Models to follow: Luca Cobelli

Photographer: Manuel Scrima @manuelscrima
talent Luca Cobelli @l.cobelli
Stylist: Rosamaria Coniglio @rosamaria_coniglio
Stylist assistant: Filippo Todisco @itsfilippot
Make-up: Arianna Scapola @ariannascapola 
Hair: Giorgio Aloisio @giorgio.aloisioassistente
Digital Photographer assistant: Matteo Triola @matteotriola 
Hasselblad photographer assistant: Gianluca Specchia @gianlucaspecchia 
agency: Ilovemodels @ilovemodelsmngt 

Basterebbero gli oltre 280 mila follower su Instagram e la liaison professionale con Dolce&Gabbana a inquadrare Luca Cobelli come uno dei modelli italiani più hip.
Zigomi affilati, capelli leggermente mossi, physique du role di prammatica, per il ventenne milanese la partecipazione al reality show di Rai2 Il Collegio, due anni fa, si è rivelata un trampolino di lancio per il modeling, che gli sta regalando una soddisfazione dopo l’altra: è diventato infatti un habitué delle sfilate del brand meneghino (l’ultima, in ordine di tempo, la Spring/Summer 2022), posando inoltre per campagne, lookbook e scatti pubblicati sui canali social della griffe.
Di recente, poi, ha firmato un contratto di esclusiva, per alcuni stati europei e la West Coast americana, con la Two Management, dove sarà in ottima compagnia, considerato che l’agenzia rappresenta numerosi assi del settore, volti noti anche per chi ha poca dimestichezza con defilé et similia, da Jodie Turner-Smith – attrice rivelazione del 2019 – a supermodelli maschili come Oliver Cheshire o Mark Vanderloo.
Parlando con Luca dei vari aspetti del suo lavoro (debutto, esperienze più rilevanti, traguardi futuri…) emerge il ritratto di un giovane ambizioso e sicuro di sé, deciso a perseguire una carriera che, sebbene già lastricata di obiettivi centrati e riconoscimenti, è ancora tutta da scrivere.

Come ti sei avvicinato a questa professione, quali sono stati i tuoi inizi?
«Ho sempre cercato di stabilire una connessione con il mondo della moda, alla fine mi hanno contattato proponendomi uno shooting e ho accettato, poi è arrivata l’agenzia, altri lavori, ho cominciato insomma la gavetta, cercando di capire cosa significasse, nel concreto, svolgere questo mestiere. Per fortuna, sto riuscendo pian piano a farmi un nome».

Qual è stata, ad ora, la tua esperienza più significativa?
«Sicuramente il primo lavoro “serio”, l’Alta Sartoria di Dolce&Gabbana, un’occasione straordinaria per qualsiasi modello; ritrovarmi subito in un evento del genere è stato un grande passo, rimane tuttora l’esperienza cui sono più legato».

Con Dolce&Gabbana hai un rapporto per così dire privilegiato, che ti ha portato a calcare varie volte le passerelle della griffe, a prendere parte a campagne, editoriali & Co. Com’è stato lavorare con due stilisti del loro calibro, vuoi rivelarci qualche aneddoto o ricordo?
«Da Dolce&Gabbana mi hanno preso subito sotto la loro ala, già durante il secondo fitting Domenico (Dolce, ndr) ha preso a farmi dei complimenti; mi sono emozionato, per me era impensabile, fino all’anno scorso, anche solo immaginare di scambiare due chiacchiere con lui, però man mano mi sono abituato, ho iniziato a considerarlo come un datore di lavoro.
Mi hanno coinvolto in tante belle esperienze, dalle sfilate alle presentazioni in showroom, dall’e-commerce a una campagna che uscirà a settembre, aiutandomi a entrare in un’ottica diversa, più professionale; si è instaurato un buon livello di fiducia per cui mi chiamano spesso, da parte mia sono felice di mettermi a disposizione, hanno creduto in me sin dall’inizio, perciò dò la priorità alle loro proposte.
Non è da tutti poter lavorare per un brand simile, è un’opportunità incredibile anche per imparare; quello di Dolce&Gabbana è un bell’ambiente, con persone che ti seguono e supportano al meglio, c’è un senso di famiglia per certi versi».

Nel 2019 eri nel cast de Il Collegio, cosa puoi dirci del programma? In futuro ti piacerebbe lavorare nuovamente in tv?
«Per adesso preferisco concentrarmi sulla moda, non mi immagino di nuovo in un reality, danno grande visibilità ma non è una cosa positiva di per sé, anzi, è un’arma a doppio taglio, si rischia di venire etichettati solo come l’ennesima bella faccia. Inizialmente, poi, ho accusato la mancanza di privacy, giravo l’Italia come in un tour e mi sentivo sotto pressione.
Mi attrae il cinema, però è un discorso prematuro, in ogni caso è un ambito completamente diverso dalla tv, trasmissioni alla Grande Fratello o L’Isola dei Famosi non rientrano nei miei programmi.
Il Collegio è stata comunque un’esperienza positiva, una parentesi che mi ha dato molto, è grazie a quella notorietà se ho potuto esser preso in considerazione come modello».

Quali designer o brand apprezzi maggiormente?
«Sono un fan sfegatato di Virgil Abloh, ammiro anche Dior Men e Fausto Puglisi così come Dolce&Gabbana, con loro ho potuto constatare la mole – e la qualità – del lavoro che c’è dietro il marchio in termini di manifattura, cuciture, cura dei dettagli… Sono fortunato a poter assistere dall’interno a certe dinamiche, alla fine è un privilegio vedere come si crea, presenta e valorizza un prodotto in determinati contesti, ad esempio l’e-store».

Un marchio con cui sogni di collaborare?
«Dato il mio debole per Abloh non potrei non indicare Off-White e Louis Vuitton, tra gli obiettivi c’è poi senz’altro lavorare per Dior Men, è difficilissimo ma vorrei provarci».

Come descriveresti il tuo stile? A quali capi o accessori non rinunceresti mai?
«Il mio stile si modifica in base a dove mi trovo, con chi e perché, nel guardaroba, ad ogni modo, non potrebbero mai mancare un paio di t-shirt bianche e altrettante nere.
Lo stile penso stia nel trasmettere un’immagine, un’idea di sé attraverso gli abiti, per quanto mi riguarda preferisco restare nella mia comfort zone (jeans e maglietta), logicamente il discorso cambia quando è richiesta una certa immagine; se c’è da vestire appariscente mi adeguo, idem se bisogna “esagerare”».

Cos’è secondo te la moda?
«In linea generale un contenitore di creatività, una ricerca di sé attraverso il design, la visione creativa di qualcun altro, poi sta alla singola persona sposare la cifra di questo o quel brand».

Che rapporto hai con i social?
«Ho lavorato parecchio con i social, realizzando “da dentro” che per me l’ideale è trattarli come un gioco, usarli al meglio senza trasformare la propria realtà in quella di un personaggio di Instagram, appunto, come fanno alcune persone che finiscono per aderire totalmente al loro alter ego social».

La camicia di lino, il capo passepartout che non può mancare nel guardaroba estivo

Lieve, fresca, resistente, sostenibile, stropicciata quanto basta: la camicia di lino (la fibra tessile più antica, utilizzata già nel 6000 a.C.) è il capo estivo par définition, da privilegiare ogniqualvolta le temperature si attestino sopra i 30 gradi, per oziare in spiaggia o bere un drink a bordo piscina, una cena disinvolta o un’uscita formale. È ecumenica, amata da una clientela trasversale per età, inclinazioni e fisicità, si adatta egregiamente a una gran varietà di mise, regalando un pizzico di sprezzatura se portata sotto la giacca, da abbinare ai bermuda così come a jeans, chinos e – why not? – costumi, alle espadrillas tanto quanto a sandali, sneakers o mocassini.



