‘L’altra forma delle cose’, la nuova installazione di Emilio Vavarella a Casa Zegna

Un bosco in pixel, raccontato sulle lane pregiate di capre di Bielmonte, sui tessuti realizzati a San Patrignano e perfino su filati sintetici, ottenendo risultati e suggestioni dal diverso impatto emotivo. È l’opera di Emilio Vavarella L’altra forma delle cose, basata sulla ricerca di un equilibrio tra un concetto, un’idea e la sua formalizzazione (il codice genetico dell’abete rosso nel caso specifico).

Un’opera che trae e restituisce energia dal percorso che Ermenegildo Zegna ha portato avanti nel corso della sua vita dando vita a tutta la panoramica che sovrasta la fabbrica, al fine di poterlo condividere con la gente del luogo e con tutti coloro che desiderano visitarlo, favorendo quel processo armonico tra bellezza del paesaggio e ricerca artistica, anche attraverso il coinvolgimento dei talenti di nuova generazione.

Casa Zegna opere d'arte
Emilio Vavarella davanti all’opera esposta nella sede del marchio

Un’impresa ambiziosa in cui è riuscito, non senza il costante impegno di una squadra di esperti nella gestione del territorio, sia dal punto di vista ambientale che culturale” racconta Anna Zegna – terza generazione di una famiglia che ha portato avanti il lavoro iniziato dal fondatore con coerenza e passione, proseguendo il percorso in chiave sempre più evoluta. Dal suolo alla vegetazione variegata dei boschi, un vero e proprio ecosistema realizzato attraverso un team aggiornato di biologi, paesaggisti, geologi, fino a un gruppo di esperti specializzato sulle sorgenti, per arrivare alle iniziative culturali. Una filosofia che non è altro che il frutto della lungimiranza e dell’ispirazione di Ermenegildo Zegna che si evolve, ancora oggi, in un rinnovato punto di vista tecnologico e in costante dialogo con il cambiamento culturale della generazione contemporanea.

Casa Zegna – arte e ricerca nel suo Dna

L’attività di famiglia, fortemente connessa con il tema dell’arte e della bellezza, viene raccontata per la prima volta da Ettore Olivero Pistoletto – padre di Michelangelo. A quell’epoca Ermenegildo Zegna chiamò l’architetto Otto Maraini, il nonno di Dacia, per progettare la sua villa e il paesaggista Pietro Porcinai per il giardino. Due eccellenze per aiutarlo a creare la sua grande opera, in stretta comunicazione con la sua azienda e col territorio che egli contribuì a rendere incantevole, attraverso una visione democratica dell’arte, perché potesse uscire dai musei ed entrare in osmosi con la vita delle persone.
Un ecosistema sostenibile immaginato dalla personalità visionaria di Ermenegildo Zegna, il cui percorso continua attraverso il dialogo con Città dell’Arte e Fondazione Pistoletto.

Zegna opere d'arte
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella


Ogni progetto artistico che nasce in questo luogo si lega all’altro, come membri di una famiglia, connessi da un unico Dna. Così è stato per il progetto Zegna Forest, nato per rinnovare tutto l’impianto dei boschi di vecchia generazione, grazie al supporto di Ilaria Bonacossa che crea l’occasione, per Anna Zegna, di entrare in contatto con Emilio Vavarella e – sempre a proposito di boschi – sviluppare il progetto L’altra forma delle cose (AAS47692 / Picea abies). Dove tutti vedono cortecce e foglie, lui visualizza e formalizza dati che si estendono su lane di capre Bielmonte che pascolano all’interno dell’Oasi, o su un tessuto di San Patrignano con cui il marchio collabora da tempo, creando un dialogo di continuità tra la materia, il contenuto dell’opera e il loro luogo di provenienza. E chi l’avrebbe mai detto che nell’origine della parola “code” si nasconda il significato di “cuore del tronco dell’albero”.
Un’operazione che si rivela in un’espansione di possibilità espressive e trova soluzioni diverse a seconda dei materiali usati, perfino le fibre di polimeri sintetici.

L’opera di Emilio Vavarella


Un percorso dinamico quello di Emilio Vavarella, che fa seguito a Genesis -The other shape of me. Una video installazione che “documenta un lungo processo performativo durante il quale un grande tessuto che codifica e contiene tutte le mie informazioni genetiche viene prodotto da mia madre utilizzando uno dei primi computer della storia, il telaio Jacquard. Focalizzandosi sui piccoli gesti di mia madre, e sui movimenti automatici del telaio meccanico, ‘Genesis’ offre una riflessione sul rapporto tra vita, informazione e riproducibilità tecnica, e sulla relazione tra vita biologica, meccanica e computazionale” – racconta l’artista.
Un’intuizione che diventa opera d’arte, con un concept forte che chiude il cerchio di un ciclo vitale, collegandosi all’origine del primo computer che guarda caso trattasi di un telaio tessile.
E sul tessuto, la forma d’espressione che fa da trait d’union tra l’umano e l’evoluzione tecnologica, Emilio Vavarella riporta il codice genetico della natura: come una triade già rodata che si ripresenta in una forma nuova.

Emilio Vavarella
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella

Un lavoro interdisciplinare che agisce su diversi campi di ricerca, che sceglie di usare sempre materiali diversi in ogni sua opera e qualora si trovi a usare lo stesso materiale, lo fa comunque in modo diverso.
Vavarella si reputa un rinascimentale che non mette, però, l’uomo al centro della sua ricerca, ma il risultato dell’azione umana che è riposta nelle relazioni tra l’ambiente e l’azione umana. Il valore umanistico della tecnologia, programmata per codificare una visione personale della natura. Un’epigenetica che trova espressione nell’ironia di codificare qualcosa di così potente e onnicomprensivo.

Sara Ventura, fitness e arte al servizio del benessere individuale

Chi l’ha detto che le palestre debbano essere luoghi funzionali (all’allenamento) ma, tutto sommato, asettici, standardizzati, una successione di ambienti con macchinari, musica sparata e schermi perennemente accesi? Non la pensa così Sara Ventura: ex tennista con 15 titoli italiani nel proprio palmarès, fitness coach, autrice del libro A testa alta (dal sottotitolo wildiano, programmatico, Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore infinita), è una convinta sostenitrice dell’assioma secondo cui corpo e spirito formano una monade inscindibile, dunque non può esistere benessere fisico senza quello interiore, e viceversa.

Sara Ventura fitness
Sara Ventura nel suo spazio in Ripa di Porta Ticinese, a Milano (ph. Vincenzo Valente)

Sara Ventura Art and Body, tempio del benessere fisico e spirituale

Luogo deputato alla concretizzazione di tali principi è Sara Ventura Art and Body in Ripa di Porta Ticinese, a Milano, struttura di 500 metri quadri dall’aspetto post-industriale, pensata come un connettore tra universi diversi eppure affini, aperta a eventi fashion, mostre, shooting, produzioni video o musicali.

Un métissage, quello tra allenamento e arte, che può suonare insolito, per usare un eufemismo; lei però lo reputa del tutto naturale, se infatti le si chiede come e perché abbia pensato di combinare i due mondi, risponde di essersi «sempre interessata all’arte, alla pittura in particolare, fin da piccola mi divertivo con colori e pastelli, realizzavo murales… Una volta smesso con lo sport agonistico, ho ripreso questo lato artistico, frequentando un’accademia, quindi ho deciso di aprire una palestra che unisse le mie passioni».

Luce, silenzio e artwork in uno spazio polifunzionale

Ha le idee chiare, Sara, soprattutto sul corpo, visto come «un’opera d’arte, da cesellare – e celebrare – in un contesto scandito da silenzi, luci, installazioni artsy, ideale per le sessioni di training, certo, ma che può ospitare ogni tipo di evento. Ne ho sviluppato personalmente l’estetica, fin nei minimi dettagli, mantenendo l’anima industrial (era una fabbrica di bastoni, ndr) e facendone un ambiente multifunzionale, dove i clienti possano allenarsi circondati da artwork».
Il fitness, a suo parere, non è mai stato tanto in auge, tuttavia «è inflazionato, quasi ovunque si preferisce la quantità alla qualità, con posti pieni di gente su file infinite di macchine, io invece voglio concentrarmi sulla cura del movimento, anche visiva, sul training personalizzato che dia valore alla persona, rispettandone tempi e spazi, tirando fuori il meglio da ognuno».

Sara Ventura Milano
Sara Ventura (ph. Vincenzo Valente)

«Il benessere – prosegue – passa necessariamente dalla consapevolezza della propria corporeità, per acquisirla bisogna dedicarcisi a fondo». Lo sguardo si posa sulle tele appese alle pareti, «alcune sono mie», specifica, «le ho realizzate negli anni dell’accademia o in quelli seguenti, dipingere è una forma di meditazione. Qui generalmente organizzo delle mostre itineranti, adesso, dopo il Covid, stiamo ripartendo».

Allenamenti “tailored” che si avvalgono della collaborazione con Rossella Migliaccio

C’è tempo per introdurre la novità più recente di Sara Ventura Art and Body, un format innovativo che si avvale delle riflessioni di Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che, dopo averci edotto sui poteri dell’armocromia, nel 2020 si è occupata di body shape col saggio Forme, classificandone sei – a triangolo, ovale,  a clessidra, a mela… – e inquadrandole in un sistema che aspira a valorizzare l’unicità di ciascuna. Partendo da qui, Sara «porta l’allenamento “su misura” nel lavoro di gruppo, con classi – per ora esclusivamente femminili – differenziate in base alle tipologie di fisico e percorsi che hanno l’obiettivo non di cambiare il corpo, ma di stabilire un’armonia con ogni sua forma».

«Si possono così mettere a punto soluzioni mirate anche nei corsi collettivi, mentre nelle palestre di solito si propone a tutti la stessa formula, uomini di cinquant’anni e ragazze 20enni, persone alte e basse si ritrovano ad allenarsi in modo identico. I miei programmi, al contrario, rispecchiano appieno la mia filosofia di non omologazione, centrata sulla singola personalità». Marina Abramović, Bruce Nauman, Urs Lüthi e altri insigni esponenti della body art, propugnatori dell’idea di corpo come veicolo artistico privilegiato, approverebbero senz’altro.

Sara Ventura art e body
Ph. Vincenzo Valente

Credits

Photographer Vincenzo Valente

Make-up Maddalena Brando @simonebelliagency

ItalianCreationGroup protagonista alla Milano Design Week con FontanaArte, Driade e Valcucine

La Milano Design Week torna ad animare il capoluogo lombardo e lo fa in grande stile, provando a lasciarsi alle spalle un biennio tormentato. Non è da meno ItalianCreationGroup, presente al Salone del Mobile (nonché all’appendice imprescindibile del Fuorisalone) con tre dei suoi quattro brand d’eccellenza, FontanaArte, Driade, Valcucine. Il primo, d’altronde, celebra quest’anno il 90° anniversario ed entra a far parte del registro speciale dei marchi storici di interesse nazionale, istituito dal Mise.

Fontanaarte light art
Una vista della mostra FontanaArte, 90 Years of Light and Art, fino al 12 giugno nello spazio di via San Marco 26
Fontanaarte mostre
L’allestimento della mostra (sulla destra, lampade FRENESI, disegnate da Studiolucaguadagnino)

FontanaArte in mostra, tra pezzi d’archivio e un’exhibition fotografica

Nata a Milano nel 1932 da un’idea di Gio Ponti, FontanaArte è divenuta nel tempo un’autentica istituzione dell’illuminazione decorativa italiana, potendo vantare oggetti assurti al rango di icone del miglior design tricolore. Per l’occasione, si regala FontanaArte, 90 Years of Light and Art, realizzata dal direttore artistico Francesco Librizzi col contributo di Pupilla Grafik, esposta nello spazio di via San Marco 26, che consta di diversi progetti speciali. In primis, l’exhibition fotografica di Roselena Ramistella che, in tandem con Zero, dà la propria interpretazione del concetto di luce, cuore pulsante dell’azienda, che non è questione solo di lumen, bensì di capacità e appeal; da qui i ritratti di personalità di spicco, capaci di far brillare concetti e storie (Stefano Boeri, Nina Yashar, Edoardo Tresoldi, Venerus per citarne alcune). Ci si ricollega così idealmente alla storia aziendale, intrecciata da sempre con quella di figure del calibro di Gae Aulenti, Max Ingrand, lo stesso Ponti.

FontanaArte, 90 Years of Light and Art svela inoltre un’anticipazione dell’archivio storico del marchio, rimasto finora “sommerso”; un corpus eccezionale di immagini, progetti, miniature, registri e documenti, riportati alle luce grazie a un certosino lavoro di recupero, catalogazione e valorizzazione dei materiali. Si tratta di un primo nucleo di 580 oggetti, un compendio dell’attività dei maestri del design che hanno reso la maison l’icona che è oggi. L’archivio, in formato digitale, è supportato dalla presenza di alcune storiche proposte FontanaArte fornite dalla Casa d’Aste Cambi, “meravigliosi pezzi originali degli anni ‘30 e ‘50” – li definisce Librizzi – posti in continuità con le novità presentate alla MDW.

Le nuove proposte di FontanaArte

Fontanaarte lampada novità
FRENESI, design by Studiolucaguadagnino (ph. Giulio Ghilardi)

Il quadro si completa, infatti, con quattro new entry: la lampada da parete FRENESI, disegnata da Studiolucaguadagnino (fondato dal regista già candidato all’Oscar nel 2017), rivisitazione in chiave contemporanea degli stilemi art déco, caratterizzata da morbide increspature in vetro, che emanano una luce morbida all’interno della struttura angolare; OORT di Jacopo Roda, linee luminose posizionate in cilindri, combinabili a piacimento in un sistema pressoché infinito di forme e posizioni; THEA (design by Gabriele e Oscar Buratti), famiglia di lampade con doppia calotta, trasversale alle tipologie di applicazione; TUTTI, chandelier-installazione di Matilde Cassani Studio, un trionfo degli opposti risultante dalla serie di sagome appese dell’opera, a simboleggiare un mondo di contraddizioni e contrapposizioni.

Fontanaarte nuove lampade
TUTTI, design by Matilde Cassani Studio

Le collaborazioni “pop” di Driade

Alla Triennale va invece in scena o meglio, On Stage (come da titolo dell’ultima collezione) Driade, con un’operazione che mescola progettazione, intrattenimento e arte, in linea col carattere di laboratorio estetico votato al bello della griffe, che trascende i confini canonici di architettura e design e persegue il dialogo, la contaminazione tra differenti linguaggi creativi, accomunati dalla ricerca continua dei più alti valori estetici.

Il brand volge dunque lo sguardo ai fenomeni pop emergenti, chiamando a collaborare quattro nomi provenienti da ambiti eterogenei, ossia Marcelo Burlon, Sfera Ebbasta, Omar Hassan e il gamer e content creator Pow3r, autori di altrettanti progetti inediti, sotto la guida dell’art director della label Fabio Novembre. Nello specifico, lo stilista firma Edaird, specchio d’ispirazione tribale, un anello di congiunzione fra terra e cielo dell’Argentina, patria di Burlon. Il rapper da milioni di ascolti, invece, personalizza la chaise longue Cocky, seduta decisamente sopra le righe, che rispecchia appieno lo stile del personaggio. Hassan realizza l’arazzo PiùDiUno, sintesi perfetta di ricerca e azione che omaggia l’arte contemporanea, mentre Giorgio Calandrelli (meglio conosciuto come Pow3r, pro player in forza al team di e-sports Fnatic) condensa nel pouf Arcad3 la sua passione per il gaming, concepito come un’evoluzione nell’ambiente domestico delle sale giochi di un tempo. Novembre parla a riguardo di “collaborazione di quattro amici che […] danno forma ai loro pensieri”, certificando come “la creatività nasca dall’interazione tra discipline diverse”.

Sfera Ebbasta design
Cocky di Sfera Ebbasta (ph. Iacopo Barattieri)
Driade milano design week 2022
PiùDiUno, Omar Hassan (ph. Iacopo Barattieri)

Le novità di Valcucine, all’insegna della sostenibilità

La partecipazione di Valcucine, infine, è all’insegna della sostenibilità con Sustainability beyond Space and Time, che ribadisce l’impegno della casa verso una produzione green. Si spiega così anzitutto il Percorso Fuorisalone: LEED Buildings in Milan_ che tocca (pregevoli) edifici LEED progettati da GBPA Architects, Tectoo, One Works e altri. Quindi la mostra LE3DERS nel rinnovato showroom Valcucine a Brera, con modelli architettonici di noti studi internazionali in versione 3D, visualizzati attraverso un’esperienza AR. Nella stessa sede viene presentato anche il nuovo percorso espositivo e le novità di prodotto coi relativi crediti LEED v4.1.

Valcucine Artematica
Artematica Soft Outfline

Innovative soluzioni estetiche e funzionali sono poi state applicate ai modelli di punta del marchio. Fanno il loro debutto Artematica Soft Outline, un blocco unico che coniuga linee soft e volumi puri, mantenuti elegantemente in equilibrio; e Riciclantica Outline, sintesi estrema di dematerializzazione che tiene insieme armonia formale e cura dei particolari; una cucina simbolo dell’evoluzione tecnica dell’azienda, progettata per avere il minimo impatto ambientale.

Valcucine cucine 2022
Riciclantica Outline

Tutte le immagini courtesy of ItalianCreationGroup

Nell’immagine in apertura, uno scatto della mostra FontanaArte, 90 Years of Light and Art 

‘AB Infinite 1’, l’opera in divenire di Andrea Bonaceto con DART Milano alla Permanente

È l’ultima installazione che porta la firma di Andrea Bonaceto, da pochi giorni esposta al Museo della Permanente di Milano. Il titolo AB Infinite 1 – oltre a richiamare le iniziali dell’artista – fa riferimento all’NFT reportage della vita dell’artista, un viaggio immersivo che va ab infinito, all’origine (simboleggiato dal numero 1), in cui il pubblico diventa parte integrante dell’opera, attraverso le sue interazioni operate registrando il proprio account sul sito web www.abinfinite1.com e includendo sui propri canali social Instagram e Twitter l’hashtag #abinfinite1. Un approccio interattivo rivoluzionario che fonde le esperienze quotidiane degli utenti con l’opera d’arte di Bonaceto, grazie al sistema della blockchain Algorand.

AB Infinite 1, Andrea Bonaceto

L’opera, presentata per la prima volta a Londra il 16 maggio in un’installazione interattiva che ha avvolto interamente l‘esterno dell’edificio del flagship store di Flannels a Oxford Street, si trova adesso in esclusiva in Italia, grazie al supporto di DART, per poi continuare il suo tour in giro per il mondo ed infine essere battuta all’asta. AB Infinite 1 rappresenta in maniera esplicita e concreta la filosofia dell’artista, nella sua visione democratica e inclusiva in cui tutti proveniamo dalla stessa fonte e nel valore dell’opera d’arte come espressione di un ciclo vitale in continuo mutamento, alimentato dall’ideatore quanto dal suo fruitore.

Gli abbiamo posto qualche domanda, per conoscere più da vicino il suo punto di vista su una società in rapida evoluzione.

Andrea Bonaceto (ph. Alice Ambrogio)

Intervista all’artista Andrea Bonaceto

Come e perché sei arrivato a realizzare opere NFT?

È stato un processo molto organico e naturale. Ho cominciando lavorando su carta da stampante con matite e pennarelli. Successivamente, sono passato a colori acrilici su tela e cartoncino. Dopo essermi reso conto che i colori acrilici hanno una forte uniformità cromatica, ho pensato che il medium digitale potesse rendere giustizia alle mie idee. Ed è successo nel 2019 e 2020, i primi anni in cui gli NFT cominciavano ad affacciarsi sul mondo dell’arte. Ho subito compreso la portata del cambiamento apportata da questa nuova tecnologia, è stato allora che ho realizzato le mie prime opere NFT.

Ci racconti il tuo rapporto tra arte fisica e digitale? ti servi di entrambe e le fai convivere o preferisci lavorare direttamente in digitale?

Lavoro sia nell’ambito dell’arte fisica che di quella digitale. Le mie prime opere acriliche sono state una serie di paesaggi astratti e 33 ritratti di amici e familiari. Tuttora alterno opere digitali ad opere fisiche. Mi piace la dimensione plastica della creazione dell’opera fisica, in cui il colore si può toccare con mano ed ha uno spessore. L’opera fisica però non permette una rappresentazione su larga scala e non ha quella dinamicità che può avere il corrispettivo digitale. Interpreto l’NFT come un altro strumento creativo che mi permette di rendere l’opera digitale ancora più unica, potendo farla influenzare da ogni tipo di input a mia discrezione.
In sintesi, sia il mondo fisico che digitale sono interessanti per me. Entrambi hanno le loro peculiarità e caratteristiche. Ma è molto importante per me spaziare fra questi due mondi. Lavorando su una dinamicità che offre continuamente nuovi spunti creativi. 

AB Infinite 1, Andrea Bonaceto

In che modo è cambiato il rapporto col mercato e le gallerie?

