Il gusto del reale – in conversazione con gli Gnambox

Un racconto onesto, rassicurante, ma con quel “twist in più”, che lo rende unico e decisamente addictive. Gnambox, blog di cucina e lifestyle, è per i suoi fondatori, Stefano e Riccardo, un modus vivendi. Contenitore di esperienze, gusti, consigli ed incontri, ad oggi, Gnambox si è già trasformato in un libro di cucina stagionale e contemporanea, in una guida super cool di Milano, ma soprattutto in una realtà social da migliaia di followers. Li abbiamo intervistati per trovare la ragione di un progetto genuino e fresco, cogliendo i limiti imposti da un lavoro 3.0 e rubando i segreti del suo successo.

Gnambox: un lavoro o uno stile di vita?
Siamo partiti mettendo online tutto ciò che ci piaceva, creando un contenitore di ricette e tantissime altre passioni, come suggerisce il nome. Senza nemmeno doverci pensare troppo, lo vedevamo trasformarsi con noi e diventare la naturale trasposizione del nostro gusto, della nostra estetica, quindi senza dubbio del nostro stile di vita. Poter definire una linea editoriale in questo modo, in funzione del proprio stile, è stato l’ingrediente principale per un prodotto vincente. Ci sentiamo estremamente fortunati di poter raccontare semplicemente la nostra vita quotidiana, rendendola un’esperienza gradevole per chi decide di seguirla: le ricette che scattiamo sono ciò che mangiamo, così come i piatti in cui vengono servite, vengono dalla nostra dispensa. Tutto questo senza dover mai fingere o scendere a compromessi comunicando qualcosa in cui non crediamo. Ora che il progetto si è ingrandito, ha necessariamente una struttura più articolata, in cui è diventato essenziale tracciare dei confini e per farlo, seguiamo una semplice regola: quando ne abbiamo voglia! (ci comunicano con rara e preziosa spontaneità ndr). Non ci siamo mai forzati di dover pubblicare qualcosa in funzione di engagement o visibilità, anche se, a volte, ci sentiamo fin troppo votati alla riservatezza. Potremmo “cavalcare l’onda” assecondando i macro-trend social? Certo, ma per ora non è una strategia che ci appartiene. Qualche domenica fa, eravamo a pranzo con le nostre famiglie e abbiamo pubblicato un boomerang di gruppo, proprio come faremmo a tavola con qualsiasi amico. Abbiamo invece ricevuto centinaia di messaggi da persone sorprese e affascinate da quel tipo di condivisione della nostra vita di coppia…non ce lo aspettavamo! Fossimo quel genere di trend catchers, organizzeremmo un pranzo social, con le nostre famiglie, tutte le domeniche (ridono), ma non è ciò che ci interessa.

Blogger e influencer di successo, la versatilità e la novità sono essenziali. Siete evidentemente riusciti a non chiudervi nella vostra “Gnam box”, come?
Mai essere solo auto referenziali! Introdurre continuamente nuovi temi e spunti per lasciare aperta la box, che pur rimanendo un personale contenitore di cose che amiamo, diventa occasione di scambio continui con l’esterno. Abbiamo passato il primo anno di vita del progetto in totale anonimato, siamo comparsi per la prima volta, con una foto scattata il giorno di San Valentino, nel 2013 e abbiamo subito capito che sarebbe stata la scelta vincente. Mostrare chi stava dietro ai fornelli, chi realmente creava Gnambox, è stata la risposta dovuta a tutti i followers, che erano curiosi di saperlo. – Quanti siete? Esiste una redazione? Dove si trova? Che aspetto ha? – Erano le domande più frequenti di chi ci seguiva; rispondere ha dato al progetto la forma che oggi tutti conoscono. Versatili? Se ora dovessimo descrivere la “Gnambox”, sarebbe un mix con molte sfumature: siamo partiti parlando di food e nel corso del tempo è rimasto il filo conduttore per molti altri contenuti, che abbiamo sviluppato strada facendo. La sezione travel, per esempio, ad ora è la parte più consistente insieme dopo il food.

