Senti20, il podcast che esplora la Generazione Z

Un podcast che esplora il mondo della generazione Z con un occhio spontaneo, vero e , se vogliamo, moderno attraverso una delle piattaforme più utilizzate dai giovani , Spotify :Senti20 é il nuovo progetto che racconta i giovani e il loro mondo. 

Cosa significa oggi far parte della Generazione Z? Quali sono le sfide che un ventenne oggi affronta ? Questi e molti altri temi al centro di Senti20, progetto condotto dal team del canale editoriale digitale VENTI, composto da Sofia Viscardi, scrittrice e fondatrice del canale , con Irene Graziosi volto femminile del podcast e Lorenzo Luporini, volto maschile del canale e esperto in comunicazione.

Il progetto è stato ideato e prodotto da Show Reel Agency (parte di Show Reel Media Group) e si snoda attraverso 50 puntate , on stream ogni domenica , proprio su SPOTIFY che ha accolto il progetto confermandosi come una delle piattaforme più conosciute dai giovani e non solo . Dai rapporti sentimentali, ai social media, dalla vita universitaria al sesso, passando per la sensibilità , il femminismo è molto altro, questi gli argomenti principali al centro dei vari dibattiti sviluppati nel podcast. 

Lo show fa parte del progetto editoriale Venti, un luogo di traduzione culturale nato dall’esigenza di Sofia Viscardi di declinare l’informazione in forme e linguaggi più a familiari ai nativi digitali , creando un luogo di incontro tra generazioni che ambisce all’inclusività. Abbiamo intervistato uno dei volti di Sentì20 , Lorenzo Luporini che ci ha raccontato aneddoti e particolari del progetto.

Come nasce il progetto Senti20? 

Il nostro obiettivo é quello di raccontare un mondo , attraverso la ricerca di strade nuove , legate ai contenuti e ci è sembrato naturale esplorare questo ambito. Il nostro intento è proprio quello di cercare strade nuove, siamo legati ai contenuti che creiamo . Siamo fruitori di podcast per cui abbiamo valutato di seguire proprio questa strada insieme a Sofia Viscardi e Irene Graziosi . 

Perché proprio la Generazione Z al centro del progetto? 

In verità Molto di questo , ha radici nel lavoro condotto già da Sofia Viscardi : un giorno ha avuto un’intuizione cercando di capire quale fosse il medium che creasse una continuità per chi lo segue, in questo caso dai giovani. C’è stata quindi la necessità di creare un ponte tra quelli che erano i contenuti dei media tradizionali e quello che è il sentimento è la sensibilità di una generazione più giovane. C’è anche un discorso anagrafico: siamo tutti under30 per cui ci è sembrato naturale di dover parlare di cose che conosciamo in modo empirico, face to face. L’esperienza personale ci ha dato modo di esprimere anche un certo grado di verità , in modo che gli altri possano riconoscersi  nei racconti . 

Perché la scelta di SPOTIFY? 

É stata molto semplice la scelta di SPOTIFY: il podcast è stato creato dalla agenzia Show Reel Agency. Ci è sembrata normale la scelta di un mezzo che utilizzano in tanti, accessibile da tutti. 

É più facile dimenticare un microfono mentre ci si racconta perché ci permette di entrare in contatto facilmente , senza dover star davanti a una telecamera. Tutto molto spontaneo insomma. Io e le altre mie compagne di avventura siamo cintura nera di chiacchiere, quale mezzo se non il podcast ci permette di chiacchierare in modo naturale, spontaneo. Penso che i ragazzi e anche i più adulti , seguiamo contenuti piuttosto che la piattaforma e , con una punta d’orgoglio già dalla prima puntata ci ritroviamo al primo posto dei podcast , il che ci ha stupito particolarmente, siamo molto grati. Siamo intimi, leggeri e giocosi rispetto ad altre dinamiche.

Cosa significa avere vent’anni oggi ? Cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate? 

Nella mia famiglia , di generazione in generazione , si è provato a trasmettere le competenze da madre a figlio, da padre a figlio ecc penso che oggi il divario che si è creato tra ciò che erano i giovani prima in relazione ai genitori e quello che sono oggi é davvero grande. 

Siamo una generazione che ha una cognizione della realtà totalmente diversa rispetto a quella dei nostri genitori: soprattutto a causa dei social e internet, presenti oggi in modo prepotente nelle nostre vite per esempio. É difficilissimo spiegare a un genitore, per esempio, cosa sia un content creator che si serve di YouTube per comunicare . Ma il divario e anche a livello sociale: siamo la prima generazione che non sa cosa significa lavorare in vista di una pensione , con la paura di tutele economiche . Il mondo è accelerato a tal punto che le generazioni oggi sono molto distanti tra loro. Ci piace pensare quindi che un podcast, per esempio, possa essere un ponte , che può essere ascoltato veramente da tutti, anche dai meno esperti delle tecnologie moderne . 

Tante le questioni e le storie che avete discusso nei vostri podcast . Amore, sesso, relazioni, quale aspetto vi ha dato la possibilità di trarre degli spunti interessanti? 

