Cinecult: La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek

L’amore inclusivo, quello che unisce e non divide mai perché non conosce separazioni di genere, raccontato con poetica malinconia e lucido lirismo, in una società che ha annegato i sentimenti in una gabbia virtuale, in un bordello senza mura per citare Marshall McLuhan e che annulla le emozioni livellando le sfumature con il risultato di discriminare invece che abbracciare.

Di sfumature ce ne sono tante ne ‘La Dea Fortuna’ l’ultima pellicola di Ferzan Ozpetek distribuita da Warner Bros.Entertainment Italia, nei cinema per Natale.

Finalmente un film anti panettone che punta sulla psicologia, sull’infanzia e la maturità a confronto, una bella riflessione sull’identità maschile e sul concetto di paternità in una società fluida in cui una coppia gay non può adottare e a malapena può sposarsi, proprio come nel Medioevo più oscurantista.

Un Edoardo Leo in stato di grazia, oltre che assolutamente magnetico e super glamour, affianca un elegantissimo e viscerale Stefano Accorsi che già con il bel film ‘Il campione’ ha dimostrato di essere finalmente maturato artisticamente e di aver alzato l’asticella del suo percorso professionale grazie a lavori di rilievo che sicuramente prendono le distanze dal fast food cinematografico di oggi.

Perché il cinema è prima di tutto arte e non solo intrattenimento, e teniamo a sottolinearlo. Qui siamo in una vicenda un po’ complessa: due uomini, Arturo dotto traduttore (Stefano Accorsi) e Alessandro rustico idraulico (Edoardo Leo), coatto e molto sensuale, accettano la richiesta della loro amica Anna Maria (Jasmine Trinca, bella ed elegante) che li ha fatti incontrare.

La giovane donna siciliana, malata di tumore, chiede ai due amici del cuore di tenere per lei durante la sua degenza in ospedale i due piccoli figli Sandro e Martina. E lì nasce tutto l’intreccio. I nodi vengono al pettine.

Dopo 15 anni i due ragazzi si faranno del male e si dovranno rimettere in discussione facendo i conti con un vissuto fatto di bugie e compromessi nel tentativo di portare alla luce i motivi veri del loro innamoramento.

Perdersi per poi ritrovarsi, in mezzo ci sono le tentazioni, i fraintendimenti, le barriere create da apparenti dissidi che solo il vero amore sa superare. Sullo sfondo di una famiglia LGBT a tratti iconizzata con troppi generosi cliché, (lo avevamo già percepito ne ‘Le fate ignoranti’) spuntano due ragazzini figli del tablet e dello smartphone, cresciuti senza padre, teneri e forti, innocenti ma già fin troppo maturi.

Affidiamo alle parole del regista turco, ormai italianissimo, il compito di spiegare questo bel film: “In genere si racconta quasi sempre o la nascita di un amore, magari contrastato, oppure il momento in cui esplode la passione.

Io invece volevo raccontare due persone che stanno insieme da tanto tempo e stanno quasi per lasciarsi perché è passato il momento della passione. Sono quasi come fratelli, l’amore ha cambiato aspetto e loro non sanno più come conviverci. Il fatto che siano due uomini non è determinante, avrebbero potuto essere anche un uomo e una donna o due donne.

Ma quello che mi affascinava era proprio l’idea di come, una volta superato il sesso e la passione, un rapporto possa rigenerarsi in un modo diverso di stare insieme. Credo sia un tema che riguardi molte coppie, al di là degli orientamenti.

Ovviamente la Fortuna ci mette lo zampino facendo arrivare nella loro casa due bambini, figli di una amica che glieli affida per qualche giorno ma poi la loro permanenza si protrae.

I due protagonisti sono costretti a confrontarsi con qualcosa a cui non avevano mai pensato: non si erano mai immaginati “genitori” né la paternità era mai stata una loro fantasia o progetto. Gli capita tra capo e collo e proprio nel momento più delicato del loro rapporto”.

Insomma un gran pasticcio, apparentemente inestricabile, con un plot che prende le mosse da un fatto vero e che non vuole intervenire nel dibattito sulle famiglie arcobaleno (anche se chi scrive vuole sottolineare che invece una posizione andrebbe presa in un paese come l’Italia che non ha ancora una legge contro l’omofobia né un assetto normativo che consenta alle coppie gay di adottare dei bambini).

“Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù-prosegue il regista-con temi così importanti spero di aver fatto un film di emozioni coinvolgenti, sullo scoprirsi e il ritrovarsi, senza scadere nel sentimentalismo.

Nel gioco dell’alternanza tra commedia e dramma, riso e pianto, spero di essere riuscito a rispondere ai dubbi che mi avevano assalito quando mi capitò un fatto reale che è alla base di questo film.

Un anno fa mio fratello era gravemente malato. Sua moglie, a cui sono molto legato, mi aveva chiesto, nel caso fosse successo qualcosa di grave anche a lei, di occuparmi insieme al mio compagno dei suoi due figli.

Ha voluto che glielo promettessi. I miei nipoti, all’epoca dodicenni, sono bambini intelligenti, che parlano perfettamente altre lingue, si informano, leggono, sono curiosi, facili forse da gestire.

