Le identità creative di Superdesign Show. È di scena: Only The Best

A Milano, è risaputo, vengono fuori mode con più frequenza di uno spot pubblicitario, ma ci sono eventi e luoghi che sono sempre presenti nell’immaginario collettivo, perché sanno essere precursori e innovatori ogni qualvolta vanno in scena. Nella babele creativa del Fuori Salone, dove tutti vogliono far sentire la loro voce spicca, come di consueto, il Superstudio Più di Tortona 27, con il progetto Superdesign Show che, a questa edizione, si avvale della direzione artistica di Giulio Cappellini. Anche quest’anno Gisella Borioli, cuore e anima della manifestazione, lancia il suo manifesto programmatico: Only The Best, ideato e costruito attorno ai grandi nomi del design, ai progetti innovativi, alle tendenze del lifestyle e alle soluzioni tecnologiche che ci aiutano a vivere meglio. Quattro grandi identità creative partono da Superstudio Più per allargarsi ai confini del mondo: la mostra di Nendo – tra i più importanti studi di design – Dassault Systèmes con Kengo Kuma, all’insegna dell’alta tecnologia e della sostenibilità; l’esposizione Smart City e il Superloft, con i top brand del design italiano.

Da Nendo ci si aspetta sempre qualcosa di spettacolare e, anche stavolta, lo studio giapponese non delude le attese, portando in Tortona 27 un labirinto misterioso, con 10 concept basati sull’idea del movimento per condurre i visitatori in un avvincente viaggio nel cuore della creatività.

Kengo Kuma realizza un progetto esperenziale per Dassault Systèmes, nell’ambito della mostra Design in the Age of Experience, ideata per proporre soluzioni fattive al problema dell’inquinamento dell’aria.

Smart City: Materials, Technologies & Peoples invita a riflettere sul tema delle città intelligenti, proponendo soluzioni materiche innovative e tecnologie applicate ai cambiamenti attuali.

Superloft: più reale che immaginaria l’abitazione creata da Cappellini, raccoglie al suo interno il non plus ultra del design made in Italy. Brand iconici e maestri artigiani concorrono a delineare le stanze di questa ipotetica casa dove la creatività è protagonista in ogni stanza. Da Barovier & Toso, a Piero Lissoni, da Alessandro Mendini a Fontanot, Da Ron Arad a Tom Dixon, Superloft è un concentrato di visioni contemporanee che hanno come oggetto il living.

Se Calvino diceva che, «la fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane», qui c’è da farne scorpacciata.

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D1 MILANO: la new generation dell’italianità. Anche negli orologi

«Due cose al mondo sono esteticamente perfette: il gatto e l’orologio». Se sui felini domestici bisogna dare ragione a Émile-Aguste Chartier, filososofo e scrittore francese, cui si deve l’aforisma; sull’orologio, invece, c’è ancora un largo margine di miglioramento, come dimostra D1 Milano. Questo brand di marca tempo made in Italy, con headquarter a Dubai e diramazione a Hong Kong, ha dimostrato all’ultima edizione di Baselworld che, non solo è possibile migliorare l’orologio, ma che l’italianità è un valore aggiunto tutt’ora vincente e convincente, e che sono proprio gli italiani più global a mantenerne intatti spirito e significato. Infatti, in una Basilea sferzata dal freddo invernale e dal cattivo funzionamento del WiFi, Dario Spallone (presidente e ceo del marchio nato nel 2013) ha presentato il modello Super Slim della collezione Polycarbon, ultima versione del modello iconico del brand, ma ha anche qualificato il valore dell’italianità insita nei suoi prodotti e nel suo approccio al mercato. Se si pensa che Dario ha 25 anni e il suo team non supera i 40 e sono tutti sparsi per il mondo, vuol dire che le nuove generazioni di italiani hanno le idee chiare e che non è un documento anagrafico a sancirne l’identità, quanto il modo di pensare e di agire.

Diciamo la verità, c’era bisogno di un nuovo orologio?
Secondo me non c’è mai bisogno di qualcosa di nuovo. A meno che non ci sia uno scopo di  natura strettamente economica, però deve comunque avere un’identità che rappresenta qualcosa. Per noi è stato importante realizzare un prodotto con un’attenzione ai dettagli e un’autenticità marcatamente italiana. Mancava nel mercato un orologio che potesse essere acquistato a un prezzo accessibile e che nello stesso tempo avesse uno status sociale, una valenza strategica.

Anche il nome è stato scelto in funzione di questa identità così ben definita?
Il nome è nato in maniera fortuita. Ci piaceva foneticamente (D1, si legge, The one, ndr.) perché rappresenta qualcosa di esclusivo e unico. Ci abbiamo aggiunto Milano, che identifica il luogo di origine del brand, nato durante la Milan Fashion Week del 2013. Credo che il nome sintetizzi bene la provenienza e anche cosa vogliamo rappresentare: uno stile unico, iconico e allo stesso tempo giocoso.

