World of Fashion giunge alla sua 23° edizione

Oltre 600 ospiti alla 23° edizione dell’Evento Internazionale WORLD OF FASHION che si è svolto a Palazzo Brancaccio, durante la settimana dedicata alla Moda Romana.

Il World of Fashion resta sempre uno degli eventi più attesi della Capitale. Personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, ambasciatori, giornalisti, buyer, imprenditori ed esponenti della nobiltà per una passerella d’eccezione che fa della moda un catalizzatore di costumi, usanze, tradizioni e ideali.

Con estremo orgoglio ci dicono gli organizzatori di questo appuntamento imperdibile, che con quest’ultima edizioni sono riusciti a coinvolgere ben 30 paesi da tutto il mondo.

A volte moda e cultura possono unire i popoli, come ad esempio vedere Palestinesi ed Israeliani cucire insieme nella stessa stanza.

La vera novità è l’iraniana Neda Mokhtari ha realizzato una collezione con tessuti che giungono direttamente dall’Iran, scelta dovuta per l’alta qualità dei tessuti e alla particolarità delle fantasie. Questa collezione trae ispirazione dall’arte e della cultura medio orientale, a cui sono sommati elementi minimal chip tipici della moda occidentale, con dettagli puliti, semplici e luminosi ma con grande attenzione alle rifiniture, curate nei minimi dettagli Testimonial della sua collezione è stata Sara Manfuso Presidente di #IOCOSÌ che si spende per il sociale quotidianamente.

Invece dal Mali il Progetto Sociale Pinda for Griot ha portato la collezione “Joker” dedicato alle donne libere che lottano per liberare sé stesse e tutti coloro che sono vittime di prevaricazioni o di malattie che possono cambiarti la vita. Pinda, la fashion designer che ha firmato questa collezione è, infatti, affetta da Sclerosi multipla ed ha realizzato una collezione giocosa, quasi clownesca, di chi si batte per un altro mondo possibile. Gli abiti presentati sono tutti realizzati in cotone naturale, il basin, che rispondono all’idea che il nuovo decennio appena apertosi sarà all’insegna della sostenibilità e del protagonismo femminile.

Tra gli ospiti presenti: : l’ex Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, 

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Hair care uomo: le novità per l’inverno

Trattamenti da sperimentare in salone oppure dei semplici alleati per la beauty routine dei nostri capelli da utilizzare a casa. Queste sono le ultime novità per l’inverno da provare subito!

BULLFROG

Oliocento, è il protagonista di uno dei servizi svolti nella nuovissima Grooming Lounge di Womo, lo scenografico negozio di piazza Alvar Aalto, a Milano, dove è presente anche il barbershop Bullfrog. È il primo prodotto del brand composto al 100% da ingredienti di origine naturale: alle proprietà antiossidanti, lenitive, astringenti e idratanti della canapa. La sua formula ideale per prendersi cura di barba e capelli e della pelle del viso.

TIGI COPYRIGHT SCALP SHAMPOO 

L’alleato perfetto anti-pollution per la cute sensibile. Previene la secchezza e rende i capelli più maneggevoli e li protegge dagli agenti esterni come l’inquinamento. Ricco di Tea Tree Oil, aiuta la cute a mantenere la sua idratazione e a combattere la disidratazione.

DEPOT NO. 312 CHARCOAL PASTE

Pasta al carbone con fissaggio forte per uno styling di facile applicazione grazie alla sua consistenza cremosa e malleabile. Dona texture, corposità e fissaggio duraturo. L’effetto fissativo forte e texturizzante di questa pasta è il risultato di un mix calibrato di ingredienti lmogeni altamente performanti, che rivestono lo stelo garantendo le più elevate prestazioni.

GHD HELIOS

Il nuovo asciugacapelli Ghd Helios™ è caratterizzato da un motore brushless leggero e duraturo ed è progettato per la velocità, creando un flusso d’aria potente ma altamente concentrato che viaggia a 120 km/h per velocizzare drasticamente la routine di styling. Il beccuccio sagomato facilita la distribuzione concentrata della temperatura e del flusso d’aria, offrendo un controllo preciso per uno styling davvero professionale.

LABEL.M

Quattro trattamenti “shot” da salone ricchi di uno specifico attivo che trasforma la condizione dei capelli e della cute in 5 minuti, offrendo risultati immediatamente visibili. Grazie all’innovativa struttura molecolare della formulazione, gli ingredienti attivi penetrano a fondo nella fibra capillare, fornendo ottime prestazioni.

