Mosey x Luca Larenza

Il designer Luca Larenza incontra Mosey, Dj e produttore francese di fama planetaria. Un connubio tra moda e musica che ha dato vita alla speciale capsule unisex presentata a Parigi il 15 gennaio. Si tratta di una collezione nata dalla voglia di rintracciare luoghi o momenti, in cui la vita esce dalla routine ed entra nei meandri di una felicità spontanea.

I look progettati da Larenza e Mosey infatti toccano diverse suggestioni. Si parte dall’attitudine spregiudicata di uno spring-break tra Miami e Daytona Beach in Florida; da un guardaroba che assorbe le tinte e la spensieratezza di Cancùn o Purto Vallarta. Si passa alle giacche o ai bomber light dai motivi check elettrici che invece astraggono l’esuberanza cromatica e dissacratoria del dandismo black. Cardigan e maglie girocollo in morbido merino dall’effetto garzato con scritte agugliate, cappotti oversize e velluti a coste rimandano poi all’appassionato impegno sociale e intellettuale di fine anni sessanta. Ancora cardigan con filati a pelo lungo, ma stavolta rifrangenti e scintillanti, tributo allo Studio ’54 o più genericamente alla night-life dei club. 

Come commenta dichiara il designer Larenza “Io e Mosey abbiamo unito le forze per mandare un messaggio positivo e spensierato, che pur sempre però potesse venire considerato qualitativamente una massima espressione di know-how in fatto di abbigliamento maschile”. “Abbiamo percorso tutti quei momenti che in un modo o nell’altro segnano o hanno segnato l’abbandono dei doveri per avvicinarsi al fuoco dei piaceri del corpo e della mente. Alto e basso, cheap e chic, pop e ricerca, cuore e testa, con l’obbiettivo di produrre una collezione spontanea e rigorosamente Made in Italy”.

®Riproduzione riservata

#MANINTOWNSUPPORTMADEINTALY Focus on: MARCO MELIS EYEWEAR

“Fare un occhiale è come fare un abito; è questo che voglio dare al mio cliente – racconta Marco Melis – Tutto può essere studiato e scelto nei dettagli per rispecchiare i gusti e le esigenze di chi lo calza.

L’occhiale custom made può essere personalizzato nella forma e persino all’interno dell’asta dove possono essere apposte una firma o una dedica”.  

Questa la filosofia di Marco Melis, nome sinonimo di occhiale fatto, costruito, concepito e realizzato in Italia. La combinazione perfetta tra l’heritage e il saper fare artigianale con una visione proiettata al futuro.

Melis disegna occhiali dal 1996, partendo dall’incontro con maestri artigiani per seguire tutte le fasi di progettazione dell’occhiale. Da questa passione è nata MARCO MELIS EYEWEAR, realtà che disegna e produce occhiali a tiratura limitata e per settori speciali quali cantieri navali, case automobilistiche e motociclistiche. Abbiamo incontrato Marco Melis per farci raccontare il suo percorso.

Quali sono i valori e la filosofia dell’azienda?

La MARCOMELIS Eyewear parte dal concetto della progettazione e si esprime attraverso i propri laboratori dove crea, in qualità di prototipi, modelli che vengono destinati anche ad altri brand. Avvalendosi dell’uso dei pantografi degli anni 60 e delle mani esperte dei maestri artigiani cadorini, crea le proprie collezioni esprimendo la propria artigianalità e il Made in Italy.

Quali le parole chiave per definirla?

Indiscutibilmente il taglio sartoriale contraddistinto dalle esigenze dei clienti o dei brand ci porta a essere versatili nella realizzazione delle collezioni ad hoc, da qui scelta di lenti, plastiche e del taglio che deve avere in prospettiva l’occhiale.

Il dettaglio sull’asta dell’occhiale…

Sulle aste dei miei occhiali è incisa una frase che rappresenta tutto l’orgoglio della mia origine: “Fatti da un Italiano“. Realizzo tutto in Italia a differenza di quanto fanno tanti altri che delocalizzano in Paesi a noi distanti per cultura, etica e storia produttiva, pur fregiandosi del titolo generico “Made in Italy”. Fatti da un italiano è assunzione di responsabilità, è conoscenza tramandata ma è anche ricerca e sviluppo.
Fatti da un italiano è soprattutto l’opera di un uomo che “fa” con le sue mani un oggetto ideato, progettato e realizzato completamente in Italia, perché la qualità̀ non può derivare dall’appellativo “Made in Italy”, ma dal trasferimento sul prodotto dei nostri valori artigiani, come emanazione stessa della storia e della creatività della nostra terra.

Come è nato questo progetto fotografico?