C’è un pubblico di riferimento oppure è un orologio trasversale, che piace a tutti?
Ovviamente c’è un target di riferimento. Il nostro è un pubblico attento alla moda, che apprezza i dettagli estetici, in linea con le ultime tendenze e che vuole un orologio che simboleggia uno status quo. Alla fine, è un segna tempo che non compete nella fascia bassa e nemmeno con i prodotti di nicchia, superiori ai 10mila euro. È un range di mercato abbastanza a sé, rivolto a una persona tra i 25 e i 35 anni, capace di stimare tendenze e particolari inconsueti.

Quali passi stai muovendo per il domani del marchio?
Si sta sviluppando in maniera veloce, perché siamo riusciti a creare una struttura snella e allo stesso tempo a crescere nei numeri. Il team è unito, siamo una ventina di persone in tutto, e abbiamo una capillarità distributiva forte. Ci avvaliamo di collaboratori in tutto quanto il mondo e di distributori locali, che poi fanno riferimento alla nostra squadra, capace di essere molto reattiva. Questo è un punto di forza strategico, perché siamo abbastanza veloci in un mercato relativamente lento. Così si riesce anche ad accrescere l’identità del brand.

A livello stilistico cosa succederà?
Ovviamente D1 Milano ha una sua identità, che vogliamo rafforzare attraverso l’iconicità degli anni ’70 e con forme geometriche, riproposta con una lettura più attuale e giocosa. Per me è davvero un orologio che rappresenta l’italianità in maniera giocosa. Ci focalizziamo su un range di prezzo sotto i mille euro per due fasce di mercato, una è quello più street style, con la collezione in policarbonato; l’altra strizza l’occhio alla gioielleria e va su un posizionamento più classico. Per i prossimi anni vogliamo puntare su questi due canali. Ovviamente il design è consolidato, anche se dovremo riallinearci ai cambiamenti di mercato che si succederanno, perché è in continua evoluzione e non possiamo mai fermarci.

Che volumi ha la produzione?
Nel 2017 abbiamo chiuso con 50mila orologi venduti, una produzione piccola, ma con una distribuzione che raggiunge 20 Paesi. Nei primi mesi del 2018 stiamo già superando i pronostici e dovremmo chiudere intorno agli 80mila pezzi venduti. Quindi, una crescita sostanziale.

Milano come capitale dove è nato il progetto, però ci sono anche Dubai e Hong Kong.
Abbiamo base a Dubai, per motivazioni strategiche. Anche per la vicinanza all’hub di produzione di Hong Kong, dove ha sede l’altra nostra sussidiaria. Importiamo componenti globalmente, dall’Italia, dall’Europa, dal Giappone e poi assembliamo ad Hong Kong.

Come mai Hong Kong?
Nella fascia di mercato sub 10mila euro, la componentistica di Hong Kong è la più specializzata, quindi è stata presa una decisione strategica, perché lì abbiamo trovato i migliori fornitori. La parte più difficile è stata mantenere l’italianità. Per me vuol dire avere anche un team italiano, perciò sia a Dubai che a Hong Kong ho portato gente dall’Italia, che ha accettato di trasferirsi in questi Paesi. Certo non è stato facile però, paradossalmente, questa criticità nel mio business model è stata anche un punto di forza, perché se venti persone vanno a Dubai o a Hong Kong vuol dire che sposano il progetto in maniera sostanziale. Questa caratteristica ha rafforzato l’identità del marchio e il rapporto tra i membri della squadra. Ed è quello che fa la differenza. Non tanto il dettaglio o la corona dell’orologio, anche se abbiamo un’attenzione ai particolari che gli altri competitor non hanno – perché noi come italiani amiamo il bello – però non è qualcosa di concreto o esplicito a fare la differenza, ma tutto il team.

Anche l’età media è relativamente giovane
Andiamo dai 25 ai 37, però abbiamo tutti un’esperienza profonda sia nel campo dell’orologeria, che della moda. E abbiamo voglia di metterci in gioco. Lavoro con persone che hanno una solida conoscenza del settore, ma che sono capaci di pensare in maniera giovane. Il motivo per cui ora noi, in un mercato che è quasi in declino, siamo in espansione esponenziale è perché pensiamo in maniera diversa, rispettando comunque le regole del gioco.

