Talentuosi e inclusivi, i 4 designer italiani emergenti da conoscere

Sostenere che il futuro della moda italiana sia nelle mani di giovani di talento, alla guida di marchi dalle riconosciute potenzialità con cui, magari, hanno collezionato premi, articoli e apprezzamenti dei buyer, è persino banale. Ciononostante, le nuove leve del fashion system nostrano non hanno esattamente la strada spianata, stretti come sono tra i venerati maestri, per dirla con Arbasino, del made in Italy e la concorrenza agguerritissima della new wave francese, britannica e americana (si pensi a créateur quali Simon Porte Jacquemus, Marine Serre, Grace Wales Bonner, LaQuan Smith).
Da qualche tempo a questa parte, per fortuna, le cose stanno cambiando, istituzioni e griffe d’alto lignaggio supportano fattivamente la meglio gioventù fashionista: in tal senso, oltre all’azione della Camera Nazionale della Moda, è lodevole l’iniziativa di Valentino che, a partire dalle sfilate donna di febbraio, metterà a disposizione di uno stilista emergente l’account Instagram della maison, così da far arrivare la collezione a un’audience di milioni di utenti.

Abbiamo selezionato quattro designer di cui, con ogni probabilità, sentiremo parlare nei mesi e anni a venire; li accomuna un fattore oggi sempre più importante, il rifiuto di categorizzazioni e distinzioni di genere, lo spirito inclusivo, vicino all’etimologia della parola abito che, ricorda la Treccani, «deriva dal latino habĭtus […] un ‘modo (di essere) che si ha’, una ‘disposizione’ ad agire, a comportarsi in un determinato modo», libero da dogmi e convenzioni retrive, aggiungiamo noi.

Alessandro Vigilante



Per Alessandro Vigilante moda e danza sono un binomio inscindibile, la cornice entro cui ricondurre la tensione tra opposti (stasi vs. movimento, tailoring dalla precisione millimetrica vs. fluidità, vestibilità second skin vs. volumi scostati) che è al cuore della sua idea di prêt-à-porter.
Classe 1982, pugliese, cresciuto col mito di Pina Bausch, vestale del Tanztheater, e delle rivoluzionarie coreografie di Merce Cunningham, dopo l’interruzione della carriera da ballerino professionista e il diploma allo Ied, accumula esperienze presso griffe di assoluto prestigio come Dolce&Gabbana, Gucci, Philosophy di Lorenzo Serafini, finché due anni fa capisce di essere pronto per unire i due poli che, da sempre, orientano la sua creatività in un proprio brand.
Già nella prima collezione, Atto I, le dicotomie di cui sopra si trasferiscono in outfit risoluti, grintosi, giustapponendo abiti scultorei che inguainano il fisico («altamente espressivo ed erotico», secondo lo stilista) e overcoat o blazer rubati al guardaroba di lui, spacchi e fessure per mettere in risalto punti nevralgici (soprattutto schiena e décolleté) e pants con la riga, tessuti “convenzionali” (lana, seta, viscosa…) e lattice vegano.
Sono all’insegna dei contrasti anche la riflessione sul “corpo parlante” di Atto I – Talking Body e i look di Atto II – Body Rebirth, presentati nell’ambito della fashion week meneghina dello scorso settembre con una performance ad hoc, ritmata da movimenti sincopati e luci intermittenti, nei quali i codici dello stile maschile e femminile si incontrano, tra intagli maliziosi, silhouette affilate, audaci scollature e giacche relaxed aperte sul retro; modelli rivolti, dichiara Vigilante, intervistato da Tgcom24, «a persone coraggiose, con un punto di vista preciso, indipendentemente dal sesso», visti infatti su personalità ben consapevoli della propria fisicità come Dua Lipa, Bianca Balti, Damiano David.



Andreādamo



Crotonese, 38enne, dopo la trafila negli uffici stile di varie griffe (Elisabetta Franchi, Roberto Cavalli, Zuhair Murad, Dolce&Gabbana) Andrea Adamo decide di debuttare con la sua linea nel luglio 2020, glorificando una sensualità orgogliosa e assertiva, che elegge a materiale principe la maglia a costine, impiegata in bralette, tank top così sparuti da cingere a malapena il torace, gonne a matita, knit dress e altri pezzi bodycon, che scoprono artatamente l’epidermide mediante fenditure, oblò e cut-out, e paiono incastrarsi gli uni negli altri.
L’obiettivo è chiaro fin dalla collezione d’esordio Spring/Summer 2021, dal titolo programmatico Nudo, a rimarcare il carattere intrinsecamente sensuale di capi che mirano – parola del designer – a una «fusione tra pelle e abito», aderendo sinuosamente al corpo, seguendone le curve, modellandosi su di esse grazie alla confezione seamless, priva cioè di cuciture.
Il termine non deve far pensare a una specifica nuance chiara, perché l’abbigliamento Andreādamo, pensato per combinarsi con incarnati di ogni colore, prevede diverse varianti cromatiche del cosiddetto nude (indicate, a scanso di bias, da semplici cifre, ad esempio 01, 02, 03…), semmai alla «nudità intesa come verità, in un’esaltazione delle forme che supera gli stereotipi», come dichiarato recentemente a MFFashion.
Vale anche per la S/S 2022, che guarda al mito di Andromeda raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio, incatenata a uno scoglio e salvata da Perseo, come sintesi ideale di femminilità e fragilità, da rendere attraverso superfici a rete, trasparenze e aperture su body, tute, shorts e abitini, rifiniti con pannelli asimmetrici e lacci attorcigliati su busto e fianchi.
Le celebrities (come Kylie Jenner, Vanessa Kirby, Elodie, Vittoria Ceretti) gradiscono, idem retailer di peso a livello internazionale, per alcuni dei quali (Selfridges, Net-a-Porter, Antonia, LuisaViaRoma) sono state concepite speciali capsule collection, cariche di sex appeal, bien sur.



CHB



Nel marchio CHB, lanciato sul finire del 2020, il direttore artistico Christian Boaro condensa elementi teoricamente inconciliabili, vale a dire la meticolosità di lavorazioni prossime alla couture (retaggio degli anni trascorsi al fianco di mostri sacri del fashion come Donatella Versace, Gianfranco Ferré, Domenico Dolce e Stefano Gabbana) e un’energia di chiara matrice street, la squisitezza di duchesse, satin di seta, merletti, trine e altri filati che potrebbero affollare i tavoli di un atelier e l’immediatezza di felpe logate, cappelli da baseball et similia, la severità del nero e la purezza del bianco, la concisione delle forme, asciutte e lineari, e il preziosismo dei dettagli gioiello. Un equilibrio volutamente labile, considerato da Boaro l’unica via per abbracciare l’unicità e individualità di ciascuno, fine ultimo di un creativo del resto sensibile a determinati temi, affrontati indirettamente già nella mostra The Naked Truth, allestita tre anni fa al PlasMA, centinaia di polaroid per «indagare la persona da un altro punto di vista», raccontava allora ad Artribune, ché «tutte le mie ossessioni sono identificabili con la bellezza, in ogni sua forma».

Una bellezza evidentemente senza pretese universalistiche, opinabile, imperfetta, sfumature che si ritrovano nelle mise della S/S 2022, scattate in riva al mare, al tramonto: colpiscono le maglie sezionate da bande verticali in materiali differenti, i fiori rossi che sbocciano su shirt, canotte e tubini dalla mano serica, la sfilza di camicette, maglie smanicate, slip dress e top XXS di pizzo operato, i capispalla extra long, i lampi acidi che intervallano la bicromia black&white; quasi tutti i modelli sono indossabili dalle donne come dagli uomini, senza distinzioni perché, chiariva lui a i-D Italy qualche mese fa, «il messaggio è, semplicemente, di totale libertà».
Non è un caso che pezzi griffati CHB siano stati indossati, tra gli altri, dai Måneskin, fautori di un approccio libertario al dress code, che abbatte tabù e cliché a colpi di look ultraglam.


Ph. by Raffaele Cerulo


Federico Cina



Un ready-to-wear che ripensi gli archetipi della sartoria maschile (completi, camicie, pullover…) tramato di accenti sognanti e sentimentali, ancorato – non solo metaforicamente – alla Romagna: è questa l’essenza della moda di Federico Cina.
27enne, il percorso accademico lo porta al Polimoda, poi in Giappone, quindi una parentesi milanese e la decisione di tornare alla base, nel Cesenate. Nel 2019 l’etichetta eponima approda ad AltaRoma, vincendo il concorso Who is on Next?; da quel momento è un crescendo, l’anno seguente presenta la proposta S/S alla Digital Fashion Week di Milano (in questi giorni debutterà nel calendario ufficiale) ed è tra i semifinalisti del LVMH Prize 2021. A guidarlo, nella realizzazione di collezioni pervase da delicatezza, intimità e dolce malinconia, le memorie d’infanzia di pranzi domenicali imbanditi su tovaglie ricamate, tralci di vite nelle campagne, giornate sul litorale, e il lirismo visivo dei fotografi che hanno saputo ritrarre in maniera inedita la regione, su tutti Luigi Ghirri e Guido Guidi.

Il legame col territorio si traduce inoltre, concretamente, nella scelta di appoggiarsi a produttori e maestranze locali, recuperandone – per valorizzarle – tecniche artigianali come la stampa a ruggine, con cui matrici in legno intagliato imprimono sui tessuti motivi agresti della tradizione romagnola (grappoli d’uva, animali, anfore…).
Nell’ultima stagione S/S 2022, Infanzia A-mare, i ricordi delle estati nelle colonie della Riviera si confondono con le impressioni suscitate dal libro fotografico Addio colonia, di Luigi Tazzari, prendendo la forma di outfit che profumano di salsedine, ampi e dalle texture materiche, tra capi tricottati, bluse ariose, rigature marinare, comodi pantaloni scivolati, addosso a ragazzi e ragazze, indistintamente, com’è normale che sia per un designer che ha rivelato a MFFashion di aver «sempre disegnato in un’ottica genderless».