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Musei italiani: i 10 più famosi su Instagram

Luoghi di arte e cultura, i musei sono sempre più social e maggiormente inseriti tra gli hashtag delle nostre foto su Instagram. Ecco perché Holidu, il motore di ricerca per case vacanze, ha deciso di stilare una classifica dei musei nostrani più famosi su Instagram e decretare chi si conquista il titolo di Museo con più hashtag.

I musei Vaticani a Roma si aggiudicano la medaglia d’oro superando i 388mila hashtag. Una delle raccolte più grandi al mondo frutto delle collezioni di grandi papi nel corso dei secoli. Al secondo posto non poteva mancare uno dei musei più famosi e importanti al mondo. Il museo degli Uffizi (Firenze) conquista l’argento con un toltale di 367.131 hashtag. Famosi pittori si occuparono di affrescare le bellissime stanze dell’edificio e, ad oggi, la collezione artistica che racchiude si è ampliata notevolmente con opere che vanno dal Medioevo fino all’età moderna. Il gradino più basso del podio spetta a un altro museo romano, il Maxxi, con i suoi oltre 150mila hashtag totali. Un ottimo risultato per questo enorme edificio, realizzato dell’architetto Zaha Hadid, che espone opere d’arte contemporanea del XXI secolo di artisti italiani e internazionali.

Si torna a Firenze per il quarto posto dei musei più instagrammati.  Palazzo Pitti sfiora i 110mila hashtag. Questo edificio oggi ospita tra le sue mura quattro musei: il Tesoro dei Granduchi, la Galleria Palatina e gli Appartamenti Reali ed Imperiali, la Galleria d’Arte Moderna e il Museo della Moda e del Costume. Ogni museo racchiude le proprie opere d’arte e non sempre si parla di quadri o sculture. Al quinto posto della lista c’è infatti il Museo Ferrari. Inaugurato nel 1998 a Maranello, il percorso fa rivivere la storia dell’auto rossa più iconica. Sesto classificata è la Pinacoteca di Brera, Milano. Sua la posizione con 55.240 hashtag. Questa galleria espone opere diversissime tra loro sia per stile che per periodo di riferimento. Numerosi gli esempio di importanti pittori dell’Italia Settentrionale.

Terza conquista romana al sesto posto con la lussuosa Galleria Borghese, 55mila hashtag. Dipinti e sculture per una collezione unica al mondo, specialmente per le opere del Bernini e di Caravaggio. Sempre Roma alla posizione successiva con i suoi Musei Capitolini (#49.421), la struttura museale civica più importante della Capitale considerato il primo museo al mondo e istituto grazie alle collezione di molto papi.Nono classificato il Museo del ‘900 a Milano. Un museo giovane inaugurato nel 2010 con lo scopo di “diffondere la conoscenza dell’arte del Novecento”, come si può leggere sul sito ufficiale. All’interno delle stanze è possibile ammirare dipinti di diverse correnti artistiche dalle Avanguardie internazionali, al Futurismo, all’Arte Povera. Ultimo della top10 è il Museo Nazionale del Cinema di Torino, con più di 46mila hashtag. All’interno della spettacolare Mole Antonelliana, simbolo della città, questo museo espone opere inerenti la settima arte con una particolare organizzazione espositiva lungo una spirale.

Crediti foto: Holidu

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Da Milano a Parigi è tempo di Formal Leisure

Forme striminzite addio, pantaloni skinny da varicocele? Anche no, via libera al colore saturo e vitaminico purchè sia azzeccato e portato bene, per le maglie sottili avete sbagliato indirizzo. Ora si volta pagina e si abbraccia il vero lusso, quello opulento, ottimo e abbondante, fatto di dettagli preziosi, di belle lavorazioni artigianali, di tessuti pregiati anche se talora riciclati nel nome di Greta. La password di stagione per l’autunno-inverno 2020-21 è formal leisure, ovvero una sintesi di opposti che diventa subito cool, dal boudoir alla giungla d’asfalto, facendo cambiare attitudine a un uomo che è sempre più ibridato, praticamente un maschio profiterolles, tenero ma con le palle.

