Teodoro Giambanco, la poliedricità come cifra attoriale (e artistica)

Da ex bambino fissato con l’osservazione degli altri, per Teodoro Giambanco quello per la recitazione è stato «un amore a prima vista», sbocco naturale della precoce inclinazione ad assimilare gesti, comportamenti e storie altrui, facendone la base su cui costruire interpretazioni fuori dagli schemi (vedi quelle di Riccardo va all’inferno o Cobra non è) sviluppate meticolosamente, curando ogni aspetto.
Impegnato attualmente sul set di Màkari, il 30enne attore romano metterà presto alla prova il suo talento multiforme col canto (tra i suoi progetti una serie di live con la band Superfluuuo), sogna – non a caso – un musical e si dichiara pronto ad accogliere tutto ciò che questo mondo, lavorativamente parlando, potrà offrirgli, segni del tempo inclusi, perché rappresentano «un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti».



Hai girato da poco una serie, in uscita il prossimo anno, cosa puoi anticiparci?

Si intitola Più forti del destino, uscirà su Canale 5 nei primi mesi del 2022; è un adattamento della miniserie francese Le Bazar de la Charité, ambientata anziché a Parigi a Palermo, nel 1886, dove un incendio scoppiato durante l’Esposizione Nazionale provoca decine di vittime, in gran parte donne. La trama si concentra proprio sulle figure femminili, affrontando anche il tema delle difficoltà sociali con cui devono fare i conti le protagoniste, un argomento purtroppo ancora drammaticamente attuale.
Il mio personaggio sarà presente in tutte le puntate, è stato stimolante poter lavorare su un ruolo inquadrato in un arco narrativo lungo e ben definito.

Hai esordito in SMS – Sotto mentite spoglie 14 anni fa, a seguire numerosi altri ruoli tra cinema, tv, teatro, videoclip. Come riassumeresti il percorso compiuto finora, sotto il profilo sia professionale che umano?

Come un continuo arricchimento, in entrambi i sensi. Ogni esperienza, positiva o negativa, ha rappresentato un’occasione di crescita, è come nella vita, si impara di più dai momenti difficili. Questo percorso è stato una grande scuola, credo che l’esperienza sul campo sia la più efficace, senza nulla togliere alla costante ricerca e all’approfondimento, cruciali nel nostro mestiere, né alla cura del corpo, lo strumento principale per un attore, da allenare continuamente, anche e soprattutto a livello mentale ed emotivo.

Hai trascorso un periodo a Los Angeles per studiare recitazione, quali sono secondo te le principali differenze tra la scena attoriale americana e quella italiana? Pensi ci siano elementi che il mondo dello spettacolo nostrano dovrebbe “rubare” alla controparte Usa?

Frequentando vari corsi e laboratori a Los Angeles ho avuto modo di lavorare perlopiù con giovani attori, una cosa che ho notato è il livello di preparazione, mediamente davvero alto, probabilmente perché negli Stati Uniti produzioni e investimenti sono ingenti, la visibilità è maggiore e così le possibilità.
L’invito che mi sento di fare al nostro settore è rivolgersi a un pubblico più ampio, allargare i confini attraverso storie nuove, personaggi eterogenei e inclusivi; sono dinamiche a dire il vero già in atto, diversi film o serie italiane stanno avendo un ottimo riscontro all’estero.


Total look: Alexander McQueen

Denoti una certa attitudine al trasformismo, alcuni personaggi da te interpretati risultavano d’impatto anche sul piano visivo, con chiome ossigenate e costumi a dir poco elaborati (penso a Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia, Cobra non è), prediligi le parti che richiedono cambiamenti radicali?

Più che prediligerle penso di attrarle, alla fine non è questione di scegliere quanto di esser scelti, sicuramente sono nelle mie corde. La trasformazione, radicale o meno, è in fondo l’essenza della recitazione, i personaggi da interpretare sono in genere lontani dalla propria personalità. Adoro il trasformismo “estremo” perché trovo mi dia grande libertà di espressione, così facendo riesco cioè a muovermi in uno schema ampio, giocando e variando di più.

Quali sono i ruoli che ti hanno segnato, che ti porti dentro?

Sono particolarmente legato a quelli di Riccardo va all’inferno, Alice e il Paese che si meraviglia e Cobra non è, perché mi hanno permesso di esprimermi a 360 gradi.

Hai dichiarato che per te è fondamentale l’osservazione degli altri, cerchi di coglierne determinati dettagli per utilizzarli poi in scena. Come ti approcci in genere al tuo alter ego sul set?

L’approccio parte sempre da un’analisi iniziale dei vari elementi, comincio così a formarmi delle idee, delle intuizioni sul personaggio, da sviluppare in seguito attraverso una ricerca sia emotiva che espressiva, che mi porti a elaborare tutta una serie di emozioni, stati d’animo, relazioni che potrebbero instaurarsi.
Sono piuttosto preciso, penso che la metodicità, lo studio approfondito su più livelli mi consentano di esprimermi al meglio, paradossalmente persino di improvvisare.

Avendo interpretato ruoli esteticamente impattanti, appunto, penso tu abbia dimestichezza con make-up e outfit, quanto conta secondo te il look del personaggio?

È fondamentale, è proprio durante le prove con trucco, parrucco e costumi che lo vedi prendere vita per la prima volta. Tengo molto al look del personaggio, mi rasserena che abbia un’esteriorità che mi piace e sia in linea con quanto immaginavo.



A livello personale, che rapporto hai con la moda, ti incuriosiscono o piacciono dei brand in particolare?

Sono attratto dalle mode di ogni epoca, le ritengo una forma di espressione personale, un mezzo di comunicazione a misura del singolo individuo. Non saprei indicare marchi specifici, non riuscirei nemmeno a categorizzare il mio stile, riflette il mio essere poliedrico, costantemente mutevole.
Inoltre avendo avuto a che fare da subito con costumerie e sartorie, per via del lavoro di mio padre, apprezzo particolarmente questo lato se vogliamo artigianale, di pura creazione del cinema che, in quanto settima arte, le comprende tutte.

C’è un ruolo o genere con cui vorresti metterti alla prova?