Il servizio fotografico è nato dal momento in cui abbiamo avuto come prima esigenza fare arrivare agli occhi dei nostri clienti la realtà che viviamo ogni giorno, ancor prima che ricevessero i nostri occhiali. Un progetto fotografico realizzato da Carlo Mogiani e Matteo Curti.

Come prevedi cambierà il settore dopo il Coronavirus?

Dopo il Covid-19 come per tanti prodotti ci sarà una grossissima richiesta, questo sarà dettato dal fatto che molti appuntamenti fieristici sono saltati. La cosa più auspicabile, ma di questo ne siamo verosimilmente ottimisti, sarà la ricerca del vero prodotto italiano, non solo da parte dell’Italia ma anche dal resto del mondo.

 ®Riproduzione riservata

Talenti da scoprire: Matteo Oscar Giuggioli

Matteo Giuggioli ha 19 anni e dopo gli studi di recitazione ed essersi fatto le ossa sui palcoscenici più importanti di Milano, nel 2017 ha debuttato sul grande schermo nel film Gli sdraiati di Francesca Archibugi. Nel 2018, interpreta Tom in Succede di Francesco Mazzoleni per poi ricoprire il ruolo di Klaus in Un passo dal cielo 5, la serie cult di Rai Uno. Tra i lavori più recenti invece, c’è il film Sotto il sole di Riccione, sceneggiato e prodotto in via esecutiva da Enrico Vanzina, la cui uscita è prevista in primavera.

Come è iniziata la tua carriera da attore? Raccontaci il tuo percorso formativo

È nato tutto con il gusto per il bello, per l’arte in tutte le sue forme, dalla pittura alla falegnameria, dal cinema alla musica. Di per sé, la passione per la recitazione arriva un po’ per gioco con un corso extra scolastico di teatro. Parte con due ore alla settimana in una palestra, da tutto ciò che è più vero, nudo, crudo, un qualcosa che stava in piedi solo grazie alla poesia. Negli spettacoli mi sentivo compreso, poi ho iniziato ad affiancare al teatro qualche provino e subito dopo Miguel Lombardi a scuola, Gli Sdraiati..

Tra i personaggi che hai interpretato c’è un ruolo in cui ti sei rivisto particolarmente?

Non amo portare al lavoro me stesso. Io sono io, Io sul lavoro non esiste, esiste il mio ruolo. Quindi, per semplificare direi un 50% si e 50% no. 

Su cosa stai lavorando adesso? Puoi svelarci qualcosa sui tuoi prossimi personaggi?

Oltre ai lavori in uscita, in questo momento sto lavorando ad una serie, ma purtroppo non posso ancora svelare nulla. 

Hai un’icona del cinema come riferimento?

Hitchcock, Almodovar, Fellini, Inàrritu, Bertolucci Phoenix, Meryl Streep, Jim Carrey, Noè, Eddie Redmayne, Elio Germano, Luca Marinelli, Alessandro Borghi. Ma ce ne sono davvero tante.

Che rapporto hai con i social, quale messaggio cerchi di trasmettere in questo periodo drammatico?

Non sono ossessionato dai social. É il più grande mezzo di comunicazione al giorni d’oggi, lo uso come lo usavo prima, se ho una bella foto o qualcosa di importante da dire posto, altrimenti no. É un passatempo, un divertimento come in passato, con la differenza che ora ho qualche follower in più. I social hanno il potere di far diventare un’idiota una star, è per questo che la gente li usa cosi tanto. Per fortuna io devo dimostrare quanto valgo su un’altra piattaforma. 

Tre oggetti importanti per te in queste giornate..

“Lettere A Un Giovane Poeta” di Rainer Maria Rilke, Netflix, il telefono per sentire i miei amici. 

Che rapporto hai con la moda, ami dei brand in particolare?

Ritengo di avere un buon senso estetico, quindi si, sono estremamente affascinato e attirato dalla moda, mi piacerebbe studiarla.

Tre capi essenziali del tuo guardaroba..

Non ci sono dei capi essenziali, il mio guardaroba varia in base al mio stato d’animo, alle mie emozioni e al mio periodo. Il vestito è parte dell’anima di una persona. 

Ami viaggiare? consigliaci una meta in cui recarci appena si potrà riprendere a farlo.

Si, amo viaggiare e il mio lavoro mi porta in continuo spostamento. La vera vacanza però è stare a casa mia, con la famiglia e i miei fratelli. 

Un luogo del cuore

Semplicemente casa.

Photo credits: Marco Colombo

®Riproduzione riservata

Rising stars: Filippo Marsili

Filippo Marsili, romano, giovanissimo attore al terzo anno del centro sperimentale di Roma, si è già fatto notare nella seconda stagione di Baby con il suo personaggio Carlo.

