COSA NE RESTA DI: CHIAMAMI COL TUO NOME

Candidato a 4 Premi Oscar (Miglior film, Miglior attore a Timothée Chalamet, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior canzone a Sufjan Stevens per Mistery of Love) e già vincitore del premio come Miglior adattamento ai Bafta, Chiamami col tuo nome è il film più discusso del momento. Diretto da Luca Guadagnino, come ultimo tassello della sua “trilogia del desiderio”, (dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash), il film è ambientato nel Nord Italia e racconta la storia d’amore tra Elio, un diciassettenne residente in Italia, e lo studente americano Oliver, nell’estate del 1983. Decretato dalla redazione di MANINTOWN come un film da vedere – nonostante i pareri discordanti sul fatto che sia piaciuto o meno – quello su cui ci si sofferma è la sensazione, nuova, che si prova una volta usciti dalla sala.

BUCOLICO, LENTO E CONTROVERSO: UN FILM CHE AMMUTOLISCE (ORSOLA)
Titoli di coda, la luce si accende in sala, il silenzio. Un silenzio sacro che il solo gesto di alzarsi e mettersi la giacca si percepiva come una mancanza di rispetto nei confronti dei compagni di poltrona. Questo è successo in una piccola sala di un cinema in centro quando, dopo aver sentito parlare e riparlare di Chiamami col tuo nome, ho deciso di andare a vederlo. Cosa stava frullando nella testa di tutti quanti? Cosa stava frullando dentro la mia? Quel silenzio mi ha colpita. Mi ha colpito la titubanza con cui le persone esprimevano il proprio parere, e come allo stesso tempo non riuscissero a scostare la mente dalle scene appena viste, tanto che li faceva rimanere incollati alla sedia, in silenzio. Dopo qualche minuto ho sentito una ragazzina rompere il ghiaccio e dire agli amici «Non so se mi è piaciuto, fatemici pensare qualche giorno e ve lo dico». Un’affermazione che ho condiviso. Assolutamente sulla bocca di tutti, Chiamami col tuo nome è il classico film con il finale aperto, proprio uno di quelli che ti fanno dire, uscito dalla sala, «ho capito bene? – oppure “ma alla fine come è andata veramente?». Un finale che lascia un po’ interdetti, senza parole e allo stesso tempo con molteplici domande e con un chiaro obiettivo: scuotere le persone, portare in scena, anche attraverso scene forti, sentimenti, dubbi, confusioni e pulsioni. Un film che descrive una campagna italiana bucolica, da sogno, che con le sue scene e dialoghi lenti e controversi si presta a plurime interpretazioni.

L’EREDITA’ DELL’ARTE (LAURA)
Che piaccia o no, è certamente un film che non lascia indifferenti una volta usciti dal cinema. Ti verrebbe d’istinto di  leggere il libro da cui è stato tratto o, quanto meno, parlare a quattr’occhi con il regista, per cercare di comprendere tutti quei dettagli a cui hai dato una lettura tutta tua. Lunghi monologhi che creano un silenzio inverosimile in sala, riflessioni e spunti che portano ogni osservatore a una considerazione diversa. Non è forse questo che l’arte ha il compito di fare? Hollywood ci ha abituato a questa realtà distorta, in cui dopo uno sguardo languido tra due protagonisti scatta subito il “vissero felici e contenti”. Quante volte questo accade nella vita reale? Sinceramente, poche. Se poi il senso di queste persone che ci “scompigliano” fosse insegnarci a conoscerci meglio?

IL RIFLESSO DI ELIO SEI TU (GIUSEPPE)
Siamo stati tutti Elio. È nella crescita d’ognuno aver detto addio a un amore importante, magari sentendo di tradire i propri sentimenti o di essere traditi. I quattro minuti di titoli di coda in cui si muovono solo le mosche e le viscere di Elio, contratte dal dolore, può essere un forte pugno nello stomaco. Il nucleo del film, infatti, al contrario di quello che si è portati a credere, non è la storia d’amore omosessuale tra Elio e Oliver e nemmeno “una storia d’amore”, privata dei propri connotati. Il fulcro di tutto è l’educazione sentimentale, nella sua massima espressione: il desiderio di scoprire se stessi attraverso la scoperta dell’altro. Esplorazione che passa per i propri sentimenti, la propria eccitazione, quella altrui e il consenso/giudizio di chi ha il compito – più oneroso – di guidarci nei nostri dubbi. È il primo amore, che «non si scorda mai», quello che crediamo possa durare per sempre, perché una felicità così non l’abbiamo mai vissuta e poi, di colpo, finisce, insegnandoci, con la sua fine, a sopravvivere a qualunque dolore. Eccolo, il vero passaggio all’età adulta, l’eredità del film.

