Il meglio della Milano Fashion Week donna P/E 2023

A distanza di qualche giorno dalla conclusione della fashion week women’s primavera/estate 2023, si possono tirare le somme di una tornata dai ritmi serrati, distribuita su sei giornate animate, complessivamente, da 210 appuntamenti tra passerelle (nella stragrande maggioranza dei casi, 61 su 68, fisiche), presentazioni (130) ed eventi vari. Trattandosi della settimana della moda femminile, il focus era sul womenswear della prossima stagione calda, non sono però mancate collezioni co-ed e altre che hanno scansato abilmente la canonica suddivisione per genere dell’abbigliamento, percepita sempre più, specie dall’agguerrita generazione dei nativi digitali o Z che dir si voglia, come un vetusto retaggio del passato, asfittico e limitante. Vediamole nel dettaglio.

Il dress to impress secondo Collini Milano

Lo street show organizzato da Collini Milano per la P/E 2023 (courtesy of Collini Milano)

Indicativa della volontà di diluire le differenze tra prêt-à-porter uomo e donna è, per cominciare, la proposta P/E 2023 di Collini Milano, in cui lei e lui si scambiano volentieri i pezzi forti dei rispettivi armadi, in un assemblage a tutto lucore di eccessi rococò da Marie Antoinette del XXI secolo, tropi glam rock e vitalità cromatica.

La donna del brand porta completi con giacche tagliate a mantella, jumpsuit, liquidi abiti drapée, crop top e minigonne XXS su plateau stratosferici, l’uomo si diletta ad appaiare tessuti brillanti e opachi, grammature impalpabili e corpose, pizzo e animalier, anfibi glitterati e nappa, entrambi prediligono spalmature dorate, giochi di vedo-non vedo, pants dall’appiombo morbido, jacquard dai motivi fiorati, il tutto intervallando i colori forti con quelli zuccherosi, che sembrano usciti da una vetrina di Ladurée (rosa in tutte le varietà, giallo candy, verde menta, acquamarina…). Outfit perfetti per party notturni sfrenati, in cui la filosofia del dress to impress diventa uno scudo dai tempi grami che viviamo.

Outfit della collezione Collini Milano p/e 2023 (ph. courtesy of Collini Milano)

La “complessa semplicità” di Aspesi

Da Aspesi, label ascrivibile alla categoria del casual compito, ben fatto, l’approccio alla questione è altrettanto sottile: nello showroom di corso Venezia vengono presentate le novità della P/E femminile, rimodulazioni di capi archetipici («complessamente semplici» recita, con un ossimoro azzeccato, il comunicato stampa) quali set coordinati camicia-pantaloncini, golf, blazer, impermeabili e così via, che però funzionano egregiamente anche sugli uomini, come testimoniano i modelli che si aggirano nella sala in mise speculari a quelle delle colleghe, concedendosi guizzi misurati, ora il pijama a bolli sotto il completo, ora la tuta da lavoro indossata a metà col gessato; è sempre il marchio a dichiarare di voler «fluidificare l’atto del vestirsi», creando pertanto, coi suoi essentials, «un’uniforme contraria all’uniformità».

Il genderless di Ssheena, la maglieria edgy della capsule collection di Domenico Formichetti per Avril 8790

Apertamente genderless, invece, la collezione Ssheena (“ambiguo per scelta” è, d’altronde, il motto dell’etichetta). Sabrina Mandelli guarda alla danza soave di Isadora Duncan (che faceva della fluidità un valore assoluto, nei movimenti come nella struttura dei costumi, semplici tuniche in luogo dei costumi arzigogolati in voga all’epoca) per concepire abiti dal retrogusto biker, tra giubbotti di pelle, lunghe cinghie penzoloni, occhielli e metallerie, che abbracciano dolcemente la silhouette, con alcuni capisaldi condivisi per i look di modelle e modelli, vale a dire addome scoperto, effetti see-through, spacchi, volumi illiquiditi.

Ssheena brand Sabrina Mandelli
La collezione Ssheena P/E 2023


Elementi in comune tra menswear e womenswear anche da Avril 8790, che presenta con un evento pop-up da Antonioli Inner la capsule autunno/inverno 2022-23, frutto della collaborazione con Domenico Formichetti, nome caldo della scena street milanese; il creativo chiazza pull in filati blasonati (dal cachemire alla lana vergine, al mohair) di maculati al neon, oppure li fa attraversare da rombi over, trame ondose e righe multicolor, spingendo sul carattere unconventional della maglieria del brand.

Husky omaggia la monarchia inglese

Non manca, nel proliferio di show e presentazioni meneghine, l’omaggio a The Queen e al nuovo re inglese; a firmarlo è Husky, produttore di outerwear tra i più rappresentativi del british style, oggi di proprietà dell’imprenditrice Alessandra Moschillo. I volti di Elisabetta II e Carlo III compaiono, in rilievo sulla Union Jack aerografata, sul retro di un modello limited edition dell’iconico giaccone trapuntato, apprezzato – e indossato, tra gli altri, proprio dai membri della monarchia britannica. Inventata nel 1965 dall’aviatore Steve Gulyas con sua moglie Edna, la hacking jacket costituisce tuttora il perno dell’offerta del marchio, che continua a rivisitarla e, in questa stagione, le fa assumere le fogge più diverse, dal bomber al trench, dalla sahariana al blouson chiuso da zip, oppure ne sparge qua e là gli elementi identificativi, dalla trapuntatura usata come decorazione alla lunghezza 3/4 elevata a standard.

Il prêt-à-porter metamorfico di Lara Chamandi

Tra le new entry nel calendario di Camera Nazionale della Moda Lara Chamandi, griffe giovanissima (è nata l’anno scorso) che, per la collezione zero, s’ispira al mito immortale di Amore e Psiche, traducendolo metaforicamente nella trasformazione del baco in farfalla; alludono proprio alla fragilità dell’insetto durante il processo di metamorfosi, alla potenza creatrice della natura, che può apparire a volte imperfetta o misteriosa, le lavorazioni degli ensemble, incorniciati dall’installazione site-specific dell’artista Francesca Pasquali, strati su strati di carta dispiegati negli ambienti della boutique Daad Dantone, in via Santo Spirito; hanno un che di non finito, di mutevole, restituito da slabbrature, candidi crochet, drappeggi avvolgenti, contrasti sia materici che estetici (ad esempio tra ampio e stretto, tessuti leggiadri e croccanti, cromie soffuse e cariche), per abiti talismano che ogni cliente può interpretare in totale libertà, lasciandosi contagiare dalla loro energia.

Fashion4Ukraine, Pineider supporta l’artigianato ucraino

Fashion 4 Ukraine Pineider
La collezione Fashion4Ukraine, presentata nella boutique Pineider di Milano

Lodevole, in tutti i sensi, l’iniziativa organizzata da Pineider, che nello store monomarca di via Manzoni (autentico tempio della scrittura, dove oltre alla gamma di stilografiche, carte da lettera, biglietti intestati, pelletteria e altri articoli di lusso, trovano posto, custoditi sotto teca come in una Wunderkammer, i memorabilia di una realtà d’eccellenza della manifattura toscana, che in due secoli e mezzo di storia ha ammaliato capi di stato, aristocratici, letterati e star del cinema, da Dickens a Elizabeth Taylor) offre un sostegno concreto agli artigiani ucraini, promuovendone l’operato nel momento in cui, inevitabilmente, rischia di venire offuscato dalle notizie di guerra che giungono da Est.

Viene infatti presentata – e messa in vendita, il ricavato devoluto a Save the Children – Fashion4Ukraine, una selezione di tailleur, tubini, dress a portafoglio e altri capi dall’allure contemporanea, impreziositi da broderie di vibrante ricchezza, che la stilista Inha Maksymyuk, nativa di Černovcy, ha fatto confezionare a sarte e ricamatrici del suo paese, per promuovere l’identità e lo spirito nazionali in questi tempi difficili.

Lo show di Moncler in piazza del Duomo per i 70 anni del marchio

Con la celebrazione del settantesimo anniversario di Moncler, infine, si entra nel campo dell’intrattenimento puro: 1952 talenti (numero che corrisponde all’anno di nascita dell’etichetta francese), nello specifico 700 ballerini, 200 musicisti, 100 coristi, 952 modelli, tutti vestiti con un’edizione speciale color panna del piumino bestseller Maya, invadono piazza del Duomo, formando una marea nivea che si muove all’unisono, diretta dal coreografo Sadeck Waff. Il colpo d’occhio è impressionante, aumenta la spettacolarità di una performance corale che, in una piovosa serata settembrina, richiama decine di migliaia di persone, regalando un nuovo significato allo storico claim di un’azienda guidata costantemente dal desiderio di “ricercare lo straordinario”.

Moncler 70 anni

Nell’immagine in apertura, la performance organizzata da Moncler in piazza del Duomo per i 70 anni del brand (ph. courtesy of Moncler)

Gli angeli edonisti di Yezael aprono la Milano Fashion Week

Uno show inclusivo e variegato per età, genere e corporatura dei modelli

«Angeli senza limiti, senza definizioni, senza timori. Il sacro silenzio contemplerà ogni bellezza. Guardiamoci meglio». L’ode di Angelo Cruciani ai modelli fuori dai canoni (ammesso che esistano) scelti per l’ultima sfilata del suo brand, letta dall’attore teatrale Angelo Di Genio, risuona in un dehors coperto della Stazione Centrale (dov’è stata disposta la passerella “ufficiale”, che prosegue in realtà nella sala attigua), precedendo la parata finale dei beautiful freaks abbigliati Yezael. È uno show pirotecnico, partecipato e inclusivo, quello allestito dallo stilista marchigiano – che lo dedica al suo paese, Cantiano, sconvolto di recente da un’alluvione che ha causato morti e distruzione – nel Mercato Centrale di Milano lunedì 19 settembre, un giorno prima dell’apertura della fashion week meneghina.
Patrocinata dal Comune, la sfilata si apre infatti agli sguardi curiosi del pubblico, permettendo a chiunque di osservare le diverse fasi della costruzione e svolgimento della stessa, dal backstage all’uscita dei singoli mannequin.

Il casting organizzato a luglio, libero e accessibile a tutti, ha passato al vaglio oltre mille volti, selezionandone infine 36, rappresentanti di un’umanità solitamente negletta dal regno dorato del fashion; ne fanno parte, tra gli altri, ragazzi irsuti, uomini rotondetti, trans, signore agé, una mamma col suo bambino di 14 mesi… Contemporary angels, come da titolo della collezione, edonisti sfacciati e sicuri di sé, che si riconoscono nelle culture – e sottoculture – più varie, usando gli abiti come uno strumento espressivo potente, festoso, liberatorio. Gli outfit, di conseguenza, prorompono in tinte sgargianti, forme rivelatorie, decorazioni a non finire.

Yezael by Angelo Cruciani, Contemporary Angels

In passerella lo stile dirompente degli “angeli contemporanei” vestiti Yezael

I completi, fittati o dalla vestibilità carezzevole, grondano perle, lustrini, jais, ganci metallici a guisa di cuore, quadrato o cerchio, pile di boules che si spargono anche sulla parte inferiore delle mise e sulle calzature, stringate o boots militari. Tonalità ultra-sature (dal rosa satinato al bluette, dal giallo lime al turchese) vengono declinate su capi teatraleggianti, pensati per esteti che urlano al mondo la propria individualità, trasformando la vita quotidiana nella loro personale runway.
Le giacche, generalmente scorciate sulla vita, mettono in evidenza le cinture col simbolo del marchio (la Y, stilizzazione di una figura alata); cingono pantaloni, minigonne che più mini non si può, jeans ridotti a brandelli. Le superfici si fanno viepiù lacere, strapazzate, tra fili penzolanti e orli a vivo, col ricorso a spille da balia e catenelle tintinnanti che si rivela puramente decorativo, un vezzo al pari degli svolazzi delle piume posate qua e là, dei veli evanescenti a mo’ di strascico, di gioielli e applicazioni variopinte che rilucono sotto i flash dei fotografi.

A bilanciare le linee smilze, taglienti della gran parte dei look, la vaporosità di alcuni denim pants, che si aprono in onde spumose di tessuto, oppure la sagoma a trapezio di un lungo dress con scollo all’americana, che cozzano (volutamente) coi colori al neon, con l’uso ripetuto del logo, con la quantità di pelle esibita maliziosamente.
Un guardaroba irruento, risultato anche – e soprattutto – di scelte di styling piuttosto radicali, nette, che non ammettono mezze misure, com’è in fondo naturale per un designer che, folgorato sulla via di Damasco dagli album dei Nirvana, ha introiettato l’insofferenza alle regole del grunge, per poi ergerla a manifesto di stile.

La bellezza contrastata, imperfetta del ready-to-wear di Angelo Cruciani

Difficilmente incasellabile, già collaboratore dei team creativi di X-Factor e Amici, art director del Pride milanese, un’attitudine rabdomantica che l’ha portato a sfilare in metropoli estranee ai circuiti modaioli (come Città del Messico o Shanghai), un legame ininterrotto con l’universo musicale (ha vestito, e continua a farlo, la meglio gioventù canora d’Italia, da Damiano David ad Achille Lauro, passando per Ghali, Elodie, Sangiovanni, Michele Bravi, Rosa Chemical, il deus ex machina del pop italico Dardust…), Cruciani crede nel valore dell’imperfezione, del difetto comunemente inteso.

Li utilizza come grimaldelli per scardinare quel complesso sistema semiotico edificato, nel tempo, dalla moda per inseguire una perfezione del tutto artificiosa, cui lui contrappone un’idea di lusso centrata sulla singola personalità, sul rifiuto delle convenzioni, sull’autenticità, sul come as you are propugnato da Kurt Cobain e soci. Gli angeli della contemporaneità di Yezael, di ritorno a Milano dopo un’assenza ventennale, sono pronti a raccogliere la sfida.

Angelo Cruciani brand
Angelo Cruciani in passerella al termine della sfilata

Nell’immagine in apertura, un look della collezione Contemporary Angels di Yezael by Angelo Cruciani

Joshua Sasse, uno stacanovista che si divide tra set, poesia e ambientalismo

Attore, scrittore, poeta: si presenta così, su Instagram, Joshua Sasse, che da ieri gli spettatori di Fox possono apprezzare in Monarch, musical drama sulla famiglia texana dei Roman, a capo di un impero del country retto dalla matriarca Dottie (la gigantesca Susan Sarandon), attorno alla quale orbitano gli altri personaggi, compreso il “suo” Luke. Tre sostantivi che, effettivamente, danno conto delle tante attività cui si dedica questo 34enne londinese dagli occhi verdi, sempre sorridente e disponibile, nonostante una mole di impegni da far impallidire Stachanov.

Joshua Sasse
Joshua Sasse, ph. by Kevin Scanlon

Già il suo curriculum si discosta parecchio da quello “classico” dell’attore divorato dal sacro fuoco dell’arte: cresciuto in Nepal, si arruola come ufficiale nell’esercito britannico ma, ammaliato dalla possibilità di dar vita a personaggi ogni volta diversi che è propria della recitazione, molla tutto per frequentare la Hurtwood House e, quindi, i corsi del Cygnet Theatre di Exeter, girando le città europee in tournée, prima di trasferirsi oltreoceano alla ricerca di un salto di qualità; che arriva, regalandogli il ruolo principale nella serie musicale Galavant e altre parti in produzioni televisive (Rogue, No Tomorrow) e cinematografiche (Frankenstein’s Army).
In parallelo, coltiva il suo amore per la letteratura scrivendo due romanzi, un libro di viaggio e raccolte di poesie (forma letteraria per cui ha un penchant, al punto da dedicarle il podcast The Poet’s Voice) e si tuffa in varie attività imprenditoriali, lavorando in un’officina di auto d’epoca, gestendo un caffè in Australia, lanciando la Classic Zambia Safaris. Last but not least, l’impegno profuso nell’ambientalismo, che lo porterà presto in Antartide, a documentare le drammatiche conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai. Sasse si mostra determinato a supportare le cause che gli stanno a cuore perché «ho dei figli, non voglio lasciare loro il pianeta in condizioni peggiori di quelle in cui l’ho trovato».

“La serie è stata l’occasione per dedicarmi a un’ottima sceneggiatura drammatica, con attori e registi di talento”

Monarch serie tv
Il cast di Monarch (ph. ©Fox)

Verranno trasmessi a settembre i primi episodi di Monarch, come ti senti alla vigilia dell’uscita di un serial atteso e dal cast stellare, con protagonista il premio Oscar Susan Sarandon? C’è qualche aneddoto o ricordo specifico del set che vuoi condividere coi lettori?

È passato più di un anno da quando abbiamo iniziato a girare, quindi siamo tutti eccitati all’idea di condividere col pubblico il risultato finale. Per ciò che concerne gli aneddoti, non sono certo di poterne parlare in modo conciso… Per me la serie è stata l’occasione per dedicarmi finalmente a un’ottima sceneggiatura drammatica, con attori e registi di grande talento. Il lavoro fatto con Susan (Sarandon, ndr) è stato un momento davvero significativo della mia vita, adesso tra l’altro è una delle mie amiche più care.
Ci sono diverse persone speciali nel cast di Monarch, sul set abbiamo legato molto, come una famiglia; certo, il team che ha curato il casting per Fox ha lavorato magnificamente – io e Anna (Friel, che interpreta sua sorella, Nicolette “Nicky” Roman, ndr) ne rideremmo, ci assomigliamo così tanto, ma la dinamica familiare che si è creata era reale, sincera, le riprese sono state splendide.

Susan Sarandon Monarch
Joshua Sasse sul set con Susan Sarandon (foto dal profilo IG @joshuasasse)

In quali progetti sei impegnato al momento?

Contano anche i bambini? Sono stato via quasi dodici mesi l’anno scorso, per i vari impegni lavorativi, quindi adesso mi sto godendo lo stare insieme a mia moglie e i miei figli. Viviamo in Australia, è bello poter sparire per un po’, penso sia necessario.

“Ho sempre trovato insensato avere degli eroi se, poi, non si cercava di perseguire attivamente l’emulazione”

Joshua Sasse actor
Joshua Sasse, ph. by Kevin Scanlon

Attore, poeta (durante la pandemia hai lanciato The Poet’s Voice e stai lavorando al libro The Poetry Orchard), attivista, imprenditore (hai co-fondato Classic Zambia Safaris, specializzato nell’organizzazione di safari che hanno l’obiettivo di far scoprire – e tutelare – la meravigliosa natura del continente africano), avventuriero instancabile… C’è un fil rouge che tiene insieme tutto questo?

Un tempo non era così insolito per le persone avere molte frecce al proprio arco, e poi ho sempre trovato insensato avere degli eroi se, poi, non si cercava di perseguire attivamente l’emulazione. Sono cresciuto in una regione sperduta dell’Himalaya, il mio padrino era un esploratore polare, mio padre un poeta, sto semplicemente tenendo alta quella bandiera. Amo la vita all’aria aperta, in spazi il più possibile remoti, dove trovo un senso di pace, alla fine credo sia questo ad attrarmi. Per quanto riguarda la poesia, è sempre stata una forma d’espressione che sentivo mia.

“La poesia è un modo per spiegare la propria visione della vita, ha a che fare con tutto ciò che ci rende umani”

Parlaci del tuo amore per la poesia: quando è nato, come e perché? Cosa ti piace di più di questo genere letterario?

Come ho detto, mio padre, morto quand’ero giovane, era un poeta; la poesia è stata probabilmente un modo per entrare in contatto con lui.
Ho frequentato la scuola di teatro a 15 anni e iniziato a lavorare abbastanza presto, non ero granché appassionato di musica – tutto ciò che ascolto si riduce ancor oggi a Van Morisson, perciò quest’arte letteraria ha colmato un vuoto adolescenziale.
C’è un verso di Byron che recita «per mescolarsi con l’universo, e sentire ciò che non posso esprimere, eppure non posso celare»; nella vita è insito una sorta di enigma mistico, dobbiamo cercare di tradurre le emozioni che proviamo, quando esperiamo il mondo sulla pagina o con altre persone. Ad essere davvero speciale, della poesia, è la sua struttura, che richiede concisione (immagina un’opera che duri solo 30 secondi!); Paul Valéry sosteneva che le impedisce di dire tutto, bisogna perciò affidarsi a un’assoluta onestà e chiarezza, come pure a una profonda conoscenza del linguaggio. È un modo per spiegare la propria visione della vita, ha a che fare con tutto ciò che ci rende umani.

Galavant serie

“Contrasto del riscaldamento globale e biodiversità sono sinonimi di sopravvivenza”

Supporti diverse cause ambientaliste, ce n’è qualcuna che ti è particolarmente cara, che pensi sia urgente divulgare e affrontare?

Contrasto del riscaldamento globale e biodiversità sono sinonimi di sopravvivenza, non potrei fare diversamente. Ho dei figli, non voglio lasciare loro il pianeta in condizioni peggiori di quelle in cui l’ho trovato.
La situazione del bracconaggio africano, negli ultimi dieci anni, è stata peggiore che nei trenta precedenti, un fatto sconcertante; nel Parco nazionale dello Zambia, dove opera la nostra impresa, sono stati uccisi 12.000 elefanti in un decennio, in un’area sette volte più piccola di Rhode Island, è scioccante, sul serio. Anche in Antartide, dove il mio padrino ha una base, i ghiacci intorno alla terraferma si stanno sciogliendo a una velocità spaventosa. Credo sia solo questione di educazione, se l’opinione pubblica realizza cosa sta succedendo, questo può tradursi in un cambiamento a livello politico.

Cosa pensi – e speri – ci sia nel futuro di Joshua Sasse?

Diciamo che se Paolo Sorrentino o Guillermo Del Toro mi chiamassero a colazione per offrirmi un ruolo, sarebbe fantastico.

Monarch Luke Roman

Nell’immagine in apertura, Joshua Sasse fotografato da Kevin Scanlon

Radiografia di un cult: i Persol 649

Lo scorso giugno, in piena fashion week maschile, un party al bar Martini Dolce&Gabbana ha salutato il lancio di una speciale collezione eyewear, realizzata dal duo di stilisti con Persol. Quattro occhiali, due da sole, altrettanti da vista, impossibili da ignorare dato il carattere bold delle montature, tra silhouette D-frame enfatizzate, audaci combinazioni coloristiche, scritte-logo gigantizzate sulle aste, un cordino gommoso da agganciare ai terminali; in sostanza, una trasformazione – radicale – del modello più rappresentativo del brand sabaudo, identificato dal codice 649. Un’icona a tutti gli effetti, inclusa in quanto tale nella mostra della Triennale Storie. Il design italiano, che nel 2018 ha compendiato il meglio della progettazione tricolore attraverso 180 oggetti innovativi, esteticamente pregevoli e amati dal pubblico.

Persol 649 limited edition
Occhiali della limited edition lanciata per il centenario del marchio, con dettagli in oro 18 carati

Dai tram torinesi al grande schermo, un successo pluridecennale

Disponibili oggi in decine di tonalità, oggetto di (re)interpretazioni d’autore (ci torneremo), le origini dei sunglasses su cui Persol ha costruito buona parte della propria fortuna non lasciavano certo presagire i gloriosi trascorsi che li avrebbero resi un cult. Si parla, infatti, di un occhiale modellato sulle necessità dei tranvieri, che all’epoca (siamo nel 1957) guidano mezzi sprovvisti di finestrini, dunque lenti grandi e frontale sagomato, per proteggersi da polvere e vento.

Persol 649 colori
Varianti cromatiche della montatura 649

Nulla di sorprendente, tuttavia, per una griffe che ha instillata già nel nome, in forma acronimica (è la contrazione di “per il sole”, descrizione tanto sintetica quanto efficace dei prodotti), la sua vocazione alla funzionalità, nello specifico alla schermatura dai raggi solari. Non per nulla i primissimi occhiali, nel 1917, erano tarati sulle esigenze pratiche di aviatori e piloti, che il fondatore Giuseppe Ratti, titolare dell’ottica Berry di Torino, intendeva soddisfare grazie ai Protector, subito adottati da vari corpi aeronautici nazionali e idoli del tempo (due su tutti, il vate D’Annunzio e il campione di Formula 1 Juan Manuel Fangio).

Persol modello 649
I sunglasses Persol 649

Nei decenni successivi, Ratti si sarebbe rivelato un instancabile pioniere, brevettando innovazioni divenute pietre angolari dell’azienda – e dell’occhialeria nel suo complesso, a cominciare dal sistema Meflecto, introdotto negli anni Trenta, con stanghette flessibili che possono adattarsi a qualunque fisionomia, facilitando la calzata. Arriveranno poi Victor Flex, il ponte a tre intagli che garantisce maggiore curvatura e aderenza al volto, e ovviamente la peculiarità fondamentale del marchio, la Freccia, l’attacco a cerniera dalle linee affilate suggerite, pare, dalle spade in uso nell’antichità. Tutti elementi dispiegati, con dovizia di know-how manifatturiero, nei 649.

Persol 649 occhiali

Le star del cinema conquistate dagli occhiali del marchio

Dai tram del capoluogo piemontese al regno rarefatto dello charme maschile, veicolato allora soprattutto dalle stelle del cinema, il passo è insospettabilmente breve; merito di Marcello Mastroianni, protagonista di Divorzio all’italiana. Nel film di Pietro Germi del 1961, il “divo involontario” (come da titolo della biografia dedicatagli da uno dei suoi amici più intimi, Costanzo Costantini) è il barone Cefalù, fedifrago dalla condotta discutibile ma raffinatissimo, col bocchino tenuto sempre di sbieco, le robe de chambre, gli abiti gessati, le cravatte scure sulla camicia inamidata e, giustappunto, la montatura del produttore torinese.

