ROBERTO DE ROSA NEAPOLITAN SOUL, INTERNATIONAL SUCCESS

Il cuore partenopeo, Roberto De Rosa (@robertoderosa), se l’è tenuto stretto durante il viaggio sull’Oriente Express che l’ha portato ad Hong Kong e che gli ha permesso di diventare una ‘yǐngxiǎng zhě’, cioè una persona capace di influenzare i gusti e dettare tendenze. Raggiunto il successo anche in Italia, Roberto sogna di approdare al cinema e dimostra che i napoletani, come si suol dire, hanno davvero una marcia in più.

Il tuo percorso è iniziato in Asia, in Cina, ad Hong Kong precisamente. Cos’è che ha affascinato l’Oriente tanto da farti diventare un influencer seguitissimo?
Il mio successo come influencer è nato in Asia, esattamente in Cina. Erano tempi diversi, parliamo di quattro anni fa, e io rispecchiavo il classico ragazzo della porta accanto, occidentale, nell’immaginario estetico degli asiatici.

Credi che, senza il successo ottenuto in Cina, saresti arrivato lo stesso dove sei ora?
La mia fortuna è stata Hong Kong. Prima di arrivarci, già frequentavo il web italiano e ho avuto grandi esperienze anche qui: non venivo da un mondo completamente sconosciuto. Sicuramente l’Oriente mi ha dato una forza che qui sarebbe stata difficile da trovare, e mi ha permesso di tornare in Italia più forte di prima e con delle skills che gli altri non avevano. Credo che chiunque si affacci ora su questo settore, non troverà le nostre occasioni: è molto più difficile adesso.

Come si evolverà la figura dell’influencer? Cambia di giorno in giorno, se non di ora in ora, è un mondo super veloce. Basti pensare che meno di sette mesi fa ho ricevuto una proposta da Fox Channel per un programma televisivo, ancora non ci credo!

Quale sarà il social del futuro?
Non esiste ancora, non credo sarà qualcuno di quelli attuali. Presto finirà anche Instagram, com’è già capitato per MSN e per MySpace.
Dei tuoi post su Instagram, quanti sono sponsorizzati dai brand e quanti invece sono spontanei?
Il mio Instagram non è certo un centro commerciale. Cerco di ispirare le persone che mi seguono, affrontando anche diversi argomenti, come quello del senza glutine e del lifestyle. Sulla mia pagina, a parte la sponsorizzazione, si può notare la vita vera, quella di un ragazzo della porta accanto.

Photo Ryan Simo
Styling 3
Grooming Susanna Mazzola
Photo assistant Alessandro Chiorri
Stylist assistants: Cristina Florence Galati, Paula Anuskha, Verena Kohl

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DA MILANO A ROMA: 5 MOSTRE FOTOGRAFICHE DA NON PERDERE

Una stagione intensa per gli appuntamenti sparsi in Italia, da Milano a Torino, passando per Roma, con la fotografia contemporanea, che esplora tematiche diverse.  Vi proponiamo una selezione, in giro per l’Italia, di cinque mostre fotografiche assolutamente da non perdere.

A Milano, domenica 20 maggio e fino al 10 giugno, debutta Christian Boaro con la mostra “The Naked Truth”, allestita negli spazi del PlasMA, la galleria d’arte del Plastic – storico club milanese – inaugurata nel 2014. Una selezione di Polaroid scelte tra gli scatti di oltre dieci anni, che indagano le unicità, le imperfezioni fisiche e le fragilità dei soggetti – presi dalla strada, dai social, dai club e dagli incontri di lavoro – che hanno acconsentito a mettersi a nudo davanti alla camera. Non solo fisicamente, perché la bravura di Boaro sta nel farsi specchio e catturare, con uno sguardo quasi documentarista, l’intima essenza d’ognuno: un’incrinatura nello sguardo, un braccio lasciato cadere a coprirsi. Un’eterogeneità di forme, sessi e sessualità, giovani e meno giovani, che nel proprio insieme aspira, idealmente, a rappresentare il mondo.
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Il Museo Ettore Fico di Torino, in collaborazione con Fundacion Mapfre di Madrid, organizza fino al 29 giugno una vasta retrospettiva su Duane Michals, uno dei fotografi contemporanei che ha rinnovato il linguaggio fotografico con maggiore intensità, in bilico tra poesia e fotografia. Michals interpreta quest’ultima non come strumento di memoria visiva, ma come mezzo per la ricerca di ciò che non può essere visto, che rimane nascosto e lo fa introducendo la tecnica della sequenza per raccontare storie immaginarie e iniziando a disegnare a mano, sulla superficie delle sue copie, brevi testi che fungono da contrappunto o integrazione alle immagini. Come lui dice: «Non mi interessa la stampa perfetta. Mi interessa un’idea perfetta. Idee perfette sopravvivono a stampe scadenti e a riproduzioni economiche. Possono cambiare le nostre vite». Non importa quale sia il mezzo, ciò che conta per lui è non ripetere mai se stesso, inventare nuovi modi di comunicare con il resto del mondo, raggiungere il profondo dell’essere o ridere di se stessi.

Ancora per pochi giorni, fino al 27 maggio, l’incantevole Palazzo Pallavicini di Bologna presenta Vivian Maier, una delle fotografe più apprezzate di questo secolo sulla base delle foto dell’archivio Maloof Collection e della Howard Greendberg Gallery di New York. Il lavoro della Maier, rimasto nell’ombra fino al 2007, è venuto alla luce dopo che John Maloof, figlio di un rigattiere, acquistò un box a un’asta, da cui emersero effetti personali femminili e una cassa contenente centinaia di negativi e rullini, tutti ancora da sviluppare. L’originalità di Vivian Maier si esprime nel catturare particolari e dettagli evocativi della quotidianità raccontando così la strada, le persone, gli oggetti e i paesaggi e nell’ossessione per la propria figura, imprimendo la sua ombra, il suo riflesso, la sua silhouette nello scatto. La mostra, divisa per sezioni (infanzia, autoritratti, ritratti, vita di strada, forme e colore), contiene 120 fotografie in bianco e nero, di cui 10 in grande formato, 90 di formato medio più una meravigliosa sezione di 20 foto a colori relativa alla produzione degli anni Settanta dell’artista.

Di nuovo a Milano, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini presenta, fino al 22 luglio, L’ITALIA DI MAGNUM. Da Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin, una raccolta di 150 immagini di venti tra i più importanti maestri della fotografia del XX secolo. L’esposizione, curata dal direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, Walter Guadagnini, con il patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente, celebra i settant’anni di Magnum Photos, una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo fondata da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert. Organizzata per decenni, la mostra racconta cronaca, la storia e il costume del nostro Paese dal dopoguerra a oggi: il funerale di Palmiro Togliatti, l’affermazione in Italia nel turismo di massa e le discoteche romagnole degli anni Novanta, per citare alcuni esempi. Un affascinante intreccio di fotografie celebri e di altre meno note, di luoghi conosciuti in tutto il mondo e di semplici cittadini, protagonisti delle vicende sociali, politiche e culturali italiane, che si fa tentativo di rileggere il passato e il presente per cercare di interpretare la complessa fisionomia della contemporaneità.

Per festeggiare il 50° anniversario del 1968, il Museo di Roma in Trastevere ospiterà fino al 2 settembre la mostra fotografica e multimediale “Dreamers 1968. Come eravamo, come saremo” ricostruita, grazie agli archivi storici di quell’anno da AGI Agenzia Italia, che ha recuperato il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda. Come scrive Riccardo Luna, curatore insieme a Marco Pratellesi, sul catalogo della mostra: «Questa non è una mostra sul passato ma sul futuro. Sul futuro che sognava l’ultima generazione che non ha avuto paura di cambiare tutto per rendere il mondo migliore […] quello che ci ha colpito sono gli sguardi dei protagonisti, l’energia dei loro gesti, le parole nuove che usavano». Oltre all’esposizione sarà organizzato un ciclo di eventi e incontri estivi, che si svolgeranno nel Chiostro del Museo, dedicati ai principali momenti musicali, sportivi, politici, culturali e cinematografici che hanno caratterizzato l’Italia nel 1968.
DREAMERS 1968 - ADRIANO MORDENTI - IL TERREMOTO DEL BELICE, MACERIE DELLE CASE DISTRUTTE

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FRANCESCO STELLA, L’UOMO DAI MILLE RUOLI

cover_pantalone e maglione dolcevia HOSIO; scarpe Burberry

Dal teatro alla TV, al cinema. Prima come attore, poi come scrittore e regista. Francesco Stella, nato ad Erice e divenuto famoso per il ruolo dell’agente Gallo, nella fiction Il commissario Montalbano, si è cimentato i ruoli diversi anche al di là dello schermo, non ponendo mai limiti alla propria creatività. In questa intervista svela non solo le proprie passioni, ma tutti i progetti futuri.
Com’è cominciata la tua carriera?
Un po’ per caso. Durante il periodo universitario ho fatto parte prima di una compagnia di teatro di strada e poi di una di formazione. Con quest’ultima ho studiato e debuttato nel mio primo spettacolo.

La tua carriera inizia nel 1995 con il teatro. Com’è avvenuto il passaggio al cinema e alla TV?
La  mia “prima volta” è stata indimenticabile, ho debuttato al Teatro Kommisar Geskaya, di San Pietroburgo, durante il periodo delle notti bianche. Ho capito che non sarei mai tornato indietro. Dopo essermi trasferito a Roma e aver fatto molti provini, ho finalmente debuttato al cinema con Besame Mucho, di Maurizio Ponzi, e in TV, con Il commissario Montalbano.

Quale tra i due mondi senti appartenerti di più?
Entrambi, ma in maniera diversa. Esattamente come la scrittura, un’altra passione che coltivo da tempo.

Da quale regista ti piacerebbe essere diretto?
Mi piacerebbe tantissimo ritornare a  lavorare con una donna e, secondo me, Valeria Golino è una di quelle in grado di scavarti dentro.

Non solo attore, ma anche regista e scrittore. Ti senti più a tuo agio sopra al palco o dietro la cinepresa?
È un agio completamente diverso. Amo molto il lavoro d’attore, ma alla fine sei nelle mani di  altri: di uno sceneggiatore che ti ha pensato, di un regista che ti ha scelto e di un pubblico che ti approva. Troppe variabili e poca obiettività: molto sta nel “gusto” delle persone e la bravura non sempre è sufficiente. La scrittura o la regia mi permettono invece di “sfogare” la parte creativa, che offre parametri più obiettivi relativi alle mie capacità e ai limiti.

Che tipo di film ti piacerebbe scrivere?
Mi piacerebbe parlare della mia terra, la Sicilia, che lotta ma che sa ridere, che non si arrende e che sa guardare lontano.

Quanto è importante lo stile per te? C’è un capo in particolare che ti caratterizza?
Credo di avere uno stile molto sobrio, mi piace l’eleganza su di me, così come mi diverte l’esuberanza negli altri. Più che un capo ci sono due oggetti: i gemelli e i papillon/cravatte.

Dove sognava di arrivare il Francesco Stella che nel 1998 è entrato a far parte del cast de, Il commissario Montalbano e cosa sogna il Francesco di oggi?
Il Francesco Stella arrivato dalla lontana Marsala, ha realizzato molto di quello che sognava. Per il futuro spero di poter continuare ad avere sempre il sorriso mentre lavoro.

Qual è la sfida più grande che il lavoro ti ha posto davanti sinora?
Quella di non scoraggiarmi e di non mollare. I tempi sono molto difficili per chi fa questo lavoro. La mia fortuna è stata quella di non fossilizzarmi in un solo campo, scelta non sempre recepita positivamente dagli altri. Sono sicuro che il tempo mi darà ragione.

