‘L’altra forma delle cose’, la nuova installazione di Emilio Vavarella a Casa Zegna

Un bosco in pixel, raccontato sulle lane pregiate di capre di Bielmonte, sui tessuti realizzati a San Patrignano e perfino su filati sintetici, ottenendo risultati e suggestioni dal diverso impatto emotivo. È l’opera di Emilio Vavarella L’altra forma delle cose, basata sulla ricerca di un equilibrio tra un concetto, un’idea e la sua formalizzazione (il codice genetico dell’abete rosso nel caso specifico).

Un’opera che trae e restituisce energia dal percorso che Ermenegildo Zegna ha portato avanti nel corso della sua vita dando vita a tutta la panoramica che sovrasta la fabbrica, al fine di poterlo condividere con la gente del luogo e con tutti coloro che desiderano visitarlo, favorendo quel processo armonico tra bellezza del paesaggio e ricerca artistica, anche attraverso il coinvolgimento dei talenti di nuova generazione.

Casa Zegna opere d'arte
Emilio Vavarella davanti all’opera esposta nella sede del marchio

Un’impresa ambiziosa in cui è riuscito, non senza il costante impegno di una squadra di esperti nella gestione del territorio, sia dal punto di vista ambientale che culturale” racconta Anna Zegna – terza generazione di una famiglia che ha portato avanti il lavoro iniziato dal fondatore con coerenza e passione, proseguendo il percorso in chiave sempre più evoluta. Dal suolo alla vegetazione variegata dei boschi, un vero e proprio ecosistema realizzato attraverso un team aggiornato di biologi, paesaggisti, geologi, fino a un gruppo di esperti specializzato sulle sorgenti, per arrivare alle iniziative culturali. Una filosofia che non è altro che il frutto della lungimiranza e dell’ispirazione di Ermenegildo Zegna che si evolve, ancora oggi, in un rinnovato punto di vista tecnologico e in costante dialogo con il cambiamento culturale della generazione contemporanea.

Casa Zegna – arte e ricerca nel suo Dna

L’attività di famiglia, fortemente connessa con il tema dell’arte e della bellezza, viene raccontata per la prima volta da Ettore Olivero Pistoletto – padre di Michelangelo. A quell’epoca Ermenegildo Zegna chiamò l’architetto Otto Maraini, il nonno di Dacia, per progettare la sua villa e il paesaggista Pietro Porcinai per il giardino. Due eccellenze per aiutarlo a creare la sua grande opera, in stretta comunicazione con la sua azienda e col territorio che egli contribuì a rendere incantevole, attraverso una visione democratica dell’arte, perché potesse uscire dai musei ed entrare in osmosi con la vita delle persone.
Un ecosistema sostenibile immaginato dalla personalità visionaria di Ermenegildo Zegna, il cui percorso continua attraverso il dialogo con Città dell’Arte e Fondazione Pistoletto.

Zegna opere d'arte
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella


Ogni progetto artistico che nasce in questo luogo si lega all’altro, come membri di una famiglia, connessi da un unico Dna. Così è stato per il progetto Zegna Forest, nato per rinnovare tutto l’impianto dei boschi di vecchia generazione, grazie al supporto di Ilaria Bonacossa che crea l’occasione, per Anna Zegna, di entrare in contatto con Emilio Vavarella e – sempre a proposito di boschi – sviluppare il progetto L’altra forma delle cose (AAS47692 / Picea abies). Dove tutti vedono cortecce e foglie, lui visualizza e formalizza dati che si estendono su lane di capre Bielmonte che pascolano all’interno dell’Oasi, o su un tessuto di San Patrignano con cui il marchio collabora da tempo, creando un dialogo di continuità tra la materia, il contenuto dell’opera e il loro luogo di provenienza. E chi l’avrebbe mai detto che nell’origine della parola “code” si nasconda il significato di “cuore del tronco dell’albero”.
Un’operazione che si rivela in un’espansione di possibilità espressive e trova soluzioni diverse a seconda dei materiali usati, perfino le fibre di polimeri sintetici.

L’opera di Emilio Vavarella


Un percorso dinamico quello di Emilio Vavarella, che fa seguito a Genesis -The other shape of me. Una video installazione che “documenta un lungo processo performativo durante il quale un grande tessuto che codifica e contiene tutte le mie informazioni genetiche viene prodotto da mia madre utilizzando uno dei primi computer della storia, il telaio Jacquard. Focalizzandosi sui piccoli gesti di mia madre, e sui movimenti automatici del telaio meccanico, ‘Genesis’ offre una riflessione sul rapporto tra vita, informazione e riproducibilità tecnica, e sulla relazione tra vita biologica, meccanica e computazionale” – racconta l’artista.
Un’intuizione che diventa opera d’arte, con un concept forte che chiude il cerchio di un ciclo vitale, collegandosi all’origine del primo computer che guarda caso trattasi di un telaio tessile.
E sul tessuto, la forma d’espressione che fa da trait d’union tra l’umano e l’evoluzione tecnologica, Emilio Vavarella riporta il codice genetico della natura: come una triade già rodata che si ripresenta in una forma nuova.

Emilio Vavarella
L’altra forma delle cose, Emilio Vavarella

Un lavoro interdisciplinare che agisce su diversi campi di ricerca, che sceglie di usare sempre materiali diversi in ogni sua opera e qualora si trovi a usare lo stesso materiale, lo fa comunque in modo diverso.
Vavarella si reputa un rinascimentale che non mette, però, l’uomo al centro della sua ricerca, ma il risultato dell’azione umana che è riposta nelle relazioni tra l’ambiente e l’azione umana. Il valore umanistico della tecnologia, programmata per codificare una visione personale della natura. Un’epigenetica che trova espressione nell’ironia di codificare qualcosa di così potente e onnicomprensivo.

MANINTOWN editorial – One man show

shooting moda uomo 2022
Total look Simon Cracker, boots John Richmond, hat Bonfilio

Come da titolo, il modello Rocco Serio è protagonista assoluto delle immagini scattate da Davide Musto per il servizio pubblicato sull’issue Youth Babilonia, chiamato a interpretare alcuni pezzi chiave della collezioni di griffe come Acne Studios, Dsquared2, Giuseppe Zanotti, Annakiki e John Richmond, tra monumentali cappe imbottite, balaclava ricamati, copricapi estrosi, dress stampati.

fashion editorial menswear
Coat John Richmond, shirt Dsquared2, shorts stylist archive, boots Giuseppe Zanotti, hat Bonfilio

editoriale fashion 2022 uomo
Hood Christopher Raxxy

Credits

Model Rocco Serio @FashionArtWise

Photographer Davide Musto

Stylist Alessandra Gubinelli

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Hair Sara Petrucci @makingbeautymanagement

Make-up Eleonora Mantovani @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, Rocco indossa total look Simon Cracker, boots John Richmond, cappello Bonfilio

Il best of di Pitti Uomo 102

Abbandonato il low profile (obbligatorio, in verità, per cause che è ormai superfluo specificare) dell’ultimo biennio, Pitti Uomo torna al consueto format pre-pandemico, con un tourbillon di presentazioni, progetti speciali ed eventi collaterali, spalmati su quattro giornate, dal 14 al 17 giugno. Metabolizzata la massa di input stilistici concentrati nei padiglioni della Fortezza da Basso, abbiamo pensato di ricapitolare alcune novità primavera/estate 2023 viste durante la rassegna.
A seguire, il best of di Manintown della 102esima edizione del salone, categoria per categoria.

Pitti uomo 102

Capispalla

L'impermeabile brand
L’Impermeabile P/E 2023 (ph. courtesy L’Impermeabile)

Con le belle stagioni che, ahinoi, saranno caratterizzate sempre più da clima canicolare, umidità, rovesci forse sporadici ma violenti (sposare la sostenibilità, d’altra parte, è urgente proprio per mitigare le conseguenze del climate change), i produttori di outerwear non lesinano gli sforzi per adeguarsi alle – mutate – necessità e preferenze dei clienti.

Uno specialista della categoria come L’Impermeabile, sotto questo profilo, è avvantaggiato. Per la P/E 2023 la (rinnovata) collaborazione con lo stilista Romano Ridolfi, che firma i capi dell’etichetta blu, attinge alla rilassatezza dei volumi e alla praticità dello sportswear ‘60s, ibridando formale e informale in una serie di must che non dovrebbero mai mancare nell’armadio maschile; si dà risalto alla versione 2.0 della paramatta, tessuto impermeabilizzato australiano opportunamente alleggerito, reso più compatto e versatile; nella linea contrassegnata dall’etichetta grigia, invece, prevale l’utilizzo del cotone cerato e si arricchiscono i classici del marchio (spolverini, field jacket e soprabiti) con motivi principe di Galles o tartan.

Sartoria Latorre porta al padiglione centrale la capsule collection Vent De Sirocco, rilettura dello stile coloniale attraverso il savoir-faire artigiano e l’ossessione per la qualità che animano il brand; immancabili, dunque, sahariane color gesso o taupe, trench doppiopetto e parka, evocativi di un’eleganza souple d’altri tempi.

Non cessa di esercitare il suo fascino (vedi l’interesse per l’America’s Cup, nel 2021) l’abbigliamento nautico: Murphy & Nye e North Sails esaltano – giustamente – un heritage definito da regate, yacht e paesaggi marittimi, il primo rieditando i pezzi che, all’inizio del millennio, ne decretarono il successo – dal blouson con zip allo smanicato (attualizzati però all’oggi mediante innovazioni come termonastrature e tessuti performanti), il secondo associandosi a Maserati in una collab dove il lifestyle dell’azienda americana (centrato sull’oceano, suo vero propulsore estetico) incontra l’avanguardismo tech della casa del Tridente in giubbini imbottiti, gilet, giacche in due lunghezze ideali per viaggiare, sviluppati privilegiando filati eco, organici o riciclati.

Jeans

I mesi caldi richiedono grammature di un certo tipo e tonalità che si accordino alla palette stagionale, concedendosi – perché no? – cromie accese e lavaggi fantasiosi, per conferire un tocco extra di vivacità all’outfit. Lo sanno bene da Cycle (una garanzia in tema di luxury denim): la collezione P/E 2023 è la sintesi perfetta dell’inesauribile estrosità con cui la griffe manipola la tela blu, che a seconda dei casi viene sdrucita, decolorata (gli effetti tie-dye o bleached si sprecano), rammendata, mischiata a lyocell e modal per accentuarne la morbidezza, con la modellistica resa ora aderente (nei cinque tasche skinny), ora comfy.


Attenendosi alla filosofia per cui ogni indumento dovrebbe essere «ricco di storie, unico e prezioso», anche Reign diversifica notevolmente le opzioni tra cui scegliere, passando dai pants scorticati a quelli chiazzati di vernice, dal délavé a gradienti di rosso, arancio e verde scuro, alternativa colorful al sempiterno blue jeans.
Da HandPicked le salpe diventano la cartina al tornasole per orientarsi nei sei mood di stagione, che vanno dal Pop (identificato da un’etichetta in ecopelle, ispirata ai dipinti neoespressionisti di Julian Schnabel) all’Handmade; in quest’ultimo si concentra il virtuosismo creativo e manifatturiero della label, tra preziosismi, pinces e costruzioni che si aspetterebbe di trovare in un atelier.

Pantaloni

Due i modelli di punta targati Berwich per il prossimo anno: Negroni Lux, chino dai toni sablé in canapa (fibra green che regala al capo una patina vissuta, di autenticità), e 2P, bermuda oversize con doppia piega a stampa maculata.

Cruna (sinonimo di pantalone a regola d’arte fin dalla nascita del brand, nel 2013), da parte sua, triplica l’offerta, suddivisa in Main, Natural Wonders e Active, ma l’obiettivo è il medesimo, elevare cioè la nozione di casual, farne un genere trasversale valorizzando sia i materiali (lino, cotone, gabardine, blend di lana e seta…), sia le vestibilità, che aspirano alla perfezione, si tratti del taglio a carota del best-seller Mitte, delle linee asciugate del Brera o dello smooth fit (così viene definito) del Burano.

Maglie e camicie

Nonostante le temperature torride già dai primi accenni estivi, maglieria e camiceria continuano a farla da padrone nei guardaroba degli espositori di Pitti. Nel “salottino” KNT, ad esempio, ruba l’occhio la minicollezione Panda, con impresso l’animale preferito di Mariano De Matteis (designer della linea, assieme al gemello Walter), alternativamente spigoloso (perché composto da pannelli geometrici), stilizzato tipo manga oppure rimpicciolito in un pattern ipnotico che s’impossessa di overshirt e pantaloncini; dietro l’apparente facilità di t-shirt, felpe e simili si cela la maestria sartoriale dell’azienda di famiglia, Kiton, ché «la semplicità è la suprema sofisticazione», per dirla alla Leonardo da Vinci.

Dal maglificio genovese Avant Toi, invece, via libera alla rivisitazione dello stile Seventies a suon di motivi etno-chic, disegni optical, digradazioni di colore che trasferiscono su lino, seta, cachemire e altri filati nobili le sfumature del tramonto. Stilemi anni ‘70 sugli scudi anche nello spazio di Roberto Collina, dove ci si perde tra intarsi jacquard floreali, cromie acidate, petali multicolor ad illuminare le trame di cardigan sciallati, pull e magliette.

Per chi non rinuncia mai alla camicia, inverno o estate poco importa, ecco poi la tante novità svelate dai marchi specializzati, dall’elegia del lino – usato in tutte le salse, in tinta unita, madras, seersucker, color sorbetto… – di Alessandro Gherardi all’istituzionalità camiciaia di Borriello Napoli; dalla traduzione dei generi musicali – funky, soul, indie – in shirt di varia foggia operata da Brancaccio ai coloratissimi patchwork di Poggianti 1958.

Calzature e accessori


2star sneakers uomo
2Star P/E 2023 (ph. courtesy 2Star)

Per quel che concerne scarpe e accessori, negli stand della fiera ce n’è davvero per tutti i gusti. 2Star, ad esempio, seleziona tele irrinunciabili per il menswear – denim, canvas organico al 100%, felpa – e le trasferisce sulle tomaie delle nuove sneakers P/E, “sporcate” quel tanto che basta per accentuarne l’allure metropolitana. Vintage effect anche da Monoway, esplicitato in questo caso da piccole screpolature e ombreggiature su ginniche bianche dal carattere ‘80s.

Monoway sneakers
Monoway P/E 2023 (ph. courtesy Monoway)

Leggerezza, voglia di evasione, ritorno alla vita en plein air. Le parole d’ordine della bella stagione di Barrett si riflettono nelle soluzioni tecniche (forme destrutturate, suole in gomma ultra morbide, pellami intrecciati o sfoderati) e cromatiche (una scala di nuance lievi, celesti, beige, blu pastosi, marroni caramellati) adottate da monk strap, stringate, mocassini e slip-on.

Tra gli accessori, vanno menzionati perlomeno gli occhiali Jacques Marie Mage (adorati dal jet set californiano, leggasi – tra gli altri – Jude Law, Samuel L. Jackson, Kristen Stewart, LeBron James); i cappelli handcrafted Superduper; i bracciali edgy di Topologie (che incorporano ganci e chiusure delle corde da arrampicata); in quota green, infine, le borse Regenesi, ottenute da materiali rigenerati e scarti tessili.

Nell’immagine in apertura, uno scatto della campagna ufficiale dell’edizione numero 102 della fiera, ‘Pitti Island’ (ph. courtesy of Pitti Immagine)

Oh so pretty

Il modello Luigi Bruno, davanti all’obiettivo di Davide Musto, gioca con i pezzi cult della nuova stagione e sfodera un’attitudine naturalmente fluida, facendo propri con disinvoltura micro top in pizzo trasparente, bluse plissé smanicate, blazer tempestati di borchie e accessori in pelle dal retrogusto bondage.

fashion editorial fluidity
Shirt Youwei, pants Roberto Cavalli
Luigi Bruno modello
Shirt Youwei, pants Roberto Cavalli
Manintown fashion
Total look and shoes John Richmond, choker Vanesi, socks stylist’s archive

Credits

Talent Luigi Bruno @Elite Milano, CmodelsCrew

Editor in Chief Federico Poletti

Photographer Davide Musto

Stylist Alessandra Gubinelli

Photographer assistant Valentina Ciampaglia

Stylist assistant Federica Mele

Make-up Alessandro Joubert @simonebelliagency

Hair Sara Petrucci @makingbeautymanagement

Matthew Zorpas, il primo gentleman “digitale”

Se si parla di savoir-vivre, eleganza e stile maschile (concetti spesso abusati ma tuttora poco indagati nelle infinite sfumature di cui si fanno portatori), Matthew Zorpas è la persona giusta per sondare tutto ciò che attiene ad usi e costumi dei gentlemen moderni. Esattamente dieci anni fa, infatti, questo poliedrico creativo e imprenditore cipriota, londinese d’adozione, ha lanciato il sito The Gentleman Blogger, divenuto rapidamente un portale di riferimento per il menswear e il lifestyle più in generale tra outfit (spesso formali, sempre all’insegna della raffinatezza, che gli sono valsi riconoscimenti come quello di Esquire UK, che nel 2010 l’ha inserito nella classifica annuale dei Best Dressed Men), viaggi (altra passione e atout del fondatore), wellness, tips rivolti a una community di appassionati, esigenti e cosmopoliti.

the gentleman blogger influencer
Coat Paul Smith

Zorpas ha dimostrato insomma di essere un vero antesignano della materia, puntando sullo storytelling ben prima delle torme di influencer, o sedicenti tali, che affollano oggi i social media. A certificare il successo dell’operazione sono i numeri (oltre 52.000 utenti unici al mese per la piattaforma, più di 182.000 e 24.000 follower rispettivamente su Instagram e Facebook) e la caratura di griffe e aziende con cui The Gentleman Blogger ha collaborato nel tempo, da IWC a Tod’s passando per Fendi, Bentley, Nespresso e tanti altri. Abbiamo approfittato dello shooting cui si è prestato per l’issue Youth Babilonia di Manintown per parlare con lui di cosa distingua i veri gentlemen, dell’impatto del Covid sulle preferenze degli uomini in tema di abbigliamento, dei cambiamenti in atto nell’industria della moda maschile e la società nel suo complesso, del metaverso.

Matthew Zorpas influencer
Total look Pal Zileri, shoes Church’s, watch Cartier

Sei considerato una pietra di paragone dei gentlemen contemporanei – e aspiranti tali, lo si intuisce dal nome del tuo – seguitissimo – blog. Cosa contraddistingue, nel 2022, un gentleman, quali sono le qualità che deve assolutamente possedere, a livello stilistico e non?

Negli ultimi dieci anni ho visto cambiare sia la definizione del termine, sia l’atteggiamento, la forma in cui viene declinato. In fin dei conti il gentleman è un puro, è una questione di anima. È un modo di vivere vero e proprio, non una specifica azione né un lifestyle, e neppure un abito su misura ben studiato ma “imposto”, si tratta piuttosto della scelta di vestire con disinvoltura. Oggi vestirsi come un gentleman risulta semplice, decisamente più difficile è possederne le qualità.

The Gentleman Blogger taglia il traguardo del decennale. Grazie al sito godi di un osservatorio privilegiato sull’universo maschile, a tuo giudizio quali sono i cambiamenti principali avvenuti in quest’arco di tempo?

Ho fondato The Gentleman Blogger nel 2012, vivo questa splendida avventura da un decennio. Ho visto cambiare l’atteggiamento degli addetti ai lavori nei confronti degli influencer, dall’arroganza iniziale alla disponibilità odierna ad accoglierci, incoraggiarci e sceglierci. Per quanto riguarda il lifestyle maschile, si è passati da un modello formale, “standard” ad uno rilassato e variegato.

Matthew Zorpas Instagram
Jacket Gucci @Tiziana Fausti (www.tizianafausti.com), shirt and scarf vintage

Prediligi uno stile improntato alla ricercatezza, all’eleganza dal flair “vecchia scuola” di completi di fattura sartoriale, pattern della miglior tradizione britannica, tuxedo, abiti tagliati alla perfezione… Lockdown, lavoro a distanza e altre conseguenze della pandemia sembrano aver segnato in profondità, spesso penalizzandolo, il mondo dell’abbigliamento formale, già interessato da trasformazioni dettate dai cambiamenti di gusti e abitudini dei consumatori. Qual è il tuo parere in merito, come credi che cambierà il formalwear?

Il cambiamento è ben accetto. La fashion industry deve seguire i consumatori, che sono ormai diversi e consapevoli. Continuerà dunque a rispecchiare correnti, crisi politiche o ambientali; è nostro compito assicurarci che si aggiorni e modifichi, anticipando ed accompagnando tali cambiamenti. Purtroppo, chi resta indietro è destinato a fallire. Tutto ciò non si traduce in un incremento dell’offerta in termini di scelte e opzioni, bensì nel fare ciò che è in linea col Dna del marchio, e farlo bene.

The gentleman blogger
Total look Dolce&Gabbana, watch Cartier, burgundy ring Bulgari, shoes Christian Louboutin

Il Covid ha impattato anche sugli influencer tra restrizioni, chiusure e stravolgimenti più o meno sostanziali, forzandoli a rivedere tono e tipologia dei post. Senza contare, poi, che erano già alle prese con sfide inedite, dalla saturazione dello spazio alle insidie poste da “colleghi” virtuali, metaverso e novità che potrebbero cambiare i social per come li conosciamo. Cosa puoi dirci a riguardo, qual è lo stato dell’arte dell’influencing?

L’industria degli influencer continuerà a esistere a lungo; esattamente come quella editoriale, fa il suo percorso, dobbiamo lasciare che lo spazio digitale si espanda, cresca, si evolva e, quando sarà il momento, entri in una fase declinante. Non abbiamo ancora raggiunto il picco, stiamo vivendo solo ora la transizione dall’offline all’online. La Generazione Alpha (i nati dopo il 2010, ndr) è nata e cresciuta online, si concentra solo su di esso.

A proposito di metaverso, cosa te ne pare? I gentiluomini potrebbero – e dovrebbero – ritagliarsi un proprio spazio anche in una realtà virtuale fatta di pixel, avatar e affini?

Sono consapevole dell’esistenza del metaverso, non è però un mio spazio personale né un’opzione, idem TikTok. Va ricordato a tutti che possiamo scegliere di essere presenti ovunque vogliamo. Le nuove piattaforme o mondi non dovrebbero sostituire quelli vecchi, ma rispondere al consumatore, soddisfarlo.

Matthew Zorpas jewels
Total look Emporio Armani, ring Nikos Koulis

I viaggi sono una tua grande passione, hai sempre seguito con interesse il settore dell’ospitalità, collaborando anche col ministero del turismo di Cipro. Dopo il ciclone Coronavirus, ritieni ci saranno cambiamenti strutturali?

Dall’inizio della pandemia, ogni settore (dalle consegne al turismo, all’ospitalità) ha dovuto avviare trasformazioni strutturali, soprattutto in Occidente. Col mio team e il viceministro del turismo di Cipro, siamo riusciti a organizzare il primo evento “social distancing” RoundTable all’aperto nel 2020, seguito dalla campagna 7AM nel 2021 e da ImagineBeingHere nel 2022. Dovevamo ricostruire il sogno quando ancora non c’erano voli per il paese, quando sono stati consentiti di nuovo bisognava fare altrettanto, ricreare la necessità di visitarlo, e adesso, tornando alla normalità, ricordiamo entrambi gli aspetti ai visitatori.

Puoi dirci almeno tre capi/accessori che non dovrebbero mai mancare nel guardaroba, i mai più senza di ogni gentleman che si rispetti?

Non esiste un capo basilare che chiunque dovrebbe avere, assolutamente. Infrangiamo ogni regola, ciascuno dovrebbe possedere solo ciò di cui avverte il bisogno, che reputa necessario.
Una volta rispondevo sempre un doppiopetto e uno smoking, oggi possiamo essere dei gentlemen con una semplice t-shirt bianca e jeans Levi’s. I tempi sono cambiati.

Total look Zegna

Per quanto sia azzardato fare previsioni, come immagini The Gentleman Blogger di qui a dieci anni? Cosa potrebbe caratterizzare la community dei gentlemen del futuro?

The Gentleman Blogger è stato una meravigliosa impresa. Sono davvero soddisfatto del cambiamento, dell’innovazione, della creatività, della passione, in definitiva della comunità che, per un decennio, ha amato e si è stretta attorno a questa fantastica iniziativa. Non posso azzardare previsioni sul mio prossimo progetto, di sicuro non vedo l’ora di intraprenderlo con la forza, la sincerità e la determinazione necessarie affinché abbia successo.

Matthew Zorpas style
Total look Alexander McQueen

Credits

Talent Matthew Zorpas

Photographer Georgios Motitis

Styling Giorgia Cantarini

Stylist assistant Federica Mele, Emma Thompson, from MA Fashion Styling – Istituto Marangoni London

Location The Dorchester

Nell’immagine in apertura, Matthew Zorpas indossa total look Alexander McQueen

Spirito punk e ispirazioni artsy nella F/W 2022 di John Richmond

Rock Royalty, Punk Couture, Sophistication: sono queste le parole chiave della proposta Fall/Winter 2022 di John Richmond, Lead me to temptation. Una tentazione, quella cui allude il titolo, squisitamente fashion; la collezione è stata infatti concepita come un viaggio stilistico, che attinge a pieni mani ad immaginari musicali e artistici, cari da sempre alla maison.

Uno stile timeless, in equilibrio tra tailoring e casual

Tanto nel menswear quanto nel womenswear, Il designer riversa un métissage di concetti e riferimenti, forgiando uno stile unico nel suo genere, che gli appassionati possono far proprio e adattare a qualunque occasione d’uso. Un mix and match che fonde armoniosamente un lato tailoring, sempre presente nelle collezioni della griffe, ed uno più basic, centrato su must dell’estetica urban (felpe, maglieria, t-shirt, pants cinquetasche, anfibi, leather jacket…) arricchiti da applicazioni e disegni sui generis. Sugli outfit si stagliano infatti grafismi, stampe particolareggiate, i simboli del brand (Snake e teschio JR in primis) rielaborati; una profusione di borchie e catenelle di metallo, poi, si impossessa di pezzi d’impronta casual e capi in denim.

Il gioco degli opposti caratterizza in egual misura i look uomo e donna: convivono micro e macro, lungo e corto, vestibilità aderenti e ampie. Per lei, una serie di minidress e abiti che segnano la silhouette, esaltando le forme attraverso lunghezze studiate al millimetro, trasparenze e spacchi, accostati a capisaldi del guardaroba femminile quali blazer, cappotti, longuette e pullover, impreziositi da dettagli strong (qui le iniziali ricamate del marchio, là texture cosparse di strass, zip e punti luce, o ancora scritte a mo’ di graffito e lucentezze metalliche). Per lui, un compendio di evergreen del menswear (dal perfecto al bomber) nobilitati da decorazioni in puro stile Richmond, tra loghi, scritte e motivi tattoo.

La palette cromatica alterna l’immancabile combo black & white alle sfumature del rosso, che contrastano con nuance più accese come verde acido e rosa. Un’allure 80s permea mise che vedono protagonista la pelle, emblema di quella sensualità ribelle che Richmond maneggia alla perfezione, fedele al motto per cui è tutta questione di attitudine, più che di moda in quanto tale.

Nove25 X Mace, i gioielli nati dalla collaborazione col producer dei record

Il brand di gioielleria urban Nove25 svela la sua ultima, esclusiva collab, che ha coinvolto un nome di spicco della scena musicale nazionale, il producer Mace. Data la caratura del personaggio, la collezione non poteva che attingere all’immaginario della musica elettronica, terreno d’elezione di uno tra i più riconosciuti e visionari musicisti italiani, capace di raccontare la contemporaneità con un tocco unico. Il suo album doppio disco di platino OBE, uscito nel 2021, ha visto la partecipazione di assi musicali come Blanco, Salmo, GemitaizGué Pequeno e Madame.

Mace producer moda
La campagna della collezione, con protagonista lo stesso Mace (ph. courtesy of Nove25)

Nove25 X Mace riprende valori e narrazioni di Oltre, disco pubblicato quest’anno dall’artista, in cui il concept del viaggio è da intendersi nel suo côté trasformativo, come un superamento dei confini territoriali, fisici e sensoriali; è un invito ad andare oltre le proprie percezioni, paure, limiti, oltre il proprio corpo e l’idea che abbiamo di noi stessi.
Pendenti e orecchini in argento e oro giallo della linea s’ispirano perciò all’universo psichedelico delineato da Mace, non senza ironia e sense of style, adottando emblemi quali il funghetto magico (sviluppato in verticale nel Pendente Fungo, e in versione più ridotta, circolare, nell’Orecchino Fungo) e il simbolo del Mercurio, considerati una chiave necessaria per esplorare gli stati “altri” dell’inconscio.
La capsule è in vendita esclusivamente negli store del marchio e su www.nove25.net

Nell’immagine in apertura, uno scatto della campagna della collezione Nove25 x Mace, che vede protagonista lo stesso producer e musicista

Fashion editorial: summer hits

Cromie brillanti, effetti shiny e linee sinuose connotano gli accessori “hot” della stagione calda, dai bracciali multicolor ai sandali, agli occhiali da sole, fotografati sulla sabbia (elemento estivo par excellence) in esclusiva per Manintown da Ivan Genasi.

Credits

Photographer Ivan Genasi 

Production Fashionart_3.0 

Nell’immagine in apertura, occhiali da sole Balenciaga

Dsquared2 Wallpaper, intervista con Dean e Dan Caten

Dean Dan Caten Dsquared2
Dean e Dan Caten di Dsquared2

Manintown torna sulla collezione Dsquared2 Wallpaper, in partnership con LONDONART, che sancisce l’ingresso del marchio canadese nell’home décor, segmento che i creative director Dean & Dan Caten considerano una naturale estensione dell’universo griffato D2. Nella conversazione che segue, i gemelli canadesi si soffermano su ispirazioni, sinergie, sfide e obiettivi della collaborazione con il brand specializzato in carte da parati, tornano su alcuni elementi che hanno segnato, e continuano a farlo, il loro percorso di stile (dalla musica al rapporto con le celebrity) e si spingono a fare qualche ipotesi sul Metaverso…

La vostra storia è la dimostrazione che i sogni possono diventare realtà, in 27 anni avete creato un vero impero, qual è il segreto del vostro successo?

Dean & Dan: Credere in noi stessi e in quello che facciamo; con l’esperienza abbiamo compreso che bisogna fare sempre quello che sentiamo e che è giusto per noi. Amiamo profondamente il nostro lavoro, non ci pesa perché è una passione.

Un mix perfetto tra moda canadese e tradizione italiana, con un occhio di riguardo ai dettagli. Come definireste il vostro stile in tre parole?

D&D: Il nostro stile è easy, cool, informale.

Il brand ha un forte legame con il mondo della musica che sembra fa parte del vostro background, da dove arriva?

D&D: La musica è molto importante anche nel nostro modo di lavorare. Questo legame esiste da sempre, siamo cresciuti ascoltando Frank Sinatra con nostro padre. La nostra cultura musicale comprende tutti i generi, ogni canzone ha il potere di emozionarci e darci la carica.

Il periodo storico che stiamo vivendo ci ha fatto comprendere ed apprezzare un nuovo senso del tempo, è stato così per voi?

D&D: Non ci siamo rilassati in realtà, abbiamo lavorato anche più di prima ma con tempi diversi. Nonostante alcuni alti e bassi, abbiamo imparato a fare le cose diversamente e ci siamo resi conto dell’importanza di ciò che forse prima davamo per scontato. In questo momento stiamo provando a tornare alla normalità perché la moda, che è energia pura e sinergia, ha risentito molto di questa mancanza di presenza fisica.

Che messaggio si cela nelle vostre creazioni? Credete molto nelle collaborazioni e sinergie tra brand diversi, lo considerate uno spunto per arricchirsi?

D&D: È davvero stimolante lavorare con altri creativi e marchi. Crediamo sia importante perché attraverso la loro esperienza, contribuiscono alla nostra storia, e viceversa, noi alla loro. È un arricchirsi a vicenda, lo troviamo estremamente interessante.

Avete vestito moltissime popstar, a chi siete particolarmente legati e perché?

D&D: Siamo molto fortunati ad aver collaborato con diversi artisti; sono stati loro a cercarci e questo fa la differenza, perché dimostra che a loro piace ciò che facciamo. È stato fantastico trovarsi da subito sulla stessa lunghezza d’onda. Lavorare con persone che apprezzi ed avere il privilegio di vestirle interpretando il loro gusto è una cosa meravigliosa!
Madonna è stata la prima a rivolgere l’attenzione al brand e ha un posto speciale nel nostro cuore; ma anche Beyoncé, per la quale abbiamo disegnato alcuni abiti del suo The Formation World Tour e Ibrahimović, con cui abbiamo avviato una collaborazione.

Dsquared Beyonce
Beyoncé sul palco durante il The Formation World Tour con un look custom made Dsquared2 (ph. Kevin Mazur/WireImage)
Dsquared 25 sfilata
Dean e Dan Caten con le Sister Sledge al termine del défilé per il 25esimo anniversario del marchio (ph. AFP/Miguel Medina)

Com’è nata la collaborazione con LONDONART?

D&D: È la prima volta che ci avviciniamo al mondo del design ed eravamo molto curiosi. La collaborazione è nata grazie ad una sinergia immediata tra noi e LONDONART, siamo davvero felici del risultato.

Il design vi appassiona? Cosa vi piace di questo mondo?

D&D: Il design parla con altri materiali; con la moda abbiamo a che fare perlopiù con tessuti, nel design invece i supporti sono tanti, c’è un approccio completamente diverso ed intrigante, che ci permette di esplorare altri mondi.

A cosa si ispira la collezione?

D&D: Questa collezione di wallpaper per LONDONART integra e amplia il nostro progetto di lifestyle. Dsquared2 non è solo moda ma anche un’esperienza e, in questo caso, abbiamo avvicinato il nostro mondo a quello degli interni con alcune stampe rappresentative per noi e il nostro brand.

Come sarà il futuro della moda? Nel Metaverso?

D&D: Probabilmente.

Dsquared2 Wallpaper
Dsquared2 Wallpaper Cement Horizon (ph. courtesy Dsquared2)
Dsquared2 Wallpaper
Dsquared2 Wallpaper Monogram (ph. courtesy Dsquared2)

Vi state preparando?

D&D: Può sembrare una follia, ma forse esisterà un nuovo mondo parallelo, nonostante siamo convinti che resterà tutto anche in questo universo. È decisamente interessante e ci piace pensare che esisterà un luogo virtuale dove potersi trasformare in qualcosa di diverso.

Intervista courtesy of LONDONART Magazine
www.londonart.it

Valentino lancia il nuovo hub conscious-driven ‘Creating Shared Value’

È attiva dallo scorso 31 maggio la nuova area conscious-driven del sito di Valentino, Creating Shared Value. Si tratta di una sezione interna e integrata al portale online della maison capitolina, un autentico universo digitale che dà forma alla volontà del marchio di passare dal me al noi, dal mitico atelier romano della label (luogo delle meraviglie dove si creano sogni e costruiscono visioni di stile) alle strade dove quei sogni e quelle visioni prendono vita.

La piattaforma si pone l’obiettivo di svelare al pubblico ciò che si cela dietro l’operato del brand guidato da Pierpaolo Piccioli, sempre più impegnato in un processo di green transition tramite progetti ad hoc, in ambito sia sociale che ambientale; un percorso del tutto naturale e coerente con i principi fondanti della griffe, intrapreso da tempi non sospetti e ora raccontato, con dovizia di particolari, agli utenti e in generale al mondo esterno col quale Valentino ha avviato un dialogo continuo, con l’obiettivo di restituirgli ciò che gli spetta di diritto.

Valentino sostenibilità
Image courtesy Valentino

I tre cardini della piattaforma: People, Planet, Product

Creating Shared Value si configura come una finestra in costante aggiornamento che invita l’utente ad immergersi nel mondo interattivo pensato dalla maison, in cui i valori aziendali, raccontati attraverso un’inedita interfaccia grafica, risultano articolati in tre sezioni, People, Planet, Product. Per quanto riguarda la prima, è il riflesso del modus operandi di un brand che ha sempre messo al centro del proprio operato l’elemento umano, poiché l’eccellenza artigianale che lo contraddistingue fin dalla nascita negli anni ‘60 è frutto (anche e soprattutto) delle qualità, del talento dei singoli dipendenti, che si adoperano per tramutarla in realtà. La company culture di Valentino, dunque, non può che essere inclusiva, e passa – tra le altre cose – da collaborazioni con enti culturali, scholarship, attività di mentorship, progetti che danno il via a conversazioni tra artisti e giovani, permettendogli di essere agenti di un cambiamento sociale positivo.

Valentino moda consciousness
Image courtesy Valentino

Planet si focalizza invece sul senso di responsabilità ambientale del marchio, oggi più forte che mai, vale a dire la capacità di rispondere del proprio operato e delle proprie azioni. Consapevole della drammatica situazione in cui versa il pianeta, la maison adotta pertanto pratiche trasparenti, adeguando il business model a un mondo in continua evoluzione ed esplorando le infinite possibilità offerte da studi e analisi dell’impatto ambientale.

Product, infine, si concentra sul connubio (ormai imprescindibile) tra eccellenza artigiana e tecnologia, che consente di immaginare nuovi metodi produttivi; l’identità odierna di Valentino si fonda proprio su questo, sulla necessità cioè di preservare lo straordinario heritage dell’etichetta adeguandolo alle necessità della società contemporanea, per continuare a realizzare capi e accessori di squisita fattura ma dall’animo “eco”, ponendo così le basi per una ri-significazione del lusso in ottica green.

Valentino creating shared value
Image courtesy Valentino

Il video di Ainslie Henderson che racconta l’universo di Creating Shared Value

Per presentare Creating Shared Value, la griffe ha scelto di affidarsi alla visione immaginifica di Ainslie Henderson, scrittore, regista e animatore, autore di numerosi corti e clip musicali da milioni di riproduzioni (come Moving On dei James), già vincitore di un BAFTA nel 2012 per The Making of Longbird. L’artista scozzese firma un video in stop motion che vede protagoniste le consistenze tessili nelle quali si costruisce il filo verde, sinonimo dell’approccio conscious-driven di Valentino.

Napapijri x Moreno Ferrari, outerwear d’autore sostenibile

La capsule collection Napapijri x Moreno Ferrari nasce dalla collaborazione tra il brand outerwear e il celebre designer e artista italiano. L’ispirazione arriva dal “NO” project, installazione realizzata da Ferrari nel 2018, quando rivisitò l’iconica giacca del marchio Skidoo, trasformandola in un’opera d’arte, e riflettendo così sul confine tra impegno e responsabilità verso l’ambiente, che la moda – tra le industrie più inquinanti in assoluto – non può più permettersi di eludere.

Alan Cappelli sostenibilità
Alan Cappelli Goetz indossa la T-shirt della capsule Napapijri x Moreno Ferrari

Design, sostenibilità e innovazione in una capsule collection unica

La volontà di sviluppare progetti che abbraccino questa filosofia, in cui il negativo diventa positivo, si traduce ora in una collezione circolare che coniuga design, sostenibilità e un approccio innovativo ed etico alle tematiche ambientali.

Napapijri x Moreno Ferrari presenta una serie di look urban interamente riciclabili, declinati in cinque stili che rimandano ad elementi del paesaggio urbano (come pluriball e reti di sicurezza in plastica), evidenziando la necessità di riutilizzare e riciclare il più possibile. Trasformati in stampe all-over e grafismi, questi dettagli creano una connessione con il “NO” project, concretizzando l’impegno di dare nuova vita e scopo a tessuti di scarto e oggetti ordinari, comune sia alla griffe che al designer vincitore del Compasso d’Oro.

La collab include due giacche Northfarer, due felpe (con cappuccio o collo a imbuto) e una T-shirt; capi interamente riciclabili confezionati in ECONYL®, nylon rigenerato di ultima generazione, realizzato a partire da materiali di recupero quali reti da pesca, scampoli, moquette… Tutti i pezzi possono essere resi dopo due anni dall’acquisto e trasformati in nuovi filati e prodotti. 

Durante la design week, la capsule collection verrà esposta presso la galleria Rossana Orlandi: l’appuntamento è per martedì 7 giugno, dalle ore 18. A “interpretare” questa partnership d’eccezione, che fonde mirabilmente ricercatezza stilistica e principi green, è stato chiamato l’attore Alan Cappelli Goetz. Di origine belga, si divide tra recitazione (ha preso parte a numerosi film e serie di successo, in Italia e all’estero, da I Medici a The Poison Rose passando per Carla, La fuggitiva, Provaci ancora prof!…) e attivismo ambientale, spendendosi in prima persona per cause e progetti che sposano le istanze (fondamentali) della sostenibilità nel senso più ampio del termine, parlandone anche sui social (su Instagram conta oltre 91 mila follower), nonché sul sito di Style Magazine, dove cura una rubrica ad hoc.
Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli qualche domanda sulla collezione e, più in generale, su alcuni punti chiave della moda “eco”.

Alan Cappelli Goetz ci parla della collab e della moda sostenibile

Napapijri Moreno Ferrari
Alan Cappelli Goetz indossa la felpa Napapijri x Moreno Ferrari

Da “ambassador” della collab Napapijri x Moreno Ferrari, cosa ti ha più colpito di questa collezione?

Oltre ad essere esteticamente accattivante, rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, quella verso cui dovrebbe dirigersi l’intera industria; se il sistema della moda prendesse realmente in considerazione la sostenibilità oltre che il design, avremmo un enorme problema in meno cui badare nel nostro tentativo di risolvere i disastri combinati finora con un modello di consumo – e produzione – completamente sbagliato.

Quello della sostenibilità è un argomento cruciale per il fashion system come mai prima d’ora, il rischio è che si risolva tutto in mera comunicazione. Secondo te come può orientarsi il cliente nel mare magnum odierno di iniziative, formule, termini più o meno accattivanti…?

Il rischio del greenwashing c’è, inutile negarlo. Va intanto precisato che la moda, in quanto parzialmente superflua, ha responsabilità ancora maggiori di altri settori, ad esempio quello alimentare.
Per rispondere alla domanda, se si vuole visitare il Machu Picchu non basta prendere l’aereo, bisogna chiedere a una guida, capire come arrivarci, organizzarsi… Idem se si vuole mangiare un piatto sano, è necessario andare al mercato, scegliere gli ingredienti, cucinarli, dedicarci insomma tempo, fare una ricerca. Allo stesso modo, nel momento in cui si acquista un capo bisognerebbe avere un minimo di cognizione di causa, orientandosi verso oggetti dall’iter produttivo sostenibile.
Il fattore principale è l’educazione. In linea di massima, il fast fashion è sempre sbagliato perché imperniato su modelli errati, per il resto dobbiamo verificare l’approccio dei brand alla questione: alcuni puntano sul riuso dei filati, altri sull’economia circolare, altri ancora (come Napapijri) consentono di recuperare i materiali recycled dopo due anni. Non possiamo permetterci scelte comode o pigre, per questo è consigliabile anche leggere i giornali “giusti” e seguire determinati influencer. Vale, inoltre, il principio del consumare meno ma meglio; pensiamo magari di non avere abbastanza tempo da dedicare alla ricerca, tuttavia se si comprano meno abiti, pagandoli di più, sicuramente avranno una qualità maggiore e dureranno anni, e si evitano così nuovi giri di shopping. In alternativa, si può optare per il vintage, la scelta migliore in assoluto.

Napapijri maglie sostenibili
T-shirt della capsule Napapijri x Moreno Ferrari

Su cosa dovrebbero puntare i brand per rendere realmente sostenibili le collezioni? E sotto il profilo comunicativo, quali pensi siano le modalità migliori per informare i consumatori sul tema? 

Per un marchio è sicuramente complicato, in termini economici, creare collezioni sostenibili e ricercate esteticamente a un prezzo accessibile. Per muoversi nella giusta direzione, però, si potrebbe intanto guardare ai competitor in questo senso più bravi, tenendo poi a mente i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, siglare partnership, selezionare materie prime di un certo tipo, far confezionare i prodotti in paesi dove la manodopera sia tutelata (non può esistere una vera sostenibilità ambientale senza quella sociale).
Un discorso tanto ovvio, banale quanto complesso da tradurre in realtà. In fondo è comodo lasciare le cose come stanno perché – per adesso – le conseguenze ricadono sui paesi più sfortunati, che subiscono per primi gli effetti del cambiamento climatico. Viviamo in un pianeta ormai globalizzato, qualsiasi cosa succeda in altre nazioni finirà con l’avere un impatto anche su di noi; non possiamo prescindere dal benessere altrui, ogni fabbrica che inquina in Cina danneggia il mondo in cui viviamo tutti.
Penso – e spero – che a un certo punto interverranno sul tema stati e governi, la responsabilità è infatti anche delle istituzioni; gli attori privati non faranno mai tutto il possibile finché non ci saranno leggi che li obblighino a farlo. Se i consumatori scelgono determinati prodotti e le aziende li seguono, indirizzando il mercato, le istituzioni agiscono di conseguenza.
Credo sia importante pure individuare i testimonial giusti, come dicevo. Non a caso le Nazioni Unite hanno chiamato DiCaprio, che oltre a dare un contributo estremamente importante, si distingue comunicando in modo incisivo sull’argomento.
Infine, un punto che rimarco sempre: noi consumatori possiamo votare sia con le elezioni sia col portafoglio, compiendo cioè scelte che abbiano un risvolto politico, ricordandoci che ogni volta i nostri acquisti “sbagliati” danneggiano l’ambiente, dunque la nostra stessa salute. La responsabilità non è solo nostra, ma è anche nostra.

Alan Cappelli Goetz
Anorak Napapijri x Moreno Ferrari
Napapijri green
La T-shirt della collezione indossata da Alan Cappelli Goetz

Credits

Talent Alan Cappelli Goetz

Photographer Filippo Thiella

Ph. assistant Davide Simonelli

Stylist Alessandra Gubinelli

Grooming Claudia Blengio @simonebelliagency

Nell’immagine in apertura, Alan Cappelli Goetz indossa Napapijri x Moreno Ferrari

Dsquared2 & LONDONART: nasce la collezione Wallpaper

Torna il Salone del Mobile con un programma ricco di eventi dopo lo stop degli ultimi due anni legati alla pandemia; il risultato è un calendario ricchissimo di iniziative e nuovi progetti, segnale di un mercato in forte crescita. Sempre più spesso, poi, i brand moda sviluppano linee di complementi per la casa, non fa eccezione quest’edizione che segna, in particolare, il debutto della collezione di carta da parati firmata da Dsquared2 in collaborazione con LONDONART, azienda nota a livello internazionale nel segmento wallpaper.

Dsquared2 Wallpaper: Dean e Dan Caten lanciano la carta da parati del brand in tandem con LONDONART

Dsquared2 home
Un wallpaper della linea Vandalized Granny’s Flowers

Dsquared2 per LONDONART è infatti un progetto di co-design che ha coinvolto due realtà leader dei rispettivi settori in un’unione armonica. Il punto di partenza è un dialogo libero tra moda e design, con grande attenzione al Dna del marchio; ne risulta un viaggio attraverso motivi iconici e best-seller, selezionati tra i più significativi nella storia ultraventennale della label di Dean e Dan Caten, con un approccio all’home decor che privilegia il classicismo senza tempo, sviluppato su concetti quali simmetria e pulizia delle forme. Da questa visione nasce una collezione in cui ogni pattern è pensato come identificativo di un aspetto caratterizzante del brand: dalla suggestiva foresta canadese, che insieme al legno e alle illustrazioni caratterizza sin dagli esordi Dsquared2, come pure l’iconico D2 Jack (ovvero il motivo a quadri check rosso e nero), fino al denim camouflage, altro trademark dei gemelli.
Dalla moda al design insomma, con elementi grafici e pop che tornano protagonisti anche nella stampa Vandalized Granny’s Flowers, dove la base floreale è sporcata da scritte e messaggi, mentre Ceresio 7 ci riporta agli ambienti raffinati di Milano e Mykonos griffati D2. In definitiva, un caleidoscopio di decori, print, intrecci, sensazioni e visioni, che incontrano stili, gusti ed esigenze diverse, al punto che ogni pattern convive egregiamente con gli altri pur nella riconoscibilità di ciascuno.

dsquared2 Ceresio 7
Collezione Ceresio 7
Dsquared2 icon
Collezione Icon

Un mix & march di decori che integra e amplia il progetto lifestyle del marchio

Il risultato finale comprende rivestimenti che sanno essere casual ed eleganti in ugual misura, col loro mix & match di decori tra il check, il monogram, l’animalier, i graffiti, i riferimenti al Canada e al quartier generale del marchio Ceresio 7, in una fusione di passato e presente.

Concludono a riguardo Dean e Dan Caten: “La collezione di wallpaper per LONDONART integra ed amplia il nostro progetto di lifestyle. Dsquared2 non è solo moda, ma anche un’esperienza e in questo caso abbiamo avvicinato il nostro mondo a quello degli interni con alcune stampe rappresentative. Oggi più che mai abbiamo capito l’importanza della casa e il desiderio di costruirla in modo originale e accogliente, aprendola a nuove scenografie e orizzonti. Questa prima collezione di wallpaper racconta il nostro mondo e le nostre passioni, sviluppando ulteriormente la nostra visione lifestyle iniziata con il progetto Ceresio 7”.

Dsquared home decor
Collezione Cement Horizon
Dsquared design
Collezione Pop Art
Dsquared design
Collezione Monogram

Nell’immagine in apertura, una proposta della linea Canadian Forest di Dsquared2

Urban jewellery made in Milano: Nove25

Laboratorio creativo, retailer e innovatore, Nove25 si differenzia da qualsiasi altra proposta della gioielleria tradizionale per l’uso esclusivo di argento e pietre dure, la creatività legata alla cultura urban e la personalizzazione. Un concept che favorisce la proposta di pezzi esclusivi a un prezzo corretto per un target eterogeneo di appassionati.

Nove25 campaign
La nuova campagna Never. Stop. Shining. di Nove25

Oggi il brand lancia il suo manifesto Never. Stop. Shining attraverso una campagna ad hoc, che descrive i valori e la mission che ne rendono autentico e unico il messaggio. Una consapevolezza nata in diciassette anni di lavoro ed ha preso forza nell’ultimo biennio di investimenti, anche emotivi, in termini di fiducia, lealtà, intuizioni e nuova energia.
Il marchio milanese ci invita a non smettere mai di brillare. Ci sprona a tenere accesa la nostra scintilla, a restare vivi nell’ascolto, nell’espressione della propria unicità e creatività. Ci indica una via luminosa, della speranza e della giovinezza, della solidarietà comune e di un’umanità che non intende restare nell’ombra.

Manintown intervista Roberto Dibenedetto, fondatore e Ceo di Nove25

Nove25 ha dimostrato di essere una realtà consolidata tra i suoi appassionati, come si resiste alle mode?

Come abbiamo sempre fatto, ossia cercando di sviluppare prodotti e collezioni sempre più ricercate e curate in ogni dettaglio. Proposte che mixano presente e passato, nate con l’obiettivo di durare nel tempo e resistere alle mode.

Nove25 jewellery

Il brand è antesignano del mondo della personalizzazione, è stato tra i primi a fornire un servizio di alto livello sul custom online. Quali sono, su questo fronte, le prossime frontiere?

Il nostro configuratore è sempre in fase di evoluzione, nei prossimi mesi presenteremo nuovi modelli di anelli, bracciali e collane che vedranno abbinati argento e zirconi. Entro la fine dell’anno, poi, sarà la volta della nuova linea custom di gioielli in oro 18k e diamanti, un progetto molto importante, a cui stiamo lavorando da diversi mesi.

Nove25 bracciali uomo
Nove25 anelli argento

Avete abituato il vostro pubblico a collaborazioni altisonanti, ci può dare un’anteprima delle prossime?

A giugno usciranno due collaborazioni, una con un grande sportivo italiano, Marvin Vettori, che combatte per la federazione UFC nella categoria dei pesi medi; l’altra è una capsule con l’artista italiano Mace, in concomitanza con l’uscita del suo nuovo disco.

Tra le ultime collaborazioni spicca quella con Levante, la ritiene un’esperienza di successo? Dobbiamo aspettarci un bis?

La collaborazione con Claudia è stata in assoluto una delle più riuscite per Nove25, sia dal punto di vista del prodotto sia per gli ottimi risultati nelle vendite.
È stato davvero stimolante cercare di interpretare la sua sensibilità artistica e la sua passione per la letteratura epica, riuscendo a creare una collezione elegante e delicata. La partnership si concluderà a dicembre, ma in futuro potrebbero esserci delle bellissime sorprese…

Nove25 anelli

Ci può descrivere la nuova collezione?

La nuova collezione, Opulence, si diversifica da quelle proposte in questi anni, ed è un perfetto incastro di gioielli brillanti e componibili. Gli anelli e le fedine si incastrano tra loro come tessere di un mosaico luccicante, sempre diverso. Insieme agli orecchini e agli earcuff, tutti i gioielli si compongono per fondersi in forme personali e varie. Le numerose combinazioni lasciano ogni volta la libertà di raccontarsi e reinventarsi, giocando sul sottile confine tra discrezione e prorompente eleganza, in pieno stile Nove25.

Models to follow: Demba Mbaye

La vitalità di Demba, modello 23enne di origine senegalese, è prorompente. Non si può non restarne colpiti, sentendolo parlare, con un misto di stupore, entusiasmo e (legittimo) orgoglio, dei tanti brand per cui ha sfilato o posato (e che brand: Emporio Armani, Armani Exchange, Marni, Diesel), di quanto si goda la passerella («fosse per me – confessa – farei avanti e indietro cinquanta volte»), dell’emozione che lo pervade al pensiero del prossimo lavoro, in California.
Viso pulito, sguardo penetrante, treccine celate spesso dal cappellino, statura imponente (190 cm), fisico longilineo cesellato dallo sport, praticato a lungo prima di gettarsi a capofitto nel tourbillon frenetico di défilé, presentazioni, editoriali, fitting & Co., il ragazzo ambisce a farsi strada nella fashion industry, conscio delle proprie possibilità perché «detto con la massima umiltà, so quanto valgo».

Demba Mbaye model
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Le agenzie di model management ingaggiano sempre più ragazzi di colore che, finalmente, ampliano un po’ lo spettro delle personalità associate alla nostra società. Cosa pensi al riguardo, trovi che le cose, nella moda italiana (e non solo), stiano effettivamente cambiando?

In effetti sì, da circa tre anni a questa parte veniamo presi molto in considerazione, come saprai non è stato sempre così, nell’ambiente italiano. È una rivoluzione, tra ragazzi di colore poi ci troviamo bene, facciamo squadra sostenendoci a vicenda. Speriamo si possa proseguire su questa strada.

Mi diceva il tuo agente che sei un po’ “pazzo”, cosa credi intendesse?

(Ride, ndr) Penso si riferisse al fatto che sono un po’ “complicato”, non in senso negativo, però ho quasi sempre la testa fra le nuvole e, a volte, ci si mette anche la sfortuna, che sul piano professionale non aiuta. Tuttavia non perdo mai la fiducia e, specie sul lavoro, sono concentrato, consapevole di ciò che faccio e di dove voglio arrivare.

Ti va di raccontarci la tua storia? Da dove arrivi, come e quando hai iniziato a fare il modello…?

Sono nato e cresciuto in Senegal, fino all’età di otto anni, per poi trasferirmi in Italia, a Cilavegna, in provincia di Pavia. Fin da piccolo ho giocato a calcio, smettendo nel 2019 quando mi sono capitati i primi lavori da modello. In verità, ho cominciato approfittando di una casualità, perché camminavo a Porta Genova, a Milano, e un modello mi ha chiesto se stessi andando al casting di Armani. Gli ho risposto di sì (non era vero, ovviamente) e l’ho seguito; terminate le prove, il casting director del brand mi ha chiesto i contatti, gli ho dato il biglietto da visita di una signora che, tempo prima, mi aveva fermato per strada, ma non avevo mai richiamato né ero andato alla sua agenzia. Alla fine, per fortuna, è andata bene, sono stato preso per la sfilata.

So che anche tuo fratello Imam è nel settore, vi confrontate e scambiate pareri sul modeling?

Certo, lui è più piccolo, l’anno scorso sono riuscito a introdurlo in questo mondo e adesso sta ottenendo ottimi risultati, ne sono contentissimo. Adoro mio fratello, parliamo sempre dei nostri lavori, mi chiede dei consigli che, avendo maggiore esperienza, sono lieti di dargli. È sveglio e intelligente, ci capiamo al volo.

Antonio Marras abiti uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Moda a parte, quali sono le tue passioni, di cosa ti interessi?

Sono pieno di idee, in generale mi piace giocare a calcio e praticare qualsiasi sport, lo styling, divertirmi, anche. Mi piace la vita, in ogni sua sfumatura.

Eri nella line-up di recenti show di marchi come Emporio Armani, Marni, Philipp Plein, Diesel. Qual è stata la sfilata più emozionante, che, per un motivo o per l’altro, ricordi con maggior piacere?

Sono due in realtà, ossia la prima, quella cioè di Emporio Armani di cui dicevamo (Autunno/Inverno 2019-20, ndr), in cui mi sono trovato di fronte al signor Giorgio, ti lascio immaginare l’emozione; e poi Philipp Plein, che si è tenuta il giorno precedente alla chiusura totale per la pandemia. Mi sono goduto tutto, la location, l’atmosfera, l’energia che si respirava.

Hai preso parte anche a degli shooting per testate importanti, Vanity Fair, Icon, Esquire, Nss Magazine… Secondo te, quali sono le differenze principali tra editoriali e catwalk?

Dello shooting apprezzo che sia “concentrato”, mi sono sempre trovato bene sui set, il numero di persone è ridotto e si viene a creare un bel legame, ti senti più a tuo agio, inoltre puoi scambiare quattro chiacchiere, confrontarti, imparare da chi ne sa più di te. Nel backstage degli show, invece, c’è un tale caos e frenesia che nessuno ha del tempo da dedicarti, risulta un po’ dispersivo come contesto, però lo amo ugualmente, fosse per me farei avanti e indietro cinquanta volte. Da Philipp Plein, infatti, mi sono gasato quando, prima di iniziare, ci hanno detto che la passerella era lunga 350 metri.

A giudicare dal profilo Instagram, il tuo è uno stile di marca street, che prevede sneakers Jordan o Yeezy, baseball cap, jeans a vita bassa, pantaloni cargo, bomber dalle tonalità piene.Tu come lo descriveresti?

Con un aggettivo, street futuristico.

Antonio Marras modello
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Un capo/accessorio che compare sempre nei tuoi look?

Ho due must: l’underwear Armani e le calze colorate Missoni.

Designer o griffe con cui sarebbe un sogno lavorare?

Sono tante, ne cito tre: sarebbe bellissimo sfilare per Versace, Louis Vuitton Men e Burberry.

Sei piuttosto richiesto negli Stati Uniti, a breve ti recherai lì per lavoro, cosa ti aspetti da questo viaggio e, in generale, dal futuro?

Per il futuro mi auguro il meglio, tutto il bene possibile, perché mi amo e, detto con la massima umiltà, so quanto valgo. Le aspettative sono alte anche per il viaggio negli Usa, vedremo quel che succederà, non appena avrà sistemato tutto con i vari permessi partirò per Los Angeles, non sto nella pelle…

Antonio Marras look
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda uomo
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)
Antonio Marras moda
Total look Antonio Marras (ph. Manuel Scrima)

Credits

In tutto il servizio, Demba indossa abiti e accessori Antonio Marras

Talent Demba Mbaye @D’ManagementTwo Management

Photographer Manuel Scrima

Casting by Models Milano Scouting

Location Nonostante Marras Milano

Special thanks to Leonardo ed Efisio Marras

Moda e musica. Dietro l’immagine, una folla di emozioni

Nella moda e nell’industria che la produce, la diffonde e la comunica, si parla tanto di trasparenza, tracciabilità, consapevolezza a proposito della sostenibilità e dell’impatto con l’ambiente. E se invece fosse arrivato il momento di applicare questi requisiti non solo al dato materiale di un abbigliamento amico del pianeta, ma a quello intangibile – non per questo meno importante – relativo alla creatività, in nome di una ecologia delle idee o meglio, di una tutela delle utopie

Mahmood stile foto
Mahmood, uno dei tanti clienti eccellenti della celebrity stylist Susanna Ausoni

Mi spiego meglio: mai come negli scorsi due o tre anni, non a caso corrispondenti a quella grande rivoluzione socioculturale, oltre che sanitaria, rappresentata dalla pandemia, si è parlato di come il sistema del vestire, quando si tratta di trasferirlo nella rappresentazione del sé, non sia il frutto di un singolo designer colpito da improvvisa e imprevista ispirazione né tantomeno sia il frutto di una scelta solipsistica da parte di chi sceglie come farsi vedere da mondo. Si è finalmente dato rilievo alla figura professionale rappresentata da quel corpus globulare che è il team, composto da varie persone i cui cervelli e le cui anime collaborano collettivamente per giungere alla definizione di una determinata immagine o di come un capo possa essere interpretato, indossato, vissuto. Finalmente si è squarciato il velo sulla figura dello stylist  sia editoriale, sia dedicato all’immagine delle celebrity, sia alleato del fashion designer – come responsabile di un gruppo di persone che tirano a lucido, esaltano e celebrano un determinato linguaggio vestimentario di cui il direttore creativo di un marchio è sì il portabandiera e l’alfiere, ma circondato da una serie di figure professionali che lo aiutano e finora erano rimaste nell’ombra.

Michelle Hunziker abbigliamento
Michelle Hunziker, altra celebrity seguita per i look da Ausoni

La centralità dello stylist nell’industria della moda di ieri e di oggi

Sono rimaste talmente al buio, negli anni Ottanta, Novanta e anche nei primi Duemila, alle sfilate come alle grandi serate si mormorava a mezza bocca, tra noi addetti ai lavori, chi avesse dato quell’idea in più, quello scatto estetico nel regno dell’avanguardia unendo mondi diversi, prendendo spunto dall’arte o dalla strada (ancora non c’era il termine streetstyle). Ma i loro nomi, per una nebulosa quanto soffocante omertà collettiva, non potevano e non dovevano essere pronunciati. E questo valeva anche per i giornali, dove il termine stylist appare ufficialmente stampato solo nel 1985, a proposito del meticoloso lavoro di puzzle estetici-emotivi rappresentato dai modelli vestiti da un vero artista morto troppo presto per colpa dell’Aids, Ray Petri, per un’indimenticabile rivista come The Face.  

Noemi Sanremo 2022 abiti
Gli outfit di Noemi a Sanremo 2022 erano curati da Susanna Ausoni (ph. Daniele Venturelli/Getty Images)

La riprova di questa situazione anomala è arrivata quando ho deciso di studiare, per classificarlo in maniera sistematica, questo fenomeno per il libro L’arte dello styling per i tipi di Vallardi, che ho scritto insieme con Susanna Ausoni, la più nota e longeva celebrity stylist italiana. Bene: tranne qualche manuale americano e alcune biografie di grandi stylist-muse del passato, non c’erano fonti scientifiche o di indubbia rilevanza culturale. Il lavoro di ricerca si è rivelato assai più complicato e difficoltoso del previsto, perché non vi era una documentazione necessaria, che abbiamo raggiunto parlando sia con i diretti interessati, sia leggendo articoli, saggi di studenti, tesi di laurea. Abbiamo cercato di colmare questo vuoto che colpevolmente era rimasto tale nel tempo perché siamo (stati) prigionieri di una concezione ottocentesca che vedeva nel fashion designer un eroe o un’eroina solitaria che si alzava ogni mattina profetizzando il modo in cui ci si sarebbe abbigliati: un’idea a suo modo molto romantica, ma che non corrispondeva al vero.

Dai look delle celebrity alla ricerca della propria identità modaiola, il ruolo degli stylist

Elisa Sanremo 2022 abito bianco
Elisa a Sanremo con un look pensato per lei da Ausoni (ph. LaPresse)

Oggi, che per l’appunto invochiamo maggiore trasparenza nel processo di produzione della moda, dovremmo pretenderlo anche nella comunicazione di tutti coloro che partecipano all’attestazione di una tendenza in quanto simbolo e sintomo dello Zeitgeist e, contemporaneamente, oggetto transizionale («i vestiti sono macchine per comunicare», sosteneva la grande epistemologa Eleonora Fiorani) che possa sostenere la volontà di esternare la propria identità. O, più semplicemente, di calarci letteralmente nei panni del personaggio che vogliamo essere quel giorno in quella situazione.
Per esempio, Petra Flannery, che cura l’immagine di divi tra cui Emma Stone, Zoe Saldana, Renée Zellweger, sottolinea come desideri che i suoi clienti impongano la loro personalità. «Adoro quando qualcuno indossa qualcosa e dice: “Ecco fatto. Questo è quello che voglio indossare”. E lo traspirano sul red carpet», sostiene. Il duo di stylist Zadrian Smith e Sarah Edmiston afferma che se un cliente inizia a ballare quando indossa un look particolare, sa di avercela fatta. Smith ha spiegato: «Concludo sempre ogni prova dicendo: “Sei a tuo agio, sicuro di sé e felice? E se uno di questi è un ‘no’, allora non hai il look. Se tutto è un ‘sì’, allora ci siamo riusciti. La nostra priorità, e la cosa più importante per noi, è il comfort dei nostri clienti, sopra ogni cosa. Finché sono a loro agio, sicuri di sé e felici, allora hai fatto il tuo lavoro».

Mahmood Sanremo 2022 abiti
Mahmood al 72° Festival di Sanremo, styling di Susanna Ausoni (ph. Daniele Venturelli/Getty Images)

Quote di Susanna Ausoni

«Vestire una persona significa prima di tutto conoscerne la più vera natura. È da lì che parte tutto. Per me gli abiti sono ponti tra differenti aree culturali e la fisicità. Solo quando si riescono a costruirne di solidi, allora il mio lavoro è compiuto»

Nell’immagine in apertura, l’attrice Valentina Bellè posa per uno shooting, con lo styling di Susanna Ausoni

Moda e musica: l’arte dello styling

Moda e musica sono due facce della stessa medaglia, due universi di senso che dialogano e si ibridano l’uno con l’altro. Siamo da sempre portati a considerarle un tutt’uno e forse non riusciremmo neppure a immaginare l’una disgiunta dall’altra. Artisti come Elvis Presley, i Beatles, Madonna, Michael Jackson, Lady Gaga, ci hanno insegnato che l’immagine giusta può definire se non creare un personaggio, tanto quanto il suo talento.
Del resto sono molti gli studiosi che hanno indagato questo legame, primo fra tutti l’antropologo Ted Polhemus che ha più volte sottolineato come «nel corso della storia il musicista sia stato una figura che viene guardata, oltre che ascoltata». Moda e musica dunque sono due forme di comunicazione, due veri e propri linguaggi. Oggi più che mai, l’immagine dei talenti musicali viene costruita a tavolino e dietro questa operazione ci sono gli stylist, figure professionali capaci di dar vita a immaginari dal forte impatto emotivo, che attirano potentemente il nostro sguardo.

Gli stylist che stanno trasformando lo showbiz musicale italiano, da Susanna Ausoni a Ramona Tabita, a Nick Cerioni

«Vestire una persona significa prima di tutto conoscerne la più vera natura. È da lì che parte tutto. Per me gli abiti sono ponti tra differenti aree culturali e la fisicità: il mio lavoro è compiuto solo quando se ne costruiscono di solidi». Con queste parole Susanna Ausoni, regina del celebrity styling italiano, descrive la professione che l’ha portata a collaborare con grandi artisti musicali e dello showbiz; alle spalle una lunga carriera iniziata da MTV negli anni ‘90, oggi è artefice dei look di star del calibro di Mahmood, Elisa e Noemi.

Proprio con Susanna Ausoni si è formato Nicolò “Nick” Cerioni, creativo visionario che spesso e volentieri usa la chiave dell’ironia e dello stupore. Da più di dieci anni collabora con Jovanotti, un sodalizio che ricorda come «una grande scuola non solo professionale ma, soprattutto, umana. Lorenzo mi dato fiducia in un momento in cui nessuno credeva nel mio, nostro lavoro. Guardo ancora a quanto abbiamo fatto insieme con emozione. Per me è un maestro, un vulcano creativo, un artista enorme capace di elevare anche chi lo circonda».

La firma estetica di Cerioni è sicuramente d’impatto e spesso controversa, non a caso è proprio lui a dar vita a moltissimi look di Achille Lauro, tra cui quello firmato Gucci indossato durante il Festival di Sanremo 2020, una tutina di tulle e cristalli impossibile da dimenticare. Il cantautore romano, secondo lui, «è un artista prezioso perché unico e inimitabile. Incarna molti contrasti che rendono quello che fa potente e misterioso, in un dualismo incredibile di luci e ombre. Gli sarò sempre grato per avermi dato la possibilità di creare insieme l’intero progetto creativo di numerose performance, video e foto. Lavorare con Lauro mi ha fatto sentire libero, la sensazione più bella di sempre».
Anche lo stile glam rock dei Måneskin è opera di Cerioni, così come il trend adottato da Orietta Berti negli ultimi tempi; «Orietta è una donna libera, aperta, è la nostra Lady Gaga», sostiene, un paragone decisamente azzardato ma da cui traspare tutta l’ironia del restyling in questione.

A volte un cambio d’immagine può mettere il turbo alla carriera di un artista. Lo sa bene Ramona Tabita, tra gli stylist più richiesti, “responsabile” della metamorfosi di Elodie dallo stile Amici a quello di femme fatale. Collabora da anni con Ghali: «Volevamo un’immagine non standard, diversa da quella classica del rapper con i pantaloni larghi e le sneakers. Abbiamo optato per un’estetica curata, dalle silhouette sartoriali, che attraverso i contrasti valorizzasse la sua figura», specifica.

I celebrity stylist dietro i look di Levante, La Rappresentante di Lista, Blanco: “Mr. Lollo” e Tiny Idols

Levante stile
Lorenzo Oddo con Levante

Tra i nuovi nomi di punta del settore c’è Lorenzo Oddo, in arte Mr. Lollo, fashion designer (per anni nel team di Marco De Vincenzo) e stylist di riferimento di Levante, di cui dice: «Claudia ha una forza espressiva fuori dal comune, è come un foglio bianco che attraverso gli abiti si tinge di volta in volta di colori diversi. Ha un carisma straordinario, può indossare qualsiasi cosa senza che la sua immagine ne sia sovrastata». È proprio durante un suo concerto che incontra La Rappresentante di Lista (Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina), di cui ha curato l’immagine a Sanremo 2022. Commentando la collaborazione, ricorda: «Quando ho ascoltato il pezzo ho subito pensato di mettere in scena dei personaggi, abbiamo trascorso mesi nell’archivio di Moschino cercando i capi giusti che ci aiutassero a rappresentare visivamente i temi della canzone. Del resto il brano è apparentemente leggero, divertente, ma allo stesso tempo obbliga a riflessioni importanti sul mondo che ci circonda. Abbiamo scelto dei look apparentemente giocosi, ma che portassero un messaggio di spessore, outfit d’impatto che completassero il racconto in maniera perfetta. Lo styling parte dalla testa, deve esserci un pensiero dietro».

La rappresentante di lista Sanremo 2022
Veronica Lucchesi, Lorenzo Oddo, Dario Mangiaracina
La rappresentante di lista Moschino
Lorenzo Oddo con La Rappresentante di Lista

Se dell’ultimo Festival ricorderemo mantelli e bluse leggere indossate da Blanco, il merito è di Tiny Idols (Silvia Ortombina), che da anni collabora con l’artista.
«Volevo tradurre la carnalità in eleganza semplice, rappresentare più che il corpo lo spirito, raccontare un sogno lucido che vive di sentimento autentico, reale. Pierpaolo Piccioli ha la capacità di tradurre da sempre questo tipo di estetica in modo superbo e per me è stato un onora lavorare con il team Valentino partendo proprio dagli statement della maison: mantello e chiffon. Ho voluto dar vita a un messaggio forte accostando i ricami ai tatuaggi, ridisegnando il corpo in modo prezioso ma allo stesso tempo semplice, per dichiarare che la moda non è questione di trend, ma di stile». Come darle torto?

Blanco Fabrique Milano
Blanco al Fabrique di Milano (ph. Roberto Graziano Moro)
Blanco moda stilista
Blanco (ph. Roberto Graziano Moro)

Nell’immagine in apertura, Blanco in concerto al Fabrique, ph. Roberto Graziano Moro

Moda street e musica, la ricetta social di Riccardo Gori aka Ghost Rich

In occasione dell’evento organizzato dal marchio Ten Minutes To Moon a Roma, Manintown ha avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con Riccardo Gori, creator dallo stile decisamente bold, con un debole per colori e grafismi audaci. Un’attitude che si sposa alla perfezione con le proposte dell’ultima capsule collection del brand street italiano, che ruota intorno alla rilettura in chiave ricercata, tesa a valorizzare l’unicità di ciascuno, dei capisaldi del workwear, tra print d’ispirazione futurista, accento sulle geometrie e cromie intense declinate, però, in tonalità misurate, dal crema all’arancio, alle nuance ricorrenti del nero e verde.


Giovane, appassionato di moda e musica, è conosciuto sui social come Ghost Rich; in poco tempo è riuscito a costruirsi una propria fanbase molto attiva, con la quale condivide le proprie emozioni e ideali attraverso scatti unici.

Che rapporto hai con la musica?

La passione per la musica mi è stata tramandata da mio padre, fin da piccolo; lui viaggiava tantissimo per vedere i suoi cantanti preferiti.
Sono stato influenzato dalla sua passione: non ho un genere preferito, mi piace la cultura musicale a 360 gradi. A seconda del momento che vivo, la musica mi aiuta molto. Mi ha davvero salvato dal tipico periodo che viviamo nel pieno dell’adolescenza, tra i 14 e i 18 anni, spronandomi, facendomi capire come inseguire i miei sogni ed essere sempre me stesso. Mi ha dato una bella spinta!

Riccardo Gori anni

Come e quando hai iniziato queste attività sui social? Cosa pensi di Instagram e TikTok: riesci a lavorare grazie a queste piattaforme? Con quale ti identifichi di più?

Instagram lo uso volentieri, gli sono più affezionato rispetto a TikTok perché sono partito da lì. Oggettivamente non so quanto durerà TikTok, ma sicuramente è di forte aiuto per diventare virale.
Da un anno a questa parte IG mi ha aiutato tanto a prendere ispirazione. Durante il giorno lavoravo in un negozio normalissimo, la sera invece mi prendevo una rivincita, potevo postare ed esprimermi liberamente. Ero al lavoro tutto il giorno tutti i giorni, dalle 8 di mattina alle 8 di sera, potermi svagare sui social e mostrarmi per quello che ero davvero era una sorta di vendetta, in positivo…
Sono riuscito a dimostrare che ce la potevo fare da solo, anche a livello familiare; i social mi hanno aiutato a capire ciò che non volevo fare e quella che non poteva essere la mia strada.

Riccardo Gori modello

Sei molto giovane: a cosa pensi sia dovuto il tuo successo? Cosa credi piaccia di più a chi ti segue?

Ho sempre attribuito il mio successo non a un qualcosa in più, bensì al fatto di non avere niente più degli altri. Il segreto è essere umile: rivelarmi spontaneo mi ha portato lontano.
A volte la chiave non sta nell’avere chissà quale talento, ma nell’essere semplici e genuini: in tanti si possono ritrovare in me. Sono sempre vicino a chi mi segue, non voglio farmi percepire inarrivabile, come cantanti o attori.

Rccardo Gori influencer

Che rapporto hai con la moda? Vorresti creare un tuo brand?

Un rapporto molto intimo, inoltre la studio, sto per laurearmi all’Accademia di belle arti a Firenze. Se la musica mi ha spinto a darmi da fare, la moda mi ha costruito, formato, mi ha anche protetto. Penso siano due ambiti assai connessi.
La moda aiuta a stare bene con se stessi, la vivo in maniera sia mentale che corporea.
Al momento non so se vorrei creare un mio brand, l’idea sicuramente mi affascina, anche dal punto di vista del marketing e della comunicazione. Se mi avessi fatto questa domanda due anni fa la risposta sarebbe stata affermativa, ora però tutti vogliono creare tutto, con poca creatività, e l’entusiasmo è un po’ calato… Ormai si fa moda solo perché va di moda.

Riccardo Gori influencer

He figured he’d gone back to Austin 

Il tepore delle giornate primaverili accompagna una storia moda che ricalca le intramontabili fusioni folk e western, da sempre presenti, e contaminate, in ogni trend o aesthetic che si rispetti. He figured he’d gone back to Austin.

Il racconto in pellicola vede la firma di Federico Barbieri e la presenza di un giovane volto autoctono, Aubrey, che rivive, in un environment del Belpaese, il proprio trascorso.

Horse Club Villa Airaghi, la location

La location che ha ospitato lo shooting è l’Horse Club Villa Airaghi, sita presso Vighignolo – Settimo Milanese, a pochi passi da Milano.

Si tratta di un Centro ippico Federale (affiliato alla Federazione Italiana Sport Equestri) nato nel 2007 e di pura gestione familiare. Un ambiente ovattato con istruttori di 1° e 2 Livello come il campione Alain Jean Ernest Dubois e la sua esperienza trentennale nel mondo del salto ostacoli.

Viaggio ad Austin, editoriale
Total look Diesel, cowboy hat Costumeria Lariulà
Total look Prada, stringate in camoscio Paul Smith
Total Look Prada

Il giovane e ambizioso presidente, Federico Busso, coadiuva il tutto con passione e determinazione prefissandosi obiettivi rivoluzionari nell’immediato futuro.

Ma cosa offre, nel dettaglio, l’Horse Club Villa Airaghi, per tutti gli appassionati di equitazione che vogliono immergersi in un’esperienza immersiva a pochi passi dall’area urbana?

  •  Una scuola di equitazione, tramite la quale si apprende oltre alla tecnica anche la gestione del cavallo ovvero la pulizia e la preparazione.
  • Una pensione dove, oltre ai normali servizi di pensionamento, si comprendono pacchetti di lezioni e gestione del cavallo da parte dell’istruttore.
  • Fida e Mezza Fida: per i più esperti si può applicare un Servizio di “noleggio” cavalli che prevede la divisione dei costi della gestione del cavallo con il centro ippico.
  • Un campo coperto in sabbia 25m x40m e un campo esterno in sabbia 35m x60m.
  • Un parco ostacoli professionali.
  •  Un tondino 18m di diametro.
  • Numerosi Paddock di ampie metrature.

Credits

Production & styling Alessia Caliendo

Photographer Federico Barbieri

Photographer assistant Alba Quinones

Grooming Daniel Manzini

Model Aubrey @Independent Management

Alessia Caliendo’s assistants Andrea Seghesio & Laura Ronga

In copertina, denim look Esemplare, poncho in crochet Avril 8790, donkie in nylon Moncler, scarpa Ganassa Velasca , ramie a tesa larga Borsalino.

Radiografia di un cult: la polo di Ralph Lauren

Polo e Ralph Lauren, due termini che si richiamano vicendevolmente in modo pressoché automatico e, unendosi, formano il nome della linea di prêt-à-porter più conosciuta del designer statunitense. A suggellare un legame inestricabile, appena giunto al venerando traguardo dei cinquant’anni tondi, arriva adesso il libro Ralph Lauren’s Polo Shirt (Rizzoli International), consacrato proprio al capo d’abbigliamento che, in quanto sintesi tra la formalità della camicia e la basilarità della maglietta, incarna l’essenza stessa del brand, l’ubi consistam dell’american style codificato da un signore che, a 82 anni, dirige con mano sicura una multinazionale da 4,4 miliardi di ricavi. Un impero il cui asse portante sta proprio nella maglia in oggetto, se è vero, come si legge nel primo capitolo del volume (un’antologia della stessa, celebrata attraverso fotografie, aneddoti, ricordi personali e altri contenuti esclusivi) che «rappresenta ciò che Mickey Mouse è per la Disney o l’Empire State Building per New York».

Polo Ralph Lauren advertising
La polo Ralph Lauren (foto dal sito ralphlauren.it)
Ralph Lauren polo book
La copertina di Ralph Lauren’s Polo Shirt

Le origini del capo, tra polo e tennis

Un’icona, per dirla in breve, che ha contribuito a scrivere pagine memorabili della storia della griffe, sebbene non sia una novità ascrivibile a Mr. Lauren. L’origine data effettivamente al XIX secolo, quando fu introdotta in Occidente dai soldati britannici di stanza in India, che l’avevano vista addosso ai giocatori locali di polo, e importarono nel Vecchio Continente sia l’indumento che lo sport omonimo. Il presidente della Brooks Brothers John E. Brooks, a sua volta, dopo averla notata in Inghilterra, la commercializzò oltreoceano, replicandone il colletto abbottonato anche sulle camicie button-down, appunto. Sulla sponda opposta dell’Atlantico, negli anni Venti, Jean René Lacoste ne faceva la divisa d’elezione dei tennisti, non prima di averne accorciato le maniche, cucendola inoltre con un cotone fresco e leggero, il piqué.
Pur non avendola inventata, lo stilista newyorchese intuisce che la maglia è la base perfetta per edificare quella sorta di via americana al ben vestire che ha in mente da quando, nel 1968, esordisce con una collezione maschile completa. Il suo è infatti un casualwear ammantato di sofisticatezza, nel quale usi e costumi dei wasp (white anglo-saxon protestant, sostanzialmente la buona borghesia, che studia negli atenei della Ivy League, pratica sport elitari, trascorre le vacanze nelle cittadine à la page sulle coste del New England) si saldano alla fascinazione del nostro per la classe inscalfibile dei divi della vecchia Hollywood (dal venerato Cary Grant, di cui impara a memoria ogni outfit, a Gary Cooper), per il mito della frontiera (idealizza, su tutti, i topoi estetici del cowboy), per gli oggetti dalla patina vissuta, che abbiano una storia da scoprire.

Ralph Lauren Bruce Weber
Uno shooting realizzato da Bruce Weber per GQ, negli anni ’80

La nascita della Polo Shirt di Ralph Lauren

La polo del 1972, insomma, è la logica conseguenza di un racconto stilistico preciso e dettagliato: sportiva ma con juicio, strutturata pur senza ingessature, adatta alle aule dei college come ai weekend fuori città, priva di orpelli ad eccezione del provvidenziale logo col giocatore a cavallo, piazzato sul lato sinistro del petto (introdotto giusto l’anno prima sui polsini della camiceria femminile, riscuoterà un successo straordinario, finendo con l’identificare il marchio tout court). Altre caratteristiche sono il tessuto, puro cotone interlock, la vestibilità regolare, sagomata quanto basta, le spalle leggermente scese, l’orlo posteriore allungato, il collo a costine, chiuso da due bottoni. Nelle parole di Lauren, «un indumento magnifico e ricco di colori» perché, oltre agli imprescindibili bianco, blu e azzurro, è declinata in giallo e rosa. Nel giro di qualche anno, poi, si passa alla modalità “tuttifrutti”: aumenta il numero di nuance disponibili, 17 e perlopiù pastellate; lo slogan che accompagna il lancio promette inoltre che il modello «migliora con l’età», connotandolo perciò subito come un capo timeless, avulso dal ciclo continuo delle mode.

polo Ralph Lauren logo
Polo Ralph Lauren modelli
Modelli con polo pastello di Ralph Lauren

L’impasto di semplicità e sprezzatura funziona eccome, se già negli anni Ottanta la Ralph Lauren Corporation dichiara di vendere circa 4 milioni l’anno di Polo Shirt.
Nello stesso periodo, a mitigare l’esclusività di cui era stata rivestita dalla clientela di riferimento (la suddetta upper class degli Stati Uniti), intervengono subculture urban come quella dei Lo-Life, ragazzi di Brooklyn ossessionati dalle magliette col pony (e da cappelli, pullover, giubbotti, calze, tutto ciò che è marchiato RL insomma); ne accumulano quantità industriali grazie a mezzi più o meno leciti, eleggendo il cavallino a effige da sfoggiare a piè sospinto, per rivendicare la dignità della propria cultura, la voglia di ribellarsi a uno status quo che riconosceva solo a determinati gruppi sociali un ruolo “aspirazionale”.

Il successo della maglia col cavallino, tra indossatori celebri e progetti ad hoc

In tutto ciò, la fortuna dell’articolo non fa che aumentare, trainando fatturati e prestigio dell’azienda che lo firma. La hall of fame dei suoi indossatori famosi, d’altronde, è oltremodo varia, annoverando lo yuppissimo finanziere Jordan Belfort (alias Leonardo DiCaprio) di The Wolf of Wall Street, ex ed attuali presidenti (Ronald Reagan, Bill ClintonJoe Biden), popstar (leggasi Pharrell Williams, Harry Styles, Justin Timberlake), attori (Hugh Grant, Russell Crowe, Kit Harington, Patrick Dempsey), un monumento vivente del calcio come Pelé, stelle passate e presenti, da Frank Sinatra a Kanye West.
Nel 2017, a coronamento dello status ormai acquisito nell’immaginario comune, l’inclusione della polo nella rosa di memorabilia esposti alla mostra Items: Is Fashion Modern? al MoMa, preludio all’ingresso nella collezione permanente del museo.

Trattandosi di una pietra miliare del lifestyle by Ralph Lauren, la maison dosa attentamente le modifiche. Se la varietà delle sfumature aumenta (oggi si rischia di perdere il conto di fronte alle decine di tonalità a disposizione, ripartite all’occasione in trame rigate, bande diagonali, blocchi di colore sgargianti), resta contenuto il numero di restyling apportati al logo, passato dall’altezza originaria, di poco oltre il centimetro, ad “estremi” superiori ai cinque. Sicuramente ci si adegua all’air du temps, abbracciando le parole d’ordine della sostenibilità con il modello Earth, in poliestere riciclato; vanno in questa direzione anche i progetti collaterali all’uscita del coffe table book di cui sopra, cioè Polo Upcycled, edizione limitata di pezzi lavorati manualmente dagli artigiani di Atelier & Repairs, e l’estensione del programma Create Your Own, per customizzarla attraverso iniziali, lettere ricamate o combinazioni cromatiche inedite.
Interventi mirati, come si conviene a una maglia che si dimostra indifferente allo scorrere del tempo, forte di una dualità, di un (dis)equilibrio «tra unicità e – poiché molti altri nel mondo la indossano – il sentirsi parte di una comunità» (così scrive Ken Burns nella prefazione del libro); Una contraddizione – felicemente – irrisolta da cinque decenni.

polo Ralph Lauren personalizzate
Esempi del servizio Create Your Own

Nell’immagine in apertura, Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio in una scena di The Wolf of Wall Street

Cruna: il nuovo standard del menswear italiano

Il brand di menswear Cruna nasce a Vicenza nel 2013 da Alessandro Fasolo e Tommaso Pinotti, giovani imprenditori che fondano una realtà il cui Dna è composto da valori chiari, che le consentono una crescita rapida e virtuosa. I pilastri alla base del suo successo sono estremamente attuali: la filiera, corta e rigorosamente made in Italy, imperniata sulla collaborazione con laboratori manifatturieri veneti; i design, innovativi ma rispettosi dei codici stilistici italiani; l’utilizzo esclusivo di materiali pregevoli.

Cruna inizia il suo percorso come label specializzata nei pantaloni da uomo. Nelle sue proposte il racconto scorre tra artigianalità, tessuti performanti di eccelsa qualità, cura maniacale dei dettagli, una ricerca continua su modellistica e fit. L’obiettivo, compreso presto dal mercato italiano e internazionale, è stato creare un range di pants autentico, “definitivo”. L’innovazione tecnica e stilistica del brand, unitamente ai suoi valori, gli hanno consentito di emergere come uno dei migliori specialisti della categoria. Tra i principali fattori di fidelizzazione della clientela, le vestibilità impeccabili e la capacità di precorrere i trend.

Quello di Cruna è un progetto “from bottom to up”, che parte dal pantalone, cardine del menswear, e si sviluppa su una collezione total look che ruota intorno a capispalla e maglieria, per comporre l’anima di una griffe dalla fortissima identità, che ha il raro pregio di rompere gli schemi e guardare al futuro senza frenesia, come racconta Tommaso Pinotti, Co-Founder & Commercial Director.

Intervista con Tommaso Pinotti di Cruna

Il vostro brand nasce inizialmente con un focus sul pantalone, come mai?

È dal desiderio di rinnovamento del classico guardaroba maschile che nasce Cruna nel 2013, quando io e Alessandro abbiamo deciso di produrre il primo pantalone. Unendo infatti le diverse estrazioni professionali – io ero appena rientrato dall’America, lui era attivo in una società di consulenza, abbiamo percepito la necessità di un modello che mediasse tra stile classico e casual, per rispondere alle esigenze dell’uomo dinamico e contemporaneo.
Prende vita così l’Elevated Casual del marchio, un look contemporaneo, sofisticato, di qualità, che può rispondere alle esigenze dei consumatori che desiderano un look aggiornato e ricercato, senza scendere a compromessi con stile e qualità dei capi indossati.

Quale punto di forza vi differenzia dai vostri competitor?

La capacità di unire l’alta qualità delle proposte a un gusto fresco e contemporaneo. La produzione, con una filiera corta italiana, dall’idea alla realizzazione del singolo pezzo, ci consente un vantaggio competitivo rispetto ai brand che producono in made-out.
La partnership stretta con Marzotto per sviluppare insieme tessuti esclusivi, certifica il nostro continuo impegno nell’innovazione, nell’attivazione e valorizzazione di sinergie tra eccellenze del Veneto.

Quali sono i pezzi chiave del guardaroba maschile per questa S/S 22?

Per la collezione ci siamo ispirati al design e alla contaminazione tra materiali, reinterpretando modelli di ispirazione Heritage secondo codici contemporanei, elevandone lo spirito casual. Proposte decostruite e raffinate danno vita a un gioco di contrasti: tra queste il set-up che vede protagoniste la giacca Soho e l’iconico pantalone Mitte. La prima è la nostra giacca a due bottoni dal fit urbano, senza spacchi, interamente decostruita; la linea fluida e il singolo bottone sulla manica le donano un look contemporaneo e rilassato. Per il Mitte abbiamo invece reinterpretato un classico fit carotato con una pince, inserendo elementi activewear come l’elastico sulla cintura e la coulisse a scomparsa.
La declinazione del modello in un’ampia selezione di tessuti ne eleva il valore intrinseco, rendendolo un passe-partout da portare in ogni occasione. Dai cotoni versatili ai blend lana-cashmere o seta-lino, passando per i migliori filati tecnici, il Mitte si riconferma ad ogni stagione la proposta più apprezzata.

Tra le new entry la giacca Operà, ispirata alle Chore Jacket francese, ne eleva i tipici elementi workwear attraverso tessuti ricercati e una confezione artigianale. La proposta primavera/estate 2022 si completa con una selezione di t-shirt realizzate in maglieria 18 gauge e set-up di morbido cotone bouclé. La Nizza è realizzata in crêpe di cotone Pima organico, tinto filo, di altissima qualità, mentre le maglie Bandol e Downtown, insieme al bermuda Saint-Tropez, sono declinate in freschissimo tessuto bouclé effetto spugna.

Avete già una distribuzione presso retailer di lusso, quali sono le prospettive per il futuro?

Lo sviluppo dell’estero è tra i principali obiettivi, il focus è ora su Danimarca, Olanda e Scandinavia, per incrementare gli oltre 250 multimarca dove siamo presenti.
Per il futuro abbiamo grandi ambizioni: diventare un marchio di riferimento nel settore, rappresentando l’Elevated Casual tipicamente italiano all’estero. Questo significherà continuare il nostro percorso nello sviluppo di prodotto e dei nostri codici stilistici, oltre alla diversificazione dei canali distributivi.
Tra i progetti in stadio di sviluppo avanzato c’è il lancio della prima collezione donna, con la Primavera/Estate 2023. Infine, lo sviluppo della nostra rete di flagship store che prevede, per l’estate, l’apertura del primo negozio Cruna a San Pantaleo, in Sardegna.

Thomás de Lucca by Anthony Pomes – Editorial

Anthony Pomes, fotografo francese che abbiamo intervistato di recente, ha immortalato in esclusiva per Manintown Thomás de Lucca, in déshabillé su una terrazza assolata di Milano, dove si è trasferito da non molto il modello brasiliano. Foto d’impatto, potenti e delicate al tempo stesso, che mettono in chiaro il modus operandi di un autore che, come ci aveva confidato, ricerca in ogni ritratto la sensibilità e unicità del soggetto.
Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgere qualche domanda a Thomás.

Thomas de Lucca model
Trousers Zara

Parto dalle fotografie di Anthony Pomes, da cui traspare un’atmosfera piuttosto rilassata e spontanea, è così? Come ti sei trovato a lavorare con lui?

Mi sono sentito davvero a mio agio con Anthony, ha talento e sa come guidare un modello durante lo shooting.
Onestamente, pensavo sarei stato un po’ arrugginito perché al momento mi sto concentrando su altre cose al di fuori del modeling, invece è andato tutto bene.

Raccontaci qualcosa di te, da dove vieni, da quanto fai il modello, quali sono i tuoi interessi

Vengo dal sud del Brasile, faccio il modello da quasi 9 anni, da quando sono andato in Cina per lavoro, esperienza che mi ha aiutato a crescere ed essere qui oggi, rappresentato da una delle migliori agenzie milanesi. In parallelo, dall’anno scorso, mi occupo di marketing, ultimamente ci sto investendo molto tempo ed energie, anche se la mia passione è sempre stata, e resterà, la moda.
Nel tempo libero mi piace andare in palestra, fare yoga e meditazione, anche tutti i giorni, se possibile. Amo stare col mio ragazzo e gli amici, e guardare film horror o sci-fi.

Sei brasiliano ma vivi per lavoro a Milano, com’è stato il primo impatto, cosa ti piace di più (ed, eventualmente, meno) della città?

Milano è fantastica, internazionale e facile da girare, devo però confessare che ho ancora dei problemi con la lingua perché “il mio italiano non è molto buono” (letteralmente l’unica frase che so dire senza ricorrere a Google Translator).
Le cose che mi piacciono di più sono la pizza e il cappuccino, mi piace meno il costo parecchio elevato della vita.

Se ti parlo di stile, a cosa pensi?

A David Gandy, un riferimento assoluto per ogni modello, mi colpisce il suo stile che, adeguandosi all’età, risulta affascinante e up to date.

Griffe o designer per cui aspiri a lavorare? 

Mi piacerebbe sfilare per Dolce&Gabbana e Giorgio Armani, sono la mia aspirazione professionale da quando faccio questo mestiere.

Dove ti vedi da qui a dieci anni?

Tra dieci anni vorrei essere un affermato coach di modelli, di quelli che viaggiano ovunque e tengono lezioni sul modo di pensare, al di là del lavoro dei sogni, sull’usare la passione a proprio favore.
Vorrei incoraggiare tutti i miei colleghi a non rinunciare con troppo facilità alla carriera (so quanto possa essere difficile ricevere una marea di “no”). Si può sfruttare in tanti modi ciò che si impara o sperimenta in quest’ambiente, magari come aiuto per iniziare qualche nuova attività con cui siamo realmente in sintonia. Là fuori ci sono più opportunità di quanto si pensi.

Top Bershka

Credits

Model Thomás de Lucca @D’Management

Photographer Anthony Pomes

Nugnes e Burberry, un’amicizia cinquantennale nel segno dell’amore per il bello, lo scambio creativo e la sostenibilità

La collaborazione tra Burberry e Nugnes 1920, due realtà d’eccellenza nei rispettivi ambiti (ossia ready-to-wear e retail haut de gamme), prosegue ininterrotta da ben 50 anni: un traguardo festeggiato a dovere, lo scorso 7 aprile, nella cornice di Palazzo Pugliese, casa dello storico multibrand di Trani, punto di riferimento assoluto per la moda high-end in Puglia (e non solo). Tra l’altro l’azienda guidata da Beppe Nugnes, solo pochi mesi fa, per celebrare il secolo di attività dello store, aveva regalato una nuova, sontuosa veste alla propria sede, un palazzo nobiliare nel cuore della città, immaginato come uno scrigno prezioso in cui custodire le creazioni di oltre 250 griffe, italiane e internazionali.

Tra il marchio britannico e la boutique tranese c’è un filo diretto capace di collegare il cosiddetto tacco d’Italia al Regno Unito, teso già negli anni Sessanta, quando i rinomati impermeabili Burberry arrivavano in negozio ripiegati nelle bustine. La fascinazione della clientela per il british style di cui è espressione il brand, nato a Basingstoke nel 1856, è stata subito forte, tanto da permeare senza alcuno sforzo usi e costumi pugliesi; negli anni Ottanta, ad esempio, le sciarpe con il mitico check rappresentavano il regalo più ambito dai 18enni, un autentico amuleto, da indossare per affrontare col giusto equipaggiamento vestimentario le sfide dell’età adulta.

