Formal but damned

Testo raccolto da Giorgia Cantarini per Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire Italia

Essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro . Quand’è successo che, quasi contemporaneamente e quasi all’improvviso, nei guardaroba dei Milllennials sono apparse (non riapparse) le giacche sartoriali, i pantaloni con le pinces e – massimo stupore – gli abiti, che i nostri papà definivano “completi”? Come mai, a Sanremo, uno dei trapper più amati dai giovani, Achille Lauro, si è presentato con un look sartorialissimo di Carlo Pignatelli, corredato da camicia bianca e cravatta, cantando una canzone che è un inno all’autodistruzione, Rolls Royce, che lui definisce – stupore raddoppiato – un «motivo elegante»?    La moda, si sa, è un linguaggio, ed è proprio con le parole che ha una parentela stretta e tormentata: quell’aggettivo lì, elegante, che fa quasi paura ripeterlo, noi critici di moda non lo sentivamo da anni, perché obsoleto, stantio. In una parola, démodé. Il problema è che Lauro ci stava dannatamente bene, vestito da adulto perbene ma con la faccia segnata da brufoli e tatuaggi da postadolescente: anzi proprio perché nato nel 1990, il contrasto, il contenitore e il contenuto era piacevole, fresco, quasi balsamico. E così, per tutti i protagonisti maschili della cultura popolare internazionale, da Harry Styles a Pharrell Williams, fino all’androgino Ezra Miller, che si è presentato al Met Ball con uno smoking superformale di Burberry, ma con più occhi dipinti sul volto: abbigliarsi in maniera convenzionale ha tutta la novità di ciò che fino a ieri consideravamo anticonvenzionale. Nei corsi e ricorsi storici dello stile, si va avanti per azione e reazione, provocazione e conservatorismo di ritorno: ma in questo caso la situazione è un po’ diversa e, antropologicamente parlando, assai appetitosa.    Per esempio, è stato molto interessante osservare come una storica maison come Ermenegildo Zegna, considerata il custode della compostezza vestimentaria, abbia proposto per questa estate un guardaroba ginnico fatto di tute, sneakers e hoodie col cappuccio, realizzati in fibre nobilissime e preziose.

Dall’altra parte, un nuovo nome della moda Made in Italy, Dorian Tarantini, ha disegnato una collezione per il suo marchio M1992, che rielabora con nuove proporzioni il binomio giacca + pantaloni, seguito, ad esempio, da Efisio Marras per LBM 1911, che si è cimentato in una capsule collection di abiti dalle silhouette classiche ma superskinny,  rinvigoriti da stampe floreali. Fino ad arrivare al Gotha della creatività rivoluzionaria del lusso di Alessandro Michele per Gucci, ma anche a quella di Hedi Slimane per Celine (dal cui logo lo stilista ha anche tolto l’accento), che porta in scena abiti a due bottoni sempre accessoriati di cravattina lunga e stretta in pieno mood anni Sessanta o rievocazione de Le iene di Quentin Tarantino, se volete.    Senza dimenticare Virgil Abloh, che ora firma la linea maschile di Louis Vuitton e il raffinatissimo ex punk Kim Jones, ora alla guida creativa di Dior Homme: tutti concentratissimi sull’abito, magari abbinato ad accessori imprevisti. C’è un punto da sottolineare: la moda è una ladra, ruba costantemente alle sottoculture per poi eliminarne ogni elemento di disturbo, sistemare sulle passerelle quella scelta dell’apparire che nasce come protesta antisistema la quale, grazie all’apparato dei grandi produttori di abbigliamento, diventa novità.

È successo così con Demna Gvasalia e Gosha Rubchinskiy, che per primi, dieci anni fa, hanno letteralmente teletrasportato nel tempo e nello spazio i look dell’Europa dell’Est anni Novanta, facendo risorgere marchi che pensavamo non esistessero più, come Fila, Robe di Kappa, Ellesse, Champion, per trasformarli in icone della desiderabilità. Quando però a quel tipo di immagine si è aggiunto anche un aumento dei prezzi….come nelle sneakers, dopo l’entusiasmo iniziale (il comfort! La libertà! Il vestire antiborghese! La ribellione quotidiana!), qualcosa si deve essere ingarbugliato, spiegazzato, sgualcito: se sembrare usciti da Decathlon richiedeva il conto in banca di Donald Trump per sembrare a tutti i costi rivoluzionari o poteva essere un piacevole gioco per il figlio del miliardario cinese o del plutocrate arabo, rappresentava anche un piccolo tradimento nei confronti di chi si mette la tuta Adidas solo per fare esercizi o in totale relax sul divano di casa.  I ragazzi della Generazione Z, quelli nati dal 1995, hanno anche un rapporto diverso con il denaro rispetto ai Millennials: sono sempre alla ricerca delle migliori offerte, analizzano la qualità dei prodotti e valutano più opzioni prima di prendere una decisione. Inoltre, gli Zeta iniziano a risparmiare molto prima rispetto alle generazioni precedenti: un effetto dell’essere cresciuti durante la Grande Recessione. Hanno visto i loro genitori affrontare la disoccupazione, e vogliono evitarlo.