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A WEEKEND OF LOVE: A MILANO, IL FESTIVAL DELL’AMORE

Un vecchio proverbio recita «l’amore non si trova al mercato». Di certo, se ne troverà molto a Milano, questo weekend. Da venerdì 9 a domenica 11 febbraio e di nuovo, mercoledì 14, va in scena, infatti, negli spazi di BASE Milano, la prima edizione del Festival dell’Amore. Quello con la A maiuscola, come luogo della propria epica personale. Un grande evento dedicato al sentimento capace di «muovere il sole e l’altre stelle», messo in scena in tutte le sue forme, sia grazie all’intervento di personaggi famosi, sia dando un ruolo attivo a chiunque vorrà partecipare.

Organizzato dall’agenzia PianoB, in collaborazione col brand di moda donna Motivi e con la società di marketing specializzata in ambito culturale H+, il Festival è nato per affermare la potenza dei sentimenti e della passione, e si pone come una sorta di battaglia culturale contro il disincanto, il cinismo e la disillusione. Il programma è molto ricco: ci saranno musica, letture e talk e, poi, proiezioni di film, installazioni, riti d’amore, party. Artisti, filosofi, musicisti si alterneranno sul palco della sala Talk, pronti ad alternarsi per raccontare storie sul palcoscenico, trasformato in un luogo interattivo in cui dichiararsi e giocare col sentimento più straordinario che ci sia: tra gli ospiti Bebe Vio, Ambra Angiolini, Melissa P, Stefani Boeri, Luca Bianchini, Matteo Caccia, Simon & The Stars, Morgan, Boosta, Emis Killa e Arisa e molti altri. All’interno della location sarà allestito anche uno spazio arredato con 20 letti matrimoniali, per creare una platea romantica dalla quale vedere, per una notte intera, film e serie tv d’amore. La seconda sala è denominata Riti d’Amore, non a caso. Oltre a set fotografici, tattoo corner e spettacoli (come le performance del duo americano The Bumbys e quella partecipativa di Animanera, Try Creampie – Vuoi venire a letto con me?) sarà possibile, infatti, sposarsi per davvero. La Pina, Diego e La Vale, storici conduttori di Radio Deejay, celebreranno matrimoni liberi e unioni pagane. I tre, inoltre, si alterneranno con Franco Bolelli, ideatore del Festival, alla conduzione dei talk, mentre Paola Maugeri dialogherà con i grandi artisti della musica italiana, per scoprirne la personale love playlist. I partecipanti potranno diventare parte di una video-installazione caricando sulla pagina Facebook o Instagram dell’evento (@ilfestivaldellamore), un video (di massimo tre minuti) in cui si raccontano tre motivi per amare, corredato dall’hashtag #3motiviperamare o scrivendo, sull’apposito form presente sul sito, una lettera d’amore da leggere (o far leggere, per i più timidi) sul palco del Festival. Si sa, l’amore è bello, ma lo è ancora di più se condiviso.

Qui il programma completo.
Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito, fino a esaurimento posti.

PIETRO SEDDA, THE KING OF TATTOO

Pietro Sedda ha abbracciato il mare con la propria arte, quella del tatuaggio. Una disciplina in cui è maestro e che assume le sembianze dei marinai delle novelle – coloro che solcavano il mare in un’alternanza di donne e paesi – e delle balene leggendarie, e che lo ha portato a diventare uno degli artisti più richiesti. Chino sul tavolo da disegno, ha chiamato il suo studio nell’unico modo in cui, poi, non si può che finire per soprannominare lui: The Saint Mariner.

Come ti sei avvicinato alla tua professione?
Mi sono avvicinato al tatuaggio più per necessità che per predisposizione romantica, con l’aiuto di amici che mi hanno spinto e sostenuto.

In che modo i social l’hanno influenzata?
Quando ho iniziato io, servivano almeno dieci anni d’esperienza per carpire i segreti e riuscire a tenere collegati il cervello e la mano. Ora, dopo sei mesi, si è già delle star, anche se non si conosce propriamente il mestiere.

È possibile diventare tatuatori famosi più come personaggi che per la bravura?
È capitato spesso che molte persone venissero da me solo per il mio nome e non perché seguissero il mio lavoro e le mie ricerche. Io faccio un po’ la vita del bottegaio, molti mi conoscono, io non conosco nessuno: mi sembra una posizione perfetta.

Il tuo rapporto con i social?
Non intervengo né commento mai, cerco di essere il più asettico possibile.

Cosa pensi della figura dell’influencer?
Mi sembra un gioco torbido, più un divertissement che un lavoro. Con MySpace era diverso, mostravi un contenuto, mentre ora sembra di entrare nella gabbia dei leoni: sono tutti giudicanti, tutti migliori, tutti devono dire la loro.