Direi un personaggio realmente esistito, così da avere riscontri tangibili, immediati. Per ciò che riguarda il genere, invece, un musical, lo adoro in quanto unione di tre discipline (recitazione, canto e danza) che mi affascinano enormemente.

Scorrendo il tuo profilo Instagram, mi ha colpito la ricercatezza delle immagini, sei un appassionato di fotografia?

Con un papà scenografo e una mamma libraia, sono cresciuto tra centinaia di libri fotografici e mi è rimasto un senso della forma, della composizione, in generale estetico molto forte, quasi una “condanna”, nel senso che ogni volta studio con estrema attenzione ogni scatto o immagine da pubblicare.



Hai progetti work in progress di cui puoi svelarci qualcosa? Come ti immagini tra dieci anni?

Sono sul set della seconda stagione della serie Màkari, in questo momento mi trovo in Sicilia, nella Valle dei Templi, posto meraviglioso.
Un progetto musicale cui tengo molto, che dovrebbe partire a breve, è Superfluuuo: mi ha coinvolto un mio caro amico, Edoardo Castroni, e stiamo organizzando dei live per i prossimi mesi. Sarà una prima volta, più che cantare interpreterò dei brani, vivendo insomma un nuovo ruolo; credo che il canto sia affine alla recitazione, ti viene fornito l’equivalente di un copione e sta a te farlo vivere.
Tra dieci anni mi vedo, per l’appunto, con dieci anni in più sulla spalle, il mestiere dell’attore cresce con te e sono curioso di vedere cosa accadrà. Non temo di invecchiare, anzi, lo considero un’occasione, le rughe rappresentano un’opportunità per sperimentare con personaggi inediti, a cui prestare un bagaglio di esperienza più ricco e sfaccettato; tanti attori, con l’età, hanno raggiunto un successo ancora maggiore, spero di fare altrettanto.

In apertura, total look: Alexander McQueen

Photographer: Maddalena Petrosino

Art Director: Davide Musto

Ph. Assistant: Valentina Ciampaglia

Grooming: Marta Ricci x @simonebellimakeup 

Location: Teatro Brancaccio

Models to follow: Aurelio Baiocco

22 anni, romano, occhi bruni, lineamenti taglienti, capello fluente che ricorda un po’ i beauty look di star del passato come Robert Redford o Alain Delon, entrate di diritto nell’empireo della mascolinità più charmant e carismatica, Aurelio Baiocco fa il modello da circa tre anni.
In un lasso di tempo relativamente breve, considerato anche lo stop della pandemia, ha dato prova di un certo camaleontismo, risultando convincente nei panni (attillati) del freak edonista tutto make-up, pelle e ammiccamenti al bdsm (in un editoriale pubblicato su GQ Brazil nel dicembre 2020) come nei capi tailored di Tod’s, indossati nella presentazione della collezione Fall/Winter 2020 del brand, imbevuta di rimandi al dress code dei Seventies; mood che gli calzava a pennello, poiché i suoi outfit hanno un debito evidente nei confronti dei codici del decennio: lo si evince dalle foto a firma di Riccardo Albanese che corredano l’articolo, dove sfoggia soprabito in nappa, vecchi Levi’s scovati in un marché aux puces, stivaletti, polo a manica lunga, cintura adorna di occhielli e applicazioni, a puntellare mise dall’aria vissuta, segnatamente retrò.
L’intervista che segue è utile per capire come un insider abituato a fitting, prove in showroom & Co. intenda – e declini a modo suo – concetti quali fashion o stile, mai così diffusi e però sovente abusati, ridotti a poco più che etichette da utilizzare ad libitum. Lui, tra l’altro, predilige capi vintage o second hand, ne fa una questione di sicurezza, di sentirsi a proprio agio, perché «la moda non riguarda esclusivamente l’estetica, ha a che vedere piuttosto con consapevolezza e comodità».

In tutto il servizio, abiti e accessori model’s own



Come ti sei approcciato a questo lavoro, e da quanto tempo lo fai?

Faccio il modello da tre anni, nel 2020 però sono stato fermo per mesi a causa del Covid, non abitandoci era praticamente impossibile raggiungere Milano, perciò considero quello in corso il mio secondo anno nel settore.
L’inizio in realtà è stato casuale, una ragazza di Roma con cui mi frequentavo lavorava come modella e mi ha spinto a provare, così ho fatto dei casting per delle agenzie romane per poi passare a quelle milanesi, trasferirmi in città e cominciare a tutti gli effetti.

Modeling a parte, cosa ti appassiona, quali sono i tuoi interessi?

Adoro il cinema, la mia passione più grande, spero davvero di potermi prima o poi inserire in quel mondo; le altre sono legate allo sport, che ho praticato per anni, seguo il calcio (o meglio, la Roma) e la Formula 1. Inoltre studio storia dell’arte all’università.

Qual è stata, finora, l’esperienza lavorativa che reputi più importante?

La presentazione, nel gennaio 2020, della collezione Tod’s T Club, sia per l’evento in sé, sia per la rilevanza del marchio; senza contare che era la mia prima partecipazione a una fashion week e da novellino, diciamo, mi sono trovato a fianco di colleghi ben più conosciuti ed esperti.

Sogni di collaborare con qualche brand o stilista in particolare?

Tom Ford, Prada e Bottega Veneta, a livello di moda maschile sono quelli che mi attraggono maggiormente, per quanto difficili da raggiungere. È anche una questione di gusti e inclinazioni personali, trovo ad esempio che il menswear di Ford sia iconico e al tempo stesso contemporaneo.



Moda e stile: cosa ti fanno venire in mente queste espressioni che, nonostante il loro (ab)uso, sono assai meno scontate di quanto non appaiano?

Penso vadano di pari passo, la moda secondo me è un mezzo con cui una persona, attraverso ciò che indossa, può sentirsi a suo agio; non credo che seguire alla lettera le tendenze equivalga ad avere stile, si tratta più che altro di riuscire – o provare a – essere sicuri di sé e dell’outfit, senza ostentarlo.
Ricorro spesso al vintage o all’usato, non sempre i capi più nuovi sono quelli che ti fanno apparire al meglio, la moda non riguarda esclusivamente l’estetica, ha a che vedere piuttosto con consapevolezza e comodità.

