Triennale di Milano rende omaggio a Giovanni Gastel con un doppio appuntamento

Sono due le mostre ospitate da Triennale di Milano per omaggiare uno tra i più influenti fotografi dei nostri tempi, Giovanni Gastel. Dal 1 dicembre 2021 al 13 marzo 2022 sarà possibile visitare The People I Like – in collaborazione con il MAXXI Museo Nazionale delle arti del XXI secolo – e I gioielli della fantasia – in collaborazione on il Museo di Fotografia Contemporanea.



Sentimento, purezza, minimalismo ed eleganza: la fotografia di Giovanni Gastel, che tanto amava la ritrattistica, è arte che rimarrà lungo i tempi. L’artista del bianco e nero su diapositiva, durante la sua lunga carriera ha catturato espressioni uniche e naturali, privando i suoi scatti di artifizi manipolatori. Un mestiere che impara in un seminterrato qualunque, in una Milano sempre più aperta ad accogliere nuove mentalità artistiche.Il successo di Gastel arriva durante il boom del Made in Italy; il fotografo non perderà certo l’occasione per esibire i suoi lavori nelle maggiori redazioni italiane, lavorando per “Annabella”, “Mondo Uomo” e “Mondo Donna”. Sviluppa campagne pubblicitarie per le più prestigiose case di moda italiane tra cui Versace, Missoni, Tod’s, Trussardi, Krizia e molte altre. La sua fotografia sarà ammirata anche dalle più importanti griffe parigine come Dior, Nina Ricci, Guerlain.



Il suo nome è talmente altisonante che ben presto sarà affiancato a mostri sacri del settore come: Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna e di leggende internazionali come Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller.

Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo. Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto”, ha dichiarato Stefano Boeri, presidente di Triennale Milano.



The Peolple I Like a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti di personaggiche hanno avuto l’onore di posare davanti al suo obiettivo: pose, volti, legami con la moda e con l’arte nella sua totalità.Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco Pannella, Forattini, Ettore Sottsass, Germano Celant, Mimmo Jodice, Fiorello, Zucchero, Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana Littizzetto, Franca Sozzani, Miriam Leone, Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini. I ritratti hanno lo scopo di indagare sul valore interiore del soggetto; la luce teatrale, il chiaroscuro dei suoi bianco e nero, spettacolarizzano la fisionomia del protagonista, cogliendone i tratti della sua anima. Nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima.



In parallelo, Triennale di Milano ospita la mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea. Il legame tra Giovanni e il gioiello viene celebrato con 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarovski Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera.

Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea. I Partner Istituzionali Eni e Lavazza, l’Institutional Media Partner Clear Channel e il Technical Partner ATM sostengono Triennale Milano anche per questo progetto espositivo.

Rosana Auqué, l’artista del cielo e dei fiori

Rosana Auquè è una giovane artista di origine colombiana che scopre la passione per l’arte sin da bambina, avvicinandosi alla pittura all’età di 11 anni per poi proseguire gli studi d’arte al liceo e all’università, tra Cambridge, Colombia e Italia. 

Il risultato di questa lunga formazione emerge nelle sue opere che risentono fortemente delle ispirazioni della sua terra di origini e dell’Italia, due culture che continuano ad avere un grandissimo influsso sulla sua creatività, abbinate poi all’ispirazione dei maestri del Rinascimento e dell’arte moderna come Monet e Klimt. Il risultato sono opere colorate, gioiose e piene di gratitudine verso la natura.

Com’è nata la tua passione per l’arte e quando hai capito avresti voluto diventare un’artista?

Il mio interesse per l’estetica e per le cose belle della vita è nato da bambina, penso che la missione più importante di un’artista sia quella di cercare e di creare bellezza e così è stata la mia mentalità sin dagli inizi. Come diceva Dostoyevski “la bellezza salverà al mondo”, ed io ci credo profondamente.

Quando avevo 11 anni, ho cominciato a dipingere sistematicamente e a maturare la mia passione per l’arte, ho scoperto da quel momento che sono nata per fare l’artista.  Oggi, 19 anni dopo, continuo a creare la mia arte. Nel corso di questi anni ho lavorato sulla creatività e sul particolare interesse per il colore, esplorando nuove forme e tecniche posso dire che finalmente ho trovato il mio linguaggio artistico, quello che mi fa sentire a casa e in piena autenticità: la natura astratta.  



Parlaci della tua formazione…

Nel 2002, quando andavo al Liceo in Colombia, ho iniziato a frequentare delle lezioni extrascolastiche con dei maestri d’arte che venivano ogni settimana a casa. Ricordo che mio papà mi aveva destinato uno spazio speciale a casa vicino alla biblioteca per studiare, dove trascorrevo quasi tutti i giorni. Dopo essermi diplomata, mi sono trasferita in Inghilterra, per iniziare a studiare arte e pittura all’università di Cambridge; in quel periodo, ho passato due anni magnifici, per poi ritornare in Colombia e concludere la laurea in arte a Bogotà, all’Università De Los Andes.

Nel 2017 sono venuta in Italia per frequentare un Master all’Istituto Marangoni focalizzato sulla moda, e ad oggi continuo a vivere a Milano, una città che mi ha accolta e che mi nutre molto di cultura.

Ti dividi tra la Colombia e l’Italia, due paesi ricchi di arte e contrasti. Che influsso hanno queste due nazioni nel tuo lavoro?

Entrambe le culture, sia quella colombiana sia quella italiana, hanno un grandissimo influsso sulla creatività. Il mio più grande interesse, che si evidenzia in ogni creazione, è quello di trovare l’equilibrio tra il colore e la forma.  L’attrazione per il colore viene senz’altro dalle mie radici colombiane. La felicità che ti fa sentire il colore è unica! E questa gioia e libertà cromatica sono caratteristiche del folklore colombiano, così come l’accoglienza e la libertà in senso generale, tutti valori con cui sono cresciuta. Dell’Italia ho colto sicuramente la forma: l’interesse concettuale per quello che sto dipingendo, il fatto di approfondire l’argomento di mio interesse e creare una forma sistematica e disciplinata.

Il lasciarmi ispirare dai grandi artisti Italiani che più ammiro, dai maestri del Rinascimento ma anche quelli moderni e contemporanei, sentendo in ogni momento la presenza di una grande storia, o meglio, la più affascinante storia dell’arte nel mondo.



Le tue opere partono spesso da ispirazioni musicali, come è nato e come hai sviluppato questo legame musica-arte?

In realtà questo legame è nato in maniera organica. Da piccola i miei genitori mi hanno inculcato la passione per la musica. Ascoltavamo musica di ogni genere assieme e questa è una passione che ho continuato a coltivare negli anni.  Ho cominciato a dipingere i paesaggi dopo aver ascoltato “La Primavera” di Vivaldi, e da quel momento è stato inevitabile non immaginare la natura mentre ascolto la musica classica. Quando chiudo gli occhi, le immagini vengono a me: i campi di fiori colorati, la composizione e dimensione di ogni pittura. Senza alcun pensiero specifico, si tratta solo di sentire.

Sei stata definita l’artista del cielo e dei fiori. Come è nata questa passione per la natura e i colori?

Penso che questa passione sia stato il risultato di tante cose. Principalmente perchè mi piace guardare il cielo e i fiori. Tant’è che le persone più vicine a me, ogni volta che vedono un tramonto mozzafiato, delle belle nuvole o dei fiori particolari, mi inviano sempre una foto o mi chiamano; questa è una cosa bellissima perché così si crea un legame umano basato sull’ammirazione della bellezza della natura! Prendersi del tempo per ammirare quello che vedi, il sentirti grato di essere al mondo, capire che siamo tutti qui per goderci il nostro viaggio e che la vita ci regala tante cose belle come il cielo e i fiori, è tutto per me.



Raccontaci dal lato tecnico. Come lavori e impreziosisci le tue opere?

Ogni opera comincia da una spinta: dalla musica, da un concetto particolare, oppure da un sogno che ho fatto mentre dormivo. L’importante è avere sempre un’idea di base e una direzione iniziale, anche se durante la realizzazione dell’opera le cose possono un po’ cambiare. Come materiali, lavoro principalmente con l’olio e con l’acrilico su tela. In più, mi piace utilizzare metalli preziosi come l’oro e il bronzo per accentuare dei dettagli nell’opera e renderla più ricca ed interessante. 

Le tele che utilizzo sono principalmente quadrate (non rettangolari), ma di recente preferisco quelle rotonde, soprattutto per la serie dei cieli che sto dipingendo perché la forma circolare dona un senso di infinità e che il paesaggio si spande al di là del quadro. 

Quali sono le opere che hanno rappresentato per te un passaggio importante nel tuo percorso?

Sicuramente il lavoro di Monet ha influenzato molto il mio lavoro. I suoi paesaggi mi hanno colpita significativamente, in particolare la serie di “Water Lilies”. Penso sia affascinante che prima di dipingere questa serie, Monet abbia piantato e coltivato a casa sua quel giardino che ha poi ritratto sulla tela; è come pensare che prima di avere il pennello in mano, lui ha creato un capolavoro con i fiori veri, il processo creativo è nato da molto prima!

Un altro artista che ha avuto e continua ad avere un grande effetto su di me è Gustav Klimt e il suo utilizzo dell’ornamentazione e dell’oro nelle opere, trovo particolarmente meravigliosi i suoi dipinti di fiori e paesaggi pieni di dettagli e di colore.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti in Colombia e in Italia che ti ispirano e ti ricaricano?

Il mare e i suoi paesaggi mi fanno sentire a casa, danno un senso di quiete che mi ispira. È un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: il tatto della sabbia scaldata dal sole, l’aroma di freschezza, la musicalità delle onde. È un ambiente che non pretende niente da te, lì c’è solo pace e luce. Sicuramente i luoghi che più mi ricaricano di energia sono Santa Marta in Colombia e Napoli in Italia.

Quali sono i prossimi progetti e sfide per il futuro?

Continuare a dipingere è la mia più importante missione. Voglio fare questo, continuare nella mia crescita e ricerca pittorica. In più, voglio portare questo mio mondo ad altre situazioni e oggetti di uso quotidiano, creando la possibilità di vivere l’arte e la bellezza a 360°. 

Al momento sto lavorando per creare una fondazione d’Arte in Colombia, dove tutti i bambini possano avere accesso alla migliore educazione artistica, avendo l’opportunità di scegliere l’arte come un percorso reale di vita. Penso che una società che pone al centro la cultura e l’amore per la bellezza sia destinata al successo e ad un futuro più inclusivo. Questo nutrimento verso la cultura spero porti consapevolezza ad ogni persona della responsabilità che ha nella società, e la spinga a creare un mondo migliore in cui vivere. Infine vorrei portare ottimismo e ispirare le persone a nutrire la propria anima come solo l’arte sa farlo.

Photographer: Riccardo Albanese

Ugly but cool: Mariano Franzetti

Sulla contaminazione arte-moda si potrebbe scrivere un intero libro, partendo da grandi maestri come la Felt Suit di Joseph Beuys alle opere di Flavio Lucchini; gli esempi potrebbero essere tantissimi, fino ad arrivare a tempi più recenti in cui, soprattutto la moda, ha guardato all’arte. In un momento storico in cui è radicalmente evoluto il concetto di bellezza e di identità.



Il lavoro di Mariano Franzetti, artista e creativo eclettico di origini argentine, ha ripensato all’estetica dell’ugly (il brutto) in chiave ironica, per trasformarla in qualcosa di contemporaneo e cool. Dopo gli iniziali studi di architettura, Mariano si trasferisce a Buenos Aires per dedicarsi completamente alla sua passione, la pittura, che coltiva fin da piccolo, studiando i pittori rinascimentali e l’arte in generale.



Si trasferisce poi in Italia nelle Marche, iniziando subito a lavorare come artista in collaborazione con un laboratorio di architettura e interior design. Dopo essersi trasferito a Milano, sviluppa ulteriormente la sua carriera di artista e direttore creativo. Sin dagli esordi, le sue opere si caratterizzano per la ricerca cromatica, i toni brillanti e audaci, le immagini e i motivi grotteschi. Un universo costituito da fantasie apparentemente giocose, narrative stravaganti, atmosfere inusuali, che lasciano un segno sui fruitori, suscitando emozioni e stati d’animo differenti. Incuriosito dall’essere umano, dalle sue vicende e della sue svariate sfaccettature, all’interno delle sue opere si trovano spesso personaggi eccentrici, “diversi”, deformati, non solo per l’abbigliamento modaiolo e le sembianze, ma anche per lo stile di vita e la personalità.



