Manintown portraits: Peter White

A cura di Filippo Solinas e Benedetta Balestri

Ph: Luca Pipitone (@dopoesco)

Ex Magazzini, Marmo, Atlantico. Questi sono alcuni dei locali e club di musica dal vivo dove fino a qualche tempo fa eravamo abituati ad andare, a cantare a squarciagola i pezzi dei nostri cantanti preferiti. Il sogno di Peter White è di suonare all’Atlantico, e nell’attesa che la musica torni a suonare, ha dato vita ad un’iniziativa sui social a sostegno dei locali del suo cuore, lasciando di fronte alle loro porte una chitarra personalizzata da lui. Classe 1996, orgogliosamente romano, Peter White è tra i cantautori più conosciuti sulla scena indie-pop italiana, ama disegnare volti di donne, e ha personalizzato proprio con questi volti le chitarre lasciate in giro per l’Italia. La sua musica è fatta di fotografie nitide, emozioni che diventano immagini di esperienze, di emozioni, della sua città. Tra “notti sui tetti”, “appunti tatuati sulle mani”, e “stelle che sembrano fanali” attraverso le parole si vede il mondo dagli occhi di Peter, ed è un mondo sospeso a metà tra la malinconia del passato e le giornate storte che tutti viviamo ogni giorno.
La sua Narghilé su Spotify conta oggi quasi 18 milioni di streaming, e l’ultimo singolo “Gibson Rotte”, promette di accompagnarci nelle caldi notte estive, “tra il vino, il buio e il tempo dato da una cassa”.



Gibson Rotte sembra un primo passo verso la ripartenza, vuoi dirci qualcosa in più sul singolo?

“Gibson Rotte” è un brano che nasce in maniera spontanea. Ero in studio con i miei produttori Niagara (Gabriele Fossataro) e Polare (Paolo Mari). Quel giorno stavamo lavorando ad altro ma avevamo tutti voglia di fare qualcosa di nuovo.
Polare, ha iniziato a suonare il giro di chitarra che è poi diventato il fil rouge di “Gibson Rotte”.
Dopo venti minuti Niagara aveva già fatto registrare Polare e stava curando la parte ritmica, mentre io iniziavo il lavoro di scrittura. La fase di definizione è stata molto lunga…ogni brano ha la sua storia e il suo tempo. Se una canzone arriva alla fine della lavorazione merita di essere condivisa, il giudizio poi è compito del pubblico.



La fotografia del video, per la regia di Daniele Barbiero, trasporta lo spettatore in uno scenario cinematografico e anche la tua musica attinge molto dal cinema, quali sono i tuoi riferimenti?

Amo il cinema, e ti darò una risposta leggermente banale: mi piace spaziare tra vari generi e non mi pongo troppi limiti. Se dovessi scegliere una mia passione cinematografica tra tutte direi forse i film noir, soprattutto al livello fotografico.

Insieme al singolo hai lanciato anche una splendida iniziativa, vuoi parlarcene?

Si. Purtroppo il periodo storico che stiamo affrontando è complesso per tutti.
Il settore musicale è fermo da più di un anno e mezzo a causa della pandemia.
Bisogna evidenziare il fatto che annullando i concerti non si fermano solo gli artisti che vanno sul palco, ma c’è un mondo di addetti ai lavori che smette di esistere dietro le quinte: dagli impiantisti ai fonici, dai promoter ai gestori e dipendenti dei locali.
Per questo motivo ho voluto lanciare un appello di speranza: ho preso delle chitarre, le ho personalizzate e poi lasciate simbolicamente davanti ad alcuni luoghi di Roma, realtà importanti per il mio percorso artistico e per la musica in generale. Il mio intento, dopo aver scritto “Gibson Rotte”, era di rimettere insieme i pezzi, di riavvicinare tramite la musica.



Dal tuo primo singolo Birre Chiare nel 2017 ad oggi come si è evoluto Peter White?

Sono andato avanti senza farmi troppe domande. Credo di avere in tasca ancora gli stessi ideali.
Con l’uscita di “Birre Chiare” nel 2017 vedevo la musica ancora come un passatempo.
Nel corso di questi quattro anni ho imparato ad amare il mio mestiere anche se così complesso.
Il prezzo della vita è questo: andando avanti scambiamo un po’ di spensieratezza con un filo di esperienza.

Che rapporto hai con la scrittura?

Molto personale e altalenante. E’ forse la parte più difficile del mio lavoro: scegliere le parole giuste e riuscire a focalizzarle in una frazione di tempo.



Quali sono i tuoi artisti preferiti? Una nuova promessa che tutti dovrebbero ascoltare?

Chiunque mi conosca bene sa che adoro il cantautorato, in particolare Francesco De Gregori.
Nuova promessa senza pensarci due volte: Clied.

Hai in progetto un nuovo disco?

Assolutamente si. Non aggiungo ulteriori informazioni perché spero di far parlare la musica a tempo debito.