Le gallerie hanno sempre un ruolo importante ma quello che è cambiato è il rapporto di forza fra la galleria e l’artista. Nell’ambito digitale NFT gli artisti hanno la possibilità di avere un contatto diretto con i loro collezionisti. La galleria in questo caso non è più la sola garante delle interazioni con i collezionisti, ma è l’artista stesso a costruire il suo rapporto diretto con il suo pubblico. Il ruolo della galleria, quindi, diventa quello di ampliare questo gruppo di interesse che già l’artista ha, ed elevare il suo profilo sia da un punto di vista di visibilità che concettuale.

Quali sono i metaversi con cui preferisci lavorare e per quale motivo?

Il metaverso io lo definisco come un mondo digitale basato sul database decentralizzato della blockchain, in cui è possibile interagire con tutto ciò che ci circonda, come facciamo nella vita di tutti i giorni nel modo reale. Fra i metaversi di prima generazione menzionerei Somnium Space, che permette anche un’esperienza di realtà virtuale, ma anche Decentraland e Cryptovoxels. Non ho lavorato direttamente con loro, ma diverse mie opere sono costantemente esposte in questi ambiti. 
Qualche mese fa, ho avuto la possibilità di collaborare con un piccolo metaverso focalizzato principalmente sul settore dell’arte che si chiama Arium: lì ho creato la mia galleria personale sotto forma di una piramide bianca, con la punta dorata, e ho invitato alcuni miei collezionisti a visitarla per vedere le mie opere. Da un punto di vista grafico è un’esperienza ancora embrionale, però è stato interessante sperimentare.
Un metaverso di seconda generazione che prova a migliorare molto il lato grafico è ad esempio Mona Gallery. Dobbiamo anche osservare da vicino grandi società come Epic Games, Meta e altre che stanno lavorando al loro metaverso. La mia speranza è che queste esperienze, che hanno sicuramente un grande valore da un punto di vista grafico e di facile utilizzo, mantengano l’ethos di decentralizzazione e trasparenza proprio della tecnologia blockchain.

L’opera di Bonaceto alla mostra DART 2121. NFT ART OF THE FUTURE, al Museo della Permanente

Come immagini un futuro nell’arte in evoluzione, visto dove siamo arrivati in questo momento?

Gli NFT e la blockchain costituiscono il cambio di paradigma più importante della nostra generazione. L’arte è solo la punta dell’iceberg di questo cambiamento, verrà sublimata verso una dimensione più politica e sociale. In un mondo in cui automazione, robotica ed intelligenza artificiale stanno crescendo in maniera esponenziale, dobbiamo strutturare una società in cui gli individui esistono per quello che veramente sono, in maniera autentica. 
Questo è il compito dell’arte – liberare l’individuo dalle sovrastrutture imposte dalla società in un modello preistorico, che vuole ognuno di noi vivere in una dimensione puramente operativa, unidimensionale e non autentica, con l’unico scopo di ricoprire una certa mansione all’interno della società. Già oggi, e sempre di più in futuro, queste mansioni verranno prese in carico dall’automazione che robotica ed intelligenza artificiale porteranno. Questa non è una mia opinione ma un dato di fatto. 
Quindi voglio immaginare un futuro in cui l’arte è un mezzo e non un fine. Viviamo già una fase in cui interpretare l’arte solo come un fine è anacronistico. Arte vuol dire essere coerenti con se stessi – è lo strumento attraverso il quale gli individui possono ottenere gradi sempre maggiori di libertà, che io credo sia il fine più alto dell’essere umano. NFT e blockchain sono solo un mezzo per velocizzare questo cambiamento già in atto.

AVASIM E SLOW FLOW INSIEME PER LA VALORIZZAZIONE DELLE ANTICHE CULTURE ITALIANE

Due pomeriggi di eventi, tra incontri, conversazioni, cooking show e degustazioni, dedicati agli antichi semi italiani, per riscoprire e valorizzare un patrimonio unico, materiale e immateriale. 

AVASIM, l’Alleanza per la Valorizzazione delle Antiche Sementi Italiane e del Mediterraneo, –consorzio internazionale che accoglie e aggrega tutti gli attori delle filiere agroalimentari delle antiche sementi italiane, dalla cerealicola a quella orto-frutticola, dalla vitivinicola alle erbe aromatiche, dalle oleose alle officinali-  in collaborazione con Slow Flow srl (società di comunicazione attiva nel settore culturale e della sostenibilità) promuove domenica 15 e lunedì 16 maggio al The Box, dell’Excellence Academy di Roma, il Salotto MAMA.SEEDS degli antichi Semi, Colture e Culture Italiane e del Mediterraneo. 

Non una tradizionale fiera del prodotto tipico di qualità- anche se non mancherà una selezione di prodotti d’eccellenza- ma un evento multidisciplinare gratuito e aperto alla partecipazione del pubblico, che vuole essere un’occasione di incontro e scambio tra docenti universitari, esponenti della business e della legal community, intellettuali, artisti, produttori “eroici” e contadini custodi, in un clima di grande informalità. L’obiettivo è quello accendere i riflettori su un settore di importanza cruciale per il Paese, quello delle antiche sementi autoctone italiane e dimostrare come l’arte, il design e la moda, eccellenze italiane nel mondo, siano legate a doppio filo con la memoria storica delle antiche colture e culture.

Basti pensare infatti che il 25% della biodiversità agraria presente in Europa è costituita dall’agrobiodiversità di una sola regione italiana, la Sicilia, per comprendere quanto innumerevoli siano le potenzialità, non soltanto per il comparto dell’agroalimentare, ma per il rilancio dell’economia del Paese.

Sulla base di queste considerazioni e nella convinzione che “l’heritage seeds economy abbia il potenziale, a oggi in larga parte ancora inespresso, attraverso AVASIM, “stiamo promuovendo una proposta di legge con l’obiettivo di riconoscere e qualificare la natura originaria ed autoctona delle antiche sementi, il cd. MADE IN ITALY DEI SEMI, proteggerle da fenomeni di “italianità” fittizia e, in quanto patrimonio della collettività, dalla possibilità di brevettazione. Una norma che protegga non solo il processo di trasformazione enogastronomico italiano, ma ciò che vi è alla base, i nostri semi autoctoni. La tutela legislativa comprenderà un quadro normativo d’insieme che permetta (oltre che di qualificare l’originarietà del seme antico e proteggerlo) l’ingresso dei semi antichi all’interno del patrimonio culturale nazionale nell’accezione di beni culturali, fondamentali della tradizione agroalimentare italiana», spiega Alessia Montani, presidente del Consorzio.

Sul versante della cultura, l’antropologo Paolo Uccello parlerà del suo libro Majaria, in cui le antiche piante sono poste in relazione con la medicina popolare e la magia, il  Comune di Piazza Armerina presenterà l’anteprima del Palio dei Normanni-Edizione 2022, manifestazione medievale in costume, tra le più antiche del meridione d’Italia. 

L’arte contemporanea sarà rappresentata inoltre dagli artisti Solveig Cogliani, Chicco Margaroli, TozioAngelica Romeo, Irem Incedayi, Quirino Cipolla, Giusy Lauriola, e Maria Granzia Pontorno, presenti in fiera con alcune delle loro opere che indagano sugli stretti legami tra l’uomo, la natura e la necessità di recuperare e valorizzare le radici e l’identità nazionale. Per la moda, invece, ci saranno gli outfit del fashion designer Gilberto Calzolari, vincitore del green carpet award, chepongono l’accento sull’importanza della sostenibilità nella moda, a partire dalla materia prima italiana. Calzolari è tra i primi a credere in una moda sostenibile, ma allo stesso tempo glamour. E su questo filone evolutivo di nuova couture è anche Tiziano Guardini, che mixa sapientemente sartorialità̀, innovazione, sperimentazione e ricerca di materiali speciali fortemente sostenibili e cruelty free, lavorazioni speciali, dove etica ed estetica rappresentano il binomio imprescindibile. Per entrambi i designer la Natura è un punto di partenza e di arrivo, trasformandosi in un prodotto sofisticato e contemporaneo. 

Inoltre nei due giorni di evento si potranno conoscere le storie e i prodotti dei produttori “eroici”, che custodiscono e tramandano saperi e i sapori a rischio d’estinzione, come i fratelli Aurelia e Luigi Tonti che continuano l’attività dell’azienda di famiglia dove producono le pregiatissime “OliveDamare”, antiche varietà oleose, raccolte rigorosamente a mano e con il sentore del mare di Puglia; o i fratelli Mazza, che con la l’azienda Vinanti producono il “Singolare” e il “Cerasuolo di Vittoria”, recuperando vitigni reliquia, varietà dismesse che andrebbero altrimenti perdute; l’associazione  “Vigna di Mattia”, che ha prodotto uno spumante Metodo Classico da uve di Nerello Mascalese; il “Ginacria”, nato dagli studi dell’agronomo, Dario Rinaldi che ha selezionate accuratamente le antiche erbe botaniche provenienti da varie zone della Sicilia – foglie di falso pepe, il ginepro dell’Etna la liquirizia, le scorze di arancio e limone e la mandorla. E ancora il “Miele Polara”, azienda nata a Modica nel 1920 dall’apicoltore Giorgio Polara, che ancora oggi produce Miele di Carrubo, antica semenza tipica del Mediterraneo; oppure la birra “Stupor Mundi”, del produttore Michele Solimando, con la linea Costanza d’Altavilla e Enrico VI, realizzata con grani antichi e segale iurmana, varietà vegetale introdotta in Puglia al tempo delle dominazioni normanne. 

Tutti i prodotti saranno alla base delle preparazioni di Paola Bartolucci chef resident all’Excellence Academy, che offrirà due show cooking ispirati all’alimurgia e al foraging.

Obiettivo su MIA Fair

Eventi in rinascita nella primavera che segna maggiore libertà nelle interazioni e vede approdare una nuova edizione di MIA Fair – Milan Image Art Fair, realizzata in tempi record ma ricca di talk, premi e progetti speciali.
Per tutti gli appassionati e i professionisti della fotografia è il luogo dove concentrarsi sulla ricerca e sulla trasversalità dei linguaggi artistici contemporanei, nonché un hub culturale utile a monitorare lo stato dell’arte fotografica a livello globale.

97 gli espositori provenienti dall’Italia e dall’estero, ritrovatisi negli ambienti di SUPERSTUDIO MAXI a Milano, per un’edizione che ha segnato l’ingresso nel gruppo di Fiere di Parma, collocandola tra i fiori all’occhiello delle realtà fieristiche europee.
Il baluardo visivo scelto per rappresentare, dopo Rankin, la manifestazione dal punto di vista iconografico è la giovane artista olandese Larissa Ambachtsheer. Attingendo dalla serie You Choose, I seduce, l’immagine scelta fa parte delle mise en scène, versione still life, che celebrano l’indagine e le influenze cromatiche nell’ambito food, e come le stesse possano essere usate come strumento di manipolazione.

Larissa Ambachtsheer I choose you seduce
ph. Larissa Ambachtsheer

I premi principali dell’edizione 2022

Per tutti gli appassionati, i cultori e i professionisti, quali sono i premi e gli eventi speciali sui quali soffermarsi?

Oltre al cuore dell’intera fiera, rappresentata dalla Main section, la cui curatela è affidata a Fabio Castelli, direttore di MIA Fair, Gigliola Foschi ed Enrica Viganò, advisor, il premio di maggior rilievo è quello istituito da BNL BNP Paribas, suo partner decennale

Marco Lanzetta Bertani
Ph. Marco Lanzetta Bertani
Giovanni Chiamenti a MIA Fair
Ph. Giovanni Chiamenti

Sono state premiate ex aequo le opere Isola di Simona Ghizzoni e Corpo ligneo di Antonio Biasiucci. La prestigiosa giuria afferma “’Isola’ di Simona Ghizzoni racconta, con tre immagini molto forti, il rapporto tra uomo e natura, spesso fatto di coercizione e spesso conflittuale; la natura, allo stesso tempo, rappresenta la salvezza per gli uomini, soprattutto in un momento come quello del lockdown. La fotografia di Biasiucci è un miraggio; un tronco appare trasfigurato e sembra una città abbandonata, la carica metafisica è fortissima così come la capacità tecnica di far emergere da una realtà oggettiva una visione onirica”.

“Entrambi i fotografi – prosegue la motivazione – attraverso il loro obiettivo invitano a guardare con attenzione il mondo attorno a noi e a coglierne i lati nascosti e straordinari”.
Le opere entrano di diritto nella collezione del gruppo BNL BNP Paribas, che ad oggi conta oltre 5.000 lavori.

Antonio Biasiucci fotografo
Corpo Ligneo, Antonio Biasiucci

Si segnala anche il Premio New Post Photography che propone, attraverso uno spazio dedicato, le tendenze più creative e innovative nel mondo della fotografia contemporanea, in qualità di significativa vetrina per giovani talenti, capace di registrare e mettere in luce i cambiamenti in atto.

La kermesse ha ospitato poi la prima edizione del Premio IRINOX SAVE THE FOOD, a cura di Claudio Composti, aperto a progetti sviluppati, ancora una volta, sul tema del cibo in ogni sua forma.

Uno dei prestigiosi partner di MIA Fair è Sky Arte con il suo premio omonimo, assegnato ai fotografi presenti in fiera. Questa edizione la scelta è ricaduta su Delphine Diallo e Ryan Mendoza, che saranno protagonisti dello speciale del canale sulle loro carriere e visione artistica.

Massimiliano Gatti fotografo
Le nuvole, Massimilano Gatti

I progetti speciali visti a MIA Fair

Non da meno la lista dei numerosi progetti speciali come Olympism Made Visible, iniziativa promossa dalla Olympic Foundation for Culture and Heritage per divulgare i valori olimpici grazie alle immagini di Alex Majoli e Lorenzo Vitturi, che documentano il lavoro di organizzazioni, in Brasile e Cambogia, impegnate nello sviluppo sociale attraverso lo sport.

Lorenzo Vitturi fotografo
Ph. Lorenzo Vitturi

Eberhard & Co., altro partner decennale della manifestazione, conferma il proprio supporto con un progetto per la divulgazione di una parte dell’archivio del fotografo Adriano Scoffone (1891-1980). Nello specifico, la sua documentazione della difficoltosa sfida automobilistica Cuneo-Colle della Maddalena,che vedeva tra i protagonisti il mito dell’automobilismo Tazio Nuvolari.

La nuova scelta italiana, invece, è la proposta di BDC, polo culturale di Parma, che mira a valorizzare il lavoro di tre fotografi individuati come gli eredi dei grandi maestri della fotografia italiana, o ancora NEFFIE di Neuro-Estetica Fotografica organizzato dall’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che invita gli spettatori a scoprire e interpretare le complesse dinamiche del pensiero e delle emozioni che scaturiscono di fronte ad un’opera d’arte.

Collaborazioni, attualità e rassegne fotografiche al centro della kermesse

Proiettandoci all’estero ci focalizziamo sulla Galleria Project 2.0 de L’Aia, con il Dutch Talent Pavillion, che sceglie la vetrina di MIA Fair per presentare il dialogo visivo dei 5 fotografi più originali della nuova scena olandese contemporanea: Sanja Marušić, Manon Hertog, David Hummelen, Lisanne Hoogerwerf e la già citata Larissa Ambachtsheer.

Ziqian Liu photography
Ziqian Liu, Symbiosis, 2021

Volando dall’altra parte del globo si rinsalda la collaborazione con Photo Independent, la fiera di fotografia di Los Angeles che sonda le nuove generazioni di fotografi indipendenti e, per l’occasione, presenta una mostra immersiva di Jessie Chaney (Stati Uniti) e una collettiva con Abdullah Alrasheed (Arabia Saudita), Torrie Groening (Canada), Sara Hadley (Stati Uniti), Maureen J Haldeman (Stati Uniti) Wilson Herlong (Stati Uniti) Cathy Immordino (Stati Uniti), Giancarlo Majocchi (Italia), Erica Kelly Martin (Stati Uniti), Tebani Slade (Australia), Gianluca Sodaro (Italia), Ye Wenlong (Cina) e Forough Yavari (Australia/Iran).

MIA Fair non poteva chiudere un occhio sulla fotografia d’attualità e lo fa grazie ad Emergenza Ucraina, progetto promosso dalla Fondazione Rava, raccontato attraverso le intense immagini di Alfredo Bosco, fotoreporter dell’Agenzia LUZ, che si trova in territorio ucraino.

Martina Stapf
Ph. Martina Stapf

La mostra Nuovo Cinema Paradiso a MIA Fair

Tra le novità si segnala la mostra itinerante Nuovo Cinema Paradiso di Davide Musto, che esplora la nuova generazione del cinema italiano valorizzandone i talenti.

Il fotografo, di origine palermitane ma con base a Roma, segue da anni lo scenario magmatico del mondo dello spettacolo; il suo istinto e occhio attento allo scouting gli hanno permesso di catturare molto in anticipo sui tempi numerosi volti che oggi si stanno facendo conoscere anche a livello internazionale, da Rocco Fasano a Eduardo Scarpetta.

Rocco Fasano serie tv
Ph. Davide Musto

“Da un’innata passione per cinema e teatro e vivendo a Roma da molti anni il mondo del cinema è arrivato in modo naturale. Ho la fortuna di seguire e cogliere le evoluzioni dei nuovi talenti e i cambiamenti che il settore e i suoi attori ci regalano quotidianamente. Il mio è un impegno costante nella ricerca e nella scoperta di nuovi volti che accompagno insieme a storie di moda.

Sono da sempre attratto da quello sguardo cinematografico e appeal internazionale che riconosco per istinto. Così anni fa mi aveva colpito il magnetismo di Rocco Fasano, all’epoca modello, che sarebbe poi diventato uno dei protagonisti di ‘Skam Italia’. E ancora la personalità di un giovanissimo Francesco Gheghi, classe 2002, che sta riscuotendo grande interesse nel film ‘Il filo invisibile’. Fino a Maria Chiara Giannetta che avevo notato nella serie ‘Blanca’ e ha poi conquistato il pubblico al Festival di Sanremo”. Sono le parole di Musto, che ha in agenda eventi espositivi ricchi di nuovi contenuti a Roma, Noto e al Festival del Cinema di Venezia.

Edoardo Purgatori instagram
Ph. Davide Musto

La partnership con Instagramers Milano

Strizzando l’occhio ai social, va menzionata infine la collaborazione con Instagramers Milano, community di riferimento per gli appassionati con oltre 54mila follower. Si è tradotta in due iniziative, una “sfida fotografica” su IG e il workshop Instagram e fotografia: 10 profili per ispirarsi.

In apertura, ph. di Anna Di Prospero

Riflessioni cromatiche al Mia Photo Art Fair 2022

Si è chiuso il primo maggio il Mia Photo Art Fair 2022 nei nuovi spazi del Superstudio Maxi di zona Famagosta, in una resiliente Milano che, nel suo instancabile processo di rivalutazione, si rifiuta quasi di mostrare i segni di una pandemia che si appresta a diventare un ricordo.  
Evento di riferimento, ormai, nella città meneghina per i collezionisti dell’istantanea, ha l’obiettivo di dare una sempre maggiore linfa vitale al mercato internazionale dell’arte e della fotografia in particolare, dando spazio ai nuovi linguaggi e punti di vista che entrano in relazione con questa forma d’arte dalle infinite evoluzioni.
È, infatti, la nuova creazione di codici, disinteressati dai punti cardinali che hanno fatto la storia della fotografia, ad emergere tra corridoi e sale espositive di questa nuova edizione della fiera, alleggerita dal peso delle ultimi due anni di incertezze e cautele che, se non altro, hanno offerto diversi spunti di riflessione e coraggio di sperimentare nuove strade e prospettive.

I progetti più rilevanti visti a Mia Photo Art Fair

Larissa Ambachtsheer artist
Larissa Ambachtsheer, Red Lemon, 2017

Di particolare rilevanza, per la modalità narrativa, nella scelta dell’uso del colore è il panorama olandese che ha esposto i suoi artisti con Five Dutch Talents della Project 2.0 / Gallery – l’Aia (NL), all’interno della quale ha attirato l’attenzione del pubblico Larissa Ambachtsheer, non a caso selezionata per rappresentare l’identità visiva di MIA FAIR 2022 con le sue nature morte, in cui i soggetti sono svuotati del loro significato originale e rieditati per catturare l’interesse nella loro elaborazione cromatica. Lavoro che trova connessioni con il linguaggio escapista di Sanja Marušić, che rappresenta azioni umane di natura quotidiana in contesti surreali, conferendogli una connotazione più astratta dove tempo e luogo esistono solo a livello d’immaginazione e di un’intima e personale interpretazione del fruitore. È qui che i suoi paesaggi e le infinite variabili del linguaggio del corpo si fondono in una danza cromatica. “Cerco di creare un mondo separato dalla realtà. Ecco perché spesso creo autonomamente i miei costumi, quindi quello che indosso non fa riferimento a un momento temporale specifico. L’evasione ha sempre un ruolo fondamentale nel mio lavoro, per me e per lo spettatore” spiega Sanja Marušić.

INVISIBILE di Roberto Polillo e All Of My Heart di Laura Pellerej

Un linguaggio empatico è poi quello di Roberto Polillo nella sua raccolta INVISIBILE, che rappresenta una realtà impalpabile fatta di suggestioni in cui luoghi, paesaggi, architetture e persone che li abitano si fondono in un unico flusso vitale in cui la luce, ça va sans dire, è il fil rouge della straordinaria varietà di paesaggi urbani e naturali appartenenti ad ogni angolo del pianeta. Si crea così una dinamica ed evocativa rappresentazione dell’energia contenuta in questi luoghi, da percepire attraverso le vibrazioni delle sue sfumature.