Ad unire Burberry e Nugnes in un rapporto basato su stima, affetto e propensione alla contaminazione culturale sono, oggi come ieri, valori condivisi da entrambi: in primis il rispetto delle origini che, però, sa cogliere lo spirito dei tempi, adeguandosi di conseguenza alle inclinazioni del pubblico (e se Beppe Nugnes ha saputo trasformare la sartoria del nonno in un multimarca dall’allure di un moderno, raffinato caffè letterario, dov’è possibile instaurare un rapporto di complicità con ciascun cliente, tagliato su misura sui suoi gusti ed esigenze, proprio come un completo tailor made, il direttore creativo Riccardo Tisci ha trasportato nella modernità una maison con alle spalle 166 anni di – gloriosa – storia, rielaborandone in chiave contemporanea i capisaldi, a cominciare dall’iconico trench in tela di gabardine); poi uno sguardo abituato al bello, allenato a trovarlo nei contrasti e nelle mescolanze, così da definire un eclettismo costantemente in fieri, eppure fedele ai rispettivi heritage; infine, l’attenzione al tema, ormai irrinunciabile, della sostenibilità.
Il retailer pugliese, infatti, si è mosso in questa direzione con la sezione Sustainable is fashionable, in evidenza sull’e-store nugnes1920.com, così da dare il giusto risalto a label e prodotti dall’anima eco presenti nel suo portfolio, mentre le vetrine fisiche “circular economy” premiano i designer che hanno messo la protezione dell’ambiente al centro del loro operato. Un gruppo di cui è parte lo stesso Burberry, avendo adottato da tempo procedure alternative nella produzione di capi e accessori, dalle conciature “green”, per trattare la pelle attraverso un mix di minerali e agenti vegetali, al sostegno ad associazioni che impiegano materiali di scarto per creare limited edition, come nel caso di Quid.

A ribadire il legame inossidabile tra questi due nomi di spicco dell’industria fashion, arriva adesso un’iniziativa ad hoc che coinvolge due delle 18 vetrine affacciate su corso Vittorio Emanuele, pensate da sempre come un sunto visivo dell’eleganza delle collezioni disponibili in store: i capi della Spring/Summer 2022 di Burberry saranno dunque protagonisti del nuovo window display di Palazzo Pugliese, con una sala dedicata alle novità di stagione e un’installazione site specific, concepita per esaltare il savoir-faire del brand.
L’evento di presentazione ha chiamato a raccolta quella vibrante e affezionata community che, nel corso dei decenni, si è abituata a considerare Burberry come un alleato imprescindibile del proprio guardaroba, deliziati per l’occasione con gli amuse-gueules ideati da un’altra eccellenza del territorio, lo chef stellato Felice Sgarra, e accompagnati dai vini pugliesi San Marzano.

La S/S 2022 di People of Shibuya tra versatilità, performance e spirito tech

Mai come in questi anni di generale entusiasmo per ibridazioni, collab, capsule collection, annessi e connessi, la versatilità è stata così gettonata nel mondo fashion. Una propensione verso soluzioni che sappiano prestarsi al maggior numero possibile di occasioni, quasi ecumeniche, se così si può dire, che avvantaggia chi, come People of Shibuya, punta da tempi non sospetti su determinate caratteristiche.
Il marchio nato nel 2014, infatti, ha trovato nella funzionalità la propria ragion d’essere, sublimandola in capispalla di matrice tecnica ma dall’anima sartoriale, sintesi ideale tra qualità prettamente italiana e purismo nipponico, innovazione e classicità, pulizia delle linee e modularità, per giacconi, impermeabili, blouson & Co. adatti a qualunque contesto, outdoor o cittadino che sia, e rispondendo così alle esigenze di una clientela metropolitana sempre in movimento, tra impegni lavorativi e weekend fuori porta.

Due modelli della collezione S/S 2022 di People of Shibuya

Il blend di pragmatismo ed eleganza urban è al cuore anche della collezione Spring/Summer 2022 del brand, che ruota intorno a due poli, tech sportswear e performance style. Nel primo caso, la proposta si articola sulle felpe: si può scegliere tra i modelli Ukimi (in light fleece, provvisto di mantella in tessuto tecnico a contrasto, connubio perfetto di stile e comfort), Ginza (capo high quality con cappuccio e maniche raglan, contraddistinto da passamanerie sui bordi, tasche zippate pressoché invisibili e orlo posteriore stondato), Uzuma (dal taglio affusolato, con collo alla coreana e profilature ad effetto riflettente, che si distingue grazie alla coulisse in vita e alla chiusura a clip) e Kintai, inconfondibile nel suo punto di rosa particolarmente acceso.

Nel secondo, le giacche performance, enfatizzando la ricerca su forme, materiali e impatto cromatico (con l’introduzione di tonalità vibranti di giallo e arancione, accanto agli inossidabili bianco e nero), danno un’accezione inedita al concetto di tecnicismo urbano.
Due le novità: il giubbino Konami, realizzato in uno speciale filato giapponese, bi-stretch e antipiega, dalla mano eccezionalmente morbida, e rifinito da tasche applicate chiuse da bottoni ton sur ton; e la jacket multiuso Nikka in microfibra sintetica Primaloft, fornita di cappuccio staccabile, un passe-partout per la stagione primaverile, tanto comfy e pratico quanto stiloso.

Tutte le immagini courtesy of People of Shibuya

Gli ombrelli su misura di Francesco Maglia: stile da oltre 160 anni

Tre secoli di successi per un heritage rimasto immutato nel tempo. Gli ombrelli da uomo su misura, firmati da Francesco Maglia, sono stati i parapioggia più apprezzati dai gentlemen milanesi e di tutto lo Stivale; oggi, rievocano il passato evolvendo l’estetica, per vivere la contemporaneità con uno stile di altri tempi.

È il 1850 quando Francesco Maglia inizia a lavorare, come garzone, in un’azienda in provincia di Brescia. La sua verve imprenditoriale, però, lo spingerà ad acquisire la G Comini & Co., quando era poco più che diciottenne.

Una parte della collezioni di ombrelli

Inizia, così, un peregrinare nel nord Italia, da Pavia a Milano dove, nel 1876, apre la sua attività in Corso Genova, rimasta sede principale fino al 2001. Durante il secondo conflitto mondiale, tra il 1942 al 1943, a causa dei bombardamenti sulla città di Milano l’azienda fu costretta a trasferirsi altrove, per poi ritornare definitivamente.

La quinta generazione

Oggi, siamo alla quinta generazione e Giorgio Maglia dirige l’azienda insieme al figlio Francesco. Francesco Maglia, 31 anni, rappresentante della sesta generazione, è fiero di poter tramandare la passione e la cura per la realizzazione di ogni processo produttivo che riecheggia nei racconti di famiglia. Dopo aver studiato Giurisprudenza si trasferisce a Londra dove inizia a lavorare in un negozio di ombrelli, familiarizzando con la clientela. Una volta ritornato nella sua terra di origine, assieme a due soci apre a Cernobbio, nella perla del lago di Como, un nuovo indirizzo per lo shopping vendendo accessori artigianali di alta qualità, ottenendo ottimi risultati, con una chiusura del negozio pre-Covid importante.

A luglio del 2019 prende in mano le redini dell’azienda di famiglia dove sviluppa un nuovo progetto di e-commerce presentando, nel 2020, il primo negozio web in assoluto, che gli permetterà di raggiungere una clientela internazionale: dalla Nuova Zelanda alle Filippine sino all’Alaska.

Gli ombrelli Francesco Maglia

Gli ombrelli sono realizzati totalmente a mano rispettando i criteri di sostenibilità; il 90% del tessuto viene realizzato dalla famiglia e prodotto da un’azienda comasca che, attraverso la tecnica della resinatura, lo rende impermeabile. Il campionario è composto da oltre 400 modelli, molti dei quali di ispirazione storica. Francesco Maglia, inoltre, offre il servizio di personalizzazione, per esprimere liberamente il proprio stile.

L’ottone è il materiale principale e fondamentale nella realizzazione di un ombrello su misura grazie alla sua estrema resistenza, mentre l’utilizzo della plastica è completamente assente.
La bottega Francesco Maglia si trova in Via Ripamonti 194 a Milano, dove è possibile fissare un appuntamento per realizzare un ombrello su misura e vivere un’esperienza più unica che rara e
riscoprire i “vecchi mestieri” di una volta.

Ombrelli da borsa

Beauty, Freedom Love

Abbiamo sete di pura bellezza e necessità di sollievo per gli animi. L’accenno e il torpore della silente primavera parigina ci distoglie dal bombardamento emotivo e mediatico che ci affligge e invita, nonostante tutto, a celebrare la vita.

Abito in seta Vernisse, Mary Jane in vernice Antonio Marras
Abito in seta Vernisse, Mary Jane in vernice Antonio Marras

La stoica Nina, modella ucraina volata nella capitale francese, lancia un messaggio di ottimismo e speranza per la sua terra, liberando l’espressività tra arte e natura.

Top con frange Alberta Ferretti, tiara in argento 925 con perle Immago Jewels
Total look Antonio Marras
Total look Nemozena
Total look Paul Smith

Photographer Mark De Paola using Leica

Production & styling Alessia Caliendo

Model Nina Musienko @System Management

Make-up Eleonora Juglair

Hair Florianna Cappucci @Green Apple

Co-producer Sage Backstrom 

Beauty Espressoh

Nell’immagine in apertura, Nina indossa total look Nemozena

Intenso skyline

Un rooftop place con connotazione urbanistica cosmopolita non poteva che essere scelto per ospitare la storia editoriale prodotta in collaborazione con Mark De Paola, firma della fotografia americana.
Nel lavoro visivo, in esclusiva per Manintown, si evoca l’intimità e l’intensità della fotografia di moda d’altri tempi dove l’approccio con la musa viene valorizzato dall’intensa carnalità.
Un laboratorio d’immagine che esplora le mutazioni e il fluttuare dell’interpretazione femminile e in cui l’intero team diventa factotum del processo creativo.

Total look Moncler, top in cristalli Rosantica

Lo skyline a cui si riferisce il progetto è quello che si ammira dall’ultimo piano del NYX Hotel Milan, una struttura al centro della vita milanese grazie alla sua posizione vicino alla stazione ferroviaria Milano Centrale, ideale per raggiungere tutte le zone della città, dal centro fino al Quadrilatero della Moda. 
L’hotel si contraddistingue per lo stile giovane e fresco. Inoltre, grazie alla collaborazione con artisti locali, offre spazi personalizzati in modo originale che consentono agli ospiti di vivere un’ esperienza unconventional e stimolante. Ne risulta un mood unico e moderno che avvolge ogni singolo guest, suggerendo nuovi percorsi per scoprire o riscoprire con occhi nuovi la città di Milano e fruire di affascinanti esperienze artistico-culturali, sia indoor che outdoor. 

Photographer Mark De Paola using Leica

Production & Styling Alessia Caliendo

Make up Eleonora Juglair

Hair Piera Berdicchia @ WM Management

Model Andrea Carrazco @D Management

Alessia Caliendo assistant Andrea Seghesio

Beauty Espressoh

Location NYX Hotel Milan

Nell’immagine in apertura, Andrea indossa total look Valentino, pochette con piume Halíte

Gli universi di stile di Silvia Ortombina (Tiny Idols), dal Super Bowl a Blanco

Stylist e Costume Director, Silvia Ortombina è la fondatrice della factory creativa Tiny Idols. Da sempre al fianco di artisti musicali, è proprio lei ad aver creato gli outfit (indimenticabili!) che ha indossato Blanco durante l’ultimo Festival di Sanremo.

Un ritratto di Silvia Ortombina

Quando e come la moda è entrata nella tua vita? Il tuo desiderio era quello di diventare una stylist o avevi altri progetti?

Sicuramente per me la moda è una questione “di famiglia”. Mia madre e sua sorella avevano un’azienda di tessuti tecnici sul lago di Garda, un distretto piccolo, ma molto riconosciuto. Spesso mamma mi portava a lavorare con sé e io adoravo stare in mezzo alle bobine di tessuti colorati, enormi. Quando tornavo a casa mia nonna mi cuciva gli abiti a mano e molto spesso la sera trascorrevo il tempo osservandola lavorare a maglia o ricamare. Ricordo anche mio zio, stilista per la Puma a Monaco, che quando passava a casa nostra portava i suoi bozzetti… Tutti in qualche modo hanno contribuito ad avvicinarmi alla moda, anche se all’inizio non pensavo che questa potesse essere la mia strada. Poi ho iniziato a studiare comunicazione e cinema, sono entrata nel mondo dei costumi attraverso una serie di collaborazioni con fotografi e registi… E sì, anche grazie ad un archivio di famiglia molto fornito.

Collabori da sempre con molti artisti del panorama musicale, come hai iniziato a lavorare in questo settore?

La mia prima esperienza è stata proprio un internship in una casa di produzione. Progetto dopo progetto sono riuscita a sviluppare un mio metodo nella ricerca e nello sviluppo del guardaroba. Era il 2006, anche se mi sembra ieri. Sono sempre stata legata alla musica anche nella vita personale, sono una musicista e tra i venti e i venticinque anni ho lavorato come art director in un club. Mi interessano moltissimo le interazioni tra mondi differenti e in generale la costruzione dell’immagine dei personaggi. Il mio cuore batte per la musica ma anche per il cinema e la fotografia: Fellini e LaChapelle sono i miei miti, le mie fonti d’ispirazione.

Silvia Ortombina e Blanco (ph. CHILL DAYS)

Cos’è Tiny Idols e quando è nato?

Tiny Idols è nato una decina d’anni fa come collettivo, un gruppo aperto in cui coesistono e collaborano figure diverse. Nella mia professione, mettere insieme “la squadra giusta” rappresenta un punto di partenza importante per la buona riuscita di ogni progetto e se all’inizio della mia carriera ero più autonoma, quando la mole di lavoro è aumentata ho ritenuto giusto dare un nome all’attività e alle persone che le ruotano attorno. Tiny Idols sono io in quanto stylist, ma anche in quanto coordinator di progetti molto articolati legati alla costume direction. A ottobre scorso, ad esempio, ho avuto il grande onore di lavorare con Floria Sigismondi grazie a un collega con cui collaboro spesso, Pablo Patanè.
Insieme a lui e a Fabiana Vardaro Melchiorri abbiamo creato una squadra per lo spot per il Super Bowl 2022 di Criteo. È stata un’esperienza molto forte e sicuramente la traduzione esatta dello spirito con cui ho dato vita a Tiny Idols.

Tra i tanti look che portano la tua firma, ci sono quelli di Blanco durante l’ultimo Festival di Sanremo. Come li hai costruiti?

Ogni progetto ha necessità di essere trattato in modo unico e ha bisogno di un metodo che si plasmi sulla sua natura. Per me il primo step è sempre il confronto con l’artista, devo capire chi sia, come si immagini, ma soprattutto devo “sentire” il suo rapporto col palco, visualizzarlo. Lavoro con Blanco da qualche anno, siamo davvero in sintonia. Per Sanremo, dopo aver delineato la strategia di branding ho presentato ai team di Valentino e The Attico alcune ispirazioni legate agli statement e all’immaginario dei rispettivi brand. Collaborare con la Maison Valentino è veramente un grande onore e un piacere immenso: Pierpaolo Piccioli è uno dei più grandi artisti della moda contemporanea e il suo gruppo di lavoro è davvero unico. Il completo azzurro di The Attico che Blanco ha indossato per la serata delle cover di Sanremo è stato una sfida; solitamente il brand realizza abiti femminili e per la prima volta è stato creato un outfit da uomo, è stata una grandissima soddisfazione.

Blanco e Mahmood (ph. CHILL DAYS)

Per lavoro crei outfit di ogni tipo, mood, veri e propri universi di stile che raccontano di volta in volta differenti immaginari… Ma quando si tratta di vestire te stessa come ti comporti? Adotti un “abbigliamento tipo” o segui la corrente? Insomma, a te cosa piace?

Il mio rapporto con l’abbigliamento è totalmente legato al mio stato d’animo, al periodo. Provo un grande rispetto per la moda, ma allo stesso tempo non riesco ad avere un approccio lineare. Probabilmente la verità è che se potessi non mi vestirei proprio. Sono rare le occasioni in cui seguo un trend, se lo faccio è perché mi piace davvero e lo rendo mio. La maggior parte delle foto che ho su set mi ritraggono vestita di nero, mi piace l’idea di dissolvermi e rendermi invisibile, soprattutto quando lavoro. Amo anche il bianco, colore della luce. Quando sono in casa spesso mi vesto di chiaro, mi fa sentire in pace con me stessa e con il mondo.

Nell’immagine in apertura, Silvia Ortombina con Blanco, ph. by CHILL DAYS

Oscar 2022: vincitori, vinti e look degli Academy Awards

Quella andata in scena stanotte a Los Angeles, la 94esima, è stata un’edizione degli Oscar in sordina, che rischia di essere ricordata soprattutto per un paio di episodi incresciosi. Clamoroso, senz’altro, il ceffone rifilato da Will Smith (per giunta uno dei trionfatori in quanto miglior attore protagonista, grazie all’interpretazione del padre/allenatore delle tenniste Serena e Venus Williams in Una famiglia vincente – King Richard) a Chris Rock, dopo la battuta (infelice) del comico sulla calvizie della moglie di Smith, Jada, che soffre di alopecia. L’ex principe di Bel-Air in seguito si è scusato, ma certo un gesto simile, davanti alla platea di star allibite, rimarrà negli annali dello show.
Smentendo le voci circolate nei giorni scorsi, inoltre, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky non è intervenuto alla cerimonia, e nel complesso la guerra scatenata dalla Russia è rimasta sostanzialmente ai margini, eccezion fatta per un minuto di silenzio, il discorso (piuttosto generico, in verità) di Mila Kunis (che ha origini ucraine) e il florilegio di coccarde, nastri e fazzoletti gialloblu, dentro e fuori dal Dolby Theatre. La timidezza, diciamo così, dimostrata dall’Academy nel trattare l’argomento ha peraltro già scatenato polemiche e critiche.

Jessica Chastain (ph. by Robyn Beck/AFP via Getty Images)
Will Smith e Jada Pinkett Smith (ph. WireImage)

L’Italia esce a mani vuote dalla serata hollywoodiana: ad aggiudicarsi il premio come miglior pellicola straniera è infatti Drive My Car, a scapito degli altri quattro contendenti tra cui il sorrentiniano È stata la mano di Dio; Jenny Beavan di Cruella soffia la statuetta per i costumi a Massimo Cantini Parrini (candidato per Cyrano); il film d’animazione Disney Encanto, strafavorito, conferma le previsioni della vigilia sbaragliando gli avversari, compreso Luca del nostro Enrico Casarosa.
Significativa l’affermazione di I segni del cuore – Coda, storia dell’unica persona udente in una famiglia di sordi che, partita da outsider, porta a casa tre degli Oscar di maggiore peso, cioè miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista (Troy Kotsur, primo interprete sordomuto a vincere il premio).

Luisa Ranieri, Paolo Sorrentino con la moglie Daniela, Filippo Scotti (ph. by Angela Weiss/Getty Images)

Bissa il successo dei recenti Critics Choice Award Jane Campion, miglior regista con Il potere del cane, mentre la radicale trasformazione cui si è sottoposta Jessica Chastain, per il ruolo dell’omonima telepredicatrice in Gli occhi di Tammy Faye, le vale il titolo di best actress, centrato alla terza nomination.
Fa incetta di riconoscimenti, seppur tecnici, il kolossal sci-fi Dune (premiato per montaggio, fotografia, colonna sonora, effetti speciali, scenografia e sonoro); altre statuette sono andate poi a Billie Eilish (insieme al fratello Finneas) per la miglior canzone originale (No Time to Die, brano dell’ultimo film di 007), ad Ariana DeBose (miglior attrice non protagonista), a Belfast (migliore sceneggiatura originale) e, nella categoria documentario, a Summer of Soul (…Or, When the Revolution Could Not Be Televised).

Ariana DeBose (ph. by Jeff Kravitz/Getty Images)

Note positive arrivano invece dai look della kermesse, che stavolta riserva parecchie, gradevoli sorprese negli outfit maschili apparsi sul red carpet più atteso e scrutato del globo. Non poche tra le celebrità giunte all’epico teatro di Hollywood Boulevard, infatti, pur senza sottrarsi ai precetti formali richiesti dall’occasione, mostrano come sia possibile coniugare originalità ed eleganza aurea, distinguendosi ciascuno a modo proprio. Lo fa innanzitutto Timothée Chalamet, novello wonderboy del cinema che, in fatto di uscite di gala, non sbaglia un colpo: si presenta con uno spencer glitterato che è tutto uno sfolgorio, portato a pelle, su pantaloni a sigaretta scuri, boots lucidati a specchio (di Louis Vuitton, come il suit) e collana con pendente ferino di Cartier; l’azzardo è notevole, ma il buon “Timmy” va inserito di diritto nei best dressed men degli Oscar.

Sulla stessa scia Andrew Garfield in modalità dandy, regale nel suo ensemble Saint Laurent, ossia blazer di velluto purpureo sopra pants affusolati, con tanto di fiocco anni ‘70 al posto del tradizionale papillon.
Non passa certamente inosservato nemmeno Kodi Smit-McPhee: l’attore rivelazione de Il potere del cane osa la sfumatura dell’azzurro pallido, insolita per una grande soirée, distribuendola sull’intera mise Bottega Veneta, composta da giacca double-breasted, calzoni pennellati, stivaletti, un prezioso girocollo in luogo della cravatta.

La keyword per decifrare l’outfit (Valentino) di Jamie Dornan è rilassatezza, condita con un pizzico di eccentricità: lo smoking, sfoderato, è un filo più lungo del dovuto, e sulla suola delle scarpe derby sono incastonate minuscole borchie. Trasuda souplesse anche l’abito di Jake Gyllenhaal (senza bow-tie, a conferma del mood disinvolto), per non parlare di quello firmato Maison Margiela di Travis Barker, accessoriato da sunglasses (una rockstar non si smentisce mai, no?) e broche a goccia di diamanti sul risvolto. Proprio le spille si rivelano un plus gettonatissimo tra gli uomini: brillano infatti sui revers dei blazer di Wilmer Valderrama (un bel doppiopetto velvet color verde pino), Jay Ellis, Karamo Brown e Rami Malek. Quest’ultimo, tra l’altro, affronta i flash dei fotografi con occhiali da sole aviator, chioma leggermente spettinata, mano sinistra nella tasca e, in generale, l’atteggiamento un po’ sornione di chi non indossa, come fa lui, un tuxedo su misura Prada.

In quota bling bling troviamo il completo del dj D-Nice, tempestato di cristalli, all’estremità opposta dello spettro fashion il sobrio look Zegna di Javier Bardem, tramato di disegnature paisley, ton sur ton col blu profondo della giacca.
Ligi all’etichetta, e per questo impeccabili, sono infine Shawn Mendes e Nikolaj Coster-Waldau, entrambi in smoking (nero Dolce&Gabbana per il cantante, bianco per l’ex Jamie Lannister di Games of Thrones) dal fit perfetto.

In apertura, il cast di I segni del cuore – Coda

Models to follow: Chiara Veronese

22 anni ancora da compiere, sarda (con i primi ingaggi, ancora adolescente, si è però trasferita a Londra, quindi a Milano), piglio sbarazzino, un sense of humour evidente dando anche solo una scorsa al suo Instagram, Chiara Veronese trasmette un’energia palpabile, che le deriva dal forte bisogno, un’urgenza quasi, di esprimersi creativamente; nulla di cui sorprendersi, poiché ama «essere creativa, sapere che a volte le idee non sono infattibili, che c’è sempre una soluzione».
Appassionata di musica, ha collaborato con il rapper Sgribaz al brano Dovrei, uscito nel 2021, fa parte del collettivo PECORANERA e, sul modeling, ha le idee chiare: «Non è questione di essere la migliore, piuttosto di tirar fuori il proprio carattere e le proprie idee, dimostrando di non essere solo un’indossatrice».

Jacket Red September

Campagne per varie griffe (Golden Goose, Superga, Pull&Bear…) ed e-tailer come Yoox, la passerella Fall/Winter 2021 di Dolce&Gabbana: tra questi e altri lavori che non ho citato, a quale sei maggiormente legata e ritieni sia stato più importante per la tua carriera?

Sono lavori completamente differenti, in ognuno ho imparato qualcosa, ad esempio dalla campagna Golden Goose a ballare e coordinarmi con persone più grandi, andando oltre moda e abiti in senso stretto. Mi ha insegnato molto anche lo show Dolce&Gabbana, in termini di autocontrollo, per un debutto in sfilata devi avere nervi tesi ma allo stesso tempo gestibili, se così si può dire.
Alla fine di ogni esperienza ciò che apprendi lo applichi ad altre sfere, considero questo mestiere un primo step per dedicarsi ad attività più “complesse”.

Sul tuo profilo Instagram campeggia una frase della rapper Dej Loaf, se dovessi presentarti brevemente a chi non ti conosce cosa diresti, “ciao sono Chiara e…”?

E la mia specialità è essere multitasking, per istinto proprio. È come quando da piccoli si dice che bisogna prendere i treni che ci passano davanti, secondo me bisogna prenderli tutti, il bello sta nel buttarsi in qualsiasi cosa, provare le esperienze più diverse.
Quella frase («Come from skatin’ now we skatin’ escalates», ndr) è una metafora, arrivo da un paesino della Sardegna e resto sempre fedele alla mia semplicità, uno strumento chiave per scalare le montagne che inevitabilmente ci si parano di fronte.
Tutto ciò mi ha dato, come dicevo, un’attitudine multitasking, la voglia di sperimentare qualunque situazione; non dico di farlo bene, anzi, ho solo 21 anni, sto ancora cercando di capire. Sicuramente l’obiettivo è quello di diventare, prima o poi, una talent creator.

Top and skirt Red September
Dress Judy Zhang, earrings Gala Rotelli, socks Wolford, Mary-Janes Jeffrey Campbell

In alcuni scatti social sei sulla tavola o calzi Vans customizzate, sei un’appassionata di skate e lo stile legato a quel mondo (sneakers basse, pantaloni baggy, stampe…) è parte integrante del tuo modo di vestire?

Assolutamente sì, adoro la cultura urban. Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare come modella a 15 anni nel Regno Unito, facendo avanti e indietro tra Cagliari e Londra, dove ho conosciuto una realtà totalmente diversa, metropolitana, indie e un po’ gipsy, che mi ha conquistata. Forse è stata quell’atmosfera a darmi una certa visione, non devo neanche sforzarmi, è qualcosa che sento mio.
Vale lo stesso per lo skate, una sorta di cultura a sé, a Londra si muovono tutti così e dietro c’è un modo di comportarsi e relazionarsi agli altri, per cui si va in giro e si stringono amicizie con persone mai viste.

Altra tua passione è la musica, sempre su IG scrivi: «In completa connessione con lei, trascorro il tempo ad avvolgerla, capirla e raccontarle chi sono», inoltre hai collaborato al brano Dovrei di Sgribaz; parlaci del tuo rapporto con la musica, a 360 gradi.

Ho iniziato a suonare il pianoforte alle medie, poi non potevo pagarmi lezioni private e perciò ho portato avanti altri studi, integrando però sempre una parte canora, in modo del tutto naturale, finché una volta arrivata a Milano, nel 2018, mi sono ritrovata in studio a registrare delle tracce.
Stimo immensamente chi riesce a buttarsi con la propria musica, io la sento troppo dentro, tirarla fuori mi causa delle difficoltà, vivo una fase in cui devo ancora assimilare certi passaggi. Se non fosse stato per il mio amico Sgribaz e altri che mi coinvolgono in progetti musicali, con ogni probabilità non avrei neppure cominciato né sarei riuscita a lasciarmi andare, almeno un po’.
Sento una connessione continua con la musica , ora ad esempio frequento l’università e studio ore tutti i giorni, ma la bellezza di tornare a casa e mettersi al pianoforte… Non ha eguali, è la mia terapia, meglio di uno psicologo perché, suonando, mi sembra di risolvere tutti i problemi.

Jacket Red September, culotte Pomandère, socks Wolford

Tre parole che definiscono il tuo stile?

Tre aggettivi, comfy, colorful (amo i colori, non mi presentare nulla di nero!) e versatile, cambia di continuo, un giorno vesto elegante, quello dopo street.

Hai un account su Depop dove vendi collanine, bracciali & Co., deduco tu abbia un penchant per bijoux e vintage in generale, è cosi?

In Sardegna abbiamo una cultura specifica in materia, tutta una serie di tradizioni e tecniche di realizzazione; sotto questo aspetto devo tutto a mia nonna, è stato anche un modo per distrarmi nel periodo della quarantena.
In realtà non sono un’amante del vintage, ho usato Depop perché non avevo la possibilità di fare un mio sito, per fortuna grazie a quell’account sono riuscita a entrare in contatto con dei carissimi amici; insieme abbiamo creato un collettivo, PECORANERA, con cui a breve rilasceremo un sacco di novità, concentrandoci per metà sulla maglieria, per l’altra sui gioielli.

Jumpsuit Weili Zheng, top Judy Zhang, earrings Gala Rotelli

Quali designer/brand ti piacciono di più, da “consumatrice”?

Sono molto legata all’immaginario di Gucci, sebbene non c’entri niente col mio modo di vestire mi piace da morire, penso racchiuda l’essenza stessa della moda, che si declina in svariati ambiti, dalla comunicazione ai messaggi in sé.
Un altro brand che apprezzo davvero tanto è Ryder Studios, non troppo conosciuto ma fighissimo, uno stile tra rap e trap, “coatto” quanto basta.

In ottica professionale, invece, con quale marchio sarebbe un sogno poter collaborare?

Gucci, sarebbe il massimo.

Top Giuseppe Buccinnà, trousers Valentino vintage, earrings Gala Rotelli, loafers Vic Matiè

Cosa speri ti riservi il futuro, a livello personale e lavorativo?

Umanamente parlando, spero di avere l’opportunità di affacciarmi a nuove realtà e modi di vivere, spostandomi all’estero, non perché non mi piaccia stare a Milano, ma sento che c’è così tanto da sapere, avverto il bisogno di cercare l’essenza ultima delle cose altrove.
A livello professionale non so, dovrei innanzitutto capire di quale professione si parla, il modeling è ormai un mercato così saturo che non è più questione di essere la migliore, piuttosto di tirar fuori il proprio carattere e le proprie idee, dimostrando di non essere solo un’indossatrice.
Nel lavoro, in generale, mi auguro di crescere, poi il settore in cui potrà concretizzarsi questa crescita lo scoprirò solo in futuro, magari sarà la musica o la politica, chissà.

Credits

Model Chiara @WW MGMT

Photographer Riccardo Albanese 

Stylist Adele Baracco  

Stylist assistant Amelia Mihalca

Make-up artist and hair stylist Marco Roscino

Nell’immagine in apertura, Chiara indossa Top Giuseppe Buccinnà, pantaloni Valentino vintage, orecchini Gala Rotelli, mocassini Vic Matiè

4 outfit per abbinare le sneakers  

Al giorno d’oggi le sneakers sono un accessorio di tendenza che completa ogni tipo di look in modo semplice e veloce. Se solo pochi anni fa le sneakers erano considerate semplici scarpe da ginnastica da abbinare esclusivamente ad outfit sportivi o comunque casual, oggi rappresentano un accessorio versatile in grado di accostarsi alla perfezione a tantissimi diversi stili di abbigliamento. Questa nuova tendenza, oltre a dare un tono più comodo e rilassato anche ai look più formali, rappresenta il modo migliore per sfoggiare un abbigliamento sempre diverso utilizzando le scarpe preferite. I migliori brand di calzature mettono a disposizione dei propri clienti una grandissima varietà di modelli di sneakers di tantissime tipologie. Le scarpe da ginnastica, infatti, non sono più l’unica calzatura comoda da tutti i giorni, ma sono state reinventate per sposarsi alla perfezione con una grande varietà di stili. Uno dei modelli più in voga è quello delle vintage sneakers, ovvero scarpe comode con un gusto retrò perfette per completare il tuo outfit urban chic. Molto amate dagli uomini di tutte le età sono ad esempio le Diadora vintage sneakers Heritage, perfette sia per l’abbigliamento sportivo che elegante. Perché le sneakers possano abbinarsi facilmente anche agli outfit più formali, è necessario che siano realizzate con materiali pregiati e con una lavorazione artigianale di alta qualità. Se sei alla ricerca di nuovi abbinamenti con le tue sneakers, continua a leggere: nei prossimi paragrafi ti daremo quattro idee da cui prendere spunto.