A giudicare dallo shooting, sembri attingere a piene mani dagli anni ‘70, preferisci i look retrò? Ci sono capi o accessori che credi esprimano appieno il tuo stile e altri, al contrario, che non indosseresti mai?

Gli abiti dello shooting, guarda caso, erano tutti vintage o second hand, a partire dal cappotto, trovato in casa, che apparteneva a mio padre, i Levi’s li ho presi invece in un mercatino di Roma; sono pezzi cui sono legato, non in senso materiale ma emotivo se vuoi.
Per quanto riguarda il capo specifico sceglierei i Levi’s 504 delle foto, a vita leggermente bassa e svasati al punto giusto, comodissimi, del resto se c’è una cosa che proprio non riesco a vedermi addosso sono i jeans stretti e in generale gli skinny pants.

Per quale look opteresti in tre contesti diversi come, per esempio, un evento formale, un’uscita pomeridiana, una serata di relax con gli amici?

Se parliamo della stagione attuale, solitamente vesto con pantaloni ampi, boots o mocassini, un giubbotto da aviatore sul dolcevita.
Per un’ipotetica serata di gala credo non ci sia nulla di meglio di un completo Tom Ford nero, pensando a un’uscita rilassata, invece, direi sneakers (ultimamente uso spesso un paio di classiche Nike, con swoosh bianco su base nera), pants comodi e un pullover girocollo in tonalità scure o neutre.


Tra i tuoi colleghi ce n’è qualcuno che può in qualche modo ispirarti?

Siamo ovviamente tutti diversi, i parallelismi si possono fare ma fino a un certo punto, detto ciò mi piace Parker van Noord, sta portando avanti un tipo di percorso cui ambisco anch’io.
Parlando di modelli di riferimento, allargherei poi lo sguardo agli attori, citando innanzitutto Marcello Mastroianni (attore immenso e icona di stile insuperata) e Brad Pitt, lo ammiro, oltre che sul piano attoriale, per i modi e l’eleganza che trasmette; mi colpì soprattutto nella cover story di GQ Italia di qualche tempo fa, tra l’altro ero presente in un servizio interno di quel numero.

Ci sono progetti in arrivo che vuoi anticiparci? Dal punto di vista lavorativo, cosa speri ti riservi il futuro?

Ho capito che in questa professione non c’è mai nulla di certo, magari puoi ottenere un lavoro e poi perderlo perché l’outfit non ti sta bene.
Il mio obiettivo principale, come modello, è viaggiare, visitare posti nuovi, incontrare persone, fare più esperienze possibili. Il sogno, invece, resta quello di lavorare nel cinema, non so nemmeno come, ci penserò nel caso a tempo debito.

Photographer: Riccardo Albanese

Model: Aurelio Baiocco @URBN Models

Alessio Viola: il mondo della comunicazione a 360° gradi

Giornalista e conduttore televisivo, Alessio Viola è un noto volto di Sky che abbiamo seguito con vivacità e curiosità per tutto l’autunno durante la messa in onda di Ogni Mattina su TV8.  A fronte della sua importante carriera che lo ha visto protagonista a Earth Day, Sky TG24, The X Factor e Venti20, lo abbiamo incontrato in una conversazione sul giornalismo cartaceo e televisivo.



Come è iniziata la tua carriera da giornalista ? E quella televisiva?

Ad essere sincero da ragazzino non volevo fare il giornalista. Mi piaceva la comunicazione, scrivere, la pubblicità, la televisione, la radio, etc… Non ho fatto la scuola di giornalismo, ma ho iniziato a lavorare come praticante in una redazione, ovvero la scuola migliore, che fin da subito ti mette faccia a faccia con la realtà e davvero ti insegna a muoverti in questo campo. Dopo che iniziai, mi resi conto che che la mia strada era proprio quella.

Parlando invece di giornalismo televisivo, è successo in maniera naturale: mi piaceva tanto la televisione, la seguivo con una vera e propria passione. Sono contento che la fase televisiva sia avvenuta dopo. Iniziare questa carriera sulla carta stampata mi ha permesso di crearmi un distinto bagaglio, sia pratico che culturale: capire, conoscere, toccare con mano le basi del mestiere, saperti muovere e organizzare; tutte nozioni che poi sono diventate utili e fondamentali nell’inquadramento televisivo.

Quando devi scrivere fai un lavoro più impegnativo per assurdo. Con la tv è più semplice: entra in gioco un’altro linguaggio che si basa sull’immagine. La palestra della carta stampata è stata fondamentale. 



Che differenze ci sono tra comunicazione cartacea e televisiva ?

Nella carta quando scrivi conta molto la capacità di raccontare e descrivere quello che vedi. Tuttavia hai il tempo a tuo favore e, almeno nel mio caso, riesco a scrivere in maniera rilassata. Con l’immagine è tutto più diretto e immediato. Per non parlare dei nuovi media, che hanno letteralmente abbattuto il muro temporale della comunicazione cartacea.

Abbiamo visto che proprio recentemente è iniziato un nuovo programma, Ogni mattina, su tv8, dove tu sei alla conduzione. Come sta andando?

Il programma è partito e procede alla grande. Tuttavia, con la pausa natalizia ho deciso di abbandonarlo. Da gennaio ci sarà infatti solo ed esclusivamente la parte legata all’intrattenimento, condotta da Adriana Volpe. 

Che taglio avete deciso di dare al programma? Abbiamo visto che eravate soliti invitare ospiti/opinionisti anche molto diversi tra loro. Che argomenti trattate di solito?

Il programma ha una doppia medaglia: se da un lato la leggerezza è predominante, ricordiamoci sempre che è la tv del mattino: affrontiamo le cose che succedono nel mondo in modo chiaro, semplice, approfondito, ma in modo chiaro e soprattutto semplice. Raccontiamo quello che succede intorno a noi, nel nostro caso l’emergenza del virus coinvolgendo esperti, opinionisti e testimonianze. Una sorta di telegiornale, ma intervallato da leggerezza ed intrattenimento, ad esempio con interventi e tutorial legati al mondo della cucina, della musica, della moda, etc.. Diversi sono i grandi nomi che sono stati ospiti nel programma, da  Joe Bastianich a Morgan, da Aurora Ramazzotti a diversi virologi, etc… Abbiamo coinvolto anche degli influencer, indiscussi protagonisti del web, con il fine di incrementare la visibilità del programma

Dove ti vedi nei prossimi anni ? Altri progetti in corso ?

