oro avrei smesso, e ci sono andato molto vicino. Avrei lasciato la Nazionale, perché credo che la medaglia d’oro sia l’obiettivo più grande a cui un giocatore possa ambire. Era talmente tanta la voglia di raggiungere questo traguardo che ho fatto questa dichiarazione, e l’avrei anche mantenuta.

SG: Sicuramente quando è caduta l’ultima palla durante la semifinale delle Olimpiadi. È stato un momento emozionante che mi porterò dentro per tutta la vita.

Quali sono le vostre altre passioni?
FL: Nel tempo libero mi piace viaggiare molto, visitare diversi luoghi. Ho girato parecchio il Trentino, le sue montagne, i laghi, amo soffermarmi nella natura. Mi piace leggere, poi seguo dei corsi di marketing, per avere una formazione non solo pallavolistica, ma anche tecnica per quello che saràil mio futuro.

SG: Una mia grande passione è viaggiare e, anche se ho poco tempo per farlo, appena ho una settimana libera cerco sempre di girare, di vedere il più possibile. Mi piace molto One Piece, un manga giapponese, e anche studiare, infatti frequento l’università. Amo leggere e imparare cose nuove.

Il viaggio più bello che avete fatto?
FL: Per lo più i miei viaggi sono legati all’attività pallavolistica, perché non abbiamo molto tempo libero a disposizione, quindi tante volte sfrutto il fatto di essere via con la Nazionale per visitare tantissimi posti belli. Mi sono soffermato particolarmente in Giappone, in cui siamo stati tre volte, e abbiamo avuto l’opportunità di vedere diverse città, tra cui Tokyo e Osaka, le più belle

SG: La seconda volta che sono andato in Giappone, non so come, le persone di lì hanno scoperto che sono appassionato di One Piece e ho ricevuto tantissimi regali su questo tema, dai pupazzi ai manga scritti in giapponese. È stato bello.

Un rito scaramantico o un oggetto che portate sempre con voi?
FL: Non sono scaramantico e non ho un rito particolare, non credo neanche nel malocchio, anzi, mi piace cambiare spesso e provare cose nuove. Un “rito” abituale, che mi carica prima di una partita, è ascoltare musica di vario genere, spaziando dal metal più pesante all’hip-hop e al rap.

SG: Sinceramente no, prima ero più scaramantico, ma col tempo ho imparato che non serve poi così tanto. Di solito, prima di una partita, ascolto musica, ma è più per trovare la concentrazione che per scaramanzia.

Il rapporto con la moda?
FL: Mi piace, la seguo, mi tengo aggiornato sulle tendenze e seguo le persone che hanno i miei stessi gusti, più sullo stile skater che snob. Vesto principalmente capi larghi, maglie e pantaloni comodi, secondo uno look da “ragazzo di strada”, underground.

SG: Mi piace la moda, cerco sempre di piacere prima di tutto a me stesso, poi anche agli altri.

Qual è il capo d’abbigliamento che più vi rappresenta?
FL
: Abitualmente indosso il classico jeans a vita bassa e magliette larghe e lunghe, in stile americano. Mi piacciono anche i cappelli, nell’ultimo periodo sto indossando una linea, ninesquared, (www.ninesquared.it; instagram.com/ninesquared) che stanno creando dei ragazzi pallavolisti e che vuole cambiare il concetto della pallavolo, renderlo un po’ più figo e meno vecchio. Stanno lanciando dei prodotti veramente di qualità e belli, proprio sull’impronta di uno stile americano, simili a quelli della Nike, che indosso spesso. Anche altri due miei compagni, Luca Vettori e Matteo Piano, con Brododibecchi hanno creato dei bei capi, con una storia dietro, con passione e con l’intento di aiutare.

SG: Mi piace molto indossare i maglioncini.

Un sogno nel cassetto?
FL: Aprire un chiringuito, un baretto, davanti a una spiaggia in Spagna e vivere di passione, di sole e di mare, di quello che mi è mancato e mi manca, in questa vita dove non ho molto tempo libero o vacanze. Il mio sogno è di realizzarmi in questo modo.

SG: I sogni sono tanti, come è giusto che sia, ma preferisco tenerli per me e sperare che un giorno si realizzino.

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tutti i volti dell’apollo club milano

Nel cuore della vita notturna milanese, in via Borsi, si trova l’Apollo Club Milano, un locale dalle molteplici identità, nato dal sogno di Tiberio Carcano e Marcellina Di Chio, co-fondatori e direttori di Rollover Milano, uno degli appuntamenti di musica electroindie più in voga in città.
Il club si presenta come uno spazio multidimensionale, strutturato in quattro ambienti: una Welcome Room, una Gaming Room, dove poter giocare anche a ping-pong, una sala ristorante, in cui è possibile fare il giro dei sapori del mondo, e una sala disco, che tutte le domeniche si trasforma in una sala cinema, dopo il tradizionale brunch domenicale. Un vero e proprio incubatore che ospita diverse idee, realtà musicali e artistiche e che stimola un’esperienza multisensoriale, in virtù di un nuovo concetto di creatività a tutto tondo, dalla musica al buon cibo. In particolare, il concept della cucina è incentrato sulla fusione fra una cucina classica alla Escoffier e una moderna, che prevede l’utilizzo di tecniche e ricette antiche con l’aggiunta di prodotti multietnici, provenienti da tutto il mondo, per offrire un aperitivo diverso dal solito, variegato, dove poter scoprire piatti nuovi.
Il sapore vintage della pista da ballo arredata come i salotti di una volta, con divani e piante, i cocktail e il menu cosmopolita contribuiscono a creare uno spazio unico che accontenta davvero tutti i gusti.
Ogni mese, inoltre, viene organizzata una serata “iconic”, dedicata, appunto, a un tema iconico.

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YOGA PER LUI

Illustrations by Tommy Parker

Uomini e yoga? Certo. In realtà lo yoga era una pratica propria dei bramini che escludeva la partecipazione delle donne fino agli anni ’30. Ma come trovare il proprio stile? Esistono moltissime varianti di questa disciplina, i cui benefici, derivanti da una pratica costante, sono ben noti: si riducono gli ormoni dello stress, si migliora la flessibilità e il tono muscolare, senza contare il benessere mentale, riflesso in un aspetto molto più rilassato e giovane. Per godere appieno di questi benefici è indispensabile trovare il giusto stile, in relazione al proprio corpo e alla propria personalità. Noi di MANINTOWN ci siamo ispirati ai consigli del maestro Ahmed Zambarakji e abbiamo selezionato sette stili di yoga tra i più efficaci e in voga in questo momento. Una mini guida per invogliare anche i più restii, che si sentono persi tra le varie possibilità. Con qualche indirizzo utile tra Milano, Torino e Roma.