Scoolture, dipinti e arazzi: la mostra a Bologna “PUTTY TOYS TRICKY, LORO”

Mariano Franzetti ha presentato a Bologna i giorni scorsi per la prima volta il suo nuovo lavoro artistico, che sviluppa il tema dell’Ugly but Cool tramite media diversi, dalle scoolture (come le definisce lui), gli arazzi, fino ai dipinti. Il tutto all’interno della cornice rococò di Palazzo Hercolani di Bologna, all’interno degli spazi di Zefyro e Silaw Tax & Legal, merchant holding indipendente fondata da Alessandro Tempera, che ha supportato il progetto. Questa mostra segna un importante sviluppo nel suo percorso creativo, che senza rinunciare alla dimensione pittorica e neofigurativa, si declina ora verso una tridimensionalità materica ricca di contrasti. Protagonisti assoluti di questa nuova mostra sono una strana e grottesca community di personaggi che indossano abiti iconici di importanti maison della moda, come Saint Laurent, Celine, Prada, Bottega Veneta, tanto per citarne solo alcune.



Inizialmente, queste piccole sculture in stucco erano state pensate per sostituire i modelli nell’impossibilità di realizzare servizi fotografici per la moda durante il lockdown del 2020 e hanno colmato le giornate dell’artista. Si sono nel tempo moltiplicate, trasformandosi in personaggi grotteschi, dai volti deformi con pochi capelli colorati e arruffati, ma dai look super cool. In modo spontaneo è nata un’intera generazione di questi personaggi che esplorano il dualismo costante tra realtà e voglia di apparire. Quella di Mariano è la ricerca di una bellezza non canonica come quella imposta dalla moda; da questa idea nascono questi Beautiful Loser, che riflettono bene le contraddizioni della realtà che ci circonda. Così spiega lo stesso Franzetti: “I personaggi di Putty Toys Tricky riflettono bene i contrasti del nostro tempo. Sono brutti ma cool o forse troppo cool ma brutti? Una strana e deforme comunità di individui che, pur indossando abiti delle più prestigiose griffe di moda, si atteggiano in posizioni anomale, parlano un linguaggio incomprensibile, muovendosi in modo strano e bizzarro. Ma è proprio nella loro diversità e nella loro distanza che questi personaggi vivono e comunicano.” Queste “scoolture” di improbabili fashion victims, vanno poi a comporre dei veri e propri tableaux vivant, scene che rimandano a note iconografie sacre o alla cantiche della Divina Commedia. Un’attrazione verso l’arte sacra che l’artista ha tratto dal suo retaggio e formazione in Italia, durante i quali ha visitato in modo capillare le chiese e abbazie tra le Marche, l’Umbria e l’Emilia Romagna.


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Milano, Arte e Motori: le contaminazioni creative di Paolo Troilo

Un passato come art director e un presente-futuro da artista indipendente: questo in estrema sintesi il percorso di Paolo Troilo, che ha recentemente inaugurato la mostra “Troilo-Milano solo andata”, curata da Luca Beatrice a Palazzo Serbelloni. Come ben osserva lo stesso Beatrice: “Troppo spesso siamo abituati a chiedere, pretendere, preoccupandoci poco di dare in cambio di restituire. Paolo da Milano ha avuto e ha dato tanto, mi ha ricordato l’unicità di questo posto dove sei in mezzo alla vita e poi ti chiudi in studio senza vedere nessuno per giorni. Mi ha raccontato che i quadri esposti a Palazzo Serbelloni è come fossero cresciuti insieme a chi ha poi scelto di acquistarli. Ripresentandoli al pubblico, Paolo ci sta dicendo qualcosa come “grazie a questa città che sono diventato grande, questo è il risultato del mio lavoro, ve lo affido”.



Così, in modo del tutto imprevisto, le opere monocromatiche dell’artista– spesso di formati monumentali – entrano in dialogo con gli spazi iper decorati di Palazzo Serbelloni, creando un cortocircuito creativo. Differenti soggetti che hanno in comune la rappresentazione del corpo umano maschile in continua evoluzione tra sacro e profano, oltre alla speciale tecnica di fingerpainting, o “iperrealismo con le dita”, tecnica che ha reso Paolo un artista ben riconoscibile, unitamente alla scelta dei soggetti. Fil rouge tra le opere e protagonista della mostra è proprio Milano, città che ha accolto Troilo nel 1997 e lo ha reso un pubblicitario noto a livello internazionale, fino a renderlo un artista. Oltre alle opere è stata anche esposta nel cortile di Palazzo Serbelloni uno speciale modello Lamborghini Huracán EVO interpretata dall’artista. Si chiama  “Minotauro” e riprende il mito del corpo di uomo e toro raccontanti in un dipinto e trasposti sulla carrozzeria di una Lamborghini Huracán Evo. Attraverso le sembianze di un corpo maschile riprodotto per mano di Troilo con l’uso dei polpastrelli, l’opera è l’espressione della dinamicità, della potenza e delle emozioni che l’artista ha provato alla guida della Huracán Evo, la super sportiva di Sant’Agata Bolognese. Il tributo dell’artista alla Huracán Evo celebra la fusione tra l’uomo raccontato dalla sua pittura, il toro simbolo di Lamborghini e il concetto di mito espresso nello slancio soprannaturale, quasi animalesco, che la figura maschile dipinta sulle fiancate è in grado di sprigionare. Il cuore dell’opera è incentrata sulla fantasia del conflitto tra uomo e toro, il segno zodiacale del suo fondatore.



Conclude Christian Mastro, Direttore Marketing di Automobili Lamborghini: “Per me è stato ispirante incontrare Paolo Troilo e la sua espressività pittorica. In Azienda siamo abituati all’arte e al modo in cui questa da sempre permea le nostre automobili. Tuttavia, quando il nostro prodotto e le emozioni che questo sa dare incontrano la sensibilità di un artista come Troilo, nasce qualcosa di diverso ed eccezionalmente unico come l’opera Minotauro, di cui siamo orgogliosi”.



Il tempo. Io sono innamorato della lentezza, e l’ho sempre difesa considerandola un ingranaggio cardine del piacere, della cultura, della bellezza, del successo. Ma capita che ci siano degli incontri che ti cambiano.” ha affermato Paolo Troilo, creatore dell’opera. “Incontrare la Lamborghini Huracán EVO e provarla mi ha suggerito che esistono anche cose capaci di sprigionare le stesse energie con l’accelerazione, con la velocità, con lo scatto.  Così ho sentito il rumore del vento che aumenta mentre lo spazio si accorcia e il tempo si deforma: ho sentito un vento liquido e l’ho usato per dipingere sulla musa stessa, ispiratrice di queste emozioni – la Huracán –  il mio Minotauro”.

