Tananai, il fenomeno musicale della new generation

Dopo la partecipazione a Sanremo, Tananai, nome d’arte di Alberto Cotta Ramusino, ha conquistato il pubblico diventando uno degli artisti più di tendenza e seguito dai giovani. Dopo il Festival, il suo singolo Sesso occasionale è stato certificato disco di platino.

Tananai Instagram
Total look Alexander McQueen

Nato nel 1995 a Milano, Alberto è stato sempre appassionato, fin da adolescente, di musica elettronica, e si è dedicato da subito alla produzione musicale, pubblicando nel 2017 il primo album intitolato To Discover and Forget, utilizzando lo pseudonimo Not For Us. Presto inizia a esplorare vari generi musicali e a scrivere anche in italiano, pur occupandosi ancora principalmente di produzione.
Nel 2019 emerge come vero e proprio cantautore con il nuovo nome d’arte Tananai, e nel 2020 fa uscire il suo primo EP intitolato Piccoli Boati. Ci racconta lo stesso Alberto: “Il primo EP è nato dalla voglia di raccontare quello che mi succedeva nella vita, perché reputo che la quotidianità sia particolarissima a modo suo per chiunque. Quindi ho cercato di trasporre le mie giornate e storie d’amore, le mie delusioni e momenti in cui ero preso bene all’interno della musica che facevo. Venendo da un passato di produttore per la musica elettronica, dovevo imparare a scrivere e disimparare a produrre. Ho parlato di quello che conoscevo: la mia quotidianità”.

Nel 2021 la sua carriera prende una nuova piega con il singolo BABY GODDAMN, che arriva anche ad essere certificato disco di platino, con cui è ora in vetta alla classifica Top50 di Spotify Italia. Nello stesso anno arriva a collaborare con artisti come Fedez e Jovanotti, partecipando a Sanremo Giovani con la canzone Esagerata, grazie alla quale rientra nel podio dei vincitori.

Il 2022 si apre con la partecipazione al 72° Festival di Sanremo in cui presenta Sesso occasionale, un brano carico di ironia e positività. La partecipazione al Festival – nonostante le diverse critiche – gli restituisce grande visibilità, tanto che pochi giorni dopo la fine della competizione il singolo entra nella Top 10 tra i brani più ascoltati di Spotify Italia e anche BABY GODDAMN scala le classifiche, fino alle primissime posizioni della Top 50. Ci confessa Alberto: “‘Sesso occasionale’ è nata in maniera molto naturale durante una sessione in studio. È saltata fuori come continuazione di ‘Esagerata’- il pezzo di Sanremo Giovani, ci ha coinvolti da subito e abbiamo lavorato fino alla scadenza per mandarla. Non sapevo cosa aspettarmi dopo Sanremo. Sono andato a ruota libera perché pensavo solo a dare energie positive e al fatto di tornare a cantare sul palco davanti a un vero pubblico”.

Un successo che continua anche nel suo primo tour italiano che in poco tempo è finito sold out in molte date. “Il mio sogno nel cassetto lo sto realizzando, ovvero suonare dal vivo davanti a più persone possibili. E finalmente dopo tanti momenti di stop vedo che sta per succedere… Questo mi riempie di entusiasmo”.

Tananai social
Total look Gucci
Tananai Alberto
Total look Valentino, sunglasses Versace, shoes GCDS

Scoprite qui la videointervista completa a Tananai, realizzata in esclusiva per Manintown durante lo shooting per una delle sei cover dell’issue Hot child in the city.

Credits

Talent Tananai

Editor in Chief Federico Poletti

Text Federico Poletti

Photographer Leandro Manuel Emede

Stylist Nick Cerioni

Stylist assistants Michele Potenza, Salvatore Pezzella, Noemi Managò

Make-up & hair Mara De Marco

Nell’immagine in apertura, per Tananai total look Alexander McQueen

Models to follow: Angelica Maino

21enne, originaria della provincia di Vicenza, Angelica Maino si è trasferita a Milano per frequentare l’università, muovendo i primi passi da mannequin dopo una mail inviata all’agenzia The Fabbrica, che le ha aperto le porte del settore. Merito di una bellezza in un certo senso antica, diafana e sottilmente melanconica, con occhi di un blu penetrante, lunghi capelli ondulati e un fisico flessuoso e affusolato; tutte qualità che risaltano in maniera evidente nell’editoriale scattato, per Manintown, dal fotografo Riccardo Albanese con lo styling di Adele Baracco, dove la vediamo passare da maglioni cozy, soffici solo a guardarli, a spacchi e micro top bandeau da femme fatale provetta, mantenendo un innegabile magnetismo.


Jumper Pomandère, culottes Romeo Gigli, bag A.Cloud, earrings Gala Rotelli
Scarf worn as a dress Sara Wong, earrings Gala Rotelli

Come e quando hai iniziato a fare la modella?

Mi sono trasferita a Milano l’anno scorso per studiare all’università, ho pensato di tentare questa strada scrivendo a The Fabbrica, gli sono piaciuta subito e così, intorno a febbraio o marzo, ho cominciato.

I traguardi professionali che reputi più importanti e quelli che speri di raggiungere.

Tra i lavori fatti finora la campagna pubblicitaria di Chitè Milano (marchio di lingerie sostenibile italiano, ndr) e gli scatti per gli e-commerce di Furla, Malloni e Rinascente, da circa tre mesi sto lavorando principalmente come indossatrice per Alexander McQueen.
Un sogno è quello di sfilare in passerella, magari proprio per McQueen.




Ci sono griffe o designer che ammiri con cui vorresti collaborare?

Prada, Miu Miu e Marni, so che sono nomi difficili da raggiungere, ma ci spero.

E come “consumatrice”, invece, quali brand di abbigliamento e beauty prediligi?

Su tutti Prada e Miu Miu, ricorro però quasi sempre al vintage, frugo negli armadi dei miei genitori alla ricerca di abiti che mi piacciano, uso molto i pezzi vintage di mamma e anche qualcosa di papà. Per quanto riguarda il beauty, apprezzo il make-up Dior e le fragranze Parfums de Marly.


Cardigan Juicy Couture, culottes Battista, earrings Gala Rotelli, rings Voodoo Jewels and Elena Donati

Dress Uniqlo, earrings Gala Rotelli, belt and shoes @PWC Milano

Ci sono capi, accessori, gioielli che consideri dei personali “mai più senza”?

Non esco mai senza anelli, collane o orecchini, utilizzo spesso dei cerchietti d’oro che appartenevano a mia madre e una collana di Vivienne Westwood, la metto però in occasioni particolari, non è un gioiello da indossare tutti i giorni.

Come descriveresti il tuo stile?

Vado a momenti, d’inverno solitamente vesto tutta di nero, quindi pantaloni larghi, maglione e cappotto total black, in estate vado su jeans magari over, a vita bassa, con sopra camicie o t-shirt e sotto le sneakers, quando c’è l’occasione, considerato il mio debole per le scarpe, non mi dispiace portare modelli con il tacco.




Nell’editoriale per Manintown di cui sei protagonista indossi parecchi pullover, ampi e avvolgenti, è uno styling che ti si addice oppure è lontano dalle tue corde?

I capi erano quasi tutti vintage, ho adorato le décolletés, stupende, in generale era tutto abbastanza in linea col mio modo abituale di vestire, mi è venuto naturale indossare gli outfit proposti.

C’è qualche modella che apprezzi particolarmente, a cui ispirarsi?

Vittoria Ceretti e, sebbene non sia una mia collega, Benedetta Porcaroli, comunque ne seguo diverse sui social, specialmente quelle più semplici e spontanee, anche nel modo di porsi.


Scarf worn as a dress Sara Wong, earrings Gala Rotelli

Cardigan Juicy Couture, culottes Battista, earrings Gala Rotelli, rings Voodoo Jewels and Elena Donati, shoes vintage Dolce&Gabbana @PWC Milano

I lati migliori e quelli che invece ti suscitano maggiori perplessità del mestiere?

In realtà mi piace molto, lo trovo anche divertente, soprattutto alla mia età, certo i casting sono numerosi e bisogna sempre farsi trovare pronte, prestando attenzione alla linea, sotto questo punto di vista è un po’ pressante, ma viene tutto ripagato.

Cosa speri per il futuro, professionalmente e umanamente?

Umanamente spero di diventare il più possibile sicura di me ed essere soddisfatta della persona che sarò, professionalmente parlando vorrei crescere e cercare di realizzare gli obiettivi cui accennavo prima, in primis quello della sfilata, che sia a Milano, Parigi, Londra o in altre città.


Top Reamerei, jeans 501 Levi’s Red Tab, earrings Gala Rotelli

Credits:

Model Angelica @Fabbrica Milano

Photographer Riccardo Albanese

Stylist Adele Baracco

Make-up artist and hair stylist Annamaria Fanigliulo

Nell’immagine di apertura, cardigan Juicy Couture, rings Voodoo Jewels, Elena Donati

Da ‘Ghiaccio’ a ‘Suburra’, i mille volti di Giacomo Ferrara

La notorietà è arrivata grazie a Spadino, boss della malavita romana cui ha prestato corpo e voce nel film Suburra e, soprattutto, nelle tre stagioni del serial eponimo targato Netflix, personaggio cult per varie ragioni e amatissimo dai fan della serie, ma adesso Giacomo Ferrara, attore 31enne tra i più carismatici e talentuosi della scena italiana, è pronto a raccogliere nuove sfide.



Mosso, oggi come ieri, dalla volontà di contribuire, con le sue interpretazioni, alla costruzione di storie che, come dice lui, abbiano «un motivo per essere raccontate» e «arrivino dritte al cuore»; era il caso delle esistenze maledette, violente e irredimibili, di Suburra come di Guarda in alto, Il permesso – 48 ore fuori, Alfredino – Una storia italiana (in cui impersonava, rispettivamente, un fornaio che vive avventure “sopraterrene” sui tetti di Roma, un detenuto alle prese col reinserimento nella società, lo speleologo che provò a salvare il bambino della tragica vicenda di Vermicino) e, da ultimo, di Ghiaccio, pellicola nei cinema da oggi a mercoledì 9 febbraio, per cui si è calato nei panni di un ragazzo di borgata che, nella boxe, cerca il riscatto da una vita a dir poco travagliata, sostenuto in tutto e per tutto dall’allenatore-mentore Massimo (Vinicio Marchioni), dove la nobile arte è un “pretesto” per parlare di «amore, amicizia e rapporti umani»; sono, ancora, parole di Giacomo, che nella videointervista in esclusiva per Manintown che trovate qui, condivide le sue riflessioni sul film scritto e diretto da Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis, su com’è stato dar vita al protagonista, Giorgio, sui rapporti creatisi su questo e altri set, sugli obiettivi di un ragazzo che, un passo alla volta, sta riuscendo a realizzare i propri sogni.




Credits:

Production Manintown
Editor in chief Federico Poletti
Art director & photographer Davide Musto
Video director Federico Cianferoni
Stylist Alfredo Fabrizio
Interview Marco Marini
Photographer assistant Valentina Ciampaglia
Stylist assistant Chiara Polci
Make-up/hair Charlotte Hardy, Alessandro Rocchi @Simone Belli Make-up
Music Endgame
Location Coho Loft

Nelle foto, Giacomo Ferrara indossa 424

Il cinismo in chiave pop dei Santi Francesi

I Santi Francesi (ma in passato erano i The Jab) sono i piemontesi Alessandro De Santis (voce e chitarra) e Mario Francese (tastiere, synthesizer e producer). Vincitori presso alcuni contest e con un’esperienza televisiva alle spalle, hanno raggiunto il successo con un album totalmente indie che ha superato i due milioni di streaming su Spotify. Brillantemente riflessiva la visione che emerge nel nostro incontro a pochi giorni dall’alba del 2022.


Trench e t-shirt Esemplare, bowling shirt Grifoni, salopette Napapijri e sneakers Levi’s
Trench e t-shirt Esemplare, bowling shirt Grifoni, salopette Napapijri e sneakers Levi’s

Amate definire la vostra musica una visione filtrata sul mondo e identificarvi come baluardo dei giovani favolosi alle prese con un’intimità cupa e decadente. Insomma due ragazzi che sopravvivono quotidianamente, come tanti dei propri coetanei, nell’era della digitalizzazione massiva. Come traslate musicalmente questo status? 

Non abbiamo necessità di impegnarci particolarmente, in fondo raccontiamo le nostre emozioni quotidiane. Passiamo da mood profondamente malinconici a quelli estremamente felici e giocosi. Il contrasto è da sempre interessante ed è importante che ci sia un animo dark anche indossando la più bella delle corazze.



Le basi della vostra carriera hanno preso il via in chiave rock con la vittoria al Liga Rock Park Contest e la conseguente apertura del concerto di Luciano Ligabue al parco di Monza nel settembre 2016. Cosa raccomandereste ai Santi, pardon ai The Jab, di qualche anno fa?

Si tratta di una risposta veramente difficile. Magari rendere meno impattanti e più brevi le esperienze negative. Ci siamo sempre fidati di noi stessi e della nostra musica e senza dilungarci troppo ci direi “non perdete mai tempo!” . In fondo è quello che facciamo sempre.

Uno dei vostri brani, Birkenau è stato scelto per il docufilm La vera storia di Lidia Maksymowicz andato in onda su Rai Storia. Se poteste scegliere di musicare un altro prodotto visivo per quale tipologia optereste?

Siamo sempre stati affascinati dal mondo della pubblicità e ci siamo ritrovati a produrre brani anche in questa direzione. Inoltre, amiamo i magnifici immaginari del cinema. Mario, tra l’altro, è proprio un ingegnere cinematografico laureatosi a Torino.

Tutti Manifesti, un album che senza un’etichetta né promozione, ha superato i due milioni di streaming su Spotify e vi ha spianato la strada per lavorare al brano Giovani Favolosi, supportati dal musicista e produttore Dade (Salmo, Marracash, Margherita Vicario). C’è chi lo interpreta come uno uno sfrontato pezzo electro-pop, ma per voi è davvero così?

Ci risulta difficile proiettarci in un genere musicale. Grazie a Dade abbiamo ottenuto una spinta incredibile per produrre il brano mentre l’album è interamente frutto della nostra matrice indipendente e ne siamo fieri.


Completo Blue of a kind e bucket hat Jail Jam

Santi e vincitori, reduci dal trionfo presso il Festival musicale Musicultura, lasciando da parte il cinismo, dove proiettate la vostra mente e il vostro caleidoscopico talento?

I nostri pensieri sono solo onde positive per la risoluzione di questo difficile momento storico. Siamo in piena produttività musicale e presto uscirà molto materiale. Vorremmo tanto suonare nei teatri perché ne siamo profondamente affascinati. Amiamo l’intimità generata dal contatto ovattato con il pubblico.

Crediti 

Photographer Jacopo Noera

Production, interview and styling Alessia Caliendo

Grooming Eleonora Juglair using Bullfrog

Alessia Caliendo assistants Andrea Seghesio & Laura Ronga

Location Cascina Nascosta

Special thanks to Bullfrog

In apertura, a sinistra k-way Napapijri e  t-shirt Out/Fit Italy. A destra trench e t-shirt Esemplare, bowling shirt Grifoni

Immanuel Casto, artista dalle mille sfumature tra “porn groove”, concerti e giochi dissacranti

Parlando di attori, musicisti e altri personaggi dello spettacolo si tende ad abusare di concetti quali versatilità o eclettismo; nel caso di Immanuel Casto, però, espressioni simili sono una soluzione praticamente obbligata per provare a sintetizzare l’operato di un artista dalle mille sfumature. Manuel Cuni, questo il suo vero nome, è innanzitutto un cantautore “porn groove” – termine da lui coniato per indicare una miscela di elettropop, sonorità ’80s e testi outré anticipati da titoli come Escort 25, Tropicanal o i recenti D!CK PIC e Piena – che, muovendosi sul crinale tra camp e arguta disamina sociale, non manca di sbeffeggiare ipocrisie e storture del Belpaese, dalla mercificazione del sesso alla spettacolarizzazione della violenza. In parallelo, realizza giochi da tavolo dai nomi inequivocabili (Squillo, Witch & Bitch, Red Light – A Star is Porn), è presidente del Mensa, associazione che riunisce le persone che raggiungono o superano il 98° percentile del Q.I., è “postacuorista” (come si autodefinisce) di Gay.it.
L’abbiamo raggiunto al telefono per una chiacchierata che ha toccato diversi argomenti, dal ddl Zan alla predilezione per l’inglese “to play”, verbo polivalente che lui considera il fil rouge di una vis espressiva rara a trovarsi.



Il 6 gennaio sarai in concerto all’Alcatraz, «un ritorno ai club dove tutto è cominciato», come ti senti a riguardo, che sensazioni dà il comeback dal vivo?

La prima sensazione è di terrore, non del palco bensì dei problemi che potrebbero sorgere da qui ad allora. Come lavoratori dello spettacolo siamo stati tra i più colpiti dalla pandemia, si è parlato a lungo – giustamente – di tutte le categorie in difficoltà, di noi invece sembra non importi granché.
In uno slancio di ottimismo, abbiamo comunque messo su un grande spettacolo (mi piace definirlo tale), provo un’immensa felicità al pensiero di tornare su un palco così bello e rincontrare il pubblico, del resto è quello il vero punto di inizio.
Non so se ogni artista lo senta, ma durante gli show avverto un senso di celebrazione di valori condivisi, è davvero un momento di comunione con i fan, non vedo l’ora di viverlo.