BIKRAM YOGA

Ottimo per gli estremisti. È lo stile più diffuso al mondo e consiste in una lezione di 90 minuti che prevede 26 posture statiche e due esercizi di respirazione. La particolarità distintiva (ed estrema) è la location: una stanza riscaldata fino a 40°C, la temperatura di Calcutta, dove si pratica yoga regolarmente e con ottimi risultati. È stato scientificamente provato che queste condizioni climatiche rendono il corpo più malleabile, riscaldano e allungano i muscoli, i legamenti e i tendini, secondo precise sequenze che sono state studiate appositamente per sfruttare al massimo il potenziale umano. Non per ultimo, favorisce il dimagrimento in breve tempo. I motivi per provarlo sono molteplici, sicuramente tra tutti menzioniamo l’esercizio alla concentrazione, alla consapevolezza del proprio corpo e alla gestione del dolore e della fatica, che aumenta la capacità di resistenza. Non esiste un limite di età, tutti possono farlo. L’accorgimento fondamentale da osservare, vista la temperatura elevata dell’ambiente, è l’idratazione: si consiglia di bere tre litri d’acqua al giorno e di reintegrare la giusta dose di liquidi e sali minerali.
Milano: Spera Yoga
Torino: YogaUnion
Roma: Bikram Yoga Roma

ASHTANGA YOGA

L’ashtanga vinyasa yoga è stato diffuso grazie a Pattabhi Jois a partire da Mysore, in India, durante il secolo scorso e si compone di tre sequenze molto complesse, la cui corretta e piena esecuzione richiede molta pratica. La parola vinyasa implica un fluire continuo da una posizione a un’altra senza pause, con il respiro sincronizzato al movimento, cosa che richiede una grande concentrazione, resistenza aerobica, forza nella parte superiore del corpo e abilità nell’usare il respiro come una forza idraulica che contemporaneamente purifica il corpo. Le posizioni sono riprese dalla ginnastica, dal body building e dagli esercizi dell’allenamento militare.
Milano: Ashtanga Yoga Milano
Torino: Yoga Sutra Studio
Roma: Ashtanga Yoga Research Institute

JIVAMUKTI YOGA

La scuola Jivamukti è stata fondata da Sharon Gannon e David Life, nella New York degli anni ’80. Il termine Jivamutki può essere tradotto dal sanscrito come “liberato in vita” e, infatti, la filosofia che è alla base si fonda sull’interconnessione tra gli uomini e tra gli uomini e la terra. Si basa sulla sequenza vinyasa, che implica un approccio dinamico e intenso, al cui centro c’è la meditazione, la musica e il canto dell’ohm.
Nei centri Jivamukti Yoga, di cui il più famoso è a New York ed è amato da molte celebrities, è possibile seguire diverse classi, tra cui la Spiritual Warrior Class, a sequenza fissa, per chi ha solo un’ora a disposizione, e le Open Class, aperte a tutti, in cui si lavora su sequenze vinyasa ogni volta diverse e ci si concentra anche sulla meditazione.
Milano: Bali Yoga
Roma: Ryoga Rome Trastevere

IYENGAR YOGA

Questo stile prende il nome dal maestro B.K.S. Iyengar, considerato uno dei precursori dello yoga moderno, che ha dedicato 96 anni a questa disciplina. Molto puntiglioso con la struttura, l’allineamento e la disciplina, il guru ha scritto una serie di testi fondamentali, compreso Light On Yoga, che sono obbligatori per i praticanti di yoga di qualunque stile. Il suo stile eponimo è molto terapeutico e si rivolge in particolare a coloro che si stanno riprendendo da lesioni muscolari o allo scheletro. Le classi prevedono l’uso di attrezzi come blocchi, cinture e corde che diano un sostegno psicologico e fisico allo studente. Le classi potrebbero non essere dinamiche come l’ashtanga o il power yoga, tuttavia questo stile richiede un grande livello di precisione per compiere adeguatamente tutte le posture per lungo tempo. Esistono più di 200 posture (ognuna con un numero infinito di modifiche possibili) e sarvangasana o sirsasana (verticali) per il tempo di 25 respiri o più, uno sforzo di concentrazione, forza di volontà, forza del respiro e fisica. La profondità e la consapevolezza di ogni singolo muscolo in queste posizioni lunghe e statiche inducono il praticante in uno stato di meditazione.
Milano: Iyengar Yoga Institute Milano
Torino: Studio Iyengar Yoga
Roma: Studio Iyengar Yoga

KUNDALINI YOGA

Importato in Occidente nel 1968 dallo Yogi Bhajan, Kundalini yoga è pensato per accrescere la vitalità fisica e la limpidezza mentale di chi lo pratica. Come bonus extra, tende anche a innescare stati di coscienza amplificati negli studenti più devoti. Prima che diventasse pubblico, il Kundalini yoga era una pratica tantrica riservata ai saggi e ai governanti indiani. Questi ultimi utilizzavano regolarmente la meditazione, il canto, il controllo del respiro ed esercizi come il kriyas per svegliare il potere del serpente che credevano risiedesse dormiente alla base della spina dorsale. Viaggiando per tutti i sette chakra, il serpente risvegliato procede attraverso i blocchi emozionali e psicosomatici, inducendo uno stato di consapevolezza spirituale amplificata. Questo stile è perfetto per chi cerca un allenamento intenso con una buona dose di spiritualità.
Milano: Kundalini Flow
Torino: Kundalini Yoga Torino
Roma: Circolo Kundalini Yoga

RESTORATIVE YOGA

Diametralmente opposto agli stili più intensi, il restorative yoga richiede mitezza e passività. Questo approccio allo yoga coinvolge posture terapeutiche da mantenere per qualche minuto uno alla volta, andando in profondità nel tessuto connettivo e permettendo al corpo di aprirsi gradualmente. È possibile che si esegua solo qualche postura in un’ora di lezione. È una pratica basilare e lenta, adatta a chi presenta lesioni o corpi non molto flessibili. Le sequenze prevedono l’utilizzo di tanti attrezzi che aiutano a eseguire la posa in sicurezza e senza aggravare le lesioni. Gli uomini che fanno sollevamento pesi o gli atleti di resistenza esplosiva che corrono lunghe distanze beneficeranno del progressivo sbrogliarsi di tessuti distorti. Il riscaldamento potrebbe temporaneamente migliorare la flessibilità per 90 minuti, ma gli esercizi lunghi e statici faranno allungare i muscoli progressivamente e più naturalmente. Le sequenze possono presentare delle pose difficili da eseguire, ma sono proprio quelle a essere le più efficaci.
Milano: Restorative Yoga
Torino: Yoga Union

DOGA

Per ultimo, lo stile perfetto per gli amanti degli animali. Nato negli Stati Uniti e molto praticato in Giappone, si tratta di una disciplina che prevede le posizioni dello yoga classico e tecniche di meditazione e respirazione da effettuare, però, insieme al proprio cane. Questa esperienza aiuta anche a rafforzare il legame con il proprio animale, favorendo il rilassamento di entrambi. Come afferma, senza traccia d’ironia, la fondatrice Mahny Djahanguiri “Tu sei lo yogi, loro sono il dogi”.