A chi volesse percorrere le vostre orme e fare della propria passione un lavoro, cosa consigliereste?
Deve innanzi tutto essere una grande passione. È un percorso in cui dover investire tanto impegno e tante energie; nel nostro caso, essere in due è stata una grande risorsa, soprattutto pensando alla costanza necessaria; ovunque non arriva uno, ci può pensare l’altro. Avere una visione chiara di ciò che si vuole comunicare, considerando che la qualità del progetto risiede nel taglio personale che gli viene dato: il proprio potrebbe anche essere l’ennesimo blog food e lifestyle, eppure mantenere la sua unicità proprio perché personale e decisamente soggettivo. Il punto fondamentale diventa la coerenza. Essere coerenti con se stessi o con la linea che ci si impone e nel nostro caso le due cose coincidono. Coerenza, costanza e unicità, sono regole che ci sentiamo di suggerire, soprattutto perché siamo i primi ad osservarle.

Essere influencer comporta avere un’agenda impegnata, com’è cambiata la vostra routine? Quanto di questo è stress e quanto fun?
La “questione influencer” non è mai voluta diventare un lavoro, quanto più, invece, la parte editoriale di Gnambox: pianificare, studiare e produrre contenuti; influenzare le persone è una conseguenza di tutto questo. Non ci svegliamo la mattina pensando – che bella la nostra vita da influencer – (ironizza Stefano, ridendo. ndr); è solamente un passaggio necessario, un’evoluzione. Essere influencer diventa l’espressione del gradimento di chi ti segue, se i tuoi follower apprezzano ciò che fai, ne verranno in qualche modo influenzati. L’agenda? Sì, è sempre impegnata, anche perché non esiste una netta distinzione tra lavoro e vita “quotidiana”, o meglio, la quotidianità è il nostro lavoro. Eventi, appuntamenti, incontri sono uno step fondamentale e per noi molto stimolante, anche se stressante e a volte quasi alienante: ritagliarsi dei momenti in cui essere off-line è fondamentale. L’esempio più evidente è il viaggio: è occasione di comunicazione, quindi di ricerca e produzione (ci mostrano alcune coloratissime istantanee del loro ultimo viaggio in Africa). Se lasciassimo che questa attività prendesse il sopravvento ogni volta che facciamo le valige, non avremmo mai un istante in cui goderci il tempo libero. L’agenda è effettivamente pianificata al contrario! Dobbiamo capire in anticipo quali saranno i momenti on e off-line, quando poter dire a priori – di tutto questo conserveremo “solo” il nostro personalissimo ricordo – . La parte più funny è sicuramente scoprire un’infinità di cose sui luoghi che visitiamo, grazie anche alle connessioni che si creano con gente sempre diversa, che, in qualche modo, entra a far parte del progetto. Tenere sempre gli occhi oltre lo schermo è un mantra che ci aiuta, per non rischiare di pensare che tutto quel che ci accade vi debba per forza passare attraverso.

Partner sul lavoro e anche nella vita privata, come ha influito sul vostro progetto?
In assoluto, anche perché lo ha fatto nascere. Facevamo entrambi lavori creativi, di cui non eravamo pienamente soddisfatti e confrontandoci è nata questa esigenza comune: un progetto da far crescere insieme, in cui crescere insieme. Pensando alle molte coppie che scelgono di non collaborare mai in ambito lavorativo, ci sentiamo fortunati, per esserci trovati concordi e disposti a farlo. Circoscrivere il “racconto” alla nostra vita personale di coppia, ha decisamente aiutato e lo ha reso ancora più coerente. Una complicità che si deve “creare” solo di fronte alle telecamere, non sempre funziona, la nostra, d’altra parte, non ha bisogno di un interruttore, anzi, diamo il meglio e il peggio di noi 24 ore su 24… non potremmo mai rischiare di scadere nella finzione. Vivendo insieme, siamo cresciuti insieme e il progetto con noi!

Belli ai fornelli. raccontateci il Gnambox style
Per noi l’estetica è una parte imprescindibile, che arricchisce Gnambox e lo rende effettivamente nostro, lo specchio più fedele di ciò che siamo, evitando ovviamente di trasformarlo in un mero esercizio di styling. Definire il nostro stile? Non avremmo saputo dargli un nome ben preciso fino a qualche tempo fa, quando sul New York Times abbiamo letto un’ intervista riguardo il “new normal”. Quella normalità che rassicura l’occhio di chi guarda, mai portata all’eccesso, mai estrema, eppure mai noiosa. Una normalità contemporanea e divertente, come per la nostra cucina, con quel twist in più, che la renda interessante e irresistibile.