Così se i Millennials hanno imparato ad apprezzare la trasparenza, quelli della Generazione Z, gli GenZer, la pretendono. Secondo uno studio di Girl Up, organizzazione dell’Onu che esplora l’universo dei teenager in tutto il pianeta, gli GenZer esigono l’autenticità: «Hanno accesso a tutte le informazioni online per formarsi opinioni forti», dichiara Anna Blue, co-executive director di Girl Up.   «Fin da giovanissimi sanno come elaborare e decifrare la comunicazione dei brand a loro interessati. La verità per loro è davvero un requisito fondamentale».   Quando tute, felpe, jeans sformati da Dad style e tutte le proposte compiute in nome del terrificante normcore, la banalità indossabile, hanno cominciato a diventare la norma, era impensabile che non diventasse necessario, uno scarto da quella regola. Anche perché, ammettiamolo chiaramente: la Grande Truffa emotiva dello streetwear consiste nell’aver fatto passare un messaggio di falsa libertà. Nel senso che sfido chiunque a fare bella figura ingolfato in un tutone di finto trilobato (ma in vero cashmere).    Altro che comodità: se c’è stata una tendenza veramente discriminatoria che esponeva tutti al body shaming – l’essere dileggiati perché fisicamente non perfetti, non snelli, non asciutti, non giovanissimi – è stata proprio quella sportiva, contrabbandata come democratica solo perché i pantaloni hanno l’elastico in vita e permettono ai più ricchi e ai più golosi di sfondarsi di cibo vestendosi all’ultimo grido. Il nuovo formale riscatta, ristruttura, fa da Photoshop tessile permettendo ai più, grazie al potere del buon taglio e delle spalline imbottite quel tanto che basta, di non ritrovarsi su Instagram pieni di dislike e con commenti all’acido prussico.  Certo, il sartoriale del Secondo Ventennio del Duemila non può e non deve andare a scimmiottare i blazer fatti con riga, squadra e cazzuola che indossano i politici di tutto il mondo quando vogliono sembrare fighi. Se c’è una rivolta da compiere adesso, è quella contro l’infantilizzazione della società, sempre più dilagante con filtri su selfie e autoscatti che spargono di stelline e unicorni. Vanessa Friedman nel 2016 scrisse sul New York Times un piccolo editoriale gioiello intitolato “How to dress like an adult: «Vestirsi da adulti serve in qualche modo a distinguere il te stesso cresciuto dal te stesso adolescente; è un modo per dire a te e a quelli che ti guardano “io sono questo in questa fase della mia vita”».     Restituire al concetto di sentirsi a posto una valenza positiva, quello sì, può essere un passo in avanti nell’evoluzione culturale del mondo. Oltretutto, essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro. Non è forse questo, il vero comfort esistenziale? Sarà il formale a salvarci. Non i formalismi.

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John Dagleish: l’attore trasformista

Istrionico, con modi da perfetto gentleman e un sorriso che conquista. John Dagleish ti conquista con ironia e charme, e non si può fare a meno di notare la somiglianza con Vincent Cassel, in versione British. Dalla passione per il teatro (fa parte della compagnia di Kenneth Branagh) fino al grande cinema, John è il perfetto caratterista, capace di interpretare ruoli comici come drammatici, John Dagleish non è ancora famoso a livello internazionale, ma noi di Manintown scommettiamo sul suo talento, che quest’autunno vedremo nel controverso Farming film sul razzismo in Inghilterra e in Judy, il biopic sulla vita di Judy Garland.

Sapevi cosa significasse il termine “Farming” prima di prendere parte al fim?

“Farming” è un termine colloquiale usato dagli assistenti sociali britannici per descrivere una pratica diffusa negli anni ’60, ’70 e ’80 che vedeva i genitori nigeriani mandare i propri figli a vivere con famiglie affidatarie della classe operaia in Gran Bretagna, credendo che ciò avrebbe dato loro una vita migliore. Il rovescio della medaglia di questo “farming out” è focalizzato in modo straziante in questo film autobiografico diretto da Adewale Akinnuoye-Agbaje. Io non lo avevo mai sentita prima come parola, mi preoccupava anche essere capace di esprimere appieno un personaggio che non è fittizio ma è reale. Quello che sorprende, e in qualche modo scuote, è che il film rappresenta la brutale vita vissuta in prima persona dal regista, che però ha saputo dirigerci magistralmente, sapeva cosa voleva.

Ci racconti la trama?

Basato sulla sua storia di vita di Adamsale Akinnuoye-Agbaje, Farming traccia lo straordinario viaggio di un giovane ragazzo nigeriano che, lottando per trovare un’identità, s’imbatte in una banda di skinhead nell’Inghilterra del 1980. All’età di sei settimane, il protagonista Enitan è affidato alle cure di una famiglia di operai bianchi nella città portuale di Tilbury, nell’Essex. La sua nuova madre surrogata, Ingrid (Kate Beckinsale), diventa un genitore adottivo complesso e fa fatica a guidare il nuovo arrivato. Incerto del suo posto nel mondo e privo dell’amore di una madre, desidera disperatamente appartenere a un gruppo ed è vittima delle aggressioni dei bulli, si ritrova ad essere ricoperto di talco pur di voler sentirsi bianco. Da vittima diventa però carnefice contro i suoi stessi connazionali, entra infatti a far parte di una banda locale di skinhead guidata da Levi, il mio personaggio, che decide di accoglierlo come fosse un suo esperimento, quasi al rango di un animale domestico, trattandolo con crudeltà anche se Enitan riconosce in lui l’unico riferimento che ha. La bellezza della storia, oltre che parlare di un argomento mai trattato prima, mostra il percorso di crescita di un giovane uomo che subisce la discriminazione razziale e che deve combattere le avversità. Si renderà conto che, in un mondo di odio, la sua battaglia più dura è imparare ad amare se stesso e accettarsi.