Moi aussi, la prima art gallery digitale

Testo di Giulia Manca

“Anche io voglio essere un artista” questa la frase che Andrea Zampol D’Ortia ha sentito il bisogno di dire ad alta voce quando ha messo insieme i tasselli della sua idea. Riconosceva la necessità di dare forma, luce e vita ad una nuova tela, una tela che fosse una nuova realtà, un mondo unico che riunisse artisti provenienti da tutto il mondo intorno ad unico oggetto: l’occhiale.

Così è nato Moi Aussi… fiorito tra le Dolomiti, è il frutto della creatività di Andrea e di suo figlio Luca che hanno plasmato il progetto partendo proprio all’unione dei due mondi, quello dell’occhiale e quello dell’arte.

Un contenitore di idee, di creatività, di persone, questo è Moi Aussi…: la prima art gallery digitale pensata per riunire artisti internazionali intorno ad un’unica tela, sulla quale ognuno di loro ha la liberà di intervenire con la propria creatività.



Quando Andrea racconta del progetto, vediamo scorrere tra le sue mani un fil rouge che trova lì il suo inizio per poi seguire un percorso in continuo divenire; attraversa città, paesi e continenti e porta con sé storie, culture e religioni, una diversa dall’altra, pronte a connettersi e contaminarsi. Realtà e spiritualità, materia e pensiero sono i quattro elementi che hanno guidato Andrea e suo figlio e continuano a farlo accompagnandoli lungo il cammino di Moi Aussi…

Un occhiale realizzato dagli artigiani del Cadore, un oggetto così familiare, diventa l’insolita tela che scelgono di sottoporre agli artisti, dando loro piena libertà di azione, proponendogli di creare, distruggere fino a trasformare l’oggetto in opera d’arte: Moi Aussi… cerca di catturare l’interesse dell’osservatore proprio attraverso la sottile energia sprigionata dalla materia.

La scelta degli artisti, realizzata da Andrea e dal suo team, si basa su un lavoro quotidiano di scouting e di gusto personale, senza lasciare spazio a preferenze per emergenti e affermati. Ad ognuno di loro viene richiesto di mettersi in gioco all’interno di uno spazio atipico con la libertà di creare senza limiti avendo a disposizione diversi modelli di occhiali forniti appunto da Moi Aussi…



“Moi Aussi… è un contenitore vibrante di incontri, di esperienze passate e di luoghi vissuti, dove la libertà, l’istinto e la consapevolezza dell’artista fanno emergere l’espressione delle sue origini, le tradizioni della sua cultura e il proprio animo. Così, nell’unione di genialità e manualità, nasce un’opera unica e non replicabile. Ho immaginato di unire gli animi in modo pure, etico e spontaneo, attraverso il passaggio di un oggetto di uso quotidiano, come un occhiale. Ho adottato un linguaggio comune, quello dell’Arte, che dà modo agli artisti provenienti dall’intero globo di conoscersi, interagire, condividere idee e progetti nel nome della bellezza” questo il messaggio di Andrea Zampol D’Ortia che dona animo a Moi Aussi… insieme ad ogni singolo artista che ne fa parte.

Galleria d’arte di moi aussi…: www.moiaussi.it

Facebook  –  MoiAussiArtGallery

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Sergio Fiorentino, artista che traduce in dipinti e opere sui generis le suggestioni della “sua” Noto

Per l’artista 48enne Sergio Fiorentino, catanese ma ormai trapiantato a Noto, proprio la cittadina del Siracusano ha rappresentato un punto di svolta fondamentale, uno spartiacque nel suo percorso lavorativo ed esistenziale: innamoratosi della culla del Barocco, un unicuum irripetibile quanto a luci, colori, ispirazioni e sensazioni, vi si è trasferito in pianta stabile, adibendo ad atelier uno spazio ricavato nel refettorio di un convento del XVIII secolo. Ha dunque ripreso a dipingere, una passione messa da parte dopo gli studi all’accademia di Design e Comunicazione Visiva Abadir per dedicarsi alla vendita (e restauro) di oggetti di design, riversando nei quadri una visione che potrebbe definirsi classicamente contemporanea, definita da ritratti, volti e figure rese in pennellate veloci e decise nei toni del blu, rosso, bruno e bianco, manipolate poi attraverso graffi, abrasioni e tamponature che donano un’aria evanescente all’insieme, accentuando la sensazione di silente immobilità, di sospensione che caratterizza le tele.

Gli artwork di Fiorentino, esposti nelle collezioni permanenti di diversi musei (inclusi il MacS e la Fondazione La Verde La Malfa della sua città natale), sono stati inclusi in numerose fiere di settore e mostre ospitate da varie istituzioni museali, dai Musei Civici agli Eremitani, a Padova, alla galleria romana RvB Arts, dalla Fondazione Mazzullo di Taormina alla Palm Beach Art Fair americana.
Lo abbiamo incontrato nella sua casa-studio di Noto, nel pieno centro della cittadina Patrimonio Unesco dal 2002, colma di opere terminate o work in progress, manifestazioni di un estro creativo a tutto tondo che trova applicazione anche in mobili e oggetti che sfuggono alle classificazioni. 



Quando e come hai iniziato a dipingere?

«Dopo gli studi in restauro e, successivamente, pittura all’accademia Abadir, a Catania, la mia passione si è trasformata in lavoro, con l’apertura di una piccola galleria in città dove vendevo – e restauravo, anche – oggetti di design del Novecento, dal futurismo agli anni ‘60. Dieci anni fa, giunto a Noto per caso, me ne sono innamorato, ritrovandomi così da un giorno all’altro a cambiare vita; ho chiuso il negozio, che pure andava assai bene, e ho ricominciato a dipingere. La prima mostra è arrivata con Vincenzo Medica, nonostante siano passati anni mi sembra ancora un sogno, è un’enorme fortuna poter trasformare ciò che si ama in lavoro, in vita tout court».

Da Catania a Noto, le persone continuano a raggiungerti e il tuo atelier è diventato un place to be locale…

«In effetti dal mio studio è passata tanta gente, d’altronde il luogo, all’interno dell’ex refettorio di un convento del Settecento, è meraviglioso. Pur essendo separate solo da un’ora di strada, Catania e Noto secondo me non potrebbero essere più diverse: la prima è tutta nera, lavica, sovrastata da un vulcano attivo, pervasa da una grande energia, tutto un altro mondo rispetto alla seconda, completamente bianca, sospesa, metafisica».