Quali progetti hai in cantiere?
Tra poco uscirà Il Cacciatore, una nuova fiction Rai n cui interpreto un integerrimo carabiniere. In contemporanea sto lavorando a due format tv di prossima uscita.

Cosa porteresti con te su un’isola deserta?
Il mio cane, la playlist con le canzoni che mi accompagnano da sempre, carta e penna.

Quale film non ti stancheresti mai di guardare?
Shortbus.

Quali sono gli ingredienti per un format TV di successo in Italia?
È difficile rispondere a questa domanda, perché ormai il pubblico sceglie con cura quello che vuole vedere e l’offerta è molto ampia. Gli ingredienti dipendono sempre più dal target di riferimento. Il pubblico non si lascia più prendere in giro, cambia canale facilmente.

Photography: Karel Losenicky
Styling: Sara Leoni

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A WEEKEND OF LOVE: A MILANO, IL FESTIVAL DELL’AMORE

Un vecchio proverbio recita «l’amore non si trova al mercato». Di certo, se ne troverà molto a Milano, questo weekend. Da venerdì 9 a domenica 11 febbraio e di nuovo, mercoledì 14, va in scena, infatti, negli spazi di BASE Milano, la prima edizione del Festival dell’Amore. Quello con la A maiuscola, come luogo della propria epica personale. Un grande evento dedicato al sentimento capace di «muovere il sole e l’altre stelle», messo in scena in tutte le sue forme, sia grazie all’intervento di personaggi famosi, sia dando un ruolo attivo a chiunque vorrà partecipare.

Organizzato dall’agenzia PianoB, in collaborazione col brand di moda donna Motivi e con la società di marketing specializzata in ambito culturale H+, il Festival è nato per affermare la potenza dei sentimenti e della passione, e si pone come una sorta di battaglia culturale contro il disincanto, il cinismo e la disillusione. Il programma è molto ricco: ci saranno musica, letture e talk e, poi, proiezioni di film, installazioni, riti d’amore, party. Artisti, filosofi, musicisti si alterneranno sul palco della sala Talk, pronti ad alternarsi per raccontare storie sul palcoscenico, trasformato in un luogo interattivo in cui dichiararsi e giocare col sentimento più straordinario che ci sia: tra gli ospiti Bebe Vio, Ambra Angiolini, Melissa P, Stefani Boeri, Luca Bianchini, Matteo Caccia, Simon & The Stars, Morgan, Boosta, Emis Killa e Arisa e molti altri. All’interno della location sarà allestito anche uno spazio arredato con 20 letti matrimoniali, per creare una platea romantica dalla quale vedere, per una notte intera, film e serie tv d’amore. La seconda sala è denominata Riti d’Amore, non a caso. Oltre a set fotografici, tattoo corner e spettacoli (come le performance del duo americano The Bumbys e quella partecipativa di Animanera, Try Creampie – Vuoi venire a letto con me?) sarà possibile, infatti, sposarsi per davvero. La Pina, Diego e La Vale, storici conduttori di Radio Deejay, celebreranno matrimoni liberi e unioni pagane. I tre, inoltre, si alterneranno con Franco Bolelli, ideatore del Festival, alla conduzione dei talk, mentre Paola Maugeri dialogherà con i grandi artisti della musica italiana, per scoprirne la personale love playlist. I partecipanti potranno diventare parte di una video-installazione caricando sulla pagina Facebook o Instagram dell’evento (@ilfestivaldellamore), un video (di massimo tre minuti) in cui si raccontano tre motivi per amare, corredato dall’hashtag #3motiviperamare o scrivendo, sull’apposito form presente sul sito, una lettera d’amore da leggere (o far leggere, per i più timidi) sul palco del Festival. Si sa, l’amore è bello, ma lo è ancora di più se condiviso.

Qui il programma completo.
Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito, fino a esaurimento posti.

VEDUTE ROMANE E FIGURE: LA ROMA DI AMEDEO BROGLI IN MOSTRA A PALAZZO COLONNA

Negli spazi della Coffee House di Palazzo Colonna (Roma), giovedì 8 febbraio alle 18.30, inaugura la mostra di dipinti di Amedeo Brogli, Vedute romane e figure. Aperta gratuitamente al pubblico dal 9 al 14 febbraio e realizzata con il contributo dell’Asset Management Carmignac, la serie di dipinti racconta la Città Eterna, attraverso scenari che conferiscono agli spazi un’identità contemporanea e visionaria e i nudi femminili delle “nuove romane”. «Ho lavorato su un immaginario preesistente, in dipinti che raccontano una Roma tra Sacro e Profano. Le mie scelte stilistiche ed espressive sono caratterizzate da un figurativo a volte lirico, in una visione estetica pervasa da una connotazione spiritualistica, che si converte in opere, spero, di suggestione» – afferma Brogli – «In me, romano di adozione, la pittura figurativa supporta il culto della memoria e Vedute Romane e Figure è uno storytelling, che rivisita in chiave contemporanea i simboli, i personaggi storici e non, i monumenti  della “Caput mundi”, ma anche l’attualità della città, che vive il presente negli spazi del passato, attraverso una figurazione contemporanea». Madrina della mostra sarà la Principessa Jeanne Colonna, mentre il cocktail sarà curato da La Maison di Bacco e dalla Cantina Casata Mergè, storica azienda familiare, situata sulla cornice dei castelli romani. Elena Parmegiani, Direttore Eventi della Coffee House di Palazzo Colonna, asserisce: «Siamo davvero grati ad Amedeo Brogli per aver scelto la nostra location per la sua personale, ad arricchire la sua esposizione, sabato 10 febbraio, interverrà anche lo stilista marchigiano Vittorio Camaiani, con una sfilata di alta moda, Vittorio Camaiani Inside, omaggio a Marina Ripa di Meana». Domenica 11 febbraio dalle ore 11.00 alle 19.00 lo stilista si tratterrà in Coffee House per il suo “Atelier per un giorno”, allestito all’interno della mostra, tra le splendide e espressive figure di Amedeo Brogli.

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PIETRO SEDDA, THE KING OF TATTOO

Pietro Sedda ha abbracciato il mare con la propria arte, quella del tatuaggio. Una disciplina in cui è maestro e che assume le sembianze dei marinai delle novelle – coloro che solcavano il mare in un’alternanza di donne e paesi – e delle balene leggendarie, e che lo ha portato a diventare uno degli artisti più richiesti. Chino sul tavolo da disegno, ha chiamato il suo studio nell’unico modo in cui, poi, non si può che finire per soprannominare lui: The Saint Mariner.

Come ti sei avvicinato alla tua professione?
Mi sono avvicinato al tatuaggio più per necessità che per predisposizione romantica, con l’aiuto di amici che mi hanno spinto e sostenuto.

In che modo i social l’hanno influenzata?
Quando ho iniziato io, servivano almeno dieci anni d’esperienza per carpire i segreti e riuscire a tenere collegati il cervello e la mano. Ora, dopo sei mesi, si è già delle star, anche se non si conosce propriamente il mestiere.

È possibile diventare tatuatori famosi più come personaggi che per la bravura?
È capitato spesso che molte persone venissero da me solo per il mio nome e non perché seguissero il mio lavoro e le mie ricerche. Io faccio un po’ la vita del bottegaio, molti mi conoscono, io non conosco nessuno: mi sembra una posizione perfetta.

Il tuo rapporto con i social?
Non intervengo né commento mai, cerco di essere il più asettico possibile.

Cosa pensi della figura dell’influencer?
Mi sembra un gioco torbido, più un divertissement che un lavoro. Con MySpace era diverso, mostravi un contenuto, mentre ora sembra di entrare nella gabbia dei leoni: sono tutti giudicanti, tutti migliori, tutti devono dire la loro.

Perché credi abbiano successo?
Siamo lobotomizzati.

Come è nata la collaborazione con Parfumerie Particulière?
I ragazzi di Parfumerie Particulière mi hanno coinvolto nel progetto per illustrare il packaging. È stato un lavoro durato un anno, ma molto soddisfacente: da venti illustrazioni ne sono state scelte otto. L’ultima, Madeleine, è nata prima come un’illustrazione femminile e poi si è evoluta in quella attuale, un volto maschile, senza genere. A Marzo uscirà, poi, “Pietro Sedda – The Saint Mariner”, con una fragranza dalle suggestioni legate al mare, ai marinai ubriachi e alla loro vita balorda.

Cosa pensi del discusso tema gender?
Non sono giudicante per la sessualità. Per tanti anni ho sostenuto la cultura queer, alquanto frammentata in Italia, nonostante un tempo fosse molto attiva. Se una bambina, una mattina, guardandosi allo specchio capisse di essere un bambino sarebbe fantastico, ma tutto dipenderebbe dal contesto sociale, dalle condizioni di vita, dai genitori. Nell’ambiente del tatuaggio, un mondo nato tra motociclette e tette, c’è stata molta omofobia. Fino a sette anni fa era difficile che qualcuno si tatuasse il volto di un uomo, preferendo quello della propria donna. Il mio lavoro è partito anche dal trovare i clienti giusti.

Mare e marinai sono da sempre il fil rouge del tuo lavoro. Da dove arrivano?
Ho sempre avuto il mare davanti, anche d’inverno, quando lavoravo nel mio studio ad Oristano. Contemplarlo mi fa stare bene. È l’unica cosa che manca in questa città perfetta che è Milano.

L’odore che ti è più caro?
Il cisto selvatico. Inebriante.

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TALENTS DU LUXE ET DE LA CRÉATION: A SILVIA STEIN BOCCHESE, IL PREMIO PER L’INNOVAZIONE

È Silvia Stein Bocchese, alla guida del Maglificio Miles, l’imprenditore più innovativo, secondo Talents du Luxe et de la Création. La 18esima edizione della cerimonia di premiazione, che ogni anno assegna un riconoscimento ai migliori creatori e protagonisti del lusso e svoltasi durante la cena di Gala, presso il prestigioso Cercle de l’Union Interalliée sul Faubourg Saint Honoré, ha visto trionfare la manager nella categoria, appunto, dell’Innovazione. A capo del maglificio vicentino dal 1962, Silvia ha lavorato per unire la maestria artigiana alle più sofisticate tecnologie, sperimentando e spingendosi verso le ultime frontiere della maglieria in 3D con il carisma, la passione e l’eleganza che la contraddistinguono da sempre. «Desidero condividere questo premio con la mia famiglia e con i miei figli, con cui formiamo una grande squadra!» ha spiegato l’imprenditrice, «ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi creatori della moda, da cui ho imparato molto e a cui, spero, di aver dimostrato il mio amore per l’innovazione e l’eccellenza». I premi, consegnati dal Centre du Luxe et de la Création, sono la più alta forma di gratificazione per creativi e manager, capaci di distinguersi per il know-how acquisito e per l’eccellenza del proprio lavoro e riguardano la totalità dei settori del lusso: dalla moda al design, dall’orologeria all’alberghiero, senza dimenticare la gioielleria, la ristorazione e molti altri. Ai nove, dei dodici premi consegnati, che riconoscono i più alti valori, come l’audacia, il benessere, l’eleganza, l’armonia, l’innovazione, l’inventiva, l’originalità, la rarità e la seduzione, se ne aggiungono tre: il Management Talent Award, l’Hallmark of the year, per l’avanguardia e il Golden Talent Award. Silvia Stein Bocchese ha dedicato il proprio riconoscimento a Azzedine Alaïa, a cui era legata da quasi 40 anni di collaborazione.