Salutiamo Peter, e qualcosa mi dice che la prossima volta che lo rivedrò sarà su un palco. Magari all’Atlantico.

Manintown Portraits: Lorenzo Seghezzi

La prima volta che ho incontrato Lorenzo Seghezzi eravamo in un caffè di Chinatown, era il 2018, Lorenzo studiava fashion design in Naba e aveva un appuntamento con una drag queen per consegnarle un abito fatto da lui.
Le sue idee erano già ben chiare due anni fa: lottare contro la mascolinità tossica, iniziare un dialogo sul mondo LGBTQ+, analizzare il binarismo di genere e utilizzare gli archetipi della moda per dare vita a un nuovo modo di concepire il guardaroba.
Nel frattempo Lorenzo si è diplomato, è stato selezionato per Milano moda graduate 2019 e Fashion Graduate Italia 2019, ha sfilato ad Alta Roma a gennaio 2020, è stato finalista degli Isko I- Skool Denim Design Awards 2020 e ospite speciale di Gender Project.
In questi due anni sono successe tante cose, il mondo queer ha cercato di far sentire la propria voce, il me too ha preso il sopravvento e abbiamo cominciato a porci diverse domande: Come si combatte il maschilismo? Possiamo mettere in discussione costruzioni sociali così longeve? Da dove partiamo per far sentire la propria voce? Come possiamo fare per creare una lotta sociale collettiva?
Ad alcune di queste domande è molto difficile rispondere, Lorenzo ha cercato di farlo all’interno delle sue prime tre collezioni, un’esplosione di riferimenti queer che ha un solo e unico obiettivo: combattere la mascolinità tossica attraverso l’abbigliamento.

Photographer Clotilde Petrosino/Vogue outtakes 

Producer & Stylist Alessia Caliendo 

MUA Romina Pashollari



Il tuo brand mette in discussione una serie di costruzioni sociali, vuoi parlarci un po’ del tuo percorso?
Sono Lorenzo Seghezzi, fashion designer milanese che va per i ventiquattro. Mi piace cucire capi d’abbigliamento che mettano in discussione tutti quei dogmi e quelle regole socialmente imposte per la società eteronormata cisgender ma troppo strette ed ostacolanti per tutte quelle persone che vengono collocate ai margini o addirittura escluse da essa. Cerco di esprimere questa sensazione di oppressione che la mia generazione (e non solo, ovviamente!) sente, tramite vestiti nei quali voglio integrare tecniche sartoriali e ispirazioni sempre diverse.
Creare vestiti è il mio sfogo personale, è quello a cui penso tutto il giorno e proprio per questo sto cercando di trasformare questa passione in un vero e proprio lavoro.

Photographer & stylist Rossocaravaggio

Model Giuseppe Forchia

Jewelry by Atelier Amaya

MUAH Mattia Andreoli




Recentemente hai subito un attacco di omofobia e cyberbullismo, cos’è successo?
Dieci giorni fa, un noto magazine ha pubblicato un bellissimo articolo riguardante il mio lavoro e la mia esperienza personale come parte della rubrica “The Queer Talks”, progetto fotografico di Clotilde Petrosino che vuole dare voce alla comunità LGBTQ+ raccontando le storie di coloro che ne fanno parte. L’articolo ha coinvolto un team eccellente che è riuscito a portare agli occhi di molti lettori tematiche di cui, a mio avviso, si parla ancora troppo poco. I problemi che il binarismo di genere arreca alla società in cui viviamo, i limiti imposti dalle etichette e dagli stereotipi e così via. L’articolo ha anche presentato una serie di miei ritratti scattati da Clotilde Petrosino stessa nei quali indosso capi delle collezioni di vari brand tra cui Versace, Vivienne Westwood e Antonio Marras selezionati dalla producer e stylist Alessia Caliendo e alcuni dei capi delle mie collezioni. Tra essi un corsetto che, a quanto pare, ha creato parecchio scalpore. Il pezzo ha avuto un riscontro molto positivo ma, come è normale che sia, ha avuto anche qualche commento negativo. Nulla di grave o che non mi aspettassi fino a quando più persone mi hanno fatto notare una serie di storie instagram pubblicate da uno stylist e fashion editor omosessuale abbastanza conosciuto nel settore della moda.
Questa persona ha criticato esplicitamente la mia figura dichiarando in modo becero quanto per lui un uomo con la barba e il corsetto faccia esteticamente schifo, quanto noi giovani siamo fissati ed invasati con i concetti di fluidità di genere, di non-binarismo e di lotta per i nostri diritti rimarcando quanto queste cose per lui siano superflue, urlate ed ostentate inutilmente. Non avendo inizialmente idea di chi fosse, ho pensato di lasciar perdere, ma poi ho saputo che questo comportamento era recidivo. Il mio tentativo di avere una conversazione e un confronto civile in privato è stato vano e ai limiti del surreale. Quando all’omofobia si aggiungono misoginia, transfobia e incoerenza totale, la situazione diventa ancora più grave. La quantità di sostegno e i messaggi positivi che ho ricevuto sono stati molto più di quelli che mi aspettavo. Spero vivamente che l’essersi confrontato con tutte le persone che gli hanno scritto dopo aver letto le mie storie lo abbia aiutato a capire che ha effettivamente esagerato e che un pensiero così chiuso non può più essere tollerato, nel 2021, da parte di una persona che vuole avere un ruolo nel mondo del fashion. Più di tutto mi auguro che questa spiacevole vicenda possa aiutare molte delle persone che si rivedono nel suo punto di vista a capire che non c’è bisogno di offendere, denigrare, sminuire il lavoro e la personalità altrui quando  si può parlare in modo civile ed educato.




Sono sempre di più le persone che gravitano intorno al mondo della moda che denunciano le malefatte di alcuni personaggi del settore, siamo finalmente pronti a un cambiamento?
Io sono convinto che il cambiamento stia già avvenendo in questo momento grazie a tutte le persone che trovano il coraggio e la forza di denunciare quello che è sbagliato e, vorrei aggiungere, controproducente per il settore stesso. Sono cresciuto sentendomi dire “preparati Lorenzo perché il mondo della moda è cattivo e meschino” ma sono pronto ad impegnarmi per renderlo un mondo stimolante ed onesto fondato sulla solidarietà e sull’unione delle menti creative.



Quali sono i tuoi riferimenti artistici?
Sono tantissimi e diversissimi tra loro. Si passa dalle tavole anatomiche illustrate alla pittura surrealista di Ernst e Dalì, sono ossessionato dalle opere di Meret Oppenheim, di Alberto Burri e di Francis Bacon. Amo la letteratura di Pasolini e di Tondelli, il cinema di John Waters, “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” di Greenway, le mie amiche drag e performer, la fotografia di Robert Mapplethorpe, le popstar e le rockstar degli anni 80, i vestiti di fine ottocento e inizio novecento, gli insetti, i rettili, gli uccelli, le venature del legno.




Sei stato ospite speciale di gender project dove hai presentato la tua ultima collezione “Queer Asmarina”, dicci qualcosa in più.
Ho avuto la fortuna di essere coinvolto nella seconda edizione di Gender Project, progetto nato a Londra dalla mente dell’artista, nonché ormai cara amica,Veronique Charlotte. Gender Project è un progetto no profit itinerante che ogni anno raccoglie i ritratti di cento persone della comunità queer di una città diversa per poi presentarli in una mostra Nel mio caso abbiamo pensato di approfittare del grande spazio per organizzare una sfilata di presentazione della mia collezione ss2021 “Queer Asmarina”. La collezione, realizzata durante il primo lockdown utilizzando materiali di recupero che avevo in casa, vuole essere un omaggio al rapporto più unico che raro tra la comunità africana e quella LGBTQ+ a Milano, in particolare nel quartiere di Porta Venezia. L’influenza della cultura africana nel quartiere è tanto forte che per decenni è stato chiamato “Asmarina” (“piccola Asmara”, capitale Eritrea) e negli ultimi anni è diventato punto di ritrovo per la comunità LGBTQ+ milanese. Basti pensare che in Eritrea, Repubblica Presidenziale monopartitica che di fatto è una dittatura totalitaria, l’omosessualità e il transgenderismo vengono, ancora oggi, puniti con la pena di morte per capire che questo è un fenomeno più unico che raro. Con zero budget, zero esperienza nell’organizzazione di eventi e in piena impennata di casi covid, insieme al mio compagno siamo riusciti ad organizzare un evento che ha avuto un riscontro positivo inimmaginabile per me e che ha coinvolto un sacco di persone fantastiche. Abbiamo addirittura dovuto ripetere la sfilata per due volte perché il numero di spettatori era troppo alto!



Quali sono i tuoi obbiettivi futuri?
Mi piacerebbe riuscire a definire il mio brand in modo ancora più professionale ed espandere la mia rete di vendita, arrivare ad avere una totale indipendenza economica, collaborare con altri artisti, organizzare nuovi eventi, migliorare le mie skills di sartoria e design, trovare nuove ispirazioni… Uno dei miei più grandi obbiettivi è quello di trovare uno studio spazioso adatto a lavorare in comodità. Mi piacerebbe anche molto comprare una macchina da cucire industriale.

Basta Tinder, nascono le nuove app per incontri esclusivi.

Ormai dal 2012 la piattaforma Tinder imperversa nelle metropolitane, nei bar e nelle case di tutto il mondo segnando un profondo cambiamento nelle modalità di dating. Uomini e donne hanno cominciato così a conoscere e selezionare le persone con cui uscire per un drink, una cena o perché no,  una sana serata di sesso tramite il proprio smartphone semplicemente scorrendo le foto dei futuri spasimanti. Se c’è il match allora si da al via alla chat, in teoria destinata ad un incontro faccia a faccia anche se spesso i match rimangono nella home page senza fruttare alcun tipo di conoscenza.
“Domani mi cancello da Tinder” è diventato più o meno come “Domani smetto di fumare” “Domani cerco un nuovo lavoro” o “Domani organizzo una cena con i compagni delle superiori” quelle cose che non si fanno mai, stare su Tinder è invece sempre più accettato e condiviso tanto da spingere attori e cantanti come James Franco, Hillary Duff, Orlando Bloom, Adele e Katy Perry a creare dei profili. Con il tempo però sono nate nuove piattaforme di dating app alcune destinate ad un pubblico più esclusivo altre con maggiori funzionalità.

Ormai dal 2012 la piattaforma Tinder imperversa nelle metropolitane, nei bar e nelle case di tutto il mondo segnando un profondo cambiamento nelle modalità di dating. Uomini e donne hanno cominciato così a conoscere e selezionare le persone con cui uscire per un drink, una cena o perché no,  una sana serata di sesso tramite il proprio smartphone semplicemente scorrendo le foto dei futuri spasimanti. Se c’è il match allora si da al via alla chat, in teoria destinata ad un incontro faccia a faccia anche se spesso i match rimangono nella home page senza fruttare alcun tipo di conoscenza.
“Domani mi cancello da Tinder” è diventato più o meno come “Domani smetto di fumare” “Domani cerco un nuovo lavoro” o “Domani organizzo una cena con i compagni delle superiori” quelle cose che non si fanno mai, stare su Tinder è invece sempre più accettato e condiviso tanto da spingere attori e cantanti come James Franco, Hillary Duff, Orlando Bloom, Adele e Katy Perry a creare dei profili. Con il tempo però sono nate nuove piattaforme di dating app alcune destinate ad un pubblico più esclusivo altre con maggiori funzionalità.

Raya: Appena lanciata sul mercato italiano, Raya è la più misteriosa delle app di incontri. Nata nel 2015 si propone come un app di incontri esclusivi, una sorta di Hermès delle dating app dove si paga una quota per iscriversi, i profili vengono selezionati uno ad uno e non c’è modo di influenzare le selezioni. Non si può rivelare l’identità di chi è su Raya e perché ha deciso di iscriversi anche se alcuni indiscrezioni dicono che tra i nomi più famosi ci siano vincitori di Oscar e Grammy, business man, modelle e attori. Il fulcro dell’app tuttavia sono i giovani creativi, la community ha inoltre la possibilità di accedere alla funzione “Work” dell’app, dove poter mettersi in contatto con potenziali dipendenti o datori di lavoro semplicemente con un click. Numero di follower o bellezza non sono caratteri decisivi per riuscire ad ottenere un profilo, gli unici due requisiti fondamentali sono la passione per la gente, la connessione con gli altri attuali membri della community e chiaramente l’immagine che si decide di voler dar di sé.

9-things-you-need-to-know-about-secretive-celebrity-dating-app-raya-10Luxy:  La più capitalista delle Dating App, Luxy è come Tinder ma solo per milionari. Per iscriversi bisogna di dimostrare di guadagnare più di 200.000 dollari all’anno, la metà dei membri attivi guadagna più di 500.000 dollari e il 41% degli iscritti è milionario. Al momento dell’iscrizione vengono richieste svariate informazioni personali tra cui il brand preferito così da facilitare i membri nell’incontrare l’anima gemella con la quale puoi condividere lo shopping perfetto. Bando alle ciance ed ai moralismi vari, se sei ricco e cerchi un partner del tuo stesso tessuto sociale  allora questa è l’app di incontri perfetta per te, d’altronde negli Stati Uniti sono sempre di più gli americani che preferiscono un partner con lo stesso livello di scolarizzazione, e nel nuovo continente spesso questo ancora significa maggiore reddito.

sharefb

Happn:  Avete avuto un colpo di fulmine in metro e non sapete come approcciarvi? Non disperate c’ Happn, la dating app francese che funziona con la geo-localizzazione e vi permette di contattare le persone che avete incontrato durante la vostra giornata a patto che siano iscritte ad Happn.  Le funzionalità sono più o meno le stesse di Tinder, puoi inserire la tua libreria Spotify, i tuoi interessi e quello che vai cercando, se sei interessato ad un utente basta mandare una richiesta di conversazione  e, in caso di risposta positiva potete iniziare a chattare. Attenzione però, ogni chat costa un credito, i crediti si possono ottenere invitando altre persone o comprandoli, per esempio 100 crediti costano 16.99 €.

Happn-10

Ormai dal 2012 la piattaforma Tinder imperversa nelle metropolitane, nei bar e nelle case di tutto il mondo segnando un profondo cambiamento nelle modalità di dating. Uomini e donne hanno cominciato così a conoscere e selezionare le persone con cui uscire per un drink, una cena o perché no,  una sana serata di sesso tramite il proprio smartphone semplicemente scorrendo le foto dei futuri spasimanti. Se c’è il match allora si da al via alla chat, in teoria destinata ad un incontro faccia a faccia anche se spesso i match rimangono nella home page senza fruttare alcun tipo di conoscenza.
“Domani mi cancello da Tinder” è diventato più o meno come “Domani smetto di fumare” “Domani cerco un nuovo lavoro” o “Domani organizzo una cena con i compagni delle superiori” quelle cose che non si fanno mai, stare su Tinder è invece sempre più accettato e condiviso tanto da spingere attori e cantanti come James Franco, Hillary Duff, Orlando Bloom, Adele e Katy Perry a creare dei profili. Con il tempo però sono nate nuove piattaforme di dating app alcune destinate ad un pubblico più esclusivo altre con maggiori funzionalità.

Once: Avete visto la puntata Hang the dj della quarta stagione di Black Mirror?  Quella dove un sistema gestisce tutte le relazioni amorose accoppiando le persone e definendo quanto tempo devono stare insieme? Ecco non siamo troppo lontani da quel futuro dispotico descritto nella serie tv anglosassone più chiacchierata degli ultimi anni. Once infatti è una vera e propria rivoluzione del sistema dating app; all’utente viene notificato un profilo al giorno selezionato tramite criteri di affinità stabiliti dall’app, successivamente i match hanno 24 ore per contattarsi. Once vuole portare avanti l’idea qualità sopra la quantità abbattendo così le infinite chat inutili con utenti che non ci interessano alle quali tutti rispondiamo o per noia o per cortesia.

App Once-2

Presenti online anche siti come Gnoccatravels per info su viaggi piccanti in Italia e all’estero. 
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Festival mix 2020, ospiti e anteprime della kermesse dedicata al cinema queer

Un’edizione, quella del 2020, che si svolgerà dal 17 al 20 settembre attraverso una formula ibrida; ai tre giorni di proiezioni digitali in collaborazione con la piattaforma MyMovies si affiancheranno quattro serate di proiezione fisiche al Piccolo Teatro Strehler e al Piccolo Teatro Studio Melato.

Mix, dal 1986 rassegna cinematografica simbolo della comunità LGBTQ, sceglie così questa formula inedita per garantire al meglio le norme di distanziamento sociale, continuando a dare voce ai registi indipendenti più interessanti del panorama Queer.



Noi di Man in Town abbiamo intervistato per l’occasione Andrea Ferrari, CO-direttore artistico del Festival Mix:

Com’è stata l’organizzazione del festival in un anno così particolare? Ovviamente è’ stato molto complicato ma la forza del nostro progetto sta anzitutto in un lavoro di squadra che è costante durante tutto l’anno. Senza il nostro affiatato team nulla si sarebbe potuto realizzare in un periodo “normale”, figuriamoci nei mesi scorsi….e per quanto mi riguarda il mio primo pensiero e ringraziamento va a Debora Guma e Paolo Armelli che insieme a me dirigono il Festival.



Chi saranno gli opiti di questa edizione?

Con orgoglio posso dire che sarà consegnato il riconoscimento #MoreLove a Gino Strada e quindi come di consueto incoroneremo le nostre Queen.La Queen of comedy 2020 è Paola Cortellesi; la Queen of Music 2020 è Miss Keta. Ci sarà anche spazio per la musica dei Booda freschi di X-Factor e un’esibizione di vogueing della grande La B Fujiko. Non mancheranno momenti di comicità con Michela Giraud e Paolo Camilli….e tanto tanto altro. 



Considerazioni sul ddl zan in discussione in parlamento?

Posso solo dire una cosa che mi sembra scontata…. ma purtroppo non lo è per alcuni politici; una legge come questa può solo portare beneficio … non solo alla comunità lgbt ma alla società tutta e trovo veramente fastidioso che il dibattito in corso, come spesso accade quando si affrontano certi temi cari alla comunità lgbt, riesca solo a tirare fuori il peggio da certi personaggi pubblici, con affermazioni che quando non sono offensive  sono come minimo di una stupidià disarmante.


Due film in programma che non possiamo perderci?
And Then We Danced sull’amore contrastato di due ballerini georgiani e poi Welcome To Chechnya, testimonianza durissima sulla feroce oppressione antigay nel Caucaso, ma ce ne sono molti altri da non perdere. Tutte le info a questo link.

Il ricordo di Germano Celant: cinque opere per scoprire l’importanza che l’arte povera ha ancora oggi

Viene a mancare all’età di 80 anni il critico e curatore genovese Germano Celant, dopo due mesi in terapia intensiva al San Raffaele per complicazioni dovute al COVID – 19.

Identificato come il fondatore dell’arte povera, movimento della seconda metà degli anni sessanta che pone il rapporto Uomo – Natura alle sue fondamenta, Celant fu tra i primi a privilegiare il “gesto artistico” mettendosi in forte contrapposizione con le tendenze consumistiche che in quei tempi stavano sempre più prendendo piede nel mercato dell’arte. 

Il mondo dell’arte italiano perde così una delle sue figure più importanti, autore di più di cinquanta pubblicazioni Celant è stato curatore del Guggenheim di New York, direttore della prima Biennale di Firenze Arte e Moda e della Biennale di Venezia nel 1997.

Nel 2015 la sua carriera raggiunge l’apice grazie alla nomina come direttore artistico di Fondazione Prada. 

Anche il direttore artistico del Museo Novecento ha voluto ricordare Germano Celant: “E’ un giorno triste per il sistema dell’arte del nostro paese. La pandemia ha strappato, all’affetto dei suoi cari e degli amici artisti, Germano Celant, straordinario protagonista della critica e della curatela in arte. Imprescindibile punto di riferimento per  il suo magistero teorico e il suo approccio nella organizzazione delle mostre, da quelle collettive alle personali, sempre impostate in condivisione con gli artisti, dei quali Celant non era solo interprete teorico, ma compagno di avventura fin dalla fine degli anni Sessanta. Ebbe allora la felice intuizione di scavalcare le storie personali di molti di loro per raggrupparli sotto il termine di Arte Povera, un’attitudine poetica e immaginativa che ha segnato l’evoluzione dei linguaggi contemporanei. Ricordo con emozione la sua ultima grande prova, la mostra antologica di Jannis Kounellis a Venezia lo scorso anno. L’omaggio di un grande critico a un gigante dell’arte contemporanea scomparso nel 2017”.

L’importanza dell’arte povera: Gli anni sessanta sono caratterizzati da un periodo di enorme cambiamento favorito dalle rivolte studentesche e le manifestazioni di dissenso contro la guerra del Vietnam e contro le repressioni nei paesi latini americani.

Sono anni particolari che avranno una forte ripercussione anche nell’arte, in particolare grazie a quella Povera che riflette una necessità di cambiamento nei contenuti ma anche nella sua natura vitale, un approccio non più statico ma mutevole. 

Gli esponenti dell’arte povera utilizzano così materiali alternativi come terra, legno, ferro e scarti industriali attraverso i quali ci comunicano i loro messaggi di stampo intellettuale. 

Cinque opere per ricordare l’importanza comunicativa dell’arte povera: 

Senza titolo – 12 cavalli 1967 – Kounellis


Igloo con Albero 1968 – 1969 – Mario Merz 


Quadro di fili elettrici 1957 – tenda di lampadine – Mario Pistoletto 


Famigliole 2010 – Piero Gilardi 


Mare  1967 – Pino Pascali

FASHION ARCHITECTURE E NON SOLO: A TU PER TU CON FABIO FERRILLO

Specializzato nella progettazione di interni di lusso e spazi commerciali per prestigiosi marchi italiani e non solo, Fabio Ferrillo sviluppa il suo stile peculiare formandosi a Milano per poi trasferirsi a Parigi. Nel 2010 rientra nella città meneghina per fondare Off Arch, studio di progettazione di interni e di prodotto capace di creare una perfetta armonia grazie agli interessanti riferimenti ai maestri del passato, che incontrano sapientemente nuove accattivanti prospettive.

Il tuo percorso passa per due città (Milano e Parigi) che sono un concentrato di Design.
Quanto hanno influito sulla tua visione architettonica?

Entrambe, profondamente. Milano è il luogo in cui ho studiato e mi sono formato come professionista, mi ha sedotto quando ero studente e mi ha accolto di nuovo quando ho fatto ritorno, portando stavolta con me il progetto OFF Arch. Parigi è la mia seconda casa, una città in cui mi sono riconosciuto, in cui ho imparato il rigore e la follia e che mi ha regalato alcune tra le più grandi soddisfazioni professionali. Lavorare ma soprattutto collaborare in una lingua che non è la tua insegna a sviluppare di sé il senso della disponibilità, della generosità e di una sana allegria. Parigi è stata ed è tuttora per me un luogo del cuore, della creatività e del pensiero.

Cosa ti ha spinto a scegliere Milano per aprire il tuo studio?

Aver vissuto per anni lontano da questa città mi ha permesso di apprezzarne il cambiamento col vantaggio della prospettiva. Milano vive un momento di grande energia culturale, è capace di accogliere realmente nuovi contenuti. Il più grande progetto che si sia visto a Milano negli ultimi vent’anni è Milano stessa. Era il posto giusto in cui tornare, forte di un progetto preciso. E come spesso accade le ragioni personali e emotive si organizzano attorno alle decisioni più importanti, a rendere ancora più evidente la scelta da farsi.

Hai realizzato concept store e shoowroom per Pucci, Chiara Ferragni MSGM e Moschino. Presente, passato e futuro convivono perfettamente con la tua visione, ce ne puoi parlare?