Eppure, questa richiesta mi ha spalancato un mondo di angoscia, di paure, di dubbi sulle mie capacità, mi ha aperto le porte su un mondo emotivo che non conoscevo e a cui non sapevo come avrei reagito. Questo film è stato un modo per esplorare quei dubbi e quelle emozioni. Per darmi delle risposte a domande molto personali”.

Divertente e macchiettistica, molto allegorica di un certo tipo di bigotto fanatismo molto radicato nel Sud Italia, la figura della vecchia Elena, interpretata da una impareggiabile Barbara Alberti, quintessenza di quello spirito tridentino, ipocrita e reazionario che ha istigato un figlio al suicidio e che pervade soprattutto la mentalità ancora troppo arretrata e provinciale soprattutto italica, per scoprire la bellezza di un amore che ancora oggi come diceva Proust “non osa pronunciare il suo nome”.

Nel cast troviamo inoltre la onnipresente Serra Yilmaz, il fascinoso Filippo Nigro, straordinario nel ruolo di uno smemorato sempre partecipe che corrobora la vis comica dei personaggi smorzando le scene più drammatiche, di Matteo Martari che è Stefano e che si sta facendo le ossa con un cinema di qualità e anche Cristina Bugatty, la transgender cool che da Pechino Express approda ora sul grande schermo con stile e ironia dando valore aggiunto a una sceneggiatura molto riuscita, firmata da Ozpetek, Gianni Romoli che è anche produttore del film insieme a Tilde Corsi, e da Silvia Ranfagni.

Ci auguriamo che molte coppie eterosessuali si riconoscano in questa vicenda struggente e intensa, descritta con un linguaggio mai troppo stucchevole né retorico, perché l’amore anche e soprattutto paterno è un diritto di tutti, non una conquista di pochi eletti.

Due parole le spenderemo sulla bellissima colonna sonora di Pasquale Catalano in cui brillano due brani cult: la ballata meravigliosa ‘Luna Diamante’ cantata dalla voce ricca di pathos della leggendaria Mina e tratta dall’album ‘Mina Fossati’ uscito a novembre, e ‘Che vita meravigliosa’ del cantautore Diodato, due perle a impreziosire un film dalla fotografia davvero suggestiva e vibrante, e quell’acqua che lava via tutte le imperfezioni e i drammi, riportandoci alla felicità primigenia.

Da vedere e se possibile da rivedere.

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Equinozio d’autunno: perché avviene il 23 settembre

Sappiamo bene che le stagioni cambiano e che da secoli ormai hanno delle scadenze predefinite in cui iniziano e in cui finiscono, ma non solo, ci sono anche gli equinozi durante l’anno solare: equinozio d’autunno ed equinozio d’estate, ma vi siete mai chiesti perché l’equinozio d’autunno avviene il 23 Settembre?

Se non lo avete mai fatto o ve lo siete chiesti senza poi invece trovare la risposta, qui vi spieghiamo il motivo, sperando di essere abbastanza esaustivi e di porre così fine alle vostre curiosità.

Cos’è l’equinozio

Cominciamo col definire cos’è il quinozio, parola che deriva dal latino “equi-noctis” e significa “notte uguale” al giorno. Anche se per motivi di rifrazione atmosferica, di semidiametro del Sole e di parallasse solare in realtà la lunghezza del giorno è maggiore di quella della notte. Spiegato in parole più semplici la lunghezza del giorno uguale alla notte si ha quando i raggi del sole cadono in modo perpendicolare all’asse terrestre

23 Settembre equinozio d’autunno

L’equinozio d’autunno avviene di solito fra il 21 e il 24 settembre, anche se l’ultima volta che avvenne il 24 settembre fu nel 1931 e dai calcoli avverrà il 21 settembre solo nel lontano 2092.

Dunque perché la data è quasi sempre il 23 settembre in cui cade l’equinozio d’autunno? La risposta è presto data perché le ore di luce e quelle di buio dovrebbero essere esattamente 12 quando si ha l’equinozio e questo avviene nel momento in cui si verificano i fattori astrologi sopra menzionati. In realtà come già detto, il giorno durante l’equinozio è più lungo e l’orario in cui avviene l’equinozio d’autunno non è mai lo stesso e questa variazione è dovuta alla diversa durata dell’anno solare e di quello di calendario.

Dobbiamo pensare che il nostro pianeta ci mette 325,25 giorni ad effettuare un’orbita intorno al sole per questo motivo l’inizio dell’autunno può variare in giorno e ora.

La stagione autunnale 2019 iniziata appunto il 23 settembre 2019 terminerà il 22 dicembre 2019 quando, come ben sappiamo (si spera dall’asilo) avrà inizio l’inverno.

Curiosità sull’equinozio d’autunno

Per gli amanti di miti e leggende vi raccontiamo che l’equinozio d’autunno in tempi antichi era legato ad esempio al simbolo del melograno, associato al mito di Demetra e Persefone, dove la mitologia narra che quest’ultima fu rapita da Ade che la voleva come sposa. La madre cercò di salvarla, ma Persefone aveva mangiato dei chicchi di melograno, che le furono offerti e così si era legata per sempre al mondo dei morti.