Ora attendiamo l’uscita su Netflix del capitolo finale della serie che ha appena finito di girare.

Sempre per lo stesso network, ovvero Netflix, lo vedremo presto nella nuovissima serie Curon.

Photo by Riccardo Riande

Quando hai capito di voler fare l’attore?

Potrei dirti che tutto iniziato al liceo, in maniera del tutto non professionale, poi ho proseguito con dei workshop che hanno fatto crescere in me la passione per la recitazione.
Subito dopo la scuola ho capito che non sarei riuscito a vedermi in un lavoro standardizzato, quindi ho deciso di intraprendere questa professione che mi concede il lusso di vivere 1000 vite.

Sei ancora al centro sperimentale?

Si, stiamo facendo le lezioni online e spero potremmo abbracciarci tutti molto presto.

Nonostante tu stia ancora frequentando i corsi hai già avuto la tua bella occasione…

Per l’appunto essendo ancora io al centro aver avuto la possibilità di accedere al mio primo lavoro con un progetto Netflix come “Baby2” è stata davvero una grandissima soddisfazione.
Ero cosciente del fatto che fosse stata seguitissima la prima serie ed io ero al mio primo provino, questa è stata una grandissima iniezione di fiducia per la mia professione.
Ed alla fine dei conti rimane sempre il primo lavoro, quello che non ti scordi mai.

Ci sarà presto anche Baby3?

Si confermo che abbiamo appena finito di girare la serie, orientativamente credo debba uscire a ridosso dell’estate, però con tutti i cambiamenti che ci sono in questo periodo non saprei dire niente di più preciso.

C’è qualcuno in particolare con cui hai legato di più nel cast?

Sicuramente ti direi Sergio Ruggeri in quanto siamo entrati insieme nella serie alla seconda stagione, ma alla fine ci siamo integrati benissimo con tutto il cast in quanto siamo tutti ragazzi giovani quindi l’atmosfera era sempre ottima.

Cosa mi racconti come evoluzione del tuo personaggio nella terza serie?

Nell’ultima serie tutti personaggi arrivano alla resa dei conti, in quanto, in modi diversi, ma avevano vite segrete che sveglieranno di puntata in puntata arrivando all’epilogo.
Carlo, il mio personaggio nel suo piccolo continuerà a seguire il branco, di più non posso dirti altrimenti che gusto c’è a guardare la serie.

Sarai anche nella nuova serie Netflix Curon, cosa mi puoi anticipare di questa?

Curon è un piccolo paesino del Trentino-Alto Adige famoso per il suo lago da cui emerge il campanile della chiesa.
E proprio da qui parte la storia di alcuni abitanti con qualcosa da nascondere, insomma una serie di genere, potremmo dire un thriller psicologico.

Cosa farai appena potrai uscire di casa?

Innanzitutto, finire il terzo anno del centro sperimentale che per me è davvero importantissimo, e poi una bella birra rossa con gli amici che mi manca davvero.

Cosa non deve mai mancare nella tua valigia prima di un viaggio… quando torneremo a viaggiare?

Sicuramente gli occhiali da sole, non me ne separo mai.

Cover photo credit: Riccardo Riande

 ®Riproduzione riservata

Editorial: Spare time

Suit Marsem, polo Doppiaa
Suit Marsem, polo Doppiaa
Total look Frankie Morello
LUCAS: Suit Marsem, polo Doppiaa; JORDAN: Total look Frankie Morello
LUCAS: Suit Marsem, polo Doppiaa; JORDAN: Total look Frankie Morello

Foto 1 LUCAS
Suit Marsem, polo Doppiaa

Foto 2 LUCAS
Suit Marsem, polo Doppiaa

Foto 3 JORDAN
Total look Frankie Morello

Foto 4
LUCAS
Suit Marsem, polo Doppiaa
JORDAN
Total look Frankie Morello

Foto 5
LUCAS
Suit Marsem, polo Doppiaa
JORDAN
Total look Frankie Morello

Suit Doppiaa, sweater C.P. Company
Suit Doppiaa, sweater C.P. Company
Total look Andrea Pompilio
Total look Andrea Pompilio
Georgette T-Shirt and Trousers Christian Pellizzari, shirt Caporiccio
Total look Calcaterra, sunglasses Moscot
Total look Calcaterra, sunglasses Moscot

Foto 6 JASER
Suit Doppiaa, sweater C.P. Company

Foto 7 JASER
Suit Doppiaa, sweater C.P. Company

Foto 8 LUCAS
Total look Andrea Pompilio

Foto 9 LUCAS
Total look Andrea Pompilio

Foto 10 JORDAN
Georgette T-Shirt and Trousers Christian Pellizzari, shirt Caporiccio

