“THE ALBUM”, DIARIO DI VIAGGIO DI MYTHERESA

MYTHERESA, il rivenditore online di lusso, lancia “The Album”, il libro dei sogni con i designer più rappresentativiUn diario di viaggio che ci porta nelle case dei designer più noti, l’incontro ravvicinato con una moda più vera e più forte. 


MYTHERESA, il rivenditore online di lusso, lancia “The Album”, il libro dei sogni con i designer più rappresentativi
Un diario di viaggio che ci porta nelle case dei designer più noti, l’incontro ravvicinato con una moda più vera e più forte. 

Si dice “Non tutto il male viene per nuocere” e forse questa maledetta pandemia ci ha fatto scendere un po’ tutti dal piedistallo. Ci ha umanizzati, ci ha fatto capire che la vita è un soffio, oggi la abitiamo e domani chissà; ci ha uniti nonostante le distanze, ci ha fatto riscoprire i veri affetti e i nostri più sinceri bisogni. E allora forse ricorderemo questo momento di vita come un dono prezioso, per chi ce l’ha fatta, per chi è riuscito a cambiare e per chi ha finalmente dato un senso alla propria esistenza. 

E’ l’impegno e l’attitudine che ha messo anche Mytheresa, il rivenditore online di lusso, realizzando un libro in cui anche le star scendono a noi dal cielo, si mettono in cucina e impastano anche loro, come hanno fatto Donatella Versace, Silvia Fendi, Gabriela Hearst, Olivier Rousteing, Lucie & Luke Meier. Ma sempre con grande eleganza, rivisitando i loro piatti preferiti grazie allo chef tristellato Pascal Barbot.

In “The Album” di Mytheresa vediamo i designer giocare con le loro famiglie negli spazi delle loro case, dove il motto è less is more, complice questa voglia di ritorno alla semplicità, all’unicità delle cose. Anche loro sognano di poter viaggiare presto, per tornare ai voli ispirazionali, alle scoperte di nuove culture, che sono poi il frutto delle grandi collezioni che raccoglie Mytheresa. 

Della sua Trivero, Alessandro Sartori evoca i paesaggi e omaggia le montagne, le valli, la campagna che hanno contrassegnato la visione del suo lavoro per Ermenegildo Zegna, di cui è direttore artistico. 

The Album” rimane un libro di grande stile, che racconta la moda nel modo più poetico e con una forza forse più profonda, cercando di mettere in luce il lavoro dei designer nonostante i limiti e le difficoltà del fashion world. I saggi che accompagnano queste meravigliose immagini sono degli scrittori Michael Hainey, Gabrielle Hamilton, Lola Ogunnaike e Carvel Wallace; le modelle dei paesaggi mozzafiato di Agave e Portogallo sono Marthe Achilles, Joaquim Arnell e Gloria Brefo. 

Diari di viaggio dove gli accessori di moda si mimetizzano come camaleonti, diventano un tutt’uno con la natura, si adeguano, come fa l’uomo per la sopravvivenza. 

E’ un viaggio intorno al mondo che racconta i più grandi rappresentanti di Mytheresa, una moda di lusso, con un cuore grande.

Il quinto numero di “The Album” con tema “Dream” uscirà oggi 16 aprile e sarà distribuito esclusivamente ai più stretti sostenitori di Mytheresa.

Le 10 cose da fare durante la dolceamara quarantena

Annoto nella prima pagina di ogni libro che leggo, la data che non scorderò mai, annoto COVID-19, e sono sicura che la memoria in futuro non avrà bisogno di altre spiegazioni. 

E’ stata dichiarata la Pandemia dall’OMS (Organizzazione Mondiale Sanitaria), siamo tutti costretti a rimanere tra le mura di casa, a uscire solo per procurarci beni di prima necessità o per urgenze mediche; c’è chi urla al complotto, cioè coloro che ritengono il Coronavirus un’arma batteriologica, e c’è chi crede nella scienza. Di certo sappiamo che la natura si sta ribellando, sta fermandoci a modo suo, l’inquinamento globale è diminuito, lo si legge nelle mappe della Nasa; nessuna auto per le città, impianti industriali chiusi, chiuse le fabbriche e i luoghi di lavoro, l’impatto di questa obbligata quarantena ha evidenziato in poche settimane un netto miglioramento atmosferico. E’ come una punizione dall’alto a cui noi tutti dobbiamo solo obbedire e prendere coscienza. Una catena che passa anche nelle case e tra gli affetti, sentiamo la mancanza di chi potevamo avere accanto ed ora non ci è concesso vedere, niente abbracci, niente baci, solo l’utilizzo di un’immagine virtuale, che cominceremo a odiare dopo troppo tempo di dipendenza. Sogniamo il caffè con un’amica, il viaggio col compagno, la passeggiata in centro; iniziamo a desiderare ciò che di più caro abbiamo, dandogli finalmente il giusto peso, troppo impegnati prima a correre da un ufficio all’altro.

Ora abbiamo una grande opportunità e una grande risorsa: il tempo. Che ci permette di conoscere noi stessi e di elevarci a cose nobili. E allora iniziamo con l’imparare.

Qui una piccola lista delle infinite cose che possiamo fare durante questa dolceamara quarantena.


Le 10 cose da fare in questa dolceamara quarantena:

1. Leggere il racconto “Voce di bambù fiori di pesco” di Yasunari Kawabata.
Non ci sono parole più adatte in questo momento per raccontare il rapporto uomo-natura. Un racconto-auspicio all’illuminazione. “I fiori sbocciano ogni anno, ma non tutti quelli che li vedono raggiungono l’illuminazione.” Oggi si è materializzato dinnanzi a tutto il mondo un grosso fardello, sta a noi sentire la voce che ci spinge alla luce, anziche’ il rumore che ci tende verso il basso. 

Kawata è certamente l’autore capace di descrivere questo non descrivibile. Leggete questo racconto raccolti nel silenzio delle vostre stanze. Vi aiuterà.


2. Allenare la mente con “Il giro della mente in 80 test”, un libro scientifico con simpatici test psicologici tra i più importanti e i più famosi, che misureranno la vostra intelligenza. Se siete fortunati fatelo con i vostri cari, vi divertirete a nutrire la vostra salute cerebrale. 

3. Cucinare delle cose buone e salutari, e se non siete capaci, è il momento di imparare!
Ne “Il grande ricettario” di Gualtiero Marchesi, la Bibbia degli chef, troverete ben 1200 preparazioni della nostra bellissima terra, ricette italiane regionali rivisitate dal grande maestro dell’arte culinaria. Siete ancora in tempo per cucinare una trippa alla fiorentina e giocare ai voti con i commensali come in “4 ristoranti”. Datevi un bel “Dieesci!”


4. A proposito di cucina, Philippe Daverio, noto critico d’arte ma anche ottima forchetta, ci illustra e ci spiega con invidiabile semplicità ne “A pranzo con l’arte” edito da Rizzoli, la nascita delle abitudini a tavola. Sapevate che l’usanza di mangiare all’aperto arriva dall’epoca d’oro di re Luigi XV? Si faceva un pic-nic durante le partite di caccia e si consumava cibo cotto in precedenza dai cuochi di corte, come l’arancino, invenzione dello chef di Federico II di Svevia in Sicilia. Con Philippe Daverio non si smette mai d’imparare, divertendosi.



5. Scrivere una sorta di “diario di bordo“, delle pagine che raccontino i vostri stati d’animo, le vicende di questi giorni, ritagliatevi anche solo un’ora delle vostra giornata in cui scendete nella zona più buia e nascosta di voi stessi, e accendete una luce. Col passare dei giorni, illuminerete tutta casa.

6. Scrivere una lettera alla persona che amate. L’amore ha infinite forme, il destinatario può essere un amico, vostra madre, vostra sorella; trasformate i vostri pensieri in parole, che le parole possiedono una forza immensa. Tutto quello che la vostra timidezza, i vostri retaggi culturali e comportamentali bloccano, colorateli su un foglio bianco con parole di affetto, gentilezza, grazia. Farà bene a voi, ai vostri rapporti, sarà miele per il cuore.

7. Iniziare un corso di calligrafia. Il volume “Lettering creativo ma non solo” vi inizia all’arte della calligrafia. Tornerete all’ABC esattamente come al primo giorno di scuola elementare, ma con l’obiettivo di trasformare la vostra scrittura da medico, in scrittura da geisha. Solo allora potrete imbustare la poesia all’amore disperato, timbrarlo con la cera lacca, rigorosamente rossa, ovviamente con il timbro riportante le vostre iniziali. Scrivere in vestaglia di seta, con penna d’oca, sul coiffeuse della vostra camera da letto, vi porterà l’ispirazione.

8. Fai qualcosa che rimandi da una vita. Molto spesso troviamo scusanti per pigrizia, per mancanza di sicurezza, per svogliatezza, perchè crediamo di non potercela fare, perchè abbiamo paura del cambiamento, temiamo i risultati, temiamo il giudizio. Lasciate fuori dalla porta virus e paure, e abbandonatevi ai vostri sogni: il libro che non avete mai scritto, le foto che non avete mai fatto, le parole che non avete mai detto. Lasciatevi andare e seguite l’onda dell’impulsività, almeno ora. Fatelo.

9. Dedicarsi alla cura del tuo corpo aiuta la mente ad essere più libera e reattiva; non datelo mai per scontato. Preparate un bagno caldo con mezza tazza di bicarbonato e 10 gocce di Olio31, quel miscuglio miracoloso che serve per ogni malanno. Il bicarbonato è defaticante, rilassante e tonificante; l’Olio31 è invece antibatterico, antidolorifico e antireumatico. Mentre siete immersi, ascoltando il “Tristano e Isotta”, l’opera di Wagner, sorseggiate quel Barolo Docg del 2012 che custodivate per un momento speciale. Quel momento è arrivato. 

