Come immaginate un’invincibile estate? I molteplici sguardi di Fotografia Europea

Sono gli ultimi giorni per poter visitare una delle rassegne di caratura internazionale che indaga sul medium della fotografia e si interroga sul ruolo delle immagini e della cultura visiva contemporanee. Partendo infatti da una frase di Albert Camus dalla forte carica ispirazionale, Fotografia Europea tiene aperte le sue porte fino al 12 giugno.

Le foto di Luigi Ghirri e i giovani talenti italiani

Sotto la direzione artistica di Tim Clark e Walter Guadagnini, l’edizione è più ricca che mai e apre un dialogo tra sensibilità differenti, cogliendo di sorpresa ogni tipologia di visitatore.
La prima tappa, per i nostalgici che vogliono vivere un’esperienza immersiva nella storia del Belpaese, è la mostra In scala diversa. Luigi Ghirri, Italia in miniatura e nuove prospettive, a cura di Ilaria Campioli, Joan Fontcuberta e Matteo Guidi, realizzata in occasione del trentennale dalla scomparsa del celebre fotografo. Si parte dalla serie In scala realizzata, dalla fine degli anni Settanta alla prima metà degli Ottanta, nel parco divertimenti Italia in Miniatura di Rimini. Disegni, cartoline, documenti e immagini provenienti dall’archivio del parco, raccolti e elaborati dal fondatore Ivo Rambaldi, si muovono su un binario parallelo e si intersecano con l’ampia produzione tematica ghirriana, paradossalmente senza mai incrociarsi.

fotografia europea 2022
La Cattedrale, Riccardo Svelto

Storia della fotografia versus la Giovane fotografia italiana dei talenti under 35, esposti nei Chiostri di San Domenico, resa ”Possibile” (questo il tema dell’edizione) grazie alla curatela di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi che presentano le ricerche, selezionate da una giuria di ampio respiro, di Marcello Coslovi, Chiara Ernandes, Claudia Fuggetti, Caterina Morigi, Giulia Parlato, Riccardo Svelto e Giulia Vanelli.

Fulcro della manifestazione sono i Chiostri di San Pietro che ospitano ben dieci esposizioni. Così come Ghirri, la leggendarietà è affidata alla personale di Mary Ellen Mark, fotografa documentarista che esplora la dolorosa complessità della realtà umana, condividendola col pubblico e dandogli voce attraverso una potente traduzione visiva.

Le mostre personali del festival

Il percorso si apre con Binidittu, progetto di Nicola Lo Calzo che riflette sull’immigrazione nel Mediterraneo grazie all’allegoria di Benedetto il Moro, primo santo nero. Memoria e oblio, razzismo e cruda umanità per un racconto che utilizza le contaminazioni della terra sicula come chiave di lettura.

Hoda Afshar photography
Speak The Wind, Hoda Afshar
Hoda Afshar photography
Speak The Wind, Hoda Afshar

Altra terra e rituali sono quelli di Hoda Afshar, che in Speak The Wind esplora paesaggi, gente e tradizioni iraniane, fotografandone i moti del vento. Talashi di Alexis Cordesse spiega invece la guerra civile siriana attraverso le fotografie scattate da coloro che vivono in esilio. Carmen Winant, dall’altra parte del globo, ritrova centinaia di diapositive e, grazie ad un photo editing mirato, realizza altrettante narrazioni ex novo dando vita a piccoli mondi dove il fil rouge è il disordine sociale.

Alexis Cordesse photographe
Talashi, Alexis Cordesse

Il romanticismo e la drammaticità di una storia d’amore sono gli elementi di First trip to Bologna 1978 / Last trip to Venice 1985 di Seiichi Furuya che racconta il primo e l’ultimo viaggio fatti con la moglie Christine Gössler, suicida in giovane età.
Nella zona portuale di Liverpool si sviluppa Benny Profane, progetto di Ken Grant che indaga sul difficile rapporto tra spazio lavorativo e ambiente industriale.
La tematica queer approda anche al festival grazie a Guanyu Xu che, in Temporarily Censored Home, trasforma lo spazio domestico in una scena rivelatoria e sovversiva mediante un mosaico di immagini provenienti dal mondo occidentale. 

Seiichi Furuya photographer
 First trip to Bologna 1978 / Last trip to Venice 1985, Seiichi Furuya

Restiamo in Asia con Chloé Jafé che, con I give you my life, racconta la storia, a molti sconosciuta, delle donne della Yakuza. Il percorso termina con l’acclamato The Book of Veles di Jonas Bendiksen, un vero caso nella comunità del fotogiornalismo. La narrazione si sviluppa sulle fake news prodotte nella piccola e sconosciuta cittadina macedone di Veles per dimostrare, attraverso un misto di reportage classico, avatar 3D e sistemi di generazione di testo con intelligenza artificiale, come la disinformazione visiva confonda anche i professionisti dei media più attrezzati. 

Jonas Bendiksen veles
The Book of Veles, Jonas Bendiksen

Le mostre di Collezione Maramotti, Teatro Ariosto, Galleria Santa Maria

Direzione Teatro Ariosto per gli scatti di Arianna Arcara che presenta La Visita / Triptych, nata dall’interpretazione del lavoro della compagnia di teatro-danza Peeping Tom. Ritratti, allestimenti e sequenze sono i focus su cui si è concentrata l’artista, riprendendo la trilogia Triptych, andata in scena al Teatro Municipale Valli, e la performance site specific La Visita presso la Collezione Maramotti. Quest’ultima ospita la personale di Carlo Valsecchi dove quarantaquattro fotografie di grande formato costituiscono Bellum, racconto del conflitto ancestrale tra uomo, natura e singoli uomini. Un lavoro di circa tre anni dove la realtà montana diventa astratta, cruda e intimamente estetica.

Arianna Arcara
La Visita / Triptych, Arianna Arcara

Spostandosi in pieno centro storico, all’interno dell’edificio che ospita la Galleria Santa Maria, si trovano i progetti vincitori dell’Open Call. Simona Ghizzoni con Isola racconta di come, grazie al Covid, sia riuscita a fuggire dalla metropoli per assaporare la vita rurale nell’Appennino Emiliano. La spagnola Gloria Oyarzabal, fotografa e cineasta, si focalizza e indaga sul concetto di Museo in un’ottica colonialista con il progetto Usus Fructus Abusus. Maxime Riché in Paradise, invece, parla degli incendi nell’omonima città californiana e del ritorno alla vita dei suoi abitanti.

foto festival 2022
Ph. Fabio Cervi

Spazio poi anche agli amatori che grazie al CIRCUITO OFF e [email protected], espongono gli scatti prodotti in negozi, studi, sedi storiche e gallerie della cittadina.

Alessandra Calò
Ph. Alessandra Calò

Nell’immagine in apertura, Rimini, 1977 di Luigi Ghirri (©Eredi Luigi Ghirri)

Vizi capitali e contrappassi: la mostra di Amedeo Brogli tra pittura e moda

Il vizio, nemico della moderazione, è anche desiderio di felicità: in una rilettura in chiave pittorica contemporanea, che prende spunto da una tradizione iconografica ricca di elementi simbolici, Amedeo Brogli, allievo di Renato Guttuso, in sette dipinti, rappresenta i sette vizi capitali con corpi femminili affiancati da animali simbolici in un bestiario ironico, mentre nei contrappassi vi è qualche sconfinamento dantesco: soggetti reinterpretati con appassionata infedeltà. L’esposizione, ad ingresso libero, sarà aperta dal 30 ottobre al 6 novembre dalle ore 12,00 alle 19,00 presso la settecentesca Coffee House di Palazzo Colonna, situata in Piazza SS. Apostoli, 67 a Roma. L’accesso sarà consentito solo tramite Green Pass. La storica location capitolina aveva già ospitato Brogli nel 2018 per la fortunata mostra Vedute Romane e Figure. 


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Il vizio che passa per il corpo ed è vissuto dal corpo, è celebrato dal pittore attraverso il nudo; è il potere del corpo quando da privato si fa collettivo, senza deformazioni ma anzi rappresentato nella sua autenticità e, soprattutto, al femminile, in un’atmosfera leggera, in un mood vitale affollato di colori animali e cose. 

Nella mostra “Vizi capitali e contrappassi” di Amedeo Brogli, coordinata da Elena Parmegiani, Direttore Eventi della Coffee House di Palazzo Colonna, che vanta come madrina la Principessa Jeanne Colonna, ogni vizio è definito da un colore oltre che da un animale e da oggetti simbolici. Si è pensato di coinvolgere sette stilisti chiedendo ad ognuno di loro di presentare un abito ispirato al colore del vizio scelto. Ne è nata una sinergia: sette abiti per poter entrare nel mondo reale, affollato di vizi; sette tracce che creano un dialogo inedito fra due forme d’arte in grado di materializzare un’estetica moderna e contemporanea per catturare l’essenza del vizio. Gli stilisti sono: Alessandro Angelozzi per la Superbia con l’abito oro, Renato Balestra per la Lussuria con il suo iconico Blu Balestra, Vittorio Camaiani, per la Gola, con una creazione dalla tonalità cognac, Raffaella Curiel, per l’Avarizia con un completo giallo, Anton Giulio Grande per l’Ira con una creazione rossa, Gianni Molaro per l’Accidia con una creazione verde acido, Regina Schrecker per l’Invidia con un abito verde. 


Partner dell’iniziativa sono :

Accademia Italiana di Arte, Moda, Design fondata nel 1984. Uno dei principali istituti europei di formazione nell’ambito del design e delle arti applicate e parte del gruppo francese AD Education. Mood Style 2018 di Michele Crocitto che nasce da anni di ricerca nel mondo dell’arte, dei viaggi e dei gioielli e Cantina Santo Iolo. 

‘Azioni in Trama’: arte e moda si incontrano nella collaborazione tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing

Tra gli effetti nefasti della pandemia, ormai è assodato, rientrano le difficoltà patite dagli studenti, che nel caso delle scuole di design, fashion e discipline artistiche in generale (dove è fondamentale unire teoria e pratica) risultano oltremodo accentuate. Alla luce di questo assume grande valore, anche simbolico, un’iniziativa come Azioni in Trama, nata dal connubio tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing, eccellenze nostrane per quanto riguarda, rispettivamente, la formazione nella moda e nel design e i tessuti preziosi, espressione di sapienza artigianale e savoir-faire orgogliosamente italiani.
Attenendosi al briefing e alle indicazioni concordate con l’impresa tessile, gli allievi del 1° e 2° anno dello Iuad hanno avuto quindi l’opportunità di esporre le loro creazioni nella mostra L’Arte come Azione e Creazione, allestita nella cornice a dir poco suggestiva di Castel dell’Ovo, complesso monumentale del XII secolo che, stagliandosi sull’isolotto di Megaride, garantisce una vista impareggiabile sul golfo di Napoli.
Azioni in Trama è frutto di una sinergia professionale nel segno del Made in Italy e del design raffinato, e prevede una serie di workshop e incontri tra azienda e studenti che si terranno sia nella sede partenopea, sia in quella milanese della scuola. Il percorso progettuale intreccia la ricerca accademica alla pregevolezza dei filati Marzotto, trovando una prima sintesi nelle opere realizzate per l’exhibition, presentate in un vernissage lo scorso 22 luglio e rimaste esposte per i successivi quattro giorni.



Negli artwork sparsi all’interno del castello, assai diversi per tipologia, carattere e resa, risuonano temi di grande presa al giorno d’oggi (tra gli altri sostenibilità, riciclo creativo, inclusione, cambiamento climatico, hate speech), che i giovani autori affrontano cercando di fondere volontà di far riflettere e senso estetico, affinato in anni di studio, declinando inoltre in nuove, fantasiose configurazioni i tessuti messi a disposizione dalla società di Valdagno.
Nella prima sala ci si trova davanti a installazioni quali La bellezza salverà il mondo di Roberta Cicala, che oppone alle tante criticità del presente la celebrazione del bello, inteso “semplicemente” come tutto ciò che ci circonda, compresi oggetti all’apparenza privi di valore; ne risulta una scultura con al centro un cuore pulsante sferico, acceso dalla luce vivida del neon e ricoperto di fiori, fibre e simboli delle principali metropoli, contornato da ammassi di cianfrusaglie e objet trouvé (tappi, banconote, mozziconi, scampoli di cotone…) che, così disposti, acquistano una pregnanza inedita. A poca distanza The musician, di Jonah Mae Gardose, combina tecniche di free-motion e slashing (qui ricamando con la macchina da cucire le stoffe, là tagliandole per rivelarne gli strati sottostanti), delineando il profilo di un musicista.



Proseguendo nell’itinerario si incontrano altre opere degne di nota, tra cui quelle ideate da Erika Troiano e Antonio Tafuro: nella prima (Is beauty really in the eye of the beholder?) l’autrice rilegge il mito di Medusa, descritta da Ovidio come una splendida fanciulla, violentata da Poseidone sull’altare consacrato ad Atena e tramutata, per punizione, in mostro dai capelli di serpente, vista qui come una vittima, un essere fragile che piange lacrime fluorescenti; la seconda, The only place of freedom, consiste in una toilette schermata da pareti in tela quadrettata, i visitatori sono invitati a personalizzarle con pennarelli e bombolette spray, alludendo al graffitismo anarchico, spesso goliardico che caratterizza i bagni delle stazioni di servizio.
Non mancano poi proposte prettamente vestimentarie, su tutte la puffer jacket Right-hand di Valentina Turri (un capo 3 in 1 grazie al sistema di zip, pannelli e tasche che consente di trasformare il giubbotto originario, dal finishing laccato, in tote bag o cuscino da viaggio) e gli abiti rugginosi di Michela Gambi che, memore degli outfit di Hussein Chalayan sotterrati nei mesi precedenti alla sfilata (solo uno degli innumerevoli, visionari esperimenti fashion dello stilista turco-cipriota), ha deciso di applicare viti, bulloni e piastrine metalliche a un paio di pantaloni e una blusa, esponendoli per settimane alle intemperie, lasciandovi depositare aloni rossastri dalle forme e sfumature sorprendenti.



Nel commentare l’evento, il Ceo di Marzotto Wool Manufacturing Giorgio Todesco si dice «soddisfatto della collaborazione, riteniamo molto importante che gli studenti di questo prestigioso istituto possano entrare in contatto con l’azienda […] Attraverso Azioni in Trama potranno confrontarsi […], utilizzare la loro abilità per ottenere dai nostri tessuti creazioni che parlino di sartorialità, con uno sguardo all’innovazione». Gli fa eco Michele Lettieri, presidente dello Iuad, che definisce «del tutto naturale» la scelta di legarsi alla textile company veneta, aggiungendo: «La forza della scuola sta nell’insegnare i segreti dell’artigianalità praticandola in chiave moderna e sperimentale attraverso il design, l’arte, la ricerca, la progettazione, la comunicazione. I nostri giovani studenti […] saranno i futuri lavoratori di alcuni settori trainanti dell’economia italiana nonché identitari della cultura nazionale: moda, design, architettura di interni».

Le sculture luminose di Paolo Gonzato

“La baracca è luogo fisico e al contempo metafora di un processo relazionale e creativo in bilico tra anarchia e controllo, poesia e razionalità”. Così il curatore Damiano Gulli introduce l’omonimo titolo – BARACCHE – della mostra personale dell’artista milanese Paolo Gonzato presso la galleria CAMP, il cui programma è interamente dedicato dalla direttrice Beatrice Bianco alla ricerca nel mondo in divenire del collectible contemporary design. Abbiamo incontrato l’artista in occasione del finissage della mostra per parlare di unicità, di pieni vs vuoti e di come il vetro abbia memoria.


Photo Credits: Ivan Muselli

È la tua seconda mostra da CAMP Gallery? Cosa ti attrae di quello che oggi molti oggi descrivono come functional art ?

Mi piace il fatto che sia un terreno ambiguo, indefinito che tiene il piede in due scarpe senza protendere per nessuna direzione. Mi piace che sia un ambito aperto che si sta scrivendo ora differenziandosi dal classico design di produzione, un’ “arte espansa” citando Mario Perniola.



Chi sono stati i tuoi riferimenti nel design industriale passato ?

Alcuni hanno dato forma ai miei riferimenti generali di artista, che ha il design come stimolo concettuale. Principalmente le forme di Ponti, Mendini, Sottsass, Munari.  Tuttavia non smetto di aggiornare le ispirazioni scoprendo percorsi minori o soltanto ancora da scoprire; per la ceramica Antonia Campi e Carlo Zauli, per i vetri Tony Zuccheri, del quale ho avuto la straordinaria occasione privata di vederne lo studio “congelato” al momento della sua morte.



Sempre di più l’individualismo è un valore determinante nella nostra società fondata sui social media. Individualismo e unicità sono valori sovrapponibili ?

L’unicità è una qualità che non può essere prodotta, è un concetto complesso legato al talento e non necessariamente all’idea di novità. L’unicità non è un luogo comune, non ha corrispondenze col pensiero mainstream né col falso mito della libertà. Ha più a che fare con le identità eccezionali e con le idee.

