FAB 5, i cinque più scaricati dalle piattaforme

Partiamo dal fatto che sono ancora troppo poche le persone che prendono il loro tempo per andare in sala a vedere il film in uscita al cinema, già eravamo un popolo di pigri prima della pandemia ed ora che i contagi risalgono, il flusso di capienza è sempre più basso.

La soluzione delle case di produzione e del pubblico sono state e rimangono Netflix, Sky ed Amazon Prime Video che ogni settimana ci offrono prodotti diversi con cui intrattenerci tranquillamente a casa. Ecco i 5 Best della settimana.

  1. Strappare lungo i bordi, disponibile su Netflix dal 17 Novembre è la serie animata di Zerocalcare che ha conquistato sin dai primi giorni di uscita il cuore degli spettatori e quello dei contenuti.

Nonostante la polemica su dialetto romano troppo accentuato ed a tratti forse non comprensibile a tutti, posso dire che anche se mi son perso un paio di parole, il risultato non cambia, è un lavoro pazzesco, che fa breccia dove vuole mirare.

Un vero spaccato sui nostri ragazzi Millenial di oggi, che non hanno idea di cosa fare del loro futuro, si laureano, fanno master per poi rimanere disoccupati, e l’unico vero lavoro è quello di mandare curriculum.

  • Squid Game, sempre su Netflix, diventato popolare in pochissimi giorni, in tutto il mondo, si può tranquillamente definire il fenomeno dell’anno, abbiamo visto ragazzi vestiti con i costumi della serie ad Halloween, insomma proprio come era successo per la casa di carta.


La serie si rifà a questo gioco mortale che dilaga tra i ragazzi, insomma non un esempio ma uno spaccato della realtà.

La parte drammatica è arrivata la scorsa settimana con il rientro di un o studente in Korea del Nord, il quale avendo introdotto nel paese una chiavetta USB con la serie TV, e dopo averla fatta vedere ad alcuni amici, la ha venduta ad altri.

Tutto questo è proibito nel regime del Nord, pena la fucilazione, era solo un ragazzo del liceo.

  • Vita da Carlo, su Amazon Prime Video, che è la rappresentazione della vita di Carlo Verdone, uno degli attori comici italiani più amati dal pubblico, che credo davvero sia valsa la pena di raccontare, perché quando si è così popolari la sottile linea del “sei uno di famiglia” e il “non ci conosciamo” è davvero molto sottile.


Quindi la richiesta ostentata dei selfie in qualsiasi momento anche il più intimo e privato, dove però Carlo cerca sempre di esimersi dal dire di no.

Arrivando a qualche anno fa quando era girata la bufala, che poi tanto bufala non era che Verdone si volesse candidare sindaco, anche se non lo ha mai pensato si è ritrovato a rifletterci per qualche giorno per come smentire la notizia.

  • Un castello per Natale, su Netflix, è si i film con tematica Natalizia si avvicinano, e questo sembra raccogliere ottimi feedback da ogni parte, sarà forse anche la presenza della nostra amata Brooke Shields, che per chi è stato un ragazzo negli anni 80’ ha rappresentato una vera icona di bellezza per un paio di decenni, partendo da quella pubblicità di jeans per Calvin Klein che recitava così: “sotto i miei Calvin? Niente!”.


Un castello per Natale è un film di Mary Lambert con Cary Elwes, Brooke Shields, Vanessa Grasse, Suanne Braun, Lee Ross. La sceneggiatura è stata scritta da Kim Beyer-Johnson, Ally Carter. I produttori esecutivi sono Steve Berman, Brad Krevoy. Montaggio a cura di Suzy Elmiger. La colonna sonora è stata composta da Jeff Rona.

In fuga da uno scandalo, la scrittrice Sophie è in Scozia, quando si innamora di un antico castello e decide di acquistarlo. Ma l’attuale proprietario, il riottoso Duca di Myles, non intende vendere a una straniera.

  • Tiger King, è arrivata la seconda stagione su Netflix di questi pazzi proprietari di Zoo negli Stati Uniti, che se non fosse un docu-film, sembrerebbe una sceneggiatura Hollywoddiana, invece è tutto vero.


Sono allevatori di animali selvatici come leoni e tigri che negli anni passati si erano guadagnati il cuore della middle class americana offrendo delle vere e proprie experience in zoo privati. La verità è che maltrattamenti, mafia, persone sbranate, droga ed alcool erano all’ordine del giorno per tutti quelli che lavoravano in quel circuito.

Cover: Strappare lungo i bordi

Haroun Fall rischia tutto. “Attraverso il cinema voglio cambiare il mondo”

L’abbiamo scoperto attraverso il successo della serie “Zero” di produzione Netflix, ma possiamo assicurarvi che una carriera brillante è sulla strada Haroun, affascinante talento di questa seconda generazione di attori che sta restituendo valore e identità al cinema italiano. Ha un modo di approcciare al suo lavoro quasi come una missione, volta a costruire, tassello dopo tassello, un percorso artistico definito e selezionato da sceneggiature che abbiano un senso profondo e una finalità oggettiva, che riescano a trasmettere un messaggio importante. Haroun ha le idee chiare e la sua passione per questo lavoro, come in tutto quello in cui si mette, ha il peso di tutta l’energia che ogni giorno si alimenta nella ricerca di progetti sempre più ambiziosi, di ruoli complessi e importanti, di un’interpretazione in grado di dare a ogni storia una sua caratterizzazione originale. Haroun vive ogni istante con una motivazione straordinaria, caricando di significato esperienze, oggetti e pensieri che alla maggior parte degli individui passano accanto con la rapidità di un treno ad alta velocità.

Quello a cui vorrei arrivare è avere la possibilità di scegliere i progetti più adatti al mio percorso per poter essere fedele alla mia identità


Haroun Fall e Madior Fall

Parliamo delle tue origini e del tuo primo approccio alla recitazione. Da cosa sei rimasto affascinato in prima battuta, del mondo del teatro o del cinema? chi ti ha sostenuto?
La cosa che più mi fa piacere delle mie origini è che ha un legame molto forte col percorso che ho fatto per arrivare al mondo dello spettacolo, perché sono stato affidato all’età di 8 mesi e poi ho fatto un reinserimento in famiglia. Questo passaggio ha inciso moltissimo sul mio stato emotivo e sulla mia identità personale, al punto che da bambino mi è stato diagnosticato un iperattivismo. Fu allora che i miei genitori hanno deciso d’iscrivermi a un corso di teatro, che mi ha permesso di dare sfogo a tutta quella energia, e poi di appassionarmi a questa professione.
Ricordo che nel corso di quelle prime esperienze interpretai uno dei bravi dei promessi sposi, e lì, per la prima volta, entrai nell’ottica del significato d’interpretare il ruolo di qualcuno che fosse diverso da me, di essere un altro. Mi ha fatto scoprire la possibilità di vivere emozioni che altri potevano aver vissuto, condividendone debolezze e fragilità.
Una docente del Teatro Nuovo di Torino, Franca Dorato, mi venne a vedere e fu la prima persona a convincermi di tentare un’audizione, e di studiare in una scuola che avesse nel suo programma un percorso artistico. Ho passato 6 anni in questa scuola, e più crescevo, più mi rendevo conto di quanto fosse importante avere la responsabilità d’interpretare un ruolo. Terminati gli studi, riuscii ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, da dove sono usciti anche Miguel Gobbo Diaz, io e Germano Gentile, solo tre persone accettate. Essere la terza persona di colore a entrare in Accademia mi ha fatto sentire un forte senso di responsabilità: potevo rappresentare la voce di coloro che quella voce non potevano averla.