10. Guardare tutta la filmografia di Wong Kar-wai. Una lezione di grazia, di fotografia sublime, di poesia cinese. Maestro dell’arte erotica, del sentimentalismo romantico, le sue donne feticcio sono bellissime e ambigue. Le atmosfere delle sue pellicole, notturne e oniriche, calde come una lampada ad olio, le protagoniste, sfuggenti come lampade di carta. 
A mio parere, uno tra i più grandi cineasti viventi. 

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“Le mani della madre”, il libro di Massimo Recalcati

Freud ci dice che la madre è il primo soccorritore, colei che risponde dopo il “trauma della venuta al mondo”, colei che dona la vita, il primo volto con cui si entra in colloquio e che permette di rifletterci come in uno specchio.
Una grande responsabilità quella della madre che comunica attraverso i suoi stati d’animo, i suoi sentimenti, la gioia o il dolore, la felicità o la tristezza agli occhi del bambino, lo stesso che si veste dello sguardo dell’altro e che assorbirà quelle emozioni come indicazione del significato della vita

Il tema del materno è ampio e complesso ma ciascuno di noi, figlio anzitutto, può rivedersi in questo libro di Massimo Recalcati che ha racchiuso venticinque anni di racconti di madri in psicanalisi. Un volume che fa un viaggio nella memoria limbica di tutte le madri del mondo, da Maria alle madri bibliche del “dilemma di Re Salomone”; una finestra sui desideri, sui fantasmi e sull’ eredità del materno

Le mani della madre”, ci accompagna alla scoperta dei due tipi di madri, quella “coccodrillo”, che fagocita la donna per dar spazio alla madre, quindi la “madre del sacrificio”, e quella “egoica” che sente il figlio come un ostacolo alla femminilità, all’espressione di se’ come donna. 

Ci riassume Recalcati che per una madre il compito più difficile è quello di continuare ad esistere come donna; colei che sceglie di far morire la donna entra in una relazione incestuosa col bambino, feticistica, dove uno si assorbe nell’altro, uno divora l’altro, in una sorta di cannibalismo reciproco, di diade mortifera. 

Alla nascita del figlio la libido della donna si sposta sul bambino, i due si godono a vicenda, ma il tempo della libido è destinato a finire e quando questo non succede subentra il disequilibrio del rapporto, compreso quello coniugale che entra in crisi.
Una buona madre, osserva Recalcati, non è mai solo madre, l’idillio materno si placa e cede spazio alla donna che comunica al figlio “C’è altro desiderio oltre te”; è in questo caso che la donna diviene salvezza della madre. 

La buona madre, come ci spiega Recalcati in queste pagine, accoglie senza diritto di proprietà, non si immola ai propri figli ma accetta di perderli, di staccarli dal cordone ombelicale, accetta di separarsene, di lasciarli andare, accetta che siano altro all’infuori di lei.
Quando questa separazione non avviene, entriamo in un caso di onnipotenza materna, quella che viene ben descritta nelle pagine bibliche “Primo libro dei Re” al “Dilemma di Re Salomone”. Il Re si trova di fronte a due madri che rivendicano la proprietà del figlio, sono due prostitute che vivono nella stessa casa, non hanno marito e hanno partorito entrambe. Uno di questi neonati muore soffocato dal peso della madre che dormiva, e che scambia il suo morto con quello vivo dell’altra. Nella contesa del figlio vivo, Re Salomone chiede una spada e decide di tagliarlo a metà cedendone a ciascuna una parte; a quel punto la vera madre ferma il Re e accetta di consegnarlo alla menzognera purchè rimanga in vita.
Il significato di questo importante passaggio ci dice che queste due donne non sono due differenti madri, ma una sola, e che in ogni madre vivono entrambe. La prima, spinta all’appropriazione, soffoca il figlio, e dove c’è soffocamento c’è maternità patologica; la seconda dona la libertà, fa esperienza del decentramento di sé e la saggezza biblica ci dice che per rendere vivo il figlio, bisogna perderlo

Un altro grande esempio del materno lo abbiamo attraverso Maria ed Eva; la prima una madre pura, vergine incorrotta dalla sessualità, la seconda una donna strega che rifiuta la sudditanza e la sottomissione.

Maria fa esperienza in carne e ossa della gravidanza, ma in Maria il figlio non è suo in modo radicale perchè è il figlio di Dio. E’ quindi un’ esperienza della maternità come immanenza assoluta della vita nella vita, un’estasi della gravidanza, una trascendenza assoluta. Maria non è proprietaria del figlio e ci insegna la lezione della buona madre, e cioè che ogni madre porta con sé il figlio di Dio, che radicalmente non è suo e che in definitiva è obbligata a lasciar andare.

Massimo Recalcati, autore de “Le mani della madre”

Nel volto delle nostre madri abbiamo letto il volto del mondo, sia esso amore o odio, sentimenti che ci hanno reso amabili o indegni, fieri o sottomessi; siamo diventati preziosi attraverso lo sguardo di chi ci ama, o insicuri attraverso l’assenza di abbraccio e desiderio, come succede nei rapporti di coppia, una reiterazione dell’affermazione di sé, cerchiamo nell’altro la ragione del mondo. 