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QUESTIONI DI LINGERIE CON LUCY LITWACK

La sensualità è donna. Non a caso nel ruolo di Amministratore delegato di Coco de Mer, uno dei brand di lingerie di lusso e casa di moda erotica più famosi, troviamo una donna, Lucy Litwack, con una grande passione ed esperienza nel settore. Non solo prodotti per il piacere; Coco de Mer offre anche educazione e guida per un’esperienza erotica personale dall’allure decadente. MANINTOWN ha intervistato la Litwack sulla sua esperienza ultradecennale nel settore e su temi considerati ancora tabù.

Perché hai deciso di lavorare nel campo della lingerie di lusso?
La lingerie è la mia passione. Sono capitata nell’industria per caso, grazie a un cliente che avevo nell’agenzia di design per cui lavoravo dopo l’università. Sono entrata in questa start up interna di lingerie e il resto è storia! Dopo oltre 17 anni nell’industria, non potrei immaginare di fare qualcos’altro. La lingerie può creare magia. Ha il potere di trasformare. Ho lavorato per tanti marchi incredibili, da Victoria’s Secret a La Perla, ma quando ho iniziato da Coco de Mer, tre anni fa, sapevo di aver trovato qualcosa di molto speciale. Un brand che ha sempre puntato al di sopra delle sue possibilità, ma sta ancora realizzando il suo potenziale. Un marchio che unisce continuamente moda e arte erotica, sofisticatezza e sensualità. Un brand che enfatizza l’importanza del piacere femminile, che piace sia agli uomini che alle donne.

Qual è il capo più rappresentativo di Coco de Mer?
Tutto ciò che disegniamo combina lusso e bellezza, spesso con un tocco di audacia. Un esempio sono gli slip Spanking Knicker di Coco de Mer. Questo capo è lussuoso, bello e un po’ osé, con, in più, la possibilità di giocarci con il partner. Anche il reggiseno Sylph Half Cup rappresenta lo stile iconico di Coco de Mer. E’ stato sul mercato per più di dieci anni e continua a essere un best seller. È perfetto come abbigliamento intimo e come trend per uscire, grazie alle sue bretelle particolari. In lussuosa seta nera, con l’allacciatura frontale e una seducente mezza coppa che copre appena il seno, prende ispirazione dall’importante lavoro di Helmut Newton e dal mondo delle dominatrici.

Secondo te, qual è il rapporto fra moda e sensualità?
Le persone sono alla ricerca del piacere. Lo cercano in una miriade di modi differenti, uno dei quali è la moda. I piaceri che affascinano i nostri sensi, come la cucina, il design, la moda, occupano la psiche culturale in molti modi diversi, dai libri alle riviste e alla tv. L’argomento dell’erotismo, tuttavia, è molto limitato e represso. Coco de Mer incoraggia un punto di vista più progressista per aprire un dialogo più giocoso su questo tema e incoraggiare, così, le persone ad approfondire le loro fantasie. Vogliamo creare un terreno più bello e sensuale da esplorare. Coinvolgendo le persone in questa conversazione, possiamo utilizzare la moda e la lingerie per raggiungere una migliore comprensione e connessione verso ciò che è davvero sensuale. Come promotore della sensualità, Coco de Mer crea e cura oggetti irresistibili ed esperienze per celebrare il piacere reciproco e la soddisfazione individuale.

Cosa cercano le donne quando scelgono la lingerie?
Le donne hanno molte sfaccettature. Un giorno, cercano il comfort, la vestibilità perfetta, i tessuti morbidi. Un altro giorno vogliono qualcosa che le faccia sentire più sicure, con la consapevolezza che solo loro conoscono ciò che si nasconde sotto l’aspetto esteriore. Altre volte, magari, vogliono apparire come la classica femme fatale. La lingerie può trasformarti e cambiare la tua mentalità. Tuttavia, le donne vogliono soprattutto una buona vestibilità, bellissimi materiali che accarezzano la pelle e silhouette che esaltano le loro forme.

Invece, cosa apprezzano di più gli uomini?
Gli uomini apprezzano qualsiasi sforzo vuoi fare. Amano l’idea che una donna si sia vestita per loro (anche se lo ha fatto anche per se stessa) e la adoreranno qualsiasi cosa scelga. Abbiamo scoperto da Coco de Mer che gli uomini acquistano spesso il set da tre pezzi e che, oltre al reggiseno e lo slip, prendono anche il reggicalze. Generalmente preferiscono i colori più classici, rosso o nero. E la biancheria da notte, come una sottoveste di pizzo o un abitino di seta, piace sempre.

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DIETRO LA MASCHERA DI LINO GUANCIALE

Il suo fascino intenso e tenebroso ha conquistato il pubblico nei teatri e in tv, i suoi occhi limpidi e la simpatia coinvolgente lo rendono irresistibile mentre si racconta a MANINTOWN. Lui è Lino Guanciale, volto ormai noto della fiction italiana di successo, con una carriera teatrale consolidata, iniziata con Romeo e Giulietta, diretto da Gigi Proietti. Appassionato di letteratura, ma dall’animo rock, l’attore abruzzese ama cimentarsi in personaggi diversi tra loro, dai belli e arroganti delle commedie fino al ruolo surreale e un po’ pirandelliano del commissario Leonardo Cagliostro in La porta rossa, sospeso in una permanenza misteriosa tra il mondo dei vivi e dei morti. Oltre al teatro, primo e irrinunciabile amore, alla tv e al cinema, Lino Guanciale va nelle scuole a insegnare l’arte della recitazione ai ragazzi. Un vero talento camaleontico e multitasking tutto italiano.