I quattro brand che hai citato nascono da esperienze e percorsi davvero differenti, alcune molto recenti, altre che affondano le proprie radici nella grande tradizione dello stile italiano. Tutte, però, hanno in comune un tratto fondamentale: la contemporaneità, che si è tradotta nella realizzazione di spazi che parlano una lingua attuale ed esprimono, nel rispetto del DNA di ciascuno, la tensione verso il futuro.

Per Msgm hai rivalutato una vecchia officina di fabbri trasformandolo in uno spazio industriale contemporaneo, quanto è importante l’attenzione al sostenibile nel tuo lavoro?

Molto, non ancora abbastanza. Credo che non solo il mondo dell’architettura, ma anche quello dell’interior design, oggi, abbiano il dovere di farsi carico di temi e contenuti quali la sostenibilità, l’approvvigionamento energetico, l’eco-compatibilità dei materiali, dei processi produttivi e, dunque, delle scelte progettuali. Esiste un tema etico legato alla professione che è strettamente connesso all’attenzione al sostenibile, sul quale abbiamo il dovere di formarci molto più di quanto noi professionisti non facciamo. E infine credo sia fondamentale comprendere quanto questi temi siano potenti in termini di comunicazione dell’identità dei progettisti stessi.

I tuoi lavori non girano solamente intorno al mondo della moda, hai anche collaborato con Campamac, ci sono alti progetti per il food & beverage?

Il food & beverage è un territorio per me elettrizzante. Il Campamac è stato un progetto amato, studiato, coltivato davvero con grandissima passione e che è stato occasione di grande approfondimento tecnico specifico. Rispondendo alla tua domanda, sì, senza dubbio sì e ne sono davvero orgoglioso, ma non posso dirti di più. Stay tuned.

Hai anche realizzato un concept store in Vietnam, ci puoi parlare di quel progetto?

Runway, ad Hanoi, costituisce un momento cruciale nella mia carriera. Il progetto nasce dal desiderio di unire i colori, le forme e le sensazioni dell’eccezionale vegetazione vietnamita alle linee essenziali della storia del design italiano, realizzando uno spazio fortemente contemporaneo. Coordinare il mio ufficio di Milano con le maestranze vietnamite e una squadra di fornitori tanto europei quanto asiatici non è stato semplice, ma la collaborazione sincera e l’accoglienza straordinaria dell’azienda e del suo presidente, Anh Tran, non solo hanno reso possibile che questo concept store nascesse, ma hanno permesso che si instaurasse tra OFF Arch e Runway una profonda fiducia che ci porterà presto a nuove esperienze laggiù. Ne vado davvero fiero.

Quali sono i progetti futuri?

La collaborazione con Moschino prosegue, stiamo lavorando a diverse nuove realizzazioni in Europa e negli Stati Uniti. Contemporaneamente lo studio sta sviluppando nuovi spazi commerciali per Twinset Milano, sul concept che abbiamo inaugurato con il recente store di c.so Vittorio Emanuele qui a Milano. Come ti accennavo le incursioni nel mondo del food & beverage saranno diverse qui in Italia ma ci porteranno inoltre di nuovo in Vietnam, dove sono allo studio in queste settimane anche progetti per nuovi departement store. OFF Arch si occupa poi con continuità di progetti di carattere residenziale su scale diverse, tra le altre sono prossime le realizzazioni di alcune ville nelle Langhe in Piemonte.

Runway Store, Hanoi

Runway Store, Hanoi

MSGM sede produttiva Filottrano
Credits: Lorenzo Fanfani

MSGM sede produttiva Filottrano
Credits: Lorenzo Fanfani

Credits: Elena Datrino

Moschino Paris
Credits: Elena Datrino

Campamac
Credits: Carmine Conte

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Bottega Veneta : la prima campagna di Daniel Lee

E’ il tempo il vero lusso, ed è proprio sotto questo concetto che Daniel Lee, nuovo direttore artistico di Bottega Veneta, vuole celebrare la sua prima campagna.
Non c’è futuro senza passato, ma il risultato è paradossalmente senza tempo. Attraverso un’analisi dell’heritage della maison italiana, l’ex direttore di Celine vuole attuare un riposizionamento del brand nel panorama attuale della moda, una celebrazione del significato più profondo di Bottega Veneta che guarda al passato ma con un occhio verso il futuro.

Il fotografo Tyrone Lebon scatta uomini e donne che, prendendo in prestito il glorioso cinema neorealista italiano, ci mostrano la visione che Lee ha per Bottega Veneta, un calderone di personaggi appartenenti a generazioni e backround diversi ma che si riuniscono sotto lo stesso concetto di comunità, modelli e modelle che, se messi in contrapposizione, riescono a far risaltare ciò che li unisce, non ciò che li separa.
In una casa privata sull’isola di Ischia, giorno e notte fanno da sfondo a figure immerse in acqua, adagiate su una sedia o posizionate davanti a un balcone in pieno stile italiano. Ma è la pelle intrecciata la prima e vera protagonista, il simbolo indiscusso del brand vuole in questo contesto sottolineare le sue affinità con la pelle umana di una schiena nuda.

