Scooter elettrico Nes: prestazioni e design

Quando libertà, dinamismo e rispetto per l’ambiente si uniscono, nasce NITO, marchio italiano che sfida i grandi brand per divenire protagonista del mercato consumer delle due ruote.

NITO offre prodotti dal forte carattere distintivo, mezzi elettrici di design e dalle prestazioni brillanti, capaci di distinguersi nel contesto metropolitano per dettagli e bellezza.
Ogni prodotto è customizzabile, il design è italiano, le forme compatte e i materiali di qualità eccellente. Chi viaggia con NITO viaggia con stile, e si diverte nel pieno rispetto dell’ambiente.
NES, lo scooter del brand torinese, è tra i più scattanti mezzi sotto i 4 kw in termini di prestazioni, il valore aggiunto di un prodotto eco-friendly e dal grande impatto estetico.

nitobikes.com

Client: NITO

Talent: Andrea Cerioli

Photographer: Pier Nicola Bruno

Stylist: Miriam De Nicolo’

Assistant Stylist: Irene Lombardini

Assistant Photographer: Delfo Bardelli

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Irritazioni e prurito post rasatura: i migliori rimedi

La rasatura tramite rasoio, negli uomini come nelle donne, può spesso avere come conseguenze irritazioni cutanee e prurito. Per gli uomini, poi, il radersi può diventare fonte di fastidio o arrossamenti, soprattutto se si tratta di una superficie delicata come quella del viso.

Per questo motivo, è importante usare determinati accorgimenti pre e post depilazione, in modo da prevenire ed eventualmente curare come si deve ogni forma di reazione della pelle. Esistono, tra l’altro, semplici passaggi naturali da poter attuare tranquillamente in casa:

1.Esfoliare la pelle

In generale, avere una pelle pulita prima della depilazione è molto importante. L’esfoliazione pre rasatura aiuta ad eliminare le cellule morte e a far emergere i peli incarniti, in modo da preparare la pelle e ad esporla meno alle irritazioni.

Per gli uomini nello specifico, non sarebbe male optare per una pulizia del viso tramite sapone e acqua calda. L’ideale sarebbe radersi proprio dopo una doccia calda e, nel frattempo, lavare il viso con del sapone esfoliante. Il risultato? Pelle liscia e pori dilatati e puliti, una buona partenza per evitare arrossamenti e prurito.

2. Applicare del ghiaccio

Se dopo la rasatura si avverte una sensazione di bruciore, il rimedio più facile ed immediato è applicare del ghiaccio sulla parte interessata. Basta avvolgere dei cubetti di ghiaccio in un asciugamano sottile e posizionare il tutto. In alternativa, è possibile utilizzare un panno precedentemente immerso in acqua fredda. Per eliminare completamente il bruciore, potrebbe essere necessario ripetere l’operazione più volte giorno.

3. Trattare l’irritazione con l’aceto di mele

Un altro rimedio naturale e casalingo per le irritazioni post rasatura è l’aceto di sidro di mele. Le sue proprietà antinfiammatorie, infatti, aiutano a ridurre infiammazione e prurito. Inoltre, l’acido acetico contenuto aiuta a prevenire eventuali infezioni.

Per farlo, basta impregnare un batuffolo di cotone con l’aceto di mele, applicarlo sulla zona interessata, lasciarlo asciugare naturalmente e poi risciacquare con acqua corrente. Se necessario, si può ripetere l’operazione più volte al giorno. Per chi ha una pelle sensibile, si consiglia di diluire l’aceto di mele con un po’ d’acqua prima di applicarlo.

4. Utilizzare l’Aloe Vera

Un’eccellente opzione naturale per alleviare l’arrossamento post depilazione è l’aloe vera: la sua natura rilassante e rinfrescante di questa pianta dona immediato sollievo da irritazioni ed infiammazioni della pelle. Inoltre, l’aloe vera mantiene la pelle idratata ed accelera il processo di guarigione.

Se si possiede una pianta di aloe in casa, basta tagliarne un ramo ed estrarne il gel. In caso contrario, quest’ultimo si trova facilmente in commercio ed è meglio applicarlo sull’irritazione freddo da frigo.

5. Usare il bicarbonato

Il bicarbonato possiede straordinarie proprietà che permettono di curare e purificare la pelle. Tra le sue caratteristiche, è antisettico e detergente, aiutando così anche nel trattamento dei brufoli.

Si può preparare facilmente un tonico al bicarbonato: basta mescolarne una piccola quantità con un po’ di acqua tiepida, per poi applicarlo sulla pelle utilizzando un batuffolo di cotone. Quest’ultimo va passato più volte, per poi lasciar asciugare la pelle naturalmente. Una volta asciutta, la superficie è pronta per la rasatura.

6. Applicare acqua fredda

Prima e durante la rasatura è decisamente meglio servirsi di acqua calda o tiepida per preparate adeguatamente la pelle. Dopo la rasatura, invece, è consigliabile risciacquare la pelle con acqua fredda. Questo perchè aiuta i pori a chiudersi rapidamente, evitando la formazione di brufoli e mantenendo il viso pulito. 

