Paradis Agricole Pietrasanta, l’agriturismo di lusso in Versilia

Come ti vidi m’innamorai, citando Arrigo Boito. Potrebbe essere tranquillamente questo l’incipit di un articolo dedicato a Pietrasanta, affascinante località di origine medievale nel cuore della Versilia, nota per il marmo e per essersi trasformata, nel tempo, in un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di scultura ed arte contemporanea.

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Un tavolo all’aperto nel parco del Paradis Agricole di Pietrasanta

Una piccola Atene nella parte settentrionale della Toscana, in cui artisti e un pubblico sempre più internazionale hanno deciso di trasferirsi attratti dall’eleganza rigorosa e mai sopra le righe della splendida cittadina, da cui è possibile scorgere in lontananza la maestosità delle Alpi Apuane.
Oltre il duomo di San Martino, un gioiello il cui campanile cela una stupefacente scala elicoidale, imperdibile è la visita alla chiesa di Sant’Agostino, che ospita il Museo dei Bozzetti Pierluigi Gherardi e la chiesa di San Francesco, con l’annesso convento.

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Un angolo della struttura, nel cuore della Versilia

Un angolo idilliaco immerso nella natura della Toscana: il Paradis Agricole

Pietrasanta è uno scrigno urbano magico in cui potersi perdere e riscoprire l’otium suggerito da Seneca e Catullo. Luogo ideale per ricaricarsi e rigenerarsi, durante il viaggio di esplorazione, è il Paradis Agricole Pietrasanta, un vero e proprio angolo di paradiso immerso in otto ettari di verde, che permettono un esclusivo contatto con la natura.

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Una camera del Paradis Agricole

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L’idea del casale, che si compone di nove camere in stile rural chic, è venuta tre anni fa agli imprenditori Alain Cirelli e Laurent Flechet che intravidero, non a torto, il potenziale dei terreni per la maggior parte incolti di via Bugneta. Intuito imprenditoriale e un gusto estetico straordinario hanno dato vita, così, a un nuovo indirizzo di tendenza che ammalierà tutti gli amanti del bello.

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Tavola imbandita nella tenuta dell’agriturismo luxury

Un’oasi verde dove dedicarsi a mille attività, dalle lezioni di show-cooking al relax nella piscina di design

Ogni guest della struttura ha la possibilità di raccogliere la frutta dagli alberi e la verdura negli orti, cucinare con lo chef o assistere a lezioni di show-cooking, fare colazione, pranzo e cena su un grande tavolo comune, partecipare a lezioni di yoga, passeggiare nel verde o pedalare in bicicletta, nuotare nella piscina di design e, a breve, usufruire della sauna e area massaggi o vedere un film nella sala proiezioni.
A firmare i giardini, il parco, i campi e gli ingressi incorniciati tra le piante è Jean Mus, celebre architetto paesaggista francese, il quale è riuscito a valorizzare al meglio la location del Paradis Agricole, circondata da 900 piante di olivo e 150 cipressi

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La piscina della struttura

Immersi in questo spazio verde anche le opere e i bozzetti di Niccola Giannoni, conosciuto come “Pivino”, già collaboratore di Fernando Botero e Igor Mitoraj. Le sculture sono ospitate dalla natura circostante la struttura e simboleggiano l’eccellenza artistica cittadina. 
E per chi decidesse di sposarsi, questo agriturismo luxury della Versilia propone anche una serra di 4000 mq con piante e artwork ovunque.

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Una statua nel parco del Paradis Agricole

Nell’immagine in apertura, uno scorcio del parco che circonda l’agriturismo Paradis Agricole, a Pietrasanta

Pic-Nic Affair fa rivivere a Favignana il mito di Atlantide tra arte, musica e cultura

Accadono cose che spingono a farsi domande; passa un minuto oppure anni e poi la vita finalmente risponde, mostrandoti a Favignana un evento fuori dal comune che insinua, negli oltre 400 ospiti presenti a luglio sull’isola, il dubbio che i resti di Atlantide, di ciò che raccontava Platone nei dialoghi Timeo e Crizia nel IV secolo a.C., giacciano qui sommersi:

«Davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, Colonne d’Ercole, c’era un’isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e a coloro che procedevano da essa si offriva un passaggio alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare (24e-25a) […] In tempi successivi, però, essendosi verificati terribili terremoti e diluvi, nel corso di un giorno e di una notte, tutto il complesso dei vostri guerrieri di colpo sprofondò sotto terra, e l’Isola di Atlantide, allo stesso modo sommersa dal mare, scomparve (25c-d)» – Platone, Timeo

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Uno dei DJ-set organizzati da Pic-Nic Affair sull’isola

Pic-Nic Affair, arte, musica e natura nell’experience sull’isola siciliana

Pic-Nic Affair, attraverso il suo mix di arte, musica e natura, riporta in vita con la sua potente energia creativa la mitica isola sprofondata “in un singolo giorno e notte di disgrazia” per opera di Poseidone, mostrandone l’assoluta, eterea e a tratti fragile bellezza attraverso performance ed installazioni curate dall’art advisor russa Maria Abramenko. A spiegare la trans-romantic experience di Pic-Nic Affair svoltasi al Favignana Mangia’s Resort  è Jacopo Pizzicanella, cardiologo della Clinica Universitaria di Chieti e fondatore con Luca Ciarpella e Martino Benvenuti di un nuovo movimento culturale, capace di unire esteti contemporanei a caccia di ricordi indelebili.

Pic-Nic Affair party
Il party tenutosi a Favignana nella tre-giorni di Favignana

«La prima volta che ti parlarono di Atlantide la ricordi? Come l’hai immaginata? Sommersa? In rovina? Sospesa tra le nuvole ed intrisa dei venti? Nelle luci del futuro? Sfugge al conoscere, si insinua nel desiderio della ricerca, delude e respinge chi la cerca avidamente. Tutti noi per un attimo abbiamo immaginato dove fosse la città che Timeo e Crizia narrarono. Il mito si fa desiderio, psicologia di ciò che non potremo mai avere, come l’acqua nelle nostre mani. Perché non è toccata a te trovarla? Forse il motivo non lo troverai nella soggettività del “non giudizio” che deriva dalla purezza della sola “idea” dell’anima. Atlantide è libera e liberi sono i suoi cittadini, se il pregiudizio cadrà la troveremo dentro noi stessi. La Repubblica Trans-Romantica vi dà il benvenuto, siate amici, siate sereni in questi tre giorni e cercate l’aurora boreale nel mediterraneo; lì troverete ciò che rimane di Atlantide».

Tre giorni di eventi e suggestioni tra DJ-set e progetti artistici

Ad aprire e chiudere la tre giorni di emozioni non-stop, tra sirene e tritoni che si aggiravano sull’isola siciliana in un’atmosfera mitologica, quasi trascendentale, sono stati DJ internazionali come Simone de Kunovich, Franz Scala, Marvin Jam, Alexita+KiMa, Cool3ra e TSOS. I loro blocchi musicali ipnotizzanti hanno introdotto le performance di Edoardo Dionea Cicconi, Lilli Moors, Agnes Questionmark ed Emiliano Maggi, capaci di coinvolgere emotivamente tutto il pubblico presente.

The Nymphis Orchestra, l’artwork di Emiliano Maggi

I quattro hanno dato vita a progetti in cui natura, luce, acqua e musica si sono fusi con l’ambiente che li ospitava. Nell’area monumentale di Camparia, il romano Emiliano Maggi ha presentato il progetto performativo The Nymphis Orchestra raccontando, in un’atmosfera surreale, rafforzata anche dalla sua presenza in scena, il mito delle ninfee che, in fuga dalla voracità degli déi, si sono trasformati in tronchi per poter sopravvivere. L’artista tramuta questi ultimi in chitarre elettriche, riuscendo a liberare con un tocco lieve il canto delle ninfee imprigionate. 