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FEBBRAIO CON AMORE: 5 APPUNTAMENTI CON L’ARTE

Cover_ © Oliviero Toscani

Febbraio, si sa, rientra, a pieno, nella categoria dei mesi dalle domande scomode. “Cosa fai, a San Valentino?”. Che siate single, fidanzati o eterni indecisi, l’amore per l’arte non tramonta mai. Ecco cinque imperdibili mostre, da usare come idea per un primo – o un quinto – appuntamento, come scusa per sfuggirne uno o, semplicemente, per tenere viva la propria passione e rallegrarsi, aspettando la fine dell’inverno.

MILANO – Da giovedì 1 febbraio e sino al 3 giugno 2018, arriva al MUDEC – Museo Delle Culture, una grande e nuova retrospettiva per celebrare Frida Kahlo. Frida. Oltre il Mito propone una visione dell’artista – in questi anni inflazionata, ripetuta, sottovalutata o sopravvalutata, a seconda dei casi, tanto da divenire un’icona pop – al di là degli eventi che ne hanno caratterizzato la vita, ponendo il focus sulle opere: il rapporto della pittrice con il Messico, i famosi autoritratti, lo stile e i contenuti rivoluzionari. Curata da Diego Sileo, la mostra riunisce, dopo 15 anni, tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, oltre alle recenti scoperte (2007) dell’archivio di Casa Azul.

ROMA – Il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra Monet, inaugurata lo scorso autunno e prorogata, a grande richiesta, fino al 3 giugno 2018. Dalle celebri caricature ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi e delle sue dimore; dai ritratti dei figli alle tele dedicate ai fiori del suo giardino – fino alle monumentali e più famose Ninfee – le 60 opere esposte provengono dal Musée Marmottan Monet, di Parigi (a cui sono state donate dal figlio del pittore, Michel) e restituiscono la ricchezza della produzione artistica del padre dell’Impressionismo, ripercorrendone la carriera ed esaltandone le molteplici sfaccettature.

GENOVA – Picasso. Capolavori dal Museo Picasso, Parigi (10 novembre 2017 – 6 maggio 2018) è l’articolata mostra promossa negli spazi del Palazzo Ducale e inserita all’interno dell’evento culturale internazionale, Picasso-Mediterraneo (promosso dal Museo Picasso di Parigi) per rinsaldare i legami da entrambe le parti del Mediterraneo. Il focus dell’esposizione è, infatti, sulle radici mediterranee e sulla grande vitalità da cui sono contraddistinte le opere del “fondatore” del Cubismo, da quelle d’ispirazione africana – dei primissimi anni del Novecento – sino alle più note bagnanti e ai celebri ritratti di donna, degli anni Trenta e Cinquanta. In esposizione anche numerose fotografie, che lo ritraggono accanto alle opere nei suoi diversi atelier.

BOLOGNA – A 60 anni dalla sua nascita, Bologna celebra Keith Haring (1958-1990) nelle due sedi della Pinacoteca Nazionale. Dal 30 gennaio al 25 febbraio 2018, Party of Life. Keith Haring, a vision propone più di 60 opere dell’artista – e una video installazione – provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, molte delle quali inedite al grande pubblico, per diffondere il messaggio sociale e commemorare il valore di un artista, pioniere della street art. Ad arricchire il progetto, collaborazioni con organizzazioni non profit e enti votati alla lotta contro l’AIDS, nel rispetto dell’impegno dell’artista contro la malattia che lo portò alla morte.

OTRANTO – Theutra e Comune di Otranto propongono, nelle sale del Castello Aragonese e sino al 31 marzo 2018, la mostra che celebra la carriera di Oliviero Toscani, fotografo pubblicitario tra i più provocatori e discussi dello scenario contemporaneo, noto per il forte impatto emotivo. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti porta in scena la carriera del fotografo, attraverso le immagini che più hanno fatto discutere il mondo, su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Presenti in mostra anche i lavori realizzati per il mondo della moda e alcune fotografie di Razza Umana, progetto sulle diverse morfologie e condizioni umane che, dal 2007, Oliviero Toscani porta avanti, realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo.

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JOKER, DIETRO LA MASCHERA: 10 ANNI SENZA HEATH LEDGER

Si racconta che durante la scena del fatidico bacio gay, ne I segreti di Brokeback Mountain, Heath Ledger mise così tanto impegno (e impeto) da rompere il naso al collega Jake Gyllenhaal, con cui aveva stretto una forte amicizia già anni prima, durante i provini per Moulin Rouge!, per cui entrambi erano stati scartati. La fine della sua storia – con la morte – la conosciamo e la ricordiamo tutti, anche a distanza di dieci anni, perché con l’incertezza delle cause e l’irruenza della gioventù spezzata, aveva violentemente colpito l’opinione pubblica. Prima della sua anticipata scomparsa, Heath Ledger era impegnato sul set di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009) di Terry Gilliam, di cui sarebbe dovuto essere (e comunque lo sarà postumo) il protagonista. Erano state girate, infatti, solo le scene esterne, prima del fatidico 22 gennaio 2008, ma la produzione, dopo aver subito una fase di arresto, dichiarò di voler finire a tutti i costi le riprese, proprio per non sprecare il lavoro che il giovane aveva svolto. A lui, nelle scene di interni, si sono, così, sostituiti ben tre attori: Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law (rappresentanti le tre trasformazioni del personaggio di Heath, Tony, nelle varie dimensioni dello specchio di Parnassus) accomunati dalla decisione di prendere parte al progetto gratuitamente, come tributo al collega scomparso. Nato a Perth, in Australia, il suo nome è un prestito dal romanzo ottocentesco di Emily Bronte, Cime Tempestose, da quel protagonista, Heathcliff, di cui ne ricalca la tempra passionale. Heath Ledger era, infatti, noto per la maniacale preparazione e documentazione sui personaggi che interpretava. Durante le riprese de, Il Patriota (2002) visse nella foresta per calarsi al meglio nei panni di un soldato coloniale, durante il periodo della Guerra d’Indipendenza americana, mentre per Lords of Dogtown (2005) ottenne in prestito i vecchi abiti del leggendario skater Skip Engblom. Molto più che dal destino insito nel nome, però, quello di Heath sembra essere stato segnato dai personaggi a cui si è prestato e che costituiscono un lascito immortale. Dopo la morte improvvisa, si è impresso nelle menti con la maschera tragica e distruttiva di Joker, l’antieroe per eccellenza, indossata ne, Il Cavaliere Oscuro (2009) diretto da Christopher Nolan. Il modo strano di parlare, dovuto nella finzione alle due cicatrici che ne disegnano il ghigno, fonte di aneddoti agghiaccianti, il modo goffo di ravvivarsi i capelli, sporchi, verdastri, quasi plastici, soprattutto i discorsi anarcoidi: un universo immaginifico, costruito trascorrendo sei settimane di preparazione isolato in una stanza d’albergo, annotando su un diario il lavoro quotidiano e concentrandosi sulla ricerca di una voce e una postura iconiche, in accordo all’aggressività di Joker. Il risultato è: «uno psicopatico senza coscienza delle sue azioni, un sociopatico assoluto, un assassino di massa a sangue freddo, con zero empatia», ma anche il ruolo più divertente della propria carriera. Un talento interrotto, il volto di un ragazzo destinato a un successo più grande, come conferma l’Oscar, vinto postumo, come miglior attore non protagonista (2009) proprio per il ruolo di Joker.

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SPICE UP YOUR LIFE – COME SOPRAVVIVERE AL RIENTRO DALLE FESTE

Gennaio è, per antonomasia, il momento dell’anno in cui si volta pagina e si ricomincia. Il nuovo anno inizia accompagnato da buoni propositi, più o meno concreti: andare in palestra, leggere di più, prenotare in anticipo le prossime ferie. Complice il clima di festa natalizio, rientrare in ufficio dopo qualche settimana di vacanza può essere davvero traumatico. Il segreto, però, è uno solo: organizzare qualcosa di entusiasmante da fare una volta ripresa la propria routine, per rendere più piacevole il ritorno. Qui, alcuni consigli per non dover attendere la successiva vacanza e concedersi un po’ di svago, ma anche per consolarsi in vista del Blue Monday (15 gennaio), il giorno più triste dell’anno (secondo alcuni esperti, infatti, il lunedì della terza settimana di gennaio, sarebbero più alte le variabili che causano tristezza e malinconia).

LIBRI – Dal 25 gennaio arrivano in libreria quarant’anni di racconti (1948 -1985) di Charles Bukowski, nella raccolta La campana non suona per te (Guanda Editore). Nei pezzi, pubblicati inizialmente su riviste underground, si spazia dalla satira contro la guerra e il razzismo alla fantascienza, dal racconto di formazione alla fiction vera e propria, senza dimenticare le celebri avventure sessuali del Vecchio Sporcaccione.

Il 16 gennaio esce La grande truffa (Mondadori), l’ultimo thriller di John Grisham, in cui, con piglio brillante ed efficace, vengono messi a nudo gli interessi e i profitti maturati nel grande business delle scuole private.

Indispensabile, poi, la lettura di Ragazze elettriche, di Naomi Alderman (presente tra i libri dell’anno del New York Times) sugli scaffali già da dicembre. La scrittrice immagina un universo distopico dominato dalle donne, in cui gli uomini sono ridotti in semi-schiavitù e le adolescenti hanno sviluppato il potere di fulminare chiunque cerchi di molestarle (tema attualissimo, considerato gli ultimi scandali hollywoodiani, la serata “in nero” dei Golden Globe e la scelta, del Times, di eleggere “Person of the Year” le donne che hanno trovato la forza di denunciare gli abusi subiti).

CINEMA – Uscito questa settimana nelle sale, Tutti i soldi del mondo, candidato a 3 Golden Globes (di Ridley Scott, con Michelle Williams, Christopher Plummer e Mark Whalberg) il thriller drammatico che vede il sequestro, da parte della ‘Ndrangheta, del nipote dell’uomo più ricco del mondo e la corsa disperata di Gail (la madre del ragazzo) per salvarlo, dopo il rifiuto del pagamento del riscatto.

Dal 25 gennaio verrà distribuito, anche in Italia, Chiamami con il tuo nome, l’ultima fatica cinematografica di Luca Guadagnino (tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, con Timothée Chalamet e Armie Hammer e candidato a 2 Golden Globes). Nel 1983, la vita del diciassettenne Elio, un musicista più colto e sensibile dei suoi coetanei, viene sconvolta dall’arrivo di Oliver, ventiquattrenne statunitense dalla grande bellezza e dai modi disinvolti, e dal desiderio travolgente e irrefrenabile che nasce tra i due giovani.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (di Martin McDonagh, con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, John Hawkes e Peter Dinklage), trionfatore all’ultima edizione dei Golden Globes e dall’11 gennaio in arrivo nei cinema, vede Mildred, madre di Angela, una ragazzina violentata e uccisa nella provincia profonda del Missouri, sollecitare la polizia locale, con tre manifesti alle porte della città, diretti allo sceriffo, a indagare sul delitto e a consegnarle il colpevole.

SERIE TV – Nonostante le vacanze siano finite, si trova sempre tempo per l’episodio di una serie tv. Netflix ne propone due, uscite da poco, ma già virali. Si parla della quarta stagione di Black Mirror, la serie televisiva britannica, lanciata nel 2011, famosa per muovere grandi critiche all’incidere e al progredire delle nuove tecnologie, fautrici di una destabilizzazione collettiva ed emotiva e di The End Of The F***ing World, online da settimana scorsa, la storia della fuga dagli schemi di James, diciassettenne convinto di essere uno psicopatico, dal forte desiderio di uccidere un essere umano, e di Alyssa, coetanea lunatica e ribelle.