Come è stato interpretare un personaggio così violento come Levi?

È molto difficile calarsi nei panni di un bad boy come lui. Levi è sicuramente il personaggio più dark che ho mai interpretato. La parte più dura, oltre le orribili azioni che compie nel film, è stata la trasformazione fisica che ho subito, la preparazione fisica, il look e soprattutto l’essermi rasato come un vero skinhead. Guardarsi allo specchio, ripensare alle riprese non è stato facile per me, così come accorgermi di come mi guardavano le persone per strada, il sentirmi non a mio agio con me stesso. Come sono riuscito a non crollare? Ho studiato il background del mio personaggio, non per cercare di giustificare il suo comportamento, ma per provare a capirlo. Dietro la ferocia c’è sempre la disperazione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sarà Judydiretto da Rupert Goold e in uscita in autunno. Renee interpreta Judy Garland, in particolare nell’inverno del 1968Judy Garland arriva a Londra per una serie di concerti “tutto esaurito” di cinque settimane al night club “Talk of the Town”. Nel film ci sono anche Michael Gambon, Jessie Buckley, attori incredibili. Penso che la performance di Renee come Judy sia fantastica e lei è una delle attrici più brillanti con cui abbia mai lavorato. Io intervengo interpretando Lonnie Donegan il cantante di skiffle (un sottogenere del jazz) che era tenuto a sostituirla in caso di assenza o ritardo. La grande diva è ormai anziana ed è in una spirale di alcohol e pillole, fa fatica ad esibirsi, ma è pur sempre una star.

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THE RETURN OF MORCHEEBA

The British pioneers of ‘90s trip-hop are back with a new album, Blaze Away .

INIZIAMO CON IL NOME: COSA SIGNIFICA BLAZE AWAY?
Probabilmente sai che Morcheeba in gergo significa “più marijuana” e a Londra, se qualcuno ti chiede se può rollarsene una la risposta è questa e il senso è “certo fai pure”.

L’ALBUM VEDE ANCHE ALCUNE IMPORTANTI PARTECIPAZIONI, CE LE RACCONTATE?
Ci piace collaborare con personaggi e artisti diversi, non ci poniamo limiti. Abbiamo con noi il rapper inglese Roots Manuva, ospite della title-track ‘Blaze Away’, il cantautore e musicista francesce, Benjamin Biolay, canta con noi in ‘Paris Sur Mer’. Mentre in ‘Summertime’, disinvolto pezzo pop arricchito da richiami , è impreziosito dalla scrittura di Kurt Wagner dei Lambchop. La sezione di ottoni degli Zion Train è ospite ancora una volta – c’erano anche in “Big Calm” – nella track di ‘Love Dub’.

COME PENSATE CHE LA BAND SI SIA EVOLUTA DALL’INIZIO?
Nelle prime registrazioni, eravamo timidi e la nostra musica un po’ acerba. Ora il nostro suono è diventato meno impostato. Abbiamo aggiunto più di un tocco grezzo come ad esempio usando la batteria live in alcune tracce, piuttosto che usare battiti programmati.

CHE TIPO DI STILE MUSICALE RITENETE RAPPRESENTI LA VOSTRA ESTETICA MUSICALE?
È difficile scegliere un solo stile perché ci piace sempre mescolarlo, passando dal trip hop al rock psichedelico, passando per il blues, il country e il soul. Fino al rap che ora impazza.

PARLIAMO DI MODA. QUAL È IL VOSTRO STILE, IN PARTICOLARE SUL PALCO?
Skye: “disegno e cucio tutti i miei vestiti per il palcoscenico. Le collezioni che creo s’ispirano agli album che creiamo. Quindi sì, penso che corrisponda. Ross è molto vicino a un look più sportivo del mio, da qualche accenno rude boy dei primi tempi, fatto di polo jeans e anfibi, ha attraversato un periodo in cui usava camicie stampate microfantasia e jeans più slim in stile 70. Ora anche per le foto dell’album abbiamo optato per look monocromatici, io in bianco, lui con giacca sahariana con collo alla coreana, piuttosto che un abito couture nero per me che si accompagna a un look più combat e militare per lui. Per il lancio dell’album indosserò un abito da me realizzato interamente con le mitiche zip YKK, nostro partner di lancio e anche Ross, che non vuole dire nulla al momento, sta pensando a qualcosa.”

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QUALI SONO I TUOI PROSSIMI PROGETTI? OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE?
Mi sto davvero godendo il tour in questo momento, promuovendo Blaze Away. Abbiamo viaggiato per la prima volta in Sud Africa, che è stata un’esperienza incredibile, siamo riusciti a fare un safari e a vedere gli animali. Abbiamo anche visitato per la prima volta il Marocco. E presto suoniamo in Israele per la prima volta. Ci sono così tanti altri posti in cui vorremmo andare come ad esempio l’Islanda e il Giappone.

QUALCHE VIDEO MUSICALE IN PREPARAZIONE?
Stiamo lavorando ad alcune idee per il prossimo singolo che si chiama ‘It’s Summertime’. È una canzone molto brillante e positiva, con la promessa di un momento di romanticismo. Ci piacerebbe che il video non fosse un video ovvio e solare ambientato in spiaggia.