Per l’immagine in apertura, credits: Federico Cina F/W 2021, ph. by Gabriele Rosati

Pitti Uomo 101: dall’11 al 13 gennaio il menswear torna protagonista a Firenze

Alla luce del rivolgimento che attraversa – non da oggi – il mondo del fashion per lui, in cui i mutamenti già in atto (l’avanzata inarrestabile del leisurewear, la possibile, complicata convivenza tra formale e abbigliamento disimpegnato da casa, i confini via via più porosi tra i generi…) sono stati bruscamente accelerati dal Covid, l’appuntamento con Pitti Uomo, da sempre punto di osservazione privilegiato sul vestire maschile, giunge quest’anno più che mai opportuno.



Pur in un contesto meno agevole di quanto ci si aspettasse a causa del dilagare della variante Omicron, il salone torna ad occupare gli spazi della Fortezza da Basso, a Firenze, dall’11 al 13 gennaio, «in completa sicurezza», come tiene a specificare Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, e con un formato espositivo sì rinnovato, ma incardinato al solito su quelle caratteristiche di selezione, curatela e comunicazione d’impatto che, insieme al ricco programma di eventi speciali collegati, hanno reso la fiera del capoluogo toscano il punto di riferimento mondiale della moda e lifestyle pour homme.

Reflections è il filo rosso della kermesse, che si dipanerà negli allestimenti distribuiti tra sede principale e Leopolda, informando anche la campagna pubblicitaria ad opera del duo di fotografi Narènte, una scelta che gioca con la polisemia della parola: come precisa il direttore generale Agostino Poletto, infatti, il termine inglese significa «riflessioni, ma anche riflessi, interiori ed esteriori, finestre che si aprono, squarci che portano dentro e fanno guardare lontano, rimandi che vanno oltre quello che ci si aspetta».


Pitti Reflections, ph. dall’account Instagram Pitti

All’interno della Fortezza, il percorso espositivo si snoda lungo tre macro aree, pensate per raccontare le diverse anime del menswear odierno: Fantastic Classic, Dynamic Attitude, Superstyling.
Nella prima il leitmotiv è l’evoluzione del classico, che gli autorevoli marchi presenti (fra i tanti Pal Zileri, Herno, Orciani, Stefano Ricci, Xacus, Tombolini, Paul & Shark) mirano a rendere innovativo e al passo coi tempi, ricercando dettagli e accostamenti inediti, fornendo un upgrade ai must senza tempo del guardaroba, dai pantaloni tailored all’outerwear, dagli accessori distintivi alla maglieria, così da guardare oltre la tradizione, avendo cura, ovviamente, di valorizzare la preziosità di capi e accessori dalla fattura perfetta.



Nell’ambito di Fantastic Classic, la novità è rappresentata dall’ampliamento e rinnovamento della sezione Futuro Maschile, tra le più seguite di Pitti, una finestra sul contemporary menswear che fa della scioltezza, del mix & match tra pezzi classici e abbigliamento sportivo il suo punto di forza, proponendosi come progetto di punta di questa 101esima edizione.
Il Piano Attico dell’edificio è pronto ad accogliere una community di circa 90 etichette: i nomi si sprecano, dai masterpiece in forma di calzatura di Alden, Barrett, Green George e Paraboot ai capispalla d’autore di Sealup, Ruffo e Lodenfrey, al knitwear di pregio griffato Roberto Collina, Avant Toi e Scaglione.  


Avant Toi

Dynamic Attitude identifica nell’outdoor il terreno comune tra sport e streetwear, dove si muovono aziende per le quali comfort e libertà sono atout imprescindibili, da declinarsi però in design innovativi, ricercati, commisti a influenze vintage o dall’anima tech. Qualche esempio? Blauer USA, Lotto, 24 Bottles, Voile Blanche e Filson; quest’ultimo, distribuito dal gruppo italiano WP Lavori in Corso che se ne è appena aggiudicato la licenza per l’Europa e una quota del 10%, festeggia i suoi 125 anni con un evento che mixerà musica, divertimento, cibo e pezzi unici, in linea con lo stile quintessenzialmente americano del brand.


Filson

Il fulcro di Superstyling è invece l’anticipazione dei trend, l’individuazione di nuovi canoni stilistici che passa necessariamente attraverso sperimentazione e scelte estetiche fuori dagli schemi, supportate da sapienza sartoriale e una visione in continuo divenire; qualità che accomunano le griffe internazionali on stage, come Zespà, Olow, Superduper, Armor Lux e Rolf Ekroth, nelle cui collezioni si moltiplicano tagli agender e modelli pensati per superare il concetto di stagionalità.


Rolf Ekroth

Non può mancare, poi, una riflessione sulla sostenibilità, vexata quaestio del nostro tempo, tema ineludibile per chiunque operi nel settore dell’abbigliamento che, bisogna ricordarlo, è tra i più inquinanti in assoluto: a Pitti Uomo torna, per la quarta volta, il progetto espositivo S|Style sustainable style, a cura della fashion editor Giorgia Cantarini, con una nuova infornata di giovani label e stilisti che fanno dell’eco-responsabilità un mantra assoluto.
Il processo di scouting, improntato a internazionalità e inclusione, ha tenuto conto – come spiegato dalla curatrice – del «processo creativo che guida i designer nell’approccio responsabile, riassumibile in 3 R: riciclare, riutilizzare, reinventare», consentendo di selezionare dieci marchi ben assortiti.


Ksenia Schnaider

Buyer e giornalisti avranno la possibilità di visionare i capi “reworked” dell’etichetta ucraina Ksenia Schnaider (che ha già irretito le sorelle Bella e Gigi Hadid e Iris Law), pregni di riferimenti alla cultura est-europea e sottili critiche sociali, i briosi pullover Waste Yarn Project, intessuti con filati e maglie di recupero, il blend di formale e workwear dei completi no gender di Provincia, gli occhiali di Junk in Econyl®, nylon riciclabile all’infinito ottenuto da plastiche raccolte dagli oceani o dalle discariche; e, ancora, le proposte di Figure Decorative, Curious Grid, N Palmer, Maxime, Umòja e Philip Huang.


Waste Yarn Project

La collaborazione tra Pitti Immagine e Rinascente, inoltre, garantirà ulteriore visibilità ai creativi di S|Style sustainable style, con vetrine dedicate per tutta la settimana della fiera, un’area pop up e una mostra con le foto di Mattia Guolo, che ritraggono i look chiave delle rispettive collezioni, al secondo piano del department store di Piazza della Repubblica.

Tra gli highlight annunciati del salone fiorentino, vanno segnalati almeno il debutto, in Fortezza da Basso, di KTN – acronimo di Kiton New Textures, linea dallo spirito urban dei fratelli Mariano e Walter De Matteis, terza generazione della famiglia alla guida del brand, un vanto della scuola sartoriale napoletana conosciuto in tutto il mondo, che svela in anteprima i modelli della Fall/Winter 2022-23, Metamorphosis; la presentazione, al Giardino del Glicine, della capsule collection F/W 2022 di Lardini, in cui lo slancio cromatico delle proposte simboleggia un ritrovato entusiasmo; l’esperienza immersiva phygital predisposta nella Sala della Volta da Ten C, che ruota attorno alla nozione di “ibrido”, inteso come tutto ciò che non è articolato, complesso e strutturato. Questi e altri eventi, lanci e iniziative che scandiranno la tre giorni della rassegna saranno accessibili anche online, tramite la piattaforma digitale Pitti Connect, permettendo a chi non potrà essere fisicamente a Firenze di scoprire le novità dell’edizione numero 101.

Le mostre di moda da vedere nel 2022

Suggerire un legame tra moda e arte è ormai pleonastico, perché le due sfere creative guardano con interesse l’una all’altra da sempre (già un certo Yves Saint Laurent, tra i primi stilisti a guadagnarsi una retrospettiva del proprio operato, inquadrò come meglio non si poteva la questione, sentenziando: «La moda forse non è arte, ma sicuramente ha bisogno di un artista per esistere») e la couture ha varcato da tempo le soglie delle più riverite istituzioni museali del pianeta, vedendosi riconoscere la dignità culturale che le spetta in quanto forma di creatività che, oltre ad assolvere al compito basilare di vestire le persone, si fa portatrice di innumerevoli altri significati, configurandosi come un mezzo espressivo, sic et simpliciter.

Nonostante limitazioni, contingentamenti e incertezze causate dal perdurare della pandemia, anche nell’anno appena cominciato non mancheranno esposizioni di livello, tra antologiche dei giganti del fashion world, compendi di storia del costume e rassegne che si propongono di sistematizzare argomenti meno scontati di quanto sembri, come la dinamicità del menswear.

Settecento!


Ph. Andrea Butti

Il ritrovamento – con successiva donazione dell’associazione Amichae al museo – di tre indumenti del ‘700 (una robe à la française, un completo formato da gonna e corpetto di taffetà, un bustier in seta operata), sontuosamente decorati e conservatisi alla perfezione, diventa l’occasione per tracciare dei parallelismi tra l’abbigliamento dell’età dei Lumi e l’estro dei brand moderni.
A Palazzo Morando, nel Quadrilatero meneghino, i pezzi succitati vengono presentati al pubblico per la prima volta, affiancati da vesti, tessuti e accessori già parte della collezione permanente, e rappresentano il fulcro su cui le curatrici, Enrica Morini e Margherita Rosina, orchestrano il percorso espositivo, facendo dialogare abiti del XVIII secolo ed ensemble firmati tra gli altri Dolce&Gabbana, Max Mara, Gianfranco Ferré e Vivienne Westwood, individuando rispondenze sorprendenti tra i corsetti delle nobildonne di secoli addietro fa e i bustier Versace o D&G, ad alto tasso di sensualità, oppure tra l’ornamentalismo settecentesco e l’abbondanza, nei repertori delle maison selezionate, di intrecci floreali, embroderies, scenette campestri, stampe caleidoscopiche e altre leziosità.
Settecento! è visitabile fino al 29 maggio.