E’ quanto abbiamo registrato sulle passerelle maschili di Milano e Parigi dove i marchi più branché del menswear hanno impartito le loro lezioni di stile ai nuovi, aspiranti gentlemen. Dai catwalk delle due capitali della moda globale ecco per i nostri men in town alcune pillole di stile. In pole position il cappotto, da quello shabby chic di Marlon Brando in ‘Ultimo tango a Parigi’ (costumi della meravigliosa Gitt Magrini), fino a quello a vestaglia di ‘Borsalino’ o quello doppiopetto con revers a lancia da gangster di Robert De Niro in ‘The intouchables’. Che sia check (Prada) o stampato graffiti (Iceberg), che sia leggero (Dior Homme by Kim Johnes) o riccioluto, che sia rosso (Marni) o verde (Vetements, Berluti), che sia ecologico o di cocco vero (100.000 euro da Billionaire), che sia in velluto a coste (Brunello Cucinelli) o liscio (Dolce & Gabbana) poco importa: quel che conta è che sia morbido, maestoso, ampio e confortevole come un caldo abbraccio. La giacca poi si allaccia a vestaglia o a kimono come sarebbe piaciuto a Mishima (Ermenegildo Zegna by Alessandro sartori docet) oppure perde il collo (Giorgio Armani che non perde un colpo), oppure ha dei revers frastagliati (Off-White), oppure ha la vita segnata da cinture con metal clutch incorporata (Alexander McQueen) ed è stampata a motivi paisley (Etro), oppure è ricamata di baguettes (Marcelo Burlon per County of Milan, Givenchy, Valentino) o ancora è in broccato a motivi esotici jacquard (Brioni), oppure è in satin liquido e simula una felpa da jogging (Balmain by Olivier Rousteing).

Gilet: torna protagonista soprattutto da solista, come negli anni’90 quando Gianni Versace lo esibiva in pelle nera ricamata d’oro sul torace nudo. Prada lo propone in vernice foderata di pelo color biscotto o in maglia con i profili bicolori, DSquared2 lo declina in pelle cognac da abbinare ai jeans sovrapposti, Marco De Vincenzo lo ha pensato con degli alamari, Alexander McQueen by Sarah Burton lo risolve in una ragnatela gioiello intessuta di fili d’argento, paillettes, cristalli su base in seta, per Brunello Cucinelli il gilet è in duvet bianco e beige da portare sulla felpa di cachemire grigia, per Etro è in velluto a coste fantasia paisley sempre imbottito, per Jacquemus è finestrato over e si porta sul pull di lambswool da tenerone, per Lanvin è attillato e a pois blu su giallo canarino, per Fendi è dark e si porta infilato nei pantaloni di nappa lucidi in stile ‘Cruising’ come nel film omonimo e controverso di Friedkin.

Dicevamo ibridazione? Bene allora lo sportswear si contamina con il fashion anche negli accessori, come il marsupio crossbody, che in passerella ha il dono dell’ubiquità. Portato in vita completa la belt bag mannish oppure si indossa in tono scanzonato a bandoliera persino sulla giacca doppiopetto gessata. Torna anche il borsello che si porta come una borsetta a tracolla un po’ femminile, dolce, sensuale, come da Valentino e Hermès, mentre Prada lo vuole nero, bello e funzionale. La maglieria più rustica acquista un timbro couture un po’ ovunque sia in versione pullover che in chiave sciarpone a grana grossa quasi 3D, lunghe e bellissime da portare sino ai piedi (Fendi e Dolce&Gabbana, Missoni, Loewe by JW Anderson, Hermès). Altro tormentone di stagione sarà il velluto. Molto amato da Alessandro Michele per Gucci che ne fa la divisa del suo ‘piccolo principe’, e da Kean Etro come da Ralph Lauren che lo traspone in chiave check, ma anche da Missoni che lo declina in print botanici stilizzati che sarebbero piaciuti al re del Jazz Miles Davis, mentre per Giorgio Armani è grigio di giorno effetto lapin o orylag oppure verde oliva per il parka effetto foresta, e nero e drammatico di sera per il tuxedo da red carpet degli Oscar ai quali re Giorgio si starà già preparando.