Outfit basic 

Jeans e maglietta sono da sempre l’abbinamento perfetto per le sneakers. Lo puoi adottare in moltissime occasioni e in contesti differenti: all’università, per fare aperitivo con gli amici, per un appuntamento informale e tanto altro ancora. Si tratta di un outfit che si sposa particolarmente bene con qualsiasi tipologia di sneakers, hai davvero l’imbarazzo della scelta. Puoi scegliere tra sneakers sportive, in tinta unita o a fantasia, oppure, se vuoi andare sul sicuro, punta sulle classiche scarpe da ginnastica bianche, perfette per tutte le occasioni. Questo tipo di scarpe si adatta perfettamente anche a un outfit casual molto di tendenza, ovvero t-shirt e pantaloni chino all-black. 

Outfit sportivo 

In origine le sneakers sono nate per essere abbinate esclusivamente all’outfit sportivo, che rimane comunque uno dei più azzeccati nonostante la grandissima varietà di stili con cui queste scarpe si sposano molto bene. Se la tua priorità è la comodità, ma non vuoi rinunciare all’eleganza, una buona idea per te potrebbe essere quella di abbinare una felpa con cappuccio e pantaloni cargo con colori che riprendono quelli delle tue sneakers. Oppure, per un look ancora più comodo potrai indossare tranquillamente i pantaloni della tuta.

Outfit elegante 

Se invece vuoi creare un contrasto elegante tra le tue vintage sneakers e il resto dell’outfit, puoi indossarle abbinate a un trench o a un blazer dal taglio raffinato e un paio di pantaloni chino dai colori neutri. Si tratta di uno stile di tendenza e adatto a una grande varietà di occasioni, come per esempio un appuntamento romantico, una cena di lavoro, un aperitivo coi colleghi e altro ancora.

Outfit formale 

Se qualche tempo fa le sneakers erano considerate adatte solamente a un abbigliamento sportivo o casual, negli ultimi anni sono state accettate anche come complemento di abiti più formali ed eleganti. L’unica regola da seguire in questo caso è prediligere abiti di taglio slim con pantaloni appena sopra la caviglia. Secondo le ultime tendenze, potrai sfoggiare le tue comodissime sneakers anche a un matrimonio, a un battesimo o in occasione di altri eventi che generalmente richiedono un abbigliamento formale.

Berlin Fashion Week: 5 brand eco-friendly da non lasciarsi sfuggire

Si è conclusa da pochi giorni la Berlinale dedicata alla moda firmata dalle nuove stelle del firmamento mitteleuropeo.
MIT approda “in town” e vi segnala i cinque sustainable brand che hanno lasciato il segno.

Platte Berlin

Più che un brand un concept all in one. Store, collettivo, studio e spazio espositivo che esplode a pochi passi da Alexander Platz.
Platte è un inno all’inclusività autentica e più audace che mai, nel rispetto dell’extravaganza berlinese libera da ogni convenzione.
La sua visione esplora tutte le subculture presenti nella capitale e si evolve con sensibilità nei confronti di ogni forma espressiva. Tutte le label indie sono Made in Platte, che promuove progetti interdisciplinari e contribuisce allo sviluppo delle idee creative nel segno della sostenibilità.
Prototipazione, ricerca e upcycling sono le principali proposte per il place to be da segnare nelle note e da seguire sui social.

Working Title 

Nate dall’estro di un architetto e di una fashion designer, Bjoern Kubeja e Antonia Goy,le silhouette minimali di Working Title si ispirano all’arte e all’architettura, privandosi di tutte le connotazioni temporali e stagionali.
L’intera filiera produttiva è sostenibile e si limita ad attivare i processi solo quando necessario, nonché a scegliere tessuti naturali e plastic free, come il cotone e la seta certificati. La realizzazione degli indumenti avviene in piccoli laboratori a conduzione familiare situati in tutto la Mitteleuropa più autentica e, in parte, anche nell’atelier berlinese, luogo d’incontro delle socialite che non si lasciano sfuggire la possibilità di indossare creazioni uniche nel loro genere.

Hund Hund 

Compagni nella vita e nel lavoro, Isabel Kücke e Rohan Hoole fondano Hund Hund nel 2016. I loro mondi, quello della progettazione nell’ambito moda e quello della cultura visiva, si uniscono per dare il via ad un prodotto dalle mille sfaccettature.
Berlino è stata la città scelta per porre le radici del brand e il zine omonimo svela tutto l’environment e il network che lo circonda. La produzione è a misura d’uomo, anzi di donna, visto che in azienda esiste una maggioranza di quote rosa. 
L’amore per i tessuti, e per il bello e il ben fatto, ha condotto i fautori a cercare forti sinergie con tutti i fornitori di dead-stock provenienti dalle più importanti case di moda italiane, per dar vita a un processo di recupero dell’heritage.

Natascha von Hirschhausen

Zero waste e zero km da oggi è possibile grazie al progetto visionario di Natascha von Hirschhausen, una vera e propria pioniera della moda sostenibile. Ribellandosi agli standard del fashion, definisce quelle che sono le fondamenta della moda del futuro: intramontabilità, minimalismo e ottimizzazione della materia.
Lo studio sulla tecnica l’ha condotta a ideare campionature dove non vi è alcuno spreco durante la fase di taglio. Gli stessi componenti dei capi sono organici, plastic free e monitorati lungo tutta la filiera per mantenere standard ecologici altissimi. La produzione, infine, avviene unicamente a livello local da abili mani artigiane.  E, non ultimo, il concetto di taglia viene eliminato per rendere le creazioni adatte ad ogni tipo di fisicità e distanti da qualsiasi produzione massiva.
La costanza e lo studio di Natascha non potevano che essere premiati con il Federal Award for Ecodesign dal Ministero federale dell’ambiente (BMU) e dall’Agenzia tedesca per l’ambiente (UBA) in collaborazione con l’International Design Center Berlin (IDZ). 

Sofia Ilmonen 

Sofia Ilmonen è la designer indipendente che ha convinto, con le sue creazioni femminili e modulabili, la giuria della 36esima edizione del Festival de Mode de Hyères vincendo il prestigioso premio per la sostenibilità Mercedes-Benz.
I cartamodelli dei suoi capi nascono da moduli squadrati che prendono vita e si assemblano grazie ad un meccanismo di bottoni e anelli, offrendo infinite possibilità di trasformare e modificare le silhouette in un momento ludico.
Laureatasi al London College of Fashion, vanta nel fresco background anche un’esperienza nell’ambitissimo reparto sartoria di Alexander McQueen.
Il suo studio pone le radici a Helsinki e la Berlin Fashion Week la accoglie come guest insignita del premio indetto dalla casa automobilistica.

Dalla Gioconda apre un pop up restaurant a Cortina da Franz Kraler

Allegra Tirotti RomanoffStefano Bizzarri, lo chef Davide Di Fabio, grazie alla famiglia Kraler hanno voluto portare un po’ di loro e del loro mondo a Cortina, creando un pop up restaurant dall’immagine fresca e contemporanea, una vetrina sul mare nella stupenda località di montagna.

Avrà luogo tutte le sere dal 21.02.22 al 27.02.22, nella boutique di Franz Kraler in corso Italia 119. Sarà un lampo o meglio uno scorcio sui primi raggi di sole della riviera, una cena riservata, pochi intimi, un menu unico, un buon sound e la voglia di accogliere gli ospiti come a casa, tra gli splendidi vestiti della boutique, i libri, i fiori e il buon vino.

Dalla Gioconda nasce negli anni 50 come dancing pizzeria a Gabicce Monte, provincia di Pesaro Urbino, chiamata un tempo “la Capri dell’Adriatico”.

Patria della musica e del divertimento di quel mood il ristorante Dalla Gioconda mantiene ancora oggi la leggerezza impressa in quel nome e nel suo juke box, conservato anche dopo la profonda ristrutturazione, guidata da Stefano Bizzarri e Allegra Tirotti Romanoff.

I principi di sostenibilità e tutela della terra sono valorizzati sotto tutti gli aspetti: è il primo ristorante certificato plastic free in Italia, la struttura è certificata leed gold e vanta materiali scelti al minor impatto possibile ed è riscaldata attraverso la geotermia. Lo spreco è ridotto al minimo grazie al recupero delle acque piovane. Le pareti di librerie, una in ogni spazio, danno la sensazione di entrare a casa.

La cucina è nelle mani dello chef Davide Di Fabio (16 anni in Osteria Francescana) che nella sua vita ha viaggiato in alcuni dei paesi più interessanti del mondo. Amante dei sapori veri e diretti, appassionato di arte pop e colori, è patito di musica e qui gioca anche a fare il dj.
Il suo menù prevede ingredienti della zona che seguono rigorosamente la stagionalità dei prodotti.
Adiacente al ristorante è stato creato un bellissimo orto naturale. Nella cantina oltre 500 diverse etichette e più di 2000 diverse bottiglie. Il ristorante è novità dell’anno 2022 per Gambero Rosso ed è nella 50 Top Italy.

4 indirizzi beauty da conoscere adesso

Beauty e skincare per i milanesi sono ormai una cosa seria. Taglio e colore a volte, vengono prima di un outfit. Moltissimi tra uomini e donne, non rinunciano ad un rituale viso almeno una volta a settimana, mani e piedi devono chiaramente essere on point, per non parlare poi dei massaggi rilassanti dopo una dura settimana di lavoro e, per i più pigri, quella voglia di sperimentare comodamente a casa il trattamento per la pelle più innovativo.

Ecco perché, che voi siate di Milano oppure no, dovete provare almeno uno di questi indirizzi nelle prossime settimane…


Kult Milano

Hair Salon, Beauty Room e Tattoo Studio: Kult unisce tre vocazioni in un ambiente iconico e innovativo fondando il proprio lavoro su professionalità ed etica. Il servizio non solo è attento al cliente ma strizza l’occhio anche all’ecosostenibiltà utilizzando materiali e tecnologie eco-friendly e cruelty free. L’ambiente è eclettico e caratterizzato da un’estetica industrial ma sempre legata alla filosofia green.



Smalto Milano

In un contesto elegante e chic , il salone offre un trattamento esclusivo dalla testa ai piedi. L’ambiente moderno è attento alla cura dei dettagli, partendo dalle decorazioni fino ai prodotti personalizzati. ll team di professionisti si prende cura del cliente offrendo servizi e prodotti di alta qualità.



Shampoo Milano

Tra le linee pulite di un arredo elegante e essenziale, il proprio appuntamento diviene un percorso di benessere e bellezza. L’atmosfera fresca e colorata di Shampoo è la cornice per un servizio professionale e attento alle esigenze del cliente. Il salone offre trattamenti di diverso genere, anche tra i più complessi, con molta attenzione ai particolari.



SOUL4SKIN

La cura per la pelle è importante tanto quanto quella dei capelli e delle unghie. SOUL4SKIN racconta la dedizione per la cosmesi, la cura per la pelle e per le persone attraverso prodotti, trattamenti e consulenze mirate e puntuali. Lo store si candida a Milano come punto di riferimento per la skincare di ricerca attraverso la sintesi del sapere e dell’esperienza orientali con un’attenzione tutta “made in Italy”.



Un ricordo di Nino Cerruti, principe del tessuto

Che la morte di Nino Cerruti – il “signor Nino”, come lo chiamavano tutti – abbia almeno una funzione, oltre al dolore che ci fa sentire più orfani di uno tra i più grandi autori del Made in Italy: la convinzione e il dovere di dire al mondo che è grazie al tessile, a cui poi il designer dà forma e contorno, se siamo i primi nel mondo a creare moda che è anche abbigliamento, capacità inventiva che è anche modalità vestimentaria, stile che è anche funzione.
Se, come fa dire Shakespeare a Prospero ne La tempesta: «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni», la moda è fatta della stoffa prodotta da imprenditori illuminati, che spessissimo danno il la alla creatività dei designer che proprio da una certa consistenza, da una “mano” più o meno vellutata o più o meno scattante innescano il loro estro. Il tessile rappresenta un’importante voce dell’economia italiana: è importante sottolinearlo perché anche noi addetti ai lavori tendiamo a dimenticarlo, regalando tutto il merito a chi disegna i vestiti ma non a chi ne ha disegnato la sostanza nella quale sono ritagliati.


Nino Cerruti nel 1987, photo by Raphael Gaillarde/Gamma-Rapho via Getty Images

Il pullover giallo pallido buttato sulla spalla «perché è un amuleto», l’eleganza che sprigionava un’aura di internazionalità non legata a nessun territorio (e questo, alla faccia di chi ritiene “provinciale” chi non sia nato a New York, Parigi, Londra o Milano), il biellese Cerruti ha introdotto il “casual chic” nell’abbigliamento maschile di fascia alta inventando la prima giacca decostruita negli anni Settanta, con la complicità di un giovane stilista, Giorgio Armani, che aveva conosciuto una decina di anni prima.
Nasce per sua natura come maestro della raffinatezza rilassata, ma sente presto che il termine eleganza” ha «un terribile sapore di vecchio», cui preferisce sostituire il concetto di “stile”: «Avere stile è mescolare cultura e arte».
Un dato interessante: avrebbe voluto diventare un giornalista o un filosofo. Purtroppo, la morte del padre Silvio lo costringe ad abbandonare gli studi per rilevare l’azienda di famiglia, famosa soprattutto per la trama e gli orditi delle lane.


Cerruti con una modella a Capri, nel 1968
Cerruti (al centro, con il pullover giallo sulle spalle) al termine della sfilata F/W 1997-98 a Parigi, ph. Condé Nast Archive

«Da lui ho appreso non solo il gusto della morbidezza sartoriale, ma anche l’importanza di una visione a tutto tondo, come stilista e come imprenditore», ha scritto Armani sul suo profilo Instagram: «Aveva uno sguardo acuto, una curiosità vera, la capacità di osare». Quella con il designer piacentino è una relazione in cui l’uno sostiene l’altro nella creazione di una silhouette maschile e femminile completamente rinnovata grazie a tessuti morbidi, lievi, senza genere, diremmo oggi: Armani disegna la prima collezione di abbigliamento del signor Cerruti, il cui lanificio di famiglia data al 1881.
La linea si chiama Hitman, ed è tra le prime dedicate al prêt-à-porter maschile, tanto che il tessitore-imprenditore aveva già aperto nel ’65 una sua boutique parigina a pochi passi da Rue Cambon, “il” regno di Mademoiselle Coco Chanel, di cui diventa amico, la quale indossa solo pantaloni firmati Hitman. Pochi anni dopo vi affiancherà la linea più sportiva Flying Cross.


Nino Cerruti con Sharon Stone al Festival di Cannes del 1992

Aperto alla contemporaneità, la fa disegnare da Vico Magistretti: il successo è tale che Oltralpe viene denominato come “il più francese dei couturier italiani” e a chi lo conosce negli anni successivi, Cerruti preferisce parlare direttamente in francese. O in inglese: è tra i primi, insieme con Armani, a vestire il Gotha dell’Hollywood che conta, non solo sui red carpet, ma anche come costumi di film come Pretty woman, Il silenzio degli innocenti, Basic Instinct, Philadelphia, Wall Street, Attrazione fatale, Proposta indecente.
Manager, imprenditore, creatore, conosce successi crescenti: l’invenzione del colore ottanio, i profumi, gli occhiali, la linea femminile («amo le donne in pantaloni»), i primi accordi di licenza in Giappone e negli Stati Uniti. Nominato Cavaliere del Lavoro nel 2000, è stato anche designer ufficiale della scuderia Ferrari di Formula 1 nel 1994. Il figlio Silvio inizia ad affiancarlo nel lavoro.


Richard Gere e Julia Roberts in Pretty woman: nel film l’attore americano indossa abiti disegnati da Cerruti

Michael Douglas in Wall Street: il guardaroba del suo Gordon Gekko è firmato Cerruti

Un’altra delle sue scoperte è Véronique Nichanian, ora da decenni direttrice creativa della collezione uomo di Hermès, che Cerruti nota diciannovenne ai corsi della Chambre Sindacale de la Couture. Il tutto sempre soffuso di una certa nonchalance striata di snobismo e di grazia, che gli permette di dare giudizi soavi e spesso tranchant.
Di vestiti, non vuole buttarne via uno, anche dopo anni. Sono il racconto dell’intera sua esistenza: «Dagli inizi degli anni Cinquanta ho tenuto tutto quello che compravo e tutti i prototipi che facevo realizzare. Col mio mestiere, poi, era facile abituarsi ad amare una cosa diversa ogni mese. È come vedere una foto dello stile attraverso gli anni. Oggi, riesco ancora a indossare qualcosa. E qualcosa viene ancora indossato dalle nuove generazioni venute dopo me», disse quando nel 2015 la Fondazione Pitti Discovery dedicò una mostra all’archivio di una vita, la sua, che s’intitolava “Il signor Nino”, curata da Angelo Flaccavento.


Una sala della mostra “Il signor Nino”, allestita al Museo Marino Marini di Firenze nel 2015

Purtroppo, aver venduto la sua maison a un gruppo di imprenditori italiani non si è rivelata la sua decisione più saggia, visto che doveva essere il primo mattone di un polo del lusso italiano che mai vide la luce. Il Lanificio Cerruti ora fa parte del fondo anglo-londinese Njord Partner; il signor Nino ne conservava una quota del 20 per cento e la carica di vicepresidente.

Principe del tessuto, il signor Nino, lungo il telaio della sua vita, ha tramato e ordito perché ciò che sapeva fare diventasse indispensabile alle persone eleganti di oggi: costruire tra di loro un “tessuto connettivo”, una Rete prima della Rete, diventando egli stesso un social vivente molto prima dei social, che riunisse tutti e tutte gli amanti del bello, dell’armonia, dell’arte e della gentilezza dei modi.


Un ritratto del 1993 dello stilista e imprenditore biellese

In apertura, Nino Cerruti nel 1987, photo by Raphael Gaillarde/Gamma-Rapho via Getty Images

MOACONCEPT presenta Q-ART code: un inedito progetto NFT per supportare gli artisti emergenti

Moaconcept, brand di sneaker e street apparel fondato dall’imprenditore Matteo Tugliani nel 2015, ha come valore fondamentale l’arte e, sin dalla sua nascita, collabora con giovani artisti di tutto il mondo, supportando la crescita del loro talento. L’arte come veicolo di cultura, socialità, creatività, lavoro e imprenditoria giovanile. Una filosofia che si specchia nelle sue collezioni, distribuite ed apprezzate a livello internazionale. Arte e creatività fanno parte del DNA dell’azienda fiorentina che, da sempre,  valorizza e supporta giovani artisti indipendenti e opera per la riqualificazione di ambienti urbani, come avvenuto recentemente a Montevarchi dove 5 artisti hanno realizzato opere d’arte in diversi luoghi della città, portando messaggi di speranza e bellezza.  Moaconcept ha ideato un’iniziativa che, a partire dalle sue collezioni fall winter, consente agli appassionati di essere direttamente protagonisti di questa grande azione di supporto al mondo dell’arte. Il progetto digitale Q-ART code, utilizzando la tecnologia NFT Non-Fungible-Token, consente al cliente, tramite una semplice registrazione online, di devolvere parte del ricavato delle sneakers acquistate e di supportare in questo modo la realizzazione di un’opera creativa di riqualificazione urbana.  La semplice scansione del QR code permette ai clienti di scegliere un’opera e diventare titolari del certificato NFT che ne attesta ufficialmente il supporto. Un progetto unico che si lega perfettamente all’anima creativa e appassionata di Moaconcept, coerente con la propria natura a supporto del talento. I soggetti dei primi NFT di cui i clienti potranno diventare titolari sono le opere di create a Montevarchi, realizzate durante il recente Moaconcept Tribute.



Moaconcept propone collezioni di fashion sneaker che, da sempre, si sono ispirate al mondo dell’arte. Una sua passione personale o una scelta strategica basata sulle richieste del mercato?

Una passione personale ma anche e soprattutto la convinzione che l’Arte sia un liguaggio e messaggio universale, in grado di unire le persone e di rendere il mondo più bello. Da qui il nostro claim: Art Brings Us Together.  Moaconcept vuole incoraggiare la comunità ad impegnarsi socialmente attraverso il veicolo dell’arte, creando un ponte tra arte e moda in maniera responsabile.

A partire da questa stagione abbiamo anche attivato il progetto denominato Q-ART code, che attraverso la tecnologia NFT, Non-Fungible-Token, consente ad i nostri clienti, tramite una semplice registrazione online, di devolvere parte del ricavato delle sneakers acquistate e di supportare la realizzazione di un’opera creativa di riqualificazione urbana.

Una delle collaborazioni più importanti del brand è stata ed è, certamente, quella effettuata con Disney, a cui è seguita quella con Looney Tunes. Quanto sono importanti per voi?

Le licenze ci hanno permesso di farci conoscere al grande pubblico, sono state e sono importanti. Per il 2022 ad esempio abbiamo in serbo una bella novità in tal senso.  Continueremo quindi a lavorare su questo fronte, dando la nostra personale interpretazione degli iconici personaggi dei fumetti.



Quale modello della vostra gamma rappresenta il futuro del brand?

Senza dubbio la Master Legacy. Una scarpa minimal e moderna che si presta poi ad essere reinterpretata da un punto di vista stilistico (con giochi di materiali e colori), una sneaker che strizza l’occhio anche ad un consumatore più giovane.

Sostenibilità. Un tema estremamente attuale. Come lo state affrontando?

La sostenibilità è un percorso che stiamo intraprendendo a piccoli bassi ma con il desiderio di rendere la nostra azienda e le nostre scarpe sempre più green. Una sfida non facile ma che vogliamo accogliere e che non può essere ignorata. Nell’ultimo anno abbiamo lanciato il progetto “Green Office Effect”, diffondendo una serie di buone pratiche ecofriendly all’interno dei nostri uffici (come ad esempio l’eliminazione della plastica monouso, la creazione di aree per il riciclo dei materiali etc.).  Da tempo stiamo facendo ricerche sulle materie prime utilizzate e abbiamo lanciato un modello di sneaker in Apple Pam, una pelle ottenuta dal riciclo degli scarti industriali della produzione della mela.  Dalla prossima stagione utilizzeremo sempre più questo materiale, in combinazione anche con altri biodegradabili.

Lei è un esperto del mercato delle sneaker di livello internazionale, quale futuro prevede per il segmento? Quali sono i trend?

Le sneakers ormai da anni sono state “sdoganate” e sono diventate un accessorio da indossare in ogni occasione, anche la più elegante. Il mercato è in crescita e sono convinto che il trend proseguirà in positivo.

Columbia Sportswear e la sua tecnologia spaziale

La nuova tecnologia termoriflettente Omni-HeatTM Infinity; ispirata alla tecnologia utilizzata dalla NASA è la novità di questa stagione di Columbia Sportswear. Presenta una fodera con una maggior superficie di punti dorati che hanno il compito di riflettere e trattenere il calore corporeo, offrendo così calore istantaneo anche alle temperature più basse, senza compromettere la traspirabilità e il comfort dei capi. Inoltre, Omni-HeatTM Infinity è in grado di riflettere il 40% del calore corporeo in più rispetto alle precedenti tecnologie del marchio.



Queste giacche sono perfette per affrontare qualsiasi uscita invernale, grazie alla calda imbottitura in piumino sintetico riciclato e alla tecnologia termoriflettenteavvolte da un esterno impermeabile. La silhouette trapuntata offre una protezione ottimale: presenta infatti dettagli regolabili sul cappuccio e sull’orlo inferiore, protezione per il mento e polsini elasticizzati.
 



Ad oggi, oltre al modello LABYRINTH LOOP HOODED JACKET, Omni-HeatTMInfinity è disponibile su una vasta gamma di giacche.

Heron Preston, il designer innamorato del workwear che ha conquistato la Nasa


Se a 38 anni possiedi un brand presente nel calendario della fashion week parigina, tra i tuoi apprezzatori si contano The Weeknd, Hailey Bieber e Travis Scott, nel tuo cursus honorum campeggiano mostri sacri dello showbiz (leggi Kanye West) e marchi iconici come Nike o Levi’s, vuol dire che hai già conquistato un posto d’onore nell’affollatissimo milieu della moda contemporanea. Le informazioni appena snocciolate si riferiscono a Heron Preston, titolare dell’etichetta eponima con cui, dal 2017, è impegnato a sfumare sempre di più i confini tra lusso, abbigliamento street e workwear.

Sanfranciscano ma newyorchese adottivo, incarna alla perfezione quella poliedricità che oggi sembra essere la carta vincente per gli stilisti, destreggiandosi agevolmente tra passerelle, graphic design, fotografia, dj set e consulenze per il citato West, che in passato gli ha affidato la direzione artistica di numerosi progetti, dalla linea ready-to-wear Yeezy all’album ‘The Life of Pablo’. Un autentico factotum della creatività, dunque, la cui formazione non poteva non essere sopra le righe.



Nato e cresciuto nella Bay Area, il nostro per sua stessa ammissione è uno smanettone fissato con internet che, nel tempo libero, sperimenta con la serigrafia e non disdegna lo skate.
Nel 2004 si trasferisce nella Grande Mela, dove studia alla Parsons School of Design, inserendosi rapidamente nei giri giusti ed entrando in contatto con Aaron Bondaroff, ex gallerista della Morán Morán (all’epoca OHWOW Gallery); è quest’ultima a pubblicare, nel 2008, il photobook ‘The Young and the Banging’, una sorta di annuario fotografico zeppo di polaroid scattate da Preston, che fin dal suo arrivo in città si diletta a immortalare la meglio gioventù creativa di Downtown. Tra gli sponsor dell’iniziativa c’è Nike, che finisce per assumere l’autore, nominandolo in breve Global Digital Strategies della divisione NikeLab.
Nel 2012 viene contattato da Virgil Abloh e Matthew M. Williams, allora due designer semisconosciuti, che lo invitano a unirsi a loro da Been Trill, un collettivo che nel suo triennio di attività sarà assai chiacchierato, ma lancerà definitivamente le carriere dei membri più in vista. In questo periodo, Preston continua a stringere relazioni con i nomi che contano nell’industria modaiola e affina ulteriormente la sua estetica, tutta giocata sulla manipolazione spigliata di codici e suggestioni provenienti dagli ambiti più eterogenei.

Conclusa la parentesi di Been Trill, si dedica a vari progetti una tantum, ad esempio affastellando loghi disparati su magliette rinominate ‘NASCAR Factory Defeat’, oppure customizzando un paio di Nike Air Force 1 con patch a forma di stella (una copia dichiarata del simbolo della label Bape) ritagliate da uno scampolo di tessuto Gucci GG Supreme.
Nel frattempo, turbato dal ritrovamento di un sacchetto di plastica nel mare di Ibiza, prende consapevolezza dell’urgenza della questione ambientale e si associa al Department of Sanitation di New York per la capsule Uniform, in cui vengono riciclate proprio le vecchie uniformi dei netturbini dell’ente che gestisce la raccolta rifiuti, convertite in borsoni dalle tonalità fluo, giubbini a stampa foliage, felpe e t-shirt dall’aria un po’ dimessa.
A quel punto – siamo nel 2016 – Preston si convince a seguire le orme degli ex colleghi Abloh e Williams, che cominciano a fare faville rispettivamente con Off-White e 1017 Alyx 9SM, e lancia l’e-store HPC Trading Co., preludio alla nascita della griffe col suo nome che arriverà un anno dopo.



Il designer ha ormai definito il proprio vocabolario di stile, i cui lemmi sono presto detti: in primo luogo, la fascinazione per le uniformi dei lavoratori (operai edili, poliziotti, vigili del fuoco ecc.), con collezioni che largheggiano in nuance evidenziatore, bande catarifrangenti, tag identificativi, nastrature, abrasioni, cinture a guisa di imbracatura e chi più ne ha più ne metta, una caterva di riferimenti al workwear combinati al repertorio ormai consolidato dello streetwear, che prevede felpe, pantaloni cargo, denim jacket, smanicati e altri capi easy, dalle forme anabolizzate e il tono rude quanto basta.
In secundis, il ricorso copioso alle stampe, che siano scritte icastiche come la quasi onnipresente dicitura in cirillico стиль (che sta per “stile”), print che rimandano alla grafica basilare dei primi pc o raffigurazioni variegate dell’airone, animale feticcio del marchio, un calembour che gioca con il significato dell’inglese heron, airone appunto.
Da ultimo, una certa, costante dose di sfrontatezza, che lo spinge di volta in volta ad (auto)ironizzare su tic e contraddizioni degli influencer (categoria di cui fa parte, d’altronde), oppure a stampigliare sulle magliette vendute nella boutique moscovita KM20 l’immagine di Vladimir Putin che inforca gli occhiali da sole.



Il novero delle collaborazioni di riguardo si infoltisce velocemente, a cominciare dalla doppietta dello show F/W 2018 in cui Preston presenta le capsule collection con Carhartt e Nasa: se la prima codifica la sua affinità con l’abbigliamento da lavoro in diciotto proposte di chiara derivazione utilitaristica, tra giacche chiazzate di vernice, gilet zippati e maglie slabbrate, la seconda omaggia la storia dell’agenzia spaziale statunitense, facendo largo uso di materiali futuribili quali nylon ripstop e alluminio per zaini che imitano il jetpack e abiti ricalcati sulle tute degli astronauti, con un afflato avveniristico degno delle visioni Space Ace di André Courrèges, Paco Rabanne e Pierre Cardin.
Nello stesso anno mette mano agli Ugg, i famigerati stivaletti foderati di pelliccia, apponendovi le sue caratteristiche linguette in colori flashy, un’iniziativa bissata e allargata ad altre calzature dell’azienda nel 2019, quando ha l’opportunità, tra le altre cose, di ibridare le silhouette di due celebri modelli Nike Air Max (95 e 720), ottenendo una sneaker bombata e avvolta in strati di TPU traslucido, e di intervenire sui 501 Levi’s, i jeans per definizione, divertendosi a decolorarli e maltrattarne il tessuto.

Nel 2020 si concede un coup de théâtre con il dentrificio – tanto per cambiare – arancione per Moon, co-firmato dalla supermodel Kendall Jenner e in tiratura ovviamente limitatissima. 

L’ultima collaborazione risale invece alla fine di aprile e coinvolge Calvin Klein, un’istituzione del casual a stelle e strisce di cui Preston ha aggiornato i pezzi più pratici e discreti (jeans a gamba dritta, tee, intimo ecc.) in chiave unisex e sostenibile.
Le prossime collaborazioni, con tutta probabilità, non tarderanno ad arrivare, per convincersene è sufficente riprendere le parole del diretto interessato, che già nel 2006, parlando con il magazine Freshness della propria imprevedibilità, aveva fornito una summa del Preston-pensiero: «Non voglio che le persone mi comprendano appieno perché sarei noioso. Saprebbero cosa aspettarsi. Se [invece] con Heron Preston creo un contrasto, facendo un giorno qualcosa su Warren Buffett, quello dopo su Huf [brand di skatewear, ndr] o sulla sicurezza di internet, susciterò una certa attrattiva e le farò tornare».


Backstage at Heron Preston Men’s Fall 2020, photographed in Paris on Jan 16, 2020.

La camicia hawaiana è il must dell’estate 2021 (Beckham docet)

Un paio di settimane fa Maserati ha rilasciato un filmato che vede David Beckham – novello global ambassador del Tridente – sgommare a bordo di un Suv Levante Trofeo. A fare notizia però, più delle prodezze al volante, è stata la camicia hawaiana di Saint Laurent esibita da Beck, uno sfavillio di fregi tropicali nelle sfumature del rosso, azzurro e bianco su base nera.
Un pezzo con tutti i crismi della categoria aloha shirt, lasciato aperto sulla t-shirt e accompagnato da ampi pantaloni neri; considerato il gradiente di coolness dell’asso del calcio inglese, c’è da scommettere che diventerà un must-have del menswear primavera/estate 2021.

