La moda del “distanziamento sociale”

“Il futuro inizia con una scintilla, un’intuizione. Una nuova consapevolezza che spezza le catene del passato e ispira la tecnologia a immaginare nuovi mondi” afferma Ridley Scott. 

Quando questi nuovi mondi incontrano il progresso tecnologico e la ricerca creativa, allora è legittimo pensare e creare futuri possibili, come già sta accadendo nel mondo della moda.

Gli abiti si digitalizzano, diventano 3D, si costruiscono intorno a materiali ibridi, sensori e dispositivi interattivi, si rivestono dei progressi tecnologici per diventare interfaccia tra corpo e società.

Diventano strutture composite, non solo per le forme, spesso articolate, ma soprattutto per la loro composizione materica. In questo sincretismo gli abiti si aprono ad astrazioni geometriche, si articolano in figure fitomorfe e invadono il corpo con innesti ed estensioni che sembrano creare protezioni interne o, al contrario, gusci-corazze esterne.

È il 1960 quando due medici americani, Nathan S. Kline e Manfred E. Clynes, coniano il termine cyborg per suggellare l’ibridismo dell’uomo-macchina, di colui che incorpora deliberatamente componenti esogeni per estendere la fusione autoregolatrice dell’organismo in modo da adattarlo ai nuovi ambienti, demarcando la linea di confine e di conflitto tra uomo e spazio.

Non è solo fantascienza, anche nella moda si stanno delineando inedite forme di abiti potenziati, trincerati dietro la tecnologia, che fanno da apripista a nuovi scenari comunicativi.

La figura stessa del fashion designer è in fase di ridefinizione, diventa sempre più un maker, sempre più un costruttore di forme che nella gestazione progettuale stabilisce un rapporto di cooperazione con informatici, scienziati e ingegneri, che attinge al mondo sartoriale così come al design industriale, alla biologia sintetica, alle nanotecnologie e alla simulazione numerica.

Il giornalista Bradley Quinn, autore del libro “Fashion Futures”, da anni sostiene che gli abiti, per come li conosciamo oggi, appartengono già al passato e che la vera sfida è quella di creare un dialogo di inclusione tra ciò che indossiamo e le tecnologie che usiamo ogni giorno. 

“La moda futura ci darà una nuova pelle multisensoriale che incorporerà le tecnologie più all’avanguardia potenziando le nostre capacità fisiche ed intellettuali”.

E se quello che prima era solo sperimentazione visionaria, progettazione borderline o rappresentazione distopica, nello scenario della moda post-covid, diventasse una possibile realtà?

Creare, attraverso un abito implementato di tecnologie, un livello di omeostasi tale da consentire all’uomo di adattarsi e di fronteggiare, nella sua nuova condizione di essere autoregolante, l’habitat esterno.

Alcuni fashion designer hanno già concretizzato l’idea di abito a “distanziamento personale”, creazioni “prossemiche” attente alla difesa dello spazio e alla distanza relazionale. 

Pensiamo agli abiti robotizzati del progetto Possible Tomorrows di Ying Gao, che collegati ad un sistema di riconoscimento delle impronte digitali si animano solo in presenza di persone le cui impronte non sono riconosciute dallo scanner; allo Spider Dress 2.0 della designer viennese Anouk Wipprecht rivestito di sensori di prossimità e di zampe elettroniche che si impennano quando qualcuno si avvicina troppo; allo Smoke Dress che emette fumo in caso di invasioni di campo del proprio spazio fisico o emozionale; oppure al Defensible Dress, realizzato dallo studio di design HÖWELER + YOON, che si indossa sotto gli abiti e suona quando qualcuno si avvicina troppo.

Abiti concepiti come barriere protettive in difesa di minacce esterne e di interazione con l’ambiente circostante. Armature urbane che delimitano il contatto grazie ad aperture aeree, come le architetture tridimensionali dell’avveniristica Iris Van Herpen.

Volumi mutanti che si contraggono in intrecci futuristici, biomimetici e zoomorfi, trame che sembrano liquefarsi in forme organiche e figure prismatiche, stampe 3D, resine sintetiche, vetro, ceramiche e metalli che assecondano il mutamento del corpo e ne sfruttano le possibilità ispirandosi all’ambiente circostante.

In questa dimensione la moda potrebbe diventare anch’essa campo di attuazione delle sperimentazioni condotte in altri ambiti, fortificandosi con le innovazioni tecno-scientifiche per ridurre i limiti umani, creando strutture autosufficienti indossabili come una seconda pelle. 

Tommy Hilfiger contro Covid-19

10.000 T-shirt classiche bianche a supporto dello sforzo sanitario pubblico in Europa e negli Stati Uniti. Questo è il contributo rivolto agli operatori sanitari impegnati nell’assistenza ai pazienti affetti da COVID-19: i loro Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) possono infatti generare un calore tale da spingerli a cambiare fino a tre T-shirt in un turno. 

Questi aiuti rientrano nell’impegno della società a favore dei soggetti e delle comunità colpite dalla pandemia globale di coronavirus. 

Per dimostrare la sua solidarietà agli operatori in prima linea, Tommy Hilfiger lancerà anche una capsule collection in edizione limitata di T-shirt e felpe, disegnate in collaborazione con il proprio pubblico. I fan del brand la scorsa settimana hanno potuto visitare le pagine Instagram @TommyHilfiger @TommyJeans e votare i loro modelli preferiti.

Le proposte vincenti saranno presentate a maggio e potranno essere successivamente acquistate sul sito tommy.comin alcuni mercati selezionati. Il 100% degli incassi sarà devoluto alla sfida globale contro il COVID-19.

“Queste circostanze straordinarie chiamano in causa ognuno di noi, perciò rimanere uniti è il modo migliore per andare avanti”, ha dichiarato Tommy Hilfiger. “Anche noi vogliamo dare il nostro contributo e assistere chi ne ha più bisogno. Il nostro spirito di determinato ottimismo è oggi più presente che mai. Incoraggiamo tutti a rimanere a casa per continuare a sostenere coloro che si stanno prendendo cura di noi”. 