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Spettatori di Eccellenza – L’eyewear ingegnerizzato firmato Barberini

Fermarsi ad osservare, cogliere il dettaglio per arrivare un passo oltre gli altri e riconoscere distintamente i contorni, prima offuscati, di un progetto. Questa la cifra di Barberini, brand veneziano leader nel campo dell’eyewear, che da oltre 60 anni migliora e detta gli standard di produzione di lenti solari in vetro ottico. Una definizione di savoir faire all’italiana, votata al perfezionismo, che mai si accontenta e spinge il proprio sguardo in avanti, là dove regole e tendenze sono ancora da tracciare.

Inutile specificare il carattere unicamente innovativo dei prodotti Barberini che, dal 2016, includono una gamma di montature ad hoc per accogliere le speciali lenti in Platinum Glass. Dalle linee più iconiche dell’eyewear classico, a spunti più attuali, che strizzano l’occhio a un target decisamente esigente tanto nell’estetica, quanto nella performance.

Prescindendo dal gusto estetico, quella che Barberini riserva al cliente è una cura maniacale: partendo dall’esperienza d’acquisto, sartoriale e cutomizzata, passando alla conoscenza di utilizzo, ancora più determinante. Lenti rigorosamente UV400, per offrire una protezione superiore allo standard UV100%, trattamento antiriflesso multistrato e film idrofobico e oleofobico sono gli step fondamentali per feedback unicamente positivi.

Ad accogliere questa realtà d’eccellenza tricolore sono le calli veneziane. Culla dell’arte vetraria ed apice della sua espressione artistico-manifatturiera, Venezia, diventa snodo e punto di contatto tra il vetro e l’occhiale. In queste officine storiche, la sperimentazione è solo uno dei tanti volti dell’esperienza, frutto di un suo processo evolutivo consequenziale. Dalle forme più nobili e decorative della soffiatura di Murano, all’ingegnerizzazione di lenti da vista high tech, “La Serenissima”, rimane un’ istituzione di riferimento a livello mondiale.

È proprio l’incanto di questa città, ispirazione fondamentale per Barberini. L’oro liquido dei mosaici, il candore dei marmi, la frenesia dei canali e il fascino infinitamente romantico del crepuscolo che muore nel blu profondo della laguna, spingono anche l’osservatore più distratto ad una contemplazione meravigliata, attenta e desiderosa di non perdere nemmeno un dettaglio.

www.barberinieyewear.it

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CAMPANA BROTHERS – SUSTAINABLE SIGNATURE

cover_Bandidos Illuminados

Un dialogo silenzioso che riempie la fitta trama delle nostre giornate, lasciando l’indelebile traccia dell’affezione. È quello che intratteniamo con gli oggetti, quei manufatti di cui ci circondiamo e che investiamo di significati. Chiacchierando con Humberto Campana, del celebre duo creativo di fratelli designer brasiliani, è evidente quanto il coinvolgimento personale abbia un peso specifico nella progettazione, che diventa, così, diario di viaggio, istantanea del quotidiano o persino firma di impegno sociale. Gli oggetti iconici, figli di questo design sostenibile, rappresentano al meglio Humberto e Fernando Campana: unici, ispirati, contemporanei e meravigliosamente umili.

Qual è la condizione attuale del design?
Ad oggi è come una ferramenta politica; una forma di aiuto umanitario e di aiuto al pianeta. Dobbiamo prestare attenzione a tutti i rapidi cambiamenti che accadono a livello mondiale. In questo senso, i designers hanno uno strumento molto potente tra le mani, perché il loro prodotto è in relazione continua con la vita delle persone. Pensi alle comunità del nord del Brasile: questi aggregati sociali stanno scomparendo insieme alle loro tradizioni e portarle avanti tramite il design, significherebbe molto. È chiaro, quindi, che le implicazioni del design vadano più in profondità rispetto alla pura estetica.

Come risponde una città come San Paolo alle sollecitazioni del design contemporaneo?
San Paolo e Milano sono quasi gemelle, l’energia è molto simile, dura, ma estremamente affascinante; è una città che non dorme mai, quasi come una Manhattan dell’America latina, piena di grattacieli e frotte di elicotteri. Non è una metropoli che si concede facilmente, come Rio de Janeiro; va conosciuta, scoperta nei suoi anfratti con i suoi abitanti. Da 10 anni la scena del design a San Paolo e in tutto il Brasile sta cambiando molto rapidamente e, a oggi, non sono solo i fratelli Campana a raccontare questa evoluzione, ma anche tutta una nuova generazione che abbiamo contaminato con la cultura del design e le nostre idee di libertà espressiva. Le persone parlano di più questa “lingua del design” perché la capiscono e la globalizzazione in questo a certamente contribuito.