Perché credi abbiano successo?
Siamo lobotomizzati.

Come è nata la collaborazione con Parfumerie Particulière?
I ragazzi di Parfumerie Particulière mi hanno coinvolto nel progetto per illustrare il packaging. È stato un lavoro durato un anno, ma molto soddisfacente: da venti illustrazioni ne sono state scelte otto. L’ultima, Madeleine, è nata prima come un’illustrazione femminile e poi si è evoluta in quella attuale, un volto maschile, senza genere. A Marzo uscirà, poi, “Pietro Sedda – The Saint Mariner”, con una fragranza dalle suggestioni legate al mare, ai marinai ubriachi e alla loro vita balorda.

Cosa pensi del discusso tema gender?
Non sono giudicante per la sessualità. Per tanti anni ho sostenuto la cultura queer, alquanto frammentata in Italia, nonostante un tempo fosse molto attiva. Se una bambina, una mattina, guardandosi allo specchio capisse di essere un bambino sarebbe fantastico, ma tutto dipenderebbe dal contesto sociale, dalle condizioni di vita, dai genitori. Nell’ambiente del tatuaggio, un mondo nato tra motociclette e tette, c’è stata molta omofobia. Fino a sette anni fa era difficile che qualcuno si tatuasse il volto di un uomo, preferendo quello della propria donna. Il mio lavoro è partito anche dal trovare i clienti giusti.

Mare e marinai sono da sempre il fil rouge del tuo lavoro. Da dove arrivano?
Ho sempre avuto il mare davanti, anche d’inverno, quando lavoravo nel mio studio ad Oristano. Contemplarlo mi fa stare bene. È l’unica cosa che manca in questa città perfetta che è Milano.

L’odore che ti è più caro?
Il cisto selvatico. Inebriante.

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TALENTS DU LUXE ET DE LA CRÉATION: A SILVIA STEIN BOCCHESE, IL PREMIO PER L’INNOVAZIONE

È Silvia Stein Bocchese, alla guida del Maglificio Miles, l’imprenditore più innovativo, secondo Talents du Luxe et de la Création. La 18esima edizione della cerimonia di premiazione, che ogni anno assegna un riconoscimento ai migliori creatori e protagonisti del lusso e svoltasi durante la cena di Gala, presso il prestigioso Cercle de l’Union Interalliée sul Faubourg Saint Honoré, ha visto trionfare la manager nella categoria, appunto, dell’Innovazione. A capo del maglificio vicentino dal 1962, Silvia ha lavorato per unire la maestria artigiana alle più sofisticate tecnologie, sperimentando e spingendosi verso le ultime frontiere della maglieria in 3D con il carisma, la passione e l’eleganza che la contraddistinguono da sempre. «Desidero condividere questo premio con la mia famiglia e con i miei figli, con cui formiamo una grande squadra!» ha spiegato l’imprenditrice, «ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi creatori della moda, da cui ho imparato molto e a cui, spero, di aver dimostrato il mio amore per l’innovazione e l’eccellenza». I premi, consegnati dal Centre du Luxe et de la Création, sono la più alta forma di gratificazione per creativi e manager, capaci di distinguersi per il know-how acquisito e per l’eccellenza del proprio lavoro e riguardano la totalità dei settori del lusso: dalla moda al design, dall’orologeria all’alberghiero, senza dimenticare la gioielleria, la ristorazione e molti altri. Ai nove, dei dodici premi consegnati, che riconoscono i più alti valori, come l’audacia, il benessere, l’eleganza, l’armonia, l’innovazione, l’inventiva, l’originalità, la rarità e la seduzione, se ne aggiungono tre: il Management Talent Award, l’Hallmark of the year, per l’avanguardia e il Golden Talent Award. Silvia Stein Bocchese ha dedicato il proprio riconoscimento a Azzedine Alaïa, a cui era legata da quasi 40 anni di collaborazione.

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FEBBRAIO CON AMORE: 5 APPUNTAMENTI CON L’ARTE

Cover_ © Oliviero Toscani

Febbraio, si sa, rientra, a pieno, nella categoria dei mesi dalle domande scomode. “Cosa fai, a San Valentino?”. Che siate single, fidanzati o eterni indecisi, l’amore per l’arte non tramonta mai. Ecco cinque imperdibili mostre, da usare come idea per un primo – o un quinto – appuntamento, come scusa per sfuggirne uno o, semplicemente, per tenere viva la propria passione e rallegrarsi, aspettando la fine dell’inverno.