Cosa farai dopo il lockdown: Lorenzo Rebediani

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Lorenzo Rebediani – Architetto Paesaggista e co-founder di Rebediani Scaccabarozzi Paesaggisti

@lorenzorebediani
www.vslr.it

In questi giorni di disorientamento viviamo una dimensione emozionale inedita, perché le premesse del mondo di ieri sembrano non valere più. 

I presupposti della mobilità globale e senza limiti, la densità di offerta e di servizi che tanto amiamo della nostra città, tutto ciò che plasma l’egemonia del modello spaziale metropolitano, è ora in discussione.
 
Se penso ora a Milano, svuotata dei suoi valori, la immagino come una grande mappa nuda. 
Ma nel giro di qualche settimana, la torneremo ad abitare.

La nostalgia dei luoghi sarà sicuramente uno degli strumenti che ci guiderà nel processo di riappropriazione della città e penso sia un bell’esercizio quello di immaginare una giornata milanese in alcuni dei nostri luoghi preferiti, quelli cui adesso aneliamo come alla libertà: se il desiderio sarà alla base della ricostruzione, e lo sarà, dovremmo prepararci a desiderare bene.

Subito m’intrufolerei in Via Corsico, a due passi dal Naviglio Grande, dove trovo la concentrazione di eccellenze che mi rende Milano simpatica e superba. Faccio una breve passeggiata e incrocio tre dei locali che preferisco: la mia gastronomia, la Macelleria Masseroni, il mio ristorante: 28 Posti e il mio cocktail bar preferito Elita Bar

Esaudito il desiderio di ritorno alla mondanità, andrei a visitare la Fornace Curti, non molto distante, che dal ‘400 è il luogo della tradizione lombarda di terracotta, dove aleggia un’atmosfera tuttora magica che intreccia sapere artigiano, storie d’arte e architettura.

Infine vorrei tornare ad Abraxa, nel cuore di Nolo, un giardino disegnato lo scorso anno da me e Vera Scaccabarozzi, in collaborazione con Space Caviar. 

Poiché “a garden is not an object but a process” (Ian Hamilton Finley) ci prendiamo cura dei nostri progetti anche dopo la realizzazione, seguendone l’evoluzione nel tempo e monitorandone lo sviluppo ecologico.

Nato da una corte industriale, questo giardino è stato progettato come uno spazio sperimentale d’intrattenimento e agricoltura urbana per creativi, architetti e designer, secondo un modello di conversione virtuosa delle periferie in spazi di grande qualità urbana.

Intervista al brand strategist Yossi Fisher: il mondo della moda post Covid

Abbiamo intervistato Yossi Fisher, brand consultant e stratega creativo, che anche in questo periodo delicato continua a portare avanti i marchi e a condurre progetti a livello internazionale con clienti e associazioni. Ecco alcune riflessioni inerenti alla fase che sta attraversando il fashion system.

Sei connesso con tanti creativi in tutto il mondo. Quale è il sentimento generale delle persone in questo momento?

Al momento circolano molte emozioni e nessuno nega le incertezze di questi tempi. Ciò che sto notando è che mentre per alcuni questo periodo sta causando grandi problemi alle loro carriere lavorative o ai loro affari, la maggior parte delle persone lo sta usando come un modo per capire realmente cosa li rende felici e cosa vogliono tornare a fare o meno quando tutto questo sarà finito. In fin dei conti, sembra un momento di grande riflessione e le persone lo stanno usando per fare un passo indietro e ridefinire su quali valori sono costruiti i loro affari o le loro carriere lavorative e qual è la loro rilevanza progressiva, come se stessero navigando in una nuova serie di panorami industriali.  

Come pensi che riuscirà il mondo della moda a superare la crisi e a ripensare al suo proprio modello?

Il mondo della moda al momento è obbligato a fare un grande passo indietro e a rivalutarsi nella sua totalità. Ogni cosa, dalle strutture freelance ai contenuti, dalla produzione alla manifattura, dal retail al design passa per il Live streaming, così come le Fashion Week, le dinamiche delle Pubbliche Relazioni e le iniziative digitali… e questa è solo la punta dell’iceberg. Inoltre, essendo un sistema, tutte le componenti della moda influiscono anche sulla sua economia e su come l’industria opera nella sua totalità. 
La moda, per questo, sarà costretta a fare un grande passo indietro per poi poter andare avanti. 
Essendo un’industria collettiva, ognuno di noi ha percepito in un modo o nell’altro il suo momento di “pausa forzata”, ma fino ad ora non c’era ancora stato nulla che avesse veramente portato il cambiamento in tutti i suoi canali, rendendo così questo periodo molto stimolante. 

Se mi chiedessi se c’è troppo romanticismo e non abbastanza praticità in questo periodo, ti risponderei che io credo che questa crisi sarà il catalizzatore per delle pratiche economiche più sane e per degli stimoli per delle iniziative di salute mentale, specialmente tra le comunità creative e freelance. Molte persone che appartengono a questi circoli stanno già ripensando al perché si siano messi per così tanto tempo in giri di incertezze finanziarie e mancanza di stabilità lavorativa. Dato che hanno trovato nuovi interessi e hobbies che li rendono felici durante questa pausa forzata, molti si stanno chiedendo che cosa vorranno fare veramente una volta finito tutto. 
Per quanto riguarda le varie imprese, avranno bisogno di umanizzare ancora di più le loro pratiche e dovranno affrontare molte questioni. Ad esempio, se negoziare valori etici per margini più elevati e vendere più prodotti sia sostenibile a livello emotivo e ambientale e come le loro catene di distribuzione e le loro pratiche verranno analizzate dai consumatori e se saranno considerate dei valori e dei cambiamenti umani. 