Il modus operandi dei Campana: usate un unico approccio sistematico per affrontare i vostri progetti?
È una sfida trattare realtà progettuali sempre diverse; siano esse macro o microscopiche il mio approccio è sempre lo stesso: passione e amore. Avere la libertà di scegliere ciò che amo è il motore per il mio impegno quotidiano; ero avvocato e ho abbandonato la professione per avere questa libertà. Un artista deve averla. Poter viaggiare attraverso universi sempre diversi: moda, design, arte o qualsiasi altro mi ispiri. Il ventunesimo secolo. dopo tutto. ci parla sempre più frequentemente di figure ibride che rompono le frontiere; quel che occorre mantenere è la passione nell’affrontare la sfida lavorativa. Nel quotidiano mi approccio a tutti i progetti “di pancia” e con molto intuito. Mi lascio ispirare dai sogni e dalle suggestion, che a volte diventano vere e proprie ossessioni. Spesso queste immagini si trasformano in progetti, ma non è automatico.

Avete dei ruoli ben definiti in quanto coppia di professionisti?
No (ride, n.d.r.). A dire il vero non abbiamo mai definito nessun ruolo. È una relazione tra fratelli che non è facile da gestire nella sua dimensione lavorativa di soci, bisogna raggiungere dei compromessi, e fortunatamente nel nostro caso, i perenni conflitti, sono sempre stati positivi e stimolanti.

Giancarlo Vitali – Time out

Dal 5 luglio al 24 settembre 2017 il Comune di Milano – Cultura, dedica a Giancarlo Vitali un prestigioso progetto espositivo, che prenderà vita nei più importanti snodi culturali della città, e avrà come suo cardine la prima grande antologica di uno dei maestri del Novecento italiano, proposta a Palazzo Reale.
Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale e Casa del Manzoni: questi i corollari del complesso percorso espositivo di “Giancarlo Vitali – Time Out”, progetto curato da Velasco Vitali. A ciascuna di queste sedi storiche dell’arte e della cultura meneghina, il compito di raccontare la poetica di Vitali da un punto di vista differente.
Sempre consapevole della storia da cui la sua pittura proviene, e al tempo stesso indifferente alle sirene delle mode, Vitali per settant’anni, ha avuto come unico fine e scopo quello di dipingere. Epitetato dalla critica “Ultimo pittore”, non ha mai fatto distinzione alcuna tra una tela e una lastra di rame, tra un foglio o un supporto “trovato”; ciò che conta è dipingere.
La mostra accompagna dunque il visitatore in un viaggio di oltre settant’anni, attraverso la florida produzione dell’artista lombardo, che spazia tra tele, disegni e incisioni; tutti cronologicamente articolati a partire dai primi dipinti degli anni Quaranta, già apprezzati da Carlo Carrà.
Time Out”, titolo che racchiude tutti i percorsi proposti nelle varie sedi della città, evoca quel momento di sospensione necessario per misurare i valori in campo e il ritmo delle cose, per ri-vedere, come accade all’artista nell’istante in cui si ferma davanti alla tela. “Time Out” quindi non è altro che il tempo della pittura di Giancarlo Vitali, proposto al visitatore secondo una narrazione storico-artistica.
È dunque un incontro a tu per tu con una realtà sfaccettata e ancora vividamente impressa nelle pennellate: un uomo dalle mille sfumature. Nato a Bellano, sul lago di Como, ottantasette anni fa, Vitali è orgogliosamente e ostinatamente locale, ed è proprio questa l’origine della sua universalità di artista. I riferimenti più profondi, i fari della sua indipendenza portano i volti illustri di Goya e Velàzquez, Rembrandt ed Ensor. Sono loro l’antidoto all’appiattimento, alla banalizzazione e alle tentazioni della società del “consumo” dell’arte.
Un cursus honorum che si delinea all’inizio degli anni Cinquanta, con una pittura rapida e sintetica, ritratto schietto e sincero delle origini lombarde e di una realtà popolare.
È dopo l’incontro con Giovanni Testori nel 1983, che la parabola artistica di Vitali segna un’impennata; in questi anni, il suo segno diventa potente, i dipinti sono pieni, la materia è ricca, tutto è parte di una complessità racchiusa in un impasto denso nel quale sembra essere il colore a modellare i volumi.
Tutto questo e tanto altro della sua infinita produzione, diventa materia di indagine e approfondimento, una lente di ingrandimento attraverso cui rileggere uno dei secoli più controversi, affascinanti e ricchi della storia umana: il Novecento.