In onda, invece, su FX dal 19 gennaio, la seconda stagione di American Crime Story, la serie nata per raccontare storie vere legate a celebri casi di cronaca nera e giudiziaria dal forte impatto mediatico negli Stati Uniti, che, dopo il caso O.J. Simpson, vede ora protagonista l’assassinio di Gianni Versace da parte di Andrew Cunanan. Ad interpretare il noto stilista e il suo aguzzino, saranno rispettivamente Edgar Ramirez e Darren Criss, mentre Penelope Cruz impersonerà Donatella Versace.

MOSTRE – L’arte delle avanguardie russe, uno dei capitoli più importanti e radicali del modernismo, è in mostra al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna fino al 13 maggio 2018. Revolutija: da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky. Capolavori dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo – comprende oltre 70 opere, gli stili e le dinamiche di sviluppo di artisti tra cui Kazimir Malevich, Wassily Kandinsky, Marc Chagall e molti altri, per testimoniare la straordinaria modernità dei movimenti culturali della Russia d’inizio Novecento: dal primitivismo al cubo-futurismo, fino al suprematismo e al costruttivismo.

A Milano, tra le mura del Palazzo della Triennale, va in scena, fino al 25 marzo, Rick Owens – Subhuman Inhuman Superhuman, per cui lo stesso designer ha curato una selezione di abiti, accessori, arredi, opere grafiche e pubblicazioni, scelti tra quelli che ha realizzato in oltre vent’anni di carriera. Fulcro della retrospettiva è un’installazione scultorea che assume la forma di una gigantesca struttura materica (fatta di cemento, gigli, sabbia dell’Adriatico e capelli dello stesso stilista), metafora dell’eterno e primordiale impulso creativo che, nel bene e nel male, porta avanti l’umanità.

Roma mostra l’evoluzione, in cinquant’anni di carriera, dei Pink Floyd, uno dei più leggendari gruppi rock di sempre. Dal 19 gennaio, negli spazi del Macro – Museo d’Arte Contemporanea, prenderà vita The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, un viaggio multisensoriale e teatrale nello straordinario mondo della band, attraverso suoni, immagini e spettacoli, dalla scena psichedelica underground della Londra anni ’60 a oggi. La mostra ripercorre l’uso rivoluzionario di effetti speciali, la sperimentazione sonora, il potente immaginario e la critica sociale, culminando nella Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, comprendente la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005.

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ZAINO O BORSA? QUANDO L’ANTICO DILEMMA FEMMINILE DIVENTA PANE PER L’UOMO

Un tempo un uomo si definiva dalle scarpe o dalla cravatta. Oggi, invece, l’uomo non lo fa solo l’abito ma anche la borsa. L’accessorio tipicamente femminile, protagonista indiscusso del quotidiano e di mille film (basti pensare alla valigetta di James Bond o agli zaini dei ragazzi di Stranger Things) è diventato negli ultimi anni non solo sempre più utilizzato dagli uomini ma un vero e proprio feticcio. Si va dalla cartella da postino usata dagli hypster allo zainetto di nylon nero sdoganato dai creativi passando per la classica borsa 24 ore prediletta da manager e fanatici dell’ordine. Ad ognuno la sua, la borsa è ormai diventata un ottimo distintivo per distinguersi dalla massa.

Indispensabili già nel Medioevo, le borse morbide, antenate delle nostre, venivano utilizzate principalmente per trasportare con sé denaro e oggetti di valore non essendovi altro modo se non quello di portarli a mano. Quando poi, sugli abiti, iniziarono ad essere cucite le tasche, le borse da uomo vennero abbandonate completamente e fu solo agli inizi del Novecento, mentre l’esperienza del viaggio si faceva comune e l’automobile diventava un mezzo di trasporto di massa, che si ebbe la vera e propria diversificazione tra baule e valigia 24 ore, quest’ultima destinata ai businessmen, ‘a coloro che viaggiano per meno di ventiquattr’ore o poco più’ e che Louis Vuitton lanciò il primo baule griffato.  Negli anni ’50 poi, un modello in legno di colore rosso divenne il simbolo dei lavoratori pubblici e degli imprenditori inglesi, essendo utilizzata dal governo per trasportare il budget annuale prima del discorso del cancelliere, mentre dobbiamo tornare alla fine degli anni ’60 per trovare il primo zaino in nylon. Lo zaino dei banchi di scuola è infatti relativamente recente perché i primi modelli con la zip erano esclusiva degli alpinisti e degli avventurieri. I modelli più ‘moderni’ e leggeri arrivano come risposta al bisogno degli studenti universitari di portare da un’aula all’altra del campus i propri libri, considerato che fino ad allora si utilizzavano alternativamente una valigetta 24 ore dotata di bretelle, detta satchel, e la ‘book strap’, il cinturone di cuoio che si legava attorno ai libri.

Oggigiorno entrambe non sono più solo un mezzo pratico e funzionale ma un vero e proprio strumento capace di caratterizzare e affermare l’identità di ciascuno. Dai cartoni animati alle stampe più disparate, in tinta unita o con applicazioni, le sfilate Uomo hanno visto tornare di moda lo zaino (se mai era passato), reinterpretato nelle versioni più varie: dal classico maxi zaino da campeggio a modelli sobri e urbani dalle linee essenziali, da usare come borsa per l’ufficio o per lo studio. Forme e usi che riflettono i tempi, modificandosi e adattandosi alla sempre più diffusa mobilità e portabilità del lavoro.

Se poi, inizialmente, la 24 ore era suddivisa internamente per comparti, utili a separare i diversi documenti, col tempo si è arricchita di scompartimenti e tasche per contenere oggetti tecnologici e relativi accessori, come carica batterie, cuffie, hard disk.

I modelli possono essere diversi, da quello elegante con manici corti ed in pelle, passando per quella sportiva, in tessuto a quella con annessa tracolla. E’ un accessorio insostituibile e ancora molto presente in passerella, uno statement che indica potere, educazione e opportunità.

Per gli indecisi, a metà strada, quasi un ibrido, troviamo la messenger bag, la famosa ‘borsa da postino’, nata a metà dell’Ottocento per essere posta in sella ai cavalli e contenere pacchetti, giornali, telegrammi e altre missive da consegnare con urgenza, e che, in caso di imprevisti, poteva essere portata tranquillamente sulle spalle. Ai cavalli si sostituì poi la bicicletta, fino a che nel 1980, John Peters fondò Manhattan Portage e la messenger bag divenne il trend urbano che non ha mai smesso d’essere, realizzata in canvas o in pelle, a fantasia o logata (o entrambe), per qualunque tasca e qualunque estetica.

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SOTTO LA GIACCA: T-SHIRT O CAMICIA? REGOLE DI STILE E CONSIGLI

Emporio Armani FW 17/18

Non solo camicia: le tendenze della moda uomo vedono sempre più spesso t-shirt, polo o maglie invernali portati sotto alla giacca, con o senza cravatta. Stili per un uomo che ha voglia di rinnovarsi, di trovare nuovi tratti distintivi per esprimere il proprio essere e di ricercare un’individualità attraverso il proprio vestire. Il gioco sta tutto nel rimescolare i capisaldi dell’eleganza.

Ecco, le regole e i consigli da seguire per essere sempre impeccabili sono poche e semplici.

Coloro che hanno una pelle scura o olivastra dovrebbero prediligere i contrasti forti: camicia bianca con giacca nera, blu o rossa. Per chi ha una pelle chiara conviene invece orientarsi verso accostamenti meno decisi, puntando ad esempio su una camicia baby blue abbinata ad una giacca blue navy o magari scegliendo tra le gradazioni del marrone, sempre presenti sulle passerelle.

La camicia con il collo alla coreana è un capo da tenere sempre in considerazione, che non può mancare in alcun armadio. È una camicia giovanile che, indossata sotto all’abito, permette di essere elegante pur non prevedendo la cravatta, magari in Jersey o in Filo di Scozia. Ultimamente se ne trova anche una versione più fresca a girocollo, come fossero delle t-shirt, riprendendo le camicie da baseball americano.

La camicia che si va ad indossare sotto deve essere o in linea con lo stile elegante della giacca o più casual di quest’ultima, privilegiando una vestibilità slim fit che permette di avere una linea pulita sia nel caso in cui la si indossi fuori sia nel caso la si porti dentro il pantalone, scegliendo ovviamente una bella cintura che stia bene con il carattere dell’abito.

Altra regola da non dimenticare è che il polsino della camicia deve rigorosamente sporgere dalla giacca di circa 1 cm, così come il colletto dovrà seguire lo stesso principio in corrispondenza del collo della giacca, facendo attenzione che aderiscano bene tra di loro.

Nel caso si scelga di indossare una t-shirt, è meglio che abbia il bordo in Jersey, in quanto risulta più elegante, e che sia priva di taschino. Bianca o nera, bordeaux o baby blue, a fantasia. La t-shirt è accettata in ogni variante, a patto che l’evento in cui la si indossi non sia una cerimonia e che si rispetti l’abbinamento di colori. Nonostante le ultime tendenza vedano anche una t-shirt scollata sotto alla giacca, è preferibile indossarne una accollatissima.

Indossando una giacca in tweed si può scegliere la t-shirt o la camicia da indossarvi sotto in due modi: prediligendo il colore dominante della giacca, ad esempio indossando una t-shirt color zucca sotto una giacca a base marrone, o rompendo completamente gli schemi di colore per sdrammatizzarne la serietà, ad esempio con una t-shirt giallo neon.

Per quanto riguarda le fantasie, più che una regola è un consiglio: sbizzarrirsi. Che si tratti di una t-shirt o di una camicia, le si può scegliere in tinta o in contrasto con la giacca, o sovrapponendone di diverse. Polca dot su righe, tropical su mini cravatteria, quadri più grandi su più piccoli, e così via.

Con l’avvento della stagione invernale, si può sostituire alla t-shirt un maglione, sia esso dolcevita, a girocollo o con scollo a V, tenendo conto delle regole valide per gli altri capi. Un’ottima soluzione per risultare eleganti e cool senza soffrire il freddo.

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#ABSOLUTNIGHT MILANO: LA MIGLIORE MUSICA ELETTRONICA PER GLI EDIFICI DIMENTICATI DI FORGOTTEN

Che il fine ultimo fosse devolvere parte del ricavato a FORGOTTEN, il progetto di riqualificazione di edifici “dimenticati” nato nel 2015 dall’esigenza di valorizzare il patrimonio architettonico contemporaneo di Roma attraverso l’arte di talenti internazionali, lo si capisce dalla scelta della location della tappa meneghina di #AbsolutNight, il tour di ABSOLUT vodka e CLUB TO CLUB che, venerdì 24 novembre, ha portato sul ring i campioni della musica new-wave italiana, Simone Trabucchi/STILL e Alessio Natalizia/NOT WAVING, che con le loro frequenze sonore ed eclettiche vibrazioni hanno fatto ballare fino all’alba gli instancabili avventori della notte, in un’atmosfera a cavallo tra presente e passato. Che La prima regola nella boxe: “è vietato voltare la schiena all’avversario, mentre l’altro cerca di colpire con i pugni senza essere a sua volta colpito”, lo si doveva ripetere spesso negli anni ’50, a Milano, al Teatro Principe, una delle più grandi palestre di boxe, quando i pugili, con i loro incontri, facevano vivere al pubblico le emozioni di una serata speciale e di un evento fuori dal comune. Caratteristiche rimaste intatte per la tappa meneghina. Per l’occasione ha debuttato la nuova limited edition ‘Absolut Uncover’, con una cover blu notte che è un cielo stellato da strappare, per svelare la bottiglia costellata da mille bagliori iridescenti e un divertissement artistico, che ci ricorda la libertà di potere amare chiunque vogliamo. Cocktail d’autore, luci rosse al neon e video-installazioni interattive in leap motion, circondati dai filmati delle vecchie glorie della box e da un pubblico consapevole di trovarsi in una serata unica come poche. Noi abbiamo passato la notte ad ammirare la bellezza del luogo, le balconate su tre livelli che si svelavano a tratti nella semi oscurità, immersi nell’elettronica migliore e siamo andati avanti fino a che la pioggia – che ci aspettava all’uscita – non ci ha decretato vincitori.