Un’altra leggenda invece collega le more all’equinozio d’autunno, essendo uno degli ultimi frutti di fine estate e secondo alcune credenze non andrebbero più mangiate dopo la fine di settembre, perché sarebbero caricate di energie negative.

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E a Miami Gianni Versace creò l’uomo

C’è chi è nato per seguire la corrente e chi invece è nato per rompere gli schemi e abbattere i muri in barba al consenso della comunità.

Gianni Versace apparteneva alla seconda categoria, un sognatore geniale e intellettualmente onnivoro, interprete di una eclatante svolta nel costume, creativo poliedrico e irriverente che ha saputo liberare gli uomini dai vincoli atavici di una divisa borghese asfittica e ormai anacronistica, segnando l’avvento di un nuovo rinascimento teatrale del menswear.

Prima negli anni’80 con il ‘soft suit’, la pelle lavorata e laserata e la maglieria da temerario condottiero, poi negli anni’90 con l’estetica esuberante delle sue stampe solari e opulente e del suo minimalismo sexy e glunge, lo stilista e costumista calabrese, beniamino dei divi e delle rockstar internazionali, ha ammaliato gli uomini creando per loro l’abito di una rivoluzione caleidoscopica che affidava all’egemonia salvifica del colore e ai decori più trasgressivi e originali, spesso mutuati da un’iconografia camp e per i tempi molto evoluta, il nuovo lessico dell’eleganza virile, sempre più ‘wild at hearth’.

Era in incubazione l’identità di un uomo meno macho e più gaudente, un edonista bellissimo e spavaldo che si diverte a stregare le donne con camicie foulard stampate dai mille colori che si spalancano su muscoli turgidi e scultorei, da abbinare a pantaloni jeans couture attillati anch’essi dai colori squillanti o in morbida nappa nera sado-chic, inconfondibile cifra del mondo Versace di ieri e di oggi.

Era il 1992, l’anno delle Colombiadi, e per la collezione maschile della primavera-estate 1993 presentata in estate a Milano Collezioni Uomo con la regia di Sergio Salerni in una memorabile sfilata-kolossal, il fotografo Doug Ordway realizzò degli scatti suggestivi oggi divenuti iconici per presentare e promuovere la nuova immagine maschile bold con cui Gianni Versace, il demiurgo iconoclasta e senza regole paladino di un ‘uomo senza cravatta’, si preparava a lanciare un nuovo sasso nello stagno traendo spunto dalla sua passione per Miami, quel nuovo Eden inesplorato e popolato di creature straordinarie dove lo stilista aveva fatto costruire il suo sontuoso buen retiro nella villa fatale denominata ‘Casa Casuarina’.

Camicie e gonne sarong per lui dalle fantasie sgargianti e dalle tinte tropicali si alternavano in pedana a giubbotti e gilet molto naked da abbinare a sandali da gladiatore e foulard dalle seducenti policromie, per definire un nuovo ‘adonismo’ che affondava le radici nel superamento della cosiddetta ‘grande rinuncia’ in favore di un uomo disinibito e radicale, consapevole dell’eloquente messaggio derivante dalla sua prorompente fisicità.

A Miami a dicembre del 2019 durante la design week Art Basel Miami, la maison della medusa ha riproposto, attualizzandolo con installazioni vivaci in bilico fra moda e design curate dall’eclettica interior designer americana Sasha Bikoff nell’ambito della splendida mostra ‘South beach stories’, quel concept travolgente che per molti gentlemen un po’ azzimati suonò come uno schiaffo: un ceffone coraggioso fatto di colore e sensualità pura, nel segno di una vibrante energia latina.

Una carica rigogliosa che si può ritrovare anche negli arredi presentati dalla mostra ‘South beach stories’ di scena lo scorso dicembre nel Design District di Miami e curata dalla Bikoff che ha già collaborato con Versace per il fuorisalone del 2019.

La mostra di Art Basel Miami ha previsto anche la partecipazione dell’artista talentuoso Andy Dixon. Una esposizione memore dei fasti di una passerella che spettacolarizzava una virilità eccentrica e trionfante.

I top model di quel momento, i più belli, amati e richiesti sulla scena internazionale dei Novanta, Marcus Schenkenberg, Steven Lion, Rick Arango, James Hyde, Brian Buzzini, Gregg Avedon esibirono come opliti di una falange stilosissima, la loro spregiudicata e testosteronica bellezza plastica di muscolosi tritoni associandola a una profusione inusitata e ipervisiva di forme, tessuti, decorazioni e cromie che non aveva e non ha ancora oggi precedenti nell’immaginario collettivo.

Un prezioso volume del marzo 1993 firmato Gianni e Donatella Versace, edito da Leonardo Arte e abbellito dalle opere di Mimmo Paladino e Alighiero Boetti, dalle foto di Bruce Weber, Doug Ordway e David Vance, dallo styling suggestivo di Angelo Azzena e dalle lussureggianti illustrazioni di Thierry Perez e Manuela Brambatti, ricorda a chi quel periodo non lo ha vissuto la portata dinamitarda di quei capi, di quei corpi, di quei volti cesellati ed esaltati da mille virtuosismi coloristici e da tatuaggi campiti come pennellate ad alto tasso erotico su muscoli guizzanti.