Star del cinema, jet-setter, artisti, immarcescibili icone di stile ne hanno fatto la loro divisa d’elezione per i mesi più torridi, consolidandone l’aura di maglia jolly della stagione calda, comoda e raffinata in egual misura. Sono stati soprattutto alcuni (memorabili) personaggi del grande schermo a fissare nella memoria colletiva l’immagine – e il fascino – della camicia di lino: si pensi ai modelli sfoggiati da Alain Delon nel suo primo ruolo da protagonista in Delitto in pieno sole (1960), a maniche corte e lunghe, bianchi e neri, sempre carezzevoli; oppure alla blusa azzurrina (generosamente sbottonata, come le precedenti) indossata nel suo film più conosciuto, La piscina (1969). Opta per questo nobile filato anche Sean Connery, nelle vesti (sommamente stilose, ovvio) di James Bond in due capitoli della saga di 007, Thunderball – Operazione tuono (1965) e Si vive solo due volte (1967), dove appaiono esemplari della medesima, impalpabile consistenza, in gradienti diversi di rosa.
Stesso discorso per Julian Kaye/Richard Gere di American gigolo (1980), archetipo della nuova mascolinità edonistica degli eighties (anche) in virtù degli abiti firmati Armani, tra cui appunto le camicie light lasciate aperte sul petto, in colori tenui o cupi. Outfit simili fanno capolino anche in pellicole relativamente più recenti, come Gioco a due o Il talento di Mr. Ripley, entrambe del 1999.
Del resto, la lista dei divi di ieri e di oggi che hanno ceduto al fascino della linen shirt è interminabile: Paul Newman, Steve McQueen, Brad Pitt, Matthew McConaughey, Ryan Gosling, e l’elenco potrebbe continuare.

La moda “ufficiale”, logicamente, fa la sua parte: le passerelle maschili Spring/Summer 2021 hanno accolto un cospicuo novero di riletture sul tema, dall’infilata di varianti vista da Fendi (sottilissime, nivee, ricamate à jour) ai camiciotti scivolati, con collo rialzato, di Homme Plissé Issey Miyake, che mescolano lino e cotone in tele dalle nuance energizzanti (come lime e mandarino), passando per le versioni di Etro (su cui si accumulano striature maculate e disegni di tigri), Versace (oversize, ravvivata dal rigoglio di animali marini della stampa d’archivio Trésor de la Mer), Kiton (che ibrida camouflage e fronde stilizzate) e finendo con il beniamino del fashion biz Simon Porte Jacquemus, che per il brand omonimo propone una camicia color burro adornata di svolazzi fanciulleschi.



Da sinistra: Fendi, Homme Plissé Issey Miyake, Etro, Versace, Jacquemus

Chi volesse acquistare una camicia di lino in questo periodo, giusto in tempo per le vacanze (agognate come non mai, dopo i tribolamenti dei mesi passati), può approfittare peraltro dei saldi ancora in corso, assicurandosi i capi appena menzionati di Fendi (una camicetta bianca con motivi floreali appena più scuri), Homme Plissé Issey Miyake, Versace, Jacquemus ed Etro. Le alternative, ad ogni modo, si sprecano: scandagliando i vari e-tailer si trovano modelli in una profonda tonalità di blu (A.P.C.), con colletto alla coreana e tinti in capo, per conferire al tessuto una sfumatura unica, vicina all’avio (Boglioli), in perfetto western style, provvisti di taschini, bottoni automatici e fantasia check (Alanui); motivo finestrato, su base ocra, anche per quello a maniche corte di Nanushka, mentre Polo Ralph Lauren bada alla sostanza, con una shirt in 100% lino, abbacinante nel suo candore. Tutte le camicie si possono comprare ora a prezzi scontati, con la ragionevole certezza che rimarranno a lungo nel guardaroba, pronte a essere tirate fuori al primo accenno d’estate.




Da sinistra: A.P.C., Boglioli, Alanui, Nanushka, Polo Ralph Lauren

Il percorso artistico del ballerino e attore Christian Roberto, dai musical a Netflix

Ph: Davide Musto
Assistente ph: Dario Tucci

Il percorso di Christian Roberto si snoda tra danza e recitazione, due totem per il 19enne messinese, astro nascente della new wave italica. Dopo un precoce esordio in Italia’s Got Talent e la perfomance “sdoppiata” nel musical Billy Elliot (in cui interpretava sia l’omonimo ballerino che l’amico Michael), colleziona ruoli in fiction (Baciamo le mani o La vita promessa) e al cinema, da I poli opposti a Grotto fino alla grande occasione di Sulla stessa onda, pellicola drammatica di Netflix di cui è protagonista con Elvira Camarrone; una parabola artistica destinata, con ogni probabilità, a procedere spedita.



Nasci come ballerino, ben presto hai iniziato a recitare e poi ti sei diviso fra teatro, serie e cinema, c’è un’attività tra queste che prediligi, su cui vuoi concentrarti, oppure preferisci non fare distinzioni?

«Porto avanti in parallelo queste attività fin da piccolo e vorrei continuare a farlo, dedicandomi alla danza come alla recitazione; in generale preferisco il musical che le tiene insieme, però mi trovo bene con entrambe».

Sei co-protagonista del film Netflix Sulla stessa onda, vuoi parlarcene più nel dettaglio?

«Ho saputo del provino a Los Angeles e l’ho sostenuto subito dopo il rientro dagli Usa, in realtà non sapevo si trattasse di un film Netflix. Comunque è andata bene, ne ho fatti in seguito altri cinque e fin dall’inizio c’era la mia partner sullo schermo, Elvira, come coppia siamo piaciuti subito e alle fine hanno scelto noi. Un’esperienza incredibile, poter lavorare per una piattaforma del genere in un ruolo da protagonista è un sogno avveratosi, inoltre abbiamo girato nella mia Sicilia, un vero onore. È stato entusiasmante, tutti i giorni al mare in vela, tra l’altro né io né Elvira sapevamo andarci e abbiamo dovuto imparare nel mese di training prima delle riprese. Per non parlare poi di quanto è venuto dopo, l’ottima accoglienza, il successo e così via».


Hai 19 anni ma nel tuo curriculum annoveri già numerose esperienze, ce n’è una cui sei particolarmente legato?

«Sicuramente Billy Elliot, una delle esperienze che più mi hanno fatto crescere. Esibirsi al Sistina è stato davvero emozionante, senza contare che il titolo in sé è sempre stato un mio sogno, conosco a memoria il film e non appena il musical è arrivato in Italia, ho fatto le audizioni, ritrovandomi in tournée nei successivi due anni, una grande scuola. D’altronde sul palco non è come sul set, quando sbagli non puoi rifare daccapo la scena, devi recuperare velocemente in altro modo, essere reattivo.
Lo porto nel cuore, tra l’altro mi è valso il premio come miglior attore non protagonista agli Oscar italiani del musical del 2016, che ho ricevuto da Christian De Sica; quella sera ero l’unico minorenne e sono poi rimasto l’unico under 18 ad averlo ottenuto, in competizione con i miei maestri, non mi sembrava vero».

Come ti sei avvicinato alla danza? E oggi come la vivi?

«Da piccolo mio padre mi portava a calcio, come sport mi piaceva ma la cosa che preferivo era il goal, non tanto per il risultato quanto per la possibilità di esibirmi in una specie di coreografia; resosi conto che amavo la danza, mi ha quindi segnato a una scuola vicino casa, che ho poi cambiato per dedicarmi a stili diversi. Otto anni fa, infine, mi sono trasferito a Roma, proseguendo qui gli studi».



Total Look WE ARE DREAMERS

Il passaggio alla recitazione quando e come è avvenuto?