Emiliano Maggi artista
Un momento di The Nymphis Orchestra 

Le opere di Edoardo Dionea Cicconi, il film di Lilli Moors

A Cala del Pozzo, presso Cibo Chiacchiere e Vino, Edoardo Dionea Cicconi con la sua installazione 150-93 ha illuminato il tempo e lo spazio condiviso dagli oltre 400 partecipanti sui 37 km di terra di Favignana. Suggestivo il nome scelto per l’opera, che indica la distanza della terra dal sole: 150 milioni di km o 93 milioni di miglia. Con Specchio di giorno, trasparente di notte, poi, Dionea Cicconi ha mostrato il fenomeno fisico della rifrazione, che si verifica quando un fascio di luce incontra in modo obliquo la superficie di separazione di due mezzi trasparenti. La scultura di giorno assorbe l’energia circostante, riflettendo lo spazio in cui è immersa. Al tramonto la materia si dissolve, fino a diventare del tutto trasparente di notte.
Sempre qui, durante il party Cloud of Atlantis, la regista berlinese Lilli Moors ha presentato Mistress of the Inner World, film che, già proiettato all’ ASVOFF Fashion Film Festival di Parigi, ha ricevuto una menzione d’onore all’Art & Experimental Film Festival di New York.

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Vista notturna dell’installazione di Edoardo Dionea Cicconi

Sirenomelia, il mito della sirena riletto da Agnes Questionmark

Al legno di Maggi e alla luce di Dionea Cicconi si è contrapposta l’acqua di Agnes Questionmark, che per l’occasione ha inscenato Sirenomelia. Prigioniera di un corpo deformato dalle gambe fuse insieme sin dalla nascita, a richiamare la coda della mitologica creatura acquatica, con aspetto femminile nella parte superiore del corpo e di pesce con pinna caudale in quella inferiore, l’artista ha interpretato la sindrome della sirena, conquistando con la bellezza della sua diversità e i lenti movimenti realizzati in acqua. 

Agnes Questionmark
Sirenomelia, Agnes Questionmark

Pic-Nic Affair è riuscita nell’intento di creare una comunità di nuovi viaggiatori, desiderosa di vedere l’altro e l’altrove con occhi nuovi, condividendo nuove esperienze di viaggio, progetti artistici e un mondo relazionale ideale, creando paradossalmente, come sostiene Marcello Mastroianni in Mi ricordo, sì, io mi ricordo, «attesa e nostalgia del futuro». Nel documentario, infatti, il grande attore italiano si interrogava: «Chissà, forse il fascino del viaggiare sta in questo incanto, in questa paradossale nostalgia del futuro. È la forza che ci fa immaginare – o illudere – di fare un viaggio e trovare, in una stazione sconosciuta, qualcosa che potrebbe cambiare la nostra vita.»  Alla fine dell’experience siciliana di Pic-Nic Affair, sorge la fatidica domanda: a quando il prossimo viaggio?

Nell’immagine in apertura, l’installazione site-specific realizzata a Favignana da Edoardo Dionea Cicconi per Pic-Nic Affair

A Firenze il laboratorio green di Cassetti per gli orologi di lusso

Professionalità, cortesia ed attenzione costante al cliente e ai suoi desideri. Sono questi i valori che caratterizzano Cassetti, un’azienda che, nata nel 1926 dalla creatività e dallo spirito imprenditoriale di Renzo Cassetti, erede della tradizione dei maestri incisori orafi ed argentieri fiorentini, è da sempre in continua crescita ed evoluzione. Numerose le maison orologiere disponibili negli storici spazi dell’insegna su Ponte Vecchio (cui si sono poi aggiunti i negozi di Forte dei Marmi e Prato), nomi che rappresentano il gotha del settore, da Rolex a Vacheron Constantin passando per Tudor, Jaeger-LeCoultre, Cartier, IWC, TAG Heuer
Grande novità per il 2022 è l’apertura del centro assistenza post vendita in un punto suggestivo e centrale di Firenze, davanti al corridoio vasariano e all’Arno.