E i pantaloni? Come sopra, ampi e comodi, baggy e con un fit nipponico, da indossare sulle sneaker col carrarmato o negli stivali (Salvatore Ferragamo) oppure esotici in versione sarouel, drappeggiati ad arte (Balmain). Per un look molto ‘revenant’ l’ideale sarà vestirsi a strati dato che con questi chiari di luna chi lo sa che farà questo meteo pazzerello. Quindi sì a montoni vintage lunghi (Lanvin) o corti (Zegna, Prada, Valentino), e sì anche ai poncho e ai plaid effetto cocooning da portare sul completo formale come sul golf voluminoso da alta montagna, fra Aspen e Cortina (Etro, Hermès, Balmain, Off-White). Una camicia bianca non si nega a nessuno specialmente se è tecno-couture (Bagutta) o croccante e ricamata in pizzo (Dolce&Gabbana) o intarsiata con un lettering molto funny-cool (Valentino) o surreale (Louis Vuitton by Virgil Ablooh). Dedicato a maschi più gentili che finalmente rispettano le donne in barba ai rigurgiti di un cielodurismo sul quale sinceramente preferiamo glissare.

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Boston: signora liberal d’America

Vivacità intellettuale, capacità di accogliere e grande senso di inclusività: Boston trae fascino e ricchezza proprio dal suo essere eterogenea. Suona strano, in tempi di nazionalismo dilagante, e ancora di più negli Stati Uniti d’epoca trumpiana. 

Eppure questa è l’aria sottile che si respira in città, eleganza europea con allure decisamente internazionale. E soprattutto costante anelito alla libertà. 
Da sempre, perché nei suoi dintorni cominciò la grande avventura del Nuovo Mondo e quest’anno si festeggiano i 400 anni dallo sbarco dei Padri Pellegrini nella “Nuova Inghilterra”. Più di un secolo dopo nel porto di una giovane Boston, il blitz libertario dei coloni del tea party diede il via alla Guerra d’Indipendenza. 
Un vento di libertà che non ha mai smesso di soffiare e che anche oggi spazza i viali dell’Emerald Necklace, la stupenda collana verde di parchi che sembra adornare la città come il collo di una signora bon ton e che d’autunno assume colori vibranti dall’oro al rosso. E’ il capolavoro di Frederick Law Olmstead, architetto del paesaggio e grande demiurgo di Central Park a New York, che a Brookline, sulla collana vegetale che aveva immaginato in nuce più di un secolo fa, viveva a Fairstead, bella casa di legno; oggi si può visitare, fermarsi nel giardino ombroso, fare un pic nic sognando eleganti merende in stile New England.

Di sicuro amava la libertà anche Thomas Menino, indimenticabile sindaco di Boston di origini campane, fermato solo dalla malattia nel 2014 dopo vent’anni ininterrotti di mandato; aprì in Comune l’Office of Refugee and Immigrants apposta per assistere i nuovi arrivati a Boston. Uno spirito democratico condiviso dalla comunità, che non teme il libero pensiero della gente e la loro diversità, anzi; grazie a grassroots political networks, reti politiche di base, chi è nuovo è aiutato a indirizzarsi verso un esercizio del voto libero e consapevole. Non sorprende dunque che ogni anno si festeggino i cittadini del futuro nell’Immigrants’ Day alla State House, sede dello Stato del Massachusetts. D’altro canto, quando si chiacchiera con molti bostoniani, così istintivamente cortesi, si scopre che la loro famiglia viene dall’Italia, dalla Grecia, dalla Polonia, dal Brasile, dall’Irlanda, insomma da altrove.


I bostoniani erano gente di ampie vedute già nell’800, quando Beacon Hill, il cuore della città, era un quartiere di liberi pensatori e femministe ante litteram. Come Louise May Alcott, che ben espresse la sua visione dei diritti di genere in “Piccole Donne” e che qui visse, prima di trasferirsi con la famiglia in una comunità agricola chiamata Utopian Fruitland, una sorta di congregazione autonoma a forti contenuti spirituali con una controcultura sorprendentemente simile a quella hippie.
In linea con lo spirito liberal dei suoi abitanti, nello stesso periodo a Beacon Hill vennero aperte la prima chiesa afro-americana degli Usa e la prima scuola per neri, l’Abiel Smith School, che ancora adesso si possono visitare. 

Oggi il quartiere è rimasto intatto: le vie strette hanno il selciato di mattoni, i lampioni a gas, le case rosse in stile federale e le vetrate che, a causa di un eccesso di manganese, diventano rossastre al sole. E soprattutto quell’atmosfera da vecchia Inghilterra, come in un romanzo di Conan Doyle. 
Oggi però la via principale, