I gioielli che piacciono (anche) alla Gen Z da scoprire ora

Quello secondo cui l’orologio è l’unico gioiello da uomo è stato a lungo un assioma incontrovertibile o quasi, cui derogavano solo personalità del mondo dello spettacolo, rapper ed eccentrici di professione; erano ammesse eccezioni per gemelli e fermacravatta, accessori però più funzionali che decorativi. Dogmatismi simili erano destinati inevitabilmente ad incrinarsi, e adesso la Generazione Z (termine che, come precisa la Treccani, indica i «nativi digitali nati tra il 1997 e il 2012»), stando alle ricerche la più inclusiva e libera da preconcetti di sempre, appare determinata a frantumare convenzioni percepite come insensati anacronismi da boomer, giustappunto.


Harry Styles, Timothée Chalamet, Damiano David


Da esibire “IRL” o negli spazi ormai onnicomprensivi del web, tra dirette streaming davanti al pc, selfie e video su TikTok, con bracciali, catenine, necklace, bijoux vari ed eventuali i Gen Zers procedono anzi per accumulo, perché rappresentano uno strumento per raccontare qualcosa di sé, definire il proprio personaggio (reale o virtuale, poco conta), lanciare messaggi attraverso scritte oppure, in maniera più soft, scegliendo pietre, forme o tipologie di monili considerati per molto (troppo?) tempo appannaggio esclusivo delle donne.

Basta volgere lo sguardo alle star elette dai giovanissimi a role model, del resto, per rendersi conto di come impilare orecchini, braccialetti & Co., meglio ancora se mutuati dalla gioielleria pour femme o genderless, sia diventata la norma: Harry Styles innanzitutto, che fa suoi con assoluta noncuranza ornamenti reputati femminili (di nuovo, etichette di dubbia sensatezza), infilando abitualmente grappoli di anelli sulle dita e fili di perle al collo, mentre Timothée Chalamet, arbiter elegantiae contemporaneo di cui appositi account Instagram provvedono a passare ai raggi X ogni outfit, ha un penchant per collane (compatte oppure a maglie sottili), spille (spesso vintage) e rings in metalli preziosi. Damiano David dei Måneskin, invece, da buon epigono del glam rock qual è, ricorre volentieri a pendenti elaborati, da portare su entrambi i lobi, choker e altri fronzoli ora a modino, ora dal retrogusto fetish. L’importante, alla fin fine, è mettere da parte inibizioni e (presunte) regole effettivamente stantie in nome di un solo, sacrosanto principio, ovvero il proprio gusto.


Gucci Link to Love


I brand, da parte loro, fiutando lo Zeitgeist vengono incontro alle mutate esigenze dei clienti, giovani o meno, con linee di gioielli prive di connotazioni di genere o, nel caso queste vengano nominalmente mantenute, ampliano il range di taglie, così da renderli adatti a uomini e donne. In vista delle festività imminenti, si possono perciò vagliare le collezioni di numerose griffe, per regalare – o regalarsi – un prezioso up-to-date.
I suddetti Styles e David, ad esempio, sono fan devoti degli accessori di Gucci, e osservando la gioielleria del marchio fiorentino è facile capire il motivo: la collezione Link to Love, in particolare, rispolvera geometrie Eighties in purezza, sulle quali interviene però montandovi gemme preziose o semipreziose, dai diamanti alle tormaline; soprattutto, si invita la clientela a creare i propri set, sbizzarrendosi con finiture, nuance e combinazioni, affiancando magari volumi netti e spigolosi ad altri più delicati.


Swarovski Collection II, ph. by Mikael Jansson


Anche la storica maison di cristalleria Swarovski, su spinta della Global Creative Director Giovanna Engelbert, adotta un approccio il più inclusivo possibile, evidenziando le potenzialità del cristallo «come strumento di espressione della propria individualità»: così la fashion icon a proposito della Collection II disegnata per la griffe austriaca, un caleidoscopio di luccichii all’insegna del more is more, tra brillanti “tuttifrutti” tagliati in un’infinità di modi (dai classici cushion e pear a quelli che ne aguzzano la silhouette) e linee accentuate, qua aspre, là sinuose.