Puoi parlarci dei tuoi ultimi singoli? Come li descriveresti a chi dovesse leggerne per la prima volta?

Stratificati, mi sembra un termine calzante. Mi piace mescolare elementi diversi, unendo un linguaggio o immagini ridanciane, ironiche, provocatorie a riflessioni più profonde; nonostante sia veramente difficile padroneggiare i due registri, mescolare tragedia e commedia è una sfida che mi ha sempre attratto; credo sia, peraltro, una delle caratteristiche più distintive del mio lavoro.
Adoro generare un po’ di straniamento, mettendomi nei panni di chi vede un mio video vorrei sentisse una sorta di shock, poi il divertimento, quindi la comprensione degli spunti che cerco di inserire, una stratificazione, appunto.



Ti sei fatto conoscere nel 2011 con Adult Music: come hai dichiarato recentemente, «un disco che resta moderno, non sento che sono passati dieci anni», cosa lo rende ancora così attuale?

Lo sforzo artistico alla base, c’è un principio junghiano per cui, quando si scava veramente a fondo, la verità che si trova è quella di tutti. Un errore in cui incappano tanti artisti emergenti (lo capisco, ci sono passato anch’io) è realizzare prodotti eccessivamente autobiografici, operazione legittima e interessante, sia chiaro, però alla lunga non risulta universale.
Da parte mia, cerco di concentrami sulla società, resistendo alla tentazione, per quanto ghiotta, dei riferimenti nominali all’attualità, nonostante li comprendano tutti anzi, probabilmente prendendo il tema in trend o il personaggio del momento puoi godere di immediata visibilità; hip hop, rap e trap agiscono così, è del tutto plausibile ma trovo che abbia il problema di invecchiare rapidamente.
Raccontare un’epoca anziché un mese è difficilissimo, poi però riascolti i brani e senti di aver realizzato una foto dell’epoca.

Sei dell’idea che l’arte non debba avere nobili fini, parafrasando Wilde affermi «nasce inutile e questa inutilità va preservata»; anche in Italia si comincia a parlare di cancel culture e politicamente corretto, credi che un eccesso di controllo, seppur animato dalle migliori intenzioni, possa finire per limitare la creatività artistica?

Ne sono convinto, pur premettendo che ritengo spropositata l’attenzione riservata a un fenomeno che da noi non è ancora arrivato.
Mi piacerebbe ci fosse, in merito, un dibattito fondato sui dati, invece ognuno si concentra sui contenuti che non gli aggradano, anche per il meccanismo dei social.
Al netto dell’isteria sul politicamente corretto, le implicazioni che a me spaventano di più hanno a che vedere con il desiderio di moralizzare l’arte; si cerca da sempre di farlo, forse perché cambiare la realtà è quasi impossibile, al contrario per modificare la finzione artistica basta stabilire ciò che si può dire, quali concetti rappresentare. Per decenni lo abbiamo visto nei conservatori, ora sono soprattutto i progressisti a chiedere un controllo maggiore, con ragioni solide peraltro! È questo che rende complicata la faccenda, alla base ci sono motivazioni etiche che personalmente comprendo, in alcuni casi condivido.
Per quanto non ritenga si stia andando in quella direzione, comunque, avrei orrore di vivere in un mondo dove l’arte debba essere necessariamente morale.



Sei presidente del Mensa, com’è andata finora e quali altri obiettivi ti poni?

È stata un’esperienza davvero intensa, un’occasione di crescita personale all’interno di un contesto di circa 2000 soci.
Come associazione senza fini di lucro che raccoglie e mette in contatto persone con un elevato Q.I., gli obiettivi restano gli stessi, cioè far crescere la nostra realtà, rendendola un luogo più stimolante e fornendo così contributi interessanti al pubblico, a cambiare sono semmai gli strumenti.

Tieni la rubrica “C’è posta per Casto” su Gay.it, che quadro ne emerge, come sono messi, sentimentalmente parlando, gli utenti del sito?

Una situazione generalizzata che percepisco, specie nei più giovani, è la fame di educazione affettiva, il bisogno di parlare di questioni affettive come di quelle sessuali, una gran voglia di conoscere, confrontarsi, capire di non essere i soli a dover affrontare certi problemi, di normalizzarli.



I tuoi giochi da tavolo trattano con originalità e piglio dissacrante temi scabrosi, come è nata e si è sviluppata questa passione?

L’ho sempre avuta, il gioco per me è una palestra, anche per le emozioni “negative” quali rabbia o tensione che, nel contesto ludico, diventano sane, entusiasmanti. Se dovessi rispondere, in inglese, a una domanda su ciò che più mi piace utilizzerei il verbo “to play”, riferibile a svariati ambiti (“to play games, a song, a character…”), è un po’ il filo conduttore di tutto ciò che faccio a livello artistico.
A un certo punto, semplicemente, sono entrato a gamba tesa nel settore, privo di qualsiasi preparazione tecnica, in fondo credo che quando si ignorano totalmente le convenzioni diventi più facile romperle, almeno in linea teorica.

Ti eri esposto pubblicamente in favore del ddl Zan, impallinato dal voto del Senato a ottobre. Perché, a tuo parere, un disegno di legge che si proponeva semplicemente di contrastare la discriminazione basata (anche ma non solo) su orientamento sessuale o genere ha scatenato una tale cacofonia di polemiche, accuse, appelli e controappelli? Credi che riusciremo, prima o poi, a compiere passi significativi in questa direzione?

Penso di sì, per natura sono ottimista, credo si tenda naturalmente al progresso, purtroppo non è mai una linea retta.
Nel caso specifico, è stato orribile il livello di inquinamento del dibattito, a cominciare dai detrattori che hanno portato avanti un processo di disinformazione, mentendo letteralmente sui contenuti del testo, lasciando intendere che fosse a beneficio esclusivo di specifiche categorie, quando si trattava dell’estensione di una legge già in vigore per cui stabiliva delle aggravanti, certamente non che la discriminazione degli omosessuali fosse più “grave” di altre. L’obiezione del reato d’opinione, invece, si infrange sul fatto che la Reale-Mancino non è mai stata utilizzata per perseguire espressioni poco lusinghiere, diciamo così, nei confronti di persone di altre etnie o religiose.
C’è bisogno tuttavia anche di un po’ di autocritica, dal nostro lato ho sentito spesso affrontare l’argomento in maniera semplicistica e populista, in termini di diritti da aggiungere, cosa tecnicamente inesatta.



Due recenti singoli, il live di gennaio, e poi? Cos’hai in serbo, stai lavorando a qualche progetto di cui puoi/vuoi anticiparci qualcosa?

Ho molto materiale inedito, confido di rilasciarlo gradualmente nel 2022, per come si è strutturato il mercato discografico ha sempre meno senso pubblicare subito l’intero album, meglio piuttosto che arrivi a conclusione di un ciclo.
Per quanto riguarda la parte ludica, annuncerò presto un nuovo progetto, da lanciare tramite crowdfunding.



In apertura e nella prima foto, occhiali da sole Lanvin, camicia e pantaloni Red September, anfibi Cult, Credits:
Photographer Ilario Botti
Stylist Antonio Votta
Make-up Artist Bruno Agostino Scantamburo
Label Freak&Chic
Press Office Astarte Agency

Teodoro Giambanco, la poliedricità come cifra attoriale (e artistica)

Da ex bambino fissato con l’osservazione degli altri, per Teodoro Giambanco quello per la recitazione è stato «un amore a prima vista», sbocco naturale della precoce inclinazione ad assimilare gesti, comportamenti e storie altrui, facendone la base su cui costruire interpretazioni fuori dagli schemi (vedi quelle di Riccardo va all’inferno o Cobra non è) sviluppate meticolosamente, curando ogni aspetto.
Impegnato attualmente sul set di Màkari, il 30enne attore romano metterà presto alla prova il suo talento multiforme col canto (tra i suoi progetti una serie di live con la band Superfluuuo), sogna – non a caso – un musical e si dichiara pronto ad accogliere tutto ciò che questo mondo, lavorativamente parlando, potrà offrirgli, segni del tempo inclusi, perché rappresentano «un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti».



Hai girato da poco una serie, in uscita il prossimo anno, cosa puoi anticiparci?

Si intitola Più forti del destino, uscirà su Canale 5 nei primi mesi del 2022; è un adattamento della miniserie francese Le Bazar de la Charité, ambientata anziché a Parigi a Palermo, nel 1886, dove un incendio scoppiato durante l’Esposizione Nazionale provoca decine di vittime, in gran parte donne. La trama si concentra proprio sulle figure femminili, affrontando anche il tema delle difficoltà sociali con cui devono fare i conti le protagoniste, un argomento purtroppo ancora drammaticamente attuale.
Il mio personaggio sarà presente in tutte le puntate, è stato stimolante poter lavorare su un ruolo inquadrato in un arco narrativo lungo e ben definito.

Hai esordito in SMS – Sotto mentite spoglie 14 anni fa, a seguire numerosi altri ruoli tra cinema, tv, teatro, videoclip. Come riassumeresti il percorso compiuto finora, sotto il profilo sia professionale che umano?

Come un continuo arricchimento, in entrambi i sensi. Ogni esperienza, positiva o negativa, ha rappresentato un’occasione di crescita, è come nella vita, si impara di più dai momenti difficili. Questo percorso è stato una grande scuola, credo che l’esperienza sul campo sia la più efficace, senza nulla togliere alla costante ricerca e all’approfondimento, cruciali nel nostro mestiere, né alla cura del corpo, lo strumento principale per un attore, da allenare continuamente, anche e soprattutto a livello mentale ed emotivo.

Hai trascorso un periodo a Los Angeles per studiare recitazione, quali sono secondo te le principali differenze tra la scena attoriale americana e quella italiana? Pensi ci siano elementi che il mondo dello spettacolo nostrano dovrebbe “rubare” alla controparte Usa?

Frequentando vari corsi e laboratori a Los Angeles ho avuto modo di lavorare perlopiù con giovani attori, una cosa che ho notato è il livello di preparazione, mediamente davvero alto, probabilmente perché negli Stati Uniti produzioni e investimenti sono ingenti, la visibilità è maggiore e così le possibilità.
L’invito che mi sento di fare al nostro settore è rivolgersi a un pubblico più ampio, allargare i confini attraverso storie nuove, personaggi eterogenei e inclusivi; sono dinamiche a dire il vero già in atto, diversi film o serie italiane stanno avendo un ottimo riscontro all’estero.


Total look: Alexander McQueen

Denoti una certa attitudine al trasformismo, alcuni personaggi da te interpretati risultavano d’impatto anche sul piano visivo, con chiome ossigenate e costumi a dir poco elaborati (penso a Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia, Cobra non è), prediligi le parti che richiedono cambiamenti radicali?

Più che prediligerle penso di attrarle, alla fine non è questione di scegliere quanto di esser scelti, sicuramente sono nelle mie corde. La trasformazione, radicale o meno, è in fondo l’essenza della recitazione, i personaggi da interpretare sono in genere lontani dalla propria personalità. Adoro il trasformismo “estremo” perché trovo mi dia grande libertà di espressione, così facendo riesco cioè a muovermi in uno schema ampio, giocando e variando di più.

Quali sono i ruoli che ti hanno segnato, che ti porti dentro?

Sono particolarmente legato a quelli di Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia e Cobra non è, perché mi hanno permesso di esprimermi a 360 gradi.

Hai dichiarato che per te è fondamentale l’osservazione degli altri, cerchi di coglierne determinati dettagli per utilizzarli poi in scena. Come ti approcci in genere al tuo alter ego sul set?

L’approccio parte sempre da un’analisi iniziale dei vari elementi, comincio così a formarmi delle idee, delle intuizioni sul personaggio, da sviluppare in seguito attraverso una ricerca sia emotiva che espressiva, che mi porti a elaborare tutta una serie di emozioni, stati d’animo, relazioni che potrebbero instaurarsi.
Sono piuttosto preciso, penso che la metodicità, lo studio approfondito su più livelli mi consentano di esprimermi al meglio, paradossalmente persino di improvvisare.

Avendo interpretato ruoli esteticamente impattanti, appunto, penso tu abbia dimestichezza con make-up e outfit, quanto conta secondo te il look del personaggio?

È fondamentale, è proprio durante le prove con trucco, parrucco e costumi che lo vedi prendere vita per la prima volta. Tengo molto al look del personaggio, mi rasserena che abbia un’esteriorità che mi piace e sia in linea con quanto immaginavo.



A livello personale, che rapporto hai con la moda, ti incuriosiscono o piacciono dei brand in particolare?

Sono attratto dalle mode di ogni epoca, le ritengo una forma di espressione personale, un mezzo di comunicazione a misura del singolo individuo. Non saprei indicare marchi specifici, non riuscirei nemmeno a categorizzare il mio stile, riflette il mio essere poliedrico, costantemente mutevole.
Inoltre avendo avuto a che fare da subito con costumerie e sartorie, per via del lavoro di mio padre, apprezzo particolarmente questo lato se vogliamo artigianale, di pura creazione del cinema che, in quanto settima arte, le comprende tutte.

C’è un ruolo o genere con cui vorresti metterti alla prova?

Direi un personaggio realmente esistito, così da avere riscontri tangibili, immediati. Per ciò che riguarda il genere, invece, un musical, lo adoro in quanto unione di tre discipline (recitazione, canto e danza) che mi affascinano enormemente.

Scorrendo il tuo profilo Instagram, mi ha colpito la ricercatezza delle immagini, sei un appassionato di fotografia?

Con un papà scenografo e una mamma libraia, sono cresciuto tra centinaia di libri fotografici e mi è rimasto un senso della forma, della composizione, in generale estetico molto forte, quasi una “condanna”, nel senso che ogni volta studio con estrema attenzione ogni scatto o immagine da pubblicare.



Hai progetti work in progress di cui puoi svelarci qualcosa? Come ti immagini tra dieci anni?

Sono sul set della seconda stagione della serie Màkari, in questo momento mi trovo in Sicilia, nella Valle dei Templi, posto meraviglioso.
Un progetto musicale cui tengo molto, che dovrebbe partire a breve, è Superfluuuo: mi ha coinvolto un mio caro amico, Edoardo Castroni, e stiamo organizzando dei live per i prossimi mesi. Sarà una prima volta, più che cantare interpreterò dei brani, vivendo insomma un nuovo ruolo; credo che il canto sia affine alla recitazione, ti viene fornito l’equivalente di un copione e sta a te farlo vivere.
Tra dieci anni mi vedo, per l’appunto, con dieci anni in più sulla spalle, il mestiere dell’attore cresce con te e sono curioso di vedere cosa accadrà. Non temo di invecchiare, anzi, lo considero un’occasione, le rughe rappresentano un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti, a cui prestare un bagaglio di esperienza più ricco e sfaccettato; tanti attori, con l’età, hanno raggiunto un successo ancora maggiore, spero di fare altrettanto.

In apertura, total look: Alexander McQueen

Photographer: Maddalena Petrosino

Art Director: Davide Musto

Ph. Assistant: Valentina Ciampaglia

Grooming: Marta Ricci x @simonebellimakeup 

Location: Teatro Brancaccio

Models to follow: Aurelio Baiocco

22 anni, romano, occhi bruni, lineamenti taglienti, capello fluente che ricorda un po’ i beauty look di star del passato come Robert Redford o Alain Delon, entrate di diritto nell’empireo della mascolinità più charmant e carismatica, Aurelio Baiocco fa il modello da circa tre anni.
In un lasso di tempo relativamente breve, considerato anche lo stop della pandemia, ha dato prova di un certo camaleontismo, risultando convincente nei panni (attillati) del freak edonista tutto make-up, pelle e ammiccamenti al bdsm (in un editoriale pubblicato su GQ Brazil nel dicembre 2020) come nei capi tailored di Tod’s, indossati nella presentazione della collezione Fall/Winter 2020 del brand, imbevuta di rimandi al dress code dei Seventies; mood che gli calzava a pennello, poiché i suoi outfit hanno un debito evidente nei confronti dei codici del decennio: lo si evince dalle foto a firma di Riccardo Albanese che corredano l’articolo, dove sfoggia soprabito in nappa, vecchi Levi’s scovati in un marché aux puces, stivaletti, polo a manica lunga, cintura adorna di occhielli e applicazioni, a puntellare mise dall’aria vissuta, segnatamente retrò.
L’intervista che segue è utile per capire come un insider abituato a fitting, prove in showroom & Co. intenda – e declini a modo suo – concetti quali fashion o stile, mai così diffusi e però sovente abusati, ridotti a poco più che etichette da utilizzare ad libitum. Lui, tra l’altro, predilige capi vintage o second hand, ne fa una questione di sicurezza, di sentirsi a proprio agio, perché «la moda non riguarda esclusivamente l’estetica, ha a che vedere piuttosto con consapevolezza e comodità».

In tutto il servizio, abiti e accessori model’s own



Come ti sei approcciato a questo lavoro, e da quanto tempo lo fai?

Faccio il modello da tre anni, nel 2020 però sono stato fermo per mesi a causa del Covid, non abitandoci era praticamente impossibile raggiungere Milano, perciò considero quello in corso il mio secondo anno nel settore.
L’inizio in realtà è stato casuale, una ragazza di Roma con cui mi frequentavo lavorava come modella e mi ha spinto a provare, così ho fatto dei casting per delle agenzie romane per poi passare a quelle milanesi, trasferirmi in città e cominciare a tutti gli effetti.