MILANO – Da giovedì 1 febbraio e sino al 3 giugno 2018, arriva al MUDEC – Museo Delle Culture, una grande e nuova retrospettiva per celebrare Frida Kahlo. Frida. Oltre il Mito propone una visione dell’artista – in questi anni inflazionata, ripetuta, sottovalutata o sopravvalutata, a seconda dei casi, tanto da divenire un’icona pop – al di là degli eventi che ne hanno caratterizzato la vita, ponendo il focus sulle opere: il rapporto della pittrice con il Messico, i famosi autoritratti, lo stile e i contenuti rivoluzionari. Curata da Diego Sileo, la mostra riunisce, dopo 15 anni, tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, oltre alle recenti scoperte (2007) dell’archivio di Casa Azul.

ROMA – Il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra Monet, inaugurata lo scorso autunno e prorogata, a grande richiesta, fino al 3 giugno 2018. Dalle celebri caricature ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi e delle sue dimore; dai ritratti dei figli alle tele dedicate ai fiori del suo giardino – fino alle monumentali e più famose Ninfee – le 60 opere esposte provengono dal Musée Marmottan Monet, di Parigi (a cui sono state donate dal figlio del pittore, Michel) e restituiscono la ricchezza della produzione artistica del padre dell’Impressionismo, ripercorrendone la carriera ed esaltandone le molteplici sfaccettature.

GENOVA – Picasso. Capolavori dal Museo Picasso, Parigi (10 novembre 2017 – 6 maggio 2018) è l’articolata mostra promossa negli spazi del Palazzo Ducale e inserita all’interno dell’evento culturale internazionale, Picasso-Mediterraneo (promosso dal Museo Picasso di Parigi) per rinsaldare i legami da entrambe le parti del Mediterraneo. Il focus dell’esposizione è, infatti, sulle radici mediterranee e sulla grande vitalità da cui sono contraddistinte le opere del “fondatore” del Cubismo, da quelle d’ispirazione africana – dei primissimi anni del Novecento – sino alle più note bagnanti e ai celebri ritratti di donna, degli anni Trenta e Cinquanta. In esposizione anche numerose fotografie, che lo ritraggono accanto alle opere nei suoi diversi atelier.

BOLOGNA – A 60 anni dalla sua nascita, Bologna celebra Keith Haring (1958-1990) nelle due sedi della Pinacoteca Nazionale. Dal 30 gennaio al 25 febbraio 2018, Party of Life. Keith Haring, a vision propone più di 60 opere dell’artista – e una video installazione – provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, molte delle quali inedite al grande pubblico, per diffondere il messaggio sociale e commemorare il valore di un artista, pioniere della street art. Ad arricchire il progetto, collaborazioni con organizzazioni non profit e enti votati alla lotta contro l’AIDS, nel rispetto dell’impegno dell’artista contro la malattia che lo portò alla morte.

OTRANTO – Theutra e Comune di Otranto propongono, nelle sale del Castello Aragonese e sino al 31 marzo 2018, la mostra che celebra la carriera di Oliviero Toscani, fotografo pubblicitario tra i più provocatori e discussi dello scenario contemporaneo, noto per il forte impatto emotivo. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti porta in scena la carriera del fotografo, attraverso le immagini che più hanno fatto discutere il mondo, su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Presenti in mostra anche i lavori realizzati per il mondo della moda e alcune fotografie di Razza Umana, progetto sulle diverse morfologie e condizioni umane che, dal 2007, Oliviero Toscani porta avanti, realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo.