Tom Wood


Da Tom Wood rigore e minimalismo, connaturati a una label scandinava (nata a Oslo, nel 2013, da una manciata di anelli con sigillo realizzati dalla fondatrice Mona Jensen), vengono sfumati dall’incontro con pietre quali onici, granati, opali e ametiste, oppure da levigature e cesellature che ingentiliscono il risultato finale, nella gran parte dei casi unisex.


Jiwinaia


Apprezzatissimi da nativi digitali e millennial sono poi gli accessori ludici e irriverenti firmati Jiwinaia, marchio con base a Milano della creativa coreana Marisa Jiwi Seok (indicata, poche settimane fa, dal Financial Times tra i giovani capifila del «fashion renaissance» italiano), un calderone in cui si mescolano senza soluzione di continuità attitudine playful, kitsch, nostalgia per i ninnoli dell’infanzia e divertissement che fanno il verso al surrealismo; ne escono, tra gli altri, orecchini-emoticon, faccine o frasi ironiche riprodotte su massicce perle (finte), cerchi tempestati di zirconi, clip a forma di ragnatela.


Timothée Chalamet con una collana Vita Fede; alcuni gioielli del brand; Kendall Jenner con gli orecchini Milos


Ambisce a delineare, coi suoi gioielli fatti a mano in Italia, un’estetica globale e però unica nel suo genere la founder di Vita Fede Cynthia Kozue Sakai, che infonde un mix di ispirazioni asiatiche, americane ed europee in oggetti dalle proporzioni fluide, armoniose, che si sono guadagnati il favore di idoli della Gen Z come il citato Chalamet e Kendall Jenner. Di tutt’altro segno le creazioni outré di Alan Crocetti, designer brasiliano con studi alla Central Saint Martins (fucina dei migliori talenti della moda made in Uk), intenzionato col suo brand a stravolgere la nozione stessa di gioielleria, sfocando i confini tra maschile e femminile attraverso anelli, ear cuff, collane e face jewels che lui considera estensioni del corpo, e sviluppa ibridando forme anatomiche e influenze artistiche in arditi ornamenti, come il “cerotto” per il naso d’oro o argento 925 (indossato anche dall’attore Omar Ayuso nel video di Juro Que, singolo di Rosalía), che hanno subito trovato ammiratori d’eccezione, da Lady Gaga a Mahmood, da Miley Cyrus a Luke Evans.


Alan Crocetti, ph. n 1 by Gorka Postigo, nell’ultima foto Mahmood con una creazione del designer


Inequivocabile, infine, il claim della collezione XX/XY di Eva Fehren («Per lui. Per lei. Per loro. Per noi»), dai tratti slanciati come quelli dei grattacieli di New York, dove vive e lavora la direttrice artistica Eva Zuckerman, che trasla i profili tesi e scattanti dell’architettura della metropoli su gemelli, broche, rings e monili in oro 18k, talvolta incastonati con diamanti dal taglio angolare.


Eva Fehren collezione XX/XY, ph. by Herring & Herring


A prescindere dai singoli nomi, è bene comunque ricordare che, come riassunto da Jensen al Guardian l’anno scorso, «poiché le idee tradizionali su ciò che è femminile e maschile vanno sfumandosi […] uomini e donne vestono allo stesso modo, e i gioielli in quanto accessorio chiave seguono naturalmente questa tendenza». Difficile, se non impossibile, darle torto.

Radiografia di un cult: la sciarpa check di Burberry

I best seller di un marchio che affonda le sue radici e resta legato a doppio filo con uno stato, il Regno Unito, dal clima notoriamente freddo e bizzoso, non possono che essere proposte adatte alle rigide temperature d’oltremanica: se infatti si pensa a Burberry, griffe britannica fino al midollo, subito dopo il trench in gabardine affiora, quasi certamente, l’immagine di una stola tramata di quadri multicolor.
Nonostante la storia più che cinquantennale alle spalle, la sciarpa di cachemire col peculiare motivo check occupa tuttora un posto d’onore nel catalogo degli accessori invernali dell’azienda, che nel frattempo si è trasformata da produttore di outerwear dalla sobria compostezza borghese a brand globale di prêt-à-porter, tenuto dal creative director Riccardo Tisci in sottile equilibrio tra aplomb da gentiluomo londinese e pulsioni underground.