Modeling a parte, cosa ti appassiona, quali sono i tuoi interessi?

Adoro il cinema, la mia passione più grande, spero davvero di potermi prima o poi inserire in quel mondo; le altre sono legate allo sport, che ho praticato per anni, seguo il calcio (o meglio, la Roma) e la Formula 1. Inoltre studio storia dell’arte all’università.

Qual è stata, finora, l’esperienza lavorativa che reputi più importante?

La presentazione, nel gennaio 2020, della collezione Tod’s T Club, sia per l’evento in sé, sia per la rilevanza del marchio; senza contare che era la mia prima partecipazione a una fashion week e da novellino, diciamo, mi sono trovato a fianco di colleghi ben più conosciuti ed esperti.

Sogni di collaborare con qualche brand o stilista in particolare?

Tom Ford, Prada e Bottega Veneta, a livello di moda maschile sono quelli che mi attraggono maggiormente, per quanto difficili da raggiungere. È anche una questione di gusti e inclinazioni personali, trovo ad esempio che il menswear di Ford sia iconico e al tempo stesso contemporaneo.



Moda e stile: cosa ti fanno venire in mente queste espressioni che, nonostante il loro (ab)uso, sono assai meno scontate di quanto non appaiano?

Penso vadano di pari passo, la moda secondo me è un mezzo con cui una persona, attraverso ciò che indossa, può sentirsi a suo agio; non credo che seguire alla lettera le tendenze equivalga ad avere stile, si tratta più che altro di riuscire – o provare a – essere sicuri di sé e dell’outfit, senza ostentarlo.
Ricorro spesso al vintage o all’usato, non sempre i capi più nuovi sono quelli che ti fanno apparire al meglio, la moda non riguarda esclusivamente l’estetica, ha a che vedere piuttosto con consapevolezza e comodità.

A giudicare dallo shooting, sembri attingere a piene mani dagli anni ‘70, preferisci i look retrò? Ci sono capi o accessori che credi esprimano appieno il tuo stile e altri, al contrario, che non indosseresti mai?

Gli abiti dello shooting, guarda caso, erano tutti vintage o second hand, a partire dal cappotto, trovato in casa, che apparteneva a mio padre, i Levi’s li ho presi invece in un mercatino di Roma; sono pezzi cui sono legato, non in senso materiale ma emotivo se vuoi.
Per quanto riguarda il capo specifico sceglierei i Levi’s 504 delle foto, a vita leggermente bassa e svasati al punto giusto, comodissimi, del resto se c’è una cosa che proprio non riesco a vedermi addosso sono i jeans stretti e in generale gli skinny pants.

Per quale look opteresti in tre contesti diversi come, per esempio, un evento formale, un’uscita pomeridiana, una serata di relax con gli amici?

Se parliamo della stagione attuale, solitamente vesto con pantaloni ampi, boots o mocassini, un giubbotto da aviatore sul dolcevita.
Per un’ipotetica serata di gala credo non ci sia nulla di meglio di un completo Tom Ford nero, pensando a un’uscita rilassata, invece, direi sneakers (ultimamente uso spesso un paio di classiche Nike, con swoosh bianco su base nera), pants comodi e un pullover girocollo in tonalità scure o neutre.


Tra i tuoi colleghi ce n’è qualcuno che può in qualche modo ispirarti?

Siamo ovviamente tutti diversi, i parallelismi si possono fare ma fino a un certo punto, detto ciò mi piace Parker van Noord, sta portando avanti un tipo di percorso cui ambisco anch’io.
Parlando di modelli di riferimento, allargherei poi lo sguardo agli attori, citando innanzitutto Marcello Mastroianni (attore immenso e icona di stile insuperata) e Brad Pitt, lo ammiro, oltre che sul piano attoriale, per i modi e l’eleganza che trasmette; mi colpì soprattutto nella cover story di GQ Italia di qualche tempo fa, tra l’altro ero presente in un servizio interno di quel numero.

Ci sono progetti in arrivo che vuoi anticiparci? Dal punto di vista lavorativo, cosa speri ti riservi il futuro?

Ho capito che in questa professione non c’è mai nulla di certo, magari puoi ottenere un lavoro e poi perderlo perché l’outfit non ti sta bene.
Il mio obiettivo principale, come modello, è viaggiare, visitare posti nuovi, incontrare persone, fare più esperienze possibili. Il sogno, invece, resta quello di lavorare nel cinema, non so nemmeno come, ci penserò nel caso a tempo debito.

Photographer: Riccardo Albanese

Model: Aurelio Baiocco @URBN Models

Alessio Viola: il mondo della comunicazione a 360° gradi

Giornalista e conduttore televisivo, Alessio Viola è un noto volto di Sky che abbiamo seguito con vivacità e curiosità per tutto l’autunno durante la messa in onda di Ogni Mattina su TV8.  A fronte della sua importante carriera che lo ha visto protagonista a Earth Day, Sky TG24, The X Factor e Venti20, lo abbiamo incontrato in una conversazione sul giornalismo cartaceo e televisivo.



Come è iniziata la tua carriera da giornalista ? E quella televisiva?

Ad essere sincero da ragazzino non volevo fare il giornalista. Mi piaceva la comunicazione, scrivere, la pubblicità, la televisione, la radio, etc… Non ho fatto la scuola di giornalismo, ma ho iniziato a lavorare come praticante in una redazione, ovvero la scuola migliore, che fin da subito ti mette faccia a faccia con la realtà e davvero ti insegna a muoverti in questo campo. Dopo che iniziai, mi resi conto che che la mia strada era proprio quella.

Parlando invece di giornalismo televisivo, è successo in maniera naturale: mi piaceva tanto la televisione, la seguivo con una vera e propria passione. Sono contento che la fase televisiva sia avvenuta dopo. Iniziare questa carriera sulla carta stampata mi ha permesso di crearmi un distinto bagaglio, sia pratico che culturale: capire, conoscere, toccare con mano le basi del mestiere, saperti muovere e organizzare; tutte nozioni che poi sono diventate utili e fondamentali nell’inquadramento televisivo.

Quando devi scrivere fai un lavoro più impegnativo per assurdo. Con la tv è più semplice: entra in gioco un’altro linguaggio che si basa sull’immagine. La palestra della carta stampata è stata fondamentale. 



Che differenze ci sono tra comunicazione cartacea e televisiva ?

Nella carta quando scrivi conta molto la capacità di raccontare e descrivere quello che vedi. Tuttavia hai il tempo a tuo favore e, almeno nel mio caso, riesco a scrivere in maniera rilassata. Con l’immagine è tutto più diretto e immediato. Per non parlare dei nuovi media, che hanno letteralmente abbattuto il muro temporale della comunicazione cartacea.

Abbiamo visto che proprio recentemente è iniziato un nuovo programma, Ogni mattina, su tv8, dove tu sei alla conduzione. Come sta andando?

Il programma è partito e procede alla grande. Tuttavia, con la pausa natalizia ho deciso di abbandonarlo. Da gennaio ci sarà infatti solo ed esclusivamente la parte legata all’intrattenimento, condotta da Adriana Volpe. 

Che taglio avete deciso di dare al programma? Abbiamo visto che eravate soliti invitare ospiti/opinionisti anche molto diversi tra loro. Che argomenti trattate di solito?

Il programma ha una doppia medaglia: se da un lato la leggerezza è predominante, ricordiamoci sempre che è la tv del mattino: affrontiamo le cose che succedono nel mondo in modo chiaro, semplice, approfondito, ma in modo chiaro e soprattutto semplice. Raccontiamo quello che succede intorno a noi, nel nostro caso l’emergenza del virus coinvolgendo esperti, opinionisti e testimonianze. Una sorta di telegiornale, ma intervallato da leggerezza ed intrattenimento, ad esempio con interventi e tutorial legati al mondo della cucina, della musica, della moda, etc.. Diversi sono i grandi nomi che sono stati ospiti nel programma, da  Joe Bastianich a Morgan, da Aurora Ramazzotti a diversi virologi, etc… Abbiamo coinvolto anche degli influencer, indiscussi protagonisti del web, con il fine di incrementare la visibilità del programma

Dove ti vedi nei prossimi anni ? Altri progetti in corso ?

Ho chiuso il 2020 con un programma che si chiama appunto Venti20, che racconta i primi anni 20 anni del 2000. Pensa che prima di Natale, con una serata speciale, ho chiesto a una giuria di giudici che cosa buttare e cosa salvare di questo anno assurdo. Per il prossimo anno sto lavorando ad un progetto ancora da definire che andrà in onda in primavera, sempre su TV8.

Carlo Merli: in questo periodo ci salverà la gentilezza

Convivenze forzate, parziali lock-down, l’Italia divisa in colori con regole diverse. Il nostro equilibrio fisico ma soprattutto mentale è stato messo a dura prova in questo momento storico segnato dalla pandemia globale. La psicoterapia più essere d’aiuto? Ansia e depressione, nemici sempre più agguerriti, possono essere sconfitti? Abbiamo incontrato lo psicoterapeuta Carlo Merli per approfondire con lui alcuni consigli al fine di trascorrere le festività il più serenamente possibile.



Come si diventa psicoterapeuta?

Quello dello psicoterapeuta è il percorso più lungo in Italia, accademicamente parlando. Richiede una formazione accademica molto precisa: dopo il proseguimento della laurea magistrale e dei vari tirocini segue la scuola di specializzazione di 5 anni per la psicoterapia.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un bravo psicoterapeuta?

Avere un’ottima tecnica, essere rigoroso ma allo tesso tempo creativo. E’ la psicoterapia che si adatta al paziente e non il contrario! Lo psicoterapeuta è come un attore: versatile, si adatta alle diverse situazioni.



È difficile non farsi coinvolgere nel tuo lavoro?

E’ molto difficile. Solo l’esperienza ci insegna il modo migliore per essere coinvolti al punto giusto. Un atteggiamento distaccato ed un forte coinvolgimento potrebbero essere letali per il raggiungimento degli obiettivi della terapia. Ogni paziente che arriva da noi ha un bagaglio emotivo molto forte. Io in primis fatico a non farmi coinvolgere, ma l’esperienza insegna che la via di mezzo è quella che ci porta più lontani. 

Cos’è la terapia breve strategica?

E’ quella che utilizzo io: una nuova frontiera della terapia, portata in Italia da Giorgio Nardone che è stato il mio maestro. Da un punto di vista strategico per cambiare una situazione problematica non è necessario indagare le cause passate, ma risulta più utile lavorare sul problema nel presente e capire le strategie per creare un cambiamento efficace e duraturo. Per i principali disturbi come ansia, depressione, etc, ci sono specifici protocolli di intervento con una terapia di 10 sedute. 

Ansia o depressione, quale delle due è più presente in questo momento? 

Entrambi. Tuttavia la depressione è un disturbo secondario. L’ansia crea l’ambiente sfavorevole in cui le zone di conforto vengono ad essere sempre più strette e come conseguenza subentrano i sintomi depressivi. In questo momento storico si osserva un’alta percentuale di sintomi di tipo angoscioso. L’ angoscia, che è differente da paura e ansia, pone l’angosciato di fronte alla condanna certa del proprio destino. Come il virus che ci mette nella condizione di sentirci impotenti, di fronte a quello che è il nostro destino incerto. 

Cosa fare o evitare di fare in questo periodo per affrontare la situazione al meglio?

Evitare di parlare in continuazione del virus. Se parliamo troppo di un pensiero che ci tormenta, l’ansia ci travolgerà! Evitare la sovra-informazione. Evitare anche di sforzarsi a non pensare a qualcosa: pensare di non pensare è gia una forma di pensare! Consiglio invece di darsi da fare il più possibile: quante volte abbiamo desiderato più tempo per noi: ora lo abbiamo e lo possiamo sfruttare nel migliore dei modi dando sfogo libero alla nostra fantasia e creatività (riprendiamo in mano le nostre vere passioni come la lettura, gli allenamenti, la cucina, il cinema, etc…). Infine distribuire gentilezza. In una convivenza forzata abbiamo bisogno di regalare gentilezza per aggirare la rabbia. Più siamo gentili con gli altri più la casa in cui siamo obbligati a stare sembrerà un posto migliore. 

Matteo Piano: mi metto a nudo sperando che gli altri possano ritrovarsi nelle mie stesse fragilità

Giovane campione, non solo nello sport ma anche nell’editoria, Matteo Piano è un pallavolista centrale della Powervolley Milano. Tenace, intraprendente e creativo, l’atleta che ad un primo sguardo sembra non avere alcun tallone d’Achille, lo scorso anno ha pubblicato un libro insieme alla sua psicologa dello sport con l’obiettivo di condividere le sue fragilità e vulnerabilità alle quali, prima o poi, tutti  siamo soggetti. 



Come è nata la tua  professione attuale?

Ero giovane ed ho provato sport diversi. La pallavolo era quello che mi piaceva di più, giocavo come un ragazzo comune, da normale studente, non ero “invasato”, portavo avanti anche altre passioni e la pallavolo era una di queste.

A che età la pallavolo è diventata una professione?

Il mio motivo di vita trainante è sempre stato lo sport . La pallavolo è la mia vita e cerco di farla comunque coincidere anche con le mie altre passioni. Sono un atleta e cerco di dare spazio ai miei interessi, ed ho imparato tanto anche fuori dal campo. Mi sono dedicato più seriamente a questo sport quando sono andato via di casa a 18 anni e mi sono “buttato” per seguire il mio sogno. Attualmente gioco nella “Allianz Power Milano” da 4 anni.



Recentemente un grave infortunio ti ha bloccato per circa un anno. Come hai reagito ?

Era il quarto infortunio ma grazie alla mia esperienza sono riuscito a reagire. Non è stato facile perché è successo dopo una bellissima estate in Azzurro, ed ero in direzione per le Olimpiadi di Tokyo, che per “fortuna” poi sono saltate casa Covid-19. Sono sempre stato comunque molto indipendente e ho cercato di risollevarmi da solo. Mia mamma è stata un mito e mi ha assistito a Milano per diverso tempo al fine di sollevarmi. Quando sto male fatico a farmi vedere sofferente dalle persone che amo e cerco di coinvolgerle il meno possibile. Tuttavia amici stretti, famigliari e compagni di squadra mi hanno dato un grosso aiuto. Questo infortunio mi ha messo davanti ad un aspetto di grande affetto da parte dell’Italia in generale nei mei confronti.

Oltre ad essere uno sportivo ti sei lanciato anche nel mondo dell’editoria, pubblicando lo scorso anno un libro (lo steso giorno del tuo compleanno e dell’infortunio). Di cosa parla e a chi principalmente è rivolto?

La scrittura è sempre stato un buon strumento per esprimermi al meglio. Il progetto è nato perché ho iniziato a lavorare su me stesso con la psicologa dello sport Cecilia Morini, e mi sono reso conto di aver incontrato diverse problematiche e paletti che potevano essere molto comuni tra noi atleti e non solo. Un giorno le ho detto che sarebbe stato importante scrivere il nostro lavoro e la nostra esperienza su carta e cosi abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto che racconta i punti deboli e le fragilità che si nascondono in ognuno di noi. Il fulcro del libro riguarda l’accettazione di alcuni lati del nostro carattere attraverso i quali si diventa più forti. Io mi metto a nudo sperando che gli altri possano ritrovarsi nelle mie stesse fragilità. Il libro l’ho scritto assieme alla mia psicologa ma è tutto frutto del mio cuore e dei miei sentimenti, molto spontaneo e sincero, proprio perché arrivasse nella maniera più diretta e immediata ai lettori. Ed è così che arrivo a realizzare il mio elaborato “Io, il centrale e i pensieri laterali” con la casa editrice “Baldini+Castoldi”.

Sia lato sport che editoriale, ci sono altri progetti in vista per il futuro?

Lato sport mi piacerebbe continuare a giocare e tornare a vincere come una volta: al primo posto tra i miei sogni c’è quello di arrivare a Tokyo per le Olimpiadi. Fuori vorrei continuare a crescere con “Brododibecchi” (il mio Brand etico) con il quale faccio diverse collaborazioni legate alla solidarietà, al campo editoriale e alla moda etica.

Giovanni Caccamo: “La musica è il paradigma delle emozioni”

Giovanni Caccamo è ormai un celebre cantautore. Inizialmente scoperto da Franco Battiato, vince la categoria “Nuove proposte” alla 65° edizione del Festival di Sanremo. L’anno successivo si guadagna il terzo posto nella sezione “Big” in duetto con Deborah Iurato e nel 2016, insieme a Bocelli, è uno dei protagonisti di “Music For Mercy”. Nel 2017 intraprende un’avventura televisiva come tutor nella scuola di Amici su Canale 5 e nel 2020 è ospite ai Seat Music Awards tenuti nell’Arena di Verona. La sua carriera oggi si muove tra musica e moda come testimonial per diversi brand lusso e ci racconta attraverso vissuti ed esperienze, il suo giudizio in merito alla correlazione tra la musica e la pandemia in corso.



Come è nata la tua passione per la musica ? Come è iniziata la tua carriera?