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FILMMASTER: DAGLI SPOT BARILLA AI GIOCHI OLIMPICI DI RIO, 40 ANNI DI SUCCESSI

Filmmaster compie 40 anni e lo fa senza aver mai smesso di guardare al futuro. Quattro decadi scandite dalla capacità di anticipare i tempi per la nota azienda italiana, leader nel settore dell’advertising, che nasce nel 1977 dall’intuizione di Sergio Castellani, Stefano Coffa e Giorgio Marino, a pieno titolo entrati nella storia della pubblicità. Col tempo l’azienda ha ampliato i propri orizzonti, diversificando il business nel mondo degli eventi con la creazione di Filmmaster Events, affiancata alla già presente Filmmaster Productions, casa di produzione tra le più importanti d’Europa e oggi sotto l’egida di Lorenzo Cefis. Gli spot indimenticabili della Barilla – Quando c’è Barilla c’è casa – e di Mulino Bianco, oltre allo storico paradiso della Lavazza o allo spot di Flora by Gucci con cui ha vinto uno degli otto Leoni d’Oro che vanta, sono solo alcuni degli esempi della creatività espressa dalla Filmmaster Productions. Anche Filmmaster Events si è da subito distinta a livello internazionale. Nel 2016 si è occupata della realizzazione di ben nove cerimonie, tra cui UEFA, UCL, Euro 2016 e Giochi Olimpici di Rio e già l’anno prima aveva gestito tutti gli eventi legati a Expo 2015, con l’apertura e 3 padiglioni corporate, oltre all’opening berlinese della Champions League. Filmmaster Events è diretta dal Ceo Andrea Varnier, che, nell’occasione del quarantesimo anniversario della casa madre, ci racconta la forza e la metodologia della divisione da lui guidata, attraverso quello che è stato uno degli avvenimenti più amati a livello globale: i Giochi Olimpici di Rio 2016.

Quali punti di forza hanno permesso a Filmmaster Events di diventare uno dei più grandi player nel settore eventi?

Sin dall’ideazione, Filmmaster ha gestito l’intero processo di realizzazione eventi, dalla presentazione e dall’idea creativa alla messa in scena, occupandosi, cosa nient’affatto comune, dell’intera filiera. Proprio questo è uno dei suoi punti di forza. A questo si aggiunge la consapevolezza che, come recita uno dei detti più antichi del mondo, l’unione fa la forza. Tutti i progetti sono corali, realizzati con conoscenze ed esperienze condivise e alle persone che, dal creativo al volontario, rendono la pluralità una chiave di volta.

Come siete arrivati ad organizzare i Giochi Olimpici?

Ai Giochi Olimpici e Paralimpici, Filmmaster si era avvicinata nel 2006, con l’edizione di Torino, che vedeva un lavoro molto complesso e un grande spettacolo, concretizzato confrontandosi egregiamente con un mondo sconosciuto e con le specificità del settore olimpico, grazie anche alla fortuna di lavorare in casa. Dieci anni dopo, nel 2016, ecco arrivare l’edizione di Rio, da affrontare con l’esperienza acquisita nel mentre.

Quali sono i passaggi essenziali per far sì che le cerimonie dei Giochi Olimpici siano un evento di successo? Quali le differenze tra l’una e l’altra edizione?

La differenza sta in un progetto completamente diverso, ideato a distanza di 10 anni dal primo, durato cinque anni e gestito affiancando il Comitato Organizzatore, da cui è scaturita la realizzazione delle quattro cerimonie – due di apertura e due di chiusura – a cui si aggiungono quella di benvenuto agli atleti e l’accensione delle due torce, quella olimpica e quella paralimpica. Le Olimpiadi sono uno show di circa tre ore e mezza, dal vivo, che non prevede alcuna replica. Il problema principale è costituito dal contesto, in quanto sono gestite dai Comitati Organizzatori. Queste associazioni sono composte di stakeholders importanti come la città e il governo, che fissano budget mai negoziabili e aprono un bando per trovare aziende che si occupino dell’aspetto creativo, di quello tecnico o del management. O di tutto il processo, come Filmmaster. Il progetto inizia con due anni e mezzo d’anticipo, dopo l’approvazione del Comitato Olimpico Nazionale con un concept già ben sviluppato, che vede l’affinazione dei costi operativi. Si definiscono, poi, i dettagli e si ricercano le migliaia di volontari necessari, con i casting e la delineazione dei gruppi. Sei mesi prima della cerimonia, inizia finalmente la vera produzione, lavorando sui costumi, sulle scenografie e sugli altri elementi scenici che portano al disegno del palco. Considerato che, la cerimonia di chiusura avviene di domenica, diciassette giorni dopo quella di apertura, non la si può provare in loco, se non in un’area appositamente ricostruita e riproducente lo stadio in scala, visto che quello reale è occupato dalle gare in corso. La chiave del successo è stata l’appoggiarsi a un partner brasiliano, con cui si è condiviso il know-how olimpico e quello di events management, attingendo in cambio a quello basato sulla cultura locale.

Quanto è influenzato un evento, sia nel processo di ideazione che di realizzazione, dalla cultura di un Paese?

Moltissimo. La partnership ha permesso la realizzazione di un evento enorme, reso ostico dalle condizioni logistiche, economiche e sociali non molto facili del Paese. Se nel 2012, infatti, il Brasile attraversava un periodo di floridezza, nel 2016 non era che un’altra nazione in crisi, aspetto che si è riflesso sul lavoro di Filmmaster, costretta a lavorare con un budget inferiore a quanto stabilito. Un Paese può agevolare o meno la produzione, a seconda della velocità della burocrazia. In questo caso la cultura brasiliana è stata d’aiuto per la sua musica, la voglia di ballare e di divertirsi, che ha reso tutto più facile. 12mila atleti, circa 50 capi di governo e decine di migliaia di spettatori. Il pubblico dal vivo, che è minoritario rispetto a quello televisivo, ha comunque un enorme impatto sulla riuscita dello show e a quello brasiliano sembrava fosse stata consegnata la sceneggiatura: l’applauso scoppiava sempre nel momento esatto in cui si sperava scattasse.

In una società sempre più portata a perdere la capacità di meravigliarsi e in cui si rischia di risultare spesso noiosi o poco innovativi, come affronta Filmmaster questa sfida?

È un’analisi realistica, che però non si adatta ai Giochi Olimpici, perché sono un evento storico, atteso sempre con molta emozione. Per gli altri è, invece, essenziale sapersi adattare alla realtà. E in ognuna di esse saper emozionare perché, per quanto la tecnologia avanzi e cambi il nostro mondo, non potrà mai sostituire le componenti più importanti: quella emotiva e quella umana.

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IRAQ: UNA FERITA APERTA

CASA EMERGENCY e La Triennale di Milano, ospitano la mostra, Iraq: una ferita aperta, il racconto dell’orrore di Mosul, documentato da Giles Duley, la prima fino al 23 novembre; la seconda, con un estratto, fino al 12/11.

Il fotografo inglese, nel febbraio 2017, ha visitato l’ospedale di EMERGENCY a Erbil, per mostrare al mondo la più grande battaglia urbana dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’occupazione della città da parte dell’ISIS e la controffensiva irachena hanno generato una violenza inaudita, che ha visto soccombere 40mila esseri umani e costretto più di 700mila persone a evacuare. Questo l’orrore che Duley ha raccontato con il suo obbiettivo. Una guerra vista da vicino, con gli occhi di chi la vive e attraverso quelli di chi la documenta. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda e musica, Giles Duley ha iniziato a viaggiare per documentare le storie delle vittime di guerra in tutto il mondo arrivando, nel 2011, a perdere entrambe le gambe e il braccio sinistro in un’esplosione in Afghanistan. Nonostante ciò, ha sempre cercato di trovare un barlume di speranza da immortalare, come una risata o l’amore di una famiglia. Qualcosa a cui valesse ancora la pena restare aggrappati, per mantenere viva la speranza. A Mosul, però, questo barlume è stato impossibile da trovare. Bambini mutilati, famiglie distrutte, un ragazzo paralizzato da un proiettile di un cecchino. Perché mostrare tanto dolore? «Credo che la fotografia richieda una grande responsabilità. Nel momento in cui prendo tra le mani la fotocamera, per raccontare la storia di una persona, mi chiedo: Perché lo sto facendo?» spiega Duley. La risposta arriva dalla madre di un bambino di 12 anni, ricoverato nell’ospedale di EMERGENCY, che ha perso entrambe le gambe e gran parte della mano destra. «Quando un bambino è così tragicamente ferito, il mondo intero deve vederlo». Duley non si limita a suggerire l’idea di guerra, ma la documenta, nella consapevolezza di quanto sia necessario vedere per comprendere. «La fotografia perde di significato se non faccio tutto il possibile, affinché il mondo veda quello che i miei occhi hanno visto. Questo è il mio dovere». L’immagine scattata come testimonianza, nel mostrare e nel trasmettere un senso di dovere, perché le cose, senza alcun compromesso possibile, devono cambiare.

 

CASA EMERGENCY                                                                                              Triennale di Milano
Via Santa Croce 19, Milano                                                                                      Via Alemagna 6, Milano
28/10 -6/11 | 14/11 – 23/11                                                                                        24/10 – 12/11
Lunedì – Domenica 10:00 – 19:00                                                                         Martedì – Domenica 10:30 – 20:30

 

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SULVAM, IL BRAND GIAPPONESE ‘VERY IKI’

Cover_Teppei Fujita

MANINTOWN ha dialogato con i designer più interessanti del momento per scoprirne il rapporto con il significato di eleganza, con la tradizione estetica italiana e con la città di Milano.

Classe 1984, il giapponese Teppei Fujita fonda il brand SULVAM nel 2014. Diplomato al Bunka Fashion College di Tokyo, con alle spalle una lunga collaborazione presso Yohji Yamamoto, Fujita guadagna presto il consenso degli addetti ai lavori internazionali, aggiudicandosi il “Tokyo Fashion Award” nel 2014 e, come uno dei vincitori di “Who Is On Next? Dubai” nel 2015; presenta le proprie collezioni in occasione della Paris Fashion Week. A Milano sfila durante la moda uomo S/S 18 ne La Fabbrica del Vapore, grazie all’aiuto di Camera Moda. Il suo stile fa tesoro della lezione del grande maestro, sviluppando un tailoring reinterpretato in chiave fortemente contemporanea, con un focus su tessuti di grande qualità e silhouette innovative.

Come trasformi l’idea tradizionale di eleganza maschile? Cosa sono lo stile e l’eleganza per te?