Gli ingredienti, al netto di piccoli aggiustamenti, restano più o meno gli stessi: le misure (168 centimetri di lunghezza per 30 di larghezza) sono abbastanza contenute, lontane sia dagli eccessi dei modelli voluminosi in cui imbacuccarsi tipo bozzolo, sia dalla funzione meramente scenica delle sciarpine da annodare alla bell’e meglio; i bordi sono sfrangiati; il filato è quello caldo e nobile per eccellenza, affidato alle cure premurose di due mill a Elgin e Ayr, cittadine della Scozia dall’impareggiabile expertise laniera (entrambi in attività da oltre 150 anni), dove viene sottoposto a lunghi procedimenti articolati in decine di step, tra cui tintura di sei ore, che garantisce la vividezza del colore, cardatura per separare i fili, spazzolatura, intessitura su telai tradizionali, lavaggio nelle acque sorgive del luogo, rifiniture finali a mano (Burberry, inoltre, ha avviato partnership con ong e associazioni come la Sustainable Fibre Alliance, per assicurarsi che il cachemire utilizzato sia sostenibile da ogni punto di vista, produttivo ed etico); infine il check, firma grafica del marchio, una fantasia che, a differenza dei loghi “urlati” con iniziali a caratteri cubitali o nomi delle label ribaditi qua e là sui prodotti, basa la propria unicità sulle tonalità del tartan (il classico finestrato a quadri e linee incrociate, usato originariamente dai clan in cui erano suddivise le principali famiglie scozzesi che, per distinguersi gli uni dagli altri, ricorrevano a precisi accostamenti di colori) adottato, cioè rigature bianche, nere e rosse su fondo beige. Un motivo discreto insomma, tanto più che, alla sua comparsa negli anni ‘20 e per le successive quattro decadi, viene impiegato esclusivamente nelle fodere dei capispalla, configurandosi dunque come un piccolo piacere privato, che gratifichi solo chi effettivamente li indossa.



Le cose cambiano nel 1967: l’aneddotica vuole che il direttore del negozio di Parigi, volendo dare un twist inaspettato ai trench esposti, ne risvolti l’orlo, mettendo in bella vista l’house check, come viene chiamato internamente all’azienda; una trovata assai apprezzata dai clienti, che iniziano a chiedere articoli arricchiti dal pattern in questione, venendo accontentati con ombrelli e sciarpe, simili in tutto e per tutto a quelle in vendita oggi nelle boutique e sull’e-shop ufficiale. Oltre ad averne notevolmente ampliato la gamma cromatica (pur non discostandosi troppo, in linea di massima, dalle nuance misurate storicamente associate alla griffe, nei toni del marrone, blu, grigio, bianco e borgogna), Burberry offre adesso la possibilità di personalizzarle, ricamandole con un massimo di tre lettere.



L’unico, vero momento di crisi della stampa a quadri risale al periodo tra gli anni ‘90 e i primi ‘00, quando la sua popolarità cresce in misura inversamente proporzionale al crollo del prestigio di cui godeva presso gli happy few, venerato com’era da chavs (termine equivalente grossomodo a buzzurro, che secondo il dizionario Collins denota «i giovani della working class i cui gusti, sebbene a volte costosi, sono considerati volgari») e casuals, gli hooligan che, per passare inosservati dentro e fuori gli stadi di calcio, tenevano un basso profilo, vestendo brand ricercati alla Burberry, appunto; gruppi sociali bersagliati in modo feroce, nel primo caso apertamente classista, dall’opinione pubblica inglese.
Il marchio deve correre ai ripari: nel 2001 il neodirettore artistico Christopher Bailey (rimasto in carica fino al 2017) riduce al minimo sindacale la presenza della fantasia incriminata (alcuni pezzi, come il cappellino logato all-over, vengono addirittura cassati). Già nel decennio seguente, tuttavia, nelle campagne natalizie riprendono a fioccare scarf finestrate, preferibilmente al collo di star nazionali di primaria grandezza, tra cantanti, top model e attori/attrici (Sir Elton John, James Corden, Sienna Miller, Cara Delevingne, Naomi Campbell, Rosie Huntington-Whiteley, Romeo Beckham adolescente che sfoggia un modello en pendant col trench khaki). D’altra parte si rischia di perdere il conto delle celebrità, di ieri e oggi, fotografate con addosso la sciarpa a scacchi della maison, dai “precursori” David Niven e Michael Jackson alla papessa dell’editoria modaiola Anna Wintour, e poi Jared Leto, Susan Sarandon, Andy Garcia, Robbie Williams, Liam Payne, Matt Smith, Blake Lively, Rita Ora