È difficile rispondere a questa domanda , Quello che posso dire è che sicuramente ciò che salta all’orecchio é il dibattito, cioè il parlare di certe questioni confrontandoci e raccontando ognuno il proprio pensiero al riguardo , grazie anche al podcast che ci ha permesso di raccontare e dibattere senza filtri e cesoie. Tante sono le puntate in cui discutiamo di vari aspetti raccontando ognuno il proprio punto di vista ed è stato molto divertente perché ci siamo sentiti più liberi, grazie alla sua aleatorietà . Ci ha permesso anche di appropriarci dei nostri spigoli, dei nostri errori. 

Oggi un giovane si trova in preda a una molteplicità di questioni a cui dover far fronte  , come pensate che questo podcast possa aiutare i giovani all’ascolto ? Quale è il beneficio che si può trarre?

Penso che quello più immediato sia la compagnia , in contrasto a tanta solitudine . Il podcast non è , tra l’altro, rivolto solo ai ragazzi anzi: penso che vada bene anche per persone più grandi. Mentre su YouTube , per esempio, dobbiamo adottare dei filtri, attraverso questo canale invece possiamo essere più liberi e di conseguenza scatenare una reazione positiva a chi ci ascolta . È difficile oggi far qualcosa per i giovani con le parole se non esserci . Sarebbe bello oggi non pensare ai giovani solo come uno strumento di marketing . Persone , non un target. 

Avete analizzato anche il rapporto con i social? Cosa avete riscontrato?

Su internet il rischio di prendersi sul serio è altissimo : poter ridere di noi stessi ci fa molto piacere. É un tema molto caldo questo : più che dei social, ci piace discutere della loro logica performativa, che causa un utilizzo quasi tossico se vogliamo dei social stessi. C’è proprio una puntata in cui parliamo proprio di questo principio del “self branding” che poi è la caratteristica definente il nostro tempo,; la cosa assurda é che mentre un brand può avere una linea editoriale / aziendale da seguire , un essere umano no, sarebbe mostruoso se così fosse. Puntiamo, invece, proprio su quella leggerezza che invece pensiamo che debba contraddistinguerci  , siamo persone . A tal punto mi piace citare un articolo di Irene Graziosi “Siamo mine” che parla di attivismo performativo, raccontando proprio il fatto che stiamo diventando succubi della nostra reputazione. 

Pensate ad una evoluzione del progetto?

Pensiamo sempre a un evoluzione , siamo pieni di idee che vorremmo sviluppare: un giorno ci piacerebbe, per esempio, portare questi contenuti nei luoghi come le scuole, le università  al fine di creare degli incontri veri e propri, sarebbe bello poterci toccare e guardarci dal vivo, raccontarci anche in presenza . Ci piacerebbe instaurare delle vere e proprie conversazioni e non “parlare alla platea” . 

E poi penso che se  vai nei luoghi dei ragazzi , loro si ricorderebbero anche dopo tempo . 

buon ascolto ! 

Estate 2021 : 6 talent da seguire e ascoltare su Spotify

Maggio è il mese che ci predispone nel guardare all’estate con l’occhio e la mente proiettati nei luoghi della fuga dalla quotidianità. Saranno probabilmente ancora italiani così come i giovani artisti che vi incuriosiranno sin dal primo play su Spotify. Millenial talentuosi pronti a contaminare le playlist del cuore con nuovi sound e beat accattivanti. Siete pronti a incontrarli con noi?

Bolo Mai

Compositore e polistrumentista, il tuo è un percorso ricco di skills che hanno consentito di spianarti la strada verso la discografia provando ad entrare da ogni singola porta…

Ho iniziato con i classici lavoretti per poi finire nell’ambito della produzione cinematografica, un mondo che mi ha sempre affascinato e che allo stesso tempo mi permetteva di continuare a coltivare la mia passione per la musica. Mi sono autoprodotto seguendo da autodidatta praticamente tutta la filiera di produzione del brano. Sono il primo musicista della famiglia e questo mondo per me era lontanissimo, non avevo contatti di alcun tipo. Ho bussato a molte porte, mentre iniziavo a lavorare alle mie prime colonne sonore e a sperimentare fondendole nel pop. Mi sento un naufrago che dopo tante onde è sopravvissuto sulla sua zattera, fatta principalmente da una manciata di canzoni.

Una passione smodata per il cinema che ti ha portato a comporre colonne sonore sperimentando e fondendo generi diversi in chiave pop. Se ti fosse data la possibilità di reinterpretare la soundtrack di un lungometraggio, quale sceglieresti?

Nel cuore Danny Elfman per Nightmare Before Christmas oppure, per rimanere su un grande classico, opterei per Ennio Morricone. C’era una volta in America è un must.

Bolo mai, un nome dalla parvenza esotica per un progetto che la tua casa discografica supporta nel segno del suo eclettismo. Proiettandolo nel futuro come ami immaginarlo?

Mi piacerebbe mantenerne l’autenticità e il signum artis con cui è nato. Di base erano soltanto due parole che suonavano bene insieme, facili da recepire e pronunciare, che non avesse nessun collegamento preciso se non un’assonanza con le bolo ties, cravatte texane che mia nonna mi ha regalato tornata da un viaggio oltreoceano.

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Bartolini

Colui che Rolling Stone definisce ”Uno dei talenti più interessanti in circolazione“, Bartolini, dopo un’esperienza britannica, sceglie la Penisola per affermare il suo sound in perfetto stile brit pop, new wave d’oltreoceano e cantautorato pop all’italiana. Schivo e riservato ma già sotto i riflettori, quanto è cambiato, e se è cambiato, il tuo modus operandi durante la Pandemia?