Roberto Polillo: Myanmar Yangon, 2015; India (Taj Mahal), 2018; Tokio, 2017

Laura Pellerej, nella serie All Of My Heart, presenta un viaggio attraverso il cuore, che coinvolge gli stati d’animo con cui la maggior parte degli uomini si trova a scontrarsi. Un momento di riflessione, sull’anima e la carne, che si presenta come un lavoro scultoreo creato a mani nude, soggetto dopo soggetto e cristallizzato, alla fine, con lo strumento fotografico. Quelle immagini, accuratamente preparate, sono lì a ricordare quanto sia importante soffermarsi a dare il giusto valore alle esperienze – dalle più strazianti e quelle più belle – laddove la consapevolezza di esse ha un profondo valore di congiunzione con il senso della nostra vita.

“Ascolta il cuore,
quando rimbomba nella gola,
toccalo quando pulsa sotto la pelle.
È fastidioso il cuore, perché non sa mentire.
Testimone scomodo, si veste, si traveste, si ricuce, si nasconde sotto mille corazze”
.

Immagini della serie All Of My Heart, di Laura Pellerej

Nell’immagine in apertura, Towers of Miami di Roberto Polillo

‘Nuovo Cinema Paradiso’, in mostra i new talent della scena italiana

Inaugura oggi, in contemporanea con MIA – Milan Image Art Fair (fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte), la mostra Nuovo Cinema Paradiso. Ospitata fino al 1° maggio negli spazi di Superstudio Maxi, in via Moncucco 35, l’esposizione intende valorizzare l’odierna scena attoriale italiana, ricca e vitale come mai prima d’ora, selezionando e organizzando in un percorso visivo curato da Federico Poletti, direttore di ManInTown, le immagini di alcuni dei suoi interpreti più conosciuti e apprezzati, scattate in tempi non sospetti da Davide Musto. Di origini palermitane ma ormai romano adottivo, il fotografo e talent scout ha seguito infatti da vicino, assiduamente, quel magma sempre in fieri che è, da un po’ di anni a questa parte, lo showbiz del Belpaese, affollato di talenti emergenti, giovani, spigliati, a proprio agio nelle pellicole d’autore come in film e serial distribuiti da Netflix, Amazon Prime Video et similia, che hanno assicurato loro un seguito estesosi ben oltre i confini nazionali.

Giancarlo Commare
Giancarlo Commare
Matilde Gioli film
Matilde Gioli
Giacomo Ferrara Suburra
Giacomo Ferrara

Gli astri nascenti del cinema italiano

Musto ha avuto l’opportunità di fotografare diversi new names prima che spiccassero definitivamente il volo, ritrovandosi ad essere corteggiati da produzioni internazionali, vecchie e nuove emittenti (dalla Rai ai citati giganti dello streaming), maison titolatissime: tra quelli presenti in mostra, si possono fare i nomi di Matilde Gioli (32enne dal curriculum invidiabile, colmo di riconoscimenti e collaborazioni con registi del calibro di Paolo Virzì, Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi), Giacomo Ferrara (assurto al rango di icona pop grazie al suo alter ego Spadino in Suburra), Lorenzo Zurzolo (il bel tenebroso liceale di Baby, habitué di Gucci e Valentino), Francesco Gheghi (attore rivelazione de Il filo invisibile), Ema Stokholma (figura poliedrica, passa senza un plissé dalla conduzione alle consolle dei club più famosi, all’autobiografia Per il mio bene che, nel 2021, le è valsa il Premio Bancarella), Rocco Fasano e Giancarlo Commare, già idoli dei teenager per aver recitato nella serie fenomeno Skam Italia.

Lorenzo Zurzolo Baby Netflix
Lorenzo Zurzolo
Ema Stokholma
Ema Stokholma
Rocco Fasano Skam
Rocco Fasano

Da sempre appassionato di recitazione, l’autore ha colto, in questi e altri astri nascenti dello spettacolo (non solo) italiano, una combinazione «di sguardo cinematografico e appeal internazionale che riconosco per istinto»; qualità che hanno permesso loro di «segnare una svolta epocale nel panorama recitativo del paese, favorendo un cambiamento che non può che giovare all’intero sistema», e traspaiono chiaramente anche dalle foto in bianco e nero raccolte per l’exhibition, in cui la sensualità dei soggetti ritratti, mai sfacciata eppure tangibile, sposa un’impostazione estetica riconducibile agli svariati editoriali di moda da lui realizzati per magazine come L’Officiel, Style, Sportweek, Fucking Young!, oltre che per ManInTown (di cui è brand & content director).

Una nuova generazione per nuovi media

mostra fotografica milano
L’allestimento della mostra a Superstudio Maxi
mostra fotografica cinema
L’allestimento della mostra

Dal canto suo, il curatore Federico Poletti è sicuro che «il cinema italiano viva un fermento inedito grazie a una new generation di attori versatili, molto preparati. Con questa mostra itinerante vogliamo darle spazio, promuoverla, così da farla conoscere a un pubblico attento alla fotografia e alla moda».
Dopo la tappa milanese, Nuovo Cinema Paradiso proseguirà per Roma, Noto (durante i mesi estivi) e infine, in occasione della 79esima Mostra di Venezia, approderà in Laguna, arricchendosi di volta in volta di contenuti fotografici e video, dando ulteriore visibilità ad artisti lanciatissimi, abituati a variare, a muoversi liberamente all’interno di un contesto che d’altronde hanno contribuito a modificare, rendendo sempre più labili i confini e svuotando di senso categorie ormai stantie; perché se, come scriveva il critico e giornalista Antonio Mancinelli su ManInTown qualche tempo fa, «una volta c’erano il grande e il piccolo schermo, le cui dimensioni distinguevano due media differenti», adesso al contrario «tutto è intrecciato con tutto, con raffinatezze progettuali e ideative straordinarie, e ogni piattaforma che si presta a veicolare immagini in movimento deve reinventarsi quasi da zero». La nuova generazione di attori e attrici italiani sembra averlo capito meglio di chiunque altro.

mostra cinema milano
L’allestimento della mostra
ema stokholma foto
L’allestimento della mostra

Per tutte le immagini, credits: Davide Musto

Nell’immagine in apertura, Giancarlo Commare fotografato da Davide Musto per la cover di ManInTown The Next Generation Issue

‘Les Nuits Fauves’ di Carolina Lopez nella lettura di Angela Madesani

Se ha sempre avuto poco senso creare delle categorie, nel nostro periodo storico lo ha ancor meno. Per avvicinarsi a Les nuits fauves di Carolina Lopez, infatti, bisogna spogliarsi di qualsiasi pregiudizio artistico e sociale.

“Questo libro si propone di esplorare le frontiere sociali in diversi contesti in Europa e in America, da una prospettiva che prende in considerazione i sentieri in cui si producono dinamiche incentrate su esperienze corporee. Cioè, una serie di esperienze che sono pensate in modo riflessivo a partire da dialoghi, percorsi e incontri con diverse persone, soggettività e corporeità all’interno dell’esperienza di vita nelle città, da processi come la migrazione, la produzione di soggettività, il genere e la sesso-dissidenza, l’esperienza dei corpi femminilizzati e loro relazioni con i sistemi sociali.
La proposta di lavoro di ‘Les Nuits Fauves’ prende vita da città come Milano, Parigi, Londra, Las Vegas e altre: qui ho percorso le strade e con il mio obiettivo ho catturato immagini di donne che occupano la vita pubblica, la strada e la città, da un altro punto di vista rispetto alla costruzione sociale normativa e ampliata dalla globalizzazione, che ha dato limiti e censure a quei tipi di corpi e soggettività. Il mio lavoro esplora le relazioni di potere, i movimenti, le variabili e le dinamiche illuminate dalla luce artificiale della notte, rese possibili da quell’altro lato della città, dello spazio pubblico e della vita sociale”
– Carolina Lopez.

Il lavoro dell’artista di origini colombiane richiede un’immersione totale in un mondo che per me costituisce una scoperta.
Le immagini non sono accompagnate da didascalie, non è così importante collocarle geograficamente. Ogni foto ha preso il via da un’attrazione più o meno fatale. Carolina partecipa a parecchie feste, la invitano, si fa invitare. Arriva con le sue macchine fotografiche, si insinua in quei tessuti umani che le piacciono, dove si sente perfettamente a suo agio. Burlesque, spogliarello, allegria forse simulata, tristezza presunta. Ognuna delle sue immagini emana una dimensione esasperata, grottesca, chiassosa. È come se quelle foto piene di dettagli, di stimoli, riuscissero a comunicarci anche il rumore assordante dei luoghi. 

Sarebbe un errore pensarla come una semplice osservatrice, Carolina fotografa da pari a pari, da protagonista di quelle feste. In tal senso il suo lavoro è peculiare, straniante.
Il suo atteggiamento rimanda più a quello di Nan Goldin che a Martin Parr. Le sue notti sono fauves, selvagge. È uno sguardo dall’interno, profondamente coinvolto, da “anti-reporter”, proprio come quando a Istanbul fotografava le donne da dietro. Certo, non apparteneva a quel mondo, ma il suo non era certo un interesse documentario, come non lo era a Berlino, dove vive per un anno e mezzo, frequentando con passione la vita notturna.
In ogni luogo è diversa e per certi versi riconoscibile. Più raffinata a Parigi, “greve” nei paesi dell’Est Europa, “modaiola” a Milano, dove Carolina si introduce nelle diverse feste del mondo fashion.

La sua è la testimonianza di una società senza dolore apparente, parafrasando il filosofo Byung-Chul Han. Di un mondo in cui il dolore viene assopito, anestetizzato per fingere che non esista. Un mondo narcisista di persone rifatte, mascherate, che non accettano la morte, dove tuttavia essa è dominante, in una dimensione di erotismo egotico. “Osservo ambiti molto superficiali, dominati dal consumismo, che, però, poi vado a scardinare proprio con il mio modo personale di vedere. Creo visioni frammentate e molto ravvicinate”.  

Alcune immagini sono in esterno, realizzate perlopiù a Las Vegas, dove le persone, soprattutto le donne, camminano quasi nude per strada, con i corpi completamente glabri. Nessuno si volta a guardarle, c’è la stessa naturalezza che troviamo nello sguardo di Carolina, che a quei mondi è abituata.
Il suo lavoro risente fortemente della sua formazione. Già in Colombia, suo paese d’origine, studia pittura, poi arriva in Italia, a Firenze, dove continua a farlo all’Accademia di Belle Arti. Lavora con e sui colori forti, che la riportano alla cultura primigenia, realizzando ritratti e paesaggi. Inizia quindi a studiare fotografia alla Santa Reparata International School of Art.

Il mezzo è secondario rispetto al fine, ma è come se Lopez avesse metabolizzato tutte le sue esperienze del passato per giungere a questa serie di lavori così forti e, per certi versi, coraggiosi, che in talune immagini la vedono anche protagonista.
In ognuna delle sue foto si ritrova la sua cultura latino-americana, la sua personalità spiccata, che la rendono diversa dall’ambiente in cui si trova a operare. In tal senso il suo lavoro è unico nel suo genere, perché è il punto di vista a essere differente. Carolina è un’osservatrice di immagini, una donna curiosa che si inserisce negli ambienti. 

Le protagoniste di quasi tutte le sue foto sono donne, delle quali in molti casi non è rappresentato il volto, oppure lo è ma in maniera irriconoscibile. Le sue sono evasioni nella notte, esistenziali.
È interessante ascoltare il racconto della sua modalità operativa: ”Se vengo a sapere che c’è un evento che mi interessa, cerco di rapportarmi con chi lo organizza chiedendo di essere lasciata libera di scattare. Non mi hanno mai detto di no. In genere in quel mondo sono tutti felici di esibirsi, di farsi riprendere. Al massimo te lo dicono se dà loro fastidio e io non scatto. Molti dei partecipanti sono amici oppure lo diventano con il tempo, altri sono professionisti della notte. Le donne amano essere fotografate da me perché gli piace come guardo il femminile e come lo traduco in immagine, dò loro sicurezza, non sono una voyeuse. Alcune si offrono persino al mio obiettivo”. Il dialogo, la chiacchiera precede ogni scatto. Carolina non vuole rubare nulla.

È colpita dalle mise, dalle tute, dai guanti, dalle calze, che la riportano a dimensioni altre, talvolta pittoriche, talvolta all’estetica sadomaso di Robert Mapplethorpe, artista amatissimo, ma anche all’arte antica giapponese, a un certo erotismo del mondo fluttuante. Anche qui i corpi fluttuano senza per forza trovare un senso alle loro azioni.
Spesso, come già scritto, il richiamo è alle dimensioni grottesche del burlesque, pratica che trova le sue origini nell’Inghilterra dell’800 e che ora ha preso piede nella nostra società fatta di eccessi, di selfie, di narcisismi di sorta. È la voglia di stupire e Lopez ama farsi stupire.
È affascinante la naturalezza con la quale l’artista colombiana affronta le situazioni, in lei non c’è mai alcun giudizio di natura morale, neppure in quelle più pesanti, né alcun intento caricaturale.

In una foto è ritratto un culo degno della pubblicità degli slip anni Ottanta: nessun intervento con Photoshop, è tutto naturale, anche perché il soggetto è una minorenne che, per lavoro, passa serate intere su un quadrato a farsi ammirare, e fotografare. È una coniglietta. A me vengono le lacrime. Quanta malinconia.
E ancora il locale milanese omosex dove lesbiche e gay sono più belli che mai. Stiamo uscendo dagli stereotipi odiosi di solo pochi anni fa. La sessualità è liquida, anch’essa fluttuante. Allora che bisogno c’è, proprio come nell’arte, di definire i generi?

Dieci fotografie del photobook Les Nuits Fauves saranno esposte nella mostra collettiva Il Corpo non mente, al PHOS Centro Fotografia Torino, in calendario dal 19 aprile al 30 maggio.

PHOS Centro Fotografia Torino, via Giambattista Vico 1, 10128 Torino (TO)

Per tutte le immagini, credits: Carolina Lopez

When art is a fashion affair

Il mondo dell’arte influenza in maniera sempre più incalzante quello della moda, ispirando creazioni dalla forte identità, non solo dal punto di vista creativo, ma per il valore di esclusività che ne deriva, visto il numero limitato di esemplari prodotti.
L’occasione è ghiotta per i brand più attirati dal settore che hanno approfittato del miart – l’evento che la città di Milano dedica alle gallerie e agli artisti più quotati dai primi del 900 alle avanguardie di settore – per dedicare speciali capsule ai nuovi interpreti delle arti visive e dei linguaggi del nostro tempo, con l’obiettivo di arricchire le collezioni di una nuova allure.
La manifestazione, che intende dare il via ad una nuova fase, il primo movimento di una forma musicale in più parti, e di una concreta accelerazione per il settore, ha visto consegnare i premi  LCA per Emergent, Premio Herno e Premio Acquisizione Covivio.

Premio LCA per ‘Emergent’: galleria Sans Titre

Il Premio LCA per Emergent, del valore di 4.000 euro, è stato assegnato alla galleria Sans titre (2016), Parigi. È stata invece Corvi-Mora, Londra la galleria vincitrice della settima edizione del Premio Herno, con opere di opere di Sam Bakewell, Dee Ferris, e Jem Perucchini all’interno della sezione Established.
Il riconoscimento, del valore di 10.000 euro, è stato assegnato allo stand con il miglior progetto espositivo dalla giuria internazionale composta da Diana Baldon (Direttore, Kunsthal Aarhus, Copenaghen) Stella Bottai (Curator-at-Large, Aspen Art Museum, Aspen) e Ines Grosso (Capo Curatore, Serralves, Porto).

Una delle opere della galleria Corvi-Mora, vincitrice del Premio Herno

Per la prima edizione del Premio Acquisizione Covivio, dedicato alla sezione Emergent, è stata selezionata l’artista Pamela Diamante  portata a miart dalla Galleria Gilda Lavia, Roma – a cui verrà commissionata un’opera site-specific con un investimento fino a 20.000 euro. L’opera prodotta, in linea con la filosofia di Covivio di promozione di artisti talentuosi ed emergenti, verrà installata in un immobile del business district Symbiosis di Milano progettato dallo studio ACPV ARCHITECTS Antonio Citterio Patricia Viel.

MODA E ARTE FUORI SALONE

Up To You Anthology, brand fondato da Nicolò Gavazzi, giovane imprenditore con una consolidata esperienza nel management di aziende quali Boffi e De Padova, porta avanti una missione che invita l’arte a sposare la moda attraverso un linguaggio libero e indipendente dalle dinamiche commerciali del fashion system. Il suo obiettivo, infatti, è quello di raccontare il mondo della borsa attraverso la visione estetica dei maggiori esponenti del design industriale, sfidandoli a cimentarsi in un campo diverso dal loro e invitandoli a interpretare la propria idea di questo accessorio con una chiave di lettura autentica e personale.

Borsa di Regine Schumann
Borsa di Regine Schumann

Guest star quali Nendo, Giulio Cappellini, Naoto Fukasawa, Vincent Van Duysen, David Chipperfield e Zaha Hadid Design Studio hanno accettato questa sfida, realizzando ciascuno un modello di borsa inedito e mai uguale a se stesso, dando vita a un vero e proprio oggetto da collezione che ogni stagione si arricchisce del contributo di nuovi talenti straordinari. Tra gli ultimi esemplari della tedesca Regine Schumann, protagonista al MIART con la sua Light Art sempre attraverso Dep Art Gallery in un’esposizione di luce che arriva al fruitore attraverso la percezione del colore, concetto che ritroviamo anche nelle sue borse che vivono attraverso le vibrazioni cromatiche scaturite dal rapporto unico e speciale tra la materia e la luce.

Antony Morato X Marco Lodola alla galleria Brera Site

Tra gli eventi collaterali, la galleria Brera Site ha ospitato Marco Lodola e Antony Morato per esporre la bellezza e la forza della contaminazione, in un’atmosfera immersiva che utilizza i codici pop delle luci al neon e dei led per rappresentare sagome di una società sintetizzata nelle icone anni 50 della bell’Italia che per l’occasione prendono vita, in un’edizione limitata, su t-shirt e felpe della collezione Antony Morato.
Una collaborazione, quella con Antony Morato, nata in modo naturale sulla base di passioni comuni, riferimenti e linguaggi. La cultura pop non può che abbracciare la moda quando questa le consente di esprimere al meglio il suo linguaggio inclusivo e universale” dichiara Marco Lodola.
Sempre più frequenti le occasioni in cui arte e moda scelgono la via del linguaggio semplice e immediato, con lo scopo comune di allargare il mondo dell’arte ad un pubblico ampio e sempre più aperto a sperimentazioni.

Nell’immagine in apertura, un’opera al neon di Regine Schumann

La bellezza “ibrida” delle fotografie artistiche di Tania & Lazlo

Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto lavorano insieme dal 2008 nel campo dell’arte visiva e hanno esposto in Europa, Asia e Stati Uniti. Le loro immagini, che prendono vita grazie allo strumento fotografico, trasportano lo spettatore fuori dal tempo, in una dimensione ibrida fatta di una bellezza delicata e malinconica. Fuoriclasse della staged photography, realizzano autonomamente le proprie opere, dalla creazione dei set fino alla post-produzione.

Un ritratto dei due autori

Come siete arrivati al mondo dell’arte, come vi siete conosciuti e perché avete deciso di lavorare insieme?

L’arte ha sempre fatto parte delle nostre vite, sia come fruitori che come sperimentatori. Ci siamo conosciuti a Venezia durante gli studi universitari che stavamo seguendo, rispettivamente all’Accademia di Belle Arti e ad Arti Visive allo IUAV, dove avevamo intrapreso dei percorsi artistici differenti (Tania nella pittura e nel set design e Lazlo nel video e nella fotografia, ndr).
Avevamo già allora un immaginario affine, ci nutrivamo di passioni comuni nelle varie discipline artistiche e abbiamo visto come valore aggiunto il fatto di aver sperimentato media differenti nei nostri percorsi. Abbiamo deciso così di fondere gli approcci e sfruttare le potenzialità delle diverse tecniche acquisite, unendole e creando dei lavori che fossero la sintesi delle nostre esperienze, che contenessero all’interno stratificazioni di linguaggi che agissero in sintonia.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Embrace of the Dark, dalla serie Behind the Visible
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Lost River, dalla serie Behind the Visible

Come nascono le vostre opere?

La nostra ricerca si interessa di identità, di inconscio e di sogno, di sviluppo e comprensione della memoria e dell’immagine, non a caso le idee per i nostri lavori iniziano spesso da pensieri sfuggenti, visioni momentanee, sogni non ben definiti e spunti che derivano da molteplici aspetti della società, che cerchiamo di annotare e poi approfondire in maniera più metodica.
Le nostre opere sono il frutto della fusione di vari media differenti che adoperiamo nel processo creativo: disegno, fotografia, video, performance e installazione, che trovano nel mezzo fotografico lo strumento conclusivo ideale. Un approccio fluido che usiamo per andare a creare dei set in scala reale, ricostruendo interamente delle scene o facendo interventi specifici in paesaggi esistenti.
Amiamo esplorare quel confine che concerne la realtà e la finzione, usando il la fotografia in modo alterato per modificarne la caratteristica intrinseca di rappresentazione del vero, sviluppando un paradosso nella percezione dell’immagine stessa.

