Formal but damned

Testo raccolto da Giorgia Cantarini per Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire Italia

Essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro . Quand’è successo che, quasi contemporaneamente e quasi all’improvviso, nei guardaroba dei Milllennials sono apparse (non riapparse) le giacche sartoriali, i pantaloni con le pinces e – massimo stupore – gli abiti, che i nostri papà definivano “completi”? Come mai, a Sanremo, uno dei trapper più amati dai giovani, Achille Lauro, si è presentato con un look sartorialissimo di Carlo Pignatelli, corredato da camicia bianca e cravatta, cantando una canzone che è un inno all’autodistruzione, Rolls Royce, che lui definisce – stupore raddoppiato – un «motivo elegante»?    La moda, si sa, è un linguaggio, ed è proprio con le parole che ha una parentela stretta e tormentata: quell’aggettivo lì, elegante, che fa quasi paura ripeterlo, noi critici di moda non lo sentivamo da anni, perché obsoleto, stantio. In una parola, démodé. Il problema è che Lauro ci stava dannatamente bene, vestito da adulto perbene ma con la faccia segnata da brufoli e tatuaggi da postadolescente: anzi proprio perché nato nel 1990, il contrasto, il contenitore e il contenuto era piacevole, fresco, quasi balsamico. E così, per tutti i protagonisti maschili della cultura popolare internazionale, da Harry Styles a Pharrell Williams, fino all’androgino Ezra Miller, che si è presentato al Met Ball con uno smoking superformale di Burberry, ma con più occhi dipinti sul volto: abbigliarsi in maniera convenzionale ha tutta la novità di ciò che fino a ieri consideravamo anticonvenzionale. Nei corsi e ricorsi storici dello stile, si va avanti per azione e reazione, provocazione e conservatorismo di ritorno: ma in questo caso la situazione è un po’ diversa e, antropologicamente parlando, assai appetitosa.    Per esempio, è stato molto interessante osservare come una storica maison come Ermenegildo Zegna, considerata il custode della compostezza vestimentaria, abbia proposto per questa estate un guardaroba ginnico fatto di tute, sneakers e hoodie col cappuccio, realizzati in fibre nobilissime e preziose.

Dall’altra parte, un nuovo nome della moda Made in Italy, Dorian Tarantini, ha disegnato una collezione per il suo marchio M1992, che rielabora con nuove proporzioni il binomio giacca + pantaloni, seguito, ad esempio, da Efisio Marras per LBM 1911, che si è cimentato in una capsule collection di abiti dalle silhouette classiche ma superskinny,  rinvigoriti da stampe floreali. Fino ad arrivare al Gotha della creatività rivoluzionaria del lusso di Alessandro Michele per Gucci, ma anche a quella di Hedi Slimane per Celine (dal cui logo lo stilista ha anche tolto l’accento), che porta in scena abiti a due bottoni sempre accessoriati di cravattina lunga e stretta in pieno mood anni Sessanta o rievocazione de Le iene di Quentin Tarantino, se volete.    Senza dimenticare Virgil Abloh, che ora firma la linea maschile di Louis Vuitton e il raffinatissimo ex punk Kim Jones, ora alla guida creativa di Dior Homme: tutti concentratissimi sull’abito, magari abbinato ad accessori imprevisti. C’è un punto da sottolineare: la moda è una ladra, ruba costantemente alle sottoculture per poi eliminarne ogni elemento di disturbo, sistemare sulle passerelle quella scelta dell’apparire che nasce come protesta antisistema la quale, grazie all’apparato dei grandi produttori di abbigliamento, diventa novità.

È successo così con Demna Gvasalia e Gosha Rubchinskiy, che per primi, dieci anni fa, hanno letteralmente teletrasportato nel tempo e nello spazio i look dell’Europa dell’Est anni Novanta, facendo risorgere marchi che pensavamo non esistessero più, come Fila, Robe di Kappa, Ellesse, Champion, per trasformarli in icone della desiderabilità. Quando però a quel tipo di immagine si è aggiunto anche un aumento dei prezzi….come nelle sneakers, dopo l’entusiasmo iniziale (il comfort! La libertà! Il vestire antiborghese! La ribellione quotidiana!), qualcosa si deve essere ingarbugliato, spiegazzato, sgualcito: se sembrare usciti da Decathlon richiedeva il conto in banca di Donald Trump per sembrare a tutti i costi rivoluzionari o poteva essere un piacevole gioco per il figlio del miliardario cinese o del plutocrate arabo, rappresentava anche un piccolo tradimento nei confronti di chi si mette la tuta Adidas solo per fare esercizi o in totale relax sul divano di casa.  I ragazzi della Generazione Z, quelli nati dal 1995, hanno anche un rapporto diverso con il denaro rispetto ai Millennials: sono sempre alla ricerca delle migliori offerte, analizzano la qualità dei prodotti e valutano più opzioni prima di prendere una decisione. Inoltre, gli Zeta iniziano a risparmiare molto prima rispetto alle generazioni precedenti: un effetto dell’essere cresciuti durante la Grande Recessione. Hanno visto i loro genitori affrontare la disoccupazione, e vogliono evitarlo.

Così se i Millennials hanno imparato ad apprezzare la trasparenza, quelli della Generazione Z, gli GenZer, la pretendono. Secondo uno studio di Girl Up, organizzazione dell’Onu che esplora l’universo dei teenager in tutto il pianeta, gli GenZer esigono l’autenticità: «Hanno accesso a tutte le informazioni online per formarsi opinioni forti», dichiara Anna Blue, co-executive director di Girl Up.   «Fin da giovanissimi sanno come elaborare e decifrare la comunicazione dei brand a loro interessati. La verità per loro è davvero un requisito fondamentale».   Quando tute, felpe, jeans sformati da Dad style e tutte le proposte compiute in nome del terrificante normcore, la banalità indossabile, hanno cominciato a diventare la norma, era impensabile che non diventasse necessario, uno scarto da quella regola. Anche perché, ammettiamolo chiaramente: la Grande Truffa emotiva dello streetwear consiste nell’aver fatto passare un messaggio di falsa libertà. Nel senso che sfido chiunque a fare bella figura ingolfato in un tutone di finto trilobato (ma in vero cashmere).    Altro che comodità: se c’è stata una tendenza veramente discriminatoria che esponeva tutti al body shaming – l’essere dileggiati perché fisicamente non perfetti, non snelli, non asciutti, non giovanissimi – è stata proprio quella sportiva, contrabbandata come democratica solo perché i pantaloni hanno l’elastico in vita e permettono ai più ricchi e ai più golosi di sfondarsi di cibo vestendosi all’ultimo grido. Il nuovo formale riscatta, ristruttura, fa da Photoshop tessile permettendo ai più, grazie al potere del buon taglio e delle spalline imbottite quel tanto che basta, di non ritrovarsi su Instagram pieni di dislike e con commenti all’acido prussico.  Certo, il sartoriale del Secondo Ventennio del Duemila non può e non deve andare a scimmiottare i blazer fatti con riga, squadra e cazzuola che indossano i politici di tutto il mondo quando vogliono sembrare fighi. Se c’è una rivolta da compiere adesso, è quella contro l’infantilizzazione della società, sempre più dilagante con filtri su selfie e autoscatti che spargono di stelline e unicorni. Vanessa Friedman nel 2016 scrisse sul New York Times un piccolo editoriale gioiello intitolato “How to dress like an adult: «Vestirsi da adulti serve in qualche modo a distinguere il te stesso cresciuto dal te stesso adolescente; è un modo per dire a te e a quelli che ti guardano “io sono questo in questa fase della mia vita”».     Restituire al concetto di sentirsi a posto una valenza positiva, quello sì, può essere un passo in avanti nell’evoluzione culturale del mondo. Oltretutto, essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro. Non è forse questo, il vero comfort esistenziale? Sarà il formale a salvarci. Non i formalismi.

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John Dagleish: l’attore trasformista

Istrionico, con modi da perfetto gentleman e un sorriso che conquista. John Dagleish ti conquista con ironia e charme, e non si può fare a meno di notare la somiglianza con Vincent Cassel, in versione British. Dalla passione per il teatro (fa parte della compagnia di Kenneth Branagh) fino al grande cinema, John è il perfetto caratterista, capace di interpretare ruoli comici come drammatici, John Dagleish non è ancora famoso a livello internazionale, ma noi di Manintown scommettiamo sul suo talento, che quest’autunno vedremo nel controverso Farming film sul razzismo in Inghilterra e in Judy, il biopic sulla vita di Judy Garland.

Sapevi cosa significasse il termine “Farming” prima di prendere parte al fim?

“Farming” è un termine colloquiale usato dagli assistenti sociali britannici per descrivere una pratica diffusa negli anni ’60, ’70 e ’80 che vedeva i genitori nigeriani mandare i propri figli a vivere con famiglie affidatarie della classe operaia in Gran Bretagna, credendo che ciò avrebbe dato loro una vita migliore. Il rovescio della medaglia di questo “farming out” è focalizzato in modo straziante in questo film autobiografico diretto da Adewale Akinnuoye-Agbaje. Io non lo avevo mai sentita prima come parola, mi preoccupava anche essere capace di esprimere appieno un personaggio che non è fittizio ma è reale. Quello che sorprende, e in qualche modo scuote, è che il film rappresenta la brutale vita vissuta in prima persona dal regista, che però ha saputo dirigerci magistralmente, sapeva cosa voleva.

Ci racconti la trama?

Basato sulla sua storia di vita di Adamsale Akinnuoye-Agbaje, Farming traccia lo straordinario viaggio di un giovane ragazzo nigeriano che, lottando per trovare un’identità, s’imbatte in una banda di skinhead nell’Inghilterra del 1980. All’età di sei settimane, il protagonista Enitan è affidato alle cure di una famiglia di operai bianchi nella città portuale di Tilbury, nell’Essex. La sua nuova madre surrogata, Ingrid (Kate Beckinsale), diventa un genitore adottivo complesso e fa fatica a guidare il nuovo arrivato. Incerto del suo posto nel mondo e privo dell’amore di una madre, desidera disperatamente appartenere a un gruppo ed è vittima delle aggressioni dei bulli, si ritrova ad essere ricoperto di talco pur di voler sentirsi bianco. Da vittima diventa però carnefice contro i suoi stessi connazionali, entra infatti a far parte di una banda locale di skinhead guidata da Levi, il mio personaggio, che decide di accoglierlo come fosse un suo esperimento, quasi al rango di un animale domestico, trattandolo con crudeltà anche se Enitan riconosce in lui l’unico riferimento che ha. La bellezza della storia, oltre che parlare di un argomento mai trattato prima, mostra il percorso di crescita di un giovane uomo che subisce la discriminazione razziale e che deve combattere le avversità. Si renderà conto che, in un mondo di odio, la sua battaglia più dura è imparare ad amare se stesso e accettarsi.

Come è stato interpretare un personaggio così violento come Levi?

È molto difficile calarsi nei panni di un bad boy come lui. Levi è sicuramente il personaggio più dark che ho mai interpretato. La parte più dura, oltre le orribili azioni che compie nel film, è stata la trasformazione fisica che ho subito, la preparazione fisica, il look e soprattutto l’essermi rasato come un vero skinhead. Guardarsi allo specchio, ripensare alle riprese non è stato facile per me, così come accorgermi di come mi guardavano le persone per strada, il sentirmi non a mio agio con me stesso. Come sono riuscito a non crollare? Ho studiato il background del mio personaggio, non per cercare di giustificare il suo comportamento, ma per provare a capirlo. Dietro la ferocia c’è sempre la disperazione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sarà Judydiretto da Rupert Goold e in uscita in autunno. Renee interpreta Judy Garland, in particolare nell’inverno del 1968Judy Garland arriva a Londra per una serie di concerti “tutto esaurito” di cinque settimane al night club “Talk of the Town”. Nel film ci sono anche Michael Gambon, Jessie Buckley, attori incredibili. Penso che la performance di Renee come Judy sia fantastica e lei è una delle attrici più brillanti con cui abbia mai lavorato. Io intervengo interpretando Lonnie Donegan il cantante di skiffle (un sottogenere del jazz) che era tenuto a sostituirla in caso di assenza o ritardo. La grande diva è ormai anziana ed è in una spirale di alcohol e pillole, fa fatica ad esibirsi, ma è pur sempre una star.

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THE RETURN OF MORCHEEBA

The British pioneers of ‘90s trip-hop are back with a new album, Blaze Away .

INIZIAMO CON IL NOME: COSA SIGNIFICA BLAZE AWAY?
Probabilmente sai che Morcheeba in gergo significa “più marijuana” e a Londra, se qualcuno ti chiede se può rollarsene una la risposta è questa e il senso è “certo fai pure”.

L’ALBUM VEDE ANCHE ALCUNE IMPORTANTI PARTECIPAZIONI, CE LE RACCONTATE?
Ci piace collaborare con personaggi e artisti diversi, non ci poniamo limiti. Abbiamo con noi il rapper inglese Roots Manuva, ospite della title-track ‘Blaze Away’, il cantautore e musicista francesce, Benjamin Biolay, canta con noi in ‘Paris Sur Mer’. Mentre in ‘Summertime’, disinvolto pezzo pop arricchito da richiami , è impreziosito dalla scrittura di Kurt Wagner dei Lambchop. La sezione di ottoni degli Zion Train è ospite ancora una volta – c’erano anche in “Big Calm” – nella track di ‘Love Dub’.

COME PENSATE CHE LA BAND SI SIA EVOLUTA DALL’INIZIO?
Nelle prime registrazioni, eravamo timidi e la nostra musica un po’ acerba. Ora il nostro suono è diventato meno impostato. Abbiamo aggiunto più di un tocco grezzo come ad esempio usando la batteria live in alcune tracce, piuttosto che usare battiti programmati.

CHE TIPO DI STILE MUSICALE RITENETE RAPPRESENTI LA VOSTRA ESTETICA MUSICALE?
È difficile scegliere un solo stile perché ci piace sempre mescolarlo, passando dal trip hop al rock psichedelico, passando per il blues, il country e il soul. Fino al rap che ora impazza.

PARLIAMO DI MODA. QUAL È IL VOSTRO STILE, IN PARTICOLARE SUL PALCO?
Skye: “disegno e cucio tutti i miei vestiti per il palcoscenico. Le collezioni che creo s’ispirano agli album che creiamo. Quindi sì, penso che corrisponda. Ross è molto vicino a un look più sportivo del mio, da qualche accenno rude boy dei primi tempi, fatto di polo jeans e anfibi, ha attraversato un periodo in cui usava camicie stampate microfantasia e jeans più slim in stile 70. Ora anche per le foto dell’album abbiamo optato per look monocromatici, io in bianco, lui con giacca sahariana con collo alla coreana, piuttosto che un abito couture nero per me che si accompagna a un look più combat e militare per lui. Per il lancio dell’album indosserò un abito da me realizzato interamente con le mitiche zip YKK, nostro partner di lancio e anche Ross, che non vuole dire nulla al momento, sta pensando a qualcosa.”

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QUALI SONO I TUOI PROSSIMI PROGETTI? OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE?
Mi sto davvero godendo il tour in questo momento, promuovendo Blaze Away. Abbiamo viaggiato per la prima volta in Sud Africa, che è stata un’esperienza incredibile, siamo riusciti a fare un safari e a vedere gli animali. Abbiamo anche visitato per la prima volta il Marocco. E presto suoniamo in Israele per la prima volta. Ci sono così tanti altri posti in cui vorremmo andare come ad esempio l’Islanda e il Giappone.