La moda è messa a nudo con l’intento di raggiungere la sua forma più pura, ed è identificando abiti e accessori simbolo della maison Italiana, in una perfetta unione tra passato presente e futuro, che è definita l’anima di Bottega Veneta.

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Alessandro Borghese brand ambassador di Fielmann: Ecco gli occhiali da 10.

L’azienda eyewear tedesca sceglie il celebre chef e conduttore televisivo come brand ambassador per l’espansione sul territorio italiano. Una scelta ponderata che rappresenta una novità in casa Fielmann

“Avere un testimonial è una grande novità per Fielmann. Abbiamo scelto Alessandro Borghese perché incarna i principi del nostro marchio. Anche Alessandro Borghese mette sempre la felicità dei suoi ospiti al primo posto. Nella nuova campagna pubblicitariaAlessandro Borghese è un cliente che ha scelto Fielmann come ottico di fiducia. Siamo sicuri che i valori di Chef Borghese, uniti alla nostra filosofia, ci accompagneranno nell’espansione in Italia” spiega Ivo Andreatta, country manager Fielmann Italia.

Per la collaborazione, Fielmann ha realizzato uno spot pubblicitario con protagonista Alessandro Borghese che effettua un simpatico esame della vista. Al posto delle avanzate tavole ottometriche degli store Fielmann ci sono delle simpatiche tavole a tema food, i quattro asset, stile, prezzo, qualità e servizio vengono enfatizzati in linea anche con la filosofia di Borghese.

La campagna è inoltre accompagnata dal lancio di due nuovi modelli di occhiali 100% made in Italy, sviluppati in collaborazione con Marco Collavo e disponibili negli store Fielmann a partire dal 5 Febbraio 2019.

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Man in Italy: Il musical a cavallo tra moda e bellezza Italiana.

Danza, moda, musica e italianità, il nuovo spettacolo teatrale scritto e diretto da Alfonso Lambo “Man in Italy” in scena al teatro Ciak, è questo e molto di più.
Il musical nasce dalla volontà di voler raccontare la bellezza italiana attraverso il suo aspetto più caratterizzante: La moda, e vanta la partecipazione di nomi del mondo dello spettacolo come Iva Zanicchi, Alex Belli, Bianca Atzei, e Jonathan Kashanian.
La maison “Man in Italy” diretta dalla cinica Norma (Iva Zanicchi) è pronta ad affrontare nuove sfide grazie all’arrivo della creativa Emma (Beatrice Baldaccini), colei che sconvolgerà la vita di Alex (Alex Belli).
Nel mentre il testimonial Samuel (Daniel Balconi) si innamora di Sara (Bianca Atzei) la figlia dell’irriverente direttrice, a far da cornice alla storia ci saranno una serie di teatrali fashion show a metà tra sfilate e concerti e il corpo di ballo “Angels” che interpreterà le coreografie di Bill Goodson.
Moda e vita di tutti i giorni convivono all’unisono in questo particolare progetto ispirato dal celebre romanzo di Lauren Weisberger “Il diavolo veste Prada” dal quale è stato tratto il celebre film del 2006 con Meryl Streep, Stanley Tucci e Anne Hathaway, l’impianto scenico vedrà l’utilizzo di un’enorme passerella mentre la colonna sonora è un sentito omaggio alle più celebri hit degli anni ottanta.
Dopo Dirty Dancing, Fame, The Body Guard e West Side Story, la Wizard Production propone un nuovo contenuto accattivante e originale, un vero inno alle passerelle, all’italianità e ai sfavillanti anni ottanta, in replica al teatro Ciak di Milano fino al 20 gennaio.

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GIVENCHY: LA SPRING SUMMER 2019 SARÀ LEONINA

La pre-collezione Spring 19 di Givenchy sarà un omaggio al segno più fiero del mondo dello zodiaco: il leone.
Il tema identifica le sue radici nella più antica tradizione del brand parigino, il re della savana era infatti una grande passione del conte Hubert de Givenchy, fondatore del brand scomparso lo scorso marzo, ma è anche ispirato al segno zodiacale di Clare Waight Keller, direttrice artistica del brand.
La nuova punta di diamante della maison, prima donna alla guida della maison francese, riprende ancora una volta il mondo dello zodiaco dopo averci deliziato con una collezione di gioielli ispirati ai 12 segni dell’oroscopo.

Il suo innovativo spirito urban si trasferisce così nei capi, giacche, bomber in pelle e denim, felpe con cappuccio in ecopelle e T-shirt nere oversize, maglie a maniche lunghe o corte, che per la prossima collezione spring 19 si arricchiranno inoltre della storica firma di Hubert de Givenchy ricamata in rosso.

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