Durante la pandemia io, che abito a Roma, sono tornato nei luoghi della mia adolescenza in Calabria e questomi ha consentito di percepire vibes nostalgiche che hanno influito anche su un nuovo livello di scrittura.

La quotidianità che rincorrevamo nel passato ha assunto una dimensione diversa e nel bug pandemico ho fatti luce su alcuni aspetti che avevo dimenticato e che ho riscoperto.

Nato sotto la buona stella nella punta dello stivale, il video dell’ultimo singolo “Sanguisuga” tratto dall’album, Penisola, vede la firma d’eccellenza del duo creativo YouNuts. Il video è strutturato in quattro scene che ricalcano il tuo vissuto e scavano nel profondo delle tue esperienze più significative. Un approccio inedito per un artista che dell’introspettività ha fatto il suo punto di forza…

Sono stato un bambino sempre molto timido e introverso. La scrittura mi ha aiutato nell’aprirmi al mondo esterno e il video, tutto girato in presa diretta, ha ricalcato i momenti fondamentali della mia esistenza, rivelandosi un vero punto di svolta durante il lockdown. Non vi nascondo che sto pensando anche ad un sequel.

Corteggiato dal mondo del cinema e dello spettacolo, la tua produttività è stata scelta per raccontare i frame di una serie Netflix di successo come Summertime. Il tuo viaggio itinerante alla scoperta di esperienze e luoghi inesplorati, tassativamente in auto, dove ti condurrà l’immediato futuro?

Usciranno prestissimo una serie di singoli che fanno luce sull’intimità acquisita con il mio personale ritorno alle origini. Mi vedrete presto anche nelle vesti di produttore. Infine, vorrei riproiettarmi nello studio delle soundtrack come avvenuto con Summertime. Riascoltare brani prodotti tra le mura domestiche, sul grande e piccolo schermo di Netflix, è stata una bella emozione.

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Delmoro

Incontriamoci e incontratevi sulle note di Delmoro che esortano a un auspicabile “RENDEZ-VOUS” nel segno della dancefloor. Un inno all’ottimismo che pesca a piene mani dalla tradizione cantautorale italiana ispirandosi a baluardi come Lucio Dalla, Alan Sorrenti e Ivan Fossati. Come hai deciso di colorare sonoricamente questo 2021?

Scrivere mi fa proiettare sempre nel futuro, che per forza di cose ha colori diversi dal presente in cui viviamo. Musicalmente immagino un futuro solare e vitaminico, che si contrappone alle liriche che invece sono sempre melanconiche, un po’ come la saudade brasiliana.

L’architettura e il design accompagnano il tuo gusto estetico sui profili social. In realtà ci svelano anche una laurea lasciata nel cassetto (Delmoro è un archittetto) per dedicarti alla musica. Il tuo è un percorso già costellato di importanti collaborazioni con produttori come Davide Cairo e Matteo Cantaluppi (già produttore di Thegiornalisti, Canova, Dimartino…). Cosa cerchi nelle sinergie alle quali ambisci?

Le aspettative nei confronti delle collaborazioni in questi ultimi tempi sono molto cambiate. Costretti al distanziamento ne abbiamo ancora più voglia. Fino allo scorso anno ero concentrato sul mio universo individuale ma adesso ho capito che la sinergia è vita, è crescita, è condivisione.

Sospeso nell’”Aria”, uno dei tuoi ultimi video musicali, ricalca le visioni e la palette cromatica che ti contraddistinguono e il territorio delle tue origini. L’essere innanzitutto un creativo quanto influisce nella visioni che vuoi trasmettere come artista nel mondo della musica?

Da architetto pragmatico preferisco non parlare di creatività ma di oculatezza nel risolvere le situazioni utilizzando l’estro.

Nelle mie corde c’è l’architettura che mi guida, nella musica, nella creazione di uno struttura per raccontare storie attraverso mood visivi e sonori.

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Puertonico

Un’incalzante hit, “Ancora”, prodotta insieme a Winniedeputa, è l’ultima tappa del tuo percorso musicale. La prossima estate, tradotta in musica, sarà una stagione di sogni?

Me lo auguro perché ho in programma di realizzare il mio primo album. Un traguardo musicale che mi renderebbe molto felice.

Alla conquista delle playlist di Spotify, che ti ha premiato con la cover di “Anima R&B”, il pezzo fa da apripista al prossimo disco.  Come procede la sua lavorazione?

Sono in una fase meditativa in cui sto capendo qual è la direzione in cui voglio andare. Riascoltare dopo qualche mese i brani che scrivo mi aiuta a capire se funzionano ancora. Innanzitutto, sono alla ricerca di un balance tra la componente autorale e la cifra stilistica, al fine di plasmare la mia estetica musicale. Produco la maggior parte dei miei brani e, nel momento creativo, le direzioni generate dalla linea vocale e dal beat devono essere univoche e armoniche.

Social e musica, l’esposizione mediatica e l’interazione con la propria fan base è fondamentale per un artista.

Come gestisci le piattaforme che ti vedono protagonista e quanto ti tengono impegnato?

Anche in questo caso la cifra stilistica presente sui social è stata studiata a lungo. Avendo sfumature R&Bmescolate alla trap e al pop è stato inizialmente difficile trovare una quadra al livello visivo. Adesso ho optato per una gestione coerente, minimale ed elegante mirata alla promozione della mia figura in qualità di musicista. Preferisco scindere la mia quotidianità con il mio progetto artistico, Nicolò da Puertonico. Sui social troverete il secondo.