Beckham, tra l’altro, va ad aggiungersi a una schiera di estimatori di prim’ordine avvistati recentemente con indumenti in stile Hawaii, da Justin Bieber a Cara Delevingne, dalla blusa vitaminica di Celine indossata da Rihanna per una capatina al supermercato a quella in tinte neon con cui Bill Murray si è collegato alla cerimonia (virtuale) dei Golden Globe 2021.



Questa plausibile, inattesa centralità della hawaiian shirt, che evoca in genere istantanee ben poco glam (signori attempati ritiratisi a svernare in Florida, commedie ambientate in location idilliache, freak che manifestano a mezzo camicia la volontà di non prendersi mai sul serio, ecc.) causerà probabilmente parecchie alzate di sopracciglio, ma a ben guardare si è insinuata da tempo nel reame dello stilisticamente corretto – o perlomeno accettabile, ricomparendo a fasi alterne nelle tendenze di stagione.

Dopotutto, le grafiche palpitanti che la caratterizzano (fiori di ibiscus, piante esotiche e altri motivi jungle) accendono l’immaginazione e forniscono alla mise un boost non indifferente di colore, utile a spezzare la monotonia di tute e simili tenute casalinghe, senza contare che questa è la stagione in cui, si spera, riusciremo finalmente a sbarazzarci del virus mortifero, trasferendo magari anche sugli abiti una sensazione di ritrovata vitalità.

Per inquadrare al meglio la camicia hawaiana sono necessari alcuni cenni storici: sebbene non vi sia una data precisa, l’origine è da ricercarsi sicuramente nell’arcipelago del Pacifico, un’oasi di multiculturalità dove, nei primi decenni del Novecento, convivono già immigrati portoghesi, cinesi, giapponesi e del Sud-Est asiatico, con ciascuna etnia che contribuisce a codificarne le caratteristiche; il risultato finale, infatti, è un incrocio tra la foggia della palaka indossata dai lavoratori delle piantagioni, la stoffa crêpe dei kimono e i colori appariscenti del tradizionale kapa degli isolani, da portare come il barong tagalog filippino, una camiciola trasparente tenuta fuori dai pantaloni.
Le fattezze del capo, da allora, sono rimaste pressoché invariate: il taglio è ampio e squadrato, le consistenze ridotte al minimo sindacale grazie all’impiego di tessuti quali seta, mussola, lino o viscosa, le maniche invariabilmente corte, le punte del colletto ripiegate e distese. In buona sostanza, un indumento ad alta riconoscibilità, specie per quei visitatori che, a partire dagli anni ‘20, giungono alle Hawaii e prendono ad acquistarlo come souvenir di viaggio. In breve la richiesta si impenna, di conseguenza aumentano a dismisura le imprese locali dedite a confezionarlo, compresa quella di un tal Ellery Chun che nel 1936 registra il marchio ‘aloha shirt’ (l’altro nome con cui è conosciuto).


Nel ventennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, con centinaia di migliaia di turisti che affluiscono nelle spiagge dello stato americano, la camicia hawaiana conosce il suo periodo di massima popolarità, guadagnandosi addirittura la copertina della rivista Life, che nel dicembre ‘51 mette in prima pagina il presidente Harry Truman con addosso una candida versione floreale. Per favorirne la diffusione anche al di fuori dei contesti vacanzieri, la Hawaiian Fashion Guilde nel ‘66 si inventa perfino l’Aloha Friday, antesignano della prassi ormai consolidata del look informale per il venerdì in ufficio.
Sono tuttavia film e serie tv a scolpirne il profilo nell’immaginario collettivo del tempo: il catalogo di celebrità apparse sul grande e piccolo schermo in camicia hawaiana è sterminato, si va dai divi dell’età dell’oro di Hollywood, come Frank Sinatra in ‘Da qui all’eternità’ (1953) o Elvis Presley in ‘Blue Hawaii’ (1961) al Johnny Depp sotto acidi di ‘Paura e delirio a Las Vegas’ (1998), dall’eroe romantico per eccellenza (Romeo/Leonardo DiCaprio nell’adattamento firmato Baz Luhrmann della tragedia shakespeariana) a Tom Selleck, aka il detective godereccio del telefilm ‘Magnum P.I.’, non a caso di stanza a Honolulu.

In tutto questo la moda non tarda a fornire le sue varianti sul tema Hawaii shirt, cogliendone le potenzialità di alternativa civettuola alla schematicità insita in buona parte dell’abbigliamento maschile, e indulge volentieri in cromatismi pop, stampe fantasmagoriche e texture impalpabili.



Tornando alla P/E 2021, designer e brand sembrano orientati a recuperare l’originaria vocazione leisure della camicia, con superfici adorne di grafiche tropicaleggianti e forme fluide come non mai. È d’obbligo partire dal citato modello di Beckham targato Saint Laurent, parte della collezione estiva della maison. Il direttore creativo di Casablanca Charaf Tajer, invece, fa tesoro del lockdown passato a Maui, traslando sulle blusa i paesaggi celestiali dell’isola, tra palmizi, onde e dune di sabbia in tonalità lisergiche.
Pierpaolo Piccioli, chez Valentino, ricorre ai fiori per trasmettere l’idea di una mascolinità radicalmente romantica, dispiegando sulla seta color lavanda il motivo Flying Flowers; peraltro sono diversi gli stilisti che subiscono il fascino dei print fiorati: Paul Smith, per esempio, piazza sul twill celeste del camiciotto, provvisto di tasche frontali, rose di un giallo intenso; Jun Takahashi di Undercover opta per veri e propri bouquet nei toni del rosso e arancio, Pierre Mahéo (Officine Générale) per ramages stilizzati su fondo bianco, mentre il modello disegnato da Saif Bakir ed Emma Hedlund (CMMN SWDN) brulica di foglie e infiorescenze in nuance bruciate; e ancora, Davide Marello di Davi Paris diluisce a mo’ di acquerello i contorni dei fiori riprodotti al centro della camicia.

Altrove, le fantasie sono se possibile ancora più sfolgoranti: è il caso di Versace, che riedita sulle camicie hawaiane flora e fauna marina della stampa d’archivio Trésor de la Mer, in un’esplosione di cromie brillanti, oppure di Dries Van Noten, che traduce su tessuto la psichedelia pittorica dell’artista Len Lye, o ancora dei pattern-cartolina della shirt di Amiri.



Con una tale abbondanza di esempi, per adeguarsi al trend è sufficiente scandagliare i negozi, fisici o virtuali che siano, alla ricerca dei pezzi sopramenzionati, scegliendo tra un ventaglio di proposte che include modelli griffati Valentino, Casablanca, Dries Van Noten, Saint Laurent, Paul Smith, Officine Générale e CMMN SWDN. Alla lista si potrebbero poi aggiungere la camicia hawaiana in misto cotone e seta di YMC, densa di coloratissimi disegni floreali, quella di NN07, vivacizzata da pennellate bianche e blu, e infine quella di Prada dai toni poudré, un florilegio di petali, steli e boccioli.
Tutto sommato, se a causa della pandemia perdurante non sarà possibile nemmeno quest’estate raggiungere località turistiche più o meno ambite, basterà indossare la camicia “giusta” per sentirsi in vacanza. 

Dietro le quinte di Estate 2021 : 6 talent da seguire e ascoltare su Spotify

Manintown vi svela il Dietro le Quinte del contenuto esclusivo, Estate 2021 : 6 talent da seguire e ascoltare su Spotify  

Lo Special Content potete trovarlo 6 TALENT DA SEGUIRE E ASCOLTARE SU SPOTIFY 


Special content director, producer, interview and styling Alessia Caliendo

Photographer Gloria Berberi

Make up Eleonora Juglair

Hair Matteo Bartolini using Balmain Couture Balmain Couture Italia

Photo assistant Simona Pavan

Alessia Caliendo’s assistants Andrea Seghesio e Laura Ronga

Location Best Western Hotel Galles 

Special thanks to Hairmed

Healthy Colors





Faces: Cosimo Longo

Ph: Davide Musto

Ass. ph: Emiliano Bossoletti

Total look: Manuel Ritz

Cosimo Longo è un giovane attore pugliese. Ha debuttato sullo schermo nel 2020 con Mental, serie che affronta il tema dei disturbi psichici tra gli adolescenti, accolto con favore da critica e pubblico.
Cosimo intende ora continuare a studiare e migliorarsi in vista dei prossimi set, e spera di potersi mettere alla prova con ruoli musicali oppure “estremi”, come quelli legati al mondo delle droghe.



Raccontaci del tuo percorso, chi è e cosa fa Cosimo Longo?
«Vengo da San Vito dei Normanni, vicino Brindisi. Dopo il liceo ho iniziato un percorso di recitazione frequentando la Roma Film Academy, poi sono stato preso dalla mia agenzia, la LinkArt, e ho sostenuto il provino per Mental; sono stato fortunato, è andato bene».

Come ti sei avvicinato al cinema?
«Ho sempre desiderato fare l’attore, già da bambino mi affascinavano le persone che interpretavano personaggi disparati vivendo tante vite diverse. Una passione che, crescendo, si era affievolita, l’avevo messa da parte finché, in quinto superiore, mi sono trovato a decidere sul mio futuro e ho avuto una specie di illuminazione».



Sei nel cast del serial Mental, incentrato sulle malattie mentali dei giovanissimi. Un argomento che, sotto certi aspetti, può ricordare Euphoria, credo che faccia presa sul pubblico anche per il momento storico che viviamo. Ti va di parlarci di quest’esperienza?
«Hai nominato Euphoria e in effetti noto anch’io delle somiglianze, la differenza secondo me è nella chiave di lettura, quella scelta da Mental è un po’ più leggera, simpatica se vogliamo, per cercare di stemperare la pesantezza del tema.
È stato il mio primo progetto professionale, un debutto decisamente positivo sia per il lavoro sul set, sia per i riscontri che stiamo avendo; è tutto strapositivo, ancora non ci credo, mi arivano messaggi di ragazzi che si complimentano, che ci ringraziano per il modo in cui abbiamo reso determinati aspetti».

Parliamo del tuo personaggio, Daniel, ragazzo logorroico e bipolare, spesso preda della paranoia.

«Daniel è un personaggio davvero particolare, forte, energico, simpatico, l’unico suo problema è l’estrema suscettibilità: lo vediamo passare da fasi di grande eccitazione e felicità a momenti in cui non riesce a muoversi né parlare. Credo che la parte che più apprezzo di lui – e il motivo per cui gli sono affezionato – risieda nel fatto che ciò che vediamo di Daniel (parlare velocemente, rompere le scatole ecc) è come una maschera per ciò che prova effettivamente; è assai intelligente, quindi sa che certe cose, come l’essere spiato, il tentativo di incastrarlo e così via, non sono vere, ma pensarla così gli fa comunque meno male dell’affrontare la realtà».



Ci sono registi con cui ti piacerebbe lavorare? Hai preferenze a livello di ruoli o generi?
«Un regista che apprezzo molto è Genovese, mi piacciono i personaggi dei suoi film, sarebbe interessante lavorare su uno di loro.
Per quanto riguarda ruoli e generi sinceramente non faccio distinzioni, mi piacerebbe in particolare fare qualcosa nell’ambito della musica, oppure interpretare personaggi legati al mondo delle droghe, le vedo come parti intense, sfidanti; ogni ruolo lo è a modo suo, e presenta mille sfaccettature, ma penso che in questi ci sia qualcosa in più».

Che rapporto hai con i social?
«Li uso, anche troppo per la mia opinione. Ho solo Instagram, vorrei utilizzarlo di più per il lavoro, rendendolo una pagina che mi racconti a livello professionale».



Che rapporto hai con la moda? Come ti approcci agli outfit sul set e cosa pensi della relazione tra ruolo e costumi di scena?
«Penso quest’ultimo elemento sia davvero rilevante, i vestiti giusti mi aiutano a creare l’atmosfera giusta (mi riferisco ad ambientazione, compagnia, abbigliamento ecc), a credere in ciò che dovrò fare. Trovo che gli abiti di scena fossero adatti all’unico personaggio interpretato finora, mi sono trovato bene da quel punto di vista, anche perché Daniel indossava capi oversize, simili a quelli che uso anch’io.

Per quel che riguarda il rapporto con la moda, la seguo nel senso che mi informo, osservo, però sto ancora cercando di definire un mio stile, prendendo spunto da tanti input in ambiti diversi, dal cinema alla musica. Secondo me l’abbigliamento è il miglior biglietto da visita di una persona, attraverso il modo in cui vesti rappresenti ciò che sei, perciò devi sempre esserne fiero. Non sono granché d’accordo sul cambiare spesso look per adeguarsi al contesto, lo stile è personale e deve rispecchiarti ovunque».



Quali capi non potrebbero mancare nel tuo guardaroba?
«Senz’altro le scarpe giuste: ne ho tante, soprattutto sneakers di Jordan, il mio brand preferito».

Desideri e progetti per il futuro?
«Ho in ballo un progetto che inizierà a breve, poi ho intenzione di continuare a studiare, sono consapevole di dover lavorare ancora molto in questo senso. Per il resto, aspetto che mi offrano una parte musicale o che abbia a che vedere con le droghe, alla Breaking Bad insomma (ride, ndr)».

La moda rigenerata di Rifò: una storia di cenci, cenciaioli e sostenibilità

Una moda assetata di acque restituite impregnate di microplastiche ed agenti chimici. Indumenti già nati per essere rifiuti dismessi di discariche sovraffollate e scarti di invenduto lasciati in pasto agli inceneritori. Vestiti sovrapprodotti in nome di un consumismo globalizzato del non valore a buon mercato. Una moda veloce, “fast”, come la breve durata del suo deperire che nulla ha a che fare con il concetto di tempo, ma che piuttosto si lega a doppio filo a tessuti dozzinali, scadenti e difficili da riciclare che ne decretano la loro obsolescenza precoce. Un abbigliamento venduto come l’eldorado della convenienza a basso costo, ma pagato a caro prezzo a spese dell’ambiente e dei lavoratori orfani di diritti e tutele.



La vulnerabilità di questo anno pandemico ha inasprito queste fragilità già endemiche e radicate in alcune frange del sistema moda, ma d’altro canto ha anche acuito la necessità di una rafforzata sensibilità etica e di un consumo responsabilmente più sostenibile. Un appello che fa da eco a molte voci, tante quante sono le imprese che, da tempo, hanno deciso di remare contro un modello lineare di produzione riponendo le speranze future, e collettive, nella diffusione di una mentalità circolare che vede nel rifiuto una nuova risorsa da reintegrare sul mercato.



Tra queste realtà prende corpo Rifò, la startup del cashmere rigenerato frutto di un crowfunding su Ulule nata nel dicembre 2017 a Prato, in un territorio simbolo, storicamente votato alla cultura del tessile e, per tradizione, terra di lanai e straccivendoli, noti ai nostrani con il nome di cenciaioli o ai più fini letterati con l’appellativo di chiffoniers, come amava declamarli Baudelaire. Quelli che li riconosci perché hanno sempre nella tasca posteriore dei pantaloni un paio di forbici, per separare le cuciture dalla maglia, e un accendino, per bruciare il filo e vedere se c’è una fibra sintetica nella composizione del capo. Dal centenario e quasi estinto mestiere degli artigiani del cencio, per necessità e virtù i primi ignari e inconsapevoli alfieri dell’economia circolare, muove la rivoluzione sostenibile intrapresa dal brand pratese.



Rifò, già a partire dalla fierezza vernacolare del suo nome a “km 0”, è un elogio a quel “rifare” che sfrutta la ricchezza di fibre riciclate per creare dagli scarti tessili un nuovo rigenerato, o un vecchio riscattato di qualità, che vuole farsi portavoce di un valore emozionale destinato a una seconda vita. È un credo stilistico in un futuro non più bisognoso di produrre nuove materie prime, ma autoalimentato dallo sfruttamento di tutte quelle già impiegate, esistenti e dimenticate.



Facendo un passo indietro, cosa ha portato un laureato in Economia internazionale alla Bocconi con esperienze nella cooperazione allo sviluppo per il Ministero degli Esteri a occuparsi di moda?

Un’idea vincente nasce spesso da un intuito, dalla necessità di colmare un gap o semplicemente da quella di porsi come un’alternativa, come ha fatto Niccolò Cipriani, fondatore del marchio. “Durante la mia esperienza di lavoro in Vietnam, ad Hanoi, ho realizzato con i miei occhi il problema della sovrapproduzione che grava su un settore, quello del fast fashion, che produce molto più di quello che viene comprato con un impatto negativo sul consumo delle risorse naturali. Da questa presa di coscienza ho deciso di ritornare in Italia, recuperare la nobile arte dei cenciaioli, profondamente legata alle radici della mia terra, e su questa costruire un brand etico guidato dai valori di qualità, sostenibilità e responsabilità”. Rifò è l’alternativa all’emergenza globale di uno spreco fuori controllo, a cimiteri di abiti abbandonati e ad acquisti anaffettivi inghiottiti nella spirale di saldi e prezzi al ribasso. È l’incontro della conoscenza del distretto tessile di Prato con la consapevolezza che ogni vestito che buttiamo via ha un valore, può essere rigenerato e rigenerabile.



Tutti i capi sono realizzati nel raggio di 30 km da artigiani e piccole aziende a conduzione familiare con il metodo artigianale a “calata”, sostenendo così un modello di prossimità con i produttori e di valorizzazione territoriale a supporto dell’economia locale, limitando l’inquinamento dovuto alla logistica e ai trasporti e snellendo i prezzi finali sul mercato. Le materie prime seconde, frutto del “buon senso” e del risparmio energetico, sono vecchi maglioni in cashmere, jeans almeno 95% cotone e il cotone rigenerato. Scarti industriali e vecchi indumenti vengono sfilacciati, trinciati, riportati allo stato di fibra ed infine a quello di filato pronti ad essere la linfa materica di nuovi maglioni, cardigan, t-shirt, cappelli, sciarpe e mantelle. Alla base di questa “Rifolution” non solo il riciclo di indumenti o il valore della loro restituzione ad un nuovo uso, a nuova vita, ma anche la riduzione dei consumi di acqua, pesticidi e prodotti chimici usati di norma nella produzione. Una rivoluzione silenziosa per sensibilizzare le coscienze individuali verso una sostenibilità, umana e ambientale, incoraggiata da un acquisto consapevole al grido di “meno e meglio”.



Quando scegliamo che abito indossare, scegliamo anche per quale mondo votare.

Il menswear secondo Martine Rose, tra subculture, normcore e collaborazioni azzeccate

Se negli ultimi anni il cosiddetto normcore, con le annesse derivazioni (dadcore, gorpcore, geek chic eccetera) si è imposto come fenomeno di portata globale, glorificando forme (volutamente) sgraziate, tagli grossier, slogan improbabili e altre caratteristiche in genere considerate antinomiche all’universo modaiolo, trovando in Demna Gvasalia – ex direttore creativo di Vetements, ora alla guida di Balenciaga – il novello arbiter elegantiarum della categoria, il merito va attribuito anche a figure che, muovendosi magari dietro le quinte o non raggiungendo la visibilità del designer georgiano, sono risultate comunque decisive per le sorti di questo trionfo del “brutto” come apogeo della coolness.
Tra di loro vi è senz’altro Martine Rose, un nome decisamente in ascesa della moda made in Uk, già consulente proprio di Gvasalia per l’aurea maison parigina, che vanta nel proprio curriculum collaborazioni di alto profilo con brand quali Nike, Mykita e Napapijri; una conferma della sua rilevanza, considerato come le co-lab siano ormai la cartina tornasole dello status di una griffe.

Anglo-giamaicana, classe 1980, la stilista è cresciuta in una cittadina a sud di Londra in una famiglia allargata, tra il cugino devoto allo streetwear e una sorella fashionista amante di Jean Paul Gaultier, Katharine Hamnett e Pam Hogg, entrando in contatto con i più disparati generi musicali (reggae, dance, hip-hop ecc.) e avvicinandosi presto alla cultura rave.



Lauretasi in fashion design alla Middlesex University, nel 2003 ha fondato con l’amica Tamara Rothstein la label unisex LMNOP (chiusa tre anni dopo nonostante i buoni riscontri commerciali), seguita nel 2007 dal marchio eponimo di menswear, una scelta inconsueta solo all’apparenza perché, come ha precisato lei stessa, reputa l’abbigliamento maschile un fertile terreno di sperimentazione, con più regole ma altrettanti «modi per infrangerle».

Nonostante Rose si limitasse inizialmente alla camiceria, dieci modelli dalle cromie accese, presentati al Blacks Club di Soho, sono stati sufficienti per attirare l’attenzione della boutique multimarca Oki-Ni e di Lulu Kennedy di Fashion East, incubatore di talenti decisivo per le sorti degli (allora) astri nascenti della creatività brit, da Jonathan Anderson a Craig Green.
Ha potuto così mostrare nell’ambito della London Fashion Week le proposte per le stagioni S/S 2011, F/W 2011 e S/S 2012, in cui erano già presenti in nuce quelli che sarebbero poi diventati i pilastri del suo lavoro, dai codici estetici della working class inglese ai look dei clubber, al bondage.
La visibilità assicurata dalla settimana della moda londinese ha permesso inoltre alla designer di assicurarsi, nel 2014, il premio Newgen Men del British Fashion Council.

Risalgono a quel periodo i primi tandem con aziende di culto del workwear, e se per CAT ha aggiornato i noti scarponcini, tra color block nelle sfumature del rosso, materiali inusuali e cinghie in nylon a sottolinearne il carattere utilitarian, con Timberland ha fatto altrettanto, arricchendo i giubbotti di trapuntature limitate, però, alle sezioni circolari sul fronte del capo.

Il punto di svolta, per ammissione della diretta interessata, è coinciso tuttavia con la presentazione della F/W 2014, perché è li che ha realizzato di volersi concentrare su «volume, proporzioni, tensione dei tessuti e colori»: elementi effettivamente in primo piano nell’infilata di jeans stinti che più over non si può, maglioni sforbiciati, giubbini e pantaloni in vinile lucente, tutti punteggiati da toppe serigrafate con i flyer di vecchi rave party. Un fur coat della collezione, tra l’altro, è stato indossato nientemeno che da Rihanna.

Di lì a poco il suddetto Gvasalia, appena insediatosi da Balenciaga, avrebbe chiesto a Rose un incontro, preludio all’ingresso nel team che segue il menswear della griffe.


Martine Rose Men’s Spring 2018

Dopo essersi concessa un anno di pausa perché incinta, la designer è tornata in pista nel 2017, rivelatosi un annus mirabilis per il brand: a febbraio, tanto per cominciare, si è svolto il primo défilé in assoluto, organizzato nel mercato coperto del quartiere di Tottenham, una rassegna di archetipi vestimentari che si districava tra pantaloni e gilet ipertrofici, cravatte sgargianti, cromatismi accostati alla rinfusa, giubbotti intagliati per scoprire parzialmente le maniche, jeans dalla vita triplicata e altre trovate a effetto, strambe eppure accattivanti.
Nella stesso periodo è stata lanciata la capsule collection NAPA by Martine Rose, per cui ha messo mano all’archivio del marchio di outerwear Napapijri, anche in questo caso espandendo i contorni di giacche in pile, anorak e impermeabili, cospargendoli inoltre di nuance accese, zip a contrasto e dettagli rimovibili (visto il successo, la collaborazione è proseguita nelle stagioni successive). Sono arrivate quindi le nomination per le edizioni 2017 sia del premio Andam, sia dell’LVMH Prize for Young Fashion Designers.

Da lì in avanti la carriera della creativa originaria di Croydon è stata un crescendo di riconoscimenti, critiche entusiastiche e progetti di spessore, ritmato da collezioni in cui ha affinato sempre di più la sua visione idiosincratica e sperimentale, continuando a esplorare molteplici subculture giovanili (raver, new wave, skinhead, acid house, post-punk e via dicendo) e insistendo su tratti divenuti una firma inconfondibile, dai volumi esplosi degli abiti alle cromie acide, passando per il denim delavé, i capi stazzonati, i blazer dai profili sghembi e così via.
È da ricordare, in particolare, lo show S/S 2018, un pastiche che giocava con gli estremi, spesso giustapponendoli nella medesima uscita: shorts seconda pelle e parka ciclopici, tonalità soft e squarci di viola o arancione, pantaloni issati sull’addome e giacche scivolate, richiami al canale simbolo dell’underground 90s – Mtv – e indumenti fané da pensionato in gita domenicale.
La S/S 2019, invece, ha registrato il debutto di una calzatura esemplare della verve dissacrante di Rose, i mocassini dalla punta quadrata completi di catenella metallica, da subito adorati e detestati in egual misura.

Per l’ultima S/S 2021, infine, la stilista ha riflettuto a suo modo sulla reclusione domestica generalizzata imposta dalla pandemia, filmando gli inquilini di un (ipotetico) condominio riservato agli aficionados della griffe, capeggiati da Drake in persona, che nella supposta intimità dell’appartamento indulgevano in abbinamenti improbabili, mescolando maglie da calcio logate Martine Rose, merletti, jeans fiorati, joggers dalle fantasie geometriche e giacconi avvolgenti come vestaglie.



Sono di livello anche le collaborazioni intraprese nel corso del tempo, in aggiunta a quella già menzionata con Napapijri, che hanno visto Rose allearsi con Mykita (per una serie di occhiali da sole ispirati, tanto per cambiare, alla scena dance degli anni ‘90, con montature affilate contornate da grafiche animalier o colorazioni come lime, rosso e bluette) e, soprattutto, con Nike; per la casa dello swoosh ha puntato, oltre che su tute e magliette da basket rivisitate, su un’edizione speciale delle sneakers Air Monarch, attraversate lateralmente da imbottiture sporgenti simili a grumi.

In definitiva un percorso di tutto rispetto per chi, come lei, è allergico all’autocelebrazione e tende piuttosto a ridimensionare il proprio operato, convinto che la moda «dovrebbe essere scherzosa, ingenua, perché oltre a trasmettere messaggi e codici, l’abbigliamento è anche una questione di divertimento e spensieratezza». Un approccio, evidentemente, tanto pragmatico quanto efficace nei confronti di appassionati e addetti ai lavori.

100% made in Italy: Rasna, gioielli all’italiana

Si dice che dai periodi difficili nascano nuove opportunità, e quello di Elisa Taviti, nota fashion influencer dalle origini toscane, è un vero e proprio progetto speciale nato durante la quarantena dello scorso anno che fonde in un nuovo brand e in un concept store virtuale gli elementi a cui tiene di più come le origini, l’amore e la passione per la moda. Così dopo il successo della collezione ESTATE ITALIANA, lanciata appunto la scorsa estate, scopriamo adesso la nuova linea del suo brand RASNA. Il tema della nuova collezione è L’AMORE, in ogni sua forma, i legami e le relazioni.

Come lei stessa afferma “In un momento come questo così incerto e complicato, l’unica cosa che conta davvero è l’Amore; della famiglia, di un fratello, di un amico, di una compagna, di un compagno, di un collega. Le relazioni stanno alla base di tutto e oggi più che mai abbiamo bisogno di rapporti stabili che ci facciano sentire protetti e sicuri dato il particolare momento storico che stiamo
vivendo”.



Come nasce il progetto Rasna? 

Rasna nasce dall’esigenza di voler creare qualcosa di ancora più mio, di vedere le mie idee concretizzarsi materialmente. Da sempre sono una grande amante degli accessori, per questo non ho avuto alcun dubbio su quello che avrei voluto realizzare. Il progetto è stato lanciato nel giugno 2020, subito dopo la pandemia. E’ stata una sfida davvero complessa, il lancio di un brand non è una cosa affatto semplice; in un momento così difficile è davvero complicato dare vita a nuovi progetti, ma io ci ho voluto credere e l’ho desiderato più di qualsiasi altra cosa.




Quanto conta il made in Italy per te?

Il Made in Italy è l’anima del brand, i prodotti Rasna infatti sono totalmente realizzati in Italia. Per me era veramente molto importante creare qualcosa che potesse rappresentare il mio paese, date le infinite eccellenze che abbiamo. Per la precisione i gioielli sono Made in Tuscany, proprio come lo sono le mie origini, ragione per la quale ho scelto il nome Rasna, che tradotto letteralmente significa “popolo Etrusco”.




Quali sono i tratti caratteristici di Rasna? 

E’ semplice, essenziale, ma con un tocco cool. E’ un brand per tutti, non ci sono età e nemmeno generi. E’ per qualsiasi persona che si senta forte e determinata, che sa quello che vuole e che si batte per averlo. C’è un animo glamour ovviamente perché la parte più frivola che abbiamo dentro di noi è quella che ci fa tornare bambini e ci fa sognare, credere e sperare nel futuro. E soprattutto in questo periodo la speranza verso un futuro positivo è davvero importante.


Da dove trai ispirazione per le tue creazioni?

Le ispirazioni provengono da tutto ciò che mi circonda, dalla mia vita. Prima della pandemia avevo la fortuna di visitare il mondo, di scoprire nuove culture, di conoscere persone creative, intelligenti, curiose, che per me erano una fonte di ispirazione costante. Adesso che da un anno tutto ciò mi è impossibile, così traggo ispirazione dall’arte, dai libri, dai social, dai film, ma anche da tutte le persone amiche che ho la fortuna di avere nella mia vita che mi stimolano quotidianamente. Spero però che al più presto potremo di nuovo assaporare la bellezza del mondo, una cosa che mi manca moltissimo.

Sanremo 2021: si vola con Wrongonyou

Da prodigio del calcio a polistrumentista e compositore per il piccolo e grande schermo. Manintown incontra in esclusiva Wrongonyou poco prima di atterrare a Sanremo dove non mancherà di stupirci. 

La storia di Wrongonyou inizia da un strano caso del destino. A soli 9 anni, vieni notato come piccolo prodigio del calcio e, poco prima del provino con Bruno Conti, ti rompi una caviglia. Qualche anno dopo, per uno strano scherzo del destino, accade un episodio similare prima del tuo debutto con una squadra di basket. Tutto ciò dà la spinta per interessarti alla musica a 360 gradi prima da polistrumentista e poi da autore. Possiamo dire che il fato ti ha proprio illuminato la strada…

È evidente che il mio destino da sportivo fosse segnato (ride n.d.r.). Il calcio e al basket non mi bastavano e quindi, da buon ragazzino iperattivo, ero impegnato anche nel salto in lungo. L’essere fermo in convalescenza mi ha portato ad ascoltare e approfondire la musica grazie ai vinili di mio padre, partendo dagli album di Bruce Springsteen.

Un debutto in lingua inglese nato sotto la buona stella perché incoraggiato da un professore di Sound Technology all’università di Oxford che ha ascoltato i tuoi demo su Bandcamp e ti ha inviato a perseverare. Wrongonyou è una miscela di ispirazioni e influenze, con lo sguardo e l’orecchio inizialmente rivolti oltreoceano e sucessivamente aperti verso il grande cantautorato italiano. Quali sono i generi e gli artisti che tuttora sono la linfa della tua produzione musicale?

Il tutto è partito da un’offerta libera su Bandcamp per scaricare la mia musica, pari a una sterlina e venticinque. Questa offerta è stata seguita dalla mail di un professore inglese alla quale non ho dato peso (pensavo fosse un fake!). Qualche tempo dopo nelle aule di Oxford, dove studiava un amico, risuonavano le note delle mie canzoni. E solo grazie a lui ho scoperto che in realtà si trattava di pura verità, perché il mio amico era studente proprio di quel professore che mi mandò l’offerta su Bandcamp!
Il mio orecchio ama il folk leggero grazie al cantautorato americano. Sono approdato agli italiani molto tardi e per me è stata una scoperta sensazionale. A volte penso quanto le armonizzazioni vocali di Mango siano state per me una rivelazione.



Nel corso degli anni hai curato gli opening act di moltissimi artisti italiani e stranieri, come Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Levante, Mika, i The Lumineers, James Blake gli Austra, e la tua internazionalità ti ha permesso di calcare i palchi dei più prestigiosi festival europei e americani come l’Europa Vox in Francia, l’Eurosonic Noorderslag in Olanda, il Primavera Sound di Barcellona e il South by Southwest festival ad Austin in Texas. Quale sarà il primo brano che intonerai al ritorno davanti ad un pubblico in carne ed ossa?

Spero davvero di portare questo disco in tour perché l’idea di ricominciare, non so come e non so quando, mi riempie di gioia . Aprirei con la title track del disco o un pezzo dei miei esordi come “Rodeo”.