Marcello Mastroianni Divorzio all'italiana
Marcello Mastroianni in Divorzio all’italiana

Dopo qualche anno, precisamente nel 1968, a consegnare al mito il 714, “fratello” della montatura di punta della casa (che, alle succitate qualità costruttive ed estetiche, aggiunge una novità capace di innescare una rivoluzione copernicana nell’eyewear, cioè la struttura folding, che permette di piegare l’accessorio fino a fargli assumere la dimensione di una singola lente) è Steve McQueen. Ne Il caso Thomas Crown, l’attore di cui Vasco Rossi sognava di emulare la vita spericolata indossa i panni – sartoriali, s’intende – del miliardario blasé dedito alle rapine, da compiere però in azzimati completi tre pezzi, maglioni Aran color burro e giacche Harrington; outfit che, inizialmente, non comprendevano i sunglasses Persol, McQueen tuttavia se n’era invaghito e li inforca in questa e altre pellicole capitali della sua filmografia, nell’ordine Bullitt, Getaway!, Le 24 ore di Le Mans, come pure fuori dal set.

Persol Steve McQueen
Thomas Crown/Steve McQueen con i Persol 714 (ph. by Silver Screen Collection/Getty Images)

Persol e Hollywood, un legame solido oggi come ieri

A quel punto il legame con la settima arte è solido, negli anni a venire si snoderà attraverso collaborazioni con le principali manifestazioni internazionali (dalla Mostra del Cinema di Venezia ai Nastri d’argento), campagne pubblicitarie che arruolano fascinosi interpreti americani (Vincent Gallo, Scott Eastwood), uno stuolo di utilizzatori famosi da who’s who hollywoodiano, prima Al Pacino, Jack Nicholson, Isabella Rossellini, poi Leonardo DiCaprio, Ryan Gosling, Daniel Craig, Adrien Brody, Jay-Z, Chris Pine, Alexander Skarsgård, l’Armie Hammer di Chiamami col tuo nome… Star del firmamento cinematografico conquistate, al pari dei comuni mortali, dal connubio di charme e impeccabilità tecnica del modello, frutto del certosino lavorio (richiede giorni interi) necessario per assemblare, a mano, gli oltre 40 componenti di ogni paio nella fabbrica di Lauriano, non troppo distante da Torino.
Persol, insomma, costituisce un ottimo esempio della decantata eccellenza artigiana del Paese, tutelata finanziariamente da Luxottica, gigante del settore che ne ha rilevato la proprietà nel 1995.

Pierce Brosnan
LOS ANGELES, CA – FEBRUARY 08: Rapper Jay-Z arrives at the 51st Annual Grammy Awards held at the Staples Center on February 8, 2009 in Los Angeles, California. (Photo by Larry Busacca/Getty Images)

Ryan Gosling (ph. by Derek Storm/Splash News), Adrien Brody (ph. by Alfonso Catalano/SGP Italia), Pierce Brosnan, Jay-Z

Rivisitazioni d’autore di un’icona dell’eyewear

Si diceva all’inizio della collab con Dolce&Gabbana, d’altronde anche le icone hanno bisogno di aggiornamenti, seppur minimi, per perpetuare la loro allure scansando, al contempo, l’effetto reliquia. La prima risale al 2020, e consta di tre combo cromatiche (con montature in acetato marrone, avana o bianco matt abbinate, rispettivamente, a lenti sfumate nelle tonalità del verde, nocciola e grigio) messe a punto da Jean Touitou di A.P.C., maison parigina che ha fatto dell’abbigliamento basic di buona fattura un (proficuo) credo di stile.

Persol A.P.C. collezione
Le colorazioni della collezione Persol x A.P.C.

L’anno seguente, il bis con un’iniziativa ancor più sorprendente perché coinvolge il brand omonimo di Jonathan Anderson, avanguardista lambiccato uso ai concettualismi, in teoria lontano dal design timeless del best-seller del marchio. Lo stilista nordirlandese, in questo caso, si limita a screziare di colori carichi (rosso, blu) o tenui (ambra, rosa, degradé) frontale e aste dell’originale; un intervento che non intacca minimamente l’essenza dei 649, accessorio che – confida Anderson a Esquire – «mi fa pensare all’idea stessa di perfezione». Se lo dice una delle voci più autorevoli della moda contemporanea, c’è da crederle.

JW Anderson Persol
Il 649 secondo JW Anderson (ph. by Tyler Mitchell)

Persol 649 sunglasses

 

Models to follow: Marcello Thiam

Videomaker, pilota di droni, project manager di The Drop, con cui si dedica allo scouting e promozione di talent che gravitano attorno al design, alla musica, all’arte; quella del modello è solo una delle voci che infittiscono la biografia di Marcello Thiam, ragazzone (è alto quasi due metri) che colpisce per la spigliatezza dei modi e la convinzione nelle proprie idee.

Manintown models to follow
Tank top Sloggi, denim pants Palace x Evisu, shorts Ecko, underwear Supreme, belt, jewels and watch talent’s own

Dreadlock e barbetta incolta, trasmette la sicurezza di chi è riuscito a fare di una presunta “diversità” il tratto saliente del suo lavoro, il perno di una pratica creativa che abbraccia con entusiasmo ambiti più o meno affini, attraverso cui tentare di «esprimere un punto di vista unico in quanto risultato di un certo vissuto, di un percorso».

Da quanto fai il modello e come ti sei avvicinato a questo mondo?

Da due anni, mi ci sono avvicinato mosso da un interesse personale; ho sempre avvertito la necessità di crearmi outfit “giusti”, efficaci, riservando una cura maniacale alla scelta di cosa indossare, capi tecnici piuttosto che firmati dai grandi nomi del settore, così da combinare performance e contenuto fashion. Tramite l’Accademia di Belle Arti di Roma, poi, ho sfilato ad AltaRoma, in precedenza avevo partecipato a campagne per Nike e Diadora. Quest’anno, inoltre, sono stato invitato come guest all’ultimo show di Missoni, insieme a Haroun Fall.

Quali traguardi ti sei fissato nel modelling?

Vorrei contribuire a rimuovere una visione della moda un po’ antiquata, che resiste soprattutto a Roma (per Milano vale un altro discorso). Per questo collaboro con gli studenti dell’Accademia alla realizzazione di progetti e concept inediti, alternativi. Dall’anno scorso, ad esempio, curo con altre persone The Drop, evento itinerante che mira a supportare i giovani talenti.

“ho sempre avvertito la necessità di crearmi outfit ‘giusti’, efficaci”

models to follow Manintown
Tank top Sloggi, denim pants Palace x Evisu, shorts Ecko, sneakers Air Jordan, bandana A Bathing Ape, jewels and watch talent’s own

L’hai appena menzionato, sei il project manager di un progetto che«hal’obiettivo di fornire uno spazio di libera espressione a designer e artisti»; vuoi spiegarci nel dettaglio di cosa si tratta?

È stato avviato nel 2021, dopo il picco della pandemia, in un momento in cui sentivamo la necessità di vivacizzare il panorama socioculturale capitolino con qualcosa di diverso. Per fortuna siamo stati compresi e aiutati da altre realtà che stavano già prendendo piede in città, hanno colto subito la lungimiranza dell’iniziativa, la nostra volontà di impegnarci nella promozione di talent emergenti. The Drop è nato così, fondamentalmente è una serata nella quale tutto ruota intorno a un designer, collezione o performance, ogni volta però cambiamo location, mood, tipo di musica ecc. per adeguarci al progetto specifico, dandogli il massimo dello spazio – e della valorizzazione.

Manintown fashion shooting 2022
Jacket Supreme, denim pants Palace x Evisu, shorts Ecko, durag A Bathing Ape, sneakers Air Jordan, jewels and watch talent’s own

Citavi Haroun Fall, sul tuo Instagram compare in effetti parecchie volte, che rapporto avete?

È il mio coinquilino, un grandissimo amico. Mi ha suggerito lui di intraprendere una carriera in quest’ambito, del resto se in precedenza volti e misure unconventional non godevano di molta considerazione, ora si è diffusa una certa insofferenza per tutto ciò che veniva reputato “conforme”. È un mondo che attrae entrambi, ci sproniamo a vicenda, proviamo a esprimerci su più piani restando fedeli alle nostre idee, lasciandoci coinvolgere dalle tendenze ma portando avanti, in parallelo, una ricerca personale.
Inoltre essendo italo-senegalesi abbiamo background abbastanza simili, possiamo capire le difficoltà incontrate da persone black che operano in industrie come quelle della moda o dello spettacolo, confrontandoci sull’argomento. Haroun è un artista a tuttotondo, cerco come lui di dedicarmi a molteplici attività, dal videomaking al pilotaggio dei droni, all’organizzazione di eventi, provando a esprimere un punto di vista unico in quanto risultato di un certo vissuto, di un percorso.

“Sentivamo la necessità di vivacizzare il panorama socioculturale capitolino con qualcosa di diverso”

Altra passione che traspare dal feed IG è quella per il basket

Provo un grande interesse per questo sport, sarà che non mi sono mai ritrovato nel calcio né in altre discipline praticate abitualmente in Italia. Nel basket, invece, colgo connessioni stimolanti, ad esempio con l’industria fashion: le stelle dell’NBA, penso su tutti a LeBron James, ormai sono delle vere icone di stile, seguite e ammirate ovunque. Diciamo che, nel complesso, mi trasmette degli ideali culturali, estetici ed espressivi, è qualcosa di più di una semplice competizione sportiva.

La pallacanestro influenza anche il tuo modo di vestire?

Sicuramente nel mio stile riscontro elementi black e americani, più di tipo musicale che sportivo però. Ammetto di essere un profano in materia di musica italiana, mia madre mi faceva ascoltare jazzisti e brani sudamericani, mio padre giganti come Bob Marley, James Brown, Fela Kuti, Tupac… Sono cresciuto immedesimandomi in una realtà che non mi rispecchiava, capendo che avrei potuto trovare personalità cui ispirarmi per altre vie, attraverso canzoni, film, viaggi. Tutto ciò ha inevitabilmente condizionato il mio stile e ciò che faccio – e vorrei fare – nei lavori da modello.

Manintown fashion editorial 2022
Tank top Sloggi, denim pants Palace x Evisu, shorts Ecko, sneakers Air Jordan, bandana A Bathing Ape, jewels and watch talent’s own

Restando sul tuo stile, come vesti solitamente? Opti per una divisa quotidiana o vari il più possibile?

Nella vita quotidiana prediligo abiti sfruttabili appieno, con molte tasche (facendo il videomaker devo portarmi dietro caricatori, card, attrezzi…), la componente utility è fondamentale.
Poi presto attenzione all’aspetto della sostenibilità, che comporta fibre naturali, materiali preferibilmente riciclati, finissaggi non tossici… Sono caratteristiche che controllo, prima di acquistare voglio informarmi sul paese di provenienza di un capo, oppure sul modo in cui è stato confezionato.

“Credo che i settori creativi siano tutti collegati, è fondamentale seguirli, conoscerli a fondo”

Marchi o stilisti da inserire in una personale lista dei desideri?

Senz’altro Kanye West, poi sarebbe stato un sogno collaborare con Virgil Abloh, per Off-White o Louis Vuitton. È stato un mito, ha reso accessibile determinati mondi a persone che prima ne erano totalmente escluse, e lo sarebbero ancora se non ci fossero stati lui o Ye; hanno integrato la cultura black nel proprio lavoro, attuando una rivoluzione dall’interno.

Su quali progetti stai lavorando al momento? Pensando al futuro, invece, cosa ti auspichi?

Attualmente sto lavorando con Silverback, brand che ha debuttato di recente nel mercato nostrano. Si focalizza sul basket 3×3, incluso dal 2020 nelle Olimpiadi ma ancora poco conosciuto qui.
Oltre a proporre collezioni streetwear, alla Supreme per capirsi, hanno allestito una struttura mastodontica ad Ancona. Vogliono fare le cose in grande, collaborando con preparatori atletici, tattoo artist, studi di design, mettendo insieme ambiti differenti. È un po’ ciò che mi ripropongo io, credo che i settori creativi siano collegati, è fondamentale seguirli, conoscerli a fondo, così da stabilire il maggior numero possibile di relazioni, umane e professionali.

male models follow 2022
Jacket Supreme, tank top Sloggi, denim pants Palace x Evisu, shorts Ecko, durag A Bathing Ape, sneakers Air Jordan, jewels and watch talent’s own

Credits

Model Marcello Thiam

Photographer & art director Dario Tucci

Nell’immagine in apertura, Marcello indossa giacca Supreme, canotta Sloggi, jeans Palace x Evisu, shorts Ecko, durag A Bathing Ape, sneakers Air Jordan, gioielli e orologio talent’s own

‘Reflecting Pasolini’, le fotografie di Ruediger Glatz rileggono vita e opere di PPP

A cent’anni dalla nascita, la figura di Pier Paolo Pasolini non ha perso un grammo della propria forza, dell’icasticità di opere che hanno segnato come poche altre la letteratura, il cinema, la politica, in breve la società italiana del Novecento, riverberandosi nel lavoro di autori che continuano ad esaminarne l’eredità artistica, le sfaccettature forse meno evidenti, ma ugualmente pregnanti, del suo opus.

Reflecting Pasolini mostra
L’allestimento della mostra Reflecting Pasolini al Palazzo delle Esposizioni, a Roma

Lo prova una mostra in corso di svolgimento al Palazzo delle Esposizioni romano, in cui l’obiettivo di Ruediger Glatz (fotografo 47enne i cui ritratti concettuali, quasi esclusivamente in bianco e nero, appaiono immersi in un flusso temporale impetuoso, vibrante) si sofferma su aspetti precipui del lavoro di PPP, ossia i film da lui diretti e il rapporto coi luoghi che più lo hanno influenzato, sul piano creativo e umano, indagati nelle oltre 60 fotografie che compongono due serie distinte.

Embodying Pasolini performance
La sala dell’esposizione con le foto della serie Embodying Pasolini

Due serie fotografiche celebrano l’eredità artistica di Pasolini

Nella prima, Reflecting Pasolini – questo il titolo della personale curata da Alessio de’ Navasques, che resterà aperta fino al 4 settembre, si passano in rassegna pellicole seminali della filmografia pasoliniana, Il Vangelo secondo Matteo, Porcile, Il Decameron, Uccellacci e uccellini, Edipo re…; vengono evocate attraverso i monumentali – in tutti i sensi – costumi di Danilo Donati, interpretati, è il caso di dirlo, da una performer d’eccezione, Tilda Swinton, attrice dalla carriera stellare (coronata, nel 2020, dal Leone d’oro consegnatole a Venezia), nonché personificazione di uno stile androgino sommamente chic, corteggiatissima dalle griffe per la facilità con cui riesce a valorizzare anche le mise più ardite.
Esattamente un anno fa, infatti, la musa di Jim Jarmush era la star dell’happening Embodying Pasolini, chiamata a vestire gli abiti di scena dei film citati, ricercando al loro interno, nelle pieghe e sgualciture del tessuto di cimeli provenienti da set passati alla storia, gesti e pensieri dei personaggi che li avevano indossati sullo schermo e, quindi, l’essenza stessa del cinema dell’intellettuale friulano.

Tilda Swinton Pasolini
Credits: Ruediger Glatz, Embodying Pasolini, performance di Tilda Swinton e Olivier Saillard con Gael Mamine – Mattatoio, Roma, 2021

Ad accompagnare la performance, svoltasi al Mattatoio di Roma, erano stati proprio gli scatti di Glatz (sodale di lunga data del curatore, Olivier Saillard), ospitati adesso in una sala al pianoterra dell’edificio di via Nazionale, affissi alle pareti di quella che si configura come una specie di stanza temporale, deputata a raccogliere il ciclo fotografico che ricapitola visivamente l’esibizione.
L’autore tedesco non si limita, effettivamente, a documentare quanto accaduto, ma come un novello esponente della Subjektive Photographie (movimento degli anni ‘50 che opponeva, alla mera registrazione, la necessità di un’interpretazione soggettiva del dato reale), sottopone la pellicola a esposizioni prolungate o multiple, ottenendo riflessi e sdoppiamenti dell’immagine, che rendono appieno il pathos emanato dalla Swinton durante la prova.

Tilda Swinton performance 2021
Credits: Ruediger Glatz, Embodying Pasolini, performance di Tilda Swinton e Olivier Saillard con Gael Mamine – Mattatoio, Roma, 2021

Tilda Swinton “interpreta” i costumi più noti della filmografia pasoliniana

Da sola o attorniata da collaboratori che l’aiutano a vestirsi, in posa con tutta la ieraticità di cui è capace o colta nell’atto di saggiare la consistenza del capo o accessorio di turno, col volto camuffato o nature, l’inconfondibile pixie cut argenteo sempre pettinato all’indietro, l’attrice domina ogni fotogramma, stagliandosi nettamente sul black&white dell’insieme. La vediamo – o intravediamo, dati i succitati effetti ottici – avvolgersi negli abiti liturgici commissionati dal regista per il Vangelo (ricalcati a loro volta, mitra torreggiante inclusa, sulla raffigurazione fattane da Piero della Francesca in alcuni affreschi), oppure nel tabarro di velluto drapée del narratore de I racconti di Canterbury (lo stesso Pasolini).

Altrove si muove delicatamente sul palcoscenico, come danzando, nonostante sia appesantita dalle imponenti tuniche bicolori dell’Edipo re, indugia sui tessuti sfarzosi del guardaroba de Il fiore delle Mille e una Notte, esamina i simboli della vanità femminile che fu, ripescati dall’archivio di Salò o le 120 giornate di Sodoma (corsetti, cappellini, un bouquet floreale), infila il completo scuro e il trilby sfoggiati da Totò in Uccellacci e uccellini, esibendo una mimica indecifrabile.

Pasolini Tilda Swinton
Credits: Ruediger Glatz, Embodying Pasolini, performance di Tilda Swinton e Olivier Saillard – Mattatoio, Roma, 2021

I singoli momenti dello show, insieme al volto ineffabile della protagonista, trasfigurato dall’intensità della performance, rappresentano il punctum delle foto – Roland Barthes, nel fondamentale La camera chiara (1980), lo descrive come «quella fatalità che […] mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce)», all’interno del quale i leitmotiv della cinematografia di Pasolini, veicolati dalla Swinton, si riflettono e rifrangono. Da qui la presenza, nel titolo, del verbo reflecting, alla base in realtà dell’intero progetto, completato da immagini di On PPP, che costituiscono un’ideale topografia pasoliniana.

On PPP: un itinerario sulle tracce dello scrittore e regista

Pasolini Roma serie fotografica
Credits: Ruediger Glatz, On PPP, La chiesa di San Felice da Cantalice a Centocelle dal film Accattone, Roma 2022

Nella sala adiacente alla prima, ecco perciò un itinerario sulle tracce dell’autore degli Scritti corsari, tra le ormai note borgate romane, scelte come ambientazioni delle pellicole più rappresentative, eremi in campagna e scorci che esemplificano bene la natura agreste da lui mitizzata.
Il fotografo cattura la luce che investe le architetture di quartieri quali Centocelle o Quadraro, la placidità lacustre di Villa Feltrinelli (ultima residenza di Mussolini, presa a modello per la Salò del film), alternando frammenti (ammassi di sterpaglie, le canne al vento in un parco, una finestra in controluce, le pietre dell’amato rifugio a Torre di Chia, in provincia di Viterbo) e panoramiche, come la foto scattata dall’alto dei tetti del Mattatoio, che abbraccia con lo sguardo il Gazometro. Glatz, in definitiva, sembra voler condividere coi visitatori le coordinate di una mappa (anche) emotiva che, nel centenario di PPP, offre prospettive inedite sulla legacy di uno dei massimi pensatori italiani.

Pasolini Salò film villa
 Credits: Ruediger Glatz, On PPP, Il Grand Hotel Villa Feltrinelli, Salò, 2022

Mattatoio Roma Pasolini
Credits: Ruediger Glatz, On PPP, Vista dai tetti del Mattatoio verso il Gazometro, Roma 2022

Nell’immagine in apertura, credits: Ruediger Glatz, Embodying Pasolini, performance by Tilda Swinton and Olivier Saillard, Mattatoio, Rome, 2021

I 3 brand sostenibili del momento

Acclarato che la sostenibilità è cosa buona e giusta, il punto, per le griffe alle prese con un tema ormai ineludibile, è tenere insieme dettami green e una ricercatezza nel design in grado di scacciare l’associazione degli stessi (il più delle volte frutto di pregiudizio, ma tant’è) con uno stile anonimo, penitenziale. I tre marchi di quest’articolo provano, appunto, come sia possibile conciliare le due esigenze, per la felicità dell’ambiente oltreché dei consumatori.

Veja

Veja sneakers vegane

I numeri di Veja sono oggi ragguardevoli (fatturato in costante crescita, 3000 rivenditori in 60 stati, «prodotto sostenibile più venduto nel 2020» secondo Lyst, un’eccellente rosa di collaborazioni), eppure fino a qualche tempo fa in pochi avrebbero scommesso su una start-up di calzature vegane, guidata da un duo pressoché estraneo al fashion world. Sébastien Koop e François-Ghislain Morillion, infatti, lavoravano per una Ong di consulenza sull’impatto ambientale; frustrati dal velleitarismo in materia di tanti, troppi brand, nel 2005 mettono su la società, individuando nelle sneakers il prodotto giusto per far breccia nei desideri dei clienti.
Concepiscono la sostenibilità come un modus operandi, declinabile in ogni singolo passaggio del modello aziendale, dalla scelta dei materiali (cotone biologico, gomma naturale, fibre ottenute da plastiche riciclate o scarti della filiera alimentare…) ai salari equi dei lavoratori. La certificazione B corp (assegnata ad aziende che si distinguono per l’impatto positivo del proprio operato su persone e ambiente) è la logica conseguenza di tali, virtuosi pratiche.

Mansur Gavriel Veja sneakers
Veja x Mansur Gavriel

Le trainers in catalogo fanno propri gli stilemi degli anni ‘70, quando quelle che allora erano “solo” scarpe da ginnastica (gli sneakerhead erano di là da venire) presentavano un aspetto funzionale, senza fronzoli. Un design semplice eppure efficace, raffinato dalle collab – cui si accennava – con la migliore intellighenzia fashionista (leggesi Agnès b., Lemaire, Bleu de Paname e altri ancora). Le ultime recano la firma di Mansur Gavriel (ginniche in tonalità candy) e Marni, che ha provveduto a scarabocchiare le tomaie con ghirigori energici. Perfino Rick Owens, profeta della moda goth tutta cupezze e slanci scultorei, ha messo mano volentieri, in più occasioni, alle scarpe Veja, in una “collisione creativa” – così è stata ribattezzata – risoltasi in piccole ma decisive modifiche, tra allacciature incrociate, nuance acide e suole stratificate.

Veja Rick Owens collab
Veja x Rick Owens

Re/Done

Dare nuova vita – e stile – ai jeans dismessi, dissezionati e ricomposti per attualizzarne le vestibilità mantenendo, però, la patina used, autentica, che distingue l’abbigliamento vintage: è questa, in sostanza, l’idea perseguita con profitto da Sean Barron e Jamie Mazur sin dalla nascita della label, nel 2014. Un’attività intrinsecamente sostenibile, assai laboriosa, tanto che il primo lotto, appena 300 paia di denim pants Re/Done (nomen est omen), è il risultato di nove mesi di tentativi e ricerche per arrivare ai fit desiderati, a vita media e skinny oppure dalle forme più gentili, sold out in men che non si dica sull’e-shop approntato dai fondatori.

Redone jeans men
Sean Barron e Jamie Mazur nell’headquarter Re/Done (ph. by Jace Lumley)

Nel laboratorio losangelino del brand vengono convogliate cataste di vecchi Levi’s, sottoposti a un certosino lavoro di taglia e cuci che li tramuta in cinque tasche dall’allure contemporanea, unici perché, essendo il processo di upcycling interamente manuale, nessun esemplare può essere identico.
Il successo dei jeans, prontamente adottati dalla fauna modaiola (supermodel – Kendall Jenner, le sorelle Hadid, Emily Ratajkowski, Hailey Bieber, Kaia Gerber, Candice Swanepoel – in testa), convince Barron e Mazur a dotarsi di una linea apparel (che reimpiega, tra le altre, t-shirt di seconda mano fornite dal produttore Hanes) e collezioni maschili. Un paio di capsule collection ben assestate, in tandem con G.H. Bass & Co. (per mocassini che stillano vibe rock, tra motivi animalier e borchie) e The Attico (per capi arricchiti da strass, nastri, grafiche retrò, particolari vezzosi), fanno il resto, cementando la notorietà di un’etichetta venduta in decine tra department stores e mecche dello shopping di nicchia, on e offline, da LuisaViaRoma a Saks Fifth Avenue passando per Antonia, 10 Corso Como, Net-A-Porter, The Boon Shop, Harrods, Kith

Redone jeans collezioni

Blowhammer

Applicare allo streetwear, segmento generalmente avido di novità consumate a ritmi frenetici, i diktat dell’eco-responsabilità, che contemplano molteplici sfide e opportunità. È questo l’obiettivo di Blowhammer (in inglese “colpo di martello”, a sottolineare la dirompenza del progetto), marchio con sede a Nola che fonda la sua filosofia su principi quali la libertà d’espressione, l’autodeterminazione, la ricerca di un’identità creativa che assecondi totalmente le proprie idee e gusti.

Blowhammer brand
Blowhammer

Prima ancora che di azioni (invero esemplari, l’azienda opera quasi esclusivamente sul web, implementando un modello di produzione just in time che, pur velocizzando gli ordini, riduce al minimo emissioni di CO2, invenduti, giacenze di magazzino e scarti, occupandosi inoltre di riciclare o smaltire correttamente gli articoli inutilizzati), il founder e Ceo Salvatore Sinigaglia ne fa una questione di valori, perché, afferma, «chi ci sceglie non indossa solo una maglia o una t-shirt, ma una vera e propria storia che racchiude visioni, aspirazioni, desideri».