L’atmosfera di Noto, con la luce, il cielo, i colori unici nel loro genere, ha influenzato il tuo lavoro?

«Senz’altro, è qui che ho ripreso a dipingere, un simile contesto non può che essere presente, a iniziare dal blu, che nella mia idea è una sorta di liquido amniotico in cui iniziano a formarsi le figure; la mia pittura è legata visivamente al cielo di Noto, l’incarnato dei volti ricorda invece gli intonaci, le pietre, i muri dei palazzi, con tutte le screpolature e i segni del tempo, per non parlare dell’energia sospesa che si avverte, soprattutto d’inverno».


Con quali tecniche intervieni sui dipinti?

«Di solito realizzo volti o corpi in blu (sfumatura presente in tutti i miei lavori, anche quando non è subito visibile), quindi dipingo a olio l’incarnato e, quando il colore è ancora fresco, lo graffio, fino quasi a sfaldarlo, in modo da far emergere il fondo, come avviene nella serie dei ritratti con piante dove, dopo la prima stesura, sono intervenuto rimuovendo la materia e facendo venir fuori le foglie».

Oppure nella serie dei corpi…

«Esatto, ho fatto lo stesso nei dipinti sui tuffatori, figure in blu che risultano sospese, immobili, senza un punto di partenza né di arrivo, come fossero cristallizzate per sempre nella dimensione del quadro».

A cos’altro stai lavorando attualmente?

«A una serie di arredi in materiali tipici delle arti decorative siciliane del Settecento, in particolare del Trapanese, che vanta una tradizione straordinaria con maestranze che, già all’epoca, utilizzavano argento, ottone, corallo o lapislazzulo. Sto lavorando ad esempio a un mobile con le aguglie, un link ai dipinti dei sognatori con i pesci: si tratta di tirature limitate, nove pezzi unici diversi uno dall’altro. Ci sono poi due mobili con fili sottilissimi che percorrono una lastra di ottone, riempiti da polvere di lapislazzuli nei toni del blu oppure da polvere di corallo rossa.
Tra i lavori in corso d’opera c’è anche una creazione in rame sbalzato, nata dall’incontro casuale con un bravissimo artigiano che ho visto in azione, esponente della terza generazione di una famiglia di pupari; insieme abbiamo realizzato questa specie di scultura, di totem a due moduli. In passato ho invece realizzato delle ceramiche ispirate ai miei temi ricorrenti, come quello dei tuffatori».


Quali sono i tuoi artisti o designer di riferimento?

«Ce ne sono tanti, da Ico Parisi e Gio Ponti a un un pittore come Antonio Donghi (esponente di spicco del realismo magico, ndr), quest’ultimo mi emoziona per la capacità di ritrarre figure di vita quotidiana come se fossero “imbalsamate”, bloccate nel tempo; mi ricorda la tradizione siciliana dei bambinelli o delle statue di cartapesta, è come se le ponesse all’interno di una campana di vetro, fermandole per sempre, per certi versi provo anch’io a fissare un istante, come nei tuffi, che siamo abituati a vedere come un’immagine in movimento e nei miei quadri diventano, invece, una frazione di secondo eternamente sospesa.

Amo ciò che è antico, mi piace creare opere che abbiano un linguaggio attuale e al contempo legate al passato, vale anche per i dipinti, in cui i volti sono di persone realmente esistenti, che per vari motivi hanno per me un significato; inserendoli nella tela cerco tuttavia di estrarli dalla dimensione spazio-temporale, infatti non ci sono mai riferimenti a luoghi o tempi, in alcuni casi neppure al sesso, tanto che alcuni soggetti potrebbero essere maschili o femminili, come se provenissero da un altro pianeta».

Come descriveresti il tuo stile?

«Quando dipingo mi sforzo di essere quanto più possibile essenziale, sia a livello di immaginario sia di resa cromatica: di base utilizzo quattro colori, bianco per la luce, una sfumatura bruna per le ombre e due cromie opposte, rosso (che nella mia visione è l’anima, lo spirito) e blu, che rappresenta la carne, la materi

Scopri di più sull’artista Sergio Fiorentino

https://sergiofiorentino.it/About

Ph. Davide Musto

“Rosalia, Luce mia!”

A Palermo, nel sacrato della Cattedrale, fino al 10 settembre sarà possibile vedere (ammirare) due installazioni en plein air, riunite sotto il comune titolo “Rosalia, Luce mia!”, il nuovo progetto firmato e prodotto da Stefania Morici. Due progetti diversi ma complementari, che rendono omaggio alla Patrona di Palermo, Santa Rosalia, tanto amata dai palermitani e dai numerosi turisti che hanno ricominciato a ripopolare la città. Grandi cerchi e cubi, con  figure e focus luminosi scenograficamente sospesi in aria, che orientano il nostro pensiero, le nostre emozioni e persino le nostre azioni, in una dimensione interiore e spirituale in cui ognuno di noi può  immergersi nella cultura e nella tradizioni cittadine. Dentro ogni cubo e ogni cerchio, disegni e personaggi nati dalla penna versatile e dagli acquerelli, rispettivamente, di Sergio Caminita (Repetita Iuvant) e Anna Cottone (In Lucem): legato al mondo del design e delle grafica il primo, acquerellista e Urban Skechers la seconda, uniscono le forze per raccontare la Santa. Che affiora dalle facce di ogni cubo e di ogni cerchio, replicandosi decine e decine di volte, pazientemente in attesa che questa città ricominci da dove aveva lasciato prima della pandemia. Dai suoi siti culturali, dalla bellezza delle strade, dai suoi gioielli in chiese ed oratori. Un monito e un invito nello stesso tempo: a vivere piano, godere delle piccole cose, ricostruire la propria vita.



“Meno di un anno fa – dice Stefania Morici- abbiamo rivestito la Cattedrale e alcune piazze di Palermo con migliaia di cuori di Angelo Yezael Cruciani che formavano tante gigantesche rose, simbolo di Santa Rosalia, rivolgendo un omaggio alla nostra Patrona. Un gesto d’amore di tutti noi palermitani per la Santuzza, una sorta di messaggio che dalla terra si elevasse verso il cielo. Quest’anno mi è piaciuta l’idea che fosse proprio Santa Rosalia ad abbracciare Palermo e i suoi cittadini con la sua luce ed il suo amore. Per cui ho immaginato delle grandi installazioni luminose sospese per aria che accendessero i nostri cuori e il nostro cammino e raccontassero la storia di Santa Rosalia, mostrando il suo volto, la sua presenza, la sua storia: le “gesta” di una giovane donna forte e coraggiosa che è riuscita a sconfiggere la peste. Stiamo indubbiamente uscendo da uno dei periodi più bui della storia recente dell’umanità. Un periodo che ha toccato, da diversi punti di vista, la vita di tutti noi e dal quale sentiamo il bisogno di scuoterci e reagire. Con questa iniziativa artistica abbiamo voluto riportare luce, colore, fede e speranza alla città di Palermo e ai suoi abitantii. Una semplice dichiarazione d’amore che parla di leggerezza ma anche di tutto ciò che è fortemente sentito e vissuto dai palermitani: la potenza, la solidità, la robustezza di valori forti. Rosalia, Luce mia, vuole essere una luce dove guardare.”



Così chi guarderà dal basso le opere luminose sarà preso da una vertigine perché quei cerchi e cubi che volteggiano in cielo, ti faranno sentire leggero. Chi invece vorrà andare oltre la semplice installazione, si troverà dinanzi un “presepe sospeso” che si immerge nell’iconografia legata a Santa Rosalia, protettrice della città di Palermo, ieri come oggi.



Ad arricchiere i progetti  fino al 30 luglio nelle vetrine su strada di RISO – Museo d’arte contemporanea della Sicilia, e in collaborazione con CoopCulture che gestisce i servizi del museo, è possibile vedere esposti anche sei famosi “Taccuini d’arte”  di Anna Cottone, un cartellone che ricalca quello dei Cantastorie con la vita della santa, e un teatrino in cartone, accompagnati sempre da un cunto in dialetto siciliano. Un’immersione a 360 gradi nel mondo della santa eremita, un lungo racconto per immagini acquerellate, che Anna Cottone porta già avanti da diversi anni. Esse raffigurano un  vero e proprio viaggio dentro il Festino e la vita  di Santa Rosalia.



Rosalia, Luce Mia è prodotto e organizzato da Arteventi di Stefania Morici  e Cialoma eventi-Associazione Arte mediterranea , sostenuto da #IoComproSiciliano. Con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura del VaticanoArcidiocesi e della Cattedrale di PalermoAssemblea Regionale SicilianaAssessorato regionale del Turismo, Sport e SpettacoloAssessorato comunale alle CulturEFondazione SiciliaSettimana delle CultureFondazione per l’Arte e la Cultura Lauro Chiazzese.



In collaborazione con RISO – Museo d’arte contemporanea della SiciliaCoopCultureCassaro AltoOfficine Creative. Il progetto allestitivo è firmato da FDR Architetti di Agostino Danilo Reale, allestimenti realizzati da I Dock, collaborazione tecnica di Hafa Comunicazione. Con il sostegno di TedGrass OcchialiLuan.



Insomma, un progetto che mira alla comunità: perché Rosalia la protegga, ieri come oggi.  “Ancora un anno il Festino senza tanti momenti tradizionali ma non per questo senza la devozione, la preghiera e il ringraziamento per la nostra Santa Patrona. Ancora un anno nel quale, grazie alla sensibilità artistica e umana di Stefania Morici e dei suoi tanti collaboratori, l’arte torna ad arricchire ed illuminare il sagrato della cattedrale per raccontare la vita e la storia di Rosalia e del suo legame con Palermo, per dare speranza nel futuro ai palermitani, per indicare la fine di questo lungo tunnel di pandemia. Un racconto artistico per luci e immagini che è conferma di fede e fiducia nella possibilità di liberarci, ancora una volta da ogni peste” dice il sindaco Leoluca Orlando. Al progetto collabora anche la Fondazione Sicilia, presieduta da Raffaele Bonsignore, che spiega come La devozione che da secoli lega i palermitani a Santa Rosalia è riuscita a emergere anche in questi ultimi anni funestati dalla pandemia. Per queste ragioni abbiamo sostenuto la realizzazione di queste particolarissime opere d’arte aeree: perché ci spingano a rialzare lo sguardo e a condividere la bellezza anche con i turisti che torneranno”.



Cettina Giaconia, imprenditrice e consulente d’impresa, che da sempre crede nell’arte e nel potere della bellezza e della cultura, e che ha sostenuto fin dall’inizio questo progetto,  dichiara. “Palermo è una città straordinaria, con una storia ricchissima ed un patrimonio artistico-culturale immenso. Un giacimento di cultura davvero incredibile, da cui trarre continuamente ispirazione e sollecitazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, è stata mortificata e non ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità. La storia, la filosofia, la letteratura, l’arte ci hanno insegnato cos’è la bellezza. Ma non basta. Dobbiamo difendere la nostra intelligenza e la nostra cultura. Non possiamo più circondarci di immondizia, volgarità e ignoranza. Dobbiamo uscire da questa specie di cappa di disillusione e stanchezza. Da scenari caotici, confusi e stagnanti. Abbiano bisogno di nuovi “mercanti di luce” e iniziative come questa dimostrano che si può portare luce e bellezza e che è proprio da queste che bisogna ripartire. L’omaggio di una Palermo che crede nella rinascita. Un fascio di luce e leggerezza per tutti. Un città che si specchia in Rosalia, vedendo qualcosa di nuovo, guardando così, contemporaneamente, al passato e al futuro”.



Con Rosalia, Luce mia! le opere d’arte non saranno più solo guardate, ma verranno analizzate, verranno lette come in un testo e l’osservatore non sarà più solo un semplice osservatore, ma diventerà fruitore. Un’installazione ambientale pensata come un “dispositivo aperto”, capace di dilatarsi o rimpicciolirsi, che mette insieme, “unisce”, immagini e sensazioni diverse di un’unica donna: Rosalia. Un’opera temporanea che mostra la potenza scenografca e narrativa dell’arte, dell’architettura, della storia e della tradizione di Palermo.

Il muralismo di Jorit tra volti di resistenza e facciate di periferia

Incidere la corteccia di un albero, per far sgorgare la linfa. Il terreno, per frangerlo e nutrirlo di acqua. O la cute, per decorarla di simboli e significati, come le cicatrici ipertrofiche che hanno modificato e magnificato il corpo di tante etnie africane che portano incise, come bassorilievi su pelle, il passaggio da uno stato indifferenziato all’appartenenza a una cultura, l’individuo che diventa inclusione, che diventa tribù. Questa pratica si chiama scarificazione e nella simbologia del suo mal d’Africa Jorit l’ha tradotta nella comunione dei suoi volti, quelli graffiati nel cemento dei palazzoni popolari con strisce rosso ruggine in un patto iniziatico di fratellanza, in quell’uno per tutti, tutti per uno che è anche la forza corale dei suoi murales. Come le strisce che egli stesso si è fatto imprimere sul volto dall’artista romano della body modification Gabriele Di Dio, come un’opera tra le sue stesse opere, come segno di affiliazione a una tribù che non riconosce la predominanza di un colore come superiorità di una razza, che non si identifica in un “Dio” come esclusività di un credo e che non vede nelle diversità vincitori o vinti, perché questa tribù ha un solo volto, quello unico dell’umanità.



Jorit, il graffiti artist italo-oladese, è figlio della periferia napoletana, quella come altre sfuggite di mano al concetto modernista di “cerniera” e poi diventate un groviglio urbano ed esistenziale fuori controllo. E nel chiaro-scuro di queste vite di confine e di schiere di caseggiati di quartiere, il suo muralismo è diventato la pacifica arma civile di un manifesto di riscatto sociale. Il baricentro ideale dal quale le sue opere si sono diffuse a raggiera, internazionalizzate e museificate, ma con un magnetismo circolare alla fine sono quelle che ritornano sempre al loro punto di partenza, a casa, nei vulnerabili e contraddittori luoghi che più hanno bisogno di riqualificazione, di punti di riferimento e di simboli di resistenza, risveglio e speranza. Barra, Ponticelli, San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Scampia, Forcella, Quarto. Ritornano sulla strada ad essere arte del popolo e per il popolo con i suoi messaggi di condivisione e comprensione universale.



I volti iper-realistici che troneggiano nella loro imponenza sono marchiati da due linee che sembrano quasi unirsi a formare una lingua di fuoco a due punte, segno distintivo che arde sulle guance di questi guerrieri uniti nella stessa lotta, che poi lotta non significa necessariamente spargere sangue, ma destare alla riflessione le coscienze dormienti, indifferenti o semplicemente impaurite. Jorit ha così (r)accolto nella mappa della sua tribù urbana attivisti, difensori dei diritti umani, sportivi, musicisti, politici, intellettuali e sognatori, quelli che hanno pagato con la vita la speranza di un mondo migliore e quelli che, nonostante tutto, continuano a crederci, quelli che hanno lottato per abbattere le disuguaglianze e quelli che di discriminazione, invece, sono morti. Una galleria di visi, che vestono di nuovi panni facciate nude e spoglie, e di occhi, che parlano di rivoluzioni che inneggiano al diritto di essere uomini, umani ed uguali, come quelle di Nelson Mandela, Antonio Gramsci, Che Guevara, Angela Davis, Rosa Parks, Martin Luther King, Muhammad Alì, Pier Paolo Pasolini, Antonio Cardarelli, Ilaria Cucchi.



Nella grande famiglia allargata dell’ex scugnizzo d’oro, come ad alcuni piace chiamarlo, a fare squadra non troviamo solo personalità di pubblica piazza, ma anche gente qualunque, gente del popolo, anonimi ai più o tristemente noti per aver “barattato”, loro malgrado, un pezzo di cronaca con la vita come  Luana D’Orazio, morta sul lavoro a soli 22 anni, Davide Bifolco, il ragazzino del Rione Traiano assassinato dalle forze dell’ordine al termine di un inseguimento, Marcello Torre, il sindaco che ha perso la vita per mano della camorra, George Floyd ucciso dalla polizia a Minneapolis, e ancora Niccolò, il bambino autistico, Kukaa, il piccolo migrante morto con la pagella in tasca, e Ael, soprannominata la Zingarella, volto della comunità rom e simbolo di inclusione sociale come recita il titolo del murale “Tutt’eguale song ‘e criature”. E forse proprio loro, speranza di futuro, sono la chiave di tutto come trasuda nella bellissima opera in bianco e nero intitolata “I Sogni” e a loro Jorit dedica un pensiero: “i bambini nascono tutti uguali e hanno tutti diritto alla salute, al cibo, all’istruzione, a una casa e a provare a realizzare i propri sogni. I sogni dei bambini sono un buon motivo per lottare e per sacrificare tutto in favore di questa causa, perché sono innocenti e indifesi e sono i “grandi” che devono lottare per loro”. Perché “se è tempo di cambiare il mondo” forse bisogna partire proprio da qui, dalla parte migliore di noi.

Artisti milanesi under 30: Marco Vignati

Si è inaugurata lo scorso 28 maggio, nelle sale nobili di Palazzo Cusani, la mostra Tramestio, a cura di Michael Camisa e Sophia Radici. I protagonisti sono tre artisti milanesi under 30: Davide Ausenda (1994), Alice Capelli (1997) e Marco Vignati (1994). L’immaginario collettivo ha subito un cambiamento: la pandemia di COVID-19 ha costretto una riprogrammazione quotidiana delle nostre azioni generali, vincolate all’interno delle proprie abitazioni per diversi mesi. Le generazioni Millennials e Post-Millennials hanno visto i propri sogni spegnersi ulteriormente a causa dell’obbligo a rimanere fermi, nonostante la loro mente non lo sia mai stata. L’ambiente domestico è diventato
così sia prigione, sia officina creativa: ricordi, ambizioni, perplessità si sono mischiati tra loro. La mostra è una risposta al ribaltamento epocale che ogni individuo ha vissuto e che continua a vivere. Le alterazioni hanno colpito la dimensione spaziale, nella quale pubblico e privato sono diventati un tutt’uno all’interno di un tempo sospeso nel quale abbiamo udito un costante rumore di fondo: il tramestio.

Scopriamo qualcosa in più attraverso un dialogo con uno dei protagonisti, Marco Vignati, che ci racconta della mostra e del suo percorso.

Raccontami il tuo percorso e come sei approdato all’arte e alla fotografia

Credo che tutto sia nato molto presto, fin da piccolo. Parlando però concretamente già dall’inizio delle superiori ho capito che avrei voluto fare tutt’altro. Durante quei cinque anni mi sono approcciato quasi casualmente alla fotografia e da lì ho capito che avrei voluto continuare il mio percorso all’interno di essa. Diplomato, ho frequentato il corso di arti visive/fotografia presso L’Istituto Europeo di Design di Milano durante il quale ho iniziato a collaborare come assistente per alcuni fotografi, dalla moda allo still-life. Ho continuato dopo la laurea triennale a lavorare come fotografo di moda e still-life. Nonostante il mio corso fosse incentrato sulla fotografia di moda, il mio interesse per la si è sempre mosso verso l’utilizzo semantico dei principi costitutivi del mezzo stesso. Una ricerca che utilizza l’immagine fotografica, ma che è assolutamente distante dalla “fotografia” in quanto prende forma attraverso installazioni.


Cosa significa per te Tramestio?

Credo sia ciò che sia successo (e sta ancora succedendo) a Palazzo Cusani. Tre artisti e due curatori tutti under trenta, Un palazzo storico nel cuore di Milano. È stata un’opportunità meravigliosa e ci siamo subito adoperati per creare contenuti che fossero da un lato qualcosa che scuotesse, dall’altro che riuscissero a coesistere con il circostante. Per me è stata la prima vera occasione per mettere in mostra il mio lavoro. Chiaramente un onore.



Il tuo lavoro è a metà strada tra l’installazione e la fotografia, come è nato questo approccio?

Il mio interesse appunto fin dall’inizio dello IED si è subito spostato verso l’utilizzo della fotografia in maniera performativa/installativa. Questo sono riuscito ad unirlo a piccoli lavori di “artigianato” che ho sempre fatto, fin da piccolo, nel laboratorio di mio nonno. Ho preso molti spunti che riguardavano la mia infanzia e crescita e li ho uniti a quello che desidero raccontare ora.



Il tuo rapporto con la memoria e il tempo, tra recupero e negazione

Il discorso della memoria legato al tempo chiaramente passato mi ha sempre affascinato, un interesse quasi ancestrale. Il fatto che poi abbia portato avanti la strada della fotografia sicuramente ha fatto coincidere questi due aspetti che in qualche modo parlano della stessa cosa ma sono anche all’opposto. Da un lato l’immagine fissa ciò che è appena successo, dall’altro nel momento stesso in cui avviene inizia il suo processo di storicizzazione che impone il trascorso temporale. In un certo senso, attraverso l’installazione 002 (lo “scrigno”), ho fatto in modo che ogni fruitore possa contribuire al cambiamento costante di un’immagine fotografica. In questo senso il tempo diventa a sua volta parte costituente di quell’immagine, strettamente legato a ciò che volevo comunicare con l’immagine inserita all’interno dell’opera stessa.



Quali i tuoi materiali preferiti per le installazioni e che significato hanno per te?

Ferro, cemento e legno sono materiali che ho sempre usato e visto usare durante le estati e le vacanze invernali nel laboratorio del nonno. Mi è sempre piaciuto poter essere in grado di modellare e creare oggetti con le mie mani, potrei dire che è stato un passaggio scontato. Le installazioni presenti vedono come protagonisti effettivamente questi materiali che ho usato in realtà più per appesantire le strutture e quindi parlare la stessa lingua rispetto al concept dell’opera. Pensiero e ricordo pesante nel personale, e pesante concretamente già solo come immagine.

I social media contribuiscono a comunicare anche l’ arte e il tuo lavoro? Memoria o dispersione?

Ho provato a comunicare questo tramite social, ma ho riscontrato davvero poco seguito. Posso aver sbagliato la modalità così come può essere che il mezzo stesso non sia fatto per questo tipo di dinamica. I social chiaramente li uso, li apprezzo e ne capisco il valore ma non sono un grande fan.



Sogni e progetti imminenti…

Per il futuro credo semplicemente che tutto ciò che è stato realizzato quest’anno sia la base di un percorso. Non è che il primo passo in fondo. La prima vera mostra. Da qui a fine anno ci saranno altre novità, nuove mostre e collaborazioni con altri mondi creativi.

SCOPRI DI PIU’ SULL’ARTISTA

La luna brilla su Firenze con la video installazione “Lunae Lumen” dell’artista Felice Limosani

Dal 29 giugno al 10 luglio 2021, nella magnifica cornice barocca della città di Firenze sarà possibile visionare l’ultima installazione multimediale dell’artista toscano, Felice Limosani, dal titolo “Lunae Lumen”. Un’opera che racconta il processo creativo di un autore tra i più influenti della Digital Humanities italiana. “La luce della Luna” è un vero e proprio spettacolo visuale, leggero e sognante, reso più viscerale ed evocativo attraverso la narrazione inconfondibile del Maestro d’orchestra, Beatrice Venezi.
Il luogo deputato della mostra, al quale si può accedere su prenotazione scrivendo a [email protected], è l’IQOS Boutique in Via della Vigna Nuova 48/R. Il distaccamento italiano di Philip Morris, compagnia statunitense attiva nell’industria del tabacco dal 1847, si rende promotore di questo appuntamento continuando, così, a sostenere l’arte. Diverse, infatti, sono state le iniziative volte a
sostenere e promuovere i pionieri della scena artistica italiana tra cui: game changers, artisti e pensatori appartenenti a discipline diverse.

Felice Limosani, Credits: Massimo Listri


Con “Lunae Lumen”, Philip Morris sostiene la Digital Humanities, in altre parole l’interazione tra discipline umanistiche e informatica. Già diffusa nel mondo dagli anni ’40, la digital computing sbarca in Italia solo nei primi anni del 2000 trovando terreno fertile nei poli univeristari di Bologna e Siena. Le prerogative di questa disciplina sono la ricerca, l’analisi e la divulgazione di un determinato argomento, su base informatica.


Questa, se applicata all’arte, produce risultati sorprendenti andando a modificare, nei suoi geni, l’atto creativo di un’opera d’arte.
Promotore in Italia è Felice Limosani, esperto di avanguardie espressive nonché di linguaggi moderni. Nelle sue opere è sorprendente lo studio sul pensiero umano. Le sue creazioni, alcune su commissione, sono state esposte al Louvre Parigi, Miami Art Basel, The White Chapel Gallery Londra, Comune di Milano Veneranda Fabbrica del Duomo, Palazzo Strozzi, Palazzo Vecchio e Accademia di Firenze, Accademia di Francia Roma, Triennale di Milano e Padiglione Mies Van der Rohe Barcellona.