Vizi capitali e contrappassi: la mostra di Amedeo Brogli tra pittura e moda

Il vizio, nemico della moderazione, è anche desiderio di felicità: in una rilettura in chiave pittorica contemporanea, che prende spunto da una tradizione iconografica ricca di elementi simbolici, Amedeo Brogli, allievo di Renato Guttuso, in sette dipinti, rappresenta i sette vizi capitali con corpi femminili affiancati da animali simbolici in un bestiario ironico, mentre nei contrappassi vi è qualche sconfinamento dantesco: soggetti reinterpretati con appassionata infedeltà. L’esposizione, ad ingresso libero, sarà aperta dal 30 ottobre al 6 novembre dalle ore 12,00 alle 19,00 presso la settecentesca Coffee House di Palazzo Colonna, situata in Piazza SS. Apostoli, 67 a Roma. L’accesso sarà consentito solo tramite Green Pass. La storica location capitolina aveva già ospitato Brogli nel 2018 per la fortunata mostra Vedute Romane e Figure. 


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Il vizio che passa per il corpo ed è vissuto dal corpo, è celebrato dal pittore attraverso il nudo; è il potere del corpo quando da privato si fa collettivo, senza deformazioni ma anzi rappresentato nella sua autenticità e, soprattutto, al femminile, in un’atmosfera leggera, in un mood vitale affollato di colori animali e cose. 

Nella mostra “Vizi capitali e contrappassi” di Amedeo Brogli, coordinata da Elena Parmegiani, Direttore Eventi della Coffee House di Palazzo Colonna, che vanta come madrina la Principessa Jeanne Colonna, ogni vizio è definito da un colore oltre che da un animale e da oggetti simbolici. Si è pensato di coinvolgere sette stilisti chiedendo ad ognuno di loro di presentare un abito ispirato al colore del vizio scelto. Ne è nata una sinergia: sette abiti per poter entrare nel mondo reale, affollato di vizi; sette tracce che creano un dialogo inedito fra due forme d’arte in grado di materializzare un’estetica moderna e contemporanea per catturare l’essenza del vizio. Gli stilisti sono: Alessandro Angelozzi per la Superbia con l’abito oro, Renato Balestra per la Lussuria con il suo iconico Blu Balestra, Vittorio Camaiani, per la Gola, con una creazione dalla tonalità cognac, Raffaella Curiel, per l’Avarizia con un completo giallo, Anton Giulio Grande per l’Ira con una creazione rossa, Gianni Molaro per l’Accidia con una creazione verde acido, Regina Schrecker per l’Invidia con un abito verde. 


Partner dell’iniziativa sono :

Accademia Italiana di Arte, Moda, Design fondata nel 1984. Uno dei principali istituti europei di formazione nell’ambito del design e delle arti applicate e parte del gruppo francese AD Education. Mood Style 2018 di Michele Crocitto che nasce da anni di ricerca nel mondo dell’arte, dei viaggi e dei gioielli e Cantina Santo Iolo. 

‘Azioni in Trama’: arte e moda si incontrano nella collaborazione tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing

Tra gli effetti nefasti della pandemia, ormai è assodato, rientrano le difficoltà patite dagli studenti, che nel caso delle scuole di design, fashion e discipline artistiche in generale (dove è fondamentale unire teoria e pratica) risultano oltremodo accentuate. Alla luce di questo assume grande valore, anche simbolico, un’iniziativa come Azioni in Trama, nata dal connubio tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing, eccellenze nostrane per quanto riguarda, rispettivamente, la formazione nella moda e nel design e i tessuti preziosi, espressione di sapienza artigianale e savoir-faire orgogliosamente italiani.
Attenendosi al briefing e alle indicazioni concordate con l’impresa tessile, gli allievi del 1° e 2° anno dello Iuad hanno avuto quindi l’opportunità di esporre le loro creazioni nella mostra L’Arte come Azione e Creazione, allestita nella cornice a dir poco suggestiva di Castel dell’Ovo, complesso monumentale del XII secolo che, stagliandosi sull’isolotto di Megaride, garantisce una vista impareggiabile sul golfo di Napoli.
Azioni in Trama è frutto di una sinergia professionale nel segno del Made in Italy e del design raffinato, e prevede una serie di workshop e incontri tra azienda e studenti che si terranno sia nella sede partenopea, sia in quella milanese della scuola. Il percorso progettuale intreccia la ricerca accademica alla pregevolezza dei filati Marzotto, trovando una prima sintesi nelle opere realizzate per l’exhibition, presentate in un vernissage lo scorso 22 luglio e rimaste esposte per i successivi quattro giorni.



Negli artwork sparsi all’interno del castello, assai diversi per tipologia, carattere e resa, risuonano temi di grande presa al giorno d’oggi (tra gli altri sostenibilità, riciclo creativo, inclusione, cambiamento climatico, hate speech), che i giovani autori affrontano cercando di fondere volontà di far riflettere e senso estetico, affinato in anni di studio, declinando inoltre in nuove, fantasiose configurazioni i tessuti messi a disposizione dalla società di Valdagno.
Nella prima sala ci si trova davanti a installazioni quali La bellezza salverà il mondo di Roberta Cicala, che oppone alle tante criticità del presente la celebrazione del bello, inteso “semplicemente” come tutto ciò che ci circonda, compresi oggetti all’apparenza privi di valore; ne risulta una scultura con al centro un cuore pulsante sferico, acceso dalla luce vivida del neon e ricoperto di fiori, fibre e simboli delle principali metropoli, contornato da ammassi di cianfrusaglie e objet trouvé (tappi, banconote, mozziconi, scampoli di cotone…) che, così disposti, acquistano una pregnanza inedita. A poca distanza The musician, di Jonah Mae Gardose, combina tecniche di free-motion e slashing (qui ricamando con la macchina da cucire le stoffe, là tagliandole per rivelarne gli strati sottostanti), delineando il profilo di un musicista.



Proseguendo nell’itinerario si incontrano altre opere degne di nota, tra cui quelle ideate da Erika Troiano e Antonio Tafuro: nella prima (Is beauty really in the eye of the beholder?) l’autrice rilegge il mito di Medusa, descritta da Ovidio come una splendida fanciulla, violentata da Poseidone sull’altare consacrato ad Atena e tramutata, per punizione, in mostro dai capelli di serpente, vista qui come una vittima, un essere fragile che piange lacrime fluorescenti; la seconda, The only place of freedom, consiste in una toilette schermata da pareti in tela quadrettata, i visitatori sono invitati a personalizzarle con pennarelli e bombolette spray, alludendo al graffitismo anarchico, spesso goliardico che caratterizza i bagni delle stazioni di servizio.
Non mancano poi proposte prettamente vestimentarie, su tutte la puffer jacket Right-hand di Valentina Turri (un capo 3 in 1 grazie al sistema di zip, pannelli e tasche che consente di trasformare il giubbotto originario, dal finishing laccato, in tote bag o cuscino da viaggio) e gli abiti rugginosi di Michela Gambi che, memore degli outfit di Hussein Chalayan sotterrati nei mesi precedenti alla sfilata (solo uno degli innumerevoli, visionari esperimenti fashion dello stilista turco-cipriota), ha deciso di applicare viti, bulloni e piastrine metalliche a un paio di pantaloni e una blusa, esponendoli per settimane alle intemperie, lasciandovi depositare aloni rossastri dalle forme e sfumature sorprendenti.