COSA NE PENSATE DEI SOCIAL MEDIA E COME LI USATE?
Abbiamo creato una nuova pagina Instagram dedicata ai fan chiamata#MorcheebaMobsters, un modo per far vedere cosa facciamo ed entrare in contatto con i fan direttamente. Le nostre pagine personali non hanno una vera strategia e in generale non ci piace condividere troppo della nostra vita personale.

AVETE SCELTO DI PUBBLICARE UN’EDIZIONE LIMITATA IN VINILE, PENSATE A UN REVIVAL DEI VINILI?

Il vinile è stato popolare, certamente nel Regno Unito, per un certo numero di anni. Puoi persino comprarlo nei grandi supermercati. Era popolare averlo come opera d’arte per incorniciare anche i dischi delle proprie icone, ma ora le persone stanno effettivamente tornando ad apprezzare il suono, ci sono locali a Londra dove puoi ascoltare e ballare sulle note della sola musica analogica. È una bella esperienza organica ascoltare il vinile. Ed è bello possederlo fisicamente, come un oggetto prezioso, anziché ascoltare musica semplicemente in streaming.

QUI IN ITALIA “ROME WASNT’ BUILT IN A DAY” È STATA UN SUCCESSO. CI RACCONTATE COSA VI HA ISPIRATO?

Per fare qualcosa di bello ci vuole tempo. Dal creare fisicamente qualcosa, fino a costruire una relazione, che sia di amore o di amicizia, non cambia, ci vuole tempo e dedizione. Da un semplice proverbio volevamo lanciare un messaggio ben preciso: in un mondo che correva (e che corre) prendetevi il tempo per coltivare ciò a cui tenete di più, e sarete ripagati.

COSA NE PENSATE DELLA BREXIT? COME SI STA VIVENDO NEL REGNO UNITO?
Adoriamo vivere nel Regno Unito. È incredibilmente deludente che non restiamo nell’Unione europea. Non ci sono parole.

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QUAL È L’ESSENZA DELLA FELICITÀ PER VOI?
Essere umili, essere in grado di godersi le cose semplici della vita e apprezzare le piccole cose. E apprezzando ciò che hai, concentrandoti sul positivo. Ogni giorno.

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GUARDIANI: ONESOUL, MANY PERSONALITIES

Il nuovo corso del progetto sneaker diventa digital

Nello scorso numero vi avevamo parlato del nuovo progetto sneaker Onesoul firmato Guardiani, una trainer di design che unisce spirito active e inclinazione formale, che si caratterizza per la sua forma affusolata, lo strap con accessorio lo spoiler a contrasto. Una sneaker dall’animo unisex ma dalle mille declinazioni, dagli utilizzi differenti e adatta a look diversi. Proprio come è sfaccettato l’uomo MANINTOWN, l’essenza della sneaker è proprio questa: strizzare l’occhio alle tendenze, la versione high-top a calzino ne è un esempio, pur mantenendo un aspetto sleek ed elegante che la rende versatile anche in abbinamento a un completo da ufficio o da sera. Il progetto sul modello di punta della casa si è poi sviluppato, grazie all’interpretazione di questa con il video manifesto (chiamato appunto Onesoul, many personalities e di cui abbiamo parlato sul nostro sito) a cura di Senio Zapruder, in cui vengono esplicate le varie personalità e i vari archetipi delle sottoculture e di Instagram, che hanno ispirato il design di questa sneaker, eviscerando dunque quali siano le “molte personalità” che compongono e/o a cui è rivolta la sneaker Onesoul. La sneaker diventa sempre più virale e oggetto di cult della rete.

In esclusiva presentiamo invece qui il nuovo modello ONESOUL KNITTED high top (preview della collezione fw18 e già disponibile sull’online store di Guardiani), uno stivaletto athleisure di design, unisex  in linea con il trend del momento, protagonista del video dal sapore minimal che trovate online su manintown.com.

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La Onesoul knitted high-top, ovvero la sneaker calzino evoluzione del modello iconico della casa, è pensata per chi è sneaker addicted, interamente realizzata in maglia stretch cucita a tubolare il modello riporta le stesse caratteristiche distintive del modello base: lo strap in tessuto gommato con fibbia in metallo che riporta il logo del brand e lo spoiler a contrasto.
La socksneaker Onesoul è disponibile in due versioni unisex: nera con spoiler rosso e verde con spoiler stampato legno. Nel video, è centrale il tema del genderless, che viene letto questa volta in chiave minimalista. Qui si alternano infatti due figure identiche, che inizialmente ne sembrano una sola e che solo dopo metà video si dividono e interagiscono tra loro.L’alternarsi architettonico del bianco e nero della Onesoul knitted high-top ruba la scena e cattura l’obiettivo, grazie alla forza visuale del suo design.

Screenshot 2018-06-15 16.15.37Questo modello insieme alla preview della prossima collezione primavera estate 2019 sarà visionabile per gli addetti ai lavori al Pitti 94, nello stand Alberto Guardiani (Pad. Centrale K18) e nello showroom milanese del brand, a Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16.