Ho chiuso il 2020 con un programma che si chiama appunto Venti20, che racconta i primi anni 20 anni del 2000. Pensa che prima di Natale, con una serata speciale, ho chiesto a una giuria di giudici che cosa buttare e cosa salvare di questo anno assurdo. Per il prossimo anno sto lavorando ad un progetto ancora da definire che andrà in onda in primavera, sempre su TV8.

Carlo Merli: in questo periodo ci salverà la gentilezza

Convivenze forzate, parziali lock-down, l’Italia divisa in colori con regole diverse. Il nostro equilibrio fisico ma soprattutto mentale è stato messo a dura prova in questo momento storico segnato dalla pandemia globale. La psicoterapia più essere d’aiuto? Ansia e depressione, nemici sempre più agguerriti, possono essere sconfitti? Abbiamo incontrato lo psicoterapeuta Carlo Merli per approfondire con lui alcuni consigli al fine di trascorrere le festività il più serenamente possibile.



Come si diventa psicoterapeuta?

Quello dello psicoterapeuta è il percorso più lungo in Italia, accademicamente parlando. Richiede una formazione accademica molto precisa: dopo il proseguimento della laurea magistrale e dei vari tirocini segue la scuola di specializzazione di 5 anni per la psicoterapia.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un bravo psicoterapeuta?

Avere un’ottima tecnica, essere rigoroso ma allo tesso tempo creativo. E’ la psicoterapia che si adatta al paziente e non il contrario! Lo psicoterapeuta è come un attore: versatile, si adatta alle diverse situazioni.



È difficile non farsi coinvolgere nel tuo lavoro?

E’ molto difficile. Solo l’esperienza ci insegna il modo migliore per essere coinvolti al punto giusto. Un atteggiamento distaccato ed un forte coinvolgimento potrebbero essere letali per il raggiungimento degli obiettivi della terapia. Ogni paziente che arriva da noi ha un bagaglio emotivo molto forte. Io in primis fatico a non farmi coinvolgere, ma l’esperienza insegna che la via di mezzo è quella che ci porta più lontani. 

Cos’è la terapia breve strategica?

E’ quella che utilizzo io: una nuova frontiera della terapia, portata in Italia da Giorgio Nardone che è stato il mio maestro. Da un punto di vista strategico per cambiare una situazione problematica non è necessario indagare le cause passate, ma risulta più utile lavorare sul problema nel presente e capire le strategie per creare un cambiamento efficace e duraturo. Per i principali disturbi come ansia, depressione, etc, ci sono specifici protocolli di intervento con una terapia di 10 sedute. 

Ansia o depressione, quale delle due è più presente in questo momento? 

Entrambi. Tuttavia la depressione è un disturbo secondario. L’ansia crea l’ambiente sfavorevole in cui le zone di conforto vengono ad essere sempre più strette e come conseguenza subentrano i sintomi depressivi. In questo momento storico si osserva un’alta percentuale di sintomi di tipo angoscioso. L’ angoscia, che è differente da paura e ansia, pone l’angosciato di fronte alla condanna certa del proprio destino. Come il virus che ci mette nella condizione di sentirci impotenti, di fronte a quello che è il nostro destino incerto. 

Cosa fare o evitare di fare in questo periodo per affrontare la situazione al meglio?

Evitare di parlare in continuazione del virus. Se parliamo troppo di un pensiero che ci tormenta, l’ansia ci travolgerà! Evitare la sovra-informazione. Evitare anche di sforzarsi a non pensare a qualcosa: pensare di non pensare è gia una forma di pensare! Consiglio invece di darsi da fare il più possibile: quante volte abbiamo desiderato più tempo per noi: ora lo abbiamo e lo possiamo sfruttare nel migliore dei modi dando sfogo libero alla nostra fantasia e creatività (riprendiamo in mano le nostre vere passioni come la lettura, gli allenamenti, la cucina, il cinema, etc…). Infine distribuire gentilezza. In una convivenza forzata abbiamo bisogno di regalare gentilezza per aggirare la rabbia. Più siamo gentili con gli altri più la casa in cui siamo obbligati a stare sembrerà un posto migliore. 

Matteo Piano: mi metto a nudo sperando che gli altri possano ritrovarsi nelle mie stesse fragilità

Giovane campione, non solo nello sport ma anche nell’editoria, Matteo Piano è un pallavolista centrale della Powervolley Milano. Tenace, intraprendente e creativo, l’atleta che ad un primo sguardo sembra non avere alcun tallone d’Achille, lo scorso anno ha pubblicato un libro insieme alla sua psicologa dello sport con l’obiettivo di condividere le sue fragilità e vulnerabilità alle quali, prima o poi, tutti  siamo soggetti. 



Come è nata la tua  professione attuale?

Ero giovane ed ho provato sport diversi. La pallavolo era quello che mi piaceva di più, giocavo come un ragazzo comune, da normale studente, non ero “invasato”, portavo avanti anche altre passioni e la pallavolo era una di queste.

A che età la pallavolo è diventata una professione?

Il mio motivo di vita trainante è sempre stato lo sport . La pallavolo è la mia vita e cerco di farla comunque coincidere anche con le mie altre passioni. Sono un atleta e cerco di dare spazio ai miei interessi, ed ho imparato tanto anche fuori dal campo. Mi sono dedicato più seriamente a questo sport quando sono andato via di casa a 18 anni e mi sono “buttato” per seguire il mio sogno. Attualmente gioco nella “Allianz Power Milano” da 4 anni.



Recentemente un grave infortunio ti ha bloccato per circa un anno. Come hai reagito ?

Era il quarto infortunio ma grazie alla mia esperienza sono riuscito a reagire. Non è stato facile perché è successo dopo una bellissima estate in Azzurro, ed ero in direzione per le Olimpiadi di Tokyo, che per “fortuna” poi sono saltate casa Covid-19. Sono sempre stato comunque molto indipendente e ho cercato di risollevarmi da solo. Mia mamma è stata un mito e mi ha assistito a Milano per diverso tempo al fine di sollevarmi. Quando sto male fatico a farmi vedere sofferente dalle persone che amo e cerco di coinvolgerle il meno possibile. Tuttavia amici stretti, famigliari e compagni di squadra mi hanno dato un grosso aiuto. Questo infortunio mi ha messo davanti ad un aspetto di grande affetto da parte dell’Italia in generale nei mei confronti.

Oltre ad essere uno sportivo ti sei lanciato anche nel mondo dell’editoria, pubblicando lo scorso anno un libro (lo steso giorno del tuo compleanno e dell’infortunio). Di cosa parla e a chi principalmente è rivolto?

La scrittura è sempre stato un buon strumento per esprimermi al meglio. Il progetto è nato perché ho iniziato a lavorare su me stesso con la psicologa dello sport Cecilia Morini, e mi sono reso conto di aver incontrato diverse problematiche e paletti che potevano essere molto comuni tra noi atleti e non solo. Un giorno le ho detto che sarebbe stato importante scrivere il nostro lavoro e la nostra esperienza su carta e cosi abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto che racconta i punti deboli e le fragilità che si nascondono in ognuno di noi. Il fulcro del libro riguarda l’accettazione di alcuni lati del nostro carattere attraverso i quali si diventa più forti. Io mi metto a nudo sperando che gli altri possano ritrovarsi nelle mie stesse fragilità. Il libro l’ho scritto assieme alla mia psicologa ma è tutto frutto del mio cuore e dei miei sentimenti, molto spontaneo e sincero, proprio perché arrivasse nella maniera più diretta e immediata ai lettori. Ed è così che arrivo a realizzare il mio elaborato “Io, il centrale e i pensieri laterali” con la casa editrice “Baldini+Castoldi”.

Sia lato sport che editoriale, ci sono altri progetti in vista per il futuro?

Lato sport mi piacerebbe continuare a giocare e tornare a vincere come una volta: al primo posto tra i miei sogni c’è quello di arrivare a Tokyo per le Olimpiadi. Fuori vorrei continuare a crescere con “Brododibecchi” (il mio Brand etico) con il quale faccio diverse collaborazioni legate alla solidarietà, al campo editoriale e alla moda etica.

Giovanni Caccamo: “La musica è il paradigma delle emozioni”

Giovanni Caccamo è ormai un celebre cantautore. Inizialmente scoperto da Franco Battiato, vince la categoria “Nuove proposte” alla 65° edizione del Festival di Sanremo. L’anno successivo si guadagna il terzo posto nella sezione “Big” in duetto con Deborah Iurato e nel 2016, insieme a Bocelli, è uno dei protagonisti di “Music For Mercy”. Nel 2017 intraprende un’avventura televisiva come tutor nella scuola di Amici su Canale 5 e nel 2020 è ospite ai Seat Music Awards tenuti nell’Arena di Verona. La sua carriera oggi si muove tra musica e moda come testimonial per diversi brand lusso e ci racconta attraverso vissuti ed esperienze, il suo giudizio in merito alla correlazione tra la musica e la pandemia in corso.



Come è nata la tua passione per la musica ? Come è iniziata la tua carriera?

La mia passione per la musica è sempre stata un po’ una necessità, prima come ascoltatore e poi nel tempo anche come “cantautore”. Dopo la morte di mio padre, la musica è stata per me un rifugio, un porto sicuro; ascoltare tanta musica mi aiutato ad affrontare questi anni complessi.
A diciotto anni, mi sono trasferito a Milano dove ho cominciato a studiare architettura: già sognavo di fare il cantautore ma non scrivevo ancora le mie canzoni. Mi sono tuffato nello studio dei classici del cantautorato italiano per capire come funzionasse l’incastro tra parole e musica e iniziare a scrivere le mie prime canzoni. Ho capito che avrei potuto trasferire il mio vissuto e la mia emotività in canzoni inedite e la mia passione si è trasformata in vocazione, in necessità.
Per quattro anni ho bussato alle porte di numerose etichette discografiche e manager, ma nessuno si è mai fermato ad ascoltarmi. Nel 2012, a Donnalucata, ho incontrato Franco Battiato, mi sono appostato dietro un cespuglio per quattro ore, per consegnargli il mio disco. Il giorno dopo mi richiamò, manifestandomi l’interesse nel produrre il mio album.



È vero che è difficile come si pensa? Ci vuole solo fortuna?

Una delle cose più importanti che mi ha insegnato Battiato è stato il fatto di non avere mai l’arroganza di pretendere che arrivino canzoni nuove più forti ed ispirate rispetto alle precedenti. Noi siamo solo un tramite fra terra e cielo e le canzoni non appartengono a chi le scrive, ma a chi decide di ascoltarle.
L’arroganza è l’antitesi dell’arte, bisogna rimanere sempre umili, curiosi e perseveranti. Fare il cantautore è sicuramente complesso; la fortuna aiuta solo chi con dedizione e metodo investe la vita nelle proprie passioni, senza arrendersi davanti alle difficoltà.

La tua famiglia che ruolo ha avuto nel tuo percorso?

Mia madre mi ha sempre incoraggiato a proseguire gli studi. Arrivato a Milano ho infatti iniziato a studiare Architettura al Politecnico. Lei è sempre stata molto diffidente sul fatto che la musica potesse diventare un lavoro a tutti gli effetti. Tuttavia, mi ha sempre affiancato e supportato in modo razionale e lungimirante. Qualche anno fa ho pubblicato un romanzo epistolare “Dialogo con mia madre”, editore Rizzoli, che raccoglie una serie di scambi preziosi tra me e lei. La mia famiglia, le mie radici, sono le fondamenta della mia vita e della mia creatività.

Come si è ridimensionato il vostro settore ai tempi del covid?