Nel commentare l’evento, il Ceo di Marzotto Wool Manufacturing Giorgio Todesco si dice «soddisfatto della collaborazione, riteniamo molto importante che gli studenti di questo prestigioso istituto possano entrare in contatto con l’azienda […] Attraverso Azioni in Trama potranno confrontarsi […], utilizzare la loro abilità per ottenere dai nostri tessuti creazioni che parlino di sartorialità, con uno sguardo all’innovazione». Gli fa eco Michele Lettieri, presidente dello Iuad, che definisce «del tutto naturale» la scelta di legarsi alla textile company veneta, aggiungendo: «La forza della scuola sta nell’insegnare i segreti dell’artigianalità praticandola in chiave moderna e sperimentale attraverso il design, l’arte, la ricerca, la progettazione, la comunicazione. I nostri giovani studenti […] saranno i futuri lavoratori di alcuni settori trainanti dell’economia italiana nonché identitari della cultura nazionale: moda, design, architettura di interni».

Le sculture luminose di Paolo Gonzato

“La baracca è luogo fisico e al contempo metafora di un processo relazionale e creativo in bilico tra anarchia e controllo, poesia e razionalità”. Così il curatore Damiano Gulli introduce l’omonimo titolo – BARACCHE – della mostra personale dell’artista milanese Paolo Gonzato presso la galleria CAMP, il cui programma è interamente dedicato dalla direttrice Beatrice Bianco alla ricerca nel mondo in divenire del collectible contemporary design. Abbiamo incontrato l’artista in occasione del finissage della mostra per parlare di unicità, di pieni vs vuoti e di come il vetro abbia memoria.


Photo Credits: Ivan Muselli

È la tua seconda mostra da CAMP Gallery? Cosa ti attrae di quello che oggi molti oggi descrivono come functional art ?

Mi piace il fatto che sia un terreno ambiguo, indefinito che tiene il piede in due scarpe senza protendere per nessuna direzione. Mi piace che sia un ambito aperto che si sta scrivendo ora differenziandosi dal classico design di produzione, un’ “arte espansa” citando Mario Perniola.



Chi sono stati i tuoi riferimenti nel design industriale passato ?

Alcuni hanno dato forma ai miei riferimenti generali di artista, che ha il design come stimolo concettuale. Principalmente le forme di Ponti, Mendini, Sottsass, Munari.  Tuttavia non smetto di aggiornare le ispirazioni scoprendo percorsi minori o soltanto ancora da scoprire; per la ceramica Antonia Campi e Carlo Zauli, per i vetri Tony Zuccheri, del quale ho avuto la straordinaria occasione privata di vederne lo studio “congelato” al momento della sua morte.



Sempre di più l’individualismo è un valore determinante nella nostra società fondata sui social media. Individualismo e unicità sono valori sovrapponibili ?

L’unicità è una qualità che non può essere prodotta, è un concetto complesso legato al talento e non necessariamente all’idea di novità. L’unicità non è un luogo comune, non ha corrispondenze col pensiero mainstream né col falso mito della libertà. Ha più a che fare con le identità eccezionali e con le idee.

Oggi più che mai siamo consapevoli della mutevolezza e della precarietà dei nostri sistemi di riferimenti. Tre oggetti della tua vita quotidiana da cui non ti potresti mai separare ?

Mi guardo attorno e la stanza è talmente piena che farei a meno di tutto. Agirei per sottrazione fino ad arrivare al minimo indispensabile. Anzi se qualcuno volesse comprarsi tutto, casa compresa , ricomincerei da zero.



Tre libri che vorresti sempre avere nella tua borsa favorita ?

Nella mia borsa Simone Rainer mi porto a spasso Glamorama di Bret Easton Ellis, la copia originale della fine degli anni ’90.  Poi uno dei libri che Isabella Santacroce ha firmato e dedicato per una mia installazione/display fatta al museo di Rimini, una memorabilia da teen-fan che mischiava oggetti personali, disegni fatti da Isabella stessa col rossetto per me e opere preesistenti. La borsa deve essere capiente perché ci metto anche un grande e pesante libro di stampe del ’800, che separate dallo stesso sono diventate la base su cui intervenire per la mia serie di lavori OUT OF STOCK (Ex Libris), con le quali lo scorso anno ho presentato una personale all’interno della casa di un collezionista milanese di arte moderna.

Che rapporto hai con il vetro, perché lo senti affino al tuo carattere ?

Le vetrofusioni registrano e congelano per sempre ogni segno, ogni difetto, ogni errore, anche la grana della polvere.

La cosa migliore di essere un artista che vive e lavora a Milano ?

Milano è una città eccezionale, che ha plasmato il mio immaginario fatto di architetture di cemento armato grigie e austere. Non so se molti la considerano una qualità ma io esteticamente trovo questo aspetto molto apprezzabile. Cosi come il vestire di nero da testa a piedi, distaccati ma intensi, forse anche un po’ stronzi. Dagli anni ’90 vivo a Milano, l’ho presa come base da cui sono andato e venuto nelle altre capitali europee. I club, l’Accademia, le gallerie d’arte, il Design, un gran concentrato in un piccolo spazio vivibile e vivace.

Cosa invece trovi che manchi ?

Mancano le strade vuote, le automobili mi fanno schifo, sono un oggetto obsoleto. C’è una foto attuale di Chernobyl abbandonata, invasa dalla natura che corrisponde alla mia proiezione utopica degli spazi. Vorrei spazi entropici. Non ho la patente e mi muovo solo coi mezzi pubblici.

Il tuo prossimo progetto ?

Uno solo? Ne ho sempre tanti… Prendere un altro french bulldog, una compagna per il mio frenchie Artù; una serie di arazzi di lana di grande dimensione che presento alla galleria APALAZZO di Brescia; completare il mio nuovo studio nella zona di NOLO a Milano…


Gli artisti under 35 da tenere d’occhio

La curiosità spinge l’essere umano a percorrere nuovi sentieri: ciò, ovviamente, è valido anche per gli artisti. Quando decidono di esprimersi esplorando diversi media, vivono davvero in modo creativo. Perché anche nella vita quotidiana quando decidiamo di sperimentare, ad esempio, nuovi comportamenti per migliorare la qualità della nostra esistenza o comunichiamo in modo efficiente, pensiamo davvero. Ecco, il pensiero è anche la matrice dell’arte. Dal logos interiore incessante di alcune brillanti menti, noi di Man in Town vi presentiamo la new generation di artisti italiani che dovete assolutamente conoscere.


Luca Bosani, performer e investigatore del reale


La tua formazione? 

Nel 2009 mi sono diplomato presso il Liceo Scientifico Tecnologico, Ettore Majorana di Rho. Successivamente, nel 2012, ho conseguito una Laurea Triennale in Design degli Interni, presso il Politecnico di Milano. Nel 2013 ho frequentato la Foundation in Slade School of Fine Art di Londra e nel 2014 ho conseguito il Higher National Certificate in Fine Art presso il Kensington & Chelsea College di Londra. Nel 2015 ho frequentato il corso di Storia dell’Arte Contemporanea / Performance presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e infine nel 2017 ho conseguito un Master in Performance (Contemporary Art Practice), presso il Royal College of Art di Londra.

Progetti in cantiere?

Una live performance personale presso la San Mei Gallery a Londra a inizio Novembre 2020 e una performace collettiva presso l’Interior and the Collectors a Lione a Ottobre.
Inoltre, sto organizzando ‘NON-OBJECTS’ collettiva presso la galleria del Morley College a Londra, alla quale prenderanno parte artisti quali Rosie Gibbens, Tamu Nkiwane, Victor Seaward. Poi qualcosa di forte in Italia di cui non posso ancora rivelare i dettagli.

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Da piccolo ascoltavo le parole del mio professore di filosofia, da grande ascolto il mio istinto.

Regista, attore e attrice preferiti?

Kim Ki Duk, Rodolfo Valentino, Hari Nef

Pittore, scultore, architetto preferito?

Artemisia Gentileschi, Louise Bourgeois, Bruno Munari

Descrivi i diversi media che esplori, La sua Evoluzione stilistica e verso dove stai andando?

Partendo dalla performance, esploro, confondo e combino pittura, scultura e design della moda. La mia evoluzione stilistica è evoluzione di senso. Nelle forme e nei colori che sperimento, racchiudo idee e concetti che non si possono esprimere altrimenti. Dove sto andando? Dove altri non osano andare.

Perché sei un artista?

Ritengo che la parola artista non sia la più accurata per descrivere ciò che sono. Troppo carica e abusata. Preferisco ‘investigatore del reale’ o ‘esploratore di senso’. Non sono ciò che faccio ma credo fortemente in quello che sono. Rispondere al perché sono quello che sono è ardua impresa, certamente non posso essere altro.


Tommaso Ottomano, director e musicista


La tua formazione?

Sono autodidatta, ho imparato attraverso la sperimentazione, prima con la musica e poi con il video. Ho sempre preferito fare ricerca e “studiare” da solo senza per forza ricevere l’insegnamento di qualcuno. Credo che la scuola sia sicuramente un valore aggiunto ma non indispensabile. 

Progetti in cantiere?

Sono costantemente a lavoro su più progetti. A parte quelli che mi danno da vivere, questi ultimi 2 mesi mi sto muovendo per iniziare la produzione di due progetti personali che diventeranno poi delle video installazioni e che vorrei proporre l’anno prossimo.

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Ho sempre ascoltato solo buona musica, di ogni genere, grazie soprattutto a mio padre. Sono cresciuto con dischi Dylan, Pink Floyd, Battisti, Battiato, Lolli, Velvet Underground, Beatles, Nick Drake… e continuo a scoprire nuove cose al loro interno. Negli ultimi anni invece sto facendo molta ricerca fra i nuovi artisti, soprattutto esteri, ma sono fan davvero di pochissimi artisti moderni.

Regista, attore, attrici preferiti?

Domanda a cui non posso dare una risposta definitiva perchè cambio costantemente idea a seconda dei giorni. Oggi direi David Lynch, John Malkovitch, Mariangela Melato, ma domani sicuramente ne direi altri. 

Pittore, scultore, architetto preferito?

Dali, Canova, Nanda Vigo


ANKKH, duo artistico composto da Kristofer ed Ektor, visual artists, Dj e performance art.


La vostra formazione?

La nostra formazione è iniziata dal momento in cui ci siamo incarnati su questo piano terrestre, abbiamo sempre avuto la passione per l’arte e lo spettacolo, con una sensibilità elevata abbiamo compreso prematuramente il nostro estro creativo. L’adolescenza l’abbiamo passata frequentando il liceo artistico per poi laurearci all’Accademia di Belle Arti di Bologna in pittura e arti performative. Ciò che più ci ha permesso di comprendere chi siamo è stato l’apprendimento delle discipline spirituali e olistiche (meditazione e rituali), il viaggio iniziatico a Londra e i clubs, lavorando per la scena underground di musica elettronica.

Progetti in cantiere?

Sono diversi i prossimi progetti essendo poliedrici: scatteremo con degli artisti dalle frequenze simili alle nostre, che esplorano varie tecnologie odierne, dalla 3D Art alla scultura futuristica con materiali inusuali. Uno di loro sarà _VVXXII. Nel frattempo ci stiamo focalizzando sulla musica che ci porterà ad esibirci live tra qualche mese. 

Cosa ascoltavi da piccolo e crescendo?

Da piccoli ascoltavamo il cantautorato italiano, così come le icone del rock e del punk, affascinati da quelle figure eccentriche e folli, come David Bowie e Peaches. Ora invece viaggiamo nella wave contemporanea hyper pop, avant music, gender fluid come Arca, Dorian Electra, FKA twigs, Ashnikko, Sophie, ShyGirl, Tommy Cash. Siamo amanti della techno e dell’acid house, genere che suoniamo, come Kettama, Zora Jhones, Bryan Kessler.

Descrivete i diversi media che esplorate, la loro evoluzione stilistica e verso dove state andando?

Abbiamo iniziato dipingendo a quattro mani, opere ad olio su pannelli di legno, e nel frattempo abbiamo imparato a cucire comprendendo il valore della moda, fino a scoprire la performance art che racchiudeva al meglio tutte le nostre qualità ed interessi. Così abbiamo portato il pennello dalla tela ai nostri visi, sviluppando il make up e diventando noi stessi i personaggi dei nostri quadri. Ora stiamo affinando l’aspetto musicale che completerà la rappresentazione totalitaria di quello che è il nostro concetto di esibizione live.

Pittore preferito?

Alex Grey, Alesandro Sicioldr, Agostino Arrivabene, HR Giger, Erial Ali.

Perché siamo artisti?

Siamo artisti perché abbiamo imparato ad incanalare l’arte e diventarne portatori, vogliamo utilizzarla come mezzo espressivo per poter sensibilizzare le persone, in particolar modo le nuove generazioni. L’arte permette di mostrare altri modi di essere, di comunicare dei messaggi, nostro caso sono improntati sul risveglio della coscienza. Siamo artisti perché non potremmo essere altrimenti ed il mondo ha bisogno di arte libera. Gli umani devono comprendere al meglio l’utilizzo della creazione, intesa sia come opera materica che di trasmutazione interiore.

L’arte sacra di Filippo Sorcinelli – creatore di bellezza e libertà intellettuale

Un pensatore dei nostri tempi, con il fascino della non omologazione, di chi non cerca l’approvazione, ma la ottiene per l’autenticità della sua opera.

Filippo Sorcinelli, di Mondolfo, dopo i suoi studi in Arti Applicate, si diploma al Conservatorio Rossini di Pesaro, perfezionandosi al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma.

Da organista, dà il meglio di sé nell’improvvisazione, ma il suo spirito affamato lo porta a specializzarsi nella confezione dei paramenti sacri con il suo Atelier LAVS. Un’eccellenza, quella, che conquista il Vaticano.

La pittura, la fotografia e una linea di profumi d’arte _UNUM_. Ultima essenza della collezione è _scusami_
Ognuno di questi custodisce una storia.

Lo conosciamo meglio insieme attraverso le sue parole, franche e libere come un fiume in piena. Per farci sentire la sua insaziabile ricerca di libertà, di bellezza con la B maiuscola e del suo senso. Un’emozione.

L’importanza del silenzio della solitudine e di uno studio senza fine per questo suo percorso che è la vita, una vita dedicata all’arte implica un’immersione totale dentro se stessi.