Cassetti Firenze watches
La vista sul corridoio vasariano all’interno del nuovo spazio fiorentino del marchio

Competenza, preparazione tecnica e macchinari d’avanguardia nel laboratorio fiorentino dell’azienda

“Ci siamo impegnati ad assistere il cliente informandolo sulle caratteristiche e peculiarità dell’orologio, al fine di garantirne l’uso per il suo perfetto funzionamento, invitandolo a prendersene cura costantemente”, afferma Cassetti, sottolineando l’importanza delle revisioni periodiche presso il laboratorio del marchio. Quest’ultimo si caratterizza per competenza, preparazione tecnica e utilizzo delle ultimissime attrezzature, necessarie per effettuare le revisioni secondo gli standard qualitativi dettati dai brand, col fondamentale obiettivo di preservare nel tempo lo splendore originale e il valore dell’orologio. I maestri orologiai, infatti, insegnano che i danni più gravi riscontrati nei segnatempo sono causati da interventi realizzati da “operatori” non autorizzati e, pertanto, non provvisti di parti di ricambio ufficiali, da tecniche di lubrificazione non idonee e da guarnizioni non originali, che le case madri forniscono, invece, solo ai centri autorizzati.

Cassetti Firenze Ponte Vecchio
I maestri orologiai di Cassetti al lavoro

Tra gli strumenti all’avanguardia adoperati ecco dunque le macchine automatizzate per il lavaggio dei movimenti; oppure i crono comparatori di ultima generazione, che rilevano i battiti dell’orologio e li confrontano col segnale orario interno di riferimento, fornendo in un grafico lo scarto giornaliero medio del modello.

“La Fabbrica dell’aria” di Cassetti

Cassetti ha creato il primo laboratorio di orologeria al mondo con una soluzione tecnica innovativa, “La Fabbrica dell’aria”, che ha richiesto anni di studio e ha visto la sua realizzazione grazie alla collaborazione fra l’azienda, sempre impegnata sul tema innovazione e sostenibilità, e l’Università degli Studi di Firenze, sotto la direzione del prof. Stefano Mancuso, stimato scienziato, professore ordinario presso la facoltà fiorentina e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV), con sedi in tutto il mondo.

Cassetti Firenze
“La Fabbrica dell’aria” di Cassetti

“La Fabbrica dell’aria” è un sistema di filtrazione botanica che utilizza le piante per la depurazione dell’aria dagli inquinanti. La qualità di quest’ultima nei luoghi di lavoro influisce sulla salute della persona e Cassetti, con quest’operazione, vuole evidenziare l’importanza dei propri collaboratori, garantendo loro il benessere fisico, oltre alla sicurezza.

“Il nostro sogno è diventato realtà portando una piccola porzione di foresta amazzonica in uno dei luoghi più famosi e visitati al mondo”, spiega ancora il titolare, che individua il valore aggiunto dell’operazione nel mantenere, all’interno dei preziosi segnatempo, un’aria depurata, che ne permette un migliore funzionamento e un’ottima conservazione.

Amore per l’orologeria, esperienza e savoir-faire ultradecennali, rispetto per l’ambiente: i pilastri della filosofia aziendale

Nasce inoltre, su volere della famiglia omonima, uno spazio polifunzionale dove organizzare conferenze e seminari sull’orologeria, con tecnici e responsabili internazionali delle griffe partner della boutique, un luogo perfetto anche per proporre in anteprima le proposte di esclusive firme dell’haute horlogerie svizzera.
Rispetto per l’ambiente, esperienza pluridecennale nel segno del savoir-faire Cassetti e amore per il mondo delle lancette, del resto, sono gli elementi espressi nella filosofia aziendale, sintetizzata dal claim “Valore su Valore”.

Cassetti Firenze orologi
La sala didattica della sede aziendale, a Firenze

Nell’immagine in apertura, la sede di Cassetti, nel cuore di Firenze

A Forte dei Marmi inaugura Madeo, più che un ristorante, uno stile di vita

Riapre rinnovato nel design e con una nuova formula di intrattenimento lo storico ristorante Madeo al Forte, uno dei salotti più rinomati della prestigiosa località toscana, frequentato negli anni d’oro della Dolce vita dalla famiglia Agnelli, dai Moratti e dal jet set internazionale. Rilevato da Blue Water Group, società di consulting internazionale attiva nel settore nautico, il nuovo locale di tendenza della Versilia, facilmente raggiungibile dal centro di Forte dei Marmi e dotato di ampio parcheggio interno, è un luogo di ritrovo per una clientela sofisticata e attenta al dettaglio.