Un’artista prestato più volte al grande e piccolo schermo. Nel tuo curriculum, infatti, è presente il sound di lungometraggi, serie TV e del brano “FAMILY OF THE YEAR” che Real Time ha scelto come colonna sonora del Pride Month. Sei stato molto apprezzato da Gigi Proietti, Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Alessandro Gasmann che ti ha anche inserito nel cast de il Premio. Come è stata la tua prima esperienza da attore?

Un’esperienza senza precedenti per la quale avevo molto timore. In realtà mi sono ritrovato in un’ambiente ricco di cordialità. Con i baluardi del cinema italiano è nata una bellissima amicizia e abbiamo condiviso molti momenti insieme, essendo una produzione itinerante in giro per l’Europa.



Lezioni di volo è stato il brano con cui hai concorso alla finale di Ama Sanremo e che ti ha consentito l’accesso alla categoria nuove proposte di Sanremo 2021 risultando il brano con il maggior numero di streaming sulle piattaforme digitali tra quelli in gara a Sanremo giovani. Un inno che sprona al coraggio, un invito a lasciarsi andare, a lanciarsi senza timore e con sicurezza per affrontare le esperienze che la vita ci mette di fronte. Sarà lo stesso spirito con cui affronterai la manifestazione canora più prestigiosa del nostro Paese?

La priorità è affrontare il tutto con divertimento insieme alla mia squadra. Mi dispiace molto esibirmi senza pubblico in quanto ho bisogno della positività generata dalla sua presenza delle persone. Ad ogni modo ho una gran voglia di godermi l’esperienza nel migliore dei modi. Non vedo l’ora!

Special content direction, production, interview & styling Alessia Caliendo

Photographer Matteo Galvanone

Grooming Alessandro Pompili

Styling assistant Andrea Seghesio

Beauty by

Bionike

Gli Elementi

Maria Nila

Miamo

WeMakeUp 

Special thanks to 

Leonardo Hotel Milan City Center

Soulgreen

Virus power: l’innovazione entra in pista

Virus Power nasce a Prato, dall’utilizzo di oltre 20 anni d’esperienza nel campo della sicurezza applicata al settore del motociclismo. Il brevetto appartiene alla Manifattura Primatex SRL, leader nel settore dell’antinfortunistica specializzata nella ricerca e nella realizzazione di tessuti tecnici per abbigliamento e calzature da lavoro. Le tute da moto così prodotte rappresentano una vera innovazione tecnologica, raggiungono livelli di sicurezza mai toccati prima da capi analoghi. Il rivoluzionario materiale ecofriendly, composto da fibre tessili ad alta tecnologia, garantisce massima sicurezza e comfort.



Le fibre tessili ad alta tecnologia “Multiprotective” garantiscono traspirabilità e leggerezza: le tute sono idrorepellenti, lavabili in lavatrice e interamente stampabili e quindi personalizzabili.



Il progetto è completamente improntato al massimo rispetto per l’ambiente, le tute e ogni altro capo d’abbigliamento Virus Power vengono confezionate con materiali riciclabili e in totale assenza di componenti di origine animale.




Il progetto è ambizioso e importante, fondato su tecnologia e ricerca, con l’obiettivo di garantire sicurezza ed elevate performance a chi indossa questo tipo di prodotti, ma che, al tempo stesso, non può prescindere dal considerare quale sarà il suo impatto ambientale. Sostanzialmente, spiega il titolare Christian Priami, e consente di rispettare la vita senza rinunciare alla sicurezza.



Dopo l’entusiasmante esordio dello scorso anno e grazie alla fiducia rinnovata dalla Federazione Italiana Motociclismo, Virus Power riconfermerà la propria presenza sui circuiti, in vista della nuova stagione. Il brand ha anche un altro ambizioso obiettivo per il 2021: uscire sul mercato con abbigliamento molto urbano, presto saranno disponibili anche giubbotteria e guanti da moto.

5 collezioni da conoscere dalla prima Arab Fashion Week Men’s

Dal 28 al 30 gennaio Dubai ha ospitato la prima edizione della Arab Fashion Week Men’s, kermesse riservata alle collezioni uomo per il prossimo Autunno/Inverno di quindici designer provenienti, oltre che dal Medio Oriente, da Regno Unito e Francia.
La sinergia tra l’Arab Fashion Council e la Fédération de la Haute Couture et de la Mode, infatti, ha assicurato la presenza nella line-up di cinque nomi emergenti della scena parigina, ponendo le basi per una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, voleva esplorare le possibilità dell’abbigliamento maschile, andando oltre le categorie abituali di formale o street, spingendo gli uomini e in generale gli appassionati della regione ad abbracciare uno stile più eterogeneo e sperimentale.

Ecco dunque un riepilogo dei défilé – a nostro avviso – più interessanti dell’evento.

Anomalous

Nel calendario della prima giornata si distingue Anomalous del giovane talento arabo Rabih Rowell, un marchio che, fedele alla visione dualistica insita nel nome stesso (un richiamo alla teoria filosofica del monismo anomalo), inscena un clash di categorie, materiali e reference in cui si avvicendano senza soluzione di continuità silhouette maschili e femminili, t-shirt aderenti e shorts dalla vita sdoppiata, pajamas lucenti e tute in denim fiammato, overcoat dalle proporzioni architettoniche e spolverini basici, linee sinuose e volumi più strutturati.

Ugualmente eclettica la palette, che spazia tra colori soft e sfumature luminose di grigio perla, vermiglio e blu oltremare, mentre a livello di materiali prevalgono texture dalla mano morbida come seta, popeline, velluto e jersey.


Boyfriend the Brand

Boyfriend the Brand è stato fondato nel 2017 da Amine Jreissati, stylist e art director libanese che, dopo un’esperienza di cinque anni nella redazione di Marie Claire Arabia, ha avviato una label genderless dall’attitudine minimalista, focalizzata sui fondamentali del guardaroba, da interpretare e indossare liberamente.

Il video di presentazione alterna riferimenti alla tragica esplosione nel porto di Beirut dell’agosto 2020 alle immagini ravvicinate dei capi della Season 7, una serie di overshirt, bluse, giubbini con coulisse e pantaloni dalle linee pulite e confortevoli, che al ventaglio di tonalità neutre (khaki, marrone, grigio, rosa…) affiancano punte di blu notte, viola e arancione.
Le radici e il vissuto del designer emergono in capi come l’abaya, tradizionale veste araba qui percorsa, sulla schiena, da ricami intrecciati di perline e frange che compongono un verso del compositore Mansour Rahbani; parole arabe, d’altra parte, fanno la loro comparsa anche su alcune tee e accessori.



Emergency Room

Lanciato due anni fa dallo stilista Eric Mathieu Ritter per offrire un’alternativa realmente etica e sostenibile ai tradizionali processi di produzione della moda, Emergency Room dà nuova vita a filati di scarto e tessuti deadstock, mescolandoli in creazioni one of a kind.

Una celebrazione delle infinite possibilità del patchwork, in sostanza, che ritroviamo nella collezione ‘Absinthe Blues 2.0’, una sequenza di giacche oversize, camicie e soprabiti confezionati unendo pannelli disparati; le superfici, perlopiù frammentate, lasciano in evidenza imbastiture, orli a vivo e cuciture, così da rimarcare l’unicità di ciascun indumento.

Completano il quadro stampe folk riprodotte sul jeans, copricapo spigolosi, top a collo alto aderenti e maglie dai profili asimmetrici.



Lazoschmidl

Parte della cinquina di griffe in trasferta dalla fashion week parigina, Lazoschmidl nelle ultime stagioni si è fatto notare per la capacità di sovvertire i preconcetti su genere, mascolinità e queerness, puntando sull’audacia dei tagli e le provocazioni ben calibrate.
Nella collezione F/W 2021 il punto di partenza è l’abbigliamento dal retrogusto fanciullesco, rivisitato attraverso robuste iniezioni di humour e sensualità: così capi e decori considerati generalmente infantili (salopette, gilet, maglioni all’uncinetto, cappellini, disegni di animali, dinosauri, dolciumi eccetera) si intersecano con boutade maliziose, slip inguinali, tessuti traforati per svelare porzioni di pelle, magliette e pantaloni in vinile che più stretch non si può, andando a comporre un guardaroba esuberante, adatto a chi non teme di osare pur senza prendersi troppo sul serio.



Valette Studio

Dopo il debutto, il mese scorso, nella settimana della moda maschile francese, Valette Studio fa tappa nell’emirato con la collezione per il prossimo autunno-inverno. Il fondatore Pierre-François Valette, riferendosi al suo brand, parla di «eleganza indisciplinata», un’espressione effettivamente indovinata per rendere l’aria di (studiata) nonchalance emanata dagli outfit, tra suit dai colori vitaminici, motivi grafici e orpelli di derivazione sportiva o utilitarian; sono capi adatti a dandy urbani, che prediligono tagli netti e precisi ma non disdegnano un tocco di eccentricità, affidato ad esempio alle tonalità fluo di bordi, nastri o trapuntature, ai pin metallici sparsi qua e là, alle patch in tessuto stampato che penzolano dalla vita, agganciate a spille da balia.



L’ “uniforme” della moda no gender tradotta nel design di quattro giovani brand

“Uniforme” dal latino uniformis che ha una medesima forma, un medesimo aspetto, appartenente ad un’uguaglianza espressiva senza confini e limiti di genere. Il maschile e il femminile si includono e, talvolta, si escludono l’un l’altro, per diventare una moda neutrale, super partes, un’identità fluida estranea a schemi e a rigori distintivi. Forme semplice, scambievoli e modulari, senza estremismi di androgenizzazione ma improntati ad un mutuo minimalismo. Una nuova rilettura dell’unisex che si conferma essere il segmento dell’industria della moda che, negli ultimi anni, sta mostrando una maggiore vivacità creativa e un’ottimistica lungimiranza nelle previsioni future. Sulla scia dei corsi e ricorsi di una storia del costume non estranea a questo fenomeno di parità e cavalcando le onde di un trend già in voga negli anni ’60, molti giovani brand stanno lavorando su una nuova ri-definizione di abbigliamento genderless in aperta sfida agli stereotipi di genere e a un vestire funzionale, basico e sostenibile legato ad una mono-estetica maschile/femminile.



CHELSEA BRAVO

“Il mio desiderio è lavorare come un artista” e i suoi abiti diventano le sue tele. Quello di Chelsea Bravo, la stilista dal DNA ispano-caraibico divisa tra la nativa New York e l’adottiva Londra, è un design improntato su un approccio moderno alla vestibilità, fatto di costruzioni, materiali sostenibili e silhoutte sciolte che coniugano forma e funzionalità. Stoffe morbide, sovrapposizioni leggere, dettagli a contrasto che disegnano un’estetica che guarda all’oggi e al domani dando agli abiti, concepiti con uno scopo, un’intenzione e un significato, una continuità nel tempo oltre i trend. Una collezione tra arte e design fatta di tute drop crotch (che ieri come oggi restano un simbolico messaggio di parità di genere, come ci ha insegnato Thayaht), maniche a taglio kimono, pantaloni a gamba larga realizzati con l’antico tessuto della canapa, Miki cap, ritagli incisi, ricami fatti a mano, superfici invase da motivi lineari hand painted, visi astratti tradotti su tessutoispirati al dipinto “Head of a Boxer” dell’artista cubista Henri Laurens.



COLD LAUNDRY

Cold Laundry è un brand streetwear fondato nel 2019 dalla coppia London-based Ola e Cerise Alabi. Un marchio dall’anima etica, filosoficamente distante dalle dinamiche del fast fashion e costruito su un senso di rispetto e gentilezza verso le persone e il pianeta. La sua caratteristica dominante balza subito all’occhio ed è metaforicamente riassunta nel motto di introduzione “Escape the Noise”, “Rifuggi dal Frastuono”. Perché lontana da texture ridondanti, surplus di dettagli e forme stravaganti, l’estetica di Cold Laundry è pulita, minimale, un infuso esperienziale che richiama ad una calma imperturbabile a partire dai toni pacati delle palette monocromatiche, alle linee morbide e dolci degli abiti fino ai peaceful landscape scelti per gli scatti del loobook da Los Angeles a Scottsdale, dalla Sicilia a Milos a San Pedro. La sostenibilità fa da fondamento a una rilettura del guardaroba maschile (hoodie, completi, trench, puffer jacket) che in una vestibilità gemellare coniuga il comfort ad un design attento allo stile. “Crediamo che la moda dovrebbe essere senza confini. Tutti noi dovremmo essere liberi di indossare ciò che vogliamo e come vogliamo, per questo siamo orgogliosi di contribuire a cancellare questa linea di confine”.



I AND ME

I And ME è un brand di abbigliamento denim season-less, sostenibile e unisex fondato nel borgo londinese di Hackney dalla designer Jessica Gebhart (per anni Denim Buyer per Topshop) e da suo marito David. Gli abiti sono semplici, pratici e funzionali nelle forme, ideati per assecondare le linee interscambiabili di corpi maschili e femminili e creati sulla mentalità del “Buy Less Buy Better”. Ogni collezione racconta una storia che parte da un’ispirazione o da un viaggio vissuto (come “One Thing Well” che parla del Giappone o “As Daydreams Go” ispirata al workwear vintage francese), e si traduce in tessuti di alta qualità, artigianalità e collaborazioni come quella, tra le tante, con l’azienda italiana Candiani. La robustezza e la resistenza di questo tessuto, ereditato e tramandato, diventano una sfida e un gioco di versatilità in un design contemporaneo che aspira alla longevità.



CARTER YOUNG

Carter Young è un brand newyorkese fondato dal suo giovane direttore creativo, Carter Altman. Gli abiti sono caratterizzati da una vestibilità non convenzionale, dove gli opposti si sintetizzano in uno stile unisex che prende forma e ispirazione dall’estetica del guardaroba maschile classico. Parole d’ordine: sovvertire il tradizionale e ricontestualizzarlo. I tagli sartoriali si modernizzano su linee dal minimalismo casual, mentre la bellezza dell’artigianalità classica si fonde allo spirito contemporaneo dei codici dello street-style per un abbigliamento in grado di infondere a chi lo indossa un “sense of confidence”, una sensazione di fiducia e sicurezza.



Stile a ritmo di musica. Parola di Susanna Ausoni

Stylist milanese con il pallino del vintage, Susanna Ausoni ha iniziato la carriera come look maker. Il suo percorso nella moda è iniziato quasi casualmente, grazie a un outfit collegiale indossato al lavoro nel negozio Fiorucci in centro, notato da Paola Maugeri. Da lì in poi si è dedicata allo styling e alla consulenza d’immagine, diventando negli anni Duemila responsabile dello stile di MTV Italia e collaborando con diversi brand, aziende ed etichette discografiche alla realizzazione di campagne pubblicitarie, spot e progetti legati alla comunicazione.
Ha curato lo stile di numerose personalità d’eccezione del mondo dello spettacolo (Michelle Hunziker, Daria Bignardi, Victoria Cabello, Virginia Raffaele solo per fare qualche nome) e musicale, unendo così due delle sue principali passioni, moda e musica, appunto. L’elenco dei cantanti da lei seguiti comprende Carmen Consoli, Mahmood, Nek e Dolcenera, e nell’ultima edizione del Festival di Sanremo ha firmato gli outfit di Francesco Gabbani e Le Vibrazioni.



Abbiamo parlato di tutto ciò, e anche di altro, nell’intervista che potete leggere di seguito.

Come è nata la tua passione per la moda e come ci sei arrivata?

La mia passione per la moda credo sia sempre stata nell’aria. Un gene che viene non so da dove o chi, forse dalle crinoline delle gonne anni ‘50 ereditate da mia nonna Gioconda, oppure dalla pittura, mia grande passione. La cosa più bella rimane l’emozione che continuo a provare ogni qualvolta mi trovi a maneggiare certi look, avendo la possibilità di toccarli con le mie mani. Mi emoziona molto entrare in contatto con la creatività altrui, mescolare le immagini fondendole con la personalità dell’indossatore o con ciò che viene indossato, magari perché sono sempre stata interessata alle contaminazioni, agli incontri; è così che svolgo il mio lavoro. 



Come sono arrivata nel mondo della moda, non saprei… Diciamo che è stato lui ad arrivare a me, attraverso altre forme creative. Direi quindi in un modo del tutto casuale.


Oltre alla moda, nella tua vita è da sempre protagonista la musica. Raccontaci del tuo lavoro e
delle tue esperienze a MTV Networks.

La mia è una lunga storia d’amore con la musica. Ho iniziato a svolgere questo lavoro facendo televisione musicale e videoclip. Se è vero che attraiamo ciò che desideriamo profondamente, io ho sempre amato la musica, di tutti i generi, dall’hardcore punk alla classica. Non mi sono mai limitata ad ascoltarla, l’ho osservata usando sin dall’inizio la vista, un senso non richiesto.
Mi sono sempre piaciute le differenze e le diverse immagini rappresentate dai generi musicali, ho ampliato questi contesti spontanei affiancandoli alle proposte fashion.

Quando lavoro con un musicista parto da lì, ascolto il suo progetto musicale, ma non mi limito al sentire, lo guardo.

MTV è stata la miglior scuola formativa che avessi potuto desiderare. Si respirava nei corridoi l’aria di una cultura visiva che non aveva confini geografici, molto cosmopolita.

Ho capito da subito che sarebbe stato il miglior contesto per inserire contenuti di moda, che spesso fanno fatica a passare attraverso la televisione, e così ho fatto. È stato un esercizio di stile durato oltre dieci anni, di cui serbo un ricordo indelebile.



Nella pratica lavorativa non avevamo nessun vincolo redazionale, nessun imposizione dagli sponsor, il contrario di quanto succede ora con gli influencer. Usavamo quello che ritenevamo fosse più innovativo. Mischiavamo, trasformavamo, costruivamo, passando da Chanel alle ragazze di Prato che customizzavano i Levi’s facendone gonnelloni hippie, alle t-shirt vintage con appeso il cartellino con nome e foto di chi le aveva indossate prima.

Di MTV Networks ho molti ricordi. Sono stati anni, per la televisione non generalista, irripetibili. Un team lavorativo che ha generato figure professionali di alto profilo, giovani di grande talento, molti dei quali sono diventati ora professionisti affermati, come Nicolò Cerioni o Lorenzo Posocco.

Ho capito solo dopo cosa volesse dire lavorare in tv, lasciando il microcosmo in cui mi muovevo.

Ho imparato che ci sono tante figure professionali che intervengono sulla decisione del look durante la fase di produzione televisiva, aspetto con il quale non mi ero quasi mai confrontata prima. Da MTV non esistevano gli autori, noi avevamo figure come i producer.

Ora che è finita posso dire che quell’esperienza ha rappresentato, per me, la scoperta di un universo professionale e televisivo nuovo, con regole che ignoravo e ho imparato ad ascoltare, trasformando il tutto in un mio personale dialogo visivo.

Raccontaci qualche aneddoto o esperienza che ti hanno influenzato a livello professionale e personale.

Quanto agli aneddoti più recenti: lo scorso anno ho vestito, per il palco dell’Ariston, la band ospite più anziana, a livello anagrafico e di percorso artistico, del Festival di Sanremo, I Ricchi e Poveri, e contemporaneamente la più giovane dei big ospiti, la meravigliosa Francesca Michielin. Nel mezzo, le potenti Vibrazioni ed il sorriso e il talento di Francesco Gabbani. Un mix interessante, direi.



Quali sono i designer che hanno influito sulla tua visione e ti hanno ispirato nel lavoro?

I designer che hanno influenzato il mio percorso creativo sono tanti: Riccardo Tisci per la sua genialità, il coraggio, la sensibilità; sicuramente Margiela, la sua sperimentazione; Coco Chanel per la sua storia personale, per il suo “caricare” l’outfit e poi togliere, vedendo da lontano chi vestiva.

Trovo ispirazione anche in quello che non mi piace personalmente, che non indosserei, e apprezzo moltissimo chi contamina il suo lavoro con altre forme d’arte.


Sempre in tema di musica, hai portato sul palco dell
Ariston di Sanremo tante novità. Come hai lavorato per rinnovare il festival più seguito dagli italiani?

Se devo riportare la cosa più rischiosa o per me innovativa che abbiamo fatto è stata quella con Alessandro (Mahmood, ndr): portare sul palco dell’Ariston, in prima serata su Rai 1, il volto di ‘Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino’, facendogli indossare una t-shirt di Raf Simons che la ritraeva. Un film generazionale e musicale iconico. Un pugno nello stomaco forte. Due generazioni a confronto: lui è parte di una nuova, bellissima, multietnica e moderna; lei di quella berlinese separata dal muro degli anni ‘80, con David Bowie-Ziggy Stardust come colonna sonora. Il vecchio ed il nuovo, lì insieme.

Il Festival di Sanremo è la festa della musica più stimolante che ci sia nel nostro Paese.



Ho iniziato molti anni fa, con la leggerezza di una creativa giovane e piena di entusiasmo. Non ho mai sentito il peso di quel palcoscenico, dato dall’importanza, la storia e il valore che rappresenta.

Ho permesso il bicolor nei capelli e vestito di oro e pizzi, quando sarebbe stata una passeggiata optare per un bell’abito nero lungo. Ho cercato di diventare la cassa di risonanza di chi avevo di fronte, in una chiave molto personale, perlomeno con un tentativo di originalità. Non mi sono mai trovata a mio agio nel percorrere la strada più facile.


Segui personaggi maschili come Mahmood. Che percorso di stile hai costruito con lui? Quale look ricordi tra i suoi più forti?

Ho un particolare curioso su Mahmood: non dovevo seguirlo a Sanremo l’anno della sua vittoria, nonostante l’abbia preparato per buona parte dei suoi lavori, incluso il Sanremo Giovani di qualche anno prima.


In quel momento stavo già lavorando a un progetto ambizioso, la conduzione di Virginia Raffaele, ed ero concentrata sullo styling del mio caro amico Nek.

Vedere poi Mahmood presentarsi come un “bambolotto”, con il look di Rick Owens e i pantaloni a ventaglio che gli avevo scelto per la serata, mi ha commosso un po’.
Vederlo vincere è stata un’emozione grande.

Cerco sempre di dare un messaggio che non sovrasti la musica, che, per un musicista e il suo pubblico, è il centro di tutto.

Tra i personaggi femminili, invece, quello che ha rappresentato per te una sfida, a cui ti senti particolarmente legata?

Tra i personaggi femminili che ho la fortuna di vestire ci sono donne molto diverse, di grande talento e sensibilità. Ho portato sul palco di Sanremo con Virginia Raffaele creatori di moda come Schiaparelli, in omaggio alla stilista che veniva definita da Coco «quell’artista italiana che fa vestiti».


La sua prima collezione, risalente al 1938, si chiamava Circus;è dal circo che proviene Virginia, mi sembrava un’immagine ed un racconto bellissimo da proporre. Giambattista Valli, il giovane Lorenzo Serafini, il maestoso Giorgio Armani l’hanno accompagnata ogni serata in questa rappresentazione nella cornice prestigiosa del Festival.

Non è stata la prima volta che ho vestito la conduttrice sul palco dell’Ariston: l’avevo fatto tanti anni prima con Victoria Cabello in Miu Miu, una capsule collection creata per lei appositamente da Miuccia Prada.

Hai anche aperto un vintage store a Milano, come è nato questo progetto?

Uno degli ultimi progetti, certo non per importanza, è Myroom Vintage Shop, appunto la mia stanza.

La mia passione per il vintage, gli accessori, gli oggetti… Il mio caos di colori e bellissimi vestiti che non mi appartengono, ma sono di chi se li accaparra.

Una boutique di ricerca, il mio luogo di partenza e d’arrivo.
Di qui passano tutti e buttano la testa dentro, anche per un semplice ciao.

Ci puoi trovare un pezzo degli anni ‘70, una Chanel o una nuova Prada, disposti sui cavalletti originali della pittrice Felicita Frai, famosa per le donne dipinte con corone di fiori nei capelli e per aver affrescato a mano una sala da ballo della storica nave italiana Andrea Doria.

Nel suo ex studio, che ora è la mia casa, c’è un oblò sulla parete del salotto.


Quali
sono le tue prossime avventure professionali e i sogni nel cassetto?

Le prossime avventure professionali le racconterò appena terminate.

Per me un progetto esiste solo quando lo porto a compimento e lo consegno nelle mani, e negli occhi, di qualcun altro. I miei cassetti contenenti sogni sono aperti… E hanno occhi su tutto il mondo fuori e dentro di me. Fintantoché sarà così, rimarrò nel giro. Quando saranno chiusi, mi rintanerò nella mia stanza per cercare altre forme creative dai mille colori.

Tre nuovi store a Milano da visitare (e in cui fare shopping)

Milano, Orefici 11 (Timberland, The North Face e Napapijri) e Italia Independent: ecco i nuovi negozi hype della città, da non perdere

Tre nuove destinazioni uniche, dedicate allo shopping deluxe. Milano è sempre più capitale dello stile: ne sono prova indiscussa i recenti opening di tre store dedicati a orologeria, occhialeria e abbigliamento urban, rispettivamente D1 Milano, Italia Independent e Orefici 11. Tre nuovi negozi, impreziositi da un interior design ricercato, con l’obiettivo di incoronare il capoluogo lombardo, nel 2021, meta indiscussa dello shopping internazionale.




D1 Milano (in via Mercato 3) D1 Milano, il marchio di orologeria fondato dal giovane imprenditore Dario Spallone, ha aperto il suo primo flagship store italiano a Milano. All’interno, sono presenti tutte le collezioni del brand, esposte attraverso display moderni ed eleganti, che esaltano i dettagli tecnici dei diversi segnatempo. 




Orefici 11 (in via Orefici 11) I negozi monomarca di Timberland, The North Face e Napapijri, per la prima volta insieme, hanno dato vita a uno spazio retail innovativo, dove esperienza digitale e fisica si intrecciano, e dove gli spazi comuni, diversi e di rottura, ospitano prodotti esclusivi e collaborazioni (in edizione limitata) che coinvolgono anche altri brand del gruppo VF per completarne il concetto. Gli oltre 2 mila metri quadri su tre livelli, per un ecosistema fisico e digitale, dialogano costantemente per creare una moderna shop emozional experience, in linea con la strategia hyper-digital. Dotato di un innovativo cloud based in-store POS (Point Of Sale mobile device) e mobile check-out, l’integrazione tra esperienza di acquisto fisica e digitale avviene naturalmente e con continuità, attraverso le opzioni di acquisto online e ritiro in store (anche con prenotazione online), spedizioni dal negozio in tutta Italia, ma anche vendita e spedizione al cliente da altri negozi se non fosse disponibile il prodotto in negozio. 




Italia Independent (in via Fiori Chiari 24) Nel cuore di Brera, luogo magico dall’indole romantica e bohémien, quartiere di artisti, studenti e intellettuali che l’hanno reso ambiente di grande fascino, eleganza e spiccata creatività, è nato il nuovo spazio firmato Italia Independent. Il flagship store, sviluppato su una superficie complessiva di 90 metri quadrati, è stato progettato e realizzato con l’idea guida di accogliere i clienti nella seconda casa meneghina di Lapo Elkann, un ambiente caratterizzato da arredamenti, luci (firmate da un’eccellenza del Made in Italy come FLOS) e layout che rievocano gli spazi in cui lo stesso Lapo vive e lavora. Protagoniste indiscusse, le nuove collezioni Laps Collection by Italia Independent, Hublot Eyewear e CRY Eyewear by Italia Independent, che campeggiano in spazi dedicati così da conferire a ogni linea – in aggiunta al marchio storico Italia Independent – la giusta visibilità. 

Arredare bagni piccoli con stile senza sacrificare la tecnologia

Non tutti abbiamo la fortuna di vivere in case grandi, con stanze spaziose e disposte anche in piani diversi. Molti scelgono sempre di più la soluzione “appartamento” per scelte lavorative, magari perché desiderano avere una casa più vicina al posto di lavoro o perché amano vivere in città e si sa che i centri cittadini non offrono grandi soluzioni di spazio dove poter costruire la propria villa dei sogni. Quindi ci si abitua sempre di più a vivere in spazi piccoli ma funzionali. Anche per questo motivo, il mercato dell’arredo propone sempre nuove soluzioni adatte anche e soprattutto a spazi più contenuti.

In particolare il bagno è uno degli ambienti che non di rado è costretto a cedere metri quadri fondamentali, per permettere a saloni e camere da letto di risultare più spaziose. Ma anche un bagno piccolo può diventare con gli giusti accorgimenti un bagno arioso e ampio, basta saper scegliere i sanitari e l’arredo giusto, che adesso suggeriamo.

Un bagno piccolo non è sinonimo di sacrificio o di accontentamento. Lo stile che amate può essere riprodotto, magari solo con alcuni accorgimenti. Per i sanitari scegliete i modelli sospesi, riescono a dare più aria alla stanza oltre ad essere molto comodi per una pulizia profonda del pavimento. Per chi ama lo stile classico e tradizionale, può anche optare per i sanitari monoblocco, scegliendo il modello più adatto e conforme allo spazio della stanza, meno squadrato e più tondeggiante. Se un angolo per il bidet non “esce”, provate le modernissime soluzioni come le doccette bidet, da utilizzare comodamente seduti sul water, che assicura una profonda pulizia intima.

Per un bagno piccolo, cercate di optare per la doccia. Le soluzioni che il mercato propone sono diverse e capaci di accontentare anche i più esigenti. Una delle soluzioni più gettonata è la colonna doccia, che ti darà la possibilità di avere una piccola spa nel tuo bagno. Sul web troverete molte colonne doccia offerte se vorrete provare gli infiniti benefici che questo accessorio vi riserverà. Uno dei tanti, è proprio la possibilità di avere un effetto idromassaggio, grazie alle bocchette che troverete sulla colonna che regoleranno la giusta intensità di acqua per rilassare il corpo e stendere ogni tensione.

Il lavandino merita, anche in uno spazio piccolo, la giusta rilevanza, per questo per dare una personalità più marcata al vostro bagno, vi consigliamo di optare per i lavabi da appoggio, scegliendo un mobile stiloso e che metta in risalto la bellezza del vostro lavandino. Impreziosite il piano di appoggio con un rubinetto alto e dalla forma particolare e stilosa, così per dare quel tocco originale ad un bagno che, ribadiamo, anche se piccolo può diventare una chicca del vostro appartamento.

Ovviamente non dimenticate gli specchi: sono proprio loro che riusciranno a dare maggiore profondità alla stanza. Cercate sempre di non inserire accessori ingombranti, di grandi dimensioni, ma se lo spazio permette, anche un pouf abbinato al colore del bagno può risultare piacevole e comodo. Per tutto ciò che vi serve per il vostro “momento bagno” optate per mensole o per gli scomparti ad incasso così da non soffocare maggiormente lo spazio.

Questi sono i nostri consigli, studiati per i bagni piccoli ma spaziosi.

Sei un rockettaro e vuoi un bagno in stile rock? Ecco alcuni suggerimenti

Le idee di arredo casa, che siano esse moderne o tradizionali, sono davvero tante e diverse. Un ventaglio di soluzioni che abbraccia tutti o quasi quelli che sono i vari gusti estetici, proprio per riuscire a creare un ambiente casa vicino a ciò che ci piace davvero. Perchè la casa deve essere anche questo: un luogo sereno e tranquillo, dove poter ritrovare il proprio equilibrio psicofisico, rilassarsi e che sia il perfetto riflesso di tutto quello che ci piace. E proprio per questo motivo, molte aziende che si occupano di arredo in senso lato hanno proposto sul mercato una serie di prodotti capaci di adattarsi ad ogni stile.

Per gli amanti del rock, esistono tante soluzioni per l’arredo casa, accessori e oggetti che richiamano e ricordano nella forma e nei colori, lo stile rock fatto di passione e esagerazione che molti rockettari famosi hanno trovato come unica valvola di sfogo, la musica. Quindi ben vengano in casa colori decisi, strumenti musicali, in particolare chitarre e batterie, sia nella loro forma originale che rivisitate dal moderno stile artistico, capace di tramutare un tamburo in una poltrona. Insomma anche i rockettari di ogni generazione potranno finalmente avere la casa dei loro sogni.

L’unico dubbio, per l’arredo, potrebbe essere il bagno. Come si arreda un bagno rockettaro?