Vivete e lavorate tra l’Italia e gli Usa. Come mai avete fatto questa scelta?

In realtà senza troppi ragionamenti, è stata una di quelle decisioni impulsive che si fanno nella vita. Avevamo diversi collezionisti che credevano fortemente nel nostro lavoro nell’area di New York ed eravamo stati invitati per una residenza d’artista. Pensavamo di fare un’esperienza di un anno mai poi ci siamo stabiliti lì per più di cinque anni, travolti dall’energia della città.
Abbiamo recentemente sentito il desiderio di riportare il nostro studio in Italia, proseguendo però a dividere i progetti tra Europa e Stati Uniti, in modo da poter continuare ad assorbire le energie positive di entrambe le culture, nella bellezza della loro diversità.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Call of the Wild, dalla serie Behind the Visible

Il vostro progetto Behind the Visible mostra allo spettatore una serie di immagini sospese tra realtà e finzione. Qual è il senso profondo di questo lavoro, cosa vi ha ispirati e come lo avete realizzato?

Questi lavori cercano un contatto con il lato irrisolto del nostro vissuto, le memorie, le visioni e le pulsioni che riemergono dal nostro subconscio sotto diverse sembianze, che abbiamo cercato di trasporre in immagini creando scenari che appaiono riconoscibili ma allo stesso tempo disorientanti.
Ogni opera della serie ha una propria narrazione, ma sono tutte attraversate da un senso di equilibrio precario tra familiarità ed elemento di sorpresa, intrise di ambiguità temporale e formale. Una sensazione che può assomigliare al senso di smarrimento momentaneo che si ha quando ci si sveglia da un sogno particolarmente lucido.
Per questi lavori, oltre che agli immaginari che volevamo ricreare, ci siamo ispirati alle ambientazioni notturne di una natura vasta e dominante che abbiamo incontrato nel nostro periodo negli Stati Uniti. Abbiamo usato gli elementi naturali come parte integrante della narrazione, per far emergere simbolicamente l’interiorità dei soggetti rappresentati.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, I Can Feel the Universe, dalla serie Behind the Visible 
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, The Wind of Absence, dalla serie Behind the Visible

The Essence of Decadence è uno dei vostri primi grandi successi e propone una serie di immagini fotografiche che riproducono con incredibile accuratezza alcuni quadri di grandi maestri del passato, tra cui Gustav Klimt e Egon Schiele. Ci raccontate la genesi di questo lavoro?

È stato il primo progetto realizzato assieme più di dieci anni fa e non è un caso che sia frutto di una delle nostre comuni passioni, ovvero l’arte di fine ‘800 e primi ‘900, figlie di un periodo di crisi sociali e interiori, di cambiamenti epocali che gettavano le fondamenta della società moderna, con l’introduzione dell’elettricità, la diffusione dei mass media e la nascita della psicoanalisi.
Sentivamo una forte connessione emotiva con quelle opere e abbiamo voluto creare un parallelismo storico tra quell’epoca e la nostra, reinterpretando alcuni lavori pittorici attraverso un mezzo differente e aggiungendo così un altro livello di lettura, cercando di insinuare il dubbio nell’esperienza percettiva dell’osservatore, coinvolto in una sorta di continuo déjà-vu. Ci interessava anche interpretare in prima persona i soggetti raffigurati per entrare in empatia con le donne dipinte, ribaltare in qualche modo la loro funzione originale di muse e far diventare la donna sia interprete che autrice dei lavori.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Pot Pourri (after Herbert James Draper), dalla serie The Essence of Decadence
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Young Decadent (after Ramon Casas), dalla serie The Essence of Decadence

Infatti spesso in passato siete stati i protagonisti (soprattutto Tania) delle vostre opere. Come mai? Ultimamente avete ritratto anche altre persone, a cosa è dovuto il cambio di rotta?

Inizialmente è stata un’esigenza, nata in modo spontaneo, di dover comunicare anche attraverso il proprio corpo, mettendoci sia davanti che dietro l’obbiettivo. Negli anni abbiamo voluto ampliare questa visione includendo persone di diverse età e caratteristiche che potessero rappresentare i soggetti che avevamo in mente per le specifiche scene immaginate, continuando ad usare anche noi stessi quando ne sentiamo la necessità.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Daydream (after Dante Gabriel Rossetti), dalla serie The Essence of Decadence

Quale sarà il vostro prossimo progetto?

È un periodo particolarmente fertile in cui abbiamo diversi progetti avviati che non vediamo l’ora di sviluppare. Al momento stiamo ultimando delle opere realizzate recentemente in una residenza d’artista presso The Society of the Four Arts a Palm Beach in Florida, che presenteremo a breve. Stiamo anche lavorando alla fase ideativa e di pre-produzione di una nuova serie che svilupperemo nel corso del 2022. Abbiamo inoltre iniziato a ragionare e sperimentare attorno a progetti video, utilizzando questo mezzo come estensione della nostra ricerca artistica.

Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Nuda Veritas (after Gustav Klimt), dalla serie The Essence of Decadence
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Lure of the Night, dalla serie Behind the Visible 
Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Premonition, dalla serie Behind the Visible 

www.tanialazlo.com

Instagram Tania & Lazlo

Immagine in apertura: Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, Under the Surface, dalla serie Behind the Visible

Fondazione Marcelo Burlon per il progetto ‘OutPut’

Durante la Milano Art Week 2022, Fondazione Marcelo Burlon presenta in collaborazione con Miart Milano OutPut, progetto curato da Davide Giannella, con le performance di Riccardo Benassi e Michele Rizzo. L’evento si terrà l’1 aprile in piazza Sempione a Milano, dalle 19:00 alle 21:00.
In un periodo storico in cui l’arte e la cultura sono state istituzioni fortemente colpite e sacrificate – con la chiusura di festival, musei e mostre – OutPut nasce come “nuovo inizio” in cui vengono aperte le “frontiere” di questi luoghi e spazi, per portare le discussioni in essi contenute in un contesto ampio e libero.

Attraverso le esibizioni di Riccardo Benassi e Michele Rizzo, OutPut cerca di provocare delle relazioni all’interno di una audience differenziata, così da enfatizzare l’importanza dello spettatore, sollecitando la partecipazione live. Il progetto cerca di unire l’arte contemporanea al territorio urbano e le amministrazioni della città con una ricerca tra luoghi, persone e la rappresentazione del nostro periodo storico.

I protagonisti della serata:

Riccardo Benassi

Vive e lavora a Berlino, il suo lavoro si è distinto per un approccio multidisciplinare che si focalizza sull’impatto tecnologico della nostra relazione con il mondo, riferendosi ai nostri device tecnologici. La sua esibizione intitolata Dancefloorensick – parola formata da dancefloor (pista da ballo), forensic (legale) e sick (malato); consiste in una serie di contenuti video divisi in capitoli, che uniti creano un flusso continuo di testo, immagini e suono.

Michele Rizzo

Artista trasferitosi ad Amsterdam nel 2007, ha prodotto una serie di spettacoli e spazi espositivi integrando l’estetica della club culture e del raving. Dal 2020 interagisce con il mondo del fashion collaborando con brand quali Off-White, Marni e Magliano.
Rizzo occuperà due momenti durante la serata: il primo per l’esibizione REST, ideata nel 2020 e legata al blocco sociale e fisico dovuto alla pandemia. REST sancisce il risveglio da un’età d’innocenza e la riattivazione di un corpo collettivo, sottolineando l’imperativo di prendere posizione nel proteggere altri individui.
Il secondo spazio sarà riservato a HIGHER xt: presentata per la prima volta nel 2018 ad Amsterdam, è un’analisi dell’artista su come la danza possa facilitare stati di transizione ed enfatizzare la connessione con pratiche para-religiose. In questa performance, i ballerini negoziano le loro barriere con se stessi e il collettivo.

Fondazione Marcello Burlon

È una fondazione senza fini di lucro che opera in Italia e all’estero portando avanti attività culturali, benefiche e sociali, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione sociale e il miglioramento della qualità della vita, la conservazione di opere d‘arte, l’organizzazione di eventi, la diffusione di monografie per esaltare la diversità e la ricchezza dei linguaggi espressivi.
Si impegna nella lotta per i diritti umani, civili e politici di persone e minoranze culturali e di genere, focalizzandosi sulla sensibilizzazione e la conoscenza.

Le mostre di moda da vedere nel 2022

Suggerire un legame tra moda e arte è ormai pleonastico, perché le due sfere creative guardano con interesse l’una all’altra da sempre (già un certo Yves Saint Laurent, tra i primi stilisti a guadagnarsi una retrospettiva del proprio operato, inquadrò come meglio non si poteva la questione, sentenziando: «La moda forse non è arte, ma sicuramente ha bisogno di un artista per esistere») e la couture ha varcato da tempo le soglie delle più riverite istituzioni museali del pianeta, vedendosi riconoscere la dignità culturale che le spetta in quanto forma di creatività che, oltre ad assolvere al compito basilare di vestire le persone, si fa portatrice di innumerevoli altri significati, configurandosi come un mezzo espressivo, sic et simpliciter.

Nonostante limitazioni, contingentamenti e incertezze causate dal perdurare della pandemia, anche nell’anno appena cominciato non mancheranno esposizioni di livello, tra antologiche dei giganti del fashion world, compendi di storia del costume e rassegne che si propongono di sistematizzare argomenti meno scontati di quanto sembri, come la dinamicità del menswear.

Settecento!


Ph. Andrea Butti

Il ritrovamento – con successiva donazione dell’associazione Amichae al museo – di tre indumenti del ‘700 (una robe à la française, un completo formato da gonna e corpetto di taffetà, un bustier in seta operata), sontuosamente decorati e conservatisi alla perfezione, diventa l’occasione per tracciare dei parallelismi tra l’abbigliamento dell’età dei Lumi e l’estro dei brand moderni.
A Palazzo Morando, nel Quadrilatero meneghino, i pezzi succitati vengono presentati al pubblico per la prima volta, affiancati da vesti, tessuti e accessori già parte della collezione permanente, e rappresentano il fulcro su cui le curatrici, Enrica Morini e Margherita Rosina, orchestrano il percorso espositivo, facendo dialogare abiti del XVIII secolo ed ensemble firmati tra gli altri Dolce&Gabbana, Max Mara, Gianfranco Ferré e Vivienne Westwood, individuando rispondenze sorprendenti tra i corsetti delle nobildonne di secoli addietro fa e i bustier Versace o D&G, ad alto tasso di sensualità, oppure tra l’ornamentalismo settecentesco e l’abbondanza, nei repertori delle maison selezionate, di intrecci floreali, embroderies, scenette campestri, stampe caleidoscopiche e altre leziosità.
Settecento! è visitabile fino al 29 maggio.


Le vie della piccola frazione di Torriggia

Un abito del ‘700, Gianni Versace S/S 1992 (ph. Andrea Butti), l’allestimento, Dolce&Gabbana F/W 2012 (ph. Giulia Bellezza)


Thierry Mugler, Couturissime


Ph. Christophe Dellière/MAD, Paris

Al Musée des Arts Décoratifs parigino, fino al 24 aprile, è in corso la mostra dedicata a un designer larger than life, come direbbero gli americani. Thierry Mugler, a partire dal 1973 e per i successivi due decenni, ha epitomizzato lo sfavillio, l’esorbitanza insuperata delle sfilate di quel periodo, orchestrando show faraonici (che sarebbe arrivato ad allestire in uno stadio, con tanto di spettatori paganti) in cui irrompevano creature impossibili, vestite di pneumatici, armature metalliche che le rendevano simili ad androidi supersexy, scaglie e piume dalle sfumature iridate.
Decine di look delle collezioni di alta moda e ready-to-wear, immagini delle campagne pubblicitarie del marchio (ambientate in scenari mozzafiato come il deserto del Sahara, i doccioni del grattacielo Chrysler Building o le distese ghiacciate della Groenlandia), materiali che documentano le collaborazioni con artisti del calibro di Madonna, Lady Gaga e George Michael, i costumi realizzati per la messinscena del Macbeth alla Comédie Française, nel 1985, e un focus sulla rivoluzionaria fragranza Angel (ancor oggi vendutissima) compongono la summa dell’opera portentosa di un visionario che, dichiarandosi «affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano», sostiene di aver «usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo».


Haute Couture F/W 1997-98 (Ph. © Alan Strutt), una adv (ph. Manfred Thierry Mugler), la mostra (ph. Christophe Dellière/MAD, Paris), uno scatto per Angel (ph. Manfred Thierry Mugler)


In America: A Lexicon of Fashion


© The Metropolitan Museum of Art

Preceduta dalla consueta parata di vip dagli outfit mirabolanti, radunatisi sul red carpet par excellence, In America: A Lexicon of Fashion ha segnato il ritorno in pompa magna delle abituali rassegne a tema del Costume Institute del Met di New York, dopo lo stop per l’emergenza pandemica nel 2020, e resterà aperta fino al 5 settembre. Si tratta, in realtà, della prima parte (la seconda, An Anthology of Fashion, prenderà il via a maggio) di un’indagine ampia e articolata sulla moda a stelle e strisce, di cui si cerca innanzitutto di istituire un vocabolario che tenga conto delle molteplici sfaccettature, dell’identità poliforme della nazione.
Nell’ideazione dell’exhibition, il primum movens è una trapunta patchwork dell’Ottocento che reca su di sé centinaia di firme, metafora dell’eterogeneità degli Stati Uniti, intorno alla quale si articola la narrazione visiva, con circa cento mise, maschili e femminili, raccolte in dodici sezioni corrispondenti ad altrettante parole chiave – o “qualità emotive”, come le definisce il curatore Andrew Bolton, ad esempio “nostalgia”, “fiducia” o “forza”: si va dal casual in purezza di Ralph Lauren e Tommy Hilfiger ai gown di Oscar de la Renta, dall’easywear solitamente associato allo stile made in Usa (dunque chemisier scamosciati Halston, abitini a portafoglio Diane von Furstenberg, tailleur Donna Karan…) alle elucubrazioni goticheggianti di Rodarte, fino alle proposte da passerella delle rising star Telfar, Christopher John Rogers e Collina Strada.


Tutte le foto, © The Metropolitan Museum of Art


Christian Dior: Designer of Dreams


Ph. Paul Vu

L’inventore del New Look (copyright di Carmel Snow, storica direttrice di Harper’s Bazaar), vale a dire la silhouette che, nel secondo dopoguerra, fissò il canone dello chic parisienne, con spalle arrotondate, vita stretta e massive gonne a campana, è oggetto attualmente di due mostre dal medesimo titolo, a NYC (visitabile fino al 20 febbraio) e Doha (31 marzo).
L’allestimento del Brooklyn Museum prova a rileggere attraverso un filtro americano l’epos di Christian Dior, che nel 1948 aprì una filiale proprio nella metropoli sulla East Coast, riservando un’intera sala agli scatti dei fotografi statunitensi – come Richard Avedon, Irving Penn, Herb Ritts, David LaChapelle – che hanno contributo a far conoscere le opulente creazioni della griffe a una platea internazionale, e individuando dei punti di contatto tra il lavoro dei successori di Monsieur e autori o correnti dell’arte nazionale (vedi l’influenza di Jackson Pollock su Marc Bohan, o i modelli di Ferré che sembrano ammiccare all’architettura dell’edificio); l’esposizione consta, inoltre, di oltre 200 abiti couture, filmati, sketch e altre chicche d’archivio.
All’M7, nella capitale emiratina, lo spartito non si discosta molto da quello della Grande Mela, con capi di sfilata, schizzi e memorabilia a bizzeffe.


Richard Avedon, Dovima with Elephants, Evening Dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, 1955, Ph. Here and Now Agency, ph. Daniel Sims, ph. Nelson Garrido


Reinvention and Restleness: Fashion in the Nineties



Dal 19 gennaio al 17 aprile, il Fashion Institute of Technology newyorchese metterà sotto la lente una delle decadi più dibattute, irrequiete e – in termini stilistici – prolifiche in assoluto, in cui i timori per l’avvento del nuovo millennio andavano di pari passi con un’eccitazione e una voglia di cambiamento generalizzate; un coacervo che si rispecchia nella polifonia di visioni, tendenze e spinte (anche) contrapposte delle collezioni di allora, delle quali gli oltre 85 tra look e accessori disposti negli spazi del FIT offrono un sunto vestimentario.
Dopo il passaggio introduttivo nella galleria multimediale, che mixa riprese video, défilé con LE top model (Naomi, Claudia & Co.), spezzoni di titoli simbolo degli anni ‘90 come Ragazze a Beverly Hills e Sex and the city, il visitatore può così soffermarsi sul grunge di Marc Jacobs e Anna Sui, sull’eveningwear sfacciatamente glam di Tom Ford per Gucci, sulla sublimazione del minimal operata da Jil Sander e Calvin Klein, sull’avanguardismo duro e puro di Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Martin Margiela.
A completare il tutto, un catalogo da collezione edito da Rizzoli Electa, con foto di fuoriclasse dell’obiettivo quali Steven Meisel, Nick Knight, Ellen von Unwerth e Rankin.


Three piece green python snakeskin ensemble consisting of cropped double breasted jacket with wide notched lapels, and round plastic silver and green buttons with red star at center, matching python bra top and miniskirt.

Yves Saint Laurent aux musées



Esattamente sessant’anni fa, a Parigi, quello che viene spesso considerato il più grande couturier di tutti i tempi fondava la maison che porta il suo nome. Per onorare l’anniversario, la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent ha coinvolto sei musei della Ville Lumière – Centre Pompidou, Musée d’Orsay, Musée d’Art Moderne, Louvre, Musée Picasso, Musée Yves Saint Laurent – in una exhibition diffusa che, proprio come il geniale stilista franco-algerino, si propone di «guardare la moda da prospettive e modalità differenti, andando a ritroso nel tempo».
Dal 29 gennaio – lo stesso giorno in cui, nel 1962, andò in scena la prima sfilata del brand – al 18 settembre, ognuna delle sedi si concentrerà su un aspetto specifico del corposo, ineguagliabile heritage del marchio: al Pompidou l’iconico – termine quanto mai appropriato – tubino Mondrian del ‘65, che trasferiva su tessuto le partiture cromatiche dell’astrattista olandese, è esposto di fianco al dipinto originale, mentre al Museo d’Orsay si sottolineano le affinità tra l’attenzione alla luce di un outfit YSL datato 1986 e Le déjeuner sur l’herbe di Monet, e si mette in luce la sensibilità letteraria di Saint Laurent, debitrice soprattutto a Proust; al Louvre, invece, viene evidenziata la sua fascinazione per gli ornamenti dorati e le decorazioni preziose in generale, che emerge dal confronto tra modelli delle collezioni passate e abiti e gioielli della corona francese.


Mondrian dress, ritratto dello stilista (ph. Jean-Loup Sieff), abito HC S/S 1988 ispirato a Braque, Saint Laurent (ph. Getty Images)


Fashioning Masculinities: The Art of Menswear


Harry Styles nella campagna Gucci Pre-Fall 2019, ph. Harmony Korine

Al Victoria & Albert Museum di Londra si terrà, dal 19 marzo al 6 novembre, una mostra volta a indagare la moda uomo di oggi attraverso un excursus tra epoche, trasformazioni e prospettive future; il momento è propizio, con la concezione della mascolinità messa in discussione tra fluidità, gender bender e un generale rimescolamento di nozioni e dinamiche.
L’intento è «celebrare il potere, l’artisticità e la diversità del vestire e apparire maschili» dal Rinascimento ai giorni nostri, gli organizzatori evidenziano pertanto quanto siano cambiati, nei secoli, i concetti nodali di “Undressed”, “Overdressed” e “Redressed”, che danno il titolo alle tre sezioni; così le mise funamboliche delle label che stanno ridefinendo l’orizzonte del menswear (ad esempio Gucci, Raf Simons, Wales Bonner o Harris Reed) trovano posto accanto a sculture e opere d’arte, e si analizzano le scelte di stile delle celebs passate e presenti (da David Bowie a Billy Porter e Harry Styles) riuscite, negli anni, a sfidare la percezione comune di ciò che gli uomini potrebbero (o dovrebbero) indossare.


Wales Bonner S/S 2015 (ph. Dexter Lander), Gucci F/W 2015, Harris Reed – Fluid Romanticism 001 (ph. Giovanni Corabi), Market Tavern, Bradford, England, 1976, ph. by Chris Steele-Perkins


Per l’immagine in apertura, credits: ph. Paul Vu

Le opere di Banksy in Milano Centrale con la mostra The World of Banksy

Le sue opere sono messaggi ben precisi, che colpiscono subito il segno. Una complessa visione artistica, con l’obiettivo di smuovere la coscienza della società comporanea, spesso figlia del male. In questa ottica, in Centrale Milano arrivano le opere del discusso artista inglese Banksy, con la mostra The World of Banksy – The Immersive Experience” presso Galleria dei Mosaici, lato IV Novembre, sino al 27 febbraio 2022.

Dopo le fortunate esibizioni itineranti nelle principali capitali europee di Parigi, Bruxelles, Barcellona e Praga, e nella cosmopolita Dubai, Banksy fa tappa in stazione, tra il viavai di pendolari e turisti in un contesto urbano identitario, razionale e storico. La forza delle sue opere, dissacrante e diretta, giunge ancora una volta tra la gente; sono 130 (di cui 30 le nuove opere), quelle in esposizione in “The World of Banksy – The Immersive Experience”: i visitatori della mostra potranno vedere, per la primissima volta, “Ozone Angel”, “Steve Jobs” “Napoleon” e “Waiting In Vain”, che vanno ad aggiungersi a lavori e murales realizzati da giovani artisti anonimi di tutta Europa. 



Il mondo di Banksy, che mira a denunciare le malefatte dei politicanti e delle cattive abitudini della società, sempre più dipendente dal consumismo, invita lo spettatore a riflettere sulle dinamiche scoscese, o meglio sugli atteggiamenti da umanoide che la gente assume soggiogata dal potere.

Dopo l’esordio nella sua Bistrol, la street art di Banksy ha raggiunto milioni di persone nel mondo. Nonostante la sua notorietà, l’artista è stato condannato da una fazione di critici che lo hanno definito un sottoprodotto del populismo estetico. Eppure, nel 2018 il suo dipinto autodistruttosi dopo essere stato battuto all’asta per oltre un milione di sterline in un’asta di Sotheby’s a Londra, ha raggiunto le copertine dei maggiori quotidiani internazionali, innescando un meccanismo mai collaudato prima. La popolarità dell’artista corre in parallelo con il successo delle sue opere.



La mostra, che presto potrebbe far tappa in altre stazioni italiane, esibisce anche Flower Thrower” e “Girl with Balloon: due opere che meglio rappresentano l’arte denuncia dell’artista inglese.

I biglietti sono acquistabili sul sito ufficiale della mostra theworldofbanksy.it o su www.happyticket.it www.ticketone.it e  www.vivaticket.com

Date e orari

STAZIONE di MILANO CENTRALE

Galleria dei Mosaici, lato IV Novembre

dal 3 dicembre 2021 al 27 febbraio 2022

da Martedì a Venerdì: dalle 11 alle 20 (ultimo ingresso ore 19)

Sabato e Domenica: dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso ore 19)

Chiuso il Lunedì

Aperture straordinarie: Lunedì 6 Dicembre 2021, Lunedì 20 Dicembre, 2021, Lunedì 27 Dicembre 2021, Lunedì 3 Gennaio 2022.

Chiusure straordinarie: Venerdì 24 Dicembre 2021, Sabato 25 Dicembre 2021, Venerdì 31 Dicembre 2021

Prezzo

Dal martedì al venerdì: 14.50€ – ridotto da 7€ a 10€ – minori di 6 anni ingresso gratuito

Fine settimana e festivi: 16.50€ – ridotto da 8€ a 12€ – minori di 6 anni ingresso gratuito

Triennale di Milano rende omaggio a Giovanni Gastel con un doppio appuntamento

Sono due le mostre ospitate da Triennale di Milano per omaggiare uno tra i più influenti fotografi dei nostri tempi, Giovanni Gastel. Dal 1 dicembre 2021 al 13 marzo 2022 sarà possibile visitare The People I Like – in collaborazione con il MAXXI Museo Nazionale delle arti del XXI secolo – e I gioielli della fantasia – in collaborazione on il Museo di Fotografia Contemporanea.



Sentimento, purezza, minimalismo ed eleganza: la fotografia di Giovanni Gastel, che tanto amava la ritrattistica, è arte che rimarrà lungo i tempi. L’artista del bianco e nero su diapositiva, durante la sua lunga carriera ha catturato espressioni uniche e naturali, privando i suoi scatti di artifizi manipolatori. Un mestiere che impara in un seminterrato qualunque, in una Milano sempre più aperta ad accogliere nuove mentalità artistiche.Il successo di Gastel arriva durante il boom del Made in Italy; il fotografo non perderà certo l’occasione per esibire i suoi lavori nelle maggiori redazioni italiane, lavorando per “Annabella”, “Mondo Uomo” e “Mondo Donna”. Sviluppa campagne pubblicitarie per le più prestigiose case di moda italiane tra cui Versace, Missoni, Tod’s, Trussardi, Krizia e molte altre. La sua fotografia sarà ammirata anche dalle più importanti griffe parigine come Dior, Nina Ricci, Guerlain.



Il suo nome è talmente altisonante che ben presto sarà affiancato a mostri sacri del settore come: Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna e di leggende internazionali come Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller.

Giovanni Gastel è stato un sofisticato ritrattista del mondo. Non solo visi, ma corpi, mode, gioielli, tessuti, ambienti. Con un sorriso, faceva sembrare facile il gesto infallibile e preciso di un grande fotografo. Il suo lavoro si è intrecciato più e più volte con i percorsi di Triennale, cui aveva regalato idee, progetti e ispirazioni. Con queste due mostre la nostra istituzione rende il primo doveroso omaggio a questo genio generoso e scanzonato che Milano e l’arte hanno perso, troppo presto”, ha dichiarato Stefano Boeri, presidente di Triennale Milano.



The Peolple I Like a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, presenta oltre 200 ritratti di personaggiche hanno avuto l’onore di posare davanti al suo obiettivo: pose, volti, legami con la moda e con l’arte nella sua totalità.Tra i personaggi ritratti: Barack Obama, Marco Pannella, Forattini, Ettore Sottsass, Germano Celant, Mimmo Jodice, Fiorello, Zucchero, Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Bebe Vio, Bianca Balti, Luciana Littizzetto, Franca Sozzani, Miriam Leone, Monica Bellucci, Mara Venier, Carolina Crescentini. I ritratti hanno lo scopo di indagare sul valore interiore del soggetto; la luce teatrale, il chiaroscuro dei suoi bianco e nero, spettacolarizzano la fisionomia del protagonista, cogliendone i tratti della sua anima. Nella parte finale del percorso espositivo trovano spazio 80 immagini della serie dei colli neri, dei ritratti ai margini della spiritualità dell’anima.



In parallelo, Triennale di Milano ospita la mostra I gioielli della fantasia, realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea. Il legame tra Giovanni e il gioiello viene celebrato con 20 immagini di un più ampio progetto commissionato all’autore da Daniel Swarovski Corporation nel 1991 per l’omonimo libro, tradotto in quattro lingue, e la mostra di gioielli del XX secolo, entrambi curati da Deanna Farneti Cera.

Le fotografie in mostra sono state donate da Lanfranco Colombo a Regione Lombardia e sono conservate presso il Museo di Fotografia Contemporanea. I Partner Istituzionali Eni e Lavazza, l’Institutional Media Partner Clear Channel e il Technical Partner ATM sostengono Triennale Milano anche per questo progetto espositivo.

Rosana Auqué, l’artista del cielo e dei fiori

Rosana Auquè è una giovane artista di origine colombiana che scopre la passione per l’arte sin da bambina, avvicinandosi alla pittura all’età di 11 anni per poi proseguire gli studi d’arte al liceo e all’università, tra Cambridge, Colombia e Italia. 

Il risultato di questa lunga formazione emerge nelle sue opere che risentono fortemente delle ispirazioni della sua terra di origini e dell’Italia, due culture che continuano ad avere un grandissimo influsso sulla sua creatività, abbinate poi all’ispirazione dei maestri del Rinascimento e dell’arte moderna come Monet e Klimt. Il risultato sono opere colorate, gioiose e piene di gratitudine verso la natura.

Com’è nata la tua passione per l’arte e quando hai capito avresti voluto diventare un’artista?

Il mio interesse per l’estetica e per le cose belle della vita è nato da bambina, penso che la missione più importante di un’artista sia quella di cercare e di creare bellezza e così è stata la mia mentalità sin dagli inizi. Come diceva Dostoyevski “la bellezza salverà al mondo”, ed io ci credo profondamente.

Quando avevo 11 anni, ho cominciato a dipingere sistematicamente e a maturare la mia passione per l’arte, ho scoperto da quel momento che sono nata per fare l’artista.  Oggi, 19 anni dopo, continuo a creare la mia arte. Nel corso di questi anni ho lavorato sulla creatività e sul particolare interesse per il colore, esplorando nuove forme e tecniche posso dire che finalmente ho trovato il mio linguaggio artistico, quello che mi fa sentire a casa e in piena autenticità: la natura astratta.  



Parlaci della tua formazione…

Nel 2002, quando andavo al Liceo in Colombia, ho iniziato a frequentare delle lezioni extrascolastiche con dei maestri d’arte che venivano ogni settimana a casa. Ricordo che mio papà mi aveva destinato uno spazio speciale a casa vicino alla biblioteca per studiare, dove trascorrevo quasi tutti i giorni. Dopo essermi diplomata, mi sono trasferita in Inghilterra, per iniziare a studiare arte e pittura all’università di Cambridge; in quel periodo, ho passato due anni magnifici, per poi ritornare in Colombia e concludere la laurea in arte a Bogotà, all’Università De Los Andes.

Nel 2017 sono venuta in Italia per frequentare un Master all’Istituto Marangoni focalizzato sulla moda, e ad oggi continuo a vivere a Milano, una città che mi ha accolta e che mi nutre molto di cultura.

Ti dividi tra la Colombia e l’Italia, due paesi ricchi di arte e contrasti. Che influsso hanno queste due nazioni nel tuo lavoro?

Entrambe le culture, sia quella colombiana sia quella italiana, hanno un grandissimo influsso sulla creatività. Il mio più grande interesse, che si evidenzia in ogni creazione, è quello di trovare l’equilibrio tra il colore e la forma.  L’attrazione per il colore viene senz’altro dalle mie radici colombiane. La felicità che ti fa sentire il colore è unica! E questa gioia e libertà cromatica sono caratteristiche del folklore colombiano, così come l’accoglienza e la libertà in senso generale, tutti valori con cui sono cresciuta. Dell’Italia ho colto sicuramente la forma: l’interesse concettuale per quello che sto dipingendo, il fatto di approfondire l’argomento di mio interesse e creare una forma sistematica e disciplinata.

Il lasciarmi ispirare dai grandi artisti Italiani che più ammiro, dai maestri del Rinascimento ma anche quelli moderni e contemporanei, sentendo in ogni momento la presenza di una grande storia, o meglio, la più affascinante storia dell’arte nel mondo.



Le tue opere partono spesso da ispirazioni musicali, come è nato e come hai sviluppato questo legame musica-arte?

In realtà questo legame è nato in maniera organica. Da piccola i miei genitori mi hanno inculcato la passione per la musica. Ascoltavamo musica di ogni genere assieme e questa è una passione che ho continuato a coltivare negli anni.  Ho cominciato a dipingere i paesaggi dopo aver ascoltato “La Primavera” di Vivaldi, e da quel momento è stato inevitabile non immaginare la natura mentre ascolto la musica classica. Quando chiudo gli occhi, le immagini vengono a me: i campi di fiori colorati, la composizione e dimensione di ogni pittura. Senza alcun pensiero specifico, si tratta solo di sentire.

Sei stata definita l’artista del cielo e dei fiori. Come è nata questa passione per la natura e i colori?

Penso che questa passione sia stato il risultato di tante cose. Principalmente perchè mi piace guardare il cielo e i fiori. Tant’è che le persone più vicine a me, ogni volta che vedono un tramonto mozzafiato, delle belle nuvole o dei fiori particolari, mi inviano sempre una foto o mi chiamano; questa è una cosa bellissima perché così si crea un legame umano basato sull’ammirazione della bellezza della natura! Prendersi del tempo per ammirare quello che vedi, il sentirti grato di essere al mondo, capire che siamo tutti qui per goderci il nostro viaggio e che la vita ci regala tante cose belle come il cielo e i fiori, è tutto per me.



Raccontaci dal lato tecnico. Come lavori e impreziosisci le tue opere?

Ogni opera comincia da una spinta: dalla musica, da un concetto particolare, oppure da un sogno che ho fatto mentre dormivo. L’importante è avere sempre un’idea di base e una direzione iniziale, anche se durante la realizzazione dell’opera le cose possono un po’ cambiare. Come materiali, lavoro principalmente con l’olio e con l’acrilico su tela. In più, mi piace utilizzare metalli preziosi come l’oro e il bronzo per accentuare dei dettagli nell’opera e renderla più ricca ed interessante. 

Le tele che utilizzo sono principalmente quadrate (non rettangolari), ma di recente preferisco quelle rotonde, soprattutto per la serie dei cieli che sto dipingendo perché la forma circolare dona un senso di infinità e che il paesaggio si spande al di là del quadro. 

Quali sono le opere che hanno rappresentato per te un passaggio importante nel tuo percorso?

Sicuramente il lavoro di Monet ha influenzato molto il mio lavoro. I suoi paesaggi mi hanno colpita significativamente, in particolare la serie di “Water Lilies”. Penso sia affascinante che prima di dipingere questa serie, Monet abbia piantato e coltivato a casa sua quel giardino che ha poi ritratto sulla tela; è come pensare che prima di avere il pennello in mano, lui ha creato un capolavoro con i fiori veri, il processo creativo è nato da molto prima!

Un altro artista che ha avuto e continua ad avere un grande effetto su di me è Gustav Klimt e il suo utilizzo dell’ornamentazione e dell’oro nelle opere, trovo particolarmente meravigliosi i suoi dipinti di fiori e paesaggi pieni di dettagli e di colore.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti in Colombia e in Italia che ti ispirano e ti ricaricano?

Il mare e i suoi paesaggi mi fanno sentire a casa, danno un senso di quiete che mi ispira. È un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: il tatto della sabbia scaldata dal sole, l’aroma di freschezza, la musicalità delle onde. È un ambiente che non pretende niente da te, lì c’è solo pace e luce. Sicuramente i luoghi che più mi ricaricano di energia sono Santa Marta in Colombia e Napoli in Italia.

Quali sono i prossimi progetti e sfide per il futuro?

Continuare a dipingere è la mia più importante missione. Voglio fare questo, continuare nella mia crescita e ricerca pittorica. In più, voglio portare questo mio mondo ad altre situazioni e oggetti di uso quotidiano, creando la possibilità di vivere l’arte e la bellezza a 360°. 

Al momento sto lavorando per creare una fondazione d’Arte in Colombia, dove tutti i bambini possano avere accesso alla migliore educazione artistica, avendo l’opportunità di scegliere l’arte come un percorso reale di vita. Penso che una società che pone al centro la cultura e l’amore per la bellezza sia destinata al successo e ad un futuro più inclusivo. Questo nutrimento verso la cultura spero porti consapevolezza ad ogni persona della responsabilità che ha nella società, e la spinga a creare un mondo migliore in cui vivere. Infine vorrei portare ottimismo e ispirare le persone a nutrire la propria anima come solo l’arte sa farlo.

Photographer: Riccardo Albanese

Ugly but cool: Mariano Franzetti

Sulla contaminazione arte-moda si potrebbe scrivere un intero libro, partendo da grandi maestri come la Felt Suit di Joseph Beuys alle opere di Flavio Lucchini; gli esempi potrebbero essere tantissimi, fino ad arrivare a tempi più recenti in cui, soprattutto la moda, ha guardato all’arte. In un momento storico in cui è radicalmente evoluto il concetto di bellezza e di identità.



Il lavoro di Mariano Franzetti, artista e creativo eclettico di origini argentine, ha ripensato all’estetica dell’ugly (il brutto) in chiave ironica, per trasformarla in qualcosa di contemporaneo e cool. Dopo gli iniziali studi di architettura, Mariano si trasferisce a Buenos Aires per dedicarsi completamente alla sua passione, la pittura, che coltiva fin da piccolo, studiando i pittori rinascimentali e l’arte in generale.



Si trasferisce poi in Italia nelle Marche, iniziando subito a lavorare come artista in collaborazione con un laboratorio di architettura e interior design. Dopo essersi trasferito a Milano, sviluppa ulteriormente la sua carriera di artista e direttore creativo. Sin dagli esordi, le sue opere si caratterizzano per la ricerca cromatica, i toni brillanti e audaci, le immagini e i motivi grotteschi. Un universo costituito da fantasie apparentemente giocose, narrative stravaganti, atmosfere inusuali, che lasciano un segno sui fruitori, suscitando emozioni e stati d’animo differenti. Incuriosito dall’essere umano, dalle sue vicende e della sue svariate sfaccettature, all’interno delle sue opere si trovano spesso personaggi eccentrici, “diversi”, deformati, non solo per l’abbigliamento modaiolo e le sembianze, ma anche per lo stile di vita e la personalità.



Scoolture, dipinti e arazzi: la mostra a Bologna “PUTTY TOYS TRICKY, LORO”

Mariano Franzetti ha presentato a Bologna i giorni scorsi per la prima volta il suo nuovo lavoro artistico, che sviluppa il tema dell’Ugly but Cool tramite media diversi, dalle scoolture (come le definisce lui), gli arazzi, fino ai dipinti. Il tutto all’interno della cornice rococò di Palazzo Hercolani di Bologna, all’interno degli spazi di Zefyro e Silaw Tax & Legal, merchant holding indipendente fondata da Alessandro Tempera, che ha supportato il progetto. Questa mostra segna un importante sviluppo nel suo percorso creativo, che senza rinunciare alla dimensione pittorica e neofigurativa, si declina ora verso una tridimensionalità materica ricca di contrasti. Protagonisti assoluti di questa nuova mostra sono una strana e grottesca community di personaggi che indossano abiti iconici di importanti maison della moda, come Saint Laurent, Celine, Prada, Bottega Veneta, tanto per citarne solo alcune.



Inizialmente, queste piccole sculture in stucco erano state pensate per sostituire i modelli nell’impossibilità di realizzare servizi fotografici per la moda durante il lockdown del 2020 e hanno colmato le giornate dell’artista. Si sono nel tempo moltiplicate, trasformandosi in personaggi grotteschi, dai volti deformi con pochi capelli colorati e arruffati, ma dai look super cool. In modo spontaneo è nata un’intera generazione di questi personaggi che esplorano il dualismo costante tra realtà e voglia di apparire. Quella di Mariano è la ricerca di una bellezza non canonica come quella imposta dalla moda; da questa idea nascono questi Beautiful Loser, che riflettono bene le contraddizioni della realtà che ci circonda. Così spiega lo stesso Franzetti: “I personaggi di Putty Toys Tricky riflettono bene i contrasti del nostro tempo. Sono brutti ma cool o forse troppo cool ma brutti? Una strana e deforme comunità di individui che, pur indossando abiti delle più prestigiose griffe di moda, si atteggiano in posizioni anomale, parlano un linguaggio incomprensibile, muovendosi in modo strano e bizzarro. Ma è proprio nella loro diversità e nella loro distanza che questi personaggi vivono e comunicano.” Queste “scoolture” di improbabili fashion victims, vanno poi a comporre dei veri e propri tableaux vivant, scene che rimandano a note iconografie sacre o alla cantiche della Divina Commedia. Un’attrazione verso l’arte sacra che l’artista ha tratto dal suo retaggio e formazione in Italia, durante i quali ha visitato in modo capillare le chiese e abbazie tra le Marche, l’Umbria e l’Emilia Romagna.


I

Milano, Arte e Motori: le contaminazioni creative di Paolo Troilo

Un passato come art director e un presente-futuro da artista indipendente: questo in estrema sintesi il percorso di Paolo Troilo, che ha recentemente inaugurato la mostra “Troilo-Milano solo andata”, curata da Luca Beatrice a Palazzo Serbelloni. Come ben osserva lo stesso Beatrice: “Troppo spesso siamo abituati a chiedere, pretendere, preoccupandoci poco di dare in cambio di restituire. Paolo da Milano ha avuto e ha dato tanto, mi ha ricordato l’unicità di questo posto dove sei in mezzo alla vita e poi ti chiudi in studio senza vedere nessuno per giorni. Mi ha raccontato che i quadri esposti a Palazzo Serbelloni è come fossero cresciuti insieme a chi ha poi scelto di acquistarli. Ripresentandoli al pubblico, Paolo ci sta dicendo qualcosa come “grazie a questa città che sono diventato grande, questo è il risultato del mio lavoro, ve lo affido”.



Così, in modo del tutto imprevisto, le opere monocromatiche dell’artista– spesso di formati monumentali – entrano in dialogo con gli spazi iper decorati di Palazzo Serbelloni, creando un cortocircuito creativo. Differenti soggetti che hanno in comune la rappresentazione del corpo umano maschile in continua evoluzione tra sacro e profano, oltre alla speciale tecnica di fingerpainting, o “iperrealismo con le dita”, tecnica che ha reso Paolo un artista ben riconoscibile, unitamente alla scelta dei soggetti. Fil rouge tra le opere e protagonista della mostra è proprio Milano, città che ha accolto Troilo nel 1997 e lo ha reso un pubblicitario noto a livello internazionale, fino a renderlo un artista. Oltre alle opere è stata anche esposta nel cortile di Palazzo Serbelloni uno speciale modello Lamborghini Huracán EVO interpretata dall’artista. Si chiama  “Minotauro” e riprende il mito del corpo di uomo e toro raccontanti in un dipinto e trasposti sulla carrozzeria di una Lamborghini Huracán Evo. Attraverso le sembianze di un corpo maschile riprodotto per mano di Troilo con l’uso dei polpastrelli, l’opera è l’espressione della dinamicità, della potenza e delle emozioni che l’artista ha provato alla guida della Huracán Evo, la super sportiva di Sant’Agata Bolognese. Il tributo dell’artista alla Huracán Evo celebra la fusione tra l’uomo raccontato dalla sua pittura, il toro simbolo di Lamborghini e il concetto di mito espresso nello slancio soprannaturale, quasi animalesco, che la figura maschile dipinta sulle fiancate è in grado di sprigionare. Il cuore dell’opera è incentrata sulla fantasia del conflitto tra uomo e toro, il segno zodiacale del suo fondatore.