Foto 11 JASER
Total look Calcaterra, sunglasses Moscot

Foto 12 JASER
Total look Calcaterra, sunglasses Moscot

Coat and trousers CC Collection Corneliani, shirt Doppiaa
Coat and trousers CC Collection Corneliani, shirt Doppiaa
Coat and polo Tagliatore, trousers Berwich
Coat and polo Tagliatore, trousers Berwich

Foto 13 LUCAS
Coat and trousers CC Collection Corneliani, shirt Doppiaa

Foto 14 LUCAS
Coat and trousers CC Collection Corneliani, shirt Do

Foto 15 JORDAN
Coat and polo Tagliatore, trousers Berwich

Foto 16 JORDAN
Coat and polo Tagliatore, trousers Berwich

Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
Total look Angelos Frentzos
ALEXANDER: Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own; GENNARO: Total look Angelos Frentzos
ALEXANDER: Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own; GENNARO: Total look Angelos Frentzos
ALEXANDER: Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own; GENNARO: Total look Angelos Frentzos
ALEXANDER: Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own; GENNARO: Total look Angelos Frentzos

Foto 17 ALEXANDER
Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own

Foto 18 ALEXANDER
Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own

Foto 19 JASER
Total look Angelos Frentzos

Foto 20
ALEXANDER

Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
JASER
Total look Angelos Frentzos

Foto 21
ALEXANDER

Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
JASER
Total look Angelos Frentzos

Foto 22
ALEXANDER

Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
JASER
Total look Angelos Frentzos

Foto 23
ALEXANDER

Total look Angelos Frentzos, necklace Vivienne Westwood model’s own
JASER
Total look Angelos Frentzos

Bomber e shirt Frankie Morello, trousers Skill_officine
Bomber e shirt Frankie Morello, trousers Skill_officine
Jacket Marsem, pull Agelos Frentzos, trousers Edithmarcel, shoes Les Hommes
Jacket Marsem, pull Agelos Frentzos, trousers Edithmarcel, shoes Les Hommes

Foto 24 ALEXANDER
Bomber e shirt Frankie Morello, trousers Skill_officine

Foto 25 ALEXANDER
Bomber e shirt Frankie Morello, trousers Skill_officine

Foto 26 ALEXANDER
Jacket Marsem, pull Agelos Frentzos, trousers Edithmarcel, shoes Les Hommes

Foto 27 ALEXANDER
Jacket Marsem, pull Agelos Frentzos, trousers Edithmarcel, shoes Les Hommes

LUCAS: Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti; JORDAN: Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti; GENNARO: Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes; ALEXANDER: Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio
LUCAS: Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti; JORDAN: Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti; GENNARO: Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes; ALEXANDER: Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio
LUCAS: Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti; JORDAN: Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti; GENNARO: Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes; ALEXANDER: Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio
LUCAS: Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti; JORDAN: Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti; GENNARO: Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes; ALEXANDER: Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio

Foto 28
LUCAS

Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti
JORDAN
Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti
JASER
Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes
ALEXANDER
Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio

Foto 29
LUCAS

Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti
JORDAN
Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti
JASER
Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes
ALEXANDER
Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio

Foto 30
LUCAS

Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti
JORDAN
Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti
JASER
Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes
ALEXANDER
Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio

Foto 31
LUCAS

Jacket C.P. Company, blazer Tagliatore, shirt Doppiaa, trousers Berwich, socks Alto Milano, shoes Paciotti
JORDAN
Jacket and trousers Paoloni, shirt Alessandro Gherardi, shoes Paciotti
JASER
Coat Tagliatore, suit and shirt Manuel Ritz, shoes Les Hommes
ALEXANDER
Jacket Paoloni, shirt Christian Pellizzari, trousers Berwich, socks Alto MIlano, sandals Andrea Pompilio

Total look N°21
Total look N°21
Total look Les Hommes

Foto 32 JORDAN
Total look N°21

Foto 33 JORDAN
Total look N°21

Foto 34 JASER
Total look Les Hommes

Photographer: Jilad Kavalero @kavalero.g

Stylist: Stefano Guerrini @stefano_guerrini

Stylist’s assistants: Salvatore Pezzella and Greta Tedeschi

Grooming: Mattia Norbiato @matt_m.u.a.

Models: Lucas Evangelista @dmanagementgroup; Jordan Genidogan @dmagementgroup; Jaser Auletto @dmagementgroup, Alexander Blinov @dmagementgroup.

®Riproduzione riservata

Pantaloni cropped: 4 modi per abbinarli

I pantaloni cropped sono stati il must have della moda primavera/estate del 2018, ma non sono ancora tramontati.

