Eleganza al maschile. Un libro ne spiega i significati

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“Gli abiti parlano, dicono chi siamo e, talvolta, chi vorremmo essere”. Questo lucido inciso di Giuseppe Ceccarelli spiega esattamente il perché del viaggio intrapreso dal giornalista di moda e costume nel fashion system maschile, attraverso la nitida analisi delle sue icone e iconografie, classiche e moderne. E il volume Eleganza al maschile. 20 intramontabili icone dello stile, edito da White Star, ne è la summa. Nel libro, corredato da splendide tavole fotografiche, il giornalista traccia il racconto del saper vestire attraverso alcuni capi che, nel corso degli anni, sono diventati imprescindibili nel guardaroba per lui, fino a diventarne iconici. Dal trench di Humprey Bogart alla T-shirt bianca di Marlon Brando – giusto per citare due tra i più radicati nell’immaginario collettivo – passando per l’abito tre pezzi, per i gemelli e gli accessori, Ceccarelli segue, con precisione entomologica, ognuno di questi capi nel proprio percorso di vita, con l’aiuto del cinema e dei suoi divi, dei sarti e della loro arte, della moda e della sua potenza comunicativa. MANINTOWN l’ha intervistato per voi, “perché vestirsi è una cosa seria. Soprattutto per l’uomo”.

Come è nata l’dea del libro?

In realtà mi è stata proposta dalla stessa casa editrice, che stava cercando un giornalista di moda maschile per la stesura di questo testo e, tramite passaparola, sono arrivati a me. Comunque l’idea, che poi insieme è stata sviluppata, nasce dal fatto che comunemente la moda uomo non si presta a trattazioni “leggere”, ma è sempre legata all’idea di leggi rigorose e immodificabili, di uno status cristallizzato nel passato. Pur essendo questo in parte vero e con un grande valore stilistico e culturale, abbiamo cercato di dare a questo mondo, cioè al guardaroba maschile, un taglio più legato al costume, al cinema, all’evoluzione della cultura popolare dalla fine dell’Ottocento a oggi, anche per sottolineare un passaggio fondamentale nell’abbigliamento uomo, cioè una certa “deregulation”, diffusasi negli ultimi decenni, che è ormai strutturale nella concezione del vestirsi, ma che convive ancora con la tradizione fortemente salda.


Cosa significa per te eleganza?

Sembrerò antiquato, ma trovo fondamentale – soprattutto in questo momento storico e soprattutto in relazione a temi come l’eleganza, lo stile e la moda – riportare tutto ad un livello zero di significato e ripartire dall’etimologia delle parole, i cui significati ormai spesso subiamo. Nella moda c’è una confusione quasi inestricabile su cosa queste parole indichino. Eleganza viene dal latino eligere che significa “scegliere” e per me l’eleganza è proprio questo: saper scegliere ciò che corrisponde alla rappresentazione che ognuno di noi ha di se stesso, identificare l’atto comunicativo che sta dietro al gesto del vestire e realizzarlo. Quella che comunemente e ormai secondo me banalmente, viene indicata come attitudine naturale è proprio la sovrapposizione perfetta del pensiero di sé e della sua rappresentazione. Tendo ad eliminare, come dico nella prefazione, qualsiasi sovrastruttura percettiva e connotazione stilistica, perché trovo che intendere l’eleganza come un insieme di regole, diremo tecniche, non ha senso, non più per lo meno. Io sono molto legato alla tradizione, ma credo che sinceramente, come osservatore e analista di questo mondo, sia necessario essere onesti e evidenziare che le regole del vestire evolvono, e lo sono molto in questi ultimi 30 anni, e quindi lo è anche l’idea di eleganza. Anche se questo cambiamento può non piacere. L’eleganza in senso moderno è ciò che siamo, indipendentemente da ciò che questo può essere. Siamo ancora vittime di una concezione di eleganza e di vestire legata agli anni ’50 in cui queste parole erano sinonimo di ordine e equilibrio. Ciò non è più così oggi e forse è un bene che non lo sia. Una cosa sono le regole e una struttura di riferimento, altra cosa è una generica dittatura del gusto che opprime la nostra libertà di eligere chi siamo a dispetto delle stesse regole.

Quali sono gli errori più comuni nella moda maschile?

Gli errori più comuni sono dati dal fatto che non si conosce la sintassi stilistica che presiede a certo abbigliamento. Le regole dell’abbigliamento formale sono molto articolate quindi la nostra conoscenza è parziale, ricevuta da una tradizione orale spesso lacunosa o da patetici programmi televisivi o dai giornali, che semplificano per non essere noiosi. Comunque direi che di errore si può parlare solo nell’abbigliamento formale e i più comuni sono: scelta errata della cravatta e del nodo; tessuti non adatti al modello del suit e all’occasione; scelta sbagliata delle scarpe.

Come hai scelto le 20 icone del guardaroba maschile?

Nella prefazione dico che “Icona” significa “raccogliere su di se le istanze di un momento storico e renderle universali”. Questo è stato il parametro principe per la scelta dei capi. In questo senso il cinema, ad esempio, ha molto aiutato questo processo di iconizzazione, perché ha trasportato semplici capi di abbigliamento, come la T-shirt bianca, in un universo di significati sociali e culturali inaspettati. Allo stesso tempo, però la grammatica forte e complessa delle regole vestimentarie che discendono dall’aristocrazia inglese fanno di alcuni capi, come le scarpe o il tre pezzi, degli oggetti di rappresentanza socio-culturale formidabili, che li trasformano in icone direi così ante litteram. Con queste idee ho proceduto alla selezione dei 20 elementi per me più rappresentativi. Per parlare di loro, ma allo stesso tempo di come è cambiata la percezione dell’uomo in relazione al vestirsi.

Quale tra i capi è quello che si è rinnovato maggiormente e quello più conservativo?

Il più conservativo è probabilmente la cravatta anche se, come racconto, ci sono stati dei tentativi interessanti di aggiornamento anche da brand storici come Hermès. Mentre il più innovativo è sicuramente la sneakers, che ha un Dna fortemente votato al futuro e all’innovazione tecnologica.

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