Sono consapevole che molti pensano che la sostenibilità sarà una forza trainante, ma anch’essa ha le sue sfide: specialmente per la sua tendenza ad avere dei costi molto elevati nei confronti dei consumatori che condividono i suoi valori, ma non si possono permettere i prezzi dello slow fashion. 

Dato che siamo in un mondo con sempre meno persone impiegate e una situazione finanziaria difficile, molte imprese dovranno riformulare strategicamente le loro perdite se stanno progettando di anticipare la curva e di contribuire a ridefinire il settore. 

Come vedi il futuro del retail (negozi fisici vs negozi digitali)?

Siamo ancora molto lontani da un mondo completamente online, ma senza dubbio ci stiamo evolvendo. Il mondo fisico e quello digitale giocheranno un ruolo molto importante nel futuro del retail, ma entrambi dovranno essere ancora più focalizzati sul consumatore. Gli spazi fisici, probabilmente, dovranno ridimensionarsi, integrare più componenti digitali, tenere meno scorte e trattare i loro spazi come esperienze piuttosto che solo come luoghi in cui comprare. Esperienze di brand dinamiche all’interno del punto vendita, che gravitano molto più attorno alla loro cultura rispetto che ai prodotti e che rappresentano un modo per spronare i consumatori a tornare. 
Le iniziative online e digitali dovranno diventare più personali. Attualmente nello shopping sull’e-commerce manca un po’ di personalizzazione e di suggestioni emozionali coinvolgenti, quindi avere dei brand specialists potrà dare l’opportunità di fare dirette con proiezioni programmate, presentazioni e flussi di raccolta (a tu per tu con i vip o sessioni collettive, dove i consumatori potranno intervenire con domande per comprendere meglio i loro acquisti) che saranno un buon modo per approfondire la comunità, fidarsi e condurre conversazioni D2C. 

Sicuramente assisteremo a più confusione e distorsione del mercato mentre ciascuno troverà il suo orientamento. Il retail fisico dovrà ridimensionarsi per investire più a fondo nei suoi ecosistemi, mentre il mondo digitale dovrà avere maggiori investimenti di prova visto che la profondità delle sue fondamenta e delle sue strutture è ancora in fase di esplorazione. 

Io credo che i brand vincenti dei prossimi 6-18 mesi saranno quelli che promuoveranno un approccio più etico e un modello di business più focalizzato sul cliente. 

Hai iniziato a fare alcune conversazioni in diretta con designer e imprenditori. Cosa hai ricavato da questi dialoghi? 

Mi sono piaciute le dirette Instagram “Talks & Zoom Session” di cui ho fatto parte in questo periodo. Infatti, lì mi è permesso condividere consigli, strategie e approfondimenti con molte comunità e piattaforme (come ad esempio qui su MANINTOWN). 
Tuttavia, più di ogni altra cosa, sto cogliendo queste opportunità per ascoltare meglio le persone con cui mi sono impegnato e le domande che sto ricevendo dal mio seguito collettivo. 

Avere un approccio empatico in queste conversazioni mi ha permesso di prevedere di cosa avrà bisogno il mondo dopo il Covid-19. Una cosa che ho notato è l’approccio umano con cui si sono svolte queste conversazioni in diretta. Siamo tutti vulnerabili durante questo cambiamento globale ed è ovvio essere così interconnessi. Ognuno di noi, infatti, deve ricordarsi che nonostante stiamo attraversando una serie di nuove sfide, lo stiamo facendo insieme. In particolare, i social media e le comunità online ci stanno offrendo supporto in molti modi ed è una cosa parecchio bella da vedere. 

Qual è il tuo consiglio per le imprese e per i brand che vogliono ricominciare? 

Ora come ora l’intelligenza emotiva è molto più importante del quoziente intellettivo. Il futuro delle imprese e dei brand, infatti, non saranno i prodotti o i servizi, ma sarà l’empatia. Avere empatia d’ora in avanti sarà fondamentale e soprattutto sarà lo strumento più importante a nostra disposizione. Le persone e le imprese che stanno per uscire dallo scenario sono quelli che non si sono solo focalizzati sui loro problemi, ma coloro che hanno cercato di risolvere anche quelli degli altri. 

Per una boutique, ad esempio, una buona idea potrebbe essere quella di creare un’iniziativa o una campagna per le persone che si sono trovate recentemente ad essere disoccupate, offrendogli un outfit completo e una consulenza per il CV (magari offerta da un professionista esternalizzato). In questo modo quando le imprese riapriranno e cominceranno ad assumere ancora, queste persone saranno pronte e ben equipaggiate per accaparrarsi il mercato e migliorare le loro vite di nuovo.

Per le aziende CBD, invece, forse è il caso di integrare nella loro cultura una sessione di meditazione, dei video-esercizi, dei consigli giornalieri e una dieta sana per promuovere un corpo sano. È importante, infatti, cercare dei modi per aiutare gli altri nella loro salute mentale, proporre iniziative gratis di auto miglioramento e fornire delle risorse per nutrire e supportare gli spazi mentali delle persone. 
Tutte queste idee dimostrano che a tutte le imprese realmente importa dei consumatori ed è ciò di cui le persone hanno bisogno, più di ogni altra cosa. 

Anche innovare le iniziative di apprezzamento dei consumatori attraverso canali digitali e fisici sarà una componente fondamentale per avere un grande successo nel tempo, così come approfondire l’apprezzamento della comunità e rafforzare le relazioni con i clienti. Per offrire una strategia di partenza, inoltre, le imprese dovrebbero porsi delle domande come: che cosa interessa ai consumatori? Che cosa migliorerebbe le loro vite? Come potremmo fargli capire che i loro valori si allineano ai nostri? Come potremmo farlo in un modo che non sia la vendita diretta? Come potremmo umanizzare il nostro approccio?