Blowhammer collezione
Blowhammer

Scevre dall’omologazione, le collezioni si distinguono per lo stile sincretico, un blend di contaminazioni provenienti da musica, arti figurative, sport, subculture. Si inserisce in quest’ottica la collaborazione con EasyWeasy, Giovanni Maisto e Paskull, tre giovani artisti scelti da Blowhammer per personalizzare altrettante capsule. Il primo, con Outworlds, si serve del digital painting per compiere un viaggio spaziotemporale verso universi altri, massimalisti e alienanti, reso attraverso la ripetizione di figure geometriche, arzigogoli fluo e simboli architettonici. Il secondo usa per Organik la medesima tecnica, tracciando sul tessuto composizioni colorful dal sostrato sci-fi, sul crinale sottile tra realtà e finzione. Il tatuatore Pasquale D’agostino aka Paskull, da ultimo, sparge nella linea OverminD i suoi soggetti preferiti, demoni, teschi e falene bianche su fondo nero.

Felpa della collezione OverminD

Nell’immagine in apertura, una foto della campagna di lancio della collezione Veja x Marni

‘Second Life – Rinascita’, un racconto per immagini dei luoghi abbandonati della Sicilia

Palazzi, chiese, dimore fatiscenti sparse nel territorio siciliano che diventano il palcoscenico di mise-en-scène estemporanee, ispirate da plurime fonti (miti, personaggi biblici, capolavori del cinema, dipinti ottocenteschi…). Oreste Monaco, fotografo e art director catanese, fa un utilizzo metaforico di questi spazi disabitati, fissati su pellicola con l’intento di stimolare una riflessione su due tematiche speculari: lo stato di incuria in cui versano strutture (anche) di grande rilevanza storica e l’abbandono della propria individualità, indotto dai ritmi forsennati, il più delle volte insostenibili, che regolano le nostre vite. «Come questi luoghi sono stati abbandonati a loro stessi, allo stesso modo capita che le parti più belle di noi vengano lasciate nell’ombra», specifica l’artista.

Second life rinascita
Ph. Oreste Monaco

Abbiamo approfittato dell’inaugurazione della mostra Secondo Life – Rinascita, da sabato 30 luglio nei bassi di Palazzo Ducezio, a Noto (dal 2 agosto si sposterà poi, fino al 30 settembre, nella Sala Gagliardi di Palazzo Trigona), per rivolgergli qualche domanda sull’iter produttivo, le influenze e gli obiettivi dell’exhibition. 

“Per quanto sia problematica e complessa, la decadenza è fondamentale, una specie di precondizione”

È previsto per il 30 luglio il vernissage di Second Life – Rinascita, ci racconti la genesi del progetto?

Essenzialmente è nato col mio ritorno in Sicilia, dopo aver vissuto per anni a Milano e poi in Spagna. Durante la pandemia ho deciso di fare ritorno alla mia terra, cominciando a sperimentare, a esplorare i paesi etnei. Un giorno sono andato a vedere la villetta dove sono cresciuto e, sulla strada del ritorno, ho notato una casa abbandonata; entrandovi, ho riflettuto su come sarebbe stato mettersi a nudo in un ambiente che, per quanto scomodo e difficile, trovavo senz’altro suggestivo. Così, insieme a un’amica, ho iniziato a realizzare scatti di nudo all’interno di quest’abitazione fatiscente.
Col tempo ho voluto approfondire due temi affini, l’abbandono degli edifici (nella regione sono davvero tanti, incluse costruzioni di enorme valore, tra cui una chiesa di Noto, in disuso nonostante sia patrimonio dell’umanità) e quello di se stessi, dell’individualità, sacrificata da molti per rincorrere il successo, lontano dalle proprie origini.
Penso che le nostre parti migliori vengano lasciate spesso al buio, proprio come i luoghi disabitati che fotografo; solo noi possiamo riportarvi la luce, seppur nel mio caso in maniera effimera, attraverso set ricreati appositamente per lo shooting, un faro puntato su un argomento per me rilevante, per stimolare una riflessione. Sviluppando il progetto, inoltre, ho capito che mi spronava a ritrovare il contatto con la natura, con valori semplici che però mi fanno star bene.

Second Life Oreste Monaco
Metamorfosi, ph. Oreste Monaco

“Penso che le nostre parti migliori vengano lasciate spesso al buio, proprio come i luoghi disabitati che fotografo”

Individui il fil rouge delle immagini nel «fascino della decadenza», come a voler conferire un’accezione positiva a un termine solitamente sinonimo di abbandono, dissolutezza, sciatteria…

Esattamente, perché ciò che è decadente in precedenza non era tale, ha una storia. È come comprare un oggetto in un mercatino, sebbene sia malandato e scheggiato può raccontarci qualcosa, nasconde dei significati. Il fascino della decadenza si ricollega poi alla voglia che suscita nell’osservatore di superarla, di restaurare una condizione pregressa, come fosse un incipit che sprona al cambiamento.
In fondo accade lo stesso con le persone, possiamo scorgere il bello anche in uomini e donne che dall’esterno ci appaiono in difficoltà, perse. C’è della bellezza in tutto ciò, nel notare la vulnerabilità altrui superando la retorica imposta dai social, che ci inducono a mostrare solo la parte migliore della nostre vite, una finzione che in realtà ci spinge alla tristezza.
Per quanto sia problematica e complessa, la decadenza è fondamentale, una specie di precondizione; abbracciandola, posso comprendere come far risplendere luoghi, menti e persone.

mostra nudo artistico
Medusa, ph. Oreste Monaco

“Second Life – Rinascita è una selezione di storie, delle fiabe se vogliamo”

Riferendoti ai luoghi ritratti parli del valore «terapeutico» associato all’esplorazione degli stessi, di «viaggio introspettivo per riscoprire lati di me». Puoi approfondire questi e altri concetti chiave del lavoro?

Ho avuto un forte rapporto con la natura fin da piccolo, e sono riuscito a mantenerlo. Sentivo puntualmente la necessità di evadere dalle metropoli in cui vivevo, sebbene mi avessero dato tanto e ne percepisca ancora l’attrattiva, al momento sono qui ma in futuro chissà. Ad ogni modo, il contatto con l’ambiente che ci circonda per me era e resta importantissimo, penso ci aiuti a dimenticare, almeno momentaneamente, meccanismi, regole e costrutti sociali alla base della quotidianità, dalla necessità di costruirsi una carriera all’orario lavorativo di 40 ore settimanali.
Vivendo così intensamente la natura, avverto il bisogno di ritagliarmi dei momenti a contatto con essa, fosse solo la pausa pranzo al parco. È una necessità comune a tutti, credo, in quanto esseri umani sentiamo un richiamo ancestrale, innato, eppure finiamo pian piano col perderlo. Gli edifici di cui vado alla ricerca, guarda caso, sono quasi tutti distanti dai centri urbani, abbandonati proprio perché lontani da questi ultimi, dai ritmi che li caratterizzano. Rischiamo di sacrificare il nostro essere per cose che ci auto-imponiamo, scegliendo città affollate e caotiche, complicandoci la vita da soli.

mostra Noto estate 2022
La scala, ph. Oreste Monaco

Mettendo insieme questo corpus fotografico hai potuto visitare numerosi magioni, basiliche, palazzi dismessi dell’entroterra siciliano, ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente emozionato?

Li ho scoperti tutti grazie a Carlo Arancio, la mia guida. Il primo amore non si scorda mai e lo condivido con lui, una villa nei pressi di Giarre, con le pareti affrescate. A pensarci bene, tuttavia, il ricordo più significativo è legato forse alla casetta di tre stanze di cui dicevo all’inizio; la decisione di avviare il progetto è scaturita da lì.

“Vorrei arrivare a persone distanti da me, che magari guardando le foto comprendano che certi temi vengono dibattuti da sempre”

Hai appena citato la collaborazione con Carlo Arancio di Sicily in Decay, un excursus visivo su quei «luoghi incantati» che hanno poi attratto anche te. Cosa apprezzi del suo lavoro?

Il coraggio, è continuamente in giro a scoprire questi posti e può essere davvero pericoloso, si può incappare in situazioni al limite, trovando persone che li abitano, giri strani, malintenzionati. Inoltre non si può mai sapere se e quanto siano stabili le strutture, a volte i tetti sono franati, i pavimenti pericolanti… Ci vuole coraggio, poi, per dedicare tutto quel tempo a un progetto di cui non si conosce l’eventuale ritorno economico, un modo di fare che trovo estremamente affascinante, proprio perché contrasta con gli obiettivi che ci si pongono oggi, proiettati al successo, al guadagno.
Mi sono lasciato ispirare da Carlo come da altre persone che vivono qui, decise a inseguire le loro passioni a tutti i costi.

Oreste Monaco
Il palazzo d’oro, ph. Oreste Monaco

“Per me il cristianesimo è una mitologia, al cui interno si possono tuttavia riscontare messaggi positivi”

Soffermandoti sull’universo pittorico ricreato nelle immagini, citi esplicitamente i Preraffaelliti, nell’exhibition sono confluite altre ispirazioni artistiche?

Le ispirazioni sono molteplici, le fotografie con Leona Vegas, per dire, si rifanno a Malèna di Tornatore; ho immaginato una Malèna queer, disprezzata in pubblico e desiderata segretamente. Guardo sicuramente, poi, alla mitologia greco-romana, rappresentando tra gli altri lo scontro tra Perseo e Medusa, che alla fine non avviene, perché il protagonista del mito si imbatte non in una creatura mostruosa, bensì in una bellissima ragazza dai capelli ricci. Dei Preraffaelliti riprendo ad esempio la figura di Lady Lilith, Lilit nell’Antico Testamento, prima moglie di Adamo, ripudiata e scacciata perché rivendicava i suoi stessi diritti, considerata a lungo dalla tradizione post-biblica un demone e, successivamente, riabilitata in quanto simbolo delle lotte femministe.
Un’altra opera riprende L’angelo caduto di Alexandre Cabanel, che diventa un custode chiamato a vegliare su un edificio disabitato.
Second Life – Rinascita è una selezione di storie, delle fiabe se vogliamo; sono ateo, per me il cristianesimo è una mitologia, al cui interno si possono tuttavia riscontare messaggi che, se interpretati e rielaborati, risultano positivi.

mostre fotografiche Sicilia 2022
L’angelo caduto, ph. Oreste Monaco

“È l’occhio a colpire la nostra attenzione, se qualcosa è bello ci spinge ad avvicinarci”

Cosa speri di lasciare ai visitatori di Second Life – Rinascita?

Mi auguro che colgano il significato delle storie, perlomeno di alcune. So di poter contare su amici e conoscenti che capiscono, e apprezzano, il mio lavoro, ma vorrei arrivare a persone anche molto distanti da me, che magari guardando le foto, leggendo le didascalie, comprendano che certi temi vengono dibattuti da sempre; Lilit dimostra come le donne combattano da secoli per affermare i propri diritti, Leona è un simbolo della comunità Lgbtq, storica seppure a lungo nascosta, e così via.
Si tende a etichettare determinate questioni come “mode” del momento, invece sono lì dalla notte dei tempi e, proprio affidandosi a figure realmente esistite, ad episodi storici, si può sperare di trasmetterle a tutti, imitando un po’ la religione, che si appella a esempi antichissimi per estrapolarne verità valide tutt’oggi. Devo sperare che l’estetica sia quella giusta, perché come nella pubblicità (dove ho lavorato a lungo) è l’occhio a colpire la nostra attenzione, se qualcosa è bello ci spinge ad avvicinarci, ad andare in profondità; per questo l’impostazione delle immagini è pittorica, simbolica, quasi didascalica.

Oreste Monaco opere
Lilith e Adamo, ph. Oreste Monaco

Oreste Monaco foto
Luci da palcoscenico, ph. Oreste Monaco

Oreste Monaco mostra
Equinozio d’autunno, ph. Oreste Monaco

Nell’immagine in apertura, Custode, foto di Oreste Monaco

‘Iddi’, in mostra a Noto i beautiful loser di Mariano Franzetti

La culla del barocco siciliano è pronta ad accogliere un drappello di visitatori oltremodo atipici, eppure irresistibili: saranno infatti on show dal 30 luglio al 30 agosto, nelle sale nobiliari di Galleria Palazzo Nicolaci, a Noto, gli umanoidi dai tratti sgraziati di Mariano Franzetti. Iddi, questo il titolo della mostra a cura di Federico Poletti, è la prosecuzione del progetto Putty Toys Tricky, avviato nel 2020, concepito dall’artista italo-argentino come un flusso libero che assume le sembianze di figure «dalle espressioni e movenze distorte, mai a loro agio né perfettamente collocate nello spazio»; o, per essere più precisi, di soggetti dalle fattezze irregolari, esasperate, a metà tra orrorifico e caricaturale ma, proprio per questo, esemplificativi di una bellezza non convenzionale, lontana dai canoni impostisi col tempo nell’arte, che ben riflette le contraddizioni della realtà odierna.

Mariano Franzetti artist

La community ugly but cool dell’artista nelle sale di Palazzo Nicolaci

Mariano Franzetti opere
Una scultura di Mariano Franzetti

Una sorta di armata Brancaleone, decisa a sfidare nozioni comunemente intese e dicotomie irrisolvibili (essenza versus apparenza, materia versus spirito), che vede tra le proprie fila personaggi surreali epperò ricercati, muniti spesso di capigliature appariscenti (ciuffi punk, creste ossigenate), parte di look altrettanto sgargianti che incorporano capi/accessori di griffe quali Prada, Saint Laurent, Celine, Bottega Veneta, tra color block, animalier, camicie stampate, chiodi di pelle e occhiali over. Visitando l’esposizione ci si trova di fronte, perciò, a beautiful loser che popolano un universo visivo stravagante, difforme, pervaso di ironia e disincanto. I meravigliosi perdenti del creativo si stagliano su disegni, dipinti policromi o grandi arazzi dalle tonalità pop, oppure prendono forma in bassorilievi e scoolture (così le definisce lui) di varie dimensioni, singole o disposte a gruppo, impilate per comporre piramidi dall’aspetto alquanto precario o raggrumate in vortici che strabordano da cornici circolari.

Sono impegnati nelle attività più disparate, fissati in atteggiamenti da poser vanesi o posizioni equivoche, che spesso fanno il verso ai topoi dell’iconografia classica (ad esempio deposizioni, naufragi, scenette simil-religiose, creature mitologiche), a cavalcioni su una mucca, sospesi a mezz’aria, o ancora nelle vesti (ultra posh, come si è detto) di prodi cavalieri che affrontano il mostro di turno.

Personaggi eccentrici ma decisamente cool, che riflettono le contraddizioni della società odierna

Proprio per rendere omaggio alle meraviglie della regione che lo ospita, la Sicilia, l’artista amplia il corpus scultoreo di Putty Toys Tricky con opere giocate sui contrasti cromatici, declinate tra gli altri in total black (a richiamare le pietre vulcaniche del territorio), oppure nelle nuance dorate dei rilievi barocchi; sono inoltre presenti, per la prima volta, proiezioni in modalità digital art.

La personale a Palazzo Nicolaci evidenzia come l’autore padroneggi le tecniche più diverse, di cui si serve per allestire tableau vivant colmi di simbolismi e allusioni, suscitando nel visitatore reazioni eterogenee, non di rado spiazzanti, in bilico tra curiosità e straniamento, che spingono a riflettere sui tanti (troppi?) stereotipi e incongruenze che affollano la nostra società. Il grottesco in salsa fashion – ugly but cool, per ricorrere nuovamente alle sue parole – di Franzetti diventa, dunque, una lente deformante attraverso cui provare ad analizzare la contemporaneità; uso della categoria che sorprende fino a un certo punto, se già Umberto Eco, nel saggio Storia della bellezza, ne aveva parlato come della «più ricca delle sorgenti che la natura possa aprire alla creazione artistica».

Palazzo Nicolaci Noto mostra


Nell’immagine in apertura, un arazzo dell’artista esposto a Palazzo Nicolaci

Models to follow: Sireno Zambon

I tratti efebici (grandi occhi cerulei, viso sottile, labbra carnose), unitamente ai capelli bleached (dovuti, specifica, all’hairstyling per uno specifico editoriale fotografico, tenuti perché «mi trovo decisamente a mio agio con questo colore») e all’innegabile je ne sais quoi, come lo definirebbero i francesi, rendono Sireno Zambon, 21enne, uno di quei modelli che restano impressi già al primo sguardo. Nella chiacchierata con Manintown confessa di essere debitore a Siermond (alter ego artistico del fotografo, videomaker e musicista Pasquale Autorino), che lo ha scoperto e immortalato in intensi ritratti dai toni seppiati, incoraggiandolo a proseguire.

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Denim shirt Polo Ralph Lauren, pants Dalmine, tank top OVS, sneakers Air Jordan, necklace Sting

I risultati cominciano a vedersi, con ingaggi che l’hanno portato di recente a salire in passerella per lo show di chiusura dell’edizione 2022 del concorso Who is on Next?, ad AltaRoma; appena una settimana fa, infine, la firma del contratto con la rinomata agenzia newyorchese Muse. Il suo sogno è poter affiancare, prima o poi, sfilate, shooting e affini ai set cinematografici o televisivi, nel frattempo tiene a sottolineare l’importanza del definire i propri limiti, concepiti come strumenti utili «a circoscrivere i traguardi da raggiungere».

Da quanto tempo fai il modello, e come hai iniziato?

Da circa un anno e mezzo, grazie a un fotografo, Siermond. Mi aveva chiesto di posare per lui, consigliandomi la mia agenzia madre attuale, cui si sono poi aggiunte la s2model, a Seoul, e dalla settimana scorsa la Muse per New York, adesso devo capire come muovermi sulla città di Milano.

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Denim shirt Polo Ralph Lauren, pants Dalmine, necklace Sting, bracelet Idontwannasell

Il traguardo più importante raggiunto finora?

Sono due in realtà, raggiunti entrambi recentemente. Innanzitutto sfilare al Campidoglio (il défilé di Who is on Next?, patrocinato da AltaRoma e Vogue Italia, quest’anno si è tenuto eccezionalmente ai piedi del Palazzo Senatorio, ndr), prestato per la seconda volta nella storia alla moda; un ottimo traguardo, emozionante, inoltre hanno assistito allo show designer come Alessandro Michele, Pierpaolo Piccioli e Silvia Venturini Fendi. Quindi, il contratto con l’agenzia Muse, di cui ho appena detto.

Il fashion system è parecchio affollato (eufemismo), quali sono a tuo parere le qualità che un modello deve possedere, oggi, per farsi notare e affermarsi nel settore?

In primis bisogna sapere ciò che si vuole, fin troppe persone affermano di volerlo fare per diventare famosi o ricchi. È fondamentale, invece, avere ben chiaro il tipo di percorso, i sacrifici connessi a questa professione, che come qualsiasi altra implica richieste, requisiti, anche qualità, certo, tra cui a mio giudizio intraprendenza, disponibilità, una mentalità aperta. Molti applicano al modeling gli stessi parametri che valgono per influencer o blogger, un mondo totalmente differente perché, se loro si autogestiscono in tutto e per tutto, noi siamo sì dei liberi professionisti, ma il tipo di lavoro che svolgiamo è caratterizzato da una serie di regole, non si può non adeguarvisi.

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Tank top OVS, pants Dalmine, necklace Sting, bracelet Idontwannasell

La prima cosa che salta all’occhio, guardando questi scatti, è l’hairstyle platinato, una scelta puramente estetica o c’è dietro qualcos’altro? In generale, ti piace variare look, sperimentando con tinte e acconciature?

Mi piace variare, sono sempre alla ricerca di novità, possono essere anche dettagli o piccole modifiche, che non comportino necessariamente stravolgimenti, vale per il modo di vestire (alterno streetwear ed elegante, casual e sartoriale) come per l’aspetto nel suo complesso.
Il biondo platino è dovuto a una richiesta di Siermond, aveva bisogno di un modello dai capelli ossigenati e gli ho dato subito la mia disponibilità. D’altra parte, non ho mai avuto grossi problemi rispetto ai cambiamenti di look, a meno che non fossero permanenti o invasivi, devo comunque rispondere a un’agenzia, ottenere il loro consenso. In linea di massima tendo a cambiare spesso, ammetto però che mi trovo decisamente a mio agio col colore di capelli di adesso.

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T-shirt Zara, pants Dalmine, necklace Sting, bracelet Idontwannasell

Hai già accennato all’argomento, ma come descriveresti il tuo stile?

Di base preferisco le tinte piatte ed evito loghi o scritte, le uniche t-shirt stampate che metto sono quelle delle band punk o rock che ascolto. Fondamentalmente, definirei il mio stile punk-rock, appunto, poco pulito perché ogni volta cerco di inserire nell’outfit qualcosa che stoni un po’, tranne nelle occasioni in cui è richiesto un determinato dress code, ovvio.

I tre brand più cool, secondo te?

Se parliamo di moda street mi piace parecchio Diesel, tra le griffe simbolo dell’eleganza cito Louis Vuitton. Aggiungo MCS Marlboro Classics, specialmente per alcuni pezzi vintage.

In ottica professionale, invece, per quali maison o designer sogni di sfilare/posare?

Louis Vuitton, di nuovo, Valentino (lo adoro) e Ralph Lauren, marchio che tende a essere sottovalutato ma propone a volte look estremamente interessanti. Poi i big, Gucci, Versace, ma più per un discorso di curriculum che per gusto personale.

Ci sono capi o accessori che reputi must di stile imprescindibili?

Uso regolarmente i pantaloni Diesel (hanno un’ottima vestibilità e si sposano alla perfezione col mio modo di vestire) e stivali in pelle alla cowboy. Ogni tanto opto per jeans over oppure a zampa, tra gli accessori sicuramente una bella cintura può fare la differenza.

Hai citato Siermond (alias Pasquale Autorino), cosa ti affascina della sua estetica?

Premetto che mi ha certamente influenzato, è stato lui a scoprirmi e, in parte, ha plasmato i miei giudizi sulla moda. Penso riesca a portare le sue idee su un piano superiore, fotografa un numero ristretto di soggetti, che considera muse da cui lasciarsi ispirare. Rimango tuttora legato al suo modo di concepire la fotografia, tengo sempre conto del giudizio di Siermond, per questo sul mio account Instagram ho taggato la sua pagina.

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Tank top OVS, pants Dalmine, sneakers Air Jordan, necklace Sting, bracelet Idontwannasell

Parlando di IG, sul tuo profilo la frase “define your limits” è in evidenza, cosa significa per te?

Tanti credono che definirli sia una cosa negativa, personalmente sono insofferente ad espressioni sul genere “non porti alcun limite”, è vero esattamente il contrario secondo me. Trovo sia importante fissarli, anche perché non ho una socialità particolarmente spiccata, sono spesso nel mio mondo, perciò individuandoli e comunicandoli posso aiutare gli altri a relazionarsi con me. Specifico, comunque, che per come la vedo io i limiti non vanno intesi come confini invalicabili, piuttosto circoscrivono i traguardi da raggiungere; quando si fissa l’asticella, viene stabilita una soglia da superare, e così ci si possono porre altri limiti, cioè obiettivi da centrare.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Studio recitazione e, se devo esser sincero, mi piacerebbe combinare le due attività, lavorare come modello e attore. Mi è stato ripetuto più volte che sono due realtà incompatibili, vorrei smentire quest’affermazione. Aspiro a darmi un profilo nel modeling, possibilmente a livello internazionale e, in prospettiva, a recitare in inglese, continuando in definitiva a stabilire nuovi limiti.

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Denim shirt Polo Ralph Lauren, pants Dalmine, tank top OVS, sneakers Air Jordan, necklace Sting

Credits

Talent Sireno Zambon

Photographer Xin Hu

Nell’immagine in apertura, Sireno indossa tank top OVS, pantaloni Dalmine, collana Sting, bracciale Idontwannasell

Ryan Cooper, entusiasmo e dedizione, sul lavoro e nella vita

Irradia energia Ryan Cooper, modello e attore con base a New York. Perennemente sorridente, barbetta incolta, muscoli guizzanti (esibiti anche nel servizio per Manintown che vedete qui, ad alto contenuto di carnalità) che indicano una scrupolosa devozione alla causa dell’allenamento (nel 2019 ha varato il programma wellness che porta il suo cognome), una parte nella dramedy di prossima produzione You Are Not Alone, che segue quelle in serie e film come Crazy Night – Festa col morto, Eye Candy e Confess, svariati lavori tra riviste maschili e marchi che contano, specie negli Stati Uniti (A|X Armani Exchange e Boss, per citarne un paio); eppure, fino a qualche anno fa, la sua vita era sideralmente distante dallo sfavillio delle mille luci newyorchesi.

Ryan Cooper attore modello
All in Motion sunglasses Target, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace and 18K yellow gold bracelet Title of Work, shirt and swim shorts Gemini

Nato 36 anni fa in Papua Nuova Guinea, da genitori missionari, svolgeva una professione del tutto canonica nell’edilizia; poi nel 2008, appena sbarcato nella metropoli della East Coast, la grande occasione, con la campagna DKNY Jeans Spring/Summer 2008, al fianco della supertop Behati Prinsloo. Da allora, Ryan passa senza batter ciglio dai set modaioli a quelli televisivi o cinematografici, sentendosi puntualmente gratificato in quanto «ogni ruolo mi lascia con nuove abilità o qualcosa in più che so di me, è tutto ciò che si possa desiderare», e apprezzando parimenti il lavoro nel modelling perché lo aiuta «a sentirmi a mio agio nel cinema».