Le vie della piccola frazione di Torriggia

Un abito del ‘700, Gianni Versace S/S 1992 (ph. Andrea Butti), l’allestimento, Dolce&Gabbana F/W 2012 (ph. Giulia Bellezza)


Thierry Mugler, Couturissime


Ph. Christophe Dellière/MAD, Paris

Al Musée des Arts Décoratifs parigino, fino al 24 aprile, è in corso la mostra dedicata a un designer larger than life, come direbbero gli americani. Thierry Mugler, a partire dal 1973 e per i successivi due decenni, ha epitomizzato lo sfavillio, l’esorbitanza insuperata delle sfilate di quel periodo, orchestrando show faraonici (che sarebbe arrivato ad allestire in uno stadio, con tanto di spettatori paganti) in cui irrompevano creature impossibili, vestite di pneumatici, armature metalliche che le rendevano simili ad androidi supersexy, scaglie e piume dalle sfumature iridate.
Decine di look delle collezioni di alta moda e ready-to-wear, immagini delle campagne pubblicitarie del marchio (ambientate in scenari mozzafiato come il deserto del Sahara, i doccioni del grattacielo Chrysler Building o le distese ghiacciate della Groenlandia), materiali che documentano le collaborazioni con artisti del calibro di Madonna, Lady Gaga e George Michael, i costumi realizzati per la messinscena del Macbeth alla Comédie Française, nel 1985, e un focus sulla rivoluzionaria fragranza Angel (ancor oggi vendutissima) compongono la summa dell’opera portentosa di un visionario che, dichiarandosi «affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano», sostiene di aver «usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo».


Haute Couture F/W 1997-98 (Ph. © Alan Strutt), una adv (ph. Manfred Thierry Mugler), la mostra (ph. Christophe Dellière/MAD, Paris), uno scatto per Angel (ph. Manfred Thierry Mugler)


In America: A Lexicon of Fashion


© The Metropolitan Museum of Art

Preceduta dalla consueta parata di vip dagli outfit mirabolanti, radunatisi sul red carpet par excellence, In America: A Lexicon of Fashion ha segnato il ritorno in pompa magna delle abituali rassegne a tema del Costume Institute del Met di New York, dopo lo stop per l’emergenza pandemica nel 2020, e resterà aperta fino al 5 settembre. Si tratta, in realtà, della prima parte (la seconda, An Anthology of Fashion, prenderà il via a maggio) di un’indagine ampia e articolata sulla moda a stelle e strisce, di cui si cerca innanzitutto di istituire un vocabolario che tenga conto delle molteplici sfaccettature, dell’identità poliforme della nazione.
Nell’ideazione dell’exhibition, il primum movens è una trapunta patchwork dell’Ottocento che reca su di sé centinaia di firme, metafora dell’eterogeneità degli Stati Uniti, intorno alla quale si articola la narrazione visiva, con circa cento mise, maschili e femminili, raccolte in dodici sezioni corrispondenti ad altrettante parole chiave – o “qualità emotive”, come le definisce il curatore Andrew Bolton, ad esempio “nostalgia”, “fiducia” o “forza”: si va dal casual in purezza di Ralph Lauren e Tommy Hilfiger ai gown di Oscar de la Renta, dall’easywear solitamente associato allo stile made in Usa (dunque chemisier scamosciati Halston, abitini a portafoglio Diane von Furstenberg, tailleur Donna Karan…) alle elucubrazioni goticheggianti di Rodarte, fino alle proposte da passerella delle rising star Telfar, Christopher John Rogers e Collina Strada.


Tutte le foto, © The Metropolitan Museum of Art


Christian Dior: Designer of Dreams


Ph. Paul Vu

L’inventore del New Look (copyright di Carmel Snow, storica direttrice di Harper’s Bazaar), vale a dire la silhouette che, nel secondo dopoguerra, fissò il canone dello chic parisienne, con spalle arrotondate, vita stretta e massive gonne a campana, è oggetto attualmente di due mostre dal medesimo titolo, a NYC (visitabile fino al 20 febbraio) e Doha (31 marzo).
L’allestimento del Brooklyn Museum prova a rileggere attraverso un filtro americano l’epos di Christian Dior, che nel 1948 aprì una filiale proprio nella metropoli sulla East Coast, riservando un’intera sala agli scatti dei fotografi statunitensi – come Richard Avedon, Irving Penn, Herb Ritts, David LaChapelle – che hanno contributo a far conoscere le opulente creazioni della griffe a una platea internazionale, e individuando dei punti di contatto tra il lavoro dei successori di Monsieur e autori o correnti dell’arte nazionale (vedi l’influenza di Jackson Pollock su Marc Bohan, o i modelli di Ferré che sembrano ammiccare all’architettura dell’edificio); l’esposizione consta, inoltre, di oltre 200 abiti couture, filmati, sketch e altre chicche d’archivio.
All’M7, nella capitale emiratina, lo spartito non si discosta molto da quello della Grande Mela, con capi di sfilata, schizzi e memorabilia a bizzeffe.


Richard Avedon, Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, 1955, Ph. Here and Now Agency, ph. Daniel Sims, ph. Nelson Garrido


Reinvention and Restleness: Fashion in the Nineties



Dal 19 gennaio al 17 aprile, il Fashion Institute of Technology newyorchese metterà sotto la lente una delle decadi più dibattute, irrequiete e – in termini stilistici – prolifiche in assoluto, in cui i timori per l’avvento del nuovo millennio andavano di pari passi con un’eccitazione e una voglia di cambiamento generalizzate; un coacervo che si rispecchia nella polifonia di visioni, tendenze e spinte (anche) contrapposte delle collezioni di allora, delle quali gli oltre 85 tra look e accessori disposti negli spazi del FIT offrono un sunto vestimentario.
Dopo il passaggio introduttivo nella galleria multimediale, che mixa riprese video, défilé con LE top model (Naomi, Claudia & Co.), spezzoni di titoli simbolo degli anni ‘90 come Ragazze a Beverly Hills e Sex and the city, il visitatore può così soffermarsi sul grunge di Marc Jacobs e Anna Sui, sull’eveningwear sfacciatamente glam di Tom Ford per Gucci, sulla sublimazione del minimal operata da Jil Sander e Calvin Klein, sull’avanguardismo duro e puro di Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Martin Margiela.
A completare il tutto, un catalogo da collezione edito da Rizzoli Electa, con foto di fuoriclasse dell’obiettivo quali Steven Meisel, Nick Knight, Ellen von Unwerth e Rankin.


Three piece green python snakeskin ensemble consisting of cropped double breasted jacket with wide notched lapels, and round plastic silver and green buttons with red star at center, matching python bra top and miniskirt.

Yves Saint Laurent aux musées



Esattamente sessant’anni fa, a Parigi, quello che viene spesso considerato il più grande couturier di tutti i tempi fondava la maison che porta il suo nome. Per onorare l’anniversario, la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent ha coinvolto sei musei della Ville Lumière – Centre Pompidou, Musée d’Orsay, Musée d’Art Moderne, Louvre, Musée Picasso, Musée Yves Saint Laurent – in una exhibition diffusa che, proprio come il geniale stilista franco-algerino, si propone di «guardare la moda da prospettive e modalità differenti, andando a ritroso nel tempo».
Dal 29 gennaio – lo stesso giorno in cui, nel 1962, andò in scena la prima sfilata del brand – al 18 settembre, ognuna delle sedi si concentrerà su un aspetto specifico del corposo, ineguagliabile heritage del marchio: al Pompidou l’iconico – termine quanto mai appropriato – tubino Mondrian del ‘65, che trasferiva su tessuto le partiture cromatiche dell’astrattista olandese, è esposto di fianco al dipinto originale, mentre al Museo d’Orsay si sottolineano le affinità tra l’attenzione alla luce di un outfit YSL datato 1986 e Le déjeuner sur l’herbe di Monet, e si mette in luce la sensibilità letteraria di Saint Laurent, debitrice soprattutto a Proust; al Louvre, invece, viene evidenziata la sua fascinazione per gli ornamenti dorati e le decorazioni preziose in generale, che emerge dal confronto tra modelli delle collezioni passate e abiti e gioielli della corona francese.


Mondrian dress, ritratto dello stilista (ph. Jean-Loup Sieff), abito HC S/S 1988 ispirato a Braque, Saint Laurent (ph. Getty Images)


Fashioning Masculinities: The Art of Menswear


Harry Styles nella campagna Gucci Pre-Fall 2019, ph. Harmony Korine

Al Victoria & Albert Museum di Londra si terrà, dal 19 marzo al 6 novembre, una mostra volta a indagare la moda uomo di oggi attraverso un excursus tra epoche, trasformazioni e prospettive future; il momento è propizio, con la concezione della mascolinità messa in discussione tra fluidità, gender bender e un generale rimescolamento di nozioni e dinamiche.
L’intento è «celebrare il potere, l’artisticità e la diversità del vestire e apparire maschili» dal Rinascimento ai giorni nostri, gli organizzatori evidenziano pertanto quanto siano cambiati, nei secoli, i concetti nodali di “Undressed”, “Overdressed” e “Redressed”, che danno il titolo alle tre sezioni; così le mise funamboliche delle label che stanno ridefinendo l’orizzonte del menswear (ad esempio Gucci, Raf Simons, Wales Bonner o Harris Reed) trovano posto accanto a sculture e opere d’arte, e si analizzano le scelte di stile delle celebs passate e presenti (da David Bowie a Billy Porter e Harry Styles) riuscite, negli anni, a sfidare la percezione comune di ciò che gli uomini potrebbero (o dovrebbero) indossare.