Sicuramente l’impatto è stato molto doloroso. Migliaia di maestranze e lavoratori dello spettacolo sono tutt’ora fermi e in difficoltà. Io ho cercato, nel mio piccolo, di far viaggiare la mia musica in giro per l’Italia in una dimensione acustica, piano e voce. Ho percepito un gran desidero da parte del pubblico di ritornare ad emozionarsi, divertirsi e liberarsi attraverso la musica. È stato sicuramente uno dei tour più suggestivi e significativi della mia carriera. Qualche settimana fa è nata “Scena Unita”, un fondo solidale creato da un gruppo di artisti e personalità dello spettacolo, “Music Innovation Hub”, “La musica che gira” e “Cesvi Onlus”, per sostenere e supportare le persone più fragili del nostro settore.

La musica può essere una soluzione per il periodo storico che stiamo passando?

Penso che la musica sia sempre stato un mezzo fondamentale di comunicazione, forse più diretto rispetto ad altri; è il paradigma delle emozioni. L’arte e la creatività mi hanno salvato durante questa quarantena. Spero tutto questo ci porti a una riflessione profonda su ciò che siamo, sul nostro modo di vivere e approcciarci al mondo e agli altri. La musica continuerà ad essere il sottofondo portante di questo nuovo cambiamento.

Hotellerie vs Covid 19: il caso Planetaria Hotels

Contemporanei e al contempo legati saldamente alle tradizioni: d’altronde si sa, è dalla storia che dobbiamo imparare per formulare nuove soluzioni. Cosa significa questo per gli hotel del gruppo Planetaria? Essere ambasciatori di sostenibilità e valorizzatori delle eccellenze enogastronomiche. Planetaria Hotels è la compagnia alberghiera italiana che promuove la storia e le origini delle città che presidia. Hospitality è la parola-chiave del gruppo.


Planetaria Hotels è presente sul territorio nazionale con 11 strutture alberghiere di pregio a quattro e cinque stelle ubicate nel cuore di alcune città d’arte e di suggestivi borghi antichi. Fanno capo a Planetaria Hotels: Château Monfort, Enterprise Hotel, Milan Suite Hotel, Hotel Indigo Milan, Residenza delle Città a Milano, BEST WESTERN Villa Appiani a Trezzo sull’Adda, Grand Hotel Savoia e l’Hotel Continental a Genova, Hotel Ville sull’Arno a Firenze, Hotel Pulitzer e Leon’s Place a Roma.


Noi di Man in Town abbiamo intervistato Damiano De Crescenzo, il direttore generale di Planetaria Hotels. Egli è docente universitario, cavaliere del lavoro, vicepresidente del gruppo turismo in Assolombarda e premiato come Hotel Manager of the Year 2012.


Avete hotel in diverse città che in questo momento sono divisi da zone colorate, quali sono aperti ? Qual è la situazione attuale dell’ hôtellerie in questo periodo?

In questi giorni stiamo completando la chiusura di 6 alberghi e ne lasceremo aperti 5 di cui:  Enterprise Milano (ospita giornalisti e personale medico e sanitario del nuovo ospedale di terapia intensiva in Fiera Milano City) ed Indigo Milan (il più centrale di fianco alla Prefettura); Grand Hotel Savoia Genova (la città che continua a generare un po’ più di movimento) e Continental Genova (ospita in esclusiva una troupe cinematografica che gira da mesi un film) e Leon’s Place in centro a Roma.  Il settore alberghiero è quello economicamente più colpito insieme a quello del trasporto aereo.

L’impatto devastante per il turismo è noto a tutti. Voi avete comunque aperto l’Indigo a Milano e rinnovato il Leon’s Place a Roma, è una strategia di mercato? 

Si, ci teniamo comunque ad essere presenti per ogni esigenza e a mantenere la nostra visibilità costruita assiduamente negli anni.

Avete creato diverse iniziative durante il lockdown come il Food delivery di Chateau Monfort, ci sono altre iniziative ?  

Si, il delivery è stata un importante iniziativa ma non è tutto. Nei mesi in cui è stato possibile riavviare le attività, seppure con forti limitazioni, abbiamo lanciato i meeting ibridi dotando le nostre sale congressi di tecnologia avanzata per permettere di far svolgere meeting importanti con la maggior parte dei partecipanti a distanza, facilitando sia loro che i partecipanti in sede con interventi, videoriprese, presentazioni di slides, documenti etc.

Inoltre lo smart working in albergo ha avuto, e continua ad avere anche in lockdown, notevole successo in quanto consente di rendere tale attività maggiormente sicura, ottimale e di successo.

Chateau Monfort

Una quota di quanto è stato ed è devastante il Covid nel campo del turismo a Milano, Roma e Firenze? 

Il turismo in queste città è crollato oltre l’80% e quasi il 100% quello intercontinentale, tradizionalmente più redditizio.

Come è nato il suo amore per l’ hôtellerie?  

Per caso, già all’età di 15 anni con il desiderio di andare tanto in giro, lavorare subito (già durante il periodo scolastico) anche per avere l’autonomia economica, imparare le lingue straniere e conoscere tanta gente di diversa provenienza. Il resto lo hanno fatto gli alberghi e le persone che ho incontrato.

Quanto è importante essere affiliati ad una catena come per esempio Relais Le Chateau (Relais & Chateaux)? 

 E’ molto importante perché ci rende parte di un Gruppo di dimore che hanno principi in comune ed una clientela ispirata a quei valori. Inoltre, la condivisione delle esperienze tra le persone dei diversi alberghi e le linee guide della Casa madre fa sì che avvenga una crescita professionalmente importante per tutte le persone che ne fanno parte.

Quanto è importante il mercato della moda nei vostri Hotels? 

Molto importante e grazie al nostro motto “be as you are” che ben ci rappresenta, riusciamo ad essere in forte empatia con il settore, a volte anticipandone anche i trends.

Quanto è importante l’eco sostenibilità?

Da anni siamo in campo su questi principi ai quali crediamo tantissimo e ci siamo molto impegnati. Abbiamo fatto importanti scelte anche sulla ristorazione e questo ci ha premiato ed arricchito di soddisfazioni. In particolare abbiamo puntato tantissimo su un modo “slow” di fare ristorazione prediligendo le eccellenze e tradizioni locali, la stagionalità, la sostenibilità e le sane abitudini alimentari. Un lavoro impegnativo ma ricco di soddisfazioni. Poco prima del lockdown abbiamo lanciato lo slow-breakfast che nulla ha a che vedere con i ricchi e standard buffet internazionali. La presentazione dei cibi locali di cui si conosce bene sia la provenienza che la sana produzione, dalle uova ai formaggi ed i salumi, la frutta di stagione, le torte con le vecchie tradizionali ricette ecc., diventano un vero e proprio storytelling esperienziale.