Imparare ad abbinare i pantaloni cropped è molto importante se si vuole essere di tendenza, poiché sono facili da indossare e pratici per ogni donna.

In estate, quando i jeans lunghi sono troppo caldi e gli shorts ti fanno sentire troppo esposta, i pantaloni cropped sono il capo perfetto al quale dire di si. I modelli in commercio sono tantissimi: alcuni arrivano appena sotto il ginocchio, altri colpiscono il polpaccio o addirittura, sfiorano l’osso della caviglia.

Questo tipo di pantalone non si adatta ad ogni tipologia di fisico poiché per via del loro taglio slanciano le donne longilinee e alte ma valorizzano poco chi ha una forma fisica che non corrisponde a quei canoni. Ecco perché spesso ci si rivolge la domanda: come si portano i pantaloni cropped?  Niente paura! Ecco che ti suggeriamo 4 modi per indossare questi pantaloni al meglio per essere sempre fashion in ogni occasione.

4 modi chic di indossare i pantaloni cropped

1. Con i tacchi

Portare i cropped con i tacchi è un’idea fantastica che ti permetterà di guadagnare qualche prezioso centimetro in più. Ed infatti, le scarpe basse con questa tipologia di pantaloni stanno bene solo alle spilungone. In alternativa ai tacchi si possono portare i sandali con le zeppe che sono sempre molto glamour. 

2. Con la t-shirt bianca

Bastano una comune t-shirt bianca e un paio di pantaloni cropped neri per rendere subito il look super fashion. Un abbinamento essenziale ma da cui possono venire fuori tante diverse varianti: la maglietta infatti può avere le maniche a sbuffo oppure può essere senza maniche, avere lo scollo a V profondo o a barchetta, può essere corta o lunga a seconda dei propri gusti e così via. 

3. Con il crop top

Con i pantaloni cropped la cosa migliore è indossare il crop top, ovvero il top corto (ovviamente se il fisico lo permette). In questo modo eviterai di sembrare sproporzionata. Se hai qualche chiletto in più è meglio scegliere un crop top morbido e dal tessuto rigido.

4. Con il blazer

L’abbinamento pantaloni cropped e blazer è senza dubbio un grande classico che non passa mai di moda. Puoi scegliere questo look per la sera e abbinarlo a un top elegante da party per essere super glam e non passare inosservata. Meglio puntare tutto su un blazer semplice e dalle linee pulite per non correre il rischio di appesantire la figura.

Borsone a tracolla da uomo: 4 motivi per comprarlo

Dall’inizio della civiltà l’uomo ha inventato innumerevoli cose per rendere la sua vita più facile.

Le borse sono una delle invenzioni più utili del genere umano. Il loro vantaggio più significativo è che puoi trasportare tutte le cose di cui hai bisogno in un unico posto senza doverti preoccupare di cercarle quando servono. Questo vantaggio non è solo femminile, perché negli ultimi anni il borsone uomo sta avendo un notevole riscontro dalla parte del genere maschile.

Grazie ad una serie di evidenti vantaggi il borsone a tracolla da uomo non deve mai mancare in nessun guardaroba!

I modelli in commercio sono davvero molto vari e coprono una vasta gamma di gusti ed esigenze diverse, da chi pratica sport e ha bisogno di un borsone tracolla idonea per lo sport a chi necessita invece di un modello più elegante per via di un lavoro che lo richiede e che magari lo porta a viaggiare molto.

Ecco i vantaggi di possedere un borsone a tracolla uomo che dopo averli letti, se ancora non lo possiedi correrai a comprarlo!

Perché dovresti comprare un borsone a tracolla maschile?

Tanti sono i vantaggi di avere un borsone a tracolla da uomo. Ti diamo subito 4 buoni motivi per scegliere subito questo accessorio così utile e versatile.

Il borsone tracolla ti aiuta ad avere meno peso sulle spalle

A differenza dei modelli senza tracolla o degli zaini convenzionali, i borsoni a tracolla maschili non sforzano i muscoli delle spalle e della schiena. Sono davvero comodi, facili da manovrare e da trasportare.

Il borsone tracolla può contenere 1000 cose

Uno dei vantaggi più evidenti di questo accessorio da uomo è che può contenere di tutto, contrariamente ad altre opzioni di borse che si rivelano oltre che troppo piccole anche per nulla versatili.

Il borsone tracolla si presta a molteplici usi

Il borsone a tracolla per uomo non è solo per chi fa sport. Anche se sei un professionista della tecnologia, un blogger di moda, un fotografo professionista o uno youtuber puoi averne uno. È utilissimo anche per l’università o per l’ufficio: molti modelli infatti sono dotati di imbottiture dedicate a proteggere il PC, inoltre ci sarà sempre lo spazio necessario per i libri.