QUALCHE VIDEO MUSICALE IN PREPARAZIONE?
Stiamo lavorando ad alcune idee per il prossimo singolo che si chiama ‘It’s Summertime’. È una canzone molto brillante e positiva, con la promessa di un momento di romanticismo. Ci piacerebbe che il video non fosse un video ovvio e solare ambientato in spiaggia.

COSA NE PENSATE DEI SOCIAL MEDIA E COME LI USATE?
Abbiamo creato una nuova pagina Instagram dedicata ai fan chiamata#MorcheebaMobsters, un modo per far vedere cosa facciamo ed entrare in contatto con i fan direttamente. Le nostre pagine personali non hanno una vera strategia e in generale non ci piace condividere troppo della nostra vita personale.

AVETE SCELTO DI PUBBLICARE UN’EDIZIONE LIMITATA IN VINILE, PENSATE A UN REVIVAL DEI VINILI?

Il vinile è stato popolare, certamente nel Regno Unito, per un certo numero di anni. Puoi persino comprarlo nei grandi supermercati. Era popolare averlo come opera d’arte per incorniciare anche i dischi delle proprie icone, ma ora le persone stanno effettivamente tornando ad apprezzare il suono, ci sono locali a Londra dove puoi ascoltare e ballare sulle note della sola musica analogica. È una bella esperienza organica ascoltare il vinile. Ed è bello possederlo fisicamente, come un oggetto prezioso, anziché ascoltare musica semplicemente in streaming.

QUI IN ITALIA “ROME WASNT’ BUILT IN A DAY” È STATA UN SUCCESSO. CI RACCONTATE COSA VI HA ISPIRATO?

Per fare qualcosa di bello ci vuole tempo. Dal creare fisicamente qualcosa, fino a costruire una relazione, che sia di amore o di amicizia, non cambia, ci vuole tempo e dedizione. Da un semplice proverbio volevamo lanciare un messaggio ben preciso: in un mondo che correva (e che corre) prendetevi il tempo per coltivare ciò a cui tenete di più, e sarete ripagati.

COSA NE PENSATE DELLA BREXIT? COME SI STA VIVENDO NEL REGNO UNITO?
Adoriamo vivere nel Regno Unito. È incredibilmente deludente che non restiamo nell’Unione europea. Non ci sono parole.

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QUAL È L’ESSENZA DELLA FELICITÀ PER VOI?
Essere umili, essere in grado di godersi le cose semplici della vita e apprezzare le piccole cose. E apprezzando ciò che hai, concentrandoti sul positivo. Ogni giorno.

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GUARDIANI: ONESOUL, MANY PERSONALITIES

Il nuovo corso del progetto sneaker diventa digital

Nello scorso numero vi avevamo parlato del nuovo progetto sneaker Onesoul firmato Guardiani, una trainer di design che unisce spirito active e inclinazione formale, che si caratterizza per la sua forma affusolata, lo strap con accessorio lo spoiler a contrasto. Una sneaker dall’animo unisex ma dalle mille declinazioni, dagli utilizzi differenti e adatta a look diversi. Proprio come è sfaccettato l’uomo MANINTOWN, l’essenza della sneaker è proprio questa: strizzare l’occhio alle tendenze, la versione high-top a calzino ne è un esempio, pur mantenendo un aspetto sleek ed elegante che la rende versatile anche in abbinamento a un completo da ufficio o da sera. Il progetto sul modello di punta della casa si è poi sviluppato, grazie all’interpretazione di questa con il video manifesto (chiamato appunto Onesoul, many personalities e di cui abbiamo parlato sul nostro sito) a cura di Senio Zapruder, in cui vengono esplicate le varie personalità e i vari archetipi delle sottoculture e di Instagram, che hanno ispirato il design di questa sneaker, eviscerando dunque quali siano le “molte personalità” che compongono e/o a cui è rivolta la sneaker Onesoul. La sneaker diventa sempre più virale e oggetto di cult della rete.

In esclusiva presentiamo invece qui il nuovo modello ONESOUL KNITTED high top (preview della collezione fw18 e già disponibile sull’online store di Guardiani), uno stivaletto athleisure di design, unisex  in linea con il trend del momento, protagonista del video dal sapore minimal che trovate online su manintown.com.

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La Onesoul knitted high-top, ovvero la sneaker calzino evoluzione del modello iconico della casa, è pensata per chi è sneaker addicted, interamente realizzata in maglia stretch cucita a tubolare il modello riporta le stesse caratteristiche distintive del modello base: lo strap in tessuto gommato con fibbia in metallo che riporta il logo del brand e lo spoiler a contrasto.
La socksneaker Onesoul è disponibile in due versioni unisex: nera con spoiler rosso e verde con spoiler stampato legno. Nel video, è centrale il tema del genderless, che viene letto questa volta in chiave minimalista. Qui si alternano infatti due figure identiche, che inizialmente ne sembrano una sola e che solo dopo metà video si dividono e interagiscono tra loro.L’alternarsi architettonico del bianco e nero della Onesoul knitted high-top ruba la scena e cattura l’obiettivo, grazie alla forza visuale del suo design.

Screenshot 2018-06-15 16.15.37Questo modello insieme alla preview della prossima collezione primavera estate 2019 sarà visionabile per gli addetti ai lavori al Pitti 94, nello stand Alberto Guardiani (Pad. Centrale K18) e nello showroom milanese del brand, a Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16.

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ADAM KATZ SINDING – DON’T CALL HIM INFLUENCER

cover_portrait by Jonathan Daniel Pryce Garconjon.com

Non gli piace essere chiamato streestyler, né tanto meno influencer. Preferisce essere chiamato fotogiornalista, perché considera il suo lavoro un report visuale di tutto ciò che avviene nel mondo della moda.
Il suo stile l’ha reso uno dei più importanti fotografi di street, questo è innegabile, ma soprattutto per quel tocco speciale e quella luce così intensa che solo le sue foto hanno, catturando l’occhio dei più prestigiosi brand di moda (da Gucci, passando per Dior o Helmut Lang) e magazine internazionali come W Magazine, In Style e Highsnobiety. Parliamo di Adam Katz Sinding, di cui tutti conoscono il lavoro sul suo sito le21eme.com ma di cui tutti, o quasi, sbagliano a scriverne entrambi i nomi.Grazie al suo talento ha iniziato anche una carriera di fotografo vero e proprio, realizzando campagne fotografiche, lookbook ed editoriali. Con il tempo è diventato una presenza costante a tutte le settimane della moda. È un artista on the go, animato da passione e temperamento da duro, il cui unico vizio è non fermarsi mai.

Chi è l’nfluencer più forte sui social?
Penso che Chiara Ferragni regni incontrastata se si parla di moda. Altrimenti in campi affini sono al top personaggi come le Kardashian, il clan Jenner e le Hadid.

Ti consideri un influencer dato il tuo seguito sui social?
Anche se suppongo che per definizione sarò considerato così, non mi identifico con questo titolo, anche perché non considero il livello di engagement così alto.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
Mi appoggio molto a Instagram o Facebook per il mio business. Senza questi canali il lavoro non sarebbe lo stesso e non potrebbe essere visto dallo stesso audience in termini di grandezza. Il tuo account social diventa come creare una piccola galleria d’arte digitale, curata da te.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona?
Cerco di evitare di postare foto di me stesso su Instagram. Sento che, anche se i miei seguaci sembrano apprezzare i contenuti personali, non ho piacere che il mio canale social sia seguito grazie alla mia immagine piuttosto che alle foto che scatto. Posto l’acronimo #AKSForeheadSelfie accompagnato da un selfie in cui si vedono gli occhi e la fronte. La mia opionione sul selfie è che darsi tutta questa auto-importanza è davvero noioso.

Quali sono i contenuti che hanno una migliore performance online?
Triste da dire, ma è il contenuto commerciale a fare da padrone, oppure immagini dai colori sgargianti come il rosso, il rosa o il giallo. Spesso la qualità delle fotografie ha poco a che fare con quanti like possano ottenere.

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julien boudet – blue as a state of mind

Forse meglio conosciuto come Bleu Mode, Julien nasce a Sète, cittadina francese sul Mar Mediterraneo. È, probabilmente, dal colore blu del mare che deriva il suo nome d’arte e la sua passione per i colori e la fotografia. Boudet infatti, è un fotografo Street Style, ormai uno dei più conosciuti a livello internazionale che, dal 2013, ama documentare l’evoluzione della moda negli anni, catturando quello che lui ama definire il “momento decisivo”. Grazie alla sua sensibilità e alla sua estrema attenzione ai dettagli, Bleu Mode, riesce a immortalare quello che risulterebbe invisibile ai più. A oggi collabora con brand del calibro di Thom Browne, Adidas, Uniqlo e testate come Elle Usa e CR Fashion book, tenendo d’occhio il mondo dello sportswear e dei designer emergenti. L’etichetta di fotografo street è riduttiva, perché si cimenta in altri campi: come il reportage, gli editoriali di moda e l’architettura.

Chi è la persona più influente sui social?
Credo si debba definire prima di che tipo di “influenza” parliamo: è quella delle celebrità (attrici, rapper, giocatori di basket…) sui loro fans, quella dei giornali e dei media sui lettori, quella degli influencer/blogger, che hanno costruito la propria carriera attraverso i social, grazie ai follower. Ci sono aspetti molto diversi da tenere in considerazione, anche se la persona più influente del momento è chi, per definizione, ha più follower su Instagram. Se poi analizzassimo un settore specifico, come la moda, direi che il più influente è sicuramente Virgil Abloh, perché riesce a raggiungere molte persone dai più diversi background, che piaccia o meno. Ti consideri un influencer dato il tuo seguito sui social? A prescindere da ciò che fai nella vita, influenzi le persone che ti circondano, sia positivamente che non. Se hai successo in ciò che fai, avrai ovviamente più influenza e raggiungerai più persone. L’unica cosa che cambierà sarà il numero di persone; per esempio, qualcuno che ha un grande seguito già dall’inizio per il proprio lavoro (e.g. il mio come fotografo) potrebbe diventare un “influencer” perché è stato capace di catturare l’attenzione della gente. Attraverso le mie immagini e il mio stile (entrambe espressioni di me stesso), ho un’influenza sulle persone, ma onestamente non mi considero un “influencer”.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
Ad essere davvero onesto, sono stati essenziali per il mio lavoro. Ho iniziato come fotografo nel gennaio 2013, fortunatamente sono riuscito a distinguermi dalla massa e ad avere sempre più persone interessate in ciò che faccio, solo grazie ai social media, in particolare Instagram. Ottengo ancora molti lavori attraverso questa piattaforma, per questo, sì, sono molto importanti, anche adesso.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona fare, o non fare, così?
Utilizzo la mia immagine per promuovere il mio lavoro, e molti professionisti che conoscono mi hanno incoraggiato a farlo, perché è importante per i tuoi follower vedere chi c’è dietro l’account. Aggiunge un qualcosa in più, sembra più reale, più personale. Non mi piace molto, perché preferisco stare dall’altra parte della macchina fotografica, ma cerco di farlo un po’ di più. Tuttavia non lo faccio per ottenere più like e follower.

Quale contenuto funziona meglio online?
Credo che dipenda tutto dalla propria audience. Tutti noi abbiamo pubblici molto differenti e se un collega fotografo (con lo stesso seguito, per esempio) posta la foto di un look che ho postato non avrà necessariamente lo stesso engagement.

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THE WEEKND – A DIGITAL MUSIC STAR

E’ sicuramente l’artista musicale del momento, con un album in vetta alle classifiche e i suoi solidi sedici milioni di follower su Instagram e con una media di 800.000 like alla volta. L’ultimo album, Starboy, è stato pubblicato a novembre del 2016 dalla Republic Records, debuttando alla prima posizione nella Billboard 200, vendendo 348.000 copie nella prima settimana, e presenta collaborazioni con Lana Del Rey, Kendrick Lamar, Pharell Williams, Future e i Daft Punk. È stato premiato con il disco d’oro in Australia, Brasile, Italia e Regno Unito e con il disco di platino in Canada, Danimarca, Francia e Stati Uniti. Eppure Abel Tesfaye, il vero nome di The Weeknd, è rimasto per molto tempo nell’ombra. Nel 2011 ha lanciato l’album Trilogy, ma nessuno sapeva che faccia avesse, era la sua voce vellutata e un po’ in farsetto alla Michael Jackson che conquistò i primi planetari consensi, proprio come lui stesso rivela “penso che tutto quello che facciamo alla fine abbia a che fare con come appariamo. Anche il no-branding è una sorta di branding. Per esempio se non hai un volto o un’immagine di te come artista, metti la tua musica davanti a tutto. Sono sempre stato timido davanti all’obiettivo. Tutti mettono ragazze sexy in primo piano e io lo faccio nella mia musica, è diventato un vero trend. Il concetto di artista enigmatico mi ha portato al successo, nessuno all’inizio poteva scovare foto mie”. Dall’anonimato il resto è storia. Si decide a svelare la sua immagine dopo aver lasciato che la sua musica R’N’B e rap a tinte pop parlasse per lui, anche di argomenti forti come l’amore e il sesso, le droghe e il dolore. Le pagine dei giornali impazzano parlando oltre che delle sue liriche sfacciate, anche del suo taglio di capelli: dread scultura (liberamente ispirati a quelli di Basquiat) che recentemente ha messo da parte per abbracciare un’immagine più pulita che gli permette ancora di entrare in alcuni club e non essere riconosciuto, che si accompagna anche a una tappa evolutiva del suo percorso musicale. Il timido ragazzino di origini Etiopi cresciuto nei sobborghi di Toronto sembra quasi una leggenda, lui stesso afferma con franchezza “Siamo onesti, il Canada non è mai stato un posto cool. Sono passato dal fissare quattro muri per ventun anni a vedere il mondo in soli dodici mesi”.A 17 anni, abbandona la scuola superiore e si trasferisce in un monolocale nel centro di Toronto con i suoi migliori amici, La Mar Taylor (il suo direttore creativo) e Hyghly Alleyne (suo collaboratore e affermato regista di video musicali).  L’affitto è stato pagato per lo più con assegni statali, il cibo a volte è stato rubato e sono state consumate molte sostanze di dubbia origine, mentre la futura star realizzava con i suoi amici quella che sarebbe diventata la sua trilogia R’N’B di mix musicali che avrebbero poi composto Trilogy: ‘House of Balloons’, ‘Thursday’, e ‘Echoes of Silence’. Anche prima che le sonorità e i testi personali di The Weeknd ricevesse il sostegno del collega canadese Drake, la sua decisione di caricare il suo lavoro su YouTube sotto il suo nome d’arte lo ha aiutato a raccogliere un cyber following senza precedenti. E molto di più. Perché dopo la notorietà, che deve soprattutto al mondo digitale, “Internet è una cosa fantastica” confida Abel, è arrivato anche l’interesse della moda che ha fiutato il potenziale dell’artista come taste maker digitale di una vasta gamma di pubblico, la sua musica è apprezzata da chi ama la trap tanto da chi canticchia motivi pop, anche sei lui stesso non si vede come una vera icona modaiola, ma paragona spesso il suo armadio a quello di Bart Simpson. Dal 2016 è invece diventato Global Brand Ambassador e Creative Collaborator di Puma e per l’autunno/inverno 2017 ha disegnato per il brand le sneaker PUMA x XO Parallel e la capsule Deluxe Denim fatta di bomber jackets, T-shirt e jeans, già indossata sul palco all’inizio del tour mondiale di ‘Starboy’. Il pezzo da non scordare mai secondo Tesfaye? “Per la mia generazione, il bomber ha rimpiazzato la giacca del vestito da uomo. È un capo che ogni uomo può indossare ogni giorno, ed è qualcosa che io stesso indosserei in ogni occasione, dalla strada al palco, fino agli eventi di gala”. A marzo 2017 ha anche collaborato con H&M per una capsule collection e nel 2015 perfino con Alexander Wang. In più, il cantante ha una sua linea personale “XO”. XO è anche lo slogan che il cantante usa per comunicare con i suoi fan e con cui chiama la sua Crew. Alcuni fan affermano che “XO” nella “XO Crew” di Weeknd significa semplicemente abbracci e baci, mentre altri sostengono che le lettere rappresentano l’Ecstasy e l’ossicodone. Indipendentemente da ciò, lui e tutti i suoi collaboratori si siglano così alla fine dei loro messaggi sui social, che sia un messaggio d’amore globale? Chissà, certo è che di amore The Weeknd se ne intende, da quello che è riuscito a instaurare con i suoi adepti, fino a quello con alcune delle donne più belle del mondo, dalla top model Bella Hadid fino alla recente liaison, ora terminata, con la cantante Selena Gomez, la cui unione aveva quanto di più social magico si potesse creare, essendo Selena assoluta regina di Instagram con 132 milioni di follower. Un amore, oltre che mediatico, molto veloce, perché si sono già lasciati ed entrambi si rivedono con gli ex (per la Gomez si tratta di Justin Bieber). Sembra infatti che il cuore di Abel batta sempre e ancora per Bella. Non in ultimo l’inquieto e talentuoso artista ha una passione per il cinema, dove il suo contributo è apparso nella colonna sonora di “Cinquanta sfumature di Grigio” con il brano ‘Earned it’, che ha vinto un Grammy e ha ricevuto la candidatura come miglior canzone originale all’edizione degli Oscar 2016. Insomma non finisce mai di stupire questo ragazzo dall’aspetto normale che cita tra i suoi personaggi cinematografici preferiti il Joker interpretato da Heath Ledger. “Adoro i cattivi: sono i migliori personaggi dei film, giusto? Il Joker è il mio cattivo preferito di tutti i tempi: non conosci il suo passato, sai solo quali sono i suoi piani”. Ma i piani di The Weeknd sono difficili da cogliere, non resta che attendere la prossima camaleontica evoluzione, sia nel look che nella musica. Di sicuro non mancherà di essere annunciata prima di tutto sui social, ovviamente.