I miei genitori mi hanno sempre sostenuto in questo. Sono cresciuto secondo il principio che devi fare bene quello che ti piace, perché determinerà la tua felicità e il tuo scopo, i soldi sono una conseguenza. C’è un percorso artistico molto importante alla base, sfruttare il proprio talento.

Ma c’è anche un’altra persona che ha avuto un ruolo fondamentale sulla mia formazione: Luca Rubenni, il mio manager. Lui mi ha sempre spinto a fare provini su personaggi fuori ruolo, personaggi non scritti a posta per me. Con la consapevolezza che fosse l’unico modo per rompere il sistema, per aprire un varco per farmi notare, interpretando personaggi che non fossero i soliti clichè destinati agli attori di colore.
Il nostro obiettivo comune è quello di entrare nell’industria cinematografica attraverso la preparazione, con un approccio meritocratico, fatto di passione e lavoro costante. È per questo che non voglio sprecare neanche un’occasione che la vita mi presenta, e rendere le persone che mi hanno selezionato, fiere della loro scelta.


Haroun Fall e Madior Fall

Ogni fase della nostra vita è segnata da progetti che stabiliscono la nostra direzione e ne forgiano la personalità. Qual è la tua direzione personale adesso? Cosa vuoi trasferire alla gente che vede recitare?

Non esiste un’unica direzione. In questo momento io sono diviso tra famiglia – che è un vero macrocosmo – e il lavoro, attraverso il quale voglio trasmettere valori e personalità, al di là del mercato, con la possibilità di scegliere i progetti più interessanti. È di fondamentale importanza approfondire l’aspetto sociale, attraverso l’arte. La nostra società si sta muovendo verso un bipolarismo che si prende gioco dei diritti delle persone, soprattutto dopo la pandemia. A questo proposito io ho la fortuna di essere un megafono per la gente e cerco costantemente di rispettare e far valere l’opinione di un mondo al di fuori di me, lottare per quello che per me è giusto. Su questo non mi tirerò mai indietro. Perché se da un lato è un mio diritto, in questa fase della mia vita diventa un mio dovere non interrompere le lotte che intere generazioni hanno fato per i loro diritti: dalle donne alle persone di colore, perché noi siamo il frutto di migliaia di anni di storia. Al di là del mercato, è importante prendersi il rischio di quello che comporta quest’impegno e fare ciò che è giusto.

Hai coraggio e valori autentici che ti contraddistinguono da molti altri artisti della tua generazione.

Faccio parte di un’Italia di nuova generazione che sta ritrovando una nuova identità cinematografica. Ci sono nomi importanti che stanno elevando il valor del cinema italiano: da Matteo Garrone a Paolo Sorrentino, a Mattero Rovere. Anche Pietro Castellitto sta facendo un percorso molto interessante. Credo che tutti abbiamo il dovere di pensare dove stiamo andando, e seguire il nostro percorso senza aver paura di essere giudicati. Per me vince l’essere umano, vince chi ha un obiettivo.

Se dovessi scegliere un personaggio più consono alla tua personalità, chi vorresti interpretare?

Senza dubbio quello di Leone Giacovacci, raccontata nel libro di Mauro Valeri “Il Nero di Roma”. È la storia di un pugile nigeriano che scappa dall’Italia durante l’epoca fascista e si rifugiai in una nave mercantile inglese. A Parigi cambia identità e si fa chiamare Jack Walker. Riesce a diventare un pugile di successo sotto il fascismo di Mussolini. Vince tutti i match, ma non gli fanno vincere il titolo europeo perché osteggiato da Mussolini per il colore della sua pelle e finisce la sua vita da portiere di un hotel a Milano. Una storia vera ricca di significato. Un pezzo della nostra storia italiana, di chi come tanta gente ha difficoltà ad essere riconosciuto italiano all’interno del proprio Paese, dove veniva chiamato il “mulatto di Trastevere”
Palomar ha acquistato i diritti per farne un film.

Un’altra storia che vale la pena di essere raccontata è legata a uno scandalo giudiziario in America.
Kalief Browder è finito nel carcere di Rikers Island, dove si scopre essere stato vittima di terribili violenze, a 16 anni, per il furto di un portafoglio. Era il 2010. Non è mai stato processato. Non gli è mai stata contestata alcuna accusa. Lui ha sempre negato di aver rubato. Dei mille giorni passati in carcere, Kalief ne ha trascorsi circa seicento in cella d’isolamento. A Rikers Island, nel febbraio 2012, ha cercato di uccidersi più volte, finendo per riuscirci. 



Il biopic a livello cinematografico è il mezzo più potente per trasmettere con efficacia storie portatrici di valori che facciano da denuncia e rappresentino uno strumento per cambiare le cose nella nostra società.
Dovremmo usare un
codice di comunicazione internazionale, con l’intenzione – a priori – di lanciare le nostre produzioni all’estero. 

Hai dei modelli cinematografici a cui fai riferimento o che hanno indiscutibilmente fatto parte della tua formazione?

Il primo che mi viene in mente è Denzel Washington che con la sua preparazione e il livello culturale del suo lavoro è un esempio vivo di questa professione, che non può prescindere da sentimento emozione e cultura. Lui è uno di quelli che ha saputo scegliere i suoi progetti ed è sempre rimasto fedele al suo percorso, per me un faro nel buio.
Uno dei registi che ha rivoluzionato il cinema dell’epoca moderna è senza dubbio David Lynch con Mulholland Drive – un punto di riferimento – e Christopher Nolan con Inception – un vero capolavoro.
Martin Scorsese, parte fondamentale della storia del cinema che molto ha in comune col nostro Neorealismo. Ma anche Leonardo di Caprio è un attore e un produttore straordinario che col suo attivismo sta veramente facendo la differenza.
Di John Carpenter mi piace il suo metodo, schematico e minimalista, con un’attenzione particolare al racconto dei soggetti “invisibili”, i meno fortunati della società.

So che ami la musica e, tra l’altro, balli molto bene. I tuoi artisti preferiti?

Etta James, Whitney Houston, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, sono modelli di rifermento per la musica e posso dire che nel mondo pop l’unica che può cogliere questa importante eredità è Beyoncè, o Michael Jackson al maschile, che è stato un performer e artista straordinario.
Mi piace Kanye West che negli ultimi anni ha avuto modo di affrontare il tema del controllo della mente, a causa del suo bipolarismo, apprezzo il modo in cui ha imparato ad affrontarlo. Ma anche Amy Winehouse, Tony Bennett – cito nomi del passato perché è l’eredità che ci portiamo dietro per creare la musica che stiamo creando adesso. Adele è straordinaria, che tra l’altro è il nome che ho dato a mia figlia.
Tra l’altro io canto e il genere che preferisco di più è il musical, di cui ho fatto qualche esperienza in teatro.
Adoro Le Miserable, Rent, Billy Elliott, Jakyl & Hyde con la sua Confrontation.
Il musical è una forma d’arte molto complessa per un artista perché ti costringe fare i conti col tuo corpo: devi saper ballare, cantare e recitare contemporaneamente. Quando parlo di musical, mi riferisco a quello teatrale, non cinematografico.

In questo Paese dovremmo dare una connotazione al teatro più democratica e anche più accogliente, come proposta per i giovani, ma soprattutto che diventi più accessibile ai ceti sociali diversi, anche a livello economico. Il teatro ti aiuta ad imparare meglio la lingua, innamorarti e sentirti parte del paese in vivi. È una cosa su cui la politica dovrebbe lavorare. La cultura è il motore, l’alimentazione della nostra società, la strada verso la costituzione di una civiltà, ce l’hanno insegnato i greci secoli fa.


Haroun Fall e Madior fall

La gioia di una famiglia così giovane è una scelta controcorrente rispetto all’Italia del nostro tempo. Ti reputi un ragazzo fortunato?

Purtroppo, questa società non ti mette nelle condizioni di desiderare qualcosa di diverso da noi, come dedicarti al progetto di una famiglia con un altro essere umano. Ti fa perdere l’idea di investire a lungo termine, perché siamo ormai abituati a un sistema consumistico anche emotivo. Quindi riuscire a decidere di rischiare e trovare una persona con cui costruire un progetto di vita è difficile sia per i valori da cui siamo bombardati, sia dal punto di vista economico.
Fare un investimento su un’altra persona significa anche fare una rinuncia, ma è importante tenere presente che tutto quello che nella vita ha un valore, implica una rinuncia su qualcos’altro.
Io ho avuto mia figlia nel 2020, un momento in cui il mondo – dopo la pandemia – ci ha un po’ cambiati. Per me rilanciare su un’altra vita è una scommessa positiva per il futuro.
Insegnare a un’altra persona a vivere mentre io sto imparando a vivere. Non voglio fare gli stessi errori che hanno fatto i miei genitori biologici, ma continuare il percorso che hanno fatto i miei genitori adottivi, aiutandomi a superare i miei limiti, le mie paure e per arrivare alla consapevolezza di quale direzione volessi intraprendere, imparando ad accettare me stesso in relazione agli altri, perseguendo obiettivi e ambizioni. Quello che spero è di poter trasmettere la stessa cosa a mia figlia, avendo uno scarto generazionale minore, avendola avuto così giovane. Credo che non ci sia una scelta più bella di quella della vita.

Hai uno stile decisamente ricercato, il tuo rapporto con la moda va oltre il concetto di fashion victim.

L’estetica è importante ma senza contenuti non ha alcun senso.
La moda è un costume di scena. La possibilità di vestirmi e di cambiarmi mi dà la possibilità di essere un’altra persona, di esprimermi e di essere quello che voglio essere in quel momento, è talmente istantaneo l’impatto visivo iniziale con la gente che mi piace poter scegliere come pormi, attraverso i vestiti. Ultimamente sono attratto da Rick Owens, Balenciaga e Balmain: Oliver Rousting sta facendo un lavoro rivoluzionario anche nel suo rapporto con l’ambiente.
Sono attratto dalle forme più complesse, dal design di ricerca
Il lavoro di Kanye West con Adidas lo trovo veramente originale, interpretando in un modo più sofisticato l’universo dello street style.

Consiglieresti due libri ai nostri lettori?

Due libri: “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e “Sunset Limited” di Cormac McCarthy da cui è stato tratto un film con Samuel L. Jackson. Una drammaturgia contemporanea in cui il bianco e il nero (così sono definiti) vivono chiusi in un appartamento confrontandosi e scontrandosi su temi esistenziali, ad un ritmo serrato di botta e risposta.


Photographer: Davide Musto

Fashion Editor: Rosamaria Coniglio

Grooming: Claudio Furini

Haroun e Madior wear John Richmond

Freddy Carter – il misterioso Kaz Brekker di Shadow and Bone

Photographer: Joseph Sinclair
Stylist: Ella Gaskell
Groomer: Nadia Altinbas

Se vi siete lasciati conquistare da quel filone di fantasy caro anche agli adulti, in cui una serie articolata di eventi s’intreccia con le avventure di protagonisti dalla personalità complessa, in luoghi mai esistiti, ma rappresentati con il culto meticoloso di un mondo reale, non vorrete perdervi Tenebre e Ossa, tratto dal primo romanzo della dilogia fantasy (Six of Crows) ambientata nel mondo dei Grisha, scritta dall’autrice americana Leigh Bardugo.
Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista, Alina Starkov, un’orfana adolescente che cresce a Ravka, un mondo fantastico ispirato alla Russia degli zar dell’800, con costumi ed effetti speciali da togliere il fiato.

In vista dell’uscita su Netflix, la Mondadori ha ripubblicato il romanzo con una nuova grafica e con il titolo “Tenebre e Ossa” il 3 novembre 2020.
Freddy Carter, regista in piena fase creativa, a dispetto del momento pandemico, è anche un attore straordinario che in Shadow and Bone interpreta i panni di Kaz Brekker, un uomo d’affari, di quelli che non faresti proprio alla luce del sole però.
Come si riesce a percepire dalla sua attività di regista, col suo “N.89”, anche il Freddy Carter attore riesce a mixare una sottile e tagliente ironia, a situazioni tragiche o d’emergenza, con un ritmo inaspettato, da lasciarti quasi stordito. Mettendo in scena vicende e rapporti tra i personaggi nella maniera più originale possibile.

Mr Brekker è un individuo dal pensiero freddo e distaccato, che nasconde un passato che si rivelerà sicuramente illuminante sul suo temperamento, responsabile anche del suo fascino misterioso. I suoi occhi tradiscono un dolore irrisolto, misto a sete di vendetta, di cui ancora non si conoscono i dettagli. Solo un furbo uomo d’affari poco avvezzo a fidarsi perfino dei suoi amici più cari, anche se le 8 puntate della serie ci riservano molte sorprese sui personaggi e la loro evoluzione.

Classe 1993, ha passato gli anni della sua formazione alla Oxford School of Drama. Alle prime esperienze teatrali sono seguite le prime performance sul grande schermo nel film Wonder Woman in cui interpreta un soldato, ma è il ruolo di Peter, detto Pin, in Free Rein a rendergli la notorietà che merita.

Sappiamo che hai scritto e prodotto anche un cortometraggio “No. 89” con Caroline Ford e tuo fratello Tom Austen. Ce ne vuoi parlare?

Penso che “No 89” sia uno dei miei risultati di cui vado più orgoglioso. Vedere crescere un progetto, dall’idea iniziale, attraverso la produzione, fino al suo completamento è stato davvero appagante e interessante. È stato un piacere lavorare con Caroline e Tom, sono entrambi attori così talentuosi che ha reso il mio lavoro molto facile. Sono stato colpito sicuramente dal virus della regia poiché attualmente sto lavorando al mio secondo cortometraggio “Broken Gargoyles”, che dovrebbe essere girato nelle prossime settimane.

In quale serie ti sei trovato più a tuo agio? Oltre all’apparentemente freddo Mr Brekker, ti abbiamo visto interpretare anche i panni di Pin Hawthorne in Free Rein.

Sono stato molto fortunato a lavorare su un’ampia varietà di programmi TV con toni, temi e destinatari davvero diversi. Mi è piaciuto molto lavorare su Free Rein, è abbastanza raro interpretare lo stesso personaggio per tre anni – mi sentivo come se sapessi davvero chi fosse Pin alla fine.
Ammetto però che Kaz Brekker è stato sicuramente il mio ruolo preferito fino ad oggi, è così complesso e c’è sempre di più sotto la superficie che è una grande sfida come attore.

A proposito, ti piace andare a cavallo? Quali altri hobby ha Freddy Carter fuori dal set?