Madeo al Forte
La sala interna del Madeo al Forte

Cucina di qualità, musica, arte e intrattenimento nel cuore della Versilia

“Mancava in Versilia un locale che proponesse anche dinner show in stile Saint-Tropez e Lío di Ibiza. Madeo al Forte – raccontano i nuovi investitori – affianca alla cucina tradizionale di pesce d’alta qualità, presentata in due ambienti dallo stile diverso (teatro all’aperto e locale al chiuso), arte, musica dal vivo e intrattenimento, con 14 artisti di fama internazionale che hanno collaborato con il Moulin Rouge, Le Lido e Paradiso Latino di Parigi. Ogni sera dal 1 luglio i nostri clienti rimarranno stupiti dalle acrobazie e dagli spettacoli in programma che accompagneranno la cena dalle ore 22”.

Madeo al Forte ristorante
Un particolare del ristorante

Le proposte culinarie di Madeo al Forte, tradizione mediterranea in chiave contemporanea

La cucina di mare, che reinterpreta in chiave contemporanea la tradizione mediterranea, gioca sulla seduzione della semplicità e sulla riconoscibilità del gusto; si avvale infatti della consulenza di Franco Bloisi, chef di grande esperienza e sensibilità.

La stagione del locale inaugura con gli imperdibili antipasti, tra cui il “Crudo Imperiale” (tartare di pesce bianco e tonno, gambero rosso, scampi, ostriche); quindi i primi con pasta fatta in casa come “Le Chicche della Nonna Madeo” (con crostacei, pecorino romano, datterini, basilico) seguiti da secondi scenografici nella presentazione ed equilibrati nel gusto, ad esempio la “Gran Catalana Madeo” (astice, scampi, mazzancolle, verdure croccanti e citronette). Classici e imperdibili le proposte dei dolci, su tutti il tiramisù scomposto, preparato sul momento dal personale di sala.

Il décor d’ispirazione nautica

Madeo al Forte cucina

L’ambiento interno è contraddistinto da un’eleganza sobria, discreta: il décor omaggia i leggendari Riva, Stradivari delle barche col loro primato di stile e bellezza. Immancabile, poi, il legno pregiato che sposa armoniosamente la raffinata mise en place dominata dal tovagliato bianco, col blu di Prussia che caratterizza le sedute.

Madeo al Forte bar
Un cocktail servito al bar del Madeo

Nel teatro esterno, incastonato in un curato giardino di piante e fiori, domina il rosso delle quinte, il palcoscenico ad angolo – delimitato da luci d’atmosfera- e il disegno originale delle sedute.
Grandi classici della mixology e un coinvolgente pianobar sotto le stelle, infine, renderanno le serate di Madeo al Forte davvero indimenticabili.

Madeo al Forte

Via G.B. Vico 75 – 55042 Forte dei Marmi (LU)

Telefono:  375 731 2555 

Orari: ristorante à la carte ore 19:30 – 23:30

Nell’immagine in apertura, gli ambienti interni del ristorante

Giovanni Angelucci, l’antropologo contemporaneo di Gambero Rosso Channel

Un esploratore continuamente affamato e assetato di cultura che mappa i luoghi “assaggiandoli e vivendoli” o meglio ancora, un antropologo contemporaneo e romantico del “qui e altrove”. Tutto questo e tanto altro è Giovanni Angelucci, giornalista enogastronomico e volto noto di Mangio Tutto Tranne in onda su Gambero Rosso Channel ora con il focus sulla Polinesia; un programma che, con cadenza settimanale, racconta in trenta minuti le peculiarità, le abitudini alimentari e le tradizioni di un paese del mondo da lui visitato, riuscendo contemporaneamente a familiarizzare con una cultura nuova e a conservare il suo sguardo da lontano.

Angelucci nel dietro le quinte

“Sono un abruzzese doc, un viaggiatore assetato. Probabilmente sono nato affamato – racconta Angelucci. Faccio il giornalista, l’ho sempre fatto da freelance, sono un battitore libero, nonché un’anima libera e ancora prima di fare/essere un giornalista sono un gastronomo. Ho imparato all’università il valore e rispetto del cibo. Prediligo il reportage, sono sempre in giro per il mondo e cerco di raccontare posti e luoghi mangiandoli”.