Da dove trai l’ispirazione per interpretare un personaggio?
Dipende, spesso da libri che ho letto, più che da film, che comunque fanno la loro parte. Spesso da riferimenti letterari, dai fumetti a Dostoevskij, sono abbastanza onnivoro. Se leggo una sceneggiatura, la prima cosa che mi viene in mente è un riferimento che può andare da Paperino a Delitto e castigo, poi osservo molto la gente per strada, sui mezzi pubblici, in qualunque situazione. Però quello è uno stato successivo, quando devo capire come cammina un personaggio o come si muove cerco di imitare qualcuno che ho visto e che mi ha colpito.

Il ricordo più emozionante della tua carriera?
La cosa più emozionante di quest’anno, a parte vedere I Peggiori in sala, è stata vedere il successo de La porta rossa, perché nessuno di noi se lo aspettava così grande. Emozionantissima è stata la serata dell’ultima puntata, perché da Trieste hanno insistito per proiettarla in un cinema, con le persone in sala come se fosse un film, un modo per festeggiare il fatto che la serie fosse molto triestina come ambientazione. È stato emozionante, dunque, coronare questa produzione di grande successo, quel periodo di grande fermento che è stata la messa in onda de La porta rossa, stando in sala con tante persone che hanno amato il progetto.

Cosa ti insegna, a livello personale, il tuo mestiere?
A mettermi nei panni degli altri. È la cosa più difficile che esista. Ho notato recentemente che anche altri attori la pensano così, sono stato contento di sentire ciò che ha detto Elio Germano da Fazio su Kropotkin, anche perché ero convinto di averlo letto solo io (ride, ndr). Vedere che siamo in tanti di questa generazione a cercare di darci un certo background è utile. Gramsci diceva che il teatro serve a sviluppare la fantasia drammatica delle persone, appunto a capire come si sta nei panni di un altro. Se diventassimo tutti più bravi a farlo, si starebbe decisamente meglio, ci sarebbe anche una politica migliore, credo.

Qual è il lato irresistibile del teatro?
Il fatto che hai la gente dal vivo che ti guarda. Questo rapporto in presenza ti costringe a far bene il lavoro di metterti nei panni di qualcun altro, senza dimenticare che devi preoccuparti non solo di immedesimarti in un personaggio, ma anche di non far addormentare chi è davanti in quel momento. A teatro questo fatto di dover attirare l’attenzione, sotto tanti punti diversi, mi fa sentire particolarmente vivo mentre recito. Forse è per questo che ho bisogno di tornarci spesso e di non mollarlo mai. Mi sembra di vivere al quadrato quando sono sul palcoscenico. È anche terrorizzante in modo bello. Ogni volta che devo fare uno spettacolo sono terrorizzato, provo panico puro. Però lo faccio perché è bello, se riesco a farlo bene, sentire che quel panico si scioglie, è un enorme piacere, è una delle cose più belle che si possano provare. Stare sul palcoscenico sentendo che hai creato una comunicazione vera con chi hai di fronte.

Fai molta formazione nelle scuole. Qual è l’insegnamento più importante che dai ai giovani che vogliono intraprendere il mestiere di attore?
Adesso sto insegnando all’Accademia del Teatro di Modena, innanzitutto cerco di far vedere ai ragazzi che, se ci si impegnano, possono fare più cose rispetto a quelle che credono di saper fare. Per un attore è tanto importante cercare di esplorare territori diversi, perché ognuno nasce con una faccia e un corpo che già lo incasella in una tipologia di ruolo. La questione del physique du rôle è automatica. Bisogna, da dentro, sforzarsi di infrangere questo dogma che ci si porta addosso, per convincere chi poi dovrà darti un lavoro che puoi fare cose diverse. La goduria è uscire dalle zone di comfort, da quello che sai che ti viene bene, e rischiare, fare ciò che non sai cosa può regalarti e farti conoscere. Questo mestiere è bello se ti stupisci ogni volta di quello che trovi, se diventa una routine si trasforma nel più alienante dei mestieri possibili.

Cosa insegnano loro a te?
A mettermi sempre in discussione. Per capire una cosa, il metodo migliore è cercare di spiegarla a qualcun altro, quindi ogni volta che mi trovo a dover “insegnare” a qualcuno, sono costretto a mettermi in discussione, e nel farlo imparo delle cose nuove per il mio lavoro. Un attore, se lavora in contesti formativi, cresce ancora di più come artista.

Quali sono le altre tue passioni?
Piccolo aneddoto: ultimamente ho partecipato, per la promozione de I peggiori, al programma I soliti ignoti, dove mi chiedevano delle mie passioni e hobby per costruire il gioco. Ho realizzato che non ho tempo libero, non ho hobby, non ho una vita privata oltre il lavoro (ride, ndr). Al di là delle battute, ci sono tante cose che mi piacciono. Però ogni volta che leggo, vado a vedere un film, ascolto la musica, in qualche modo è come se stessi sempre lavorando, perché lego tutto al lavoro. Sono appassionato di sport, prima facevo soprattutto rugby. Mi piace tanto camminare, sono un grande fan di tutti gli scrittori flâneur, che parlano del mondo che si scopre a piedi, anche perché nutro un rifiuto fisiologico per la macchina, anche se in realtà le macchine mi piacciono molto. Devo ammettere che è un’altra mia passione, se guido mi rilasso.

Qual è il capo d’abbigliamento che più ti identifica?
Ho delle t-shirt di gruppi musicali che mi piacciono, come i R.E.M., in testa a tutti, i Joy Division, The Stooges, Velvet Underground, gli Smiths, i Cure, cioè gruppi che spaziano dal rock punk di rottura degli anni ’60 e la new wave degli ’80. Ho queste magliette da vent’anni e sono quelle che metto compulsivamente. Sono i capi che amo di più e che sento che mi rappresentano. Invece un capo che, sembra, mi stia bene sono le giacche.

Un oggetto che porti sempre con te?
Ognuno ha i suoi porta fortuna, il mio è un orologio che mi hanno regalato i miei quando avevo trent’anni e avevo cominciato a fare un po’ di cinema, ma prettamente recitavo in teatro, e non avevo iniziato con la televisione. Quando me lo hanno regalato ho capito il messaggio: “E’ ora che ti dai una mossa” (ride, ndr). Lo porto sempre, perché alcuni dei familiari che me lo hanno regalato non ci sono più ed è un modo per portarmeli dietro ancora adesso.

Un rito scaramantico?
Ne ho diversi. Per fare bene questo mestiere ho dovuto disciplinare diversi tic da nevrotico, non una cosa drammatica, però alcuni di questi sono diventati un marchio di fabbrica: schiocchi di dita rituali, entrare sempre in palcoscenico col piede sinistro, ovviamente se ci sono dei chiodi sul palco devo raccoglierli e metterli in tasca; ci sono delle repliche in cui ne colleziono anche una decina, perché portano fortuna. Sembra che Pavarotti avesse una collezione di 2-3mila chiodi raccolti sui palchi di mezzo mondo. Sia prima che dopo uno spettacolo devo salutare il teatro, fare le carezze al palcoscenico, tutte cose che sembrano stupide, ma che, in realtà, servono a stare un po’ in confidenza con il posto in cui lavoro. Stare sul palcoscenico ha un po’ a che vedere con la fucilazione, con i fucili puntati degli spettatori, è un luogo pericoloso, quindi meglio cercare di ammansirlo prima di lavorarci.

Un sogno nel cassetto?
Ne ho diversi. Mi piacerebbe avere più tempo per scrivere, per pubblicare qualcosa di finito. Vorrei anche fare un viaggio sulla via della seta. Viaggiare mi piace moltissimo, anche se l’ho fatto poco nella vita, perché ho dato priorità a un lavoro che comunque mi fa spostare di continuo (raramente dormo due giorni nello stesso posto), per tenere insieme teatro, cinema e televisione. Mi piacerebbe andare anche negli Stati Uniti, in particolare visitare la East Coast, la parte più “europea”.

Photographer| Manuel Scrima
Stylist| Stefania Sciortino
Grooming| Carola Sofia Retta 
Assistant Photographer| Sergi Planas and Lorenzo Novelli

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LA DOUBLE VIE DE JEREMIE RENIER

Il festival del cinema di Cannes ha fatto da sfondo all’incontro di MANINTOWN con l’attore belga Jérémie Renier, che si è, cortesemente, prestato per il nostro shooting, durante la promozione del suo ultimo film, L’Amant Double, di François Ozon. Volto noto della Croisette, l’attore ha debuttato con La Promesse, nel 1996 e, più recentemente, è stato con, Il ragazzo con la bicicletta, vincitore del Grand Prix, nel 2011. Con noi ha parlato di stile, sia davanti sia dietro la telecamera, degli attori che lo hanno influenzato e dei suoi ultimi film.

Qual è il lato più bello del tuo mestiere?
Prepararmi per un ruolo. Amo scoprire nuovi mondi e professioni diverse. Per esempio, imparare a ballare, cantare o suonare uno strumento, può essere abbastanza esilarante.

Come ti prepari per interpretare un personaggio?
Ovviamente dipende dalla parte, dal film e dal regista, ma mi piace prendermi un mese o due per leggere e preparare il copione, da solo o con un coach e poi immergermi nella storia.

Quali sono gli attori a cui ti sei ispirato nella tua carriera?
Il primo a cui ho guardato con ammirazione è stato Jean-Paul Belmondo. Ero affascinato dalla sua libertà ed eleganza e il modo in cui poteva essere a volte sensibile, a volte fisico. Mi piace anche Sean Connery, con la sua classe British, così come altri attori anglofoni, come Joaquin Phoenix, Daniel Day-Lewis, Christian Bale e Philip Seymour Hoffman, il tipo che finisce in film inaspettati. Apprezzo Tilda Swinton e le trasformazioni fisiche che affronta per i film come: …e ora parliamo di Kevin, Io sono l’Amore o un film della Marvel. Lei è sempre così pura e forte, che mi stupisce completamente.

Il regista con cui sogni di lavorare?
Ci sono molte registe interessanti al momento, o forse stanno solo ricevendo il riconoscimento che meritano: Maiwenn, Celine Sciamma, Valerie Donzelli, Kate Quillevere e Julia Ducournau. Trovo sempre i loro film più, belli, intelligenti e appassionanti di quelli dei loro contemporanei uomini. Viva le donne.

Non è la tua prima volta a Cannes, pensi che sia stato un buon trampolino di lancio per la tua carriera?
Non direi che sia stata un’esplosione di per sé, sono sempre stato più lento a ingranare che, “alla moda”. La prima volta che sono venuto qui avevo solo 16 anni, ma negli anni ho avuto l’opportunità di tornare spesso con diversi progetti e incontrando registi differenti. Credo che non sia nella mia natura di esplodere.

Hai recitato in, Potiche- La bella statuina, sempre di François Ozon, con un tono abbastanza da commedia, soprattutto per quanto riguarda il tuo ruolo. Ti è venuto naturale, come per i tuoi ruoli più drammatici?
Mi piacerebbe dire che mi sento ugualmente a mio agio con entrambi i ruoli, ma devo essere onesto e confessare che, per me, la commedia è meno naturale, forse a causa del suo ritmo specifico. È qualcosa che mi attrae, mi riesce meno istintivamente, almeno per ora.

Cosa ti ha convinto ad accettare il ruolo de L’Amant Double?
È stata l’originalità del progetto e l’idea di François di mettere in scena gemelli con caratteri contrastanti, in un thriller così tagliente che subito mi ha attratto. L’elemento sulfureo e così esplicito sessualmente, mi ha catturato e sapevo che sarebbe stato trattato in modo rispettoso e con buon gusto, con François dietro la telecamera. Mi sentivo sicuro ed eccitato a lavorare con lui per la terza volta perché, oltre a considerarlo un amico, è anche un regista incredibilmente dotato, prolifico e versatile.

Interpreti due gemelli, spesso sulla scena nello stesso momento. Qual è stata la difficoltà maggiore nell’interpretare questi due ruoli? Quale dei gemelli ti è piaciuto impersonare di più?
Trovare sottigliezze, tenerli separati e non renderli delle caricature, specialmente con Louis, il più tirannico, intenso, arrogante e aggressivo dei due. Come per Paul, l’altro fratello, ho cercato di non essere troppo lineare o morbido, ma di dargli dimensione e complessità. La cosa più interessante, mano a mano che la storia procedeva, è che Chloe perdeva la sua presa sulla realtà e la sua abilità di distinguere i gemelli, mentre per me era passare dall’uno all’altro con un sorriso o con un cambiamento nell’espressione, per esempio solo degli occhi. Mi è piaciuto interpretare entrambi i personaggi allo stesso modo, dal semplice, dolce e complesso Paul al pretenzioso, perverso, sessuale e fisico Louis.