Il borsone tracolla sta bene a tutti

Infine è un accessorio alla moda e sempre lo sarà. Al contrario di altri modelli di borse sportive, porta con sé un fascino notevole. Perciò se vai in palestra e vuoi avere un look sempre impeccabile, porta sempre con te una borsa a tracolla. Non ti deluderà mai.

100 fotografi per Bergamo

In questi giorni moltissime persone si stanno mobilitando per sostenere il sistema sanitario italiano messo a dura prova dall’emergenza Coronavirus. 

Anche il mondo della fotografia, da oggi, si mette a disposizione come promotore di un’iniziativa a favore del reparto di rianimazione e terapia intensiva dell’Ospedale  Papa Giovanni XXII di Bergamo,  ad ora la città  colpita in maniera più significativa dall’epidemia.  

Questa iniziativa è  nata dopo la testimonianza diretta di uno dei rianimatori dell’ospedale di Bergamo che ha raccontato, agli organizzatori di questa raccolta fondi, una situazione drammatica e per la quale si ha seriamente bisogno di tutto l’aiuto possibile. 

100 FOTOGRAFI PER BERGAMO  è una call rivolta a 100  autori del mondo della fotografia di moda, arte, architettura e ritratto; è un invito a donare una loro immagine, acquistabile su https://perimetro.eu/100fotografiperbergamo/ al costo di 100 euro.  

L’operazione, coordinata dal community magazine Perimetro e dalla Onlus Liveinslums, ha coinvolto alcuni tra i nomi più rilevanti della fotografia italiana contemporanea, i quali sono gentilmente intervenuti e hanno subito accolto l’appello dei medici di Bergamo, impegnati in prima linea  per fronteggiare l’emergenza COVID-19.  

Tra questi fotografi compaiono i nomi di Davide Monteleone, Alex Majoli, Oliviero Toscani, Michelangelo Di Battista, Toni Thorimbert, Giampaolo Sgura, Maurizio Galimberti. Inoltre, grazie all’aiuto di 30 ambasciatori d’eccezione, l’invito ad acquistare le opere verrà fatto circolare sui loro canali social per fare in modo che chiunque voglia contribuire possa fare la sua donazione.  

Il ricavato sarà interamente devoluto all’ospedale per potenziare il reparto di terapia intensiva attraverso  l’acquisto di attrezzatura tecnica specialistica.

 ®Riproduzione riservata

“La casa delle belle addormentate”, il libro di Yasunari Kawabata

Eguchi è un sessantasettenne che sente la fine vicina, sente la tristezza della vecchiaia; spinto da un amico si reca in una casa particolare dov’è possibile dormire accanto a delle giovani ragazze sprofondate in un sonno indotto. 
Dapprima solo incuriosito, Eguchi tornerà alla casa una seconda volta invitato dalla signora di mezza età che gestisce il postribolo, e una terza volta spinto dal bisogno di calore umano che cerca nei corpi nudi e tiepidi distesi inermi e pronti per essere vegliati. Le sue visite sono atti di vojerismo, le ragazze ridotte a dei balocchi permettono ai clienti anziani (il genere di persone ammesse alla casa deve risultare innocuo, impotente, incapace di esprimere la propria virilità) di non subire il complesso di inferiorità del proprio decadimento.

Le scene descritte da Yasunari Kawabata sono claustrofobiche e morbose, i corpi delle giovani donne dormienti vengono passati allo scanner, ma la regola vuole che non debbano essere deflorate per alcuna ragione, regola che spinge il protagonista a pensieri di violenza più che d’eccitazione.

Le ragazze drogate da potenti sonniferi non si muovono, sono dei cadaveri che emanano leggeri respiri e che lasciano all’anziano il tempo di ripercorrere i ricordi di una sessualità e di una umanità viva e passata. Eguchi, a differenza degli altri clienti, è un uomo ancora in attività sessuale; steso accanto alle giovani ha il desiderio di sentire la loro voce, di sapere delle loro vite, ma rispetta le norme imposte dal luogo e, come da prassi, finisce col prendere la pillola bianca a disposizione dei signori per passare ad un sonno profondo e carico di sogni e impedire così ogni sorta di violenza nei confronti delle bambole di carne. 