Adoro andare a cavallo, mi manca davvero e spero di poter tornare a farlo presto. La mia passione principale al di fuori della recitazione è la fotografia, ho iniziato a scattare foto dei miei compagni di cast sul set durante Free Rein, è nato come diversivo per passare il tempo e me ne sono subito innamorato, è un modo per ricordare tutte queste emozionanti avventure che ho la fortuna di vivere.

Shadow and Bone è un inno all’amicizia, al nessuno si salva da solo, all’importanza di un’alleanza per raggiungere i propri obiettivi. Che ruolo ha giocato, nella tua esperienza di vita, la presenza di un complice? Vuoi raccontarci un’esperienza in particolare?

Questo è verissimo, il tema di una “famiglia trovata” o di una “famiglia prescelta” era così importante nei libri e penso che sia altrettanto evidente nello show televisivo.
Penso di aver avuto un’esperienza simile con il cast di “Shadow and Bone” a Budapest. Siamo arrivati ​​tutti da soli in questa nuova città, nessuno di noi si conosceva prima, ma siamo diventati molto vicini e abbiamo formato una piccola famiglia.

Che progetti hai in cantiere? Sia come regista che come attore?

Sono molto entusiasta di iniziare a girare molto presto una nuova miniserie TV chiamata “Masters of the Air” per AppleTV. Lavorerò con lo stesso team di “Band of Brothers” e The Pacific “, il che è un po’ un sogno che si avvera per me perché ho amato quelle serie nei miei anni di crescita.
Come regista, ci stiamo preparando a girare “Broken Gargoyles” a Londra tra poche settimane!

Cosa significa oggi essere un regista? Ha una responsabilità nella scelta dei temi da raccontare?

Penso che sia davvero importante che ci sia qualche elemento di speranza nelle storie che raccontiamo e nelle storie che consumiamo. La pandemia e i vari blocchi hanno dimostrato quanto siano importanti l’intrattenimento e le arti per il benessere delle persone, quindi finché gli artisti del mondo non perdono la speranza, andrà tutto bene.


Henry Lloyd-Hughes Genio british per un inedito Sherlock Holmes

Interview: Rosamaria Coniglio
Photographer  Joseph Sinclair
Stylist         Manny Lago
Grooming    Shamirah Sairally

Fascino e savoir-faire britannico, dotato di grande talento, non solo davanti alla macchina da presa, ma anche sul capo di cricket, a cui dedica parte del suo tempo libero da più di 10 anni. Ha interpretato così bene ruoli drasticamente lontani, al punto che non abbiamo ancora la certezza di quale sia il personaggio che più gli si addice. E forse non lo ha ancora deciso neanche lui, perché quando si parla del suo talento, preferisce non concentrare troppo l’attenzione su stesso. Sarà questa elegante modestia che lo rende così speciale?

Il nostro paese l’ha già apprezzato per la sua interpretazione di Alfred Lyttelton nella serie Netflix “The English game”, ambientata nel tempo in cui il calcio è ai suoi esordi e, tra giochi di potere e colpi bassi, iniziano ad affermarsi i primi giocatori professionisti, non senza polemiche, accese più da interessi di classe che da questioni morali. E se vi consigliamo di non lasciarvi scappare l’occasione di vederlo nei panni di un ricco uomo d’affari che antepone i propri interessi personali davanti a un’apparente solida amicizia e a una moralità utile alla conservazione del potere e di uno status sociale, è la sua interpretazione di Sherlock Holmes la vera notizia. Nella nuovissima serie “The Irregulars” in uscita oggi su Netflix, scoprirete una versione irriverente, brillante e del tutto lontana da tutto quello che avete visto fino ad ora sul detective più famoso al mondo, descritto dalla penna di Tom Bidwell.

Una versione distopica della Londra di Sherlock in cui certezze e valori vengono sostituiti da orribili crimini ed eventi soprannaturali, tocca i nervi scoperti di una società come la nostra, completamente stravolta dalle condizioni dettate da una pandemia che ha investito ogni settore e che da più di un anno ci ha costretti a vivere una nuova realtà.

Protagonisti e vittime allo stesso tempo, di una decadente Londra vittoriana, sono degli adolescenti in difficoltà che vengono manipolati per risolvere i crimini per il sinistro Dottor Watson e il suo misterioso socio in affari.  Bisognerà attendere qualche puntata per scoprire cosa è accaduto a Sherlock Holmes in tutti questi anni. E qui si nasconde la grandezza di questo personaggio che ci svela di sé quello che non abbiamo mai saputo: il prima e il dopo.

Scopriamo il giovane Sherlock brillante e intraprendente, guidato dall’impulso energico della giovinezza e da un’autostima incalcolabile che sarà la sua fortuna, ma probabilmente anche la sua più grande debolezza. E la sua maturità, un uomo svuotato dal suo ego, che ha visto crollare i suoi punti di forza, logorato dal senso di colpa? Dal dolore? lo scoprirete insieme a tutti quegli aspetti di un inedito Sherlock che Henry Lloyd-Hughes riuscirà a trasmettervi nella sua straordinaria interpretazione.

Una chiave psicologica inaspettata, svelata a piccole dosi.
Tracce di elementi personali legati al suo personaggio, attraverso il dono dell’attesa, rendono un atto immorale o un gesto romantico portato all’estremo, una rivelazione che il suo volto non lascia trapelare neanche pochi minuti prima.
E quando gli abbiamo chiesto quanto sia potuto risultare difficile mettere in mostra due lati diversi di una personalità così complessa, dal metodico, spiritoso e sicuro di sé, all’altro distrutto dal dolore e privo di ogni motivazione, la sua risposta ha completamente sorvolato sulla propria interpretazione, spendendo tutte le sue parole sui grandi meriti del costume designer e della makeup artist. Un vero gentleman.
 “Volevamo davvero spingere entrambe le versioni il più lontano possibile. Raccontare il più possibile la storia di chi è assente da 15 anni. Attraverso la fisicità e il look, con la premio Oscar Lucy Sibbick e i costumi di Edward K. Gibbon, è stato un esperimento emozionante, vedere fino a che punto potevamo spingerci pur assicurandoci che sembrasse lo stesso personaggio”.

Credo che il suo fascino risieda nella profondità con cui riesce a entrare in connessione con i suoi personaggi. È lui stesso, infatti, a confermarci che l’aspetto del personaggio di Sherlock che lo ha attratto maggiormente è “La sua vulnerabilità, e il suo ego perforato e rotto”.

Uno scambio intimo e profondo, quello tra Henry e i suoi personaggi. Se la sua grande capacità introspettiva riesce a darci una versione unica del suoi detective, da quello che ci racconta, ogni personaggio entra nel suo universo in modo un po’ speciale. “Dipende sempre da dove ti trova nella tua vita. Incontri un determinato personaggio a una certa età e porti nella tua vita tutto ciò che hai vissuto in quel ruolo. Al momento sto pensando veramente con affetto al mio tempo speso dentro al personaggio di Sherlock, da questo scaturisce qualcosa di molto personale. Ma sono sicuro che quando mi metterò in qualcos’altro, lo amerò allo stesso modo o anche di più”.

Ci sono stati dei momenti divertenti durante le riprese che vuoi raccontarci?
Si! Abbiamo bruciato alcuni dei costumi originali per realizzare i costumi più vecchi di Sherlock. Durante le riprese, la lana bruciata puzzava così tanto che tutti gli altri attori hanno iniziato a lamentarsi. Inoltre, ogni volta che mi mettevo le mani in tasca, si alzavano nuvole di fuliggine, e lasciavo impronte di mani sporche ovunque!