«La mia prima esperienza è stata da bambino la partecipazione a Italia’s Got Talent, dopo avermi visto un’agenzia ha contattato i miei per farmi proseguire nello spettacolo e, sebbene non sapessi di avere doti recitative o canore, abbiamo accettato la proposta. Il primo provino è stato per il musical La Bella e la Bestia, evidentemente hanno visto qualcosa in me, sono stato scritturato con tanto di corso di un mese (recitazione, canto, danza…). Ho passato quindi otto mesi al Teatro Brancaccio, appassionandomi a questo mondo, da allora non mi sono più fermato».

Il tuo mito è Michael Jackson, ora che la tua carriera è ben avviata ci sono altri artisti che ammiri, con i quali sogni – chissà – di lavorare?

«Sono un fan assoluto di Jim Carrey, conosco a menadito i suoi film, per le scene di Michael in Billy Elliot (che nel musical hanno reso più divertente rispetto al film) mi sono ispirato proprio a lui, rendendo questo ragazzino folle e iperattivo. Mi piacerebbe, un giorno, avere una parte comica in stile Carrey, dovendo fare due nomi direi dunque lui e Michael Jackson per la danza».


Descrivici la tua giornata tipo

«Quest’anno mi sto focalizzando sulla danza, piuttosto che frequentare un’accademia preferisco variare, scegliendo volta per volta gli insegnanti, così da essere il più versatile possibile e sperimentare stili differenti. La mia giornata tipo prevede sostanzialmente gli allenamenti, poi cerco di ritagliarmi momenti per gli amici. Giugno, inoltre, è un periodo di provini, ne sto facendo diversi».


Che rapporto hai con la moda?

«Mio padre, a Messina, aveva un negozio di abbigliamento di gran tendenza, molto noto perché assortiva capi decisamente particolari, stravaganti, soprattutto per una piccola città. Sono cresciuto con la moda e la mentalità è rimasta quella, mi piace vestire in un certo modo».



Hai dei brand o designer di riferimento?

«Dipende dal contesto, passo dalla tuta Nike all’abito, ad ogni modo non mi soffermo troppo su specifici marchi, ho dei must che indosso di continuo, su tutti il chiodo di pelle (sempre e comunque), apprezzo anche le sneakers più ricercate e a livello di brand nomi come Supreme. In sostanza mi piace essere alla moda, scovando però dei pezzi con i quali posso distinguermi».


Cosa ci dici dei progetti futuri, hai un sogno nel cassetto?

«Non posso dire granché, sono alle ultime battute per un film che verrà girato a ottobre, nel caso andasse a buon fine si accavallerebbe con un altro progetto e dovrò scegliere. Spero in generale si torni regolarmente al cinema, con il pubblico in sala a guardare magari un mio film».

‘Azioni in Trama’: arte e moda si incontrano nella collaborazione tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing

Tra gli effetti nefasti della pandemia, ormai è assodato, rientrano le difficoltà patite dagli studenti, che nel caso delle scuole di design, fashion e discipline artistiche in generale (dove è fondamentale unire teoria e pratica) risultano oltremodo accentuate. Alla luce di questo assume grande valore, anche simbolico, un’iniziativa come Azioni in Trama, nata dal connubio tra Iuad Accademia della Moda e Marzotto Wool Manufacturing, eccellenze nostrane per quanto riguarda, rispettivamente, la formazione nella moda e nel design e i tessuti preziosi, espressione di sapienza artigianale e savoir-faire orgogliosamente italiani.
Attenendosi al briefing e alle indicazioni concordate con l’impresa tessile, gli allievi del 1° e 2° anno dello Iuad hanno avuto quindi l’opportunità di esporre le loro creazioni nella mostra L’Arte come Azione e Creazione, allestita nella cornice a dir poco suggestiva di Castel dell’Ovo, complesso monumentale del XII secolo che, stagliandosi sull’isolotto di Megaride, garantisce una vista impareggiabile sul golfo di Napoli.
Azioni in Trama è frutto di una sinergia professionale nel segno del Made in Italy e del design raffinato, e prevede una serie di workshop e incontri tra azienda e studenti che si terranno sia nella sede partenopea, sia in quella milanese della scuola. Il percorso progettuale intreccia la ricerca accademica alla pregevolezza dei filati Marzotto, trovando una prima sintesi nelle opere realizzate per l’exhibition, presentate in un vernissage lo scorso 22 luglio e rimaste esposte per i successivi quattro giorni.



Negli artwork sparsi all’interno del castello, assai diversi per tipologia, carattere e resa, risuonano temi di grande presa al giorno d’oggi (tra gli altri sostenibilità, riciclo creativo, inclusione, cambiamento climatico, hate speech), che i giovani autori affrontano cercando di fondere volontà di far riflettere e senso estetico, affinato in anni di studio, declinando inoltre in nuove, fantasiose configurazioni i tessuti messi a disposizione dalla società di Valdagno.
Nella prima sala ci si trova davanti a installazioni quali La bellezza salverà il mondo di Roberta Cicala, che oppone alle tante criticità del presente la celebrazione del bello, inteso “semplicemente” come tutto ciò che ci circonda, compresi oggetti all’apparenza privi di valore; ne risulta una scultura con al centro un cuore pulsante sferico, acceso dalla luce vivida del neon e ricoperto di fiori, fibre e simboli delle principali metropoli, contornato da ammassi di cianfrusaglie e objet trouvé (tappi, banconote, mozziconi, scampoli di cotone…) che, così disposti, acquistano una pregnanza inedita. A poca distanza The musician, di Jonah Mae Gardose, combina tecniche di free-motion e slashing (qui ricamando con la macchina da cucire le stoffe, là tagliandole per rivelarne gli strati sottostanti), delineando il profilo di un musicista.



Proseguendo nell’itinerario si incontrano altre opere degne di nota, tra cui quelle ideate da Erika Troiano e Antonio Tafuro: nella prima (Is beauty really in the eye of the beholder?) l’autrice rilegge il mito di Medusa, descritta da Ovidio come una splendida fanciulla, violentata da Poseidone sull’altare consacrato ad Atena e tramutata, per punizione, in mostro dai capelli di serpente, vista qui come una vittima, un essere fragile che piange lacrime fluorescenti; la seconda, The only place of freedom, consiste in una toilette schermata da pareti in tela quadrettata, i visitatori sono invitati a personalizzarle con pennarelli e bombolette spray, alludendo al graffitismo anarchico, spesso goliardico che caratterizza i bagni delle stazioni di servizio.
Non mancano poi proposte prettamente vestimentarie, su tutte la puffer jacket Right-hand di Valentina Turri (un capo 3 in 1 grazie al sistema di zip, pannelli e tasche che consente di trasformare il giubbotto originario, dal finishing laccato, in tote bag o cuscino da viaggio) e gli abiti rugginosi di Michela Gambi che, memore degli outfit di Hussein Chalayan sotterrati nei mesi precedenti alla sfilata (solo uno degli innumerevoli, visionari esperimenti fashion dello stilista turco-cipriota), ha deciso di applicare viti, bulloni e piastrine metalliche a un paio di pantaloni e una blusa, esponendoli per settimane alle intemperie, lasciandovi depositare aloni rossastri dalle forme e sfumature sorprendenti.



Nel commentare l’evento, il Ceo di Marzotto Wool Manufacturing Giorgio Todesco si dice «soddisfatto della collaborazione, riteniamo molto importante che gli studenti di questo prestigioso istituto possano entrare in contatto con l’azienda […] Attraverso Azioni in Trama potranno confrontarsi […], utilizzare la loro abilità per ottenere dai nostri tessuti creazioni che parlino di sartorialità, con uno sguardo all’innovazione». Gli fa eco Michele Lettieri, presidente dello Iuad, che definisce «del tutto naturale» la scelta di legarsi alla textile company veneta, aggiungendo: «La forza della scuola sta nell’insegnare i segreti dell’artigianalità praticandola in chiave moderna e sperimentale attraverso il design, l’arte, la ricerca, la progettazione, la comunicazione. I nostri giovani studenti […] saranno i futuri lavoratori di alcuni settori trainanti dell’economia italiana nonché identitari della cultura nazionale: moda, design, architettura di interni».