Quindi l’italianità per voi ha ancora un valore significativo?
È molto più importante di quello che gli danno altri marchi, che si dicono made in Italy, ma che non hanno un’italianità di fondo. Cos’è l’italianità? Per me sono le persone. Oggettivamente parlando, in un sistema globalizzato che si focalizza sulla specializzazione – questo lo diceva Adam Smith nell’Ottocento (filosofo ed economista scozzese, ndr.) – ognuno deve fare il suo lavoro. Non possiamo pretendere di partire da zero su un progetto e fare tutto quanto in Italia, non esiste più il sistema autarchico. Per me, italianità significa creare delle fondamenta per il brand, che siano italiane. Io faccio proprio questo, creo il mio nucleo italiano e prendo persone che la pensano come me, che hanno questo amore per la bellezza, per la cura dei dettagli, per la giocosità. Da qui si rafforza l’italianità. Per questo noi, anche se produciamo globalmente e distribuiamo in giro per il mondo, siamo comunque uno dei brand giovani e italiani, più forti, perché rispettiamo l’autenticità di questo concetto. Anche se vivo a Dubai sono italiano e così il brand. In un contesto di evoluzione e cambiamento, siamo la new generation dell’italianità.

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Old Randa, le scarpe da Gentle Dandy

Per lui le scarpe sono l’equivalente della tela intonsa per i pittori o della pagina bianca per gli scrittori: una superficie su cui sbizzarrire la propria fantasia e far risaltare l’indole creativa. Lui è Andrea – Gatti all’anagrafe, Old Randa (vecchio randagio) per tutti – uomo dai mille interessi e talentuoso shoemaker, che ha fatto della patina la sua tela. Già, perché la vera passione di Gatti è la colorazione artistica delle calzature, detta con parole accessibili ai più. Il punto di partenza è sempre il medesimo, la scarpa con pellame in crust (bianco neutro) a cui Old Randa si accosta con estro e creatività. Una delle ultime applicazioni ideate da Gatti è il Grape Must, ottenuta dal mosto del vino. Le fasi di questa lavorazione sono varie e particolareggiate, le scarpe vengono dapprima immerse nel mosto per circa una settimana; successivamente si attua un processo di lavaggio. Per i due passaggi successivi, sempre a contatto col mosto, s’impiegano diverse settimane passate le quali, le scarpe vengono ripulite minuziosamente e infine vengono montate le suole personalizzate, con tavole antropologiche del ‘600 e viene effettuata la tipica bombatura delle calzature Old Randa. Il tocco finale viene dato dal cirage (lucidatura che regala alla pelle riflessi porcellanati) per esaltare ogni singola sfumatura data dal mosto e dal tempo intercorso. Non è finita qui. Le scarpe di Andrea possono avere anche la suola dipinta a mano, «La mia passione per i dettagli mi spinge a lavorare anche per 10 ore su un unico paio di scarpe» e il risultato non è mai uguale a nessun altro. Insomma, più che un pezzo unico, una calzatura irripetibile.

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Edward Holcroft, the british star from outer space

Salutato da Screen International come una delle: “UK Stars of Tomorrow”, Edward Holcroft, attor giovane inglese, classe 1987, ha un viso che sembra discendere direttamente da quello di Guglielmo il Conquistatore e un’aura un po’ distaccata, che lo porta a indossare bene sia i ruoli del nemico (nel blockbuster, Kingsman, primo e secondo capitolo della Spy story) sia quelli in costume (Gunpowder, Walf Hall), ma che preferirebbe impersonare un alieno. Holcroft sarà nel cast di Alias Grace, su Netflix nel 2018, ed è anche il protagonista di una fashion story su Manintown, dove ha dato la sua definizione di stile. Of Course.

Quanta differenza c’è tra il cinema e la TV oggi?
Per me, come attore, non c’è molta differenza, il processo è lo stesso e l’approccio alle parti è il medesimo a ogni progetto.

Quanto è importante l’abilità fisica per un attore oggi?
Dipende dal ruolo, fai quello che la parte richiede.

Quali fattori consideri quando scegli un ruolo?
Il copione e il personaggio. Chi è il personaggio e anche le relazioni che hanno i protagonisti con le altre parti è sempre uno dei fattori principali.

Tu alterni personaggi moderni e storici, in quali ti trovi più a tuo agio?
Nessuno, mi piacerebbe impersonare un alieno.

Quale dei personaggi che hai interpretato ti si addice di più?
Tendo a provare e a scegliere ruoli che sono distanti dai tratti della mia personalità, quindi nessuno dei personaggi che ho interpretato è simile a me.

Qual è la tua definizione di stile?
Direi che è sentirsi a proprio agio nel proprio corpo.

Cosa pensi dei tuoi social network?
Non sono molto interessato ai social network. Non sono su nessuna piattaforma, quindi tendo a starne lontano.

Torneresti mai a teatro?
Certo! Mi piacerebbe tornare indietro, qualora si presentasse il giusto ruolo.

Che consiglio daresti a quelli che vogliono diventare attori?
Fidatevi del vostro istinto e credete nelle vostre abilità.

Quali sono i posti che tieni nel cuore?
Preferirei tenerli vicino al mio petto.

Talent: Edward Holcroft
Photographer: Francesco Barion
Photo assistant: Giorgio Lattanzi
Stylist: Nicholas Galletti
Hair Stylist: Ben Talbott @ The Wall Group, using Bumble&Bumble
Make up: Sergio Corvacho

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Il Bisonte guarda lontano, ma è fedele al suo territorio

Cover_Sofia Ciucchi_ad Il Bisonte 

Con Sofia Ciucchi un excursus nel mondo de, Il Bisonte. Dalla riattivazione stilistica alle aperture worldwide, dall’ideazione del km 30 all’Australia – passando per la ricchezza dell’heritage e per l’anti convenzionalità delle creazioni – l’AD dello storico brand toscano di pelletteria racconta il nuovo corso del marchio, ideato nel 1970 da Wanny Di Filippo (attuale presidente del consiglio di amministrazione), che, oggi come allora, parte dai dintorni di Pontassieve, per raggiungere l’altro capo del mondo.

Altro che grandi praterie nordamericane, Il Bisonte si muove circoscritto in un raggio di 30km, nei dintorni di Pontassieve. E non oltre. Infatti, per la storica label toscana di borse e di pelletteria è fondamentale mantenere intatto il know-how artigianale e ben salde le radici territoriali, pur guardando lontano: ai Paesi oltreoceano e anche al sud-est asiatico, ancora da esplorare con i suoi prodotti. Questa sostanziale filiera corta è stata protagonista di una video installazione, curata dallo story teller digitale Felice Limosani, nella nuova showroom di Palazzo Corsini, a Firenze, durante la recente edizione di Pitti Immagine Uomo. A raccontarla e a illustrare il futuro del marchio interprete della vacchetta conciata al vegetale, l’ad Sofia Ciucchi, che ha preso le redini de Il Bisonte dopo Wanny Di Filippo, cuore e anima del brand nato nel 1970.

Com’è nata questa idea del km 30?
È un po’ il racconto della marca attraverso la sua struttura e la filiera. Siamo partiti come in un gioco perché quando sono arrivata in azienda, vedendo i vari fornitori e cercando di capire la provenienza di ogni componente, ho scoperto, ogni volta, un piccolo paese nelle vicinanze di Pontassieve e quindi ridendo, ho detto che non stiamo lavorando a chilometro zero, ma a km30, ed è la verità. Anche con l’installazione nella nostra showroom, che abbiamo sviluppato assieme a Felice Limosani, dove abbiamo rappresentato una mappa – così come si fa con Google Maps – ci siamo divertiti a indicare i paesi da cui provengono i componenti principali delle borse e della piccola pelletteria. Effettivamente tutto si svolge nell’ambito di un territorio ben definito, della Val di Sieve, del Mugello, a Est di Firenze in cui, da sempre, la marca opera e produce. Solo il pellame d’elezione, che è la vacchetta conciata vegetale, viene da più lontano, da Santa Croce sull’Arno a 50km, ma è tutto prodotto in Toscana. Ci sembrava un racconto di particolare interesse oggi, non per celebrare l’immagine del prodotto toscano e della fiorentinità, ma per ribadire la sostanza vera di territorio, di valori, del saper fare e anche di un certo tipo di gusto e di stile. Questa specificità abbiamo voluto raccontarla, senza avere complessi, pensando che una realtà territoriale forte e con radici salde, anche in un distretto di provincia, non impedisce di arrivare all’altro capo del mondo con i suoi modelli, come fa Il Bisonte da quasi 50anni.

Qual è il Paese più lontano che raggiungete?
L’Australia, però quello più importante è il Giappone che, ormai da decenni, rappresenta la maggior parte del nostro fatturato. Lì abbiamo 38 negozi monomarca, gestiti da un distributore. Il Giappone apprezza questo tipo di prodotto, la sua storia, il fatto che invecchia bene, per la pelle con cui è fatto, sviluppando un rapporto molto personale con chi lo indossa. L’invecchiamento è diverso a seconda dell’uso che se ne fa, quindi anche la patina che viene sopra e anche l’abbronzatura dipende da quanta esposizione alla luce del sole e da quanto contatto con la pelle c’è stato.

Se dovesse dare un peso specifico all’heritage del marchio?
Trovo che avere una storia, un heritage e anche un fondatore che ancora vive nella marca – è il presidente del nostro consiglio d’amministrazione – coinvolto nelle attività d’immagine e di comunicazione, sia una ricchezza eccezionale. È quello che alla fine distingue il marchio, che esprime un punto di vista sullo stile e sulla vita. Stiamo lavorando per recuperare al massimo ed evolvere questo heritage.

Di che cosa Il Bisonte non può fare a meno?
Sicuramente della vacchetta; poi non può fare a meno del livello speciale di artigianalità che solo un made in Italy può dare. E di uno spirito anti convenzionale che fa la differenza tra noi e i competitor di pelletteria toscana.

Cinque cose che Il Bisonte garantisce?
Personalità, unicità del prodotto, grande qualità, valore. Nel rapporto con il prezzo credo che diamo una qualità abbastanza unica. E poi il calore. Sono un prodotto e un marchio molto personali.