In The  English Game sei uno dei migliori giocatori di calcio di quel periodo. Ma sappiamo che hai una grande passione per il cricket e un marchio con una storia di due generazioni, ispirato proprio a questo sport: N.E. Blake & Co Ti piace dirmelo?
Sicuro. È un grande onore per me continuare la tradizione di famiglia. “Paddy”Padwick era il mio bisnonno e uno sportivo estremamente dotato. Ha trasformato la sua passione in un business con “N.E.Blake  & Co.“, e ho rilanciato il business cercando di riportare un classico look sportivo storico, incentrato principalmente sul cricket. A volte è estenuante gestire un’attività oltre a fare televisione, ma onestamente sono così appassionato di stile e abbigliamento sportivo classico, che non riesco a farne a meno”.

Quanto è stata importante l’attività sportiva per la tua vita?
“Moltissimo, gioco per un club di cricket da 10 anni, il Bloody Lads Cricket Club. Con il Corona Virus, purtroppo, la stagione l’anno scorso è stata ridotta. Non vediamo l’ora di ritornare a giocare regolarmente”.

Considerando che da questo momento non intendiamo più perderti di vista, puoi dirci quali sono i tuoi piani per il futuro sul grande schermo?
“Siamo tutti in attesa di conoscere il futuro di The Irregulars, quindi questa potrebbe essere la mia prossima avventura!”

Hai mai desiderato interpretare un ruolo in particolare? Qualcuno che pensi rifletta la tua personalità o qualcun’altro così distante, da sentirti molto attratto da lui?
Mi piacerebbe fare un musical, o qualcosa di veramente eccentrico come i film di Wes Anderson. Ho adorato il Grand Budapest Hotel così tanto e da sentirmi perfettamente inserito nel suo mondo surreale. Seguito da James Bond, naturalmente.

Il sound delle serie Netflix di successo: Manintown incontra Yakamoto Kotzuga

Manintown approda in Laguna, al confine tra Mestre e Porto Marghera, per proseguire il suo scouting alla ricerca di talent under 30 che alimentano di linfa creativa il nostro Paese, in un periodo in cui il mondo dell’intrattenimento è altamente penalizzato.

Sono le polaroid di Riccardo Ambrosio a raccontare i frame della quotidianità di Giacomo Mazzucato, in arte Yakamoto Kotzuga, classe ‘94 e una carriera da musicista, producer e sound designer in ascesa.

Giovanissimo firma un contratto editoriale con Sugarmusic, editore indipendente tra i più importanti in Europa, che gli mette a disposizione il proprio network italiano ed internazionale. 

Appassionati di musica elettronica, il Sonar vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, Yakamoto Kotzuga è approdato sull’ambitissimo palco barceloneta nel 2019 poco prima di iniziare l’attività di compositore per le tre stagioni di una delle serie Netflix più amate dal grande pubblico: Baby. 


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Yakamoto Kotzuga e il mondo della moda. Gli esordi nel 2013 quando “Your Smell” viene scelta come colonna sonora per svariati reportage di Vogue fino a diventare l’ideatore dei sound per i brand del marchio Benetton. Come si differisce questa tipologia di lavoro compositivo rispetto agli altri?

A livello puramente artistico gli stimoli sono diversi in quanto spesso mi viene condivisa una reference a cui ispirarmi.Però è stata un’ottima scuola per sperimentare altri generi e stili musicali ai quali non sarei probabilmente mai approdato. 

Il tuo debut album “Usually Nowhere” La Tempesta/Sugar ti ha portato a condividere il palco con artisti come Forest Swords, Tycho, Plaid, Lone, Jhon Talabot e Legowelt. E poi i tour internazionali, con ottimi riscontri sul territorio francese, seguiti dalla conclamazione al Sonar nel 2019. Quanto ti manca il contatto con il pubblico in un momento storico che ha abolito i momenti di interazione nel segno della musica elettronica?

Non ho mai amato particolarmente la vita on tour in quanto sul palco non sono un animale da stage.Adoro esularmi e dedicarmi al lavoro in studio. Il bello dei DJ set, al di fuori dell’ansia da prestazione, è quello di sapere che sotto al palco ci sono persone che vogliono sentire la tua musica. 

Al Sonar ho realizzato un sogno, essere presente in una line up particolarmente interessante, e insieme ai miei idoli, è stato un punto d’arrivo non indifferente.


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Non mancano nel tuo curriculum progetti audiovisivi performativi come quello commissionato dalla Biennale di Venezia. Parlaci dell’album nato da questa importante conferma: “Slowly Fading” 

La Biennale mi ha richiesto un’opera interamente prodotta nell’area urbana circostante. Un’ottima occasione per vivere l’atmosfera industriale e l’estetica di un paesaggio a me nuovo. Questo ha influito particolarmente sull’album che si suddivide in due lati. Il primo è Fading e il secondo è Faded, ambedue totalmente distanti a livello sonoro. I visual sono stati curati dal mio collaboratore Furio Ganz e si sposano perfettamente con il contesto. Con la Biennale tuttora collaboro a livello formativo. Infatti, gli appassionati possono partecipare ai miei laboratori di musica elettronica dedicati ai giovani.

E poi Netflix e la curatela della soundtrack di una delle serie più discusse e amate dalla Generazione Z : Baby. Raccontaci i retroscena dell’impegno che ti ha portato ad essere presente nelle playlist di Spotify di molti adolescenti.

Agli albori del progetto la richiesta mi è giunta direttamente dalla produzione, in quanto uno degli sceneggiatori aveva organizzato un mio concerto molti anni prima. La mole di lavoro sin dall’inizio è stata notevole viste le deadline molto ravvicinate. 

Come si sviluppa lo studio della soundtrack? 

Con Baby sono totalmente libero a livello di sound.Inizio a leggere la sceneggiatura e mi confronto con la produzione. Appena i miei provini vanno bene mi vengono mandati i premontati su cui vanno perfezionate le tracce.Tali dinamiche mi hanno aiutato tantissimo ad entrare in un workflow che richiede massimo livello organizzativo.La componente psicologica nello studio dei personaggi aiuta, inoltre, a ricreare tutte le emozioni musicalmente quindi la challange risulta particolarmente interessante.

Il 2021 e il lancio di una nuova serie di cui hai curato la soundtrack è alle porte (Zero). Quali anticipazioni puoi darci in merito alle tue prossime collab?

Posso dirvi che, a parte Zero, su Netflix uscirà un altro titolo che si pone in veste di lungometraggio. Oltre a questo vorrei concentrarmi sulle produzioni personali e soprattutto lavorare ad un altro disco. 


Total Look Lacoste

Photographer Riccardo Ambrosio

Special content direction, production, styling and interview Alessia Caliendo

Alessia Caliendo’s assistant Andrea Seghesio

Special thanks to Vgo Lab 

New Faces: Giancarlo Commare

Giancarlo Commare, protagonista di fiction di successo targate Netflix come “Skam” o “Il paradiso delle signore”, il daytime di RAI1, arrivato dalla Sicilia per lasciare il segno, si racconta con le sue esperienze ed i suoi sogni. Conosce molto bene l’arte, in quanto la pratica e la conosce in tutte le sue forme; infatti, oltre a recitare è stato anche un ballerino a livello agonistico, e poi cantante, su cui ci sta lavorando.