In quella stramba casa le donne non possono essere trattate come donne, e gli uomini non possono adempiere al compito destinato agli uomini, e proprio quest’atmosfera rende il gioco ancora più intrigante ed esoterico. Le prostitute sono vergini impenetrabili, disponibili solo al tatto e all’olfatto, senso che Eguchi riscopre con grande intensità e che lo porta in lunghi viaggi spaziali, tra memoria e flussi di coscienza. Durante quelle notti, Eguchi si domanda che valore può avere un bel corpo per un vecchio ormai sessantasettenne, nel caso di una ragazza per una notte soltanto, che importa che sia intelligente o sciocca, colta o ignorante, se si riduce tutto ad un gioco che ha già il sapore della morte? 

Erotismo e morte si mescolano spesso nella letteratura di Kawabata, sono forse la stessa cosa, e la ricerca di calore umano, che Eguchi spera di ritrovare in quel bordello anomalo, sarà una rivelazione di assenza, di totale disumanità.

Il romanzo si conclude con una mano pronta a girare l’altra pagina, che troveremo vuota e con la parola “FINE”, lascia una sensazione di incompiutezza, come il desiderio trattenuto e messo a dormire. Il pessimismo di Kawabata si ammanta di così tanta poesia che rende quasi piacevole il dolore e il crogiolarsi nella disillusione.


®Riproduzione riservata

Break the sound “barrier” / La musica delle radici

Passando per lo Yemen, il Sudan e il Niger, attraversando “la terra del latte e del miele”, il Nilo e il deserto del Sahara, incontriamo le melodie evocative di alcuni giovani “cantastorie” che tra, modernità e tradizione, narrano le proprie radici alimentate dai suoni catturati dal mondo.

E’ una musica trans-culturale che rinnega l’esistenza di barriere linguistiche, generazionali, geografiche e identitarie. Sono componimenti di fusione che fanno leva sulla coesistenza tra Oriente e Occidente, terre di origine e luoghi di adozione, facendoci sentire un po’ tutti cittadini del mondo. Un unico popolo unito da un unico linguaggio, quello della musica.

Cantano nel quasi estinto dialetto giudeo-arabo dello Yemen, sono Israeliane, ebree e Mizrahi, sono donne, sorelle e musiciste: Tair, Liron e Tagel Haim, le A-wa. Le vediamo esibirsi sui palchi dei festival internazionali e nei club più esclusivi accompagnate dai modulati gorgheggi arabeggianti delle loro voci, dalla forte carica gestuale e dall’inconfondibile foggia dei loro abiti: coloratissime vesti tradizionali dello Yemen, del Marocco e del Pakistan, djellaba e ricamatissimi e “occidentalizzati” abiti presi in prestito dalle donne Balochi, abbinati a sneakers e calzettoni, ghirlande e monili tribali.

Le 12 tracce contenute nell’album d’esordio “Habib Galbi”, che in arabo significa “Amore del mio cuore”, prodotto da Tomer Yosef dei Balkan Beat Box, attingono alla cultura degli ebrei yemeniti trasmessa dai nonni paterni immigrati in Israele alla fine degli anni Quaranta.

Sono un elogio alla continuità di quelle vernacolari melodie intonate dalle donne di questa comunità che, escluse dalla vita spirituale e culturale degli uomini, iniziarono a raccontare le proprie emozioni e stati d’animo in folcloristici canti tramandati di donna in donna, di generazione in generazione per garantirne la sopravvivenza.

Le sorelle Haim sono cresciute nel piccolo villaggio di Shaharut, ai confini del deserto del Negev, circondate da kibbutz e montagne, tra i rudimenti del jazz e del Motown appresi dall’insegnante americana, tra danze, canti e i vinili dei Deep Purple e Pink Floyd trafugati ai genitori, ma soprattutto sono state educate alla libertà e a quello spirito di modernità che ha consentito loro di costruire un ponte tra culture diverse e non sempre di facile convivenza.

Il risultato è un eccentrico e ricercato mash-up musicale. L’ereditato folk yemenita si armonizza con i ritmi moderni della musica elettronica, del raggae, dell’hip hop e del rock psichedelico. I testi popolari vengono investiti da un groove che li rende musicalmente attuali e orecchiabili. Un equilibrato crocevia tra passato e presente che rivive nei suoni indigeni del darbouka, nei bassi, batterie, sampler e keytar e che ritorna, come amalgama narrativo, nelle vibranti note dei 14 inni poetici del loro secondo disco “Bayti Fi Rasi”/”La mia casa è nella mia testa”.

Un concept album che, ripercorrendo “l’esodo” della bisnonna verso l’Israele, mette a nudo le problematiche contemporanee dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione e lo fa a ritmo di beat tirati indietro, sintetizzatori, ritmiche ballerine, sonorità pop e solenni eterofonie.

|“Where I Will Make a Home?”| Alle origini, ai sapori della terra natale, ad una tradizione più spiccatamente intimistica sono ispirate le canzoni del gruppo Alsarah & Nubatones. Il collettivo nasce nel cosmopolita scenario newyorkese e ha come leitmotiv l’amore per il Sudan e l’universalità di una musica senza barriere.