Impariamo che sufficientemente sereno sarà il volto della madre, maggiore sarà l’apertura al mondo, perchè la figura della madre non si risolve nella genitrice, ma in colei che dona la vita e al contempo la propria assenza, il dono più grande della maternità. 



Le mani della madre
Desiderio, fantasmi ed eredità del materno
di Massimo Recalcati
Edito di Feltrinelli

“Accidentally Wes Anderson”: la “celluloide” di ispirazione andersiana in formato travel book

È il libro fotografico omaggio alle ambientazioni idiosincratiche ed estetizzanti del regista di Houston, l’unrepentant hipster del cinema americano. Una trasposizione dalle realtà fittizie ed immaginifiche dei favoleggianti diorami andersiani agli iconemi, verosimilmente cinematografici, di spaccati di geografie reali. Un giro del Mondo, in 368 pagine, sulle orme dei profili paesaggistici a immagine e somiglianza dei luoghi partoriti dalla prolifica immaginazione di Wes Anderson (che ne scrive di suo pugno la prefazione del libro). Pubblicato dalla casa editrice britannica Trapeze, è un’avventura visiva affidata all’occhio di 180 fotografi (professionisti e non) accomunati da un unico comune denominatore: una visione del mondo a “simmetrie pastello”.



Svizzera, Passo della Furka. La foto d’epoca è quella di un alberghetto di montagna dalla facciata a mattoni, con le persiane a battenti color verde bottiglia e la scritta rosso ruggine, situato accanto al ghiacciaio alpino del Rodano ad un’altitudine di 2,429 metri. Costruito nel 1882 da Joseph Seiler. Un tempo panoramica film location di James Bond a bordo dell’Aston Martin DB5 grigia metallizzata in Missione Goldfinger, ora edificio abbandonato. È dell’Hotel Belvédère di Grindelwald la prima foto postata, l’11 giugno del 2017, sulla pagina Instagram @AccidentallyWesAnderson, ma non a caso anche la simbolica foto copertina che fa da biglietto da visita all’omonimo libro. Molti progetti nascono, così per dire, “accidentalmente”, come la storia del fortunato e seguitissimo account da un milione di follower aperto, 3 anni fa, dal content marketer americano Wally Koval. Dall’epifanica rivelazione andersiana, nata sotto le malinconiche atmosfere fiabesche di Rushmore, alla consacrazione della piattaforma social approdata alla carta stampata, c’è di mezzo l’idea di Wally di creare, con la compagna Amanda, un account personale di viaggio, una sorta di bucket list di luoghi, da visitare almeno una volta nella vita, che sembrano a ben guardare estensioni visive dei paesaggi usciti da The Royal Tenenbaum, Moonrise Kingdom o The Life Aquatic. Se l’arte può imitare la vita, forse anche l’altra faccia della stessa medaglia è possibile. Lo dimostra la comunità di Travellers, come Wally ama definire i suoi follower, che in qualunque parte del mondo essi si trovano riescono ad osservare le cose dalla stessa prospettiva, come se le foto fossero scattate da un solo occhio, quello di Wes Anderson.


Facendo uno scroll della pagina Instagram veniamo sopraffatti da uno spirito da “Amarcord”, lo stesso che ci accompagna sfogliando le pagine del libro, ma anche da un fantasticare con gli “alter ego” degli universi paralleli allestiti da Wes Anderson, dei quali sono una mimesi perfetta.  Coordinate tinte pastello, sfumati rétro e colori saturati al limite del fiabesco, composizioni prospettiche, simmetrie perfette e un seducente velo di malinconia agro-dolce che cala suoi luoghi: dai vagoni ferroviari alle funivie anni 60, dalle facciate Art Nouveau alle piscine in stile romano, dagli alberghi alla Gran Budapest Hotel ai palazzi Belle Époque al colonnato neo-barocco delle terme di Mariánské Lázně, passando per stazioni, sale di teatri senza pubblico, stadi senza tifosi, uffici postali dimenticati, fortezze indiane, fino ad arrivare alla casa galleggiante di Crawley e alla Reyniskirkja Church nel remoto villaggio islandese di Vik.

Le 200 location, scelte tra 15.000 immagini in archivio, vanno a comporre i tasselli di un edito atlante di stampe fotografiche e “legende” narranti oltre le facciate che uniscono il Vecchio e il Nuovo Continente, partendo dal cuore dell’Europa, lambendo le isole Svalbard fino a toccare l’Antartide con la stazione britannica di Port Lockroy (dove vengono studiate le colonie di pinguino papua).

In un momento storico in cui siamo costretti, nostro malgrado, ad “appendere le valigie al chiodo”, Accidentally Wes Anderson è un libro che ci invita a ri-innamorarci delle bellezze di un mondo visto sotto altre lenti, perché in fondo da qualunque prospettiva esso si guarda resta sempre un posto meraviglioso.