La privacy è importante… ma qualche nome internazionale che è stato vostro ospite si può dire?

 La lista è lunga ma ne citiamo alcuni: Bill Gates, Michail Gorbaciov, Bud Spencer, Ennio Morricone, Mario Monicelli, Franco Battiato, Gigi Proietti, Paolo Sorrentino, Nanni Moretti, Maria Grazia Cucinotta, Sophia Loren, Pierfrancesco Favino, Alessandro Preziosi, Emma Marrone, Elisa, Antonello Venditti, Lamia Kashoggi, Ahmad Joudeh, Anastacia, Monica Bellucci, Virginia Raffaele, Nicole Kidman, Tim Roth, Andrei Shevchenko, Ben Harper, Zucchero Fornaciari, Carla Fracci, Daniel Pennac, Ron Perlman, Red Canzian, Gianna Nannini, Claudio Baglioni,  Umberto di Savoia, Amedeo di Savoia, Irene di Savoia.

A lezione di yoga con Vincenzo Lamberti

Abbiamo incontrato Vincenzo Lamberti (@vvvinsss) yoga teacher presso [hohm] street yoga Milano. Da sempre interessato al movimento in ogni sua forma e alla cura ed il benessere del corpo, Vincenzo decide di abbandonare il mondo della moda in cui lavora per dieci anni come designer, prima diventando prima personal trainer, per poi trovare nell’insegnamento dello yoga il percorso che meglio si adattava alle sue naturali predisposizioni: “ho così potuto fondere la passione per il corpo in movimento a quella per le filosofie orientali, a cui già da tempo mi dedicavo attraverso lo studio”.

La scuola in cu insegna è stata fondata da Marco Migliavacca e Giovanna De Paulis, e le sedi milanesi sono due, una in viale Tunisia 38 e l’altra in via Solari 19.
Da oltre 10 anni il centro si dedica allo studio e all’insegnamento dello yoga in modo a-dogmatico, con un’offerta che spazia dal vinyasa allo yin e al restorative, e rivolge la sua attenzione tanto agli aspetti sottili e tradizionali della disciplina, fra cui il pranayama, quanto a una più moderna ricerca, come l’introduzione in Italia del metodo Katonah yoga.
La scuola affianca in calendario classi multilivello a percorsi pensati appositamente per i principianti, e di recente si è aperta anche a persone con disabilità o semplici difficoltà motorie, proponendo lezioni di yoga adattivo.
Per completare la ricerca di chi vuole approfondire lo studio dello yoga e portare la propria pratica a un nuovo livello di consapevolezza, [hohm] street yoga organizza inoltre formazioni, ritiri e laboratori con insegnanti italiani e internazionali.


Come è nata la tua passione per lo yoga? Raccontaci il tuo percorso.

L’interesse per le filosofie orientali e la meditazione, unitamente ad un’istintiva esigenza di esprimermi attraverso il corpo ed il movimento, mi hanno portato per la prima volta a sperimentare la pratica dello yoga, che inizialmente era però circoscritta a ritagli di tempo che difficilmente riuscivo a riservarmi, in quanto assorbito dai ritmi lavorativi particolarmente intensi. Solo quando ho trovato il coraggio di lasciare la mia precedente attività lavorativa e mettere così in discussione quelle che fino ad allora erano state le mie certezze, fonte in realtà anche di insofferenza e blocchi, ho avuto modo di approfondire il mio rapporto con la pratica, scoprendo in essa uno strumento di conoscenza della nostra più profonda essenza e un potente stimolo al cambiamento.

Quale tipo di yoga pratichi e quali sono i benefici di questa disciplina?

L’approccio metodologico che prediligo è quello del Vinyasa Krama, che consiste nel creare una struttura ordinata e graduale di posture o asana che si inseriscono in una sequenza dinamica, in cui ogni movimento è connesso e supportato in primis dal respiro, ma anche da altri elementi quali visualizzazioni, meditazioni, bandha, mudra ecc. Il tutto infatti concorre a focalizzare l’attenzione su ciò che si sta facendo nel momento presente, rendendo così il corpo più consapevole dei propri movimenti nello spazio e la mente sempre meno in balia di pensieri che possano proiettarla nel futuro o tenerla ancorata al passato. Oltre ai benefici fisici in termini di flessibilità, resistenza e qualità del respiro, la pratica diviene così una sorta di meditazione dinamica che ci aiuta ad allenare la nostra concentrazione e a liberare la mente da ansie e stress.

Quanto è importante la respirazione e come si pratica correttamente?

Fondamentale è l’utilizzo corretto del respiro durante la pratica; alle sue fasi infatti coordiniamo le diverse tipologie di movimento ed è inoltre considerato un punto di connessione tra corpo e mente: come il nostro sistema corpo-mente e le emozioni che si generano in esso in base agli stimoli esterni possono influenzare il nostro respiro rendendolo più agitato o calmo, allo stesso modo attraverso il controllo consapevole del respiro (pranayama) possiamo modificare tutto il nostro sistema. Oltre ad essere la nostra principale guida durante la pratica per mantenere il giusto raccoglimento, il pranayama stimola profonde trasformazioni fisiologiche, rende più limpida la mente, portandoci gradualmente a modificare i nostri schemi abituali, ed amplia la nostra capacità respiratoria rinforzando così la nostra salute.

Un tuo consiglio per avvicinare una persona a questo mondo?

Se dovessi dare un consiglio per far si che una persona si avvicini a questo mondo direi semplicemente di lanciarsi e provare, in quanto solo l’esperienza diretta può dare una chiara idea di quanto si possa essere in sintonia o meno con questo tipo di pratica. Consiglierei inoltre di provare anche diversi tipi di insegnanti e metodi, in quando ciascuno può avere qualcosa di diverso da offrire ed ogni allievo si sentirà più a suo agio in determinate modalità piuttosto che in altre.