Ryan Cooper model
18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace, 18K yellow gold bracelet and 18K yellow gold solid bar with ruby bracelet Title of Work, trunks R.Swiader, sneakers All Star Classic Converse

Come riportato dal sito Deadline, sarai nella pellicola You Are Not Alone, le cui riprese cominceranno a breve in Texas. Cosa puoi rivelarci del progetto?

È una bellissima storia vera, che racconta l’esperienza della sceneggiatrice Cindy McCreery col fratello, che ha assistito durante gli interventi di rimozione del cancro e della vescica. Il regista è Andrew Shea, lavorerò tra gli altri con l’attrice di The Surrogate Jasmine Batchelor.
Si tratta di uno dei ruoli più impegnativi tra quelli finora interpretati, perché dovrò onorare un’esperienza umana reale e, al tempo stesso, lasciarmi coinvolgere totalmente dalla storia.
C’è molto dolore fisico e imbarazzo nel film, ma alla base di tutto troviamo una famiglia che, in un periodo traumatico per il mio personaggio AJ, si riunisce per guarire aspetti del suo passato. Non vedo l’ora che esca.

Ryan Cooper attore
Hydro boost gel moisturizer Cardon, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace, 18K yellow gold bracelet and 18K yellow gold bracelet Title of Work, trunks R.Swiader, sneakers All Star Classic Converse

Al cinema il battesimo del fuoco è arrivato nel 2017, nella commedia Crazy Night – Festa col morto , con un cast al femminile di prim’ordine (Scarlett Johansson, Zoë Kravitz, Demi Moore, Jillian Bell…), dove interpretavi uno spogliarellista. Che ricordo serbi di quel primo, importante set?

Lavorare con star del genere è stato incredibile. Ho potuto farne esperienza come esseri umani, prima che attrici, imparando molto da loro. Scarlett era davvero accogliente nelle scene, Jillian incoraggiante; quanto a Kate McKinnon, è stata una delle co-protagoniste più gentili in assoluto.

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De Los Santos Eau de Parfum Byredo, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace, 18K yellow gold bracelet and 18K yellow gold bracelet Title of Work, tank top and pants R.Swiader

Ci sono ruoli o generi che finora non ti hanno proposto e vorresti invece sperimentare?

Ho avuto la fortuna di impersonare villain ed eroi, cantare come una rockstar e torturare la gente. Trovo decisamente divertente poter spaziare tra vari personaggi.
Adoro i film cui ho preso parte, sinceri e sentiti, e altri ne verranno. Il mondo ha bisogno di pellicole che ci cambino, aiutandoci a riflettere dopo essere usciti dal cinema. Mi piacerebbe tanto, però, fare qualcosa con parecchie scene d’azione e, forse, ballare (al momento mi limito a farlo in salotto, quando sono solo). Ogni ruolo mi lascia con nuova abilità o qualcosa in più che so di me, è tutto ciò che si possa desiderare, sul serio.

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De Los Santos Eau de Parfum Byredo, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace, 18K yellow gold bracelets and 18K solid bar yellow gold/ruby bracelet Title of Work,  kimono and shorts Gemini

Da cultore del fitness, nel 2019 hai messo a frutto questa passione nel programma CooperFit, dedicato al wellness nel suo complesso, dall’allenamento alla meditazione. Un bilancio a riguardo?

CooperFit è stato lanciato dopo aver osservato i clienti, lavorando a stretto contatto con loro, e capendo così che le nostre barriere fisiche, o il mancato raggiungimento degli obiettivi, sono direttamente collegati al benessere mentale. Adoro aiutare le persone a perdere peso o metter su muscoli, ma a lungo termine il cliente viene gratificato maggiormente dall’essere favorito in relazioni più serene, oppure dal ricevere supporto nel raggiungimento di un obiettivo di vita. Le parole d’ordine, “cuore e salute”, indicano che le due dimensioni sono interconnesse, si influenzano reciprocamente.

Cooperfit
Hydro boost gel moisturizer Cardon, De Los Santos Eau de Parfum Byredo, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace, 18K yellow gold bracelets and 18K solid bar yellow gold/ruby bracelet Title of Work, silk shirt Musika

Prima della recitazione, e poi in parallelo, hai lavorato ai massimi livelli come modello, esordendo in una campagna per DKNY Jeans nel 2008 e comparendo poi in editoriali e adv delle principali griffe e testate fashion (tra cui A|X Armani Exchange, Trussardi, Boss, Esquire, L’Officiel Hommes). C’è qualche esperienza, tra quelle citate e non, che ti abbia segnato, che ti capita di ricordare per un motivo preciso?

Il settore della moda mi era del tutto sconosciuto quando sono entrato a farne parte. Facevo il carpentiere, ero abituato al lavoro duro, perciò l’ambiente in questo mi è apparso estremamente agevole. Il lato più complicato del mestiere è invece quello relativo ai viaggi, al senso di solitudine che dà l’essere sempre in giro.
Mi sento privilegiato per aver avuto la possibilità di volare in mete incantevoli per gli shooting o incontrare persone artisticamente così dotate; nel complesso, però, tutto ciò ha solo rafforzato la comprensione del fatto che, in quanto esseri umani, lottiamo con situazioni che sono reali per noi, a prescindere dal contesto, e possiamo scegliere se impegnarci, crescendo, o eludere gli altri. C’è sempre un approccio diverso (gentile, egotico, collaborativo, battagliero…) per affrontare qualsiasi lavoro o persona, o il modo in cui ci vediamo.
Stare davanti all’obiettivo da modello mi ha aiutato a sentirmi a mio agio nel cinema. Allo stesso modo, lavorare sui set mi ha fatto apprezzare di più le occasioni in cui ho lavorato nella moda. Credo che nella vita sia tutta questione di apprendere qualcosa e alimentarla, in ogni ambito. Ricordo un’esperienza con Peter Lindbergh, che lavorava nella maniera più calma e gentile che si possa immaginare, senza farne mai un dramma, in pace; mi ha fatto venire voglia di trasmettere a mia volta questa sensazione.

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Attualmente a cosa stai lavorando? Cosa ti auguri per il futuro, in termini sia professionali che umani?

Girerò fino alla fine di luglio per You Are Not Alone, quindi spero di fare una piccola vacanza con mia figlia.
Inoltre sto producendo altri progetti in fase di sviluppo, e come sempre mi piace lavorare con i clienti di CooperFit, attività che posso svolgere a distanza.

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Ryan Cooper magazine
All in Motion sunglasses Target, 18K yellow gold Ball & Wire necklace, sterling silver/18K yellow gold mixed metal necklace and 18K yellow gold bracelet Title of Work, shirt Gemini

Credits

Talent Ryan Cooper 

Photographer Dean Isidro

Art Director Paul Lamb

Stylist Gregory Wein

Stylist assistant Brianna Klouda

Grooming Michael Moreno

Photo retouch Jay Arora

Project coordinator Giorgio Ammirabile

Nell’immagine in apertura, Ryan indossa collana e bracciali Title of Work, camicia Musika

Carolina Sala e Gea Dall’Orto: poco social, molto impegnate

Carolina Sala Instagram
Gea e Carolina: total look Dior, earrings and bracelet Piaget

Quasi coetanee (22 anni una, 20 l’altra), una carriera in rapida ascesa con ruoli equamente distribuiti tra grande e piccolo schermo, Carolina Sala e Gea Dall’Orto denotano una maturità, una chiarezza d’idee, obiettivi e riferimenti artistici che stride un po’ con l’età anagrafica. La caratura delle produzioni cui hanno partecipato (nel caso di Carolina Fedeltà, Vetro, Pezzi unici, La guerra è finita, in quello di Gea Tre piani, Mio fratello rincorre i dinosauri, Gli orologi del diavolo, Rinascere) è del resto eloquente, e consente di annoverarle a pieno titolo in quella new generation attoriale, risoluta e dinamica, che sta contribuendo attivamente a rinnovare tv e cinema italiani.

Davanti all’obiettivo del fotografo di questo servizio pare si fosse creato un certo affiatamento, vi sareste subito trovate insomma, è così? Cosa apprezzate di più l’una dell’altra, lavorativamente e umanamente?

Carolina: Era il mio primo shooting doppio, non sapevo cosa aspettarmi, alla fine è stato un divertimento. C’è bisogno di un’alchimia diversa da quella dei set, con pose statiche, ed è stato piacevole condividerlo con Gea, di cui mi ha colpito l’immediatezza, nel senso migliore del termine, è una persona che ti arriva subito, ne percepisci distintamente la bellezza. Non ci conoscevamo prima, eppure non ci son state difficoltà di alcun tipo.

Gea: Nemmeno io conoscevo Carolina, il suo lavoro sì però, La guerra è finita ad esempio, che mi era piaciuto moltissimo. Quando ho saputo che ci avrebbero scattato delle foto insieme, non potevo che esserne contenta, nelle collaborazioni aspiro sempre a trovare persone della mia età, con cui scambiare opinioni, confrontarsi su un piano intellettuale, con lei è avvenuto all’istante.
Mi sono divertita con gli abiti, mi ha ricordato quando da piccola giocavo a travestirmi con le amiche, certi capi sono talmente belli e complessi che mi è venuto naturale inserirli in una dimensione ludica.

Forse mai prima d’ora il panorama recitativo italiano ha visto in prima fila tanti giovani di talento che, anche grazie alla diffusione di piattaforme alla Netflix o Amazon Prime Video, si fanno conoscere oltre i nostri confini. Sentite di appartenere a una nuova generazione di interpreti in rampa di lancio? Cosa pensate vi accomuni?

C: Non sentendomi tuttora propriamente arrivata, fatico a percepirmi come un’esponente di questa nuova generazione, provo a restare coi piedi per terra, senza focalizzarmi sulle “appartenenze”. Una cosa che mi fanno notare sui colleghi della mia età, un tratto distintivo, ecco, è la voglia di lavorare insieme, anche con le maestranze, un approccio assai poco divistico. In passato c’era forse l’idea dell’attore distaccato, individualista, ora si tende al pragmatismo e si fa gruppo, o almeno questa è la mia impressione.

G: Sono completamente d’accordo. Oggi, probabilmente grazie ai social, noi attori riusciamo a essere connessi e, volenti o nolenti, finiamo col conoscere le rispettive quotidianità, empatizzando gli uni con gli altri. Ho lavorato spesso con miei coetanei e non ho mai trovato primedonne, anzi, c’era la volontà di supportarsi a vicenda. A distinguerci, credo, è proprio questo spirito empatico, di condivisione.

Gea Dall'Orto Cannes
Gea: total look Alexander McQueen, boots Valentino, earrings Albert M.

A proposito di colossi dello streaming, persiste una divaricazione tra addetti ai lavori sui giudizi ad essi riservati, vengono accusati da alcuni di danneggiare il cinema, l’esperienza della visione in sala. Qual è la vostra opinione?

G: Penso che non si possano condannare certi meccanismi industriali, il cinema è anzitutto un’industria, in costante movimento, è normale sia così. Contrastando il cambiamento faremmo solo peggio, da addetti ai lavori dovremmo cercare piuttosto di integrare l’home cinema nella nostra vita quotidiana, come gli spettatori. Ad ogni modo, sebbene il grande schermo non sia più il core system, io invito sempre tutti a frequentare le sale; è bello poter guardare tutto dal divano, scegliendo in un catalogo sconfinato, ma il cinema è un’esperienza diversa, non deve sostituirsi alla tv.

C: Hai ragione, dovremmo abituarci a considerarle esperienze differenti, vedere un film sul piccolo schermo è un’altra cosa. Finora siamo stati travolti dalle innovazioni, penso che quando acquisiremo maggiore consapevolezza a riguardo, allora sarà possibile una riscoperta del cinema, o perlomeno una sua valorizzazione.
Per quanto tutti i titoli finiscano in streaming, sono pensati quasi sempre per formati diversi, è una questione tecnica. Inoltre le piccole produzioni provano magari a rischiare, sperimentano, un aspetto che nelle grandi piattaforme, dai numeri enormi, c’è solo in parte.

G: Un tentativo secondo me si potrebbe fare riproponendo in sala capolavori passati, succede già con i vari Netflix e Amazon, che sfruttano un vasto archivio. Può accadere per opere restaurate di recente, però non è la norma.

Carolina Sala intervista
Carolina: dress and shoes Versace, tights Emilio Cavallini, earrings Etrusca Gioielli, necklaces Radà; Gea: dress and shoes Versace, tights Emilio Cavallini, earrings Radà

In Vetro Carolina, ragazza hikikomori, riesce a interfacciarsi col mondo esterno solo tramite uno schermo. La vostra generazione, per ragioni anche solo meramente anagrafiche, è la più connessa e digitalizzata di sempre, che rapporto avete con i social?

C: Di amore e odio, a volte disinstallo tutto perché raggiungo il limite. Vado a periodi, da un lato li considero un buono strumento per creare connessioni, scoprire persone o realtà di cui altrimenti non si scoprirebbe mai l’esistenza, dall’altro alimentano un circuito negativo e rendono difficile rapportarsi con modelli che appaiono inarrivabili solo perché fasulli. In generale, li uso per lavoro, il mio privato cerco di tenerlo in disparte.
Provo sentimenti contrastanti verso i social, e un filo di disillusione, specie riguardo la loro reale utilità nel supporto a determinate cause o battaglie.

G: … Anche perché chi è attualmente al potere li conosce e usa poco, su questo concordo. A me poi è sempre piaciuta la concezione dell’attore come di una figura enigmatica, ambigua, considerato che parlando spiattello tutto in cinque minuti, almeno sui social non sarebbe male mantenere un po’ di mistero.

Carolina Sala Fedeltà
shirt and skirt Vivienne Westwood, tights Emilio Cavallini, shoes Giuseppe Zanotti

Il ricordo più significativo, ad oggi, del vostro lavoro? Uno specifico ruolo, titolo, momento…

C: Più che un singolo episodio un’esperienza, Vetro appunto, che ha rappresentato una svolta; passando dodici ore al giorno nella stanza dove si girava, fra trucco, prove e altro, ho avuto infatti la possibilità di entrare in contatto con set e troupe in un modo che, in seguito, ha cambiato il mio approccio al lavoro. È stato coinvolgente, intenso, in più lavorare insieme a Tommaso Ragno, sostanzialmente solo con la voce, ha completamente stravolto l’idea che avevo della recitazione.

G: Sarà scontato ma non ho dubbi, il provino per Tre piani di Nanni Moretti, ne sono uscita dicendomi che, a prescindere dall’esito, si trattava dell’audizione più bella che avessi mai sostenuto; mi sono sentita ascoltata e per la prima volta a mio agio, inserita in un ambiente che consentiva di concentrasi appieno. Si è creata una sorta di magia, con lui seduto alla scrivania, che mi guardava in una maniera così accurata…  Continuo a cercare quel tipo di sguardo in ogni persona con cui interagisco per motivi professionali, perché stimola a dare il meglio. Oltretutto ha rivoluzionato la mia vita sotto vari aspetti, tra Cannes, attori incredibili e nuove opportunità, in primis Gli orologi del diavolo di Alessandro Angelini, a lungo assistente alla regia di Moretti.

Ruolo o genere dei sogni?

C: Sono attratta da storie e personaggi più che dai generi, detto ciò adorerei un film in costume, ambientato nel ‘700 o ‘800, o all’opposto un action puro, con sparatorie e combattimenti, alla Kill Bill per capirci.

G: Opto anch’io per il period drama, sarà che mia nonna era costumista. Un film degli Avengers, tuttavia, sarebbe il massimo, appagherebbe il mio lato nerd.

Gea Dall'Orto Instagram
Vest Sara Wong, top and skirt Reamerei, tights Emilio Cavallini, earrings and rings Radà

Un regista – o più di uno – da dream list?

C: Ne ho due impossibili perché, banalmente, non ci sono più, Kubrick e Buñuel. Tra quelli di oggi – ce ne sarebbero milioni, in verità – dico Paul Thomas Anderson.

G: Restando sui miti, da amante della Nouvelle Vague cito Truffaut, Godard e Chabrol. Tornando alla realtà, mi sono piaciute le due pellicole di Valerio Mieli, sarebbe bello in futuro lavorare con lui; spostando lo sguardo all’estero, trovo estremamente affascinante Damien Chazelle.

Gea Dall'Orto Carolina Sala
Gea: total look Moschino, necklace Radà, shoes Giuseppe Zanotti; Carolina: total look Moschino, shoes Giuseppe Zanotti, earrings Radà


Se non foste diventate attrici, cos’avreste voluto fare nella vita?

C: Sinceramente in questo periodo me lo chiedo anch’io, d’altra parte la mia carriera è iniziata per una contingenza, col mio agente che mi ha notata sul palco.
Studio storia dell’arte all’università, la adoro, ma è una passione nata – e alimentata – in parallelo alla recitazione. Sarebbe bello mettere insieme le due dimensioni, in un modo che non saprei indicare neppure io. Diciamo comunque gallerista o curatrice, dai.

G: Da golosa quale sono, da bambina volevo fare la gelataia (ride, ndr).
Scherzi a parte, nel mio caso vita e carriera si sono mescolate subito, i miei hanno una compagnia teatrale, mia nonno è regista, di nonna ho già parlato, faticherei a vedermi altrove, anche perché sono perdutamente innamorata del mio settore. Immagino che un’ipotetica altra strada mi avrebbe condotto ugualmente al cinema, magari in veste di critica o regista.

Su cosa siete impegnate attualmente? Cosa vi augurate per il futuro?

C: Uscirà a breve, probabilmente in autunno, Di più non basta mai di Pappi Corsicato.
Ci sono dei progetti in vista e le riprese cominceranno verso la fine dell’estate, non posso dire altro. Vivo un po’ da funambola, sempre sul filo, non so mai bene cosa augurarmi, di sicuro che sia sorprendente, via.

G: Adesso sono impegnata con la seconda stagione di Luce dei tuoi occhi, per il futuro mi auguro di potermi imbattere in persone – e personaggi – interessanti.

Gea Dall'Orto film
Dress Vivienne Westwood, tights Emilio Cavallini, shoes Traffico, earrings and ring Piaget

Carolina Sala fashion
Dress Sara Wang, headpiece ILARIUSSS

Credits

Talents Carolina Sala, Gea Dall’Orto

Photographer Filippo Thiella

Stylist Simone Folli

Ph. assistant Davide Simonelli

Fashion assistant: Nadia Mistri, Francesco Paolucci

Hair Francesco Avolio @WM-Management

Make-up Anna Pellegrini using MAC Cosmetics

Nell’immagine in apertura, Carolina e Gea indossano total look Dior

Sara Ventura, fitness e arte al servizio del benessere individuale

Chi l’ha detto che le palestre debbano essere luoghi funzionali (all’allenamento) ma, tutto sommato, asettici, standardizzati, una successione di ambienti con macchinari, musica sparata e schermi perennemente accesi? Non la pensa così Sara Ventura: ex tennista con 15 titoli italiani nel proprio palmarès, fitness coach, autrice del libro A testa alta (dal sottotitolo wildiano, programmatico, Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore infinita), è una convinta sostenitrice dell’assioma secondo cui corpo e spirito formano una monade inscindibile, dunque non può esistere benessere fisico senza quello interiore, e viceversa.

Sara Ventura fitness
Sara Ventura nel suo spazio in Ripa di Porta Ticinese, a Milano (ph. Vincenzo Valente)

Sara Ventura Art and Body, tempio del benessere fisico e spirituale

Luogo deputato alla concretizzazione di tali principi è Sara Ventura Art and Body in Ripa di Porta Ticinese, a Milano, struttura di 500 metri quadri dall’aspetto post-industriale, pensata come un connettore tra universi diversi eppure affini, aperta a eventi fashion, mostre, shooting, produzioni video o musicali.

Un métissage, quello tra allenamento e arte, che può suonare insolito, per usare un eufemismo; lei però lo reputa del tutto naturale, se infatti le si chiede come e perché abbia pensato di combinare i due mondi, risponde di essersi «sempre interessata all’arte, alla pittura in particolare, fin da piccola mi divertivo con colori e pastelli, realizzavo murales… Una volta smesso con lo sport agonistico, ho ripreso questo lato artistico, frequentando un’accademia, quindi ho deciso di aprire una palestra che unisse le mie passioni».

Luce, silenzio e artwork in uno spazio polifunzionale

Ha le idee chiare, Sara, soprattutto sul corpo, visto come «un’opera d’arte, da cesellare – e celebrare – in un contesto scandito da silenzi, luci, installazioni artsy, ideale per le sessioni di training, certo, ma che può ospitare ogni tipo di evento. Ne ho sviluppato personalmente l’estetica, fin nei minimi dettagli, mantenendo l’anima industrial (era una fabbrica di bastoni, ndr) e facendone un ambiente multifunzionale, dove i clienti possano allenarsi circondati da artwork».
Il fitness, a suo parere, non è mai stato tanto in auge, tuttavia «è inflazionato, quasi ovunque si preferisce la quantità alla qualità, con posti pieni di gente su file infinite di macchine, io invece voglio concentrarmi sulla cura del movimento, anche visiva, sul training personalizzato che dia valore alla persona, rispettandone tempi e spazi, tirando fuori il meglio da ognuno».

Sara Ventura Milano
Sara Ventura (ph. Vincenzo Valente)

«Il benessere – prosegue – passa necessariamente dalla consapevolezza della propria corporeità, per acquisirla bisogna dedicarcisi a fondo». Lo sguardo si posa sulle tele appese alle pareti, «alcune sono mie», specifica, «le ho realizzate negli anni dell’accademia o in quelli seguenti, dipingere è una forma di meditazione. Qui generalmente organizzo delle mostre itineranti, adesso, dopo il Covid, stiamo ripartendo».

Allenamenti “tailored” che si avvalgono della collaborazione con Rossella Migliaccio

C’è tempo per introdurre la novità più recente di Sara Ventura Art and Body, un format innovativo che si avvale delle riflessioni di Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che, dopo averci edotto sui poteri dell’armocromia, nel 2020 si è occupata di body shape col saggio Forme, classificandone sei – a triangolo, ovale,  a clessidra, a mela… – e inquadrandole in un sistema che aspira a valorizzare l’unicità di ciascuna. Partendo da qui, Sara «porta l’allenamento “su misura” nel lavoro di gruppo, con classi – per ora esclusivamente femminili – differenziate in base alle tipologie di fisico e percorsi che hanno l’obiettivo non di cambiare il corpo, ma di stabilire un’armonia con ogni sua forma».

«Si possono così mettere a punto soluzioni mirate anche nei corsi collettivi, mentre nelle palestre di solito si propone a tutti la stessa formula, uomini di cinquant’anni e ragazze 20enni, persone alte e basse si ritrovano ad allenarsi in modo identico. I miei programmi, al contrario, rispecchiano appieno la mia filosofia di non omologazione, centrata sulla singola personalità». Marina Abramović, Bruce Nauman, Urs Lüthi e altri insigni esponenti della body art, propugnatori dell’idea di corpo come veicolo artistico privilegiato, approverebbero senz’altro.

Sara Ventura art e body
Ph. Vincenzo Valente

Credits

Photographer Vincenzo Valente

Make-up Maddalena Brando @simonebelliagency

Il best of di Pitti Uomo 102

Abbandonato il low profile (obbligatorio, in verità, per cause che è ormai superfluo specificare) dell’ultimo biennio, Pitti Uomo torna al consueto format pre-pandemico, con un tourbillon di presentazioni, progetti speciali ed eventi collaterali, spalmati su quattro giornate, dal 14 al 17 giugno. Metabolizzata la massa di input stilistici concentrati nei padiglioni della Fortezza da Basso, abbiamo pensato di ricapitolare alcune novità primavera/estate 2023 viste durante la rassegna.
A seguire, il best of di Manintown della 102esima edizione del salone, categoria per categoria.

Pitti uomo 102

Capispalla

L'impermeabile brand
L’Impermeabile P/E 2023 (ph. courtesy L’Impermeabile)

Con le belle stagioni che, ahinoi, saranno caratterizzate sempre più da clima canicolare, umidità, rovesci forse sporadici ma violenti (sposare la sostenibilità, d’altra parte, è urgente proprio per mitigare le conseguenze del climate change), i produttori di outerwear non lesinano gli sforzi per adeguarsi alle – mutate – necessità e preferenze dei clienti.

Uno specialista della categoria come L’Impermeabile, sotto questo profilo, è avvantaggiato. Per la P/E 2023 la (rinnovata) collaborazione con lo stilista Romano Ridolfi, che firma i capi dell’etichetta blu, attinge alla rilassatezza dei volumi e alla praticità dello sportswear ‘60s, ibridando formale e informale in una serie di must che non dovrebbero mai mancare nell’armadio maschile; si dà risalto alla versione 2.0 della paramatta, tessuto impermeabilizzato australiano opportunamente alleggerito, reso più compatto e versatile; nella linea contrassegnata dall’etichetta grigia, invece, prevale l’utilizzo del cotone cerato e si arricchiscono i classici del marchio (spolverini, field jacket e soprabiti) con motivi principe di Galles o tartan.

Sartoria Latorre porta al padiglione centrale la capsule collection Vent De Sirocco, rilettura dello stile coloniale attraverso il savoir-faire artigiano e l’ossessione per la qualità che animano il brand; immancabili, dunque, sahariane color gesso o taupe, trench doppiopetto e parka, evocativi di un’eleganza souple d’altri tempi.

Non cessa di esercitare il suo fascino (vedi l’interesse per l’America’s Cup, nel 2021) l’abbigliamento nautico: Murphy & Nye e North Sails esaltano – giustamente – un heritage definito da regate, yacht e paesaggi marittimi, il primo rieditando i pezzi che, all’inizio del millennio, ne decretarono il successo – dal blouson con zip allo smanicato (attualizzati però all’oggi mediante innovazioni come termonastrature e tessuti performanti), il secondo associandosi a Maserati in una collab dove il lifestyle dell’azienda americana (centrato sull’oceano, suo vero propulsore estetico) incontra l’avanguardismo tech della casa del Tridente in giubbini imbottiti, gilet, giacche in due lunghezze ideali per viaggiare, sviluppati privilegiando filati eco, organici o riciclati.