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MICHELANGELO VOOD

Michelangelo Vood un artista che possiamo definire sostenibile grazie alla forza della natura in cui affondano le sue radici. La Madre Terra è un elemento caratterizzante del tuo sound, quali sono i momenti in cui ti immergi in essa per trarne i benefici in termini autoriali?

L’elemento naturale per me è molto importante perché mi trasmette serenità e mi aiuta a ricongiungermi ai luoghi incontaminati nei quali sono cresciuto.

Amo ispirarmi partendo dalla mia terra, la Basilicata, e al piccolo paesino in provincia di Potenza, Rionero in Vulture, al quale ho dedicato il mio primo EP.

Divento piuttosto malinconico quando ne ricordo i suoni e gli odori, come quello della fuliggine che nasce dai camini del vicinato che ritrovo solo quando torno a casa d’inverno. 

Mi manca un po’ quel contatto con la natura tant’è che qui a Milano, dove vivo da qualche anno, coltivo decine di piante sparse tra il balcone e la mia camera. Una sorta di piccola serra nella casa in cui scrivo e compongo, tassativamente di notte.

Origini punk rock e un percorso costellato da concorsi e dal plauso di molti artisti come Angelica, Carl Brave e Myss Keta. Quale è stato il traguardo più importante raggiunto sinora?

Quando dico che fino ai 22 anni avevo una band punk rock nessuno ci crede! Cambiato il look, cambiata l’ispirazione, le radici punk adesso mi accompagnano nell’attitudine sul palco.

Sono tantissimi i traguardi che ancora voglio raggiungere, è solo l’inizio del mio percorso. Al momento, il mio più grande traguardo è quello di essere riuscito a ritagliarmi un piccolo spazio come artista indipendente e di aver trovato delle persone che si sono immedesimate tanto nella mia musica e nei miei testi. 

L’ambiente musicale è un “Campo minato”, citando il titolo omonimo del tuo ultimo brano, come pensi di destreggiartici nell’immediato futuro?

In un momento storico come questo, in cui c’è tanta frammentazione, la differenza è fatta dalle persone di cui ti circondi.

Parlo non solo degli affetti, ma di tutte le persone che mi aiutano a portare avanti il mio progetto, giovanissimi professionisti che credono in me e che mi supportano in ogni singolo step. Vengono da ogni parte d’Italia e sono arrivati qui a Milano con le fiamme negli occhi per ritrovarsi, grazie ad uno strano gioco del destino, a percorrere un percorso artistico e di crescita insieme a me.

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Santachiara

Radiohead, Mozart e i Nirvana, nei tuoi mood sonori, conditi anche dalle voci che giungono dai vicoli partenopei, non ti sei fatto mancare proprio nulla. E da qui lo studio di registrazione homemade dove, insieme al tuo compagno di studi Andrea, hai iniziato a sperimentare e a registrare i primi brani. Un neonato progetto che in un mese, nel giugno 2020, ha partorito tre singoli e che non accenna a fermarsi…

Quando ero piccolo ho girato il mondo insieme ai miei genitori, che erano artisti di strada. India, Thailandia, Brasile…mia madre canta e mio padre scrive, e io canto e scrivo le mie canzoni, non penso sia un caso. Sono stati loro ad avermi dato i primi stimoli e ad aver influenzato il mio modo di esprimermi. Sono due capisaldi della mia esistenza personale.

Il dialogo come punto cardine dei tuoi lavori che, nella bonus track dell’ album d’esordio “Sette pezzi”, vengono contaminati da audio di archivio tratti da interviste, film e discorsi con cui sei cresciuto e che ti hanno ispirato. Come si sviluppa il tuo processo di ricerca?

Sono un appassionato d’arte a 360 gradi e contestualmente studio Psicologia dei Processi Cognitivi. 

Nel nomadismo della mia infanzia ricordo un forte impegno nell’arricchimento culturale. Ho letto tutti i più importanti autori e cerco di approfondire ogni singola fonte che giunge ai miei occhi e alle mie orecchie: in quella traccia convivono Bob Marley, Memento, Pasolini fino a Manu Chao e molto altro.

Sette pezzi, sette frammenti diversi, per i sette giorni della settimana. Un melting pot che lascia decantare la profondità del tuo esordio sulla scena musicale. Innamorato della musica e di “Carmela” ci regalerai presto una traccia per ognuno dei 365 giorni dell’anno?

Me lo auguro! Visti i miei trascorsi, ho sempre cercato un posto da poter chiamare casa e Napoli con me lo ha fatto. Carmela è Napoli che metaforicamente diventa una figura femminile, un po’ mamma e un po’ amante, e che nei giorni in cui sei solo non può che farti compagnia. Le dovevo una canzone.