Cosa state preparando per il futuro?
Stiamo lavorando sia sul prodotto e sia sulla marca. C’è una riattivazione da un punto di vista stilistico e anche di marketing e comunicazione, inoltre stiamo operando attivamente sulla parte distributiva. Il prossimo step importante è il ritorno a Parigi. Per noi il mercato francese è sempre stato una piazza d’elezione. Abbiamo due piccole boutique che stiamo ristrutturando e, alla fine di gennaio, apriremo un pop up che rimarrà on stage fino a giugno, in zona Rue du Faubourg Saint-Honoré, dove l’idea è di rappresentare la marca con il suo heritage, ma anche con il suo spirito un po’ scanzonato.

Quanti negozi monomarca ci sono nel mondo?
Quelli gestiti direttamente sono gli europei. Ad oggi sono sette, ma sono destinati a diventare otto con quello di Parigi e stiamo lavorando su altri progetti di rafforzamento su Londra e un’altra piazza europea. Sono due a Roma, due a Parigi, uno a Londra, quello storico di Firenze e uno di recente apertura a Milano in via Santo Spirito, che rappresenta il nuovo concept de Il Bisonte, con un mix di elementi vintage e iconici e con un’interpretazione un po’ più nuova. In termini di monomarca indiretti ne abbiamo altri 50, 38 in Giappone e altri 12 nel resto dell’Asia, tra Hong Kong, Indonesia, Taiwan e Corea.

E il mercato americano?
È stato estremamente importante fino a qualche decennio fa e ritengo che sia abbastanza in linea con il nostro gusto. Ci crediamo molto e stiamo cercando di farlo ripartire con slancio. Per ora siamo presenti soltanto con una distribuzione multimarca; abbiamo iniziato a luglio una collaborazione con una showroom a New York e stiamo ipotizzando l’apertura di un paio di punti vendita diretti.

Dove?
Costa Est e Costa Ovest. Tra l’altro il marchio è particolarmente amato in California quindi, al di là di New York, l’idea è di avere un punto vendita proprio lì.

Come si è chiuso il fatturato del 2017?
Un po’ sopra i 27 milioni, con una crescita di quasi il 30% e stiamo affrontando il 2018 con obiettivi analoghi. Vogliamo mantenerci su questo tipo di sviluppo, sfruttando anche un’espansione di perimetro che per il marchio è ancora possibile fare. Abbiamo molte opportunità nel sud-est asiatico ancora da esplorare e non siamo presenti in Cina. Inoltre, l’America è sicuramente il mercato nel quale provare a crescere.

Chi è il vostro cliente tipo?
È difficile da definire in termini di fascia d’età e di reddito. Direi che si caratterizza più per un certo stile. Abbiamo dei Paesi come il Giappone dove il nostro cliente è giovanissimo, dai 20 ai 35 anni, invece nei mercati europeo e statunitense è più maturo. Quello che collega tutti è l’occhio un po’ sportivo, però che sa apprezzare il prodotto bello e ben fatto. Sono persone che non gradiscono le metallerie troppo evidenti e a cui piace distinguersi dal gusto di massa.

C’è una frase per identificare il marchio?
Ne cito due che sono di Wanny (Di Filippo, il fondatore, ndr.) e che sono strepitose. Il motto della sua partenza è stato: “Se lo posso disegnare, lo posso anche realizzare”. L’altro è, “libertà, amici, salute”, alla fine sono i valori forti e veri di un marchio vicino alla vita delle persone.

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NARTIST: l’Arte a portata di mouse

Cover_Elena Vavaro. Senza titolo, 2016

Una cornice vuota, a simboleggiare il potere immaginifico dell’arte. Un arancione squillante, per sottolinearne la modernità della forza espressiva. E, infine, il web, come collettore d’interessi e come veicolo di diffusione globale. Sembra quasi facile riunire questi tre vettori nel nome dell’Arte, ma non è così. Alle spalle di Nartist, così è stata nominata questa start up, ideata per dare un moderno significato alle attuali espressioni artistiche, c’è una storia tipicamente made in Italy, una di quelle vicende imprenditoriali dove l’intuizione si lega a filo doppio al fiuto per gli affari e al piacere del bello, così radicati nel Dna degli italiani. Un progetto che vive sul web, ma che affonda le sue radici nella cultura, amplificandone le connotazioni sociali. Nei fatti, una galleria d’arte digitale, dove i collezionisti possono entrare in contatto con i giovani creativi, conoscendoli e acquistandone le opere d’arte. L’idea è di Francesco Nicastri, una vita nel campo della consulenza aziendale, un côté artistico che non poteva rimanere solo sottopelle e una spiccata sensibilità nei confronti dei modelli organizzativi a sostegno delle attività sociali e culturali. Con lui, Enzo Cannaviello, gallerista di lungo corso, specializzato nell’arte contemporanea – già presidente dell’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna Contemporanea – e Luca Borriello, direttore ricerca di Inward, Osservatorio sulla Creatività. Il quarto lato di questa ipotetica cornice aperta all’Arte è il Gruppo Doimo, partner industriale del progetto e specializzato nella creazione di arredi, con cui è stato brevettato, in esclusiva, un sistema di applicazione interscambiabile di una tela su un supporto fisso. Il brevetto permette di inserire le opere d’arte nei complementi rendendoli, così, a misura del committente. Per raccontare al meglio il progetto, MANINTOWN ha incontrato l’ideatore, Francesco Nicastri.