Conclude Christian Mastro, Direttore Marketing di Automobili Lamborghini: “Per me è stato ispirante incontrare Paolo Troilo e la sua espressività pittorica. In Azienda siamo abituati all’arte e al modo in cui questa da sempre permea le nostre automobili. Tuttavia, quando il nostro prodotto e le emozioni che questo sa dare incontrano la sensibilità di un artista come Troilo, nasce qualcosa di diverso ed eccezionalmente unico come l’opera Minotauro, di cui siamo orgogliosi”.



Il tempo. Io sono innamorato della lentezza, e l’ho sempre difesa considerandola un ingranaggio cardine del piacere, della cultura, della bellezza, del successo. Ma capita che ci siano degli incontri che ti cambiano.” ha affermato Paolo Troilo, creatore dell’opera. “Incontrare la Lamborghini Huracán EVO e provarla mi ha suggerito che esistono anche cose capaci di sprigionare le stesse energie con l’accelerazione, con la velocità, con lo scatto.  Così ho sentito il rumore del vento che aumenta mentre lo spazio si accorcia e il tempo si deforma: ho sentito un vento liquido e l’ho usato per dipingere sulla musa stessa, ispiratrice di queste emozioni – la Huracán –  il mio Minotauro”.

Moi aussi, la prima art gallery digitale

Testo di Giulia Manca

“Anche io voglio essere un artista” questa la frase che Andrea Zampol D’Ortia ha sentito il bisogno di dire ad alta voce quando ha messo insieme i tasselli della sua idea. Riconosceva la necessità di dare forma, luce e vita ad una nuova tela, una tela che fosse una nuova realtà, un mondo unico che riunisse artisti provenienti da tutto il mondo intorno ad unico oggetto: l’occhiale.

Così è nato Moi Aussi… fiorito tra le Dolomiti, è il frutto della creatività di Andrea e di suo figlio Luca che hanno plasmato il progetto partendo proprio all’unione dei due mondi, quello dell’occhiale e quello dell’arte.

Un contenitore di idee, di creatività, di persone, questo è Moi Aussi…: la prima art gallery digitale pensata per riunire artisti internazionali intorno ad un’unica tela, sulla quale ognuno di loro ha la liberà di intervenire con la propria creatività.



Quando Andrea racconta del progetto, vediamo scorrere tra le sue mani un fil rouge che trova lì il suo inizio per poi seguire un percorso in continuo divenire; attraversa città, paesi e continenti e porta con sé storie, culture e religioni, una diversa dall’altra, pronte a connettersi e contaminarsi. Realtà e spiritualità, materia e pensiero sono i quattro elementi che hanno guidato Andrea e suo figlio e continuano a farlo accompagnandoli lungo il cammino di Moi Aussi…

Un occhiale realizzato dagli artigiani del Cadore, un oggetto così familiare, diventa l’insolita tela che scelgono di sottoporre agli artisti, dando loro piena libertà di azione, proponendogli di creare, distruggere fino a trasformare l’oggetto in opera d’arte: Moi Aussi… cerca di catturare l’interesse dell’osservatore proprio attraverso la sottile energia sprigionata dalla materia.

La scelta degli artisti, realizzata da Andrea e dal suo team, si basa su un lavoro quotidiano di scouting e di gusto personale, senza lasciare spazio a preferenze per emergenti e affermati. Ad ognuno di loro viene richiesto di mettersi in gioco all’interno di uno spazio atipico con la libertà di creare senza limiti avendo a disposizione diversi modelli di occhiali forniti appunto da Moi Aussi…



“Moi Aussi… è un contenitore vibrante di incontri, di esperienze passate e di luoghi vissuti, dove la libertà, l’istinto e la consapevolezza dell’artista fanno emergere l’espressione delle sue origini, le tradizioni della sua cultura e il proprio animo. Così, nell’unione di genialità e manualità, nasce un’opera unica e non replicabile. Ho immaginato di unire gli animi in modo pure, etico e spontaneo, attraverso il passaggio di un oggetto di uso quotidiano, come un occhiale. Ho adottato un linguaggio comune, quello dell’Arte, che dà modo agli artisti provenienti dall’intero globo di conoscersi, interagire, condividere idee e progetti nel nome della bellezza” questo il messaggio di Andrea Zampol D’Ortia che dona animo a Moi Aussi… insieme ad ogni singolo artista che ne fa parte.

Galleria d’arte di moi aussi…: www.moiaussi.it

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Sergio Fiorentino, artista che traduce in dipinti e opere sui generis le suggestioni della “sua” Noto

Per l’artista 48enne Sergio Fiorentino, catanese ma ormai trapiantato a Noto, proprio la cittadina del Siracusano ha rappresentato un punto di svolta fondamentale, uno spartiacque nel suo percorso lavorativo ed esistenziale: innamoratosi della culla del Barocco, un unicuum irripetibile quanto a luci, colori, ispirazioni e sensazioni, vi si è trasferito in pianta stabile, adibendo ad atelier uno spazio ricavato nel refettorio di un convento del XVIII secolo. Ha dunque ripreso a dipingere, una passione messa da parte dopo gli studi all’accademia di Design e Comunicazione Visiva Abadir per dedicarsi alla vendita (e restauro) di oggetti di design, riversando nei quadri una visione che potrebbe definirsi classicamente contemporanea, definita da ritratti, volti e figure rese in pennellate veloci e decise nei toni del blu, rosso, bruno e bianco, manipolate poi attraverso graffi, abrasioni e tamponature che donano un’aria evanescente all’insieme, accentuando la sensazione di silente immobilità, di sospensione che caratterizza le tele.

Gli artwork di Fiorentino, esposti nelle collezioni permanenti di diversi musei (inclusi il MacS e la Fondazione La Verde La Malfa della sua città natale), sono stati inclusi in numerose fiere di settore e mostre ospitate da varie istituzioni museali, dai Musei Civici agli Eremitani, a Padova, alla galleria romana RvB Arts, dalla Fondazione Mazzullo di Taormina alla Palm Beach Art Fair americana.
Lo abbiamo incontrato nella sua casa-studio di Noto, nel pieno centro della cittadina Patrimonio Unesco dal 2002, colma di opere terminate o work in progress, manifestazioni di un estro creativo a tutto tondo che trova applicazione anche in mobili e oggetti che sfuggono alle classificazioni. 



Quando e come hai iniziato a dipingere?

«Dopo gli studi in restauro e, successivamente, pittura all’accademia Abadir, a Catania, la mia passione si è trasformata in lavoro, con l’apertura di una piccola galleria in città dove vendevo – e restauravo, anche – oggetti di design del Novecento, dal futurismo agli anni ‘60. Dieci anni fa, giunto a Noto per caso, me ne sono innamorato, ritrovandomi così da un giorno all’altro a cambiare vita; ho chiuso il negozio, che pure andava assai bene, e ho ricominciato a dipingere. La prima mostra è arrivata con Vincenzo Medica, nonostante siano passati anni mi sembra ancora un sogno, è un’enorme fortuna poter trasformare ciò che si ama in lavoro, in vita tout court».

Da Catania a Noto, le persone continuano a raggiungerti e il tuo atelier è diventato un place to be locale…

«In effetti dal mio studio è passata tanta gente, d’altronde il luogo, all’interno dell’ex refettorio di un convento del Settecento, è meraviglioso. Pur essendo separate solo da un’ora di strada, Catania e Noto secondo me non potrebbero essere più diverse: la prima è tutta nera, lavica, sovrastata da un vulcano attivo, pervasa da una grande energia, tutto un altro mondo rispetto alla seconda, completamente bianca, sospesa, metafisica».

L’atmosfera di Noto, con la luce, il cielo, i colori unici nel loro genere, ha influenzato il tuo lavoro?

«Senz’altro, è qui che ho ripreso a dipingere, un simile contesto non può che essere presente, a iniziare dal blu, che nella mia idea è una sorta di liquido amniotico in cui iniziano a formarsi le figure; la mia pittura è legata visivamente al cielo di Noto, l’incarnato dei volti ricorda invece gli intonaci, le pietre, i muri dei palazzi, con tutte le screpolature e i segni del tempo, per non parlare dell’energia sospesa che si avverte, soprattutto d’inverno».


Con quali tecniche intervieni sui dipinti?

«Di solito realizzo volti o corpi in blu (sfumatura presente in tutti i miei lavori, anche quando non è subito visibile), quindi dipingo a olio l’incarnato e, quando il colore è ancora fresco, lo graffio, fino quasi a sfaldarlo, in modo da far emergere il fondo, come avviene nella serie dei ritratti con piante dove, dopo la prima stesura, sono intervenuto rimuovendo la materia e facendo venir fuori le foglie».

Oppure nella serie dei corpi…

«Esatto, ho fatto lo stesso nei dipinti sui tuffatori, figure in blu che risultano sospese, immobili, senza un punto di partenza né di arrivo, come fossero cristallizzate per sempre nella dimensione del quadro».

A cos’altro stai lavorando attualmente?

«A una serie di arredi in materiali tipici delle arti decorative siciliane del Settecento, in particolare del Trapanese, che vanta una tradizione straordinaria con maestranze che, già all’epoca, utilizzavano argento, ottone, corallo o lapislazzulo. Sto lavorando ad esempio a un mobile con le aguglie, un link ai dipinti dei sognatori con i pesci: si tratta di tirature limitate, nove pezzi unici diversi uno dall’altro. Ci sono poi due mobili con fili sottilissimi che percorrono una lastra di ottone, riempiti da polvere di lapislazzuli nei toni del blu oppure da polvere di corallo rossa.
Tra i lavori in corso d’opera c’è anche una creazione in rame sbalzato, nata dall’incontro casuale con un bravissimo artigiano che ho visto in azione, esponente della terza generazione di una famiglia di pupari; insieme abbiamo realizzato questa specie di scultura, di totem a due moduli. In passato ho invece realizzato delle ceramiche ispirate ai miei temi ricorrenti, come quello dei tuffatori».


Quali sono i tuoi artisti o designer di riferimento?

«Ce ne sono tanti, da Ico Parisi e Gio Ponti a un un pittore come Antonio Donghi (esponente di spicco del realismo magico, ndr), quest’ultimo mi emoziona per la capacità di ritrarre figure di vita quotidiana come se fossero “imbalsamate”, bloccate nel tempo; mi ricorda la tradizione siciliana dei bambinelli o delle statue di cartapesta, è come se le ponesse all’interno di una campana di vetro, fermandole per sempre, per certi versi provo anch’io a fissare un istante, come nei tuffi, che siamo abituati a vedere come un’immagine in movimento e nei miei quadri diventano, invece, una frazione di secondo eternamente sospesa.

Amo ciò che è antico, mi piace creare opere che abbiano un linguaggio attuale e al contempo legate al passato, vale anche per i dipinti, in cui i volti sono di persone realmente esistenti, che per vari motivi hanno per me un significato; inserendoli nella tela cerco tuttavia di estrarli dalla dimensione spazio-temporale, infatti non ci sono mai riferimenti a luoghi o tempi, in alcuni casi neppure al sesso, tanto che alcuni soggetti potrebbero essere maschili o femminili, come se provenissero da un altro pianeta».

Come descriveresti il tuo stile?

«Quando dipingo mi sforzo di essere quanto più possibile essenziale, sia a livello di immaginario sia di resa cromatica: di base utilizzo quattro colori, bianco per la luce, una sfumatura bruna per le ombre e due cromie opposte, rosso (che nella mia visione è l’anima, lo spirito) e blu, che rappresenta la carne, la materi

Scopri di più sull’artista Sergio Fiorentino

https://sergiofiorentino.it/About

Ph. Davide Musto

“Rosalia, Luce mia!”

A Palermo, nel sacrato della Cattedrale, fino al 10 settembre sarà possibile vedere (ammirare) due installazioni en plein air, riunite sotto il comune titolo “Rosalia, Luce mia!”, il nuovo progetto firmato e prodotto da Stefania Morici. Due progetti diversi ma complementari, che rendono omaggio alla Patrona di Palermo, Santa Rosalia, tanto amata dai palermitani e dai numerosi turisti che hanno ricominciato a ripopolare la città. Grandi cerchi e cubi, con  figure e focus luminosi scenograficamente sospesi in aria, che orientano il nostro pensiero, le nostre emozioni e persino le nostre azioni, in una dimensione interiore e spirituale in cui ognuno di noi può  immergersi nella cultura e nella tradizioni cittadine. Dentro ogni cubo e ogni cerchio, disegni e personaggi nati dalla penna versatile e dagli acquerelli, rispettivamente, di Sergio Caminita (Repetita Iuvant) e Anna Cottone (In Lucem): legato al mondo del design e delle grafica il primo, acquerellista e Urban Skechers la seconda, uniscono le forze per raccontare la Santa. Che affiora dalle facce di ogni cubo e di ogni cerchio, replicandosi decine e decine di volte, pazientemente in attesa che questa città ricominci da dove aveva lasciato prima della pandemia. Dai suoi siti culturali, dalla bellezza delle strade, dai suoi gioielli in chiese ed oratori. Un monito e un invito nello stesso tempo: a vivere piano, godere delle piccole cose, ricostruire la propria vita.



“Meno di un anno fa – dice Stefania Morici- abbiamo rivestito la Cattedrale e alcune piazze di Palermo con migliaia di cuori di Angelo Yezael Cruciani che formavano tante gigantesche rose, simbolo di Santa Rosalia, rivolgendo un omaggio alla nostra Patrona. Un gesto d’amore di tutti noi palermitani per la Santuzza, una sorta di messaggio che dalla terra si elevasse verso il cielo. Quest’anno mi è piaciuta l’idea che fosse proprio Santa Rosalia ad abbracciare Palermo e i suoi cittadini con la sua luce ed il suo amore. Per cui ho immaginato delle grandi installazioni luminose sospese per aria che accendessero i nostri cuori e il nostro cammino e raccontassero la storia di Santa Rosalia, mostrando il suo volto, la sua presenza, la sua storia: le “gesta” di una giovane donna forte e coraggiosa che è riuscita a sconfiggere la peste. Stiamo indubbiamente uscendo da uno dei periodi più bui della storia recente dell’umanità. Un periodo che ha toccato, da diversi punti di vista, la vita di tutti noi e dal quale sentiamo il bisogno di scuoterci e reagire. Con questa iniziativa artistica abbiamo voluto riportare luce, colore, fede e speranza alla città di Palermo e ai suoi abitantii. Una semplice dichiarazione d’amore che parla di leggerezza ma anche di tutto ciò che è fortemente sentito e vissuto dai palermitani: la potenza, la solidità, la robustezza di valori forti. Rosalia, Luce mia, vuole essere una luce dove guardare.”



Così chi guarderà dal basso le opere luminose sarà preso da una vertigine perché quei cerchi e cubi che volteggiano in cielo, ti faranno sentire leggero. Chi invece vorrà andare oltre la semplice installazione, si troverà dinanzi un “presepe sospeso” che si immerge nell’iconografia legata a Santa Rosalia, protettrice della città di Palermo, ieri come oggi.



Ad arricchiere i progetti  fino al 30 luglio nelle vetrine su strada di RISO – Museo d’arte contemporanea della Sicilia, e in collaborazione con CoopCulture che gestisce i servizi del museo, è possibile vedere esposti anche sei famosi “Taccuini d’arte”  di Anna Cottone, un cartellone che ricalca quello dei Cantastorie con la vita della santa, e un teatrino in cartone, accompagnati sempre da un cunto in dialetto siciliano. Un’immersione a 360 gradi nel mondo della santa eremita, un lungo racconto per immagini acquerellate, che Anna Cottone porta già avanti da diversi anni. Esse raffigurano un  vero e proprio viaggio dentro il Festino e la vita  di Santa Rosalia.



Rosalia, Luce Mia è prodotto e organizzato da Arteventi di Stefania Morici  e Cialoma eventi-Associazione Arte mediterranea , sostenuto da #IoComproSiciliano. Con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura del VaticanoArcidiocesi e della Cattedrale di PalermoAssemblea Regionale SicilianaAssessorato regionale del Turismo, Sport e SpettacoloAssessorato comunale alle CulturEFondazione SiciliaSettimana delle CultureFondazione per l’Arte e la Cultura Lauro Chiazzese.



In collaborazione con RISO – Museo d’arte contemporanea della SiciliaCoopCultureCassaro AltoOfficine Creative. Il progetto allestitivo è firmato da FDR Architetti di Agostino Danilo Reale, allestimenti realizzati da I Dock, collaborazione tecnica di Hafa Comunicazione. Con il sostegno di TedGrass OcchialiLuan.



Insomma, un progetto che mira alla comunità: perché Rosalia la protegga, ieri come oggi.  “Ancora un anno il Festino senza tanti momenti tradizionali ma non per questo senza la devozione, la preghiera e il ringraziamento per la nostra Santa Patrona. Ancora un anno nel quale, grazie alla sensibilità artistica e umana di Stefania Morici e dei suoi tanti collaboratori, l’arte torna ad arricchire ed illuminare il sagrato della cattedrale per raccontare la vita e la storia di Rosalia e del suo legame con Palermo, per dare speranza nel futuro ai palermitani, per indicare la fine di questo lungo tunnel di pandemia. Un racconto artistico per luci e immagini che è conferma di fede e fiducia nella possibilità di liberarci, ancora una volta da ogni peste” dice il sindaco Leoluca Orlando. Al progetto collabora anche la Fondazione Sicilia, presieduta da Raffaele Bonsignore, che spiega come La devozione che da secoli lega i palermitani a Santa Rosalia è riuscita a emergere anche in questi ultimi anni funestati dalla pandemia. Per queste ragioni abbiamo sostenuto la realizzazione di queste particolarissime opere d’arte aeree: perché ci spingano a rialzare lo sguardo e a condividere la bellezza anche con i turisti che torneranno”.



Cettina Giaconia, imprenditrice e consulente d’impresa, che da sempre crede nell’arte e nel potere della bellezza e della cultura, e che ha sostenuto fin dall’inizio questo progetto,  dichiara. “Palermo è una città straordinaria, con una storia ricchissima ed un patrimonio artistico-culturale immenso. Un giacimento di cultura davvero incredibile, da cui trarre continuamente ispirazione e sollecitazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, è stata mortificata e non ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità. La storia, la filosofia, la letteratura, l’arte ci hanno insegnato cos’è la bellezza. Ma non basta. Dobbiamo difendere la nostra intelligenza e la nostra cultura. Non possiamo più circondarci di immondizia, volgarità e ignoranza. Dobbiamo uscire da questa specie di cappa di disillusione e stanchezza. Da scenari caotici, confusi e stagnanti. Abbiano bisogno di nuovi “mercanti di luce” e iniziative come questa dimostrano che si può portare luce e bellezza e che è proprio da queste che bisogna ripartire. L’omaggio di una Palermo che crede nella rinascita. Un fascio di luce e leggerezza per tutti. Un città che si specchia in Rosalia, vedendo qualcosa di nuovo, guardando così, contemporaneamente, al passato e al futuro”.



Con Rosalia, Luce mia! le opere d’arte non saranno più solo guardate, ma verranno analizzate, verranno lette come in un testo e l’osservatore non sarà più solo un semplice osservatore, ma diventerà fruitore. Un’installazione ambientale pensata come un “dispositivo aperto”, capace di dilatarsi o rimpicciolirsi, che mette insieme, “unisce”, immagini e sensazioni diverse di un’unica donna: Rosalia. Un’opera temporanea che mostra la potenza scenografca e narrativa dell’arte, dell’architettura, della storia e della tradizione di Palermo.

Il muralismo di Jorit tra volti di resistenza e facciate di periferia

Incidere la corteccia di un albero, per far sgorgare la linfa. Il terreno, per frangerlo e nutrirlo di acqua. O la cute, per decorarla di simboli e significati, come le cicatrici ipertrofiche che hanno modificato e magnificato il corpo di tante etnie africane che portano incise, come bassorilievi su pelle, il passaggio da uno stato indifferenziato all’appartenenza a una cultura, l’individuo che diventa inclusione, che diventa tribù. Questa pratica si chiama scarificazione e nella simbologia del suo mal d’Africa Jorit l’ha tradotta nella comunione dei suoi volti, quelli graffiati nel cemento dei palazzoni popolari con strisce rosso ruggine in un patto iniziatico di fratellanza, in quell’uno per tutti, tutti per uno che è anche la forza corale dei suoi murales. Come le strisce che egli stesso si è fatto imprimere sul volto dall’artista romano della body modification Gabriele Di Dio, come un’opera tra le sue stesse opere, come segno di affiliazione a una tribù che non riconosce la predominanza di un colore come superiorità di una razza, che non si identifica in un “Dio” come esclusività di un credo e che non vede nelle diversità vincitori o vinti, perché questa tribù ha un solo volto, quello unico dell’umanità.