Il menswear romantico e delicato di Bianca Saunders, neovincitrice dell’Andam Fashion Award 2021

Convincere una giuria composta dal gotha dell’imprenditoria e dei creatori di moda (giusto per fare qualche nome, il patron di Kering François-Henri Pinault, Renzo Rosso di Otb e Phoebe Philo, paladina dello chic intellò), aggiudicandosi un premio vinto, in passato, da stilisti della levatura di Martin Margiela, Jeremy Scott e Iris van Herpen, è indice di talento adamantino, una condizione indispensabile per farsi strada nel fashion biz; ecco perché, con ogni probabilità, sentiremo parlare a lungo di Bianca Saunders, fresca vincitrice dell’Andam Fashion Award 2021, che le assicura 300.000 euro e un mentoring sotto l’ala di Cédric Charbit, Ceo di Balenciaga. Il manager ha definito il progetto della sua nuova protégé «solido e unico, ancorato nei valori di oggi», una frase che sembra appropriata per descrivere l’idea di moda della designer, che a nemmeno trent’anni (ne ha 27) è riuscita a forgiare un’estetica riconoscibile e convincente, tanto da essere in lizza anche per il Lvmh Prize, che verrà assegnato entro l’anno.

Cresciuta in un quartiere periferico a sud di Londra, di origine giamaicana, Saunders si è laureata nel 2017 al Royal College of Art, avviando subito il marchio eponimo di abbigliamento maschile; una scelta, quest’ultima, tutto sommato insolita per una stilista esordiente, eppure lei sostiene di essere attratta dal menswear perché, come dichiarato in una recente intervista concessa alla sua ex università, crede che offra «spazio per cambiare» e, rispetto alla controparte femminile, abbia «molte più barriere da infrangere per quanto riguarda il modo di vestirsi e presentarsi agli altri».
Nel ready-to-wear della griffe, effettivamente, si riscontra una tensione costante fra tradizione ed evoluzione, indirizzata a sradicare le norme e i preconcetti che, per troppo tempo, hanno ingabbiato l’espressività degli uomini in materia di abiti, cristallizzando abitudini e divisioni manichee (streetwear vs couture, formale vs sportivo, fino a quella macro tra generi), respingendo quegli accenni di ambiguità e vulnerabilità a cui la designer vuole dare invece massimo risalto.



Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images
Ph. by Portia Hunt
Ph. by James Mason/WWD
Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images, Portia Hunt, James Mason/WWD, Adama Jalloh

Nel 2018 il British Fashion Council (l’equivalente della nostra Camera della Moda) la segnala come nome da seguire tra i nuovi astri della scena inglese, di lì a poco viene inserita nel calendario della London Fashion Week, debuttando con la collezione Spring/Summer 2019, Gesture; già in questa prima uscita “ufficiale” appaiono ben delineati i futuri assi portanti della proposta di Saunders, volta – come specifica la diretta interessata -a «catturare il movimento»: forme tendenzialmente over, pantaloni slouchy dalle cuciture sbilenche, con spacchi laterali che si aprono sul fondo, capi strapazzati ad arte, tra orli sollevati e arricciature a volontà (top, maglie e bluse avvitate, ad esempio, danno l’illusione di modellarsi direttamente sul corpo, torcendo e increspando il tessuto).
Creazioni che emanano un senso di candore e intimità, acuito nella successiva F/W 2019 Unravelling, dove il setting ricrea una camera da letto affollata di ragazzi delicati e pensierosi, la cornice ideale per abiti solo nominalmente classici (dal trench alla camicia, dal giubbino ai jeans) ai quali viene donato un twist muliebre attraverso effetti froissé, cut-out, slabbrature e consistenze impalpabili, con la palette che si mantiene su sfumature terragne.
Nel marzo 2019 Bianca Saunders finisce nella Dazed100, la classifica – redatta annualmente dal magazine – delle giovani personalità che meglio colgono lo Zeitgeist; subito dopo il brand entra a far parte di Newgen, programma di sostegno ai designer emergenti più meritevoli, e può dunque partecipare con regolarità alla settimana della moda londinese.


Ph. by Adama Jalloh

Credits: Ph. by Adama Jalloh, Silvia Draz

Bisogna dire poi che, da talento multidisciplinare qual è, non si limita a firmare (ottime) mise, coniugando inventiva e cura maniacale della confezione, ma sconfina volentieri in territori non necessariamente attigui al fashion come mostre (si può citare la collettiva Nearness, in cui ha raccolto i lavori di vari artisti, film-maker e scrittori di colore per celebrare il Black History Month 2019, oppure l’installazione presentata nel 2020 a Parigi, che consisteva in suit sospesi a mezz’aria, tenuti da fili invisibili) ed editoria, attraverso la pubblicazione di fanzine, riviste dalla patina underground in cui si sofferma su argomenti che la toccano da vicino (blackness, sessualità, libera espressione di sé, solidarietà e altri ancora), dando ampio spazio ad amici e creativi della sua cerchia, dal poeta James Massiah al fotografo Joshua Woods, alla modella Jess Cole.
D’altronde la stilista, per indole, è quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del couturier solitario, umbratile, chiuso nella torre d’avorio a tracciare bozzetti; preferisce, al contrario, circondarsi di persone altrettanto fantasiose, che la aiutino a perfezionare il modo di raccontarsi del marchio, che sia un fashion film o lo styling di una sfilata.

La consacrazione, o qualcosa che le assomiglia molto, arriva nell’infausto 2020, che per la griffe si rivela un’annata formidabile: a febbraio, l’inserimento in un’altra classifica di rilievo, quella dei 30 Under 30 di Forbes, nella categoria Art & Culture; a settembre, lo show S/S 2021 The Ideal Man, con ensemble più contrastati del solito, riflesso delle identità cangianti di uomini che tentano di conformarsi a precisi archetipi, optando per giacche e camicie boxy dalle proporzioni abbreviate su pants dritti come un fuso, pattern scombinati e denim dalla testa ai piedi (fornito da Wrangler, partner in crime di stagione); a novembre la partecipazione al GucciFest, festival pensato dal direttore artistico della maison fiorentina, Alessandro Michele, come una vetrina (digitale, visti i tempi) per i colleghi più promettenti della nuova leva, con un corto che presenta la Pre-Fall 2021, prosecuzione ideale del défilé precedente.
Nell’ultima collezione F/W 2021, invece, l’attenzione è tutta rivolta sulla plasticità degli outfit, resa mediante linee geometriche, nette, smussate però dall’abituale profusione di grinze e curvature che movimentano le superfici di giacchine corte sui fianchi, blouson striminziti, bomber e pantaloni tailored svasati.


Credits: Ph. by Silvia Draz

Nonostante  sia nato solo quattro anni fa, il brand di Saunders ha già conquistato la fiducia dei negozi “giusti”, come i londinesi Browns e Matchesfashion, il grande magazzino americano Nordstrom o l’e-shop Ssense. A riprova del fatto che la fragilità, oltre ad assumere un peso via via maggiore nella sfera emotiva dell’uomo contemporaneo, inizia a fare breccia anche nel suo guardaroba.

“Classic Nudes”, la guida al nudo artistico di Pornhub

Nell’arte il nudo, si sa, è un filone praticamente inesauribile dalla notte dei tempi, e che un sito porno (non uno qualsiasi per giunta, ma il portale per adulti diventato una sineddoche dell’intera categoria, dall’alto dei suoi 3,5 miliardi di visite mensili) abbia una certa qual dimestichezza con il costume adamitico è lapalissiano. L’accoppiata Pornhub-nudo artistico, quindi, potrebbe essere meno strampalata di quanto non appaia, eppure è destinata inevitabilmente a far discutere.
Il sito a luci rosse ha varato infatti l’iniziativa “Classic Nudes”, audioguide alternative ai capolavori che, nei secoli, hanno indagato il tema della nudità, custoditi nei sancta sanctorum dell’arte sparsi nel globo (il Louvre e il Musée d’Orsay di Parigi, gli Uffizi di Firenze, il Met newyorchese, il Prado di Madrid, la National Gallery di Londra).



Facendo sfoggio di spirito filantropico – l’intento, viene specificato, è sostenere i musei, in difficoltà per la raffica di limitazioni e chiusure susseguitesi nei mesi scorsi – la piattaforma permette ora agli utenti interessati, che si trovino fisicamente a una mostra o la visitino online, di ascoltare dalla voce della pornodiva e Pornhub brand ambassador Asa Akira una spiegazione che promette di essere assai “hot”, una «guida interattiva ad alcune delle scene più sexy della storia nei musei più famosi», come si legge nell’homepage. L’elenco completo è consultabile nella sezione dedicata: sono presenti dipinti e sculture degli autori più noti in assoluto, dal Bacco di Caravaggio a L’origine del mondo di Courbet, da Le déjeuner sur l’herbe di Manet a Betsabea con la lettera di David di Rembrandt, fino alla selezione di Another Perspective, una miscellanea di artwork uniti dal fil rouge del nudo (tele di Munch e Artemisia Gentileschi, busti, bassorilievi, ceramiche giapponesi…); in alcuni casi sono disponibili anche riproduzioni video, piuttosto accurate, delle opere, ovviamente adults only.




D’altronde, precisa ancora la nota, «Il porno potrebbe non essere un’arte, ma alcune opere d’arte si possono sicuramente considerare porno», e quale testimonial migliore del programma se non un’icona osé quale Ilona Staller aka Cicciolina, ex moglie di Jeff Koons (uber artista assurto da tempo al rango di autore in attività più pagato al mondo)? Nel filmato promozionale, assume una posa plastica che richiama la Venere botticelliana, erta sulla conchiglia e contornata da due (improbabili) epigoni di Zefiro e Ora, (s)vestita di un bodysuit color nude che lascia poco o niente all’immaginazione; invita lo spettatore a scoprire un «tesoro pornografico dal valore inestimabile», insospettabilmente nascosto nei musei, appunto.

Le reazioni, com’era prevedibile, non si sono fatte attendere: la Galleria degli Uffizi (in cui si trovano diversi masterpieces descritti in “Classic Nudes”, realizzati da maestri quali il citato Caravaggio, Botticelli, Tiziano, Ammannati e altri ancora) si dichiara pronta a diffidare MindGeek, holding proprietaria di Pornhub, che non avrebbe chiesto (né tantomeno ottenuto) alcun permesso all’istituzione fiorentina per l’uso delle immagini, che in base al codice dei beni culturali italiano risultano sempre vincolate all’autorizzazione del museo.
Il “matrimonio”, o rapporto occasionale che dir si voglia, tra la piattaforma regina del porno online e l’establishment artistico, insomma, non è cominciato nel migliore dei modi.

SuvAttack 2021: Holubar e Mercedes uniscono le forze per un viaggio sul Gran Sasso, tra arte, cultura e craftsmanship

L’unione fa la forza: un concetto spesso abusato ma assai calzante per l’attuale frangente storico, che ha mostrato la necessità della collaborazione, a tutti i livelli (sociale, economico, creativo). Devono pensarlo anche Holubar e Mercedes, realtà d’eccezione nei rispettivi ambiti (outerwear e automotive), artefici di un’iniziativa voluta per dare il giusto risalto ai valori che accomunano i due brand, tesi per vocazione a spingersi oltre, a superare costantemente i propri limiti per offrire ai clienti prodotti impeccabili sotto il profilo esecutivo, perfettamente bilanciati fra tradizione e rinnovamento. Il Ceo di Holubar Patrick Nebiolo, a tal proposito, precisa che l’operazione è figlia di «una visione molto simile, che unisce heritage e innovazione, un concetto, quest’ultimo, che oggi passa anche attraverso la sostenibilità e un forte impegno per l’ambiente».



Nasce da queste premesse “SuvAttack 2021: da Oaxaca al Gran Sasso”, un viaggio che ha toccato diverse località del gruppo montuoso più alto dell’Appennino; l’itinerario on the road si è snodato tra gli altopiani della regione, da Campo Imperatore al paese di Rocca Calascio (su cui troneggiano le torri del castello omonimo) fino a raggiungere Santo Stefano di Sessanio, borgo medievale dal fascino fiabesco, incastonato sulle pendici del Gran Sasso a 1.250 metri di altitudine.
Proprio tra le distese incontaminate caratteristiche di quest’angolo del Belpaese (un outback decisamente suggestivo, che negli anni ha ospitato le riprese di diverse pellicole cult quali Il nome della rosa, Ladyhawke e gli spaghetti western di Sergio Leone) è stato possibile ammirare Alebri-G, esemplare unico nel suo genere di Classe G, il mitologico fuoristrada del marchio della Stella. La sua storia merita di essere raccontata: è stato il team dello stabilimento di Graz (l’unico del gruppo Daimler tuttora deputato alla produzione della gamma) a rivolgersi alla coppia di artisti messicani María e Jacobo Ángeles per realizzare una versione eccezionale – nel vero senso della parola – del suv, trasformato in un’opera d’arte zapoteca su ruote. Ispirandosi agli alebrije del folklore messicano, spiriti-guida che assistono le vite delle persone (come degli angeli custodi, trasfigurati spesso in variopinti animali fantastici), il duo ha riversato la propria inventiva sull’auto, tracciando con minute pennellate in cromie sature (giallo, rosso, turchese, blu oltremare…) motivi che si ripetono ritmicamente sulla livrea, rendendo la Classe G in questione un connubio one of a kind di tradizione, cultura e maestria artigianale.



Il senso del colore, del resto, è un tratto identitario anche per Holubar, brand Usa che fa dell’abbigliamento outdoor la propria ragion d’essere sin dalla fondazione, avvenuta per mano di una coppia di alpinisti – Alice e Roy Holubar – 74 anni fa a Boulder, in Colorado; luogo non certo casuale, poiché la cittadina ai piedi delle Montagne Rocciose è la mecca americana di climber, escursionisti e appassionati di sport all’aria aperta in generale. L’azienda, nel tempo, si è distinta per l’approccio pionieristico al settore dell’outerwear tecnico, ad esempio utilizzando già negli anni ‘50 una combinazione di nylon e imbottitura in piuma come tessuto esterno di sacchi a pelo e capispalla, mettendo a punto l’imbottitura a sandwich, introducendo modelli reversibili e, soprattutto, il parka da montagna Deer Hunter, divenuto rapidamente “il” capo Holubar, chiamato così in onore del capolavoro di Michael Cimino del 1978, in cui a indossarlo erano nientemeno che Robert De Niro e Meryl Streep.
In tutto ciò, le tonalità accese fanno parte da sempre del vocabolario di stile della griffe, basti vedere il giubbotto arancione sfoggiato, appunto, da De Niro/Mike Vronsky ne Il cacciatore, oppure il duvet azzurro cielo di Jonathan Hemlock – alias Clint Eastwood – in Assassinio sull’Eiger (1975).

Una storia pluridecennale rinverdita, ora, da collaborazioni mirate (tra le più recenti quella con l’etichetta parigina Maison Kitsuné), dall’ingresso in selezionati department store e multibrand internazionali (da Le Bon Marché a Rinascente passando per El Corte Inglés, Galeries Lafayette, Merci e tanti altri, per un totale di 500 negozi tra Europa, Asia e Nord America) e dall’impegno green profuso in azioni come l’adesione al programma 1% For The Planet, per cui le imprese collegate devolvono l’1% delle vendite alle cause delle organizzazioni ambientaliste.
D’altronde la sostenibilità è uno dei principi alla base della partnership tra Holubar e Mercedes per il progetto SuvAttack, accompagnato dal claim “Stronger than time”; ché unirsi, lo si diceva all’inizio, vuol dire essere più forti.



Recitazione, moda, social: il talento prismatico di Fabio de Vivo

Ph: Martina Chiapparelli

Hair: Idola Saloon Roma

22 anni, radici francesi ma attitudine cosmopolita, Fabio de Vivo ha una creatività prismatica che riflette un approccio vitalistico all’arte in senso lato. Il suo carattere entusiasta lo spinge ad abbracciare con un’energia straripante, piuttosto contagiosa, la recitazione come pure la scrittura, la moda e il rapporto con i (tanti) follower, coinvolti in un dialogo ininterrotto che tocca spesso argomenti sui generis, dalla legge dell’attrazione alla mindfulness; nel mentre, si impegna per emergere nel cinema, per cui prova da sempre un amore incondizionato.

Lavori come modello e basta scorrere il tuo profilo Instagram per intuire quanto tu sia interessato a questo mondo. Cos’è per te la moda?

«Una grande forma d’espressione, sono convinto ci si possa esprimere attraverso l’abbigliamento e dunque presto attenzione alla ricerca dei capi senza farmi influenzare troppo dalle tendenze, mi appassionano le cromie, i possibili abbinamenti ecc.
Tempo fa avevo un blog – Oblivioncoffee – tra i più seguiti in Italia, gran parte delle persone che ora mi seguono su IG (che l’ha soppiantato) vengono da lì, magari apprezzano il mio rifuggire l’omologazione; penso valga anche per il cinema, ovviamente ho dei modelli di riferimento ma mi sforzo di distinguermi, di rendermi autentico in ogni sfumatura caratteriale, in tutto ciò che faccio e sono».



Come descriveresti il tuo stile?

«Innovativo, sebbene non sia un eccentrico credo la differenza stia nel dare un’impronta personale ad abiti non per forza estrosi o coloratissimi, aggiungendo dettagli alla mise o ricorrendo a tutto ciò che può differenziarci. Di base vesto casual, però mi piace usare tessuti particolari quali il lurex, ad ogni modo il discorso cambia a seconda del momento.
Sono camaleontico, una caratteristica che riverso anche nel percorso attoriale: può darsi, ad esempio, che esca in cappellino e sneakers perché sto sostenendo i provini per interpretare un ragazzino. Definirei il mio stile imprevedibile oltre che innovativo, muta adeguandosi alle esigenze recitative, assorbendo i tratti del personaggio».


Hai dei marchi preferiti? Ci sono capi o accessori cui non potresti rinunciare?

«Jacquemus e Louis Vuitton sono i due brand che riflettono al meglio il mio stile tendenzialmente ‘70s. Un capo cui proprio non rinuncio è il jeans, un bel paio di denim pants ampi credo facciano la loro figura con tutto».

Hai cominciato da giovanissimo a teatro, poi il trasferimento a Firenze per la scuola di cinema Immagina, il primo film e tanto altro. Riavvolgendo il nastro, quali sono le tappe di questo percorso che ricordi con maggior piacere?

«Mi sono trasferito a Roma proprio perché il sogno era – è – affermarsi nel cinema, ho iniziato da poco ma sono già arrivate occasioni importanti, anche per Netflix. Tra le esperienze migliori cito la masterclass diretta da Muccino o quella con Anna Gigante che mi ha poi segnalato a Sorrentino, è stato prezioso ricevere dei feedback da registi di tale livello. Tutti i set sono stati significativi, dai corti al film Re minore, che ha vinto il Festival Internazionale del Cinema di Salerno».




Hai citato la Nouvelle vague come genere di riferimento…

«Non posso non menzionare Godard, se penso ai dialoghi, ai tagli, ai piani-sequenza di Fino all’ultimo respiro… Inoltre amo Parigi, che nella pellicola è quasi un personaggio, al pari di Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo. Poi Truffaut, mi vengono in mente le citazioni felliniane di Effetto notte. La Nouvelle vague racchiude l’essenza del tipo di cinema che amo, un mezzo per conoscere tante realtà eterogenee, per allargare gli orizzonti».


Ci sono serie che catturano la tua attenzione?

«Mi sembra che cinema e tv odierni siano proiettati verso una dimensione più inclusiva, predisposti ad accogliere nuovi volti e storie, ne sono felice, pur avendo iniziato da poco posso concorrere a ruoli per piattaforme come Netflix; noto, insomma, una freschezza che ritengo peculiare di questo periodo. Apprezzo le serie, ma sinceramente guardarle a casa di continuo fa perdere loro un po’ di valore, non nego che sarebbe fantastico prendervi parte ma ad ora, se dovessi scegliere tra un serial dal grande seguito o un film non avrei dubbi, preferirei il secondo».


Parlando di attori e registi, chi apprezzi di più?

«Joaquin Phoenix, Pierfrancesco Favino e Belmondo, tra i registi apprezzo Özpetek per le sue storie coraggiose, Muccino per La ricerca della felicità… Comunque cerco di non legarmi ai singoli attori, trovo un po’ fuorviante il concetto alla base, nel senso, riconosco tutto ciò che alcuni artisti sanno regalarmi, preferirei tuttavia non menzionarli troppo, lasciare dentro di me uno spazio che non sia influenzato dal nome ».


Su Instagram e Clubhouse affronti spesso argomenti singolari, specie per il medium: fisica dei quanti, meditazione, consapevolezza ecc., vuoi parlarcene?

«Su Instagram mi divido tra outfit, contenuti fotografici e professionali, cioè una parte di me, come lo sono la legge di attrazione o la teoria dei quanti, perciò durante le dirette dedicate, con vari ospiti, ci confrontiamo sull’avere un atteggiamento mentale proattivo, sulla gratitudine, sul dare rilievo alle cose positive. Sono felice che argomenti simili abbiano ottimi riscontri, capita che intervengano personaggi come Stash dei The Kolors o Biagio Antonacci, oppure colleghi attori più o meno affermati: li invito a parlare delle proprie esperienze, del prendersi cura di sé, li coinvolgo in letture motivazionali e così via.
Su Clubhouse con la mia community (loro si definiscono Soulsfires) cerchiamo di capire come affrontare le negatività e lavorare su di noi senza lasciarsi condizionare dai giudizi, reagendo sempre e comunque a quanto ci succede; ne parlo come un ragazzo di 22 anni che invita chi ascolta a sfogarsi, a porsi in una determinata maniera, riuscendo ad aggregare persone di varie età; possono ascoltare e condividere perché non è uno spazio solo mio, dò volentieri la possibilità agli altri di raccontarsi».


Tre aggettivi che ti rappresentano.

«Camaleontico, creativo, riflessivo».




Su quali progetti stai lavorando ora, e cosa sogni per il futuro?

«Sono alla fine di una selezione per un personaggio inglese con accento francese. Mi piacerebbe partecipare al Festival di Venezia, mi era stato proposto in qualità di influencer però ho rifiutato, desidero arrivarci come attore. Quello che gli inglesi chiamano purpose per me è senz’altro la recitazione, non per il successo – più o meno effimero, piuttosto per la soddisfazione data dall’emozionare il pubblico; vedo ogni personaggio come un regalo, io in primis voglio arricchirmi, costantemente. Ho un forte senso di giustizia e odio i pregiudizi, vorrei arrivare a esser bravo abbastanza da non giudicare i personaggi interpretati, così che chi guarda possa fare altrettanto.
Poi mi attirano anche regia, inquadratura e composizione dell’immagine, al momento sono alle prese con una sceneggiatura che non so ancora come evolverà; avverto l’urgenza di comunicare, credo che ciascuno possa trasmettere qualcosa, non si tratta di ego o voler passare alla storia, quanto di amare ogni forma di arte, dalla scrittura alla recitazione. Vorrei continuare a esprimermi, a raccontarmi, ho questa sorta di furia vitalistica che spero di riversare sullo schermo, regalando emozioni agli altri».

5 brand emergenti da seguire dalle sfilate S/S 2022

La situazione attuale del settore della moda, con tempi e dinamiche frammentarie come non mai e i catwalk costretti, nella quasi totalità dei casi, a migrare sul web, sotto certi aspetti favorisce i designer emergenti, che se prima del Covid erano relegati ai margini dallo strapotere di maison ben più affermate, ora sono posti sullo stesso piano di queste ultime – almeno in teoria – dalla digitalizzazione forzata delle fashion week. Lo hanno certificato i calendari delle sfilate uomo Spring/Summer 2022 di Londra, Milano e Parigi (il Cfda di New York ha preferito accorpare le passerelle maschili e femminili nell’edizione di settembre), infoltiti da un cospicuo numero di brand emergenti.
Vediamo allora cinque tra i nomi più interessanti, distintisi nelle scorse settimane con le rispettive collezioni per la Primavera/Estate del prossimo anno.

Federico Cina

Vincitore nel 2019 del concorso Who is on next? (promosso da Vogue Italia e AltaRoma) e arrivato quest’anno tra i semifinalisti del Lvmh Prize, Federico Cina si prefigge l’obiettivo, ambizioso per un sistema della moda milanocentrico come il nostro, di consolidare l’etichetta omonima mantenendola saldamente radicata nella sua Romagna. Lo stilista, infatti, fa del territorio il centro di gravità del proprio universo creativo, intriso di romanticismo, eleganza rarefatta, tradizioni artigianali (inclusa quella alla base del motivo più rappresentativo del marchio, un intrico di foglie e grappoli d’uva ripetuto sui tessuti, ottenuto pressando la stoffa con stampi di legno intagliati) e rielaborazioni in forma d’abito dell’opera di esimi artisti locali, dall’onirismo di Fellini ai panorami di Ghirri.
E appunto da un topos squisitamente romagnolo origina lo show S/S 2022 Infanzia a mare, con cui Cina trasla i ricordi delle estati trascorse sul lungomare della Riviera (nuance sbiadite dal sole, righe marinare, reti da pesca ecc.) in outfit ariosi e charmant, contrassegnati da volumi fluidi, pull, canotte e shorts all’uncinetto, top annodati in vita, bisacce crochet adatte a portare con sé tutto il necessario per una giornata in spiaggia.




Reese Cooper

Definire Reese Cooper un talento in rampa di lancio è eufemistico; a parlare, per il designer (che si considera un narratore, incline a raccontarsi attraverso gli abiti), sono i fatti, da snocciolare in ordine cronologico: due anni fa, Anna Wintour in persona ha speso per lui parole lusinghiere durante il gala del Cfda/Vogue Fashion Fund (Cooper tra l’altro ha sfiorato la vittoria, guadagnandosi i 150.000$ in palio per la seconda posizione); l’anno seguente, Forbes l’ha inserito nella classifica 30 Under 30 per la categoria Art & Style; sempre nel 2020, StockX gli ha riservato un documentario dal titolo (ironico) We’re Not Particularly Talented, We Just Try Hard. Dal suo headquarter di Los Angeles, questo 23enne dall’aria sorniona firma collezioni in cui campiona gli emblemi dell’American Style (workwear, preppy, abbigliamento sportivo & Co.) infondendogli una vibe rétro, apprezzate da clienti del rango di Travis Scott, Idris Elba e Bella Hadid.
A fornirgli l’ispirazione per la S/S 2022 è stata la location prescelta, un ponte nelle San Gabriel Mountains californiane, passerella ideale per accogliere uscite variamente ispirate all’hiking, dalla vestibilità soft; utility pants, giubbotti, overshirt e maglie tecniche sono i capi preponderanti, da cui occhieggiano fibbie di metallo per agganciare la borraccia termica, accessoriati da borse capienti e robuste scarpe da trekking. I colori sono quelli dell’area circostante, tra sfumature da sottobosco e lampi di rosso e bluette.



Ernest W. Baker

Ernest W. Baker, o come rendere nuovamente desiderabili i canoni sartoriali di un tempo: è questa, in buona sostanza, la stella polare del marchio portoghese attivo dal 2017, così chiamato in onore del nonno di Reid Baker (direttore artistico insieme a Inês Amorim), che ha avuto un grande ascendente sul nipote in termini di stile. D’altra parte i due designer, conosciutisi durante il master alla Domus Academy di Milano, sono sempre stati affascinati dai completi inappuntabili dei gentlemen incrociati nelle vie della città, ed è quindi logico che sia il tailoring l’oggetto privilegiato della loro pratica creativa.
Non fa eccezione la sfilata S/S 2022, un susseguirsi di suit doppiopetto dalle spalle pronunciate, pantaloni svasati con piega al centro, gilet sovrapposti all’accoppiata camicia e cravatta; mise rispettose dei dettami della sartoria d’antan, in cui viene però instillata una vena ora punk, ora fanciullesca, tra pins in ceramica smaltata fissate al bavero, tenute sporty dalla mano serica e roselline apposte su maglieria e denim.



Phipps

Nativo di San Francisco, hippie quanto basta, studi alla Parson School of Design di New York cui sono seguiti incarichi da Marc Jacobs e Dries Van Noten, Spencer Phipps è l’all american boy alle redini della griffe che porta il suo cognome; nata nel 2018 a Parigi, incrocia radici e interessi del fondatore (rintracciabili nell’insistenza su survivalismo, outdoor e un certo pragmatismo a livello di costruzioni e linee), un quid ironico e il tema della nostra epoca, la sostenibilità, che, lungi dall’essere mero espediente narrativo, si configura come un pilastro insostituibile nelle attività della label, dalle certificazioni che ne attestano l’aderenza ad elevati standard ambientali (Gots, Oeko-Tex e Rws) al supporto a organizzazioni come Oceanic Global o Usda Forest Service.
La formula di Phipps mira a scardinare gli archetipi della mascolinità, ed è centrale anche nell’ultima collezione S/S 2022, un’indagine a tutto campo sui codici del menswear più audace e performante: sulla pedana si danno il cambio avventurieri new age (muniti di pants con tasche applicate, zaini, maglioni in pile, anfibi al ginocchio e simili), raver in giacche denim grondanti ricami, toppe e spille, atleti i cui look fanno il verso alle divise di campioni come Dennis Rodman, John Cena o Éric Cantona (ad esempio magliette del Manchester United spruzzate di borchie oppure pantaloni “fiammati”), in un mashup di reference e ornamenti all’insegna dell’upcycling, tra cinture ricavate dagli pneumatici, collane objet trouvé e pantaloni patchwork assemblati da ritagli di pelle.

Phipps Men’s Spring 2022
Phipps Men’s Spring 2022
Phipps Men’s Spring 2022

Youths In Balaclava

Un gruppo di studenti singaporiani, determinati a sfidare consuetudini e convenzioni (anche) vestimentarie della florida città-stato asiatica, dà avvio a una produzione do it yourself di t-shirt, hoodie, jeans e altri basics dello streetwear, partita in sordina nel 2015 e notata due anni dopo da un’eminenza grigia della moda: si può riassumere così la storia di Youths In Balaclava, un collettivo con base a Singapore oggi sotto l’egida di Adrian Joffe (presidente di Comme des Garçons International e marito di Rei Kawakubo, vestale del concettualismo fashion più radicale).
La verve dissacrante è evidente fin dal nome, con il passamontagna assurto a simbolo di una visione ribellistica scevra da vincoli di sorta, ammiccando all’operato di Martin Margiela, che fece dell’anonimato un sinonimo di coolness.
Il défilé più recente del marchio, Ace of Spades (presentato con un filmato dal tono lo-fi), mette in fila pezzi immediati e grafici, dalle felpe lacere alle leather jacket borchiate passando per camicie western, pantaloni cargo multizip e magliette stampate come se piovesse, riproponendo quei capisaldi dello stile urban che gli hanno già permesso di trasformarsi da esperimento creativo a brand strutturato, venduto nei negozi Dover Street Market del citato Joffe.