Oggi più che mai siamo consapevoli della mutevolezza e della precarietà dei nostri sistemi di riferimenti. Tre oggetti della tua vita quotidiana da cui non ti potresti mai separare ?

Mi guardo attorno e la stanza è talmente piena che farei a meno di tutto. Agirei per sottrazione fino ad arrivare al minimo indispensabile. Anzi se qualcuno volesse comprarsi tutto, casa compresa , ricomincerei da zero.



Tre libri che vorresti sempre avere nella tua borsa favorita ?

Nella mia borsa Simone Rainer mi porto a spasso Glamorama di Bret Easton Ellis, la copia originale della fine degli anni ’90.  Poi uno dei libri che Isabella Santacroce ha firmato e dedicato per una mia installazione/display fatta al museo di Rimini, una memorabilia da teen-fan che mischiava oggetti personali, disegni fatti da Isabella stessa col rossetto per me e opere preesistenti. La borsa deve essere capiente perché ci metto anche un grande e pesante libro di stampe del ’800, che separate dallo stesso sono diventate la base su cui intervenire per la mia serie di lavori OUT OF STOCK (Ex Libris), con le quali lo scorso anno ho presentato una personale all’interno della casa di un collezionista milanese di arte moderna.

Che rapporto hai con il vetro, perché lo senti affino al tuo carattere ?

Le vetrofusioni registrano e congelano per sempre ogni segno, ogni difetto, ogni errore, anche la grana della polvere.

La cosa migliore di essere un artista che vive e lavora a Milano ?

Milano è una città eccezionale, che ha plasmato il mio immaginario fatto di architetture di cemento armato grigie e austere. Non so se molti la considerano una qualità ma io esteticamente trovo questo aspetto molto apprezzabile. Cosi come il vestire di nero da testa a piedi, distaccati ma intensi, forse anche un po’ stronzi. Dagli anni ’90 vivo a Milano, l’ho presa come base da cui sono andato e venuto nelle altre capitali europee. I club, l’Accademia, le gallerie d’arte, il Design, un gran concentrato in un piccolo spazio vivibile e vivace.

Cosa invece trovi che manchi ?

Mancano le strade vuote, le automobili mi fanno schifo, sono un oggetto obsoleto. C’è una foto attuale di Chernobyl abbandonata, invasa dalla natura che corrisponde alla mia proiezione utopica degli spazi. Vorrei spazi entropici. Non ho la patente e mi muovo solo coi mezzi pubblici.

Il tuo prossimo progetto ?

Uno solo? Ne ho sempre tanti… Prendere un altro french bulldog, una compagna per il mio frenchie Artù; una serie di arazzi di lana di grande dimensione che presento alla galleria APALAZZO di Brescia; completare il mio nuovo studio nella zona di NOLO a Milano…


Gli artisti under 35 da tenere d’occhio

La curiosità spinge l’essere umano a percorrere nuovi sentieri: ciò, ovviamente, è valido anche per gli artisti. Quando decidono di esprimersi esplorando diversi media, vivono davvero in modo creativo. Perché anche nella vita quotidiana quando decidiamo di sperimentare, ad esempio, nuovi comportamenti per migliorare la qualità della nostra esistenza o comunichiamo in modo efficiente, pensiamo davvero. Ecco, il pensiero è anche la matrice dell’arte. Dal logos interiore incessante di alcune brillanti menti, noi di Man in Town vi presentiamo la new generation di artisti italiani che dovete assolutamente conoscere.


Luca Bosani, performer e investigatore del reale


La tua formazione? 

Nel 2009 mi sono diplomato presso il Liceo Scientifico Tecnologico, Ettore Majorana di Rho. Successivamente, nel 2012, ho conseguito una Laurea Triennale in Design degli Interni, presso il Politecnico di Milano. Nel 2013 ho frequentato la Foundation in Slade School of Fine Art di Londra e nel 2014 ho conseguito il Higher National Certificate in Fine Art presso il Kensington & Chelsea College di Londra. Nel 2015 ho frequentato il corso di Storia dell’Arte Contemporanea / Performance presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e infine nel 2017 ho conseguito un Master in Performance (Contemporary Art Practice), presso il Royal College of Art di Londra.

Progetti in cantiere?

Una live performance personale presso la San Mei Gallery a Londra a inizio Novembre 2020 e una performace collettiva presso l’Interior and the Collectors a Lione a Ottobre.
Inoltre, sto organizzando ‘NON-OBJECTS’ collettiva presso la galleria del Morley College a Londra, alla quale prenderanno parte artisti quali Rosie Gibbens, Tamu Nkiwane, Victor Seaward. Poi qualcosa di forte in Italia di cui non posso ancora rivelare i dettagli.

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Da piccolo ascoltavo le parole del mio professore di filosofia, da grande ascolto il mio istinto.

Regista, attore e attrice preferiti?

Kim Ki Duk, Rodolfo Valentino, Hari Nef

Pittore, scultore, architetto preferito?

Artemisia Gentileschi, Louise Bourgeois, Bruno Munari

Descrivi i diversi media che esplori, La sua Evoluzione stilistica e verso dove stai andando?

Partendo dalla performance, esploro, confondo e combino pittura, scultura e design della moda. La mia evoluzione stilistica è evoluzione di senso. Nelle forme e nei colori che sperimento, racchiudo idee e concetti che non si possono esprimere altrimenti. Dove sto andando? Dove altri non osano andare.

Perché sei un artista?

Ritengo che la parola artista non sia la più accurata per descrivere ciò che sono. Troppo carica e abusata. Preferisco ‘investigatore del reale’ o ‘esploratore di senso’. Non sono ciò che faccio ma credo fortemente in quello che sono. Rispondere al perché sono quello che sono è ardua impresa, certamente non posso essere altro.


Tommaso Ottomano, director e musicista


La tua formazione?

Sono autodidatta, ho imparato attraverso la sperimentazione, prima con la musica e poi con il video. Ho sempre preferito fare ricerca e “studiare” da solo senza per forza ricevere l’insegnamento di qualcuno. Credo che la scuola sia sicuramente un valore aggiunto ma non indispensabile. 

Progetti in cantiere?

Sono costantemente a lavoro su più progetti. A parte quelli che mi danno da vivere, questi ultimi 2 mesi mi sto muovendo per iniziare la produzione di due progetti personali che diventeranno poi delle video installazioni e che vorrei proporre l’anno prossimo.

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Ho sempre ascoltato solo buona musica, di ogni genere, grazie soprattutto a mio padre. Sono cresciuto con dischi Dylan, Pink Floyd, Battisti, Battiato, Lolli, Velvet Underground, Beatles, Nick Drake… e continuo a scoprire nuove cose al loro interno. Negli ultimi anni invece sto facendo molta ricerca fra i nuovi artisti, soprattutto esteri, ma sono fan davvero di pochissimi artisti moderni.

Regista, attore, attrici preferiti?

Domanda a cui non posso dare una risposta definitiva perchè cambio costantemente idea a seconda dei giorni. Oggi direi David Lynch, John Malkovitch, Mariangela Melato, ma domani sicuramente ne direi altri. 

Pittore, scultore, architetto preferito?

Dali, Canova, Nanda Vigo


ANKKH, duo artistico composto da Kristofer ed Ektor, visual artists, Dj e performance art.


La vostra formazione?

La nostra formazione è iniziata dal momento in cui ci siamo incarnati su questo piano terrestre, abbiamo sempre avuto la passione per l’arte e lo spettacolo, con una sensibilità elevata abbiamo compreso prematuramente il nostro estro creativo. L’adolescenza l’abbiamo passata frequentando il liceo artistico per poi laurearci all’Accademia di Belle Arti di Bologna in pittura e arti performative. Ciò che più ci ha permesso di comprendere chi siamo è stato l’apprendimento delle discipline spirituali e olistiche (meditazione e rituali), il viaggio iniziatico a Londra e i clubs, lavorando per la scena underground di musica elettronica.

Progetti in cantiere?

Sono diversi i prossimi progetti essendo poliedrici: scatteremo con degli artisti dalle frequenze simili alle nostre, che esplorano varie tecnologie odierne, dalla 3D Art alla scultura futuristica con materiali inusuali. Uno di loro sarà _VVXXII. Nel frattempo ci stiamo focalizzando sulla musica che ci porterà ad esibirci live tra qualche mese. 

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Da piccoli ascoltavamo il cantautorato italiano, così come le icone del rock e del punk, affascinati da quelle figure eccentriche e folli, come David Bowie e Peaches. Ora invece viaggiamo nella wave contemporanea hyper pop, avant music, gender fluid come Arca, Dorian Electra, FKA twigs, Ashnikko, Sophie, ShyGirl, Tommy Cash. Siamo amanti della techno e dell’acid house, genere che suoniamo, come Kettama, Zora Jhones, Bryan Kessler.

Descrivete i diversi media che esplorate, la loro evoluzione stilistica e verso dove state andando?

Abbiamo iniziato dipingendo a quattro mani, opere ad olio su pannelli di legno, e nel frattempo abbiamo imparato a cucire comprendendo il valore della moda, fino a scoprire la performance art che racchiudeva al meglio tutte le nostre qualità ed interessi. Così abbiamo portato il pennello dalla tela ai nostri visi, sviluppando il make up e diventando noi stessi i personaggi dei nostri quadri. Ora stiamo affinando l’aspetto musicale che completerà la rappresentazione totalitaria di quello che è il nostro concetto di esibizione live.

Pittore preferito?

Alex Grey, Alesandro Sicioldr, Agostino Arrivabene, HR Giger, Erial Ali.

Perché siamo artisti?

Siamo artisti perché abbiamo imparato ad incanalare l’arte e diventarne portatori, vogliamo utilizzarla come mezzo espressivo per poter sensibilizzare le persone, in particolar modo le nuove generazioni. L’arte permette di mostrare altri modi di essere, di comunicare dei messaggi, nostro caso sono improntati sul risveglio della coscienza. Siamo artisti perché non potremmo essere altrimenti ed il mondo ha bisogno di arte libera. Gli umani devono comprendere al meglio l’utilizzo della creazione, intesa sia come opera materica che di trasmutazione interiore.

L’arte sacra di Filippo Sorcinelli – creatore di bellezza e libertà intellettuale

Un pensatore dei nostri tempi, con il fascino della non omologazione, di chi non cerca l’approvazione, ma la ottiene per l’autenticità della sua opera.

Filippo Sorcinelli, di Mondolfo, dopo i suoi studi in Arti Applicate, si diploma al Conservatorio Rossini di Pesaro, perfezionandosi al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma.

Da organista, dà il meglio di sé nell’improvvisazione, ma il suo spirito affamato lo porta a specializzarsi nella confezione dei paramenti sacri con il suo Atelier LAVS. Un’eccellenza, quella, che conquista il Vaticano.

La pittura, la fotografia e una linea di profumi d’arte _UNUM_. Ultima essenza della collezione è _scusami_
Ognuno di questi custodisce una storia.

Lo conosciamo meglio insieme attraverso le sue parole, franche e libere come un fiume in piena. Per farci sentire la sua insaziabile ricerca di libertà, di bellezza con la B maiuscola e del suo senso. Un’emozione.

L’importanza del silenzio della solitudine e di uno studio senza fine per questo suo percorso che è la vita, una vita dedicata all’arte implica un’immersione totale dentro se stessi.

Una filosofia di vita che vede nella disciplina e nella costanza, la conquista per la libertà.

Una personalità poliedrica che trova la sua sintesi nella ricerca della bellezza a 360 gradi. Partiamo dalla musica, e soprattutto la capacità d’improvvisare.

Essere organista, per me, significa inquadrarmi come in una passeggiata in un bosco silenzioso e poco umano, dove gli alberi rappresentano il limite della partitura, e il mio desiderio incondizionato di libertà cerca di cancellarli dal mio percorso. La ricerca musicale durante l’improvvisazione è proprio questa: abbandonarsi a pulsioni e stimoli di cui ignoriamo l’esistenza, fino a farli diventare materia viva che si autoalimenta e apre la strada a suoni e ad armonie successive che hanno come fine universale l’Emozione.

Dove trovi la tua comfort zone? in quale campo dell’arte?

Nel silenzio delle cose. Ce n’è poco oggi, viviamo in un mondo piuttosto alterato e rumoroso. Tacere aiuta ad ascoltarsi dentro, in quello spazio dove una cicatrice rimarrà per sempre. È molto difficile trovare questo luogo ricco di memorie dove il silenzio si fa ascoltare e ci fa comprendere la nostra apparente attività.
Non ho una forma artistica che “canta” più degli altri: quando dal proprio interno si apre uno squarcio magmatico fatto di emozioni, si avverte l’esigenza di liberarle facendo compiere all’opera d’arte il suo iter. Un’esplosione prima del viaggio, che la collega definitivamente al mondo, verso quella che sarà una Bellezza oggettiva, lontana dai vincoli del giudizio o delle critiche.

Ci racconti una tua giornata tipo? 

Tutto ruota attorno alla ricerca della semplicità, verso un progressivo bisogno del poco. È una battaglia molto complessa, a causa delle mie responsabilità imprenditoriali.

Ogni giorno non ha meccanismi automatici, ma ci sono delle tappe irrinunciabili.

Svegliarsi alle sei, prendermi cura dei miei gatti, i veri guardiani della mia integrità. Nelle pause, allenamento, jogging nella mia campagna fatata di Mondolfo. Poi le variabili: sopralluoghi, la direzione artistica dell’Atelier LAVS a Santarcangelo e quella più dinamica che porta il mio nome con sede a Mondolfo. L’Associazione Pro Arte Mondolfo e del Festival Synesthesia con la sua sempre crescente Galleria Senza Soffitto: un progetto molto interessante, ma impegnativo.
È doveroso come cittadino, dare il proprio contributo al territorio in cui si vive, partecipando attivamente alla sua Bellezza, attraverso le proprie competenze.

Confido sempre in un momento di svago dopo il lavoro, che ha un valore inestimabile  nel momento i cui si riassumono le fatiche, ma anche le gioie di aver condiviso tante cose con chi lavora con me.

Come si incontrano disciplina e libertà creativa nel tuo stile di vita?

Senza il rigore, il rispetto, la costanza nello studio e soprattutto la curiosità, ognuno di noi non può dirsi libero. Ma al tempo stesso bisogna ammettere che la libertà creativa è un dono. Una segreta pulsione che offre nel cuore le chiavi per la Bellezza. Il creativo libero non condivide giochi di potere, mode passeggere o interessi di multinazionali, delle ambizioni di accademici o dei favori mondani della critica, ma compie prima di tutto un atto di amore che diviene universale solo se rimane autentico.

Come crei una fragranza? ti affidi a un naso importante? quali sono le spezie e gli elementi della natura che preferisci utilizzare?

Ogni fragranza nasce da un’esigenza che mi riempie di energia: da uno stato d’animo, un momento, un ricordo, una musica, diventa un’emozione improvvisa: forse il vero bisogno d’arte è proprio questo. Un’ossessione misteriosa diventa visione, ed è quella visione che io trasferisco – “dono” – al naso che da sempre lavora con me e che vive empaticamente queste emozioni. Attraverso la commozione le traduce in odori, unici.

La scelta delle materie prime è fortemente condizionata dalla volontà di materializzare il ricordo emotivo con una fragranza. Il vero filo conduttore è proprio questo.

Anche le bottiglie delle fragranze sono dei pezzi di design, te ne occupi personalmente?

Da sempre mi occupo di ogni aspetto delle mie creazioni, compreso tutto il suo involucro che parla all’unisono o in polifonia di questa esperienza emozionale.

I nostri laboratori sono attrezzati affinché possa diventare sempre più un vero e proprio oggetto d’arte, unico e irripetibile, lontano da assurde logiche industriali fatti di numeri, che spesso spersonalizzano il vero DNA di un settore che ha scelto, non per caso, di chiamarsi “profumeria artistica”.

I tuoi quadri sono molto materici. Hai un artista o una corrente a cui t’ispiri? o semplicemente che ami particolarmente?

Il mio desiderio di materia si manifesta nel dramma e nella conoscenza, nel desiderio emotivo e fiducioso che si può legare alle concretezze simboliche dell’arte medievale, dove ricavo quella profondità di densità e spiritualità che solo l’arte sacra riesce a trasmettere.

Le mie opere sono un po’ come coltivazioni di quello spazio interiore che spesso spingono, si stratificano alle emozioni e allo spirito. È l’esigenza più antica e moderna allo stesso tipo: aver bisogno di qualcosa di elevato per conformarci e confrontarci; per vivere nel reale occorre senza dubbio il sovrannaturale. Al contrario di chi pensa di conformarci e massificare ogni intento umano.

Anche la materia più inconsueta rivive solo se è rigenerata dalla poesia e dal dramma spirituale. Ecco allora le sovrapposizioni, i tagli, le forme, le carte le plastiche che come in una polifonia sognano di cantare e profumare queste cicatrici che desiderano comunicare che il passato è reale e che senza di esso l’uomo non vive ma sopravvive.