Giovanni, che si descrive “curioso, determinato, pignolo, ma anche impaziente, a tratti ossessivo e con una spiccata sensibilità”, ha l’abilità di entrare in connessione con tutto ciò che è “altro”, avendo premura di raccontare in profondità e con assoluto rispetto tutto ciò che ha vissuto. La conoscenza di un popolo per lui si forma a tavola, attraverso le loro tradizioni enogastronomiche “perché trovo che sia questo il modo più romantico, più godereccio e più umano per farlo. Dalla tavola, in un momento di condivisione non formale, nascono le migliori storie”.

Giovanni Angelucci in "Mangio Tutto Tranne "
Giovanni Angelucci in Mangio Tutto Tranne

Scrivere di un piatto o di un drink, mai in maniera negativa, significa andare “oltre o se vuoi dietro. Mi piace parlare con chi ha creato quello che bevo o mangio, capire cosa l’ha stimolato, quale reazione si aspetta dal cliente”. I posti che esplora li beve e li mangia. Da qualche anno il suo cocktail preferito è il Martini Dry con un’oliva anche se, come racconta, ha provato di tutto in loco “dal Pisco Sour in Perù al Fernandito in Argentina e il Daiquiri a Cuba, la più grande isola dei Caraibi che è stata la sua casa per circa tre mesi”.

“A L’Avana ho lavorato sulla tesi antropologica del cibo vivendo a Santo Suarez, il quartiere più povero e più popoloso della capitale. La famiglia cubana a cui ero stato assegnato mi ha accolto in casa come nessuno mai finora. Cuba è sicuramente il mio viaggio del cuore”. Per quanto riguarda il cibo, complice una componente emotiva non di poco conto, il suo piatto preferito “è una semplicissima frittata di patate fatta da mia nonna che ha insegnato la ricetta a mia madre, e che mangio ogni volta che torno in Abruzzo”.

Giovanni Angelucci in Polinesia
Giovanni Angelucci in Polinesia

“E poi, sempre legato alla mia regione, gli arrosticini e di Milano, città che ora mi ospita, il risotto alla milanese con ossobuco che mi sbiella”. Va da sé che per lui il viaggio è una dipendenza, un’autentica passione come lo è la montagna (“la mia anima è legata alla quota”), la fotografia, la bicicletta per un turismo lento che insegna a godere con calma di quello che si vede, i cani e il phon che “rappresenta il sacro connubio tra rumore e calore. Lo tengo acceso lì per ore”. Diverte l’ironia leggera ed educata dei suoi aneddoti. Giovanni in fin dei conti è anche lui un luogo da scoprire in profondità e a cui avvicinarsi mentre, in sottofondo, scorrono le note di Chan Chan dei Buena Vista Social Club o di Bufalo Bill di De Gregori, due tra le sue canzoni preferite.

Stefano Nincevich, esploratore poliedrico del buon bere

Un «agitatore culturale, secondo la storica dell’arte Jacqueline Ceresoli, un «grande ricercatore e professionista» per Dario Comini, patron del Nottingham Forest di Milano, un «osservatore attento, preciso e al tempo stesso disincantato della nostra realtà», stando a Salvatore Calabrese, il “maestro” dei barman di tutto il mondo. Viene descritto così Stefano Nincevich nella pre e postfazione del suo libro bestseller Cocktail Safari. Un viaggio avventuroso nella storia di 70 drink. Per me che l’ho intervistato, Stefano è un esploratore “costruttivista” del buon bere, un uomo di cultura dalle sette vite come un gatto che, complice il suo modo di raccontare e raccontarsi, merita una conoscenza non superficiale, bensì più profonda e approfondita della sua persona. Si descrive lui stesso come un «costruttivista, modernista, un astronauta della mente proiettato verso il futuro». Bastano queste tre definizioni per capire che, oltre ad essere una firma storica di Bargiornale, Nincevich è molto altro. Provo a raccontarvelo.