“Il mestiere dello scrittore” di Haruki Murakami


Un saggio autobiografico, un taccuino di lunghi appunti e pensieri messi in ordine, Haruki Murakami ci regala 186 pagine di interessanti spunti e riflessioni che possono essere letti come consigli per intraprendere il mestiere dello scrittore

Molti si interrogano sul metodo di chi sceglie questo lavoro, si lasciano trasportare dall’ispirazione del momento o si mettono a tavolino come un impiegato? Come ci si avvicina al mondo dell’editoria? Qual è la giornata tipo di un romanziere? Quanto sono importanti i premi letterari? Per chi si scrive? La formazione scolastica influenza il lavoro dello scrittore? Che cos’è l’originalità? Questi e altri interrogativi troveranno risposte dalla mano di Murakami, con il suo tipico sarcasmo e una modestia fasulla (molto divertente). 

Secondo Murakami esistono pochi geni al mondo, parla di Mozart, Schubert, Einstein…, persone in grado di creare capolavori senza particolari sforzi; tutti gli altri sono i semplici lavoratori, come lui, che compongono opere con forza di volontà, esercizio, metodo. La mattina Murakami si alza molto presto e con la tazza di caffè ancora fumante alla mano, si siede davanti al suo Mac e scrive 10 pagine di 400 battute ciascuna, questo è il suo obiettivo quotidiano. Nè una riga più, né una riga meno; se l’ispirazione prende il sopravvento, si ferma e ricomincia il giorno dopo. 

Durante la giornata ritaglia un’ora di attività fisica, tendenzialmente il mattino, per correre o nuotare, questo perchè allenare il fisico aiuta la creatività. C’è un capitolo molto bello a cui dedica questo concetto e lo giustifica così: 

Da studi recenti sul cervello umano, sappiamo che il numero di neuroni che nascono nell’ippocampo aumenta notevolmente in proporzione al movimento all’aria aperta che si fa. Con “movimento all’aria aperta” si intende nuoto, jogging, esercizio fisico moderato fatto per un tempo abbastanza lungo. I nuovi neuroni appena nati, se li si lascia riposare, dopo ventotto ore spariscono senza essere di alcuna utilità. Valeva proprio la pena di farli nascere! Se invece si dà a questi neuroni uno stimolo intellettivo, prendono vita, vengono assorbiti nella rete interna del cervello e diventano una parte organica nella trasmissione dei segnali nel cervello. La capacità di apprendere e di ricordare migliora. Il risultato è che diventa più facile adattare il pensiero alle circostanze e sviluppare una creatività superiore alla media. Il ragionamento si fa più complesso, l’ispirazione più audace. Cioè la combinazione quotidiana dell’esercizio fisico e del lavoro intellettuale ha un’influenza ideale su quel genere di sforzo creativo che compie lo scrittore.

Insomma se si sceglie un mestiere che richiede l’uso dell’intelletto, è necessario equilibrare tempi per la cura del corpo. Ovviamente, porta un esempio Murakami, se si ha mal di denti sarà complicato mettersi a scrivere, bisognerà prima recarsi dal dentista e poi a mente libera sarà possibile scrivere. L’attività fisica è indispensabile per temprare il corpo (e lo spirito di conseguenza), da sé serve a poco, ma legata all’esercizio della mente, dona creatività e capacità mnemoniche e analitiche moltiplicate. Propendere da un lato in maniera eccessiva farà nascere o un pompato incapace di usare la mente alla sua massima potenza, o un topo obeso da biblioteca che faticherà a pensare. Per non creare contraccolpi è necessario stabilire un equilibrio tra uso di mente e corpo. Niente di particolare, potremmo pensare, eppure i consigli di stile (di vita) di Murakami sembrano risultare un vero e proprio manifesto motivazionale, potremmo definirlo un coach della letteratura. 



Certo chi sogna di fare lo scrittore prenderà alla lettera questi “TO DO”, che non vogliono risultare obblighi ma una finestra sulla sua stanza, gasati all’idea di diventare dei romanzieri che vivono delle proprie parole da trentacinque anni, come lui, perchè a scrivere un buon romanzo sono bravi tanti, difficile è invece rimanere sulla cresta dell’onda per molto tempo. 

L’idea dello scrittore sempre sbronzo, fogli e whisky alla mano, è un’idea molto romantica, un po’ come quando pensiamo che tutte le canzoni scritte da un cantautore siano destinate a donne in carne ed ossa, mentre la verità è che spesso i nomi e le parole sono semplici sotterfugi per finire in rima una frase. Romanticismo svanito, gli scrittori alcolisti come Hemingway ci hanno lasciato troppo presto e in condizioni drammatiche, e questa è la fine che non si augura nessuno, si presume. 

Prima di ogni punto su cui focalizzare tempo e sudore, Murakami ci fa una domanda molto semplice, che è quello che si è posto lui al punto in cui ha compreso la strada che sarebbe stata quella giusta: 

Prima di cercare qualcosa, come sono io?” 

Ma soprattutto, come facciamo a capire cosa è necessario e cosa non lo è? E la domanda da porsi è la seguente: 

Ti ha dato gioia?” 

E questa domanda si può applicare ad ogni ambito della nostra vita; se la risposta è “SI”, continuiamo ad abbracciare quel luogo con gioia ed entusiasmo, ma se la risposta è “NO”, la scelta è molto semplice, accantonare e passare oltre. Quante volte ci siamo arrovellati in giustificazioni per i comportamenti degli altri, in sensi di colpa inutili, quando invece se ci chiediamo se quella persona, quella cosa ci procura gioia e dolore, sarebbe molto più semplice potare i rami secchi e dedicarsi a qualcosa che invece ci accresce spiritualmente ed emotivamente. 

Oltre alla composizione di un racconto o di un romanzo, alla creazione di personaggi interessanti e imprevedibili, all’uso delle figure retoriche e alla scelta di estranearsi in un paese lontano da casa per dedicarsi alla scrittura, Murakami ci regala un saggio che viaggia tra i suoi flussi di coscienza, tra i sassolini nelle scarpe che ai sessanta superati ha deciso di togliersi (in merito ai premi letterari ad esempio). 

Murakami, infine, boccia dei critici “l’annientamento che finge di elogiare”, e tutti sappiamo che quanto più critichiamo, spesso (non sempre) combacia con quanto più vicino è ai nostri difetti e al nostro carattere. E’ nel sarcasmo dello scrittore che si rivelano le fucilate travestite da fiori, in questo bisogna ammettere meriterebbe il Nobel, è un talento innato, ma noi lo amiamo anche per questo.

“Tutto questo ti darò”

Il thriller vincitore del premio Bancarella 2018 racconta le molteplici sfumature della malvagità umana.

Il titolo del primo thriller a tematica LGBT di Dolores Redondo – già conosciuta al grande pubblico grazie alla sua trilogia Baztán – anticipa il tema principale che guiderà tutto il racconto: l’amore smisurato può essere un dono e un’implicita responsabilità verso la persona amata ma, come il rovescio della medaglia spesso impone, il sentimento più puro può rivelarsi condizionato dalle circostanze, trasformando l’autenticità dell’Amore (assoluto) in dubbio; un’incertezza che si insinua gradualmente nell’anima di chi ama fino a portare al cinismo più impulsivo.

Ė proprio questo sentimento ambiguo a percuotere Miguel sin nelle viscere: non appena riceve la notizia più amara della sua vita – la morte del suo devoto marito – il protagonista comincia a scoprire una serie di misteri legati alla vita di Alvaro e alle circostanze della sua improvvisa morte che mettono in discussione quindici anni di vita vissuta insieme.

Il desiderio di verità e la volontà di recuperare quello che di buono sembra ancora appartenere ad Alvaro, spingono Miguel ad una ricerca delle reali cause del dramma del marito nella speranza che, come in brutto sogno, ci si risvegli dal torpore e tutto il male celato trovi una sua giustificazione, affrancando così il defunto amato dagli ultimi anni di silenzi e segreti. 

Un Twin Peaks contemporaneo, come lo definisce “La Razon”, in cui la Galizia fa da sfondo con tutte le sue molteplici contraddizioni sociali, dove la storia di un apparente incidente stradale si mescola alla cultura delle tradizioni di un territorio e di una comunità che ha tanto da raccontare.

Dolores Redondo ci catapulta nella sua terra tra tradizioni cattoliche della nobiltà e misticismo popolare, dipanando il sorprendente plot tra dimore incantate appartenenti alle più antiche famiglie di marchesi galleghi e villaggi di vignaioli che tirano a campare grazie soltanto al proprio lavoro.

Un thriller che va oltre l’indagine microscopica dei dettagli e degli indizi e che approfondisce il complesso meccanismo dell’universalità del male e le contraddizioni dell’amore. 

Il romanzo è acquistabile cliccando qui.

“La casa delle belle addormentate”, il libro di Yasunari Kawabata

Eguchi è un sessantasettenne che sente la fine vicina, sente la tristezza della vecchiaia; spinto da un amico si reca in una casa particolare dov’è possibile dormire accanto a delle giovani ragazze sprofondate in un sonno indotto. 
Dapprima solo incuriosito, Eguchi tornerà alla casa una seconda volta invitato dalla signora di mezza età che gestisce il postribolo, e una terza volta spinto dal bisogno di calore umano che cerca nei corpi nudi e tiepidi distesi inermi e pronti per essere vegliati. Le sue visite sono atti di vojerismo, le ragazze ridotte a dei balocchi permettono ai clienti anziani (il genere di persone ammesse alla casa deve risultare innocuo, impotente, incapace di esprimere la propria virilità) di non subire il complesso di inferiorità del proprio decadimento.

Le scene descritte da Yasunari Kawabata sono claustrofobiche e morbose, i corpi delle giovani donne dormienti vengono passati allo scanner, ma la regola vuole che non debbano essere deflorate per alcuna ragione, regola che spinge il protagonista a pensieri di violenza più che d’eccitazione.

Le ragazze drogate da potenti sonniferi non si muovono, sono dei cadaveri che emanano leggeri respiri e che lasciano all’anziano il tempo di ripercorrere i ricordi di una sessualità e di una umanità viva e passata. Eguchi, a differenza degli altri clienti, è un uomo ancora in attività sessuale; steso accanto alle giovani ha il desiderio di sentire la loro voce, di sapere delle loro vite, ma rispetta le norme imposte dal luogo e, come da prassi, finisce col prendere la pillola bianca a disposizione dei signori per passare ad un sonno profondo e carico di sogni e impedire così ogni sorta di violenza nei confronti delle bambole di carne. 