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ONCE UPON A TIME THERE WAS A LOST JACKET

J’ai Perdu Ma Veste. La giacca, Nabile Quenum l’ha persa davvero, in un club parigino e, da questa storia, ha trovato lo spunto perfetto per il suo sito (Jaiperdumaveste, appunto), una sorta di diario fotografico in cui raccoglie i suoi scatti di moda, catturati per le strade del mondo. Nabile è un fotografo di street style da 217mila followers su Instagram. Originario della Repubblica del Benin, nell’Africa occidentale, appena ventenne, si è trasferito a Parigi, dove ormai è un pilastro della Fashion Week. Una storia d’amore, quella per la fotografia, nata un po’ per caso e unita all’altra sua grande passione, la moda.

Chi è la persona più influente sui social?
Ci sono così tante persone che esercitano una grande influenza sui social, per molte ragioni, come, ad esempio, Neymar e Asap Rocky. Io non la chiamo influenza. È semplicemente il risultato del fatto che alle persone piace cosa fai o cosa rappresenti.

Ti consideri un influencer, dato il tuo numero di follower?
Non mi considero un influencer, sarei un folle a pensarlo.

In che modo i social sono importanti per il tuo lavoro?
I social sono molto importanti nel mio lavoro, così come in tutti lavori al giorno d’oggi. Consentono a chiunque di costruire relazioni, con persone che potrebbero essere interessate a ciò che dici, che fai o che mostri. I social creano opportunità di lavoro, aprono le porte, aiutano molto.

Utilizzi anche la tua immagine per promuovere il tuo lavoro e ottenere più like e follower? Funziona fare o non fare così?
Prima usavo la mia immagine, ma ho smesso, perché stavo perdendo me stesso. I social sono una droga, li assaggi, funzionano, ricevi una risposta positiva (i like e i followers). Credevo che fossero il mezzo per esprimermi, ma non lo sono. Per questo non lo faccio più. Mi sento libero di non guardare i miei numeri sui social, di non postare in modo aggressivo. Mi sento libero, e non prigioniero dei like.

Quale contenuto va meglio online?
È una domanda difficile. Credo davvero che sia piuttosto casuale. In generale, ragazze sexy e celebrità.

Nabile purtroppo ci ha lasciato poco dopo questa intervista. Lo ricordiamo così.

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chris burt-allan: THE MENSWEAR EXPERT

Definito come “il guru globetrotter del menswear”, Chris Burt-Allan è un influencer di moda, viaggi e lifestyle. Prima di diventare un influencer? Si occupava di positioning e marketing strategico per le aziende, portando anche avanti una carriera di modello fino a quando tre anni fa apre il blog: astylishman e, dopo il successo ottenuto, decide di lanciarsi definitivamente come nuovo tastemaker digitale.

Come immagini l’evoluzione dei social e del tuo lavoro?
Tutti gli indicatori mostrano una crescita indefinita del digitale. Ovviamente, sempre più persone e brand si occuperanno di Influencer Marketing e tutta l’industria si adeguerà agli standard del business. Detto questo, cerco di evitare le situazioni in cui vengo “venduto” come un influencer, perché riduce il valore. Voglio essere riconosciuto come qualcuno in grado di dare un contributo unico. Non ho dubbi che il mio lavoro diventerà più intenso, come è già successo in passato. Mi piace la mia vita, spinta dal desiderio di migliorarmi e di condividere le mie esperienze. Il fatto che si possa fruire di più opportunità grazie alle mie relazioni digitali e alle mie abilità nel condividere idee, è impagabile. Non potrei mai smettere.

Cosa piace agli uomini di oggi, parlando di moda?
L’espressione di sé. Tutto si riduce a comunicare un messaggio. A patto che se ce ne sia consapevolezza, la gente vuole trasmettere qualcosa attraverso gli abiti. Potrebbe essere “Ho gusti sofisticati”, “Voglio essere rispettato”, “Sono ricco”, “Non scherzare con me” o anche “Non mi interessa la moda”. Credo sia tutto legato al mostrare chi si è o che percezione dare di sé.

I tuoi must del guardaroba?
Calzoncini su misura, pantaloni a vita alta (lana/corduroy/tweed/lino/denim), maglioni a dolcevita, stivali e cropped jacket. Indosso molti tipi di scarpe diverse. Dal casual al formale, scelgo Church’s.

Un consiglio beauty per gli uomini che vogliono sempre presentarsi al meglio?
Gustate il processo di prendervi cura di voi stessi, e non restate imbrigliati nella trappola della perfezione.

Perché le persone ti seguono? E perché, chi non lo fa, dovrebbe?
Dovresti chiederlo ai miei followers! Spero che sia perché sono interessati a ciò che faccio nella vita e al mio modo di vedere le cose, sempre con energia.

Photographer| Joe Harper
Stylist| Giorgia Cantarini

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Carlo Sestini – L.a. confidential

Il socialite e jetsetter Carlo Sestini, di base a Londra, è uno dei nuovi nomi da tenere d’occhio. Con uno sguardo attento al lusso e alla moda, l’influencer di origini italiane rappresenta la nuova era dei social media, con cui presenta il suo stile di vita lussuoso, eccitante, frenetico. La sua vita è tutto tranne che ordinaria: decine di migliaia di follower lo seguono attraverso i suoi viaggi in Europa e negli Stati Uniti e ne apprezzano l’energia, la simpatia e il savoire faire da gentleman italiano, sempre, però, con tocchi british. Sestini incarna uno stile sofisticato, ma casual, è infatti spesso avvistato con abiti di brand esclusivi o sulle passerelle, come quella di Dolce & Gabbana la scorsa stagione. Chi meglio di lui poteva farci da guida a Los Angeles? Carlo ci ha raccontato del suo amore per la città degli angeli, ora più che mai sulla bocca di tutti per essere stata censita come nuova meta dal mondo fashion e da brand del calibro di Tommy Hilfiger e Christian Dior.

Qual è la cosa che preferisci di Los Angeles?
La amo perché è un mix metropolitano in cui ci sono molti eventi e happening, ma anche una notevole schiera di attività culturali, con tante mostre, performance teatrali, prime cinematografiche e concerti. Il cibo è ottimo e molto sano, i californiani sono molto attenti alla freschezza e al mondo del bio, di cui io sono cultore e poi il mare! Senza dimenticare che c’è sempre bel tempo e quello contribuisce a mettermi di buon umore.

Quali sono gli essential da mettere in valigia?
Porto sempre con me uno smoking, non si sa mai capiti un’occasione o un evento. Poi tante paia di occhiali da sole, perché mi piace cambiarli a seconda dei look, in particolare ora indosso spesso le montature con lenti colorate, gialle, rosa, blu e quelle specchiate. Non possono mancare tantissime camicie e gli item dell’abbigliamento sportswear, perché a Los Angeles vanno tutti matti per il fitness, e questo mi sprona a darmi da fare in palestra. E infine i costumi, ovviamente.

Un ricordo speciale legato a questa città?
Ce ne sono tanti, ma, se devo scegliere, penso al servizio fotografico che ho scattato per Ermanno Scervino alla Walt Disney Concert Hall.

La top 5 dei posti da visitare?
Per il caffè consiglio Alfred, anche se è in America, penso faccia il caffè più buono mai assaggiato e poi i centrifugati freschi, prendo sempre quello alla carota, sedano e zenzero. caffe+carota, zenzero e sedano. The Ivy, per l’amosfera rilassata, un menu di piatti buonissimi a base di nouvelle cuisine americana rivisitata, e gli ambienti rétro. Un ingrediente che ho scoperto essere un po’ di moda è il kale, il cavolo riccio, presente in molte carte di bar e ristoranti, anche se chiaramente un buon hamburger non si può non provare. Su tutti direi di andare alla mitica catena di fast food indipendente In & Out, un cult di bontà, grazie all’utilizzo di materie prime di qualità. Al pomeriggio è bello, oltre fare vita da spiaggia, concedersi una passeggiata al Santa Monica Piers, dove ci sono giostre e baretti a vista mare. Una meta serale, spesso scelta anche dalle celebrities, è The Nice Guy, a West Hollywood, un risto-bar molto intimo, con arredi di design. Per andare a ballare consiglio il Warwick club con atmosfere Art Déco e anni ’50, a Sunset Boulevard.

A chi consiglieresti questo viaggio?
Lo consiglierei a tutti, perché è una città che può incontrare i gusti di molti, in cui potersi divertire, e che va vissuta attraverso i locali e la night life. Per chi non ama la città, c’è il mare, per chi vuole fare shopping deluxe c’è Beverly Hills o Bel Air. Chi è alla ricerca di curiosità va anche a Venice Beach, meta di skater e musicisti. In generale anche il modo di fare delle persone è affabile e disponibile, aumentando il livello di gradevolezza dell’esperienza. Se Londra, mia città di adozione, avesse il clima di Los Angeles, sarebbe la città più bella del mondo. Anche la moda si sta spostando qui, dove sfilano brand importanti. Secondo me, proprio per tutti questi motivi, è al momento la meta più cool al mondo.

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POISON CITY

cover photo by adam katz sinding @le21eme

The AM CREW collabora con MANINTOWN per la seconda volta, dopo il successo della partnership di gennaio 2017, presentata durante la fashion week di Milano. La seconda collezione, chiamata “Poison City” e creata da Vlatko Dukic e Signe Christoffen, si rifà a Hong Kong, headquarter del brand, interpretata come una città del “veleno” e immersa negli anni ’80, quando corruzione e droghe erano scenari alla Blade Runner, in un’atmosfera di confusione in cui la musica rock era fonte di ribellione. Da qui, nascono accenni alla figura di Justin Gossman, super modello e musicista, caratterizzato da uno stile unico, con look da copertina. L’uomo di The AM CREW è un moderno Lord Byron, con un’estetica flamboyant e rivisitato in chiave moderna,  con accenti grunge, amante della notte – elemento centrale della genesi del marchio – in giro per la città asiatica, tra umidità e ombre, sempre con stile. Interpreti della nuova collezione saranno i super modelli Niall Underwood, Ivan Claudiu Vlad e Sasha Panika.

5 cose da sapere su JUSTIN GOSSMAN

IL SUO SENSO DELLO STILE
Può facilmente essere confuso con una rock star. Ha un’attitudine naturale nell’indossare pantaloni skinny di pelle e gilet vintage in camoscio, il tutto con un’allure anni ’70. In realtà, è un personaggio poliedrico e carismatico, capace di trasformarsi sulle passerelle e per gli editoriali. Ha lavorato per brand del calibro di Gucci, Lanvin, John Varvatos, Rick Owens e Raf Simons, sia nei fashion show, che per le loro campagne pubblicitarie.

UNA PROFONDA PASSIONE PER LA MUSICA
Fin da piccolo ha imparato a ballare, suonare il piano, l’armonica e la chitarra. È anche il vocalist della rock band chiamata “The Toy Guns”, attualmente in tour negli Stati Uniti. Da sempre s’ispira a Mick Jagger, David Bowie, Brian Jones, Keith Richards, Jim Morrison, Syd Barrett, Patti Smith, Bob Dylan. Tutte leggende musicali. The Toy Guns ha un’anima rock and roll, con un twist moderno.

ATTEGGIAMENTO POSITIVO
Nel backstage o quando non sta lavorando, a Justin piace scherzare con i suoi colleghi e amici. Con lui non ci si annoia mai, ama  godersi la vita, sa come tirare su di morale le persone attorno a lui, mantenendo sempre alto il buon umore.

SPORT? SÌ, GRAZIE
Nonostante la sua magrezza e la sua allure poco californiana (Justin vive ed è di Los Angeles) non rinuncia a praticare due sport tipici d’oltre oceano, come andare in skateboard o sfrecciare sulla tavola da surf.

ICONA MANGA INTERNAZIONALE
La forte somiglianza con il protagonista, di nome Sebastian, della famosa serie manga giapponese, Black Butler-Il maggiordomo diabolico non è solo una coincidenza. È veramente difficile trovare delle differenze nella fisionomia, tanto che Sebastian sembra a tutti gli effetti il suo doppelgänger, in versione fumetto.