In questi ultimi anni sei ovunque, non puoi lamentarti, che esperienza è stata Skam per te?

È stata un’esperienza al di fuori dell’ordinario, in quanto ho fatto i provini una settimana prima che cominciassero le riprese. Ero totalmente all’oscuro di questo mondo e non sapevo assolutamente a cosa sarei andato incontro, poi il call back, e mi son buttato a capofitto studiando tutto l’universo che lo circondava.

Ti ci sei ritrovato nel tuo personaggio?

Personalmente come Giancarlo nei panni di Edoardo assolutamente no, anche se poi nella terza stagione si è avvicinato al mio mondo, potrei dire che si è formato in corso d’opera come un vero work in progress. E poi è inutile dire quanto ci siamo trovati bene ed affiatatati con tutto il cast.



Ti ha fatto diventare un “istant Icon” dopo l’uscita della serie possiamo dire.

Diciamo che lo dite voi giornalisti, perché non l’ho ancora capito esattamente che cosa vuol dire. Certo ho visto una crescita esponenziale su Instagram, ed è stata una totale sorpresa per me.

Invece con un lavoro completamente diverso che è quello del “Paradiso delle signore” come ti trovi?

Mi diverto tantissimo perché il personaggio è super divertente, e come ho detto altre volte ho preso spunto da mio nonno, anche se lui non è così ignorante, però è goffo e viene dalla campagna, insomma ho trovato delle affinità e mi ci sono davvero affezionato tantissimo. E poi lavorare tutti i giorni con le stesse persone è come essere in famiglia ed in più professionalmente parlando è un’immensa palestra, perché ci si ritrova davanti alla macchina da presa quotidianamente. L’elemento che mi ha spaventato di più all’inizio era la quantità di scene che bisognava girare al giorno e senza margine di errore perché i tempi sono serrati, insomma una macchina da guerra.



Sei un attore direi quasi di formazione Americana, in quanto balli, canti, reciti, quale passione è arrivata per prima?

Il primo amore in assoluto è la recitazione, in quanto l’ho scoperta veramente da piccolissimo mentre facevo una recita natalizia, che all’inizio non volevo nemmeno fare, ed invece la sera stessa ho detto a mia madre che avrei voluto fare proprio quello da grande. Poi negli anni è arrivata la danza, che mi ha anche fatto accantonare la recitazione ad un certo punto poiché avevo intrapreso un percorso agonistico con buoni risultati nell’ambito del hip-hop, del funky e dei balli di coppia latino-americani. Ammetto di non essere un cantante perché in famiglia c’è mia sorella che è bravissima, però canto da attore se mi preparo.

Che rapporto hai con i social? Vedo che hai un ottimo seguito!

Pessimo, capisco quali siano i vantaggi dell’utilizzo di un social network in quanto la comunicazione è più immediata, si può arrivare prima alle persone per un concetto. Per quanto mi riguarda, non mi verrebbe mai in mente di postare cosa mangio a colazione o come mi lavo i denti. La cosa che mi fa innervosire maggiormente è che se tu pubblichi poi incontri un amico e dici: “si si, ma ho visto” e non hai più nulla da raccontare. Io non posto nulla così sono tutto da scoprire. Mi piace utilizzarli per lavoro o per aiutare magari a diffondere un messaggio importante.

In questo momento in cui l’arte è stata calpestata dalla pandemia, tu personalmente come la vivi?

Malissimo. Capisco perfettamente il momento storico e che dobbiamo combattere il virus, ma secondo me non è chiudendo i teatri o i cinema che si debellerà il COVID, anche perché sono proprio gli ambienti dove si assembra meno gente. Credo che sia una scelta di tipo economico non eccessivamente motivata. L’arte non dovrebbe mai essere fermata, è un dono, un regalo che ognuno di noi può ricevere; ad esempio, se vai ad una mostra e vedi un dipinto che ti regala un’emozione, magari ti risolve anche uno stato d’animo che in quel momento non era positivo e ti cambia la giornata. Senza l’arte, dilaga l’ignoranza più facilmente, perché l’arte è coinvolgimento.

Location: Hotel Valadier

Photo: Valentina Cerulli @valentinacerulliph

Mua: Arianna Nota @fotonota

Stylist: Alessia Rossetti @alexis_rode

Support progetto: Rondini Sonia @sonia_rondini

I personaggi maschili di ‘Emily in Paris’

Uscita poche settimane fa ed entrata rapidamente nella top ten dei programmi più visti su Netflix, la serie Emily in Paris ha fatto parlare di sé da subito, attirandosi molte critiche per la rappresentazione della Ville Lumière e dei suoi abitanti, giudicata eccessivamente stereotipata (i cliché, effettivamente, non mancano, sebbene dalla produzione abbiano precisato come siano inevitabili data la trama, che racconta le vicende di una ragazza americana giunta a Parigi per la prima volta) e altrettante menzioni per gli outfit variopinti. Questi ultimi sono opera della regina del glamour in formato tv, la costumista Patricia Field, già ideatrice dei guardaroba di Ugly Betty e, soprattutto, Sex and the City.

Un aspetto meno indagato è invece quello riguardante i personaggi maschili, poiché a rubare la scena sono, ovviamente, la Emily Cooper del titolo aka Lily Collins, la sua capa/nemesi Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu) e le altre donne del cast.
Eppure alcuni uomini, rivestendo ruoli certo non secondari, meritano uno sguardo più approfondito, ad iniziare da Gabriel, chef tanto fascinoso quanto abile a preparare la tartare de veau, diviso, sentimentalmente parlando, tra la protagonista (e vicina di casa) Emily e la di lei amica, nonché sua fidanzata, Camille. Per interpretarlo è stato scelto il 32enne Lucas Bravo, aitante modello con all’attivo partecipazioni in soap come Sous le soleil e Plus belle la vie, molto seguite in Francia. Nel suo caso, la componente fashion è mantenuta al minimo sindacale (t-shirt aderenti, felpe pastello, cappotti scuri, giubbetti in denim, l’accoppiata evergreen perfecto di pelle e maglietta…), d’altra parte sa farsi notare senza difficoltà anche indossando il grembiule bianco d’ordinanza.



Impossibile non citare poi Julien, collega di Emily nell’agenzia di marketing parigina Savoir, perennemente blasé e incline a giudicare con sarcasmo quanto lo circonda. Si tratta del personaggio maschile più fashionable, vestito di tutto punto al lavoro come nelle altre occasioni. Il suo è uno stile a tinte forti, sofisticato: predilige i suit pennellati addosso, declinati in cromie classiche (ravvivati, però, da camicie optical, maglie stampate, sottogiacca in colori vitaminici) o al contrario piuttosto estrosi, percorsi da grafismi e pattern di grandi dimensioni, talvolta accessoriati con broche appuntate al bavero e collane gioiello; in alternativa, polo dalle nuance accese (come quella bluette firmata Paul Smith del secondo episodio), bomber, varsity jacket in raso.
Julien è impersonato da Samuel Arnold, ex ballerino professionista, parigino trasferitosi però da tempo a Londra, dove nel 2018 ha recitato al National Theatre nella pièce Antony and Cleopatra.