Jeans

I mesi caldi richiedono grammature di un certo tipo e tonalità che si accordino alla palette stagionale, concedendosi – perché no? – cromie accese e lavaggi fantasiosi, per conferire un tocco extra di vivacità all’outfit. Lo sanno bene da Cycle (una garanzia in tema di luxury denim): la collezione P/E 2023 è la sintesi perfetta dell’inesauribile estrosità con cui la griffe manipola la tela blu, che a seconda dei casi viene sdrucita, decolorata (gli effetti tie-dye o bleached si sprecano), rammendata, mischiata a lyocell e modal per accentuarne la morbidezza, con la modellistica resa ora aderente (nei cinque tasche skinny), ora comfy.


Attenendosi alla filosofia per cui ogni indumento dovrebbe essere «ricco di storie, unico e prezioso», anche Reign diversifica notevolmente le opzioni tra cui scegliere, passando dai pants scorticati a quelli chiazzati di vernice, dal délavé a gradienti di rosso, arancio e verde scuro, alternativa colorful al sempiterno blue jeans.
Da HandPicked le salpe diventano la cartina al tornasole per orientarsi nei sei mood di stagione, che vanno dal Pop (identificato da un’etichetta in ecopelle, ispirata ai dipinti neoespressionisti di Julian Schnabel) all’Handmade; in quest’ultimo si concentra il virtuosismo creativo e manifatturiero della label, tra preziosismi, pinces e costruzioni che si aspetterebbe di trovare in un atelier.

Pantaloni

Due i modelli di punta targati Berwich per il prossimo anno: Negroni Lux, chino dai toni sablé in canapa (fibra green che regala al capo una patina vissuta, di autenticità), e 2P, bermuda oversize con doppia piega a stampa maculata.

Cruna (sinonimo di pantalone a regola d’arte fin dalla nascita del brand, nel 2013), da parte sua, triplica l’offerta, suddivisa in Main, Natural Wonders e Active, ma l’obiettivo è il medesimo, elevare cioè la nozione di casual, farne un genere trasversale valorizzando sia i materiali (lino, cotone, gabardine, blend di lana e seta…), sia le vestibilità, che aspirano alla perfezione, si tratti del taglio a carota del best-seller Mitte, delle linee asciugate del Brera o dello smooth fit (così viene definito) del Burano.

Maglie e camicie

Nonostante le temperature torride già dai primi accenni estivi, maglieria e camiceria continuano a farla da padrone nei guardaroba degli espositori di Pitti. Nel “salottino” KNT, ad esempio, ruba l’occhio la minicollezione Panda, con impresso l’animale preferito di Mariano De Matteis (designer della linea, assieme al gemello Walter), alternativamente spigoloso (perché composto da pannelli geometrici), stilizzato tipo manga oppure rimpicciolito in un pattern ipnotico che s’impossessa di overshirt e pantaloncini; dietro l’apparente facilità di t-shirt, felpe e simili si cela la maestria sartoriale dell’azienda di famiglia, Kiton, ché «la semplicità è la suprema sofisticazione», per dirla alla Leonardo da Vinci.

Dal maglificio genovese Avant Toi, invece, via libera alla rivisitazione dello stile Seventies a suon di motivi etno-chic, disegni optical, digradazioni di colore che trasferiscono su lino, seta, cachemire e altri filati nobili le sfumature del tramonto. Stilemi anni ‘70 sugli scudi anche nello spazio di Roberto Collina, dove ci si perde tra intarsi jacquard floreali, cromie acidate, petali multicolor ad illuminare le trame di cardigan sciallati, pull e magliette.

Per chi non rinuncia mai alla camicia, inverno o estate poco importa, ecco poi la tante novità svelate dai marchi specializzati, dall’elegia del lino – usato in tutte le salse, in tinta unita, madras, seersucker, color sorbetto… – di Alessandro Gherardi all’istituzionalità camiciaia di Borriello Napoli; dalla traduzione dei generi musicali – funky, soul, indie – in shirt di varia foggia operata da Brancaccio ai coloratissimi patchwork di Poggianti 1958.

Calzature e accessori


2star sneakers uomo
2Star P/E 2023 (ph. courtesy 2Star)

Per quel che concerne scarpe e accessori, negli stand della fiera ce n’è davvero per tutti i gusti. 2Star, ad esempio, seleziona tele irrinunciabili per il menswear – denim, canvas organico al 100%, felpa – e le trasferisce sulle tomaie delle nuove sneakers P/E, “sporcate” quel tanto che basta per accentuarne l’allure metropolitana. Vintage effect anche da Monoway, esplicitato in questo caso da piccole screpolature e ombreggiature su ginniche bianche dal carattere ‘80s.

Monoway sneakers
Monoway P/E 2023 (ph. courtesy Monoway)

Leggerezza, voglia di evasione, ritorno alla vita en plein air. Le parole d’ordine della bella stagione di Barrett si riflettono nelle soluzioni tecniche (forme destrutturate, suole in gomma ultra morbide, pellami intrecciati o sfoderati) e cromatiche (una scala di nuance lievi, celesti, beige, blu pastosi, marroni caramellati) adottate da monk strap, stringate, mocassini e slip-on.

Tra gli accessori, vanno menzionati perlomeno gli occhiali Jacques Marie Mage (adorati dal jet set californiano, leggasi – tra gli altri – Jude Law, Samuel L. Jackson, Kristen Stewart, LeBron James); i cappelli handcrafted Superduper; i bracciali edgy di Topologie (che incorporano ganci e chiusure delle corde da arrampicata); in quota green, infine, le borse Regenesi, ottenute da materiali rigenerati e scarti tessili.

Nell’immagine in apertura, uno scatto della campagna ufficiale dell’edizione numero 102 della fiera, ‘Pitti Island’ (ph. courtesy of Pitti Immagine)

Matthew Zorpas, il primo gentleman “digitale”

Se si parla di savoir-vivre, eleganza e stile maschile (concetti spesso abusati ma tuttora poco indagati nelle infinite sfumature di cui si fanno portatori), Matthew Zorpas è la persona giusta per sondare tutto ciò che attiene ad usi e costumi dei gentlemen moderni. Esattamente dieci anni fa, infatti, questo poliedrico creativo e imprenditore cipriota, londinese d’adozione, ha lanciato il sito The Gentleman Blogger, divenuto rapidamente un portale di riferimento per il menswear e il lifestyle più in generale tra outfit (spesso formali, sempre all’insegna della raffinatezza, che gli sono valsi riconoscimenti come quello di Esquire UK, che nel 2010 l’ha inserito nella classifica annuale dei Best Dressed Men), viaggi (altra passione e atout del fondatore), wellness, tips rivolti a una community di appassionati, esigenti e cosmopoliti.

the gentleman blogger influencer
Coat Paul Smith

Zorpas ha dimostrato insomma di essere un vero antesignano della materia, puntando sullo storytelling ben prima delle torme di influencer, o sedicenti tali, che affollano oggi i social media. A certificare il successo dell’operazione sono i numeri (oltre 52.000 utenti unici al mese per la piattaforma, più di 182.000 e 24.000 follower rispettivamente su Instagram e Facebook) e la caratura di griffe e aziende con cui The Gentleman Blogger ha collaborato nel tempo, da IWC a Tod’s passando per Fendi, Bentley, Nespresso e tanti altri. Abbiamo approfittato dello shooting cui si è prestato per l’issue Youth Babilonia di Manintown per parlare con lui di cosa distingua i veri gentlemen, dell’impatto del Covid sulle preferenze degli uomini in tema di abbigliamento, dei cambiamenti in atto nell’industria della moda maschile e la società nel suo complesso, del metaverso.

Matthew Zorpas influencer
Total look Pal Zileri, shoes Church’s, watch Cartier

Sei considerato una pietra di paragone dei gentlemen contemporanei – e aspiranti tali, lo si intuisce dal nome del tuo – seguitissimo – blog. Cosa contraddistingue, nel 2022, un gentleman, quali sono le qualità che deve assolutamente possedere, a livello stilistico e non?

Negli ultimi dieci anni ho visto cambiare sia la definizione del termine, sia l’atteggiamento, la forma in cui viene declinato. In fin dei conti il gentleman è un puro, è una questione di anima. È un modo di vivere vero e proprio, non una specifica azione né un lifestyle, e neppure un abito su misura ben studiato ma “imposto”, si tratta piuttosto della scelta di vestire con disinvoltura. Oggi vestirsi come un gentleman risulta semplice, decisamente più difficile è possederne le qualità.

The Gentleman Blogger taglia il traguardo del decennale. Grazie al sito godi di un osservatorio privilegiato sull’universo maschile, a tuo giudizio quali sono i cambiamenti principali avvenuti in quest’arco di tempo?

Ho fondato The Gentleman Blogger nel 2012, vivo questa splendida avventura da un decennio. Ho visto cambiare l’atteggiamento degli addetti ai lavori nei confronti degli influencer, dall’arroganza iniziale alla disponibilità odierna ad accoglierci, incoraggiarci e sceglierci. Per quanto riguarda il lifestyle maschile, si è passati da un modello formale, “standard” ad uno rilassato e variegato.

Matthew Zorpas Instagram
Jacket Gucci @Tiziana Fausti (www.tizianafausti.com), shirt and scarf vintage

Prediligi uno stile improntato alla ricercatezza, all’eleganza dal flair “vecchia scuola” di completi di fattura sartoriale, pattern della miglior tradizione britannica, tuxedo, abiti tagliati alla perfezione… Lockdown, lavoro a distanza e altre conseguenze della pandemia sembrano aver segnato in profondità, spesso penalizzandolo, il mondo dell’abbigliamento formale, già interessato da trasformazioni dettate dai cambiamenti di gusti e abitudini dei consumatori. Qual è il tuo parere in merito, come credi che cambierà il formalwear?

Il cambiamento è ben accetto. La fashion industry deve seguire i consumatori, che sono ormai diversi e consapevoli. Continuerà dunque a rispecchiare correnti, crisi politiche o ambientali; è nostro compito assicurarci che si aggiorni e modifichi, anticipando ed accompagnando tali cambiamenti. Purtroppo, chi resta indietro è destinato a fallire. Tutto ciò non si traduce in un incremento dell’offerta in termini di scelte e opzioni, bensì nel fare ciò che è in linea col Dna del marchio, e farlo bene.

The gentleman blogger
Total look Dolce&Gabbana, watch Cartier, burgundy ring Bulgari, shoes Christian Louboutin

Il Covid ha impattato anche sugli influencer tra restrizioni, chiusure e stravolgimenti più o meno sostanziali, forzandoli a rivedere tono e tipologia dei post. Senza contare, poi, che erano già alle prese con sfide inedite, dalla saturazione dello spazio alle insidie poste da “colleghi” virtuali, metaverso e novità che potrebbero cambiare i social per come li conosciamo. Cosa puoi dirci a riguardo, qual è lo stato dell’arte dell’influencing?

L’industria degli influencer continuerà a esistere a lungo; esattamente come quella editoriale, fa il suo percorso, dobbiamo lasciare che lo spazio digitale si espanda, cresca, si evolva e, quando sarà il momento, entri in una fase declinante. Non abbiamo ancora raggiunto il picco, stiamo vivendo solo ora la transizione dall’offline all’online. La Generazione Alpha (i nati dopo il 2010, ndr) è nata e cresciuta online, si concentra solo su di esso.

A proposito di metaverso, cosa te ne pare? I gentiluomini potrebbero – e dovrebbero – ritagliarsi un proprio spazio anche in una realtà virtuale fatta di pixel, avatar e affini?

Sono consapevole dell’esistenza del metaverso, non è però un mio spazio personale né un’opzione, idem TikTok. Va ricordato a tutti che possiamo scegliere di essere presenti ovunque vogliamo. Le nuove piattaforme o mondi non dovrebbero sostituire quelli vecchi, ma rispondere al consumatore, soddisfarlo.

Matthew Zorpas jewels
Total look Emporio Armani, ring Nikos Koulis

I viaggi sono una tua grande passione, hai sempre seguito con interesse il settore dell’ospitalità, collaborando anche col ministero del turismo di Cipro. Dopo il ciclone Coronavirus, ritieni ci saranno cambiamenti strutturali?

Dall’inizio della pandemia, ogni settore (dalle consegne al turismo, all’ospitalità) ha dovuto avviare trasformazioni strutturali, soprattutto in Occidente. Col mio team e il viceministro del turismo di Cipro, siamo riusciti a organizzare il primo evento “social distancing” RoundTable all’aperto nel 2020, seguito dalla campagna 7AM nel 2021 e da ImagineBeingHere nel 2022. Dovevamo ricostruire il sogno quando ancora non c’erano voli per il paese, quando sono stati consentiti di nuovo bisognava fare altrettanto, ricreare la necessità di visitarlo, e adesso, tornando alla normalità, ricordiamo entrambi gli aspetti ai visitatori.

Puoi dirci almeno tre capi/accessori che non dovrebbero mai mancare nel guardaroba, i mai più senza di ogni gentleman che si rispetti?

Non esiste un capo basilare che chiunque dovrebbe avere, assolutamente. Infrangiamo ogni regola, ciascuno dovrebbe possedere solo ciò di cui avverte il bisogno, che reputa necessario.
Una volta rispondevo sempre un doppiopetto e uno smoking, oggi possiamo essere dei gentlemen con una semplice t-shirt bianca e jeans Levi’s. I tempi sono cambiati.

Total look Zegna

Per quanto sia azzardato fare previsioni, come immagini The Gentleman Blogger di qui a dieci anni? Cosa potrebbe caratterizzare la community dei gentlemen del futuro?

The Gentleman Blogger è stato una meravigliosa impresa. Sono davvero soddisfatto del cambiamento, dell’innovazione, della creatività, della passione, in definitiva della comunità che, per un decennio, ha amato e si è stretta attorno a questa fantastica iniziativa. Non posso azzardare previsioni sul mio prossimo progetto, di sicuro non vedo l’ora di intraprenderlo con la forza, la sincerità e la determinazione necessarie affinché abbia successo.

Matthew Zorpas style
Total look Alexander McQueen

Credits

Talent Matthew Zorpas

Photographer Georgios Motitis

Styling Giorgia Cantarini

Stylist assistant Federica Mele, Emma Thompson, from MA Fashion Styling – Istituto Marangoni London

Location The Dorchester

Nell’immagine in apertura, Matthew Zorpas indossa total look Alexander McQueen

Alessandro Piavani, l’artigianalità della recitazione

Alessandro Piavani serie
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Gli spettatori che, dal 20 maggio, seguono su Sky e Now Blocco 181, avranno imparato a riconoscere Ludo, biondino di ottima famiglia che, con i sodali (e amanti) Bea e Mahdi, tenta di scalare le gerarchie dello spaccio di Milano, muovendosi in un contesto dicotomico: di qua lo scintillio della metropoli lombarda, i grattacieli di Citylife, locali esclusivi, palazzi nobiliari, di là il degrado, la violenza delle gang, l’atmosfera livida che grava sul complesso edilizio (immaginario) cui si rifà il titolo. A dare corpo e voce al personaggio, che dietro la spavalderia, il vitalismo profuso in feste, eccessi e giri loschi cela la fragilità di un ragazzo profondamente solo, bisognoso di crearsi da sé i legami che la sua famiglia non ha mai saputo garantirgli, è Alessandro Piavani.

28 anni, bergamasco, è un interprete dal robusto curriculum attoriale: diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama di Londra, dal 2015 ha accumulato ruoli in numerosi spettacoli, serie e film, italiani (Saremo giovani e bellissimi, La mafia uccide solo d’estate, La porta rossa, Blanca) e internazionali (I Medici, I due papi, The Little Drummer Girl). Ora ha l’opportunità, nei panni di uno dei protagonisti della prima produzione in-house Sky Studios Italia, di esplorare le tante sfaccettature di un personaggio che, a suo parere, è dotato di una «ricca, complessa interiorità», sviluppata ricorrendo alla «cassetta degli attrezzi» di cui ha imparato a servirsi nell’accademia londinese, fondamentali in quanto «la bellezza della recitazione risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo».

Alessandro Piavani film
Total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Partiamo da Ludo, al centro del triangolo amoroso (e criminale) di Blocco 181 insieme a Bea e Mahdi. Senza svelare troppo della trama, cos’altro vuoi condividere su di lui con chi ci legge?

A differenza degli altri personaggi di Blocco 181 (una costellazione di realtà agli antipodi), viene dall’alta borghesia milanese, ha un background del tutto diverso da quello degli amici. La sua vita agiata, tuttavia, non l’ha facilitato nella ricerca del proprio posto nel mondo, anzi, fondamentalmente è solo. Nell’incontro e relazione con Bea, che coinvolgerà anche il suo migliore amico Mahdi, riesce in qualche modo a trovare la famiglia che ha cercato a lungo, visto che la sua è assente, non compare mai.
Ludo appare vivace, allegro, molto fluido, sa muoversi in ogni ambiente della città, ma dietro la facciata di spensieratezza nasconde forti inquietudini, un senso di profonda solitudine; proverà a colmarlo insistendo sulla relazione complicata che è il cuore della serie.

Quali sono state le difficoltà maggiori nell’interpretarlo e quali, invece, gli aspetti che hai trovato più interessanti?

Penso che gli aspetti difficili e quelli piacevoli, in parte, si siano sovrapposti, nel senso che per me era importante non insistere eccessivamente sul lato “sgamato” di Ludo. Ho avuto spesso la tentazione di indugiare nella sua tendenza a gigioneggiare, col suo modo di fare da cazzone, se mi si passa il termine. Non volevo soffermarmici troppo, per non perdere di vista la sua ricca, complessa interiorità. La difficoltà maggiore è stata probabilmente questa, trovare – e bilanciare – i differenti livelli del personaggio, che pure in tante scene si diverte come un matto, e io con lui.

Blocco 181 protagonisti
Alessandro Piavani (a destra) con Laura Osma e Andrea Dodero sul set di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

È ormai consistente il numero dei titoli italiani che, negli anni, hanno mostrato “dall’interno” le dinamiche della criminalità, penso a Gomorra, Romanzo criminale, Suburra… Secondo te in cosa si differenzia la serie rispetto ad altre del filone?

In primis, banalmente, nel fatto che si concentra su un cosmo più ristretto, non segue la malavita organizzata che gestisce traffici da milioni di euro.
Ritengo inoltre che la cornice del crime sia, per l’appunto, una cornice, una parte del racconto, dominato dall’amore che unisce i protagonisti. È un po’ un Romeo e Giulietta con due Romei, in fondo anche la tragedia shakespeariana, con le sue lotte familiari, si può considerare crime. Il punto di forza di Blocco 181, forse, sta proprio nel rapporto tra Ludo, Mahdi e Bea, che credo sia una novità; una storia d’amore tra due uomini e una donna mostrata per come è, senza etichette, giudizi o riflessioni da costruirci su, accade e basta. Trovo significativo inserirla nel quadro del genere criminale, che finora ha dato poco spazio alle infinite sfumature dell’animo umano, privilegiandone gli elementi di violenza, machisti.

Ti sei diplomato alla Royal Central School of Speech and Drama, un’istituzione, basta vedere l’elenco di alcuni ex alunni, da Judi Dench ad Andrew Garfield. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

Per frequentare la scuola mi sono trasferito a Londra, avvertivo la necessità di mettermi in discussione e approfondire la parte artigianale della recitazione. In questo, il master alla Royal Central School si è rivelato una ricchezza incredibile, mi sono potuto concentrare ogni giorno sulle tecniche, i trucchi, i giochi, in una parola sull’essenza del mestiere, cercando di farne tesoro e impiegarli nelle produzioni successive.
La scuola anglosassone, secondo me, ti spinge ad essere chiaro su quello che cerchi, sulle specificità del proprio modo di recitare su cui concentrarsi; avevo bisogno di crearmi una cassetta degli attrezzi con gli strumenti che mi sarebbero potuti tornare utili, la Central me li ha messi a disposizione.
La bellezza del nostro lavoro, in fondo, risiede nel poter prendere ciò che serve dai vari metodi, aggiungendoci qualcosa di tuo.

Blocco 181 serie Sky
Alessandro Piavani e Andrea Dodero (Mahdi) in una foto di scena della serie (ph. Gabriele Micalizzi)

Hai studiato e lavorato nel Regno Unito, avendo occasione di confrontarti con due scuole diverse, britannica e italiana, quali pensi siano i rispettivi tratti peculiari?

Budget a parte, non mi sembra ci siano grosse differenze di approccio. Sicuramente sui set inglesi, e internazionali in genere, mi son sentito da subito benvoluto. In The Little Drummer Girl, ad esempio, pur avendo un ruolo piccolo ed essendo uno sconosciuto appena sbarcato a Londra, circondato da attori incredibili, ho percepito nettamente questa predisposizione ad accogliere, mi ha colpito.

Non hai neppure trent’anni ma la tua filmografia è già nutrita. A quale ruolo, tra quelli interpretati finora, sei più legato, e perché?

A Bruno di Saremo giovani e bellissimi, arrivato tra l’altro nel momento in cui ero appena stato ammesso alla Royal Central School, ho dovuto rinunciare perché la storia mi piaceva da impazzire, e alla fine mi sono trovato benissimo sia con Barbara Bobulova (la protagonista) che con la regista, Letizia Lamartire. Poi si trattava del mio primo film, con un ruolo centrale che mi caricava di responsabilità, ho dovuto imparare a cantare, a suonare la chitarra; in breve, un’esperienza fantastica, non posso non ricordarla con enorme piacere. Inoltre la troupe era composta quasi esclusivamente da neodiplomati del Centro sperimentale, avevo la sensazione di girare con dei compagni di scuola, è stato entusiasmante.

Blocco 181 trama
Ludo e Bea (Laura Osma) nel primo episodio di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

In un’intervista del 2018 confessavi il sogno di lavorare, un giorno, con Xavier Dolan. Altri registi da inserire in un’ipotetica lista dei desideri?

Ero giovane, i miti cambiano spesso. Sono troppi i registi che ammiro per sceglierne solo due o tre. Penso che gli autori più bravi siano quelli che riescono a tirare fuori, dagli attori, elementi che loro stessi non sapevano di avere. Certamente mi piacerebbe lavorare con un regista che mi trasformi, facendomi ricredere su tutto ciò che so di me e della recitazione.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ci sono un paio di progetti all’orizzonte dei quali sono molto soddisfatto, non posso anticipare altro. Poi cerco di tenermi impegnato in tutti i modi, cercando anche di scrivere e collaborare con alcuni amici.

Blocco 181 serie tv cast
Ludo, Bea, Mahdi di Blocco 181 (ph. Gabriele Micalizzi)

Talent Alessandro Piavani

Nell’immagine in apertura, Alessandro Piavani indossa total look MSGM (ph. Gianmarco Chieregato)

Da DJ a modello, l’altro mondo di Andrea Damante

Modello, influencer (il suo profilo Instagram conta 2,4 milioni di follower), volto televisivo noto al pubblico per la partecipazione a programmi dal largo seguito, Andrea Damante si concentra da tempo sulla carriera di deejay e producer musicale.

Nel 2017 il suo primo singolo, Follow my Pamp, scala rapidamente le classifiche del periodo, da allora ha sfornato una serie di hit da milioni di streaming (Forever, Think About, Understatement Pt. 1 e l’ultima All My Love, uscita lo scorso dicembre). Per lui la consolle è un habitat naturale, come dimostrano i tour che l’hanno portato a suonare in club di culto, nazionali e non (dal Fabrique milanese al Cavo Paradiso di Mykonos, al Pacha di Ibiza) e a curare per Radio 105 la trasmissione Swipe Up, selezione di tracce dance in onda ogni sabato notte.

Andrea Damante Instagram
Tapered cargo pants Dockers, necklace stylist’s archive
Andrea Damante dj set
Nail textile jacket Gaëlle Paris, necklace stylist’s archive

Credits

Talent Andrea Damante

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Ph. assistants Riccardo Albanese

Stylist assistant Federica Mele

Hair & make-up Eleonora Bianucci

Location Sheraton Milan San Siro

Nell’immagine in apertura, Andrea Damante indossa T-shirt Gaëlle Paris

Aka 7even, l’astro emergente dell’urban-pop italiano

Sette è un numero dai molteplici significati, particolarmente importante per il 21enne Luca Marzano alias Aka 7even, tra gli astri nascenti della scena urban-pop nostrana. Rimanda, infatti, a un episodio doloroso del suo passato, la settimana trascorsa all’ospedale in coma per un’encefalite, quando aveva sette anni, tramutato però in un elemento di forza e speranza: non a caso la sua autobiografia, uscita l’anno scorso, si intitola 7 vite. Un artista poliedrico insomma, che ha saputo convogliare la voglia di riscatto nella musica: ammesso nel 2020 alla fase finale di Amici, durante il talent show firma la prima hit, Mi manchi. Uscito dal programma, pubblica l’album che porta il suo nome d’arte e contiene il brano Loca, tormentone certificato triplo disco platino (vanta anche una versione in spagnolo).
Il 2021, d’altra parte, è un annus mirabilis per il cantautore: vince il premio “Best Italian Act” agli MTV Ema e viene selezionato per il Festival di Sanremo 2022, cui partecipa con Perfetta così.

Aka7even Mi manchi
Tank and trousers Yezael by Angelo Cruciani, jacket Christopher Raxxy, shoes Acupuncture

Tra le influenze che hanno inciso maggiormente sulla propria cifra musicale, Luca cita Bruno Mars, Justin Bieber, The Weeknd, ma in realtà la sua è una sigla personalissima, che concretizza in una musica definita «versatile, con forti influenze di sound americano a livello di topline e produzioni»), risultato dello «spaziare tra generi e stili diversi».

Tra pochi giorni, Aka 7even inaugurerà il tour estivo che lo porterà in varie città d’Italia e, dopo le tappe iniziali di Roma (3 giugno) Napoli (5-6) e Milano (9), proseguirà con quelle – tra le altre – di Gallipoli, Civitanova Marche, Santa Marinella, per concludersi il 23 agosto in Costa Smeralda, a Porto Cervo. Con l’occasione, presenterà dal vivo la nuova canzone Come la prima volta.

Loca Aka 7even
Total look Ferrari, shoes Lanvin

Cos’è per te il talento, come lo definiresti?

Penso sia un dono, una benedizione da mettere a frutto.

Com’è nata la passione per la musica? Quali sono le tue principali influenze, in questo senso?

La mia passione per la musica è nata da piccolo, all’età di 5 anni, quando ho iniziato a suonare la batteria, per passare poi a pianoforte, clarinetto e altri strumenti.
Le mie principali influenze sono Bruno Mars, Justin Bieber e The Weeknd.

Aka 7even tour 2022
Tank and trousers Yezael by Angelo Cruciani, necklace Radà

Il brano cui, per un motivo o per l’altro, sei più legato.

La distanza di un amore e Cambiare di Alex Baroni, sono i due brani con cui ho iniziato a cantare.

Come descriveresti la tua musica a chi non l’ha mai ascoltata?

Versatile, con forti influenze di sound americano a livello di topline e produzioni. Amo spaziare tra generi e stili diversi, senza fossilizzarmi sulle categorie.

Dove ti vedi tra qualche anno?

Mi vedo o meglio, aspiro a vedermi in giro per il mondo, a portare ovunque la mia musica. Il sogno è riempire gli stadi, duettando con artisti internazionali.

Aka7even Amici 2022
Total look Versace Jeans Couture, necklace Radà

Credits

Talent Aka 7even

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Filippo Thiella

Stylist Simone Folli

Photographer assistant Andrea Lenzi

Stylist assistant Nadia Mistri

Grooming Cecilia Olmedi

Nell’immagine in apertura, Aka 7even indossa giacca Moschino

Chiamamifaro, il nuovo progetto musicale di Angelica Gori

Voce calda e avvolgente, sorriso dolce, un timbro unico: Angelica Gori, 21 anni ancora da compiere, figlia di Cristina Parodi e Giorgio Gori, ha ampiamente dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare un’artista, scrollandosi così di dosso la fastidiosa etichetta del “figlio di”. Studentessa al CPM Music Institute di Milano, sui social (dov’è seguitissima, in particolare su Instagram) è conosciuta anche come Gispia, nomignolo affibbiatole in famiglia, cui è rimasta molto legata. Proprio celandosi dietro questo nickname, nel 2018 Angelica incide le prime tracce in inglese, per dare poi vita al duo chiamamifaro, col chitarrista ed ex compagno di liceo Alessandro Belotti. Il debutto avviene nel luglio 2020 con Pasta Rossa, che supera rapidamente il mezzo milione di stream, seguito da brani quali Domenica, Bistrot, Limiti, Londra, riuniti l’anno seguente nell’EP Macchie. I suoi due ultimi singoli sono Addio sul serio e Pioggia di CBD, uscito alla fine di febbraio.

Nel 2021 la cantautrice bergamasca nell’orbita di Sony (il suo produttore è il frontman della band Pinguini Tattici Nucleari, Riccardo Zanotti) è stata una dei new talent italiani supportati da Spotify Radar, oltre a girare il Paese con un tour promozionale che l’ha portata a condividere il palco con artisti come Sangiovanni, Ariete e i rovere, con la sua musica «da post-nostalgia – come la descrive lei – che parla sostanzialmente di addii (a persone, situazioni, abitudini) e di un tentativo un po’ disilluso di accettazione».

Angelica Gori cantante
Dress Beatrice .B, earring and bracelet Barbara Biffoli, choker and rings Invaerso, necklace Ami Mops

Cos’è per te il talento? Come lo definiresti?

Ho paura a dare una definizione di talento, perché più passa il tempo e più imparo a riconoscerlo nelle cose minime, e ogni volta si presenta in modo diverso.
Scrivendo canzoni, comunque, mi rendo conto che ci sono sostanzialmente due step: il momento dell’intuizione, dell’idea, e quello del lavoro da metterle intorno per fornirle una base. Un tempo avrei detto che il talento andava ricollegato al momento dell’intuizione, ora invece lo individuo nel lavoro con cui, razionalmente, si plasma il contesto e il supporto più consono a quell’idea. Sembra strano a dirsi, ma si può costruire negli anni e con la fatica, oltre che con quel guizzo di genialità che, se anche esiste, va coltivato e incanalato ogni giorno.

Com’è nata la passione per la musica? Quali sono le tue principali influenze, in questo senso?

La musica per me è sempre stata legata alla sfera familiare. Ho tanti ricordi di mia madre che davanti al camino suonava canzoni di Bob Dylan, o di mio padre che – con la stessa chitarra che oggi è mia, dalla quale non mi separo mai – strimpellava le canzoni di Fabrizio De André. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui alla fine di ogni cena si cantava tutti insieme, innamorandomi della magia che si creava in quei momenti, dell’atmosfera quasi tangibile in cui sembra che anche il tempo si fermi. Così a quattordici anni ho cominciato a suonare la chitarra di papà, da lì è venuto tutto il resto.

Angelica Gori album
Jacket Nolita, dress Gianluca Capannolo, necklaces Ami Mops, sandals Kallisté

Il brano a cui, per un motivo o l’altro, sei più legata.

Questa è una domanda difficilissima. C’è una categoria di brani cui sono particolarmente affezionata perché, anche dopo anni, riescono sempre a emozionarmi; uno di questi è ad esempio Mama, You Been on My Mind nella versione di Jeff Buckley. Tuttavia, anche se come risposta è scontatissima, i pezzi cui sono più legata in assoluto sono alcuni di quelli che ho scritto; in un modo o nell’altro, rappresentano il mio cercare di aprirmi timidamente al mondo, un qualcosa di delicato, speciale e goffo allo stesso tempo.
Ora che ci penso molte delle mie canzoni del cuore non sono state ancora pubblicate, lo saranno presto, se tutto va secondo i piani.

Pasta rossa canzone
Choker Absidem, necklace Barbara Biffoli, top and pants Silvian Heach, shirt Martino Midali, sandals Bruno Bordese

Come descriveresti la tua musica a chi non l’ha mai ascoltata?

È musica da post-nostalgia, canzoni che parlano sostanzialmente di addii (a persone, situazioni, abitudini) e di un tentativo un po’ disilluso di accettazione

Dove ti vedi tra qualche anno?

Vorrei vedermi in un ideale Roxy Bar con tutte le persone che ho intorno e, ciascuna in maniera diversa, mi stanno accompagnando in questo percorso. Mi piacerebbe ripensare col sorriso a quanto fossi ingenua in ciò che facevo, ma sarebbe ugualmente bello realizzare che, tutto sommato, fosse quella la strada giusta. L’unica, forse.

Credits

Talent Chiamamifaro

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Marco D’Amico

Fashion editor Valentina Serra

Make-up Giorgia Palvarini @simonebelliagency

Hair stylist Giacomo Marazzi

Location Giuliano Cairoli Garden (Socco di Fino Mornasco, CO)

Nell’immagine in apertura, Angelica Gori indossa dress Oblique Creations, choker Absidem, earring Barbara Biffoli

Giuseppe Futia, nuovo volto (internazionale) del cinema italiano

Occhi verdissimi e il physique du rôle del modello, l’attore 25enne Giuseppe Futia, dopo essersi affermato nel fashion world (con campagne per nomi del peso di Pepe Jeans, Kappa e Zalando), si è dedicato anche alla recitazione, volando a Los Angeles per frequentare la prestigiosa Stella Adler Academy.

L’occasione giusta («per certi versi è stato un miracolo», ricorda), il ruolo di Tommaso in Ancora più bello (2021), è arrivata proprio mentre era negli Usa.
Lo vedremo presto in Backstage – Dietro le quinte, pellicola su nove (aspiranti) partecipanti a uno spettacolo teatrale che, per guadagnarsi l’ingaggio, dovranno dar prova di notevoli abilità; la descrive come «un’esperienza intensa», che ha richiesto «due mesi passati a provare, ballando e cantando; una sorta di accademia lampo».

Tommaso Ancora più bello
Total look Federico Cina, shoes Bally

In Backstage – Dietro le quinte sei uno dei nove ragazzi che aspirano a partecipare allo show del Sistina, e per dimostrare di meritarsi uno dei posti disponibili dovranno sfoderare le proprie capacità nella danza, nel canto e nella recitazione. Come ti sei trovato rispetto a tali “perfomance”?

Sotto il profilo attoriale è stato un sogno e ho fatto subito gruppo con gli altri, anche perché abbiamo passato oltre due mesi a provare tutti i giorni, ballando e cantando, insieme al team del Sistina; una sorta di accademia lampo per prepararci alla riprese. Pensavo di cavarmela meglio col ballo, invece… Di sicuro, ne ho ricavato molto sudore e dolore, ma penso e spero di esser riuscito a tirare fuori qualcosa di buono. Sono felice, come pure il resto del cast, eravamo in ottime mani. Siamo fiduciosi, ansiosi di vedere il risultato finale.

Eri anche nel cast di Ancora più bello (ora su Netflix), cosa ricordi del tuo esordio cinematografico?

Per certi versi è stato un miracolo, al momento del provino mi trovavo in America, ho lasciato tutto per sostenerlo. Non scorderò mai il momento in cui mi hanno comunicato che ero stato scelto, ho pianto per una ventina di minuti.
Ricordavo, del primo film (Sul più bello, ndr), che non sembrava neppure italiano, era una teen comedy ma nient’affatto scontata; era un bel progetto insomma, per questo ero così emozionato. Sul set, alla fine, c’era un’atmosfera più che positiva, il gruppo era già affiatato e ho avvertito la voglia di stare insieme, divertendosi. Girare a Torino è stato bellissimo e ho conosciuto Loredana Bertè, cosa volere di più?

Tommaso ancora più bello attore
Total look Dsquared2

Nel 2017 ti sei trasferito oltreoceano per frequentare la Stella Adler Academy of Acting, a Los Angeles. Qual è stato il primo impatto con la capitale mondiale del cinema?

Sembrerà scontato, ma a colpirmi è stato innanzitutto il caldo. Vengo dalla Calabria, perciò con quel clima, i parchi enormi, Venice Beach, mi sono sentito a casa. Uomini, donne, tutti sono bellissimi e sognano di sfondare nel cinema, c’è un fermento palpabile.
Mi è rimasta impressa, su tutto, la convinzione generale che si può – e si deve – sempre migliorare, lo pensano pure i grandi attori, i professionisti affermati che insegnano all’accademia. Ho toccato con mano un tipo di umiltà, di voglia di fare che è espressione di una cultura diversa.

Qualche aneddoto o episodio da ricordare del periodo a L.A.? Qual è per te l’aspetto migliore e quello, se non peggiore, più problematico della metropoli californiana?

Un aneddoto riguarda l’incontro con Jon Voight, non so per quale motivo, fermandolo per una foto, l’ho chiamato “Antoine”. Lui è rimasto interdetto, ma per pietà ha acconsentito. Un addetto alla sorveglianza, assistendo alla scena, mi ha squadrato per poi dirmi “bella figura di m…”.
La parte migliore si ricollega a quanto dicevo prima, ci sono infinite opportunità, i ritmi sono forsennati ma le possibilità non mancano. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che a Los Angeles è davvero facile sentirsi soli, per non parlare della competizione, esasperante. Le folle di senzatetto ricordano costantemente quanto possa essere duro e spietato, come ambiente.

Sei cresciuto con la compagnia LocriTeatro, hai sostenuto il provino per la scuola Paolo Grassi, recitato in parecchi spettacoli… Il teatro è sempre stato nelle tue corde? Cosa lo differenzia maggiormente dal cinema, a tuo parere?

LocriTeatro è stata una salvezza, venendo da un paesino rappresentava l’unica realtà dove, se volevi recitare, potevi combinare qualcosa. All’inizio ero scettico, però mi sono completamente ricreduto. La vicinanza del pubblico, la necessità di andare avanti qualsiasi cosa accada fanno del teatro una scuola impareggiabile.
La differenza principale rispetto a cinema e tv penso sia l’esigenza di seguire un ritmo preciso, di proseguire a ogni costo; ti dà un’adrenalina che, davanti la macchina da presa, devi invece costruirti da solo, trovandoti magari a rigirare quaranta volte la scena. Sul set bisogna impostare i propri tempi, il teatro al contrario ti forza alla coralità, e l’esperienza umana risulta più coinvolgente.

Da modello, hai sicuramente dimestichezza con outfit, dress code, tips e simili, come descriveresti il tuo stile? Opti per una specie di uniforme o preferisci variare?

Minimal chic, trovo mi si addica; prediligo il total black, la mia uniforme è quella, non vado pazzo per le cose stravaganti, sebbene ultimamente stia provando a osare un filo di più con gli accessori. Resto fedele, comunque, al look pulito.

Progetti per il futuro? Cosa ti auguri, come attore e persona?

Per il momento nulla di definito, in futuro mi piacerebbe lavorare il più possibile come attore, e mettermi alla prova, costantemente. Questo lavoro del resto è così, ti costringe a cambiare, sfidandoti, è proprio questo il bello.

Giuseppe Futia film
Total look Dsquared2
Ancora più bello film cast
Total look Dsquared2

Credits

Talent Giuseppe Futia

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistants Valentina Ciampaglia, Riccardo Albanese

Stylist assistant Chiara Polci

Grooming Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Location Hotel American Palace Eur

Nell’immagine in apertura, Giuseppe Futia indossa maglia Federico Cina, pantaloni stylist’s archive

Models to follow: Demba Mbaye

La vitalità di Demba, modello 23enne di origine senegalese, è prorompente. Non si può non restarne colpiti, sentendolo parlare, con un misto di stupore, entusiasmo e (legittimo) orgoglio, dei tanti brand per cui ha sfilato o posato (e che brand: Emporio Armani, Armani Exchange, Marni, Diesel), di quanto si goda la passerella («fosse per me – confessa – farei avanti e indietro cinquanta volte»), dell’emozione che lo pervade al pensiero del prossimo lavoro, in California.
Viso pulito, sguardo penetrante, treccine celate spesso dal cappellino, statura imponente (190 cm), fisico longilineo cesellato dallo sport, praticato a lungo prima di gettarsi a capofitto nel tourbillon frenetico di défilé, presentazioni, editoriali, fitting & Co., il ragazzo ambisce a farsi strada nella fashion industry, conscio delle proprie possibilità perché «detto con la massima umiltà, so quanto valgo».

Demba Mbaye model
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Le agenzie di model management ingaggiano sempre più ragazzi di colore che, finalmente, ampliano un po’ lo spettro delle personalità associate alla nostra società. Cosa pensi al riguardo, trovi che le cose, nella moda italiana (e non solo), stiano effettivamente cambiando?

In effetti sì, da circa tre anni a questa parte veniamo presi molto in considerazione, come saprai non è stato sempre così, nell’ambiente italiano. È una rivoluzione, tra ragazzi di colore poi ci troviamo bene, facciamo squadra sostenendoci a vicenda. Speriamo si possa proseguire su questa strada.

Mi diceva il tuo agente che sei un po’ “pazzo”, cosa credi intendesse?

(Ride, ndr) Penso si riferisse al fatto che sono un po’ “complicato”, non in senso negativo, però ho quasi sempre la testa fra le nuvole e, a volte, ci si mette anche la sfortuna, che sul piano professionale non aiuta. Tuttavia non perdo mai la fiducia e, specie sul lavoro, sono concentrato, consapevole di ciò che faccio e di dove voglio arrivare.

Ti va di raccontarci la tua storia? Da dove arrivi, come e quando hai iniziato a fare il modello…?

Sono nato e cresciuto in Senegal, fino all’età di otto anni, per poi trasferirmi in Italia, a Cilavegna, in provincia di Pavia. Fin da piccolo ho giocato a calcio, smettendo nel 2019 quando mi sono capitati i primi lavori da modello. In verità, ho cominciato approfittando di una casualità, perché camminavo a Porta Genova, a Milano, e un modello mi ha chiesto se stessi andando al casting di Armani. Gli ho risposto di sì (non era vero, ovviamente) e l’ho seguito; terminate le prove, il casting director del brand mi ha chiesto i contatti, gli ho dato il biglietto da visita di una signora che, tempo prima, mi aveva fermato per strada, ma non avevo mai richiamato né ero andato alla sua agenzia. Alla fine, per fortuna, è andata bene, sono stato preso per la sfilata.

So che anche tuo fratello Imam è nel settore, vi confrontate e scambiate pareri sul modeling?

Certo, lui è più piccolo, l’anno scorso sono riuscito a introdurlo in questo mondo e adesso sta ottenendo ottimi risultati, ne sono contentissimo. Adoro mio fratello, parliamo sempre dei nostri lavori, mi chiede dei consigli che, avendo maggiore esperienza, sono lieti di dargli. È sveglio e intelligente, ci capiamo al volo.

Antonio Marras abiti uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Moda a parte, quali sono le tue passioni, di cosa ti interessi?

Sono pieno di idee, in generale mi piace giocare a calcio e praticare qualsiasi sport, lo styling, divertirmi, anche. Mi piace la vita, in ogni sua sfumatura.

Eri nella line-up di recenti show di marchi come Emporio Armani, Marni, Philipp Plein, Diesel. Qual è stata la sfilata più emozionante, che, per un motivo o per l’altro, ricordi con maggior piacere?

Sono due in realtà, ossia la prima, quella cioè di Emporio Armani di cui dicevamo (Autunno/Inverno 2019-20, ndr), in cui mi sono trovato di fronte al signor Giorgio, ti lascio immaginare l’emozione; e poi Philipp Plein, che si è tenuta il giorno precedente alla chiusura totale per la pandemia. Mi sono goduto tutto, la location, l’atmosfera, l’energia che si respirava.

Hai preso parte anche a degli shooting per testate importanti, Vanity Fair, Icon, Esquire, Nss Magazine… Secondo te, quali sono le differenze principali tra editoriali e catwalk?

Dello shooting apprezzo che sia “concentrato”, mi sono sempre trovato bene sui set, il numero di persone è ridotto e si viene a creare un bel legame, ti senti più a tuo agio, inoltre puoi scambiare quattro chiacchiere, confrontarti, imparare da chi ne sa più di te. Nel backstage degli show, invece, c’è un tale caos e frenesia che nessuno ha del tempo da dedicarti, risulta un po’ dispersivo come contesto, però lo amo ugualmente, fosse per me farei avanti e indietro cinquanta volte. Da Philipp Plein, infatti, mi sono gasato quando, prima di iniziare, ci hanno detto che la passerella era lunga 350 metri.

A giudicare dal profilo Instagram, il tuo è uno stile di marca street, che prevede sneakers Jordan o Yeezy, baseball cap, jeans a vita bassa, pantaloni cargo, bomber dalle tonalità piene.Tu come lo descriveresti?

Con un aggettivo, street futuristico.

Antonio Marras modello
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Un capo/accessorio che compare sempre nei tuoi look?

Ho due must: l’underwear Armani e le calze colorate Missoni.

Designer o griffe con cui sarebbe un sogno lavorare?

Sono tante, ne cito tre: sarebbe bellissimo sfilare per Versace, Louis Vuitton Men e Burberry.

Sei piuttosto richiesto negli Stati Uniti, a breve ti recherai lì per lavoro, cosa ti aspetti da questo viaggio e, in generale, dal futuro?

Per il futuro mi auguro il meglio, tutto il bene possibile, perché mi amo e, detto con la massima umiltà, so quanto valgo. Le aspettative sono alte anche per il viaggio negli Usa, vedremo quel che succederà, non appena avrà sistemato tutto con i vari permessi partirò per Los Angeles, non sto nella pelle…

Antonio Marras look
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Credits

In tutto il servizio, Demba indossa abiti e accessori Antonio Marras

Talent Demba Mbaye @D’ManagementTwo Management

Photographer Manuel Scrima

Casting by Models Milano Scouting

Location Nonostante Marras Milano

Special thanks to Leonardo ed Efisio Marras

Motta, la disciplina del talento

La bravura di Motta, riflesso di un talento coltivato e perfezionato metodicamente fin dai tempi dei Criminal Jokers, è ormai conclamata. Numeri, riconoscimenti, i semplici dati della carriera da solista del cantautore pisano, avviata nel 2006, stanno lì a dimostrarlo: stabilmente ai vertici delle classifiche nazionali, due album – La fine dei vent’anni, del 2016, e Vivere o morire, del 2018 – premiati entrambi con la Targa Tenco (un unicum), rispettivamente nella categoria miglior opera prima e miglior disco in assoluto, un terzo (Semplice, uscito l’anno scorso) concepito come racconto del suo percorso di maturazione creativa e umana, che ne certifica la statura di chansonnier con pochi eguali nel panorama musicale italiano.

L’impressione che dà, parlandoci, è quella di un artista maturo, appunto, profondamente consapevole. Dosa con attenzione le parole, sempre puntuali, ponendo l’accento sulla positività che sembra permeare oggi il suo lavoro, sulla gioia («un’esperienza meravigliosa», dice) di ritrovarsi sul palco attorniato da una folla festante, sulla conquista della libertà, fondamentale (lui la mette in termini di «non sentirmi schiavo di me stesso, artisticamente parlando»), sulle parentesi – felici – che esulano dal suo ambito in senso stretto (la colonna sonora de La terra dei figli, il libro Vivere la musica), sul «godermi le cose semplici», sulla volontà, pensando soprattutto agli anni che verranno, di «essere in pace con me stesso», come rivela alla fine dell’intervista.

Motta cantautore talento
Shirt and pants Di Liborio, bracelets Nove25, rings and necklace stylist’s archive

L’intervista con Motta, tra i protagonisti dell’issue Hot child in the City di Manintown

Si è appena concluso un tour che ti ha portato in varie città italiane. Com’è stato l’impatto col palco, esibirsi nuovamente dal vivo dopo la pausa forzata del Covid?

Pazzesco, assolutamente. Il palco in realtà l’avevamo riguadagnato già la scorsa estate, si era trattato però di stringere i denti davanti alla stranezza del live col pubblico seduto. C’era nell’aria un senso come di solitudine, perché il fatto di non potersi abbracciare, ballare o semplicemente alzarsi toglieva all’evento l’idea di comunità, che ho invece ritrovato, fortissima, in questi ultimi concerti.
Condividere uno stanzone con tanta gente che la pensa come te ti fa sentire meno solo. Un’esperienza meravigliosa, per me come per i musicisti della band.

Hai detto che la semplicità cui rimanda il titolo dell’ultimo album è una conquista. Quali altri conquiste, artistiche e non, senti di aver raggiunto nel periodo che ha preceduto, accompagnato e seguito l’uscita del disco?

La più importante, forse, consiste nell’aver ottenuto, con grande fatica, una libertà che mi consente di fare ciò che voglio. Può suonare come una banalità, ma prendere scelte drastiche, rispetto ai lavori precedenti, mi ha permesso di aprire un sacco di porte; ora posso decidere se passare per quelle già spalancate o aprirne di nuove (a livello di costruzione della canzone, intendo). La conquista principale, quindi, sta nel non sentirmi schiavo di me stesso, artisticamente parlando, a costo di provare – per paradosso – quelle vertigini date dal poter immaginare un album in maniera totalmente libera, per quanto possa esserlo chiunque fa musica.

Motta Carolina Crescentini
Shirt Di Liborio

Ricorre, in Semplice, il concetto di normalità, cui si rifà esplicitamente il brano cantato con tua sorella, Alice. Cos’è la normalità per Motta?

Sembrerà assurdo ma quella canzone è stata composta prima della pandemia, durante un periodo in cui provavo felicità nel passare le giornate senza girare come un trottola per l’Italia; una situazione davvero piacevole, sebbene durata pure troppo, visto quanto è successo dopo! Comunque sia, ho capito che godermi le cose semplici, che in passato mi erano mancate, mi faceva stare bene.
Scrivere e poi cantare il brano con mia sorella è stato un po’ come passare l’evidenziatore su questo tipo di normalità, guadagnando dal processo nuovi spunti, un punto di vista differente.

A proposito del duetto, la scelta di coinvolgere Alice è stata influenzata da un big della musica italiana, vuoi raccontarcelo?

Ho sognato De Gregori, telefonava per avvertire mio padre che sarebbe venuto a casa nostra, effettivamente è arrivato e ha ascoltato Qualcosa di normale. Una volta sveglio, ho chiamato Caterina Caselli per raccontarglielo; mi ha spinto a scrivergli, per cercare di rendere un minimo concreta quella “visione”. Perciò ho inviato una mail a De Gregori, motivata anche dal debito nei suoi confronti che, nella canzone, si percepisce chiaramente. Mi ha risposto, dicendomi che il brano l’aveva colpito positivamente, e suggerendomi di cantarlo con una donna. Alla fine, ho pensato ad Alice.

Motta concerti
Shirt and pants Di Liborio, bracelets Nove25, rings and boots stylist’s archive

Hai firmato la soundtrack del film La terra dei figli. Un ritorno alle origini, per certi versi, al corso di composizione del Centro sperimentale di cinematografia, frequentato nel 2013. Come ti sei trovato? È un’esperienza che vorresti ripetere?

Lavorare nel cinema mi piace molto, da sempre, tra l’altro non la percepisco come un’attività secondaria rispetto alla mia, anzi, credo ci siano dei parallelismi tra le due. Si potrebbe paragonare la realizzazione di una colonna sonora all’arrangiamento di un testo già scritto, che dunque va rispettato.
Altro elemento che apprezzo, del settore, è l’idea di un gruppo di persone che operano come una comunità per lo stesso risultato, ciascuna curandone una parte. Inoltre mi sono trovato benissimo sia con il regista (Claudio Cupellini, ndr) sia col montatore, Giuseppe Trepiccione, mi ha fornito parecchi consigli perché aveva ben chiara, persino più di me, la musica che poteva corrispondere a una determinata scena.
Finora, insomma, mi è andata particolarmente bene con i film, conto di replicare.

Nel 2020 hai pubblicato per Il Saggiatore Vivere la musica, come valuti a posteriori il tuo debutto nella scrittura?

Innanzitutto devo ringraziare l’editor che mi ha seguito nella stesura del libro, Damiano Scaramella, senza contare che la serietà della casa editrice mi ha responsabilizzato, da subito. Tutto è partito dall’esigenza non di raccontare una storia, né tantomeno da quella di buttar giù un’autobiografia (avevo 32 anni, troppo presto, decisamente), piuttosto dalla voglia di condividere con i lettori i miei trascorsi musicali, le esperienze con gli insegnanti, spesso tragiche, qualche (rara) volta magnifiche. Era un modo per affrontare l’aspetto didattico di quest’arte, che può avere risvolti oserei dire drammatici.

Motta Semplice album
Turtleneck and trousers Angelos Frentzos

In un’intervista del 2017 sostenevi che a cambiarti la vita fossero stati i giganti del cantautorato, Dalla, lo stesso De Gregori. Tra i colleghi emergenti di oggi, ce n’è qualcuno che per te ha ottime potenzialità, cui guardi – e ascolti, magari – con piacere?

Negli ultimi mesi, da produttore, mi è capitato di lavorare con una cantautrice 21enne, Emma Nolde. Mi ha trasmesso un’energia strepitosa, è stato come se avessi visto un me non solo più giovane, ma anche assai più bravo, io a quell’età non avevo idee tanto chiare. Emma, a mio parere, riesce a tirare fuori un’energia bellissima.

Vesti frequentemente Gucci, hai anche assistito ad alcune sfilate del marchio, cosa ti lega al brand disegnato da Alessandro Michele? Quanto conta, secondo te, l’abito e più in generale il look, per chi fa il tuo mestiere?

Mi sono avvicinato a quel mondo con divertimento, finendo per conoscere Alessandro Michele, Lorenzo D’Elia e altre persone del team Gucci. Ogni tanto dico a Carolina (Crescentini, sua moglie, ndr) che si può considerare la moda come un gioco estremamente serio. Sono convinto, infatti, che alla base vi sia una componente ludica, e per quanto il mio lavoro sia “indossare” le canzoni che scrivo, non gli abiti, averci a che fare è stato senz’altro divertente. Non so, sinceramente, quanto il look sia importante, penso però che, nel momento in cui ci si sforza di trovare se stessi, di capire chi siamo, cosa – e come – vogliamo comunicare, certi aspetti ci aiutino a sottolineare tutto ciò, a volte persino a scoprirlo.

Prendo in prestito il titolo del tuo primo, grande successo: come ti vedi alla fine dei prossimi vent’anni?

Mi vedo – o almeno lo spero – in sintonia con l’età che avrò, preso a godermi quanto costruito nei vent’anni precedenti per essere in pace con me stesso e, seppure sia difficilissimo, felice. Sto lavorando per questo, mettiamola così.

Motta cantautore stile
Suit John Richmond, rings and necklace stylist’s archive

Credits

Talent Motta

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Hair & make-up Fulvia Tellone @simonebelliagency

Hair & make-up assistant Asia Brandi @simonebelliagency

Location Industrie Fluviali

Nell’immagine in apertura, Motta indossa total look Gucci

Carisma e talento: l’ascesa di Giacomo Ferrara

Classe 1990, origini abruzzesi, Giacomo Ferrara è tra gli attori più talentuosi e carismatici della sua generazione. Si è fatto conoscere – e amare – dal pubblico nei panni del malavitoso Alberto “Spadino” Anacleti, tra i protagonisti del film Suburra e, soprattutto, dell’omonimo serial; un personaggio che, afferma, «porterò sempre con me, è entrato nella cultura pop italiana, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, riversando su di me l’affetto provato per lui». Prima della popolarità con la serie Netflix («una parentesi bellissima del mio percorso, iniziata nel 2015 e terminata l’anno scorso»), aveva già avuto modo di mostrare le proprie capacità col ruolo di Angelo de Il permesso – 48 ore fuori, valsogli il premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’argento del 2017.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look 424

Ha preso parte inoltre alla pellicola dal côté fiabesco Guarda in alto (dove il suo Teco vive avventure surreali sui tetti di Roma), al fantasy Non mi uccidere, alla miniserie Sky Alfredino – Una storia italiana e, da ultimo, a Ghiaccio, esordio cinematografico del cantautore Fabrizio Moro (in tandem con Alessio De Leonardis), in cui è un giovane che, nel pugilato, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata; nelle sue parole, «una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore». Per prepararsi alla parte, ad ogni modo, ha dovuto affrontare un duro training in quanto «la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea»

Opere e generi diversi, nei quali spiccano le sue interpretazioni spesso “estreme”, viscerali, dal citato Spadino (criminale borderline, lacerato da sentimenti contrastanti, diviso tra una quotidianità di violenza e sopraffazione, una sessualità repressa e l’ossessione di rivalersi su una famiglia che lo considera una testa calda, da tenere ai margini) allo stravagante Ago, il tossicodipendente dalla chioma rosa amico del protagonista di Non mi uccidere.
A Giacomo, del resto, «piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente», nonostante tenga a precisare che «a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, che arrivino dritte al cuore, proprio come Ghiaccio».

Giacomo Ferrara filmografia
Total look Dior

La nostra intervista con Giacomo Ferrara

Parlaci del tuo ultimo film, Ghiaccio.

Più che un film sul pugilato è una storia d’amore in cui interpreto Giorgio, un ragazzo estremamente introverso, che finisce per cacciarsi in situazioni difficili. Entra così in gioco l’allenatore Massimo (Vinicio Marchioni, uno straordinario compagno d’avventura), che prova a riportarlo, attraverso lo sport, su una strada migliore.
La parte più difficile è stata la preparazione fisica, la sfida era far risultare credibili le scene di boxe, perciò ci siamo sottoposti a sessioni davvero impegnative; con Giovanni De Carolis, ex campione del mondo, mi allenavo nove volte a settimana, ho dovuto mettere su massa muscolare, seguire una dieta ferrea. In tutto ciò, tra me e Vinicio si è creato un rapporto molto bello, lo stesso che c’è sullo schermo. Un lavoro intenso, complesso, duro, costellato di sfide, come quelli che piacciono a me insomma.

Giacomo Ferrara Ghiaccio
Shirt Gucci

Com’è stato impersonare un personaggio come Spadino, penetrato in profondità nell’immaginario del pubblico?

Suburra è stata una parentesi significativa del mio percorso, iniziata nel 2015 con il film di Stefano Sollima e terminata l’anno scorso. Porterò sempre nel cuore Spadino, è entrato nella cultura pop italiana, come la serie d’altra parte, lo vedo da ciò che mi scrivono le persone, da come riversano su di me l’affetto provato per lui. Doveva finire però, com’è naturale, subito dopo ho lavorato a un progetto dopo l’altro, sono felice della piega che sta prendendo la mia carriera.

Giacomo Ferrara film pugile
Suit Çanaku

Che rapporto si è creato col resto del cast di Suburra?

Spesso sui set si creano dinamiche destinate a finire una volta conclusa la produzione, ci sono invece dei casi, com’è stato per Ghiaccio o, appunto, con il cast di Suburra, nei quali si instaurano rapporti che vanno talmente oltre il lavoro in senso stretto, da restare poi per sempre. Con Alessandro (Borghi, ndr) Eduardo (Valdarnini), Filippo (Nigro) e gli altri, per quanto non ci si senta tutti i giorni, ogni volta che ci rivediamo è come se non ci fossimo mai persi di vista.

Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni
Total look Valentino

Hai interpretato spesso personaggi dall’aspetto e modi appariscenti (Spadino, appunto, Teco di Guarda in alto, Ago di Non mi uccidere…), preferisci i ruoli molto “fisici”, che richiedano (anche) trasformazioni radicali?

Mi piace lavorare in toto su un ruolo, immedesimarmici completamente; a prescindere da quanto sia carismatico, appariscente o “strano” il personaggio, comunque, è fondamentale trovare storie che abbiano un motivo per essere raccontate, proprio come quella di Ghiaccio. È un film semplice che però arriva dritto al cuore, perché si fa portatore di sentimenti e messaggi se vogliamo popolari, eppure importantissimi in quest’epoca post-pandemica, segnata da tecnologie che ci spingono ad alienarci sempre di più, mentre l’arte nasce con tutt’altri scopi, per ispirarci e farci sognare.

Immagina di doverti raccontare a qualcuno che non ti abbia mai sentito nominare: chi è Giacomo Ferrara, professionalmente e umanamente?

Sicuramente partirei dalle mie origini, dai valori che la mia famiglia ha cercato di trasmettermi (lavoro, sacrificio, sudarsi le conquiste), spingendomi a diventare cocciuto, determinato. Ci tengo a dare il meglio, provo costantemente a superare i miei limiti, nella vita come sul set.
In fondo, credo che Giacomo sia semplicemente un ragazzo che ha sempre sognato in grande e, pian piano, sta riuscendo a realizzare ciò che sognava.

Giacomo Ferrara Instagram
Total look Andrea Pompilio
Giacomo Ferrara intervista
Shirt Magliano, shoes Giuseppe Zanotti, pants stylist’s archive

Credits

Talent Giacomo Ferrara

Editor in Chief Federico Poletti

Text Marco Marini

Photographer Davide Musto

Stylist Alfredo Fabrizio

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Chiara Polci

Hair Alessandro Rocchi @simonebelliagency

Make-up Charlotte Hardy @simonebelliagency

Location Coho Loft Roma

Nell’immagine in apertura, Giacomo Ferrara indossa total look 424

Francesco di Raimondo, prendere la recitazione con filosofia

Il ruolo dell’artista estroverso che, nella seconda stagione di Volevo fare la rockstar, vive una liaison con l’Eros di Riccardo Maria Manera, ha permesso a Francesco di Raimondo di imporsi all’attenzione del grande pubblico. Nello specifico, quello televisivo di un serial riuscito nell’impresa di portare nel prime time italiano (certamente non uso a narrazioni amorose che si discostino da quelle “canoniche”, per così dire) una relazione omosessuale raccontata senza manierismi o infingimenti, anzi, col tono leggero, fresco che le appartiene.

Prima degli schermi Rai, l’attore romano (29 anni, parlantina sciolta, una laurea in filosofia utile, sostiene, anche sul set) si era fatto le ossa a teatro, partecipando poi a film (Belli di papà, Tutti i soldi del mondo) e serie come Romanzo famigliare, Provaci ancora Prof! 5, Made in Italy, oltre alla mega-produzione internazionale I Medici. Adesso, dopo gli ottimi riscontri ottenuti dal suo Fabio, arriveranno con ogni probabilità nuove parti, che lui spera siano di quelle che «si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti».

Francesco Di Raimondo serie tv
Suit MSGM

Si è da poco conclusa Volevo fare la rockstar 2, dove il tuo personaggio intreccia una relazione col protagonista Eros. Le storie d’amore omosessuale, purtroppo, sono ancora una rarità nella tv italiana, qual è stata la sfida maggiore nell’impersonare Fabio?

Conferire credibilità alla storia, senz’altro. Mi è stato spiegato subito che, se nella prima stagione Eros aveva problemi nell’accettare la propria sessualità, con la seconda si voleva restituire la normalità, la verità di una storia tra due ragazzi, e la sfida stava appunto in questo.
Con Riccardo (Maria Manera, ndr) ora siamo ottimi amici, ma prima di girare non ci conoscevamo, perciò il difficile era far sì che risultassero credibili non tanto (o non solo) le scene d’amore tra loro, quanto il rapporto in generale. Per fortuna ha funzionato, in tanti si sono chiesti perfino se stessimo insieme anche nella vita reale, domanda che ci ha fatto capire di essere andati nella direzione giusta.

Sembra che gli spettatori siano rimasti favorevolmente colpiti dalla tua interpretazione, è così? E perché, secondo te?

È andata così in effetti, con mia grande sorpresa, perché ritrovarsi in un progetto avviato è complicato per definizione. Essere una new entry comporta sempre una responsabilità.
In questo caso, il riscontro è stato più che positivo e Fabio, lo noto – ripeto – con un certo stupore e felicità, è diventato uno dei personaggi più apprezzati. Il motivo credo sia il modo in cui si è scelto di raccontare il legame con Eros, riconducibile a un punto di forza di Volevo fare la rockstar nel suo complesso, al di là dell’omosessualità.
Concordo sul fatto che, come dicevi, in televisione sfortunatamente i temi Lgbtq+ faticano a emergere, sono spesso stereotipati, ridotti a macchiette, tutte cose che nella serie si è cercato di evitare, sia sul piano della scrittura che su quello dell’interpretazione. Volevamo fosse una storia d’amore, senza etichette o specificazioni, e penso che gli spettatori l’abbiano recepito, accogliendo positivamente la sincerità con cui vengono mostrati i personaggi, senza filtri, come persone che chiunque potrebbe incontrare nella quotidianità. Questo contribuisce a far appassionare chi guarda, l’ho constatato pure nei feedback ricevuti nei mesi scorsi; la spontaneità è tra gli elementi che più sono piaciuti, da parte mia sono contento di essere riuscito a farla arrivare.

Francesco di Raimondo Volevo fare la rockstar
Total look Sandro Paris
Francesco di Raimondo Fabio
Total look Salvatore Ferragamo

Hai rivisto gli episodi quando sono andati in onda? Tornando indietro, faresti qualcosa diversamente?

Li ho rivisti, mi piace vedere in compagnia film o serie fatte, quasi dimenticandomi dell’esperienza sul set, come fossi un semplice spettatore.
Non so se cambierei qualcosa, magari andando nel dettaglio delle scene qualche battuta o sguardo, nell’insieme, però, mi sembra che il ruolo abbia funzionato. Mi sono affidato a Matteo Oleotto, persona squisita oltre che ottimo regista; se è venuto fuori un buon lavoro è merito anche suo e del resto del team, il nostro è un lavoro di squadra.

Passando a un titolo completamente differente, eri il cardinale Riario ne I Medici, impressioni e ricordi di una serie kolossal come quella?

Ho dovuto dire una messa in latino, tra l’altro avendo studiato al classico e con una madre insegnante di greco e latino, la responsabilità era doppia! Ricordo che ripetevo di continuo le preghiere con un amico, è stata una prova infinita, sicuramente tra le più divertenti.
Ad impressionarmi, de I Medici, sono stati soprattutto gli abiti che ho avuto la fortuna di indossare; i costumisti hanno fatto un lavoro fantastico, giravo con indosso vesti magnifiche, pesanti e preziosissime.
Essere proiettati indietro di secoli, poi, è stato incredibile, film e spettacoli in costume hanno un fascino ineguagliabile, ti danno l’opportunità di vivere contesti che, per quanto di finzione, sono lontanissimi da ciò cui sei abituato.

Francesco di Raimondo film
Total look Dsquared2

Hai studiato teatro a Roma e Parigi, recitando in tante pièce, cosa ti porti dietro della tua formazione teatrale?

Ha rappresentato la miglior formazione possibile, a 360 gradi; la considero una palestra per la recitazione, fermo restando che ci sono differenze fra cinema e teatro, le emozioni vanno veicolate in maniera diversa. Di sicuro il palco ha una magia del tutto peculiare, non ne faccio una questione di migliore o peggiore, sono due mondi al tempo stesso simili (si tratta comunque di recitare) e distanti, l’ho esperito nettamente nelle prime esperienze sul set, ritrovandomi un po’ spaesato. Capire quale sia la chiave per gestire entrambi è essenziale.

Francesco di Raimondo Instagram
Total look Salvatore Ferragamo
Francesco di Raimondo filmografia
Suit MSGM

Sei laureato in filosofia, stai anche conseguendo un dottorato in materia, trovi sia utile nel tuo lavoro?

Direi di sì, per come l’ho vissuta io la filosofia consiste, tra le altre cose, nell’imparare a pensare come pensava qualcun altro prima di te, un’attitudine estremamente utile per chi, come me, ha una sua rigidità mentale. Può aiutare parecchio, quindi, nel capire come vive, cosa prova un’altra persona; forzando un po’ il meccanismo è lo stesso: nella filosofia lo si utilizza sotto il profilo intellettivo, nella recitazione coinvolgendo anche l’emotività.

Nella tua bio su Instagram compare la celebre “provocazione” di Magritte, Ceci n’est pas une pipe

Ne Il tradimento delle immagini lui, com’è noto, disegna una pipa, negandone contemporaneamente l’entità con la scritta riportata sotto, un’azione paradossale. Sul mio profilo ho voluto fare un’operazione simile, in modo un po’ “piacione”, lo ammetto, segnalando come le foto non rappresentino necessariamente Francesco, è una parte di me che non per forza mi corrisponde appieno.

Francesco di Raimondo serie
Pull Dsquared2

Ci sono ruoli o generi con cui sogni di cimentarti?

Forse un grande cattivo, i villain sono sempre divertenti, in linea di massima, però, i ruoli cui aspiro sono quelli che si allontanano dalle mie corde, dal mio carattere. Pongono sfide interessanti, alla fine con i personaggi simili al proprio io l’interpretazione può arrivare fino a un certo punto.

Su quali progetti stai lavorando al momento? Puoi anticiparci qualcosa di quelli futuri?

Sarò in scena da questa settimana con uno spettacolo cui tengo molto, Scomodi e sconvenienti, sulla storia dell’attore Ermanno Randi, vittima negli anni ‘50 di un tragico caso di cronaca, collegato alle difficoltà di vivere col suo compagno una relazione segreta, in un contesto che non permetteva agli omosessuali di vivere serenamente, alla luce del sole, le loro relazioni. Una vicenda che non conoscevo, il testo è inedito, scritto da Emiliano Metalli. Dei progetti futuri, invece, posso anticipare solo che si parla di film.

Francesco di Raimondo wikipedia
Total look Missoni
Francesco di Raimondo intervista
Jacket Valentino

Credits

Talent Francesco di Raimondo

Photographer Davide Musto

Ph. Assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Andrea Mennella

Grooming Alessandro Joubert @simonebellimakeup

Location Villa Spalletti Trivelli

In apertura, Francesco indossa total look Valentino

Radiografia di un cult: la polo di Ralph Lauren

Polo e Ralph Lauren, due termini che si richiamano vicendevolmente in modo pressoché automatico e, unendosi, formano il nome della linea di prêt-à-porter più conosciuta del designer statunitense. A suggellare un legame inestricabile, appena giunto al venerando traguardo dei cinquant’anni tondi, arriva adesso il libro Ralph Lauren’s Polo Shirt (Rizzoli International), consacrato proprio al capo d’abbigliamento che, in quanto sintesi tra la formalità della camicia e la basilarità della maglietta, incarna l’essenza stessa del brand, l’ubi consistam dell’american style codificato da un signore che, a 82 anni, dirige con mano sicura una multinazionale da 4,4 miliardi di ricavi. Un impero il cui asse portante sta proprio nella maglia in oggetto, se è vero, come si legge nel primo capitolo del volume (un’antologia della stessa, celebrata attraverso fotografie, aneddoti, ricordi personali e altri contenuti esclusivi) che «rappresenta ciò che Mickey Mouse è per la Disney o l’Empire State Building per New York».

Polo Ralph Lauren advertising
La polo Ralph Lauren (foto dal sito ralphlauren.it)
Ralph Lauren polo book
La copertina di Ralph Lauren’s Polo Shirt

Le origini del capo, tra polo e tennis

Un’icona, per dirla in breve, che ha contribuito a scrivere pagine memorabili della storia della griffe, sebbene non sia una novità ascrivibile a Mr. Lauren. L’origine data effettivamente al XIX secolo, quando fu introdotta in Occidente dai soldati britannici di stanza in India, che l’avevano vista addosso ai giocatori locali di polo, e importarono nel Vecchio Continente sia l’indumento che lo sport omonimo. Il presidente della Brooks Brothers John E. Brooks, a sua volta, dopo averla notata in Inghilterra, la commercializzò oltreoceano, replicandone il colletto abbottonato anche sulle camicie button-down, appunto. Sulla sponda opposta dell’Atlantico, negli anni Venti, Jean René Lacoste ne faceva la divisa d’elezione dei tennisti, non prima di averne accorciato le maniche, cucendola inoltre con un cotone fresco e leggero, il piqué.
Pur non avendola inventata, lo stilista newyorchese intuisce che la maglia è la base perfetta per edificare quella sorta di via americana al ben vestire che ha in mente da quando, nel 1968, esordisce con una collezione maschile completa. Il suo è infatti un casualwear ammantato di sofisticatezza, nel quale usi e costumi dei wasp (white anglo-saxon protestant, sostanzialmente la buona borghesia, che studia negli atenei della Ivy League, pratica sport elitari, trascorre le vacanze nelle cittadine à la page sulle coste del New England) si saldano alla fascinazione del nostro per la classe inscalfibile dei divi della vecchia Hollywood (dal venerato Cary Grant, di cui impara a memoria ogni outfit, a Gary Cooper), per il mito della frontiera (idealizza, su tutti, i topoi estetici del cowboy), per gli oggetti dalla patina vissuta, che abbiano una storia da scoprire.

Ralph Lauren Bruce Weber
Uno shooting realizzato da Bruce Weber per GQ, negli anni ’80

La nascita della Polo Shirt di Ralph Lauren

La polo del 1972, insomma, è la logica conseguenza di un racconto stilistico preciso e dettagliato: sportiva ma con juicio, strutturata pur senza ingessature, adatta alle aule dei college come ai weekend fuori città, priva di orpelli ad eccezione del provvidenziale logo col giocatore a cavallo, piazzato sul lato sinistro del petto (introdotto giusto l’anno prima sui polsini della camiceria femminile, riscuoterà un successo straordinario, finendo con l’identificare il marchio tout court). Altre caratteristiche sono il tessuto, puro cotone interlock, la vestibilità regolare, sagomata quanto basta, le spalle leggermente scese, l’orlo posteriore allungato, il collo a costine, chiuso da due bottoni. Nelle parole di Lauren, «un indumento magnifico e ricco di colori» perché, oltre agli imprescindibili bianco, blu e azzurro, è declinata in giallo e rosa. Nel giro di qualche anno, poi, si passa alla modalità “tuttifrutti”: aumenta il numero di nuance disponibili, 17 e perlopiù pastellate; lo slogan che accompagna il lancio promette inoltre che il modello «migliora con l’età», connotandolo perciò subito come un capo timeless, avulso dal ciclo continuo delle mode.

polo Ralph Lauren logo
Polo Ralph Lauren modelli
Modelli con polo pastello di Ralph Lauren

L’impasto di semplicità e sprezzatura funziona eccome, se già negli anni Ottanta la Ralph Lauren Corporation dichiara di vendere circa 4 milioni l’anno di Polo Shirt.
Nello stesso periodo, a mitigare l’esclusività di cui era stata rivestita dalla clientela di riferimento (la suddetta upper class degli Stati Uniti), intervengono subculture urban come quella dei Lo-Life, ragazzi di Brooklyn ossessionati dalle magliette col pony (e da cappelli, pullover, giubbotti, calze, tutto ciò che è marchiato RL insomma); ne accumulano quantità industriali grazie a mezzi più o meno leciti, eleggendo il cavallino a effige da sfoggiare a piè sospinto, per rivendicare la dignità della propria cultura, la voglia di ribellarsi a uno status quo che riconosceva solo a determinati gruppi sociali un ruolo “aspirazionale”.

Il successo della maglia col cavallino, tra indossatori celebri e progetti ad hoc

In tutto ciò, la fortuna dell’articolo non fa che aumentare, trainando fatturati e prestigio dell’azienda che lo firma. La hall of fame dei suoi indossatori famosi, d’altronde, è oltremodo varia, annoverando lo yuppissimo finanziere Jordan Belfort (alias Leonardo DiCaprio) di The Wolf of Wall Street, ex ed attuali presidenti (Ronald Reagan, Bill ClintonJoe Biden), popstar (leggasi Pharrell Williams, Harry Styles, Justin Timberlake), attori (Hugh Grant, Russell Crowe, Kit Harington, Patrick Dempsey), un monumento vivente del calcio come Pelé, stelle passate e presenti, da Frank Sinatra a Kanye West.
Nel 2017, a coronamento dello status ormai acquisito nell’immaginario comune, l’inclusione della polo nella rosa di memorabilia esposti alla mostra Items: Is Fashion Modern? al MoMa, preludio all’ingresso nella collezione permanente del museo.