Il prossimo progetto importante è il film Carnivores, co-diretto con tuo fratello Yannick, incentrato sulla storia di due sorelle. Com’è stato lavorare con lui e co-dirigere?
Molto naturale. Il progetto è rimasto in cantiere per tanti anni, così abbiamo avuto molto tempo per parlare dei nostri rispettivi desideri e interessi. In questo modo ci siamo assicurati che accadesse tutto senza problemi e, in più, ci conosciamo talmente bene che è stato quasi istintivo e naturale.

Come definiresti il tuo stile? Chi sono i tuoi designer preferiti attualmente?
Dipende, abbastanza casual in generale, ma mi piacciono stilisti come Comme des Garçons, Acne, Ami e Maison Margiela. Non sono eccentrico, vistoso o all’ultima moda, mi piace mischiare consistenze, un vecchio paio di jeans con una t-shirt divertente, per esempio. Raramente acquisto vestiti, ma quando lo faccio tendo a guardare i materiali e i tessuti.

Fuori dal set ti sei mai sentito ispirato, a livello di stile, da uno dei tuoi personaggi?
Mi sarebbe piaciuto, tuttavia spesso avrei preferito dare i miei panni al personaggio, perché i costumi di scena non sono particolarmente stimolanti, a parte ne L’Amant Double, in cui indosso molti completi e François mi ha reso giustizia grazie alle inquadrature e alle luci. Invece, nel film con mio fratello, i personaggi maschili si vestono un po’ più come vorrei vedermi sullo schermo. Mi piacerebbe davvero interpretare un personaggio con un look forte, ma in Francia tendiamo a essere abbastanza conservatori in fatto di stile, si ha paura di raffigurare personaggi alla moda o belli. A volte, nella preparazione di un film provo un costume che penso mi stia bene e mi viene detto che è troppo bello o che “sembro un modello”, anche se chiaramente non lo sono. C’è la paura di fare qualcosa di eccessivamente bello, ma personalmente direi l’opposto, per me l’estetica e la bellezza sono importanti nel cinema.

Photographer| Stefania Paparelli
Stylist| Nicholas Galletti
Hair Stylist| Cindy Faugeras for Franck Provost Paris.
Make up artist| Aurélie Payen for Franck Provost Paris
Location| The JW Marriott, Cannes

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LO STILE (LIBERO) DI LUCA DOTTO

Il suo talento in acqua gli è valso il titolo di primatista assoluto nei 100 metri stile libero, i suoi occhi trasparenti e il fisico statuario lo hanno reso modello “per caso”. È Luca Dotto, classe 1990, giovane velocista con un palmarès già eccezionale alle spalle: a soli 21 anni ha vinto la prima medaglia d’argento ai Mondiali e da allora di vasche ne ha percorse, fino ad abbattere, nel 2016, il muro dei 48 secondi, senza l’aiuto dei costumi in poliuretano. Tra un allenamento e l’altro in vista dei prossimi Mondiali di Budapest a luglio, il campione europeo in carica ha risposto a qualche domanda per MANINTOWN.

Quando ha realizzato che il nuoto sarebbe diventata la sua professione?
Quando ho capito che nuotare era la cosa che sapevo fare meglio e che mi veniva naturale.

Come si prepara per una gara importante?
Servono mesi di preparazione in acqua e palestra, sana alimentazione e soprattutto riposare molto bene.

Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera?
Riuscire a battere il muro dei 48″ nei 100. Anche se ho vinto l’Europeo e le medaglie ai Mondiali, quello è il momento più emozionante, perché sarò sempre ricordato come il primo uomo in Italia ad avere abbattuto quel muro.

Ha un rito scaramantico?
Non parlerei di scaramanzia ma, prima di una gara, ho una mia routine di riscaldamento e concentrazione che seguo scrupolosamente ogni volta. Non perché penso che mi porterà fortuna, ma perché così facendo so di concentrarmi al massimo.

Quali passioni coltiva fuori dalla piscina?
La subacquea è senza dubbio la mia passione più grande e poi mi piace leggere, in particolare i romanzi di avventura.

Qual è stato il suo viaggio più bello?
Questa estate sono stato con la mia fidanzata alle Bahamas ed è stato come scoprire un paradiso. Ho viaggiato molto e visto tanti posti esotici, ma, senza dubbio, quest’arcipelago è diventato la mia meta preferita.

Ha prestato il volto a diverse campagne pubblicitarie di un brand molto prestigioso a livello internazionale. Come si è avvicinato al mondo della moda?
Per caso. Sono stato notato nel 2012, durante una campagna per le Olimpiadi di Londra e, da lì, sono iniziate delle bellissime collaborazioni con marchi molto importanti. Mi reputo piuttosto fortunato di aver avuto questa possibilità.

Qual è il capo che più la rappresenta e la identifica?
Senza dubbio la camicia.

Ha un’icona di stile a cui si ispira?
Cerco di avere uno stile mio, ma le mie icone assolute di stile sono Steve Mc Queen e Marlon Brando.

Com’è la beauty routine di uno sportivo come lei?
L’unica routine che seguo è la cura della pelle, perché con il sole e il cloro si può rovinare facilmente e per questo cerco di tenerla il più possibile idratata.

Un sogno nel cassetto?
Una famiglia felice.

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BEAUTY D’AUTORE, Per un Grooming Art-Inspired

Histoire de Parfums, 3 Golds Collection

Che sia con la sua scanzonata freschezza di note agrumate frizzanti, o per quella sua presenza maliziosamente ipnotica di intense note d’ambra, il profumo ispira da secoli sogni ad occhi aperti e ricordi olfattivi celati. In una dimensione che valica i confini della moda e dello stile personale, quella del profumiere è da sempre considerata una forma d’arte, nobile e raffinata, riservata ai maestri più capaci, in grado di rendere quelle poche lacrime di vanità lucente una quintessenza di godimento olfattivo. Testa, cuore e fondo diventano tre spartiti da seguire simultaneamente, per intonare una sinfonia ricca e composita, da scoprire in tutte le sue inedite sfaccettature. Questa la vera raison d’être di un profumo: finestra sensoriale su altri mondi, che si materializzano con immediatezza inaspettata. Sei maison profumiere hanno scelto l’arte come loro affaccio privato sull’altrove, ispirandosi a pittura, scultura, poesia e musica per concepire forme, colori ed essenze. Un limbo lattiginoso e sconfinato, fatto di visioni oniriche tra arte e profumo, in cui immergersi per lasciarsi trasportare.