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Y/Project. Glenn Martens

Un approccio sistematico senza sistema sembra essere alla base del successo di Y/Project. Parte di ciò che può essere chiamato, Rinascimento Parigino, dove brillano nomi come Vetements e Jaquemus, questo brand belga sta scuotendo davvero il modo in cui ci approcciamo allo streetwear e al tempo stesso alla couture, con una mescolanza post-moderna di età romantiche, forme oversize, elementi chiave dell’iconico streetwear degli anni ‘90. Glenn Martens, mente della label, già nominato per l’LVMH Prize, ha assunto il ruolo di Creative Director di Y/Project nel 2013, dopo che il suo co-fondatore, Yohan Serfaty, è scomparso. Glenn è stato insignito del Grand prize agli Andam Fashion Awards di giugno 2017, oltre a ricevere una mentorship da parte di Francesca Bellettini, Presidente e AD di Yves Saint Laurent. Da allora, il marchio è cresciuto anno dopo anno, grazie al suo design all’avanguardia concepito per chi non teme di esprimersi. Nella stagione autunnale la collezione pompa i volumi con un approccio più maximal alla silhouette, mettendo insieme un gioco magistrale sulla dualità, con riferimenti storici che si specchiano nel look delle icone hip hop di oggi. Senza dimenticare un vivido immaginario artistico, che Glenn ritiene essenziale per la sua creatività e il suo modo di rivoluzionare la moda contemporanea.

Chi è l’uomo per il quale disegni?
Sicuramente un uomo eclettico e senza età. Nella nostra linea di abbigliamento ci sono vibrazioni streetwear, ma anche elementi classici, strutture e forme concettuali e anche una sorta di trasformabilità. Puoi invertire le giacche, chiudere o aprire i pantaloni in modi diversi e questo ti permette di cambiare il modo in cui ti vesti, secondo il tuo stato d’animo. Siamo tutti fatti di personalità diverse in uno stesso tempo, con i nostri vestiti ti puoi divertire e dichiarare la tua individualità.

Come descriveresti il tuo approccio alla moda?
Non esiste alcuna regola specifica. Può accadere osservando le persone per strada. Prendo spunto da qualsiasi riferimento, indipendentemente dall’era o dalla sottocultura. Questo divertente mix è l’unico fil rouge perché che seguiamo perché, con il mio team, facciamo ciò che vogliamo molto liberamente, cercando di trovare un equilibrio e un risultato convincente. Confesso, inoltre, che mi piace guardare come i vestiti influenzano il nostro atteggiamento quando sono indossati, questo rivela molto delle persone.

Se dovessi scegliere i tuoi trademark quali sarebbero?
Mi piace guardare le cose in diverse prospettive, mi piace avere un approccio minimal, ma con un tocco sartoriale. Da Y/Project si flirta con proporzioni, atmosfera urbana, riferimenti storici e si gioca con forme allungate.

Cosa rende Y/Project un marchio di successo?
Penso di lavorare in maniera onesta, proponendo una collezione molto genuina e, per questo, straordinaria. Non guardo mai quello che fanno gli altri marchi e non seguo percorsi specifici, a parte trasformare quello che “annuso” in qualcosa che amo. Mi piace anche essere connesso al nostro pubblico e intuire quello che pensa.

Il tuo denim si distingue, lo consideri un elemento fondamentale della collezione?
Certamente. Cerchiamo di utilizzarlo sempre ed è uno degli elementi che più arricchisce il brand, che aggiunge valore e suggerisce un diverso uso di proporzioni, può anche essere considerato couture, secondo me. Ad ogni modo, non mi piace concentrarmi su un solo segmento della collezione, c’è sempre un approccio sperimentale su tutto, con altri grandi protagonisti come la seta e la maglia.

 

Photographer| Edoardo DeRuggiero
Stylist| Nicholas Galletti
Hair| Azumi Higaki
Make up| Constance Haond
Model| Rodrigue D @ M Management

palm angels: francesco ragazzi

FRANCESCO RAGAZZI PORTRAIT

Los Angeles, con i suoi innumerevoli stili di vita che spaziano dal mondo dorato delle celebrità alla chirurgia estetica, no ai tatuaggi e agli skatepark, è diventato il nuovo centro nevralgico della moda. Ogni settore, dalla tecnologia alla bellezza, dall’arte e al design, e non in ultimo la moda, si è diretto nella Città degli Angeli, celebrandola come una sorgente d’ispirazione – una meta baciata dal sole – ideale per i nuovi pionieri della creatività. E così anche un vero e proprio visionario trentunenne, sfidando le convenzioni di genere con immaginari innovativi e simbolismi americaneggianti, ci ha fatto un viaggio che gli ha cambiato la vita. A soli 31 anni, Francesco Ragazzi, sta letteralmente conquistando il mondo dello streetwear di lusso. Con un talento per la fotografia, e per le arti visive (è anche direttore artistico del brand Moncler) nel 2014 pubblica il libro “Palm Angels”, composto da macro fotografie che catturano le evoluzioni degli skater di Venice e Manhattan Beach e il loro legame tra sport e senso dello stile. Una raccolta fotografica scattata nello spirito dei leggendari Z-boys di Dogtown, i primi skater degli anni ’70. Ragazzi offre ai lettori una visione moderna di uno sport da sempre presente nella cultura americana. Il tutto è arricchito dalla prefazione scritta da Pharrell Williams, il cui nome soprannome al liceo era niente meno che, Skateboard P. Frutto di questo esperimento visivo, nel 2015, Palm Angels diventa un brand, il cui design racchiude un’irriverente mescolanza tra le silhouette sartoriali italiane con le vibrazioni degli skater, dove lo sport diventa formale e lussuoso, senza prendersi troppo sul serio. C’è chi dice che le sue collezioni siano capaci di vestire un moderno gentleman, che si fuma una canna sorseggiando un cocktail in un locale milanese. Sarà vero?

Partiamo dal nome, come mai Palm Angels?
Tutto è partito con la prima foto che ritraeva uno skater con i capelli biondi che “volava”, illuminato dal sole sotto una palma, durante uno dei miei viaggi nella città degli angeli. È stata un’illuminazione. Una volta ho anche scattato la fotografia di un albero di palma avvolto da una striscia di fuoco, quell’immagine è stata utilizzata come stampa per la collezione fall/winter 2017-18.

L’ispirazione parte dalla California, dal mondo skater e sportivo, come fai a rinnovarla con spunti nuovi ogni stagione?
Il brand riprende sempre elementi chiave del lifestyle californiano, visti in un’ottica italiana. Quando vivi sempre nello stesso luogo, non noti quello che può vedere chi viene solo in visita. L’ispirazione viene da tanti piccoli dettagli, anche e soprattutto dalla vita di tutti giorni, come fare la spesa da Walmart e Costco.

Uno dei tuoi simboli è la foglia di marijuana, come mai questa scelta?
In qualche modo fa proprio parte di Los Angeles, l’odore è davvero ovunque, permea le strade di Venice Beach. Non è un taboo come è in Italia.

Avete scelto, dopo Parigi, di sfilare a Milano, secondo te l’Italia è pronta per questa invasione sporty?
Mi piacerebbe che prendesse piede. Da due stagioni ho scelto di sfilare nella mia città natale, per scuoterla un po’. Abbiamo preso oltre 300 cartelloni pubblicitari e mandato in giro dei camion che regalavano merchandising del brand negli snodi principali della metropoli, a segnalare luogo e orario c’erano dei video proiettati su alcuni edifici in giro per la città. È stato un modo per alimentare interesse ed entrare in contatto con il pubblico in maniera diretta.

Eleganza per te è…?
Qualcosa che parte del passato. La collezione spring/ summer 2017 ha messo in scena dei rimandi alla cultura giovanile degli anni ‘70, popolata da icone di stile come Jimi Hendrix, in un’evocazione che inneggia alla libertà espressiva e allo spirito di pura energia di quegli anni, con motivi a stampa marijuana e del kamasutra. Un vibe sartoriale, che incontra uno streetwear raffinato e che riflette l’umore delle nuove generazioni.

Musica e moda sono sempre più vicine, se dovessi identificare un genere musicale o un musicista che rappresenta il Palm Angels chi sarebbe?
Senza dubbio A$AP ROCKY.

Si punta molto tra le collaborazioni tra i brand di ambiti e livelli diversi, ci credi? Hai in programma qualcosa?
Quando ci sono i match giusti, le collaborazioni sono interessanti, non credo nelle forzature. Vedremo se si presenteranno delle opportunità.

Prossimi step e ambizioni future?
Mi auguro con tutto me stesso di far crescere il brand in modo coerente.

Photographer| Edoardo DeRuggiero
Stylist| Nicholas Galletti
Hair| Azumi Higaki
Make up| Constance Haond
Model| Philip LDB @ New Madison

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adidas Originals by Alexander Wang

Sovvertendo i con ni tra moda e streetwear, adidas Originals by Alexander Wang è una collezione di abbigliamento e calzature, ispirata dall’idea di ribaltare le regole del sistema. Cambiando le convenzioni, l’iconico trifoglio e il logo sono capovolti, diventando un nuovo gra ante simbolo. Juergen Teller ha interpretato gli scatti della campagna, che ritrae Rocco Ritchie, ovvero il sedicenne glio di Madonna e Guy Ritchie, insieme a volti più noti, che fanno parte della gang di Wang, come le modelle Hanne Gaby Odiele, Binx Walton e Lexi Boling, che fanno il verso alla cultura dei rivenditori. Alexander Wang è famoso proprio per il suo tipo di design, sempre permeato dalla cultura street e questa collaborazione ne è un match naturale.

Uno sguardo attento alla collezione rivela che il logo “Originals” è all’incontrario. Hai deciso di farlo con l’idea di distinguere ciò che è autentico dal falso?
Tutto ciò che riguarda la collezione, dal design, alle strategie di comunicazione, nasce dall’idea di capovolgere le convenzioni del brand. Ho ritenuto che l’approccio più interessante e dirompente della collaborazione, fosse quello di incorporare l’eredità di un marchio iconico come adidas, rovesciandone regole e tradizioni, comunemente accettate, di iconogra a e branding. Nella cultura attuale, fatta di abbreviazioni e immediatezza, segni e simboli sono più potenti che mai. Con questa collezione, l’idea è di esaltare il logo iconico di adidas Originals, che pervade l’intera linea e, contemporaneamente, di giocarci, mettendolo letteralmente a testa in giù.

La cultura dei fake, sta cambiando il nostro modo di guardare i prodotti?
Sono davvero intrigato dalla cultura del reselling, dai valori delle giovani culture e dalla percezione di cosa è autentico e cosa è falso. Questo è il motivo per cui ho incorporato una sorta di accordo di riservatezza e di non divulgazione nel design relativo alle stampe su T-shirt e felpe delle prime poche quantità della collezione. Questo allude anche al modo in cui il prodotto è stato distribuito a settembre, nel retro di camion pop up store a Manhattan, Brooklyn, Londra e Tokyo.

Che significato hanno i simboli oggi? Qual è la tua percezione dei loghi?
Nella cultura attuale, fatta di abbreviazioni e immediatezza, segni e simboli sono più potenti che mai. Con questa collezione, la mia voglia è stata esaltare il logo iconico di adidas Originals, che pervade l’intera collezione, e, contemporaneamente, gio- carci capovolgendolo a testa in giù.

La collezione di abbigliamento e calzature da 84 pezzi è unisex. La moda gen- derless ha cambiato commercio?
Non penso che la moda sia cambiata, così come la mentalità delle persone. C’è sicuramente una direzione verso la uidità di genere e il fatto che questa collezione sia unisex è semplicemente una ri essione su questo.

Perché hai scelto di vendere la tua collezione attraverso camion e con sacchetti della spazzatura durante la New York Fashion Week a settembre?
Presentare la collezione e venderla nei retro di grossi camion, è stata una ricostruzione fedele della cultura dei rivenditori, proprio come avveniva una volta. Farlo a Canal Street, dove numerose bancarelle vendono prodotti di dubbia provenienza, è stata una vera provocazione. È il nostro modo di divertirci con l’idea di originale contro il falso, lusso contro mass market. In un mercato ormai ampiamente saturo nulla è origi- nale, niente genera emozione. Rompere gli schemi diventa necessario per emergere. Io amo avere idee e concetti che s dano la convenzione, ma con integrità.

Essendo tu un ragazzo americano nel momento in cui streetwear, sportswear e skatewear diventavano cultura, cosa ha signi cato per te il marchio adidas?
Sono stato un fan di Adidas, da quando riesco a ricordare. Per me, non c’è brand con una storia più interessante. Ho anche sempre pensato che nessun altro marchio sia così forte, sia nell’abbigliamento che nelle calzature. Le label tendono a emergere di più in una categoria rispetto all’altra. Questo è stato un motivo importante per cui ho sempre voluto lavorare con questo colosso dello sportswear.

Quali capi di adidas ti piaceva indossare allora e ti piace indossare oggi?
Durante tutta la scuola superiore ho portato le adidas Superstars. In collegio dovevo indossare un’uniforme, quindi la calzatura era davvero l’unica opportunità per esprimere la mia personalità. Tutti quelli che indossavano le Superstars le personalizzavano a modo loro, incluso me. Ho trascorso ore a scuola a inventare modi per renderle più mie. Vorrei averne tenuto un paio per i posteri!

www.adidas.com/alexander_wang
Photos by Iurgen Teller

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“ATHLEISURE” by pier nicola bruno

Cover credits: pants PARTICLE FEVER; rowing machine WATERROWER

Photographer | Pier Nicola Bruno
Stylist | Giorgia Cantarini
Models | AINO @thelabmodels and [email protected]independetmodelsmanagement
Hair and Make up | Laura Rinaldi
Photographer Assistant & post production | Elisa Trapani
Stylist Assistant | Orsola Amadeo, Chiara Troiani
Brands selection and concept by Alfredo Canducci- Tomorrow Ltd
Special Athleisure Area at White June Edition

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“COME AS YOU ARE” BY PIER NICOLA BRUNO

Leather coat DIRK BIKKEMBERGS; Jacket and Jeans Y/PROJECT; Shoes DSQUARED2

Photographer Pier Nicola Bruno
Stylist Giorgia Cantarini
Stylist Assistant Orsola Amadeo
Grooming Giulia Sbarzella @MH Artist
Model Artur @Fashion Model Management
Digital Tech Lorenzo Formicola
Post Production Elisa Trapani
Location Spirit de Milan