In quella stramba casa le donne non possono essere trattate come donne, e gli uomini non possono adempiere al compito destinato agli uomini, e proprio quest’atmosfera rende il gioco ancora più intrigante ed esoterico. Le prostitute sono vergini impenetrabili, disponibili solo al tatto e all’olfatto, senso che Eguchi riscopre con grande intensità e che lo porta in lunghi viaggi spaziali, tra memoria e flussi di coscienza. Durante quelle notti, Eguchi si domanda che valore può avere un bel corpo per un vecchio ormai sessantasettenne, nel caso di una ragazza per una notte soltanto, che importa che sia intelligente o sciocca, colta o ignorante, se si riduce tutto ad un gioco che ha già il sapore della morte? 

Erotismo e morte si mescolano spesso nella letteratura di Kawabata, sono forse la stessa cosa, e la ricerca di calore umano, che Eguchi spera di ritrovare in quel bordello anomalo, sarà una rivelazione di assenza, di totale disumanità.

Il romanzo si conclude con una mano pronta a girare l’altra pagina, che troveremo vuota e con la parola “FINE”, lascia una sensazione di incompiutezza, come il desiderio trattenuto e messo a dormire. Il pessimismo di Kawabata si ammanta di così tanta poesia che rende quasi piacevole il dolore e il crogiolarsi nella disillusione.


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“Bellezza e tristezza”, le malie della donna. Il romanzo di Yasunari Kawabata

“Bellezza e tristezza”, il romanzo di Yasunari Kawabata

Toshio Oki è un cinquantacinquenne sposato, ha due figli e un passato fedifrago con una donna che ancora non riesce a dimenticare. Lei, l’amante, si chiama Otoko Ueno e all’epoca dei fatti aveva sedici anni. Hanno vissuto una storia clandestina che ha il timbro di quelle che durano una vita ma che capitano una volta soltanto. Tendenzialmente a senso unico, come in questo caso, la relazione è quella di un uomo che scappa dalla quotidianità, dalle abitudini, che si aggrappa alla bellezza acerba, fresca e ingenua di un’adolescente; e di una ragazza piena di sogni e di speranze romanzesche, di dedizione tutta femminile, di idealizzazioni dettate dalla poca esperienza; una relazione che mette a rischio qualcuno, e nella maggioranza dei casi la controparte femminile. Otoko infatti rimane incinta ma perde il figlio appena nato; la sua sofferenza di giovane madre e di donna che avrebbe teso un laccio all’uomo che ama, nonostante egli sia sposato e abbia già prole, si contrappone al sollievo di Oki, codardo ed egoista.

Il percorso di Otoko sarà violento e tormentato, la ragazza attraverserà le sbarre di un ospedale psichiatrico, per poi uscirne in completa solitudine, ancora bruciata da quell’amore immaturo ma eterno. L’unica sua compagnia, a parte l’arte che l’ha resa una pittrice di fama, sarà Keiko, una splendida ancella docile e obbidiente, schiava d’amore e di letto; un temperamento che molto spesso nasconde malie penetranti e quasi mai delle buone e sane intenzioni. 


Trascorsi molti anni dalla loro separazione, i due amanti hanno perso le tracce l’un dell’altra, quando per la notte di capodanno, Oki ha il desiderio di sentire le campane che segnano la fine dell’anno a Kyoto, città dove ora vive la sua ex amata. I due si incontreranno ad una cena formale in presenza di due geishe e dell’ambigua e gelosa Keiko. Sarà lei a gestire il destino dei personaggi fino alla fine del romanzo. 


Premio Nobel per la Letteratura nel 1968, Yasunari Kawabata riesce a raccontare con una straordinaria perspicacia la follia amorosa, la gelosia cieca di una donna, come se a raccontarla fosse la donna stessa. Come un Truffaut della letteratura, ha la capacità di sfogliare una ad una tutte le personalità dell’essere femmineo, ogni strato e substrato, ogni cosa detta e ogni intenzione non detta. Dalla fedele dolcezza di Otoko alla perfidia sofferente di Keiko, Kawabata disegna un quadro che ha tutti i sapori dell’Oriente. Compresi tanti cliche’ decisamente nipponici, dai morsi fanciulleschi da cui stillano goccioline di sangue alla negazione immobile del corpo femminile, Kawabata ci spruzza dentro tutto il rosso del Giappone, i corpi bianchi e lucenti ed i capelli nero corvino, l’abbandono muliebre forzato e la foia incontrollabile virile.


Keiko sarà la grande protagonista alla fine, sarà lei a cambiare le sorti, sarà lei a vendicare le ingiustizie della donna che ama con incoscienza e con la morbosità di un’orfana, sarà lei a dare lo stesso peso alla vita e alla morte, in una cornice meravigliosamente descritta, dove i pensieri fluiscono tra i giardini di muschio di Saihoji e le rocce astratte, tra i ritratti di Tsune Nakamura e le opere lievi e delicate di Odilon Redon

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Nido di vipere, il nuovo noir di Flaminia P. Mancinelli

#iorestoacasaeleggo

Il titolo “Nido di Vipere” lascia bene intendere quale complicata matassa si troverà a districare la commissaria Giulia Magnani, ma lei è un tipo tosto anche se sta attraversando un periodo complesso.