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JOKER, DIETRO LA MASCHERA: 10 ANNI SENZA HEATH LEDGER

Si racconta che durante la scena del fatidico bacio gay, ne I segreti di Brokeback Mountain, Heath Ledger mise così tanto impegno (e impeto) da rompere il naso al collega Jake Gyllenhaal, con cui aveva stretto una forte amicizia già anni prima, durante i provini per Moulin Rouge!, per cui entrambi erano stati scartati. La fine della sua storia – con la morte – la conosciamo e la ricordiamo tutti, anche a distanza di dieci anni, perché con l’incertezza delle cause e l’irruenza della gioventù spezzata, aveva violentemente colpito l’opinione pubblica. Prima della sua anticipata scomparsa, Heath Ledger era impegnato sul set di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009) di Terry Gilliam, di cui sarebbe dovuto essere (e comunque lo sarà postumo) il protagonista. Erano state girate, infatti, solo le scene esterne, prima del fatidico 22 gennaio 2008, ma la produzione, dopo aver subito una fase di arresto, dichiarò di voler finire a tutti i costi le riprese, proprio per non sprecare il lavoro che il giovane aveva svolto. A lui, nelle scene di interni, si sono, così, sostituiti ben tre attori: Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law (rappresentanti le tre trasformazioni del personaggio di Heath, Tony, nelle varie dimensioni dello specchio di Parnassus) accomunati dalla decisione di prendere parte al progetto gratuitamente, come tributo al collega scomparso. Nato a Perth, in Australia, il suo nome è un prestito dal romanzo ottocentesco di Emily Bronte, Cime Tempestose, da quel protagonista, Heathcliff, di cui ne ricalca la tempra passionale. Heath Ledger era, infatti, noto per la maniacale preparazione e documentazione sui personaggi che interpretava. Durante le riprese de, Il Patriota (2002) visse nella foresta per calarsi al meglio nei panni di un soldato coloniale, durante il periodo della Guerra d’Indipendenza americana, mentre per Lords of Dogtown (2005) ottenne in prestito i vecchi abiti del leggendario skater Skip Engblom. Molto più che dal destino insito nel nome, però, quello di Heath sembra essere stato segnato dai personaggi a cui si è prestato e che costituiscono un lascito immortale. Dopo la morte improvvisa, si è impresso nelle menti con la maschera tragica e distruttiva di Joker, l’antieroe per eccellenza, indossata ne, Il Cavaliere Oscuro (2009) diretto da Christopher Nolan. Il modo strano di parlare, dovuto nella finzione alle due cicatrici che ne disegnano il ghigno, fonte di aneddoti agghiaccianti, il modo goffo di ravvivarsi i capelli, sporchi, verdastri, quasi plastici, soprattutto i discorsi anarcoidi: un universo immaginifico, costruito trascorrendo sei settimane di preparazione isolato in una stanza d’albergo, annotando su un diario il lavoro quotidiano e concentrandosi sulla ricerca di una voce e una postura iconiche, in accordo all’aggressività di Joker. Il risultato è: «uno psicopatico senza coscienza delle sue azioni, un sociopatico assoluto, un assassino di massa a sangue freddo, con zero empatia», ma anche il ruolo più divertente della propria carriera. Un talento interrotto, il volto di un ragazzo destinato a un successo più grande, come conferma l’Oscar, vinto postumo, come miglior attore non protagonista (2009) proprio per il ruolo di Joker.

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SPICE UP YOUR LIFE – COME SOPRAVVIVERE AL RIENTRO DALLE FESTE

Gennaio è, per antonomasia, il momento dell’anno in cui si volta pagina e si ricomincia. Il nuovo anno inizia accompagnato da buoni propositi, più o meno concreti: andare in palestra, leggere di più, prenotare in anticipo le prossime ferie. Complice il clima di festa natalizio, rientrare in ufficio dopo qualche settimana di vacanza può essere davvero traumatico. Il segreto, però, è uno solo: organizzare qualcosa di entusiasmante da fare una volta ripresa la propria routine, per rendere più piacevole il ritorno. Qui, alcuni consigli per non dover attendere la successiva vacanza e concedersi un po’ di svago, ma anche per consolarsi in vista del Blue Monday (15 gennaio), il giorno più triste dell’anno (secondo alcuni esperti, infatti, il lunedì della terza settimana di gennaio, sarebbero più alte le variabili che causano tristezza e malinconia).

LIBRI – Dal 25 gennaio arrivano in libreria quarant’anni di racconti (1948 -1985) di Charles Bukowski, nella raccolta La campana non suona per te (Guanda Editore). Nei pezzi, pubblicati inizialmente su riviste underground, si spazia dalla satira contro la guerra e il razzismo alla fantascienza, dal racconto di formazione alla fiction vera e propria, senza dimenticare le celebri avventure sessuali del Vecchio Sporcaccione.

Il 16 gennaio esce La grande truffa (Mondadori), l’ultimo thriller di John Grisham, in cui, con piglio brillante ed efficace, vengono messi a nudo gli interessi e i profitti maturati nel grande business delle scuole private.

Indispensabile, poi, la lettura di Ragazze elettriche, di Naomi Alderman (presente tra i libri dell’anno del New York Times) sugli scaffali già da dicembre. La scrittrice immagina un universo distopico dominato dalle donne, in cui gli uomini sono ridotti in semi-schiavitù e le adolescenti hanno sviluppato il potere di fulminare chiunque cerchi di molestarle (tema attualissimo, considerato gli ultimi scandali hollywoodiani, la serata “in nero” dei Golden Globe e la scelta, del Times, di eleggere “Person of the Year” le donne che hanno trovato la forza di denunciare gli abusi subiti).

CINEMA – Uscito questa settimana nelle sale, Tutti i soldi del mondo, candidato a 3 Golden Globes (di Ridley Scott, con Michelle Williams, Christopher Plummer e Mark Whalberg) il thriller drammatico che vede il sequestro, da parte della ‘Ndrangheta, del nipote dell’uomo più ricco del mondo e la corsa disperata di Gail (la madre del ragazzo) per salvarlo, dopo il rifiuto del pagamento del riscatto.