Non faccio molto riferimento allo stile italiano, non credo sia mio compito farlo. In ogni caso, ho sempre considerato il concetto di ‘eleganza’ nelle mie collezioni e non credo che lo stile coincida con il come vengono indossate. L’eleganza è insita in ognuno. Il gentleman che indossa un abito di tutto punto, come nell’Europa degli anni 30, è elegante, l’operaio in vesti da lavoro, è elegante. C’è una parola giapponese, ‘IKI’ (parola che riassume l’essenza della cultura giapponese in quanto racchiude in sé seduzione, energia spirituale, rinuncia) che credo si avvicini molto al concetto di eleganza.

Hai ricevuto supporto da Camera Nazionale della Moda? In che modo?

Era la prima volta che organizzavamo uno show a Milano, con un team molto piccolo e lavorare lì è stata una grande esperienza formativa per tutti noi. Siamo stati capaci di capire ciò di cui avessimo bisogno e ciò che invece non serviva. In quanto piccolo brand, sarebbe stato difficilissimo realizzare un intero show e in questo, il supporto di Camera Moda è stato essenziale. A sera ci siamo resi conto della fantastica esperienza vissuta e di quanto sarebbe bello tornare sulle passerelle milanesi.

Stai cambiando il fashion system milanese?

 Milano è un grande punto di riferimento nella storia della moda, e io vorrei superarlo. Non voglio realizzare capi ‘tradizionali’. Vedo molti giovani designer fare sfilate con capi street-style, ma lo stile di SULVAM è diverso. Non credo di suscitare grandi cambiamenti nella Milano Fashion Week, ma di certo eravamo lì per trasmettere qualcosa con la nostra sfilata.

Quali sono i tuoi 5 hot spot preferiti a Milano o in giro per il mondo?

Per lo shopping due destinazioni di riferimento per me sono: United Arrows One (Harajuku) e Dover Street Market a Ginza. Poi amo molto il vintage e tra le mecche da non perdere per trovare abiti e mobili speciali è lo store Jantiques nel cuore della shopping street Nakameguro. Per vivere invece la nightlife di Tokyo vi consiglio questi due club & disco a Shibuya: Vision e Contact.

United Arrows One, B1F-3F, 3-28-1 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo 150-0001, www.united-arrows.co.jp
Dover Street Market Ginza, 6 Chome-9-5 Ginza, Chuo, Tokyo 104-0061, ginza.doverstreetmarket.com
JANTIQUES, 2 Chome-25-13 Kamimeguro, Meguro, Tokyo 153-0051, www.instagram.com
Vision, B1F 2-10-7 Dogenzaka, Shibuya 150-0043, Prefettura di Tokyo, www.vision-tokyo.com
Contact, 2-10-12 Dogenzaka | B2F SHINTAISO BLDG No.4, Shibuya 150-0043, Prefettura di Tokyo, www.contacttokyo.com

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APRE AD OSLO IL PRIMO FLAGSHIP STORE TARGATO ROSSIGNOL

Inaugura ad Oslo, al numero 2 di Holmens Gate, il primo flagship store di Rossignol. Progettato dallo studio L+L architetti, lo store di 270 mq riflette i valori di autenticità, eleganza e audacia del brand, sottolineando il legame con la montagna attraverso l’uso innovativo di materiali tradizionali come il larice invecchiato, l’ardesia e il ferro nero e l’esaltazione di ogni dettaglio attraverso volumi moderni e sofisticati, illuminati da led grafici che evocano le tracce degli sci lasciate sulla neve. Un concetto di store di nuova generazione in grado di offrire ai propri clienti un’esperienza completa, grazie al design funzionale e ai moderni sistemi di acquisto omni-channel. Sarà infatti possibile acquistare secondo tre modalità: StoreToDoor, ordinando i prodotti in negozio e ricevendoli a casa, Click&Collect, acquistando i prodotti online e ritirandoli in negozio e Workshop, un servizio personalizzato di regolazione delle attrezzature. Sviluppato su due piani, lo store offre un dialogo continuo tra attrezzatura tecnica (presente al primo piano) e apparel (esposto al piano terra e comprendente le collaborazioni con Jean Charles de Castelbajac e Tommy Hilfiger) in uno spazio che, oltre ad essere il più grande aperto dal brand, è l’unico a contenere tutti i marchi prodotti e distribuiti dal Gruppo. Il flagship store si aggiunge ai 6 monomarca già aperti a Lione e nelle più esclusive destinazioni sciistiche in Francia, Svizzera e Italia – Chamonix, Megéve, Crans-Montana, St Moritz, Courmayer.

www.rossignol.com

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99objects:il collezionismo si fa arte da collezionare

99OBJECTS è il nuovo progetto di ricerca di Luciano Paselli e Matteo Tommaso Petri, conosciuti come i PetriPaselli, duo artistico bolognese nato nel 2007 le cui ricerche artistiche sono, da sempre, improntate sul collezionismo in tutte le sue varianti. Accumulare, raccogliere, catalogare sono forme diverse di una stessa passione, spesso ai limiti della patologia, attraverso cui approcciarsi al mondo e affermare se stessi. Il progetto, presentato il 26 ottobre al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, si sviluppa in tre direzioni diverse, nei mezzi e nelle modalità.

99OBJECTS-ON PAPER è il cuore di tutto: una proposta editoriale completamente autoprodotta, consistente in una collana di 99 libri, con cadenza quadrimestrale, ognuno dei quali avrà come protagonista una sola tipologia di oggetto da collezione. Si va dai posacenere ai portachiavi, passando per i bolli chiudilettera (simili ai francobolli, ma senza valore) scelti perché riflesso di una determinata area geografica o di un periodo storico. Il collezionismo selezionato dai PetriPaselli può essere definito minore, popolare, in cui l’oggetto viene collocato in un’asettica pagina bianca al fine di poter esprimere il proprio corredo estetico ed evocativo, a cui fanno eccezione alcune pagine in cui lo stesso interferisce con un contesto, producendo un corto circuito visivo. Il libro è esclusivamente fotografico, nessuna parola o carattere tipografico ad eccezione del titolo: 99Objects – issue 1/99 – Souvenir ashtrays. I posacenere, protagonisti del primo numero, erano tipici degli anni ’60/’70, prodotti a scopo pubblicitario o turistico. La collezione presentata è quella degli ultimi vent’anni di Rossella Ricci e conta più di 300 pezzi con soggetti turistici italiani, tra località di punta e altre minori. 99 soggetti diversi: 93 su sfondo bianco e 6 ambientati, rielaborando le storiche copertine della Domenica del Corriere, firmate dal noto illustratore Walter Molino.

99WORDS, al contrario, si sviluppa esclusivamente in forma digital e testuale, attraverso un blog in cui verranno pubblicati testi, già editi o realizzati da collaboratori, inerenti alla tematica del numero, al collezionismo storico, ai materiali, alle fabbriche che hanno fatto la storia del prodotto, ai collezionisti, alle fondazioni e collezioni private, all’antropologia. Una parte che rivela realtà parallele e vicine, indagando i contatti e l’esperienza dei due artisti.

99ART&DESIGN è invece la parte di produzione e vendita pensata in occasione dell’uscita dei nuovi numeri. Su www.99objects.it sarà infatti possibile, oltre a visitare la sezione blog/experience, acquistare i numeri pubblicati, opere d’arte a tiratura limitata, poster e oggetti di design pensati con grafici e designer.

Collezionismo, accumulo ed estetica del quotidiano tornano ad intrecciarsi nell’arte dei PetriPaselli al valore simbolico degli oggetti, fungendo da ispirazione e mezzo comunicativo e venendo espressi attraverso ricordi, raccolte e un enorme archivio di oggetti, decontestualizzati e capovolti, che divengono catalizzatori di esperienze ed emozioni. La loro arte è in grado non solo di suscitare epifanie, ma di rendere pubblica e condivisibile la memoria privata e personale di ognuno, provocando cortocircuiti visivi e di senso.

La presentazione del progetto avverrà giovedì 26 ottobre, alle 18:30, al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

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SOTTO UN’ALTRA LUCE: L’ALCHIMIA DI GIANFRANCO FERRE’

Le donne saranno sempre affascinate dai materiali preziosi e dalle lusinghe che risultano dal connubio tra il loro corpo e la lucente magnificenza dei monili posseduti: simbolo di ricchezza e prestigio, prima ancora d’essere rappresentazione della personalità e del sé. Nella storia, i gioielli e nei gioielli, un mondo. O meglio: il mondo, quello inimitabile di Gianfranco Ferré. Nell’austera Sala del Senato di Palazzo Madama, a Torino, dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018 vanno in scena le sue creazioni più preziose nella mostra “Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: “Gioielli e Ornamenti”, curata da Francesca Alfano Miglietti. L’esposizione – organizzata e prodotta da Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei – presenta in anteprima mondiale 200 oggetti-gioiello, che ripercorrono per intero la vicenda creativa del celebre stilista italiano, partendo proprio dall’arte del suo esordio, da quei primissimi successi come creatore di bijoux ed accessori che Gianfranco Ferré aveva ottenuto prima di fondare la società che porta il suo nome e di divenire direttore creativo di Christian Dior tra il 1989 e il 1996. Pietre lucenti, metalli smaltati, conchiglie levigate, legni dipinti, vetri di Murano, ceramiche rètro, cristalli Swarovski, e ancora legno e cuoio e ferro e rame e bronzo, secondo l’usuale confronto dello stilista con la materia, su cui interveniva direttamente, in tutte le sue identità e della sua elaborazione innovativa, a cui applica la coerenza e il rigore degli studi giovanili in architettura e design e attraverso cui si fa narratore. Gianfranco Ferré ha scelto negli anni una forma di creatività che sceglie l’ornamento e che fa dello stesso un rito antichissimo, un oggetto per il corpo che ne diventa quasi protesi, estensione, in una fusione tribale. Gli oggetti in mostra, realizzati per sfilate dal 1980 al 2007, sono infatti descritti come complemento dell’abito e suo accessorio ma vengono esposti insieme ad alcuni capi in cui, «è proprio la materia-gioiello a inventare e costruire l’abito, diventandone sostanza e anima. Potrei dire persino che, nella mia immaginazione, il gioiello mi aiuta a ‘costruire’ il corpo, a scolpirlo con nitore», come raccontava lo stilista stesso. Abiti e accessori: l’uno specchio e al contempo chiave interpretativa dell’altro. L’allestimento, realizzato dall’architetto Franco Raggi, si inserisce perfettamente nella linea narrativa dei monili, mediando tra la grandiosità dello spazio e la ricchezza dei gioielli, tenuti in penombra come fossero ancora visti attraverso gli occhi delle Madame che abitavano il palazzo alla luce fioca delle candele, e si risolve in sei strutture di ferro sopraelevate, arrugginite e brutalmente espositrici della loro povertà materiale. Ad ognuna di esse un nome legato ai quattro elementi naturali, visibili e invisibili, fisici e spirituali Acqua, Aria, Terra e Fuoco e all’Energia e Potenza contenute in essi e nient’altro. Un richiamo all’Arte Povera, nata proprio a Torino, che comprendeva il senso dei materiali sia dal punto di vista alchemico che in quanto essenziali per la vita. Creare, d’altronde, era per Gianfranco Ferré sinonimo di trasformazione e di azione sul mistero di quest’ultima, proprio come un alchimista.