Altra figura maschile di spicco è quella di William Abadie, attore francese 47enne formatosi all’Actors Studio newyorchese, la cui filmografia conta serial come Gossip Girl, Gotham e Homeland. Oltre alla recitazione, si dedica regolarmente allo sport: è infatti un atleta provetto che spazia tra maratona, triathlon e snowboard. Il suo alter ego sullo schermo è Antoine Lambert, fondatore del marchio di haute parfumerie Maison Lavaux – uno dei maggiori clienti di Savoir – oltreché amante del boss di Emily, Sylvie Grateau. Il “naso” interpretato da Abadie è un uomo affabile e azzimato, stretto in completi tailored dal taglio impeccabile, completati da cravatta e pochette de rigueur.



Charles Martins è invece Mathieu Cadault, ovvero l’archetipo del businessman di successo, un latin lover paparazzato in compagnia di celebrity e star del cinema, manager del brand di alta moda Pierre Cadault, una maison di finzione presentata nella serie come quintessenza dello chic parigino (una delle scene migliori è, in effetti, quella in cui l’omonimo stilista trasecola notando degli charm a forma di cuore e Tour Eiffel, che l’improvvida protagonista tiene in bella vista sulla borsa). Data la professione, è ovviamente elegantissimo: nel corso degli episodi sfodera abiti tre pezzi in tweed, foulard dalle fantasie geometriche, soprabiti sartoriali, cache-col adagiati con studiata nonchalance lungo i revers e così via.

Nonostante l’esigua quantità di tempo dei rispettivi personaggi, si possono infine menzionare Roe Hartrampf alias Doug, fidanzato di Emily (che in realtà smette di essere tale all’inizio della serie), all’american boy tutto lavoro e tifo per i Chicago Cubs, e Eion Bailey, interprete di Randy Zimmer, il magnate dell’hôtellerie che appare nella quarta puntata.

I nuovi talenti di Netflix. Thomas Camorani, da Summertime a Sotto il sole di Riccione

Classe 2001, Thomas Camorani ha la voce del tipico bravo ragazzo, anche se come si definisce lui stesso “ sono un organizzatore di feste, sempre carico e un po’ casinista”. Nonostante la giovane età però, ha già le idee molto chiare, la prima esperienza sul set gli ha fatto capire che la strada della recitazione è quella che deve seguire da qui al futuro, e lo farà con la grande motivazione che più volte emerge nella nostra intervista.

Raccontaci il tuo percorso fino ad oggi, dal calcio alla recitazione..

Sono appassionato di recitazione sin da piccolo, passione che ho coltivato assieme a quella del calcio e della moda, ambito in cui ho lavorato a partire dall’età di 12 anni come modello. 

Allo stesso tempo però ho iniziato a frequentare corsi di recitazione, a Roma. La mia carriera di attore è certamente iniziata come autodidatta e continuo a imparare molto sul campo, non sono mai stato un invidioso e cerco sempre di prendere esempio da chi è più esperto.

Parlando invece del calcio, ero arrivato a un buon livello con una squadra in serie C ma la vita mi ha presentato una scelta. La malattia che mi ha costretto due anni in ospedale mi ha fatto ripensare a quelle che erano le mie passioni e così mi sono allontanato dal calcio e ho cominciato a studiare da solo dizione. Una volta uscito dall’ospedale mi sentivo pronto per partire. Non ho mai seguito scuole di recitazione vere e proprie, solo workshop e coaching privato. Per me conta la voglia di fare e imparare, il grosso poi lo apprendi sul set. 

Come è stato il tuo debutto da attore?  

È stato fantastico, anzitutto dal punto di vista formativo perché con Netflix ho imparato tantissimo. (5 anni di studio in un lavoro praticamente). Mi ricordo che stavo per partire per le vacanze e invece è arrivato questo progetto; un fulmine a ciel sereno che mi ha dato tantissimo ed è stata la cosa migliore che mi potesse capitare. Per partecipare alle riprese ho investito tanto di mio, anche in termini di risorse economiche, venendo da una piccola realtà di provincia gli spostamenti erano all’ordine del giorno. Fortunatamente ho sempre avuto l’appoggio della mia famiglia, diversamente alcuni miei amici non hanno creduto in me, mi deridevano. È stato un bene averli persi.  Sul set invece all’inizio avevo un po’ di timore ma è stato veloce sentirsi subito a casa. Questa tranquillità mi ha fatto capire che l’attore poteva davvero essere il mio lavoro per il futuro. 

Parlaci del tuo personaggio nella serie Summertime..

Il mio personaggio non è tra i protagonisti, ma rispecchia davvero quello che sono. Organizzatore di feste, sempre carico e un po’ casinista. Il tipico romagnolo insomma. Proprio per questo non ho avuto grandi difficoltà a interpretarlo. Sicuramente nel futuro spero di misurarmi anche con ruoli diversi da me è più complessi.

E l’esperienza in “Sotto il sole di Riccione” ?

Ho iniziato subito dopo la fine di Summertime, e le modalità per i film sono molto diverse da una serie. Basti pensare che la serie è stata girata in 4 mesi, il film in un mese solo.

Come ambiente ho preferito l’atmosfera di Summertime, Sotto il sole di Riccione è stata però una grande esperienza soprattutto per confrontarmi con altri attori di grande calibro (come ad esempio Isabella Ferrari).

Come hai vissuto i mesi del lockdown?

I mesi scorsi sono stati davvero difficili, soprattutto perché mi hanno riportato ai tempi in cui sono stato in ospedale e dove in effetti ho vissuto in una sorta di quarantena di due anni. In queste situazioni emerge tutta la mia sensibilità e allo stesso tempo la mia forza. Marzo è stato molto difficile, dopo ho iniziato a riattivarmi fisicamente e mentalmente, a riprendere le mie attività, a leggere. Sono di natura iperattivo e mi piace avere giornate molto intense e impegnate. Anche il supporto della famiglia è stato fondamentale, viviamo in una casa grande e abbiamo accanto altri parenti. Grazie a loro non mi sono mai sentito solo.

Sei molto forte sui social e in particolare Tik tok. Pensi che Tik tok possa arrivare a sostituire instagram? 

Penso che lo abbia già sostituto, tutte le aziende si stanno trasferendo su Tik tok. A Instagram manca quella parte più divertente che solo tik tok possiede, ma allo stesso tempo non mi sento ancora spinto ad abbandonare instagram. Penso che a breve assisteremo a un passaggio, proprio come è avvenuto per facebook.

Abbiamo parlato di Summertime, tu dove trascorrerai l’estate? 

Ad oggi posso dire che ogni estate è migliore della precedente. Ho in programma Jesolo e Formentera, ma dipende anche dagli impegni lavorativi che potrebbero sconvolgere tutto. In ogni caso sono uno che si adatta facilmente, sono super flessibile!

Il tuo luogo del cuore invece?

Mi è rimasta nel cuore Milano, dovevo trasferirmi qui il 10 Marzo prima della quarantena. Della città amo il nuovo quartiere di City life, Bosco verticale e ovviamente il Duomo.

Cosa non può mancare nella tua valigia quando viaggi?

Carica batterie, tantissimi vestiti (soprattutto mutande, sono fissato) ma anche diverse paia di scarpe. Collanina d’oro, il mio portafortuna. Libri sul business online e apertura della mente, altro mio interesse.

Novità in arrivo per la prossima stagione? 

Sul lato cinema ho parecchi progetti in testa, provini per una serie importante su cui incrociamo le dita assolutamente!