È tempo di muoversi con Swatch Skin

Libertà di movimento, design minimal e leggerezza confortevole. Sono queste le parole che meglio rappresentano i nuovissimi 11 modelli della collezione SKIN di Swatch, incentrata sul motto e hashtag, #YOURMOVE e presentata nell’esclusiva location londinese dei The Store Studios, con una serata spettacolare, alla presenza di media e influencer internazionali. Si aggiunge, quindi, un nuovo capitolo al legame tra il famoso brand di orologi e il mondo dell’arte. Stavolta è toccato alla danza, espressione dinamica del concetto di movimento che s’incarna nei nuovi marcatempo del colosso elvetico. Rappresentazioni danzanti del Tempo e dello Spazio hanno espresso il concetto cardine della collezione, attraverso una battaglia fittizia piena di emozione, in cui le coreografie sinuose dei ballerini si stagliavano sullo sfondo di proiezioni virtuali. Un crescendo incalzante ha anticipato lo svelamento degli orologi ispirati al brivido dell’ignoto, alla bellezza del movimento e all’euforia del cambiamento. I modelli sono disponibili in due formati di cassa bicolore, per lui e per lei, e si adattano a diverse personalità, dando vita a storie uniche e individuali che raccontano sogni, aspirazioni, possibilità. Un pas de deux tra emozioni fautrici del cambiamento e l’ignoto. Le narrazioni di molteplici stili di vita (non siamo forse tutti in movimento, ma a modo nostro?) e attitudini si riflettono nell’anima del brand che le fa proprie, condividendole nell’arco dell’anno sui canali social dedicati a Swatch, con una campagna video che verrà svelata prossimamente. Tanti piccoli corti riveleranno i momenti chiave della vita di personaggi conosciuti, molti dei quali artisti, e meno conosciuti, intenti a cogliere l’attimo, il momento dell’azione, la propria mossa. Rimettere mano a un’icona come lo Skin, lanciato per la prima volta nel 1997 non è che uno dei tanti nuovi step che l’azienda vuole fare per innovarsi: dai miglioramenti sui materiali, come il vetro impiegato, fino alla creazione di un sistema operativo proprio, dopo i primi progetti satellite degli anni passati. Dal twin phone, per telefonarsi a tre negli anni ’90, allo Swatch Internet Time, in collaborazione con il laboratorio dell’MIT e lo Snow Swatch da usare come skipass. Infine, per riprendere il fil rouge che unisce Swatch alla cultura pop, è stato annunciato che presto in tutti i negozi del brand sarà possibile dare un’impronta ancora più personale all’orologio, attraverso un servizio di customizzazione, dal cinturino alla ghiera e ad altre piccole finiture, da scegliere, anche online, e da ritirare in negozio, a partire da giugno. La strada è chiara, dal restyle di un’estetica si passerà alla tecnica e al digitale, con passi ragionati e visione a lungo termine, per raccogliere i frutti dei semi piantati tanti anni fa. Swatch, sotto la guida creativa di Carlo Giordanetti, si avvia a consolidarsi come brand e non solo come prodotto, iniziando a dialogare il suo pubblico con codici di linguaggio diverso, in bilico tra la tecnologia e l’emozione, sempre con l’arte nel cuore, dove l’orologio è una tela bianca da dipingere. Questa settimana, infatti, viene presentata in anteprima la collaborazione con Paola Navone. L’architetto e designer di fama internazionale, ha disegnato per la prima volta un orologio, lo Swatch Art Special Thammada, espressione tailandese che significa “cose semplici”, disponibile in edizione limitata e numerata di 888 pezzi, in vendita nei negozi della Lombardia.

www.swatch.com
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Identi- kitty

Nata e cresciuta nel quartiere di Brooklyn, Cachee Livingston, in arte Kitty Cash, ha studiato moda all’FIT prim di lavorare come publicist e scoprire nella musica la sua vera passione, girando il mondo per i suoi dj-set in compagnia di amiche come Solange o Missy Elliot. Ora è diventata anche una beniamina dello stile, non a caso ha anche una sua rubrica sull’Huffington Post, ha appena lanciato una linea di abbigliamento e l’ultimo mix, contraddistinto da sonorità ricercate in cui spicca tutto il suo savoire-faire.

Chi è Kitty Cash?
Una dj e publicist innamorata della moda.

Quando comincia la tua carriera?
Ho cominciato come dj per Kilo Kish. Dopo, ho creato “Love The Free“, una serie di mix con musiche originali di alcuni dei migliori artisti della scena internazionale come Willow Smith, Sampha, Vic Mensa, Jesse Boykins III, Dev Hynes, Kelela, SZA, Roma Fortune e molti altri.

Com’è il tuo lavoro?
Voglio stare sia dietro le quinte sia sul palco. Certo, è piuttosto strano, però questo bilanciamento mi mantiene saldamente ancorata a terra.

Una parola per il tuo stile?
Individualità. Passo dallo sport all’elegante e ho una vera passione per le scarpe e il denim, meglio se a vita alta per slanciare la figura.

L’ultimo mixtape è il terzo volume della serie “Love The Free” Vol.3, quali sono le particolarità di questo nuovo mix?
Ho fatto anche da producer da sola con artisti del calibro di Lil Yachty, Raury e Solange. C’è un po’ più di Kitty in questo mix.

THE PACK BY KITTY CASH

Kitty Cash continua ad ampliare il suo raggio d’azione, con il lancio di “The Pack”, la sua prima linea di merchandise. La collezione è composta da una T-shirt bianca, una felpa e un bomber stile college con grafiche che si rifanno alla sua serie di mixtape “Love The Free”, intitolata The Pack. Il lancio è stato supportato dal video del lookbook diretto da J.Cavallini e fotografato da Quil Lemons. La musica (che non può mancare quando si parla di Kitty) è “In Love” by Million Dollah Rah.

Kitty was photographed in Miami
Photographer| Julien Boudet (Bleu Mode)
Stylist| Giorgia Cantarini
Grooming| Jeanette

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Gary Baseman and his pervasive art

Una sera di quelle come tante ad Art Basel, la manifestazione dedicata all’arte che si tiene ogni anno a Miami. All’interno dell’hotel The Webster, nel cuore dell’Art Déco district, è stata presentata l’anteprima della collezione uomo primavera/estate 2017, che celebra la collaborazione tra il pittore Gary Baseman e il brand americano Coach. Il negozio all’interno dell’albergo è stato trasformato in uno speciale universo di disegni e schizzi di Baseman, con oggetti personalizzati dai suoi personaggi, come il cattivo Buster e Le Fauve e dalla stampa “wildbeast”, una rivisitazione fumettistica del classico leopardato. Il concetto dell’installazione è nato dalla cooperazione di lunga data dell’artista con Stuart Vevers, il direttore creativo della storico marchio, per il quale ha creato stampe e grafiche esclusive, che si abbinano all’iconografia classica americana (avete presente lo smiley? Per Baseman e Coach si liquefa mentre continua a sorridere) e la cui simbologia e stile contraddistingue la collezione 2017 uomo e donna, dal sapore college e rockabilly. Durante la serata l’artista ha personalizzato dal vivo due modelli di giacche biker in pelle, spiegando l’origine della partneship creativa.
Poliedrico illustratore, designer e autore del famoso cartone animato Disney Teacher’s Pet, vincitore di tre Emmy Awards, Gary Baseman è considerato una delle gure di spicco della scena Pop Surrealista californiana, caratterizzata dalla contaminazione tra arte e cultura. Mr Baseman ha iniziato la sua carriera a New York tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, come fumettista per The New Yorker, The New York Times, Rolling Stone, Time, Atlantic Monthly e The Los Angeles Times. Ritornato in California, Baseman si è dedicato a esplorare diverse forme d’ibridazione tra arte, moda, pubblicità, design, musica e cinema e ha coniato il termine “Pervasive Art” per definire la sua estetica, in grado di offuscare la linea di confine tra Fine Art e Commercial Art. Quali sono le tue influenze? «Oltre a Darger, l’artista schizofrenico e autodidatta di Chicago morto nel 1973 che per oltre sessant’anni ha realizzato segretamente un manoscritto illustrato di oltre 15mila pagine e fonte d’ispirazione per molti autori pop surrealisti, c’è la stella dell’arte Andy Warhol, Mark Rothko, Man Ray, Takashi Murakami. All’inizio della mia carriera guardavo a Miguel Covarrubias, Charles Addams, Walt Disney e agli artisti dei vecchi cartoon Warner Bros. Apprezzo poi Maurizio Cattelan, Gregory Crewdson e Jeff Koons».
Gary Baseman tuttavia non è solo un pittore o un creatore di cartoni e giocattoli. Lo si capisce subito perché, dopo una serata a parlare di arte e vita in giro per Wynwood, il quartiere degli artisti, dove ho avuto il privilegio di avere una visita guidata, penso sia più un guru o un lifecoach. Nonostante le sue opere abbiano una vena dark, il risultato, guardando, è quello di una contagiosa energia, anche osservando le facce più contrite o gli scheletri stilizzati, viene da sorridere. Tutti i personaggi che popolano la sua fantasia sono capaci di impersonare stati d’animo ed emozioni, come fossero veri profeti dei credo filosofico-esistenziali dell’artista. I suoi disegni, a tratti anche gotici e macabri, altro non sono che rappresentazioni delle paure e dei contrasti emotivi che noi tutti viviamo. Gary mi spiega che i suoi protagonisti hanno tutti un nome, a cui è collegato il loro significato all’interno delle sue opere. Il primo di cui parliamo è Toby, un pupazzo vero e proprio, che viaggia con Gary in giro per il mondo e che anima il suo Instagram, «Toby è sempre al mio fianco, fa i selfie e le foto con i personaggi più interessanti che incontro durante il mio girovagare. L’ho creato in un momento della mia vita molto particolare, in cui mi era difficile fidarmi degli altri. Toby, a dire il vero, ha visto la luce a Roma, dove ho scattato una foto di lui alla Cappella Sistina, luogo in cui ho riprovato a fotografare la stessa immagine, più e più volte. All’ennesimo scatto è arrivata una guardia e mi ha detto “nessuna foto qui”! Ho provato a riporre la fotocamera, ma mi ha fatto cancellare no all’ultimo scatto. Il potere della Chiesa è forte in Italia». A proposito di potere, parliamo di quello delle donne. Nella cifra artistica di Gary occupano un posto importante. Baseman, infatti, ama circondarsi di ragazze che nei suoi dipinti si trasformano in veneri nude, per intrattenere in maniera affettuosa, passionale o violenta i suoi apparentemente ingenui pupazzi. «Le donne sono le vere eroine della mia arte e non sono mai trattate in maniera negativa. Sono le protagoniste dei miei quadri, non sono ritratte come odiose né come bellezze ideali. Sto realizzando un progetto fotografico che ha a che fare con la moda, realizzando una serie di costumi da bambola, quasi dei grembiuloni anni ’50, che utilizzo per vestire le mie Wild Girls, ovvero ragazze dai volti interessanti che noto per strada e diventano, poi, le modelle dei miei shooting e le muse per i prossimi disegni. Sono guerriere come le Vivian Girls di Henry Darger. Combattono il male. Possono sembrare bambole, ma tutti i miei personaggi sono così». Se Toby è il personaggio più famoso di Baseman, una sorta di feticcio della cattiva coscienza dell’artista, Dumb Luck, il sorridente coniglio storpio con la gamba amputata in mano, è l’epitome dell’idiozia. Chouchou è, invece, una creatura che assorbe le energie negative e le trasforma in una densa crema bianca che fuoriesce dal suo ombelico, mentre HotChaChaCha è un piccolo demone, che rende gli angeli impuri, privandoli dell’aureola e Ahwroo, un gatto che diventa feroce se non riceve attenzioni e inizia a graffiare, ispirato direttamente da Blackie, la gatta di Gary dal carattere mutevole e dall’aspetto inquietante e tenero al tempo stesso. Tutti i personaggi di Gary, compresi quelli disegnati per Coach, sono come lui stesso definisce, «membri di una società segreta che custodisce i nostri desideri più nascosti, una celebrazione della bellezza imperfetta e del dolce amaro della vita prendendo parte all’eterno conflitto tra bene e male, tra gioia e dolore, tra amore e morte in un caleidoscopio di colori che animano una sorta di lunatic-park.» Parlando di società segrete e segreti, ne hai uno da rivelarmi? «Mi piace pensare che, se entri in contatto con i miei personaggi sia indossando una T-shirt di Coach o guardando uno dei miei cartoni animati, io sia un libro aperto, non ho segreti perché sono tutti sulla tela o nelle pagine dei miei schizzi. Devi solo indovinare il codice giusto».

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UP IN THE SKY

Sporty vibes and technical apparel to champion in the city.

Photographer| Julien Boudet (Bleu Mode)
Stylist| Giorgia Cantarini
Model| Thomas Barry @2morrow models
Stylist Assistant| Orsola Amadeo
Photographer Assistant| Andrea Benedetti

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THE WANDERLUSTER

A playful mix and match of prints and micro patterns define the new formal look.

Photographer| Pier Nicola Bruno
Stylist| Giorgia Cantarini
Grooming| Barbara Bonazza, Hmbattaglia Agency
Model| Lucas Dambros @ilovemodelsmanagement
Stylist Assistant| Orsola Amadeo
Photographer Assistant| Lorenzo Formicola
Post Production| Elisa Trapani

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Intervista a: Travis Scott

Jacques Webster, alias Travis Scott, non è un uomo di molte parole, ma quando parla arriva dritto al punto, così come le sue canzoni, che scalano la vetta delle classifiche di tutto il mondo. Il suo nuovo album, Birds in the Trap Sing Brian McKnight è costituito da forti melodie e importanti contributi vocali, con i Weeknd, Young Thug, Cassie, Kid Cudi, un grande mentore per Travis insieme a Kanye West, ai Swizz Beatz, Bryson Tiller e altri del calibro di Kendrick Lamar e Andre 3000. Ha prodotto un album con una missione ben precisa: soddisfare i fan con la sua trap music, un genere di rap accelerato, cui è stato egli stesso uno dei primi fautori insieme al gruppo di rapper di Atlanta Migos, Young Thug e Gucci Mane. La copertina dell’album, scattata niente meno che da Nick Knight, mostra Scott come un personaggio a metà strada tra un uccello e un angelo caduto, avvolto nel fumo bianco intento a fare qualcosa di maestoso. Non è più il pupillo promettente o un prodotto confezionato del settore, è finalmente pronto a volare libero e a diventare il prossimo storyteller nella musica rap. Spesso ha a che fare con la moda, (è amico di Riccardo Tisci) e ha recitato nel recente film di Yves Saint Laurent, per la collezione primavera/estate 2017, disegnata da Anthony Vaccarello nel quale indossa un abito che prende fuoco irradiando fiamme, elemento che fa riferimento al suo soprannome, “La Flame“. Ci siamo avvicinati a questo personaggio a tratti schivo, per svelare le sue passioni, che comprendono anche il design, l’architettura e, inaspettatamente, la medicina.

Qual è il tuo rapporto con la moda?
Credo che sia interessante, è qualcosa che fa parte di me, perché mia madre lavorava nella moda e penso che questo abbia contribuito a farmela scoprire sin da piccolo.

Come definiresti il tuo stile? La musica fa rima con lo stile?
Il mio stile non ha confini, rappresenta sempre quello che sento. Personalmente ritengo che la musica sia un’estensione di te e deve abbinarsi al tuo stile.

Come ti sei approcciato al fashion system?
Ho proposto qualcosa che non c’era, un genere nuovo: la musica trap, un rap più adatto ai party. Il primo successo lo devo al mixtape “Days before Rodeo”, poi hit come Skyfall sono diventati dei tormentoni. Ho iniziato ad esibirmi durante la New York Fashion Week e a Parigi, per suonare alle feste di Alexander Wang, Givenchy, Adidas e altri.

Molti artisti collaborano con gli stilisti. Vorresti creare il tuo marchio di moda?
È un’idea interessante, ma mi sto concentrando sulla musica. Sto facendo delle collaborazioni con altri designer. Con Helmut Lang apriremo dei negozi alla fine di gennaio. Sto lavorando alla progettazione delle mie collezioni Travis Scott.

Puoi raccontarci qualcosa del tuo ultimo album?
Birds è il modo in cui mi sentivo nel momento in cui stavo componendo, mi sentivo male, stavo facendo un album contro tutto e tutti. Volevo far sapere alla gente  dove mi trovavo in quell’istante. Adesso mi sento come se mi fossi tolto un peso dallo stomaco, più leggero, pieno di energia per il 2017. Ora mi sento al posto giusto e nel momento giusto.

Qual è la tua canzone preferita di tutti i tempi, e perché?
Mi dispiace davvero per MANINTOWN, ma è impossibile rispondere. Ho troppe canzoni preferite!