Sono esperienze queste comuni ad artisti come Giotto, Crivelli, Salimbeni, Lotto, Guerrieri, Mannucci, Burri, Licini, Giacomelli, Vedova, solo per citarne alcuni; persone che ho studiato, amato, interiorizzato, a cui mi sento particolarmente unito nel pensiero e che hanno in un certo modo arricchito la mia sensibilità umana e artistica.

Ti piacerebbe portare la tua sensibilità in giro per il mondo? per il futuro, prevedi di affrontare ancora la tematica sacra? altri progetti?

In realtà è proprio quello che sto cercando di fare, non senza difficoltà. Come dicevo pocanzi, la tendenza è quella di uniformare e di far pensare poco… Mettersi a nudo di fronte al mondo con le proprie emozioni significa provocare e stimolare. Sono convinto che il prezzo da pagare è altissimo, ma in questo modo si apprezzano anche i piccoli risultati.

Il mio “fare impresa” è estremamente connesso con la mia produzione artistica; direi forse che è oramai diventata la cifra stilistica di tutto il mio pensiero produttivo. E il sacro, l’Arte sacra, la coltivazione dello Spirito sono compagni di viaggio che, in un modo o nell’altro, diventano necessari.

Qual è il significato dei tatuaggi composti da tante linee rette. Molto grafici.

Come tutte le storie, la mia non è solo fatta di gioie, ma anche di dolori che ho avuto la fortuna di potere trasformare in momenti di “rottura”.

Anche i corto circuito fanno parte del nostro bagaglio, anche le cicatrici.

Ecco, il tatuaggio: è una cicatrice, e oggi mi ricorda ogni giorno, come uno specchio rotto, che la realtà è fatta di trasfigurazioni continue, di messaggi chiari, netti e precisi.

È quel bidimensionale che traccia un solco indelebile di una strada dritta da percorrere, quella strada ricca di stimoli, anche se guardi indietro per un istante.

Face to face con Pietro Lucerni

Fotografo riconosciuto a livello internazionale e protagonista di numerose esposizioni d’arte, Pietro Lucerni nasce a Milano, il 16 aprile 1973. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto Superiore di Comunicazione Visive di Milano, frequenta un corso di fotografia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. 
Il suo trasferimento oltreoceano segna una svolta fondamentale della sua vita; qui si occupa di produzione pubblicitaria e inaugura la sua prima esposizione di ritratti in bianco e nero. Da questo momento la sua carriera decolla; il fotografo apre  il suo primo studio a Milano e inizia numerose collaborazioni con brand di fama importanti come  G.F. Ferrè, Moschino, Just Cavalli, John Galliano, Replay, Armani, Ducati, Pirelli, Polaroid, Bulgari, Tod’s, Hogan, oltre ai numerosi magazine. Attualmente vive e lavora tra Milano e New York, focalizzandosi principalmente sulla ricerca artistica e sulla collaborazione con Lambretto Factory, una delle realtà più effervescenti del panorama artistico italiano e internazionale.

Come hai deciso di intraprendere questa professione?

Un po’ per caso, come accadono molte cose della vita. Dopo l’Itsos, l’Accademia di Comunicazioni Visive di Milano ho frequentato il CSC di Roma. Il mio sogno era il cinema, o meglio la fotografia nel cinema. Ho avuto l’immensa fortuna di seguire alcune lezioni con Vittorio Storaro, forse il più grande Direttore della Fotografia che il cinema abbia avuto. Senz’altro la più preziosa esperienza formativa per me. Da lui ho imparato il senso della luce e la sua importanza narrativa oltre che estetica. In quel momento ho capito il senso dello “scrivere con la luce”, che è l’essenza della fotografia. Tra l’altro gli italiani sono sempre stati maestri nell’arte della fotografia cinematografica, da cui ho sempre cercato di imparare e di trarre ispirazione. Oltre a Storaro, Dante Spinotti, Tonino Delli Colli, e poi i polacchi, gli ungheresi e i giapponesi come Janusz Kaminski, László Kovács, Kazuo Miyagawa per citarne alcuni. Loro, insieme a molti altri, hanno saputo portare la fotografia a un livello narrativo che va oltre l’illuminare la scena. Hanno trasformato la luce in emozione.

Il cinema è un mondo straordinario, affascinante e magico che racchiude molteplici espressioni artistiche e che tutt’ora rimane una mia grande passione e forse la più grande risorsa per la mia creatività. Tuttavia ho anche capito in tempo utile che, per quanto fosse straordinario, non era il mio mondo. Prima di tutto avrei dovuto vivere a Roma, io invece sono milanese e legato a questa città. Inoltre, la gavetta era lunga, troppo lunga per le mie possibilità. E poi a me piace lavorare da solo o con pochi stretti collaboratori. Il cinema non lo permette. La fotografia, quella di uno scatto per volta, è stata la naturale alternativa. Non un ripiego ma semplicemente una strada più affine, più mia. Ho iniziato a sperimentare, cercando di tradurre le mie passioni in fotografie. Le donne, il corpo, la sensualità e più in generale la bellezza, come valore culturale oltre che estetico, sono da sempre il cuore del mio lavoro. Non riesco a fotografare ciò che non mi piace, e per questo mi sono dedicato quasi esclusivamente a ciò che davvero trovo bello. Penso che la massima espressione di bellezza, in tutte le sue infinite declinazioni, sia femminile. Intendo che per me la bellezza è filosoficamente e concettualmente femminile. E la bellezza è un valore assoluto, universale. Non è soggettiva. Il gusto può esserlo, la bellezza no. Ecco io ricerco la bellezza, in tutte le cose. Mi nutre e mi fa sentire vivo. Poi cerco di fermare un po’ di questa bellezza con la fotografia. A volte ci riesco. Joseph Brodsky ha detto che “una persona è una creatura estetica ancor prima che etica”. Infatti, per me l’estetica e la bellezza sono anche etica.

Che impatto ha avuto la tua esperienza negli Stati Uniti sulla tua carriera?

Era la fine gli anni Novanta ed io ero un ragazzino con tanti sogni, e quello americano era senz’altro uno di quelli. Quando ho preso l’aereo diretto a JFK per andare a fare il mio primo lavoro oltre oceano non riuscivo a credere che qualcuno potesse davvero pagarmi un biglietto per andare fino là. Chi non è di New York lo riconosci subito perché cammina guardando in alto invece che avanti. Guardavo in alto anch’io. Mi sembrava tutto così incredibilmente bello e potente. La potenza è stata la sensazione più forte. Energia pura. Da allora il mio rapporto con gli Stati Uniti non si è mai davvero interrotto. Ho imparato tanto, ho conosciuto persone straordinarie, tanti amici, tanti clienti che lo sono diventati. Devo molto della mia formazione professionale, artistica e anche umana alla mia esperienza negli Stati Uniti. Tornarci è sempre bello ed emozionante. L’America è sempre stato un grande paese, seppur con le sue grandi contraddizioni, o forse proprio per questo. Ultimamente però molto è cambiato, e non in meglio. Spero davvero che l’America possa ritrovare sè stessa e quei fondamentali di democrazia e di unione che l’hanno resa grande. Mi auguro che il voto del 3 novembre sia il primo passo.



Che cosa ti ha spinto a intraprendere questo progetto con Virna Toppi, scegliendo proprio lei come protagonista delle tue opere?

Naked Moon è un lavoro nato nella primavera del 2019 quasi casualmente. Pierpaolo Pitacco mi chiamò per parlarmi di una pubblicazione d’arte sul tema della luna per la rivista Ghost di cui era art director. Nel 2019 cadeva il 60° anniversario dello sbarco sulla luna a cui Ghost dedicava un numero speciale. Pierpaolo mi chiese se avessi qualche lavoro sulla luna. Non avevo nulla di pronto ma gli dissi che potevo pensare a qualcosa. Non c’era molto tempo, ma per fortuna a volte le idee arrivano in fretta. Pensavo a qualcosa che avesse a che fare con la luna e con la sua influenza sulla nostra vita. La luna e l’uomo; la luna e il corpo. Ho pensato a come potessi usare la luce della luna per illuminare e avvolgere il corpo. Ho chiesto a mia moglie Elina, che è sempre fonte di ispirazione, di sperimentare con me. Fotografare la luna è complesso e io non ho né l’esperienza né l’attrezzatura adatte. Ho fatto una ricerca delle più belle immagini astronomiche della luna (alcune per gentile concessione della NASA) e le ho proiettate sul corpo di Elina. Il risultato è stato sorprendente. Il gioco di luci e ombre che i crateri lunari disegnavano sulla pelle aveva qualcosa di magico. Era davvero la luce della luna.

Sentivo che ci fosse bisogno di un elemento dinamico e potente, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, che completasse l’opera. Mi è istintivamente venuta in mente la danza classica, che è un’altra mia grande passione. Alcuni dei miei migliori amici sono ballerini della Scala, con cui negli anni ho collaborato a diversi progetti artistici. Volevo trovare un modo di fondere la danza con la fotografia per raccontare la luna. Ho chiamato la mia amica e straordinaria ballerina Corinna Zambon che mi ha subito indicato Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala, per questo progetto. Conoscevo Virna artisticamente e per la sua straordinaria carriera internazionale e sinceramente neanche ci speravo che avesse voglia e tempo per dedicarsi a questo progetto e di posare nuda. Corinna mi disse: “Tu chiamala e basta”. Era un lunedì dei primi di marzo. Chiamai Virna che mi disse: “mi piace il progetto e anche il tuo lavoro. Ci sono. Però ho solo due ore di tempo, dopodomani. Verso sera dopo le prove in teatro. Visto che sarò nuda, cosa devo portare, a parte niente…?” Le dissi di portare delle punte. Quando è arrivata in studio ci siamo presentati e le ho raccontato brevemente la mia idea. Le due ore successive sono state luna, silenzio e pura emozione.  Il resto ve lo racconta Naked Moon. L’idea di reinterpretare alcune delle immagini con interventi luminosi con il neon è venuta a me e all’artista lettone Janis Broliss, ancora una volta per caso. Stavamo parlando di come certe forme d’arte rischino di rimanere nell’ombra della multimedialità e del fatto che l’arte forse potrebbe essere più “pop”, senza necessariamente diventare pop-art. Mi piacerebbe che il posto dell’arte fosse anche la casa delle persone oltre che le gallerie. Siccome fotografia significa “scrivere con la luce”, mi è venuto in mente che forse poteva essere interessante anche usare la luce per scrivere sulla fotografia e creare delle istallazioni a metà tra l’arte e il design e che abbiano una doppia vita: fotografie di giorno e neon-art di notte.



Com’è cambiata la tua professione a seguito della pandemia globale che stiamo vivendo? 

Il Covid ha cambiato molto e spostato molti equilibri. Ha influito sulla vita di tutti e su molte cose, in modo diverso. La mia professione stava già subendo un cambiamento e la pandemia ne ha accelerato alcuni processi di trasformazione. La vita è cambiamento ed è in costante evoluzione, che ci piaccia o no. Viviamo un’epoca che in generale predilige la quantità alla qualità e questo ha delle conseguenze, a vari livelli. La fotografia è un media come tanti altri. Può servire a raccontare la realtà, più o meno fedelmente; può essere uno strumento commerciale; può trasmettere emozioni, e creare bellezza; può addirittura diventare arte. Ma può anche servire solo per riempire spazi lasciati vuoti di contenuti, e questo succede spesso. Con la trasformazione digitale molti avevano gridato alla fine della fotografia come una specie di inevitabile sciagura. La fotografia esiste, oggi come ieri, e continuerà a esistere domani. Quello che cambia sono le modalità, gli strumenti, le competenze. Il problema non sono mai i contenitori ma i contenuti. Diffido sempre di chi si schiera in modo manicheo contro qualcosa solo perché non lo conosce. La tecnologia, per esempio, non è nè buona nè cattiva, è uno strumento. È come lo usiamo che fa la differenza. Oggi più che mai, proprio a causa della pandemia e dei limiti che ha posto, ci rendiamo conto di quanto preziosa possa essere la tecnologia per ridurre le distanze, per permetterci di restare in contatto col mondo, con gli affetti, con la cultura. Per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare; o a un medico di fare una diagnosi, o addirittura un intervento, a distanza. Certo non sostituisce l’esperienza reale, il contatto umano o la socialità ma ci offre comunque straordinari strumenti.

Tornando alla domanda direi che la mia professione non è cambiata tanto in funzione del Covid, o comunque non più di altre professioni che prevedono il contatto tra persone.  Direi piuttosto che si stia trasformando, e credo questo sia inevitabile. Trovo che ci sia una netta linea di demarcazione tra essere romanticamente nostalgici (io lo sono molto) ed essere conservatori. Cioè io guido una moto a carburatori che mi regala grandi emozioni ma non per questo disconosco il valore del progresso tecnologico e dei motori elettrici. Ecco direi che questa pandemia, che io mi ero illuso potesse essere una grande occasione di crescita sociale e culturale, ha invece accentuato le distanze intellettuali oltre che fisiche tra chi la pensa in un modo e chi in un altro, come se fosse una gara a chi ne sa di più, quando invece dovremmo cominciare a farci domande piuttosto che pretendere di avere risposte.

Hai già in programma qualche nuovo progetto di cui vorresti parlarci?

Si certo, sto sempre lavorando a qualche nuovo progetto. Qualcuno poi si realizza e qualcun altro rimane nel cassetto. In questo momento mi sto dedicando a qualcosa che ha a che fare con l’interazione tra l’uomo e la natura. Non voglio fare il misterioso, ma non posso dirvi molto di più perché, come vi ho detto, spesso le cose migliori mi capitano per caso. Sto aspettando che capiti. Anche la collaborazione con MINT – Man In Town e con Federico Poletti e Francesca Riggio è iniziata un po’ per caso. Ho conosciuto Francesca molto tempo fa a New York, dove lei tuttora vive e dove ha sempre lavorato con l’arte, il design e la comunicazione. Abbiamo sempre avuto il desiderio di lavorare insieme. Finalmente si è presentata l’occasione anche grazie a Federico. E adesso eccoci qui.

Disembody: la mostra in cui il corpo diventa protagonista

Si chiama Disembody la mostra fotografica di Manuel Scrima presentata alla Fabbrica Eos a Milano a inizio Ottobre e prolungata fino al 19 Novembre dato il grande successo riscosso durante le ultime settimane.

L’esposizione, a cura di Chiara Canali, raccoglie un corpus di lavori inediti di grande formato (100×100 e 50×50 cm) stampati su lastre di vetro e plexiglass montate assieme, in una sovrapposizione di più livelli che ricreano la complessità dell’immagine finale. Sarà presente, inoltre, un pavimento a mosaico, costituito da un puzzle di 400 mattonelle di pietra tagliate a mano, che riportano le stampe fotografiche con i soggetti creati dall’artista. Le mattonelle sono composte da materiali a base quarzo, prodotte da Stone Italiana, una delle aziende più all’avanguardia nella produzione di quarzo e marmo ricomposto.

Noi abbiamo incontrato il fotografo che ci racconta nell’intervista il suo percorso e l’ispirazione per Disembody, per cui tra l’altro sono previsti degli sviluppi futuri…

Quando hai iniziato a fotografare e con quali intenzioni?

Quando mio padre regalò una macchina fotografica a mio fratello maggiore. Avevo credo 6 anni e andammo subito allo zoo a scattare foto eccezionali: noi con le tigri. L’intento era già quello di creare un mondo immaginario, alla Sandokan. Già i miei primi scatti non erano le banali foto di famiglia, che ad esempio faceva mio padre, ma volevano essere qualcosa di nuovo. Poi, da allora, non ho mai smesso.

Se intendi quando ho iniziato a fotografare a livello professionale, è nel 2006. Terminata l’università ho subito trovato lavoro, un buon lavoro a tempo indeterminato, eppure non ne ero soddisfatto. Con grande disappunto della famiglia e sconcerto degli amici, ho lasciato tutto per andare a vivere in Africa e tentare la carriera di fotografo e regista. Ho passato 3 anni in Africa per fare ricerca su me stesso a contatto con quella che era la cultura più lontana dai miei orizzonti formativi. Ho vissuto tra le popolazioni tribali della Rift Valley (Kenya, Etiopia, Uganda e sud Sudan), la culla dell’umanità, e in questi posti ho toccato con mano la sapienza e la spiritualità. L’incontro con queste culture mi ha fatto riflettere. Chi sono? Cosa voglio? Cosa mi accomuna e cosa mi distingue dai miei simili? Lo scopo della vita è sempre quella di conoscere se stessi.

Cos’è per te la fotografia?

È uno strumento che mi è utile per ricreare qualcosa che ho sognato o immaginato. Qualsiasi soggetto è un pretesto per avvicinarsi al senso della vita. Ma chi sono davvero ancora non l’ho capito. Mia madre è belga, di origini francesi, e mi ha educato in un modo molto diverso dagli altri miei coetanei italiani. Mio padre è arbëreshë, appartenente a una etnia che ha resistito in Italia quasi intatta per 500 anni. Seppur io sia nato in Italia, non mi sono mai sentito del tutto italiano, anche se ho respirato fin da bambino la cultura del nostro paese. Credo che l’incertezza dei riferimenti favorisca la creatività.