Questi sono dei consigli di salute e delle azioni empatiche che non servono solo a farci riacquistare fiducia nei brand, ma ancora più importante, servono a farci riavere fede nell’umanità. 

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#iorestoacasa e mi vesto: i consigli degli influencer

In questo lungo periodo casalingo abbiamo trasferito all’interno delle mura domestiche tutte (o quasi) le attività che eravamo abituati a svolgere fuori casa. Dalla chiamata di lavoro al workout, dall’aperitivo alla pizza del sabato sera. Ecco allora 12 #inspo di stile direttamente dagli influencer che ci raccontano i loro look da copiare al volo ed esibire in qualsiasi disparata occasione che la quarantena ci offra.

Roberto De Rosa (@robertoderosa)

“Per il mio look di casa scelgo sempre pantaloni eleganti , ma casual ( in questo caso Asos ) e con l’arrivo della primavera è perfetta una camicia a mezze maniche di Margiela da portare rigorosamente scalzo”.

Alessandro Magni (@ale_magni)

Alessandro ci suggerisce un look casual, con pantalone in tuta morbido ma fit, da portare con una camicia di jeans aperta. “Un outfit perfetto per la mia routine di questi giorni alternata tra momenti di smart-working e home-workout”. 

Alessandro Calzoni (@alessandrocalzoni)

Per Alessandro la routine resta la stessa anche a casa con un pantalone casual e un basic bianco. “Lo stile sportivo è spesso sinonimo di comodità, ma credo basti porre un minimo di attenzione in più ai materiali e alle linee, per non rinunciare al tuo gusto e al comfort. È la semplicità che rende le cose estremamente personali”. 

Anselmo Prestini (@anselmoprestini_)

Eleganza, comodità, vivacità: questi sono i criteri che Anselmo tiene in considerazione quando decide di passare una giornata a casa e in questo periodo, diventano aggettivi caratterizzanti della sua quotidianità. Da qui la scelta di indossare un pantalone in cotone morbido abbinato ad una t-shirt e a una giacca dalle tonalità chiare, entrambe Dolce&Gabbana. 

Federico Piccinato (@federico_piccinato)

“In casa la parola d’ordine per me è comodità, per questo la vivo giorno e notte in tuta!”. Il total look è LACOSTE.

Andrea Dal Corso (@andreadalcorso)

“Lo stare a casa non mi pesa! Sfrutto questo periodo per trovare il mio Balance tra corpo e mente”. Operazione da svolgere rigorosamente con la comodità di una tuta. 

Federico Corvi (@federicocorvi)

“Il jeans Levis strappato rappresenta il mio stato d’animo in questo momento e sopra una T-Shirt Off-White che con quel prefisso “Off” mi suscita quella voglia di partire e viaggiare che fa parte della mia natura”. Completano il look gli accessori, un berretto Carhartt per tenere al caldo i pensieri, l’anello Miracle Store e ai piedi un paio di classiche Birkenstock.

Lorenzo Bacchin (@lorenzobacchin)

“Oggi sto utilizzando il mio tipico outfit da vacanza, una camicia oversize (in questo caso di Lacoste) rubata dall’armadio di mio padre e dei pantaloni in lino comprati da Mango un anno fa prima di partire per Lanzarote.”

Marco Scomparin (@marcoscomparin)

“Ormai la tuta è diventato un capo d’abbigliamento slegato dalla mera attività fisica, ed è per questo che si sposa perfettamente sia alle attività outdoor ma anche allo stare in casa comodi ma sempre cool”. Il look total black si compone di pantalone e scarpe Off-White e una felpa Burberry. Occhiali Salvatore Ferragamo per godere del tramonto, meglio se davanti ad un aperitivo!

Marco Castelli (@castellimarco)

Comodo e sofisticato Marco, nel total look del suo brand Marco Castelli Collection. Non può mancare l’orologio preferito di Breitling e a completare tutto il peluche Karl Lagerfeld in palette con l’intero outfit.

Luca Macellari Palmieri (@lucamacellaripalmieri)

“Sfrutto queste giornate per lavorare all’aria aperta sin dal mattino, quindi un maglioncino in cotone e gilet leggero in piuma per quando è più fresco. I pantaloni sono in cotone morbido con pence e per completare il look un paio di sneakers.”

Nicolò Ferrari (@nicolo_federico_ferrari)

“T-shirt, felpe e pantaloni in cotone sono l’ideale per sentirsi a proprio agio in casa ma anche per brevi uscite e passeggiate all’aperto”. L’outfit da casa è firmato Givenchy, che nelle sue collezioni comprende sempre qualche pezzo comodo da poter usare anche in queste occasioni.

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COVID-19, monitorare i cittadini ma senza oltrepassare i limiti

La tempesta perfetta sembra ergersi dinanzi a noi. L’emergenza sanitaria che l’Italia sta vivendo, come il mondo intero, ci trasporta verso una dimensione inedita, in cui le nostre certezze da nipoti e pronipoti del secondo dopoguerra si paralizzano davanti alle insidie e alle ansie generate dal nuovo Coronavirus.

Un nemico invisibile quanto capace di mettere in discussione i diritti e le libertà che sino ad oggi sono stati i pilastri della nostra democrazia. Come fosse un processo di fusione nucleare, i diritti e le libertà garantiti dalla nostra Costituzione collidono tra loro per dare forma a nuovi paradigmi.

In forza dello stato di emergenza, dunque, al fine di tutelare il diritto alla salute del singolo e della collettività(art. 32 Cost.), il Governo ha gradualmente limitato il diritto di circolazione e soggiorno dei cittadini sul territorio nazionale e internazionale (art. 16), il diritto al lavoro (artt. 4, 35 e ss. Cost.), la libertà di culto religioso (art. 19), il diritto di riunirsi in pubblico e di manifestare e le attività sindacali (artt. 17 e 39), il diritto di sciopero (art. 40), il diritto di agire e difendersi in giudizio (art. 24), il diritto di sposarsi e creare una famiglia (art. 29), il diritto all’istruzione (artt. 33 e 34), la libera iniziativa economica (art. 41), il diritto di proprietà (art. 42 e ss.) e il diritto di voto (art. 48 e ss.).