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ADAM KATZ SINDING – DON’T CALL HIM INFLUENCER

cover_portrait by Jonathan Daniel Pryce Garconjon.com

Non gli piace essere chiamato streestyler, né tanto meno influencer. Preferisce essere chiamato fotogiornalista, perché considera il suo lavoro un report visuale di tutto ciò che avviene nel mondo della moda.
Il suo stile l’ha reso uno dei più importanti fotografi di street, questo è innegabile, ma soprattutto per quel tocco speciale e quella luce così intensa che solo le sue foto hanno, catturando l’occhio dei più prestigiosi brand di moda (da Gucci, passando per Dior o Helmut Lang) e magazine internazionali come W Magazine, In Style e Highsnobiety. Parliamo di Adam Katz Sinding, di cui tutti conoscono il lavoro sul suo sito le21eme.com ma di cui tutti, o quasi, sbagliano a scriverne entrambi i nomi.Grazie al suo talento ha iniziato anche una carriera di fotografo vero e proprio, realizzando campagne fotografiche, lookbook ed editoriali. Con il tempo è diventato una presenza costante a tutte le settimane della moda. È un artista on the go, animato da passione e temperamento da duro, il cui unico vizio è non fermarsi mai.

Chi è l’nfluencer più forte sui social?
Penso che Chiara Ferragni regni incontrastata se si parla di moda. Altrimenti in campi affini sono al top personaggi come le Kardashian, il clan Jenner e le Hadid.

Ti consideri un influencer dato il tuo seguito sui social?
Anche se suppongo che per definizione sarò considerato così, non mi identifico con questo titolo, anche perché non considero il livello di engagement così alto.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
Mi appoggio molto a Instagram o Facebook per il mio business. Senza questi canali il lavoro non sarebbe lo stesso e non potrebbe essere visto dallo stesso audience in termini di grandezza. Il tuo account social diventa come creare una piccola galleria d’arte digitale, curata da te.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona?
Cerco di evitare di postare foto di me stesso su Instagram. Sento che, anche se i miei seguaci sembrano apprezzare i contenuti personali, non ho piacere che il mio canale social sia seguito grazie alla mia immagine piuttosto che alle foto che scatto. Posto l’acronimo #AKSForeheadSelfie accompagnato da un selfie in cui si vedono gli occhi e la fronte. La mia opionione sul selfie è che darsi tutta questa auto-importanza è davvero noioso.

Quali sono i contenuti che hanno una migliore performance online?
Triste da dire, ma è il contenuto commerciale a fare da padrone, oppure immagini dai colori sgargianti come il rosso, il rosa o il giallo. Spesso la qualità delle fotografie ha poco a che fare con quanti like possano ottenere.

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julien boudet – blue as a state of mind

Forse meglio conosciuto come Bleu Mode, Julien nasce a Sète, cittadina francese sul Mar Mediterraneo. È, probabilmente, dal colore blu del mare che deriva il suo nome d’arte e la sua passione per i colori e la fotografia. Boudet infatti, è un fotografo Street Style, ormai uno dei più conosciuti a livello internazionale che, dal 2013, ama documentare l’evoluzione della moda negli anni, catturando quello che lui ama definire il “momento decisivo”. Grazie alla sua sensibilità e alla sua estrema attenzione ai dettagli, Bleu Mode, riesce a immortalare quello che risulterebbe invisibile ai più. A oggi collabora con brand del calibro di Thom Browne, Adidas, Uniqlo e testate come Elle Usa e CR Fashion book, tenendo d’occhio il mondo dello sportswear e dei designer emergenti. L’etichetta di fotografo street è riduttiva, perché si cimenta in altri campi: come il reportage, gli editoriali di moda e l’architettura.

Chi è la persona più influente sui social?
Credo si debba definire prima di che tipo di “influenza” parliamo: è quella delle celebrità (attrici, rapper, giocatori di basket…) sui loro fans, quella dei giornali e dei media sui lettori, quella degli influencer/blogger, che hanno costruito la propria carriera attraverso i social, grazie ai follower. Ci sono aspetti molto diversi da tenere in considerazione, anche se la persona più influente del momento è chi, per definizione, ha più follower su Instagram. Se poi analizzassimo un settore specifico, come la moda, direi che il più influente è sicuramente Virgil Abloh, perché riesce a raggiungere molte persone dai più diversi background, che piaccia o meno. Ti consideri un influencer dato il tuo seguito sui social? A prescindere da ciò che fai nella vita, influenzi le persone che ti circondano, sia positivamente che non. Se hai successo in ciò che fai, avrai ovviamente più influenza e raggiungerai più persone. L’unica cosa che cambierà sarà il numero di persone; per esempio, qualcuno che ha un grande seguito già dall’inizio per il proprio lavoro (e.g. il mio come fotografo) potrebbe diventare un “influencer” perché è stato capace di catturare l’attenzione della gente. Attraverso le mie immagini e il mio stile (entrambe espressioni di me stesso), ho un’influenza sulle persone, ma onestamente non mi considero un “influencer”.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
Ad essere davvero onesto, sono stati essenziali per il mio lavoro. Ho iniziato come fotografo nel gennaio 2013, fortunatamente sono riuscito a distinguermi dalla massa e ad avere sempre più persone interessate in ciò che faccio, solo grazie ai social media, in particolare Instagram. Ottengo ancora molti lavori attraverso questa piattaforma, per questo, sì, sono molto importanti, anche adesso.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona fare, o non fare, così?
Utilizzo la mia immagine per promuovere il mio lavoro, e molti professionisti che conoscono mi hanno incoraggiato a farlo, perché è importante per i tuoi follower vedere chi c’è dietro l’account. Aggiunge un qualcosa in più, sembra più reale, più personale. Non mi piace molto, perché preferisco stare dall’altra parte della macchina fotografica, ma cerco di farlo un po’ di più. Tuttavia non lo faccio per ottenere più like e follower.