Quale macchina fotografica utilizzi e che particolari accorgimenti tecnici usi?

Di solito utilizzo macchine Nikon e mi trovo bene. Per realizzare le foto della serie Disembody utilizzo un grande telo retroilluminato e una luce laterale dura, ad esempio una parabola come diffusore. Ciò che più conta è che tutto sia geometricamente allineato e simmetrico in ogni foto: che l’asse ottico passi esattamente nel centro del cubo che fotografo e che il soggetto sia parallelo al piano focale della macchina fotografica. Una volta che tutto è ortogonale ci si può lasciare andare alla libera ispirazione. Sono pignolo e perfezionista.

In che modo la tua fotografia si rapporta con la cultura classica e umanistica?

È più forte di me: la mia fotografia è sempre ispirata dalla cultura classica o neoclassica. Quando non seguo i canoni di bellezza classici lo faccio consapevolmente per creare un’immagine di rottura, per violare le regole dall’interno. Non posso prescindere dalla mia formazione, dal gusto che ho formato durante l’adolescenza, anche se so che il mondo va avanti e la mia ricerca è in continuo dialogo con il contemporaneo. In fondo, la mia esigenza è anche comunicativa, non è confinata nella torre eburnea dei miei sogni personali. 

Quali sono i fotografi o gli artisti a cui ti ispiri?

Non mi ispiro a fotografi, ce ne sono tantissimi bravi, ma la mia ispirazione arriva dall’arte o a volte dalla musica. Non posso dire di ispirarmi a qualcuno in particolare. Trascorro la maggior parte del tempo in viaggio e quando posso visito velocemente e distrattamente gallerie, musei, città d’arte. Per vedere e assimilare il più possibile. Da bambino ho ereditato da mia madre belga l’amore per la pittura simbolista, misteriosa e inquietante, di Fernand Khnopff. Quando frequentavo il liceo ero fanatico della pop art di Andy Warhol: non avevo il diario dei calciatori, ma quello di Keith Haring. Oggi, complice la sovraesposizione di Internet, devo ammettere di essere piuttosto frastornato da mille cose diverse, senza riuscire a concentrami. Rimpiango la sicurezza di gusto che avevo da adolescente. Non so se peggiorerò o se si arriverò a un momento in cui potrò focalizzarmi ancora come prima della frammentazione culturale indotta dal web.

Cosa significa per te la rappresentazione del corpo nudo?

Ciò che ci accomuna tutti come essere umani è la forma del corpo, ma è anche ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri. Il corpo umano è un simulacro, un mondo di perfezione ipnotica. Ne sono attratto. È il soggetto più interessante che io possa immaginare. Non voglio rappresentarlo come è già stato fatto da altri, voglio trovare il mio linguaggio. Per farlo ho fotografato più di 50 soggetti diversi componendo i corpi a formare ideogrammi, maschere, figure casualmente simili alle immagini di Rorschach. 

In che modo la tua ricerca si relazione con il tema dell’erotismo?

Il sesso e la morte sono le pulsioni profonde che governano ogni nostra azione. Ma l’impulso va sublimato! Ecco perché nelle mie foto l’erotismo risulta velato e nascosto. Mi porto dietro un’educazione chiusa rispetto a queste tematiche e inconsciamente disapprovo tutto quello che è ostentato ed esplicito. È infatti la prima volta, con questa mostra, che espongo al pubblico una serie di fotografie di nudo, fotografie erotiche. Per tanti anni ho evitato sistematicamente il tema, finché non ho trovato un modo per me interessante di affrontarlo.

In un’epoca di mercificazione del corpo, vorrei restituire all’anatomia umana il suo erotismo originario.

In che modo la tua fotografia si rapporta con il mondo delle immagini divulgate sui social network?

Questa mostra è anche una protesta contro l’estetica dei social, che vivo e viviamo tutti i giorni. Copro i corpi perché reagisco alla bruttura e alla decadenza delle immagini di oggi e all’estrema esposizione sessuale sui social. Da qui deriva quell’urgenza di classico, di riserbo stilistico, di forma ideale e filtrata, non esposta alla volgarità e all’improvvisazione stilistica. Non sfugga poi che tutte le opere sono quadrate come le foto su Instagram: è come un Instagram censurato. 

La tua professione di fotografo di moda ispira la tua ricerca personale oppure sono due ambiti di lavoro distinti?

Sono cresciuto con il mito di Warhol, che non faceva distinzione tra arte commerciale e arte da galleria. Anche la fotografia di moda rientra nella mia ricerca personale, anzi è fondamentale per creare nuovi stimoli, proprio perché limita la libertà espressiva e comporta uno sforzo maggiore per ottenere ciò che si vuole. Inoltre, il continuo confrontarsi con altri professionisti – stilisti, stylist, art director, scenografi, truccatori – fa crescere e suscita nuove idee. Scherzando dico a me stesso che in questa mostra non ci sono abiti perché ne fotografo già abbastanza. 

10. Cosa ti piacerebbe fotografare in futuro?

Sto preparando l’evoluzione di Disembody. Fotografo sempre quello che prima immagino, cercando di conferire forma a sogni di bellezza lungamente accarezzati. Citando l’Ode a Psiche di John Keats, il poeta romantico innamorato del classico: «Sì, ti costruirò un tempio, in qualche remota regione della mia mente».

Noli me tangere

In modo violento si è spezzata la nostra rituale quotidianità, insieme a lei la nostra rappresentazione
ordinaria del mondo. I droni come rondini a primavera sono arrivati attraversando le nostre piazze, dove le statue sembrano aver preso vita diventandone gli abitanti, in un mondo dove oggi sta dominando la paura.


Ognuno di noi ha intrapreso un viaggio attraverso la memoria, vitale per continuare, un antidoto
all’incertezza. Non sappiamo cosa stiano facendo gli artisti nel loro atelier, simile ad un involucro protettivo che lancia ricordi. È certo che l’arte contemporanea può essere un’ottica sorprendente per leggere il mondo odierno. Possiamo affidarci ad opere del passato: “ho impreso e compito un viaggio di 42 giorni intorno alla mia camera…” È un estratto del libro Voyage autour de ma chambre, scritto tra il 1790 e il 1794 dal francese Xavier de Maistre.
Un invito a vedere le cose da un altro punto di vista, Xavier davanti al letto, vede contemporaneamente il
luogo dove si consuma l’amore e quello dove si muore, un consiglio per scuoterci da tanta passività.


Questa è l’ispirazione per una collettiva curata da Bohdan Stupak, dove gli artisti coinvolti portando
un’opera dimostreranno come continua il loro lavoro, che sarà infine esposto e andrà all’asta ( https://www.charitystars.com/collection/noli-me-tangere-it). Qui nasce
l’idea di Olimpia Rospigliosi (Pubbliche relazioni & Comunicazione) di sostenere LaSpes (www.laspes.it)
associazione senza fini di lucro che finanzia borse di studio a giovani ricercatori. Il 100% di quanto raccoglie è destinato a questo. È nata per ricordare Francesco, un giovane uomo affetto dalla WAS, una delle molte malattie rare di origine genetica.


Sperando di vederci presto, ci salutiamo per il momento, con queste poche righe scritte nel 1907 da Luigi
Pirandello nella novella “Ciaula scopre la Luna”, racconto oggi più che mai attuale. Cerchiamo di guardare la luna che sta arrivando con lo stesso stupore del protagonista Ciàula:
“Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza.
E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna…
C’era la Luna! la Luna!”

Testo di Bohdan Stupak

Apre a Milano Manintown Gallery

Nel cuore di Porta Venezia a Milano, in via Felice Casati 21, apre un nuovo spazio in cui convivono amore per la cultura, commercio e condivisione anche social. È MANINTOWN + PROGETTO NOMADE un concept dove la passione per la moda e il design si uniscono alla ricerca di inedite eccellenze e storie da raccontare. Il progetto è nato grazie all’unione di due realtà: da un lato MANINTOWN magazine, che esplora le passioni maschili fondato nel 2014 da Federico Poletti, dall’altro PROGETTO NOMADE, un nuovo contenitore itinerante che si ispira alla passione per l’arte, il design e la collezione di pezzi anni 50 di Christian Pizzinini e Antonio Lodovico Scolari.
Da questa sinergia si è sviluppato un nuovo format espositivo e narrativo curato nel visual design dall’art director e brand strategist Cecilia Melli



MANINTOWN NOMADE GALLERY vuole essere in primis un luogo di incontro, un piccolo salotto nel centro di Milano, dove si daranno appuntamento appassionati di moda, artigianato o design, ma anche addetti ai lavori e insider. Uno spazio dove ogni mese saranno in mostra selezionate eccellenze produttive nel campo della moda, arte e del design. Lo spazio ospiterà creativi italiani e internazionali che potranno esporre le loro produzioni, ma anche avere opportunità di networking grazie a presentazioni, piccoli happening e appuntamenti mirati.
Un piccolo ‘urban living room’ in cui ogni mese sarà affrontato un tema diverso con nuovi protagonisti.
Si parte all’insegna del design con una serie di pezzi selezionati da Nomade Gallery in partnership con TommasoSpinzi, interior designer e consulente specializzato nella decorazione di interni e nella progettazione di arredo. Oltre a essere un collezionista di arredi, automobili e moto italiane Mid-Century, Tommaso progetta anche pezzi in edizione limitata per gallerie e clienti. Per la parte moda – curata da Riccardo Bettoni –  è un brand mix con focus accessori con marchi che puntano sulla ricercaartigianalità e sostenibilità.



Troviamo 3QUARTERS, label di moda sostenibile fondato nel 2015 ad Atene, con particolare attenzione agli accessori riciclati. Ogni borsa è progettata e prodotta separatamente, le combinazioni di colore e materiale sono accuratamente selezionate e tutto viene realizzato a mano. E sempre la sostenibilità è protagonista grazie alle proposte abbigliamento di nuove realtà come Mikolaj Sokolowski e Yekaterina Ivankova, che riusa abiti vintage o materiali di stock cambiandone la forma per realizzare un prodotto di moda eco sostenibile. E non poteva mancare il beauty con le fragranze e linea corpo di PARCO1923, il profumo di una storia antica, fatta di boschi millenari, piante magiche e uniche al mondo. Dopo una lunga ricerca condotta da esperti botanici sulla combinazione olfattiva perfetta tra gli arbusti che crescono nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nasce un’essenza speciale e una linea bodycare che affondano le radici nella storia di luoghi secolari.



Per gli occhiali due importanti presenze come VAVA, che si ispira al minimalismo e al movimento Bauhaus, guardando ad artisti come Sol Lewitt, Malevich o Josef Albers. E i modelli timeless di The Bespoke Dudes Eyewear, brand fondato da Andrea Viganò e Fabio Attanasio, il pioniere del blogging in temi di sartoria su misura. Per gli amanti dell’artigianalità tutta italiana da non perdere le calzature di CB Made in Italy – marchio fondato da Cecilia Bringheli – che punta su assoluta qualità e un concetto di chic-comfort. E ancora Kinloch con una selezione di foulard, stole avvolgenti, camicie e accessori in morbidi e pregiati tessuti che combina la passione sartoriale e Made in Italy con alta tecnologia per confezionare capi unici, prodotti anche in piccole serie o su misura. E infine tradizione e ricerca sono sinonimi per Alberto Gallinari che firma una sua collezione di gioielli sofisticati; il jewellery designer ha inoltre collaborato con Anita Treccani, esperta in
incisione e decorazione, per alcune suggestive stampe ispirate dalle sue creazioni.


L’installazione di Angelo Cruciani a Piazza Duomo chiude il Pride 2020

Un immenso cuore bianco formato da tantissimi altri cuori: questa l’installazione di Angelo Cruciani, designer del brand Yezael, che è apparsa a Piazza Duomo a Milano la mattina di domenica 21 giugno. “Come pagine bianche di una storia da riscrivere tutti insieme, questo cuore rappresenta la speranza verso un mondo pronto a regole eque e concepite sulla fratellanza che lega ogni essere umano” spiega l’artista.



Duemila cuori fatti di cartoni riciclati e riciclabili che rappresentano un veicolo, un mezzo per esprimere sogni e desideri sul futuro della nostra società. Un’iniziativa realizzata in seguito alle riprese dell’evento finale del Digital Milano Pride il 27 Giugno in esclusiva live su YOUTUBE e autorizzata dal comune di Milano seguendo le norme del distanziamento sociale. 



La manifestazione esorta al cambiamento e vuole essere speranza dopo un periodo difficile come quello della pandemia globale. “Ho pensato ai cuori bianchi ispirato dalla fragilità che stiamo vivendo globalmente, abbiamo bisogno di evolvere e trasformare le priorità per cambiare abitudini. Dobbiamo smettere di sentirci padroni della Natura” sottolinea Angelo Cruciani.

Un’iniziativa interessante che sicuramente darà il via ad altrettante. Manifestazione in favore del cambiamento e della speranza per un nuovo inizio.

Credits foto: Manuel Scrima

Quando il nuovo è figlio del tempo, i must have di Cristian Sutti

“L’Heritage come concetto riletto nella sua più totale essenza, ma solo per riviverlo di contemporaneità e non solo con malinconia”. È questa la filosofia alla base del progetto di Cristian Sutti, designer ed architetto con una forte passione al vintage, ai pezzi rari ed al collezionismo.



Come è arrivato a questo progetto? Quale il suo percorso e perché la voglia di esprimersi attraverso una linea di oggetti che partono dall’idea del ri-uso?

Sono arrivato alla creazione del marchio 2010L.E. disegnando una possibile fiche con cui avrei creato dei portachiavi preziosi. Contemporaneamente ho sviluppato un mio concetto di limited edition, che si discosta da quello che è invece il suo significato standard. L’idea del ri-uso nasce dalla mia passione per tutto ciò che è vintage originale, e da creativo quale sono, ho sempre amato girare i vari mercatini delle pulci sparsi in giro per il mondo, cercando oggetti che mi colpissero e che mi trasmettessero qualcosa.

Proprio il re-made, ancora di più se pensato in un’ottica emozionale, di pensare a oggetti speciali, sembra molto importante e interessante collegato al momento storico, che guarda proprio all’etica e all’eco. Come si pone nei confronti di queste istanze? Cosa ne pensa?

Penso che più passa il tempo, più aumenta il consumismo e proprio questo aspetto incide sulla durevolezza degli oggetti, dei vestiti, delle auto e così via. Molti non sanno e non si rendono conto che una borsa in tela magari degli anni 40, appartenuta ad uno o più soldati, ha mantenuto quasi intatta la sua struttura, aggiungendo a tutto ciò quel plus dato dai segni evidenti di quella che è stata la storia di questo accessorio. Una domanda che mi sono sempre posto è stata come mai questo accessorio fosse ancora utilizzabile dopo quasi 80 anni. Il segreto è l’uso di materiali sicuramente meno performanti di quelli di oggi ma molto più di qualità.



Ci parla in generale degli oggetti che propone? Quale è l’iter progettuale?

Gli oggetti proposti nel progetto 2010 I.e. sono di varia natura. Il comune denominatore è il loro essere vintage originali. Essendo un architetto con la propensione all’industrial design, devo dire che tutto ciò che è in grado di trasmettermi qualcosa poi diventa parte di 2010 I.e. Inoltre, è curioso come spesso, mentre giro per mercatini, rimanga colpito da un oggetto, il quale a primo impatto potrebbe risultare neutro alla vista. Alla fine però potrebbe risultare che mi trasmette una forte energia e questa si traduce in creatività.

Che cosa la ispira? Quali altri mondi la affascinano? Chi sono i suoi riferimenti creativi e i personaggi che segue?

Parlare di una situazione particolare che rafforza e guida la mia ispirazione è troppo riduttivo. Sicuramente ho imparato a utilizzare la noia, poiché dalla noia e in quello che io definisco “zero mentale” escono delle ottime idee ispiratrici. Un altro aspetto estremamente importante è la tranquillità, che viaggia a strettissimo contatto proprio con la noia. Purtroppo non ho delle “muse” ispiratrici o dei personaggi di riferimento perché credo che se ci si focalizza su un elemento di riferimento si rischia poi di creare delle brutte o belle copie … ma sempre di copie si tratta ovvero di un qualcosa che non è totalmente tuo. Il futuro invece va creato, non previsto.

Da cosa nasce la sua passione per il collezionismo?

La passione per il collezionismo nasce spontaneamente. Devo dire che forse alla base c’è stato un inizio causato dal mio mood da “accumulatore seriale” per la quantità di oggetti che colpivano la mia attenzione e che andavano a toccare le mie passioni. Poi pochi anni fa ad un certo punto mi sono fermato davanti a questo grande accumulo e ho eliminato tutto ciò che consideravo statico e inutilizzabile ed ho invece trasformato ciò che avevo selezionato con cura in “utilizzabile”.

Dove scova gli oggetti più belli?

Non ci sono dei posti classici dove trovo gli oggetti più giusti. Mi può capitare di notare qualcosa di interessante camminando in campagna magari in qualche fienile o in qualche bancarella di qualche mercatino trovato per caso.



Quale è il capo vintage al quale è più legato e perché?

L’oggetto al quale sono più legato è il mio anello heritage letters creato con un vecchio tasto in bachelite proveniente da una vecchia macchina da scrivere del 1924. È sempre con me da 10 anni.

Quale il suo ideale di eleganza?

Non ho un vero e proprio ideale. Per me l’eleganza è tutto ciò che fa star bene con se stessi nelle situazioni più svariate. Preferisco parlare invece di un ideale legato più alle proporzioni, che significa che si è eleganti quando si riesce a trovare il giusto equilibrio tra il proprio fisico e ciò che si indossa.

Che cosa è invece per lei il bello?

Penso che la bellezza sia soggettiva. Bella per me è la mia compagna, belle sono le mie figlie e bello è tutto ciò che è proporzionato, in equilibrio e dove tutto è in perfetta sintonia.

Cosa non può mancare nel suo guardaroba e cosa in generale non deve mancare in quello di un uomo?

Sicuramente non devono mancare i jeans, le camicie dalle fantasie vintage, i giubbotti dei quali sono un grande appassionato e le sneakers. Diciamo che nel guardaroba maschile non deve mai mancare ciò che lo fa sentire bene, in ordine ed in equilibrio, a prescindere dal capo, qualunque esso sia.



Il suo motto personale?

Tutto è perfetto e nulla capita per caso. La prima parte di questa frase però è la più importante.

Man in Town è molto legato ai viaggi, anche se questo non è il momento ideale, viaggiamo con la fantasia. Ci porta in un luogo che ama?

Ho amato il viaggio che mi ha portato a visitare e a conoscere il Vietnam del nord e del sud, realtà incredibilmente diverse tra loro ed intrise di storia e di sofferenza. È incredibile vedere come una popolazione di contadini sia riuscita con l’ingegno e per disperazione, a tener testa ad una nazione come gli Stati Uniti.

Parlando invece di beauty al maschile, cosa non manca nel suo beauty case quotidiano e in quello da viaggio?

Non mancano mai lo spazzolino, il dentifricio, il filo interdentale e la Nivea, crema multitasking. In quello da viaggio? Troppo lungo l’elenco.

La sua Puglia e la sua Milano? Quali luoghi ci consiglia? Quali i suoi rifugi?

La mia Puglia oramai è diventata molto conosciuta e frequentata. Ci sono posti che non sono ancora stati raggiunti dal turismo consumistico e che hanno mantenuto così le loro tradizioni. Ovviamente se ve li svelassi non rientrerebbero più tra quelli più nascosti e poco frequentati. Milano poi in realtà è la mia città, quella dove sono cresciuto, mi sono laureato, quella che mi ha formato e che continua a formarmi come creativo. Milano è la città stimolante che però è capace anche di concederti la noia. Il mio rifugio principale è la mia casa, la mia sala giochi, la mia officina.



Sogni e progetti per il futuro?

Il progetto 2010 l.e. e tutto il dream team che lo segue è già un sogno. Il progetto è quello di continuare a sognare e far sognare divertendoci, anche di proseguire la mia ricerca in giro per il mondo di “pezzi” unici, oggetti che diventano parte di te e tu della loro storia.

#TalkingToTheUniverse – Sophie Usunier e Flos.

“Il codice Morse è una forma ante litteram di comunicazione digitale.
Un linguaggio fatto di punti, linee e pause.
E se trasformassimo le nostre parole in luce?”.

Così Sophie Usunier con #TalkingToTheUniverse ci invita a trasformare le nostre parole in luce e le case in cui viviamo in teatri che si affacciano sulla strada. Non ci vuole molto: una lampada e il codice Morse.

In questo modo, la luce si spoglia della sua funzione – per vedere – diventando bagliore che diffondere magia e creatività.

Sophie Usunier con #TalkingToTheUniverse ci invita a prendere parte a questo progetto artistico, in collaborazione con Flos, un brand che con la luce ha costruito la sua storia, e che aderisce ad un’iniziativa volta a supportare creatività, cultura e vicinanza sociale.

Il codice Morse è un sistema che trasmette lettere, segni di punteggiatura e numeri per mezzo di codici a intermittenza. Tuttavia, a differenza dei moderni codici binari che usano solo due stati (comunemente rappresentati con 0 e 1), il Morse ne usa cinque: punto (•), linea (—), intervallo breve (tra punti e linee che formano una stessa lettera), intervallo medio (tra lettere) e intervallo lungo (tra parole).” 

Una linea è uguale a tre punti (lasciare accesa la luce contando 3 punti a mente).

Lo spazio in una stessa lettera è di un punto.

Lo spazio tra ogni lettera è di 3 punti.Lo spazio tra due parole è di 7 punti.

#TalkingToTheUniverse ci porta a riflettere su questo momento storico che vuole limitare la nostra socialità.

Ci invita a dichiarare le nostre emozioni, a comunicare quello che pensiamo, senza timore delle restrizioni sociali, ricordandoci che nei momenti difficili possono nascere idee geniali.

Credits:

Creative Production Company: C41Artist: Sophie Usunier
Executive Producer: Barbara Guieu
Creative Producer: Alessandro De Agostini
Creative Director: Leone Balduzzi
C41 Magazine Editorial and Creative Director: Luca A. Caizzi
C41 Magazine Head of Content: Riccardo Fantoni Montana
Art Project Coordinator: Rossana Ciocca #artcitylab
Music: Gianluca Di Ienno “Pianologues” ©️ MU74 – 2020

Il ricordo di Germano Celant: cinque opere per scoprire l’importanza che l’arte povera ha ancora oggi

Viene a mancare all’età di 80 anni il critico e curatore genovese Germano Celant, dopo due mesi in terapia intensiva al San Raffaele per complicazioni dovute al COVID – 19.

Identificato come il fondatore dell’arte povera, movimento della seconda metà degli anni sessanta che pone il rapporto Uomo – Natura alle sue fondamenta, Celant fu tra i primi a privilegiare il “gesto artistico” mettendosi in forte contrapposizione con le tendenze consumistiche che in quei tempi stavano sempre più prendendo piede nel mercato dell’arte. 

Il mondo dell’arte italiano perde così una delle sue figure più importanti, autore di più di cinquanta pubblicazioni Celant è stato curatore del Guggenheim di New York, direttore della prima Biennale di Firenze Arte e Moda e della Biennale di Venezia nel 1997.

Nel 2015 la sua carriera raggiunge l’apice grazie alla nomina come direttore artistico di Fondazione Prada. 

Anche il direttore artistico del Museo Novecento ha voluto ricordare Germano Celant: “E’ un giorno triste per il sistema dell’arte del nostro paese. La pandemia ha strappato, all’affetto dei suoi cari e degli amici artisti, Germano Celant, straordinario protagonista della critica e della curatela in arte. Imprescindibile punto di riferimento per  il suo magistero teorico e il suo approccio nella organizzazione delle mostre, da quelle collettive alle personali, sempre impostate in condivisione con gli artisti, dei quali Celant non era solo interprete teorico, ma compagno di avventura fin dalla fine degli anni Sessanta. Ebbe allora la felice intuizione di scavalcare le storie personali di molti di loro per raggrupparli sotto il termine di Arte Povera, un’attitudine poetica e immaginativa che ha segnato l’evoluzione dei linguaggi contemporanei. Ricordo con emozione la sua ultima grande prova, la mostra antologica di Jannis Kounellis a Venezia lo scorso anno. L’omaggio di un grande critico a un gigante dell’arte contemporanea scomparso nel 2017”.

L’importanza dell’arte povera: Gli anni sessanta sono caratterizzati da un periodo di enorme cambiamento favorito dalle rivolte studentesche e le manifestazioni di dissenso contro la guerra del Vietnam e contro le repressioni nei paesi latini americani.

Sono anni particolari che avranno una forte ripercussione anche nell’arte, in particolare grazie a quella Povera che riflette una necessità di cambiamento nei contenuti ma anche nella sua natura vitale, un approccio non più statico ma mutevole. 

Gli esponenti dell’arte povera utilizzano così materiali alternativi come terra, legno, ferro e scarti industriali attraverso i quali ci comunicano i loro messaggi di stampo intellettuale. 

Cinque opere per ricordare l’importanza comunicativa dell’arte povera: 

Senza titolo – 12 cavalli 1967 – Kounellis


Igloo con Albero 1968 – 1969 – Mario Merz 


Quadro di fili elettrici 1957 – tenda di lampadine – Mario Pistoletto 


Famigliole 2010 – Piero Gilardi 


Mare  1967 – Pino Pascali

Le migliori mostre attualmente o presto visitabili in tutto il mondo

Nonostante il Covid-19 alimenti in tutto il mondo terribili sensazioni sul nostro futuro (in realtà sembra di vivere in un romanzo distopico di Orwell), “Big Suprise!”, il mondo stesso non si ferma.

Molti musei, ad esempio, hanno organizzato tour online per visitarli, o in alcune aree non tanto colpite da questo terribile virus pandemico, è ancora possibile fare una bella visita per trascorrere il nostro amato tempo libero. Dalla musica all’arte e alla moda, ecco un elenco delle migliori mostre attualmente o presto visitabili in tutto il mondo.

Patrick Kelly: The Journey

Patrick Kelly, genio ribelle della moda, che seppe unire folk americano e le sue discendenze afroamericane nelle sue creazioni, viene omaggiato con una mostra. Precisamente allo Scad Fish di Savannah, negli States. Con la sua rivoluzione di stile a suon di bottoni, citazioni funky e virtuosismi pop incantò negli anni Ottanta le star.

E stiamo parlando di star con la S maiuscola: Paloma Picasso, Pat Cleveland, Madonna e Goldie Hawn, per menzionarne alcune.  La mostra dedicata al designer degli Stati Uniti, intitolata “Patrick Kelly: the Journey” è il risultato della lunga ricerca dell’artista Derrick Adams all’interno dell’archivio del designer scomparso nel 1990.  

Adams è un connesseur della black culture, anzi  gran parte della sua produzione sia come artista sia come curatore deriva dalla sua identità di colore. Specialmente ruota attorno ai modelli della cultura afro in America. Dunque il link tra queste due figure ha rappresentato la scelta più naturale per la curatrice del museo che ospita l’esibizione, Alexandra Sachs.  

L’artista e curatore contemporaneo Adams ha avuto così modo di compiere una full immersion tra le memorabilia, gli sketch e molti altri oggetti appartenuti al designer e che si trovano allo  Schomburg Center for Research in Black Culture di New York. Tra questi rari cimeli anche la proposta scritta su un foglio, una sorta di dedica scritta dalla poetessa Maya Angelou per  scrivere un libro sulla vita di Patrick Kelly.

Adams ha commentato sulla produzione di Kelly affermando che la sua produzione era influenzata fortemente dal contesto sociale della sua epoca e da un travolgente senso dell’umorismo. La mostra presenta dei collage astratti e delle sculture di Adams realizzate con pattern, ricami e altri materiali originali dagli archivi di Patrick Kelly. Questa esibizione è attualmente presente al museo americano sino al 19 luglio 2020.

The Clash: London Calling

Un inno per Londra e per il mondo intero, questa mostra mette in scena il dietro le quinte di un album epico: “London Calling” dei Clash. il Museum of London mette in mostra immagini, musica, ricordi e oggetti personali, della storia della band – alcuni mai visti prima – in una mostra gratuita.

London Calling, una pietra miliare della musica contemporanea, riguardava generalmente Londra, con narrazioni che presentavano personaggi sia immaginari che basati sulla vita reale.

Il giornalista Sal Ciolfi ha affermato una volta che “le canzoni comprendono un arrangiamento di narrazioni e personaggi urbani e toccano temi come il sesso, la depressione e la crisi d’identità”.

Un melting pot di stili musicali, guidato da una passione per l’azione e un forte desiderio di giustizia sociale. questa nuova mostra esclusiva al Museum of London esamina come la stessa Londra abbia influenzato i Clash quando sono diventati la band britannica più popolare del 20 ° secolo.

Jeff Koons: valore assoluto

Una mostra con oltre tre decenni di opere del famoso artista americano è ora aperta al Museo dell’arte di Tel Aviv. A cura di Donor Rabina. Absolute Value offre una full immersion nei diversi linguaggi di espressione e tecniche di Koon di diversi periodi di produzione.

La prima mostra personale di Koons in Israele mette in mostra dodici opere su larga scala degli ultimi tre decenni: Balloon Dog (Orange) (1994-2000), scultura in acciaio inossidabile lucidato a specchio e rifinito con un rivestimento arancione trasparente, Orso e poliziotto (1988) della serie Banality; Dolphin Taz Trashcan (2007-2011) della serie Popeye e Hulk (Rock) (2004-2013) della serie Hulk Elvis.

Ha anche messo in mostra una scultura a forma di palloncino delle preistoriche figure di Venere che raffigurano una figura stilizzata di una forma femminile: Balloon Venus Dolni Vestonice (Violet) (2013–17) dalla serie Antichità.

Una citazione dell’artista stesso rappresenta bene la sua produzione: “L’arte per me è un atto umanitario e credo che ci sia la responsabilità che l’arte debba in qualche modo essere in grado di influenzare l’umanità, di rendere il mondo un posto migliore (questo non è un cliché!)”.

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Coronavirus, 10 musei dal divano di casa

Coronavirus, 10 musei dal divano di casa

Se la cultura è un bene di tutti, ora più che mai i paesi si uniscono per dire che è anche accessibile a tutti. 

Causa emergenza COVID-19, anche i Musei e i luoghi di culto hanno chiuso le porte ma non l’accesso virtuale; la cosa bella è che comodamente sdraiati sul divano di casa, possiamo prendere un aereo immaginario e volare fino a New York o a San Pietroburgo per visitare il MOMA e l’Hermitage. Niente code, nessuna folla davanti ai quadri, niente commenti sciocchi alle vostre spalle: “Oh bello, Oh meraviglioso, Oh cos’è sta roba?!”… Potrete goderveli e studiarveli dimenticandovi del tempo, soffermarvi sui dettagli quanto vorrete, esplorare le opere d’arte ad alta definizione, camminare verso le stanze vuote. 

Qui alcuni tra i musei nazionali e internazionali che offrono il servizio online e altri su cui potrete finalmente dedicare il vostro tempo ad imparare l’arte, e a metterla da parte. 

1. MUSEO DEL PRADO 


Una delle opere più significative dell’arte figurativa europea è il “Saturno che divora i figli” di Francisco Goya (1821-23), conservato al Museo del Prado di Madrid
Secondo la mitologia greca Crono, il più giovane dei Titani, il protagonista del dipinto, sapeva che sarebbe stato privato del potere da uno dei suoi figli, cosicche’, preso dalla rabbia, iniziò a divorarli tutti uno ad uno. La foga, la pazzia, il cannibalismo di Crono è in netto contrasto con la debolezza del piccolo corpo deturpato e sanguinolento; il piccolo non può nulla contro l’esplosione cieca della violenza. E’ un’opera cruda di una ferocia che si legge sulle mani dure e nervose di Saturno che non allenta la preda di quel corpicino innocente. Immerso nel buio più nero, la scena potrebbe significare il conflitto tra vecchiaia e gioventù, oppure il ritorno di un assolutismo in Spagna che limitava ogni forma di libertà intellettuale. 

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“Saturno che divora i figli”-Francisco Goya

2. PINACOTECA DI BRERA – MILANO

Mai quadro fu così adatto a dare speranza agli italiani come il famoso Bacio di Francesco Hayez. Un inno alla gioia, un simbolo di speranza e di patriottismo, il quadro icona della Pinacoteca di Brera
Il capolavoro più copiato e ristampato nella storia, è stato realizzato nel 1859 e ripercorre i fatti nel periodo in cui l’Italia venne suddivisa in tanti piccoli stati sotto il dominio degli Asburgo d’Austria. Periodo nel quale gli italiani, uniti nonostante la divisione, crearono dei gruppi, delle piccole società segrete che avevano lo scopo di restituire dignità al paese. Mi sembra ci sia una forte attinenza col periodo che stiamo vivendo. Un popolo che canta l’inno di Mameli in questi giorni di reclusione forzata, un popolo che si abbraccia da lontano, che col canto e con la musica regala speranza e la voglia di farcela, nonostante tutto. 

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“Il Bacio” – Francesco Hayez

3. BRITISH MUSEUM – LONDRA

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4. MUSEO ARCHEOLOGICO – ATENE

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5. MUSEE D’ORSAY – PARIGI

Lo stagno delle ninfee” di Claude Monet riprende una serie di ponti che l’artista si accingeva a dipingere in diverse ore del giorno. La luce, questa era la migliore amica di un grande pittore, per conoscerla, per riconoscerla, bisognava studiarla notte e dì, quando era calda di Sole o fredda di Luna. Il ponte da lui stesso costruito nei giardini della sua abitazione, taglia a metà la ricca vegetazione che da un lato si erge verso il cielo e dall’altro si specchia nelle acque. Quei dolci e sussurranti fiorellini che sono ninfee dai toni pastello, ricordano tanto i giardini giapponesi e le sue rappresentazioni. In un morbido letto di verde, spuntano come piccole vite capaci di donare gioia e speranza. 