Trattandosi di una pietra miliare del lifestyle by Ralph Lauren, la maison dosa attentamente le modifiche. Se la varietà delle sfumature aumenta (oggi si rischia di perdere il conto di fronte alle decine di tonalità a disposizione, ripartite all’occasione in trame rigate, bande diagonali, blocchi di colore sgargianti), resta contenuto il numero di restyling apportati al logo, passato dall’altezza originaria, di poco oltre il centimetro, ad “estremi” superiori ai cinque. Sicuramente ci si adegua all’air du temps, abbracciando le parole d’ordine della sostenibilità con il modello Earth, in poliestere riciclato; vanno in questa direzione anche i progetti collaterali all’uscita del coffe table book di cui sopra, cioè Polo Upcycled, edizione limitata di pezzi lavorati manualmente dagli artigiani di Atelier & Repairs, e l’estensione del programma Create Your Own, per customizzarla attraverso iniziali, lettere ricamate o combinazioni cromatiche inedite.
Interventi mirati, come si conviene a una maglia che si dimostra indifferente allo scorrere del tempo, forte di una dualità, di un (dis)equilibrio «tra unicità e – poiché molti altri nel mondo la indossano – il sentirsi parte di una comunità» (così scrive Ken Burns nella prefazione del libro); Una contraddizione – felicemente – irrisolta da cinque decenni.

polo Ralph Lauren personalizzate
Esempi del servizio Create Your Own

Nell’immagine in apertura, Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio in una scena di The Wolf of Wall Street

‘Nuovo Cinema Paradiso’, in mostra i new talent della scena italiana

Inaugura oggi, in contemporanea con MIA – Milan Image Art Fair (fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte), la mostra Nuovo Cinema Paradiso. Ospitata fino al 1° maggio negli spazi di Superstudio Maxi, in via Moncucco 35, l’esposizione intende valorizzare l’odierna scena attoriale italiana, ricca e vitale come mai prima d’ora, selezionando e organizzando in un percorso visivo curato da Federico Poletti, direttore di ManInTown, le immagini di alcuni dei suoi interpreti più conosciuti e apprezzati, scattate in tempi non sospetti da Davide Musto. Di origini palermitane ma ormai romano adottivo, il fotografo e talent scout ha seguito infatti da vicino, assiduamente, quel magma sempre in fieri che è, da un po’ di anni a questa parte, lo showbiz del Belpaese, affollato di talenti emergenti, giovani, spigliati, a proprio agio nelle pellicole d’autore come in film e serial distribuiti da Netflix, Amazon Prime Video et similia, che hanno assicurato loro un seguito estesosi ben oltre i confini nazionali.

Giancarlo Commare
Giancarlo Commare
Matilde Gioli film
Matilde Gioli
Giacomo Ferrara Suburra
Giacomo Ferrara

Gli astri nascenti del cinema italiano

Musto ha avuto l’opportunità di fotografare diversi new names prima che spiccassero definitivamente il volo, ritrovandosi ad essere corteggiati da produzioni internazionali, vecchie e nuove emittenti (dalla Rai ai citati giganti dello streaming), maison titolatissime: tra quelli presenti in mostra, si possono fare i nomi di Matilde Gioli (32enne dal curriculum invidiabile, colmo di riconoscimenti e collaborazioni con registi del calibro di Paolo Virzì, Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi), Giacomo Ferrara (assurto al rango di icona pop grazie al suo alter ego Spadino in Suburra), Lorenzo Zurzolo (il bel tenebroso liceale di Baby, habitué di Gucci e Valentino), Francesco Gheghi (attore rivelazione de Il filo invisibile), Ema Stokholma (figura poliedrica, passa senza un plissé dalla conduzione alle consolle dei club più famosi, all’autobiografia Per il mio bene che, nel 2021, le è valsa il Premio Bancarella), Rocco Fasano e Giancarlo Commare, già idoli dei teenager per aver recitato nella serie fenomeno Skam Italia.

Lorenzo Zurzolo Baby Netflix
Lorenzo Zurzolo
Ema Stokholma
Ema Stokholma
Rocco Fasano Skam
Rocco Fasano

Da sempre appassionato di recitazione, l’autore ha colto, in questi e altri astri nascenti dello spettacolo (non solo) italiano, una combinazione «di sguardo cinematografico e appeal internazionale che riconosco per istinto»; qualità che hanno permesso loro di «segnare una svolta epocale nel panorama recitativo del paese, favorendo un cambiamento che non può che giovare all’intero sistema», e traspaiono chiaramente anche dalle foto in bianco e nero raccolte per l’exhibition, in cui la sensualità dei soggetti ritratti, mai sfacciata eppure tangibile, sposa un’impostazione estetica riconducibile agli svariati editoriali di moda da lui realizzati per magazine come L’Officiel, Style, Sportweek, Fucking Young!, oltre che per ManInTown (di cui è brand & content director).

Una nuova generazione per nuovi media

mostra fotografica milano
L’allestimento della mostra a Superstudio Maxi
mostra fotografica cinema
L’allestimento della mostra

Dal canto suo, il curatore Federico Poletti è sicuro che «il cinema italiano viva un fermento inedito grazie a una new generation di attori versatili, molto preparati. Con questa mostra itinerante vogliamo darle spazio, promuoverla, così da farla conoscere a un pubblico attento alla fotografia e alla moda».
Dopo la tappa milanese, Nuovo Cinema Paradiso proseguirà per Roma, Noto (durante i mesi estivi) e infine, in occasione della 79esima Mostra di Venezia, approderà in Laguna, arricchendosi di volta in volta di contenuti fotografici e video, dando ulteriore visibilità ad artisti lanciatissimi, abituati a variare, a muoversi liberamente all’interno di un contesto che d’altronde hanno contribuito a modificare, rendendo sempre più labili i confini e svuotando di senso categorie ormai stantie; perché se, come scriveva il critico e giornalista Antonio Mancinelli su ManInTown qualche tempo fa, «una volta c’erano il grande e il piccolo schermo, le cui dimensioni distinguevano due media differenti», adesso al contrario «tutto è intrecciato con tutto, con raffinatezze progettuali e ideative straordinarie, e ogni piattaforma che si presta a veicolare immagini in movimento deve reinventarsi quasi da zero». La nuova generazione di attori e attrici italiani sembra averlo capito meglio di chiunque altro.

mostra cinema milano
L’allestimento della mostra
ema stokholma foto
L’allestimento della mostra

Per tutte le immagini, credits: Davide Musto

Nell’immagine in apertura, Giancarlo Commare fotografato da Davide Musto per la cover di ManInTown The Next Generation Issue

Omaggio a Giusi Ferré, la vipera gentile della moda

L’editoria fashion (in realtà non solo quella, lo si vedrà) perde una delle voci più brillanti, autorevoli e trasversalmente apprezzate, dagli insider come dai lettori: è morta a 75 anni, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, Giusi Ferré, notista di moda e costume, critica, autrice di svariate pubblicazioni, tra i massimi interpreti di un’epoca irripetibile del giornalismo specializzato italiano, che seppe accompagnare, documentandola in presa diretta, l’ascesa del made in Italy nell’empireo del glamour internazionale.

Fu anche merito suo, infatti, se la stampa di settore riuscì a riscattarsi dalla posizione marginale occupata, per decenni, nel sistema mediatico, non limitandosi alle cronaca un po’ leziosa di tendenze, consigli per gli acquisti e novità di stagione, ma agendo alla stregua di un sismografo della società, in grado di captare le “scosse” che attraversavano ogni ambito della vita pubblica e privata, dal protagonismo dei giovani all’emancipazione femminile, dai prodromi della globalizzazione ai (drastici) cambiamenti nelle abitudini e preferenze dei consumatori.
Ferré comprese subito, in sostanza, come la moda fosse lo specchio dei tempi e, in quanto tale, doveva essere indagata, raccontata con sagacia, competenza, senso critico. Qualità che contrassegnano da subito il percorso di quest’intraprendente signora milanese dalla r blesa, colta, acuta, decisa ad affermarsi in un mondo, quello dei media di allora, dove la presenza delle donne era sporadica, per usare un eufemismo: si iscrive all’Ordine dei giornalisti nel 1975, quindi entra nella redazione di Epoca, cui seguirà, dopo un periodo da Linea Italiana e Linea Sport, l’approdo all’altro settimanale di prestigio del dopoguerra, L’Europeo.

Giusi Ferré in un ritratto di Alfa Castaldi

La sua carriera prende rapidamente il volo, la notorietà definitiva gliela regala la collaborazione con i periodici del Corriere della Sera, Amica (co-diretto dal 1998 al 2000) e Io Donna, per cui conia la rubrica di culto ‘Buccia di banana’, in cui esamina, con piglio analitico e insieme sarcastico, sempre estremamente scrupoloso, i faux pas delle celebrity in materia di abbigliamento, alla quale si contrapporrà poi l’altrettanto fortunata ‘Tocco di classe’ che, in maniera uguale e contraria, tesse le lodi degli outfit più azzeccati delle star.
La popolarità della column sugli errori/orrori di stile dei vip è tale da generare, negli anni, una propaggine televisiva, trasmessa da Lei Tv, e un manuale dal medesimo titolo, pubblicato da Rizzoli nel 2012; la descrizione sintetizza al meglio lo spirito del format, ossia «racconta[re] la moda […] mescolando i generi – cinema, gossip, letteratura, storia del costume – bocciando o promuovendo un gusto, un abito, un modo d’essere». Il volume rientra nella prolifica produzione saggistica della Ferré, che vede accanto a un volume come Timberlandia (1987), sul fenomeno giovanilistico degli scarponcini gialli, libri sugli alfieri del prêt-à-porter tricolore, dall’amato Gianfranco Ferré («non siamo parenti», puntualizzava, tuttavia «trovandolo un genio, l’ho stimato moltissimo») a Giorgio Armani (suo il trattato, fondamentale per comprendere l’Armani-pensiero, Il sesso radicale, edito da Marsilio nel 2015), ad Alberta Ferretti.

Giusi Ferré con Franca Sozzani
La Ferré con Mario Boselli, presidente onorario della Camera Nazionale della Moda Italiana

Altra specialità dell’autrice erano i profili con i quali, ricorrendo ad aneddoti e sapidi particolari, sapeva fornire un ritratto unico del designer di turno, che poteva essere Miuccia Prada (che concesse proprio a lei la prima intervista in assoluto), Valentino Garavani, Gianni Versace, Romeo Gigli, Antonio Marras, Ermanno Scervino (degli ultimi due apprezzava la coerenza del messaggio estetico, impermeabile alle smanie du moment).
Alla fama di Ferré contribuì probabilmente anche il look, inconfondibile, con ciocche fiammeggianti tirate all’insù, occhiali da sole XXL e total black d’ordinanza (uniche eccezioni ammesse: i gioielli vintage, dalle dimensioni importanti), sfoggiato tanto nei front row delle sfilate quanto nelle apparizioni sul piccolo schermo, nel già citato programma Buccia di banana o nella giuria di Italia’s Next Top Model.

I messaggi che hanno salutato la sua scomparsa, in questi giorni, dimostrano l’affetto e la stima che provavano per lei colleghi e nomi di spicco del fashion system; una nota, diffusa dalla maison lo scorso venerdì, la definiva «un’amica, discreta e leale», di cui mancherà «la profonda sensibilità con cui sapevi raccontare il mio pensiero e il mio lavoro»: così parlo Re Giorgio (Armani).

Anna Ferzetti, «recitare è un po’ come andare in analisi»

Il suo cognome richiama un pezzo di storia cinematografica e teatrale italiana, idem quello del compagno: Anna Ferzetti, attrice romana, figlia di Gabriele (scomparso nel 2015, un interprete di razza della stagione migliore dello spettacolo nostrano, al servizio di autori con la A maiuscola quali Antonioni, Visconti, Leone, Petri…), legata sentimentalmente a Pierfrancesco Favino, a 39 anni (di cui una ventina trascorsi su set e palcoscenici di rilievo), fa parlare di sé, ben più che per le (illustri) parentele, per i ruoli cui ha dato vita tra grande – e piccolo – schermo e teatro. La notorietà gliel’ha regalata Una mamma imperfetta, ma l’elenco è corposo, comprende fra i tanti Terapia di coppia per amanti, Il colore nascosto delle cose, Rocco Schiavone, fino alla doppia candidatura (David di Donatello e Nastro d’argento) come miglior attrice non protagonista per Domani è un altro giorno.
Dal 13 aprile la vedremo ne Le fate ignoranti, trasposizione seriale del capolavoro di Ferzan Özpetek, e a maggio su Sky in (Im)perfetti criminali; la nostra conversazione parte da qui.

Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier

Arriva su Disney+ Le fate ignoranti, cosa possiamo aspettarci dall’adattamento televisivo della pellicola che consacrò Özpetek tra i massimi autori del nostro cinema?

Secondo me bisognerebbe slegarsi un po’ dal film, la storia rimane la stessa ma ci sono sviluppi inediti, affidati ad altri interpreti, altre facce, altre umanità insomma, e il valore aggiunto consiste proprio in questo.
A causa dei parallelismi è spesso difficile lavorare ai remake, invece ci si dovrebbe concedere la libertà di avvicinarsi a una cosa diversa e, anche nel caso dei personaggi già esistenti, vederli con altri occhi.

Quali pensi siano le differenze principali tra l’originale e la serie?

Nei rifacimenti, come detto, ognuno porta con sé determinate caratteristiche, il suo personale modo di vedere il personaggio. Io sono stata fortunata perché, non avendo termini di paragone per Roberta, una new entry, mi sono potuta sbizzarrire, seppur nel contesto della “casa” di Le fate ignoranti.
Per quanto riguarda i protagonisti “originali”, essendoci un solo Stefano e una sola Margherita (Accorsi e Buy, rispettivamente Michele e Antonia nel film, nda), esattamente come un solo Eduardo (Scarpetta, nda) e una sola Cristiana (Capotondi, nda), è normale che ciascuno ne dia la propria lettura.

Shirt and rings Valentino

Sei nel cast di (Im)perfetti criminali, commedia su quattro guardie giurate che si improvvisano rapinatori. Cosa puoi anticiparci del film e della tua parte?

Sono un’insegnante alla costante ricerca di supplenze, con Filippo Scicchitano formiamo una coppia di sposi che fatica ad arrivare a fine mese.
La trovo una storia deliziosa, capace di far riflettere pur essendo sostanzialmente una commedia su quattro persone semplici, metronotte che sbarcano il lunario e si troveranno ad aiutare un collega in difficoltà. Si sorride e allo stesso tempo ci si interroga, pensando a questioni complesse, concrete, alle difficoltà della vita quotidiana, tipo affitto e bollette.

È in onda su Rai2 la seconda stagione di Volevo fare la rockstar, tu però non sei nuova al mondo della tv: eri tra le protagoniste di Una mamma imperfetta, poi sono venuti Skam Italia, Rocco Schiavone, Il tredicesimo apostolo… Cosa ti stimola di più delle serie?

Non c’è un elemento specifico, ad attirarmi sono senz’altro ruolo e storia, di Volevo fare la rockstar, per dire, mi affascinavano gli argomenti trattati, l’amore, la famiglia, i tradimenti, la provincia anche, protagonista al pari del cast, perché la cittadina immaginaria di Caselonghe rappresenta uno spaccato del Friuli; come atmosfera è agli antipodi rispetto, ad esempio, a Le fate ignoranti, dove Roma viene restituita in modo pazzesco, con luci bellissime.
Finora sono stata fortunata, mi sono capitati ruoli diversissimi l’uno dall’altro.

Jacket dress Valentino, boots Giuseppe Zanotti, rings Chiara BCN
Jacket dress Valentino, boots Giuseppe Zanotti, rings Chiara BCN

Nel 2020 hai preso parte a Curon, che sviluppava in chiave mystery il tema del doppio, come immagini un ipotetico alter ego di Anna Ferzetti?

Come un mio opposto, ognuno ha i suoi punti deboli e credo gli toglierei quelli, le paranoie varie che mi porto dietro.
Si tende a raffigurare il doppio come la parte oscura dell’io, mi piacerebbe al contrario trasmettergli quei lati caratteriali che non mi appartengono, anche in Curon ho provato a individuare le sfaccettature positive del personaggio, quelle non pienamente sviluppate.

Qualche serial che apprezzi – o hai apprezzato – particolarmente? In fondo hai dichiarato di guardare sempre Netflix con le tue figlie…

Ce ne sono davvero tanti, mi viene in mente Fleabag, per citarne solo uno; amo andare al cinema, comunque, quindi cerco di tenere insieme le due dimensioni, ritagliandomi il tempo necessario a godersi un film in sala.

Jacket Alessandro Vigilante

Confidavi nel 2021 al Corriere della Sera di fare come tuo padre che «amava trasformarsi, imbruttirsi», cioè?

Gli attori hanno l’immensa fortuna di vivere le vite degli altri, allontanarmi da me stessa anche fisicamente, oltre a divertirmi, in questo senso mi aiuta. Se il copione prevede una determinata postura o “difetti” fisici, perché non accentuarli?
L’attenzione ad aspetti simili, probabilmente, dipende dall’essere cresciuta a teatro, che concede maggiore libertà artistica rispetto al cinema, dove il discorso è diverso, più complesso a livello tecnico; di contro, è ancora più stimolante provare a trasformarsi per un film o la tv, risultando altrettanto credibile sullo schermo.

Due anni fa eri al fianco di Pierfrancesco Favino in Tutti per 1 – 1 per tutti, come ti sei trovata a condividere il set con lui?

Non era una novità assoluta, abbiamo fatto spettacoli insieme per anni, era però la prima volta sul set e, trattandosi di una commedia, la difficoltà principale era non ridere, una vera sfida date le situazioni esilaranti che si venivano a creare, non di rado improvvisate, per giunta.
Io e Pierfrancesco ci divertiamo molto a lavorare insieme, sicuramente l’alchimia che c’è tra noi aiuta, per quanto non manchino scontri e dubbi.

Dress Alessandro Vigilante
Dress Alessandro Vigilante

Hai vissuto il teatro fin da piccola, lavorando anche dietro le quinte, e recentemente l’hai definito una comfort zone. Cosa rappresenta per te il palco?

È come una seconda casa, quando si accendono le luci e il sipario si alza, scatta qualcosa che le parole non possono spiegare appieno, a partire dal rapporto col pubblico, lo percepisci distintamente, avverti che è lì, vive nella storia con te.
Ora con Vanessa Scalera, Daniela Marra e Pier Giorgio Bellocchio riprenderemo Ovvi destini alla Sala Umberto, tornare in scena dopo un periodo del genere e sentire le persone in platea partecipi, che commentano, ridono o si commuovono, è davvero emozionante, riempie di gioia vederle felici alla fine dello spettacolo.
Il teatro ha l’enorme privilegio della simbiosi con il pubblico, per questo ci torno appena posso e, ogni volta, la sensazione è di essere a casa. I ritmi cinematografici e televisivi sono diversi, semplicemente, sto ancora prendendoci le misure; il nostro è un mestiere in cui, per fortuna, la ricerca per tenere vivo quel fuoco che ne la base è continua, non si smette mai di imparare, anche solamente osservando i colleghi che, magari, a sessanta o settant’anni si spingono ancora oltre, senza dare nulla per scontato.

Un ruolo o genere con cui finora non hai avuto la possibilità di confrontarti e che, invece, ti piacerebbe sperimentare?

Fondamentalmente ho sempre lasciato che fosse il personaggio di turno a “travolgermi” e vorrei proseguire su questa linea, sorprendendo gli altri – e me stessa – con parti che mi diano stimoli inediti. Insistendo sulle stesse cose, d’altronde, si finisce per annoiarsi e annoiare gli spettatori, i primi con cui bisogna entrare in sintonia, spingendoli a immedesimarsi con ciò che vedono.
Mi chiedo spesso come sia possibile non avere ruoli che mi piacerebbe da matti interpretare, e non so rispondere, del resto ci sono così talmente tanti lati della personalità da esplorare e raccontare, senza parlare dei temi da affrontare… Recitare è un po’ come andare in analisi, ti fai molte domande e arrivi a sfidarti, a metterti in discussione, come attore e persona in generale.

Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier
Dress stylist’s archive, shoes Roger Vivier

Credits

Talent Anna Ferzetti

Photographer Davide Musto

Ph. assistant Valentina Ciampaglia

Stylist Nick Cerioni

Fashion assistants Michele Potenza, Salvatore Pezzella, Noemi Managò

Make-up Michele Mancaniello for #SimoneBelliAgency

Hair Simona Imperioli

Thomás de Lucca by Anthony Pomes – Editorial

Anthony Pomes, fotografo francese che abbiamo intervistato di recente, ha immortalato in esclusiva per Manintown Thomás de Lucca, in déshabillé su una terrazza assolata di Milano, dove si è trasferito da non molto il modello brasiliano. Foto d’impatto, potenti e delicate al tempo stesso, che mettono in chiaro il modus operandi di un autore che, come ci aveva confidato, ricerca in ogni ritratto la sensibilità e unicità del soggetto.
Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgere qualche domanda a Thomás.

Thomas de Lucca model
Trousers Zara

Parto dalle fotografie di Anthony Pomes, da cui traspare un’atmosfera piuttosto rilassata e spontanea, è così? Come ti sei trovato a lavorare con lui?

Mi sono sentito davvero a mio agio con Anthony, ha talento e sa come guidare un modello durante lo shooting.
Onestamente, pensavo sarei stato un po’ arrugginito perché al momento mi sto concentrando su altre cose al di fuori del modeling, invece è andato tutto bene.

Raccontaci qualcosa di te, da dove vieni, da quanto fai il modello, quali sono i tuoi interessi

Vengo dal sud del Brasile, faccio il modello da quasi 9 anni, da quando sono andato in Cina per lavoro, esperienza che mi ha aiutato a crescere ed essere qui oggi, rappresentato da una delle migliori agenzie milanesi. In parallelo, dall’anno scorso, mi occupo di marketing, ultimamente ci sto investendo molto tempo ed energie, anche se la mia passione è sempre stata, e resterà, la moda.
Nel tempo libero mi piace andare in palestra, fare yoga e meditazione, anche tutti i giorni, se possibile. Amo stare col mio ragazzo e gli amici, e guardare film horror o sci-fi.

Sei brasiliano ma vivi per lavoro a Milano, com’è stato il primo impatto, cosa ti piace di più (ed, eventualmente, meno) della città?

Milano è fantastica, internazionale e facile da girare, devo però confessare che ho ancora dei problemi con la lingua perché “il mio italiano non è molto buono” (letteralmente l’unica frase che so dire senza ricorrere a Google Translator).
Le cose che mi piacciono di più sono la pizza e il cappuccino, mi piace meno il costo parecchio elevato della vita.

Se ti parlo di stile, a cosa pensi?

A David Gandy, un riferimento assoluto per ogni modello, mi colpisce il suo stile che, adeguandosi all’età, risulta affascinante e up to date.

Griffe o designer per cui aspiri a lavorare? 

Mi piacerebbe sfilare per Dolce&Gabbana e Giorgio Armani, sono la mia aspirazione professionale da quando faccio questo mestiere.

Dove ti vedi da qui a dieci anni?

Tra dieci anni vorrei essere un affermato coach di modelli, di quelli che viaggiano ovunque e tengono lezioni sul modo di pensare, al di là del lavoro dei sogni, sull’usare la passione a proprio favore.
Vorrei incoraggiare tutti i miei colleghi a non rinunciare con troppo facilità alla carriera (so quanto possa essere difficile ricevere una marea di “no”). Si può sfruttare in tanti modi ciò che si impara o sperimenta in quest’ambiente, magari come aiuto per iniziare qualche nuova attività con cui siamo realmente in sintonia. Là fuori ci sono più opportunità di quanto si pensi.

Top Bershka

Credits

Model Thomás de Lucca @D’Management

Photographer Anthony Pomes

La S/S 2022 di People of Shibuya tra versatilità, performance e spirito tech

Mai come in questi anni di generale entusiasmo per ibridazioni, collab, capsule collection, annessi e connessi, la versatilità è stata così gettonata nel mondo fashion. Una propensione verso soluzioni che sappiano prestarsi al maggior numero possibile di occasioni, quasi ecumeniche, se così si può dire, che avvantaggia chi, come People of Shibuya, punta da tempi non sospetti su determinate caratteristiche.
Il marchio nato nel 2014, infatti, ha trovato nella funzionalità la propria ragion d’essere, sublimandola in capispalla di matrice tecnica ma dall’anima sartoriale, sintesi ideale tra qualità prettamente italiana e purismo nipponico, innovazione e classicità, pulizia delle linee e modularità, per giacconi, impermeabili, blouson & Co. adatti a qualunque contesto, outdoor o cittadino che sia, e rispondendo così alle esigenze di una clientela metropolitana sempre in movimento, tra impegni lavorativi e weekend fuori porta.

Due modelli della collezione S/S 2022 di People of Shibuya

Il blend di pragmatismo ed eleganza urban è al cuore anche della collezione Spring/Summer 2022 del brand, che ruota intorno a due poli, tech sportswear e performance style. Nel primo caso, la proposta si articola sulle felpe: si può scegliere tra i modelli Ukimi (in light fleece, provvisto di mantella in tessuto tecnico a contrasto, connubio perfetto di stile e comfort), Ginza (capo high quality con cappuccio e maniche raglan, contraddistinto da passamanerie sui bordi, tasche zippate pressoché invisibili e orlo posteriore stondato), Uzuma (dal taglio affusolato, con collo alla coreana e profilature ad effetto riflettente, che si distingue grazie alla coulisse in vita e alla chiusura a clip) e Kintai, inconfondibile nel suo punto di rosa particolarmente acceso.

Nel secondo, le giacche performance, enfatizzando la ricerca su forme, materiali e impatto cromatico (con l’introduzione di tonalità vibranti di giallo e arancione, accanto agli inossidabili bianco e nero), danno un’accezione inedita al concetto di tecnicismo urbano.
Due le novità: il giubbino Konami, realizzato in uno speciale filato giapponese, bi-stretch e antipiega, dalla mano eccezionalmente morbida, e rifinito da tasche applicate chiuse da bottoni ton sur ton; e la jacket multiuso Nikka in microfibra sintetica Primaloft, fornita di cappuccio staccabile, un passe-partout per la stagione primaverile, tanto comfy e pratico quanto stiloso.

Tutte le immagini courtesy of People of Shibuya

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