Wales Bonner S/S 2015 (ph. Dexter Lander), Gucci F/W 2015, Harris Reed – Fluid Romanticism 001 (ph. Giovanni Corabi), Market Tavern, Bradford, England, 1976, ph. by Chris Steele-Perkins


Per l’immagine in apertura, credits: ph. Paul Vu

Radiografia di un cult: i mocassini con morsetto Gucci

Senza entrare nel merito dei giudizi sul chiacchieratissimo House of Gucci, drama uscito nelle sale italiane lo scorso 16 dicembre, è innegabile lo slancio dato dal film ai prodotti più esemplari del brand fiorentino; non che ne avessero bisogno, considerata la potenza di una griffe radicata come poche altre nell’immaginario comune, però fa sempre il suo effetto vederli indosso a Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino e al resto del cast stellare reclutato da Ridley Scott. Di uno, segnatamente, vengono tessute le lodi, raccontandone con dovizia di particolari genesi, pedigree acquisito grazie all’attrattiva esercitata sul jet set degli anni 70/80, preziosismi della lavorazione, assegnandogli perfino il compito di favorire, sotto forma di munifico cadeau, uno snodo decisivo della trama: parliamo del mocassino con il morsetto, articolo massimamente emblematico di una maison che, pure, vanta nel proprio catalogo diverse creazioni entrate di diritto nella storia della moda con la M maiuscola.
Una scarpa dal design lineare, quasi elementare nella semplicità di costruzione e forme, nobilitato dall’apposizione, sulla mascherina, della staffa metallica con doppio anello, estrapolata dal mondo della selleria e delle finiture per l’equitazione (consustanziale al marchio sin dalla nascita, nel 1921) e divenuta ormai sinonimo di Gucci tout court.



Dotati di tacco dall’altezza contenuta (meno di due centimetri), flessibili e leggeri grazie alla qualità del pellame, maneggiato ad arte dagli esperti artigiani della casa, e all’assenza della soletta, i loafer col dettaglio equestre fanno la loro comparsa nel 1953: è Aldo Gucci, negli Stati Uniti per avviare il ramo statunitense dell’impresa fondata dal padre Guccio, ad avere l’idea di stuzzicare la clientela locale, già entusiasta per l’apertura della megaboutique del brand sulla Fifth Avenue newyorchese, con una proposta a un tempo chic ed easy, che coniughi mirabilmente la comodità della tomaia senza lacci al garbo dei modelli formali, ideali per completare i suit da ufficio come gli ensemble da serata mondana.
Gli Usa, d’altronde, sono la patria del casualwear, e i rampolli della buona borghesia americana, nello stesso periodo, si prodigano per rendere aspirazionali le tenute preppy che ruotano su cardigan, pantaloni con le pinces e penny loafer, giustappunto.
La popolarità delle calzature con dettaglio horsebitcosì lo chiamano oltreoceano – cresce rapidamente oltre le più rosee aspettative, ad invaghirsene è soprattutto lo stardom internazionale: la lista di celebrità e personalità assurte al pantheon del ben vestire che le calzavano, indifferentemente, nel tempo libero o nelle occasioni ufficiali, rischia di essere chilometrica, tra attori (Clark Gable, Yul Brynner, Alain Delon, Peter Sellers, John Wayne…), registi (Francis Ford Coppola), politici (John F. Kennedy, l’allora capo della Cia George Bush senior), persino bellezze leggendarie come Sophia Loren o Jane Birkin, a riprova della natura intrinsecamente genderless dell’accessorio.



Adam Driver sul set di House of Gucci, Alain Delon, Jane Birkin, Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street


Dove non arrivano le foto paparazzate dei divi o il potere ammaliatore delle uscite sul tappeto rosso, ci pensano poi le inquadrature di film di enorme fama: i mocassini in questione, infatti, accompagnano Dustin Hoffman sul set di Kramer contro Kramer, Matt Dillon in quello di Drugstore Cowboy, Matt Damon ne Il talento di Mr. Ripley, il Brad Pitt di Fight Club, in tempi più vicini a noi i protagonisti di The Wolf of Wall Street (il “lupo” del titolo Leonardo DiCaprio li piazza sotto gessati da yuppie rampante, mentre il suo braccio destro, Jonah Hill, durante uno degli innumerevoli, orgiastici party della pellicola  li sbatte sul tavolo per richiamare l’attenzione). Non sorprende affatto, perciò, che il Met di New York, riconoscendone l’iconicità, decida nel 1985 di includerle nella collezione permanente del museo.


Il talento di Mr. Ripley

A raccogliere il testimone degli estimatori eccellenti del passato sono adesso i nuovi astri dello show business: in prima fila, i testimonial/aficionados della label, Harry Styles, Jared Leto e Dakota Johnson, quindi titani del rap (che, quanto a influenza sul pubblico, rivaleggiano ormai con le popstar) alla Asap Rocky o Childish Gambino, assi dello sport come LeBron James, gli “immancabili” attori (altro elenco potenzialmente sterminato, ci si limita a citare Jamie Foxx, Idris Elba, Shia LaBeouf e il nostro Alessandro Borghi).


Harry Styles, Jared Leto, Alessandro Borghi


Il fatto che i loafer con morsetto siano oggetto di una tale riverenza non significa, però, che il loro aspetto sia rimasto immutato, anzi: negli anni sono stati forgiati in una moltitudine di materiali, dal suède al coccodrillo, dalla tela alla vernice.
Dalla metà dei Nineties, la glamourizzazione tutta edonismo e voluttuosità intrapresa dal designer Tom Ford investe anche gli accessori, i tacchi guadagnano centimetri e le superfici lucentezza. Nemmeno i successori dello stilista texano, che lascia Gucci nel 2004 dopo averlo tramutato nel pinnacolo della coolness di fine millennio, si esimono dall’adeguare le scarpe di punta della griffe alla propria cifra creativa: Frida Giannini si dimostra rispettosa della tradizione, pur aggiungendo talvolta un frisson, coprendole di borchie, tappezzandole degli intrichi fiorati del pattern Flora o, come nella collezione celebrativa del sessantesimo anniversario, nel 2013, colorandole di tonalità glossy.


Gucci F/W 1995 (credits Condé Nast Archive), Backstage della sfilata S/S 2013


Alessandro Michele, da ultimo, le rielabora già alla prima uscita da direttore artistico del brand, lo show Fall/Winter 2015, in cui inserisce le Princetown, mules foderate di pelliccia, un feticcio delle fashion victim che ben sintetizza la sfolgorante  fase iniziale dello sua tenure. Da lì in avanti, la ridondanza di decori sarà il minimo comun denominatore della visione stratificata, proteiforme di Michele: popola dunque i mocassini di api, serpenti, tigri e altre creature di un bestiario fantasmagorico, o ancora di personaggi Disney, geometrismi, applicazioni da giardino delle  meraviglie, senza mai rinnegare l’heritage, poiché altre versioni esaltano quei lemmi che, da decenni, compongono l’alfabeto Gucci (doppie G, nastro Web, tessuto monogrammato…); è ancora disponibile, per dire, il modello sempreverde da cui tutto è partito, (ri)nominato 1953, senza fronzoli, ad eccezione – ovvio- della placchetta in metallo dorato.




Il battage mediatico che ha preceduto l’uscita del succitato biopic sulla famiglia Gucci, in ogni caso, ha lasciato il segno, specialmente nel settore dell’e-commerce: stando ai numeri diffusi dalla piattaforma di abbigliamento pre-owned Vestiaire Collective, le ricerche del marchio sono aumentate, su base annua, del +25%, il numero di pezzi in vendita sul sito addirittura del +80%. Vintage o freschi di sfilata, i loafer della maison rappresentano un bene rifugio che, a differenza dei racconti a tinte noir sulle dinastie della moda, mette d’accordo tutti da quasi settant’anni.

Models to follow: Yuna Heo

Lunghi capelli corvini, lineamenti delicati, viso clean, la presenza magnetica di Yuna Heo si imprime nello sguardo, poco importa che, come nelle fotografie pubblicate qui, sia abbigliata con pizzi e merletti o mise da tomboy, tra camicioni immacolati e vistosi pendenti a croce.
22 anni, modi spigliati, basta una scorsa al profilo Instagram per capire che l’intrigante bellezza di questa ragazza sudcoreana si presta tanto ai lookbook quanto ai ritratti au naturel, agli editoriali dal tocco surreale come alle passerelle di griffe quali Gucci o Bottega Veneta, ricalcando così una naturale predisposizione al cambiamento che interessa anche il suo stile, perennemente mutevole (o meglio, «complesso, in alcuni momenti sono femminile, in altri decisamente mascolina») e considerato «un mezzo per esprimere un altro lato della mia personalità», quasi «un alter ego».



Da quanto tempo fai la modella?

Da cinque anni, ad essere precisi ne sono passati tre da quando ho cominciato a lavorare ufficialmente, da un anno a questa parte soprattutto in Europa.
Fin da adolescente mi veniva suggerito di intraprendere questa strada, perché sono alta e ho braccia e gambe lunghe; perciò ho iniziato, prendendola come un’opportunità per incontrare persone stimolanti, e spinta dalla curiosità, mi sono iscritta a un’accademia per modelle (in Corea del Sud, in genere, bisogna frequentarne una per fare questo mestiere), dove ho potuto dare forma al mio sogno, le sono davvero grata.

Il tuo paese, la Corea, è piuttosto attento alle collezioni di maison e designer europei; quali pensi siano le principali differenze tra il modo di intendere, di vivere la moda dei coreani e quello degli italiani, ad esempio di Milano, città che frequenti spesso per lavoro?

Da noi ogni fashion week estera viene analizzata e solitamente ben accolta, rendendo possibile conoscere nuovi stili o tendenze stagionali per declinarle, poi, nel proprio modo di vestire. È un discorso limitato però ad addetti ai lavori e appassionati, mi sembra che gli italiani siano più interessati alla moda rispetto ai coreani, hanno molte opportunità di entrare in contatto con gli eventi del settore e i media per informarsi sono vicini.