www.palazzorealemilano.it/GIANCARLO_VITALI

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Wild Tech – Special Items for Your Getaway

Se fino ad ora avete abbandonato l’idea di poter ascoltare musica durante una sessione di rafting estremo, Megaboom di Ultimate Ears vi farà ricredere. Per tutti gli appassionati di vacanze fuori porta, “wild and free”, la progettazione di questo amplificatore portatile è ciò che mancava: un rivestimento waterproof, che resiste all’immersione in acqua per 30 minuti e la possibilità di connettersi a più dispositivi contemporaneamente, per un effetto dolby sorround. Grazie al design cilindrico la diffusione avviene a 360° e restituisce un suono perfetto, anche agli uditi più esigenti.

Che sia in città, in campagna, o in mezzo al deserto, una vacanza non è tale senza la valigia perfetta. Super accessoriata e altamente tecnologica come quella proposta da Arlo Skye per la sua Carry- On, che già dal nome svela la sua anima versatile e assolutamente pratica. Carica smartphone incorporato, ma invisibile, smart lock a sostituire le noiose zip e una leggerissima lega di alluminio per una scocca ultra light.

Un brand giovane e decisamente ambizioso, che in poco tempo ha scalzato la concorrenza con items performanti, accattivanti e soprattutto affordable. Huawei celebra il suo successo occidentale, con l’uscita del nuovo smartphone P10 e P10 plus greenery, in collaborazione con PANTONE che, appunto, dichiara questa tenue sfumatura di verde, “Color of the year 2017”. Tra le innumerevoli speci che tecniche, la collaborazione con Laica per una qualità fotografica d’eccezione.

Un tuffo nel profondo blu, la barriera corallina e un respiro a pieni polmoni. H2o ninja propone una maschera da snorkeling, ispirata alle immersioni in profondità dei professionisti, ricca di piccoli dettagli ingegnosi che permettono, a chi la indossa, di respirare liberamente, come sulla terra ferma. Per godere al meglio le proprie scoperte subacquee, la sua conformazione restituisce una visuale a 180°, che vi farà dimenticare le scomode maschere da sub dilettanti.

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Taste the City – Il Test Drive 2.0

4 date, 4 ristoranti, 4 vetture per ogni tappa. Questo il nuovo concetto di test drive che la storica concessionaria milanese AutoRigoldi sceglie per i suoi ospiti e clienti. Una staffetta che coniuga la passione per le quattro ruote con i piaceri del palato, a bordo di 4 vetture di punta nel parterre Rigoldi.

Due gli showroom scelti per le serate: Via Pecchio 10 e Via Inganni 81/A. Da qui parte la gimcana di nuovi modelli Škoda e Volkswagen, guidati da driver esperti per raggiungere le quattro stazioni gourmet sparse per la città e prendere così parte ad una cena del tutto innovativa.

Guidare con gusto claim della campagna Taste The City – è sicuramente il motto più indicato, per questa iniziativa gastronomica meneghina 2.0 I fortunati ospiti, ma anche gli appassionati che hanno potuto iscriversi attraverso le pagine Facebook di AutoRigoldi e di Club Milano (media partner dell’iniziativa), non hanno fatto altro che accomodarsi e farsi accompagnare da un ristorante all’altro, con l’intrigante suspance di una meta sconosciuta.

La ruggente carovana Volkswagen, ha visto entrare in scena due Tiguan, la Nuova Golf 1.6 Tdi e la Golf GTE, per un comfort di guida sempre diverso da poter alternare durante il corso della serata.

Primissimo pit stop per deliziare i commensali: Party Like Russians, declinazione insolita del classico food truck, a base di caviale e champagne, all’ombra dell’arco di Piazza XXV Aprile. Proseguimento senza indugi alla volta di Trattoria Trombetta, proposta milanese dello chef stellato brianzolo Giancarlo Morelli, dove mangiare un buon risotto diventa questione d’onore. Location d’eccezione per la terza tappa, che vede in primo piano l’accoglienza del Chiostro di Andrea, angolo romantico dove assaggiare gli “sgagnini” di Andrea Alfieri.