Quando e come è nata l’idea di Nartist?
NARTIST è un progetto che mi piace definire ambizioso e anche rivoluzionario, perché parte dal mio modo di sentire e vivere la vita. La prima intuizione è nata nel laboratorio di un artista pugliese, in seguito a una domanda che per molti anni ho rivolto a me stesso. Spesso, infatti, mi sono chiesto se fosse la realtà a creare il pensiero o il pensiero a creare la realtà. Alla fine sono riuscito a capire che è il pensiero a creare la realtà. Purtroppo, la velocità con cui viviamo la quotidianità non ci permette di fermarci per ascoltare noi stessi e, in questo modo, finiamo per limitare il pensiero e il nostro agire, replicando costrutti mentali e comportamenti scontati. Se, invece, di tanto in tanto ci fermassimo, riusciremmo a percepire la scintilla creativa che c’è in ognuno di noi. L’ingrediente fondamentale affinché la nostra vita possa effettivamente arricchirsi di nuovi stimoli e aprirsi a nuove possibilità e valorizzare la nostra unicità. In quest’ottica avvicinarsi all’arte è il cammino più diretto per creare la nostra realtà.

Perché ha sentito l’esigenza di ideare questa piattaforma? A quali necessità deve supplire?
Ho intrapreso un percorso ispirato alle emozioni, per definire un modello di progetto che, attraverso l’interazione e lo scambio d’idee, stimolasse e diffondesse la creatività e portasse valore a livello di relazioni umane e di esperienza di consumo.

Com’è nata la partnership con Doimo?
Il Gruppo Doimo mi ha convinto per la sua storia industriale e per la forza del brand, inoltre si è sempre dimostrato pioniere tanto nell’esplorazione geografica di nuovi mercati quanto nell’investimento in know-how e tecnologia su una gamma di prodotti di arredo completa. Anche quando è stato messo di fronte alle potenzialità offerte da questo progetto, è stato in grado di coglierne, da subito, le implicazioni profonde e quindi le opportunità culturali, sociali e industriali.

Gli uomini preferiscono le onde

No, non le bionde, ma le onde. Possibilmente del Mare Nostrum. Una recentissima ricerca ha, infatti, rilevato che gli uomini, tra i 30 e i 50 anni, preferiscono per le loro vacanze mete nostrane e, soprattutto, marinare. Evidentemente, noi italiani siamo ancora un popolo di “santi, poeti e navigatori “ da Mediterraneo se, a oggi, preferiamo far tappa in Toscana (Elba e Capraia), 16%; in Liguria, 13%; o nelle Isole Eolie, 10%, piuttosto che approdare a lidi lontani. La marcia in più, al di là dell’indiscussa bellezza dei paesaggi marini, può essere la possibilità di veleggiare in mare aperto, da soli o in compagnia, senza improvvisarsi nostromi della domenica, ma affidandosi a mezzi e risorse umane dall’appeal altamente professionale. Per godere solo i lati migliori della propria vacanza. E allora, come si concilia un’esperienza così assoluta e legante come un viaggio per mare, con la mancanza di esperienza necessaria ad affrontarlo con serenità? Una delle soluzioni più innovative è quella ideata da Sailsquare, una piattaforma multimediale che connette una selezionata rete di skipper professionisti con tutti coloro che vogliono provare l’esperienza del viaggio a vela. In solitaria, in compagnia, con amici o, semplicemente per fare nuove conoscenze, Sailsquare ha un ventaglio di migliaia di proposte tra cui selezionare quella più congeniale alle proprie esigenze, inoltre basta un click per contattare lo skipper e per prenotare online.
La community di questo network, fondato da Simone Marini e Riccardo Boatti, ha già raggiunto i 50k di follower, segno inequivocabile di professionalità e affidabilità, tant’è che sono particolarmente rigorosi i termini di verifica e di assistenza a cui la piattaforma sottopone sia i propri skipper che gli iscritti, in modo da garantire la totale convergenza delle info tra i vacanzieri e gli esperti nocchieri del nuovo millennio.