Gianfranco Ferrè, Sotto un’altra luce

Torino, Palazzo Madama, dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018

http://www.palazzomadamatorino.it/it/eventi-e-mostre/mostra-gianfranco-ferre-sotto-unaltra-luce-gioielli-e-ornamenti

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NAN GOLDIN, LA BALLATA DELLO SCANDALO

Ci si ritrova al buio nel piccolo anfiteatro realizzato dalla Triennale di Milano, in un’intimità rapida a nascere e temporanea, come fosse una cena da amici al ritorno dalle vacanze, seduti sul divano a guardare le diapositive del viaggio, che in questo caso mostrano l’opera ‘sacra’ di Nan Goldin. Quella che passa sullo schermo è la passione ardente delle New York, Boston, Londra e Berlino degli anni ’80 vissuta da artisti, artistoidi, musicisti, attori incontrati nella frenesia dei grandi cambiamenti e dagli uomini e le donne con cui Nan Goldin, dai diciassette anni, ha condiviso il quotidiano. Il racconto spietato e sincero, disperatamente malinconico, attraversa la droga, l’omosessualità, l’alcool, la violenza, e poi la morte per Aids di molti di quei protagonisti, la maternità, la tenerezza del sesso e l’ossessione che si trascina, nascosta. Presentata alla Triennale di Milano e promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea, ‘The Ballad of Sexual Dependency’ è il manifesto brutale di una passata realtà americana, esposta senza filtri, che trascina lo spettatore in un’esperienza immersiva al limite del voyeurismo, in cui l’arte non solo imita la vita ma se ne fa specchio e ingranditore. Un diario visivo autobiografico e universale sulla fragilità degli esseri umani avviato agli inizi degli anni Ottanta, composto da 700 fotogrammi montati in un video di 42 minuti con una colonna sonora accuratamente selezionata che vede, tra gli altri, i Velvet Underground, James Brown, Nina Simone, Charles Aznavour e Petula Clark.  La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Il volto di lei violaceo e gonfio, pestata dal fidanzato, e le feste nei minuscoli appartamenti in cui si balla e ci si inietta eroina, i momenti di solitudine davanti allo specchio e i letti sfatti dal sesso. Foto impudicamente reali, goffe e sfocate che con la loro imperfezione riescono a rappresentare un mondo sì minuscolo e a sé stante, ma universale, in cui si sospende ogni giudizio nel riflesso del proprio vissuto.

NAN GOLDIN

‘THE BALLAD OF SEXUAL DEPENDENCY’

LA TRIENNALE DI MILANO

19 SET – 26 NOV

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VENEZIA INTERNATIONAL TATTOO CONVENTION: L’ARTE SI FA SULLA PELLE

Dopo il successo delle precedenti edizioni, la Venezia International Tattoo Convention, torna in scena, dal 13 al 15 ottobre, al Centro Congressi del Russott Hotel di San Giuliano.
Nella laguna veneta si prevedono tre giorni di pura arte, in quella che è una delle manifestazioni settoriali più ambite al mondo, che acquista il suo prestigio non solo dalla varietà internazionale dei tatuatori presenti (selezione che avviene su invito personale) ma anche dal patrocinio ufficiale di Venezia, che si conferma ancora una volta Città d’Arte. Un evento che usa la pelle come linguaggio artistico e che prevede, oltre alla possibilità di farsi tatuare dai propri idoli, anche quella di assistere ai Tattoo Contest, che vedranno gli artisti sfidarsi ogni giorno a colpi di creatività, e di godere della musica di ABA, finalista della settima di edizione di XFactor, sul palco dell’area lounge esterna, attrezzata con maxischermi per non perdersi nessuna esibizione. Sul palco principale, una presentatrice d’eccezione: la pin-up, modella e performer torinese Bianca Nevius. In veste di ospite sarà poi presente, alla Venezia International Tattoo Convention, la famosa modella interamente tatuatua Riae, delle SuicideGirls, seguitissima sui social network con 2,5 milioni di followers.
Non solo tatuaggi, ma anche body painting: Ospite d’Onore e Madrina dell’evento sarà infatti Rabarama, artista italiana attiva nel panorama internazionale, grazie allo stile unico e riconoscibile dei corpi decorati che sarà presente sul palco sabato 14 ottobre, mentre su quello principale, ogni giorno, sarà possibile assistere all’esibizioni di Lela Perez, terza classificata ai campionati mondiali svoltisi in Austria nella categoria Fluo.
Un evento imperdibile che si focalizza sull’artista, la sua arte e la simbiosi tra lui e la persona che desidera avere sulla pelle un’opera unica ed irripetibile e che si conferma, anche quest’anno, una delle convention più amate dai tattoo-lovers.

Orari di apertura:

Ven – Sab – Dom dalle 12,00 alle 24,00
Ingresso giornaliero: full day € 20 – dalle ore 21,00 in poi 10€
Biglietti acquistabili solo direttamente in Convention.
Per i ragazzi fino a 13 anni è previsto l’ingresso gratuito se accompagnati da un genitore.

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CENTO COLPI DI PETTINE (DA BARBA)

In questi anni in cui ai barbieri è stato riconsegnato il loro ruolo di veri artigiani si è assistito alla nascita di nuovi punti di riferimento per il men’s grooming e all’evoluzione di saloni storici che hanno affinato la propria arte nel soddisfare anche il cliente più esigente. A Milano, il barbiere è ormai un must per l’uomo di oggi: che sia per farsi ridisegnare la lunga barba da ‘hipster’, per la cura dei baffi o per una rasatura completa in stile americano, sono sempre di più gli uomini che si affidano alle mani di barbieri esperti in quello che, più che un semplice rito quotidiano, è divenuto sempre più un rituale di benessere per abbandonare la stanchezza del giorno e sentirti parte di un vero e proprio gentleman club.  Dalle ispirazioni nordamericane a quelle gipsy ogni salone ha una propria caratteristica identità che ne rinforza non solo il prestigio ma anche la sensazione, nel cliente, di far parte di un luogo unico.

Ecco i cinque saloni scelti da ManInTown per voi!

1 – GUM SALON
Lo storico salone, che prende il nome dalla brillantina in voga negli anni ’50, nasce nel 2009 e ha inaugurato l’anno scorso la sua nuova location in Corso Italia 46, infondendo la sua anima rock’n’roll a un elegante appartamento dei primi del ‘900. “Le nuove tendenze barba stanno portando sempre di più ad un mood, No Beard. La barba lunga, ormai, sta lasciando spazio a baffi curati, barbe corte e definite o addirittura completamente rasate. Il tutto ovviamente abbinato al giusto taglio di capelli, racconta Stefano Terzuolo, fondatore di GUM e brand ambassador di Braun che, insieme al suo team, lavora per reinterpretare creativamente stili innovativi, dal taglio alla barba, e per ricercare colori, sfumature e tonalità personalizzate in grado di valorizzare l’unicità di ogni cliente.
gumsalon.com

2 – ROOTS – HAIR & TATTOO
Roots – Hair & Tattoo, trasferitosi da poco in Corso San Gottardo 3, è un salone dallo stile rètro, curato in ogni minimo dettaglio dagli hairstylist e tattoo artist che vi lavorano per creare uno spazio intimo e dare l’idea di casa, così che ogni cliente possa sentirsi da subito a proprio agio.
All’interno del salone è inoltre possibile trovare in vendita prodotti esclusivi, limited edition, capsule di designer – emergenti o affermati – e oggetti personalizzati. Sulle pareti si alternano oggetti di design e immagini di icone tatuate, e anche ex voto, mentre e un’accurata selezione di libri aiuta a creare quel mix di passato e presente, capace di regalare un’esperienza indimenticabile a chi sceglie di affidarsi al team di Roots.
www.rootsmilano.com

3 – TONSOR CLUB
Nato nel 2016 dalla mente di Stefano Piuma e Mauro Bellini (già menti creative di Les Garçon de la Rue, storico salone di parrucchieri), il Tonsor Club, in Via Palermo 15, è uno spazio interamente votato alla cura dell’uomo contemporaneo, in cui è possibile dimenticarsi almeno per un po’ dei problemi quotidiani, sorseggiando un drink e sfogliando un buon libro, mentre si ascolta un brano jazz e si vive la tradizione più antica della barberia. Non a caso il nome latino ‘tonsor’ designa un ‘barbiere’, inteso come punto di ritrovo maschile in cui condividere la quotidianità d’ognuno. Il Tonsor Club non è solo un posto in cui sentirsi a casa, ma a cui appartenere, come nei più famosi gentleman’s club.
tonsorclub.com

4 – BULLFROG – MODERN ELECTRIC BARBER
Bullfrog è uno dei barbershop di Milano tra i più conosciuti punti di riferimento per il cultori del grooming. Nato nel 2013 da Romano Brida – che dopo un viaggio a New York ha importato il concept dei barber shop – offre alla propria clientela non solo un servizio di alta qualità, in un ambiente che è un mix tra quello della tradizione italiana e le atmosfere dei barber shop “di strada” nordamericani, ma anche una linea di prodotti e accessori che fanno del grooming un vero e proprio culto di lifestyle. Oltre al locale storico in Via Thaon de Revel 3, a Milano sono stati aperti altri tre store in Via Dante 4, Piazza Alvar Aalto e Largo La Foppa 4.
www.bullfrogbarbershop.com

5 – BARBERINO’S – CLASSIC ITALIAN BARBER
Dalle maniglie in ottone a conchiglia al profilo dei grandi specchi, dalle linee rètro dei mobili ai pomelli dei lavandini in ceramica: da Barberino’s tutto è avvolto nel verde, capace di ispirare calma ed eleganza e di richiamare i mosaici dei lussuosi boudoirs degli alberghi di inizio ‘900. Qui i clienti possono riscoprire i rituali, le gestualità e le autentiche abitudini del “men’s grooming”, dalla rasatura con panni caldi ai trattamenti purificanti e rivitalizzanti per il viso, oltre ovviamente al classico taglio di capelli, vivendo la sognante atmosfera di una volta. Gli store sono presenti in Via Cerva 11 e in Corso Magenta 10.
www.barberinosworld.com

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MARRACASH ‘IN THE SKY’ PER TIMBERLAND: A MILANO IL PRIMO CONCERTO A 40 M D’ALTEZZA

Lo chiamano King del Rap, sua maestà Marracash. O ‘sua altezza’, come sarebbe meglio definirlo da oggi in poi. Il rapper terrà infatti un concerto gratuito su di una piattaforma sospesa a 40 metri organizzato da Timberland per celebrare il lancio di Flyroam, la nuova sneaker dal design essenziale e innovativo dotata della tecnologia AeroCore™ Energy System. In data 3 ottobre, a partire dalle 21, si svolgerà a Milano, allo Scalo di Porta Genova, il primo concerto in the sky, durante il quale Marracash celebrerà la sua città con un repertorio di brani che ne ha segnato la carriera artistica. Il rapper, che ha fatto dell’originalità il suo tratto distintivo, ha commentato: ‘Amo fare le cose che non fa nessuno, mi piace sperimentare a volte fino agli estremi. Quando Timberland mi ha proposto di salire su una piattaforma per un concerto in the sky, non mi sono potuto tirare indietro!’. La scelta della location è poi tutt’altro che casuale in quanto si inserisce in un progetto più ampio atto a rendere viva una delle aree ferroviarie dimesse della città a conferma dell’attenzione che Timberland, in quanto marchio di outdoor e lifestyle, pone nel proteggere e migliorare gli spazi esterni dedicati alla comunità. Un evento unico nel suo genere, che porterà il rapper a raggiungere vette mai toccate prima, letteralmente.
Per partecipare all’evento completamente gratuito basterà recarsi presso i Timberland store di Milano (in Corso Matteotti 7, in Galleria San Carlo, in Corso Buenos Aires 45 e in quello del centro commerciale Il Centro, in via Luraghi 11, ad Arese) o accreditarsi alla pagina www.timberlandexperience.com fino ad esaurimento posti.