Perfetta conclusione di serata: l’immancabile spuntino della mezzanotte; ancor più apprezzato se a base di prodotti doc, come i tagli di carne più pregiati di Macelleria Popolare, laboratorio fronte Darsena di Giuseppe Zen (creatore del fenomeno “Mangiari di Strada”); o come le preparazioni tradizionali di (R)esistenza Casearia.

www.autorigoldi.it

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INFLUENCING SHOES

Fronde di limoni e aranci ricamano ombre vibranti sul lastricato dell’Istituto Lombardo Accademia Scienze e Lettere, eccezionalmente aperto al pubblico nella sua storica sede di via Borgonuovo, a Milano. Nella quiete garbata di questa corte nascosta, guadagniamo un rifugio dalla frenesia dei giorni della moda meneghina, per scoprire una collezione che ha meritato più di una sosta.
Disposti su maioliche brillanti, studiamo uno a uno i pezzi forte di questa primavera/estate 2018, targati EDHÈN Milano. Colorati, geometrici, intarsiati e lavorati finemente: questa la versione 2.0 dei tradizionali Belgian Loafer proposti da Filippo Cirulli e Filippo Fiora, coppia di designer e influencer italiani, tra i più seguiti su Instagram, capaci di interpretare la contemporaneità, lasciandosi ispirare da dogmi imprescindibili del menswear più classico.
Un binomio passato/presente, che anima anche questa loro quarta collezione, fatta di contaminazioni tra la più nobile arte della manifattura calzaturiera e la freschezza spensierata di uno stile pop. «Abbiamo lanciato EDHÈN, proprio per realizzare scarpe che ci piacciono – racconta Fiora – l’obiettivo più ambizioso è sicuramente essere i primi ad amarle e indossarle e, avendo un contatto continuo con chi ci segue, eravamo sicuri non saremmo stati gli unici ad apprezzarle».
Elemento di ispirazione primaria dell’intera collezione è l’opera di Aldo Rossi; Il richiamo all’archetipo, tema particolarmente caro all’architetto, si tramuta nel sapiente utilizzo di forme elementari come quadrati, triangoli e cerchi, così come volumi basilari, cilindri e piramidi, che vengono poi combinati creando un lessico inedito.
I modelli sono ammiccanti e dall’appeal modaiolo: il sabot Antibes, in raso giallo e azzurro, con profili a contrasto; ancor più estivo nella sua versione tutta al naturale in raffia, con tuxedo bow. L’intramontabile Kensington, nella sua versione Operà, declinato per la sera, con un prezioso fiocco in gros grain, oppure più daily, in pelle, con lavorazioni laser. Il best seller Brera, che si arricchisce di nuovi elementi, come borchie, intarsi e intagli, oltre che di inediti contrasti cromatici e la nuova versione in camoscio totalmente sfoderato.
Molte sfaccettature di un’unica opera omogenea e coerente, che sceglie come propria cifra di definizione il made in Italy. Dalle lavorazioni dei pellami pregiati, alla manifattura dei dettagli scultorei, alla confezione del packaging, EDHÈN si attesta come sinonimo di eccellenza senza compromessi.

www.edhenmilano.com

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Un ARABESQUE di culto

Un cult store nel cuore di Milano, che si affaccia garbatamente su Largo Augusto. Per i cultori un salottino raccolto, dove scovare volumi di arte e di design introvabili; per i palati esigenti una sala da pranzo raffinata, con un menu doc; per le fashion victim uno negozio dove il vintage è padrone di casa. Per tutti è L’Arabesque.

L’ingresso principale accompagna direttamente alla boutique: uno spazio pervaso dalla luce naturale, punteggiato da pezzi d’antiquariato, preziosi capi d’abbigliamento e gioielli con manifatture uniche. Non trascorre molto tempo perché si venga assorbiti da un’atmosfera sognante e sospesa; il caos cittadino rimane alle spalle e si è liberi di viaggiare attraverso le suggestioni incantate delle diverse stanze che, in sequenza, raccolgono tutte le esperienze targate L’Arabesque. Il trait d’union è l’intreccio a filo doppio tra l’estetica dichiaratamente orientaleggiante e la spiccata anima vintage, entrambe firme d’autenticità della padrona di casa, Chichi Meroni.