London Fashion Week Autumn/Winter 2018 – J.W Anderson – Outside Arrivals Featuring: Anna Wintour Where: London, United Kingdom When: 17 Feb 2018 Credit: Lia Toby/WENN.com

Qualche concessione al pubblico più sensibile alle sirene dei trend, a dire la verità, c’è stata: Bailey, con la linea Prorsum, ha variato anche di parecchio le dimensioni dell’accessorio, pompate per farne un poncho da drappeggiare sulle spalle (collezione Fall/Winter 2014) o viceversa rimpicciolite a mo’ di cache-col, lasciato distrattamente slacciato (F/W 2013), e ancora ha moltiplicato le frange, dandogli le sembianze di uno scialle (F/W 2015), oppure lo ha cosparso di cuoricini o pois, mixati al check in un pot-pourri di fregi e sfumature.
Nella capsule per la stagione F/W 2018, invece, Gosha Rubchinskiy (aedo di quel “post soviet style”, alquanto rude e spiccio, che impazzava fino a non molto tempo fa) ha congiunto nello stesso filato la quadrettatura canonica e il Nova Check, leggermente più grande e chiaro rispetto all’originale, strizzando così l’occhio alla fregola cumulativa dei citati chavs, che spargevano ovunque potessero il pattern di Burberry.
Tisci, da ultimo, ha pensato a modelli reversibili, limitando a un solo lato (dove concentra il monogramma con le T e B intrecciate del fondatore Thomas Burberry, introdotto al suo arrivo nel 2018, oppure inserti recanti le coordinate geografiche della sede principale del brand, a Westminster) la verve esornativa.
L’opzione privilegiata, va da sé, rimane la sciarpa a scacchi tradizionale: a dispetto degli anni che passano, non ha perso un grammo dell’appeal very british degli inizi, il che, nonostante la Brexit, non guasta mai.



Radiografia di un cult: il borsone Keepall di Louis Vuitton

Il nome dell’accessorio, denotandone la funzione, ossia custodire il nécessaire per un breve viaggio, dice (quasi) tutto; il resto lo fa l’alto lignaggio del marchio che, oltre alla paternità, può vantarsi di averlo ammantato di un’aura di desiderabilità e charme che travalica le qualità, peraltro eccellenti, dell’oggetto in sé, eternandolo come status symbol. Parliamo della Keepall di Louis Vuitton, weekender bag nata nel 1930, esempio calzante di quella “Art of Travel” che è da sempre un valore quintessenziale della griffe parigina, diventata nel ‘900 un colosso luxury mondiale proprio soddisfacendo le richieste di un’affluente élite di globetrotter, abituata a spostarsi da un capo all’altro del pianeta col relativo seguito di bagagli. Questa borsa cilindrica, nello specifico, è stata la prima flessibile e destrutturata mai prodotta dalla maison, una rivoluzione rispetto alle ingombranti valigie rigide in uso al tempo.





Nel caso ci fossero dubbi sulla portata iconica della Keepall, basti considerare poi che la borsetta probabilmente più famosa di Vuitton, il bauletto Speedy, arrivò sul mercato negli anni Trenta come versione mini della sacca in stoffa imprimé.
Pensata per un pubblico maschile ma di fatto unisex, le sue misure sono rimaste pressoché immutate fino ad oggi: le cifre delle quattro differenti denominazioni (45, 50, 55, 60) ne indicano la lunghezza, e corrispondono ad altrettanti formati; munita di tracolla staccabile, foderata in cotone, ha doppio manico e finiture (compreso il porte adresse, personalizzabile su richiesta con le iniziali del cliente) in vacchetta chiara, mentre il tono delle minuterie metalliche si accorda alla colorazione del corpo, e può essere dorato, argentato o nero opaco.



Il materiale principe è il Monogram canvas marrone, tessuto impermeabilizzato rivestito, sin dalla sua introduzione nel 1959, dello stilema più riconoscibile – e imitato, spesso maldestramente – del brand, costituito dalla ripetizione di L e V sovrapposte e fiori a quattro petali, inscritti in cerchi o rombi. Il modello primigenio, tuttora in produzione, è stato affiancato via via da una cospicua quantità di alternative in pellami e fantasie dissimili, da quelle in tela Damier Ebène o Graphite (affini all’originale per consistenza e allure classicheggiante) al lusso smodato dell’ultima arrivata per l’autunno, un mix di vitello e coccodrillo, dalla sobrietà irreprensibile della pelle scurissima alla sferzata vitaminica delle Bandoulière con dettagli color evidenziatore.



Credits: ph. 1 Anthony Mayan/The Corsair, ph. 4 Giovanni Giannoni/WWD

Pratica, versatile, una solidità che le consente di durare una vita, la duffel bag LV si è prestata – e continua a farlo – agli interventi artistici più estremi, accogliendo, all’epoca della direzione di Marc Jacobs, i pois di Yayoi Kusama come i graffiti al neon di Stephen Sprouse, oppure le bizzarrie pop di Takashi Murakami, tra ciliegie grafiche e loghi dissimulati nel camouflage; esemplari reperibili, a distanza di anni, solo nei circuiti del collezionismo, a prezzi da capogiro.
Non si è sottratto alle customizzazioni nemmeno l’ex responsabile del menswear della casa Kim Jones, deus ex machina, nel 2017, dell’operazione che sancì la definitiva saldatura tra moda “alta” e streetwear, cioè la collaborazione con Supreme, che includeva borsoni tinti di rosso fiammante, simbolo della label newyorkese. Anche il suo successore, Virgil Abloh, esercita volentieri la propria vena (lussuosamente) fancy sulla Keepall, come provano le borse effetto acquerello o in jacquard intessuto di fibre ottiche, che regalano al materiale una luminescenza pulsante.



Non si contano le celebrità che si sono lasciate conquistare dall’accessorio: se nel secolo scorso era un’appendice chic alle mise da viaggio di Catherine Deneuve, Liza Minnelli o Joan Collins, fra i tanti, illustri possessori odierni troviamo David Beckham, Kanye West, Bradley Cooper, Drake, Travis Scott e Kate Moss.
Parafrasando Carrie Bradshaw di Sex and the City, per spiegare le ragioni di un successo così duraturo si potrebbe forse ricorrere a una formula tanto semplicistica quanto efficace, che la scrittrice über fashionista interpretata da Sarah Jessica Parker pronunciava, disperata, di fronte al rapinatore che stava per rubarle l’adorata Baguette di Fendi: “This is not a bag, it’s a Keepall!”.

Una dichiarazione di stile: la collezione Montblanc UltraBlack

La nuova collezione dal look total black abbraccia diverse categorie di prodotti, per rendere omaggio all’Heritage dell’azienda e celebrare le caratteristiche associate al colore distintivo della Maison: lo stile, l’eleganza e la semplicità di un design senza tempo.

Nel mondo del lusso, il nero è il colore per eccellenza, espressione di bellezza assoluta e design esclusivo. Sin dalla fondazione della Maison, nel 1906, il nero è sempre stato parte del DNA Montblanc: l’ebanite è il materiale principale utilizzato per la produzione dei primi strumenti da scrittura Montblanc e il nero è uno dei due colori dell’emblema creato nel 1913.
Tenendo fede all’obiettivo di ispirare le persone a esprimere tutto il loro massimo potenziale seguendo le proprie passioni, Montblanc presenta Montblanc UltraBlack, la prima collezione che include diverse categorie di prodotti accomunati da un design total black.  