La mia passione per la musica è sempre stata un po’ una necessità, prima come ascoltatore e poi nel tempo anche come “cantautore”. Dopo la morte di mio padre, la musica è stata per me un rifugio, un porto sicuro; ascoltare tanta musica mi aiutato ad affrontare questi anni complessi.
A diciotto anni, mi sono trasferito a Milano dove ho cominciato a studiare architettura: già sognavo di fare il cantautore ma non scrivevo ancora le mie canzoni. Mi sono tuffato nello studio dei classici del cantautorato italiano per capire come funzionasse l’incastro tra parole e musica e iniziare a scrivere le mie prime canzoni. Ho capito che avrei potuto trasferire il mio vissuto e la mia emotività in canzoni inedite e la mia passione si è trasformata in vocazione, in necessità.
Per quattro anni ho bussato alle porte di numerose etichette discografiche e manager, ma nessuno si è mai fermato ad ascoltarmi. Nel 2012, a Donnalucata, ho incontrato Franco Battiato, mi sono appostato dietro un cespuglio per quattro ore, per consegnargli il mio disco. Il giorno dopo mi richiamò, manifestandomi l’interesse nel produrre il mio album.



È vero che è difficile come si pensa? Ci vuole solo fortuna?

Una delle cose più importanti che mi ha insegnato Battiato è stato il fatto di non avere mai l’arroganza di pretendere che arrivino canzoni nuove più forti ed ispirate rispetto alle precedenti. Noi siamo solo un tramite fra terra e cielo e le canzoni non appartengono a chi le scrive, ma a chi decide di ascoltarle.
L’arroganza è l’antitesi dell’arte, bisogna rimanere sempre umili, curiosi e perseveranti. Fare il cantautore è sicuramente complesso; la fortuna aiuta solo chi con dedizione e metodo investe la vita nelle proprie passioni, senza arrendersi davanti alle difficoltà.

La tua famiglia che ruolo ha avuto nel tuo percorso?

Mia madre mi ha sempre incoraggiato a proseguire gli studi. Arrivato a Milano ho infatti iniziato a studiare Architettura al Politecnico. Lei è sempre stata molto diffidente sul fatto che la musica potesse diventare un lavoro a tutti gli effetti. Tuttavia, mi ha sempre affiancato e supportato in modo razionale e lungimirante. Qualche anno fa ho pubblicato un romanzo epistolare “Dialogo con mia madre”, editore Rizzoli, che raccoglie una serie di scambi preziosi tra me e lei. La mia famiglia, le mie radici, sono le fondamenta della mia vita e della mia creatività.

Come si è ridimensionato il vostro settore ai tempi del covid?

Sicuramente l’impatto è stato molto doloroso. Migliaia di maestranze e lavoratori dello spettacolo sono tutt’ora fermi e in difficoltà. Io ho cercato, nel mio piccolo, di far viaggiare la mia musica in giro per l’Italia in una dimensione acustica, piano e voce. Ho percepito un gran desidero da parte del pubblico di ritornare ad emozionarsi, divertirsi e liberarsi attraverso la musica. È stato sicuramente uno dei tour più suggestivi e significativi della mia carriera. Qualche settimana fa è nata “Scena Unita”, un fondo solidale creato da un gruppo di artisti e personalità dello spettacolo, “Music Innovation Hub”, “La musica che gira” e “Cesvi Onlus”, per sostenere e supportare le persone più fragili del nostro settore.

La musica può essere una soluzione per il periodo storico che stiamo passando?

Penso che la musica sia sempre stato un mezzo fondamentale di comunicazione, forse più diretto rispetto ad altri; è il paradigma delle emozioni. L’arte e la creatività mi hanno salvato durante questa quarantena. Spero tutto questo ci porti a una riflessione profonda su ciò che siamo, sul nostro modo di vivere e approcciarci al mondo e agli altri. La musica continuerà ad essere il sottofondo portante di questo nuovo cambiamento.

Hotellerie vs Covid 19: il caso Planetaria Hotels

Contemporanei e al contempo legati saldamente alle tradizioni: d’altronde si sa, è dalla storia che dobbiamo imparare per formulare nuove soluzioni. Cosa significa questo per gli hotel del gruppo Planetaria? Essere ambasciatori di sostenibilità e valorizzatori delle eccellenze enogastronomiche. Planetaria Hotels è la compagnia alberghiera italiana che promuove la storia e le origini delle città che presidia. Hospitality è la parola-chiave del gruppo.


Planetaria Hotels è presente sul territorio nazionale con 11 strutture alberghiere di pregio a quattro e cinque stelle ubicate nel cuore di alcune città d’arte e di suggestivi borghi antichi. Fanno capo a Planetaria Hotels: Château Monfort, Enterprise Hotel, Milan Suite Hotel, Hotel Indigo Milan, Residenza delle Città a Milano, BEST WESTERN Villa Appiani a Trezzo sull’Adda, Grand Hotel Savoia e l’Hotel Continental a Genova, Hotel Ville sull’Arno a Firenze, Hotel Pulitzer e Leon’s Place a Roma.


Noi di Man in Town abbiamo intervistato Damiano De Crescenzo, il direttore generale di Planetaria Hotels. Egli è docente universitario, cavaliere del lavoro, vicepresidente del gruppo turismo in Assolombarda e premiato come Hotel Manager of the Year 2012.


Avete hotel in diverse città che in questo momento sono divisi da zone colorate, quali sono aperti ? Qual è la situazione attuale dell’ hôtellerie in questo periodo?

In questi giorni stiamo completando la chiusura di 6 alberghi e ne lasceremo aperti 5 di cui:  Enterprise Milano (ospita giornalisti e personale medico e sanitario del nuovo ospedale di terapia intensiva in Fiera Milano City) ed Indigo Milan (il più centrale di fianco alla Prefettura); Grand Hotel Savoia Genova (la città che continua a generare un po’ più di movimento) e Continental Genova (ospita in esclusiva una troupe cinematografica che gira da mesi un film) e Leon’s Place in centro a Roma.  Il settore alberghiero è quello economicamente più colpito insieme a quello del trasporto aereo.

L’impatto devastante per il turismo è noto a tutti. Voi avete comunque aperto l’Indigo a Milano e rinnovato il Leon’s Place a Roma, è una strategia di mercato? 

Si, ci teniamo comunque ad essere presenti per ogni esigenza e a mantenere la nostra visibilità costruita assiduamente negli anni.

Avete creato diverse iniziative durante il lockdown come il Food delivery di Chateau Monfort, ci sono altre iniziative ?  

Si, il delivery è stata un importante iniziativa ma non è tutto. Nei mesi in cui è stato possibile riavviare le attività, seppure con forti limitazioni, abbiamo lanciato i meeting ibridi dotando le nostre sale congressi di tecnologia avanzata per permettere di far svolgere meeting importanti con la maggior parte dei partecipanti a distanza, facilitando sia loro che i partecipanti in sede con interventi, videoriprese, presentazioni di slides, documenti etc.

Inoltre lo smart working in albergo ha avuto, e continua ad avere anche in lockdown, notevole successo in quanto consente di rendere tale attività maggiormente sicura, ottimale e di successo.

Chateau Monfort

Una quota di quanto è stato ed è devastante il Covid nel campo del turismo a Milano, Roma e Firenze? 

Il turismo in queste città è crollato oltre l’80% e quasi il 100% quello intercontinentale, tradizionalmente più redditizio.

Come è nato il suo amore per l’ hôtellerie?  

Per caso, già all’età di 15 anni con il desiderio di andare tanto in giro, lavorare subito (già durante il periodo scolastico) anche per avere l’autonomia economica, imparare le lingue straniere e conoscere tanta gente di diversa provenienza. Il resto lo hanno fatto gli alberghi e le persone che ho incontrato.

Quanto è importante essere affiliati ad una catena come per esempio Relais Le Chateau (Relais & Chateaux)? 

 E’ molto importante perché ci rende parte di un Gruppo di dimore che hanno principi in comune ed una clientela ispirata a quei valori. Inoltre, la condivisione delle esperienze tra le persone dei diversi alberghi e le linee guide della Casa madre fa sì che avvenga una crescita professionalmente importante per tutte le persone che ne fanno parte.

Quanto è importante il mercato della moda nei vostri Hotels? 

Molto importante e grazie al nostro motto “be as you are” che ben ci rappresenta, riusciamo ad essere in forte empatia con il settore, a volte anticipandone anche i trends.

Quanto è importante l’eco sostenibilità?

Da anni siamo in campo su questi principi ai quali crediamo tantissimo e ci siamo molto impegnati. Abbiamo fatto importanti scelte anche sulla ristorazione e questo ci ha premiato ed arricchito di soddisfazioni. In particolare abbiamo puntato tantissimo su un modo “slow” di fare ristorazione prediligendo le eccellenze e tradizioni locali, la stagionalità, la sostenibilità e le sane abitudini alimentari. Un lavoro impegnativo ma ricco di soddisfazioni. Poco prima del lockdown abbiamo lanciato lo slow-breakfast che nulla ha a che vedere con i ricchi e standard buffet internazionali. La presentazione dei cibi locali di cui si conosce bene sia la provenienza che la sana produzione, dalle uova ai formaggi ed i salumi, la frutta di stagione, le torte con le vecchie tradizionali ricette ecc., diventano un vero e proprio storytelling esperienziale.

La privacy è importante… ma qualche nome internazionale che è stato vostro ospite si può dire?

 La lista è lunga ma ne citiamo alcuni: Bill Gates, Michail Gorbaciov, Bud Spencer, Ennio Morricone, Mario Monicelli, Franco Battiato, Gigi Proietti, Paolo Sorrentino, Nanni Moretti, Maria Grazia Cucinotta, Sophia Loren, Pierfrancesco Favino, Alessandro Preziosi, Emma Marrone, Elisa, Antonello Venditti, Lamia Kashoggi, Ahmad Joudeh, Anastacia, Monica Bellucci, Virginia Raffaele, Nicole Kidman, Tim Roth, Andrei Shevchenko, Ben Harper, Zucchero Fornaciari, Carla Fracci, Daniel Pennac, Ron Perlman, Red Canzian, Gianna Nannini, Claudio Baglioni,  Umberto di Savoia, Amedeo di Savoia, Irene di Savoia.

A lezione di yoga con Vincenzo Lamberti

Abbiamo incontrato Vincenzo Lamberti (@vvvinsss) yoga teacher presso [hohm] street yoga Milano. Da sempre interessato al movimento in ogni sua forma e alla cura ed il benessere del corpo, Vincenzo decide di abbandonare il mondo della moda in cui lavora per dieci anni come designer, prima diventando prima personal trainer, per poi trovare nell’insegnamento dello yoga il percorso che meglio si adattava alle sue naturali predisposizioni: “ho così potuto fondere la passione per il corpo in movimento a quella per le filosofie orientali, a cui già da tempo mi dedicavo attraverso lo studio”.

La scuola in cu insegna è stata fondata da Marco Migliavacca e Giovanna De Paulis, e le sedi milanesi sono due, una in viale Tunisia 38 e l’altra in via Solari 19.
Da oltre 10 anni il centro si dedica allo studio e all’insegnamento dello yoga in modo a-dogmatico, con un’offerta che spazia dal vinyasa allo yin e al restorative, e rivolge la sua attenzione tanto agli aspetti sottili e tradizionali della disciplina, fra cui il pranayama, quanto a una più moderna ricerca, come l’introduzione in Italia del metodo Katonah yoga.
La scuola affianca in calendario classi multilivello a percorsi pensati appositamente per i principianti, e di recente si è aperta anche a persone con disabilità o semplici difficoltà motorie, proponendo lezioni di yoga adattivo.
Per completare la ricerca di chi vuole approfondire lo studio dello yoga e portare la propria pratica a un nuovo livello di consapevolezza, [hohm] street yoga organizza inoltre formazioni, ritiri e laboratori con insegnanti italiani e internazionali.


Vincenzo Lamberti posizione yoga ponte
Vincenzo Lamberti posizione yoga
Vincenzo Lamberti posa

Come è nata la tua passione per lo yoga? Raccontaci il tuo percorso.

L’interesse per le filosofie orientali e la meditazione, unitamente ad un’istintiva esigenza di esprimermi attraverso il corpo ed il movimento, mi hanno portato per la prima volta a sperimentare la pratica dello yoga, che inizialmente era però circoscritta a ritagli di tempo che difficilmente riuscivo a riservarmi, in quanto assorbito dai ritmi lavorativi particolarmente intensi. Solo quando ho trovato il coraggio di lasciare la mia precedente attività lavorativa e mettere così in discussione quelle che fino ad allora erano state le mie certezze, fonte in realtà anche di insofferenza e blocchi, ho avuto modo di approfondire il mio rapporto con la pratica, scoprendo in essa uno strumento di conoscenza della nostra più profonda essenza e un potente stimolo al cambiamento.

Quale tipo di yoga pratichi e quali sono i benefici di questa disciplina?

L’approccio metodologico che prediligo è quello del Vinyasa Krama, che consiste nel creare una struttura ordinata e graduale di posture o asana che si inseriscono in una sequenza dinamica, in cui ogni movimento è connesso e supportato in primis dal respiro, ma anche da altri elementi quali visualizzazioni, meditazioni, bandha, mudra ecc. Il tutto infatti concorre a focalizzare l’attenzione su ciò che si sta facendo nel momento presente, rendendo così il corpo più consapevole dei propri movimenti nello spazio e la mente sempre meno in balia di pensieri che possano proiettarla nel futuro o tenerla ancorata al passato. Oltre ai benefici fisici in termini di flessibilità, resistenza e qualità del respiro, la pratica diviene così una sorta di meditazione dinamica che ci aiuta ad allenare la nostra concentrazione e a liberare la mente da ansie e stress.

Quanto è importante la respirazione e come si pratica correttamente?

Fondamentale è l’utilizzo corretto del respiro durante la pratica; alle sue fasi infatti coordiniamo le diverse tipologie di movimento ed è inoltre considerato un punto di connessione tra corpo e mente: come il nostro sistema corpo-mente e le emozioni che si generano in esso in base agli stimoli esterni possono influenzare il nostro respiro rendendolo più agitato o calmo, allo stesso modo attraverso il controllo consapevole del respiro (pranayama) possiamo modificare tutto il nostro sistema. Oltre ad essere la nostra principale guida durante la pratica per mantenere il giusto raccoglimento, il pranayama stimola profonde trasformazioni fisiologiche, rende più limpida la mente, portandoci gradualmente a modificare i nostri schemi abituali, ed amplia la nostra capacità respiratoria rinforzando così la nostra salute.

Un tuo consiglio per avvicinare una persona a questo mondo?

Se dovessi dare un consiglio per far si che una persona si avvicini a questo mondo direi semplicemente di lanciarsi e provare, in quanto solo l’esperienza diretta può dare una chiara idea di quanto si possa essere in sintonia o meno con questo tipo di pratica. Consiglierei inoltre di provare anche diversi tipi di insegnanti e metodi, in quando ciascuno può avere qualcosa di diverso da offrire ed ogni allievo si sentirà più a suo agio in determinate modalità piuttosto che in altre.

Intervista a Miguel Gobbo Diaz: “fuori dalle scene conduco una vita bucolica”

Miguel Gobbo Diaz, attore italiano di origini Domenicane, ma la sua città è Vicenza, anzi il veneto come ci confermano il suo accento ed i suoi oramai imperdibili TikTok.

La gavetta lui l’ha fatta ed anche seriamente, dopo due tentativi è riuscito ad entrare nell’ambitissimo Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove ha studiato e si è diplomato.

Oramai il Grande pubblico lo riconosce per la serie TV di RAI1 “Nero a metà” di cui è protagonista e di cui sta per arrivare la seconda stagione.

Dimmi subito qualche news sulla seconda stagione?

Non posso dirti troppo, però è finita, ed è pronta, stiamo solo aspettando la data della messa in onda, che doveva già essere programmata, poi con il lockdown, ovviamente i palinsesti hanno inevitabilmente subito dei cambiamenti.

La buona notizia è che la RAI sta mandando proprio in questi giorni la replica della prima serie così chi se la fosse persa, può recuperare.

Parlami del tuo personaggio in “Nero a metà”

Il mio ruolo è quello di Malik Soprani e sono un poliziotto, il quale si ritrova a lavorare con Carlo Guerrieri che sarebbe Claudio Amendola, il fatto è che non vanno assolutamente d’accordo, anzi non si sopportano proprio, e poi tra una tensione l’altra risultano funzionare molto bene come coppia e come squadra.

Per chi ti segue sui social, la tua è una vita bucolica!

Si, ho la fortuna di avere i miei che vivono in campagna in Veneto, tre giorni prima della chiusura dell’Italia ero a Roma e poi mi son detto magari salgo su per un weekend in quanto poi avrei dovuto girare un progetto nuovo e non sarei più potuto risalire.

Poi è successo il delirio che tutti noi conosciamo e son fortunatamente rimasto qui e con l’occasione ho potuto aiutare mio padre con qualche lavoretto riscoprendo i valori della natura.

Quindi hai preso le usanze della tua regione, si beve senza domani?

Beh, diciamo che da ragazzino si, ora però molto meno anche se non posso negare che qui gli aperitivi con gli amici sono sempre importanti.

Qui c’è una vera e propria tradizione del vino ne dello Spritz.

Ti sei mai dovuto scontrare con un pregiudizio nei confronti della tua pelle?

Sinceramente no, ho avuto pochi amici neri, ho sempre avuto amici della zona di Vicenza, forse son stato fortunato ma non saprei, però penso che a volte i pregiudizi ce li creiamo noi, e magari basta distogliere l’attenzione e non dare importanza ad un solo primo sguardo.