Una filosofia di vita che vede nella disciplina e nella costanza, la conquista per la libertà.

Una personalità poliedrica che trova la sua sintesi nella ricerca della bellezza a 360 gradi. Partiamo dalla musica, e soprattutto la capacità d’improvvisare.

Essere organista, per me, significa inquadrarmi come in una passeggiata in un bosco silenzioso e poco umano, dove gli alberi rappresentano il limite della partitura, e il mio desiderio incondizionato di libertà cerca di cancellarli dal mio percorso. La ricerca musicale durante l’improvvisazione è proprio questa: abbandonarsi a pulsioni e stimoli di cui ignoriamo l’esistenza, fino a farli diventare materia viva che si autoalimenta e apre la strada a suoni e ad armonie successive che hanno come fine universale l’Emozione.

Dove trovi la tua comfort zone? in quale campo dell’arte?

Nel silenzio delle cose. Ce n’è poco oggi, viviamo in un mondo piuttosto alterato e rumoroso. Tacere aiuta ad ascoltarsi dentro, in quello spazio dove una cicatrice rimarrà per sempre. È molto difficile trovare questo luogo ricco di memorie dove il silenzio si fa ascoltare e ci fa comprendere la nostra apparente attività.
Non ho una forma artistica che “canta” più degli altri: quando dal proprio interno si apre uno squarcio magmatico fatto di emozioni, si avverte l’esigenza di liberarle facendo compiere all’opera d’arte il suo iter. Un’esplosione prima del viaggio, che la collega definitivamente al mondo, verso quella che sarà una Bellezza oggettiva, lontana dai vincoli del giudizio o delle critiche.

Ci racconti una tua giornata tipo? 

Tutto ruota attorno alla ricerca della semplicità, verso un progressivo bisogno del poco. È una battaglia molto complessa, a causa delle mie responsabilità imprenditoriali.

Ogni giorno non ha meccanismi automatici, ma ci sono delle tappe irrinunciabili.

Svegliarsi alle sei, prendermi cura dei miei gatti, i veri guardiani della mia integrità. Nelle pause, allenamento, jogging nella mia campagna fatata di Mondolfo. Poi le variabili: sopralluoghi, la direzione artistica dell’Atelier LAVS a Santarcangelo e quella più dinamica che porta il mio nome con sede a Mondolfo. L’Associazione Pro Arte Mondolfo e del Festival Synesthesia con la sua sempre crescente Galleria Senza Soffitto: un progetto molto interessante, ma impegnativo.
È doveroso come cittadino, dare il proprio contributo al territorio in cui si vive, partecipando attivamente alla sua Bellezza, attraverso le proprie competenze.

Confido sempre in un momento di svago dopo il lavoro, che ha un valore inestimabile  nel momento i cui si riassumono le fatiche, ma anche le gioie di aver condiviso tante cose con chi lavora con me.

Come si incontrano disciplina e libertà creativa nel tuo stile di vita?

Senza il rigore, il rispetto, la costanza nello studio e soprattutto la curiosità, ognuno di noi non può dirsi libero. Ma al tempo stesso bisogna ammettere che la libertà creativa è un dono. Una segreta pulsione che offre nel cuore le chiavi per la Bellezza. Il creativo libero non condivide giochi di potere, mode passeggere o interessi di multinazionali, delle ambizioni di accademici o dei favori mondani della critica, ma compie prima di tutto un atto di amore che diviene universale solo se rimane autentico.

Come crei una fragranza? ti affidi a un naso importante? quali sono le spezie e gli elementi della natura che preferisci utilizzare?

Ogni fragranza nasce da un’esigenza che mi riempie di energia: da uno stato d’animo, un momento, un ricordo, una musica, diventa un’emozione improvvisa: forse il vero bisogno d’arte è proprio questo. Un’ossessione misteriosa diventa visione, ed è quella visione che io trasferisco – “dono” – al naso che da sempre lavora con me e che vive empaticamente queste emozioni. Attraverso la commozione le traduce in odori, unici.

La scelta delle materie prime è fortemente condizionata dalla volontà di materializzare il ricordo emotivo con una fragranza. Il vero filo conduttore è proprio questo.

Anche le bottiglie delle fragranze sono dei pezzi di design, te ne occupi personalmente?

Da sempre mi occupo di ogni aspetto delle mie creazioni, compreso tutto il suo involucro che parla all’unisono o in polifonia di questa esperienza emozionale.

I nostri laboratori sono attrezzati affinché possa diventare sempre più un vero e proprio oggetto d’arte, unico e irripetibile, lontano da assurde logiche industriali fatti di numeri, che spesso spersonalizzano il vero DNA di un settore che ha scelto, non per caso, di chiamarsi “profumeria artistica”.

I tuoi quadri sono molto materici. Hai un artista o una corrente a cui t’ispiri? o semplicemente che ami particolarmente?

Il mio desiderio di materia si manifesta nel dramma e nella conoscenza, nel desiderio emotivo e fiducioso che si può legare alle concretezze simboliche dell’arte medievale, dove ricavo quella profondità di densità e spiritualità che solo l’arte sacra riesce a trasmettere.

Le mie opere sono un po’ come coltivazioni di quello spazio interiore che spesso spingono, si stratificano alle emozioni e allo spirito. È l’esigenza più antica e moderna allo stesso tipo: aver bisogno di qualcosa di elevato per conformarci e confrontarci; per vivere nel reale occorre senza dubbio il sovrannaturale. Al contrario di chi pensa di conformarci e massificare ogni intento umano.

Anche la materia più inconsueta rivive solo se è rigenerata dalla poesia e dal dramma spirituale. Ecco allora le sovrapposizioni, i tagli, le forme, le carte le plastiche che come in una polifonia sognano di cantare e profumare queste cicatrici che desiderano comunicare che il passato è reale e che senza di esso l’uomo non vive ma sopravvive.

Sono esperienze queste comuni ad artisti come Giotto, Crivelli, Salimbeni, Lotto, Guerrieri, Mannucci, Burri, Licini, Giacomelli, Vedova, solo per citarne alcuni; persone che ho studiato, amato, interiorizzato, a cui mi sento particolarmente unito nel pensiero e che hanno in un certo modo arricchito la mia sensibilità umana e artistica.

Ti piacerebbe portare la tua sensibilità in giro per il mondo? per il futuro, prevedi di affrontare ancora la tematica sacra? altri progetti?

In realtà è proprio quello che sto cercando di fare, non senza difficoltà. Come dicevo pocanzi, la tendenza è quella di uniformare e di far pensare poco… Mettersi a nudo di fronte al mondo con le proprie emozioni significa provocare e stimolare. Sono convinto che il prezzo da pagare è altissimo, ma in questo modo si apprezzano anche i piccoli risultati.

Il mio “fare impresa” è estremamente connesso con la mia produzione artistica; direi forse che è oramai diventata la cifra stilistica di tutto il mio pensiero produttivo. E il sacro, l’Arte sacra, la coltivazione dello Spirito sono compagni di viaggio che, in un modo o nell’altro, diventano necessari.

Qual è il significato dei tatuaggi composti da tante linee rette. Molto grafici.

Come tutte le storie, la mia non è solo fatta di gioie, ma anche di dolori che ho avuto la fortuna di potere trasformare in momenti di “rottura”.

Anche i corto circuito fanno parte del nostro bagaglio, anche le cicatrici.

Ecco, il tatuaggio: è una cicatrice, e oggi mi ricorda ogni giorno, come uno specchio rotto, che la realtà è fatta di trasfigurazioni continue, di messaggi chiari, netti e precisi.

È quel bidimensionale che traccia un solco indelebile di una strada dritta da percorrere, quella strada ricca di stimoli, anche se guardi indietro per un istante.

Face to face con Pietro Lucerni

Fotografo riconosciuto a livello internazionale e protagonista di numerose esposizioni d’arte, Pietro Lucerni nasce a Milano, il 16 aprile 1973. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto Superiore di Comunicazione Visive di Milano, frequenta un corso di fotografia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. 
Il suo trasferimento oltreoceano segna una svolta fondamentale della sua vita; qui si occupa di produzione pubblicitaria e inaugura la sua prima esposizione di ritratti in bianco e nero. Da questo momento la sua carriera decolla; il fotografo apre  il suo primo studio a Milano e inizia numerose collaborazioni con brand di fama importanti come  G.F. Ferrè, Moschino, Just Cavalli, John Galliano, Replay, Armani, Ducati, Pirelli, Polaroid, Bulgari, Tod’s, Hogan, oltre ai numerosi magazine. Attualmente vive e lavora tra Milano e New York, focalizzandosi principalmente sulla ricerca artistica e sulla collaborazione con Lambretto Factory, una delle realtà più effervescenti del panorama artistico italiano e internazionale.

Come hai deciso di intraprendere questa professione?

Un po’ per caso, come accadono molte cose della vita. Dopo l’Itsos, l’Accademia di Comunicazioni Visive di Milano ho frequentato il CSC di Roma. Il mio sogno era il cinema, o meglio la fotografia nel cinema. Ho avuto l’immensa fortuna di seguire alcune lezioni con Vittorio Storaro, forse il più grande Direttore della Fotografia che il cinema abbia avuto. Senz’altro la più preziosa esperienza formativa per me. Da lui ho imparato il senso della luce e la sua importanza narrativa oltre che estetica. In quel momento ho capito il senso dello “scrivere con la luce”, che è l’essenza della fotografia. Tra l’altro gli italiani sono sempre stati maestri nell’arte della fotografia cinematografica, da cui ho sempre cercato di imparare e di trarre ispirazione. Oltre a Storaro, Dante Spinotti, Tonino Delli Colli, e poi i polacchi, gli ungheresi e i giapponesi come Janusz Kaminski, László Kovács, Kazuo Miyagawa per citarne alcuni. Loro, insieme a molti altri, hanno saputo portare la fotografia a un livello narrativo che va oltre l’illuminare la scena. Hanno trasformato la luce in emozione.

Il cinema è un mondo straordinario, affascinante e magico che racchiude molteplici espressioni artistiche e che tutt’ora rimane una mia grande passione e forse la più grande risorsa per la mia creatività. Tuttavia ho anche capito in tempo utile che, per quanto fosse straordinario, non era il mio mondo. Prima di tutto avrei dovuto vivere a Roma, io invece sono milanese e legato a questa città. Inoltre, la gavetta era lunga, troppo lunga per le mie possibilità. E poi a me piace lavorare da solo o con pochi stretti collaboratori. Il cinema non lo permette. La fotografia, quella di uno scatto per volta, è stata la naturale alternativa. Non un ripiego ma semplicemente una strada più affine, più mia. Ho iniziato a sperimentare, cercando di tradurre le mie passioni in fotografie. Le donne, il corpo, la sensualità e più in generale la bellezza, come valore culturale oltre che estetico, sono da sempre il cuore del mio lavoro. Non riesco a fotografare ciò che non mi piace, e per questo mi sono dedicato quasi esclusivamente a ciò che davvero trovo bello. Penso che la massima espressione di bellezza, in tutte le sue infinite declinazioni, sia femminile. Intendo che per me la bellezza è filosoficamente e concettualmente femminile. E la bellezza è un valore assoluto, universale. Non è soggettiva. Il gusto può esserlo, la bellezza no. Ecco io ricerco la bellezza, in tutte le cose. Mi nutre e mi fa sentire vivo. Poi cerco di fermare un po’ di questa bellezza con la fotografia. A volte ci riesco. Joseph Brodsky ha detto che “una persona è una creatura estetica ancor prima che etica”. Infatti, per me l’estetica e la bellezza sono anche etica.

Che impatto ha avuto la tua esperienza negli Stati Uniti sulla tua carriera?

Era la fine gli anni Novanta ed io ero un ragazzino con tanti sogni, e quello americano era senz’altro uno di quelli. Quando ho preso l’aereo diretto a JFK per andare a fare il mio primo lavoro oltre oceano non riuscivo a credere che qualcuno potesse davvero pagarmi un biglietto per andare fino là. Chi non è di New York lo riconosci subito perché cammina guardando in alto invece che avanti. Guardavo in alto anch’io. Mi sembrava tutto così incredibilmente bello e potente. La potenza è stata la sensazione più forte. Energia pura. Da allora il mio rapporto con gli Stati Uniti non si è mai davvero interrotto. Ho imparato tanto, ho conosciuto persone straordinarie, tanti amici, tanti clienti che lo sono diventati. Devo molto della mia formazione professionale, artistica e anche umana alla mia esperienza negli Stati Uniti. Tornarci è sempre bello ed emozionante. L’America è sempre stato un grande paese, seppur con le sue grandi contraddizioni, o forse proprio per questo. Ultimamente però molto è cambiato, e non in meglio. Spero davvero che l’America possa ritrovare sè stessa e quei fondamentali di democrazia e di unione che l’hanno resa grande. Mi auguro che il voto del 3 novembre sia il primo passo.



Che cosa ti ha spinto a intraprendere questo progetto con Virna Toppi, scegliendo proprio lei come protagonista delle tue opere?

Naked Moon è un lavoro nato nella primavera del 2019 quasi casualmente. Pierpaolo Pitacco mi chiamò per parlarmi di una pubblicazione d’arte sul tema della luna per la rivista Ghost di cui era art director. Nel 2019 cadeva il 60° anniversario dello sbarco sulla luna a cui Ghost dedicava un numero speciale. Pierpaolo mi chiese se avessi qualche lavoro sulla luna. Non avevo nulla di pronto ma gli dissi che potevo pensare a qualcosa. Non c’era molto tempo, ma per fortuna a volte le idee arrivano in fretta. Pensavo a qualcosa che avesse a che fare con la luna e con la sua influenza sulla nostra vita. La luna e l’uomo; la luna e il corpo. Ho pensato a come potessi usare la luce della luna per illuminare e avvolgere il corpo. Ho chiesto a mia moglie Elina, che è sempre fonte di ispirazione, di sperimentare con me. Fotografare la luna è complesso e io non ho né l’esperienza né l’attrezzatura adatte. Ho fatto una ricerca delle più belle immagini astronomiche della luna (alcune per gentile concessione della NASA) e le ho proiettate sul corpo di Elina. Il risultato è stato sorprendente. Il gioco di luci e ombre che i crateri lunari disegnavano sulla pelle aveva qualcosa di magico. Era davvero la luce della luna.