7. Usare una lozione o un balsamo dopobarba

Il mondo della cosmetica ha lanciato sul mercato numerosi prodotti adeguati al post rasatura: lozioni, creme e gel sono appositamente ideati e realizzati proprio per alleviare irritazioni, bruciori ed arrossamenti della pelle dovuti all’utilizzo del rasoio.

Se si vuole andare sul sicuro, è consigliabile optare per soluzioni senza alcool: soprattutto per le pelli sensibili, evitano che con il contatto si provi una sensazione di bruciore o, peggio, si aggravi la situazione iniziale. Diversi prodotti interessanti si possono trovare nel nostro articolo a riguardo.

8. Utilizzare un dermoregolatore prima e dopo la rasatura

Per chi è costantemente soggetto a prurito, rossore e irritazioni (o è solito tagliarsi), è consigliabile munirsi di un buon dermoregolatore, da applicare prima e dopo la rasatura.

Dalle proprietà quasi miracolose, il dermoregolatore può essere applicato anche su piccole lesioni, oltre che su escoriazioni e bruciature, o prima di fare un tatuaggio. Nel momento in cui si usa abitualmente il rasoio può seriamente diventare un supporto assolutamente indispensabile.

A questo proposito, uno dei prodotti di maggior punta è senz’altro Antidot Pro, esclusiva dello shop online di OP Cosmetics. Il boom di vendite è nato dopo che Tracey Cunningham (colorista di star del calibro di Jessica Alba, Gwyneth Paltrow, Charlize Theron) ha dichiarato di utilizzarlo sulle sue clienti. OP Cosmetics lo ha importato un paio di anni fa insieme al rinomato Olaplex (il brand cosmetico creato dai chimici Craig Hawker ed Eric Presly) e può essere acquistato in due diversi formati, ovvero 60 ml o 240 ml. 

Grazie alle approfondite ricerche degli allergologi, Antidot Pro riesce a proteggere la pelle isolandola dagli agenti esterni che possono essere causa di irritazione. Questo perchè si tratta di un dermoregolatore antistaminico naturale, che viene assorbito dolcemente dalla pelle e fa davvero la differenza su quelle sensibili. 

La sua formula è composta da diversi principi attivi quali zinco, olio di cocco, olio di bambù, olio di babassu, olio di semi d’uva, olio di avocado, burro di karitè, olio di kumquat, olio di borragine, olio di macadamia, olio di pompelmo. Grazie al suo utilizzo il prurito post rasatura, le reazioni allergiche, la secchezza o la presenza eccessiva di sebo diventeranno solo un lontano ricordo. In men che non si dica, la pelle risulterà incredibilmente rilassata e ossigenata, grazie all’incremento del microcircolo del sangue e alla nutrizione dei bulbi piliferi. 

Cinecult: Serenity di Steven Knight

Un paradiso terrestre che si tinge di rosso sangue, un thriller noir di grande effetto che non deluderà gli amanti del genere, dei brividi d’estate ma anche chi ama il filone surreale ricco di colpi di scena e di sorprese del tutto inaspettate e imprevedibili!

‘Serenity l’isola dell’inganno’ distribuito da Lucky Red, scritto e diretto da Steven Knight, è un film che nasce dall’ibridazione fra la visione misogina e al contempo femminista della bellissima e misteriosa Karen Zariakas interpretata dal premio Oscar Anne Hathaway che nel film è vittima di violenze domestiche da parte del secondo marito Frank (l’attore australiano molto convincente Jason Clarke), e la sensualità torrida e muscolare del protagonista premio Oscar Matthew Mc Conaughey, che torna a interpretare un ruolo da eroe americano disperato e profondo dalla testosteronica fisicità, quello di Backer Dill/John, un pescatore che nel tentativo di catturare il tonno perfetto cerca di sfuggire al dolore e al trauma della guerra in Iraq e dell’abbandono della moglie. Baker Dill è un personaggio che combina mascolinità e vulnerabilità, sensibilità e rudezza, un uomo che ha sofferto e annega i dispiaceri nel rum e nel sesso, consumato impetuosamente con la seducente e burrosa Diane Lane (nel ruolo di Constance) pensando al figlio Patrick che non vede più da tempo a causa della ex moglie (Karen) che lo ha inaspettatamente tradito e piantato in asso.

Dopo 10 anni dal divorzio Karen si palesa a Plymouth facendo una proposta particolarmente estrema a Baker che si troverà di fronte a un grande dilemma esistenziale. Il regista e sceneggiatore è Steven Knight, una delle ‘firme’ di Hollywood che ha ottenuto una candidatura agli Oscar nel 2002 per la sceneggiatura di ‘Piccoli affari sporchi’ diretto da un altro gigante, Stephen Frears. Per ‘Serenity’ ha tratteggiato e dato vita sul set a personaggi ambivalenti e magnetici. Il regista dopo la realizzazione del film, si è detto affascinato dalle brave persone che fanno brutte cose come il capitano Dill. Splendido lo sfondo naturale che è anch’esso poi un personaggio della pellicola: la fantomatica isola di Plymouth dove si svolge tutto il plot, è stata ricostruita nello spettacolare scenario azzurrato di un’isola delle Mauritius dalle spiagge di sabbia bianca finissima bagnata dall’Oceano Indiano di un blu cristallino. La tessitura della storia è particolarmente efficace, godibile e al contempo raffinata.

A un certo momento del film ci si può sentire persi interrogandosi sui possibili sviluppi di una trama concepita per lasciare lo spettatore a disagio, senza punti fermi. Il film che suggerisce già dal titolo un intreccio turbinoso –e occhio al titolo perché non è scontato ma studiato- è destabilizzante e avvincente e si ispira in qualche modo a certi classici noir e avventurosi della letteratura anni’40 e’50 come Ernest Hemingway e Graham Greene. Questa pellicola peraltro è una reunion di due grandi attori: McConaughey e la Hathaway avevano già recitato insieme in Interstellar.

Notevoli i costumi creati da Danny Glickman specialmente quelli indossati dalla glamourous Anne Hathaway che è abilmente trasformata in una rediviva Lauren Bacall e ricorda anche Ida Lupino e Veronica Lake, le belles dames sans merci del cinema noir anni’40. Promosso a pieni voti il monumentale Djimon Hounsou nei panni del pescatore Duke, amico e confidente di Baker Dill e che nel film incarna il coté spirituale ed emotivo, semplice e vibrante insieme.

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È street food mania, mangiare per strada è il nuovo gourmet

Altro che stellati, il vero caso di successo nel mondo della ristorazione è lo street food. Il cibo da strada batte ogni gourmet e segna dei risultati incredibili. Negli ultimi 5 anni sono raddoppiate le imprese di ristorazione ambulante ma il dato più rilevante è che sono i giovani under 35 e gli stranieri a guidare questo nuovo fenomeno.

L’ultimo rilevamento risale alla seconda metà dello scorso anno e prendeva in esame il periodo 2013-2018. In questo lasso di tempo i food truck (questo il nome dei punti vendita su ruote) è passato da 1.717 a 2.729 attuali. Di questi oltre 600 (22%) sono gestite da Millenials con una crescita, nel quinquennio, del 23,9%. La diversificazione dell’offerta è testimoniata da un altro dato che fissa al 52,1% la quota di mercato rappresentato da imprenditori stranieri. Ricercatore di street food in giro per il mondo, Maurizio Rosazza Prin, secondo classificato nella seconda edizione di MasterChef Italia e volto televisivo, riporta nel suo blog Chissenefood, ricette, idee e racconti che raccoglie nei luoghi più disparati.

Quali sono i motivi del successo dello street food che lo hanno fatto passare da cibo per i meno abbienti a proposta d’avanguardia?

Le mani, la sensazione tattile e la libertà di muoversi che ti procura il godere di un cibo senza doverti sedere in una tavola è assolutamente impagabile. Rimane la convivialità senza la geometria della tavola. Più che avanguardia è un ritorno al passato dove il cibo aveva un significato funzionale e veniva cucinato là dove doveva essere consumato. E dopo la sbornia dei menù degustazione, il trionfo della tavola con le mille portate, parallelamente è nata questa esigenza di libertà. E come ogni contro cultura ha finito per diventare la cultura dominante e non è affatto raro che venga proposto nei grandi ristoranti come un elemento in un menù di degustazione. La mia critica è che deve rimanere popolare, nei prezzi e nella proposta: ai venditori di cibo da strada vorrei dire di non farci pagare il prezzo delle vostre operazioni di marketing ma di darci qualcosa di vero, con l’anima e a un prezzo giusto. Come dovrebbe essere. E prima di pensare ai format e alle gastro operazioni di marketing pensare a far da mangiare bene, solo questo è il successo di un cibo, se è buono e giusto, preparato pensando alle persone e non ai business plan.

Per molti lo streetfood è sinonimo di cibo fatto velocemente e con poca cura, tu cosa ne pensi?

Anzi, il contrario, c’è tantissima cura. Coloro che scelgono di stare in mezzo alla strada a cucinare, scelgono di voler stare a contatto con il cliente finale e non possono più mentirgli, siamo tutti troppo attenti e notiamo tutto. Io sto vedendo grande passione da parte di chi ha scelto veramente di dedicarsi a questo stile di vita. Per noi è un fenomeno, mentre all’estero è la realtà e il motore della cultura gastronomica, pensa all’Asia, dove è normare mangiare per strada. Andare a fare file chilometriche per un piatto, in baracchini che fanno bene magari solo un piatto, ma divinamente. Un mio amico chef cinese mi racconta sempre di quando è in Cina e si sveglia alle 5 per andare al mercato al banchetto del tofu fresco, dove sanno fare solo questo con mille salse, null’altro e lo fanno da 150 anni. Pensi che in 150 anni ci abbiano messo poca cura, poco igiene nel farlo?

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Tutti al mare

C’è chi è già partito, oppure chi sta ancora contando i giorni restanti alle tanto sospirate ferie estive. La nostra selezione di capi must have da spaggia va bene per tutti, da inserire in valigia all’ultimo minuto o per completare il look di chi è già in spiaggia in prima fila.