Instagram: @thomas_camorani Tik Tok: @thomas_camorani

Foto: Umberto Buglione per Wannabe Management

Total Look: Dsquared2

Federico Cesari, protagonista di Skam Italia

Il pubblico lo conosce e lo segue nel ruolo di Martino Rametta in «SKAM Italia», una fortunata serie ora molto seguita su Netflix che parla alle nuove generazioni affrontando tematiche molto attuali, come sesso e bullismo. Federico è una vera promessa del cinema italiano, che già a ventitré anni può vantare un percorso di tutto rispetto. Romano di nascita, classe 1997, la sua carriera inizia prestissimo a soli 12 anni, quando ha interpretato Andy nei Cesaroni.

Prima di Skam, l’abbiamo visto in diversi ruoli, dalla tv (Tutti i pazzi per amore 2, La Guerra è Finita) al cinema dove ha partecipato a produzioni  di Pupi Avati (Il figlio più piccolo) e Non c’è campo di Federico Moccia. Personaggio per natura molto social e seguito su Instagram. Ecco il racconto del suo percorso.

Tutto inizia con una piccola partecipazione in un film di Pupi Avati, che come ha raccontato l’attore “è iniziata un po’ per gioco, ma pian piano la consapevolezza di ciò che facevo è cresciuta ed è diventata una vera passione”.

In Skam invece emerge una maggiore consapevolezza del suo ruolo, oltre ai diversi temi trattati, che si diversificano nelle varie stagioni, l’obiettivo è quello di raccontare i ragazzi in modo vero, privo di filtri e di sguardi adulti e moralisti sulle loro vite. È uno spaccato della quotidianità di tantissimi giovani, con vite semplici, con elementi di certo radicati nei nostri anni, ma con tante dinamiche che sono familiari anche alle generazioni più grandi.

 “Spero che questo prodotto piaccia e possa raggiungere un pubblico più vasto possibile, visti i temi trattati; mi auguro che la gente non sia solo spettatrice, ma che riesca ad entrare nel punto di vista dei personaggi, visti comunque i fatti che stanno accadendo questi giorni lo ritengo più che necessario”.

Nella serie si parla di religione, sessualità e bullismo e Federico oltre a combattere in prima persona i pregiudizi, pensa sia molto importante per il soggetto vittima di discriminazioni avere un ambiente familiare attorno in cui sentirsi libero di essere se stesso completamente, senza paura di essere giudicato. “Purtroppo è più facile a dirsi che a farsi e un ruolo molto importante in questo è svolto dalle associazioni”. 

La speranza per il futuro da parte sua, è quella che il cinema continui a seguire la via che ha già intrapreso, ossia dare spazio a tanti giovani che hanno passione e talento da offrire. “Nella mia wish list inoltre, vorrei lavorare con Luca Guadagnino, Lars Von Trier, Ludovico Bessegato e tanti altri…”

Credits photo: Davide Musto

Netflix: i programmi più visti in Italia

Tante le serie tv Netflix che hanno cambiato le nostre giornate e ci hanno tenuto incollati allo schermo nei giorni di quarantena. Ma oggi che il lockdown sembra essere terminato, vogliamo tirare le forme e consigliarvi quelli sono i 10 programmi più visti in questo momento in Italia. 

Gli italiani, si sa, sono un popolo di sognatori e amano emozionarsi e seguire intrighi e storie complicate, quasi come a voler rivedere le vicende di vita quotidiana raccontate in una serie. Ma cominciamo a ritroso:

10 “Non ho Mai”

Migliorare il suo status sociale, é questo l’obiettivo della protagonista di questa serie. Una ragazza indo- americana, Devi, alle prese con la vita e le avventure quotidiane, che dovrà con fatica vivere. Amici, famiglia e sentimenti non le renderanno le cose così semplici. 

9 “Natale da Chef” 

Una commedia tutta italiana, con regia di Neri Parenti. Al centro della storia uno chef, Massimo Boldi, che si crede un genio della cucina ma che, in realtà, é tutt’altro: i suoi piatti sono tutto fuorché mangiabili. Le cose si complicano quando é invitato a partecipare alla gara d’appalto per preparare la cena del G7. Nel cast anche Dario Bandiera e Rocco Munoz. 

8 “Too hot too handle”

Dimenticatevi gli show dove dei giovanissimi sono rinchiusi in una villa di lusso a far baldoria, Too Hot To Handle supera i di gran lunga questo genere di show. I protagonisti, sì, sono dei giovani e bellissimi ragazzi, ossessionati dal sex appeal: ma pensate a cosa potrebbe succedere se gli venisse vietato loro qualsiasi forma di contatto sessuale. I dieci concorrenti condivideranno alla fine il premio finale di 100 mila dollari, sempre se non venisse decurtato man mano che uno di loro non infranga le regole. Uno show che vi terrà incollati allo schermo, nonostante l’alto tasso di “trash”. 

7 “Summertime” 

Una serie ispirata ai romanzi di Federico Moccia in cui gli adolescenti fanno da protagonisti in storie che si intrecciano e amori passionali. Al centro della serie due giovani, l’uno dall’altro proveniente da ambienti totalmente diversi, che si innamorano durante un’estate sulla riviera adriatica. Una teenager drama perfetta per chi ama sognare gli amori e le vicende giovanili delle estati. 

6 “White Lines”

Serie televisiva spagnola che vede protagonista Zoe Walker, una ragazza che cerca a tutti costi la verità sulla scomparsa del fratello Axel mentre lavorava come DJ a Ibiza. La sorella decide di recarsi nel luogo della scomparsa dove ben presto imbocca una via di pericoli e degrado. Adrenalinico e intrigante. 

5 “Into the night” 

Un gruppo di persone si ritrovano dirottate su un volo da Bruxelles a Mosca, il quale si dirige a ovest nel tentativo di sopravvivere a un evento catastrofico solare che uccide tutti gli organismi viventi durante le ore di luce del giorno. Per chi ama il tema “fantasy” con catastrofi naturali, vi terrà incollati allo schermo. 

4 “Vis à vis – Il prezzo del riscatto”

É la storia di Macarena, una donna che, aggirata dal suo capo, commette crimini manipolazione e appropriazione indebita nell’azienda in cui lavora. Viene scoperta e accusata di quattro reati fiscali, per i quali è provvisoriamente detenuta nella prigione di Cruz del Sur. Lì scopre un mondo fatto di pericoli e agguati, alla ricerca del suo “spazio” vitale. 

3 “The last dance”

Una docuserie per appassionati di sport e delle vicende legate alla carriera di Michael Jordan e alla storia dei Chicago Bulls degli anni ‘90 con filmati inediti della stagione 97-98. Un tuffo nel passato in una delle vicende più seguite dell’ultimo secolo raccontate da una troupe cinematografica della NBA Entertainment. 

2 “La missy sbagliata”

La trama racconta di un uomo che conosce per caso una donna bellissima e spinto dall’amico decide di invitarla a un evento aziendale alle Hawaii. Si accorge però troppo tardi di aver scritto alla donna sbagliata, un’omonima fuori di testa che aveva incontrato tempo addietro durante un appuntamento al buio non andato bene. Da qui una serie di vicende ed equivoci che vi terranno incollati allo schermo. 

1 “Skam Italia” 

Un dramma adolescenziale raccontato attraverso l’occhio di ragazzi alle prese con la propria identità, le prime cotte, i problemi familiari e le questioni di genere, il revenge porn, il femminismo. Quattro stagioni che decretano il successo di Skam, inizialmente cancellata, ma poi rinnovata con la quarta serie. Un successo, quello di Skam, che è sicuramente uno specchio dei giovani di oggi con paure ed emozioni proprie dei millennials alle prese con la vita quotidiana.