Dal 25 gennaio verrà distribuito, anche in Italia, Chiamami con il tuo nome, l’ultima fatica cinematografica di Luca Guadagnino (tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, con Timothée Chalamet e Armie Hammer e candidato a 2 Golden Globes). Nel 1983, la vita del diciassettenne Elio, un musicista più colto e sensibile dei suoi coetanei, viene sconvolta dall’arrivo di Oliver, ventiquattrenne statunitense dalla grande bellezza e dai modi disinvolti, e dal desiderio travolgente e irrefrenabile che nasce tra i due giovani.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (di Martin McDonagh, con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, John Hawkes e Peter Dinklage), trionfatore all’ultima edizione dei Golden Globes e dall’11 gennaio in arrivo nei cinema, vede Mildred, madre di Angela, una ragazzina violentata e uccisa nella provincia profonda del Missouri, sollecitare la polizia locale, con tre manifesti alle porte della città, diretti allo sceriffo, a indagare sul delitto e a consegnarle il colpevole.

SERIE TV – Nonostante le vacanze siano finite, si trova sempre tempo per l’episodio di una serie tv. Netflix ne propone due, uscite da poco, ma già virali. Si parla della quarta stagione di Black Mirror, la serie televisiva britannica, lanciata nel 2011, famosa per muovere grandi critiche all’incidere e al progredire delle nuove tecnologie, fautrici di una destabilizzazione collettiva ed emotiva e di The End Of The F***ing World, online da settimana scorsa, la storia della fuga dagli schemi di James, diciassettenne convinto di essere uno psicopatico, dal forte desiderio di uccidere un essere umano, e di Alyssa, coetanea lunatica e ribelle.

In onda, invece, su FX dal 19 gennaio, la seconda stagione di American Crime Story, la serie nata per raccontare storie vere legate a celebri casi di cronaca nera e giudiziaria dal forte impatto mediatico negli Stati Uniti, che, dopo il caso O.J. Simpson, vede ora protagonista l’assassinio di Gianni Versace da parte di Andrew Cunanan. Ad interpretare il noto stilista e il suo aguzzino, saranno rispettivamente Edgar Ramirez e Darren Criss, mentre Penelope Cruz impersonerà Donatella Versace.

MOSTRE – L’arte delle avanguardie russe, uno dei capitoli più importanti e radicali del modernismo, è in mostra al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna fino al 13 maggio 2018. Revolutija: da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky. Capolavori dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo – comprende oltre 70 opere, gli stili e le dinamiche di sviluppo di artisti tra cui Kazimir Malevich, Wassily Kandinsky, Marc Chagall e molti altri, per testimoniare la straordinaria modernità dei movimenti culturali della Russia d’inizio Novecento: dal primitivismo al cubo-futurismo, fino al suprematismo e al costruttivismo.

A Milano, tra le mura del Palazzo della Triennale, va in scena, fino al 25 marzo, Rick Owens – Subhuman Inhuman Superhuman, per cui lo stesso designer ha curato una selezione di abiti, accessori, arredi, opere grafiche e pubblicazioni, scelti tra quelli che ha realizzato in oltre vent’anni di carriera. Fulcro della retrospettiva è un’installazione scultorea che assume la forma di una gigantesca struttura materica (fatta di cemento, gigli, sabbia dell’Adriatico e capelli dello stesso stilista), metafora dell’eterno e primordiale impulso creativo che, nel bene e nel male, porta avanti l’umanità.

Roma mostra l’evoluzione, in cinquant’anni di carriera, dei Pink Floyd, uno dei più leggendari gruppi rock di sempre. Dal 19 gennaio, negli spazi del Macro – Museo d’Arte Contemporanea, prenderà vita The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, un viaggio multisensoriale e teatrale nello straordinario mondo della band, attraverso suoni, immagini e spettacoli, dalla scena psichedelica underground della Londra anni ’60 a oggi. La mostra ripercorre l’uso rivoluzionario di effetti speciali, la sperimentazione sonora, il potente immaginario e la critica sociale, culminando nella Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, comprendente la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005.

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ZAINO O BORSA? QUANDO L’ANTICO DILEMMA FEMMINILE DIVENTA PANE PER L’UOMO

Un tempo un uomo si definiva dalle scarpe o dalla cravatta. Oggi, invece, l’uomo non lo fa solo l’abito ma anche la borsa. L’accessorio tipicamente femminile, protagonista indiscusso del quotidiano e di mille film (basti pensare alla valigetta di James Bond o agli zaini dei ragazzi di Stranger Things) è diventato negli ultimi anni non solo sempre più utilizzato dagli uomini ma un vero e proprio feticcio. Si va dalla cartella da postino usata dagli hypster allo zainetto di nylon nero sdoganato dai creativi passando per la classica borsa 24 ore prediletta da manager e fanatici dell’ordine. Ad ognuno la sua, la borsa è ormai diventata un ottimo distintivo per distinguersi dalla massa.