Difficile che io non sia simpatico, ma può succedere.

Come ti sei avvicinato a questo mestiere?

Decisamente per caso, a scuola, non conoscevo esattamente il teatro, poi un pomeriggio mi hanno offerto la possibilità o di fare i compiti o di fare teatro, e la scelta è stata facile, a me non piaceva studiare.

Da li ho iniziato con quel corso di recitazione e non mi son più fermato.

Moscot apre il suo secondo flagship store in Italia

MOSCOT, l’iconico brand di New York, con 105 anni di storia e istituzione nel mondo dell’eyewear, ha aperto il secondo flagship store in Italia. La nuova location, aperta lo scorso del 12 dicembre, occupa 65 mq in via Ponte Vetero 22 a Milano. Lo spazio combina lo stile distintivo del brand con l’atmosfera suggestiva di Brera, incarnando  lo spirito classico, storico e metropolitano del brand , nella capitale globale della moda e del design. In occasione dell’apertura abbiamo incontrato Harvey Moscot, il celebre CEO del brand.

Harvey e Zack Moscot

Moscot è un brand storico collegato alla città di New York. Cosa rappresenta questa città per il brand?

New York è la città dove tutto è cominciato, in un quartiere formato da artisti, registi, musicisti, e questo ha dato un’impronta decisiva per la storia del nostro brand. Questi sono stati i primi clienti che sono venuti nel nostro negozio e che abbiamo servito diversi anni, motivo per cui abbiamo rapporti con attori e musicisti famosi. New York inizialmente ci ha spinto molto, e penso che rappresenti anche tutti gli immigrati che sono giunti in America, il meltin pot e la diversità del nostro pubblico.

Come mai gli occhiali significano così tanto per l’ambito del fashion?

È partito tutto con gli occhiali da vista, che erano visti dalle persone come un dispositivo medico, e adesso se ci pensi sono la prima cosa che notiamo quando guardiamo qualcuno. Al pari dell’abbigliamento e degli accessori, non capisco perché sia necessario un solo paio di occhiali da vista e magari cinque cinture. In Europa gli occhiali sono visti come accessori da molto più tempo rispetto all’America, dove sono diventati un oggetto cool da meno tempo.

Quanto influiscono i social media sul vostro brand?

Moltissimo, se ne occupa mio figlio che ha molta attenzione verso il mondo del digitale. Per noi è un modo per interfacciarci e comunicare con i nostri clienti e amici in tutto il mondo. Abbiamo quasi 200000 followers su Instagram, e sono tutti organici. I nostri migliori influencer sono le persone che ci scelgono, ovviamente i cantanti (stranieri ma anche volti noti in Italia) musicisti ed esponenti del jet set. Non ci interessa adottare trucchi o eccessive strategie.

So che è anche appassionato di musica, in questo frangente ci sono nuovi progetti?

La musica è molto importante per me, suono la chitarra e scrivo canzoni. Per quanto riguarda le nuove aperture dei negozi cerchiamo di collaborare sempre con i dj, come è stato a Los Angeles con Chromeo e sempre con loro stiamo lavorando ad una potenziale collaborazione per il prossimo anno. 

Cosa significa per lei eleganza?

L’eleganza è un concetto senza tempo, fatto di capi classici e iconici. Quindi direi che per noi l’eleganza è “timeless design”.

Come mai ha scelto Milano come seconda città italiana per l’apertura?

Il nostro primo store è a Roma, ed era giunto il tempo di cogliere l’opportunità di aprire a Milano. Abbiamo sempre voluto essere in questa città perché è il centro della moda europea. Ci è piaciuta subito e per certi aspetti ci ha ricordato la nostra New York. 


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Intervista a Riccardo Maria Manera

Riccardo Maria Manera ha iniziato a recitare davvero prestissimo, a soli quattro anni, poi non ha pensato di fare questo mestiere fino all’età adulta. Ora non ha dubbi: la sua strada è questa e gli sta regalando tantissime soddisfazioni, infatti lo vediamo tra i protagonisti di “volevo fare la rock star su Rai2”.

Hai iniziato a teatro nel lontano ‘98 a soli 4 anni, portando avanti 180 repliche di “Pensaci Giacomino”. Che ricordo hai, se lo hai?

Confermo tutto! Diciamo che è il ricordo che qualsiasi altro bambino ha dell’asilo, ecco il mio è stato un po’ diverso, solo questo. Potrei dirti qualche sporadico flash sul palcoscenico, o qualche giochino per farmi rimanere in scena senza correre il rischio che scappassi via. Qualcosa dev’essermi rimasto per forza sennò non farei la stessa cosa a venticinque anni.

Diciamo che la tua carriera era già scritta o hai mai pensato di fare altro nel frattempo?

Non ho mai voluto far l’attore fino a vent’anni, essendo figlio di attori, ho dovuto ribellarmi al volere della famiglia e quindi sognavo di fare altre cose. Nonostante loro intravedessero un talento e volessero farmi fare dei corsi, io ho desistito dicendo di no. In realtà volevo fare il giornalista sportivo, poi il destino invece mi ha portato sul set, ed ho capito che questo era il mestiere più bello del mondo ed avrei voluto continuare così.

Quale è stata la scintilla che ti ha fatto capire che era questa la strada da percorrere?

Era l’opera prima di Irene Pivetti, ed avevo una figurazione speciale, nel preciso istante in cui mi son trovato davanti alla macchina da presa, non posso dire altro che me ne son innamorato.

Ora sei in tv con ‘Volevo fare la rock star’, ti senti un po’ rock?

Sono quanto di più distante dal mio personaggio, per me il massimo della gioia sono divano e zapping. Diciamo che ho dedicato molto tempo ad Eros per capirlo, lo definirei un bell’incontro. Mi ha fatto vedere la vita sotto un altro punto di vista travolgendomi completamente.

In prima serata su rai 2 portate in scena baci omosessuali, non è da poco, che hai pensato quando hai letto il copione?

Beh, mi son detto “che audacia!”, anche se essendo alle porte del 2020 non dovrebbe nemmeno più far parlare in quanto naturale e normale se vogliamo dire.

Pensi che iniziare a lavorare così presto ti abbia tolto qualcosa della vita di un ragazzino?

Assolutamente no, perché a parte il periodo dell’asilo che non ho fatto, poi grazie ai miei genitori condotto una vita molto normale. Ho fatto veramente tutto e anche peggio, tipo sei anni di liceo classico, son stato anche bocciato.

Dove ti senti più a tuo agio o comunque ti piace di più tra cinema, tv e teatro?

Il teatro forse dovrei approfondirlo, perché alla fine dei conti non ne ho fatto tantissimo a parte il periodo del centro sperimentale. La TV adesso è la mia casa, semplicemente perché ho una serie in corso, però non c’è nulla che metterei al primo posto.

Hai 25 anni, che rapporto hai con i social?

Sono cresciuto con loro, ho scoperto di essere un Millenial da poco, diciamo che Facebook non lo uso quasi mai e preferisco Instagram in quanto più immediato. Realmente non penso di essere molto capace, vedo che i miei cuginetti sono molto più bravi di me.

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Al Lamezia International Film Festival trionfa Jean-Jacques Annaud

Jean-Jacques Annaud è forse uno dei registi più celebri e più simpatici al mondo, il vero francese cha ama la vita e tutto ciò che di bello può offrirle. La sua carriera inizia con un Oscar al suo primo film “Bianco e nero a colori”, come asserisce lui, difficile andare avanti con il supporto della critica, ma Annaud è riuscito egregiamente, lo abbiamo incontrato al Lamezia International Film Festival dove ha ritirato il premio Carl Theodore Dryer.

Hai vinto tutti gli awards al mondo, quale statuetta ti manca a casa?

Non posso assolutamente lamentarmi, ho avuto una carriera fantastica, non credo di aver bisogno di altri premi. Posso dirti una curiosità però a riguardo, ovvero sono sempre stato invitato al festival di Cannes, ma ho sempre rifiutato di andarci. Son sempre stato amico di tutti quelli che si occupavano della selezione e del management della manifestazione, il mio problema è che avendo avuto troppi successi precedentemente, sarei solo stato l’uomo da distruggere a Cannes. La questione è che c’è troppa stampa in quel Festival, e in ogni modo devono trovare qualcosa da dire. La mia problematica personale è che ho vinto un Oscar per il mio primo film, ed è difficile da superare come situazione, infatti sapevo che qualsiasi film avessi fatto avrei avuto la stampa contro.

Hai avuto colleghi con la stessa esperienza?

Sì, assolutamente, uno dei miei più cari amici è Luc Besson, ed ogni volta che è andato invece che ricevere applausi ha solo ricevuto pallottole da una macchina spara palle. Essere messi alla gogna non fa mai bene alla creatività di un artista.

Uno dei film più celebri rimane “Il nome della Rosa”, volevo sapere se avessi realmente girato realmente a Torino alla Sacra di San Michele il film.

La storia è che il film è ovviamente tratto dal romanzo di Umberto Eco, il quale, è poi diventato un carissimo amico, ed all’inizio ha voluto che visitassi il luogo che lo aveva ispirato. Ma poi non ho girato li, ho ricostruito tutto il set in studio a Roma con il grandissimo Dante Ferretti, il quale ne ha vinti più di me di Oscar. È costato una fortuna, infatti la produzione non era felicissima, ma poi i risultati son arrivati, quindi tutti contenti. Fu il più grande set mai costruito a Cinecittà dai tempi di Cleopatra. È stato impegnativo ma non riuscivo a trovare un posto che si avvicinasse a quello che mi ero immaginato quando ho letto il libro.

Hai fatto lo spot di Jadore di Dior con Charlize Theron, ed è subito diventato cult per i fashionisti, tutto quello che fai diventa magico.

Allora non ho fatto tutto da solo, è stata una sinergia di elementi messi insieme, in quanto Charlize era già testimonial per il brand. Io ho avuto l’idea di girare a Versailles, ma è molto difficile avere il permesso di fare una cosa del genere. Quando l’ho detto ad un meeting con Bernard Arnault, il proprietario del marchio LVMH, tutti i presenti mi hanno guardato come se fossi pazzo, nel frattempo Bernard si era alzato, ed io credevo fosse per andare in bagno, ma no è tornato è ha detto ok si gira alla “Galleria degli specchi”. Bisogna pensare ed osare nella vita.

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Intervista ad Alessio Bernabei, ex Dear Jack

Classe 1992, fonda i Dear Jack con cui vince il premio della critica ad Amici di Maria de Filippi e pubblica due ep. Il 2018 vede l’esordio da solista: si presenta a Sanremo con il singolo d’esordio, Noi siamo infinito. Sempre nello stesso anno pubblica il disco solista “Senza Filtri”.

A un anno di distanza è tempo di bilanci, per questo noi di ManInTown abbiamo intervistato in esclusiva uno dei più promettenti volti della nuova musica italiana: Alessio Bernabei.

È passato un po’ di tempo da quando hai deciso di intraprendere la carriera da solista. Tante soddisfazioni. Un bilancio di questi quattro anni?

Mi ritengo molto fortunato, in passato non avrei mai pensato di riuscire a lavorare con la mia passione piu grande. Ci sono state soddisfazioni ma anche tanti momenti duri e prove da superare. Oggi mi sento un Alessio cresciuto e più consapevole, sia a livello personale che sul lato musicale.

Ci sono artisti (italiani o internazionali) che ammiri particolarmente?

Nel corso degli anni ho attraversato varie fasi musicali, ho amato artisti come Frank Sinatra, Michael Jackson, Stevie Wonder, Green Day, Goo Goo Dolls e altri. Sto seguendo anche molti artisti emergenti che promettono molto bene.

Quale è il tuo look tipico, il Bernabei style? Descrivicelo.

Non sono un amante di stili particolarmente costruiti. Mi piace essere me stesso anche nel modo di vestire, per sentirmi sempre a mio agio, libero e sicuro di quello che indosso. Amo molto lo stile vintage. Sono cresciuto con i grandi film cult del cinema hollywoodiano che hanno influito molto sulla mia personalità.

Così come la musica che ho ascoltato, dal punk all’R&B. Molte volte prendo dall’armadio le prime cose che capitano. Proprio per questo ho uno stylist che mi consiglia e mi porta sempre sulla strada giusta. 

Dopo l’edificante esperienza sanremese pensi di riprendervi parte?

Con il brano giusto, il festival di Sanremo è una vetrina che ti può dare tantissimo discograficamente parlando. Rivivrei volentieri le fantastiche emozioni di quel palco.

Nuovi progetti in cantiere?

Sto scrivendo molto, passo molto tempo in studio a buttare giù nuove idee e creare nuova musica. Aspetto il momento giusto per farla uscire e condividerla col mondo.

Hai una routine di bellezza?

Per barba e capelli lascio fare al mio barbiere. Uso qualche volta creme idratanti per il viso prima di andare a letto. Non amo molto la pelle secca. Sono consapevole però del fatto che le mie occhiaie non mi abbandoneranno mai.

Passioni oltre la musica?

Nel mio tempo libero amo gustarmi tanti bei film, che mi regalano ispirazione sia per la musica che per la vita di tutti i giorni. Possiedo una Harley Davidson e quando sono a casa nelle belle giornate salgo in sella per sentirmi libero e in pace col mondo. Scarico tutto lo stress accumulato. Sono appassionato di cafè Racers e moto d’epoca.

Un’ultima domanda: sei felice oggi?

Si, posso reputarmi felice. La felicità per me è avere una famiglia in salute che crede in me ogni giorno. Essere circondato da amici su cui posso fare affidamento e poter continuare a vivere tutta la vita del mio pane quotidiano: arte e musica.

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Leather Jacket: Dead Wood Tracksuit: LEO Studio Design Pants: Bakery Svpply Shoes: Premiata Ph: Giuseppe Laguzzi Stylist: Davide Turcati, Caterina Michi

Ph: Giuseppe Laguzzi
Stylist: Davide Turcati, Caterina Michi

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Jack Jaselli, on the road sulla via Francigena

Su Real Time e disponibile su Dplay il documentario “Torno a casa“ a tempo di musica del cantautore milanese da ottobre.

Jack Jaselli, cantautore milanese, ha deciso di partire per un’avventura indimenticabile, attraversando con uno zaino e una chitarra la via Francigena, da Milano a Roma nel documentario “Torno a casa”.

32 tappe in 40 giorni, 15 concerti, 800 km a piedi. Patrocinato da Legambiente e grazie alla collaborazione delle Regioni e dei Comuni della Via Francigena, in questo viaggio iniziato il 16 aprile a Pavia e concluso a Roma il 23 maggio, Jack porta la sua musica in luoghi unici.

L’improvvisazione musicale è il leitmotiv del format di Jack Jaselli.

Nelle tappe del suo percorso Jack incontra anche “ospiti speciali” con cui condivide la sua esperienza e la sua musica, come Boosta, fondatore e tastierista dei Subsonica, Michele Dalai, giornalista e conduttore, insieme ad altri scrittori, autori e registi. Stay tuned! Jack si è raccontato in esclusiva per noi di Man in Town.

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Partiamo dalla musica, dal tuo ep di esordio “It’s gonna be rude, funky, hard” fino al tuo primo album in italiano dell’anno scorso chiamato “Torno a casa”. Un bilancio di questi anni?

Sono passati quasi dieci anni dalla pubblicazione del primo album e se mi fermo un secondo a guardare è successo davvero di tutto. Sono partito con un disco registrato in cantina, suonando 70 volte in un anno solamente a Milano in locali che spesso erano grandi come il salotto di una casa. Ho registrato un disco acustico dal vivo in una grotta sul mare, suonato negli stadi, di nuovo in locali piccoli e accanto ad alcuni mostri sacri.

Ho registrato un album in California con un produttore d’eccezione, collaborato con Lorenzo Jovanotti, Guè Pequeno e altri amici. Poi ho iniziato a scrivere e cantare in italiano e ho pubblicato un disco prodotto dal grande Max Casacci. Per me il cambiamento di lingua è stato una svolta epocale. Allo stesso tempo ho iniziato a sentire il bisogno di raccontare la musica anche in altre forme ed è iniziata la mia collaborazione con Real Time con cui ho girato due documentari.

Il primo, “Nonostante Tutto” racconta la storia di una canzone scritta insieme alle detenute del carcere femminile della Giudecca a Venezia. Il secondo è “Torno A Casa” e racconta del mio tour musicale a piedi lungo la Via Francigena.
Nel frattempo, il mondo musicale è cambiato: mille correnti sono nate, scomparse o si sono trasformate. Il mercato della discografia e la scena live hanno subito rivoluzioni e ribaltamenti. Eppure, sembra passato un batter d’occhio.

Negli anni hai suonato con artisti del calibro di Ben Harper, hai collaborato con Guè Pequeno e Jovanotti e la lista prosegue. Vuoi regalare un aneddoto ai nostri lettori durante queste session? Sentiti libero di scegliere l’artista, o magari se ce ne vuoi raccontare più di uno.

C’è una cosa divertente e significativa che è successa ad Imola. Eravamo stati chiamati ad aprire il concerto di Ben Harper, ed eravamo esaltatissimi. Aspettavamo con trepidazione di fare il soundcheck perché si era fatto molto tardi e si stava avvicinando inesorabilmente l’ora dell’apertura dei cancelli.