Colpisce, nelle immagini dell’editoriale di cui sei protagonista, il contrasto tra look mannish (camicie ampie, collane con grosse croci) e la sensualità sofisticata di body trasparenti, slip dress e calze velate, questa dicotomia maschile/femminile appartiene anche al tuo stile personale?

Il mio stile è complesso, in alcuni momenti sono femminile, in altri decisamente mascolina.

Cosa rappresenta per te lo stile, come lo definiresti a parole tue?

Come un mezzo per esprimere un altro lato della mia personalità, potrei definirlo un alter ego.



Come descriveresti i tuoi outfit più ricorrenti usando solo tre aggettivi?

Basic, neutri, colorati.

Tutti gli abiti dello shooting sono vintage, ti piace indossare pezzi cosiddetti pre-loved?

Trovo il vintage bellissimo, estremamente cool. Di solito non compro capi vintage per usarli nella vita quotidiana, mi piace indossarli sul lavoro, per un video o durante i fitting; quando guardo abiti second hand, posso percepire la vita di qualcun altro.

Un capo o accessorio che consideri un vero e proprio must-have?

I jeans, i miei essentials di stile: nel mio guardaroba i pantaloni sono per l’80% in denim, ne ho modelli di diverse forme, lunghezze e vestibilità. Sono tra le cose che amo di più.



Come vesti solitamente nei momenti off, di quotidianità? E come, invece, nelle occasioni più formali, ad esempio una serata importante o un party?

Opto per abiti basici, penso che un look, grazie all’altezza e a un fisico armonico, possa dirsi riuscito anche se indossato “normalmente”, trasmettendo così l’amore per il proprio corpo. Per gli eventi formali preferisco il total black: i vestiti neri possono sembrare noiosi, ma basta scegliere un buon design per esprimere un’attitudine habillé e un po’ sexy.

Di recente hai sfilato per brand di assoluto prestigio come Gucci (per la collezione Aria Fall/Winter 2021-22) e Bottega Veneta, prendendo parte al défilé Salon 02, cosa ricordi e puoi dirci dei due show?

Sono state due passerelle davvero fantastiche, esattamente quelle che sognavo, tanto che, a dire la verità, non sapevo se sarei stata in grado di calcarle.
Da Bottega Veneta le prove sono andate avanti fino all’una di notte del giorno stesso, ho avvertito l’immenso amore di Daniel Lee per le sfilate; il team del marchio, impegnato fino all’ultimo a modificare e sistemare al meglio i capi, è stato fantastico, alla fine ho potuto indossare outfit che mi vestivano alla perfezione, ad ora i miei migliori sul lavoro.
Il set di Gucci era fenomenale e bellissimo, senza dubbio. Gli innumerevoli flash sulla pedana, poi, hanno aumentato la mia autostima. Ha significato molto, per me, che tutte le modelle siano state insieme in hotel per due settimane, dal primo casting ai fitting, allo show finale. Ora ho dei nuovi amici e un sacco di bei ricordi, non solo del défilé.



Passerelle e campagne pubblicitarie registrano una presenza via via maggiore di modelle dalle etnie, corpi e background eterogenei, ritieni che la fashion industry stia diventando realmente più inclusiva, oppure pensi si debbano compiere ulteriori passi in questa direzione?

Credo sia già sufficientemente variegata, con i casting che spaziano sempre di più a livello di etnie, età e fisicità.

Ci sono tue colleghe, del passato oppure in attività, che consideri dei modelli cui ispirarsi? Cosa speri possa riservarti questo mestiere per il futuro?

Non vengo ispirata dalle persone, ma dai paesaggi e dalle cose belle con cui entro in contatto. Per il futuro, vorrei che questo lavoro mi lasciasse, in primis, dei soldi (ride, ndr), in secondo luogo un buon ricordo nelle persone che hanno lavorato con me, come modella vorrei essere apprezzata da tutti, in ogni senso.



In tutto il servizio, abiti vintage da PWC Milano

Credits:

Model Yuna Heo

Photographer Riccardo Albanese

Stylist Adele Baracco

Makeup artist Marco Roscino

Immanuel Casto, artista dalle mille sfumature tra “porn groove”, concerti e giochi dissacranti

Parlando di attori, musicisti e altri personaggi dello spettacolo si tende ad abusare di concetti quali versatilità o eclettismo; nel caso di Immanuel Casto, però, espressioni simili sono una soluzione praticamente obbligata per provare a sintetizzare l’operato di un artista dalle mille sfumature. Manuel Cuni, questo il suo vero nome, è innanzitutto un cantautore “porn groove” – termine da lui coniato per indicare una miscela di elettropop, sonorità ’80s e testi outré anticipati da titoli come Escort 25, Tropicanal o i recenti D!CK PIC e Piena – che, muovendosi sul crinale tra camp e arguta disamina sociale, non manca di sbeffeggiare ipocrisie e storture del Belpaese, dalla mercificazione del sesso alla spettacolarizzazione della violenza. In parallelo, realizza giochi da tavolo dai nomi inequivocabili (Squillo, Witch & Bitch, Red Light – A Star is Porn), è presidente del Mensa, associazione che riunisce le persone che raggiungono o superano il 98° percentile del Q.I., è “postacuorista” (come si autodefinisce) di Gay.it.
L’abbiamo raggiunto al telefono per una chiacchierata che ha toccato diversi argomenti, dal ddl Zan alla predilezione per l’inglese “to play”, verbo polivalente che lui considera il fil rouge di una vis espressiva rara a trovarsi.



Il 6 gennaio sarai in concerto all’Alcatraz, «un ritorno ai club dove tutto è cominciato», come ti senti a riguardo, che sensazioni dà il comeback dal vivo?

La prima sensazione è di terrore, non del palco bensì dei problemi che potrebbero sorgere da qui ad allora. Come lavoratori dello spettacolo siamo stati tra i più colpiti dalla pandemia, si è parlato a lungo – giustamente – di tutte le categorie in difficoltà, di noi invece sembra non importi granché.
In uno slancio di ottimismo, abbiamo comunque messo su un grande spettacolo (mi piace definirlo tale), provo un’immensa felicità al pensiero di tornare su un palco così bello e rincontrare il pubblico, del resto è quello il vero punto di inizio.
Non so se ogni artista lo senta, ma durante gli show avverto un senso di celebrazione di valori condivisi, è davvero un momento di comunione con i fan, non vedo l’ora di viverlo.

Puoi parlarci dei tuoi ultimi singoli? Come li descriveresti a chi dovesse leggerne per la prima volta?

Stratificati, mi sembra un termine calzante. Mi piace mescolare elementi diversi, unendo un linguaggio o immagini ridanciane, ironiche, provocatorie a riflessioni più profonde; nonostante sia veramente difficile padroneggiare i due registri, mescolare tragedia e commedia è una sfida che mi ha sempre attratto; credo sia, peraltro, una delle caratteristiche più distintive del mio lavoro.
Adoro generare un po’ di straniamento, mettendomi nei panni di chi vede un mio video vorrei sentisse una sorta di shock, poi il divertimento, quindi la comprensione degli spunti che cerco di inserire, una stratificazione, appunto.



Ti sei fatto conoscere nel 2011 con Adult Music: come hai dichiarato recentemente, «un disco che resta moderno, non sento che sono passati dieci anni», cosa lo rende ancora così attuale?

Lo sforzo artistico alla base, c’è un principio junghiano per cui, quando si scava veramente a fondo, la verità che si trova è quella di tutti. Un errore in cui incappano tanti artisti emergenti (lo capisco, ci sono passato anch’io) è realizzare prodotti eccessivamente autobiografici, operazione legittima e interessante, sia chiaro, però alla lunga non risulta universale.
Da parte mia, cerco di concentrami sulla società, resistendo alla tentazione, per quanto ghiotta, dei riferimenti nominali all’attualità, nonostante li comprendano tutti anzi, probabilmente prendendo il tema in trend o il personaggio del momento puoi godere di immediata visibilità; hip hop, rap e trap agiscono così, è del tutto plausibile ma trovo che abbia il problema di invecchiare rapidamente.
Raccontare un’epoca anziché un mese è difficilissimo, poi però riascolti i brani e senti di aver realizzato una foto dell’epoca.

Sei dell’idea che l’arte non debba avere nobili fini, parafrasando Wilde affermi «nasce inutile e questa inutilità va preservata»; anche in Italia si comincia a parlare di cancel culture e politicamente corretto, credi che un eccesso di controllo, seppur animato dalle migliori intenzioni, possa finire per limitare la creatività artistica?

Ne sono convinto, pur premettendo che ritengo spropositata l’attenzione riservata a un fenomeno che da noi non è ancora arrivato.
Mi piacerebbe ci fosse, in merito, un dibattito fondato sui dati, invece ognuno si concentra sui contenuti che non gli aggradano, anche per il meccanismo dei social.
Al netto dell’isteria sul politicamente corretto, le implicazioni che a me spaventano di più hanno a che vedere con il desiderio di moralizzare l’arte; si cerca da sempre di farlo, forse perché cambiare la realtà è quasi impossibile, al contrario per modificare la finzione artistica basta stabilire ciò che si può dire, quali concetti rappresentare. Per decenni lo abbiamo visto nei conservatori, ora sono soprattutto i progressisti a chiedere un controllo maggiore, con ragioni solide peraltro! È questo che rende complicata la faccenda, alla base ci sono motivazioni etiche che personalmente comprendo, in alcuni casi condivido.
Per quanto non ritenga si stia andando in quella direzione, comunque, avrei orrore di vivere in un mondo dove l’arte debba essere necessariamente morale.



Sei presidente del Mensa, com’è andata finora e quali altri obiettivi ti poni?

È stata un’esperienza davvero intensa, un’occasione di crescita personale all’interno di un contesto di circa 2000 soci.
Come associazione senza fini di lucro che raccoglie e mette in contatto persone con un elevato Q.I., gli obiettivi restano gli stessi, cioè far crescere la nostra realtà, rendendola un luogo più stimolante e fornendo così contributi interessanti al pubblico, a cambiare sono semmai gli strumenti.

Tieni la rubrica “C’è posta per Casto” su Gay.it, che quadro ne emerge, come sono messi, sentimentalmente parlando, gli utenti del sito?

Una situazione generalizzata che percepisco, specie nei più giovani, è la fame di educazione affettiva, il bisogno di parlare di questioni affettive come di quelle sessuali, una gran voglia di conoscere, confrontarsi, capire di non essere i soli a dover affrontare certi problemi, di normalizzarli.



I tuoi giochi da tavolo trattano con originalità e piglio dissacrante temi scabrosi, come è nata e si è sviluppata questa passione?

L’ho sempre avuta, il gioco per me è una palestra, anche per le emozioni “negative” quali rabbia o tensione che, nel contesto ludico, diventano sane, entusiasmanti. Se dovessi rispondere, in inglese, a una domanda su ciò che più mi piace utilizzerei il verbo “to play”, riferibile a svariati ambiti (“to play games, a song, a character…”), è un po’ il filo conduttore di tutto ciò che faccio a livello artistico.
A un certo punto, semplicemente, sono entrato a gamba tesa nel settore, privo di qualsiasi preparazione tecnica, in fondo credo che quando si ignorano totalmente le convenzioni diventi più facile romperle, almeno in linea teorica.

Ti eri esposto pubblicamente in favore del ddl Zan, impallinato dal voto del Senato a ottobre. Perché, a tuo parere, un disegno di legge che si proponeva semplicemente di contrastare la discriminazione basata (anche ma non solo) su orientamento sessuale o genere ha scatenato una tale cacofonia di polemiche, accuse, appelli e controappelli? Credi che riusciremo, prima o poi, a compiere passi significativi in questa direzione?

Penso di sì, per natura sono ottimista, credo si tenda naturalmente al progresso, purtroppo non è mai una linea retta.
Nel caso specifico, è stato orribile il livello di inquinamento del dibattito, a cominciare dai detrattori che hanno portato avanti un processo di disinformazione, mentendo letteralmente sui contenuti del testo, lasciando intendere che fosse a beneficio esclusivo di specifiche categorie, quando si trattava dell’estensione di una legge già in vigore per cui stabiliva delle aggravanti, certamente non che la discriminazione degli omosessuali fosse più “grave” di altre. L’obiezione del reato d’opinione, invece, si infrange sul fatto che la Reale-Mancino non è mai stata utilizzata per perseguire espressioni poco lusinghiere, diciamo così, nei confronti di persone di altre etnie o religiose.
C’è bisogno tuttavia anche di un po’ di autocritica, dal nostro lato ho sentito spesso affrontare l’argomento in maniera semplicistica e populista, in termini di diritti da aggiungere, cosa tecnicamente inesatta.



Due recenti singoli, il live di gennaio, e poi? Cos’hai in serbo, stai lavorando a qualche progetto di cui puoi/vuoi anticiparci qualcosa?

Ho molto materiale inedito, confido di rilasciarlo gradualmente nel 2022, per come si è strutturato il mercato discografico ha sempre meno senso pubblicare subito l’intero album, meglio piuttosto che arrivi a conclusione di un ciclo.
Per quanto riguarda la parte ludica, annuncerò presto un nuovo progetto, da lanciare tramite crowdfunding.



In apertura e nella prima foto, occhiali da sole Lanvin, camicia e pantaloni Red September, anfibi Cult, Credits:
Photographer Ilario Botti
Stylist Antonio Votta
Make-up Artist Bruno Agostino Scantamburo
Label Freak&Chic
Press Office Astarte Agency

Asvoff13, il Fashion Film Festival di Diane Pernet alla Casa del Cinema di Roma

Con lo stop agli eventi dal vivo dettato dall’emergenza pandemica del 2020, i fashion film hanno permesso ai marchi di mostrare le collezioni pur nell’impossibilità di organizzare i consueti défilé: da meri sostituti degli show, tuttavia, i cortometraggi (specie nelle mani di professionisti del settore e sperimentatori di rango) si sono rivelati una modalità altra, ugualmente – se non addirittura più – efficace della passerella per comunicare a 360 gradi la visione di un brand. Gli esempi sono molteplici, basti pensare all’immaginoso Le Mythe Dior di Matteo Garrone per la griffe francese, alla miniserie Ouverture Of Something That Never Ended di Gucci, alla monumentale performance Of Grace and Light di Valentino, al teatro delle marionette di Moschino per la Spring/Summer 2021… Decine di video capaci di tenere gli spettatori con gli occhi incollati allo schermo, commissionati da auguste maison come da designer indipendenti, dai potentati del lusso alla Lvmh come da label emergenti armate perlopiù di inventiva.


Diane Pernet, ph. by Ruven Afanador

A credere nelle potenzialità di un medium ora lodato in maniera pressoché unanime era stata, in tempi non sospetti, la fondatrice del festival Asvoff – A Shaded View On Fashion Film Diane Pernet, figura a dir poco poliedrica: immancabilmente vestita di nero dalla testa ai piedi, labbra infuocate, sguardo schermato h24 dagli occhiali da sole Alain Mikli, nata a Washington ma parigina d’adozione, stilista, editor, critica, fotografa, talent scout dal fiuto portentoso, soprattutto pioniera digitale (come la incoronò il Met di New York, nientedimeno) grazie al blog Asvof, aperto nel 2005, agli albori della rivoluzione che, tra social e web 2.0, di lì a breve avrebbe travolto la società, e “sdoppiatosi” tre anni dopo nella rassegna di cui sopra, un métissage unico di moda, stile e bellezza esplorate attraverso il linguaggio cinematografico che, di fatto, ha codificato i tratti fondamentali del genere.



Giunta alla tredicesima edizione, svoltasi all’inizio del mese a Parigi, la kermesse, nomade e cangiante per natura, è approdata nel weekend dal 10 al 12 dicembre alla Casa del Cinema di Roma grazie alla collaborazione con Romaison, progetto che si propone di valorizzare le eccellenze costumistiche delle tante, spesso misconosciute sartorie della città eterna che pure hanno contribuito alla riuscita di capolavori rimasti negli annali. Le sale dell’edificio ottocentesco, immerso nel parco di Villa Borghese, hanno ospitato così un fitto programma di anteprime, talk, incontri di approfondimento e la proiezione degli oltre ottanta short movie in concorso, ça va sans dire.



Ad aprire le danze, nella serata di venerdì, la presentazione del festival cui partecipano Pernet, la curatrice di Romaison Clara Tosi Pamphili e il costumista Carlo Poggioli, presidente dell’Asc (Associazione Scenografi, Costumisti e Arredatori), seguita dall’intervento di Amber Jae Slooten, co-founder e direttrice artistica di The Fabricant, marchio digital only che, nel 2019, fece scalpore (come ricorda, abbastanza divertita, la diretta interessata) per l’outfit iridescente, dalla connotazione couture epperò composto esclusivamente da byte, venduto all’asta per 9.500 dollari; una visionaria insomma, sicuramente tra le persone più adatte per confrontarsi, con Tosi Pamphili e il pubblico presente, sui punti salienti e le probabili evoluzioni di questa dimensione parallela alla moda propriamente intesa, dai contorni ancora piuttosto aleatori ma che, come certificato dall’interesse crescente di brand che creano dipartimenti dedicati al virtuale (ultimo, in ordine di tempo, Balenciaga), potrebbe conoscere prima di quanto non si creda uno sviluppo impetuoso, con abiti indossabili esclusivamente nel metaverso e avatar dal guardaroba griffatissimo seppur intangibile.

Viene quindi proiettato Saint Narcisse di Bruce LaBruce, regista habitué della provocazione col suo cinema liminare, tra indie e pornografia (nonché presidente della giuria di Asvoff 13): già incluso nella selezione delle Giornate degli Autori alla 77esima Mostra di Venezia, il film rilegge il mito di Narciso in chiave queer e compiaciutamente erotica, in un pastiche di tragedia greca, iconografia religiosa, ossessioni contemporanee, sesso spinto, illuminazione e fotografia da b-movie ‘70s.


Saint Narcisse

Sabato è il giornalista e scrittore Carlo Antonelli ad introdurre un’altra pellicola di notevole caratura, Steven Arnold: Heavenly Bodies, documentario diretto da Vishnu Dass in cui la voce d’eccezione di Anjelica Huston racconta, attraverso testimonianze e footage inediti, la fulminante parabola dell’artista californiano, stroncata a soli 51 anni dall’Aids; talento multidisciplinare, animatore della scena off losangelina negli anni ‘70 e ‘80, pupillo di Salvador Dalí che lo elesse “principe” della sua leggendaria cerchia di accoliti e muse ispiratrici, ha saputo cogliere con straordinaria incisività, e decisamente in anticipo sui tempi, il tema della fluidità di genere, componendo articolati tableau vivant i cui protagonisti erano, a seconda dei casi, adoni dalla fisicità prorompente, figure mistiche contornate da nugoli di simboli, esseri androgini sospesi in paesaggi a metà tra il surreale e l’onirico.


Steven Arnold: Heavenly Bodies

Nella giornata conclusiva, invece, si lascia spazio alla moda in senso stretto, che d’altronde è l’asse portante del festival: vengono trasmessi Cotton For My Shroud, opera di denuncia delle pratiche di sfruttamento purtroppo ancora presenti nell’industria cotoniera; Valentino Des Ateliers: Vita di Sarti e di Pittori (vincitore nella sezione Documentaries), raccolta di storie e impressioni emerse nel dialogo tra l’autore del corto Maurizio Cilli e Gianluigi Ricuperati, saggista chiamato a selezionare 17 artisti per l’iniziativa che ha unito l’opus magistrale dell’atelier, massima espressione della sartorialità intrinseca alla griffe romana, alla loro pittura, sfociata a luglio nella magnifica sfilata Valentino Haute Couture F/W 2021/22 alle Gaggiandre dell’Arsenale di Venezia, con i dipinti commissionati dal brand resi parte integrante delle mise drammatiche, da mille e una notte firmate da Pierpaolo Piccioli; A Folk Horror Tale, film di presentazione dell’ultima collezione Artisanal di Maison Margiela, in cui il making of dei capi si intreccia a una mise en scène fiabesca dai colori “impossibili”.