Quale contenuto funziona meglio online?
Credo che dipenda tutto dalla propria audience. Tutti noi abbiamo pubblici molto differenti e se un collega fotografo (con lo stesso seguito, per esempio) posta la foto di un look che ho postato non avrà necessariamente lo stesso engagement.

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THE WEEKND – A DIGITAL MUSIC STAR

E’ sicuramente l’artista musicale del momento, con un album in vetta alle classifiche e i suoi solidi sedici milioni di follower su Instagram e con una media di 800.000 like alla volta. L’ultimo album, Starboy, è stato pubblicato a novembre del 2016 dalla Republic Records, debuttando alla prima posizione nella Billboard 200, vendendo 348.000 copie nella prima settimana, e presenta collaborazioni con Lana Del Rey, Kendrick Lamar, Pharell Williams, Future e i Daft Punk. È stato premiato con il disco d’oro in Australia, Brasile, Italia e Regno Unito e con il disco di platino in Canada, Danimarca, Francia e Stati Uniti. Eppure Abel Tesfaye, il vero nome di The Weeknd, è rimasto per molto tempo nell’ombra. Nel 2011 ha lanciato l’album Trilogy, ma nessuno sapeva che faccia avesse, era la sua voce vellutata e un po’ in farsetto alla Michael Jackson che conquistò i primi planetari consensi, proprio come lui stesso rivela “penso che tutto quello che facciamo alla fine abbia a che fare con come appariamo. Anche il no-branding è una sorta di branding. Per esempio se non hai un volto o un’immagine di te come artista, metti la tua musica davanti a tutto. Sono sempre stato timido davanti all’obiettivo. Tutti mettono ragazze sexy in primo piano e io lo faccio nella mia musica, è diventato un vero trend. Il concetto di artista enigmatico mi ha portato al successo, nessuno all’inizio poteva scovare foto mie”. Dall’anonimato il resto è storia. Si decide a svelare la sua immagine dopo aver lasciato che la sua musica R’N’B e rap a tinte pop parlasse per lui, anche di argomenti forti come l’amore e il sesso, le droghe e il dolore. Le pagine dei giornali impazzano parlando oltre che delle sue liriche sfacciate, anche del suo taglio di capelli: dread scultura (liberamente ispirati a quelli di Basquiat) che recentemente ha messo da parte per abbracciare un’immagine più pulita che gli permette ancora di entrare in alcuni club e non essere riconosciuto, che si accompagna anche a una tappa evolutiva del suo percorso musicale. Il timido ragazzino di origini Etiopi cresciuto nei sobborghi di Toronto sembra quasi una leggenda, lui stesso afferma con franchezza “Siamo onesti, il Canada non è mai stato un posto cool. Sono passato dal fissare quattro muri per ventun anni a vedere il mondo in soli dodici mesi”.A 17 anni, abbandona la scuola superiore e si trasferisce in un monolocale nel centro di Toronto con i suoi migliori amici, La Mar Taylor (il suo direttore creativo) e Hyghly Alleyne (suo collaboratore e affermato regista di video musicali).  L’affitto è stato pagato per lo più con assegni statali, il cibo a volte è stato rubato e sono state consumate molte sostanze di dubbia origine, mentre la futura star realizzava con i suoi amici quella che sarebbe diventata la sua trilogia R’N’B di mix musicali che avrebbero poi composto Trilogy: ‘House of Balloons’, ‘Thursday’, e ‘Echoes of Silence’. Anche prima che le sonorità e i testi personali di The Weeknd ricevesse il sostegno del collega canadese Drake, la sua decisione di caricare il suo lavoro su YouTube sotto il suo nome d’arte lo ha aiutato a raccogliere un cyber following senza precedenti. E molto di più. Perché dopo la notorietà, che deve soprattutto al mondo digitale, “Internet è una cosa fantastica” confida Abel, è arrivato anche l’interesse della moda che ha fiutato il potenziale dell’artista come taste maker digitale di una vasta gamma di pubblico, la sua musica è apprezzata da chi ama la trap tanto da chi canticchia motivi pop, anche sei lui stesso non si vede come una vera icona modaiola, ma paragona spesso il suo armadio a quello di Bart Simpson. Dal 2016 è invece diventato Global Brand Ambassador e Creative Collaborator di Puma e per l’autunno/inverno 2017 ha disegnato per il brand le sneaker PUMA x XO Parallel e la capsule Deluxe Denim fatta di bomber jackets, T-shirt e jeans, già indossata sul palco all’inizio del tour mondiale di ‘Starboy’. Il pezzo da non scordare mai secondo Tesfaye? “Per la mia generazione, il bomber ha rimpiazzato la giacca del vestito da uomo. È un capo che ogni uomo può indossare ogni giorno, ed è qualcosa che io stesso indosserei in ogni occasione, dalla strada al palco, fino agli eventi di gala”. A marzo 2017 ha anche collaborato con H&M per una capsule collection e nel 2015 perfino con Alexander Wang. In più, il cantante ha una sua linea personale “XO”. XO è anche lo slogan che il cantante usa per comunicare con i suoi fan e con cui chiama la sua Crew. Alcuni fan affermano che “XO” nella “XO Crew” di Weeknd significa semplicemente abbracci e baci, mentre altri sostengono che le lettere rappresentano l’Ecstasy e l’ossicodone. Indipendentemente da ciò, lui e tutti i suoi collaboratori si siglano così alla fine dei loro messaggi sui social, che sia un messaggio d’amore globale? Chissà, certo è che di amore The Weeknd se ne intende, da quello che è riuscito a instaurare con i suoi adepti, fino a quello con alcune delle donne più belle del mondo, dalla top model Bella Hadid fino alla recente liaison, ora terminata, con la cantante Selena Gomez, la cui unione aveva quanto di più social magico si potesse creare, essendo Selena assoluta regina di Instagram con 132 milioni di follower. Un amore, oltre che mediatico, molto veloce, perché si sono già lasciati ed entrambi si rivedono con gli ex (per la Gomez si tratta di Justin Bieber). Sembra infatti che il cuore di Abel batta sempre e ancora per Bella. Non in ultimo l’inquieto e talentuoso artista ha una passione per il cinema, dove il suo contributo è apparso nella colonna sonora di “Cinquanta sfumature di Grigio” con il brano ‘Earned it’, che ha vinto un Grammy e ha ricevuto la candidatura come miglior canzone originale all’edizione degli Oscar 2016. Insomma non finisce mai di stupire questo ragazzo dall’aspetto normale che cita tra i suoi personaggi cinematografici preferiti il Joker interpretato da Heath Ledger. “Adoro i cattivi: sono i migliori personaggi dei film, giusto? Il Joker è il mio cattivo preferito di tutti i tempi: non conosci il suo passato, sai solo quali sono i suoi piani”. Ma i piani di The Weeknd sono difficili da cogliere, non resta che attendere la prossima camaleontica evoluzione, sia nel look che nella musica. Di sicuro non mancherà di essere annunciata prima di tutto sui social, ovviamente.

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ONCE UPON A TIME THERE WAS A LOST JACKET

J’ai Perdu Ma Veste. La giacca, Nabile Quenum l’ha persa davvero, in un club parigino e, da questa storia, ha trovato lo spunto perfetto per il suo sito (Jaiperdumaveste, appunto), una sorta di diario fotografico in cui raccoglie i suoi scatti di moda, catturati per le strade del mondo. Nabile è un fotografo di street style da 217mila followers su Instagram. Originario della Repubblica del Benin, nell’Africa occidentale, appena ventenne, si è trasferito a Parigi, dove ormai è un pilastro della Fashion Week. Una storia d’amore, quella per la fotografia, nata un po’ per caso e unita all’altra sua grande passione, la moda.

Chi è la persona più influente sui social?
Ci sono così tante persone che esercitano una grande influenza sui social, per molte ragioni, come, ad esempio, Neymar e Asap Rocky. Io non la chiamo influenza. È semplicemente il risultato del fatto che alle persone piace cosa fai o cosa rappresenti.

Ti consideri un influencer, dato il tuo numero di follower?
Non mi considero un influencer, sarei un folle a pensarlo.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
I social sono molto importanti nel mio lavoro, così come in tutti lavori al giorno d’oggi. Consentono a chiunque di costruire relazioni, con persone che potrebbero essere interessate a ciò che dici, che fai o che mostri. I social creano opportunità di lavoro, aprono le porte, aiutano molto.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona fare o non fare così?
Prima usavo la mia immagine, ma ho smesso, perché stavo perdendo me stesso. I social sono una droga, li assaggi, funzionano, ricevi una risposta positiva (i like e i followers). Credevo che fossero il mezzo per esprimermi, ma non lo sono. Per questo non lo faccio più. Mi sento libero di non guardare i miei numeri sui social, di non postare in modo aggressivo. Mi sento libero, e non prigioniero dei like.

Quale contenuto va meglio online?
È una domanda difficile. Credo davvero che sia piuttosto casuale. In generale, ragazze sexy e celebrità.

Nabile purtroppo ci ha lasciato poco dopo questa intervista. Lo ricordiamo così.

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chris burt-allan: THE MENSWEAR EXPERT

Definito come “il guru globetrotter del menswear”, Chris Burt-Allan è un influencer di moda, viaggi e lifestyle. Prima di diventare un influencer? Si occupava di positioning e marketing strategico per le aziende, portando anche avanti una carriera di modello fino a quando tre anni fa apre il blog: astylishman e, dopo il successo ottenuto, decide di lanciarsi definitivamente come nuovo tastemaker digitale.

Come immagini l’evoluzione dei social e del tuo lavoro?
Tutti gli indicatori mostrano una crescita indefinita del digitale. Ovviamente, sempre più persone e brand si occuperanno di Influencer Marketing e tutta l’industria si adeguerà agli standard del business. Detto questo, cerco di evitare le situazioni in cui vengo “venduto” come un influencer, perché riduce il valore. Voglio essere riconosciuto come qualcuno in grado di dare un contributo unico. Non ho dubbi che il mio lavoro diventerà più intenso, come è già successo in passato. Mi piace la mia vita, spinta dal desiderio di migliorarmi e di condividere le mie esperienze. Il fatto che si possa fruire di più opportunità grazie alle mie relazioni digitali e alle mie abilità nel condividere idee, è impagabile. Non potrei mai smettere.