HISTOIRES DE PARFUMS
Una biblioteca olfattiva che racconta storie da leggere sulla pelle. Il profumo diventa il mezzo raffinato e sensuale attraverso cui diffondere la poesia, fulcro ispiratore della collezione. 3 Golds d’Histoires de Parfums, create dal profumiere francese e fondatore del brand Gérald Ghislain sono tre fragranze con cui si perpetua la conoscenza della profumeria francese, lussuosa, prestigiosa e creativa. Protagonista assoluto è l’oro, ciascuna tipologia di questo metallo prezioso evoca un concetto senza tempo, eterno e sempre attuale. VENI è l’oro giallo, simboleggia l’eternità, dono degli dei immortali, racchiuso nelle note legnose della sua essenza, come viaggio di omerica memoria su una nave avventuriera, che attraversa vivaci onde di ambra grigia. ROSAM è un’ode alla saggezza, tradizionalmente associata al colore argenteo dell’ oro bianco. I riflessi lunari enfatizzano la radiosità di una rosa delicata e sofisticata, che emerge gloriosamente da un bouquet composto di oud, e incenso. In FIDELIS, l’oro è combinato al rame, il metallo dedicato a Venere, la dea dell’amore e della seduzione. Un bacio persistente con sentori di caffè, zafferano e ambra speziata.

ARGAGN

L’Arte si può esprimere in tanti modi diversi. Una delle sue molteplici manifestazioni è il mestiere, l’esercizio quotidiano di un rituale antico, artigianale e di qualità a servizio degli altri. Non fa eccezione l’arte del barbiere, che ritrova la sua dimensione originaria in un piccolo locale di Brescia: Argagn, lontano dalla frenesia del centro, in cui potersi rilassare e riappropriare del tempo, assaporandone ogni attimo. È un luogo di passioni poliedriche: non una semplice barbieria, ma anche un moderno lounge bar dal sapore internazionale e una galleria d’arte. Un concept nato dai ricordi di viaggio dei proprietari Mattia Guandalini, di sua moglie Barbara, che hanno puntato su un format unico in Italia. Argagn fa da ponte tra passato e futuro, creando uno spazio innovativo in cui chiunque può riscoprire routine e arti d’altri tempi. La duplice natura di barbieria e galleria d’arte si riflette anche nell’esclusiva collezione di prodotti targati Argagn, in cui nulla è lasciato al caso, ma ogni ingrediente, aroma e packaging è selezionato personalmente dai proprietari del marchio bresciano.

ROADS

Roads come “strade”, quelle che si diramano di fronte all’individuo in ogni direzione. Sono infinite, come l’Arte, che non si può sezionare in compartimenti stagni, ma è libera di fluire fra diverse ispirazioni. Roads fragrances si fonda proprio sull’idea della sua creatrice Danielle Ryan di far confluire molteplici ingredienti artistici in un’essenza; da qui nasce la Collezione Africa, una collaborazione culturale in cui le influenze del mondo africano si combinano armoniosamente con gli influssi letterari, dell’arte e della danza. Ogni fragranza, inoltre, è racchiusa in una confezione che, come una tela, accoglie le opere di artisti africani di diversi paesi. Il profumo, I am dance riproduce il ritmo rapido e complesso della danza Pantsula, Big sky raffigura gli immensi cieli africani, Past | Present riprende i toni riflessivi della letteratura nigeriana moderna e, infine, Afropolis celebra la multiculturalità delle diverse città che costellano il continente africano.

AGONIST

Un’essenza può anche essere imprigionata in oggetti d’autore unici. È il caso delle fragranze unisex AGONIST, il brand svedese della coppia artistica composta da Christine e da Niclas Lydeen, l’una con un background nel mondo della moda e l’altro Art Director e visual artist. Autentiche sculture, create in esclusiva da Åsa Jungnelius, pluripremiata designer del vetro, vestono le essenze 100% naturali, che imitano il clima limpido del Nord Europa e la sua cultura, unendo al design la trasparente leggerezza dell’aria. Le boccette diventano, così, dei pezzi da collezione dalle linee fluide ed eleganti, che suggeriscono il contenuto dei flaconi. Arctic Jade ricorda le sembianze di un paesaggio ghiacciato, dai colori freddi e trasparenti, che ben rappresenta la sensazione di freschezza sulla pelle, accresciuta dall’Arancia Brasiliana. Black Amber, al contrario, gioca su toni più scuri del legno di Cedro Atlas e Solaris è il sole che non tramonta mai e illumina le notti dei paesi del Nord: una fragranza calda e agrumata, con un fondo di Patchouli.

EXTRAIT D’ATELIER

L’atelier di un sarto, il laboratorio di un calzolaio, lo studio di un orafo; come madeleine proustiane appaiono nitidi, improvvisi ricordi olfattivi riportati alla memoria da fragranze primordiali che racchiudono inaspettatamente riflessi di luce, i silenzi, sguardi, emozioni.
Queste le suggestioni di EXTRAIT D’ATELIER, orgoglioso brand veneto, giovane stendardo della laboriosità italiana e stilisticamente ispirato allo charme francese, che lavora con le note più delicate dei fiori di campo unite a quelle di sintesi aldeidiche ozonate per rievocare veri e propri attimi di vita.
L’arte del mestiere, e della manifattura più meticolosa è sia ispirazione, che metodo per questa collazione di debutto del marchio. Le botteghe artigiane con il loro fascino d’altri tempi vengono celebrate in boccetta: le fragranze EXTRAIT D’ATELIER custodiscono in flaconi iridescenti la storia di un grande passato e la nobile “essence du savoir faire”, testimoniando, attraverso un raffinato percorso olfattivo, la gioia e l’ingegno, ispirando in chi le indossa il desiderio di sentirsi altrettanto Maestro, della vita e della sottile arte del saper vivere.

VERDÚU

Distillati d’autore per la nuova collezione VERDÚU; brand con un sapore d’avanguardia, made in Germany, figlio della mente creativa di Alexander Botov. Un set di fragranze d’artista, concepite da quattro fashion designers, per raccontarsi sotto una luce inedita. Un ritratto in boccetta eseguito dal maestro profumiere di fama mondiale Mark Buxton, intervenuto per tratteggiare con sensibilità poetica anche gli angoli più sfuggenti delle personalità dei quattro colleghi artisti. Una liaison tra esperienze differenti, nata con la volontà di creare un “tutto tondo” sfaccettato e più che mai inedito in cui convogliare design, moda e profumo. Indossare le creazioni profumate dei protagonisti silenti di questo incontro olfattivo, non è come indossare i loro abiti, piuttosto un’esperienza intimista e ancor più personale; non saranno necessari ago e filo, basta una nuvola di inteso aroma vaporizzato per essere vestiti su misura.