I cortometraggi sono, ovviamente, il cuore pulsante degli appuntamenti tenutisi nelle sale Deluxe e Volonté della Casa del Cinema; organizzati in gruppi tematici, tracciano un panorama variegato di narrazioni visive nel quale la coreografia danzata di Dance Party (che ottiene l’award per la categoria Fashion Moves, curata da Alex Murray-Leslie) cede il passo alle silhouette fluttuanti digitalizzate di Komantha, premiato nella rassegna Digital Fashion: The Fabricant, oppure alle rappresentazioni delle idee di autenticità, quotidianità e altri concetti basilari ad opera dei creativi di colore di Black Spectrum, a cura di Melissa Alibo. Una mole consistente di progetti, che lascia intuire come la moda potrà anche riprendere il solito bailamme di lanci, happening e show faraonici, ma i fashion film sono qui per restare.


Dimension by Ebeneza Blanche

Immagine in apertura: Transmotion by Ryan McDaniels

I gioielli che piacciono (anche) alla Gen Z da scoprire ora

Quello secondo cui l’orologio è l’unico gioiello da uomo è stato a lungo un assioma incontrovertibile o quasi, cui derogavano solo personalità del mondo dello spettacolo, rapper ed eccentrici di professione; erano ammesse eccezioni per gemelli e fermacravatta, accessori però più funzionali che decorativi. Dogmatismi simili erano destinati inevitabilmente ad incrinarsi, e adesso la Generazione Z (termine che, come precisa la Treccani, indica i «nativi digitali nati tra il 1997 e il 2012»), stando alle ricerche la più inclusiva e libera da preconcetti di sempre, appare determinata a frantumare convenzioni percepite come insensati anacronismi da boomer, giustappunto.


Harry Styles, Timothée Chalamet, Damiano David


Da esibire “IRL” o negli spazi ormai onnicomprensivi del web, tra dirette streaming davanti al pc, selfie e video su TikTok, con bracciali, catenine, necklace, bijoux vari ed eventuali i Gen Zers procedono anzi per accumulo, perché rappresentano uno strumento per raccontare qualcosa di sé, definire il proprio personaggio (reale o virtuale, poco conta), lanciare messaggi attraverso scritte oppure, in maniera più soft, scegliendo pietre, forme o tipologie di monili considerati per molto (troppo?) tempo appannaggio esclusivo delle donne.

Basta volgere lo sguardo alle star elette dai giovanissimi a role model, del resto, per rendersi conto di come impilare orecchini, braccialetti & Co., meglio ancora se mutuati dalla gioielleria pour femme o genderless, sia diventata la norma: Harry Styles innanzitutto, che fa suoi con assoluta noncuranza ornamenti reputati femminili (di nuovo, etichette di dubbia sensatezza), infilando abitualmente grappoli di anelli sulle dita e fili di perle al collo, mentre Timothée Chalamet, arbiter elegantiae contemporaneo di cui appositi account Instagram provvedono a passare ai raggi X ogni outfit, ha un penchant per collane (compatte oppure a maglie sottili), spille (spesso vintage) e rings in metalli preziosi. Damiano David dei Måneskin, invece, da buon epigono del glam rock qual è, ricorre volentieri a pendenti elaborati, da portare su entrambi i lobi, choker e altri fronzoli ora a modino, ora dal retrogusto fetish. L’importante, alla fin fine, è mettere da parte inibizioni e (presunte) regole effettivamente stantie in nome di un solo, sacrosanto principio, ovvero il proprio gusto.


Gucci Link to Love


I brand, da parte loro, fiutando lo Zeitgeist vengono incontro alle mutate esigenze dei clienti, giovani o meno, con linee di gioielli prive di connotazioni di genere o, nel caso queste vengano nominalmente mantenute, ampliano il range di taglie, così da renderli adatti a uomini e donne. In vista delle festività imminenti, si possono perciò vagliare le collezioni di numerose griffe, per regalare – o regalarsi – un prezioso up-to-date.
I suddetti Styles e David, ad esempio, sono fan devoti degli accessori di Gucci, e osservando la gioielleria del marchio fiorentino è facile capire il motivo: la collezione Link to Love, in particolare, rispolvera geometrie Eighties in purezza, sulle quali interviene però montandovi gemme preziose o semipreziose, dai diamanti alle tormaline; soprattutto, si invita la clientela a creare i propri set, sbizzarrendosi con finiture, nuance e combinazioni, affiancando magari volumi netti e spigolosi ad altri più delicati.


Swarovski Collection II, ph. by Mikael Jansson


Anche la storica maison di cristalleria Swarovski, su spinta della Global Creative Director Giovanna Engelbert, adotta un approccio il più inclusivo possibile, evidenziando le potenzialità del cristallo «come strumento di espressione della propria individualità»: così la fashion icon a proposito della Collection II disegnata per la griffe austriaca, un caleidoscopio di luccichii all’insegna del more is more, tra brillanti “tuttifrutti” tagliati in un’infinità di modi (dai classici cushion e pear a quelli che ne aguzzano la silhouette) e linee accentuate, qua aspre, là sinuose.


Tom Wood


Da Tom Wood rigore e minimalismo, connaturati a una label scandinava (nata a Oslo, nel 2013, da una manciata di anelli con sigillo realizzati dalla fondatrice Mona Jensen), vengono sfumati dall’incontro con pietre quali onici, granati, opali e ametiste, oppure da levigature e cesellature che ingentiliscono il risultato finale, nella gran parte dei casi unisex.


Jiwinaia


Apprezzatissimi da nativi digitali e millennial sono poi gli accessori ludici e irriverenti firmati Jiwinaia, marchio con base a Milano della creativa coreana Marisa Jiwi Seok (indicata, poche settimane fa, dal Financial Times tra i giovani capifila del «fashion renaissance» italiano), un calderone in cui si mescolano senza soluzione di continuità attitudine playful, kitsch, nostalgia per i ninnoli dell’infanzia e divertissement che fanno il verso al surrealismo; ne escono, tra gli altri, orecchini-emoticon, faccine o frasi ironiche riprodotte su massicce perle (finte), cerchi tempestati di zirconi, clip a forma di ragnatela.


Timothée Chalamet con una collana Vita Fede; alcuni gioielli del brand; Kendall Jenner con gli orecchini Milos


Ambisce a delineare, coi suoi gioielli fatti a mano in Italia, un’estetica globale e però unica nel suo genere la founder di Vita Fede Cynthia Kozue Sakai, che infonde un mix di ispirazioni asiatiche, americane ed europee in oggetti dalle proporzioni fluide, armoniose, che si sono guadagnati il favore di idoli della Gen Z come il citato Chalamet e Kendall Jenner. Di tutt’altro segno le creazioni outré di Alan Crocetti, designer brasiliano con studi alla Central Saint Martins (fucina dei migliori talenti della moda made in Uk), intenzionato col suo brand a stravolgere la nozione stessa di gioielleria, sfocando i confini tra maschile e femminile attraverso anelli, ear cuff, collane e face jewels che lui considera estensioni del corpo, e sviluppa ibridando forme anatomiche e influenze artistiche in arditi ornamenti, come il “cerotto” per il naso d’oro o argento 925 (indossato anche dall’attore Omar Ayuso nel video di Juro Que, singolo di Rosalía), che hanno subito trovato ammiratori d’eccezione, da Lady Gaga a Mahmood, da Miley Cyrus a Luke Evans.


Alan Crocetti, ph. n 1 by Gorka Postigo, nell’ultima foto Mahmood con una creazione del designer


Inequivocabile, infine, il claim della collezione XX/XY di Eva Fehren («Per lui. Per lei. Per loro. Per noi»), dai tratti slanciati come quelli dei grattacieli di New York, dove vive e lavora la direttrice artistica Eva Zuckerman, che trasla i profili tesi e scattanti dell’architettura della metropoli su gemelli, broche, rings e monili in oro 18k, talvolta incastonati con diamanti dal taglio angolare.


Eva Fehren collezione XX/XY, ph. by Herring & Herring


A prescindere dai singoli nomi, è bene comunque ricordare che, come riassunto da Jensen al Guardian l’anno scorso, «poiché le idee tradizionali su ciò che è femminile e maschile vanno sfumandosi […] uomini e donne vestono allo stesso modo, e i gioielli in quanto accessorio chiave seguono naturalmente questa tendenza». Difficile, se non impossibile, darle torto.

‘On the Road’, l’epopea dei tour musicali nel Calendario Pirelli 2022

Dopo lo stop per la pandemia del 2020 (evento piuttosto raro nella storia della pubblicazione, interrotta, ad eccezione della sospensione nel periodo tra il 1975 e il 1983, solamente nel ‘67), il Calendario Pirelli torna in forma smagliante e rilancia, potremmo dire, con packaging e un brano concepiti appositamente, entrambi a firma di Bryan Adams, cantautore dal fulgido cursus honorum musicale – oltre 100 milioni di dischi venduti, tre nomination agli Oscar, cinque ai Golden Globes, 15 (con una vittoria) ai Grammy – che, dagli anni Novanta, ha abbracciato una carriera fotografica altrettanto fruttuosa, scattando cover ed editoriali per magazine quali Harper’s Bazaar, Vogue, Vanity Fair, L’Officiel e Zoo.



On the Road, questo il titolo di The Cal 2022, dà il nome perciò anche alla canzone dell’artista canadese, un’anticipazione del suo nuovo album So Happy It Hurts, in uscita il prossimo marzo. Sul calendario poi, custodito in una confezione quadrata tipo LP in vinile, accanto alla scritta con la caratteristica iniziale allungata della multinazionale dei pneumatici, campeggia un logo ad hoc, celebrativo del 150esimo anniversario dell’azienda.



Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è, dunque, il viaggio, declinato in un omaggio per immagini all’epoca, per molti versi lontana e irripetibile, dei grandi tour musicali, microcosmi a sé stanti con i propri riti, luoghi e tempistiche, nei quali la celebrity di turno si rifugiava al di fuori del concerto, tra pause relax in suite maestose (come quelle dello Chateau Marmont, buen retiro dei ricchi e famosi di Hollywood, location degli scatti patinati insieme al Palace Theatre, sempre a Los Angeles, e all’hotel Scalinatella di Capri), sessioni di trucco e parrucco, momenti di concentrazione nel backstage, enormi set di bagagli, spostamenti in limousine, studi di registrazione avveniristici.



Per interpretare un tema così composito, sospeso tra solitudine e vitalismo, atmosfere intimiste e cenni all’iconografia della rockstar, l’autore ha riunito dieci nomi di prima grandezza, tra i più rappresentativi della musica internazionale dai Sixties in avanti: in copertina (oltre che nella foto di febbraio, dove posa in déshabillé, illuminata debolmente dai raggi filtrati dalle veneziane) St. Vincent, performer camaleontica e restia alle classificazioni, qui con bob platinato, che nel fare la linguaccia all’osservatore mostra un plettro marcato Pirelli. A seguire Kali Uchis, fasciata in un abito (quasi) adamitico, con calze a rete e lingerie da femme fatale in vista; Cher, assorta in chissà quali pensieri davanti agli specchi a tutta parete del camerino; Iggy Pop, a torso nudo (e come, sennò?) e ricoperto di polvere argentata, pronto per una delle sue leggendarie esibizioni da istrione del punk; Rita Ora, che posa languida nella vasca da bagno con un dress in maglia metallica; la teatralità del rapper Bohan Phoenix, in piedi sul pianoforte vestito di pantaloni cargo, anfibi e guanti da opera silver. Il cast all star si completa con Grimes, Jennifer Hudson, Normani e Saweetie.



Chiude la carrellata, idealmente e non, lo stesso Adams, fotografato nelle pagine di dicembre a bordo di una classica auto americana, mettendo la parola fine all’itinerario on the road fra topoi musicali e divismo old school. Un tour visivo che merita di essere approfondito visitando il sito www.pirellicalendar.com, dove scoprire retroscena, filmati, testi inediti e interviste ai protagonisti del 48esimo The Cal.




Radiografia di un cult: la sciarpa check di Burberry

I best seller di un marchio che affonda le sue radici e resta legato a doppio filo con uno stato, il Regno Unito, dal clima notoriamente freddo e bizzoso, non possono che essere proposte adatte alle rigide temperature d’oltremanica: se infatti si pensa a Burberry, griffe britannica fino al midollo, subito dopo il trench in gabardine affiora, quasi certamente, l’immagine di una stola tramata di quadri multicolor.
Nonostante la storia più che cinquantennale alle spalle, la sciarpa di cachemire col peculiare motivo check occupa tuttora un posto d’onore nel catalogo degli accessori invernali dell’azienda, che nel frattempo si è trasformata da produttore di outerwear dalla sobria compostezza borghese a brand globale di prêt-à-porter, tenuto dal creative director Riccardo Tisci in sottile equilibrio tra aplomb da gentiluomo londinese e pulsioni underground.



Gli ingredienti, al netto di piccoli aggiustamenti, restano più o meno gli stessi: le misure (168 centimetri di lunghezza per 30 di larghezza) sono abbastanza contenute, lontane sia dagli eccessi dei modelli voluminosi in cui imbacuccarsi tipo bozzolo, sia dalla funzione meramente scenica delle sciarpine da annodare alla bell’e meglio; i bordi sono sfrangiati; il filato è quello caldo e nobile per eccellenza, affidato alle cure premurose di due mill a Elgin e Ayr, cittadine della Scozia dall’impareggiabile expertise laniera (entrambi in attività da oltre 150 anni), dove viene sottoposto a lunghi procedimenti articolati in decine di step, tra cui tintura di sei ore, che garantisce la vividezza del colore, cardatura per separare i fili, spazzolatura, intessitura su telai tradizionali, lavaggio nelle acque sorgive del luogo, rifiniture finali a mano (Burberry, inoltre, ha avviato partnership con ong e associazioni come la Sustainable Fibre Alliance, per assicurarsi che il cachemire utilizzato sia sostenibile da ogni punto di vista, produttivo ed etico); infine il check, firma grafica del marchio, una fantasia che, a differenza dei loghi “urlati” con iniziali a caratteri cubitali o nomi delle label ribaditi qua e là sui prodotti, basa la propria unicità sulle tonalità del tartan (il classico finestrato a quadri e linee incrociate, usato originariamente dai clan in cui erano suddivise le principali famiglie scozzesi che, per distinguersi gli uni dagli altri, ricorrevano a precisi accostamenti di colori) adottato, cioè rigature bianche, nere e rosse su fondo beige. Un motivo discreto insomma, tanto più che, alla sua comparsa negli anni ‘20 e per le successive quattro decadi, viene impiegato esclusivamente nelle fodere dei capispalla, configurandosi dunque come un piccolo piacere privato, che gratifichi solo chi effettivamente li indossa.



Le cose cambiano nel 1967: l’aneddotica vuole che il direttore del negozio di Parigi, volendo dare un twist inaspettato ai trench esposti, ne risvolti l’orlo, mettendo in bella vista l’house check, come viene chiamato internamente all’azienda; una trovata assai apprezzata dai clienti, che iniziano a chiedere articoli arricchiti dal pattern in questione, venendo accontentati con ombrelli e sciarpe, simili in tutto e per tutto a quelle in vendita oggi nelle boutique e sull’e-shop ufficiale. Oltre ad averne notevolmente ampliato la gamma cromatica (pur non discostandosi troppo, in linea di massima, dalle nuance misurate storicamente associate alla griffe, nei toni del marrone, blu, grigio, bianco e borgogna), Burberry offre adesso la possibilità di personalizzarle, ricamandole con un massimo di tre lettere.



L’unico, vero momento di crisi della stampa a quadri risale al periodo tra gli anni ‘90 e i primi ‘00, quando la sua popolarità cresce in misura inversamente proporzionale al crollo del prestigio di cui godeva presso gli happy few, venerato com’era da chavs (termine equivalente grossomodo a buzzurro, che secondo il dizionario Collins denota «i giovani della working class i cui gusti, sebbene a volte costosi, sono considerati volgari») e casuals, gli hooligan che, per passare inosservati dentro e fuori gli stadi di calcio, tenevano un basso profilo, vestendo brand ricercati alla Burberry, appunto; gruppi sociali bersagliati in modo feroce, nel primo caso apertamente classista, dall’opinione pubblica inglese.
Il marchio deve correre ai ripari: nel 2001 il neodirettore artistico Christopher Bailey (rimasto in carica fino al 2017) riduce al minimo sindacale la presenza della fantasia incriminata (alcuni pezzi, come il cappellino logato all-over, vengono addirittura cassati). Già nel decennio seguente, tuttavia, nelle campagne natalizie riprendono a fioccare scarf finestrate, preferibilmente al collo di star nazionali di primaria grandezza, tra cantanti, top model e attori/attrici (Sir Elton John, James Corden, Sienna Miller, Cara Delevingne, Naomi Campbell, Rosie Huntington-Whiteley, Romeo Beckham adolescente che sfoggia un modello en pendant col trench khaki). D’altra parte si rischia di perdere il conto delle celebrità, di ieri e oggi, fotografate con addosso la sciarpa a scacchi della maison, dai “precursori” David Niven e Michael Jackson alla papessa dell’editoria modaiola Anna Wintour, e poi Jared Leto, Susan Sarandon, Andy Garcia, Robbie Williams, Liam Payne, Matt Smith, Blake Lively, Rita Ora


London Fashion Week Autumn/Winter 2018 – J.W Anderson – Outside Arrivals Featuring: Anna Wintour Where: London, United Kingdom When: 17 Feb 2018 Credit: Lia Toby/WENN.com

Qualche concessione al pubblico più sensibile alle sirene dei trend, a dire la verità, c’è stata: Bailey, con la linea Prorsum, ha variato anche di parecchio le dimensioni dell’accessorio, pompate per farne un poncho da drappeggiare sulle spalle (collezione Fall/Winter 2014) o viceversa rimpicciolite a mo’ di cache-col, lasciato distrattamente slacciato (F/W 2013), e ancora ha moltiplicato le frange, dandogli le sembianze di uno scialle (F/W 2015), oppure lo ha cosparso di cuoricini o pois, mixati al check in un pot-pourri di fregi e sfumature.
Nella capsule per la stagione F/W 2018, invece, Gosha Rubchinskiy (aedo di quel “post soviet style”, alquanto rude e spiccio, che impazzava fino a non molto tempo fa) ha congiunto nello stesso filato la quadrettatura canonica e il Nova Check, leggermente più grande e chiaro rispetto all’originale, strizzando così l’occhio alla fregola cumulativa dei citati chavs, che spargevano ovunque potessero il pattern di Burberry.
Tisci, da ultimo, ha pensato a modelli reversibili, limitando a un solo lato (dove concentra il monogramma con le T e B intrecciate del fondatore Thomas Burberry, introdotto al suo arrivo nel 2018, oppure inserti recanti le coordinate geografiche della sede principale del brand, a Westminster) la verve esornativa.
L’opzione privilegiata, va da sé, rimane la sciarpa a scacchi tradizionale: a dispetto degli anni che passano, non ha perso un grammo dell’appeal very british degli inizi, il che, nonostante la Brexit, non guasta mai.