Il romanzo, disponibile in digitale e cartaceo su Amazon, è ambientato a Roma. Nella notte di Natale, scoppia un incendio in un negozio di antiquariato della Capitale, in via dei Coronari. A un primo sopralluogo vengono trovati i cadaveri di due uomini.

Immediatamente molte domande si affollano nella mente del commissario Giulia Magnani, incaricata dell’indagine: perché queste vittime? Si è trattato di una vendetta personale o di un regolamento di conti della malavita romana? Chi trae vantaggio da questi omicidi?

Altri delitti inspiegabili si verificano e non aggiungo altro per lasciare il piacere della scoperta ai lettori.
Un’altra prova per Flaminia P. Mancinelli, autrice poliedrica che oscilla tra la narrativa impegnata e la fiction, e che con questo noir torna all’autopubblicazione in momento molto difficile per l’Italia e per il mondo.

D. Perché hai scelto di pubblicare il nuovo romanzo durante l’emergenza Coronavirus?

R. Uno scrittore fa il suo lavoro per comunicare con gli altri, a vari livelli. “Nido di vipere” è un noir e racconta una storia intricata e ricca di suspense: buoni ingredienti, credo, per tenere occupata la mente in un brutto periodo come quello che stiamo attraversando.
C’è uno slogan che gira in questi giorni: “#iorestoacasaeleggo”, magari anche il mio libro, che ho pubblicato – proprio per questo – al solo prezzo di costo.

D. I noir sono caratterizzati per l’attenzione al sociale, anche Nido di vipere rispetta la tradizione?

R. Sì ed è per questo che mi è piaciuto scriverlo. Ha vari livelli di lettura che vanno dalla risoluzione di un crimine, all’analisi psicologica dei personaggi che vi sono coinvolti. “Con leggerezza”, ma altrettanta serietà, ho affrontato varie tematiche che vanno dalla difficile struttura sociale della famiglia al concetto di “normalità”. Io credo che leggere debba essere uno svago ma anche un arricchimento, uno stimolo al confronto, e penso con Nido di vipere di aver assolto discretamente a questi scopi.

D. Perché dopo aver pubblicato con Newton Compton sei tornata all’autopubblicazione?

R. Non è la prima volta che “mollo” l’editoria tradizionale per il “Self–publishing”, e come le altre volte sono molto euforica. C’è un senso di estrema libertà, ma aggiungerei anche di responsabilità. Fare tutto da soli (dal testo all’impaginazione, dalla grafica della copertina alla campagna marketing (se così la si può chiamare), ti fa sentire l’ebrezza del trapezista, e se sbagli puoi prendertela solo con te stesso!

D. Tu hai due filoni: narrativa e fiction, perché questa duplicità?

R. La cosiddetta Fiction -ma non è poi tutta Fiction la narrativa?!- ho iniziato a scriverla quasi per scommessa, e il mio primo giallo Omicidi all’ombra del Vaticano, divenuto poi nella ristampa di Newton Compton Inquietante delitto in Vaticano, ha scalato le classifiche di Amazon sorprendendomi. Ma anche La profezia della stella, che dopo oltre dieci anni dalla prima edizione, continua a essere acquistato e letto. Così ho pensato che, dopotutto, affiancare alla Letteratura più impegnata, un genere più divulgativo mi avrebbe permesso di condividere il mio punto di vista, rispetto alla vita, con un maggior numero di persone. E questo, devo dire, mi sta dando grandi soddisfazioni: è bellissimo il rapporto che si instaura con i lettori, che spesso sono diventati miei amici sui social.

Il libro è disponibile solo su Amazon, per comprarlo clicca qui:

Intervista di Marinella Zetti

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Insta Grammar Cars: quando le foto di Instagram diventano un libro

@camdenthraser, courtesy of Lannoo Publishers

Nel periodo di maggior successo di Instagram, la casa editrice belga Lannoo Publishers ha deciso di raccogliere in una serie di libri il meglio dei post del social network del momento, in modo da non perdere ciò che di più bello l’applicazione ha da offrire. Automobili e tecnologia sono i protagonisti di Insta Grammar Cars, e la ragione è chiara: le automobili classiche e vintage costituiscono la nuova moda del momento, catturata da fotografi amatoriali che, con la loro creatività, possono fornire un’interessante punto di vista ed essere d’ispirazione per i più appassionati. In questa raccolta si possono scoprire ritratti di macchine meravigliose delle più grandi case automobilistiche, alternati da frasi ispirazionali. Si tratta di auto del calibro di Porsche, Lamborghini, Cadillac, Jaguar e tante altre, a cui si accompagnano quote di persone influenti, come Henry Ford, il principe Filippo, Francoise Sagan e Alexandra Paul.

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