Jorit, il graffiti artist italo-oladese, è figlio della periferia napoletana, quella come altre sfuggite di mano al concetto modernista di “cerniera” e poi diventate un groviglio urbano ed esistenziale fuori controllo. E nel chiaro-scuro di queste vite di confine e di schiere di caseggiati di quartiere, il suo muralismo è diventato la pacifica arma civile di un manifesto di riscatto sociale. Il baricentro ideale dal quale le sue opere si sono diffuse a raggiera, internazionalizzate e museificate, ma con un magnetismo circolare alla fine sono quelle che ritornano sempre al loro punto di partenza, a casa, nei vulnerabili e contraddittori luoghi che più hanno bisogno di riqualificazione, di punti di riferimento e di simboli di resistenza, risveglio e speranza. Barra, Ponticelli, San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Scampia, Forcella, Quarto. Ritornano sulla strada ad essere arte del popolo e per il popolo con i suoi messaggi di condivisione e comprensione universale.



I volti iper-realistici che troneggiano nella loro imponenza sono marchiati da due linee che sembrano quasi unirsi a formare una lingua di fuoco a due punte, segno distintivo che arde sulle guance di questi guerrieri uniti nella stessa lotta, che poi lotta non significa necessariamente spargere sangue, ma destare alla riflessione le coscienze dormienti, indifferenti o semplicemente impaurite. Jorit ha così (r)accolto nella mappa della sua tribù urbana attivisti, difensori dei diritti umani, sportivi, musicisti, politici, intellettuali e sognatori, quelli che hanno pagato con la vita la speranza di un mondo migliore e quelli che, nonostante tutto, continuano a crederci, quelli che hanno lottato per abbattere le disuguaglianze e quelli che di discriminazione, invece, sono morti. Una galleria di visi, che vestono di nuovi panni facciate nude e spoglie, e di occhi, che parlano di rivoluzioni che inneggiano al diritto di essere uomini, umani ed uguali, come quelle di Nelson Mandela, Antonio Gramsci, Che Guevara, Angela Davis, Rosa Parks, Martin Luther King, Muhammad Alì, Pier Paolo Pasolini, Antonio Cardarelli, Ilaria Cucchi.



Nella grande famiglia allargata dell’ex scugnizzo d’oro, come ad alcuni piace chiamarlo, a fare squadra non troviamo solo personalità di pubblica piazza, ma anche gente qualunque, gente del popolo, anonimi ai più o tristemente noti per aver “barattato”, loro malgrado, un pezzo di cronaca con la vita come  Luana D’Orazio, morta sul lavoro a soli 22 anni, Davide Bifolco, il ragazzino del Rione Traiano assassinato dalle forze dell’ordine al termine di un inseguimento, Marcello Torre, il sindaco che ha perso la vita per mano della camorra, George Floyd ucciso dalla polizia a Minneapolis, e ancora Niccolò, il bambino autistico, Kukaa, il piccolo migrante morto con la pagella in tasca, e Ael, soprannominata la Zingarella, volto della comunità rom e simbolo di inclusione sociale come recita il titolo del murale “Tutt’eguale song ‘e criature”. E forse proprio loro, speranza di futuro, sono la chiave di tutto come trasuda nella bellissima opera in bianco e nero intitolata “I Sogni” e a loro Jorit dedica un pensiero: “i bambini nascono tutti uguali e hanno tutti diritto alla salute, al cibo, all’istruzione, a una casa e a provare a realizzare i propri sogni. I sogni dei bambini sono un buon motivo per lottare e per sacrificare tutto in favore di questa causa, perché sono innocenti e indifesi e sono i “grandi” che devono lottare per loro”. Perché “se è tempo di cambiare il mondo” forse bisogna partire proprio da qui, dalla parte migliore di noi.

Artisti milanesi under 30: Marco Vignati

Si è inaugurata lo scorso 28 maggio, nelle sale nobili di Palazzo Cusani, la mostra Tramestio, a cura di Michael Camisa e Sophia Radici. I protagonisti sono tre artisti milanesi under 30: Davide Ausenda (1994), Alice Capelli (1997) e Marco Vignati (1994). L’immaginario collettivo ha subito un cambiamento: la pandemia di COVID-19 ha costretto una riprogrammazione quotidiana delle nostre azioni generali, vincolate all’interno delle proprie abitazioni per diversi mesi. Le generazioni Millennials e Post-Millennials hanno visto i propri sogni spegnersi ulteriormente a causa dell’obbligo a rimanere fermi, nonostante la loro mente non lo sia mai stata. L’ambiente domestico è diventato
così sia prigione, sia officina creativa: ricordi, ambizioni, perplessità si sono mischiati tra loro. La mostra è una risposta al ribaltamento epocale che ogni individuo ha vissuto e che continua a vivere. Le alterazioni hanno colpito la dimensione spaziale, nella quale pubblico e privato sono diventati un tutt’uno all’interno di un tempo sospeso nel quale abbiamo udito un costante rumore di fondo: il tramestio.

Scopriamo qualcosa in più attraverso un dialogo con uno dei protagonisti, Marco Vignati, che ci racconta della mostra e del suo percorso.

Raccontami il tuo percorso e come sei approdato all’arte e alla fotografia

Credo che tutto sia nato molto presto, fin da piccolo. Parlando però concretamente già dall’inizio delle superiori ho capito che avrei voluto fare tutt’altro. Durante quei cinque anni mi sono approcciato quasi casualmente alla fotografia e da lì ho capito che avrei voluto continuare il mio percorso all’interno di essa. Diplomato, ho frequentato il corso di arti visive/fotografia presso L’Istituto Europeo di Design di Milano durante il quale ho iniziato a collaborare come assistente per alcuni fotografi, dalla moda allo still-life. Ho continuato dopo la laurea triennale a lavorare come fotografo di moda e still-life. Nonostante il mio corso fosse incentrato sulla fotografia di moda, il mio interesse per la si è sempre mosso verso l’utilizzo semantico dei principi costitutivi del mezzo stesso. Una ricerca che utilizza l’immagine fotografica, ma che è assolutamente distante dalla “fotografia” in quanto prende forma attraverso installazioni.


Cosa significa per te Tramestio?

Credo sia ciò che sia successo (e sta ancora succedendo) a Palazzo Cusani. Tre artisti e due curatori tutti under trenta, Un palazzo storico nel cuore di Milano. È stata un’opportunità meravigliosa e ci siamo subito adoperati per creare contenuti che fossero da un lato qualcosa che scuotesse, dall’altro che riuscissero a coesistere con il circostante. Per me è stata la prima vera occasione per mettere in mostra il mio lavoro. Chiaramente un onore.



Il tuo lavoro è a metà strada tra l’installazione e la fotografia, come è nato questo approccio?

Il mio interesse appunto fin dall’inizio dello IED si è subito spostato verso l’utilizzo della fotografia in maniera performativa/installativa. Questo sono riuscito ad unirlo a piccoli lavori di “artigianato” che ho sempre fatto, fin da piccolo, nel laboratorio di mio nonno. Ho preso molti spunti che riguardavano la mia infanzia e crescita e li ho uniti a quello che desidero raccontare ora.



Il tuo rapporto con la memoria e il tempo, tra recupero e negazione

Il discorso della memoria legato al tempo chiaramente passato mi ha sempre affascinato, un interesse quasi ancestrale. Il fatto che poi abbia portato avanti la strada della fotografia sicuramente ha fatto coincidere questi due aspetti che in qualche modo parlano della stessa cosa ma sono anche all’opposto. Da un lato l’immagine fissa ciò che è appena successo, dall’altro nel momento stesso in cui avviene inizia il suo processo di storicizzazione che impone il trascorso temporale. In un certo senso, attraverso l’installazione 002 (lo “scrigno”), ho fatto in modo che ogni fruitore possa contribuire al cambiamento costante di un’immagine fotografica. In questo senso il tempo diventa a sua volta parte costituente di quell’immagine, strettamente legato a ciò che volevo comunicare con l’immagine inserita all’interno dell’opera stessa.



Quali i tuoi materiali preferiti per le installazioni e che significato hanno per te?

Ferro, cemento e legno sono materiali che ho sempre usato e visto usare durante le estati e le vacanze invernali nel laboratorio del nonno. Mi è sempre piaciuto poter essere in grado di modellare e creare oggetti con le mie mani, potrei dire che è stato un passaggio scontato. Le installazioni presenti vedono come protagonisti effettivamente questi materiali che ho usato in realtà più per appesantire le strutture e quindi parlare la stessa lingua rispetto al concept dell’opera. Pensiero e ricordo pesante nel personale, e pesante concretamente già solo come immagine.

I social media contribuiscono a comunicare anche l’ arte e il tuo lavoro? Memoria o dispersione?

Ho provato a comunicare questo tramite social, ma ho riscontrato davvero poco seguito. Posso aver sbagliato la modalità così come può essere che il mezzo stesso non sia fatto per questo tipo di dinamica. I social chiaramente li uso, li apprezzo e ne capisco il valore ma non sono un grande fan.



Sogni e progetti imminenti…

Per il futuro credo semplicemente che tutto ciò che è stato realizzato quest’anno sia la base di un percorso. Non è che il primo passo in fondo. La prima vera mostra. Da qui a fine anno ci saranno altre novità, nuove mostre e collaborazioni con altri mondi creativi.

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La luna brilla su Firenze con la video installazione “Lunae Lumen” dell’artista Felice Limosani

Dal 29 giugno al 10 luglio 2021, nella magnifica cornice barocca della città di Firenze sarà possibile visionare l’ultima installazione multimediale dell’artista toscano, Felice Limosani, dal titolo “Lunae Lumen”. Un’opera che racconta il processo creativo di un autore tra i più influenti della Digital Humanities italiana. “La luce della Luna” è un vero e proprio spettacolo visuale, leggero e sognante, reso più viscerale ed evocativo attraverso la narrazione inconfondibile del Maestro d’orchestra, Beatrice Venezi.
Il luogo deputato della mostra, al quale si può accedere su prenotazione scrivendo a [email protected], è l’IQOS Boutique in Via della Vigna Nuova 48/R. Il distaccamento italiano di Philip Morris, compagnia statunitense attiva nell’industria del tabacco dal 1847, si rende promotore di questo appuntamento continuando, così, a sostenere l’arte. Diverse, infatti, sono state le iniziative volte a
sostenere e promuovere i pionieri della scena artistica italiana tra cui: game changers, artisti e pensatori appartenenti a discipline diverse.

Felice Limosani, Credits: Massimo Listri


Con “Lunae Lumen”, Philip Morris sostiene la Digital Humanities, in altre parole l’interazione tra discipline umanistiche e informatica. Già diffusa nel mondo dagli anni ’40, la digital computing sbarca in Italia solo nei primi anni del 2000 trovando terreno fertile nei poli univeristari di Bologna e Siena. Le prerogative di questa disciplina sono la ricerca, l’analisi e la divulgazione di un determinato argomento, su base informatica.


Questa, se applicata all’arte, produce risultati sorprendenti andando a modificare, nei suoi geni, l’atto creativo di un’opera d’arte.
Promotore in Italia è Felice Limosani, esperto di avanguardie espressive nonché di linguaggi moderni. Nelle sue opere è sorprendente lo studio sul pensiero umano. Le sue creazioni, alcune su commissione, sono state esposte al Louvre Parigi, Miami Art Basel, The White Chapel Gallery Londra, Comune di Milano Veneranda Fabbrica del Duomo, Palazzo Strozzi, Palazzo Vecchio e Accademia di Firenze, Accademia di Francia Roma, Triennale di Milano e Padiglione Mies Van der Rohe Barcellona.

Il Design artistico secondo Francesco Maria Messina

Un percorso internazionale quello di Francesco Maria Messina che dall’originaria Pisa, cresce a Parigi e si forma professionalmente tra Francia, Stati Uniti, Africa e Mauritius. Per lui il punto d’inizio è sempre rappresentato da una storia, un tema o anche un reportage, da declinare non in modo astratto, bensì concretamente in oggetti, installazioni e complementi d’arredo che riescono a raccontare una storia. Nelle sue creazioni convoglia spunti relativi alla società, all’attualità, all’evolversi di usi e costumi del mondo contemporaneo, filtrandole attraverso un approccio sui generis al design, frutto di numerose esperienze internazionali e di una formazione umanistica.Nel suo corpus lavorativo si stagliano le opere realizzate durante il soggiorno mauriziano, cinque collezioni per un totale di venticinque pezzi sviluppati nell’arco di soli sei mesi, che restituiscono le suggestioni della natura dell’isola africana. Per quanto riguarda invece i suoi lavori in progress, Messina intende evidenziare, con la sua pratica al confine tra design e scultura, argomenti di grande rilievo quali lo scioglimento dei ghiacciai, il riscaldamento globale, l’erosione delle coste e il riciclo della plastica finita nelle spiagge. Le creazioni di Francesco, sorprendenti e mai convenzionali, si presentano come esempi eclettici di functional art, realizzati in edizioni rigorosamente limitate e imitando la natura, da cui il creativo trae costantemente ispirazione.



Sebbene sia un architetto-urbanista, influenzato durante il percorso di studi in Francia dall’esempio dei suoi maestri (ossia l’archistar Odile Decq e Matteo Cainer), Messina porta avanti fin dall’inizio un modus operandi che vede nell’idea forte, nel concept un elemento centrale e ineludibile, da sviluppare poi in corso d’opera, che si tratti di progetti d’architettura (per esempio musei o edifici) oppure di design. Riallacciandosi alla propria formazione classica e usando quasi esclusivamente materie prime naturali, crea oggetti scultorei che stupiscono per l’originalità delle forme e i forti contrasti materici, contraddistinti dall’impiego di insoliti materiali d’eccellenza, unici e quasi mai riproducibili.
Lui stesso sottolinea come la ricerca, in questo senso, sia funzionale a mantenere la coerenza dell’idea iniziale: così, ad esempio, “nel caso dell’ultima collezione ispirata allo scioglimento dei ghiacci polari ho impiegato mesi per trovare il marmo/cristallo giusto che meglio rispondesse alle mie necessità, trovando nell’alabastro il compromesso perfetto”.

Dopo tredici anni all’estero, è tornato in Italia dove, nel giugno 2020, ha fondato FMM Design Studio in Toscana, suo luogo d’origine e fonte d’ispirazione impareggiabile, nonché meta ideale per scovare i migliori artigiani e materiali unici al mondo, tra cui il marmo di Carrara e l’alabastro di Volterra. Oggi le sue creazioni trovano posto nella prestigiosa Galleria Rossana Orlandi (a Milano e Porto Cervo) e nelle sedi di Parigi e Cannes della Galerie des Lyons.

È proprio Francesco Maria Messina a illustrare nel dettaglio le sue esperienze e progetti passati e presenti e tanto altro ancora.


“Ile Maurice ” low table
basalt stone and bespoke glass
110x155x60
ph by Stefano Pasqualetti
by Cypraea

Iniziamo dalla tua formazione, vuoi parlarcene?

«Ho studiato a Parigi, mi sono trasferito quando avevo sedici anni per seguire mia madre, quindi ho finito lì il liceo per iniziare poi l’università, studiando con Odile Decq all’École spéciale d’architecture, storica istituzione parigina. Rispetto al classico percorso di studi in architettura italiano, quello francese presenta una vena artistica e creativa piuttosto che scientifica o strutturale, e ho avuto la fortuna di relazionarmi con professori provenienti da paesi come Stati Uniti, Spagna e tanti altri, che hanno sempre cercato di trasmettere l’importanza di avere un concept, di partire da un’idea forte che non fosse un semplice esercizio formale, di concentrarsi su una riflessione, un’analisi, una ricerca e cercare di rispettarla in corso d’opera. Dunque mi sono formato come architetto e, dopo la laurea triennale a Parigi, ho fatto un’esperienza di sei mesi in America, a New Orleans, con un progetto di social housing nato dopo il disastro dell’uragano Katrina, quindi sono tornato in Francia e la direttrice Decq ha proposto a me ed altri sei studenti di partecipare alla realizzazione della sua nuova scuola di Lione; così sono partito per la città, dove sono rimasto oltre due anni, preparando allo stesso tempo la tesi del master.
Tutto questo per dire che la mia formazione è quella canonica dell’architetto, finché nel 2017 sono partito per il Camerun, lavorando come project manager assistant per uno studio italiano che supervisionava i lavori di uno stadio per la Coppa d’Africa. Mi mancava la possibilità di esprimermi creativamente, poi quasi per caso sono stato contattato da un’azienda mauriziana che cercava un architetto-designer per lanciare una linea di design di lusso da esportare all’estero; perciò mi sono trasferito a Mauritius, trovandomi decisamente bene (tanto da rimanerci due anni e mezzo) e cominciando un percorso nel settore per me inedito del design. Mi è stato chiesto per la prima volta di occuparmi di mobili, mi sono confrontato con questo mondo ed è nato un amore, privo degli ostacoli legati all’architettura odierna (tempistiche lunghe, modifiche ecc.), che mi dava la possibilità di mantenere la stessa creatività ed approccio concettuale esprimendoli, però, nell’arco di poche settimane, perché dallo sketch iniziale al modello finale volendo possono bastare tre giorni; l’ideale per me che sono molto attivo, voglio tutto e subito, avere la possibilità di accedere all’atelier di turno e chiedere un prototipo per la fine della giornata è stato fantastico, ho liberato tutta l’energia creativa e in nove mesi ho realizzato venticinque pezzi, prendendo spunto ovviamente da Mauritius per collezioni ispirate ai vari aspetti dell’isola, dalle spiagge e la barriera corallina alle parti meno conosciute del luogo (foreste, roccia, legno ecc.)».


Ile aux Fouquets free standing mirror-light
basalt stone and bespoke mirror
ph by Stefano Pasqualetti
by Cypraea
 

Parli della linea Cypraea giusto? Nel tuo lavoro ricorre l’elemento naturale…

«Sì assolutamente, la natura è stata – e rimane – la mia prima fonte d’ispirazione, ma con Cypraea volevo raccontare qualcosa che non fosse solo una celebrazione del mare per cui è famosa Mauritius; ci sono certamente dei pezzi che lo fanno, come la libreria ispirata ai coralli con la sua struttura organica in sabbia, però ho impostato un percorso diverso, puntando al mercato internazionale dei vari brand. Ci siamo resi conto, tuttavia, di aver realizzato prodotti di nicchia, dal design esclusivo sia in termini di forme che di materiali, e così siamo finiti nel mondo delle gallerie d’arte, tanto che dal voler partecipare al Salone del Mobile (l’obiettivo primario dell’azienda) siamo approdati al Fuorisalone, alla galleria Rossana Orlandi, a Parigi, Londra ecc., occupando una nicchia assai esclusiva ma anche più “alta” a livello di clientela e immagine.

Rossana Orlandi ci ha scoperto praticamente per caso: a Milano facevamo quasi un porta a porta per cercare showrooom ed esporre al Salone, è stato cruciale l’incontro con Andrea Galimberti della galleria milanese Il Piccolo, che trovando incredibili le nostre proposte e non potendo esporci di persona, ha chiamato davanti a noi la Orlandi; l’abbiamo incontrata il giorno seguente, ha voluto l’intera collezione e così è partito tutto.

Credo che il mio lavoro, alla fine, consista in una sorta di functional art, sono pezzi di design che, al tempo stesso, mostrano un côté scultoreo, opere con una funzione insomma. Il cabinet, ad esempio, è funzionale in quanto contenitore, però ha una forma, un tipo di materiale che somiglia a una scultura, lo stesso vale per il tavolino o la libreria.

Aggiungo, da ultimo, che parteciperò alla prossima Venice Design Biennial, purtroppo a causa della pandemia non ci saranno molti eventi, ma rimane una vetrina per il design parallela a quella di architettura, con nomi d’eccezione. Mi presenterò alla manifestazione con due pezzi inediti: un coffee table chiamato Iceberg, realizzato interamente in alabastro e vetro, e uno specchio nei medesimi materiali; sono ispirati entrambi allo scioglimento dei ghiacci, quindi due creazioni di denuncia se vogliamo, ed è proprio ciò sui cui volevo puntare l’attenzione, lo specchio è da terra, con la base in alabastro, e ha la forma di un iceberg alla deriva che proprio recentemente si è sciolto, frantumandosi in mille pezzi».


“Aqua” shelf 
Sand and acrylic ( 3 modules , tot dims :2100 x 3600 )
ph by Eric Lee  
by Cypraea


Questo dei ghiacciai è un tema decisamente attuale, Ludovico Einaudi tempo fa ha eseguito una performance al pianoforte al Polo Nord. Pensi che l’arte debba avere anche una funzione di denuncia e di impegno sociale?

«Lo credo anch’io, con Cypraea infatti avevamo deciso di riservare una percentuale dei profitti alla Mauritian Wildlife Foundation e a un altro ente ambientale, in questo senso non ho ancora preso accordi a titolo personale, però mi piacerebbe prendere parte a delle iniziative che abbiano un risvolto pratico».


“Rochester” cabinet.
solid wengè, solid brass, premium leather
53x155x95
ph by Stefano Pasqualetti
by Cypraea

Quali i progetti per il futuro e il prossimo Salone del Mobile?