Stefano è in primis «un fan del rock, di questo mix esplosivo di attitudine, cultura e ignoranza; un fan del rock come contenitore incontenibile e incontinente, bello in quanto sincero, vario e perché, in fin dei conti, tutto quel che ho fatto è sempre stato molto vario». Sette vite come un gatto, si diceva all’inizio: «Sono autore di programmi tv, documentari, conduttore, giornalista professionista, precedentemente laureato in scienze politiche con una tesi di tipo sociologico legato alla musica (sulla Beatlemania), sono stefanobargiornale (tutto attaccato, come te lo sto dicendo) e, da un paio di mesi, vesto felicemente i panni di Ninja Nincevich, samurai della comunicazione di Engine, non solo un buon gin, ma un mix esplosivo di moda, arte, musica e motori. Ovviamente molto di quello che ho elencato è legato alla mia persona, al mio carattere. Lo stesso Cocktail Safari, per esempio, è stato voluto così; un libro diverso, per scelta, che unisse tutte le mie passioni».


Cunene Photography per Cocktail Safari

Cocktail Safari, uscito alla fine del 2016, è frutto di 16 anni di ricerche, di «viaggi intorno al mondo dove ho avuto la possibilità di conoscere a tu per tu i vari drink. Sono andato direttamente nei posti dove sono stati creati». Un antropologo del gusto quindi, che nel suo volume racconta di 73 drink (tutti rigorosamente in ordine alfabetico) che «hanno storie da raccontare e sono sexy dal punto di vista della narrazione». Doppia sia la prefazione, a cura di Jacqueline Ceresoli (storica e critica dell’arte) e Fulvio Piccinino (il maggiore esperto di liquoristica in Italia) che la postfazione, con gli interventi di due cari amici come Salvatore Calabrese e Dario Comini

Numerose sono, secondo Stefano, le affinità tra cocktail e musica: «È una questione di ritmica, come con lo shaker, e di balance, come il jazz. Pensa a come è fatto un drink: si apre, si chiude, si colora, svanisce, si chiarifica, ha delle dinamiche, come la musica. Parti allegro, poi torni, chiudi, fai un riff, ritorni, fai una pausa e, quando tutto sembra scomparso, boom! L’orchestra inizia a suonare, fiato alle trombe, tutto ricomincia, poi piacevolmente arriva altro e tu resti stupito…». Così è un drink: un ritmo inaspettato di sapori che alla fine ti sorprende.

Nincevich non ha mai fatto recensioni negative né di luoghi né di cocktail. Analisi critiche sì, perché convinto sostenitore, come il giornale per cui tuttora collabora, della necessità di fornire modelli a cui ispirarsi e da cui prendere spunto per migliorare. «I menù – racconta – devono essere chiari, il più delle volte sono fatti per essere letti da altri barman e non dalla gente normale».



Nella vita come in un concerto rock, secondo Jim Morrison, non dovrebbero esserci regole o limitazioni. Dovrebbe essere possibile tutto. La vita a tempo di rock di Stefano Nincevich lo dimostra.

Playlist consigliata da Stefano alla fine della lettura dell’articolo:

Per l’immagine in apertura, credits: ph. by Antonella Bozzini

ARTIST FUSION FROM ROME

Il Coffee Pot, punto di ritrovo anche per personaggi del jet set internazionale, attori e influencer, è un locale confortevole, dal design curato nei minimi dettagli e dal menù moderno e originale. Tante le novità da provare: i sushi rolls, i poke bowl, i nigiri e soprattutto i tacos gourmet. La formula vincente della cucina fusion nippo-messicana si arricchisce di commistioni hawaiiane e di piatti costruiti con la tecnica della cottura a bassa temperatura. In cucina due chef di spessore e ottima formazione: Marco Fontana, responsabile delle proposte messicane, della cottura a bassa temperatura e della pasticceria, e Ajmal Ameer, responsabile del Sushi e Raw Food.

Le Asiatique”, ristorante dedicato interamente alla cucina asiatica interpretata in chiave fusion, nasce da un’idea di Michelle Sermoneta e Stefano Calò. Il progetto, che si insedia in uno spazio di 300 mq, è un unicum nel panorama romano: all’interno di un palazzo del ‘700, un labirinto di 6 stanze dal carattere asiatico e romano al tempo stesso. Una proposta gastronomica studiata da un team guidato dallo chef Daniel Cavuoto. Ci sono Gyoza di anatra e foie gras con fonduta di parmigiano 36 mesi oppure Fiore di zucca in tempura con mozzarella di bufala, ponzu e mayo e riduzione di soia tra gli antipasti; Poke di salmone con riso, tartare di salmone selvatico, mango e uova di salmone o Ramen di maiale grigio con noodles, pancetta di maiale, funghi e alga nori tra i primi.