Il palco richiede un sacco di energia, qual è il tuo segreto per essere sempre al meglio?
Ho solo un segreto: tantissima Sprite. Ha un sapore così buono, che mi fa andare avanti.

Come interagisci con il tuo pubblico?
Il mio atteggiamento è molto accogliente. Sono molto riservato e protettivo con i miei fan, mi relaziono con loro, ciò che mi interessa è farli divertire, soprattutto durante i concerti dal vivo, mi piace fare di tutto per essere il più vicino possibile a loro.

Quali sono le tue influenze musicali?
Un sacco di musica psichedelica, rap duro, beat che catturano la mia attenzione.

Chi consideri il tuo mentore?
Direi che tutti i miei amici più cari di oggi sono stati i miei mentori, ma ho un paio di figure ispiratrici, quali Kid Cudi e Kanye West.

Cosa rappresenta West per te?
Kanye è uno dei miei migliori amici, è una figura importante nella mia vita e continuo a imparare molto da lui, ogni volta che ci incontriamo.

Chi sono i tuoi artisti hip hop emergenti preferiti?
Made in Tokyo e 21 Savage – è stato bello averli nel mio album.

Vorresti essere un mentore per alcuni di loro?
Sono sempre disponibile ad aiutare gli altri artisti, cerco sempre di farlo.

Quando hai deciso di diventare musicista?
Quando ero un ragazzino, ho sempre voluto fare musica, ho preso da mio padre.

Cosa sognavi di diventare quando eri più giovane?
Volevo essere nefrologo, un medico specializzato nella cura dei reni e delle malattie renali.

Dove vuoi arrivare in futuro?
Voglio continuare a fare grandi tour, sperimentare nel mondo del design e dell’architettura. Crescere sempre di più. Senza limiti.

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Photographer: Mike Piscitelli
Fashion Stylist: Nicolas Klam                        
Stylist Assistant: Ali Miller
Groomer: Phil Brown
Shot at the Mondrian, Los Angeles

BRANDO DE SICA – CON IL CINEMA NEL SANGUE

Non poteva che essere Milano il luogo d’incontro per svelare la personalità, le passioni e i nuovi progetti di uno dei talenti del cinema italiano: Brando De Sica. Perché Milano? Perché proprio Milano rimane nella memoria come set di uno dei più importanti film girati dal nonno Vittorio De Sica e che hanno fatto la storia della cinematografia internazionale, ovvero Miracolo a Milano. Sui tetti del Townhouse Duomo by Seven Stars, Brando ha posato per noi e ci ha raccontato come si è appassionato al mestiere, chi lo ispira e il suo segreto per stare bene, insegnatogli da un grande maestro, niente meno che David Lynch.

Nella tua famiglia si respira cinema da generazioni, come mai hai scelto la regia invece che la recitazione?
All’inizio volevo fare il pompiere, davo fuoco agli oggetti per poi spegnerli con l’annaffiatoio del terrazzo.  Forse avevo visto troppe volte mio padre nel film I Pompieri.
Contemporaneamente vidi La notte dei Morti Viventi di Romero e rimasi affascinato dagli effetti speciali del trucco. Comprai il lattice liquido, il cerone, il sangue finto e cominciai a truccarmi da mostro, volevo trasformarmi, andare in giro a far paura alle persone, avevo otto anni, forse anche meno. Pensai che se volevo interpretare tutti questi “mostri” dovevo fare l’attore… ma poi a 12 anni arrivò il regalo più bello: una piccolissima telecamera analogica. Iniziai a riprendere me e mia sorella Maria Rosa (che con il brand Mariù De Sica è ora una stilista di successo) in dei piccoli corti horror dove truccavo lei e i cani di casa. Capii che se facevo l’attore avrei fatto parte del film mentre se lo scrivevo e lo dirigevo, avrei creato io il film da tutti i punti di vista. Fare il regista è dare ordine al caos, il set è caos controllato. Mi aiuta ad essere un uomo migliore ed è il mestiere più bello del mondo dopo quello della Rockstar…Non sarei potuto essere una Rockstar, sarei durato 2 giorni.

I cinque film da vedere assolutamente e perché?
Un cinefilo è poligamo nel mondo del Cinema, non ti dirà mai che preferisce solo una o tutte e cinque le sue mogli. Lui le ama tutte! Orson Wells diceva non esistono film belli e film brutti, tutti i film sono interessanti perché raccontano in qualche modo l’uomo che c’è dietro. Io penso che i film siano come il vino, ci sono diverse uve e diverse annate, ognuna di queste ha qualcosa di particolare ed unico. A me hanno colpito cose diversissime fra l’oro . Inizio con L’Atlante di Jean Vigo, Le Regole del Gioco di Jean Renoir, Il Piacere di Max Ophüls, Kiss me Deadly di Robert Aldrich. Continuo con Umberto D e Miracolo a Milano di mio nonno Vittorio. Impossibile non citare l’eleganza psichedelica di Kenneth Anger, cult movie come Fargo dei fratelli Coen, l’uso del colore nei film di Michael Powell come Piping Tom e Black Narcissus, Lawrence D’Arabia di David Lean, Soy Cuba di Michail Konstantinovič Kalatozov, Mio Zio e Play Time di Jaques Tati. L’episodio La Ricotta, Le 120 giornate di Sodoma e Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, Don’t look now di Nicolas Roeg, The Devils di Ken Russel, Seconds di John Frankenheimer.

Registi che ami e che ti hanno ispirato?
Sicuramente tutta la filmografia di Andrei Tarkovskij, tutto Stanley Kubrick, tutto il cinema di Luis Buñuel, Ingmar Bergman, Alfred Hitchcock, Francois Truffaut, i capolavori di David Lynch che è stato il mio professore quando studiavo a Los Angeles. Non possono mancare Roman Polański , Orson Wells, tutto Federico Fellini, Herzog, Sidney Lumet, Ernst Lubitsch, Vincente Minnelli, Akira Kurosawa, Steven Spielberg, Quentin Tarantino, Tod Browning, Roger Corman, Terence Fisher, Mario Bava, Elio Petri. Potrei continuare ancora e ancora.

Ricordi dell’università, sui banchi con David Lynch, cosa ti ha trasmesso?
David è la persona più incredibile che ho conosciuto nella mia vita, anche se quando l’ho incontrato per la prima volta ero terrorizzato all’idea di aver fatto una pessima impressione.
Erano le 8 del mattina alla USC University of Southern California dove studiavo per  laurearmi in Discipline del Cinema, pioveva ed ero arrivato zuppo nei corridoi che portavano nella mia classe, avevo deciso di non entrare e tornare a Roma. Non ero al massimo del morale, indeciso e dubbioso apro il portellone d’emergenza dei corridoi per uscire e mi scontro proprio con lui. Non potevo crederci, ero andato a sbattere addosso a uno dei miei miti. David era calmissimo, mi chiese se era tutto a posto, se fosse successo qualcosa di brutto. In quell’attimo ho capito che dovevo assolutamente rimanere ed entro in classe con lui. Una delle più belle lezioni sul cinema a cui io abbia mai assistito.

Hai stretto un rapporto personale con lui?
Dopo aver finito l’università, grazie alla mia amicizia con Isabella Rossellini, che spesso veniva a Los Angeles per lavoro, rincontrai David che mi introdusse alla meditazione trascendentale. Isabella, poi, mi fece uno dei regali più belli mai ricevuti, un quadro che gli aveva regalato David quando stavano insieme ai tempi di Velluto Blu, mi sono sentito parte del loro clan e considerato come un amico. Di recente sono andato a trovarlo a casa sua per portargli un mediometraggio che avevo appena finito La Donna Giusta,  fu un momento magico e lui mi regalò un disegno che aveva appena terminato: un ragazzo con una radio in mano in mezzo ad una tempesta di puntini con una scritta accanto che dice : I’m Crying my Radio. Mi fece una dedica sopra con scritto …Keeping
Promises che era riferito alla promessa che gli avevo fatto sul meditare ogni giorno. Purtroppo non l’ho sempre mantenuta ma ora sto ricominciando a farlo.

Quali sono i progetti che hai realizzato che sono più significativi per te e i traguardi che hai raggiunto?
Tutto è iniziato con la partecipazione ad ASVOFF il Film Festival di Diane Pernet, dove ho vinto il premio come Best Advertising Campaign con il corto L’errore. Il cortometraggio L’Errore è stata una bellissima sorpresa, al tempo stavo partecipando alla scrittura de Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, che considero il mio maestro, mentore e amico, sul tavolo dove sceneggiavamo con Chiti, Gaudioso e Albinati c’era un antologia di favole e tra queste ce n’era una di un ignoto. Il soggetto a tinte noir mi colpì tantissimo e decisi di adattarla per questo “spot”  per le borse del marchio emergente Catherinelle fondato dall’attrice Catrinel Marlon, che è anche la protagonista del corto. Grazie al lavoro della mia squadra tho vinto il Nastro D’Argento alla regia, sono andato in cinquina ai David di Donatello e con Rai Cinema ho avuto la possibilità di portarlo al Festival del cinema di Cannes. Devo dire che Diane è stata la mia prima supporter, fin da quando ci incontrammo a Firenze in occasione della proiezione dei corti che avevo realizzato per Antony Morato. Ho partecipato ad ASVOFF anche l’annno scorso con il Non Senza di Me che ha premiato il protagonista, Max Tortora, come miglior attore.  Fresca come notizia è inoltre la nomination ai Globi d’oro per la sezione Critic’s Choice.

Il tuo rapporto con la moda? Cosa ti piace indossare, qual è il tuo stile?
Mi diverte sperimentare, da ragazzino ho avuto anche un momento Punk dove mi tingevo i capelli; è sicuramente bello e divertente vestirsi, ho sempre portato di tutto ma ultimamente mi piace essere minimale: maglietta e jeans, scuri a tinta unita.
Mi piace tanto vestirmi con un look elegante quando ne ho l’occasione, sempre in un’ottica semplice: un completo grigio scuro, una camicia bianca ed una cravatta nera. L’eleganza per me fa rima con semplicità.

Con quali professionisti e attori ti piacerebbe lavorare?
Amo molto il lavoro di Daniel Day Lewis ma vorrei tenermi sulla nuova generazione altrimenti parto con altre liste infinite. Oggi amo e rispetto tantissimo Leonardo Di Caprio, Michael Fassbender, Tom Hardy, Woody Harrelson. Sono “innamorato” di Marion Cotillard, Jennifer Lawrence, Carey Mulligan. In Italia sono rimasto davvero tanto colpito da Alessandro Borghi e Luca Marinelli che oltre ad essere bravi sono anche delle belle persone, idem per Michaela Ramazzotti e Alba Rohrwacher. Il mio sogno nel cassetto è quello, un giorno, di lavorare con la “Industrial Light and Magic” il colosso americano degli effetti speciali della Lucas film, per poi creare il suono dentro lo “Skywalker Ranch” magari il tutto prodotto da Spielberg. Giusto per puntare basso!

Sogni Hollywood?
Ho vissuto 7 anni a Los Angeles dove mi sono laureato, conservo ancora un piccolo appartamento a Century City, una volta era il Back Lot della Twenty Century fox. Amo Los Angeles e mi piace pensare di ritornarci per lavoro. Accadrà!

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho appena firmato un contratto con la Paco Cinematografica che ha prodotto gli ultimi film di Giuseppe Tornatore, loro sono Arturo Paglia e Isabella Cocuzza con i quali abbiamo messo in piedi una bella squadra. Ci siamo conosciuti dopo L’Errore e mi hanno dato carta bianca, facendomi sviluppare qualcosa di ardito in cui io credo molto. Mi hanno fatto subito sviluppare la sceneggiatura che ho scritto insieme a Irene Pollini Giolai e al grande Ugo Chiti.  Non voglio svelare presto, ma solo dire che è una favola nera ambientata in una Napoli di oggi, un Coming of the Age che diventa un horror. Un film sull’importanza dei sogni.

Photography | Pier Nicola Bruno
Stylist | Giorgia Cantarini
Grooming | Fabio Lo Coco
Stylist assistant | Orsola Amadeo
Photography assistant | Andrea Benedetti
Location | Townhouse Duomo by Seven Stars

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agonist – il fascino del nord

AGONIST è un racconto fotografico di una fiaba nordica in cui odori, profumi, immagini e parole si fondono in un connubio sensoriale senza precedenti. La natura ruvida del Nord e le rocce smerigliate, gli odori, il suono rilassante del mare intorno, il freddo pungente dell’aria e la leggerezza nel cielo – dall’alba al crepuscolo – descrivono un luogo remoto dell’Arcipelago svedese. Tutti protagonisti di un libro che racconta la grande forza trainante dietro il lavoro del duo creativo Agonist. Passeggiando nei boschi, vagando per gli infiniti prati che svaniscono nel profondo blu del mare che abbraccia il cielo.

I paesaggi sono come in un fermo immagine, l’atmosfera è rarefatta e selvaggia, piena di piante, erbe, steli lunghi ed una varietà di calcare che assorbe costantemente acqua, decorando la vista di punte rocciose che sembrano oggetti di design, mentre il vento soffia forte e incessante. La visione sfocata di una bellezza grezza dove i profumi si sollevano e aprono i sensi quasi a rapirli. La sensazione di essere perso, qui e allo stesso tempo ovunque altrove: questo è ciò che i creatori di Agonist, Niclas e Christine vivono quotidianamente e hanno usato come imput nella creazione della loro linea di profumeria di alta gamma. Niclas e Christine hanno scelto due creative trasversali per la cura del progetto: Giorgia Cantarini (giornalista e scrittrice) e Julien Boudet (fotografo di origine francese) che hanno viaggiato fino a Gothenburg per scoprire la magia del loro paese e racchiuderla tra le pagine di questo concept visuale.

Il lavoro del duo Lydeen, con tutte le difficoltà di vivere in un’isola sperduta nell’arcipelago svedese, è raffinato e sperimentale. Un risultato ricco in termini di combinazioni fra profumo e immagini, che rendono Niclas e Christine due artisti in stile Sturm und Drang rivisto in chiave contemporanea.

Photography | Julien Boudet

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the alpines

blocco bianco
Gli Alpines, il duo formato da Catherine Pockson e Bob Matthew, sono una band che fa capo a nuova wave di pop britannico. Tra i loro fan ci sono artisti del calibro di The xxThe Maccabees e Florence Welch, e per molte buone ragioni. ‘Completely’, l’ultimo singolo è sicuramente una delle canzoni più sofisticate mai realizzate ad oggi, capace di mostrare, ora più che mai, una creatività senza limiti. Nella nuova lirica targata Alpines, la strada intrapresa è quella di un sound più sperimentale e raffinato che trascende definizioni di genere, in un equilibrio bilanciato tra appeal commerciale e sensibilità melodica, fatta di vocalizzi decisi e immersivi che si incontrano con una musicalità incalzante. La band è anche tuttavia spesso a contatto con il mondo della moda, avendo collaborato con brand All Saints, Paul Smith, Urban Outfitters, e magazine com Madame Figaro.

Li abbiamo incontrati per parlare di una canzone intensa dalle atmosfere ipnotiche e del loro stile ricercato e anti-convenzionale.