Una compressione dei diritti e delle libertà che richiede un’attenzione da parte di tutti i cittadini e non dei soli addetti ai lavori. Infatti, non è concepibile un restringimento del raggio di tutela delle libertà costituzionali dei cittadini in nome di una seppur grave emergenza sanitaria, in totale assenza di qualsivoglia garanzia dal potere.

Le ragioni sono da rinvenirsi nella natura insita nello stato di necessità che, per definizione, deve avere una portata limitata nel tempo. Tale limitazione deve prefigurare una salvaguardia della sfera personale dell’individuo nella sua dimensione umana in tempo di normalità.

Perché quando l’emergenza passerà, la libertà e dignità dell’uomo dovrà uscirne indenne per consentire a tutti noi di poter ripartire e di lasciarci alle spalle questi momenti tragici il più veloce possibile.

Una delle considerazioni assunte da una parte della classe politica del Paese, negli ultimi giorni, consiste nella necessità di sospendere le norme sulla privacy vigenti nel nostro ordinamento. Una tendenza pericolosa che mina proprio la dignità umana, in nome di uno stato emergenziale che tra emotività e frustrazione annebbia la mente di coloro che dovrebbero guardare oltre la quarantena.

A ciò si aggiunga che tale posizione denota una scarsa consapevolezza della normativa e, ancor più rilevante, una totale mancanza di sensibilità sulla materia e sulle radici di questa. È necessario, infatti, ribadire che il diritto alla privacy è un diritto fondamentale sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La tendenza a voler “sospendere” o – nella declinazione più garantista – “derogare” le norme sulla protezione dei dati sorge dalla necessità di monitorare gli spostamenti dei cittadini sul territorio nazionale. Questo controllo vuole essere un potente mezzo con il quale contrastare la diffusione del contagio da Covid-19.

App dedicate, braccialetti, monitoraggio tramite GPS, triangolazione tramite celle telefoniche e droni: gli strumenti a disposizione sarebbero tantissimi e, oggi, il Ministero dell’Innovazione è al lavoro per fare sintesi e realizzare quanto necessario.

Un controllo sistematico dei cittadini non poteva non interessare l’operato dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali che, da giorni, dimostra una elevatissima sensibilità e lucidità sul tema del rapporto tra privacy e salute, aprendo all’uso di queste tecnologie purché attraverso un approccio coscienzioso di quelli che sono i principi su cui si fonda il nostro ordinamento.

Tra questi, vi è il principio di proporzionalità che può essere inteso come la necessità di applicare misure di monitoraggio nei limiti di quanto utile a raggiungere l’obiettivo prefissato, per un tempo limitato e con adeguate misure di sicurezza.

Per fare questo, come già sostenuto ampiamente da Antonello Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, serve un atto normativo ad hoc che delimiti il perimetro di applicazione di queste misure al solo periodo dell’emergenza, senza intaccare il patrimonio giuridico ed umano che il nostro Paese ha accumulato nel corso degli anni, grazie anche alla irraggiungibile lungimiranza di giuristi italiani come il compianto Prof. Stefano Rodotà.

Quindi il nostro Paese non può emulare nessuno dei modelli attuati tra la Korea del Sud e la Cina. È necessario che l’Italia segua un modello proprio, all’altezza dei valori e dei principi che la nostra Costituzione sancisce e preserva.

Nessun diritto è di ostacolo ad un altro, salvo l’incapacità di chi è chiamato ad agire e a compiere scelte importanti per il presente e il futuro di tutti noi.

Testo di Rocco Panetta, avvocato e partner di Panetta & Associati, studio leader nell’assistenza all’azienda nel settore delle nuove tecnologie. Anche Country Leader Italia della IAPP, International Association of Privacy Professionals.

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La moda sostiene la battaglia contro il Corona Virus

L’industria della moda continua a scendere in campo per fronteggiare la pandemia in corso dando concreto aiuto a strutture ospedaliere, personale medico-infermieristico e a tutti coloro che sono oggi impegnati in prima linea nella battaglia contro il Covid-19.

Nonostante i primi segnali positivi ci abbiano fatto tirare un piccolo sospiro di sollievo, non è ancora il momento di abbassare la guardia e cantar vittoria ma capire come uniti si possa riuscire a vedere la luce in fondo al tunnel. 

Ecco alcune delle iniziative dei grandi della moda (e non solo), simboli di trasparente umanità.

La Camera Nazionale della Moda, grazie al contribuito dei suoi associati, dona 3milioni di euro dando vita al progetto solidale “Italia, we are with you”, aperto a tutte le associazioni di settore e brand. Tramite il Commissario straordinario per l’emergenza e la Protezione Civile verranno donate mascherine chirurgiche, reagenti e indumenti protettivi per tutti gli ospedali che ne avranno necessità a partire da quello creato nell’ex Fiera Milano, aperto recentemente, ed al quale anche Moncler ha contribuito con 10 milioni. “Milano è una città che ha regalato a tutti noi un presente straordinario. Non possiamo e non vogliamo abbandonarla” — queste le parole di Remo Ruffini, Ceo a Ad del Gruppo.

La famiglia Zegna, da sempre vicina a tematiche filantropiche e alla sostenibilità, dona insieme al suo top management 3 milioni di euro alla Protezione Civile Italiana a favore di medici, ricercatori, infermieri, volontari e tutti coloro che stanno lavorando incessantemente per sconfiggere il virus. Non solo, parte delle linee produttive degli impianti del brand, tra Italia e Svizzera, sono state adibite per la produzione di mascherine mediche. Stessa cifra anche per la famiglia Benetton, destinata a quattro ospedali italiani.

We are all in this together”. Con questo chiaro messaggio Gucci, dopo aver accolto l’appello della  Regione Toscana per la produzione di oltre 1 milione di mascherine e camici, chiama all’azione tutta la sua community digitale per intervenire con donazioni a favore del Dipartimento della Protezione Civile, in collaborazione con Intesa San Paolo, ed al fondo solidale a supporto dell’OMS. Il marchio dona, inoltre, un milione di euro per ciascuna delle campagne di crowdfunding.

Giorgio Armani, uno dei primi a muoversi in campo per fronteggiare il virus, continua con le sue donazioni raggiungendo un totale di 2 milioni di euro e sostenendo anche l’ospedale di Bergamo, quello di Piacenza e quello Versilia. In più converte tutti i suoi stabilimenti produttivi italiani nella produzione di camici monouso destinati agli operatori sanitari. 

Sostengo all’ospedale Columbus Covid 2, nuova area all’interno del Policlinico Gemelli di Roma, da parte di Valentino Gravani e Giancarlo Giammetti con la donazione di 1 milione di euro attraverso la loro Fondazione. 

La tutela dei dipendenti

L’incombere del Covid-19 ha scosso gli equilibri interni di tutte le aziende con conseguenti difficoltà, paure e incertezze che toccano da vicino tutti i dipendenti. Chanel, dopo la Francia, decide di non ricorrere alla cassa integrazione per i suoi dipendenti Italiani (circa 1100) affinchè non gravi sui conti pubblici, garantendo loro il 100% del salario. Non solo, la filiale italiana della maison ha destinato 1.3 milioni di euro alla lotta contro il virus.

Donazioni sugli acquisti. Questo il contributo del Gruppo Aeffe. All’interno degli store online di Alberta Ferretti, Moschino e Philosophy di Lorenzo Serafini verrà donato il 15% di ogni transazione  effettuata all’Istituto Clinico Humanitas di Milano e all’AUSL RomagnaDiesel contribuisce allo stesso modo e lancia l’hashtag #Braveactionsforabetterworld.

Il sostegno della moda sul versante internazionale 

Ralph Lauren porta il suo contributo con 10 milioni di dollari per le categorie più deboli e vulnerabili. In più, parte della somma supporterà la raccolta aperta dal Cfda, il Council of Fashion Desingers of America, producendo mascherine e camici.  Anche Mayhoola, il gruppo di cui fanno parte Valentino, Balmain e Pal Zileri, supporta la Spagna nella gestione dell’emergenza sanitaria destinando 1 milione di euro all’ampliamento dell’Hospital Covid-19, struttura costruita in tempi record all’interno della fiera di Madrid. Lvmh donerà 10 milioni di mascherine alla Francia, per un valore di oltre 5 milioni di euro e alcune delle sue fabbriche cosmetiche stanno già producendo gel igienizzanti idoralcolici.

Ristabilire nuove priorità nel quotidiano e contribuire, ognuno a modo proprio, con la consapevolezza che gli sforzi e l’impegno di oggi possano farci ripartire al più presto, con più grinta e forza di prima. E’ questo ciò che possiamo e dobbiamo fare. 

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Carlo d’Inghilterra “guarisce” dopo 7 giorni d’isolamento

In diretta da Clarence House, l’erede al trono, risultato positivo al covid-19 pochi giorni fa, è guarito. 

Il Regno Unito tira un sospiro di sollievo. Dopo che il premier Boris Johnson è diventato infetto al coronavirus pochi giorni dal’annuncio del lock-down in Bretagna, torna operativo il Principe Carlo: stando a quanto riporta la note di Clarence House, l’erede al trono risulta “guarito e di buona salute.” Sette giorni dall’essere risultato positivo al covid-19, è stato ribadito il fatto che puo’ uscire dall’auto isolamento, come da istruzioni governative Britanniche.

Avendo presentato sintomi lievi, Carlo ora lavorera’ da casa uscendo solamente per necessita di tipo essenziale. Attualmente si trova nel territorio di Balmoral insieme alla moglie Camilla, che risultava negativa al test. Nonostante tutto, sia il principe che la moglie convivono in due case diverse, appunto per evitare rischi di contagio. 

Tra i fatti certi di questa malattia, è che i contagiati possono rischiare di trasmetterla per un periodo anche post-guarigione. 

La news è oramai confermata: il principe carlo è guarito.

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“Battere il virus con la creatività” 8 domande a Mauro Porcini

Mauro Porcini arriva in PepsiCo nel 2012 come primo Chief Design Officer di sempre. Di origini italiane, vive a New York e oggi condivide con noi la sua esperienza durante l’epidemia di Covid 19.
Mauro è un esperto di design e di global branding, sostenitore del Made in Italy e dello stile italiano. Durante questa pandemia globale gli abbiamo chiesto qual è suo punto di vista, la sua esperienza e un messaggio per aziende e privati.

1.Una fonte d’ispirazione o un riferimento?

Probabilmente per molti posso sembrare abbastanza ovvio, ma prima di tutto i miei genitori. Mi hanno insegnato l’importanza della cultura, della conoscenza e dell’apprendere con curiosità. L’arricchimento culturale dello studio, l’interessamento e la lettura sono i valori più importanti che la mia famiglia mi ha trasmesso. La mia famiglia ha da sempre amato le persone di cultura: insegnanti universitari e personalità televisive che in qualche modo contribuiscono a dare rilevanza ad alcuni aspetti culturali della nostra vita.

Un valore molto importante che mi hanno insegnato è la necessità di essere una brava persona. I miei sono devoti cattolici, molto cristiani, molto religiosi. Mio padre è architetto e pittore, da giovane ero circondato da dipinti nella mia casa. Ciò è stata una grande fonte di ispirazione per me dal punto di vista artistico e, da bambino, ho potuto disegnare molto. E’ stato davvero divertente per me disegnare con lui e imparare tutti i tipi di tecniche. Mia madre invece era innamorata della letteratura, della scrittura e della lettura e adora scrivere poesie con contenuti religiosi.

I miei genitori sono totalmente non tecnologici, ma hanno capito come creare un blog. Pubblicano diversi libri, dipinti, schizzi di poesie. Sono stati d’ispirazione per tutta la mia vita.

 2. La tua definizione personale di design…e come lo hai applicato nelle tue esperienze professionali? 

Il design è completamente incentrato sulle persone. Si tratta di capirne i bisogni e i desideri. Pertanto, comprendere quello che è importante, ciò che è rilevante, ciò che è significativo per le persone e quindi creare soluzioni. Potrebbe essere un prodotto, un servizio, un marchio, un’esperienza: tutte le soluzioni che risolvono quei bisogni e quei desideri e sogni. Questo è ciò che fanno i designer.

Per fare questo, dobbiamo comprendere tre dimensioni. Una è il mondo degli esseri umani, psicologia e antropologia. Semiotica e semantica, quindi comprensione delle persone. La seconda dimensione è il business: come fare branding, distribuzione, come lavorare con i clienti: è importante perché una volta comprese le esigenze dei clienti, devi anche trovare un modo per creare soluzioni che possano essere vendute. La terza dimensione è la tecnologia: quella del prodotto, per fabbricarlo. Il prodotto deve essere realizzabile, vendibile e devi avere le tecnologie giuste per fare tutto questo.
La connessione tra persone, strategie e la tecnologia è la chiave per poter essere un buon designer.

3. Come vivi a New York e come influenza il tuo lavoro? Quali sono gli altri luoghi che ti ispirano o ti rilassano?

Amo profondamente NY, la definisco la capitale delle capitali. Persone da tutto il mondo vengono a New York per fare affari, creare e ispirare. C’è una densità di persone incredibili con grandi idee e un’irresistibile spinta a cambiare il mondo che non puoi trovare in nessun’altra città. Questo la rende una straordinaria “piazza” dove le persone con idee incontrano persone con risorse per renderle possibili.

Avere questa densità di persone con idee, unità ed energia sorprendenti per far accadere le cose è molto stimolante, ma allo stesso tempo potrebbe essere faticoso. Hai sempre il desiderio di essere fuori, unirti e incontrare queste persone che possono ispirarti.

Per compensare questo, ho una casa dove posso fuggire nella natura a 2 ore di distanza dalla città, negli Hamptons. Adoro svegliarmi e vedere cervi nel giardino e sentire il suono del camino scoppiettante. Nella mia vita sono sempre stato in una sorta di sospensione tra due mondi: da un lato una piena energia della città e dall’altra tutta l’energia della natura, li amo entrambe e un equilibrio dei due è ciò con cui mi sento a mio agio.

4. Come stai affrontando la situazione del coronavirus e quali stereotipi o preconcetti vorresti combattere?

(Mauro fa un respiro profondo e sospira, so che si sta preparando per esprimere la sua opinione onesta con molta empatia. Se segui Mauro sul suo account IG, sai già che i suoi post sono spesso pieni di messaggi di coinvolgimento sociale e sensibilità umana. L’impatto del problema del coronavirus, la carenza sanitaria di personale e attrezzature, l’impatto che questa pandemia ha sul nostro paese e sugli altri, è un tema che ha profondamente a cuore).

La situazione del virus Corona è strabiliante in tanti modi diversi. Nessuno se lo aspettava. Nessuno capisce come affrontarlo: è spaventoso e difficile da capire. Il problema è che molte persone stanno sottovalutando l’entità di questa crisi. Come italiano che vive a New York, il mio messaggio è “Sveglia! Questo non è solo qualcosa che sta accadendo in Italia”.

L’Italia ha il secondo sistema sanitario con le migliori prestazioni al mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Gli Stati Uniti sono molto indietro: ci sono molti meno letti d’ospedale. I miei pensieri e le mie preghiere vanno a tutte le famiglie e tutti gli individui che sono stati e ne saranno colpiti. Dobbiamo assicurarci di essere al sicuro come individui, famiglie e se abbiamo un team o delle aziende è necessario dare la priorità alla sicurezza di queste persone. Dobbiamo anche trovare modi per mantenere le esigenze aziendali di base, in particolare in settori specifici: sistema sanitario, alimenti e bevande, produzione e consegna, produzione di qualsiasi attrezzatura di sicurezza, nonché informazioni e intrattenimento.

La soluzione è stare a casa. Molti di noi dovranno essere in prima linea nella lotta contro questo virus. Alcuni di noi potrebbero essere in grado di lavorare da remoto, mentre molti altri no.

Nel mio caso sto leggendo più libri che stavo pianificando di leggere e per i quali non ho mai avuto tempo, ho ricominciato a disegnare. Sto anche scrivendo il mio libro. In realtà, scrivo questo libro da anni. Ma ora sono completamente dedicato a questo.

Il mio obiettivo è crescere e diventare migliore come professionista e anche come essere umano. Quindi è così che reagisco a questo virus e come lo sto combattendo.

5. Il tuo messaggio di solidarietà ed energia per superare questo momento

Il mio messaggio di solidarietà è: battere il virus con la creatività. Come ho già detto, stiamo vivendo una tragedia con un bilancio di vittime molto pesante, ma abbiamo anche l’opportunità unica di riavere indietro il tempo nella nostra vita per rallentare, investire su noi stessi e crescere come esseri umani imparando nuove cose. Leggi il più possibile. In breve, fai qualcosa che avresti sempre voluto fare, ma non hai mai avuto il tempo di fare.

Questo è il modo in cui batteremo questo virus a livello emotivo. Ovviamente, dobbiamo ancora combattere ovviamente questo virus in un modo più pratico e contenerlo.