SUN68: costume stampa hawaii e fiori.

American Vintage: camicia maniche corte fantasia germini kaki.

Baldinini: sandali in tessuto tecnico blu.

Bikkembergs: slip beachwear con logo all over.

Bikkembergs: slip beachwear neon.

Bikkembergs: duffle bag coated, 100% PU eco pelle.

Lotto Leggenda: sabot bianche logate.


Moscot: occhiale da sole realizzato artigianalmente con metallo anallergico con naselli in titani.


C.P. Company: costume con fantasia e tasche ai lati con tipico goggle.


Marina Militare: costume da bagno blu con logo e stemmi laterali.


Berwich: bermuda con doppia pinces all’italiana, comfort fit, realizzato in lino/cotone con cinta a contrasto.


Marina Militare: t-shirt manica corta fantasia.


Lotto Life’s: t-shirt bianca con scritta “Life’s”.


Rucoline: marsupio in pelle con tasca frontale in pelle scamosciata. Chiusura con fibbia logata.


Stonefly: mocassino stile barca cucito a mano in morbido camoscio microforato con cuciture a contrasto. Il laccetto è tono su tono.


Slam: costume da bagno bianco con fantasia a lato.


Alessandro Gherardi: camicia texana lavata. Polso leggermente stondato. Manica Lunga.


Pence 1979: shorts in cotone tinto filo con fantasia a righe.

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10 accessori per un viaggio all’avventura

Escursionismo, campeggio, bicicletta, interrail sono alcune tra le modalità dei viaggi all’avventura preferiti dagli italiani, del resto il viaggio ha sempre fatto parte della storia e della cultura del nostro Paese ed è uno strumento importante per aprire la mente, confrontarsi con usanze e costumi diversi affrontando nuove sfide.

Chi l’ha detto però, che anche per una vacanza zaino in spalla non si possa essere attrezzati con accessori funzionali ma molto cool? Scopriamoli nella gallery.

Ermenegildo Zegna

Uno zaino spazioso e resistente, perfetto alleato per un’escursione fuori porta o un viaggio avventuroso.

Acne Studios

Stando molte ore all’aperto sotto il sole è bene proteggersi con un cappello. Must della stagione è il modello da pescatore.

Garmin Instinct

Non segna solo l’ora e indica la data. Questo smartwatch è ultra resistente, impermeabile, possiede una bussola su tre assi e il GPS.

Borraccia 24 Bottles x Vivienne Westwood

L’idratazione è importante specialmente in estate. Per portare sempre con te dell’acqua, senza utilizzare inquinanti bottiglie di plastica, puoi utilizzare una delle borracce ecologiche in metallo.

Gucci

Ad ogni avventura corrisponde la giusta calzatura. Questo modello Gucci è perfetto per fare trekking senza rinunciare allo stile.

Dsquared2

Gli zaini non sono mai abbastanza per gli amanti dell’avventura. Con questo fedele alleato potrai portare in spalla tutto il necessario.

Balenciaga

Anche l’occhio vuole la sua parte ed è bene proteggersi dai raggi UV con un bel paio di occhiali da sole.

Off-White

Uno degli accessori streetwear del momento può essere l’ideale anche nelle situazioni più spericolate.

Palm Angels

In uno zaino puoi infilarci tutto l’indispensabile ma certe volte è meglio optare per un comodo marsupio e passare la giornata leggeri.

LG TONE Platinum+

Un’avventura perfetta necessità della perfetta colonna sonora che si può comodamente ascoltare con queste cuffie Bluetooth senza fili ad ostacolarci.

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Daniele Innocenti: la voce della Maremma

Conserva gli occhi birbanti e curiosi di un bambino, una lingua tagliente che cela a tratti un velo di malinconia, ma sopra ogni cosa una verve invidiabile con cui conquista tutti gli ascoltatori radio della Bassa Toscana. Passione si: per la musica e per i giovani che come ogni bravo pigmalione sa fare, consiglia nelle carriere e nelle mosse da intraprendere affinchè i loro sogni si realizzino. Daniele Innocenti, che delizia le serate della costa d’Argento nel suo affascinante format radiofonico Funk Shack, si racconta in esclusiva a Man in Town.

Agli albori della tua decennale carriera ti sei trasferito in Inghilterra. Parlaci di questa esperienza


Londra, non l’Inghilterra, che sono anni luce dall’essere la stessa cosa. E niente a che fare con la carriera quanto con l’inquietudine di un ragazzo di provincia che amava la musica alla follia (ero già un DJ ma sapevo che a Londra il massimo a cui potevo aspirare, perlomeno agli inizi, sarebbe stato un posto come lavapiatti ne solito ristorante italiano). E Londra era la musica, più di qualsiasi altra città al mondo. Una città che ha culturalmente, e sottolineo culturalmente, la musica pop nel suo DNA. 