Laddove la prestanza fisica divenne il manifesto di un vitalismo ancestrale e paganeggiante, cifra stilistica di una nuova identità maschile aperta oggi molto attuale. Nuovo appuntamento in America: la sfilata cruise coed 2021 che avrà luogo il 16 maggio 2020. Stay tuned.

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Giochi di macchine: 3 migliori videogiochi auto

I video giochi sono un mondo che attira molte persone, dai ragazzini agli adulti, perché per giocare non c’è un età stabilita, e soprattutto, se si parla di giochi di macchine, spesso passa in primo piano la passione maschile che unisce

I migliori videogiochi auto sono quelli studiati per essere utilizzati su PS, XBOX One e PC gaming, ma quali sono quelli che ritenuti i migliori in assoluto? Ecco la nostra classifica.

3 migliori videogiochi auto: giochi di macchine

F1 2019 Anniversary Edition

Primo in lista non può essere che un videogioco auto del 2019 per la playstation, il F1 2009. Questo è infatti il gioco auto ufficiale del Campionato Mondiale di Formula 1 del 2019 uscito nell’agosto di questo anno. Non è il primo della serie, ma senz’altro di successo come le precedenti versioni, con un tocco in più.

In F1 2019 è stato migliorato il controllo e le funzionalità di gioco presentano delle novità, inoltre è possibile personalizzare i piloti e le auto, ad esempio è possibile pilotare la Ferrari F10 e mettere al volante Fernando Alonso o Felipe Massa, scegliere la McLaren MP4-25 e farla guidare da Lewis Hamilton o Jenson Button.

Assetto Corsa

Con Assetto Corsa ci si trova davanti ad un videogioco auto dedicato sia a chi è appassionato di videogame, ma anche a chi è meno esperto e vuole iniziare ad approcciare il gioco video. La prima versione nacque per PC, ma poi è diventato utilizzabile su console.

I comandi sono davvero molti e le simulazioni di gara auto sono state definite fra le migliori di sempre anche se qualcuno ha detto che avrebbe preferito un roster di automobili più ampio, ma insomma, non si può avere tutto e per iniziare è senz’altro uno dei migliori videogiochi auto con una simulazione davvero realistica.

Project Cars

Qui siamo di fronte ad un game auto fra i più amati al punto che i partecipanti alla community sono stati resi partecipi del suo sviluppo. Project Cars è uno dei pochi videogiochi auto che permette di scegliere a quale gara partecipare e con quale auto, in un catalogo davvero immenso, ma non solo: potrete creare anche il vostro pilota su misura.

Non finisce qui, perché per gli appassionati incalliti è anche possibile fare gare online col limite di 20 giocatori e partecipare a eventi e gare organizzate dalla community con tanto di premi veri per chi vince. Anche qui, come per Assetto Corsa, l’esperienza di guida è molto realistica al punto di scegliere anche se giocare in modalità giorno o notte oltre al tempo.

Sciare in inverno: i migliori hotel sulle piste

Tra nuove insegne e nomi storici della tradizione, questi hotel hanno tutto ciò che ci si aspetta da una struttura di montagna: sono sulle piste per cominciare la giornata all’insegna dello sport, sono dotati di spa e piscine sensazionali con vista bosco e infine ristoranti gourmet per passare la serata all’insegna della buona tavola. Da prenotare subito!

Hotel Lamm

L’hotel si trova al centro di Castelrotto, suggestivo paese ai piedi delle Dolomiti, sull’Alpe di Siusi, e c’è tutto ciò che occorre per ritornare in forma e godere di momenti davvero speciali, sulla neve, in spa o al ristorante. I vicinissimi impianti (175 km di piste da favola) sono l’ideale per mettere alla prova le proprie doti sciistiche, il miglior snowpark d’Italia (e 3° al mondo) con fantastici rail, kicker, box e whoop, 80 km di sentieri innevati da scoprire con gli sci di fondo o con le ciaspole: per gli amanti della montagna qui è un vero paradiso.

Hotel Lamm

Hotel Col Alto Corvara 

Fondato nel 1938 e, ancora oggi, amorevolmente gestito dalla famiglia Pezzei, il Col Alto si è sempre tenuto al passo con i tempi grazie ad accurati restyling, che ne hanno preservato l’atmosfera alpina aggiungendo un pizzico di glamour. L’ultimo step arriva quest’anno: l’hotel ha riaperto in occasione del weekend dell’Immacolata con 20 camere “Superior” completamente rinnovate. Il progetto, curato dall’architetto di Bressanone Gerhard Tauber, ha voluto puntare sulla creazione di un ambiente caldo e accogliente grazie all’utilizzo di legno di larice e del loden per i divani e i rivestimenti in stoffa. 


Hotel Col Alto

Hotel La Perla

Si trova direttamente sulle piste da sci, vicino agli impianti di risalita nell’accogliente angolo del paesino di Corvara, l’Hotel La Perla. L’albergo a conduzione familiare è conosciuto nel mondo per l’inconfondibile ospitalità e la straordinaria capacità di instaurare con gli ospiti un rapporto privilegiato che dura nel tempo. Nella gestione dell’hotel la famiglia Costa mette l’ospite sempre al primo posto.