«Il Fuorisalone in qualche modo verrà probabilmente organizzato e dunque sì, mi piacerebbe provare a fare qualcosa, magari con Rossana Orlandi. Ad ora di confermato ci sarebbe, a settembre, un evento della Paris Design Week curato da François Epin, uno dei principali curatori francesi di design e arte contemporanea, in una bella cornice qual è la Cornette de Saint Cyr, hôtel particulier nel XVII arrondissement, e che avrà una bella curatela di artisti, se tutto procede come previsto dovrei partecipare con un pezzo dedicato, ancora una volta, alla questione dei ghiacciai. A giugno, inoltre, dovrebbe arrivare un altro evento in Sicilia, a Noto, non so ancora precisamente su quali temi (con ogni probabilità sarà incentrato sui quattro elementi naturali), una collettiva di 3-4 artisti in cui sarò anche io. Si tratta di una bella iniziativa perché la location è quella di Palazzo Nicolaci, un edificio patrimonio Unesco con saloni gattopardeschi, semplicemente meraviglioso».



Street art: 5 artisti per Moaconcept

Tra tutti gli  scenari metropolitani che catturano la nostra attenzione c’è sicuramente quello delle opere d’arte da strada , streetart per chiamarla con il suo nome . Proprio così, Moaconcept e Comune di Montevarchi attraverso il progetto Moaconcept tribute mirano a riqualificare le aree urbane della città. Lo stesso brand di street apparel e di sneakers che ha da sempre manifestato il suo supporto per artisti talentuosi, oggi punta alla rivalutazione delle strade con l’arte stessa, la creatività , ma é anche promotrice di socialità e cultura con un target internazionale. 

La Moaconcept Foundation nasce appositamente con questo fine, sostenuta dall’omonimo brand. 



Tra le attività più interessanti quella di mettere a disposizione una sezione del proprio sito per gli artisti, le associazioni , le fondazioni e gli istituti privati e pubblici, che desiderano diventare partner del progetto . 



Da qui la collaborazione con il Comune di Montevarchi: promuovere alcuni spazi della città con opere dei realizzate dai più grandi streetartist italiani , così da valorizzare aree pubbliche attraverso l’arte. Il tema delle opere sarà quello dell’inclusione e del rispetto delle donne, e in generale delle minoranze. Tra gli artisti coinvolti : Gio Pistone, Marco Oggian, Andrea Crespi , Vanni Vaps e Manu Invisible. 



“L’iniziativa ”Moaconcept Tribute” di Montevarchi, prende origine dalla visione del brand, la promozione e sostegno dell’arte, la cultura ed il talento a favore dell’emancipazione sociale e la rivitalizzazione ambientale – spiega Mauro Tugliani, founder di Moaconcept. Attraverso il contributo economico annuale derivante dalle vendite dei nostri prodotti, il nostro obiettivo è quello di riqualificare, sostenendo artisti indipendenti ed emergenti, i luoghi depressi o abbandonati delle nostre città. 



L’arte ci aiuta a comprendere gli altri, è inclusiva e rappresenta un incredibile fattore di aggregazione e sviluppo sociale, ponendo cenrtrali individuo e talento, a vantaggio della collettività. Art Brings Us Together”. ha concluso Matteo Tugliani”. Ma il progetto mira a essere anche un modo per creare community , come ha spiegato il sindaco di Montevarchi , Silvia Chiassai Martini: luoghi frequentati da bambini e dai ragazzi, che sono particolarmente attratti dalla street art, dal linguaggio e dall’espressività di questi giovani talenti, attraverso i quali sarà possibile comunicare messaggi sociali da promuovere soprattutto tra le nuove generazioni”. 

Montevarchi é solo la prima tappa in cui è approdato il progetto, presto nuovi luoghi si aggiungeranno, così da coinvolgere più comuni alla riconversione degli spazi urbani .



Faces: il maestro tatuatore Alex De Pase

Alex De Pase è uno dei maestri più quotati, specializzato nel tatuaggio realistico e nella ritrattistica. Inizia a tatuare per caso, da ragazzino infatti aveva la passione del disegno e in mano pochi rudimentali attrezzi del mestiere, ma anche un destino segnato: diventare non solo uno dei maggiori esponenti del tatuaggio realistico nel mondo, ma far entrare un percorso di studi dedicato al tatuaggio in una istituzione accademica. Tra gli ultimi progetti anche la creazione di una linea di sneaker di lusso di cui ci svela di più nella nostra conversazione.

Com’è nata la tua passione per il tatuaggio e la ritrattistica?

La mia passione per il tatuaggio è nata molti anni fa nel 1990, quando conobbi una persona piuttosto eccentrica e molto tatuata, che a sua volta tatuava, e che poi sarebbe diventata per me un mentore. Parliamo di anni in cui essere tatuati dava ancora molto scalpore e ti etichettava immediatamente come una persona poco raccomandabile, figuriamoci poi l’alone di mistero che aleggiava su chi i tatuaggi li faceva. Io ero un quattordicenne decisamente ribelle che andava controcorrente e al tempo stesso ero fortemente appassionato di disegno. Da questa amicizia è iniziata la mia avventura nel mondo del tatuaggio e non mi sono mai più fermato.



Mi sono accorto che nell’eseguire i primi ritratti provavo un’emozione enorme, dare vita a qualcosa di simile sulla pelle mi coinvolgeva in maniera assoluta. Da lì ho iniziato a dedicarmi esclusivamente a quello mettendomi come obiettivo di diventare tra i più conosciuti tatuatori al mondo per la ritrattistica a colori. La gratificazione che senti e il trasporto che hai quando fai qualcosa che realmente ti nasce da dentro è impagabile e al tempo stesso ti consente di raggiungere risultati davvero importanti.

Quali sono stati gli step fondamentali nella tua carriera?

Gli step fondamentali sono stati diversi in diversi momenti. Il primo è stato quando appunto ho deciso di dedicarmi alla ritrattistica a colori, decisione che ha segnato e dato il via alla mia. Poi un altro momento importante è stato quando sono stato inserito dal giornale storico del settore, la rivista americana “TATTOO”, tra i 10 migliori tatuatori al mondo. Questo mi ha dato una grande notorietà e l’anno successivo un’altra nota rivista del settore, “REBEL INK”, mi ha inserito nella lista dei 25 tatuatori più ricercati al mondo. Poi sarebbero davvero tanti i momenti significativi della mia carriera ma forse quello più importante è arrivato qualche anno fa quando il museo Macro di Roma mi ha conferito il titolo di artista contemporaneo, cosa del tutto inaspettata per il mondo del tatuaggio e da lì poi l’esposizione dei miei tatuaggi al museo M9 di Venezia. Infine, non ultimo, quello di realizzare una linea di sneakers luxury.



Com’è nato il progetto di calzature?

Tra le mie passioni c’è sempre stata anche quella per la moda e in particolare per le sneakers. Per diletto creavo dei progetti che raffiguravano proprio delle calzature tra l’elegante e lo sportivo. Cercavo di immaginare come avrei potuto dar seguito alla mia creatività e a come i miei tatuaggi potessero essere visti anche in altri ambiti e in particolare quello della moda. Quindi nei disegni che preparavo inserivo i tatuaggi che avevo fatto. Un giorno li mostrai al mio amico Kardif e insieme abbiamo deciso di concretizzare questo progetto, creando una linea di luxury footwear.



Quali sono i tuoi punti di riferimento nel mondo creativo?

Non posso dire di aver mai avuto dei punti di riferimento ai quali ispirarmi per stimolare la mia creatività, la creatività secondo me è frutto della tanta curiosità, della voglia di rimanere affascinati davanti alla bellezza, davanti a qualcosa che è percepito come diverso. La curiosità secondo me è una fonte inesauribile di creatività, io sono sempre stato incuriosito da tutto e alimentando la mia curiosità sono poi arrivato a un mio modo personale di essere creativo.



Che personaggi vorresti portassero le tue sneaker e i tuoi tattoo?

Immagino che le nostre sneakers siano perfette per chi ama l’arte e il luxury, ma non sente il bisogno di esibirlo o di ostentarlo. Una persona dall’essenza estrosa e che ama la peculiarità dei dettagli, così come l’appeal strong del nostro stile.

Il raffinato elogio alla solitudine dell’ingegnere della moda: Giuseppe Buccinnà

Riempire gli spazi con forme tridimensionali, poco conta se con una laurea in ingegneria o quella in modellistica, rispettivamente conseguite presso il Politecnico e l’Istituto Secoli. La parola va all’ingegnere della moda Giuseppe Buccinnà durante il debutto alla Milan Fashion Week.

Nel suo studio forme e numeri si incontrano in un processo creativo che mira dritto ad una dimensione estetica di natura razionale. La strada del decostruttivismo netto e conciso valorizza il corpo femminile privandolo di ogni costrizione e concedendogli un’aura atemporale.

Alone. L’incipit della tua collezione si apre con l’ elogio alla solitudine del persiano Abbas Kiarostami. Siamo fisicamente soli ma digitalmente connessi. Quanto la dimensione individuale ha infliuito nella sua progettazione?

Ho provato a rappresentare la dimensione che ognuno ha costruito intorno alla propria esistenza nell’ultimo anno. Un evolversi di situazione atipiche che ha influenzato il rapporto che si ha con sé stessi. La società si muoveva a ritmi forsennati oscurando il confronto diretto che si può avere con la propria intimità. E’ il motivo per il quale ho voluto indagare sull’intimità femminile ispirandomi alle poesie di Kiarostami che definisco un autore visivo. Le sue parole donano immagini che accarezzano il dolore che abbiamo vissuto e che non mi sento di dimenticare.



Identità e innovazione per un sistema e un iter produttivo focalizzati sulla sostenibilità. I materiali di natura certificata sono individuati nella loro autenticità, come i Tecnocotton, pronti per essere predisposti alle elaborazioni manuali in grado di creare strutture consistenti. Come hai definito i punti fermi che contraddistinguono il tuo attuale processo creativo?

Mai come adesso la mia attitudine è quella di proiettarmi verso la ricerca di materiali, di strutture e di geometrie. Nel dramma del momento abbiamo la fortuna di vivere in un Paese dove la filiera della moda è molto forte e radicata. Anche nei periodi di lockdown sono riuscito a mantenere i contatti con i fornitori cercando di produrre in un raggio chilometrico concentrato.

Tessuti tecnici e fieramente urban riletti in chiave romantica grazie all’incontro con il tulle stretch e la maglieria timeless. La tua mente ingegneristica riesce a fludiificare le forme ispirandosi all’arte contemporanea. Quali sono stati i baluardi che ti hanno guidato nel crescendo della Fall Winter 2021/2022?

Questa collezione è il prosieguo dei precedenti studi. I miei riferimenti albergano sicuramente al di fuori della moda in quanto non voglio stratificare il suo concetto.

Ho preso spunto dall’attualità che ci ha costretti a stretchare il tempo non avendo un domani decifrabile. La mancanza di una bussola invita a rafforzare la propria identità e la mia ha spinto a livelli estremi l’estetica e le forme.



In ascesa ma anche in questo caso con struttura. Giuseppe Buccinnà può vantare già lunghe collaborazioni per la parte pelletteria (MICHVASCA) e per l’eyewear (FABBRICA TORINO). Come individui le sinergie di cui ti circondi?

Il percorso con Mich e con Alessandro è nato da una comunione d’intenti. Testare il mercato con l’accessorio è fondamentale per aprire il dialogo con un’ipotetica platea di buyer e consumatori. Le collaborazioni consentono di vedere il riflesso delle proprie creazioni nettamente amplificato.

Con la proiezione che mira a virare l’Alone in Together dove ti piacerebbe proiettare le dimensioni della tua donna per la prossima stagione?

Di sicuro il phygital resterà ancorato al modus operandi del sistema. Mi piacerebbe dar voce alla collezione facendola viaggiare e visionare tramite trunk show di matrice local.

Fotografo Leonardo Bornati @FishEyeAgency.

Story-grammer, pagine Instagram e racconti visuali di storie urbane

Dai rapsodi, bardi, scaldi e cantastorie che di piazza in piazza, di città in città, intrattenevano il pubblico con il racconto delle loro storie, vere o di fantasia che fossero, agli story-grammer, i moderni avventori della narrazione visuale da social, ne è passata di acqua sotto i ponti. L’arte del raccontare, e del raccontarsi, in qualsivoglia forma, espressione o mezzo si manifesta resta pur sempre uno dei ‘mestieri’ più antichi e affascinanti del mondo.



Lo sa bene drcuerda, l’account Instagram alter ego di Daniel Rueda – story-teller, creatore di immagini, cercatore di geometrie, amante delle architetture ed esploratore del mondo – che ha dato vita, insieme alla sua musa/collaboratrice Anna Devís, ad una pagina a immagini ludicamente narranti. Classe 1990, spagnoli, laureati in architettura all’Universitat Politècnica di Valencia e inseriti di recente nella classifica di Forbes 30 Under 30 Europe List come “i fotografi in grado di raccontare storie attraverso gli oggetti di uso quotidiano creando scene surreali senza l’aiuto di software di photoediting”. Le architetture, ricercate o casualmente incontrate, sono la materia prima rielaborata in sketch, accuratamente studiati, che si innestano nel contesto urbano sotto forma di divertenti narrazioni visionarie. Sembra quasi di immergerci nell’immaginario visivo di uno story game dove le geometrie, i dettagli, le prospettive e i colori di palazzi, edifici e facciate la fanno da padrone.



Daniel e Anna, partendo da queste ispirazioni, mettono la loro creatività al servizio dello spazio prescelto aggiungendo quel particolare che ne completa la storia. Elementi semplici, quotidiani, spesso realizzati a mano, fini a stessi o resi parte attiva grazie all’interazione umana in contesti architettonici che, seppur non conoscendo frontiere geografiche, prediligono la luce della Spagna. Valencia, Madrid, Barcellona, Albufera, Maiorca, Cadice diventano, così, scenografie a cielo aperto. Gli scatti, carichi di sense of humour, dall’estetica pulita e accurata e dallo spirito naïf, sono costruiti su un’intelligenza creativa argutamente minimalista e fantasiosa che si traduce in immagini che “parlano di sé, e da sé, senza la necessità di aggiungere parole”.



L’esigenza di traghettare la fotografia in un mini racconto a immagini, dal frame decisamente poco ordinario, è la missione creativa di un’altra pagina Instragram citylivesketch, nata nel 2014 da uno schizzo del porticciolo de La Balata nel borgo marinaro di Marzamemi. Il progetto parte dal cuore della Sicilia, come il suo ideatore Pietro Cataudella, originario di Pachino ma toscano di adozione, con l’intento di narrare scorci, simboli, monumenti e bellezze guardando il mondo da un “taccuino di viaggio”. Foglio di carta e matita alla mano diventano i mezzi e gli strumenti di illustrazione per realizzare schizzi che si completano e si fondono nella fotografia.


Immagini di interazione con la capacità di smarcarsi dalla bidimensionalità per approdare ad un’ottica 3D, quasi da effetto pop-up. Un mash up tra astratto e concreto, dove la fantasia serve la realtà, o viceversa. Alle fedeli riproduzione in grafite e digitale si alternano innesti fantasiosi che capovolgono inaspettatamente il modo di percepire ciò che ci circonda. Perché come diceva Paul Klee “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.



Spingere l’immaginazione oltre le apparenze e sovvertirle in un gioco creativo è anche il leitmotiv narrativo di paperboyo, l’estroso “ragazzo di carta” che, su Instagram, ha stravolto vedute, paesaggi e panorami con forbici e cartoncini. Rich McMor, il creativo britannico dietro l’account, ha intrapreso un fantasioso e ingegnosamente illusorio viaggio in stile “cutout” dove monumenti, ponti, edifici e luoghi storici vengono invasi da ritagli di carta per raccontare la sua visione da artista sognatore. La mano di Rich diventa un elemento integrante nella messa in scena delle foto, come quella di un burattinaio che accompagna e anima le sue marionette, ma qui invece di fantocci di legno e di stoffa troviamo sagome nere ritagliate ad arte che danno una nuova e personale interpretazione a luoghi turistici di culto ed architetture.



La City Hall di Londra diventa la palla di un giocatore di football americano, il Neon Museum di Las Vegas la gonna svolazzante di Marylin Monroe, l’Arco di Trionfo un omino del Lego, la ruota panoramica del Central Pier a Blackpool un banjo. McMor attinge da un baule iconografico pop, tirandone fuori allusioni e figure popolari nell’immaginario collettivo. Quando la fantasia oltrepassa il limite dell’ordinario tutto diventa possibile anche che il David di Michelangelo si trovi addosso dei boxer di Calvin Klein o che il Cristo Redentore di Rio venga abbracciato da un Leonardo Di Caprio come nella cinematografica scena di Jack e Rose sulla prua del Titanic.



Sacrificium: la mostra fotografica sul vulcano dell’isola di Stromboli

Un’eruzione vulcanica. Incontenibile, come l’ispirazione artistica. Il vulcano è quello dell’isola di Stromboli, quindi è circondato dall’acqua, l’elemento naturale che determina la vita. Una fertilità che è rappresentata dai fiori, al tempo stesso offerta propiziatoria e speranza di rigenerazione. Sono questi i simboli che ricorrono nella mostra fotografica SACRIFICIUM, progetto a quattro mani dell’artista interdisciplinare Giuseppe La Spada e della floral artist Svetlana Shikhova. Visitabile previo appuntamento al numero 02.82870740 allo Spaziobigsantamarta, in via Santa Marta 10 a Milano, fino al 31 gennaio 2021.



Corolle e lapilli. Un sordo boato e il dolce sciabordio delle onde. Colpisce lo stridente contrasto fra la serena armonia floreale dei soggetti ritratti e la precarietà, il senso di urgente pericolo evocato dal vulcano in attività che si staglia sullo sfondo. Una concezione quasi immanente del divino, che pervade una natura pronta a prendere il sopravvento. Straordinariamente attuale, in un periodo segnato da una pandemia globale che con prepotenza ci costringe a interrogarci riguardo al nostro rapporto con l’ambiente. Ecco allora che le foto nate dal sodalizio La Spada/Shikhova mettono in scena una mitologia contemporanea, assurgendo ad exemplum dei rischi connessi ai cambiamenti climatici e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali.



Il tema della sostenibilità è da quindici anni al centro della produzione artistica di Giuseppe La Spada. Membro dell’International Academy of Digital Arts and Sciences di New York, La Spada ha al suo attivo oltre 40 mostre nazionali e internazionali, oltre a opere pioneristiche e collaborazioni di prestigio (Sakamoto e Battiato, fra gli altri). Nel 2018 a Treviso ha esposto nella collettiva Re-Use insieme a nomi del calibro di Man Ray, Duchamp, Christo e Damien Hirst, mentre è del 2019 la sua personale Traiettorie Liquide a Monaco, dove nel 2017 aveva presentato la sua installazione interattiva Shizen no Koe alla presenza di Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto II. È stato interessante fargli qualche domanda.



Con le tue opere hai attirato l’attenzione collettiva sulla necessità di salvaguardare l’ecosistema marino, ancor prima che diventasse un argomento d’attualità. Pensi che finalmente se ne comprenda l’importanza?

Credo che lo sviluppo dei social network abbia amplificato l’accesso all’informazione ambientale e scientifica. Vedo nei giovani molta più consapevolezza, unita al timore per il loro futuro, ma ho paura che non si stia affrontando davvero il problema. In questo momento, in cui per ovvi motivi la questione passa in secondo piano, stiamo perdendo anni importanti per agire, quindi paradossalmente il problema sta aumentando.



Quale significato ha l’arte nella tua vita? E quale ruolo dovrebbe avere oggi a tuo avviso?

L’arte per me è la ricerca più profonda, è il confrontarsi con i temi della vita, è il tentativo di rendere visibile l’invisibile, il sentire con la esse maiuscola. Per me, l’arte oggi più che mai dovrebbe essere funzionale e svilupparsi in una “architettura sociale”. È un atteggiamento che tutti dovremmo avere, quello di fare le cose accedendo al cuore, alla parte più pura, rinunciando a un po’ di ego, in modo da contribuire davvero all’evoluzione collettiva. Per questo trovo molta soddisfazione in progetti partecipativi rivolti alle giovani generazioni, volti a favorire una nuova consapevolezza ecologica. Per me il vero inquinamento è culturale.  



Quali progetti hai per il nuovo anno?

Molte idee sono focalizzate sul digitale. Del resto, la natura stessa insegna che bisogna adattarsi velocemente ai cambiamenti. Spero si possa riparlare presto di progetti così come li consideravamo in precedenza. Sto lavorando a una grande mostra sulla Natura, alla nostra relazione con essa, non solo come artista ma anche come curatore, una mostra che possa coinvolgere più persone possibili. Mi piacerebbe anche realizzare un libro catalogo che raccolga tutti i miei lavori degli ultimi anni, insieme a delle riflessioni. Mentre La Spada parla, il pensiero torna ai suoi scatti, in cui la fotocamera va al di sotto della superficie – non solo quella del mare, ma fuor di metafora anche l’apparenza delle cose – e ci invita a fonderci con la natura per riscoprire la nostra identità più autentica.