Un retropop dallo stile eclettico e accattivante che parla il dialetto arabo-sudanese e contamina le calde melodie dell’Africa orientale con le sinuose influenze dell’Arabia e la tradizione folk della musica nubiana, che sovrappone percussioni e sintetizzatori, ritmi tribali e frequenze elettroniche.

Si parla di migrazione, del desiderio di ritorno alla terra di origine, del fallimento del rispetto umano, della crisi dei rifugiati ma anche di gioia, amore e sopravvivenza. Sono canti che, muovendo da un’esperienza personale, si aprono al mondo.

Testimonianza e anima di questo progetto è la stessa cantante Alsarah che ha vissuto in prima persona l’abbandono della terra natale, il Sudan, in seguito al colpo di stato militare nel 1989, e la necessità della fuga per rifugiarsi prima nello Yemen poi nella cittadina di Amherst, in Massachusetts, dove “eravamo l’unica famiglia dell’Africa orientale intutta la regione” di qui la fuga verso New York “una città piena di immigrati dove è normale essere un Altro tra gli altri”. 

E crescendo il bisogno di raccontare la sua storia, la sua cultura, il suo percorso di donna di colore, di immigrata, di viaggiatrice multietnica e di artista, e di farlo a suo modo, recuperando il suono materno della lingua di appartenenza. Ritornare alle radici guardando in avanti. Come naturale evoluzione dell’album “Silt”, prende corpo il progetto musicale intitolato “Manara”, o “The Lighthouse”, che nasce durante il soggiorno marocchino della band nella città di Asilah e tratta i temi dell’identità, del mondo moderno, di ciò che significa essere una sudanese in Nubia e una sudanese fuori dalla nazione e soprattutto si interroga sulla domanda What is home?.

Un destino segnato dal nomadismo è anche quello di Omara Moctar, ovvero Bombino. La singolare storia del pastore degli sterminati paesaggi africani, ribattezzato dalla stampa come il “Jimi Hendrix del deserto”, che rivendica l’identità Tuareg attraverso gli ipnotici e poetici arpeggi della sua chitarra elettrica. Nato ad Agadez, nel cuore sahariano del Niger, cresciuto nella tribù nomade degli Ifoghas, costretto con la famiglia all’esilio in Algeria; la sua terra depredata e annichilita da anni di guerre, rivolte e repressioni, la nostalgia del “profugo”, la speranza del “guerriero” e poi quelle chitarre degli anziani del villaggio di Tamanraset suonate di nascosto da autodidatta.

E quando i venti caldi e rassicuranti del deserto incontrano un’anima inquieta ed errante nasce il sofferto, ruvido ed energico desert blues di Bombino, un racconto complesso intriso di nostalgia, dolore e speranza per il suo popolo e la sua terra, cantato in Tamasheq nella lingua degli “uomini blu” del deserto e investito da una sinergia di stili senza confini dalla melodiosa musica berbera al rock-blues americano, dalle sonorità etniche al travolgente chitarrismo hendrixiano, dai ritmi reggae, alle ballate acustiche del deserto fino alle ipnotiche atmosfere sonore elettro-psichedeliche.

Un viaggio intimistico e dal potere corale che parte da “Agadez” e “Nomad” lambendo il suggestivo album registrato a Woodstock “Azel”, che non a caso significa Radici, quelle radici che affondano nell’anima del continente africano, nelle difficoltà di vita dei Tuareg, nella loro identità messa in crisi dal peso del mondo moderno, ma come canta Bombino in Iwaranagh/We Must: “Dobbiamo lottare per la nostra cultura e la nostra terra”, e la “ribellione” della sua chitarra risuona più forte e potente della sterile e penosa distruzione di qualunque altra arma.

Fino ad arrivare all’ultimo album “Deran”, |che nella lingua del Niger significa “Auguri”| carico di impliciti riferimenti politici, in perfetto stile Bombino “aprire le menti, senza il bisogno di urlare”. Un lavoro viscerale e intimista che lo riporta nella sua Africa ad inneggiare, in un afflato di speranza, alla pace tra i popoli, alla condivisione tra culture e alla benevolenza verso il prossimo, restituendo agli occhi dell’Occidente l’identità delle popolazioni del deserto immerse nelle loro contraddizioni e nelle loro complessità.

Un viaggio in dedali psichedelici, arabeschi elettrici, cori sciamanici e percussioni tribali che ci guidano nel cuore della sua terra. 
“Home is where heart is”

®Riproduzione riservata