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Special content director, producer, interview and styling Alessia Caliendo

Photographer Simon171

Make up Eleonora Juglair

Hair Matteo Bartolini using Balmain Couture Balmain Couture Italia

Photo assistant Simona Pavan

Alessia Caliendo’s assistants Andrea Seghesio e Laura Ronga

Location Best Western Hotel Galles 

Special thanks to Hairmed

Healthy Colors

It’s all about Melancholia

Photographer: Federico Ghiani @ghianinson
Interview, production and styling: Rosamaria Coniglio @rosamaria_coniglio
Make-up: Barbara Ciccognani @barbie.ciccognani_makeup
Hair Stylist: Angelo Rosauliana @angelorosauliana
Supporter: Amarsi Fragrances https://amarsi-fragrances.com/

Sono la band rivelazione dell’ultima edizione di XFactor.
Già dalla loro prima audizione abbiamo capito che i Melancholia avrebbero contribuito a tenere alto lo share della 14a edizione del talent show prodotto da Freemantle, con i loro inediti potenti ed esplosivi come le loro performance.  

Lo scetticismo iniziale sul grande schermo e poi il precasting, il momento in cui hanno iniziato a crederci e a fidarsi di un mondo a lustrini che per fortuna ce li ha fatti scoprire.
Il format televisivo ci metteva un po’ paura, ma dagli autori ai produttori, al nostro super giudice Manuel, tutti ci hanno lasciati liberi di esprimerci al massimo e ci hanno fatto crescere senza snaturarci”, ci racconta Benedetta, voce energica e instancabile, portatrice sana di buonumore, tra due fraterni complici senza compromessi, Fabio (synth) e Filippo (chitarra), che compensano l’esuberanza della frontgirl con imperturbabile temperamento zen degno di un monaco buddhista.

Amici praticamente da sempre, hanno iniziato come band acustica. Poi si sono convertiti al rock elettronico e l’intuizione ha dato ragione alla band di Foligno che, dopo il successo televisivo e tre milioni e mezzo di ascolti su Spotify, hanno firmato con Radar concerti che li porterà a vivere l’emozione dei live, dopo un anno difficilissimo per tutto il mondo dello spettacolo.

Ma in attesa di vederli sul palco, sarà un live streaming, a maggio, a renderli protagonisti della loro prossima performance, in cui pare che vogliano esibirsi con nuovo pezzo, in attesa dell’uscita del loro singolo a settembre e un album entro la fine dell’anno.

Chiudete gli occhi ed esprimete un desiderio. Dove vi piacerebbe fare il primo live?
La risposta arriva corale. “All’Alcatraz! qua a Milano, dove abbiamo visto il primo concerto insieme poco dopo esserci conosciuti. Ma sarebbe bello anche a un festival, come lo Sziget, sul Danubio.”

E chi avete visto all’Alcatraz? Ve lo ricorderete per tutta la vita.
I Twenty One Pilots, li adoriamo e sono stati una grande fonte d’ispirazione per noi.

La vostra canzone che più sentite dentro in questo momento, ce la raccontereste anche con un verso?
Di sicuro “I’m giving up” perché credo sia un po’ il cuore delle paure. Quando sentiamo di doverci arrendere di fronte a tante difficicoltà, e a volte questa sensazione è così forte da inondare tutto quello che hai intorno, ma alla fine arrivi alla consapevolezza che nella realtà dei fatti ci sarà sempre qualcosa con la quale tu non riuscirai a non combattere e che ti trascinerai dietro, anche se magari ti farà malissimo, ma ti porterà a scavarti ancora più nel profondo.
Nel nostro caso può essere la voglia di scrivere e di suonare ad esempio, che è vitale, ma allo stesso tempo ci prosciuga.
i will love you 
even if you want to kill me 
i will want you
even if you want me dead
i will kiss you 
even if i’ll spit up blood 
i will hug you 
even if you’ll break my bones”

Ci risponde Benedetta che scrive tutti i testi con la passione che la contraddistingue, appassionata, tra le altre cose, dei film di Lars Von Trier e divoratrice dei libri Chuck Palahniuk e dei grandi romanzieri russi come Čechov e Bulgakov.

Discutete mai?
Benedetta: La verità è che io sono molto dura e loro sono molto carini.
Fabio: Diciamo che siamo due cuscini.

Una curiosità su di voi.
Benedetta: Filippo dorme con l’amuchina in mano e ieri in treno ci ha regalato la versione smart perché si è addormentato con la bustina monodose.
Ogni carnevale Fabio si veste da drag queen ed è incredibilmente bravo, ci ha dato grandi e trasformiste versioni di sè. Filippo: Benedetta ha la testa in perenne attività, non dorme! Ascolta la musica 24 ore su 24, divora film e legge tantissimo, anche con la musica!

Se dovessero proporvi di partecipare a un festival italiano lo fareste?
Guarda ci stiamo pensando e stiamo pure sperimentando qualcosa in italiano o bilingue.

Vi piacerebbe fare una collaborazione con un altro artista o gruppo? Se si chi sarebbe?
I Twenty One Pilot, ovviamente. E anche i Moderat


“Transmissions: the definitive story”

La storia dei Joy Division & New Order in formato podcast



“I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”, questo l’invocante incipit declamato, su un drumming ipnotico, dalla profonda e tormentata voce di Ian Curtis in Disorder. Non c’è stata però per lui alcuna guida “virgiliana” ad afferrargli la mano, ad attenderlo solo i suoi demoni interiori. Ironia della sorte, una frase pronunciata anni prima dall’inquieto “The Lizard King” Jim Morrison, del quale era un grande estimatore, sembra essere stata vate e precorritrice di un medesimo destino: “Quando il mio corpo sarà cenere, il mio nome sarà leggenda”. La morte di Ian Curtis non solo ha mitizzato l’uomo-artista, ma ha fatto del gruppo post-punk dei Joy Division, dei quali era una parte per il tutto, una pietra miliare della storia musicale e delle icone immortali di un immaginario collettivo. Una storia di vita e di morte che intreccia successi, fragilità e rinascite come raccontato nel podcast, in lingua inglese, dal titolo Transmissions: The Definitive Story, uscito il 29 ottobre e prodotto da Cup & Nuzzle, l’azienda di podcast che ha collaborato con Robert Plant in Digging Deep. Un corpus di interviste inedite affidate alle memorie dei membri dei Joy Division e dei New Order (Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris e Gillian Gilbert) e ai ricordi rivissuti attraverso le testimonianze degli ospiti coinvolti come Johnny Marr, Damon Albarn, Liam Gallagher, i fratelli Greenwood dei Radiohead, Bono, Thurston Moore, Karen O, Perry Farrell, Pet Shop Boys, Stereolab.


NETHERLANDS – JANUARY 16: ROTTERDAM Photo of Joy Division, Ian Curtis and Bernard Sumner (L) performing live onstage at the Lantaren (Photo by Rob Verhorst/Redferns)

Hot Chip, Anna Calvi, Bobby Gillespie, Shaun Ryder.

La voce dal sussurro solenne dell’attrice britannica Maxine Peake ci immerge nei colori tonali e narrativi di una storia che inizia con tre semplici parole “Band seeks singer” – “Band cerca cantante”- scritte su un annuncio affisso da un giovane Bernard Sumner in un negozio di dischi di Manchester. Risposero in tanti, tra loro anche Ian Curtis che all’epoca lavorava nei servizi sociali come assistente per disabili. “Incontrai Ian all’Electric Circus. Non riesco a ricordare quale concerto fosse. Potrebbe essere stato il terzo concerto dei Sex Pistols. Era facile da individuare, aveva un giubbotto con la scritta HATE scritta in vernice arancione sulle spalle…Sono andato a casa sua a Stretford. Ian mi disse, ‘Ehi, hai sentito questo nuovo album di Iggy Pop? È uscito questa settimana.’ Non avevo mai sentito Iggy Pop. Suonò “China Girl” da quell’album e pensai fosse fantastico, me ne sono subito innamorato e ho pensato… questo è il ragazzo.” Ricorda Peter Hook.


NETHERLANDS – JANUARY 16: ROTTERDAM Photo of Joy Division, Ian Curtis and Bernard Sumner (L) performing live onstage at the Lantaren (Photo by Rob Verhorst/Redferns)


Inizia, così, l’avventura dei Joy Division ripercorsa nel primo episodio di apertura della serie. Un viaggio dagli esordi acerbi ed inesperti dei Warsaw (omaggio omonimo al brano strumentale di David Bowie), nel 1977, alla fulminea popolarità raggiunta sotto il nome romanzato scelto dal “punk colto e introverso” Ian Curtis, la “Divisione della Gioia”, ispirato al libro La casa delle bambole di Ka-Tzetnik 135633 e al tugurio delle donne ebree prigioniere nei lagher nazisti destinate all’intrattenimento sessuale delle SS. Transmissions è una storia di amici, di musica, di case discografiche, club e studi di registrazione sullo sfondo di una Manchester vuota e arrabbiata, dalla tradizione proletaria e avvolta nelle nebbie e nel grigiume di ferro, acciaio e scheletri di fabbriche, ma attraversata nelle sue fondamenta da un energetico flusso di musica e creatività. È una storia che, puntata dopo puntata, indaga in otto episodi le tappe cruciali delle due band in un ricordo corale che diventa “memoria di massa”. Dalla nascita dei Joy Divsion all’alienazione introspettiva dell’album di debutto, “Unknown Pleasures”, pubblicato il 15 giugno del 1979 dalla Factory Records di Tiny Wilson e Alan Erasmus e passato alla storia per la sua iconica e idolatrata copertina realizzata dal graphic designer Peter Saville (l’immagine raffigurante le pulsazione della pulsar CP 1919). Dalla morte scelta di Ian Curtis, suicida a soli 23 anni nella sua casa al numero 77 di Barton Street a Macclesfield il 18 maggio del 1980, alla fondazione dei New Order. Riscattandosi dal peso della precedente eredità, la formazione orfana del suo carismatico frontman si reinventa in un gruppo che rinasce da un patto solenne stretto tra amici “se uno di loro fosse uscito dal gruppo, gli altri tre avrebbero dovuto cambiare nome e genere” e così fu. Con Blue Monday, il brano cult del 1983, la band si esibisce con uno stile completamente nuovo fatto di sintetizzatori e batterie elettroniche, spingendo la tecnologia ai limiti e trovando in questo successo inaspettato il loro futuro artistico.




L’ottava ed ultima puntata di Transmissions si chiude sulla scia delle parole di Bernard Sumner:“Niente ci avrebbe fermato, niente ci ha fermato, vero? La morte di Ian non ci ha fermato, la morte di Rob non ci ha fermato, il furto di tutta l’attrezzatura non ci ha fermato, la morte di Tommy non ci ha fermato. Non c’era alcun piano B, non c’era altra opzione”. La seconda stagione della serie non è stata ancora annunciata, ma potrebbe ripartire da qui per svelarci il resto della storia, fino allo scioglimento degli anni ’90 e alle reunion degli ultimi anni.