Una creativa della Milano dei salotti bene, estimatrice del savoir-faire e dell’accoglienza d’altri tempi. Su questo tracciato di stile ed heritage si basa tutta l’avventura in store, arricchita da una componente fondamentale dell’ospitalità meneghina: la tavola. Quella de L’Arabesque café è apparecchiata nei toni delicati dell’acqua marina e durante il pranzo e la cena è dedicata al menu stagionale dello chef, che ripropone gli ever green della cucina italiana più raffinata, in una veste squisitamente nuova e sorprendentemente fotogenica.

Gli ingredienti fondamentali rimangono l’eccellenza della materia prima e la meticolosità della lavorazione; quel che cambia sono le note acidule delle salse agrumate al profumo di pompelmo, la morbidezza delle mousse al cioccolato o la sapidità inaspettata dei tranci di salmone. Le scelte della cucina sono in continua rielaborazione, per soddisfare un cliente che si affeziona facilmente, ma che non vuole annoiarsi.

Gli habitué sono frequenti e così come gli avventori sporadici non impiegano molto per sentirsi a casa: lo staff si avvicina con una chiacchiera confidenziale e, quasi con maliziosa premeditazione, sorprende, indovinando richieste e preferenze, rendendo la pausa pranzo una coccola più che mai gradita, da proseguire in tutti gli spazi dello store.

La selezionata raccolta di letture diventa un’edicola di fiducia, i preziosi kimono vintage, un guardaroba a cui attingere per le grandi occasioni e l’elegante sala da pranzo, un rifugio quotidiano; la rarità di questo eclettismo raffinato e del lusso interamente personalizzabile, rendono L’Arabesque un vero e proprio must have milanese.

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 Photos by Marco Paris

INTERNATIONAL ITALIAN DRAGON CUP – PAUL&SHARK CORONA LA REGATA SANREMESE

Il fascino garbato della Riviera Ligure, i favolosi hotel con affaccio sul mare, gli scafi in vetro-resina tirati a lucido, ormeggiati placidamente in porto in attesa della partenza e l’osservatorio privilegiato dello Yacht Club a dominare l’orizzonte ceruleo. Sanremo, 23-26 Marzo 2017, queste le coordinate della celebre Italian Dragon Cup, quattro giorni di regate a bordo di natanti a vela, armati di fiocco, randa e spinnaker, meglio noti come Dragoni. Undici le nazioni chiamate a raccolta, per un totale di 150 equipaggi a governare 40 imbarcazioni con vela spiegata per contendersi l’ambito Paul&Shark Trophy. È proprio lo storico marchio italiano, che dal 1975 è ambasciatore della manifattura di qualità tricolore nel lifestyle a 360°, a sponsorizzare la prestigiosa manifestazione. Un legame ormai decennale assicurato a funi strette con lo Yacht Club sanremese su cui sventola bandiera Paul&Shark, un rifugio d’eccezione per i “lupi di mare” che, durante i quattro giorni di regate, si sono misurati con condizioni meteorologiche non esattamente rosee. Nulla ha impedito ai dragoni di domare le onde della costa ligure e non ci si poteva aspettare diversamente da una flotta con campioni del calibro di: Jochen Schumann, quattro volte medaglia olimpica e al comando di Alinghi nella vittoriosa Coppa America; Yevgen Braslavets, Oro alle Olimpiadi dei Atlanta ; Andy Beadsworth, con passato in Coppa America e Olimpico su Star e Soling; Christine Briand, la più forte velista olimpionica francese, insieme a molti altri agguerriti. Regatanti esperti che contraddistinguono da sempre questa classe velica più che mai affascinante, in cui preparazione e tecnica stanno alla base del gioco. Flotte dall’heritage regale che prediligono l’eleganza slanciata dei Dragoni per gareggiare ad alti livelli. A conclusione di questa adrenalinica competizione, sono i tedeschi di Dottor Amore a conquistare il Paul&Shark Trophy, davanti al portoghese Pedro Andrade, con la barca Powwow e ai rappresentanti degli Emirati Arabi Braslavets, con Bunker Prince. Si conferma Campione Italiano Beppe Duca, della Compagnia della Vela di Venezia, con Cloud. Al secondo posto del podio italiano Tergeste, timonata da Nando Colaninno, prima classificata nei Dragoni classici, e terza Little Diva, di Mario Quaranta.