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Un tuffo nella vita di Tania

Resilienza. È questa, forse, la parola che meglio descrive Tania Cagnotto, la più grande tuffatrice italiana di sempre, vincitrice di due medaglie olimpiche e di un oro mondiale. Dopo i due amari quarti posti, per pochi centesimi di secondo, alle Olimpiadi di Londra nel 2012, la campionessa bolzanina ha saputo reagire, fino a conquistare la medaglia d’argento nel trampolino da tre metri sincronizzato con Francesca Dallapé e un bronzo individuale, sempre nei tre metri, a Rio 2016.
Una qualità che l’ha portata a concludere la sua brillante carriera con il titolo italiano da un metro, ai Campionati italiani assoluti indoor di Torino. Una chiusura “col botto”, letteralmente. Ha salutato il suo pubblico con un esplosivo tuffo a bomba, come richiesto dai fans sui social. Con questa intervista, MANINTOWN ha cercato di immergersi nella vita della campionessa.

Qual è la cosa più importante che ti ha insegnato il rapporto con l’acqua?
Sicuramente ad avere rispetto. È un mondo che rilassa e insegna al tempo stesso. L’acqua c’è sempre, al mare, come sport o divertimento. È fondamentale.

Negli sport, la guida di genitori e professionisti è fondamentale e nel tuo caso le due figure coincidono. Che ruolo ha avuto tuo padre nella decisione di dedicarti ai tuffi?
Mio padre sicuramente mi ha insegnato tantissimo, così come mia madre, perché ci sono passati anche loro e sapevano già cosa consigliarmi. Poi, non mi hanno mai messo pressione, e questa è una delle cose più importanti. È forse proprio per questo che sono andata così bene, perché non mi aspettavo niente.

Come sei riuscita a trovare la forza di continuare per tutti questi anni?
Da piccola ho iniziato come divertimento, avevo la mia squadra di tuffi e quindi non mi mancava niente, avevo gli amici e lo sport. Tutto insieme. Non ho avuto molte mancanze. Dopo Londra non è stato facile per me, però sentivo che l’unica cosa che mi avrebbe fatto stare meglio sarebbe stato un altro risultato. Invece, dopo i Mondiali di Barcellona, ho avuto i miei quattro anni più belli, alla fine della mia carriera. Non poteva andare meglio.

Qual è il ricordo più emozionante della tua lunga carriera?
Sicuramente Rio, la medaglia nel sincro.

Qual è la prima cosa che vorresti fare e che non hai mai fatto, magari a causa dei ritmi di allenamento?
Anche solo godermi la casa, non dover pensare agli allenamenti, mangiare quello che voglio.

Com’è il tuo rapporto con la moda?
Mi piace molto, infatti adesso posso dedicarmici di più. Mi diverte andare a eventi dedicati alla moda e cercherò di farlo.

Qual è il capo che più ti rappresenta?
I vestitini. Corti, perché non sono alta un metro e novanta (ride, ndr).

Un sogno nel cassetto?
Forse ritirare fuori una bella squadra di tuffi, un giorno.

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NINTENDO INFIAMMA IL RING

La tecnologia è in grado di riprodurre quasi perfettamente la realtà. E questo vale anche se è applicata al gioco: Nintendo Switch ha da poco introdotto ARMS, il nuovo picchiaduro, ispirato alla boxe, che rende il combattimento ancora più interattivo, coinvolgente e soprattutto realistico. I giocatori, infatti, possono utilizzare delle braccia estensibili per mandare a tappeto gli avversari, possono schivare gli attacchi e martellare di pugni gli antagonisti. In occasione della presentazione del gioco al Teatro Principe di Milano, MANINTOWN ha intervistato il peso superleggero Donatello Perrulli, classe 1995, e il “demolitore” ucraino Maxim Prodan, 24 anni, che si sono sfidati prima sul ring e poi con i Joy-Con della nuova console Nintendo Switch.

Come vi siete avvicinati alla boxe?
DP: Mi sono avvicinato a questo sport all’età di 13 anni, nel 2008, seguendo le imprese della nazionale azzurra a Pechino, durante le Olimpiadi. Sono della stessa città del campione olimpico Roberto Cammarelle e ho iniziato a seguire le sue gesta e il suo percorso. Poco dopo le Olimpiadi, ho incontrato i maestri della palestra di Cinisello Balsamo, Rocky Marciano e mi hanno coinvolto in questa loro attività, ho cominciato a frequentare la palestra e da lì non sono più uscito. È stata una (dolce) condanna.
MP: Io ho questa passione già da piccolo. Ho sempre voluto diventare come il campione Kličko, ho visto il primo incontro quando avevo cinque anni. È sempre stato il mio sogno.

Qual è l’incontro che ricordate con più emozione?
DP: Sicuramente il mio debutto da professionista, che è stato piuttosto recente e mi ha toccato a fondo. Mi sembrava di essere uno scolaretto al primo giorno di scuola. Mille sensazioni e mille emozioni fortissime. E poi, senz’altro la vittoria del titolo italiano nel 2013, che mi ha scosso con sensazioni intense.
MP: L’ultimo incontro di sabato (27 maggio, ndr) in cui ho pareggiato contro un bell’avversario, un esperto, a un bel livello. Ho fatto tutto il possibile, ho disputato un bel match, però è andata come è andata.

Quali sono le differenze tra la boxe e questa esperienza di gioco? In cosa, invece, si assomigliano?
DP: Senz’altro la dinamica fisica, la cinetica con cui si gioca. I colpi e gli spostamenti sono molto realistici, molto simili a quelli della boxe. La differenza effettiva sta nel contatto, il pugilato è uno sport di contatto, richiede delle tempistiche, a livello di velocità, molto ristrette e ovviamente una certa forza. Il calcolo delle prestazioni è a livello di fisica applicata. Il gioco, invece, è coinvolgente, si attiene molto alle figure principali della boxe e alla pulizia dei colpi, è divertente anche la sensibilità di queste tecnologie: un minimo spostamento del telecomando implica una determinata reazione da parte del gioco. È molto realistico.
MP: Il pugilato non è un gioco, è uno sport serio. Ci vuole tanto carattere e tanta esperienza, bisogna provare tantissimo.

Avete un rito scaramantico?
DP e MP: Piccoli riti ci sono sempre, ma bisogna tenerli segreti sennò non funzionano più (ridono, ndr).

Qual è il capo di abbigliamento che più vi rappresenta?
MP: A me piacciono le scarpe Nike, comode, con il piede sempre sicuro.
DP: Anch’io, come Max, sono vicino a uno stile underground: tuta, scarpa comoda, qualcosa di non troppo raffinato.

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