Celebrazione della contemporaneità del colore più iconico di Montblanc, la collezione è caratterizzata dal design essenziale e dall’eleganza senza tempo e include diverse categorie di prodotti, dalla pelletteria agli strumenti da scrittura e dagli orologi alle nuove tecnologie smart. Espressione audace di uno stile sofisticato e moderno, ogni creazione è stata pensata per ispirare coloro che sono alla ricerca di funzionalità, versatilità e stile mentre intraprendono il percorso verso il raggiungimento dei propri obiettivi. 

Focus della collezione è senza dubbio la pelletteria Montblanc UltraBlack caratterizzata da mobilità, prestazioni ed eleganza. Include uno zaino, una clutch e un mini borsello.  Presentano le inconfondibili caratteristiche della Maison, come l’originale motivo a “M” ispirato alla geometria e al lettering d’archivio, un tributo alla ricchezza del patrimonio di Montblanc. Più audace che mai, il motivo a “M” all over è in pelle goffrata. 



L’iconico emblema, reinterpretato in chiave inedita per questa occasione, è stato trasformato e utilizzato come pratica chiusura in alluminio anodizzato, diventando un distintivo elemento di design. Sempre in movimento grazie a compagni di viaggio in pelle eleganti e funzionali: lo zaino è dotato di tasche interne ed esterne, oltre che di uno scomparto imbottito per il laptop; la clutch e il mini borsello possono essere indossati o portati a mano grazie alla tracolla amovibile.


Premiata debutta con la prima collezione di zaini

Dal 1885 il “saper fare” ha guidato l’evoluzione del prodotto Premiata. L’iniziale artigianalità del “fatto a mano” si è evoluta nel tempo con l’utilizzo delle più moderne tecnologie. Una sola cosa non è mai cambiata ed è la ricerca della qualità Made in Italy, inventare percorsi nuovi è frutto di un’anima creativa che dà più valore alle proprie visioni che alle ragioni del mercato. Proprio questa espressione creativa rende il brand unico e difficilmente catalogabile.

Per la FW21 il noto brand di sneakers presenta due nuovissimi modelli di zaini. Lyn nella donna Booker nell’uomo, sono stati progettati con la cura per i materiali e i dettagli per cui è da sempre rinomato il brand. Un’attenzione alle caratteristiche produttive e di comfort che inseriscono i backpack Premiata tra gli accessori più notevoli del panorama moda internazionale, veri e propri ambassador dell’eccellenza manifatturiera italiana.


Il modello Booker nero di Premiata Zaini: in gabardine di nylon pregiato e trattato water repellent
Gli spallacci imbottiti e lo schienale dello zaino Booker nero sono studiati per garantire il massimo comfort

Il modello Booker di Premiata Zaini nella versione beige: water repellent, trattato antisfilo e foderato internamente con gabardine logata.
Spallacci e schienale dello zaino Booker beige sono imbottiti ed è presente anche un nastro regolatore sul fondo per garantire una distribuzione del peso ottimale.


Entrambi si ispirano allo zaino da viaggio con misure adatte ad un utilizzo quotidiano. Prodotti in gabardine di nylon pregiato e trattato water repellent, finiture in vitello e accessoristica in pelle, godono di uno schienale imbottito, ampie e funzionali tasche esterne ed interne e spallacci con anima interna in EVA.

Lo zaino Lyn beige con gancio di chiusura in metallo nero opaco e tasche laterali con zip impermeabili
Lo zaino Lyn beige: Spallacci imbottiti, schienale pensato per il massimo comfort e tracolla in pelle nera per la massima versatilità
Il tessuto dello Zaino Lyn nero è water resistant e tutte le zip delle tasche sono impermeabili
Il modello di zaino Lyn ha spallacci imbottiti e una comoda tracolla per poterlo indossare anche come una borsa

Sia Booker che Lyn sono presentati in total black, con varianti colore in grigio. Entrambi godono di una versione sostenibile, nel colore grigio tortora, prodotta con materiali di riciclo, nell’ottica di un’evoluzione dei prodotti del brand verso un’ottica sempre più di circolarità industriale.


Uno degli scatti della campagna Premiata Zaini: il modello unisex Booker nero


La campagna Premiata Zaini: il modello Lyn, nella variante nera

In vendita presso gli store monomarca del brand, nei migliori fashion retailer e su www.premiata.it