Intervista a Miguel Gobbo Diaz: “fuori dalle scene conduco una vita bucolica”

Miguel Gobbo Diaz, attore italiano di origini Domenicane, ma la sua città è Vicenza, anzi il veneto come ci confermano il suo accento ed i suoi oramai imperdibili TikTok.

La gavetta lui l’ha fatta ed anche seriamente, dopo due tentativi è riuscito ad entrare nell’ambitissimo Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove ha studiato e si è diplomato.

Oramai il Grande pubblico lo riconosce per la serie TV di RAI1 “Nero a metà” di cui è protagonista e di cui sta per arrivare la seconda stagione.

Dimmi subito qualche news sulla seconda stagione?

Non posso dirti troppo, però è finita, ed è pronta, stiamo solo aspettando la data della messa in onda, che doveva già essere programmata, poi con il lockdown, ovviamente i palinsesti hanno inevitabilmente subito dei cambiamenti.

La buona notizia è che la RAI sta mandando proprio in questi giorni la replica della prima serie così chi se la fosse persa, può recuperare.

Parlami del tuo personaggio in “Nero a metà”

Il mio ruolo è quello di Malik Soprani e sono un poliziotto, il quale si ritrova a lavorare con Carlo Guerrieri che sarebbe Claudio Amendola, il fatto è che non vanno assolutamente d’accordo, anzi non si sopportano proprio, e poi tra una tensione l’altra risultano funzionare molto bene come coppia e come squadra.

Per chi ti segue sui social, la tua è una vita bucolica!

Si, ho la fortuna di avere i miei che vivono in campagna in Veneto, tre giorni prima della chiusura dell’Italia ero a Roma e poi mi son detto magari salgo su per un weekend in quanto poi avrei dovuto girare un progetto nuovo e non sarei più potuto risalire.

Poi è successo il delirio che tutti noi conosciamo e son fortunatamente rimasto qui e con l’occasione ho potuto aiutare mio padre con qualche lavoretto riscoprendo i valori della natura.

Quindi hai preso le usanze della tua regione, si beve senza domani?

Beh, diciamo che da ragazzino si, ora però molto meno anche se non posso negare che qui gli aperitivi con gli amici sono sempre importanti.

Qui c’è una vera e propria tradizione del vino ne dello Spritz.

Ti sei mai dovuto scontrare con un pregiudizio nei confronti della tua pelle?

Sinceramente no, ho avuto pochi amici neri, ho sempre avuto amici della zona di Vicenza, forse son stato fortunato ma non saprei, però penso che a volte i pregiudizi ce li creiamo noi, e magari basta distogliere l’attenzione e non dare importanza ad un solo primo sguardo.

Difficile che io non sia simpatico, ma può succedere.

Come ti sei avvicinato a questo mestiere?

Decisamente per caso, a scuola, non conoscevo esattamente il teatro, poi un pomeriggio mi hanno offerto la possibilità o di fare i compiti o di fare teatro, e la scelta è stata facile, a me non piaceva studiare.

Da li ho iniziato con quel corso di recitazione e non mi son più fermato.

Moscot apre il suo secondo flagship store in Italia

MOSCOT, l’iconico brand di New York, con 105 anni di storia e istituzione nel mondo dell’eyewear, ha aperto il secondo flagship store in Italia. La nuova location, aperta lo scorso del 12 dicembre, occupa 65 mq in via Ponte Vetero 22 a Milano. Lo spazio combina lo stile distintivo del brand con l’atmosfera suggestiva di Brera, incarnando  lo spirito classico, storico e metropolitano del brand , nella capitale globale della moda e del design. In occasione dell’apertura abbiamo incontrato Harvey Moscot, il celebre CEO del brand.

Harvey e Zack Moscot

Moscot è un brand storico collegato alla città di New York. Cosa rappresenta questa città per il brand?

New York è la città dove tutto è cominciato, in un quartiere formato da artisti, registi, musicisti, e questo ha dato un’impronta decisiva per la storia del nostro brand. Questi sono stati i primi clienti che sono venuti nel nostro negozio e che abbiamo servito diversi anni, motivo per cui abbiamo rapporti con attori e musicisti famosi. New York inizialmente ci ha spinto molto, e penso che rappresenti anche tutti gli immigrati che sono giunti in America, il meltin pot e la diversità del nostro pubblico.

Come mai gli occhiali significano così tanto per l’ambito del fashion?

È partito tutto con gli occhiali da vista, che erano visti dalle persone come un dispositivo medico, e adesso se ci pensi sono la prima cosa che notiamo quando guardiamo qualcuno. Al pari dell’abbigliamento e degli accessori, non capisco perché sia necessario un solo paio di occhiali da vista e magari cinque cinture. In Europa gli occhiali sono visti come accessori da molto più tempo rispetto all’America, dove sono diventati un oggetto cool da meno tempo.

Quanto influiscono i social media sul vostro brand?

Moltissimo, se ne occupa mio figlio che ha molta attenzione verso il mondo del digitale. Per noi è un modo per interfacciarci e comunicare con i nostri clienti e amici in tutto il mondo. Abbiamo quasi 200000 followers su Instagram, e sono tutti organici. I nostri migliori influencer sono le persone che ci scelgono, ovviamente i cantanti (stranieri ma anche volti noti in Italia) musicisti ed esponenti del jet set. Non ci interessa adottare trucchi o eccessive strategie.

So che è anche appassionato di musica, in questo frangente ci sono nuovi progetti?

La musica è molto importante per me, suono la chitarra e scrivo canzoni. Per quanto riguarda le nuove aperture dei negozi cerchiamo di collaborare sempre con i dj, come è stato a Los Angeles con Chromeo e sempre con loro stiamo lavorando ad una potenziale collaborazione per il prossimo anno. 

Cosa significa per lei eleganza?

L’eleganza è un concetto senza tempo, fatto di capi classici e iconici. Quindi direi che per noi l’eleganza è “timeless design”.

Come mai ha scelto Milano come seconda città italiana per l’apertura?

Il nostro primo store è a Roma, ed era giunto il tempo di cogliere l’opportunità di aprire a Milano. Abbiamo sempre voluto essere in questa città perché è il centro della moda europea. Ci è piaciuta subito e per certi aspetti ci ha ricordato la nostra New York. 


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