Hotel La Perla

Thurnher’s Alpenhof  

Il Thurnher’s Alpenhof è una perla dell’ospitalità nelle Alpi austriache, sposa alla perfezione uno stile chic cosmopolita e rilassato. Il calore della famiglia proprietaria si riflette nelle attenzioni personali rivolte a ciascun ospite. Agli appassionati dello sci l’hotel offre lezioni gratuite con un istruttore e accesso diretto alle piste di Zürs, che regalano discese di tutti i livelli, nonché la possibilità di praticare altri sport invernali.

Thurnher’s Alpenhof

Comprensorio sciistico di Arabba

Una destinazione per chi fosse alla ricerca di neve perfetta su piste magnificamente battute, cielo azzurro, aria pulita e sole praticamente tutto l’anno. Questi impianti di risalita ultramoderni consentono di raggiungere alcune tra le location più belle e panoramiche di tutta l’area sciistica e, non da ultimo, tanto divertimento ed esperienze gourmet in alta quota. Questa è Arabba, il punto di riferimento a valle (Fodom) dello scenografico comprensorio sciistico di Arabba – Marmolada, che fa parte del celebre carosello Dolomiti SuperSki.

Arabba

Josef Mountain Resort

Oltre a offrire i vantaggi di una struttura glamour e accogliente, ha davvero tutto per un ideale “ski-in/ski-out”: dopo una golosa prima colazione a base di ingredienti locali e regionali, non resta che passare nella nuova ski-room riscaldata e calzare gli scarponi prima di tuffarsi, direttamente dalla soglia dell’hotel, nel mare bianco delle piste del comprensorio di Merano 2000. L’attigua stazione a valle della cabinovia Falzeben consente infatti di accedere a un’area sciistica con 40 km di piste da facili a medie, non senza qualche tracciato riservato agli sciatori più esigenti. Anche snowboarder e freerider di tutti i livelli e capacità troveranno come sempre tutto quello che desiderano su ampie discese, tratti impegnativi e soprattutto nello snowpark Merano 2000 con i suoi numerosi kicker, rail, tube e box.

Josef Moutain Resort


 Gardena Grödnerhof Hotel & Spa

Grazie alla sua posizione davvero privilegiata, l’hotel è senza dubbio un ottimo punto di partenza per vivere al massimo la neve ogni giorno. A soli 200 metri infatti si trovano gli skilift e i campi e la scuola di sci, la cabinovia dell’Alpe di Siusi e il modernissimo passaggio coperto, con scale mobili e tapis roulant, che porta alla cabinovia ad agganciamento automatico del Seceda, collegata allo splendido circuito sciistico della Val Gardena e alla celebre Sella Ronda.

 Gardena Grödnerhof Hotel & Spa

Alpina Dolomites

In una straordinaria posizione panoramica sull’Alpe di Siusi, nella splendida cornice delle Dolomiti, l’hotel offre un’ospitalità raffinata, servizi impeccabili e un comfort eccezionale. Uno sguardo particolare alla sostenibilità, infatti lo chalet è stato costruito nel pieno rispetto delle norme ecocompatibili e si fonde armoniosamente con la splendida natura circostante. Appartiene alla collezione di alberghi indipendenti e di lusso The Leading Hotels of the World.

Alpina Dolomites

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Gli influencer da seguire nel 2020

L’influencer è una figura in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone grazie all’autorevolezza, al carisma e alla competenza maturata in un determinato ambito. All’interno del settore scelto le principali attività di un influencer sono la creazione e la condivisione di contenuti originali, che seguono un piano editoriale ben preciso in modo tale da ottenere il massimo engagement possibile dalla community.

Le aziende sono sempre più interessate e propense a collaborare con loro, poiché sono in grado di intercettare target di mercato specifici e perché aiutano i brand ad avvicinarsi in modo più reale alla propria clientela, rispetto al classico “monologo” a cui eravamo abituati fino a qualche anno fa con le pubblicità sui mass media.

Giunti a fine anno noi di Manintown abbiamo selezionato una lista di influencer e personaggi pubblici da tenere d’occhio durante il 2020, perché siamo convinti che sapranno offrire diversi contenuti e spunti molto interessanti legati alla loro nicchia di appartenenza.

Marcello Ascani (@marcelloascani)

Prima i disegni animati, poi i vlog di viaggio, ora la produttività e la finanza personale. Marcello Ascani, youtuber e content creator dal 2013, nonostante la sua giovane età si sta facendo notare da diverso tempo per il suo carisma.

Federico Barengo (@barengo)

Youtuber legato alla moda sin dal suo esordio sul web, è la persona di riferimento per quanto riguarda il mondo dello streetwear in Italia. Grazie alla popolarità è riuscito a fare della sua passione un vero e proprio lavoro in ambito fashion.

Rowan Row (@rowanrow)

Influencer molto attivo sui principali social, attualmente si divide tra fashion e fitness, e per questo ambito ha anche un profilo secondario (@rowanrowfitness).

Fabio Barnieri (@douglas_mortimer_official)

Douglas Mortimer è un influencer fuori dagli schemi, che si pone come scopo la valorizzazione e la divulgazione della cultura del gusto e del buon vivere. “Gusto” inteso come la capacità di comprendere, riconoscere e apprezzare il bello. 

Clizia Incorvaia (@cliziaincorvaia)

Famosa come modella e influencer, ha all’attivo delle partecipazioni in TV e si è rivelata un’ottima DJ. La ex moglie di Francesco Sarcina, frontman de Le Vibrazioni, cura un sito dedicato a moda e viaggi che si chiama Il Punto C, e con l’amica Lola Ponce ha fondato il brand femminile Girls Speak!.

Paola Turani (@paolaturani)

Modella prima che influencer, Paola ha a che fare con il mondo della moda sin da giovanissima, quando a 16 anni venne notata da un’agenzia francese. Attualmente è una delle influencer più seguite in Italia e vanta numerose collaborazioni con brand importanti.

Roberto Valbuzzi (@notordinarychef)

Chef e conduttore televisivo, con il tempo ha acquisito sempre più seguito sui social network, in particolare su Instagram. È anche un volto noto in televisione, infatti negli ultimi anni è parte integrante del cast di ‘Cortesie per gli ospiti’.

Marco Ferri (@marcoferri5)

Modello e influencer italiano molto conosciuto all’estero, grazie alla partecipazione in programmi televisivi latino americani. Parla fluentemente 3 lingue, ama il marketing, i viaggi e ha fatto di una passione il suo lavoro.

Csaba dalla Zorza (@csabadallazorza)

Scrittice, autrice e redattrice da sempre appassionata del mondo della cucina. Viene definita la “specialista nell’arte dell’accogliere” e ovviamente un’esperta di lifestyle. Attualmente è giudice nel programma ‘Cortesie per gli ospiti’, in onda su Real Time.

Giulia Calcaterra (@giuliacalcaterra)

Dopo gli inizi come velina e alcune apparizioni televisive, Giulia è diventata una vera star di Instagram. La sua passione per lo sport, le attività adrenaliniche e i viaggi l’hanno trasformata in una delle più importanti travel e fit influencer del momento.

Nick Pescetto (@nickpescetto)

Nato in Brasile, Nick è un content creator appassionato al mondo del fitness e del travel ed è felicemente fidanzato con Giulia Calcaterra. Insieme viaggiano molto e sono ambassador di diversi brand. Ha un pagina secondaria (@nickpescettopresets), dove condivide i suoi preset per Adobe Lightroom.

Giorgio Giangiulio (@giorgiogiangiulio)

Appassionato di moda sin dall’infanzia, è il fondatore del blog “The Style Storyteller”. Attualmente è brand ambassador e consulente per diversi brand di prestigio, oltre che modello. La sua frase preferita? “Il principio della vita elegante è un alto pensiero d’ordine e d’armonia, destinato a trasmettere poesia alle cose” (Honoré de Balzac).

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Cinecult: Star Wars: l’ascesa di Skywalker di J.J. Abrams

Siete angeli o demoni? Sitts o Jedi? E siete per la libertà o per l’odio? Sono domande che cari lettori dovrete porvi vedendo per le feste di Natale l’ultimo epico capitolo della saga fantascientifica più osannata del mondo ‘Star Wars: l’ascesa di Skywalker’ diretto da J.J. Abrams e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures che nel 2012 ha acquisito la saga dal suo creatore George Lucas.

Per chi non lo sapesse si tratta dell’epilogo di una epopea siderale che affonda le sue radici nel lontano 1977 quando chi scrive aveva appena 5 anni.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Star Wars ci ha accompagnato dall’infanzia alla maturità e continua a forgiare l’animo delle nuove generazioni, educando a incrollabili e solidi valori che oggi sono quasi antitetici alla propaganda sovranista e becera di Trump: l’inclusione, il multiculturalismo, l’estetica green, la tutela dei più deboli, l’uso della forza a beneficio di tutti, il rifiuto dell’odio e dell’imperialismo totalitario, la bellezza poetica della fantasia che tutto avvolge con la sua alchemica fascinazione.

Tutte componenti  che ritroviamo in questo nuovo, avvincente capitolo di questa fantastica e galattica epopea. Daisy Ridley, una conferma dopo il suo successo nel precedente capitolo, incarna la figura della nuova eroina della settima arte: la jedi Rey che salverà il mondo dal perfido imperatore del male Palpatine è una ragazza intrepida, sensibile e valorosa, capace di slanci e grande femminilità pur nei suoi abiti da oplita siderale, peraltro curatissimi, e complimenti ai costumisti.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

L’autocrazia è una minaccia anche nel futuro come nel presente, e il regista e gli sceneggiatori J.J. Abrams e Chris Terrio lo sanno bene: meglio la democrazia interplanetaria guidata dalla proba, saggia e virtuosa principessa Leia Organa che nel film è interpretata da una miracolosamente ‘riesumata’ Carrie Fisher scomparsa nel dicembre 2016 e che rivive sul grande schermo grazie a una speciale tecnologia denominata ‘rotoscoping’.

Interessante Adam Driver, attore pregevole e poliedrico, nel ruolo sfaccettato e non facilissimo di Kylo Ren: sarà cattivo oppure no? Diciamo pure che si tratta di un personaggio piuttosto fluido, abbastanza posh.

Interessante perché c’è un bel lavoro di definizione psicologica del personaggio, anche se non eccessivamente intimistica, ça va sans dire. Il ragazzo ha la stoffa e lo ha dimostrato a più riprese e a chi scrive la sua figura piace molto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

C’è poi il dualismo fra Finn e Poe, ovvero rispettivamente i due eroi di sfondo della scena galattica interpretati da Oscar Isaac e John Boyega, che non fanno che bisticciare ma che sono amici per la pelle quando si tratta di difendere la Resistenza dagli attacchi del Primo Ordine.

A tratti sembra di vedere Space Vampires, a tratti Shining o l’Esorcista perché in certe scene cariche di tensione scenica e di thriller dove il lato oscuro ruba la scena alla forza, il regista sembra aver calcato un po’ troppo la mano.

Lo spettacolo in tutta la sua magniloquenza è assicurato anche dal ritorno di fiamma di Billy Dee Williams nei panni del generale Lando e da qualche cammeo qua e là, immancabile diciamo.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

Formidabile la macchina scenica che ovviamente punta sui virtuosismi tecnologici per stupire e sorprendere lo spettatore: ci sembra di esserci dentro nei duelli quasi 3D sullo sfondo dei flutti più impetuosi o negli inseguimenti nel deserto, magnifico.

Esilaranti i personaggi che sono ormai parte dell’immaginario dei fan della serie cinematografica: da C3Po molto sarcastico e sempre molto blasè, al gigante peloso Chubeka, fino ai mille animaletti e robot ai quali manca solo la parola.

Il film è suggestivo anche per la fotografia che non ha badato a spese: la pellicola è ambientata in parte in Giordania e in parte nei Pinewood Studios di Londra. Curiosità: il film è stato realizzato in Cinemascope ma anche in formato IMAX a scorrimento orizzontale, mentre la maschera fratturata nera che compare nel film si ispira all’arte giapponese del kintsugi che nel sol levante attraverso l’oro e l’argento serve a dar vita nuova a un oggetto rotto.

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Courtesy of Walt Disney Pictures

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Cani piccolissima taglia pelo corto: 5 razze da scegliere

I cani sono degli animali da compagnia davvero speciali, così come i gatti. Le razze di entrambi sono davvero tantissime, senza contare che quelle dei cani si dividono anche in taglia grande, media, piccola e piccolissima oltre che ulteriori distinzioni per il pelo: lungo, corto e medio.

Se siete amanti dei cani piccolissima taglia e a pelo corto, ovvero quelli che non superano i 10 kg di peso da adulti, ma non sapete quali sono le razze e quale scegliere ve ne indichiamo qui a seguire 5.

Cani piccolissima taglia pelo corto: 5 razze fra cui scegliere.

I cani piccolissima taglia pelo corto sono senz’altro l’ideale per chi vive in appartamenti anche molto piccoli e vuole portarli sempre con sé anche se viaggia. Fra questi le razze sono:

Chihuahua

Sono fra i più piccoli in circolazione, dal carattere vivace e coraggioso sono anche cani molto svegli, indipendenti e con un udito molto attento.

Carlino

Questa razza di cane è molto tenera e affettuosa, anche se molto pigro. Si tratta di un cane ideale per i bambini, ai quali si affeziona subito. Sopporta le loro coccole e i loro continui giochi con estrema pazienza.

Jack russel terrier

Uno fra i cani di piccolissima taglia pelo corto dal carattere con istinti di caccia: è un insieme di energia e vitalità che ama molto giocare e necessita di moltissime attenzioni. E’ anche un cane molto intelligente che risponde a comandi molto complessi e che fa salti davvero eccezionali.

Pinscher nano

Questa razza di cane a pelo corto è di ottima compagnia, ma non lasciatevi ingannare dalla sua taglia, perché non è per nulla docile, ma se addestrato adeguatamente è un ottimo cane da guardia della casa. Riesce a farsi rispettare anche da cani di taglia più grande. Inoltre non ama molto gli estranei a cui tende ad abbaiare ed è molto diffidente. Le origini di questo cane sembrano risalire ai tempi dell’Homo Sapiens da recenti ritrovamenti ed è stato selezionato tra la fine dell’800 e inizio del ‘900 in Germania per la prima volta.

Bassotto nano

Anche questo è fra i cani di piccolissima taglia pelo corto con l’indole da cacciatore come il jack russel terrier. La cosa importante è educarlo fin dalla nascita, tendendo conto che non ama molto la presenza dei bambini. La sua longevità arriva circa ai 15 anni, soffre il freddo e per questo va asciugato subito dopo una passeggiata (in caso di pioggia e umido) e la sua cuccia è meglio se sollevata da terra perché teme l’umidità. Il bassotto nano ama muoversi, pertanto se amate andate a correre o fare attività all’aperto, portatelo con voi e lui sarà felice.

A Milano, 11 e 12 gennaio va in onda la moda sostenibile

Milano punta sulla sostenibilità con con WSM Fashion Reboot, un evento realizzato grazie al supporto di MISE e ICE – Agenzia, alla partnership con Confartigianato Imprese, l’11 e 12 gennaio 2020 al BASE Milano.

Il primo evento dedicato all’innovazione sostenibile e al fashion design, con lo scopo di fare da ponte tra la cultura della sostenibilità, il mercato e il pubblico finale.

Sinergia e interazione sono la chiave per capire WSM Fashion Reboot, un progetto che include installazioni, display, happening e un ricco calendario di attività e workshop per coinvolgere non solo gli addetti ai lavori, ma la stessa città di Milano. L’obiettivo è di promuovere un cambiamento concreto, grazie a un lavoro corale, frutto di una reale collaborazione.

Il progetto nasce dalla sinergia tra Camera Nazionale della Moda, WHITE, CBI Camera Buyer Italia, che insieme a Confartigianato Imprese intendono lanciare un nuovo paradigma della moda a Milano.

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Un’importante iniziativa di sistema guidata da WHITE per valorizzare il ruolo di Milano sulla scena internazionale con una vocazione precisa: diventare il primo appuntamento imperdibile dedicato al mondo della circolarità e sostenibilità della moda.

Tantissime i designer e le realtà coinvolte anche grazie a partner come Fashion Revolution, Cittadellarte Fondazione Pistoletto, il Politecnico di Milano, oltre al Comune di Milano, che sempre sostiene attivamente le iniziative di WHITE.

Tra le cose da non perdere per la prima volta a Milano a WSM – la mostra Sustainable Thinking organizzata dal Museo Salvatore Ferragamo e la Fondazione Ferragamo.

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Stay tuned su MANINTOWN per scoprire tutti i protagonisti dell’evento.

PUOI VISITARE LIBERAMENTE L’EVENTO CLICCANDO QUI:

https://www.wsm-white.com/?page_id=109

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A New York Moschino porta l’ironia della street couture

Street meets couture. È nel segno del sincretismo fra alta moda e look da ghetto fabulous che Moschino by Jeremy Scott debutta a New York in passerella.

Dopo l’en plein di Cinecittà del gennaio 2019 in omaggio al cinema visionario di Fellini, la location è ancora di quelle che non si dimenticano facilmente: quel geniaccio di Scott, per la prima volta del brand nella Grande Mela, ha scelto il New York Transit Museum di Brooklyn, dove qualche giorno fa hanno sfilato, come in un vagone della metropolitana, sia la precollezione donna che le proposte irriverenti dedicate a lui, in piena osmosi con il guardaroba per le Moschino girls.

Gag da passerella come le cerniere trompe l’oeil e le borse maxi a forma di stereo anni’90 ma anche tanti accessori sfiziosi corredano gli outfit co-ed più iconoclasti dello stilista americano che alcuni definiscono la reincarnazione del trasgressivo ed esilarante Franco Moschino.

La black culture si intreccia con lo stile altero e classy delle signorine di Park Avenue, sdrammatizzato in una carrellata di fogge antisciura ma molto sartoriali. Colori pastello e fantasie mimetiche si alternano mentre i print baroccheggianti invadono i jumpsuit agender da combinare con zainetti e marsupi in toni soft.

Il chiodo, altro elemento iconico dell’iconografia di Moschino, acquista una nuova grinta grazie a lavorazioni preziose come ragnatele di catene dorate ricamate sulla pelle e metallerie vistose molto rock ma anche un po’ Toy Boy, perché Jeremy Scott occhieggia all’estetica hard dei leather bar in cui i proseliti gay della ‘clone generation’ si riunivano alla fine degli anni’80 nei club malfamati ricavati dalle macellerie del Meat Packing district.

Tutto è ingigantito, esasperato, per un mood a tutto volume che non si prende mai sul serio in sintonia con la weltanschauung di questo dissacrante marchio che tanto lustro ha dato all’ascesa del Made in Italy.

La musica rap e il r’n’b scandiscono, insieme ai rumori assordanti delle subway newyorkesi, il ritmo delle vite di chi ha scelto di vivere nella città che non dorme mai.

Mentre i fourreau gioiello da vamp rifanno il verso alle mise ammalianti disegnate per Cher da Bob Mackie, il costumista di Elton John prima di Gianni Versace, i frac metallari body conscious da baronetto ribelle e i bomber strizzano l’occhio al Buffalo Style di Ray Petri con tanto di catenozze dorate d’ordinanza, fra cargo pants, giacche a vento color block e confortevoli tute full color virate in toni femminei.

Le stampe stereo ricordano un’epoca più analogica, quando, nell’afa estiva, i newyorkesi potevano sedersi sulle scalinate d’ingresso e ascoltare le canzoni delle estati passate, come nei film di Spike Lee, nella Harlem degli anni’90.

Dettagli cult: gli accendini giganti in stile “Bic” suggeriscono le forme delle borse da sera (abbastanza ampie da contenere non solo un pacchetto di sigarette ma un’intera stecca), mentre il tweed flirta con il denim, la grisaglia diventa sporty chic e le tenute workwear diventano iper glamour per la gioia dei membri della Moschino Community.

È l’energia di Manhattan ma anche della scena underground che riunisce ragazzi e ragazze pronti a mescolarsi e a divertirsi nella giungla d’asfalto con ironia provocatoria e trash couture fatta ad arte per épater les bourgeois.
Prossima fermata: Moschino street. Stay tuned.

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