Cosa piace agli uomini di oggi, parlando di moda?
L’espressione di sé. Tutto si riduce a comunicare un messaggio. A patto che se ce ne sia consapevolezza, la gente vuole trasmettere qualcosa attraverso gli abiti. Potrebbe essere “Ho gusti sofisticati”, “Voglio essere rispettato”, “Sono ricco”, “Non scherzare con me” o anche “Non mi interessa la moda”. Credo sia tutto legato al mostrare chi si è o che percezione dare di sé.

I tuoi must del guardaroba?
Calzoncini su misura, pantaloni a vita alta (lana/corduroy/tweed/lino/denim), maglioni a dolcevita, stivali e cropped jacket. Indosso molti tipi di scarpe diverse. Dal casual al formale, scelgo Church’s.

Un consiglio beauty per gli uomini che vogliono sempre presentarsi al meglio?
Gustate il processo di prendervi cura di voi stessi, e non restate imbrigliati nella trappola della perfezione.

Perché le persone ti seguono? E perché, chi non lo fa, dovrebbe?
Dovresti chiederlo ai miei followers! Spero che sia perché sono interessati a ciò che faccio nella vita e al mio modo di vedere le cose, sempre con energia.

Photographer| Joe Harper
Stylist| Giorgia Cantarini

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Carlo Sestini – L.a. confidential

Il socialite e jetsetter Carlo Sestini, di base a Londra, è uno dei nuovi nomi da tenere d’occhio. Con uno sguardo attento al lusso e alla moda, l’influencer di origini italiane rappresenta la nuova era dei social media, con cui presenta il suo stile di vita lussuoso, eccitante, frenetico. La sua vita è tutto tranne che ordinaria: decine di migliaia di follower lo seguono attraverso i suoi viaggi in Europa e negli Stati Uniti e ne apprezzano l’energia, la simpatia e il savoire faire da gentleman italiano, sempre, però, con tocchi british. Sestini incarna uno stile sofisticato, ma casual, è infatti spesso avvistato con abiti di brand esclusivi o sulle passerelle, come quella di Dolce & Gabbana la scorsa stagione. Chi meglio di lui poteva farci da guida a Los Angeles? Carlo ci ha raccontato del suo amore per la città degli angeli, ora più che mai sulla bocca di tutti per essere stata censita come nuova meta dal mondo fashion e da brand del calibro di Tommy Hilfiger e Christian Dior.

Qual è la cosa che preferisci di Los Angeles?
La amo perché è un mix metropolitano in cui ci sono molti eventi e happening, ma anche una notevole schiera di attività culturali, con tante mostre, performance teatrali, prime cinematografiche e concerti. Il cibo è ottimo e molto sano, i californiani sono molto attenti alla freschezza e al mondo del bio, di cui io sono cultore e poi il mare! Senza dimenticare che c’è sempre bel tempo e quello contribuisce a mettermi di buon umore.

Quali sono gli essential da mettere in valigia?
Porto sempre con me uno smoking, non si sa mai capiti un’occasione o un evento. Poi tante paia di occhiali da sole, perché mi piace cambiarli a seconda dei look, in particolare ora indosso spesso le montature con lenti colorate, gialle, rosa, blu e quelle specchiate. Non possono mancare tantissime camicie e gli item dell’abbigliamento sportswear, perché a Los Angeles vanno tutti matti per il fitness, e questo mi sprona a darmi da fare in palestra. E infine i costumi, ovviamente.

Un ricordo speciale legato a questa città?
Ce ne sono tanti, ma, se devo scegliere, penso al servizio fotografico che ho scattato per Ermanno Scervino alla Walt Disney Concert Hall.

La top 5 dei posti da visitare?
Per il caffè consiglio Alfred, anche se è in America, penso faccia il caffè più buono mai assaggiato e poi i centrifugati freschi, prendo sempre quello alla carota, sedano e zenzero. caffe+carota, zenzero e sedano. The Ivy, per l’amosfera rilassata, un menu di piatti buonissimi a base di nouvelle cuisine americana rivisitata, e gli ambienti rétro. Un ingrediente che ho scoperto essere un po’ di moda è il kale, il cavolo riccio, presente in molte carte di bar e ristoranti, anche se chiaramente un buon hamburger non si può non provare. Su tutti direi di andare alla mitica catena di fast food indipendente In & Out, un cult di bontà, grazie all’utilizzo di materie prime di qualità. Al pomeriggio è bello, oltre fare vita da spiaggia, concedersi una passeggiata al Santa Monica Piers, dove ci sono giostre e baretti a vista mare. Una meta serale, spesso scelta anche dalle celebrities, è The Nice Guy, a West Hollywood, un risto-bar molto intimo, con arredi di design. Per andare a ballare consiglio il Warwick club con atmosfere Art Déco e anni ’50, a Sunset Boulevard.

A chi consiglieresti questo viaggio?
Lo consiglierei a tutti, perché è una città che può incontrare i gusti di molti, in cui potersi divertire, e che va vissuta attraverso i locali e la night life. Per chi non ama la città, c’è il mare, per chi vuole fare shopping deluxe c’è Beverly Hills o Bel Air. Chi è alla ricerca di curiosità va anche a Venice Beach, meta di skater e musicisti. In generale anche il modo di fare delle persone è affabile e disponibile, aumentando il livello di gradevolezza dell’esperienza. Se Londra, mia città di adozione, avesse il clima di Los Angeles, sarebbe la città più bella del mondo. Anche la moda si sta spostando qui, dove sfilano brand importanti. Secondo me, proprio per tutti questi motivi, è al momento la meta più cool al mondo.

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