Sentivo che ci fosse bisogno di un elemento dinamico e potente, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, che completasse l’opera. Mi è istintivamente venuta in mente la danza classica, che è un’altra mia grande passione. Alcuni dei miei migliori amici sono ballerini della Scala, con cui negli anni ho collaborato a diversi progetti artistici. Volevo trovare un modo di fondere la danza con la fotografia per raccontare la luna. Ho chiamato la mia amica e straordinaria ballerina Corinna Zambon che mi ha subito indicato Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala, per questo progetto. Conoscevo Virna artisticamente e per la sua straordinaria carriera internazionale e sinceramente neanche ci speravo che avesse voglia e tempo per dedicarsi a questo progetto e di posare nuda. Corinna mi disse: “Tu chiamala e basta”. Era un lunedì dei primi di marzo. Chiamai Virna che mi disse: “mi piace il progetto e anche il tuo lavoro. Ci sono. Però ho solo due ore di tempo, dopodomani. Verso sera dopo le prove in teatro. Visto che sarò nuda, cosa devo portare, a parte niente…?” Le dissi di portare delle punte. Quando è arrivata in studio ci siamo presentati e le ho raccontato brevemente la mia idea. Le due ore successive sono state luna, silenzio e pura emozione.  Il resto ve lo racconta Naked Moon. L’idea di reinterpretare alcune delle immagini con interventi luminosi con il neon è venuta a me e all’artista lettone Janis Broliss, ancora una volta per caso. Stavamo parlando di come certe forme d’arte rischino di rimanere nell’ombra della multimedialità e del fatto che l’arte forse potrebbe essere più “pop”, senza necessariamente diventare pop-art. Mi piacerebbe che il posto dell’arte fosse anche la casa delle persone oltre che le gallerie. Siccome fotografia significa “scrivere con la luce”, mi è venuto in mente che forse poteva essere interessante anche usare la luce per scrivere sulla fotografia e creare delle istallazioni a metà tra l’arte e il design e che abbiano una doppia vita: fotografie di giorno e neon-art di notte.



Com’è cambiata la tua professione a seguito della pandemia globale che stiamo vivendo? 

Il Covid ha cambiato molto e spostato molti equilibri. Ha influito sulla vita di tutti e su molte cose, in modo diverso. La mia professione stava già subendo un cambiamento e la pandemia ne ha accelerato alcuni processi di trasformazione. La vita è cambiamento ed è in costante evoluzione, che ci piaccia o no. Viviamo un’epoca che in generale predilige la quantità alla qualità e questo ha delle conseguenze, a vari livelli. La fotografia è un media come tanti altri. Può servire a raccontare la realtà, più o meno fedelmente; può essere uno strumento commerciale; può trasmettere emozioni, e creare bellezza; può addirittura diventare arte. Ma può anche servire solo per riempire spazi lasciati vuoti di contenuti, e questo succede spesso. Con la trasformazione digitale molti avevano gridato alla fine della fotografia come una specie di inevitabile sciagura. La fotografia esiste, oggi come ieri, e continuerà a esistere domani. Quello che cambia sono le modalità, gli strumenti, le competenze. Il problema non sono mai i contenitori ma i contenuti. Diffido sempre di chi si schiera in modo manicheo contro qualcosa solo perché non lo conosce. La tecnologia, per esempio, non è nè buona nè cattiva, è uno strumento. È come lo usiamo che fa la differenza. Oggi più che mai, proprio a causa della pandemia e dei limiti che ha posto, ci rendiamo conto di quanto preziosa possa essere la tecnologia per ridurre le distanze, per permetterci di restare in contatto col mondo, con gli affetti, con la cultura. Per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare; o a un medico di fare una diagnosi, o addirittura un intervento, a distanza. Certo non sostituisce l’esperienza reale, il contatto umano o la socialità ma ci offre comunque straordinari strumenti.

Tornando alla domanda direi che la mia professione non è cambiata tanto in funzione del Covid, o comunque non più di altre professioni che prevedono il contatto tra persone.  Direi piuttosto che si stia trasformando, e credo questo sia inevitabile. Trovo che ci sia una netta linea di demarcazione tra essere romanticamente nostalgici (io lo sono molto) ed essere conservatori. Cioè io guido una moto a carburatori che mi regala grandi emozioni ma non per questo disconosco il valore del progresso tecnologico e dei motori elettrici. Ecco direi che questa pandemia, che io mi ero illuso potesse essere una grande occasione di crescita sociale e culturale, ha invece accentuato le distanze intellettuali oltre che fisiche tra chi la pensa in un modo e chi in un altro, come se fosse una gara a chi ne sa di più, quando invece dovremmo cominciare a farci domande piuttosto che pretendere di avere risposte.

Hai già in programma qualche nuovo progetto di cui vorresti parlarci?

Si certo, sto sempre lavorando a qualche nuovo progetto. Qualcuno poi si realizza e qualcun altro rimane nel cassetto. In questo momento mi sto dedicando a qualcosa che ha a che fare con l’interazione tra l’uomo e la natura. Non voglio fare il misterioso, ma non posso dirvi molto di più perché, come vi ho detto, spesso le cose migliori mi capitano per caso. Sto aspettando che capiti. Anche la collaborazione con MINT – Man In Town e con Federico Poletti e Francesca Riggio è iniziata un po’ per caso. Ho conosciuto Francesca molto tempo fa a New York, dove lei tuttora vive e dove ha sempre lavorato con l’arte, il design e la comunicazione. Abbiamo sempre avuto il desiderio di lavorare insieme. Finalmente si è presentata l’occasione anche grazie a Federico. E adesso eccoci qui.

Disembody: la mostra in cui il corpo diventa protagonista

Si chiama Disembody la mostra fotografica di Manuel Scrima presentata alla Fabbrica Eos a Milano a inizio Ottobre e prolungata fino al 19 Novembre dato il grande successo riscosso durante le ultime settimane.

L’esposizione, a cura di Chiara Canali, raccoglie un corpus di lavori inediti di grande formato (100×100 e 50×50 cm) stampati su lastre di vetro e plexiglass montate assieme, in una sovrapposizione di più livelli che ricreano la complessità dell’immagine finale. Sarà presente, inoltre, un pavimento a mosaico, costituito da un puzzle di 400 mattonelle di pietra tagliate a mano, che riportano le stampe fotografiche con i soggetti creati dall’artista. Le mattonelle sono composte da materiali a base quarzo, prodotte da Stone Italiana, una delle aziende più all’avanguardia nella produzione di quarzo e marmo ricomposto.

Noi abbiamo incontrato il fotografo che ci racconta nell’intervista il suo percorso e l’ispirazione per Disembody, per cui tra l’altro sono previsti degli sviluppi futuri…

Quando hai iniziato a fotografare e con quali intenzioni?

Quando mio padre regalò una macchina fotografica a mio fratello maggiore. Avevo credo 6 anni e andammo subito allo zoo a scattare foto eccezionali: noi con le tigri. L’intento era già quello di creare un mondo immaginario, alla Sandokan. Già i miei primi scatti non erano le banali foto di famiglia, che ad esempio faceva mio padre, ma volevano essere qualcosa di nuovo. Poi, da allora, non ho mai smesso.