Sembrava tutto pronto, i Relentless Seven avevano finito le loro prove, il nostro fonico era già dietro al mixer e noi aspettavamo a bordo palco. Ciò nonostante, non potevamo allestire la nostra scena: Ben Harper non sembrava intenzionato a scendere dal palco.

Il sole aveva iniziato a scendere e una luce ambrata si stendeva sulle tribune e sul prato mentre una brezza leggera anticipava il crepuscolo. Tutto era magico e calmo, a tal punto che Ben era completamente rapito e assorto tanto da restare sul palco a improvvisare con la chitarra acustica senza rendersi conto del tempo che passava.

Nessuno del suo entourage aveva il coraggio di interromperlo e noi ci godevamo lo spettacolo. Facemmo il nostro soundcheck con parte del pubblico già presente, ma non ce ne importava niente. Quando ami davvero ciò che fai, il tempo non conta più nulla.

Ora passiamo allo stile: il tuo animo gipsy traspare anche dal tuo look. cosa non manca mai nella valigia di jack jaselli parlando di abbigliamento?

Direi che ci sono alcune cose che amo avere sempre con me. Un cappello a tesa larga, specialmente uno Stetson, un chiodo in pelle nera e degli scarponcini o stivaletti di pelle. Spesso quando suono indosso uno degli anelli portafortuna che ho comprato in New Mexico e negli ultimi anni hi iniziato ad amare gli orologi da polso classici e vintage, rigorosamente automatici.

Ora qualche curiosità per conoscerti meglio, oltre alla musica hai altre passioni o hobby?

Sono un avido lettore e un accumulatore quasi seriale di libri. Amo anche scrivere, soprattutto raccontare dei miei viaggi che sono un’altra delle mie ragioni di vita. Mi piace il pugilato e andare a camminare in montagna e cimentarmi in qualche facile scalata.

Amo il surf: è da molto che non salgo sulla mia tavola ma quest’anno mi sono promesso di rimediare. La mia compagna mi ha trasmesso la sua passione per lo yoga e la meditazione. Vado nettamente più forte sulla seconda!

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E tornando alla musica ma rimanendo sul viaggio, a ottobre debutta su Real Time “Torno a casa”, storia del percorso che hai intrapreso a ritmo di musica e jam session sulla via Francigena da Roma a Milano. Vuoi parlarcene meglio?

In un mondo dove tutto cambia freneticamente, come quello musicale, mi sono chiesto come potesse essere fare un tour partendo a piedi da casa portandosi dietro solo una chitarra e uno zaino. Avevo bisogno di recuperare la forma più semplice della mia musica e riconnettermi con dei ritmi e dei tempi più umani e necessariamente più dilatati. Questa è stata la scaturigine di “Torno A Casa” e del tour a piedi.

Il cammino più adatto a questo scopo era senza dubbio la Via Francigena. Ho iniziato a percorrerla da Pavia, facendo una tappa zero che dal portone di casa a Milano mi ha portato in 35 km a piedi alla partenza della prima tappa. Durante le 32 tappe ho tenuto 15 concerti, praticamente uno ogni due giorni, è stato un viaggio unico.

32 tappe, 15 concerti, 800 km: un luogo che ti ha particolarmente colpito in questo viaggio? Immagino saranno più di uno…

Mi sono messo in cammino per ascoltare prima ancora che per suonare. Per conoscere e capire di più il nostro paese e non ho esitazioni nel dirti che alcuni incontri ed alcuni luoghi hanno avuto un fortissimo impatto.

Ho salito il passo della Cisa inondato da fiumi di fango e pioggia per poi discenderlo con un sole fantastico e fermarmi a Toplecca Di Spora (population 5) e fermarmi a suonare in una Iurta Mongola triplicando la popolazione del paese e auspicabilmente aumentandone la natalità.

Deviando dal percorso sono stato ospite dell’Istituto Lama Tzong Khapa, importante centro di studi buddhisti, e nel giro di un pomeriggio mi sono trovato ad essere benedetto dal Lama e a suonare nel Gompa Cerensig, il loro tempio sacro. Ho improvvisato con Boosta un concerto sotto la Rocca del Tentennano in Val D’Orcia, per poi cenare con i Cantori del Maggio che preservano una tradizione che sta scomparendo.

Questi sono solo alcuni esempi di quello che è accaduto e che potrete vedere nel docufilm. Quando viaggi camminando e suonando le esperienze ti rimangono nell’intero sistema nervoso, non si fermano agli occhi.

Ti sei sentito a tuo agio di fronte alle telecamere? Insomma, come è stato l’approccio con il format televisivo?

Non era la prima volta che mi trovavo a lavorare per un prodotto televisivo. Avevo già scritto, ideato e narrato il documentario di “Nonostante Tutto” e avevo accompagnato Michele Dalai nel suo programma di storytelling sportivo “Due Di Uno”.

Direi che mi diverte stare davanti alla telecamera, è un linguaggio narrativo e comunicativo diverso da quelli da cui provengo, ma potentissimo. Non nego che fare un cammino in solitaria e farlo con una troupe al seguito siano due esperienze completamente differenti, ma la possibilità di documentare un viaggio di 40 giorni in ogni suo aspetto è davvero particolare.

Stai già lavorando a del nuovo materiale? Qualche anticipazione? Quale contaminazione sceglierai questa volta? verso dove porterai i tuoi fan?

Sto scrivendo nuove canzoni. Alcune sono nate in viaggio. Ho intenzione di dare grande peso alla musica suonata e alla scrittura dei testi. Credo che per me sia il momento di tornare a non avere alcun compromesso.

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JACOPO VENTURIERO, QUEL BRAVO RAGAZZO DI SUBURRA 2

Jacopo Venturiero romano quasi doc, le sue origini sono campane, è davvero un bravo ragazzo al punto che anche lui ha dubitato del suo ingresso nel cast di SUBURRA 2. Invece il destino l’ha voluto li con tutto il successo che ne è conseguito. Ha iniziato a recitare giovanissimo, infatti la sua formazione Accademica è quella della Silvio D’Amico, ha fatto parte sia della fiction storica della RAI al fianco di Massimo Dapporto, sia del teatro impegnato con grandi tournee, ora per i millenials è Adriano.

Hai iniziato a recitare giovanissimo, dimmi com’è successo.

 È iniziato tutto per caso, in quanto mio padre che si occupava di musica aveva un’amica agente per Young Talent, la quale mi ha iscritto alla sua agenzia e a dieci anni ho fatto il mio primo film che si chiamava “La medaglia” al fianco di Franco Nero ed Antonella Ponziani. Correva l’anno 1997 e siamo anche andati in concorso al Festival di Venezia.

 

Vieni da un percorso formativo molto serio, teatro impegnato, doppiaggio, fiction, tutti lavori di altissima qualità.

 Beh, quasi per gioco, a diciott’anni e soprattutto senza speranze feci l’esame d’ammissione per l’Accademia Silvio D’Amico, e con mia totale sorpresa fui preso. Anche se a quel punto avevo già lavorato tantissimo con le fiction di Massimo Dapporto come “Amico mio” ed “Un prete tra noi”, erano gli anni d’oro delle serie TV RAI. Parallelamente, mia madre che è un’attrice di teatro, mi ha sempre coinvolto in tutto ciò che faceva, come ad esempio, portarmi al Festival di Todi dove l’unico mio capriccio era quello di stare in prima fila, ma ero buonissimo e venivo accontentato. Col senno di poi forse il motivo era perché non avrei visto nulla dello spettacolo se fossi stato seduto più indietro. Era ancora il periodo delle grandi tournee teatrali con maestri come Giorgio Albertazzi e Gabriele Lavia, una vita assestante che quasi non esiste più.

Cosa hai pensato quando sei stato chiamato per un provino per “Suburra”.

Il mio percorso per Suburra, si compone così: la prima volta che sono stato chiamato ero a Siracusa impegnato in teatro con le tragedie greche, quindi non sono potuto andare. Andando ancora più indietro mi avevano chiamato anche per il film, ma sinceramente mi sono sempre detto “che ci vado a fare?”, sono cosciente di avere la faccia da bravo ragazzo, che forse è anche il mio limite, e l’ha dentro non mi ci vedevo proprio. Per quest’ultima volta mi sono preparato bene e, quando ho visto che i call back iniziavano ad essere uno, due, tre, ho iniziato a crederci davvero.

 

Che effetto fa entrare a far parte di una serie TV Netflix che è un successo internazionale.

 Un piacere immenso, in quanto in Italia sia a livello produttivo che di immagini non esiste nulla di comparabile. Allo stesso tempo sento una grande responsabilità, in quanto un attore aspetta sempre un grande ruolo e quando arriva realmente, devi lavorare sodo per mantenerlo agli standard richiesti.

In realtà, tu che lo conosci bene il tuo personaggio Adriano è un buono o un cattivo?

Non so mai che rispondere a questa domanda, però posso dire che nella serie non ci sono personaggi o bianchi o neri, e forse il bello è proprio questo. Adriano lo ritengo un personaggio giusto, in quanto segue i suoi ideali e farebbe di tutto pur di realizzarli. Fondamentalmente a lui sta a cuore la sua città, che è Roma, e fa di tutto per andare contro la corruzione che la circonda.

 

 

Secondo te perché piace così tanto Suburra?

 Forse perché quello di Netflix è un prodotto talmente diverso da ciò che siamo abituati a vedere in chiaro sulla TV, che alla fine è facile innamorarsene. Il ruolo dell’attore viene messo in primo piano senza improvvisazioni e senza sbavature, non vi è nessuno che arriva da un talent solo perché ha una bella faccina. Pensiamo alla cura della libertà nel raccontare le storie che vanno dalla politica, al Vaticano, sarebbe impossibile in qualsiasi altra produzione.

 

 

Che cosa hai in comune con il tuo personaggio Adriano.

 Mi verrebbe da dire niente, invece qualcosa c’è, ovvero la rabbia nel vedere la propria città allo sfacelo, questo mi fa veramente incazzare. Credo fermamente che Roma sia la città più bella del mondo, e vedere i romani abituati ed arresi alla non curanza mi fa una rabbia incredibile.

 

Sei stato catapultato nel mondo del “Glam” con questa serie, non so se lo eri anche prima, ma che rapporto hai con la moda.

 Assolutamente zero, forse per pigrizia mentale, o forse per una questione di retaggio, non mi sento in grado di andare a fare acquisti, e quindi mi attengo al comodo, sobrio ed elegante (ndr: ride).

 

 

La cosa che diverte di più?

 Cazzeggiare con il gruppetto di amici che mi porto dietro fin dalle medie, con la libertà di fare lo stupido senza giustificare nulla perché mi sento talmente libero che non ho freni inibitori.

 

 

 Che cosa non deve mai mancare nella tua valigia prima di partire per un viaggio.

 Un libro, o vari libri, ma non è detto che li apra. È una cosa che ho sempre fatto e farò sempre, infatti anche oggi ne ho due nello zaino.

Foto: Francesco Ormando

Total look: Fifty Four

Styling: Valeria J. Marchetti

Grooming: Chiara Amodei @makingbeauty

Location: The Independent Hotel

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THE DOCTOR IS IN: ANTONIO SPAGNOLO

Noto a molti per la partecipazione a format televisivi di grande successo e il contatto con diversi vip, il Dottor Spagnolo ha un’idea di bellezza ben distante dai modelli che spesso il piccolo schermo ci propone.  La chirurgia deve essere utilizzata a scopo migliorativo ma senza sconvolgimenti della persona, solo così si raggiungerà una “percezione armonica”. Vediamo allora insieme a lui la relazione che intercorre tra chirurgia estetica e benessere.

 

La tua concezione di bellezza?

La bellezza per me, è la percezione armonica di un corpo quando viene osservato e la chirurgia plastica deve solo favorirla o preservarla. Quando vedi qualcuno e dici :”che bella/o!” è perché ti da una sensazione di benessere nel guardarlo, per questo cerco di dare armonia a quello che vedo senza esagerare e stravolgere l’aspetto di una persona.

Il rapporto degli uomini con la chirurgia?

A differenza delle donne, che sono più pigre nel tenersi in forma e ricorrono più facilmente alla chirurgia, l’uomo ha più paura. Gli uomini curano molto il proprio corpo con palestra e dieta, quindi vengono da me solo quando hanno difetti molto evidenti da correggere, ad esempio vanno molto naso e orecchie. In generale se pur in aumento la percentuale di uomini è ancora minore rispetto alle donne.

La tua routine di bellezza?

Non amo curarmi eccessivamente con creme e lozioni, non mi piace e non consiglio all’uomo di esagerare troppo da questo punto di vista. Personalmente, mi concentro su capelli e barba perché sono gli elementi fondamentali che rendono un uomo ordinato. Vado dal mio barbiere di fiducia una volta a settimana e mi affido completamente a lui quanto a look e prodotti.

Cambieresti qualcosa di te?

Ho già cambiato chirurgicamente quello che non mi piaceva e non lo tengo nascosto, come solitamente molti fanno. Ora sono contento del mio aspetto e questa consapevolezza mi permetterà di vivere serenamente il passare degli anni.

Siamo vicinissimi alle vacanze, dove trascorrerai l’estate?

Amo il mare e il sole, quindi mi dividerò tra la Grecia che resta il mio primo grande amore ed esplorerò Bali e dintorni.

Cosa porterai sicuramente in valigia?

Costumi a pantaloncino, tantissimi bermuda e crema solare rigorosamente con protezione 50.

 

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Il bello del nuoto: a tu per tu con Luca Dotto

Non solo un campione di stile libero con una profondo amore per il mare, ma anche un modello realmente appassionato di moda e social media, come dimostrano le sue collaborazioni con brand come Armani e Baume & Mercier. Classe 1990, orgogliosamente veneto (nato a Camposampiero in provincia di Padova ma di base a Roma), Luca si sta preparando per difendere a maggio il suo primato europeo a Glasgow.  Lo abbiamo incontrato sul set del nostro servizio curato da 3.

Quando hai sentito saresti diventato un nuotatore?
Ho capito sin dalle elementari che volevo fare il nuotatore e rappresentare l’Italia in giro per il mondo. Anche se da piccolo non ero così bravo rispetto ai miei compagni, ma sentivo che quella sarebbe stata la mia strada

Quale la figura che ti ha ispirato?
Un grande maestro è mio padre, che è l’uomo che ammiro più di tutti e invidio (in senso buono, ride) perché è capace di fare tutto, ed è un uomo molto pratico. Per me è un esempio di onestà  e mi ha davvero ispirato e incoraggiato molto.

Come hai scoperto la tua inclinazione per lo stile libero?
Quando ero più giovane avevo iniziato con le gare a dorso e non riuscivo mai a vincere. Poi per caso un anno, nel 2005,  ho partecipato a una gara di 50 stile libero e ho vinto subito. Da lì ho capito che stavo sbagliando tutto e ho iniziato un nuovo percorso.

Raccontami delle tue passioni…
Amo moltissimo viaggiare e ascolto sempre musica con le cuffie perennemente addosso. Sono un fan di Spotify e mi piace scegliere una colonna musicale adatta a miei viaggi. Sin da piccolo seguo la musica rap e in particolare 2Pac (rapper americano e attore Tupac Amaru Shakur ndr). Ultimamente ascolto molto Post Malone con brani come Congratulations e Psycho. Mi piace molto anche leggere le storie di intrighi di Dan Brown o libri molto specialistici sul mare che parlano di archeologia marina.

Documenti i tuoi viaggi su Instagram?
Sono una persona molto social e amo postare le foto dei miei viaggi e dei miei allenamenti sul mio account @dottolck

Raccontami del tuo ultimo viaggio
Il mio ultimo viaggio è stato Turks e Caicos, un arcipelago corallino nelle isole caraibiche con la mia fidanzata. Un’esperienza incredibile, avevo casa di fronte all’Oceano e ho fatto escursioni in bicicletta in mezzo alla natura incontaminata tra grandi barbecue al tramonto.

Quale dei diversi luoghi ti ha maggiormente colpito?
Due i posti che mi hanno davvero impressionato: il deserto di Abu Dhabi e le spiaggia deserte delle Bahamas, dove riesci a dimenticarti della nostra vita frenetica.

Cosa non manca mai nella tua valigia? E un tuo consiglio per chi viaggia.
Non mancano mai i costumi di Arena! Perché se non viaggio per nuoto, viaggio per andare al mare! E poi la macchina fotografica perché amo documentare i miei viaggi. Per essere sempre comodi con stile porto sempre un Jeans, una camicia bianca e un maglioncino. Un passe-partout che consiglio sempre.

Come nata la collaborazione con la moda?
E’ nata per caso con le Olimpiadi di Londra nel 2012. Armani, che era sponsor, aveva selezionato degli atleti per rappresentare il brand. Mi hanno notato dopo i primi shooting e poi proposto di collaborare sulla linea underwear, per gli occhiali e per il profumo Acqua di Giò. Grazie a questa esperienza ho avuto la fortuna di conoscere un mondo molto diverso dallo sport di cui spesso non si capisce tutto il lavoro che è dietro le quinte.

Le prossime sfide?
Mi sto preparando per gli europei che si terranno a Glasgow a metà agosto dove devo difendere il titolo europeo dei 100 stile. Quindi sono molto concentrato per raggiungere questo obiettivo, oltre a quello di migliorare continuamente me stesso per sfidare i limiti. Questa è la parte più importante del mio lavoro, che è poi la mia vera passione.