Perché il nome “Alpines”?
Farà sorridere ma entrambi amiamo la montagna. Uno dei nostri primi viaggi on the road è stato sulle Alpi ed è dopo essere tornati che abbiamo battezzato il nostro nome. Gli “Alpines” sono piccoli fiori che vivono in alte quota sui monti e sono incredibilmente resistenti, capaci di sopravvivere anche in condizioni estreme. Ci siamo fatti trasportare da questo simbolismo e dalle emozioni scaturite da un luogo magico. E proprio in quei momenti e per il significato che questo nome ci sembrava calzare a pennello.

La vostra musica viene influenzata da…?
Da ogni musicista e canzone che ci piace. Dalle persone che ci circondano e che amiamo e dai paesaggi. La Natura, con i suoi suoni e colori, è una fonte inesauribile d’ispirazione.

Le vostre icone musicali?
Bob: Brian Eno e D’Angelo.
Catherine: Prince ed Erykah Badu.

La vostra canzone preferita di tutti i tempi?
Bob: “Something” dei Beatles.
Catherine: “Blowing In The Wind” di Bob Dylan e “When Doves Cry” di Prince. 

Le cose positive e negative di fare parte di un duo?
Ci sono molti aspetti positivi,  hai sempre una cassa di risonanza e questo significa che puoi mantenere lo slancio e portare avanti le attività in maniera congiunta. Siamo così fortunati che tra di noi possiamo ricreare l’intero mondo del suono e del visual che vogliamo associargli. Significa che lavoriamo veramente tanto e non siamo per niente bravi a ritagliarci tempo libero o vacanze. L’unico aspetto negativo è che alcune volte può diventare veramente dura essere solo in due nella band, anche per questo è tuttavia fantastico suonare dal vivo, perché abbiamo le nostre parole chiavi per comunicare tra noi, quando per esempio deve partire una batteria ed espandere la dinamica musicale. 

Ci potete parlare del vostro stile? Quanto impegno mettete nella vostra immagine?
Supponiamo che il nostro stile possa essere definito in termini semplici come minimal, leggero e strutturato. Al momento non stiamo incorporando molti colori, riguarda più la silhouette, linee forti e fantasie stampate. Pensiamo molto alla parte visual della band. Vogliamo dare l’idea di un look che va a tempo con la velocità del nostro sound, così che si complementi l’uno con l’altro. Quando scrivevamo l’album avevamo una lavagna per i mood che includeva molte immagini di paesaggi desertici, architettura Bauhaus, edifici di Mies Van Der Rohe, collezioni di Alexander Mc Queen, lavori d’arte di Pierre Soulages e foto di Ansel Adams e molto altro! Siamo ispirati dall’arte e dalla ricerca iconografica che sono una parte importante per lo sviluppo del nostro sound e dello stile. 

Tra le vostre tracce quale scegliereste per diverse occasioni, a cosa vi fanno pensare?
Completely – Questo è il nostro ultimo singolo e lo suonerei mentre si guida verso un’uscita serale, riguarda l’abbracciare la verità di una situazione lasciandoti andare, rendendoti completamente vulnerabile con qualcuno.
No Other Lover – questa è una di quelle che suonerei per fare ballare la gente
Oasis – questa la suonerei d’estate quando il sole tramonta con gli amici intorno a bordo piscina, bevendo un cocktail e godendosi il momento.
Chances – questa è una di quelle che suonerei alla fine di una serata. Avete presente quel momento in cui tutti se ne sono appena andati a casa? Ha un umore che si addice a quella situazione. Parla che di quegli attimi in cui bisogna prendersi il rischio di stare con qualcuno pur sapendo che il sentimento potrebbe non essere corrisposto. Amiamo anche il remix che ne ha fatto Cyril Hahn.
Saviour – questa canzone parla di speranza e della capacità di accettare qualcuno che ti aiuta in periodi difficili.

www.alpinesmusic.com
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L’UNIVERSO DEL FASHION ACCOGLIE RON ARAD

Anche chi non è un gran appassionato di design non può non aver mai sentito parlare di Ron Arad. Annoverato tra i designer più influenti dei nostri tempi, Ron Arad si distingue per la sua irrefrenabile curiosità verso ogni forma di innovazione e per la sua incredibile versatilità. Un artista talmente eclettico a cui è bastato indossare il suo cappello magico (nel vero senso della parola, dal momento che non si separa mai dall’inconfondibile cappello che lui stesso ha disegnato) per creare una speciale collezione di occhiali da vista e da sole per il brand PQ EYEWEAR.
Nel corso degli anni Arad ha realizzato una serie estremamente ricca e variegata di oggetti innovativi, spaziando dall’arredamento, con sedie e poltrone, al design di spazi unici, eterei o digitali, in grado di trasmettere sensazioni fisiche e tattili. Dotato di un’immaginazione che non conosce limiti, il designer crede che il suo segreto sia la noia. Perché? Per il semplice motivo che la noia è la madre di tutte le invenzioni, perché quando sei annoiato non fai altro che pensare e ripensare, lasciando libera la mente ed abbandonandosi alla propria pulsione creativa. Ed ora Arad è pronto a calarsi e a cimentarsi anche nel mondo della moda, che di noioso non ha proprio nulla.

Come è iniziata questa collaborazione?

Tutto è iniziato quando ho incontrato Assaf Raviv, proprietario dell’azienda italiana produttrice di occhiali PQ e stimato conoscitore dell’industria. Ha insistito parecchio con me, perché all’inizio ero molto titubante. Si è addirittura presentato più volte nel mio ufficio e non sapevo se considerarlo un sogno o un incubo. Credevo che entrare nel mondo degli accessori significasse introdursi anche nel mondo della moda, il che avrebbe comportato circondarsi di un team di designer competenti, devoti ed appassionati, lavorando alle collezioni stagione dopo stagione. Ma alla fine eccomi qui, con un modello facile da indossare, estremamente funzionale, che credo rappresenti un delle più alte realizzazioni artistiche.

Cos’è che rende questa collezione di occhiali così unica e speciale?

Innanzitutto la novità delle forme sia in termini di estetica che di funzionalità, le quali ritengo debbano sempre andare di pari passo. La forma rotonda della collezione D-FRAME, la stanghetta che riproduce la spina dorsale e la flessibilità delle tempie, permettendo in tal modo un movimento naturale simile a quello delle articolazioni. Non ci sono viti, la montatura è leggera, totalmente flessibile. Quello che può apparire come un semplice dettaglio fashion, in realtà è un attributo che assicura comfort a chi li indossa. Abbiamo inoltre realizzato la collezione da vista A-FRAME, con l’idea di eliminare il fastidioso problema dell’occhiale che scivola sul naso. Dovevo trovare un modo originale ed efficace tenendo conto che la distanza naso-occhi varia da persona a persona. Da qui ha avuto origine la caratteristica “A” che compare sul ponte dell’occhiale. Ho appena scoperto che anche Oprah Winfrey ne indossa un paio, probabilmente perché ama quel semplice sistema di regolazione del ponte che le evita di andare dall’ottico ogni volta. Voglio dire, penso sia una donna molto impegnata con mille altre cose da fare, non crede?

La collezione è unisex?

Non ci sono confini. È una collezione all’insegna della libertà, che rifiuta ogni convenzione. Alcuni modelli possono attrarre ed essere più indicati per un pubblico femminile, ma a parte questo, la collezione è stata concepita per essere indossata da tutti, è democraticamente e stilisticamente corretta.

Qual è la tua forma preferita?

Amo le curve, sia quelle più tondeggianti che quelle più lineari. La forma degli occhiali è rotonda, così come quella del occhi e del volto, ma deve esserci qualcosa che spezza dando equilibrio. Amo il modo in cui gli opposti si attraggono. Lo stesso nome “pq” si addice perfettamente ai miei gusti: due lettere che si susseguono nell’ordine alfabetico, dotate entrambe di un’asticella lineare e con la stessa forma rotonda che, messe insieme, riproducono un paio di occhiali.

È il design che “flirta” con il fashion o viceversa?

Mi piace usare la parola “flirtare” applicata in ambiti diversi rispetto alle relazioni personali. Direi che è il fashion a desiderare maggiormente il design, anche se il design fa già parte del suo mondo, in quella sorta di “tecnologia” che sta dietro alla creazione di capi e scarpe per dotarle di forma e comfort. Anche il design ha molti aspetti che possiamo definire “fashionable”: ci sono mode anche in questo ambito, ma non mi piace esserne ossessionato. La mia insaziabile curiosità mi spinge ad essere sempre aperto a nuove sfide, ecco perché collaborerò anche con il brand Flip Flop.

Come definiresti il tuo stile e cosa consideri “stylish” in una donna?

Tutto e niente. Penso di non rientrare in nessuna particolare definizione. Amo indossare questo cappello che ho realizzato per Alessi molto tempo fa con una giacca, un maglione (a cui ho fatto qualche buco con un paio di forbici), una T-shirt (preferibilmente a righe), una sciarpa, scarpe comode e mai e poi mai una cravatta! Non ne ho mai indossata una in tutta la mia vita. Rinnego il conformismo e sono allergico a tutto ciò che è considerato un “must have”. Era più facile quando ero un hippy, quindi forse sono rimasto tale, almeno nello spirito.
Lo stile in una donna è il modo in cui si muove, entra in una stanza e il modo in cui parla. Certamente ciò che indossa la rende più attraente e piacevole da guardare, ma è senza dubbio un plus a coronamento della suo comportamento e della sua personalità.

Come e da cosa trai ispirazione?

Sono le persone ad ispirarmi, così come la noia, madre di tutte le più grandi invenzioni. Cerco di incoraggiare le persone ad annoiarsi reagendo: questo è all’origine della mia creatività. Design significa esplorare e dar vita a cose che prima non esistevano. Prendi le valigie ad esempio: sono decenni ormai che ci accompagnano nei nostri viaggi, eppure qualcuno non molti anni fa ha pensato di aggiungervi le ruote. Lo stesso accade per gli occhiali. Ora sto lavorando ad un paio che non possa mai essere perso o rotto. Le migliori idee sono spesso le più semplici; talmente semplici che spesso non ci accorgiamo di averle sotto il naso.

Un oggetto che avresti voluto inventare?

La matita, senza ombra di dubbio. Sarei stato un genio se fossi stato io ad inventarla.

 pqeyewear.com

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A TU PER TU CON THE GENTLEMAN BLOGGER: MATTHEW ZORPAS

Gentleman di nome e di fatto, è considerato uno dei più importanti web influencer del momento. Non posta e basta, racconta storie di stile, dispensa consigli su come comporre i look, attraverso i suoi viaggi ispira un seguito di followers da tutto il mondo. Parliamo di Matthew Zorpas, blogger e fondatore di thegentlemanblogger.com. Furla ha pensato a lui e ad altri 4 blogger e digital artist come Adam Katz Sinding, Nabil Quenum, Roberto De Rosa e Paris Seawell, per presentare il progetto “the modern man” a Pitti. Creativi 2.0 che hanno interpretato attraverso cinque shooting, 5 modi di vivere la “MODULAR BAG2 la nuova borsa componibile pensata da Furla per tutti i globetrotter di oggi. Matthew, perfetto manintown, ci racconta il progetto attraverso il suo punto di vista e molto di più, ad esempio la sua passione per l’immaginario Felliniano.

Dove hai scattato le foto del progetto themodernman per Furla?

Ero a Rio, mia patria da qualche tempo e ho deciso quindi di ambientare il tutto lì. I colori e le atmosfere di questa città carioca, in piena espansione, mi sembravano ideali per rappresentare una nuova visione di uomo contemporaneo, anche se non volevo del tutto far percepire dove fossi, doveva poter sembrare anche in Grecia o in Italia. Un uomo che viaggia, che si muove, che è elegante ma non troppo, che punta sugli accessori “giusti”, esteticamente belli e soprattutto funzionali. La location, io e il fotografo Jeff Porto, l’abbiamo trovata per strada girando per le strade del centro, nella parte più vecchia della città, sfondi di un giallo accesso, in cui la borsa blu spicca e il look è idealmente a metà strada tra estate e inverno.

Quale rapporto c’è tra l’uomo e gli accessori, in particolare le borse?

Penso molto stretto ormai. Dalle classiche valigette alle messanger bags, le grosse pochette in versione maschile, portadocumenti, porta pc o tablet che siano, ogni uomo ha almeno uno di questi accessori. Per me è elemento chiave di ogni look, ho sempre una borsa con me, a volte dà il twist in più al mio look, per forma, colore o materiale.

Quali sono le caratteristiche che consideri “stilose” in un uomo?

Non ci sono più delle regole secondo me. Io credo che debbano essere tocchi naturali, spontanei, non forzati. Per me è naturale, apro l’armadio e scelgo cosa indossare, per altri occorre trovare ispirazioni e consigli da altri. Sono stato influenzato dallo stile, dalla personalità, dalla cultura e dal lavoro di alcuni personaggi illustri del passato e no, primo fra tutti Federico Fellini ad esempio e se devo pensare a qualcuno di contemporaneo direi Tom Ford. Stile non è solo moda, infatti sono spesso le persone che incontro nei miei viaggi o in giro per strada a darmi energia e ispirazione per il mio lavoro.

Cosa comprano i gentleman di oggi?

Secondo me di tutto, dal formale allo sportivo, l’uomo ha voglia di curare il suo look, non ancora ai livelli della donna, ma è sicuramente un uomo più attento e capace di sperimentare dal papillon ai cappelli, dalle calze colorate alle borse, dalle camicie alle cravatte. Non c’è un bisogno, c’è il desiderio di vestire bene e in maniera democratica, mischiando vari stili dal Brasile a Londra il gentleman si globalizza e il risultato è relaxed, rilassato.

Finirà mai l’era dei blogger?

Ci sarà un’evoluzione, cambieremo piattaforma, cambieremo modo di definire questa abilità di raggiungere la gente comune, e di agire nell’era digitale. I blog, quelli di qualità, sono qui per rimanere.

Se non fossi stato un blogger cosa avresti fatto?

C’è un atteggiamento molto snob a considerare in maniera negativa il lavoro dei blogger, solo perché portano via terreno (e potere) in uno spazio piuttosto circoscritto che è la moda. Per me è un job title che funziona anche per definire il mio stile di vita. Ho un passato nel mondo della comunicazione ma l’attività di blogging è davvero la mia passione, lo considero qualcosa di creativo che non posso fare a meno di realizzare, è come l’aria che respiro, non mi vedrei fare nessun’altra cosa. Oltre al blog sto lavorando ad altri progetti di branding personale, è ancora tutto top secret.

Film, libro e musica preferita?

8 e mezzo di Federico Fellini, The Reader (Ad alta voce-da cui hanno tratto anche un film con Ralph Fiennes) e la band inglese The Herd.

A PROPOSITO DI FURLA-MODULAR BAG

Per il prossimo Autunno/Inverno l’uomo Furla scende in campo per suggerire un nuovo modo di vivere gli accessori e in particolare le borse. Dalle strade delle grandi città alle campagne, l’uomo business predilige ormai accessori e piccola pelletteria con due caratteristiche: pratici e discreti.
 La modular bag si trasforma facilmente da messenger bag in sacca da viaggio, adattandosi dall’agenda lavorativa al weekend, ideali quindi per ogni occasione, anche simultaneamente o all’ultimo minuto. La Furla Modular Bag può essere assemblata in negozio grazie a un set che comprende due manici, due lati sacca e due laterali per espanderla che sono completamente intercambiabili, con colori e materiali assolutamente personalizzabili.