Anche solo leggere la stampa specializzata (NME, ad esempio) mi comportava una goduria quasi fisica. Ho imparato l’imparabile. E soprattutto ho imparato a rispettare il pop, a comprenderne i complessissimi meccanismi che lo rendono imprescindibile dai tempi, dai costumi e dalla cultura di ogni epoca. E ovviamente veneravo la radio, di cui ero assolutamente drogato: la BBC nella fattispecie, e i suoi leggendari fuoriclasse, da cui ho imparato a calibrare ogni singolo respiro lavorando non solo sul tono della voce ma sui tempi, sui silenzi e, a rischio di suonare ampolloso, sulla psicologia. 

Londra è stata anche il primo impatto di uno “small town boy” con una comunità gay vastissima (che sino a quel momento non mi ero neppure mai sognato che potesse esistere), con la militanza (Act Up), una nightlife che mi avrebbe reso un vero e proprio castigo frequentare locali una volta rientrato alla base (il gap con la vita notturna italiana non è robetta) e certo che si, il sesso per il sesso: sempre, ovunque, in quantità industriale, per misurarmi con la mia fisicità, compresi i limiti, e acquisire una consapevolezza di me e del mio corpo che mi ha semplicemente stravolto la mia vita. Sono tornato scheletrico ma con due spalle di granito.

Cosa consiglieresti a un giovane appassionato di musica che sogna di fare lo speaker radio?
Consiglierei di prepararsi tecnicamente, musicalmente, e culturalmente. Non diventi farmacista senza una specifica, solidissima preparazione. E non vedo perchè dovrebbe essere altrimenti per una professione bella, importante (e difficile!) come quella del DJ: Ecco, questo gli direi: è un lavoro bellissimo. Ma non così facile come pensi. Se è un hobby, ok: fallo come vuoi. Ma per farlo diventare una professione, preparati.  E preparati duro.

Sei anche un event planner: cosa serve per realizzarne uno di successo?


Dipende dal tipo di eventi. La mia formulina magica però è sempre stata quella che io chiamo delle tre T: tradizione, trasgressione e un pizzico di trash. Naturalmente un po’ di maestria nel mescolare gli ingredienti male non fa.

Cosa rende Orbetello così magica?


Orbetello è un inferno, una gabbia, una riserva indiana per quell’inquietudine giovanile di cui ti parlavo poco fa. Ma una specie di piccolo paradiso in terra quando tutta quell’euforia, quella curiosità, quella smania di vita si tramuta in qualcos’altro. Magari grazie alla maturità, a quel po’ di senso di sfinimento che a un certo punto inevitabilmente subentra quando hai navigato nella tempesta più che abbastanza.

Quello che a me personalmente la rende irrinunciabile è il contatto ipnoticamente quotidiano con la natura: gli aironi, i gabbiani, il verde, la laguna, la spiaggia, gli odori. Certo, sotto un aspetto professionale o creativo, non è la Mecca. E a volte è semplicemente una rottura di palle ammorbante. Ma più in generale è il posto perfetto dove approdare quando decidi che è ora di vivere in pace.

Ti vediamo impegnato nel salvare le vite di decine di gatti ogni giorno. Una cosa ammirevole. Da dove nasce la passione per gli animali? 

Se qualcuno me l’avesse detto qualche tempo prima gli avrei riso in faccia. E’ stata una svolta totale, assoluta, definitiva: diventare un operatore volontario nel randagismo felino mi ha tramutato in un altro uomo. Non so da dove è nata questa cosa, ma so cos’è stata.

E’ stato il dire finalmente basta ad essere io stesso il centro delle mie attenzioni. E’ stato il dedicare una parte della mia vita a qualcosa che è altro da me. E’ il passare nel giro di poche ore dal chiasso, il glamour, la magia degli amplificatori, della bella gente, dei drink, dello sballo, della sensualità ad un marciapiede sudicio, faccia a faccia con delle creature in seria difficoltà, ormai ridotte a vivere in un contesto che è strutturato per essergli perfettamente ostile.

Su di me ha avuto un effetto sconvolgente: meno soldi, meno ore di sonno, meno abiti carini, meno di tutto quello che mi piaceva, ma finalmente un bel senso di tranquillità con cui andare a dormire. Fortemente consigliato.

Progetti attuali e futuri?

Niente progetti. Un infarto importante come quello che ho subito qualche settimana fa ti sbatte in faccia tutta la tua vulnerabilità. E a questo punto, l’unica cosa che mi viene voglia di progettare è un modo per poter continuare ad occuparmi dei miei gatti, di Funk Shack, degli amici, delle cose belle della mia vita quanto più a lungo possibile. Soprattutto non dandola così per scontata, la vita. Visto che evidentemente non lo è.

Sei appassionato di Motown e anni Settanta. Cosa ti lega a questi periodi?

Innanzitutto l’amore per la musica black. Il primo album che ho comprato con la paghetta di papà quando ero realmente ancora un bambino, a costo di terribili rinunce tipo il cinema e il gelato la domenica pomeriggio con li amichetti, era di Joe Tex.