Se intendi quando ho iniziato a fotografare a livello professionale, è nel 2006. Terminata l’università ho subito trovato lavoro, un buon lavoro a tempo indeterminato, eppure non ne ero soddisfatto. Con grande disappunto della famiglia e sconcerto degli amici, ho lasciato tutto per andare a vivere in Africa e tentare la carriera di fotografo e regista. Ho passato 3 anni in Africa per fare ricerca su me stesso a contatto con quella che era la cultura più lontana dai miei orizzonti formativi. Ho vissuto tra le popolazioni tribali della Rift Valley (Kenya, Etiopia, Uganda e sud Sudan), la culla dell’umanità, e in questi posti ho toccato con mano la sapienza e la spiritualità. L’incontro con queste culture mi ha fatto riflettere. Chi sono? Cosa voglio? Cosa mi accomuna e cosa mi distingue dai miei simili? Lo scopo della vita è sempre quella di conoscere se stessi.

Cos’è per te la fotografia?

È uno strumento che mi è utile per ricreare qualcosa che ho sognato o immaginato. Qualsiasi soggetto è un pretesto per avvicinarsi al senso della vita. Ma chi sono davvero ancora non l’ho capito. Mia madre è belga, di origini francesi, e mi ha educato in un modo molto diverso dagli altri miei coetanei italiani. Mio padre è arbëreshë, appartenente a una etnia che ha resistito in Italia quasi intatta per 500 anni. Seppur io sia nato in Italia, non mi sono mai sentito del tutto italiano, anche se ho respirato fin da bambino la cultura del nostro paese. Credo che l’incertezza dei riferimenti favorisca la creatività.

Quale macchina fotografica utilizzi e che particolari accorgimenti tecnici usi?

Di solito utilizzo macchine Nikon e mi trovo bene. Per realizzare le foto della serie Disembody utilizzo un grande telo retroilluminato e una luce laterale dura, ad esempio una parabola come diffusore. Ciò che più conta è che tutto sia geometricamente allineato e simmetrico in ogni foto: che l’asse ottico passi esattamente nel centro del cubo che fotografo e che il soggetto sia parallelo al piano focale della macchina fotografica. Una volta che tutto è ortogonale ci si può lasciare andare alla libera ispirazione. Sono pignolo e perfezionista.

In che modo la tua fotografia si rapporta con la cultura classica e umanistica?

È più forte di me: la mia fotografia è sempre ispirata dalla cultura classica o neoclassica. Quando non seguo i canoni di bellezza classici lo faccio consapevolmente per creare un’immagine di rottura, per violare le regole dall’interno. Non posso prescindere dalla mia formazione, dal gusto che ho formato durante l’adolescenza, anche se so che il mondo va avanti e la mia ricerca è in continuo dialogo con il contemporaneo. In fondo, la mia esigenza è anche comunicativa, non è confinata nella torre eburnea dei miei sogni personali. 

Quali sono i fotografi o gli artisti a cui ti ispiri?

Non mi ispiro a fotografi, ce ne sono tantissimi bravi, ma la mia ispirazione arriva dall’arte o a volte dalla musica. Non posso dire di ispirarmi a qualcuno in particolare. Trascorro la maggior parte del tempo in viaggio e quando posso visito velocemente e distrattamente gallerie, musei, città d’arte. Per vedere e assimilare il più possibile. Da bambino ho ereditato da mia madre belga l’amore per la pittura simbolista, misteriosa e inquietante, di Fernand Khnopff. Quando frequentavo il liceo ero fanatico della pop art di Andy Warhol: non avevo il diario dei calciatori, ma quello di Keith Haring. Oggi, complice la sovraesposizione di Internet, devo ammettere di essere piuttosto frastornato da mille cose diverse, senza riuscire a concentrami. Rimpiango la sicurezza di gusto che avevo da adolescente. Non so se peggiorerò o se si arriverò a un momento in cui potrò focalizzarmi ancora come prima della frammentazione culturale indotta dal web.

Cosa significa per te la rappresentazione del corpo nudo?

Ciò che ci accomuna tutti come essere umani è la forma del corpo, ma è anche ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri. Il corpo umano è un simulacro, un mondo di perfezione ipnotica. Ne sono attratto. È il soggetto più interessante che io possa immaginare. Non voglio rappresentarlo come è già stato fatto da altri, voglio trovare il mio linguaggio. Per farlo ho fotografato più di 50 soggetti diversi componendo i corpi a formare ideogrammi, maschere, figure casualmente simili alle immagini di Rorschach. 

In che modo la tua ricerca si relazione con il tema dell’erotismo?

Il sesso e la morte sono le pulsioni profonde che governano ogni nostra azione. Ma l’impulso va sublimato! Ecco perché nelle mie foto l’erotismo risulta velato e nascosto. Mi porto dietro un’educazione chiusa rispetto a queste tematiche e inconsciamente disapprovo tutto quello che è ostentato ed esplicito. È infatti la prima volta, con questa mostra, che espongo al pubblico una serie di fotografie di nudo, fotografie erotiche. Per tanti anni ho evitato sistematicamente il tema, finché non ho trovato un modo per me interessante di affrontarlo.

In un’epoca di mercificazione del corpo, vorrei restituire all’anatomia umana il suo erotismo originario.

In che modo la tua fotografia si rapporta con il mondo delle immagini divulgate sui social network?

Questa mostra è anche una protesta contro l’estetica dei social, che vivo e viviamo tutti i giorni. Copro i corpi perché reagisco alla bruttura e alla decadenza delle immagini di oggi e all’estrema esposizione sessuale sui social. Da qui deriva quell’urgenza di classico, di riserbo stilistico, di forma ideale e filtrata, non esposta alla volgarità e all’improvvisazione stilistica. Non sfugga poi che tutte le opere sono quadrate come le foto su Instagram: è come un Instagram censurato. 

La tua professione di fotografo di moda ispira la tua ricerca personale oppure sono due ambiti di lavoro distinti?

Sono cresciuto con il mito di Warhol, che non faceva distinzione tra arte commerciale e arte da galleria. Anche la fotografia di moda rientra nella mia ricerca personale, anzi è fondamentale per creare nuovi stimoli, proprio perché limita la libertà espressiva e comporta uno sforzo maggiore per ottenere ciò che si vuole. Inoltre, il continuo confrontarsi con altri professionisti – stilisti, stylist, art director, scenografi, truccatori – fa crescere e suscita nuove idee. Scherzando dico a me stesso che in questa mostra non ci sono abiti perché ne fotografo già abbastanza. 

10. Cosa ti piacerebbe fotografare in futuro?

Sto preparando l’evoluzione di Disembody. Fotografo sempre quello che prima immagino, cercando di conferire forma a sogni di bellezza lungamente accarezzati. Citando l’Ode a Psiche di John Keats, il poeta romantico innamorato del classico: «Sì, ti costruirò un tempio, in qualche remota regione della mia mente».

Noli me tangere

In modo violento si è spezzata la nostra rituale quotidianità, insieme a lei la nostra rappresentazione
ordinaria del mondo. I droni come rondini a primavera sono arrivati attraversando le nostre piazze, dove le statue sembrano aver preso vita diventandone gli abitanti, in un mondo dove oggi sta dominando la paura.