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“Lo stagno delle ninfee” – Claude Monet

6. LOUVRE – PARIGI

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7. LE GALLERIE DEGLI UFFIZI – GIARDINO DEI BOBOLI – FIRENZE

Chi ha avuto la fortuna di vagare attraverso il Giardino dei Boboli sa che un tour viruale non potrà regalare la stessa sensazione di immersione totale in un mondo astratto e ovattato.

Lo visitai per la prima volta dodici anni fa, di fronte a Palazzo Pitti esisteva ancora un Internet Point, dove mi recai per aggiornare il mio stato Facebook e raccontare del mio viaggio in solitaria a Firenze. Uno dei ragazzi del negozio mi si avvicinò e mi dette un consiglio molto prezioso, e cioè quello di non attraversare il percorso visibile dei Giardini, quello a linea retta tagliato al centro dai gradoni, ma di prendere le vie laterali e immergermi totalmente nel verde. Lo ascoltai e se potessi rintracciarlo lo ringrazierei perchè quella passeggiata nell’arte mi ha regalato non poche emozioni.

Il Viale dei Cipressi è un tunnel di arbusti fitto fitto che parte da terra e si riunisce sopra la tua testa; in piena estate creava un nido buio e silenzioso che mi proteggeva dal brusìo e dal cicaleccio dei turisti; ed erano tanti. D’improvviso, nel fruscìo delicato dalle foglie mosse da qualche animaletto indiscreto, vidi comparire dietro di me un gatto, nero, che mi fissava immobile. Non appena riprendevo a camminare, lui da dietro mi seguiva, in modo felpato, per poi rifermarsi quando dalle spalle gli mostravo il volto. Non ho mai capito cosa significasse quella strana presenza, in certi casi le domande non servono e le risposte non le vogliamo, ma so una cosa: so che quell’esperienza diede vita ad una lunga serie di viaggi in solitudine di cui rimangono un bellissimo diario, e una foto di me in lacrime con quel misterioso gatto dagli occhi gialli e il pelo nero.

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“Giardino dei Boboli”- Firenze

8. NATIONAL GALLERY OF ART – WASHINGTON

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9. NATIONAL GALLERY – LONDRA

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10. MUSEO REALE DELLE BELLE ARTI DEL BELGIO

Su Google Arts & Culture esiste uno strambo video che rappresenta il quadro di Pieter Bruegell il Vecchio datato 1562, la “Caduta degli angeli ribelli”, una realtà aumentata che ci porta faccia a faccia con i mostri più mostri della storia della pittura. 
Il quadro racconta un episodio biblico, la caduta degli angeli che si sono ribellati a Dio per sete di potere, uno scivolone lento e indimenticabile in cui dall’alto vediamo gli angeli che suonano il trionfo, biondi come fanciulli, degli uccelli del Paradiso, dei putti vestiti e senza vizio. 
Al centro l’Arcangelo Michele che combatte il drago dell’Apocalisse a sette teste; e verso il basso delle diapositive precise e dettagliate dei mostri di fattura Boschiana. Sono metà pesci e metà volatili; hanno il ventre squarciato a mostrare uova già marce; sono giganteschi e sproporzionati insetti; gli orifizi in mostra e le bocce avide e dai denti appuntiti e radi. E’ una scena spaventosa che rappresenta la fede da una parte e l’avidità dall’altra.

Il quadro è custodito presso il Museo Reale delle Belle Arti del Belgio

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Caduta degli angeli ribelli”-Pieter Bruegell il Vecchio

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La guida completa su Napoli

Quando penso alla perfezione di una lingua, ai giochi di parola, ai modi di dire più bizzarri, alle parole più bislacche, mi viene in mente il napoletano. Perchè i napoletani hanno quella capacità, quel dono di sintesi, che permette di spiegare un intero pensiero, in un solo termine; dentro quel termine, troviamo mille colori e sfumature che non solo descrivono un concetto, ma che facilitano la sua comprensione perchè è come il disegno di un’atmosfera, di un mondo. Così, “mbuttunato”, sarà quel cibo imbottito, farcito, carico di olio e insaporito, non rappresenterà un semplice ripieno, ma si vedrà comparire, al suono di quella parola già cicciotta che riempie anche le labbra, tutto il colore di un condimento, il rosso di un pomodoro, il giallo ambrato dell’olio.


I napoletani sono come le loro parole, ricchi e carichi di vita, li trovi a vendere presepi per le vie del centro, cornici di fantasiosi personaggi in miniatura intenti nei lavori più umili, pastori, massaie, tosatori, panettieri, in fila per i banconi pronti per entrare nelle vostre case, e il desiderio è quello di comprarli tutti per quella minuziosa capacità caricaturale, che trasforma una semplice casa alta due spanne appena, in un set cinematografico alla Hitchcock, dove piccole lanterne illuminano desolate case “sgarrupate”.

La via dei Presepi

I sapori di Napoli


Napoli è l’abbondanza di una frolla ripiena di crema alla ricotta e semolino (ottima alla Pasticceria Leopoldo di via Benedetto Croce, pieno centro storico); è il rito del caffè accompagnato dal babbà al bicchiere, da gustare in piedi alla Pasticceria Scaturchio, vera Mecca dei buongustai, perchè se dobbiamo concederci il rito della pausa e di una chiacchierata, non può mai mancare la leziosità di un dolcetto.

Saporita come quella fatta in casa, ma solo se avete mamma di origini partenopee, la pasta al ragù del Tandem, in Calata Trinità Maggiore 12, succosa salsa di pomodoro e carne, che ben si sposa con gli scialatielli, tipica pasta fresca della Costiera Amalfitana.
Per gli amanti della street food, la monumentale “pizza a portafoglio” da Di Matteo, una pizza piegata in quattro, servita in carta assorbente, da mangiare rigorosamente in piedi per le vie di Napoli in un meditativo silenzio: ascoltate solo le vostre papille gustative e l’estrosità dei piccoli scugnizzi che vociferano accanto (scopri di più su LiveNapoli)

Anatema per eccellenza, la devozione dei napoletani per San Gennaro non ha eguali. Ai lati del Duomo di Napoli, la cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta, una cappella custodisce le reliquie del santo patrono; è la chiesa più importante della città, che attira ben tre volte l’anno i credenti di tutto il mondo a mani giunte, nell’attesa dello scioglimento del sangue di San Gennaro.

Nella cripta, accessibile tramite delle scale semicircolari, compare protagonista l‘Oliviero Carafa in preghiera, il cardinale che nel 1497 riportò in città le reliquie di san Gennaro, fino ad allora nascoste nel santuario di Montevergine di Avellino. Il soffitto presenta 18 cassettoni raffiguranti Santi e cherubini, sono altorilievi scultorei ad opera di Tommaso Malvito; tutto l’ambiente è un’alcova marmorea dai candidi colori del Paradiso, un luogo pregno di energia e di mistero.

Il Museo di Capodimonte


Salendo verso il rione Sanità, tra viuzze che di giorno sembrano semi abbandonate, ma vive di panni stesi, si arriva al Museo e Real Bosco di Capodimonte, 15000 metri quadri di area espositiva e un patrimonio di circa 47000 opere. Immerso nel parco Real Bosco, area verde cittadina che attira oltre il milione di visitatori ogni anno, il palazzo fondato nel 1738 da Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1734, destinato a ospitare la collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese, capolavori dal 200 ad oggi di cui fanno parte alcuni grandi nomi della pittura nazionale e internazionale: Parmigianino, El Greco, Guido Reni, Raffaello, Tiziano…


Parmigianino – Ritratto di giovane donna, detta Antea – 1535

Una donna dai nobili tratti e dalle vesti alla moda di una Italia cinquecentesca, ci guarda dritto negli occhi, ci affronta senza timore. I capelli sono acconciati con una scriminatura centrale e adornati da una grossa treccia a mo’ di cerchietto da cui pende, decorandola, una luminosa perla. Due i pendenti ai lati del volto e una abbondante tunica di stoffe pregiate con sbuffi alle maniche, che ne ingrandiscono la figura, rendendola maestosa e degna di rispetto. Quasi sproporzionato il braccio destro nella sua dimensione, una forza quasi mascolina che regge una pelliccia di martora e una catena di cui non si vedono i confini. La mano sinistra gioca con una collana e il mignolo porta un anello con rubino.

Nel 1671 lo scrittore Giacomo Barri affermò che il ritratto di Parmigianino rappresentasse Antea, una cortigiana romana descritta dallo scultore Benvenuto Cellini e dall’umanista Pietro Aretino. Ma sebbene l’opera sia conosciuta con questo nome, l’ identificazione non è corretta, per gli abiti che indossa e per l’espressione fiera di una bellezza piuttosto idealizzata.

Parmigianino- Lucrezia 1539-50

Lucrezia è il dipinto della dignità, del coraggio di andarsene quando onore e orgoglio sono più importanti della vita stessa. La martire romana è spinta al suicidio dopo lo stupro subìto da un soldato etrusco; la morta diviene l’unica soluzione al disonorevole gesto.
Lucrezia appare luminosa su uno sfondo nero china, l’abito cade scoprendole il seno e regalandole una carica erotica seppure nel gesto violento di una pugnalata nel petto. Nè sangue né espressioni di dolore per il dipinto di Parmigianino, piuttosto la valorosa bellezza di una dea che si sottrae alla crudeltà umana, rimanendo pura per l’eternità.

Artemisia Gentileschi – Giuditta e Oloferne 1612-13

Con le braccia tese e la spada in pugno, l’eroina ebraica Giuditta taglia la testa del generale babilonese Oloferne. La sua serva Abra tiene ferma dall’alto la vittima, il cui sguardo già rotea, all’indietro nell’oblio. Le due hanno sorpreso il generale nella sua tenda ubriaco e inerme. Gentileschi cattura il momento saliente dell’azione, quando il sangue di Oloferne scivola via con la sua vita, macchiando le sontuose lenzuola.
Questa scena è tratta dal Libro di Giuditta dell’Antico Testamento, in cui ella salva la sua città di Betulia dall’assedio dell’esercito di Oloferne. Gli storici dell’arte ritengono che il dipinto della Gentileschi possa avere una componente autobiografica. Nel 1611, Artemisia aveva subito uno stupro da parte di Agostino Tassi, pittore apprendista nella bottega di suo padre Orazio. Il processo aveva disonorato Artemisia, mentre Tassi era stato condannato per il reato ma rilasciato meno di un anno dopo. Artemisia potrebbe essersi ritratta nella figura di Giuditta per ottenere, almeno in pittura, quella giustizia che drammaticamente le era mancata nella vita reale.

Vero fiore all’occhiello di Museo Capodimonte, la collezione De Ciccio, donata dallo stesso allo Stato italiano nel 1958 e costituita da smalti limosini del ‘500, avori, porcellane Ginori e di Messein, maioliche italiane, ceramiche persiane, tessuti e ricami, preziosi argenti, piccole sculture, leziosi ventagli, orologi, vetri veneziani, bronzetti, deliziose tabacchiere e astucci decorati a mano, piccole ampolle da profumo con decori in rilievo, eleganti porta-ciprie, una serie di galanterie da far girar la testa alle donne più vanitose.

Nella sezione di Arte Contemporanea, spicca una figura importante dell’Arte Povera: Mario Merz, con l’installazione “Shock Wawe” (Onda d’Urto – 1987)

L’artista reinterpreta oggetti prelevati dal quotidiano, realizzando installazioni multimateriche che indagano la relazione tra energie naturali e culturali. Tra le massime figure dell’arte povera, Merz mette in fila pile di quotidiani stampati e distribuiti a Napoli, su cui poggia i numeri della successione Fibonacci, in cui ogni numero è la somma dei due numeri precedenti. A sormontare i giornali, degli archi di metallo incrociati e aperti verso l’esterno, che rimandano all’energia incanalata dalle forze in campo e che evoca la struttura di un’architettura primordiale e precaria, analoga a quella dell’igloo presente in molte opere ambientali dell’artista.

L’Artemisia Domus

Punto strategico per un pernottamento all’insegna del relax, l’Artemisia Domus nel pieno centro di Napoli, tra Piazza del Gesù e Spaccanapoli, la luxury Guest House con possibilità di avere jacuzzi in camera e sauna privata.
Artemisia Domus omaggia la grande pittrice Artemisia Gentileschi, che nel 1630 visse una parentesi partenopea; è un palazzo del ‘700 ristrutturato ma che conserva il fascino del suo passato, tutte le finestre delle camere affacciano su Castel Sant’Elmo e sulla Certosa di San Martino; altissimi i soffitti sormontati da travi in legno a vista, pavimenti in parquet, letti king size e suite insonorizzate. Se le lunghe passeggiate turistiche vi affaticano, potete prenotare un massaggio privato in camera, oppure farvi consigliare dallo staff per una gita in barca, una escursione in motoscafo verso la Costiera, un tour all’insegna del gusto.


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Delvaux lancia una collaborazione dai tratti magici

Classe, eleganza e surrealismo. Ecco le parole chiave della nuova collaborazione tra la storica, e più antica al mondo, casa di pelletteria belga: Delvaux e La Fondazione Magritte. Due simboli del Belgio insieme per una capsule dal grande fascino che rende omaggio a Renè Magritte, tra i più originali e grandi pittori del 900’, nonché definito il padre del movimento surrealista. 

I suoi celebri capolavori, tra cui: L’Uomo con la Bomboletta, Gli Amanti e La Promessasono armoniosamente vivi più che mai sui pezzi della pelletteria belga: dai portadocumenti da viaggio ai  borselli, dalle borse da lavoro a quelle porta computer. Delvaux, maison fondata nel 1829, sceglie l’arte per la sua prima vera collaborazione in quasi duecento anni di attività. Cappelli, nuvole, chiavi; queste le icone magrittianeche compaiono su quella che è la prima linea del marchio dedicata, anche, al mondo maschile. 


Pezzo cult della collaborazione è la borsa D-OFF che, grazie alle sue dimensioni si adatta a più occasioni, da un giro in centro città ma anche per un viaggio fuoriporta. Manici, interni, fodere e chiusure in pelle richiamanti la serratura simbolo dell’artista; Il brand cura con dedizione i dettagli dei suoi prodotti aprendosi ad un progetto interessante e mantenendo i suoi caratteri distintivi, ogni simbolo presente rimanda a quello successivo in un piacevole gioco vedo-non-vedo. La pelletteria surrealista godrà, inoltre, di diverse scelte cromatiche: dal blu marino all’avorio e dal celeste al nude. 

Due eccellenze belghe con percorsi affascianti e unici che hanno segnato nel tempo due tracce diverse. La Maison di alta pelletteria è fornitrice ufficiale della Corte del Belgio dal 1883 e simbolo di raffinatezza ed eleganza femminile, i suoi archivi sono in costante aggiornamento e presentano oltre 3000 borse. Amica del progetto è la Fondazione Magritte che nasce nel 1998 a Bruxelles come un’organizzazione non-profit con lo scopo di proteggere, diffondere e far vivere (e rivivere) vita, opere e anima del pittore in Belgio e nel mondo.

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VITE, RICORDI E TRACCE D’ARTE: QUATTRO CASE D’ARTISTA

Visitare una casa d’artista è un’esperienza immersiva completa, un viaggio nel passato dal sapore eterno. Non solo opere, quadri ma anche oggetti e tracce di vita quotidiana che creano un incontro ravvicinato con chi ha segnato i punti salienti della storia dell’arte diventano, in Europa e nel mondo, un’icona perpetua e indelebile. Ecco per voi una selezione di grandi maestri, dalla Normandia, culla impressionista e città di Claude Monet, ai Paesi Bassi con il surrealista René Magritte, passando per Città del Messico con Frida e per Parigi con le sculture di Rodin.

Il Museo Frida Kahlo – Città del Messico

Viaggio nella tormentata e iconica vita della pittrice messicana nella sua “Casa di Azul”, costruita dal padre di Frida Kahlo (1907-1954, Coyoacàn- Città del Messico) nel 1904. Rosso, giallo, blu, verde. Tra questi colori trascorre parte della sua infanzia, già segnata dall’incombere di problemi di salute, giovinezza e età adulta. Non una vita facile ma pienamente viva e dalla particolarità intramontabile. Presenti, inoltre, rimandi alla sua storia con Diego Rivera (che dopo il decesso della moglie decide di donare la casa al Messico per dar vita a un museo in suo onore) attraverso oggetti e simboli come le ceramiche tradizionali e gli utensili artigianali. Sculture in pietra e burattini di cartapesta, il suo celebre letto a baldacchino e i tipici mobili in legno testimoniano la sua passione, il suo dolore, la voglia di amore fino alla fine, di trasgredire e di esprimersi. Spirito libero e figlia della rivoluzione messicana, è un esempio di storie che segnano le tracce sulla sabbia del tempo e di come il concetto di ARTISTA respiri, senza dubbio, tutt’oggi in lei.