Nojo, nel cuore della capitale, nasce da un progetto di Alessandro e Marco Pica. Un ristorante fusion giapponese dove la tradizione nipponica incontra quella hawaiana e si fonde con la cucina moderna europea: un mix di stili sensazionali, studiato dal nostro food and beverage team con l’intento di regalare ai nostri clienti un’esperienza unica. La sera avviene la vera magia: tra le luci soffuse del lounge e un cocktail sapientemente miscelato dal bartender Salvatore, lo chef Valerio Esse ci racconta la sua visione del mondo della cucina fusion, con un menu che rompe tutti gli schemi del tradizionalismo culinario.

®Riproduzione Riservata

La bellezza nel piatto

Non è difficile meravigliarsi a Roma. Non tanto per i monumenti, quelli si sa, abbondano, quanto per i piccoli segreti che i vicoli celano. Piazza del Fico, ad esempio, rappresenta uno dei tre vertici del «triangolo delle bevute», con piazza della Pace e via della Fossa. Qui, incastonato tra i Rioni Ponte e Parione, nel cuore del centro storico, tra Piazza Navona e il Chiostro del Bramante, si trova un albero di fico che ha poco più di 30 anni ed è stato piantato da Piero Serafini, presidente del circolo degli scacchi. Ogni mattina i partecipanti al circolo degli scacchi si radunano e, sino a sera, giocano con scacchiere portate da casa. E’ uno “show” che attira l’attenzione di tutti coloro che passano per questa piazzetta e che si fermano a bere o mangiare qualcosa al Bar del Fico, punto di ritrovo dei romani e non, da tantissimi anni. Qui, sono presenti i più importanti piatti della cucina romana, reinterpretati dallo chef Giuseppe Claudio Fruci. Tra i più gettonati il parfait al burro d’arachidi, una sorta di semifreddo goloso e avvolgente servito a -16/-18 generalmente a fine pasto. Un dessert facile e veloce dal gusto americano presentato qui da Alice Margherita Bedini, pasticciera del Bar del Fico.

Ingredienti per 4 persone:

4 tuorli
150 g di zucchero
60 g di burro di arachidi liscio
50 g di acqua
230 ml di panna liquida da montare
5 g di gelatina (colla di pesce)
100 g di acqua
400 g di zucchero
150 g arachidi salate

Difficoltà media

Tempi di preparazione 30 minuti + 2 h per il raffreddamento

Ammorbidire la colla di pesce nell’acqua fredda. Nel frattempo, preparare uno sciroppo portando a bollore 50 g di acqua con 150 g di zucchero. Portare alla temperatura di 121 °C e spegnere il fuoco. Versare i tuorli nella planetaria, montare e aggiungere subito lo sciroppo di acqua e zucchero a filo. Montare fino a triplicare il volume iniziale. Strizzare bene la colla di pesce e aggiungerla alla panna. In una ciotola capiente, montare la panna semi ferma. Stemperare il burro d’arachidi nella panna. Iniziare ad aggiungere, poco per volta, il composto di panna e burro di arachidi ai tuorli montati. Mescolare con una spatola con movimenti lenti, dal basso verso l’alto, per non smontare. Versare il composto negli stampini monoporzione e lasciarli in congelatore per almeno 2 ore. Nel frattempo preparare il croccante: versare in una pentola 100 g di acque e 400 g di zucchero. Portare a bollore fino a ottenere un caramello biondo. Aggiungere le arachidi tostate e saltarle in padella. Spegnere i fuoco e versare il composto tra due fogli di carta forno col mattarello. Maneggiare con attenzione il croccante in fase di raffreddamento perché molto caldo. Assemblare il dolce togliendo il parfait dagli stampini monoporzione e aggiungendo un po’ di croccante.

Come cantava Mina? “Dammi il cucchiaino / Fai assaggiare un pochettino / Ma che bontà, ma che bontà / Ma che cos’è questa robina qua /Ma che bontà, ma che bontà…” Appropriato per il parfait che andrete a mangiare.

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