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Pari Ehsan: Present and Future of Social Media

«Mi considero una creatrice a tutto tondo, piuttosto che un’influencer». Inizia così la conversazione con Pari Ehsan, il volto dietro il fenomeno Instagram Pari Dust (@paridust, 200k followers). Metodica, perfezionista e uberchic Pari Ehsan, con un’esperienza alle spalle da architetto e interior designer, nel 2013 da vita al suo popolare account, individuando una nicchia esclusiva nel cross-over arte e moda. Oggi però – come ci spiega questa 34enne americana, nata nel Kentucky e che vive a New York – la definizione di influencer le va stretta: «La capacità di influenzare il gusto per me è una qualità multiforme e radicata nella creazione, nell’assimilazione e nell’attitudine creativa di contenuti e nella condivisione tale esperienza».

Come definiresti quindi il tuo processo creativo?
Continuo a educare me stessa attraverso un’immersione performativa in un ambiente, in un’estetica, in un contesto emozionale e ciò a cui aspiro è sintetizzare e condividere quello che mi colpisce e apporta valore alla mia community e a chiunque ne sia affascinato.

C’è qualche differenza nel modo in cui mostri la moda che ami e l’arte che ammiri?
Cerco di colmare il divario tra moda e arte, per sfumarne i contorni e alterarne la percezione, in modo tale che siano sempre meno chiari i confini dell’uno e dell’altra.

Le tre mostre più rilevanti che hai visitato, fino ad ora, in questo 2018?
Kaye Donachie, Silent as Glass, da Maureen Paley, a Londra. Le donne nei suoi dipinti si trasformano in natura, in parole per poi divenire di nuovo umane. Poi, Cyprien Gaillard, Nightlife, da Gladstone Gallery, a New York. Un’incantevole trance, video 3D di alberi danzanti, fuochi d’artificio cuciti nell’antichità: tutto ciò ha per me la capacità di arrestare l’attimo. Rick Owens, Subhuman Inhuman Superhuman, a La Triennale di Milano, un vero testamento delle infinite possibilità della moda.

Come definiresti la tua estetica in tre hashtag?
#zen #space #discovery.

Qualche consiglio per gli artisti emergenti che stanno iniziando con i loro account sui social media?
Direi di pensarlo come un moodboard della propria esistenza. Uno specchio che rifletta la propria immagine, la propria storia, le proprie intuizioni e le emozioni che si vogliono esprimere.

Come funzionerà il social del futuro?
In maniera cerebrale, visualizzando immagini e narrazioni direttamente nella propria mente e condividendole con le persone con cui siamo in sintonia o cercandole attraverso i propri pensieri.

L’ultimo posto fantastico che hai visitato durante i tuoi viaggi?
Torino, dove si respira ovunque Arte Povera, la natura e tutto ciò di cui il mondo ha bisogno.

Cinque luoghi da visitare nella tua città preferita?
Amo Berlino. Questi sono i miei luoghi imperdibili: la collezione Feurle, la raccolta d’arte privata che preferisco. Si tratta di un ex bunker riprogettato da John Pawson, che giustappone l’arte contemporanea con mobili cinesi Qing. The Bikini, un negozio che è esattamente l’opposto di quello che il nome potrebbe suggerire. Il parco dell’aeroporto di Tempelhof. Lo Schinkel Pavilion, dove l’architettura storica incontra un visionario programma sperimentale di arte contemporanea. I cigni sul canale Landwehr.

Hai recentemente visitato Milano: cosa ti ha affascinato di più?
I milanesi, che mi hanno catturano con i loro gesti, con il loro modo di porsi attraverso i loro vestiti, con il modo in cui coltivano l’arte dell’ospitalità, il rispetto  che è visibile e palpabile nel loro ambiente, e nel ricco contesto storico della città in generale.

Come immagini il tuo futuro: online o offline?
Vedo un connubio fra più elementi; mi piacerebbe progettare e avere una creatività più diretta, fare cose con le mie mani, ma anche trasmetterle attraverso il mio cervello digitale e la mia piattaforma.

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D1 MILANO: la new generation dell’italianità. Anche negli orologi

«Due cose al mondo sono esteticamente perfette: il gatto e l’orologio». Se sui felini domestici bisogna dare ragione a Émile-Aguste Chartier, filososofo e scrittore francese, cui si deve l’aforisma; sull’orologio, invece, c’è ancora un largo margine di miglioramento, come dimostra D1 Milano. Questo brand di marca tempo made in Italy, con headquarter a Dubai e diramazione a Hong Kong, ha dimostrato all’ultima edizione di Baselworld che, non solo è possibile migliorare l’orologio, ma che l’italianità è un valore aggiunto tutt’ora vincente e convincente, e che sono proprio gli italiani più global a mantenerne intatti spirito e significato. Infatti, in una Basilea sferzata dal freddo invernale e dal cattivo funzionamento del WiFi, Dario Spallone (presidente e ceo del marchio nato nel 2013) ha presentato il modello Super Slim della collezione Polycarbon, ultima versione del modello iconico del brand, ma ha anche qualificato il valore dell’italianità insita nei suoi prodotti e nel suo approccio al mercato. Se si pensa che Dario ha 25 anni e il suo team non supera i 40 e sono tutti sparsi per il mondo, vuol dire che le nuove generazioni di italiani hanno le idee chiare e che non è un documento anagrafico a sancirne l’identità, quanto il modo di pensare e di agire.

Diciamo la verità, c’era bisogno di un nuovo orologio?
Secondo me non c’è mai bisogno di qualcosa di nuovo. A meno che non ci sia uno scopo di  natura strettamente economica, però deve comunque avere un’identità che rappresenta qualcosa. Per noi è stato importante realizzare un prodotto con un’attenzione ai dettagli e un’autenticità marcatamente italiana. Mancava nel mercato un orologio che potesse essere acquistato a un prezzo accessibile e che nello stesso tempo avesse uno status sociale, una valenza strategica.

Anche il nome è stato scelto in funzione di questa identità così ben definita?
Il nome è nato in maniera fortuita. Ci piaceva foneticamente (D1, si legge, The one, ndr.) perché rappresenta qualcosa di esclusivo e unico. Ci abbiamo aggiunto Milano, che identifica il luogo di origine del brand, nato durante la Milan Fashion Week del 2013. Credo che il nome sintetizzi bene la provenienza e anche cosa vogliamo rappresentare: uno stile unico, iconico e allo stesso tempo giocoso.

C’è un pubblico di riferimento oppure è un orologio trasversale, che piace a tutti?
Ovviamente c’è un target di riferimento. Il nostro è un pubblico attento alla moda, che apprezza i dettagli estetici, in linea con le ultime tendenze e che vuole un orologio che simboleggia uno status quo. Alla fine, è un segna tempo che non compete nella fascia bassa e nemmeno con i prodotti di nicchia, superiori ai 10mila euro. È un range di mercato abbastanza a sé, rivolto a una persona tra i 25 e i 35 anni, capace di stimare tendenze e particolari inconsueti.

Quali passi stai muovendo per il domani del marchio?
Si sta sviluppando in maniera veloce, perché siamo riusciti a creare una struttura snella e allo stesso tempo a crescere nei numeri. Il team è unito, siamo una ventina di persone in tutto, e abbiamo una capillarità distributiva forte. Ci avvaliamo di collaboratori in tutto quanto il mondo e di distributori locali, che poi fanno riferimento alla nostra squadra, capace di essere molto reattiva. Questo è un punto di forza strategico, perché siamo abbastanza veloci in un mercato relativamente lento. Così si riesce anche ad accrescere l’identità del brand.

A livello stilistico cosa succederà?
Ovviamente D1 Milano ha una sua identità, che vogliamo rafforzare attraverso l’iconicità degli anni ’70 e con forme geometriche, riproposta con una lettura più attuale e giocosa. Per me è davvero un orologio che rappresenta l’italianità in maniera giocosa. Ci focalizziamo su un range di prezzo sotto i mille euro per due fasce di mercato, una è quello più street style, con la collezione in policarbonato; l’altra strizza l’occhio alla gioielleria e va su un posizionamento più classico. Per i prossimi anni vogliamo puntare su questi due canali. Ovviamente il design è consolidato, anche se dovremo riallinearci ai cambiamenti di mercato che si succederanno, perché è in continua evoluzione e non possiamo mai fermarci.

Che volumi ha la produzione?
Nel 2017 abbiamo chiuso con 50mila orologi venduti, una produzione piccola, ma con una distribuzione che raggiunge 20 Paesi. Nei primi mesi del 2018 stiamo già superando i pronostici e dovremmo chiudere intorno agli 80mila pezzi venduti. Quindi, una crescita sostanziale.

Milano come capitale dove è nato il progetto, però ci sono anche Dubai e Hong Kong.
Abbiamo base a Dubai, per motivazioni strategiche. Anche per la vicinanza all’hub di produzione di Hong Kong, dove ha sede l’altra nostra sussidiaria. Importiamo componenti globalmente, dall’Italia, dall’Europa, dal Giappone e poi assembliamo ad Hong Kong.

Come mai Hong Kong?
Nella fascia di mercato sub 10mila euro, la componentistica di Hong Kong è la più specializzata, quindi è stata presa una decisione strategica, perché lì abbiamo trovato i migliori fornitori. La parte più difficile è stata mantenere l’italianità. Per me vuol dire avere anche un team italiano, perciò sia a Dubai che a Hong Kong ho portato gente dall’Italia, che ha accettato di trasferirsi in questi Paesi. Certo non è stato facile però, paradossalmente, questa criticità nel mio business model è stata anche un punto di forza, perché se venti persone vanno a Dubai o a Hong Kong vuol dire che sposano il progetto in maniera sostanziale. Questa caratteristica ha rafforzato l’identità del marchio e il rapporto tra i membri della squadra. Ed è quello che fa la differenza. Non tanto il dettaglio o la corona dell’orologio, anche se abbiamo un’attenzione ai particolari che gli altri competitor non hanno – perché noi come italiani amiamo il bello – però non è qualcosa di concreto o esplicito a fare la differenza, ma tutto il team.

Anche l’età media è relativamente giovane
Andiamo dai 25 ai 37, però abbiamo tutti un’esperienza profonda sia nel campo dell’orologeria, che della moda. E abbiamo voglia di metterci in gioco. Lavoro con persone che hanno una solida conoscenza del settore, ma che sono capaci di pensare in maniera giovane. Il motivo per cui ora noi, in un mercato che è quasi in declino, siamo in espansione esponenziale è perché pensiamo in maniera diversa, rispettando comunque le regole del gioco.

Quindi l’italianità per voi ha ancora un valore significativo?
È molto più importante di quello che gli danno altri marchi, che si dicono made in Italy, ma che non hanno un’italianità di fondo. Cos’è l’italianità? Per me sono le persone. Oggettivamente parlando, in un sistema globalizzato che si focalizza sulla specializzazione – questo lo diceva Adam Smith nell’Ottocento (filosofo ed economista scozzese, ndr.) – ognuno deve fare il suo lavoro. Non possiamo pretendere di partire da zero su un progetto e fare tutto quanto in Italia, non esiste più il sistema autarchico. Per me, italianità significa creare delle fondamenta per il brand, che siano italiane. Io faccio proprio questo, creo il mio nucleo italiano e prendo persone che la pensano come me, che hanno questo amore per la bellezza, per la cura dei dettagli, per la giocosità. Da qui si rafforza l’italianità. Per questo noi, anche se produciamo globalmente e distribuiamo in giro per il mondo, siamo comunque uno dei brand giovani e italiani, più forti, perché rispettiamo l’autenticità di questo concetto. Anche se vivo a Dubai sono italiano e così il brand. In un contesto di evoluzione e cambiamento, siamo la new generation dell’italianità.

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VICKY LAWTON: THE VISUAL FANATIC

Vincitrice lo scorso anno del Creative Circle Award, per la Best New Female Commercials Director, Vicky Lawton è regista, fotografa, lavora al fianco di Rankin in qualità di Creative Director, ha diretto numerosi fashion film per rinomati marchi internazionali, tra cui Elie Saab e Chanel, e ha realizzato video musicali per artisti influenti, come Dua Lipa. Ecco qualche curiosità su questa talentuosa e camaleontica artista.

Ti definisci una “fanatica di elementi visivi”. Quando hai capito che le arti visive sarebbero diventate la tua professione?
Da quando ho iniziato a comprare Vogue a circa 14 anni e strappavo le pagine per utilizzarle come carta da parati. Poi mi sono interessata sia di moda che di fotografia, scattando dei servizi fotografici nella mia stanza e in giardino con i miei amici!

Come hai conosciuto Rankin?
Ho fatto uno stage da Rankin durante il mio secondo anno alla Kingston University, dove studiavo Graphic Design e fotografia. Ho fatto un tirocinio di tre settimane, siamo rimasti in contatto e mi hanno chiesto di tornare una volta completati gli studi.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Mi piacciono da morire Irving Penn, Richard Avedon, Meisel, ma ammiro anche fotografi come Cass Bird ed Ellen Von Unworth, che hanno stili e approcci unici. Cerco attraverso blog, libri, visito più gallerie d’arte possibili, ma la mia più grande ispirazione è il cinema.

Come fotografa di moda, qual è il tuo rapporto con il fashion nella vita quotidiana?
La moda per me è un modo perfetto per riflettere il mio mood. È anche un’opportunità di sperimentare, sono una grande fan degli abiti vintage e mi piace visitare Los Angeles per trovare qualche pezzo unico e irripetibile.

Non ci sono così tante fotografe e registe famose. Credi che sia un ambito prevalentemente maschile?
Non più!

Quali profili social trovi particolarmente interessanti e perché?
Mi piace particolarmente @celestebarber, perché la moda può essere davvero divertente.

Qual è il tuo social media preferito?
È senz’altro Instagram. Rappresenta un’opportunità di vedere nuovi lavori, nuove idee e di mettere orecchie da coniglio sui miei selfie. Come si fa a non amarlo?

The Full Service is a one-stop creative entity that combines the strategic thinking of an advertising agency with the pragmatic problem solving of a production house.

thefullservice.co.uk
thegraft.uk
tonicreps.co.uk
rankin.co.uk

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Frank Gallucci – proud to be italian

Cover_suits Suitsupply, Shirt Navigare, Turtleneck Brooks Brothers Belt Brunello Cucinelli, Watch Panamera, Shoes Barbanero

Appena si apre il suo profilo Instagram da 131 mila follower è impossibile non notare l’hashtag sotto al suo nome, #proudtobeitalian. Ed è proprio dello stile italiano che Frank Gallucci ha fatto la sua forza, per diventare ciò che è oggi. Classe 1986, una laurea a Perugia in scienze politiche ed economiche e un viaggio in Australia anticipano la creazione del suo blog quattro anni fa, che è diventato in poco tempo un punto di riferimento del lifestyle tricolore.
Come ti definiresti?
Rappresento l’uomo italiano, che veste con versatilità e disinvoltura più stili, dall’elegante allo sportivo.
Qual è la tua idea di stile?
Semplice. Credo nella bellezza italiana e nel Bel Paese.
Chi è oggi un influencer?
Colui che riesce a influenzare le scelte della gente. Io cerco di farlo trasmettendo il mio stile di vita, non solo con la moda, ma anche attraverso i miei gusti musicali, viaggi, food e molto altro.
Come vedi l’evoluzione dei social?
Facebook di sicuro non scomparirà mai. In generale, l’audience di questi anni non finirà, ma potrà essere veicolata in altre direzioni o verso la nascita di nuove forme di social marketing.
E quella del tuo business invece?
Sto lavorando per diventare consulente di stile, un punto di riferimento per aziende e designer.
Come immagini il tuo lavoro in un futuro lontano?
Tra 10 anni mi potrei vedere Ambassador.
C’è un lato negativo della tua professione?
Sì, quello di non staccare mai la spina.
Numeri del tuo business.
(Non risponde. E ride, ndr.)
Hai una città a cui ti senti legato?
Milano, dove vivo da quattro anni. Ha un dinamismo tramite il quale puoi riuscire in ciò che vuoi.
Quanti dei tuoi consigli sono veri?
Sono uno di quelli che rifiuta i lavori, soprattutto se mi vengono imposti. A questo proposito sottolineo che non sono seguito da agenzie, preferisco tessere personalmente le relazioni.
Conta più una bella faccia o un buon contenuto?
Il contenuto, anticipato da una bella immagine.
Quanto tempo dedichi alla preparazione del tuo look?
Non si parla di ore, ma molto meno.
Quali app usi per ritoccare le foto?
Mi affido sempre ai fotografi. Le foto postate al momento, invece, sono scattate dalla mia fidanzata Giulia Gaudino, che usa Snapseed.

Photo| Karel Losenicky
Stylist| Lucio Colapietro
MUA & Hair| Giuseppe Giarratana
Fashion Collaborators| Orsola Amadeo and Dario Amato

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Francesco Marinelli: Domani è un altro ciak

Raccontami del tuo percorso…
Sono arrivato a Roma circa 4 anni fa all’età di 18 anni, subito dopo il diploma. Proprio Roma mi ha offerto l’opportunità di immergermi nel mondo del cinema. Durante le scuole superiori, grazie ad una mia cara professoressa (a cui sono sempre molto grato) ho girato due cortometraggi e durante queste primissime esperienze ho cominciato a pensare di poter intraprendere la carriera dell’attore. Ho capito subito che recitare rappresentava per me una grande passione. Mi sono immediatamente trasferito a Roma dove mi sono iscritto ad un’accademia di recitazione. Per mantenere gli studi ho cominciato a fare il modello, ho lavorato con diversi brand e ho girato l’Italia. Grazie a questo lavoro ho conosciuto molte persone, soprattutto vari fotografi, che mi hanno permesso di crescere professionalmente.