La Casa di Auguste Rodin – Parigi 

Laboratorio, abitazione e studio dello scultore Auguste Rodin (1840-1917) Un po’ spostata dal centro della capitale francese la grande dimora, costruita in stile Luigi XIII, è stata il luogo che ha visto nascere i suoi capolavori e dove visse con la compagna Rose per tutta la sua vita. Considerato come il principale scultore della sua epoca e il progenitore di quella che sarà la scultura moderna. Il corpus di opere presenti è davvero vasto, motivo per il quale è bene pianificare in tempo la vostra visita e conoscere il patrimonio artistico che andrete a vedere per apprezzarne al meglio la sua unicità. L’anima nella scultura e della scultura, le sue oltre 600 opere esposte, tra cui inediti gessetti, evocano il suo amore per l’arte e la sua immisurabile dote. Il Musée Rodin gode di un grande spazio verde all’esterno, il Jardin Rodin è una vera e propria parte integrante del palazzo, tipico dello sitle rococò.

 

La casa di Claude Monet – Giverny

Benvenuti nel paradiso impressionista di Monet (1840-1926) dove visse per 43 anni immerso tra il verde e i suoi laghetti di ninfee, un piccolo villaggio per un grande pittore. Luogo simbolo e fonte ispiratrice delle sue opere: ne riprende le rive dell’Epte, la chiesa di Vernon, i pioppi e i covoni di fieno. Nel cuore del villaggio di Giverny, comune francese nella regione della Normandia, nascono i capolavori impressionisti di Monet che, pianificando la vostra vacanza in Francia, avrete modo sicuramente di vedere. La casa non presenta direttamente le sue opere ma facendo un giro, ad esempio, alla Fondazione Monet e al Musee D’Orsay di Parigi sarà d’obbligo fermarsi davanti i suoi tocchi di pennello.

La casa di Jackson Pollock e Lee Krasner – Long Island

Simbolo del rifugio della coppia americana, segnata da alti e bassi tra alcol e arte. La casa, a meno di due ore di macchina da Manhattan si trova immersa nella natura che avrebbe dovuto allontanare Pollock dai ritmi sfrenati di New York salvandolo dalle sue dipendenze. Più piccola rispetto alle altre case d’artista che abbiamo citato ma profonda per la storia che si racchiude dentro e per tutti gli amanti dell’Action Painting di cui oggi ne è il rappresentante più emblematico. Casa originariamente priva di riscaldamento e acqua che Pollock (1912-1956) ebbe, però, modo successivamente di ristrutturare grazie ai compensi ottenuti dalle sue personali. Punto d’incontro tra artisti, la casa del pittore statunitense (e della moglie che decise di “uscire di scena” per lui) presenta un pavimento in legno ricoperto dalla vernice, la sua vernice che era solito schizzare e versare. La sua tela era il suo campo d’azione, la sua pista dove agire liberamente.

 

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ARTE PER LA MODA: LE NUOVE COLABS

Nuova stagione, nuova collaborazione. La prima che vogliamo evidenziare è proprio quella di LACOSTE,  che recentemente ha fatto squadra con l’icona pop e artista Keith Haring. È stata fatta un’accurata rassegna delle opere di Keith, dalle più famose a quelle meno conosciute, per poi selezionarne alcune da riprodurre sui capi di questa collezione speciale composta da capi sia per adulti che per bambini. In linea con il trend che vede un ritorno agli Anni 80 nella moda, il brand ha puntato su molte opere street art dell’artista americano realizzate proprio in quegli anni con lo stile che continua a contraddistinguere i suoi lavori.

A comporre la linea Keith Haring x LACOSTE ci sono le iconiche polo, t-shirt, felpe, costumi da bagno ma anche orologi (per i più giovani) e altri capi. Le stampe sono state messe sia in bella vista e con colorazioni vivaci, come sulle t-shirt, sia in alcuni dettagli che rendono unici i pezzi della collezione senza eccedere nelle stampe, riprodotte ad esempio solo sul retro delle sneakers piuttosto che sul colletto delle polo. Una collezione che LACOSTE ha fortemente voluto per rendere omaggio a Keith, al suo spirito libero e alla sua arte fuori dagli schemi.

 

Un altro marchio di tendenza che non è nuovo in fatto di collaborazioni è Supreme. Per il connubio moda-arte ha collaborato con il duo Gilbert & George presentando una capsule collection già disponibile negli store. Gilbert & George, artisti tra i più influenti nel settore dell’arte contemporanea, hanno messo a disposizione il proprio talento per realizzare una serie di hoodie, t-shirt e skateboard in edizione limitata per il brand americano. Un totale di 27 pezzi intitolati “1984 Pictures”.

Restando sempre nel campo dell’arte, un nome che sta risuonando nel fashion system è quello di Sterling Ruby. In questo caso non si tratta di una collaborazione perché il poliedrico artista americano dopo essersi occupato di pittura, di scultura e di fotografia ha deciso di lanciare una vera e propria linea di moda. Il brand da lui fondato e che lo vedrà in veste di direttore creativo si chiama S.R. STUDIO. LA. CA. e sarà presentato durante la prossima edizione del Pitti Uomo in programma a giugno 2019. L’evento, ormai appuntamento fisso per i protagonisti del settore moda maschile, ha scelto Sterling Ruby come Special Guest offrendogli così una vetrina importante per il suo debutto come fashion designer e per la presentazione al pubblico della sua linea ready-to-wear.

 

 

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UNA VITA A POIS, YAYOI KUSAMA APPRODA AL CINEMA CON “KUSAMA INFINITY”

Arrivata all’apice della fama nel mondo fashion grazie alla collaborazione con Louis Vuitton nel 2012, Yayoi Kusama è anche considerata una delle artiste contemporanee più importanti e quotate al mondo. Ma durante il periodo  tra il 1958 e il 1973 a New York fu una donna sul continuo orlo della miseria, nonostante le sue  intuizioni d’avanguardia siano state motivo d’ispirazione per artisti del calibro di Andy Warhol e non solo.

Le estreme difficoltà che incontrò a farsi accettare dal mondo dell’arte, la condussero alla malattia mentale poiché nessuno voleva o riusciva a capirne la sua importanza.
Conosciuta soprattutto per le fantasiose creazioni a pois, tra cui le celebri zucche colorate e le “Infinity Room”, stanze a grandezza naturale tappezzate di specchi che riflettono il pavimento e il soffitto a dismisura, in realtà il ventaglio dei suoi lavori è estremamente più ampio e complesso comprendendo dipinti, performances, installazioni scultoree all’aria aperta ecc.

Il personale immaginario artistico della Kasuma è notevolmente influenzato dalla sua storia personale che si intreccia profondamente con quella del Giappone. Crebbe, infatti, durante la Seconda guerra mondiale in una famiglia che fece di tutto per scoraggiare le sue inclinazioni creative e farla sposare. Cercò poi successivamente rifugio nella Grande Mela, metropoli in cui dovette affrontare non solo il sessismo ma anche razzismo in quanto “asiatica”, ma dove trovò la libertà di esprimersi senza costrizioni culturali preconcette.

Attualmente vive di sua volontà in un ospedale psichiatrico da cui esce solamente per recarsi al suo atelier ma, come doveroso contrappasso, negli anni passati le sue mostre personali a Città del Messico, Rio de Janeiro, Seul, Taiwan e in Cile hanno attirato più di cinque milioni di visitatori, dal 2017, inoltre, Yayoi Kusama ha aperto il suo museo personale a Tokyo.

Il 22 marzo compirà 90 anni e il 4 marzo è uscito in sala con Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema  Kusama Infinity di Heather Lenz, toccante documentario ritrattistico che utilizza materiale d’archivio inedito, raccontando in maniera intima la sua storia attraverso le sue stesse parole e le interviste a direttori di musei, collezionisti, amici e collaboratori.

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LA MODA ENTRA IN SCENA ALLA GALLERIA CAMPARI

Tanti marchi italiani, nel tempo, hanno intrecciato il proprio business con la moda. Marchi il cui core è completamente diverso, ma che hanno ritrovato nell’universo del costume un’anima affine.
E’ il caso di Galleria Campari, chepresenta la mostra Storie di Moda. Campari e lo stile. Il nuovo progetto espositivo, aperto al pubblico da oggi, venerdì 5 ottobre 2018, a sabato 9 marzo 2019, dedicato all’esplorazione di una delle anime che compongono l’universo Campari: la profonda relazione tra il marchio e il mondo della moda, intesa come espressione di arte e costume.

Franz Marangolo, Bitter Campari, anni 60, © Galleria Campari
Franz Marangolo, Bitter Campari, anni 60, © Galleria Campari

L’exhibition è stata curata dalla giornalista Renata Molho, critica del costume e della moda per il quotidiano Il Sole 24 Ore dal 1991 al 2012. Docente di giornalismo di moda, autrice della prima e unica biografia di Giorgio Armani, Essere Armani (2006 e 2015, Baldini & Castoldi) e delle monografie 21 – Costume National (2007, Assouline) ed Etro (2014, Rizzoli). La curatrice struttura un percorso in cui i concetti di “stile” e “stili”, di cui la comunicazione Campari si è fatta testimone, bozzetti pubblicitari, fotografie, grafiche, abiti, riviste e accessori. Divisa in quattro sezioni tematiche, Elegance; Shape and Soul; Futurismi e Lettering, la mostra mette in dialogo opere provenienti dall’archivio di Galleria Campari con prestiti da case di moda, musei e fondazioni. Tra le altre, opere originali pensate e realizzate per Campari da Fortunato Depero, Bruno Munari, Marcello Dudovich, Franz Marangolo, accostate e integrate alle creazioni e ai bozzetti dalla Fondazione Gianfranco Ferré e agli abiti scultura dalla Fondazione Roberto Capucci.

La mostra rimarca anche lo storico legame tra Campari e il mondo del cinema. Il legame con la settima arte è presente anche in una serie di accessori disegnati da grandi stilisti per personaggi e occasioni cinematografiche, come le scarpe che Salvatore Ferragamo realizza per Judy Garland, o gli stivali cuissard, iconicamente rossi, di Fendi, indossati da Zoe Saldana in The Legend of Red Hand, cortometraggio firmato dal regista Stefano Sollima per Campari per il progetto Red Diaries 2018.

Roberto Capucci, Abito Fluorite, 1995, Foto di Fiorenzo Niccoli
Roberto Capucci, Abito Fluorite, 1995, Foto di Fiorenzo Niccoli

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TEX. 70 ANNI DI UN MITO

Ci sono personaggi che resistono al passare del tempo. Alcuni diventano parti fondamentali della cultura di un paese, accompagnandoci anno dopo anno, sempre lì testimoni immobili della nostra storia e che attraverso le loro avventure ci stanno accanto.
Quest’anno uno dei protagonisti principali della fumettistica italiana compie 70 anni: TEX.

Cop_TEX_695 (1)Il 30 settembre 1948, infatti, veniva pubblicata la prima striscia di fumetti ideata da Gianluigi Bonelli e disegnata da Aurelio Galeppini, il ranger più amato del fumetto italiano e uno tra i più longevi al mondo.
Settant’anni dopo, Sergio Bonelli Editore celebra l’eroe con una grande mostra dal titolo TEX. 70 ANNI DI UN MITO, aperta dal 2 ottobre 2018 al 27 gennaio 2019 al Museo della Permanente di Milano e patrocinata dal Comune di Milano. Curata da Gianni Bono, in collaborazione con la redazione di Sergio Bonelli Editore, la mostra racconta, attraverso foto, disegni, schizzi, materiali rari o assolutamente mai visti prima, come Tex sia diventato un vero e proprio fenomeno di costume. I visitatori potranno così ammirare, tra gli altri pezzi, la prima vignetta di Tex declinata in varie lingue, il ritratto di Gianluigi Bonelli e famiglia realizzato da Tacconi,fotografie di Aurelio Galleppini e anche la mitica macchina da scrivere di Gianluigi Bonelli: l’Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex, decorata con disegni a penna dallo stesso Gianluigi e oggi conservata nella sala riunioni della Casa editrice.

TEX. 70 ANNI DI UN MITO.
2 ottobre 2018 – 27 gennaio 2019
Museo della Permanente di Milano
Via Filippo Turati, 34
20121 – Milano

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Lubiam: un connubio tra moda e arte

Siamo stati a Mantova con Lubiam, la storica sartoria maschile mantovana che ha rinnovato anche quest’anno la propria collaborazione con Mantova Creativa e il Complesso Museale di Palazzo Ducale, sostenendo la nuova edizione di “Scultura in Piazza”, un progetto che porta l’arte contemporanea nel cuore della città, in Piazza Castello.

L’azienda ha offerto il proprio supporto logistico e di risorse nella realizzazione dell’opera “Guscio” dell’artista Eduard Habicher. L’opera è un grande nastro in ferro Semioscillante dipinto di rosso e sembra parlare in modo dinamico con l’architettura di Palazzo Ducale. Una scultura attraversabile, un vero e proprio disegno nello spazio, segno della contemporaneità riconoscibile al centro di una scena rinascimentale. L’artista la definisce “quintessenza di impegno ed arte”. Per realizzarla ha ripensato proprio al rapporto virtuale dello spettatore con i pieni della scultura e del proprio corpo, invitando ad entrare nella struttura composta di travi di ferro per toccarla e sentirne la forza compressa.

La prima edizione di questa kermesse nel 2016, aveva visto protagonista lo scultore giapponese Hidetoshi Nagasawa e l’opera Vortici, ora in esposizione permanente nello spazio verde di Lubiam. Proprio nel cortile dell’azienda tra un anno verrà posizionato anche “Guscio”.


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Le identità creative di Superdesign Show. È di scena: Only The Best

A Milano, è risaputo, vengono fuori mode con più frequenza di uno spot pubblicitario, ma ci sono eventi e luoghi che sono sempre presenti nell’immaginario collettivo, perché sanno essere precursori e innovatori ogni qualvolta vanno in scena. Nella babele creativa del Fuori Salone, dove tutti vogliono far sentire la loro voce spicca, come di consueto, il Superstudio Più di Tortona 27, con il progetto Superdesign Show che, a questa edizione, si avvale della direzione artistica di Giulio Cappellini. Anche quest’anno Gisella Borioli, cuore e anima della manifestazione, lancia il suo manifesto programmatico: Only The Best, ideato e costruito attorno ai grandi nomi del design, ai progetti innovativi, alle tendenze del lifestyle e alle soluzioni tecnologiche che ci aiutano a vivere meglio. Quattro grandi identità creative partono da Superstudio Più per allargarsi ai confini del mondo: la mostra di Nendo – tra i più importanti studi di design – Dassault Systèmes con Kengo Kuma, all’insegna dell’alta tecnologia e della sostenibilità; l’esposizione Smart City e il Superloft, con i top brand del design italiano.

Da Nendo ci si aspetta sempre qualcosa di spettacolare e, anche stavolta, lo studio giapponese non delude le attese, portando in Tortona 27 un labirinto misterioso, con 10 concept basati sull’idea del movimento per condurre i visitatori in un avvincente viaggio nel cuore della creatività.

Kengo Kuma realizza un progetto esperenziale per Dassault Systèmes, nell’ambito della mostra Design in the Age of Experience, ideata per proporre soluzioni fattive al problema dell’inquinamento dell’aria.

Smart City: Materials, Technologies & Peoples invita a riflettere sul tema delle città intelligenti, proponendo soluzioni materiche innovative e tecnologie applicate ai cambiamenti attuali.

Superloft: più reale che immaginaria l’abitazione creata da Cappellini, raccoglie al suo interno il non plus ultra del design made in Italy. Brand iconici e maestri artigiani concorrono a delineare le stanze di questa ipotetica casa dove la creatività è protagonista in ogni stanza. Da Barovier & Toso, a Piero Lissoni, da Alessandro Mendini a Fontanot, Da Ron Arad a Tom Dixon, Superloft è un concentrato di visioni contemporanee che hanno come oggetto il living.

Se Calvino diceva che, «la fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane», qui c’è da farne scorpacciata.

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MILAN ART WEEK 2018: A BALANCING ACT

Fra uno scroscio improvviso e uno spiraglio di luce abbagliante Milano è elettrizzata per l’arrivo della sua stagione più amata, la lunga e attesa kermesse primaverile della creatività, che inizia con la fiera d’arte moderna e contemporanea MIART e prosegue, poi, con il Salone del Mobile

Milano si sveglia in questi giorni più aperta che mai a nuove idee e nuovi progetti culturali, che invadono letteralmente la città, in tutti i suoi molti poli culturali. Tutti sono invitati a prendere parte a questo “banchetto” della cultura, non soltanto i Vip stranieri e nostrani. Tanti i progetti di arte pubblica offerti da mecenati come la Fondazione Trussardi che, dal 12 al 15 aprile, invita l’artista inglese Jeremy Deller – già vincitore del Turner Prize nel 2004 – a portare nel cuore del parco delle sculture di CityLife il gigantesco gonfiabile Sacrilege, che ricostruisce in scala 1:1 il sito archeologico di Stonehenge. Poco più in là, nei padiglioni di Fieracity, è protagonista assoluta invece la fiera MIART, diretta da Alessandro Rabottini che con grande maestria armonizza le sette sezioni della fiera con i suoi 184 espositori provenienti da 20 Paesi, spaziando dal contemporaneo al moderno.