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PRONTI PER LA DEEJAY TEN?

Il 27 settembre tutti i più grandi appassionati di corsa hanno partecipato a ‘Break Through With Raw‘, uno dei due eventi esclusivi promosso da Nike. I partecipanti hanno assistito alla proiezione del documentario Breaking2, realizzato in collaborazione con National Geographic, e hanno poi corso per un tragitto di 3 km tagliando il traguardo con un super party il cui Djset è stato curato da Sarah Von H e Forevhair Miss Humanroot. Il secondo evento, domenica 1 ottobre, ha invece visto gli atleti testare la propria resistenza, cimentandosi in un training ad alta intensità composto in totale da 30 minuti cardio e 30 minuti a terra, con tre livelli di allenamento modulati sulla differente preparazione dei partecipanti, guidato dal team di trainer di Barry’s e della Nike Running Coach durante “BARRY’S IN THE PARK – POWERED BY NIKE”, realizzato in collaborazione con Barry’s Bootcamp all’Arena Civica di Milano.
Due eventi imperdibili realizzati per preparare i runner ad affrontare la sfida della prossima edizione della DEEJAY TEN. Nata da un’idea di Linus come una semplice corsa tra amici, è cresciuta fino a diventare una delle 10km non competitive più corse a livello nazionale.
L’appuntamento per la tredicesima edizione della DEEJAY TEN è per domenica 8 ottobre, in piazza Duomo.
Noi abbiamo già allacciato le scarpe, voi siete pronti? Vi aspettiamo al traguardo!

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A new urban landscape: TATRAS e Bros ri-disegnano Fondazione Feltrinelli

Continua l’impegno di TATRAS nel coniugare arte e moda. Masanaka Sakao, anima creativa del brand, ha infatti lanciato l’idea di far della Fondazione Feltrinelli uno spazio capace di riflettere l’essenza vera della street art, disegnando un nuovo paesaggio urbano costruito sulla leggerezza e trasparenza che caratterizzano la costruzione, in grado di dialogare tra interno ed esterno e di riflettere il dinamismo di Milano. Per realizzare il progetto è stato scelto Bros, attivista italiano di spicco e già creatore di imponenti opere come Andrea al Macro di Roma o Padiglione Natura a Milano, che si è cimentato in una suggestiva performance live e ha elaborato la semplicità dell’architettura di Fondazione Feltrinelli, opera di Herzog & de Meuron, con un’istallazione inedita per TATRAS, in cui coniuga i propri grafismi alla cultura giapponese del brand, grazie anche agli allestimenti pensati da Angelo Jelmini che, tra oscurità e luce, fa sbocciare fiori di loto all’interno dell’auditorium. Contaminazioni razionali e tendenze artistiche ‘post graffiti’ uniscono così fashion e design in un effetto più che sorprendente, dialogando abilmente con spazio e urbanità, colore e astrazione e figurazione.

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Green Carpet Fashion Awards Italia: quando la moda preserva il pianeta

La moda si fa ‘green’ ed è pronta a preservare il pianeta. La Milano Fashion Week si è, di fatto, conclusa con uno degli eventi più attesi della stagione: i Green Carpet Fashion Awards Italia, organizzati dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, in collaborazione con Livia Firth, founder e direttore creativo di Eco-Age, con il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico, di ICE e con il patrocinio del Comune di Milano. Al Teatro alla Scala, trasformato per l’occasione in un giardino temporaneo, sono stati accolti i numerosi ospiti italiani e internazionali, nomi di punta del fashion system pronti ad assistere all’assegnazione di ben dodici premi. Una serata incentrata sui valori della sostenibilità ambientale e sociale, che ha acceso i riflettori sulla moda made in Italy e che ha riunito per la prima volta, in un’unica cerimonia, i più grandi stilisti, le case di moda, i designer italiani emergenti, le realtà artigiane e le aziende più innovative nel mondo della sostenibilità. Dal CNMI Recognition of Sustainability, consegnato da Colin Firth e Alessandro Cattelan – presentatore della serata – ai magnifici quattro della moda italiana, visti per la prima volta insieme sul prestigioso palco de La Scala: parliamo di Giorgio Armani, Miuccia Prada, Pierpaolo Piccioli e Alessandro Michele, all’Eco Laureate Award, designato alla modella e attivista brasiliana Gisele Bündchen, come riconoscimento del costante utilizzo della propria piattaforma per promuovere non soltanto le cause ambientali, ma anche le relative soluzioni. Il suo lavoro, in particolare per la preservazione del bioma amazzonico nel proprio Paese d’origine, ha infatti aiutato a cambiare il dibattito culturale sull’argomento in tutto il globo. Una serata che ha coinvolto tutti gli attori del sistema moda e che si fa portavoce di una nuova fase del settore stesso, più attento all’ecologia: perché preservare il pianeta non fa bene solo alla terra, ma anche a noi stessi. Persino l’award conferito è stato prodotto da Chopard in oro etico, estratto in modo responsabile e certificato Fairmined.

Ecco i vincitori:

  1. Community and Social Justice: conferito a Brunello Cucinelli, premiato da Colin Firth
  2. The Art of Craftsmanship: vincono le sarte di Valentino, premiate da Annie Lennox
  3. Best International Designer supporting Made in Italy: vince Tom Ford, ritira il premio dalle mani di Anna Wintour, Andrew Garfield
  4. Technology and Innovation:selezionati Orange Fiber e New Life, premiano Miroslava Duma e Derek Blasberg
  5. Supply Chain Innovation: Gucci premiato da Arizona Muse
  6. Eco Stewardship: Ermenegildo Zegna, premiato da Alessandro Roja
  7. The Franca Sozzani GCC Award for Best Emerging Designer: conferito a Tiziano Guardini, premiato da Naomi Campbell e Sara Sozzani Maino
  8. Sustainable Producer: Taroni premiato da Amber Valletta
  9. The Artisanal Laureate Award:Chiara Vigo premiata dall’attrice Vittoria Puccini
  10. The Social Laureate Award:Ilaria Venturini Fendi vince con il suo brand Carmina Campus, premiano Stefania Rocca e Bianca Balti
  11. The Vogue Eco Laureate Award: Gisele Bündchen riceve l’award da Emanuele Farneti, direttore di Vogue Italia
  12. The CNMI Recognition of Sustainability:Giorgio Armani, Miuccia Prada, Pierpaolo Piccioli e Alessandro Michele premiati da Colin Firth e Alessandro Cattelan

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Jameson Street 2017, la musica ‘nomade’ va in scena a Milano

Arriva a Milano il JAMESON STREET 2017, il progetto itinerante e partecipativo promosso dal noto whiskey irlandese che porta nelle vie e nei locali d’Italia le note e lo spirito audace dei buskers e dei musicisti indipendenti che hanno scelto la strada come palcoscenico.
Mercoledi 27 settembre, da ZOG in Ripa di Porta Ticinese, a partire dalle 21, andranno in scena cantastorie polistrumentisti partenopei, 50 sfumature di sax da Duke Ellington a Kurt Cobain e insoliti mash-up tra Goran Bregovic e Lady Gaga, tra foxtrot e club-culture. A settembre 2017, Jameson ha lanciato per la prima volta in Italia il programma di serate live che spazia dal foxtrot al rock, dal jazz al blues attraverso il country e che terminerà a giugno 2018, quando sarà possibile ascoltare su Spotify e in vinile l’intera compilation ‘Jameson Street Sound’, che racconta il talento della musica ‘nomade e audace’ italiana. 8 città, 39 serate live, 10 mesi e 50 artisti di strada uniti dalla determinazione di seguire il proprio cammino e dall’ostinazione a esprimere la propria passione. Attraverso città come Bologna, Catania, Firenze, Genova, Roma, Torino e ora Milano, Jameson – forte del motto ‘sine metu’ – sposa la vita di uomini e donne che hanno deciso di seguire coraggiosamente la propria passione, di scegliere la propria strada senza paura, senza prendersi troppo sul serio. Un percorso diverso, una terza via, oltre le convenzioni, capace di infrangere qualunque regola e “indicazione”.

Per poter aggiornarsi sulle date, i locali e i buskers del programma è possibile visitare il sito  street.jamesonwhiskey.

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Andrea Majola, new talent nella Supermoto

Siamo a Le Petite Abergement, nella Francia orientale, tra le splendide montagne della regione Uvergne et Rhône-Alpes: è la quarta e penultima gara del Campionato Europero della Velocità in Salita. In corsa, un centauro dalla tuta bianco nera supera Daniel Bailo e Philippe Bongard in sella a quella moto che in una gara precedente lo aveva fatto scivolare mentre ora lo tiene solido, ancorato al terreno, mentre taglia il traguardo della Supermoto per primo, aggiudicandosi con una gara di anticipo il Campionato Europeo 2017. E’ Andrea Majola, classe 1989, nato a La Spezia, questa è una tappa intermedia e fondamentale per raggiungere il suo sogno. “Ecco quello che aspettavo – commenta Andrea – appena dopo la vittoria, abbiamo raggiunto l’obiettivo e conquistato la Francia. E’ stato un weekend incredibile: innanzitutto per il primo posto a pari merito con il campione francese poi perché con il coltello tra i denti e tanto cuore siamo riusciti a dare la zampata finale che ci ha permesso di vincere! Oltretutto ottenendo il miglior tempo sia per quello che riguarda la classifica europea, sia la classifica francese”.

Una grande passione per le due ruote, da sempre. E, due anni fa, il balzo nel mondo dell’agonismo, trovando la formula giusta per inseguire il proprio obiettivo: passione, costanza e quel ‘qualcosa in più’ che lo porta a provarci sempre fino all’ultimo. Racconta Majola: “Erano tanti anni che provavo a correre, ma non sono mai riuscito a seguire un campionato intero, limitandomi giusto alla partecipazione di alcune gare che tutto sommato non sono andate male, considerando che avevo una moto completamente originale. Però sentivo che c’era qualcosa in più”. Così verso fine 2015 il giovane centauro spezzino decide di prendere una moto esclusivamente per le corse e nel 2016 lavora duramente ottenendo due primi posti (Spoleto – Forca di Cerro e Molino del Pero – Monzuno) e due secondi posti (Leccio-Reggello e Carpasio – Prati Piani) dovuti principalmente a problemi tecnici delle gomme, che lo hanno portato anche ad abbandonare la sua TM per guidare la moto di un amico. Ne guiderà anche un’altra, una stradale, con cui l’anno prossimo, nel 2018, vuole realizzare il sogno di una vita, la tappa finale: partecipare al Manx Grand Prix sull’Isola di Man. La gara si svolge in agosto e prevede uno schema identico ogni anno: due corse il lunedì, due il mercoledì e due il venerdì. Il Manx GP è una vittoria fondamentale per tutti coloro che vogliono imporsi a livello mondiale considerato che permette l’accesso alla Tourist Trophy, la gara delle gare, per la cui partecipazione Majola è intenzionato a dare il tutto per tutto. Prima dell’ultima gara europea, Andrea aveva commentato: “Io credo veramente in questo progetto! Questo nuovo anno mi giocherò il tutto per tutto per difendere il titolo italiano vinto l’anno scorso e cercare di arrivare più in avanti possibile nella classifica europea. A fine stagione inizierò così il lavoro più grande di preparazione per il Manx GP”. Per tutti i giovani appassionati di motociclismo, Andrea Majola rappresenta un perfetto esempio di come il talento unito a una tenacia incredibile possano ancora essere sufficienti per raggiungere i propri sogni.

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