it.sailsquare.com

A tu per tu con Oliver Spencer

È uno dei designer più interessanti nel panorama della moda maschile contemporanea. La sua visione estetica si rispecchia in uno stile rilassato, ma attento all’artigianalità esecutiva e alla scelta dei tessuti più raffinati. Questa commistione d’intenti, a metà strada fra il menswear formale e lo street casual, ha riscosso, da subito, un vigoroso successo, proiettando Oliver Spencer sul palcoscenico del fashion system internazionale. Oliver ha lanciato il marchio omonimo nel 2002 e, nel giro di pochi anni, è passato da un singolo store monomarca in Lambs Conduit Street, nel cuore di Londra, ad avere quattro punti vendita dedicati, oltre ad aver incrementato in maniera significativa il business online. In più, la sua collezione ha trovato spazi e consensi nei department store più conosciuti, come Selfridges, Liberty of London e Mr. Porter. Spencer rifiuta i compromessi fra design e qualità, ecco perché tra i suoi fornitori annovera i migliori tessutai italiani e britannici, per offrire al suo pubblico un abbigliamento impeccabile. Oggi il 40% della sua manifattura è realizzata in Inghilterra, il resto è affidato alle cure dei migliori produttori internazionali. Con MANINTOWN non ha parlato solo di moda, ma ha aperto un colpo d’occhio sul suo privato e sulle sue scelte di vita.

Quale uomo sceglie di indossare Oliver Spencer?
È un creativo e un anticonformista, un uomo libero, ma con uno spirito imprenditoriale.

Qual è il capo d’abbigliamento che esprime in pieno il suo stile?
La Buck Jacket in seta marrone chiaro. Con il suo design minimalista, dalle linee pulite e con le tasche nascoste, la giacca è disponibile in nove colorazioni e in vari tessuti. Dal lino leggero al camoscio molto morbido. Ha una chiusura a doppia zip che garantisce libertà di movimenti, mentre l’abbottonatura sul retro del punto vita serve ad avere una perfetta vestibilità. Un classico.

Esiste un pezzo cult che si ripete a ogni stagione?
La nostra camicia Clerkernwell Tab.

Come si sta evolvendo il marchio?
Stiamo crescendo nella vendita al dettaglio e online.

Da dove trae ispirazione per le sue collezioni?
Dalla sub strato culturale londinese, dalla musica, dall’architettura e da uno stile di vita creativo.

Come sta evolvendo l’eleganza dell’uomo?
Lo stile casual e contemporaneo sta diventando sempre più popolare nella vita quotidiana. Sia dentro sia al di fuori del luogo di lavoro, vedo che gli abiti vengono usati sempre meno per le occasioni formali. Inoltre, il casual mostra il carattere delle persone e è mai un aspetto negativo.

Un consiglio per essere sempre elegante e distinguersi?
Iniziare da un buon paio di scarpe.

Il tuo obiettivo futuro e il prossimo progetto?
Il nuovo negozio a Notting Hill, a Londra. Sarà aperto il mese prossimo con un party di lancio nelle settimane successive. Sto collaborando con il mio amico e artista David Austen su alcune magliette in edizione limitata. Senza contare la sfilata primavera/estate 2018 alla London Fashion Week.

Le celebrità con cui lavori e con le quali speri di lavorare in futuro perché vicine alla tua visione?
Daniel Craig, Damon Albarn.

Quali sono i posti da vedere a Londra?
Il Lamb Pub sulla Lamb’s Conduit Street.

Un posto speciale a Londra? Quello dove ti rigeneri?
Più che un posto in particolare mi piace camminare con il mio cane lungo il Tamigi.

Quali sono i ristoranti o il cibo da non perdere?
Il River Café, oppure un po’ di cibo indiano speziato della Lahore Kebab House.

Una galleria d’arte o un museo da visitare?
La Tate Britain. La retrospettiva di Hockney è un must da non perdere assolutamente.

Un studio di design un designer da tenere d’occhio e perché?
Conrad Shawcross. L’uso della texture nel suo lavoro è il futuro dell’architettura moderna.

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Photographer| Edoardo DeRuggiero
Stylist| Nicholas Galletti
Hair| Azumi Higaki
Make up| Constance Haond
Model|Philip LDB @ New Madison

Bark si reinventa nella maglia

Datemi un punto (di maglia) e vestirò il mondo. Parafrasare Archimede di Siracusa per parlare di moda? Si può fare. Anche perché l’aforisma calza alla perfezione a Bark, blasonato brand di maglieria made in Italy, inventore del punto Bark e che ha rivoluzionato il montgomery. Con un passato storico e un futuro che si preannuncia brillante, il marchio ora cambia pelle e si presenta al fashion system completamente rinnovato nella proprietà e nei contenuti, ma non nel Dna. Dagli inizi di quest’anno fa capo a Italian Clothing Management (ICM) società nell’orbita di un fondo di private equity capeggiato da Jonathan Todhunter e dal figlio Ben, ed è partecipato da SMT, maglificio tricolore con base a Reggio Emilia, che lo produce e distribuisce.