La musica per l’autunno: the Windmill playlist

Una playlist con una selezione di alcuni tra i migliori artisti della ricchissima ed eclettica scena musicale nata o cresciuta al “Windmill”, gloriosa venue di Brixton (Londra): 

Fat White Family, Warmduscher, Meatraffle, Pregoblin, PVA, Insecure Men, JackMedleyy’s Secure Men, Madonnatron, Black Midi, Goat Girl, Shame, Tiña, Misty Miller, Lazarus Kane, Squid, Muck Spreader, Deadletter, Lynks, Pink Eye Club, Peeping Drexels, Deep Tan, Black Country New Road, Scud FM, Sonic Eyes.


Photo Credits: Lou Smith


I 3 Podcast più interessanti di Spotify

Nel gergo professionale il podcast è una tecnica che permette di ascoltare i file audio su internet. Nel linguaggio colloquiale, per podcast intendiamo quei contenuti audio di tipo narrativo o discorsivo che vengono diffusi tramite siti o app.

Il fenomeno dei podcast inizia attorno ai primi anni del 2000, ma negli ultimi tempi sta davvero spopolando. Ascoltare potendo nel frattempo fare altro, proprio come si fa con i programmi radio tradizionali, sembra essere la caratteristica che rende vincente questa tipologia di contenuto, sempre più diffusa.

 Perché si ascoltano i Podcast

Quando siamo imbottigliati nel traffico, o il tragitto che stiamo percorrendo non ci permette di distogliere lo sguardo per leggere un buon libro, ci viene in soccorso il nostro senso dell’udito. Siamo abituati ad ascoltare la musica che più ci piace o ci appaga in quel momento (a tal proposito, clicca sul link, per scoprire le 3 migliori playlist di Spotify), oppure, possiamo ascoltare qualcos’altro. Qualcuno che ci legga un libro, per esempio, oppure qualcuno che tratti di argomenti che ci interessano particolarmente. Il podcast colma proprio questo vuoto, ci dà l’opportunità di essere intrattenuti mentre stiamo facendo qualcos’altro. Possiamo considerarlo come la rivincita dei programmi radio, rivisitati in chiave moderna.

Dove ascoltare i podcast

Esistono diverse piattaforme dove poter ascoltare i podcast, Apple Podcast, Google Podcast, Speaker, ma sicuramente la più famosa è Spotify. Con un account gratuito si possono seguire moltissimi podcast, sugli argomenti più disparati. Ve ne lasciamo tre interessanti da seguire.  

 I 3 podcast più interessanti su Spotify

In base all’argomento c’è davvero solo l’imbarazzo della scelta, ne abbiamo selezionati 3, ognuno appartenente ad una categoria diversa, per accontentare tutti i gusti.

1 Muschio Selvaggio

Dedicato a temi di cultura e società, in ogni puntata ospita personaggi famosi diversi. Vi hanno partecipato anche lo chef Bruno Barbieri, Beatrice Borromeo, e tanti altri. Il progetto è nato da un’idea di Fedez e Luis Sal. Forse grazie anche alla notorietà dei fondatori, questo podcast domina le classifiche dei più ascoltati. Le tematiche affrontate sono sempre diverse e toccano argomenti forti ed attuali, come l’eutanasia, l’aborto, ma anche cucina ed educazione. Il filo conduttore dell’approfondimento su tematiche scottanti e importanti nella società moderna, sono alternati a momenti di gioco ed imprevedibilità.

2 Blu Notte- misteri italiani

Per gli appassionati dei gialli della storia del nostro paese, ecco che vengono tradotti in formato audio le puntate della celebre ed omonima trasmissione della Rai. La voce di Carlo Lucarelli ci racconta in modo avvincente le storie ed i retroscena dei casi più oscuri che hanno segnato l’Italia. Ottimo per chi ama il genere noir.

3 Morgana

Michela Murgia e Chiara Tagliaferri ci raccontano le storie di donne che sono diventate ricche grazie alle loro grandi capacità e che non hanno avuto bisogno di sposare un uomo ricco. Un podcast tutto al femminile, che racconta di donne ribelli, fuori dagli schemi, che non hanno avuto paura di sfidare la società ed i pregiudizi di genere. Ispirazione e riflessione, sono i punti cardinali di tutti gli episodi di questo podcast.

Tobias Ahlin – chiacchiere con un innovatore culturale

E’ giovanissimo, ma ha già lavorato in alcune delle aziende più rinomate e ambite del mondo, Spotify e GitHub per dirne due. E’ un creativo, un visionario e un innovatore in tutti i sensi.
Playlist preferita di Spotify? Ne ha creata una tutta sua negli anni con più di 600 brani!

Come ti piace descriverti? Sei un designer, un insegnante e un programmatore: come si coniugano queste diverse attitudini in te?
La domanda che temo di più è “Cosa fai”. I miei tentativi di dare una risposta completa e comprensibile di solito iniziano con un elenco di lavori e occupazioni concrete e si concludono con pezzi sbriciolati di carta e un bicchiere vuoto di whisky. Attualmente mi sto occupando di analisi dei dati, fisica, statistiche, sto anche imparando a suonare il pianoforte, e sto approfondendo la mia conoscenza del francese. Penso che quello che lega tutto sia l’amore per la novità, la convinzione di poter sempre imparare cose nuove, e la follia degli altri nell’assumermi. So bene però quello che amo: incontrare nuove persone, imparare cose nuove, e creare cose nuove. Mi piace finire quello che ho iniziato, ma amo anche smettere un lavoro o un’abitudine per provare qualcosa di nuovo. E’ così che hanno preso forma tutti i miei interessi, progettazione, insegnamento, e programmazione, ma non so ancora quale sarà il prossimo!