 

Da non perdere le sezioni Emergent, a cura di Attilia Fattori Franchini e Generations, a cura di Lorenzo Benedetti. Quest’anno, fra i moltissimi progetti da segnalare in città, seguendo un asse nord-sud, la retrospettiva dell’artista americano Matt Mullican all’Hangar Bicocca. The Feeling of Things, a cura di Roberta Tenconi è la più grande mostra personale mai realizzata da Mullican, che ha concepito l’imponente struttura scultorea sulla forma delle sue iconiche cosmologie in cinque colori, occupando quasi completamente i 5mila metri quadrati dello spazio espositivo delle Navate dell’Hangar. In via Solferino invece, presso lo show-room Missoni, viene presentata al pubblico, dal 13 al 22 Aprile, l’installazione site-specific dell’artista Rachel Hayes a cura di Mariuccia Casadio. E per finire, per chi ancora non avesse avuto modo di vederla, imperdibile la mostra alla Fondazione Prada Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, una riflessione del critico Germano Celant sull’arte in Italia, tra prima e seconda guerra mondiale.

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Pari Ehsan: Present and Future of Social Media

«Mi considero una creatrice a tutto tondo, piuttosto che un’influencer». Inizia così la conversazione con Pari Ehsan, il volto dietro il fenomeno Instagram Pari Dust (@paridust, 200k followers). Metodica, perfezionista e uberchic Pari Ehsan, con un’esperienza alle spalle da architetto e interior designer, nel 2013 da vita al suo popolare account, individuando una nicchia esclusiva nel cross-over arte e moda. Oggi però – come ci spiega questa 34enne americana, nata nel Kentucky e che vive a New York – la definizione di influencer le va stretta: «La capacità di influenzare il gusto per me è una qualità multiforme e radicata nella creazione, nell’assimilazione e nell’attitudine creativa di contenuti e nella condivisione tale esperienza».

Come definiresti quindi il tuo processo creativo?
Continuo a educare me stessa attraverso un’immersione performativa in un ambiente, in un’estetica, in un contesto emozionale e ciò a cui aspiro è sintetizzare e condividere quello che mi colpisce e apporta valore alla mia community e a chiunque ne sia affascinato.

C’è qualche differenza nel modo in cui mostri la moda che ami e l’arte che ammiri?
Cerco di colmare il divario tra moda e arte, per sfumarne i contorni e alterarne la percezione, in modo tale che siano sempre meno chiari i confini dell’uno e dell’altra.

Le tre mostre più rilevanti che hai visitato, fino ad ora, in questo 2018?
Kaye Donachie, Silent as Glass, da Maureen Paley, a Londra. Le donne nei suoi dipinti si trasformano in natura, in parole per poi divenire di nuovo umane. Poi, Cyprien Gaillard, Nightlife, da Gladstone Gallery, a New York. Un’incantevole trance, video 3D di alberi danzanti, fuochi d’artificio cuciti nell’antichità: tutto ciò ha per me la capacità di arrestare l’attimo. Rick Owens, Subhuman Inhuman Superhuman, a La Triennale di Milano, un vero testamento delle infinite possibilità della moda.

Come definiresti la tua estetica in tre hashtag?
#zen #space #discovery.

Qualche consiglio per gli artisti emergenti che stanno iniziando con i loro account sui social media?
Direi di pensarlo come un moodboard della propria esistenza. Uno specchio che rifletta la propria immagine, la propria storia, le proprie intuizioni e le emozioni che si vogliono esprimere.

Come funzionerà il social del futuro?
In maniera cerebrale, visualizzando immagini e narrazioni direttamente nella propria mente e condividendole con le persone con cui siamo in sintonia o cercandole attraverso i propri pensieri.

L’ultimo posto fantastico che hai visitato durante i tuoi viaggi?
Torino, dove si respira ovunque Arte Povera, la natura e tutto ciò di cui il mondo ha bisogno.

Cinque luoghi da visitare nella tua città preferita?
Amo Berlino. Questi sono i miei luoghi imperdibili: la collezione Feurle, la raccolta d’arte privata che preferisco. Si tratta di un ex bunker riprogettato da John Pawson, che giustappone l’arte contemporanea con mobili cinesi Qing. The Bikini, un negozio che è esattamente l’opposto di quello che il nome potrebbe suggerire. Il parco dell’aeroporto di Tempelhof. Lo Schinkel Pavilion, dove l’architettura storica incontra un visionario programma sperimentale di arte contemporanea. I cigni sul canale Landwehr.

Hai recentemente visitato Milano: cosa ti ha affascinato di più?
I milanesi, che mi hanno catturano con i loro gesti, con il loro modo di porsi attraverso i loro vestiti, con il modo in cui coltivano l’arte dell’ospitalità, il rispetto  che è visibile e palpabile nel loro ambiente, e nel ricco contesto storico della città in generale.

Come immagini il tuo futuro: online o offline?
Vedo un connubio fra più elementi; mi piacerebbe progettare e avere una creatività più diretta, fare cose con le mie mani, ma anche trasmetterle attraverso il mio cervello digitale e la mia piattaforma.

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Talent Made in Italy: RAMODESIGN

Esplorare tutte le potenzialità del legno per dare vita a oggetti dal design unico che prendono forma dalla potenzialità dello stesso materiale. Questa la filosofia di RAMODESIGN, ideato da Omar Cosentino, giovane talento che abbiamo incontrato nel suo studio di Via dell’Orso 16 nel cuore di Brera a Milano.

Parlaci della tua formazione

Sono a nato e cresciuto a Milano. Dopo aver studiato come grafico pubblicitario, ho deciso di dedicarmi a materie tecniche, perché la mia passione è sempre stata creare e capire come sono realizzati oggetti meccanici ed elettronici. Dopo aver lavorato per alcuni anni nel settore della meccanica, ho iniziato un nuovo percorso cambiando radicalmente vita, e dedicandomi alla realizzazione di oggetti di arredo con materiali naturali.

Quando hai iniziato a lavorare nell’interior design?

Sicuramente la spinta iniziale è venuta da mia moglie, che mi ha sempre sostenuto e spinto a sperimentare e approfondire la mia passione per l’artigianato. Nel 2015 ho deciso di dare forma alla mia passione, realizzando una serie di oggetti di design unici fatti a mano come tavolini, lampade, quadri, cornici, sculture e altri piccoli accessori in legno.

Come nascono i tuoi lavori? Da dove prendi ispirazione?

Ogni oggetto è realizzato interamente a mano da me. Dopo aver selezionato diversi tipi di legno di recupero, studio e analizzo la forma del materiale da cui nasce l’ispirazione per il design del pezzo. Nascono così lampade fatte da un unico tronco o tavolini, che poggiano su grosse radici nodose; utilizzo resine per incastonare sezioni di rami per creare mosaici di legno che diventano quadri o mattonelle per pavimenti. E’ proprio il legno che mi ispira e dal quale trovo l’idea per ogni mio pezzo di design. Il motivo che mi ha spinto a scegliere il legno naturale come strumento per creare i miei oggetti, è proprio perché il legno stesso racchiude già un’idea di design, che deve essere solo portata alla luce, senza stravolgerne la naturale bellezza.

Le tecniche di lavorazione

Utilizzo diversi tipi di tecniche, a seconda di quello che devo realizzare. Ogni lavorazione è fatta a mano, dall’intarsio alla levigazione del legno alla saldatura delle strutture metalliche. Molto spesso sperimento tecniche nuove per ottenere risultati inediti, soprattutto con le pitture e le resine, con le quali realizzo quadri che abbinano il legno a tecniche pittoriche. L’applicazione del colore su alcuni oggetti viene effettuata facendo colare la pittura, che dona effetti marmorei ottenuti quasi casualmente. Il colore che prediligo utilizzare è il blu in tutte le sue sfumature.

Quali sono i tuoi pezzi più rappresentativi?

Di sicuro un tavolino realizzato con più di mille pezzi tutti tagliati a mano, che compongono un mosaico di cerchi tenuti insieme da una resina trasparente da cui emergono tutte le venature dei venti tipi di legno utilizzati; e anche una lampada scaturita da una enorme radice di faggio capovolta su cui poggia un paralume di carta.

Sogni e progetti per il futuro

Vorrei che questa mia passione mi portasse sempre di più a padroneggiare ogni tecnica di lavorazione del legno e del ferro per realizzare tutti gli oggetti che visualizzo nella mia mente. Condividere le mie creazioni con chi apprezza le lavorazioni artigianali mi spinge a continuare a crescere e a concepire sempre nuovi design.

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NARTIST: l’Arte a portata di mouse

Cover_Elena Vavaro. Senza titolo, 2016

Una cornice vuota, a simboleggiare il potere immaginifico dell’arte. Un arancione squillante, per sottolinearne la modernità della forza espressiva. E, infine, il web, come collettore d’interessi e come veicolo di diffusione globale. Sembra quasi facile riunire questi tre vettori nel nome dell’Arte, ma non è così. Alle spalle di Nartist, così è stata nominata questa start up, ideata per dare un moderno significato alle attuali espressioni artistiche, c’è una storia tipicamente made in Italy, una di quelle vicende imprenditoriali dove l’intuizione si lega a filo doppio al fiuto per gli affari e al piacere del bello, così radicati nel Dna degli italiani. Un progetto che vive sul web, ma che affonda le sue radici nella cultura, amplificandone le connotazioni sociali. Nei fatti, una galleria d’arte digitale, dove i collezionisti possono entrare in contatto con i giovani creativi, conoscendoli e acquistandone le opere d’arte. L’idea è di Francesco Nicastri, una vita nel campo della consulenza aziendale, un côté artistico che non poteva rimanere solo sottopelle e una spiccata sensibilità nei confronti dei modelli organizzativi a sostegno delle attività sociali e culturali. Con lui, Enzo Cannaviello, gallerista di lungo corso, specializzato nell’arte contemporanea – già presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna Contemporanea – e Luca Borriello, direttore ricerca di Inward, Osservatorio sulla Creatività. Il quarto lato di questa ipotetica cornice aperta all’Arte è il Gruppo Doimo, partner industriale del progetto e specializzato nella creazione di arredi, con cui è stato brevettato, in esclusiva, un sistema di applicazione interscambiabile di una tela su un supporto fisso. Il brevetto permette di inserire le opere d’arte nei complementi rendendoli, così, a misura del committente. Per raccontare al meglio il progetto, MANINTOWN ha incontrato l’ideatore, Francesco Nicastri.

Quando e come è nata l’idea di Nartist?
NARTIST è un progetto che mi piace definire ambizioso e anche rivoluzionario, perché parte dal mio modo di sentire e vivere la vita. La prima intuizione è nata nel laboratorio di un artista pugliese, in seguito a una domanda che per molti anni ho rivolto a me stesso. Spesso, infatti, mi sono chiesto se fosse la realtà a creare il pensiero o il pensiero a creare la realtà. Alla fine sono riuscito a capire che è il pensiero a creare la realtà. Purtroppo, la velocità con cui viviamo la quotidianità non ci permette di fermarci per ascoltare noi stessi e, in questo modo, finiamo per limitare il pensiero e il nostro agire, replicando costrutti mentali e comportamenti scontati. Se, invece, di tanto in tanto ci fermassimo, riusciremmo a percepire la scintilla creativa che c’è in ognuno di noi. L’ingrediente fondamentale affinché la nostra vita possa effettivamente arricchirsi di nuovi stimoli e aprirsi a nuove possibilità e valorizzare la nostra unicità. In quest’ottica avvicinarsi all’arte è il cammino più diretto per creare la nostra realtà.

Perché ha sentito l’esigenza di ideare questa piattaforma? A quali necessità deve supplire?
Ho intrapreso un percorso ispirato alle emozioni, per definire un modello di progetto che, attraverso l’interazione e lo scambio d’idee, stimolasse e diffondesse la creatività e portasse valore a livello di relazioni umane e di esperienza di consumo.

Com’è nata la partnership con Doimo?
Il Gruppo Doimo mi ha convinto per la sua storia industriale e per la forza del brand, inoltre si è sempre dimostrato pioniere tanto nell’esplorazione geografica di nuovi mercati quanto nell’investimento in know-how e tecnologia su una gamma di prodotti di arredo completa. Anche quando è stato messo di fronte alle potenzialità offerte da questo progetto, è stato in grado di coglierne, da subito, le implicazioni profonde e quindi le opportunità culturali, sociali e industriali.

gaetano pesce. if ideas had no boundaries.

Quattro decenni di carriera improntata alla creatività fanno di Gaetano Pesce una delle voci più autorevoli del design italiano. A lui, nato a La Spezia nel 1939, si devono creazioni che spaziano dall’architettura all’interior design, così come sculture, vasi e perfino gioielli. Convinto assertore che l’intuizione ideativa sia liberatoria, Pesce, per spiegare presente e futuro, parla del passato; per raccontare la sua coerenza creativa spiega l’incoerenza del linguaggio espressivo. Pluralismo e mutevolezza sono per l’architetto-scultore-designer i fondamenti di ogni processo, così come nuovi materiali e nuove forme sono alla base di nuove semantiche estetiche.

È un creativo a tutto tondo: mi parla del suo processo ideativo? Come cambia progettare un vaso, una lampada, l’interior design no all’architettura?
La creatività non ha barriere e le idee nemmeno. Alcune di queste possono essere delle ottime ragioni per fare dell’architettura, altre possono essere utili per creare degli oggetti, altre ancora per musica o poesia. Questa si chiama multidisciplinarietà o pluridisciplinarietà. Per capire quanto sto affermando, si guardi al comportamento di certi importanti artisti del Rinascimento. Raffaello disegnava le uniformi delle guardie del Vaticano, allo stesso tempo tratteggiava l’urbanismo della città del Papa, oltre a, come tutti sanno, dipingere le straordinarie tele che onorano l’Italia e sono presenti nei maggiori Paesi del mondo. Non occorre parlare di Leonardo nè di Michelangelo e di altri artisti multidisciplinari del Rinascimento. Per andare da un oggetto, a una architettura a una scultura niente cambia, se non la scala. Le motivazioni del progetto sono le stesse, espresse con diversi media.

La sua ricerca sui materiali: schiume, resine e polimeri. Quanto la materia è al servizio della creatività? Come governa la materia sulla forma?
Ci tengo a essere sincero con il mio tempo quindi, come uso tutti i progressi che esso mi o re, sono anche dell’idea che devo impiegare i materiali scoperti nei momenti della mia vita. Comunemente si chiamano sostanze “di sintesi” e, a mio modo di vedere, sono dei mezzi molto più performanti delle materie del passato. Nei processi creativi lascio questi materiali liberi al 30-40%, perché la loro ricchezza supera molte volte quella della mia mente.

La relazione tra gli oggetti e il corpo. La sicità nelle sue creazioni.
Ritengo che l’espressione astratta è da tempo superata dalla realtà. Ecco perché le figure appaiono nel mio lavoro, perché sono riconoscibili dal fruitore, aiutano la comunicazione e rivelano il contenuto delle opere. Da circa 50 anni la Figurazione è un elemento importante del mio operare. La componente figurativa è quella che parla al di là dei diversi linguaggi, delle diverse culture del mondo. Più recentemente, il computer comunica nello stesso modo per utenti provenienti da diversi Paesi.

La presenza dell’elemento antropomorfo nei suoi lavori?
Il linguaggio che uso non è sempre coerente, perché dipende da quanto avviene nella realtà. Ritengo che l’Arte sia un commento di quello che avviene nel nostro tempo. Questo è prima di tutto organico e, in particolare, liquido perché in esso avvengono valori contrastanti, contraddittori, che si presentano alla nostra attenzione, svaniscono e riappaiono. È come il movimento delle onde del mare, avvengono con rumore e svaniscono. Il mio linguaggio non è unico e dipende dagli argomenti che tratta, per questo non è coerente e a volte non è riconoscibile a chi segue il mio lavoro. Gli architetti che seminano nei diversi Paesi delle opere che dipendono da uno stile unico, sono persone che appartengono al passato. In realtà, se si rispetta il luogo dove si costruisce si deve dare la precedenza alla sua identità, se si costruisce in diversi luoghi le nostre risposte architettoniche devono necessariamente essere diverse e quasi irriconoscibili. Il design, per la stessa ragione, dovrebbe essere in grado di esprimere l’identità dei luoghi dove l’oggetto è prodotto, senza dire che dovrebbe essere in grado di dichiarare l’identità dell’autore e sfuggire all’astrazione dell’anonimato. Più in generale, direi che i musei d’arte contemporanea, che mostrano in diverse Nazioni le stesse collezioni, sono anacronistici e non rispettano la loro funzione di esprimere le diverse culture del mondo.