Un nuovo corso, quindi, ma senza dimenticare l’heritage del marchio fatto di, “capi in maglia dalla manifattura altamente complessa e innovativa – come sottolinea Ben Todhunter, nuovo direttore creativo del marchio che continua, – vogliamo dare valore all’artigianalità e raccontare la storia degli artigiani che, in Italia, creano a mano ogni capo in maglia e anche dei nostri prodotti, della lana e delle fibre che li rendono unici”. Una delle lavorazioni più significative è il “tramato”, realizzato da Bark attraverso macchinari unici in Europa e che contraddistingue la collezione primavera/estate 2018. Il debutto della nuova estetica è avvenuto allo scorso Pitti Uomo 92, attraverso capi intessuti nella gabardine di cotone spalmato o nel nylon, mentre la maglieria prende vita nei cotoni e nei lini a mouliné, chiné o nei cordonetti, intrecciati con pesi diversi per alleggerire le proposte. Anche le cromie riflettono la naturalezza dei filati e dei tessuti, con una tavolozza di bianchi, sabbia, grigio perla, corda, fango, verde militare e blu fino ai colori vivaci e vitaminici come il giallo e l’arancio.

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IL NUOVO VOLTO DEL SARTORIALE MASCHILE

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Cosa succede se un blasonato segmento di moda e Made in Italy, di stampo prettamente tradizionale, come la sartoria maschile si confronta con il web? Come si possono conciliare ago, filo e passione per il su misura con la velocità d’intenti della rete e con la sua globalità? Se da un lato l’online è un puro strumento di comunicazione e di diffusione worldwide, dall’altro sorgono nuove opportunità di sviluppo, anche per i mestieri più artigianali e personalizzati, come la sartoria hand made. Del resto, oggi, per vellicare la vanità maschile ci vuole solo il meglio, sia in fatto di tessuti, sia in fatto di maestria sartoriale. E, allora, ecco che la rete si usa non solo per far conoscere le realtà artigianali che costellano tutto il Bel Paese, ma anche per diffonderne la perizia di taglio e cucito. Come?
Uno degli strumenti più interessanti attualmente online, perché di questo di tratta anche se è puramente virtuale, è Aplomb, una piattaforma, nata dalla passione e dalla fantasia di tre giovanissimi imprenditori, Federico Grasso, Luigi Ugge e Massimiliano Invernici, a riprova che il su misura non è solo “un affare per vecchi”. In una manciata di mesi, o poco più, questo “salotto virtuale del bel vestire”, è diventato una realtà in rapido sviluppo, con l’obiettivo di creare un network sartoriale a misura di gentleman. Lo scopo è chiaro: e non è quello di portare la sartoria a casa dell’utente, bensì di avvicinare il cliente al sarto, attraverso un nucleo di selezionatissime botteghe artigianali sparse in tutta Italia, cosicché il nuovo dandy possa recarsi in quella a lui più congeniale, per sintonia stilistica e per vicinanza geografica, senza correre il pericolo di imbattersi in un falso d’autore. A oggi, fanno parte di questo portale una quindicina di sartorie, tra Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Puglia, Campania Sicilia e Basilicata, ma l’intento dei tre imprenditori è di raddoppiarne il numero in brevissimo tempo. Non male come risultato, se si considera che, anagraficamente, Grasso, Ugge e Invernici, insieme, non sfiorano il secolo, anzi, ne sono bel lontani. La pre-selezione per le botteghe sartoriali all’interno del network avviene tramite advisor, poi si passa all’incontro ad personam. I criteri, così rigorosi, garantiscono all’utente di trovare su Aplomb solo il non plus ultra, con info pratiche su chi garantisce il bespoke e su coloro che, invece, offrono il made to measure. Dal sito si può prenotare una visita in sartoria, ma, a breve si potrà anche usufruire di un servizio di style advisor, per avvalersi di suggerimenti preziosi (servizio attualmente in via di sperimentazione). Aplomb non è solo al servizio dell’intenditore, ma anche della sartoria, infatti la piattaforma permette di raccontarsi tramite articoli, foto e video, affinché ogni bottega artigiana possa presentarsi al meglio. Insomma, una gran passione per la cultura sartoriale, raccontata al meglio. In più, Aplomb è altrettanto attivo anche sui social, usati come strumento di diffusione (alla stregua di un passaparola 2.0), di raccolta (degli appassionati) e di condivisione (di idee e passioni). La community su Facebook, ora, conta circa 2mila iscritti, ma cresce del 10% a settimana, idem dicasi per il profilo Instagram, attualmente a quota 8k. Il network è stato prescelto per far parte della Start Up School/Y Combinator e inserito nel programma Founder Track, un acceleratore worldwide per l’internazionalizzazione di siti e start up online. I tre manager guardano oltre, sia attraverso le linee temporali, sia tra meridiani e paralleli; lo step successivo sarà quello di inserirsi sul mercato inglese: per unire virtualmente le due piazze principali del su misura, Italia e Inghilterra. Altro che tunnel della Manica, qui si oltrepassa la Francia con un click.