In passato, tra le tante collaborazioni, sei stato anche in Spotify e in GitHub. Che ruolo avevi?
Ho avuto la fortuna di iniziare a Spotify la stessa settimana in cui il loro progettista precedente smetteva. Era una società più piccola allora, e come designer fresco di laurea, mi sono trovato responsabile del design dell’interfaccia utente per tutti i prodotti di Spotify.
Il servizio era già enormemente popolare in Svezia, ma non a livello internazionale: discutere il prodotto con amici e sconosciuti ha formato il mio modo di pensare riguardo ciò che può essere prezioso in un’esperienza del genere. La gente spesso menzionava i dettagli, come ad esempio la sensazione di un’animazione o quanto velocemente una canzone iniziasse, questo li aveva fatti amare Spotify. Non strane caratteristiche tecnologiche, ma come sentivano le cose. Lavorando in grandi aziende come Spotify e GitHub, il mio approccio era una sorta di Aikido (ndr. Arte marziale giapponese). Ora per mirare dritto alla semplicità e fare di questo il mio unico obiettivo, cerco persone e progetti che si allineino con questa visione, anche se solo temporaneamente. Se mi capita di incontrare resistenza, cerco di riallineare quella resistenza con la mia visione, ma se non ci riesco, cerco di passare a un altro progetto. Alla fine questo significa che non potrò mai fare tutto quello che voglio, ma sicuramente avrò fatto più che se fossi rimasto in un posto lottando per una sola causa.

Qual è la tua visione come sviluppatore?
Il mio approccio e la visione è sempre stato più o meno lo stesso: voglio creare prodotti che la gente ami. Mi piace semplificare e migliorare l’essenza di un’app o di un prodotto. Ora, facile a dirsi perché la maggior parte delle aziende non è d’accordo con questa visione. Non si ottiene nessuna pubblicità se togli delle caratteristiche al tuo prodotto, e non sarà certo possibile ottenere nessuna promozione. La maggior parte delle aziende di tecnologia ha forti incentivi a lanciare continuamente nuovi aggiornamenti e aggiungere cose nuove. L’impegno per la semplicità è spesso in conflitto diretto con tali incentivi.

A proposito di posti, con GitHub immagino lavorassi da remoto…Pensi che questo sia il futuro per la tua professione? O addirittura per qualsiasi tipo di professione?
La sede centrale di GitHub si trova a San Francisco e io di solito lavoravo da qualche parte in Europa, come facevano molti dei miei colleghi. Non tornerò mai a lavorare di nuovo alla scrivania. Credo che lavorare in remoto sia una modalità che sempre più aziende abbracceranno, e che sia fantastico per una serie di motivi. Tutte le nostre vite sono intrinsecamente imprevedibili, e avere la possibilità di non trascorrere la maggior parte delle nostre giornate legati a uno spazio fisico, rende più facile condurre una vita felice e alla fine fare anche un buon lavoro. E se si sta eseguendo un business, il lavoro a distanza fatto bene significa più facilità nell’assumere perché non si è limitati alla tua città o paese, significa avere meno spese per il materiale e per gli spazi da ufficio, e soprattutto vuol dire avere dipendenti più felici e più produttivi. Credo e spero che diventerà la regola piuttosto che l’eccezione.

Cosa ti piacerebbe creare in futuro?
Una scuola. Credo che ci sia bisogno di cambiare radicalmente il nostro modo di pensare l’educazione. In tutto il mondo, le scuole hanno la tendenza a perdere lentamente contatto con la realtà, e di insegnare la teoria per il bene dell’insegnamento della stessa teoria. È inutile. Si continua poi per tutta l’università con libri di testo da memorizzare, nonostante i posti di lavoro sono pratici per loro stessa natura. Se il nostro lavoro è, alla fine pratico, perché non s’impara con la pratica? Perché non ci concentriamo sulla creazione di cose e facendo errori? Oltre a questo credo che il ruolo della scuola nella società, non sia solo quello di prepararci per il lavoro, ma anche alla vita in generale. Trovo che ad esempio la Scuola di vita di Alain de Botton sia un grande esempio della direzione verso cui dovremmo andare. Le nostre scuole sono fondamentalmente disallineate con il modo in cui effettivamente impariamo, e hanno bisogno di cambiare.

Ai primi di giugno sei a Milano per iCodex, il primo hackathon d’innovazione culturale, secondo te qual è l’importanza della cultura nella nostra società?
Secondo me la cultura nella nostra società ha il ruolo fondamentale di mettere in discussione lo status quo, di combattere l’ignoranza, e di creare empatia. Siamo a un livello sempre più alto di consumo di informazioni, e ci viviamo dentro e vogliono vedere e sentire solo cose che approviamo. Rischiamo lo sviluppo di una società sempre più polarizzata, con partiti estremisti che spuntano lungo l’intero spettro politico. La cultura non mette necessariamente tutti d’accordo, ma può farci capire l’un l’altro, e tenere insieme.

Photography | Agnes Stenlund

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