Quali le esperienze professionali per te più importanti?
Ho avuto la possibilità di girare video clip musicali e spot pubblicitari. Tra le collaborazioni per me importanti è stata quella con il gruppo musicale The Giornalisti per “Riccione”; ho lavorato per uno spot pubblicitario per Lavazza, fino al recente videoclip musicale di Mario Biondi “Rivederti” con cui ha partecipato a Sanremo 2018.  Grazie a queste esperienze ho avuto l’opportunità di confrontarmi con vari artisti. Attualmente sto lavorando per la prima volta nel mondo del cinema e credo sarà una bellissima esperienza, ma al momento non posso ancora svelare nulla! Intanto seguitemi su Instagram per scoprire il mistero @_francescomarinelli_

Come hai affrontato la sfida nel video Rivederti di Mario Biondi?
Lavorare con un’artista del calibro di Mario Biondi è stato sicuramente un immenso piacere, ma soprattutto grande motivo di crescita professionale e artistica. Ho affrontato questa sfida con tanta determinazione, ma come sempre con umiltà. Credo che non si smetta mai di imparare, ho fatto tesoro dei grandi consigli di questo artista, ora sono nel mio grande bagaglio di esperienze professionali.

La tua playlist con le 5 tue canzoni del momento?
Ram Jam –Black Betty
Litfiba – Vivere Il mio tempo
AC/DC – T.N.T.
Rino Gaetano – E cantava le canzoni
Lucio Battisti 29 Settembre

Una città che ti ispira e in cui vorresti tornare?
Non c’è una città particolare che mi ispira o in cui vorrei vivere o tornare. Ogni città mi ha dato a modo suo un’emozione e mi ha permesso di lavorare, incontrare gente e fare esperienze.

Photographer, stylist: Davide Musto
Grooming: Martina Storani
Model/Actor: Francesco Marinelli
Intimo: Calvin Klein
Leather Jacket: HE by Mango

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Milan Fashion Week: alla sfilata JZ JUZUI, conosciamo Liu Tao

Si chiama Liu Tao, ma in Patria è nota anche come Tamia Liu. Trentanove anni, segno del Cancro, carattere riservato ma grintoso che non le preclude di comunicare con un sorriso che abbatte ogni difesa, raccontando di lei più di mille parole. Una laurea in legge, due figli, in primo piano nelle cronache mondane e protagonista, attiva e seguitissima, sui social network. È attrice e cantante vincitrice di numerosi premi, brand ambassador e testimonial agli eventi di alcune delle più prestigiose griffe internazionaliLouis Vuitton, Prada e Fendi, per citarne alcune e manifesta quell’equilibrio tra bellezza interiore ed esteriore che è poi quello tra mente e corpo, ragione e sentimento. Abbiamo scorto l’allure discreto della sua figura mentre saliva le scale che, da Piazza del Duomo, conducono a Palazzo Reale, dove è stata madrina e special guest della sfilata JZ JUZUI, a chiusura della Milan Fashion Week. Presentazioni, sorrisi sofisticati e un po’ naïf nei photocall e qualche intervista gestita con gentilezza e un’empatia fatta di vaghezza e malizia.  È stato il marchio cinese, nella Runwalk che ha segnato il debutto della Maison in Italia, a volerla come volto che incarnasse i valori, non solo estetici, del brand. È difficile pensare a una scelta migliore. Con una personalità eclettica, Tamia esprime davvero il DNA di JZ JUZUI e della sua Collezione, dedicata a una donna moderna e dinamica, emancipata da qualunque senso di sottomissione al sesso maschile, protagonista di scelte decise. E così fa la Collezione, che ha riscoperto nella Gioia il proprio leit-motiv (scegliendo, non a caso, il quadrifoglio come simbolo), immaginata come sintesi tra Leisure, New Office e Party. Gli ingredienti? I tre momenti ideali della donna di oggi: un tempo libero vissuto con comfort, seducente self-confidence nella vita professionale, una sera tutta da giocare nel segno di una femminilità senza riserve, fatta di gusto e misura.
In occasione della sfilata, abbiamo avuto modo di chiederle:

Quali emozioni le ha trasmesso questa sfilata?
Mi ha dato un’idea precisa di come stia crescendo, per innovazione e qualità, l’industria della moda cinese. Sono stata sorpresa di quanti passi avanti siano stati fatti. Ho amato la sfilata e in particolare il suo tema, la gioia.

Quali aspetti di JZ JUZUI l’attraggono maggiormente e quali sono i punti di contatto che sente di avere col brand?
Amo il suo celebrare una femminilità elegante che nasce “da dentro”, dalla consapevolezza di sé e dalla gioia, come dicevamo. Io cerco di vivere la vita con positività, per quanto possibile. Come attrice, non importa quale sia il tuo percorso, devi cercare di riempire il tuo cuore di felicità e scorgere nel futuro prospettive sempre nuove. Come donna, poi, non conta la tua età, devi essere sicura, serena e positiva. Per questo posso dire che i valori che respiro in JZ JUZUI e che ho potuto vedere in questa collezione coincidono davvero con i miei.

Con il suo dinamismo, lei incarna il simbolo della nuova donna cinese. Attrice, cantante, testimonial, per non parlare della sua presenza sui canali social. Allo stesso tempo, mamma. Come riesce a coniugare tutto questo?
Semplice: con la voglia di vivere la vita appieno. Di scorgere in ogni occasione la possibilità di maturare e di crescere. Vivo la consapevolezza di avere un forte seguito come una responsabilità: so di essere un esempio per alcuni e così ho scelto un messaggio, cercando di comunicarlo con forza: la bellezza di spendersi sfruttando fino in fondo il proprio talento, vivendo il proprio tempo con intensità.

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JACK SAVORETTI, LA FORZA DELLA MUSICA TRA ITALIA E UK

Una voce ruvida, profonda e nostalgica e una chitarra. È Jack Savoretti, nome d’arte di Giovanni Edgar Charles Galletto Savoretti, cantante britannico di origini anglo-italiane: il padre, Guido, è genovese. L’esordio musicale avviene con due duetti, presenti nell’album del 2005, della cantautrice britannica Shelly Poole, mentre il suo vero primo disco, Between The Minds, arriva sul mercato nel marzo 2007, debuttando alla posizione numero 5 della UK Indie Charts. Fattosi notare anche in Italia, grazie ad alcune collaborazioni live con Elisa e con il cantautore genovese Zibba, ha pubblicato il suo ultimo album, Sleep No More, dedicandolo, interamente, alla moglie. Recentemente è stato anche scelto da GQ Italia tra i 30 uomini più eleganti durante la serata GQ Best Dressed Man.

Il tuo pubblico ti ama e ti segue soprattutto per i bellissimi live che proponi, in cui risulti molto coinvolgente e autentico.
Credo sia dovuto, anche, a chi ci segue e ci ascolta. Siamo riusciti, come in tutte quelle amicizie che crescono lentamente e non si basano su una moda, a creare un rapporto più vero. Chi viene a vederci ci conosce da molto e noi lo percepiamo.
Sappiamo il motivo per cui sono ai concerti, perché si sono informati per esserci: anche perché noi non veniamo ospitati su tutti i canali TV o in tutte le emittenti radio. In qualche modo, sono usciti dalla loro vita quotidiana per scoprire il nostro lavoro e ciò è fonte di rispetto reciproco. In più, è bello non solo per il pubblico, ma anche per noi. Ho tanti amici in questo business, molti hanno avuto successo e, spesso, soffrono, in quanto suonano per due ore davanti a un pubblico interessato a una sola canzone. Certo, aver creato un tormentone permette di avere alcuni lussi, ma da artista non è bello sapere che la gente è lì solo per quello. Non riesci a creare una connessione.

Quindi, il non avere un tormentone, ti ha permesso una maggiore libertà nell’esprimerti artisticamente?
Sì, è stata, un po’, la mia fortuna. In alcuni momenti – nei più difficili – sarebbe stato bello averlo creato, ma solo perché ti permette di guadagnare tanto da poter fare le cose a cui si è davvero interessati.

Forse, questo, è uno dei motivi per cui sei andato via dall’Italia?
Non sono mai partito dall’Italia, anzi, qui sono arrivato molto tardi. È stato molto difficile perché, senza il loro aiuto (Elisa e Zibba, con cui ha collaborato, ndr), l’industria musicale mi avrebbe sbattuto la porta in faccia. Sono italiano, ma non abbastanza, perché non canto in italiano. Io e la mia band partiamo dai live. Volevo che la gente ci conoscesse realmente, ma, in Italia, esistono dinamiche diverse: o vai in tv e in radio o nulla. Noi come band veniamo dalla scuola di Guccini, Paolo Conte e Capossela. Abbiamo iniziato, ed è durato tre anni, dalle osterie e dalle pizzerie. Tutti ci dicevano che in quel modo non saremmo andati da nessuna parte, ma, poi, sono arrivati i teatri e, piano piano, siamo diventati ciò che siamo adesso, con un bel tour in programmazione. Ora, abbiamo degli amici in Italia ed è sempre un gran piacere tornarci, per la sua calda accoglienza e per il nostro seguito.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?
Sono cresciuto ossessionato da Lucio Battisti: è morto che avevo 13 anni ed era proprio l’età in cui scoprivo cosa significasse, per me, la musica. Prima di allora, era un qualcosa da suonare a una festa e basta. In quegli anni ho scoperto Simon & Garfunkel e Bob Dylan e sono rimasto sconvolto dal potere della musica italiana, vedendo reagire mio padre all’ascolto di Battisti: una montagna, un gigante (papà è sempre papà) intoccabile. Quando da immigrato italiano viveva a Londra, si stendeva quasi in lacrime e diceva: «ascolta questo». Diventava un altro uomo, un cucciolo e io ero affascinato da come questa musica potesse trasformare una montagna in un bambino. Da lì, ho ascoltato molta musica italiana per riuscire ad avere lo stesso effetto su mio padre.

Sono state importanti la tua famiglia e la sua storia, nella decisione di dedicarti alla musica?
In parte. Il motivo per cui mi sono buttato sul mercato italiano è legato alla passione e alla mia famiglia. Professionalmente, era un’idea sciocca. Tutti i contatti, con cui lavoravamo all’estero, erano contrari a questa scelta. Non funzionava, non vendevamo dischi, giravamo per suonare. A Londra e nelle osterie, qui. «Perché lo fate? È un mercato piccolo e non vi sta aiutando». Io volevo farlo per l’affezione alla musica italiana.

Una domanda di stile: cosa porti con te nei tuoi viaggi, come definiresti il tuo stile, cosa ti piace nella moda?
Adoro la moda, ma ho paura dei trend. Come vedi non sono trendy, mi piacciono le cose che avrebbe potuto mettersi mio nonno e che spero possa indossare mio figlio. Mi piacciono tutti quei capi senza tempo.

Cosa non può mancare in valigia?
Un bel cardigan di cashmere, soprattutto qui a Cortina (dove si è esibito ndr). Un cappellino è sempre importante e utile; gli occhiali da sole – specialmente nel nostro mestiere, in cui a volte si fa tardi – bisogna sempre averne un paio dietro; dei jeans che ti stiano bene addosso come fit.

Come ti rapporti ai social media?
Sono il brutto, il bello e il buono, dipende da come li usi. Io ho scelto Instagram, perché adoro le fotografie e mi piace, ma lo uso solo per lavoro. Ho un’unica regola: no family.

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ALESSANDRO ENRIQUEZ – THE POWER OF BEING A 360° CREATIVE

Arrivano direttamente dal cuore dell’Italia le ispirazioni di Alessandro Enriquez. Nato a Palermo, in quella Sicilia pulsante dell’immaginario collettivo, ha girato il mondo per seguire i suoi studi di moda. Riconosciuto, da subito, come un designer di successo, ha lavorato per sette anni per Costume National, prima di lanciare la sua linea di borse e quella di abbigliamento, caratterizzata dalle “collezioni all’italiana”, che invece porta il nome del primo libro pubblicato da Alessandro, “10×10 An Italian Theory”. Un testo di moda, food e lifestyle, che lo ha avvicinato alle riviste con cui collabora tuttora e che, come tiene a precisare, non può che considerare, «il proprio portafortuna».

Il tuo è un percorso eclettico: dal design al digital. Raccontaci il tuo DNA creativo e in che modo lo declini in ambiti diversi?
Il mio percorso “misto” mi ha condotto verso strade creative diverse, che mi piacciono e stimolano tanto. Invento ed elaboro, con un occhio comunicativo, proprio per la voglia e il desiderio di creare comunicando e viceversa. Laureato in Lettere e appassionato di letteratura antica e di moda, ho sempre mixato diversi mondi. Dopo gli studi mi sono dedicato al mondo della moda, disegnando per Costume National, di Ennio Capasa – che reputo uno dei mie piu bravi “maestri di vita”, oltre che professionali – per sette anni. Durante gli ultimi due anni, “di nascosto”, mi sono dedicato alla scrittura di un libro che, nel 2012, è stato pubblicato in lingua italiana. “10×10 An Italian Theory”, un testo di moda, food e life style ricco di illustrazioni. Il riscontro positivo di questo testo, che considero un portafortuna, mi ha avvicinato a diverse riviste, con le quali ho iniziato, e tuttora continuo, a collaborare. Parallelamente è nata una linea di abbigliamento che porta lo stesso nome del libro. Mi ha regalato molte soddisfazioni, soprattutto le “collezioni all’italiana”, come quella con la pasta, facendomi diventare una sorta di ambassador dell’italianità all’estero. Mi ha permesso di costruire il mio DNA creativo. Alla collezione di abbigliamento ho affiancato, nel 2016, una collezione di borse con il mio nome, interamente made in Italy.

La tua definizione di influencer/blogger/ambassador
Colui che consiglia, comunica e porta il suo esempio, il suo stile. Una formula moderna di un micro giornale – in formato app – che ognuno di noi possiede. Come tutti i giornali, il suo esito è soggetto all’interesse dei lettori.

Come vedi l’evoluzione del mondo social e del tuo business?
Sicuramente il mondo social crescerà ancora di più e assumerà sfaccettature diverse. Oggi, gli influencer sono diventati una sorta di celebrity, attraverso una forma democratica di comunicazione. Forse, domani, grazie ai social nasceranno nuove figure. Credo che tutto questo sarà di supporto per molte persone.

Quale è, secondo te, il social del futuro?
Instagram è sicuramente il più gettonato, al momento. Sono convinto che verrà potenziato e che, a poco a poco, ci saranno tanti aggiornamenti. Il passo successivo? Non saprei. Ci affidiamo ai geni, sperando di imparare velocemente l’uso delle novità.

Quanti dei tuoi consigli sono sinceri e non sponsorizzati?
I miei quote sono tutti sinceri e vengono dal cuore. Alcuni divertenti, altri con un tono più tagliente, ma tutti rispecchiano il mio pensiero.

Come vedi l’evoluzione della moda con il digital e fenomeni come “see now buy now”?
È sicuramente una soddisfazione, per i clienti fanatici della moda, ma credo che la scelta di alcune Maison francesi – di ritagliare delle piccole capsule in vendita solo in boutique, immediatamente dopo averle mostrate in passerella – possa essere una svolta positiva per risollevare il mercato. Trovo sia giusto ricreare quel rapporto cliente/negozio che oggi si sta un po’ indebolendo.

La professione dell’influencer ha una data di scadenza?
È una professione che non scade. Si è artefici della propria data di scadenza. Ognuno di noi sa bene che i social sono come le macchine e vanno alimentati tanto.

La tua passione per il mondo dei cartoon e per il lato pop nella moda
Mi ritengo un eterno Peter Pan, e il mondo dell’illustrazione è sempre stato di mio interesse. Con i cartoon ho un bellissimo rapporto e, molte volte, gli “chiedo di giocare” con le mie collezioni, donandogli una cittadinanza italiana. Titty cucina la pasta, Bugs prende il caffe napoletano, Felix sogna l’Italia. Per me, sono parte della nostra storia, di quella del cinema, e credo che abbiano un grande valore. Avere come partner colossi come Universal o Warner Bross, è un grande riconoscimento per il mio lavoro. Di loro non mi stanco mai.

I tuoi 5 posti del cuore in Italia o nel mondo?
Sono siciliano, amo la cucina e cucinare, e mi affascinano i luoghi dove posso assaporare i gusti di una volta. C’è un piccolo ristorante, nel cuore di Ortigia (Siracusa), che si chiama La Foglia: ricette tipicamente siciliane rivisitate, arredamento kitsch-vintage colorato e proprietari dolcissimi. A New York, il ristorante pugliese Mercato, mi ricorda l’Italia ogni volta che vado. A Barcellona, città del cuore, dove ho vissuto diversi anni, visito sempre il MACBA (Museo di Arte Contemporanea) e subito dopo, corro a bere un caffe e ad assaggiare i dolci realizzati nei conventi spagnoli. Tutto questo al Caelum, nella zona gotica in centro. I “marche au pouce” di Parigi e Portobello, di Londra, sono la mia passione. Banner e 10corsocomo a Milano i department store che preferisco, con una bellissima selezione e un’attenta cura al cliente.

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