Indispensabili già nel Medioevo, le borse morbide, antenate delle nostre, venivano utilizzate principalmente per trasportare con sé denaro e oggetti di valore non essendovi altro modo se non quello di portarli a mano. Quando poi, sugli abiti, iniziarono ad essere cucite le tasche, le borse da uomo vennero abbandonate completamente e fu solo agli inizi del Novecento, mentre l’esperienza del viaggio si faceva comune e l’automobile diventava un mezzo di trasporto di massa, che si ebbe la vera e propria diversificazione tra baule e valigia 24 ore, quest’ultima destinata ai businessmen, ‘a coloro che viaggiano per meno di ventiquattr’ore o poco più’ e che Louis Vuitton lanciò il primo baule griffato.  Negli anni ’50 poi, un modello in legno di colore rosso divenne il simbolo dei lavoratori pubblici e degli imprenditori inglesi, essendo utilizzata dal governo per trasportare il budget annuale prima del discorso del cancelliere, mentre dobbiamo tornare alla fine degli anni ’60 per trovare il primo zaino in nylon. Lo zaino dei banchi di scuola è infatti relativamente recente perché i primi modelli con la zip erano esclusiva degli alpinisti e degli avventurieri. I modelli più ‘moderni’ e leggeri arrivano come risposta al bisogno degli studenti universitari di portare da un’aula all’altra del campus i propri libri, considerato che fino ad allora si utilizzavano alternativamente una valigetta 24 ore dotata di bretelle, detta satchel, e la ‘book strap’, il cinturone di cuoio che si legava attorno ai libri.

Oggigiorno entrambe non sono più solo un mezzo pratico e funzionale ma un vero e proprio strumento capace di caratterizzare e affermare l’identità di ciascuno. Dai cartoni animati alle stampe più disparate, in tinta unita o con applicazioni, le sfilate Uomo hanno visto tornare di moda lo zaino (se mai era passato), reinterpretato nelle versioni più varie: dal classico maxi zaino da campeggio a modelli sobri e urbani dalle linee essenziali, da usare come borsa per l’ufficio o per lo studio. Forme e usi che riflettono i tempi, modificandosi e adattandosi alla sempre più diffusa mobilità e portabilità del lavoro.

Se poi, inizialmente, la 24 ore era suddivisa internamente per comparti, utili a separare i diversi documenti, col tempo si è arricchita di scompartimenti e tasche per contenere oggetti tecnologici e relativi accessori, come carica batterie, cuffie, hard disk.

I modelli possono essere diversi, da quello elegante con manici corti ed in pelle, passando per quella sportiva, in tessuto a quella con annessa tracolla. E’ un accessorio insostituibile e ancora molto presente in passerella, uno statement che indica potere, educazione e opportunità.

Per gli indecisi, a metà strada, quasi un ibrido, troviamo la messenger bag, la famosa ‘borsa da postino’, nata a metà dell’Ottocento per essere posta in sella ai cavalli e contenere pacchetti, giornali, telegrammi e altre missive da consegnare con urgenza, e che, in caso di imprevisti, poteva essere portata tranquillamente sulle spalle. Ai cavalli si sostituì poi la bicicletta, fino a che nel 1980, John Peters fondò Manhattan Portage e la messenger bag divenne il trend urbano che non ha mai smesso d’essere, realizzata in canvas o in pelle, a fantasia o logata (o entrambe), per qualunque tasca e qualunque estetica.

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#ABSOLUTNIGHT MILANO: LA MIGLIORE MUSICA ELETTRONICA PER GLI EDIFICI DIMENTICATI DI FORGOTTEN