Ci sono diverse soluzioni e suggerimenti che si possono seguire. Il mercato offre varie soluzioni per quanto riguarda la rubinetteria. Ad esempio l’azienda Paffoni ha creato una linea di rubinetti bagno che ha denominato proprio “Rock” proponendo dei prodotti dalle geometrie decise e innovative proprio come è da sempre stato il rock nella storia: una musica che ha rotto gli schemi, comunicando in maniera più diretta ed esplicita. Quindi scegliete dei prodotti di rubinetteria che esprimono carattere e dinamicità, come quelli dalle linee squadrate e rette.

Lo stesso discorso vale per i sanitari: scegliete i sanitari e i lavabi a monoblocco e colorati. La forma robusta e spessa di questi sanitari, ricorda l’imponenza della musica rock, fatta di acuti strumentali e di armonie polifoniche portate allo stremo. 

Il bianco come colore di arredo è da escludere, in quanto non ricorda per niente il rock. Per questo scegliete anche per il bagno colori dinamici e forti, come il nero o il grigio scuro, che sono anche due dei colori più gettonati negli ultimi anni.

Ricordate che in un bagno rock è più indicata la doccia che la vasca. Quindi scegliete le docce in vetro così da far risaltare all’interno delle bellissime colonne doccia, dallo stile deciso, come un vero rockettaro vuole.

Per quanto riguarda il colore delle pareti, vi consiglio di scendere una pittura ad effetto cemento, magari di un colore leggermente tendente al chiaro da contrapporre al colore più scuro del vostro arredo.

Questi sono solo consigli generali, una linea guida da seguire per chi parte da zero e non sa come muoversi. Poi, se proprio avete voglia di osare, potete anche stampare o far disegnare una parte di testo della vostra canzone preferita oppure il vostro artista preferito. Il rock è anche questo no? Sapere osare con convinzione!

Blown Away – The Wind Season

It’s an evening after work. A guy is coming back from work after 10 hours in the office. Surprised by a bad weather, holding a broken umbrella, he is heading home through the night… 

This story is about stress and the struggle of an employee. Colorful accents opposed to grey surfaces of the styling pieces on a black background pointing out the model’s expressions and the movement of hair and clothes. We can see that he was dressed up this morning but now he’s tired with no neat appearance anymore. 

Special content direction, production & styling Alessia Caliendo

Photographer Kristijan Vojinovic

Make up Eleonora Juglair using Armani Beauty

Hair Piera Berdicchia  @thegreenappleitalia

Model Alexander @Thelabmodels

Stylist assistants Andrea Seghesio and Laura Ronga

Digital and light assistant Federico Zotti

Special thanks to Blue Majik Cafè and We make up






Striped suit: VIVIENNE WESTWOOD
Wool turtleneck: CORNELIANI
Leather booties: HTC LOS ANGELES
Felt hat: WOOLRICH



Total Look: TOD’S
Pointed brogues: CARLO PIGNATELLI


Total Look: MONCLER


Loewe Show-on-the-Wall: quando i contenuti digitali arricchiscono la show experience

Il brand di origine spagnola decide di donare un’anima mainstream alla presentazione della Primavera Estate 2021 dandole voce grazie ad eventi trasmessi sui propri canali social. Gli artisti coinvolti hanno avuto il compito di creare un’esperienza atta a valorizzare i key code del brand con tangibili risvolti culturali. Una maratona no stop che ha visto l’alternarsi vari nomi di spicco del panorama mondiale intervallati dall’intervento del direttore creativo Jonathan Anderson.

Adam Bainbridge, produttore musicale angloasiatico, conduttore radiofonico e insegnante con base a Londra, ha diretto un’interpretazione dello ‘Spem in Alium’ di Thomas Tallis, scelta come colonna sonora di Show-on-the-Wall. Una registrazione esistente de ‘The Tallis Scholars’, il complesso musicale pluripremiato più celebre al mondo di rinascimentale polifonia, è stata mixata con i contributi di Kindness, la compositrice e cantante americana Hanna Benn, il pianista e compositore francese di origine malgascia Mathis Picard, il Dj-cantante e performer svedese Robyn, e l’interprete jazz Vuyo Sotashe. 

A seguirlo ‘Akimbo Stylee’, il documentario su Anthea Hamilton. L’artista e regista cinematografica Ayo Akingbade ha diretto il film sulla creativa britannica che ha creato la carta da parati ‘Sr Jeanne Wavy Boots w. Gazanias and Snails, 2020’ per lo Show-on-the-Wall. Il film è stato girato nello studio di Hamilton a Stockwell a Londra, all’Open School East, Margate dove l’artista risiede, e alla Thomas Dane Gallery, dove espone le sue opere.

A concludere la rapsodia ancora una volta un film, ‘Du Samedi au Mardi’, di Hilary Lloyd, costituito da riprese ed interviste sul set fotografico di Show-on-the-Wall. Il film è stato realizzato tra Londra e, a distanza, anche a Parigi. Lo stile cinematografico di Lloyd consiste nel montare svariati filmati per creare una narrazione dal ritmo compresso. In questo caso il suo obiettivo è stato quello di trasmettere ciò che la regia stava sperimentando in quei tre giorni: l’emozione di fare qualcosa tutti insieme; l’essere liberi e creativi; l’amore, il piacere e l’esuberanza.

Show- on-the- wall on Loewe.com

Kinloch: Tanzania Trip

Kinloch è un brand fondato nel 2013 da Davide Mongelli che, grazie alla collaborazione con Francesco Fantoccoli, designer della collezione, capta l’esistenza di una via diversa, nuova e più libera per valorizzare il potenziale, riconosciuto e amato nel mondo, dell’eccellenza artigianale italiana. 

Da allora, il brand ha saputo velocemente riconoscere il suo pubblico di riferimento e si è affermato soprattutto in Giappone, che prima e più di altri Paesi ha saputo cogliere il messaggio di Kinloch. Successivamente si è espanso conquistando di stagione in stagione sia l’Europa sia gli USA.

Guardano al prossimo autunno inverno 2020 le sete Kinloch si popolano di nuovi colori, di suggestive immagini catturate dalla natura selvaggia e dai tramonti rosso fuoco della Tanzania. Fra le rappresentazioni sulle stampe troviamo le cerimonie delle tribù Maasai in un alternarsi di cornici zebrate o orizzonti leopardati. 

Foulards, stole, cravatte e pochettes colgono le scene ed i dettagli di questo paese e le luminose sete ne fanno risplendere ogni dettaglio: si declinano i tartan, e le fantasie geometriche tipiche, in ogni loro dettaglio e sfumatura, fino a fonderli in un unico patchwork. Altri protagonisti di questo viaggio sono gli animali e tutto il mondo animalier, presi in primo piano, sfumati, o inseriti come cornice. Oltre alla seta, le sciarpe vengono realizzate in lana o cachemire, creando un accessorio assolutamente unico. Inoltre, per la prossima stagione le stampe ampliano la collezione abbigliamento Uomo con camicie in seta e cotone.

Ultima novità è l’itinerario su misura, esclusiva assoluta nel mondo del carrè: con un semplice click nell’e-shop si può diventare designer del proprio foulard, decidendone texture, sfondo e bordo, con l’opzione aggiuntiva per ricevere il foulard cucito a mano o a macchina e scegliere la fantasia preferita. Anche le t-shirt, recente inserimento nel mondo Kinloch, possono essere personalizzate con una delle fantasie ed uno dei modelli Woman o Unisex con scollo tondo o a V.

Vision Of Super presenta una linea dedicata all’activewear

ll marchio fondato da Dario Pozzi e Mirco Bandini lancia la linea dedicata allo sport, per lui e per lei. Testimonial d’eccezione, il ginnasta italiano Nicola Bartolini.

Il marchio Made In Italy, fondato da Dario Pozzi e Mirco Bandini, lancia la nuova linea dedicata allo sport, realizzata in poliestere, così declinata: per lui, T-shirt e shorts; per lei, top e leggins. I capi, dalla vestibilità slim, presentano l’iconica stampa a fiamme, signature del brand, e la scritta «Run/Burn Fast», che descrive al meglio il mood della nuova linea. «Ormai sport e fashion sono protagonisti dello stesso mondo. Per questo motivo, abbiamo deciso di integrare il nostro marchio con l’universo sporty, anche perchè Vision Of Super ha sempre collaborato e puntato a dare un’importante estetica agli sportivi», spiegano i due fondatori.



«Inoltre è interessante come fare un allenamento oggi sia ormai come uscire fuori con gli amici: grazie ai social network, alle Instagram story, alla condivisione, infatti, il nostro outfit non passa più inosservato. Il mood del brand si è sempre affacciato al basket, al ciclismo, al motociclismo, al calcio, al tennis, alla ginnastica artistica e molto altro: l’obiettivo è abbracciare sempre più questi sport con accessori e prodotti che riprendono l’estetica unica di VOS. Siamo davvero felici di sapere che il nostro cliente cerca uno stile distintivo nel proprio abbigliamento sportivo, sia per fedeltà sia per un discorso di estetica, che sempre più, anche in allenamento, è diventata importante».

In occasione del lancio, Vision Of Super ha chiamato il ginnasta italiano Nicola Bartolini, protagonista degli scatti fotografici, che ha già iniziato i suoi allenamenti intensi per le Olimpiadi di Tokyo 2021. «Sono da sempre un grande appassionato di moda e stile», racconta lo sportivo. «Sono entusiasta di questo progetto creativo, che racconta come lo streetwear sia legato indissolubilmente, oggi, all’universo dello sport».

Sportwatch per l’estate

Sportivi ma con stile, questo è il mantra vincente che caratterizza tutti i momenti dedicati all’attività fisica, sopratutto in estate, stagione che ci invita ancora di più a praticare sport. Per ogni occasione dunque c’è l’orologio giusto, per chi è alle prime armi o per i professionisti.


Polar Unite è il fitness watch per chi cerca il proprio benessere ed equilibrio. Leggero, versatile e semplice da usare, presenta le funzioni più innovative per l’allenamento. Con la funzione FItSpark suggerisce ogni giorno allenamenti di tipo diverso e personalizzati. Permette inoltre di effettuare il Fitness Test e, grazie alla connettività con il GPS dello smartphone, è utile anche negli allenamenti outdoor.

Oltre alle attività sportive, questo smartwatch monitora altre attività quotidiane come il sonno, il recupero del sistema nervoso, la respirazione, la frequenza cardiaca ed il consumo calorico, per offrire un equilibrio fra mente e corpo rispettando l’obiettivo giornaliero. Il design pratico ed ultra leggero lo rende utilizzabile in qualunque momento della giornata ed è possibile personalizzare sia il colore del cinturino che il display.


Il nuovo Garmin Quatix 6 racchiude in un design pulito, elegante e concepito con grande cura del dettaglio tutta la tecnologia di cui si ha bisogno per vivere la propria passione per la nautica. È in grado di connettersi in modalità wireless ai chartplotter multifunzione compatibili, per mostrare i dati dell’imbarcazione direttamente sull’orologio. Il nuovo sportwatch Garmin si dimostra perfetto accessorio in barca ma anche durante la quotidianità in città e in ufficio, per manifestare sempre e in qualsiasi occasione l’animo fortemente legato alla navigazione.


Oltre a ricevere e-mail, messaggi di testo e notifiche direttamente sull’orologio, consente di effettuare pagamenti contactless Garmin PayTM, ascoltare musica attraverso cuffie Bluetooth e praticare attività con il supporto del più completo monitoraggio del proprio stato di forma fisica e con funzioni dedicate a sport e fitness.


Il nuovissimo TC-ZL01s di Tecnochic unisce scienza e tecnologia in uno smartwatch dalle forme eleganti e materiali pregiati. Le operazioni sono facilitate dal quadrante full touch screen di nuova generazione, regalando una visual experience più chiara. Sono presenti otto modalità sportive, con le quali lo smartwatch misura frequenza cardiaca, pressione arteriosa e livello di ossigeno nel sangue, tiene un record dei passi, del consumo calorico, della durata dell’esercizio comparando i risultati e fornendo una completa analisi dei tuoi workout. È inoltre possibile il monitoraggio del sonno, la funzione sveglia, meteo e la sincronizzazione con smartphone, la quale permette l’utilizzo delle maggiori app di messaggistica istantanea e della funzione fotografica da remoto.

Non solo K-pop, beauty o drama: sei esempi di moda “made in Korea”

Qualche settimana fa, il flop del comizio di Donald Trump nell’Oklahoma legato – almeno in parte – al boicottaggio dei fan del K-pop, numerosi e particolarmente agguerriti sui social, ha di nuovo acceso i riflettori, seppur indirettamente, sulla popolarità delle band sudcoreane, ormai seguitissime ben oltre i confini nazionali. Una realtà di cui i principali media si occupano a dire la verità da tempo, almeno dalla hit del 2012 Gangnam Style, e che rientra in una sorta di korean way of life dalle dimensioni globali, estesasi dagli anni Duemila in avanti a cinema e tv (le serie del filone k-drama, oppure il film trionfatore degli ultimi Oscar, Parasite), estetica (la k-beauty e conseguente proliferazione di routine di bellezza, cosmetici dedicati, trattamenti, ecc.), videogiochi, cucina e altro ancora.

Un fenomeno talmente pervasivo da essersi meritato un termine apposito, Hallyu, ossia “onda coreana”, che ne rende bene la portata.
La moda, sensibile per definizione a usi e costumi della contemporaneità, non poteva non interessarsi alle novità provenienti da questa regione del Sud-Est asiatico: se la Seoul Fashion Week si è imposta come una delle kermesse emergenti più originali e dinamiche, frequentata da torme di addicted vestiti di tutto punto e immortalati dai fotografi di street style, i nomi di diversi creativi locali sono finiti sui radar di giornalisti, buyer e altri addetti ai lavori.
Nello specifico, sono sei le griffe “made in Korea” sulle quali abbiamo concentrato la nostra attenzione, che compongono un quadro eterogeneo: si va dalle maison di prêt-à-porter, inserite a pieno titolo nel sistema della moda francese, a quelle di accessori high-end, passando per i marchi attivi nel segmento, sempre più affollato, dello streetwear.

La carrellata inizia da Wooyoungmi, brand di menswear parigino per vocazione e trascorsi, in quanto calca le passerelle della Ville Lumière dall’anno successivo alla fondazione, datata 2002, e nel 2011 è entrato a far parte della Fédération de la Haute Couture et de la Mode. Sono però coreani i natali della sua creatrice  Woo Youngmi, figura cruciale per la moda dell’intero paese: nel 1988 aveva infatti lanciato una linea chiamata Solid Homme e, associandosi ad una manciata di colleghi di Seul, aveva gettato le basi per la nascita della futura fashion week. Oggi la figlia della stilista, Katie Chung, mantiene lo stesso obiettivo della madre: conferire un quid inedito ai fondamentali del guardaroba (outerwear, camiceria, abiti, maglieria), fondendo cura scrupolosa dei dettagli, ispirazioni architettoniche e lavorazioni degne della miglior sartoria. La collezione primavera/estate 2020, ad esempio, tratteggia un’idea di eleganza décontracté espressa da vestibilità scivolate, capispalla avvolgenti, tasconi applicati e stampe in technicolor da cartolina.

SEOUL, SOUTH KOREA – OCTOBER 18: Guests wearing black and brown leather outfit are seen during the Seoul Fashion Week 2020 S/S at Dongdaemun Design Plaza on October 18, 2019 in Seoul, South Korea. (Photo by Jean Chung/Getty Images)

Nella gallery: Foto 1 by Jean Chung/Getty Images

Anche Jung Wook Jun, meglio conosciuto come Juun.J, è di stanza dal 2007 a Parigi. Con Woo Youngmi condivide un percorso scandito da molte esperienze (tra incarichi presso prestigiose maison e la creazione della prima label personale, Lone Costume, nel 1999) e l’assoluta centralità, nel proprio operato, della sartorialità, filtrata però attraverso un immaginario decisamente metropolitano. Uno street tailoring, per usare le parole del designer, che si nutre di contrasti tra volumi oversize e fit più aderenti, fascinazione per l’eleganza canonica dei completi e uso massivo di tasche, coulisse e cinghie, stratificazioni elaborate e precisione chirurgica dei tagli, e così via; tutti elementi presenti anche nel défilé per l’attuale stagione calda, insieme a tanta pelle, denim ed echi del power dressing anni ‘80, dalle linee sinuose degli abiti alle maxi spalle imbottite.

Le tante sfaccettature del mondo urban rappresentano il perno delle collezioni firmate Ader Error e 99%IS. Il primo marchio, nonostante sia in attività soltanto da sei anni, gode di una visibilità internazionale, certificata dalle cifre di tutto rispetto delle vendite (trainate, a loro volta, dal largo seguito su Instagram e affini) ed è stato salutato da Vogue nientemeno che come «risposta coreana a Vetements»; il collettivo alla guida, effettivamente, si dimostra abile ad irretire i consumatori, specialmente i più giovani, infondendo un tratto unisex ai must dell’abbigliamento street (t-shirt, felpe, baggy pants, giubbini, materiali perlopiù tecnici), dosando pulizia dei tagli, colori accesi, slogan dissacranti e grafiche dal gusto vintage, associandosi inoltre a griffe come Puma e Maison Kitsuné per capsule collection andate rapidamente sold-out.

99%IS è invece plasmato a immagine e somiglianza del suo fondatore Bajowoo, che vi riversa in toto le sue ossessioni, mescolando sottoculture musicali, clubbing, goth e spirito DIY (do it yourself, ndr). Si spiegano così i lembi trattenuti dalle spille da balia, i tessuti patchwork, le superfici percorse da scoloriture o abrasioni, la profusione di stringhe e zip usate per strutturare maglie e pantaloni… Un’attitudine underground che ha conquistato celebrity (Pharrell e Billie Eilish, giusto per citarne un paio) e i principali retailer, da Dover Street Market a LuisaViaRoma, a MR Porter.

Diverso il profilo delle creative dietro il brand We11doneJessica Jung e Dami Kwon, che nel 2015 mettono a frutto l’esperienza nella gestione della boutique Rare Market sviluppando una linea di capi e accessori basilari, guardando soprattutto ai topoi delle passerelle di fine anni ‘90-primi anni Zero, sfumando allo stesso tempo le distinzioni in termini di genere, stagionalità, influenze e quant’altro.

Gentle Monster, infine, si distingue per l’approccio eclettico all’occhialeria, che coinvolge ogni aspetto: la varietà delle montature, la ricerca di nuovi materiali e tecnologie, le campagne pubblicitarie, l’allestimento dei negozi, facendo delle collaborazioni con altre realtà un leitmotiv; quelle di maggior successo hanno riguardato, negli anni, Alexander WangMoooiHenrik Vibskov10 Corso Como e Fendi.
A ulteriore dimostrazione di come, al di là dei consumatori, persino i grandi nomi della moda e del design siano ormai sensibili all’ondata di creatività proveniente da Seul e dintorni. 

Optimo: l’arte di fare cappelli made in Chicago

Chicago, la Toddlin’ Town cantata da Frank Sinatra, famosa per le sue architetture, i Bulls, la deep dish e “The Blues Brothers”, ha un’istituzione cara ai Chicagoans, ai gentlemen modaioli e agli appassionati di cappelli su misura: OPTIMO. Ultimo avamposto, in città, di quel lussuoso e artigianale saper fare di altri tempi che ha fatto dell’evergreen ricercato un antidoto alle passeggere stagionalità della moda. 

Il fondatore Graham Thompson, pronunciato ‘Gram’ all’americana maniera, appassionato di film noir, blues, sigari e cappelli alla Orson Welles e alla Robert Mitchum, sin da giovanissimo, è stato un cliente abituale della storica cappelleria del suo mentore e master-hatter, Jonny Tyus. Quando viene a conoscenza del suo imminente pensionamento, dopo 42 anni di attività, Thompson decide di portare avanti la sua eredità nel South Side, nel quartiere delle mercerie e dei cappellai, e a soli 22 anni, nel 1995, rileva l’intera attività ribattezzandola Optimo Hats. Di quella piccola “bottega” frequentata da professionisti, ragazzi del posto, hustler e musicisti blues, lo store al 51 di West Jackson Boulevard, nel magnifico Monadnock Building, respira ancora oggi un afflato dal gusto rètro: luce soffusa, un lungo bancone di legno scuro, pareti e vetrine “rivestite” di cappelli perfettamente allineati, come se fossero opere d’arte in una haberdasherydegli anni 40.

Lontani da vezzi, stravaganze e orpelli creativi tipici del design di avanguardia, i cappelli Optimo sono ancorati alla classicità senza tempo degli intramontabili Fedora (la maggior parte realizzati in feltro di castoro che, a detta di Graham, equivale al cashmere nella maglieria), dei Montecristi Panama (realizzati con le fibre delle foglie dell’ecuadoregna palma toquilla) e dei Milan straw (i pregiati cappelli di paglia di grano caduti in disuso negli anni 50 per gli elevati costi di produzione). L’eleganza è fatta di dettagli e sono proprio i materiali, i modelli, i più ricercati gros grain, la larghezza della falda, l’altezza della corona, gli intrecci e le proporzioni a fare di questo pregiato su misura un unicum nel suo genere. I capelli devono rappresentare lo stile e la personalità di chi li indossa, devono essere la sua presentazione e il suo biglietto da visita. Non a caso, al “take away” da negozio o all’acquisto online, si preferisce prima la modalità della “chiacchierata conoscitiva” (telefonica o in store), in fatto di style e lifestyle, per realizzare il perfetto bespoke hat, fedele espressione di chi lo indosserà. Optimo, oltre ad aver conquistato le teste di molte celebrities da Johnny Deep alla leggenda del blues John Lee Hooker, è diventato un go-to brand appetibile a molti costume designer del cinema Hollywoodiano. Graham, infatti, ha realizzato cappelli per Ben Affleck nel film ‘Live by Night’, per Michael Shannon in ‘The Shape of Water’, Leonardo Di Caprio in ‘J.Edgar’, Sean Penn, Daniel Craig e Tom Hanks in ‘Road to Perdition’.

Dal 2017 Optimo ha una seconda anima produttiva e commerciale. Thompson ha scelto come nuovo headquarters una vecchia caserma dei pompieri, del 1914, nel quartiere di Beverly. Il progetto degli interni è stato realizzato dallo studio SOM che, interpretando i principi di Optimo, si è ispirato ai concetti di lusso, eleganza e artigianalità senza tempo. Un’estetica industriale che accompagna i clienti in un viaggio materico-visivo nella storia, nel design e nella memoria del brand: acciaio, noce e sughero; scaffali alti fino al soffitto pieni di forme e modelli di cappelli; antiche macchine del 1920 e 1950; pressatrici, apparecchi per la vaporizzazione, le storiche macchine da cucire Singer. Tutto prende vita e forma da una genuina tradizione che sa di bottega con un abito da atelier.

Nella fugacità usa e getta delle mode, alla stregua di un orologio fatto a mano o di un paio di scarpe realizzate su misura, i cappelli Optimo restano dei survivor di quell’eccellenza artigianale che non conosce l’usura e le logiche del tempo. E se è destinato a durare anche un “per sempre”, allora acquistare un “Chicago” a $1195 potrebbe essere visto anche come buon un investimento.”The longer you wear an Optimo hat, the more you understand how a great hat should look and feel.” (Graham Thompson).

Le migliori boat shoes per la bella stagione, aspettando le regate dell’America’s Cup

Con l’aumento delle temperature e le vacanze imminenti – o almeno si spera – la scelta delle calzature con cui completare i look stagionali non può non adeguarsi. Le boat shoes, o desk shoes che dir si voglia, rappresentano un buon compromesso tra l’informalità di espadrillas, trainers, sandali & Co. e l’eleganza inappuntabile dei mocassini penny loafer.

Fatta eccezione per la parentesi di popolarità degli anni ’80, queste scarpe sono state a lungo una prerogativa degli irriducibili dello stile preppy caro all’upper class americana, scelte per completare outfit a base di camicie dal collo button-down, pullover collegiali e chinos; eppure di recente il menswear è tornato ad interessarsi alle boat shoes, e in questo senso va segnalato, innanzitutto, lo zampino di una protagonista assoluta del settore come Miuccia Prada, abituata a recuperare stilemi di epoche passate per trasformarli in feticci à la page del presente, opportunamente rivisti e corretti: la stilista, nel 2018, ha mandato in passerella una versione color blocking dai pannelli in colori brillanti quali rosa, rosso, verde e azzurro, con tanto di calzettoni in spugna.


Backstage at Prada Men’s Spring 2019

È quindi venuto il turno di Virgil Abloh, che nella pre-collezione Louis Vuitton uomo p/e 2020 ha rivisitato le scarpe da barca, tingendole di nero o, in alternativa, di tonalità sature (ciano, cremisi, giallo citrino), dilatandone la silhouette con l’innesto di una spessa suola carrarmato, aggiungendo inoltre occhielli logati e impunture a contrasto; nelle immagini del lookbook spuntavano sotto pantaloni con la piega affilati e altri dalla vestibilità morbida, abbinati a loro volta a blazer check o capospalla voluminosi, a conferma di come questa calzatura possa rivelarsi insospettabilmente versatile. 


Louis Vuitton Pre-collezione P/E 2020 lookbook

Non va dimenticato neppure che, lo scorso aprile, sarebbero dovute svolgersi le prime regate di qualificazione all’America’s Cup 2021, poi rimandate per la pandemia; resta tuttavia intatto l’appeal della competizione sportiva più antica al mondo, nonché del suo corollario estetico di giacche a vento, gilet, pantaloncini tecnici e, appunto, boat shoes.

In fondo, parliamo di accessori collegati al mondo nautico fin dalle origini, risalenti alla metà dei 30’s, quando Paul Sperry, marinaio e fondatore del marchio omonimo, prese spunto dalle zampe del suo cane – che poteva muoversi sul ghiaccio senza problemi – e incise delle scanalature sulla suola, così da aumentarne l’attrito sulle superfici scivolose. Di lì a breve si sarebbero precisate le altre peculiarità, dal fondo in gomma antiscivolo alle stringhe che bordano la tomaia per avvolgere al meglio il piede, al cuoio degli stessi lacci. Sarà in seguito John F. Kennedy, nume tutelare del suddetto preppy style d’oltreoceano, a fare della scarpa un must sfoggiandola spesso e volentieri, sullo yacht al largo del New England come nel buen retiro di Martha’s Vineyard.



Tornando ai nostri giorni, si contano diverse riletture del modello, ad opera tanto di aziende specializzate nel footwear quanto di blasonate maison di lusso, a cominciare da quelle sopracitate: la Summerland di Louis Vuitton è caratterizzata dall’alternanza di vitello liscio e pelle Épi zigrinata, con lacci a tono in tessuto; Prada sceglie invece la lucentezza del pellame nero spazzolato, rafforzata dalle impunture bianche e dal tocco scarlatto ad altezza linguetta.

Per I fashionisti più audaci i mocassini Christian Louboutin sono l’opzione ideale, grazie al mix di materiali scuri -nappa e scamosciato – profilati di borchie metalliche, oltre alla firma grafica del designer, l’imprescindibile suola rossa. Di segno opposto la proposta targata Loewe, boat shoes essenziali in pelle kaki, nobilitate da lavorazioni a regola d’arte, evidenti negli intrecci a mo’ di nappina sui lacci o nelle cuciture a rilievo.

Va menzionato senz’altro uno specialista della categoria come Sebago, che per la stagione attuale rinnova le sue scarpe da barca più rappresentative collaborando con due istituzioni del casual, Baracuta e Roy Roger’s: dal primo co-branding ha origine la Portland Baracuta in suede, disponibile in tre diverse combinazioni di nuance rosse, verdi e blu, omaggio al Fraser Tartan utilizzato dal brand inglese per le fodere delle giacche; dal secondo la Portland Roy Roger’s, con tomaia sulla quale si sovrappongono nabuk dall’aspetto vissuto e tessuto denim, paradigmatico dei jeans; comuni ad entrambe sono il sistema di allacciatura a 360 gradi e la suola striata, a prova di scivolo. 



Altro nome cult per le calzature navy è Quoddy, che offre un modello senza fronzoli interamente in pelle color tabacco. Anche le boat shoes Polo Ralph Lauren e Lacoste si distinguono per la pulizia di linee e particolari: se il primo marchio sottolinea il contrasto cromatico tra camoscio indaco della parte superiore e marrone della para, il secondo preferisce la tradizionale accoppiata bianco-blu, arricchita da inserti in gomma alle estremità e dal logo del coccodrillo, impresso sul fianco.

La scarpa da barca per antonomasia rimane però la Authentic Original 2-Eye Classic di Sperry: si tratta, nomen omen, di un’iterazione di quella originaria, con due occhielli, tomaia testa di moro e stringhe in una gradazione più chiara di marrone; semplice ma d’effetto, oggi come negli anni ’30.

Dieci variazioni della bowling shirt

(Ri)apparsa in gran numero nelle sfilate maschili del 2016, la bowling shirt è tuttora oggetto di un revival modaiolo che la vede protagonista dei look per la bella stagione più rilassati e dégagé. L’identikit del capo è presto fatto: collo a V con piccoli revers ben distesi, maniche corte, abbottonatura frontale e silhouette leggermente squadrata; altri segni distintivi sono la leggerezza dei materiali – ad esempio cotone, lino, popeline o, nelle versioni di maggior pregio, texture dalla mano soffice quali seta o rayon – e la creatività di color block, righe, figure geometriche e stampe varie.

Al di là di corsi e ricorsi della moda la camicia in questione, chiamata anche cuban o camp collar shirt, vanta una storia di tutto rispetto, risalente agli anni Cinquanta, quando negli Stati Uniti iniziò a moltiplicarsi nelle sale da ballo e negli altri locali frequentati dai fan del rockabilly. Per un lungo periodo, quindi, ogni variante di camicia da bowling, in primis quella hawaiana, ha evocato soprattutto le tenute sfoggiate dai turisti nelle località più esotiche, corredate magari di cocktail, sigaro, occhiali a specchio e altri cliché dell’iconografia vacanziera; tutt’al più, ha fatto capolino in pellicole care agli appassionati di cinema come Il grande LebowskiScarface Il talento di Mr. Ripley.

MILAN, ITALY - JUNE 15: Models walk the runway at the Dolce & Gabbana fashion show during the Milan Men's Fashion Week Spring/Summer 2020 on June 15, 2019 in Milan, Italy. (Photo by Ernesto S. Ruscio/Getty Images)
PARIS, FRANCE - JUNE 19: A model walks the runway during the Valentino Menswear Spring Summer 2020 show as part of Paris Fashion Week on June 19, 2019 in Paris, France. (Photo by Pascal Le Segretain/Getty Images)

In tempi più recenti, sulla scia di quello stile dadcore all’insegna di vestibilità over, pantaloni slavati e sneakers massicce glorificato dai nuovi alfieri del menswear contemporaneo – su tutti Demna Gvasalia e Gosha Rubchinskiy -, le bowling shirt sono tornate alla ribalta. Nelle collezioni maschili per la stagione in corso sono numerose, infatti, le nuove interpretazioni di questo capo dall’animo retrò: da Valentino, Pierpaolo Piccioli lo considera una tela sulla quale sbizzarrirsi con tinte al neon, ricami, motivi floreali e fantasmagorie ideate dall’artista Roger Dean; anche Dolce&Gabbana dà libero corso alla fantasia, dispiegando sui tessuti un armamentario di frutti, piante, animali, pin-up e altri simboli di un immaginario “tropico siciliano”; un estro creativo speculare a quello di griffe quali Dsquared2, Amiri, Iceberg, Casablanca, Dries Van Noten, non ultima Prada che, effettivamente, ha reso la camicia a maniche corte un caposaldo della propria linea uomo, al punto da dare ai clienti la possibilità di personalizzarla, combinando liberamente le stampe più rappresentative del brand.

Qualsiasi selezione in materia di bowling shirt non può dunque prescindere dall’offerta della maison milanese, che quanto ad assortimento non teme confronti: si va dalle versioni basilari total white o rigate a quelle viste sulla passerella p/e 2020, con riproduzioni di walkman, videocamere e altri gadget iconici degli anni ’80. Gucci, dal canto suo, alterna il logo della doppia G a stelle, quadrifogli e altri ghirigori, evidenziando inoltre i profili con il nastro Web.
 Il modello di Bottega Veneta, in 100% viscosa, utilizza il classico binomio bianco e nero per mettere in risalto una grafica d’ispirazione tropicale, mentre Fendi trasla le suggestioni bucoliche dell’ultimo défilé su un tessuto arioso, percorso da un motivo a spirale nei toni del verde e grigio.