Ognuno di noi ha intrapreso un viaggio attraverso la memoria, vitale per continuare, un antidoto
all’incertezza. Non sappiamo cosa stiano facendo gli artisti nel loro atelier, simile ad un involucro protettivo che lancia ricordi. È certo che l’arte contemporanea può essere un’ottica sorprendente per leggere il mondo odierno. Possiamo affidarci ad opere del passato: “ho impreso e compito un viaggio di 42 giorni intorno alla mia camera…” È un estratto del libro Voyage autour de ma chambre, scritto tra il 1790 e il 1794 dal francese Xavier de Maistre.
Un invito a vedere le cose da un altro punto di vista, Xavier davanti al letto, vede contemporaneamente il
luogo dove si consuma l’amore e quello dove si muore, un consiglio per scuoterci da tanta passività.


Questa è l’ispirazione per una collettiva curata da Bohdan Stupak, dove gli artisti coinvolti portando
un’opera dimostreranno come continua il loro lavoro, che sarà infine esposto e andrà all’asta ( https://www.charitystars.com/collection/noli-me-tangere-it). Qui nasce
l’idea di Olimpia Rospigliosi (Pubbliche relazioni & Comunicazione) di sostenere LaSpes (www.laspes.it)
associazione senza fini di lucro che finanzia borse di studio a giovani ricercatori. Il 100% di quanto raccoglie è destinato a questo. È nata per ricordare Francesco, un giovane uomo affetto dalla WAS, una delle molte malattie rare di origine genetica.


Sperando di vederci presto, ci salutiamo per il momento, con queste poche righe scritte nel 1907 da Luigi
Pirandello nella novella “Ciaula scopre la Luna”, racconto oggi più che mai attuale. Cerchiamo di guardare la luna che sta arrivando con lo stesso stupore del protagonista Ciàula:
“Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza.
E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna…
C’era la Luna! la Luna!”

Testo di Bohdan Stupak

Apre a Milano Manintown Gallery

Nel cuore di Porta Venezia a Milano, in via Felice Casati 21, apre un nuovo spazio in cui convivono amore per la cultura, commercio e condivisione anche social. È MANINTOWN + PROGETTO NOMADE un concept dove la passione per la moda e il design si uniscono alla ricerca di inedite eccellenze e storie da raccontare. Il progetto è nato grazie all’unione di due realtà: da un lato MANINTOWN magazine, che esplora le passioni maschili fondato nel 2014 da Federico Poletti, dall’altro PROGETTO NOMADE, un nuovo contenitore itinerante che si ispira alla passione per l’arte, il design e la collezione di pezzi anni 50 di Christian Pizzinini e Antonio Lodovico Scolari.
Da questa sinergia si è sviluppato un nuovo format espositivo e narrativo curato nel visual design dall’art director e brand strategist Cecilia Melli



MANINTOWN NOMADE GALLERY vuole essere in primis un luogo di incontro, un piccolo salotto nel centro di Milano, dove si daranno appuntamento appassionati di moda, artigianato o design, ma anche addetti ai lavori e insider. Uno spazio dove ogni mese saranno in mostra selezionate eccellenze produttive nel campo della moda, arte e del design. Lo spazio ospiterà creativi italiani e internazionali che potranno esporre le loro produzioni, ma anche avere opportunità di networking grazie a presentazioni, piccoli happening e appuntamenti mirati.
Un piccolo ‘urban living room’ in cui ogni mese sarà affrontato un tema diverso con nuovi protagonisti.
Si parte all’insegna del design con una serie di pezzi selezionati da Nomade Gallery in partnership con TommasoSpinzi, interior designer e consulente specializzato nella decorazione di interni e nella progettazione di arredo. Oltre a essere un collezionista di arredi, automobili e moto italiane Mid-Century, Tommaso progetta anche pezzi in edizione limitata per gallerie e clienti. Per la parte moda – curata da Riccardo Bettoni –  è un brand mix con focus accessori con marchi che puntano sulla ricercaartigianalità e sostenibilità.



Troviamo 3QUARTERS, label di moda sostenibile fondato nel 2015 ad Atene, con particolare attenzione agli accessori riciclati. Ogni borsa è progettata e prodotta separatamente, le combinazioni di colore e materiale sono accuratamente selezionate e tutto viene realizzato a mano. E sempre la sostenibilità è protagonista grazie alle proposte abbigliamento di nuove realtà come Mikolaj Sokolowski e Yekaterina Ivankova, che riusa abiti vintage o materiali di stock cambiandone la forma per realizzare un prodotto di moda eco sostenibile. E non poteva mancare il beauty con le fragranze e linea corpo di PARCO1923, il profumo di una storia antica, fatta di boschi millenari, piante magiche e uniche al mondo. Dopo una lunga ricerca condotta da esperti botanici sulla combinazione olfattiva perfetta tra gli arbusti che crescono nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nasce un’essenza speciale e una linea bodycare che affondano le radici nella storia di luoghi secolari.



Per gli occhiali due importanti presenze come VAVA, che si ispira al minimalismo e al movimento Bauhaus, guardando ad artisti come Sol Lewitt, Malevich o Josef Albers. E i modelli timeless di The Bespoke Dudes Eyewear, brand fondato da Andrea Viganò e Fabio Attanasio, il pioniere del blogging in temi di sartoria su misura. Per gli amanti dell’artigianalità tutta italiana da non perdere le calzature di CB Made in Italy – marchio fondato da Cecilia Bringheli – che punta su assoluta qualità e un concetto di chic-comfort. E ancora Kinloch con una selezione di foulard, stole avvolgenti, camicie e accessori in morbidi e pregiati tessuti che combina la passione sartoriale e Made in Italy con alta tecnologia per confezionare capi unici, prodotti anche in piccole serie o su misura. E infine tradizione e ricerca sono sinonimi per Alberto Gallinari che firma una sua collezione di gioielli sofisticati; il jewellery designer ha inoltre collaborato con Anita Treccani, esperta in
incisione e decorazione, per alcune suggestive stampe ispirate dalle sue creazioni.


L’installazione di Angelo Cruciani a Piazza Duomo chiude il Pride 2020

Un immenso cuore bianco formato da tantissimi altri cuori: questa l’installazione di Angelo Cruciani, designer del brand Yezael, che è apparsa a Piazza Duomo a Milano la mattina di domenica 21 giugno. “Come pagine bianche di una storia da riscrivere tutti insieme, questo cuore rappresenta la speranza verso un mondo pronto a regole eque e concepite sulla fratellanza che lega ogni essere umano” spiega l’artista.



Duemila cuori fatti di cartoni riciclati e riciclabili che rappresentano un veicolo, un mezzo per esprimere sogni e desideri sul futuro della nostra società. Un’iniziativa realizzata in seguito alle riprese dell’evento finale del Digital Milano Pride il 27 Giugno in esclusiva live su YOUTUBE e autorizzata dal comune di Milano seguendo le norme del distanziamento sociale. 



La manifestazione esorta al cambiamento e vuole essere speranza dopo un periodo difficile come quello della pandemia globale. “Ho pensato ai cuori bianchi ispirato dalla fragilità che stiamo vivendo globalmente, abbiamo bisogno di evolvere e trasformare le priorità per cambiare abitudini. Dobbiamo smettere di sentirci padroni della Natura” sottolinea Angelo Cruciani.

Un’iniziativa interessante che sicuramente darà il via ad altrettante. Manifestazione in favore del cambiamento e della speranza per un nuovo inizio.

Credits foto: Manuel Scrima