Che il fine ultimo fosse devolvere parte del ricavato a FORGOTTEN, il progetto di riqualificazione di edifici “dimenticati” nato nel 2015 dall’esigenza di valorizzare il patrimonio architettonico contemporaneo di Roma attraverso l’arte di talenti internazionali, lo si capisce dalla scelta della location della tappa meneghina di #AbsolutNight, il tour di ABSOLUT vodka e CLUB TO CLUB che, venerdì 24 novembre, ha portato sul ring i campioni della musica new-wave italiana, Simone Trabucchi/STILL e Alessio Natalizia/NOT WAVING, che con le loro frequenze sonore ed eclettiche vibrazioni hanno fatto ballare fino all’alba gli instancabili avventori della notte, in un’atmosfera a cavallo tra presente e passato. Che La prima regola nella boxe: “è vietato voltare la schiena all’avversario, mentre l’altro cerca di colpire con i pugni senza essere a sua volta colpito”, lo si doveva ripetere spesso negli anni ’50, a Milano, al Teatro Principe, una delle più grandi palestre di boxe, quando i pugili, con i loro incontri, facevano vivere al pubblico le emozioni di una serata speciale e di un evento fuori dal comune. Caratteristiche rimaste intatte per la tappa meneghina. Per l’occasione ha debuttato la nuova limited edition ‘Absolut Uncover’, con una cover blu notte che è un cielo stellato da strappare, per svelare la bottiglia costellata da mille bagliori iridescenti e un divertissement artistico, che ci ricorda la libertà di potere amare chiunque vogliamo. Cocktail d’autore, luci rosse al neon e video-installazioni interattive in leap motion, circondati dai filmati delle vecchie glorie della box e da un pubblico consapevole di trovarsi in una serata unica come poche. Noi abbiamo passato la notte ad ammirare la bellezza del luogo, le balconate su tre livelli che si svelavano a tratti nella semi oscurità, immersi nell’elettronica migliore e siamo andati avanti fino a che la pioggia – che ci aspettava all’uscita – non ci ha decretato vincitori.

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SOTTO LA GIACCA: T-SHIRT O CAMICIA? REGOLE DI STILE E CONSIGLI

Emporio Armani FW 17/18

Non solo camicia: le tendenze della moda uomo vedono sempre più spesso t-shirt, polo o maglie invernali portati sotto alla giacca, con o senza cravatta. Stili per un uomo che ha voglia di rinnovarsi, di trovare nuovi tratti distintivi per esprimere il proprio essere e di ricercare un’individualità attraverso il proprio vestire. Il gioco sta tutto nel rimescolare i capisaldi dell’eleganza.

Ecco, le regole e i consigli da seguire per essere sempre impeccabili sono poche e semplici.

Coloro che hanno una pelle scura o olivastra dovrebbero prediligere i contrasti forti: camicia bianca con giacca nera, blu o rossa. Per chi ha una pelle chiara conviene invece orientarsi verso accostamenti meno decisi, puntando ad esempio su una camicia baby blue abbinata ad una giacca blue navy o magari scegliendo tra le gradazioni del marrone, sempre presenti sulle passerelle.

La camicia con il collo alla coreana è un capo da tenere sempre in considerazione, che non può mancare in alcun armadio. È una camicia giovanile che, indossata sotto all’abito, permette di essere elegante pur non prevedendo la cravatta, magari in Jersey o in Filo di Scozia. Ultimamente se ne trova anche una versione più fresca a girocollo, come fossero delle t-shirt, riprendendo le camicie da baseball americano.

La camicia che si va ad indossare sotto deve essere o in linea con lo stile elegante della giacca o più casual di quest’ultima, privilegiando una vestibilità slim fit che permette di avere una linea pulita sia nel caso in cui la si indossi fuori sia nel caso la si porti dentro il pantalone, scegliendo ovviamente una bella cintura che stia bene con il carattere dell’abito.

Altra regola da non dimenticare è che il polsino della camicia deve rigorosamente sporgere dalla giacca di circa 1 cm, così come il colletto dovrà seguire lo stesso principio in corrispondenza del collo della giacca, facendo attenzione che aderiscano bene tra di loro.

Nel caso si scelga di indossare una t-shirt, è meglio che abbia il bordo in Jersey, in quanto risulta più elegante, e che sia priva di taschino. Bianca o nera, bordeaux o baby blue, a fantasia. La t-shirt è accettata in ogni variante, a patto che l’evento in cui la si indossi non sia una cerimonia e che si rispetti l’abbinamento di colori. Nonostante le ultime tendenza vedano anche una t-shirt scollata sotto alla giacca, è preferibile indossarne una accollatissima.

Indossando una giacca in tweed si può scegliere la t-shirt o la camicia da indossarvi sotto in due modi: prediligendo il colore dominante della giacca, ad esempio indossando una t-shirt color zucca sotto una giacca a base marrone, o rompendo completamente gli schemi di colore per sdrammatizzarne la serietà, ad esempio con una t-shirt giallo neon.

Per quanto riguarda le fantasie, più che una regola è un consiglio: sbizzarrirsi. Che si tratti di una t-shirt o di una camicia, le si può scegliere in tinta o in contrasto con la giacca, o sovrapponendone di diverse. Polca dot su righe, tropical su mini cravatteria, quadri più grandi su più piccoli, e così via.

Con l’avvento della stagione invernale, si può sostituire alla t-shirt un maglione, sia esso dolcevita, a girocollo o con scollo a V, tenendo conto delle regole valide per gli altri capi. Un’ottima soluzione per risultare eleganti e cool senza soffrire il freddo.

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