Usiamo la creatività per migliorare noi stessi, per crescere e infine condividerla anche con gli altri per ispirare quante più persone possibile in questo momento di difficoltà.

6. Parliamo del Made in Italy, di cui sei un grande sostenitore, come vedi evolvere il ruolo del designer nelle attività future in un mondo in cui l’interazione fisica sembrano essere sempre meno prevalenti?

Oggi esiste un nuovo materiale con cui i designer possono giocare e con cui hanno bisogno di giocare e sono byte e gigabyte di informazioni che puoi tradurre in tanti modi diversi: video, contenuti digitali.

Come funziona la comunicazione tra dispositivi? Qual è l’interfaccia utente e in che modo i prodotti si connettono tra loro creando dialoghi tra loro? In che modo gli esseri umani si collegano con quei prodotti, dai loro termostati intelligenti alla tecnologia indossabile per i loro smartphone o dispositivi del futuro che interagiranno con la loro casa, i loro vestiti e la loro auto. Studiamo la connessione di tutti questi dispositivi. Anche quando è intangibile progettiamo il modo in cui interagisci con loro e quanto sia facile da usare e intuitivo. Creiamo qualcosa che alla fine della giornata può essere sintetizzato e definito come un’esperienza e quindi c’è una sua componente fisica e c’è anche una sua parte immateriale.

Alla fine, tuttavia, facciamo esattamente quello che stavano facendo i designer del passato. Comprendiamo le persone, i loro bisogni, i loro desideri e creiamo soluzioni che sono significative per loro, dove il materiale non è solo legno metallo o plastica ma anche intangibile come byte e l’esperienza immateriale delle persone con questi contenuti fatti di byte e questi prodotti fisici che alcuni come trasportano, ricevono o inviano i contenuti.

7. Hai viaggiato in tutto il mondo per educare i brand e i loro professionisti sulle migliori pratiche: un consiglio ai marchi in questo momento di stallo e crisi?

La mia raccomandazione a qualsiasi marchio in tutto il mondo in questo momento è quella di essere sensibile ed essere parte della conversazione globale. Di creare un contenuto autentico. Deve essere allineato alla promessa del tuo marchio, a ciò che rappresenti. Deve essere pertinente per il tuo pubblico di destinazione. Partecipa alla conversazione, invia un messaggio specifico che invoca energia e positività o offri soluzioni che possono essere informative o divertenti. Offri valore al tuo pubblico in modo informativo, divertente e autentico possibile, in linea con le tue promesse, il tuo posizionamento e con il tone of voice tipica dei tuoi marchi.

8) Ultimo ma non meno importante, Mauro, parliamo delle tue SCARPE. Hai lasciato temporaneamente New York per rimanere a casa negli Hamptons, per ritirarti e seguire le linee guida dettate dal concetto di “Distanziamento sociale” per combattere la diffusione di questo terribile virus. Le tue amate scarpe (da te e noi) sono ora in quarantena?

Mi mancano le mie scarpe a New York! Ho la mia raccolta di emergenza, sai, qui in America alcune persone hanno raccolte di pomodori e fiori e biscotti e patatine per usarle in caso di catastrofi, io ho quella delle mie scarpe, circa 50 paia. In questo modo, sai, mentre le altre coppie, restano a New York riposando ed essendo al sicuro, godrò altrettanto in sicurezza, godendo di questa raccolta più piccola qui…

Ci scherza, ma Mauro è davvero un amante delle scarpe e ha una collezione di circa 350 scarpe, di cui 50 ora in quarantena con lui, il resto nel suo appartamento a New York.

Vogliamo che Mauro si riunisca presto in sicurezza con le sue amate scarpe in quarantena, curioso di vedere cosa progetterà dopo, e auguriamo a tutti voi di stare al sicuro, riposare e lavorare su un futuro migliore utilizzando la Creatività per sconfiggere il virus!

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100 fotografi per Bergamo

In questi giorni moltissime persone si stanno mobilitando per sostenere il sistema sanitario italiano messo a dura prova dall’emergenza Coronavirus. 

Anche il mondo della fotografia, da oggi, si mette a disposizione come promotore di un’iniziativa a favore del reparto di rianimazione e terapia intensiva dell’Ospedale  Papa Giovanni XXII di Bergamo,  ad ora la città  colpita in maniera più significativa dall’epidemia.  

Questa iniziativa è  nata dopo la testimonianza diretta di uno dei rianimatori dell’ospedale di Bergamo che ha raccontato, agli organizzatori di questa raccolta fondi, una situazione drammatica e per la quale si ha seriamente bisogno di tutto l’aiuto possibile. 

100 FOTOGRAFI PER BERGAMO  è una call rivolta a 100  autori del mondo della fotografia di moda, arte, architettura e ritratto; è un invito a donare una loro immagine, acquistabile su https://perimetro.eu/100fotografiperbergamo/ al costo di 100 euro.  

L’operazione, coordinata dal community magazine Perimetro e dalla Onlus Liveinslums, ha coinvolto alcuni tra i nomi più rilevanti della fotografia italiana contemporanea, i quali sono gentilmente intervenuti e hanno subito accolto l’appello dei medici di Bergamo, impegnati in prima linea  per fronteggiare l’emergenza COVID-19.  

Tra questi fotografi compaiono i nomi di Davide Monteleone, Alex Majoli, Oliviero Toscani, Michelangelo Di Battista, Toni Thorimbert, Giampaolo Sgura, Maurizio Galimberti. Inoltre, grazie all’aiuto di 30 ambasciatori d’eccezione, l’invito ad acquistare le opere verrà fatto circolare sui loro canali social per fare in modo che chiunque voglia contribuire possa fare la sua donazione.  

Il ricavato sarà interamente devoluto all’ospedale per potenziare il reparto di terapia intensiva attraverso  l’acquisto di attrezzatura tecnica specialistica.

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