La recitazione per Michele Ragno: un’arte da vivere intensamente, tra cinema e teatro

Ph: Dario Tucci

Ass ph: Edoardo Russi

Sono sufficienti poche battute con Michele Ragno per rendersi conto che, per l’attore 25enne, la recitazione sia una pratica in cui immergersi completamente, da perfezionare attraverso studio, dedizione e disciplina, e al contempo una questione di pelle, quasi un’urgenza personale. D’altra parte, il suo cursus honorum è lì a dimostrarlo: dopo gli studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ha lavorato con autori di rango, districandosi tra opere teatrali classiche, pièce moderne, tv (da 1994 a La stagione della caccia) e ora cinema con il film School of Mafia. La sua è dunque una traiettoria artistica in fieri, che spera possa permettergli di «mettersi in gioco e continuare a imparare».

Hai studiato all’Accademia per poi inanellare varie esperienze teatrali, tra cui uno spettacolo con Marion Cotillard. Cos’è per te il teatro, puoi raccontarci il tuo percorso in quest’ambito?


«Il teatro è dove tutto è cominciato, ho iniziato a sette anni e non mi sono più fermato. Dopo il liceo ho proseguito all’Accademia, lì ho capito che nulla viene lasciato al caso, ci sono dinamiche precise che necessitano di studio e disciplina; e ancora, ho incontrato registi come Emma Dante o Bob Wilson, la prima in particolare ha lavorato tanto su di me, cercando di decostruire e ricostruire, scavando, insistendo sui limiti corporei, aiutandomi a toccare corde che neppure conoscevo.
L’esperienza con Marion Cotillard è stata davvero emozionante e d’impatto, abbiamo recitato in piazza al Festival di Spoleto, davanti a 3000 persone. Lei è un’attrice estremamente sensibile, magnetica, riesce a farti vibrare qualcosa dentro, a volte mi sedevo nella platea e, semplicemente, mi abbandonavo alle sensazioni che sa trasmettere»



Al momento a quali progetti stai lavorando?

«A un riallestimento di Uomini e topi di Steinbeck, che presenterò insieme alla compagnia dell’Accademia al Festival di Spoleto».

Sembra si stia tornando alla normalità anche nel settore artistico, con cinema e teatri aperti e la ripresa di festival, rassegne e quant’altro. Ti chiederei, ex post, come hai passato il lockdown e come vivi ora la ripartenza.

«All’inizio è stato difficile, ho cercato di tenermi in allenamento, leggendo più del solito, praticando yoga, concentrandomi sulla respirazione, lavorando in sostanza sia sul corpo che sulla mente.
Ho poi avuto la fortuna di vivere la prima esperienza cinematografica in estate, subito dopo la chiusura, un’opportunità grandiosa».



Il film in questione è School of Mafia (attualmente al cinema), che declina in un’inedita chiave comico-grottesca un tema ampiamente esplorato quale la criminalità organizzata. Vuoi parlarcene?


«È un film comico dalle sfumature western; affronta un argomento assai delicato, trattandolo però con intelligenza, così da screditare la mafia, toglierle ogni forza attraverso la commedia, descrivendola come un anacronismo, un mondo bigotto e goffo. Per fare ciò, ricorre all’esempio di tre giovani figli di boss, che non intendono seguire le orme criminali dei genitori, contrapponendosi alle pratiche opprimenti e obsolete della mala. Girare School of Mafia è stata una fortuna in un momento complicato, per me ha rappresentato sul serio una scuola con diversi veterani dello schermo, un’esperienza travolgente sotto ogni aspetto. Sul set, insieme a Giuseppe Maggio e Guglielmo Poggi, ci ritrovavamo spesso in situazioni comiche, quindi bastava abbandonarcisi, vivere tutto con naturalezza».

Sei nel cast (d’eccezione) della nuova serie Rai di Bellocchio Esterno Notte, puoi dirci qualcosa in più?
«Il mio è un piccolo ruolo: sarò Franco Tritto, l’assistente personale di Aldo Moro, e ho avuto l’onore di lavorare al fianco di Fabrizio Gifuni (che interpreta il presidente Dc rapito dalle Brigate Rosse, ndr), attore meraviglioso da cui ho imparato moltissimo; anche nelle sue pause, si percepisce il modo in cui vive, in cui diventa il personaggio di turno, e questo aiuta chi gli sta intorno a porsi in una determinata maniera, detta il ritmo agli altri anche solo con la gestualità. Con lui si è creata un’energia comune che ci ha permesso di condividere appieno la scena, sono davvero contento di averlo visto all’opera».




Hai preso parte a diversi serial, da Il miracolo a 1994, a quali esperienze sei più legato?


«Ne Il miracolo avevo una parte minore, brevissima, in un flashback di Marcello/Tommaso Ragno, la porto comunque nel cuore perché è stata la prima in assoluto in tv.
In seguito ho girato 1994 e La stagione della caccia (parte di un ciclo di film ispirati alle opere di Camilleri, ndr); in quest’ultima, per una coincidenza incredibile, ho girato le scene in cui il personaggio compiva gli anni lo stesso giorno del mio compleanno. C’erano (di nuovo) Ragno, Donatella Finocchiaro, Miriam Dalmazio… In effetti sono sempre stato fortunato nel trovarmi accanto attori di questo calibro, compreso Accorsi nella scena face to face in aereo di 1994, una situazione piuttosto intima, ha favorito la connessione».


Ci sono generi non ancora sperimentati con cui vorresti metterti alla prova?


«Mi piacerebbe esplorare un thriller psicologico, lavorare su personaggi lontani da me costretti a fare i conti con i loro demoni, del resto adoro lavorare con il corpo, plasmarlo per aderire al personaggio, una situazione del genere sarebbe l’ideale».


Tra i tuoi colleghi chi ammiri particolarmente? E tra i registi?


«Nel panorama italiano direi Lino Musella, Elio Germano e Luca Marinelli, personaltà di enorme fascino scenico oltreché estetico. Tra i registi Nanni Moretti, Paolo Virzì e Matteo Garrone».




Come vivi la relazione tra personaggio e abiti di scena?


«Ricordo che una volta entrai di corsa in scena, indossando il mantello al contrario, la regista – Emma Dante – si infuriò e disse una cosa che non scorderò mai: “Il costume è come dici la battuta”. Mi è rimasta scolpita in mente, ho sempre grande cura degli abiti di scena, come fossero oggetti personali ai quali tengo. Ho una relazione molto intima con il costume, mi aiuta quasi sempre a dar vita al personaggio, indossarlo mi permette di essere lui al 100%, naturalmente prima viene il lavoro sul corpo e sulla voce, ma l’abito lo completa».


Fuori dal set, invece, che rapporto hai con la moda?


«Ho un debole per il vintage, mi piace vestire bene, di solito non cose appariscenti; ho molti capi in colori tenui, soprattutto camicie, cerco però di portare nel modo giusto anche la semplice combo t-shirt e jeans; ci tengo, non per apparire o altro, piuttosto credo abbia a che vedere con l’immagine che ho di me, per certi versi ciò che indossiamo ci rappresenta»




Cosa ti auguri per il futuro?


«Sicuramente non abbandonerò il teatro, sto pensando di mettere su uno spettacolo, adesso che ho scoperto il cinema, poi, voglio senz’altro continuare, sperando che l’esordio possa darmi una marcia in più; ho voglia di mettermi in gioco, di continuare a imparare, ci sto prendendo gusto».