 In equilibrio perfetto tra forma e funzione, ci sono tutte le esigenze dell’uomo contemporaneo in una.

eu.furla.com

www.thegentlemanblogger.com

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Quando meno e più

È uno dei fotografi più famosi al mondo, un editore di magazine di successo da Dazed and Confused ad Hunger, amante dei cani, del cinema e innamoratissimo di sua moglie, la top model Tuuli. Rankin, all’anagrafe John Rankin Waddel, ha raggiunto traguardi di successo ineguagliabili dagli anni 90 ad oggi, delineando uno stile sperimentale, diretto e riconoscibile. Eppure ci dice che è alla scoperta di una nuova forma di fruizione della fotografia, quella che punta sulla spontaneità e sull’impatto che ha sugli occhi di chi la scopre. Ha infatti inaugurato a dicembre una delle sue mostre più radicali: Less is more. Curata da Ulrich Ptak alla Kunsthalle Rostock e concepita come una retrospettiva dei suoi lavori più sperimentali e controversi stampati in maxi scala, la mostra vuole prima di tutto scuotere lo spettatore, costringerlo a riflettere su quello che sta vedendo. Sia che lo ami o che lo odi. Per Rankin non ci sono mezze misure, né mezze emozioni, né mezze risposte. Ecco cosa ci ha detto.

Ci racconti il concept di Less is More?

Il significato è alla base di tutto, si riesce a vedere di più vedendo di meno. Una riflessione sul modo in cui consumiamo immagini ogni giorno, bombardati dai click e condivisioni, dove vedere meno per un attimo può evocare emozioni e significati più profondi. Ho scelto di far stampare le immagini su grande scala in modo che chi entrasse nello spazio avesse la sensazione di essere in presenza di un’installazione. Volevo il fattore “wow”, creando qualcosa che sa magico, che ti rimane impresso.

Cosa ne pensi di tutta questa voglia di apparire?

La trovo davvero una cosa noiosa. È come se tutti volessero creare il brand di noi stessi. Lo trovo davvero triste.

Cos’è secondo te la vera bellezza?

Non ho dubbi: mia moglie.

Cosa ne pensi del fenomeno curvy?

Non penso che sia un fenomeno, forse se ne parla di più oggi ma esiste da un bel po’. Tutto quello che posso dirti è che amo donne e uomini di ogni taglia e forma. La bellezza è negli occhi di chi la guarda.

Qual è la parte del tuo lavoro che ami di più?

Mi piace proprio l’atto in sé, è quello che mi dà la carica, è la mia visione sul mondo.

Quali sono i segreti di un bravo fotografo?

Non rubare l’anima di nessuno. Mi piace giocare con chi ho di fronte all’obbiettivo ma non voglio cambiare l’attitudine di nessuno. La foto è un’espressione di se stessi, deve essere scattata con serietà e allo stesso tempo non va presa con serietà. Ogni scatto deve essere spontaneo, seguo il mio istinto e documento la mia impressione di chi ho di fronte. L’energia di ognuno deve essere percepita in ogni foto.

Qualcuno che non hai ancora fotografato…?

Barack Obama, salterei di gioia se avessi l’opportunità di potergli scattare un ritratto.

A parte la fotografia quale altre passioni hai?

Mi piacciono molto i cani, ho una vera passione per questi animali incredibili. Trovo incredibilmente rilassante guardare film.

Se non fossi stato un fotografo cosa avresti voluto essere?

Un editore di riviste, sono riuscito a fare anche quello!

 

Less is more curata da Ulrich Ptak, fino al 28 Febbraio 2016 presso il Kunsthalle di Rostock – Hamburger Str. 40, 18069 Rostock, Germania.

 

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IL MIO LATO SPIRITUALE

Portrait by Alessandromoggi.com

L’attore toscano ha talento da vendere e un animo spirituale-imprenditoriale. Non solo vanta partecipazioni a produzioni internazionali, da La fontana dell’amore a To Rome with Love di Woody Allen, oltre a incursioni televisive in serial cult come Sex and the City a Beautiful ma ha anche preso parte all’ultimo film di Guy Rithchie Operazione U.N.C.L.E., ispirato all’omonimo telefilm Anni Sessanta. Nel 2014 ha deciso di lanciare una linea di candele e profumi dal nome mistico “INSPIRITV”. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo progetto olfattivo e i suoi segreti di bellezza, che includono non fermarsi mai.

Quando e come hai deciso di fare l’attore?

A 23 anni ero a New York per frequentare un master nel settore tessile, mio padre aveva un’azienda a Prato e io avevo iniziato a lavorare nel business di famiglia. Proprio nella grande mela ho scoperto la mia vocazione, frequentando l’Actor Studio e studiato anche il metodo Meisner. Mi ha affascinato molto scoprire che dalla stessa tecnica ne sono sviluppate quattro e poi non dimenticherò mai l’intervento di Harvey Keitel a lezione che ci raccontava le sue esperienze, davvero illuminante.

Dopo un’esperienza televisiva tutta italiana hai preso parte a U.N.C.L.E. di Guy Ritchie. Come è stato lavorare con lui?

È stato un riconoscimento importante. Tutto è iniziato con un self tape, un video girato da me che feci avere a Guy. Dopo averlo visto, mi ha chiesto di andare a Londra per un incontro di persona e lì ci siamo trovati subito, stavamo leggendo lo stesso libro: Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Sul set lui ha un suo modo di fare cinema, sei molto interpellato, vuole vivere in simbiosi con il suo cast, è un regista che si vive e si lascia vivere. C’è stata molta attenzione ai costumi, lo stile italiano dolce vita anni’60. Il cast poi era stellare, (Henry Cavill, Armie Hammer, Hugh Grant) talmente bravi da rimanerne ispirato. Con Guy è nato un rapporto personale, sono stato invitato al suo matrimonio, accolto come uno di famiglia. Non mi aspettavo questa vicinanza. Sono andato con lui da New York a Londra in aereo privato.

Come mai hai deciso di lanciare una linea di profumo?

Sentivo il bisogno esprimere la mia voglia di spiritualità. Con Olivia Mariotti, mia socia e grande amica, condividevamo l’amore per le candele e la capacità di indurre a meditare. Inspiritu significa nello spirito, un bel modo di dire, una predisposizione mentale ed è una frase che ho sempre pronunciato, quasi un motto, compare perfino nel mio status del whatsapp. Essere in ascolto delle proprie emozioni non è facile. Ci viene insegnato dalla società che la felicità viene da cosa fai, da cosa compri. O sei una lavatrice e riesci a lavarti la pesantezza del mondo dalle spalle o ti addormenti in questa litania ed è un incubo. La felicità non è data dal consumo, è qualcosa che viene da dentro.

Ci parli della linea?

Abbiamo esordito l’anno scorso con una collezione di cinque candele, quattro delle quali rappresentano le virtù cardinali – Fortitvdo, Temperantia, Ivstitia e Prvdentia – mentre la quinta, Lvx, è invece la sintesi di tutta la collezione e metaforicamente rappresenta la coscienza universale. Quest’anno in occasione del Pitti Fragranze abbiamo lanciato anche i profumi. Le note olfattive scelte sono uguali per entrambe le linee e caratterizzano ogni virtù. Per Fortitvdo zafferano, acacia, legno di cedro e fieno, Temperantia profuma di gelsomino, mughetto, violetta e rosa turca, Ivstitia ha note marine oltre all’aneto, al finocchio e al vetiver mentre Prvdentia scivola in una scia floreale-fruttata di fiori di campo, peonia, ribes e bacche rosse. Abbiamo lanciato la linea da Barneys a New York, l’avventura è appena iniziata ma sta dando i suoi riscontri.

Qual è la nota della spiritualità?

L’incenso perché questo ingrediente caratterizza tutte le creazioni di Inspiritv ed è stato scelto proprio perché è presente in tutte le religioni, concilia la meditazione e la preghiera.

E tu cosa indossi?

Mi piace Fortitudo, una fragranza legnosa con tocchi più dolci di acacia, violetta, zafferano e note più profonde come cedro e legno di sandalo. Mi dà energia.

Un profumo che hai creato con un ricordo particolare in mente?

In tutti ho lavorato con delle immagini in mente. Di sicuro per Prvdentia, dove ho cercato di ricreare insieme ai nasi l’odore dei rami verdi spezzati in un giardino, un richiamo ancestrale alla natura, il ricordo di quando mi nascondevo nelle siepi di casa.

Quali sono i tuoi segreti di bellezza? Cosa fai per tenerti in forma? E per rilassarti?

Non posso a meno di fare crossfit. Mi fa stare bene essere attivo, corro tutto il giorno e ho bisogno di scaricarmi. In generale non sono uno che riesce a stare con le mani in mano, devo necessariamente incanalare la mia energia in qualcosa. Mi piace andare a farmi barba e capelli tutte le settimane, è un piccolo vezzo a cui non rinuncio. Poi una crema idratante, quando mi ricordo di metterla.

A cosa non rinunceresti mai?

A esserci per mia figlia. Oggi sono a Milano, stasera a Roma per un evento, nel mezzo c’è la recita di Bianca e io non me la perdo!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

In uscita c’è Framed, una co-produzione tedesco-polacca con Alessandra Mastronardi e Fabio Troiano e la fiction di Ivan Cotroneo “2 di noi”.

@Riproduzione Riservata

VIAGGIO, DUNQUE SONO

Cover Ermenegildo Zegna vest | Tommy Hilfiger shirt & jeans

Se ci avessero detto qualche anno fa che l’ultimo trend in fatto di viaggi sarebbe stato quello di andare a casa di sconosciuti non vi avremmo creduto. Eppure tutti, praticamente tutti, usiamo airbnb, il portale di ricerca alloggi online globale. Tutto parte nel 2007 a San Francisco, quando due compagni di stanza ventiseienni, Joe Gebbia e Brian Chesky freschi di studi alla Rhode Island School of Design, ricevono una richiesta di aumento del 25% sull’affitto del loro appartamento. Per non perdere la casa decidono di affittare un air bed, un letto gonfiabile per dormire a casa loro, creando un sito web per ricevere e le richieste di prenotazione con Nathan Blecharczyk. Originariamente il nome del sito era Airbedandbreakfast.com, ma nel marzo 2009 venne accorciato in Airbnb.com, in Italia apre le porte nel 2011 ed è stata recentemente definita la migliore azienda dove lavorare nel 2015 da Glassdoor.
Abbiamo incontrato Andrea Crociani, Marketing Manager di Airbnb Italia che ci racconta com’è cambiato il modo di viaggiare, proprio grazie a un’intuizione semplice, eppure nel suo piccolo, straordinaria.

Come è cambiato il mondo di viaggiare grazie ad Airbnb?

Ci sono viaggiatori che cercano un’esperienza più autentica, a contatto con le persone del luogo, che ha in un certo senso il sapore della scoperta. Amano soggiornare in spazi unici, in luoghi unici, spesso fuori dalle tradizionali rotte turistiche. In tutto questo credo che Airbnb stia avendo un ruolo fondamentale.

Come realizzate le ricerche delle case più spettacolari?

Le persone riconoscono in noi una piattaforma affidabile con una vetrina globale importante, dunque abbiamo la fortuna di non dover cercare le case più belle, semplicemente i proprietari di casa scelgono di inserire il loro annuncio su Airbnb. Per darvi un’idea, parliamo di circa 1.600 castelli, più di 600 case sull’albero e 3.000 imbarcazioni presenti su Airbnb.

Come è il rapporto con i vostri consumatori?

I nostri consumatori sono la nostra vera forza. Dedichiamo molto del nostro tempo a incontrarli ed ad ascoltare i loro suggerimenti.

Avete mai pensato di passare anche al business di affitto per le location commerciali? (per eventi e feste?)

All’interno di ogni annuncio è possibile segnalare se la location è disponibile anche per eventi ed happening. Per noi non si tratta di un business ma di un’opportunità in più che i nostri host mettono a disposizione dei loro ospiti.

Ci sono servizi speciali che volete implementare?

Lavoriamo costantemente per migliorare la piattaforma. Abbiamo esteso a 15 nuovi paesi, tra cui l’Italia, il nostro programma di Protezione Assicurativa Host che garantisce una copertura fino a 1 milione di dollari agli host, in caso un ospite rimanga vittima di un incidente nell’alloggio di un host o nella zona circostante a esso. Si tratta di un passo importante che va ad aggiungersi ai tanti progetti che Airbnb sta mettendo in pratica per supportare al meglio la nostra community.

Esisterà mai una community social dedicata solo agli airbnb users?

In parte esiste già. Sulla piattaforma ci sono i gruppi, ovvero delle comunità online create e organizzate dagli host Airbnb. Questi ruotano attorno determinati argomenti o interessi. Sono il posto dove un host può cercare aiuto, condividere informazioni o collegarsi con persone simili. Qui i membri della community possono pubblicare commenti o articoli, fare domande, condividere immagini e partecipare alle discussioni. E molto spesso questi incontri virtuali si trasformano in meetup nel mondo reale.

Quali sono i paesi e i posti che hai visitato che più ami e perché?

Fino a due anni fa non ero mai stato in Asia. Dopo 3 viaggi posso dire che amo molto quella parte di mondo. Thailandia e Indonesia in particolare mi hanno lasciato una spiritualità e una voglia di pace davvero uniche per il mio stile di vita così impregnato di Europa. Ovviamente un posto importante nella mia personale classifica ce l’ha anche San Francisco, amore a prima vista, forse unica città così lontana dall’Italia in cui vivrei per qualche tempo. Città unica dove tra l’altro ha avuto inizio il progetto di airbnb.

 Ci dai i tuoi indirizzi segreti di tre destinazioni speciali?

Ne posso dare uno https://www.airbnb.it/rooms/800284
È nel mezzo della foresta pluviale di Bali ai piedi del monte Batukaru. Una casa di bamboo senza muri, in compagnia solo di un cane, due gatti e una scimmia.

Quali sono le mete del momento e secondo te perché?

L’Italia secondo me sta tornando a essere una destinazione centrale, c’è ancora molto da fare ma credo che sia comunque il meglio che il viaggiatore possa cercare. Poi passo al personale, le mie mete del mio momento, ciò che voglio assolutamente visitare, ovvero Brasile e Giappone. Ho voglia di ancora nuove culture, nuove persone e usanze, nuove immagini da tatuare nei miei ricordi.

Qual è il miglior modo per viaggiare? Quali sono i trucchi per essere pronti a tutto?

Il miglior modo di viaggiare è quello che non richiede troppi programmi. Si deve partire per trovare la trasformazione che ci manca. Io devo avere sempre voglia di scoprire, di conoscere da viaggiatore i luoghi che scelgo di visitare, rispettandoli e imparando dai locali come viverli; Airbnb in questo ti aiuta molto perché ti mette in diretto contatto proprio con le persone che vi abitano.

Nella tua valigia cosa c’è generalmente? Quali sono i pezzi chiave che porti più o meno sempre con te?

La mia valigia è sempre abbastanza piccola, amo avere lo stretto necessario. Anche d’inverno o in montagna adoro concedermi il relax in una Spa. Per questo un costume e un paio di infradito non mancano mai.

Il tuo look quando viaggi è…

Spesso molto selvaggio.

Per te viaggiare è….

Trovare me stesso ogni volta, trovare la mia trasformazione.

@Riproduzione Riservata

Photographer | Pier Nicola Bruno
Style | Fabio Ferraris
Grooming | Valeria Orlando @Hmbattaglia
Special Thanks | Yamaha

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