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i magnifici 7: il food per una design week d’autore

Come ogni anno la design week milanese è cominciata tra i fasti di inaugurazioni e cerimonie, lasciando liberi gli storici quartieri-simbolo di questa istituzione cittadina di rubare la scena per una settimana all’insegna di cultura, ricerca e sperimentazione artistica. Un’esperienza a tutto tondo, che non può tralasciare le mete gastronomiche da godersi durante il tempo libero. Indispensabile dunque questa breve guida ai quartieri di punta e ai loro “food d’autore”.

Porta Venezia, conserva un allure signorile tra palazzi d’epoca e androni che rivelano interni Deco della Milano anni 20. Qui la design week assume i tratti patinati delle collaborazioni d’autore, con progetti innovativi che invadono le vetrine degli show-room.
Per gustarsi una cena perfetta c’è “Dim Sum”. Qui la tradizione cinese si spoglia di reminiscenze antiquate e abbraccia il suo lato più chic. Ravioli di carne e pesce diventano piccole gemme racchiuse in uno scrigno di bambù e la tazza di tè per accompagnare le portate lascia il posto ad un calice di champagne.

Non si può dire Milano senza dire Navigli e la Darsena è diventata indiscutibilmente il centro nevralgico da cui si diramano flussi di curiosi e turisti.
Adiacente a Piazza 24 Maggio, il rinnovato complesso del mercato coperto, offre una pausa disimpegnata dal caos del via vai. “Vista Darsena” è un piccolo corner bar che si cela dietro le sue tende parasole bianche e verdi. Dalle sedute in posizione privilegiata, godersi il placido flusso del naviglio sarà la cornice perfetta per un aperitivo al tramonto.

Uno dei design district più blasonati è lo storico quartiere di Brera. Crogiolo della tradizione artigiana meneghina sfoggia il suo eterno fascino radical chic attraverso le vetrine che affacciano sugli stretti corsi lastricati.
Perfetta incarnazione del mood del quartiere, “Il fioraio Bianchi”, una perla d’eccezione lucidata a dovere da Raimondo Bianchi che l’ha regala alla città quarant’anni fa. Fioraio, café e ristorante dal sapore parigino, accontenta chiunque sia alla ricerca di un rifugio dalla frenesia milanese.

Tortona è senza dubbio un concentrato di avanguardia e tendenze e non solo durante la design week: gli head quartiers dei brand più conosciuti hanno guadagnato il proprio spazio nelle vie di questo quartiere. Per un pranzo “on the go” da accompagnare ad un cocktail preparato a regola d’arte c’è “Botanical Club”. Un locale che veste perfettamente il total black e si colora dei sapori del buon cibo servito con creatività dallo staff.

Essere a Milano ed evitare Piazza Duomo è presso che impossibile, tutti vogliono dare almeno un rapido sguardo al simbolo della città ed immergersi nell’atmosfera urbana delle vie del centro.
Il “Piccolo Peck” è senza dubbio la scelta migliore per evitare trappole per turisti che inevitabilmente assiepano il centro storico. Questo café dallo stile viennese anni ’30, propone in chiave rielaborata, eccellenze gastronomiche targate Peck, dal 1883 un sinonimo di lusso e benessere nella cultura meneghina.

La Triennale di Milano rimane forse il simbolo più orgoglioso della storia del design italiano. Ospitata all’interno del Palazzo dell’Arte dal 1933 è ad oggi un punto di riferimento internazionale in ambito artistico, facendosi pregio di collezionare anno dopo anno mostre ed eventi tra i più salienti della design week milanese.
Salendo sulla Terrazza Panoramica del Palazzo dell’Arte, si scopre un vero e proprio gioiello: l’ “Osteria con vista”. Da qui si può godere di una delle viste più belle della città sorseggiando un cocktail a regola d’arte o gustando piatti stellati.

Isola è l’esempio di riqualificazione urbana più brillante di Milano. Un quartiere a misura d’uomo, radicato alle proprie origini artigiane che oggi vede la propria rivoluzione in un assetto mondano e modaiolo, tuttavia rispetto di un patrimonio culturale ricchissimo.
Cavalcando l’onda innovativa del quartiere che la ospita “Casa Ramen Super” offre una cucina giapponese decisamente pop. Dopo il successo isolano di Via Lambertenghi, lo chef Luca Catalfamo propone questo gustosissimo bis in via Ugo Bassi, dove a farla da padrone rimane il suo amato ramen.

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