Ma nello specifico, la Motown per me è riscossa, riscatto. Giovani artisti, belli e incredibilmente talentuosi a cui però non era concesso l’uso del bagno nei locali in cui si esibivano perchè neri. Salvo poi diventare nel giro di due o tre anni le megastar ultra glamour che tutti veneravano, che radio e tv si contendevano, e che i ragazzi americani (finalmente anche quelli bianchi) imitavano. La quintessenza della riscossa.

Certo, da appassionato di produzione da un punto di vista prettamente tecnico e artistico, credo che la leggendaria parabola Motown costituisca l’apice massimo mai raggiunto in termini di genio creativo e innovativo dell’intera storia della musica moderna. A mio parere (ma non solo mio) ancora lì, imbattuta e imbattibile.

Lasceresti un verso di una canzone per i nostri lettori?

Certo che si: “proprio come faceva Pagliacci – cerco di nascondere la mia tristezza – sorridendo in pubblico mentre da solo in una stanza piango – le lacrime di un clown quando nessuno lo vede”. Tutto il senso dell’essere artista in una delle mie preferite in assoluto: “The tears of a clown” di Smokey Robinson.

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CRESCENZI & Co.: reinventarsi una professione e vincere la sfida

 

Da medicina e nightlife all’agenzia di successo negli eventi e nella comunicazione; Michele Modica e Luca Crescenzi festeggiano 5 anni di Crescenzi & Co. 

Michele Modica e Luca Crescenzi fondano il 25 luglio del 2014 Crescenzi & Co., agenzia che fornisce servizi per la comunicazione e gli eventi. Oggi, a distanza di 5 anni, i due fondatori raccontano una storia di successo non priva di difficoltà, sacrifici e rischi. Crescenzi & Co. si occupa di event concept e di servizi complementari come: set-up, produzione, food&beverage concept, pr, intrattenimento e gestione talenti; promossi singolarmente o in un pacchetto componibile e personalizzato per essere utile a raggiungere gli obiettivi di comunicazione del cliente. 

“È iniziato tutto per caso, grazie al mio lavoro di art director e a quello nella vita notturna che – racconta Luca Crescenzi, co-fondatore e creative director – in 25 anni di carriera mi ha portato a collaborare con importanti realtà come Hollywood, Gasoline e soprattutto lo storico Plastic Club, e alla ideazione della serata Alphabet. La moda ha iniziato a contattarmi per le pr personalizzate di alcuni eventi e sfilate e, successivamente, a richiedermi altri servizi. É in quel momento che Michele, intuite le potenzialità di business, decide di abbandonare medicina per fondare insieme a me Crescenzi & Co.”. 

L’agenzia, come nella più classica delle tradizioni, parte con due computer portati da casa, un piccolo spazio ricavato in un soppalco e tanta caparbietà. Luca e Michele si mettono in discussione e scommettono su questa nuova avventura lasciando dietro di loro tutte le sicurezze conquistate sino a quel momento. Non pochi i pregiudizi – e la competizione – che hanno affrontato per rendere credibile il loro lavoro e quello dell’agenzia. Nel corso dei primi anni, infatti, i loro curricula – non coerenti col settore degli eventi e della moda – sono stati strumentalizzati per sminuire la loro professionalità. La realtà dei fatti ha dimostrato invece il contrario; sono proprio le differenti formazioni e le eterogenee personalità di Luca e Michele, le cifre del loro successo che gli hanno permesso di ragionare “fuori dalla scatola”. Il fatturato è cresciuto, anno dopo anno, in modo costante confermando l’affidabilità della loro strategia aziendale che pone il network al centro dell’attività. L’agenzia festeggia questo mese: 5 anni, 1 sede di 170mq ed un team di 10 persone fisse e diversi collaboratori. 

Michele Modica, co-fondatore e general manager, parlando delle strategie di business spiega: “Siamo stati in grado di raddoppiare ogni anno il volume d’affari, anche in periodi di forte contrazione del mercato, perché abbiamo garantito ai nostri clienti servizi di alta qualità e risposte flessibili alle loro esigenze di risparmio di tempo e di risorse economiche. Ciò è stato possibile internalizzando il più possibile la realizzazione dell’offerta e fornendo servizi che possono essere proposti in un pacchetto completo ‘su misura’ oppure singolarmente; questa seconda opzione ci consente di lavorare in modo sinergico con gli altri player del settore considerandoli come possibili partner, e non come competitor”. 

“Abbiamo deciso di festeggiare questo nostro primo e importante lustro di attività – aggiungono i due soci – con una serie di eventi utili a celebrare coloro che ci hanno sostenuto in questi anni: dipendenti, clienti e fornitori. Abbiamo deciso di iniziare esattamente nella settimana del nostro compleanno, il prossimo 25 luglio, con un weekend di team building e festa a Forte dei Marmi dedicato ai nostri dipendenti. Da settembre la nostra sede si trasformerà in galleria d’arte per offrire periodiche mostre d’arte aperte al nostro network. Per i nostri clienti e fornitori stiamo organizzando invece un evento esclusivo, ancora top secret, che avrà luogo il prossimo ottobre. Quale modo migliore per celebrare tutti i nostri stakeholder se non attraverso quello che ci riesce meglio, vale a dire gli eventi?! ” 

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Krug Encounters Milan 2019 – L’eccellenza della tradizione, tra suoni d’avanguardia e sapori d’oltreoceano

Un chiostro segreto nel cuore di Milano, l’anima silenziosa dell’ex monastero di Santa Maria Maddalena al Cerchio, ha ospitato il secondo appuntamento dell’esclusivo Krug Encounters. Un’esperienza immersiva che ha sfiorato tutti i sensi per godere a 360 gradi dell’intensità del suo champagne e delle sue infinite connessioni con il mondo della musica e dell’haute cuisine in grado di mettere in risalto il gusto di Krug Grande Cuvée 167ème Édition.

Olivier Krug, padrone di casa, ha invitato i partecipanti a intraprendere un viaggio tra le note 3D della musica dell’artista belga Ozark Henry, da anni in costante ricerca di nuovi metodi sonori per dar voce a esperienze emotive e sensoriali attraverso la musica d’avanguardia, combinando tradizione e tecnologia.

L’esperienza multisensoriale di Krug esplode con Krug x Pepper, il nuovo sorprendente abbinamento gastronomico scelto dalla Maison per esaltare la struttura del Krug Rosé 23ème Édition, una Cuvée de Prestige Rosé assemblata con 60 vini di annate diverse. Questo straordinario percorso è raccontato nel quinto libro voluto dalla Maison Krug, Krug x Pepper “Rock the Pepper”, all’interno del quale sono riportate le ricette dei 14 chef, tutti Krug Ambassade che hanno preso parte al progetto e raccontato del loro viaggio in Messico, alla scoperta delle origini di questo affascinante ingrediente. Per l’Italia, Giuseppe Iannotti ha creato un piatto inedito per il libro, Pollo e Peperone, una succulenta pasta ripiena di pollo aromatizzato al Parmigiano Reggiano e rosmarino, arricchita da una complessa salsa di peperoni colorati.

Una sinfonia dei cinque, inevitabilmente leali, sensi, vibra per raggiungere quella che dal 1843 è sempre stata la grande visione non convenzionale del fondatore Joseph Krug.

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Formal but damned

Testo raccolto da Giorgia Cantarini per Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire Italia

Essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro . Quand’è successo che, quasi contemporaneamente e quasi all’improvviso, nei guardaroba dei Milllennials sono apparse (non riapparse) le giacche sartoriali, i pantaloni con le pinces e – massimo stupore – gli abiti, che i nostri papà definivano “completi”? Come mai, a Sanremo, uno dei trapper più amati dai giovani, Achille Lauro, si è presentato con un look sartorialissimo di Carlo Pignatelli, corredato da camicia bianca e cravatta, cantando una canzone che è un inno all’autodistruzione, Rolls Royce, che lui definisce – stupore raddoppiato – un «motivo elegante»?    La moda, si sa, è un linguaggio, ed è proprio con le parole che ha una parentela stretta e tormentata: quell’aggettivo lì, elegante, che fa quasi paura ripeterlo, noi critici di moda non lo sentivamo da anni, perché obsoleto, stantio. In una parola, démodé. Il problema è che Lauro ci stava dannatamente bene, vestito da adulto perbene ma con la faccia segnata da brufoli e tatuaggi da postadolescente: anzi proprio perché nato nel 1990, il contrasto, il contenitore e il contenuto era piacevole, fresco, quasi balsamico. E così, per tutti i protagonisti maschili della cultura popolare internazionale, da Harry Styles a Pharrell Williams, fino all’androgino Ezra Miller, che si è presentato al Met Ball con uno smoking superformale di Burberry, ma con più occhi dipinti sul volto: abbigliarsi in maniera convenzionale ha tutta la novità di ciò che fino a ieri consideravamo anticonvenzionale. Nei corsi e ricorsi storici dello stile, si va avanti per azione e reazione, provocazione e conservatorismo di ritorno: ma in questo caso la situazione è un po’ diversa e, antropologicamente parlando, assai appetitosa.    Per esempio, è stato molto interessante osservare come una storica maison come Ermenegildo Zegna, considerata il custode della compostezza vestimentaria, abbia proposto per questa estate un guardaroba ginnico fatto di tute, sneakers e hoodie col cappuccio, realizzati in fibre nobilissime e preziose.

Dall’altra parte, un nuovo nome della moda Made in Italy, Dorian Tarantini, ha disegnato una collezione per il suo marchio M1992, che rielabora con nuove proporzioni il binomio giacca + pantaloni, seguito, ad esempio, da Efisio Marras per LBM 1911, che si è cimentato in una capsule collection di abiti dalle silhouette classiche ma superskinny,  rinvigoriti da stampe floreali. Fino ad arrivare al Gotha della creatività rivoluzionaria del lusso di Alessandro Michele per Gucci, ma anche a quella di Hedi Slimane per Celine (dal cui logo lo stilista ha anche tolto l’accento), che porta in scena abiti a due bottoni sempre accessoriati di cravattina lunga e stretta in pieno mood anni Sessanta o rievocazione de Le iene di Quentin Tarantino, se volete.    Senza dimenticare Virgil Abloh, che ora firma la linea maschile di Louis Vuitton e il raffinatissimo ex punk Kim Jones, ora alla guida creativa di Dior Homme: tutti concentratissimi sull’abito, magari abbinato ad accessori imprevisti. C’è un punto da sottolineare: la moda è una ladra, ruba costantemente alle sottoculture per poi eliminarne ogni elemento di disturbo, sistemare sulle passerelle quella scelta dell’apparire che nasce come protesta antisistema la quale, grazie all’apparato dei grandi produttori di abbigliamento, diventa novità.

È successo così con Demna Gvasalia e Gosha Rubchinskiy, che per primi, dieci anni fa, hanno letteralmente teletrasportato nel tempo e nello spazio i look dell’Europa dell’Est anni Novanta, facendo risorgere marchi che pensavamo non esistessero più, come Fila, Robe di Kappa, Ellesse, Champion, per trasformarli in icone della desiderabilità. Quando però a quel tipo di immagine si è aggiunto anche un aumento dei prezzi….come nelle sneakers, dopo l’entusiasmo iniziale (il comfort! La libertà! Il vestire antiborghese! La ribellione quotidiana!), qualcosa si deve essere ingarbugliato, spiegazzato, sgualcito: se sembrare usciti da Decathlon richiedeva il conto in banca di Donald Trump per sembrare a tutti i costi rivoluzionari o poteva essere un piacevole gioco per il figlio del miliardario cinese o del plutocrate arabo, rappresentava anche un piccolo tradimento nei confronti di chi si mette la tuta Adidas solo per fare esercizi o in totale relax sul divano di casa.  I ragazzi della Generazione Z, quelli nati dal 1995, hanno anche un rapporto diverso con il denaro rispetto ai Millennials: sono sempre alla ricerca delle migliori offerte, analizzano la qualità dei prodotti e valutano più opzioni prima di prendere una decisione. Inoltre, gli Zeta iniziano a risparmiare molto prima rispetto alle generazioni precedenti: un effetto dell’essere cresciuti durante la Grande Recessione. Hanno visto i loro genitori affrontare la disoccupazione, e vogliono evitarlo.

Così se i Millennials hanno imparato ad apprezzare la trasparenza, quelli della Generazione Z, gli GenZer, la pretendono. Secondo uno studio di Girl Up, organizzazione dell’Onu che esplora l’universo dei teenager in tutto il pianeta, gli GenZer esigono l’autenticità: «Hanno accesso a tutte le informazioni online per formarsi opinioni forti», dichiara Anna Blue, co-executive director di Girl Up.   «Fin da giovanissimi sanno come elaborare e decifrare la comunicazione dei brand a loro interessati. La verità per loro è davvero un requisito fondamentale».   Quando tute, felpe, jeans sformati da Dad style e tutte le proposte compiute in nome del terrificante normcore, la banalità indossabile, hanno cominciato a diventare la norma, era impensabile che non diventasse necessario, uno scarto da quella regola. Anche perché, ammettiamolo chiaramente: la Grande Truffa emotiva dello streetwear consiste nell’aver fatto passare un messaggio di falsa libertà. Nel senso che sfido chiunque a fare bella figura ingolfato in un tutone di finto trilobato (ma in vero cashmere).    Altro che comodità: se c’è stata una tendenza veramente discriminatoria che esponeva tutti al body shaming – l’essere dileggiati perché fisicamente non perfetti, non snelli, non asciutti, non giovanissimi – è stata proprio quella sportiva, contrabbandata come democratica solo perché i pantaloni hanno l’elastico in vita e permettono ai più ricchi e ai più golosi di sfondarsi di cibo vestendosi all’ultimo grido. Il nuovo formale riscatta, ristruttura, fa da Photoshop tessile permettendo ai più, grazie al potere del buon taglio e delle spalline imbottite quel tanto che basta, di non ritrovarsi su Instagram pieni di dislike e con commenti all’acido prussico.  Certo, il sartoriale del Secondo Ventennio del Duemila non può e non deve andare a scimmiottare i blazer fatti con riga, squadra e cazzuola che indossano i politici di tutto il mondo quando vogliono sembrare fighi. Se c’è una rivolta da compiere adesso, è quella contro l’infantilizzazione della società, sempre più dilagante con filtri su selfie e autoscatti che spargono di stelline e unicorni. Vanessa Friedman nel 2016 scrisse sul New York Times un piccolo editoriale gioiello intitolato “How to dress like an adult: «Vestirsi da adulti serve in qualche modo a distinguere il te stesso cresciuto dal te stesso adolescente; è un modo per dire a te e a quelli che ti guardano “io sono questo in questa fase della mia vita”».     Restituire al concetto di sentirsi a posto una valenza positiva, quello sì, può essere un passo in avanti nell’evoluzione culturale del mondo. Oltretutto, essere ordinati fuori può lasciarci la meravigliosa opportunità di essere disordinati dentro. Non è forse questo, il vero comfort esistenziale? Sarà il formale a salvarci. Non i formalismi.

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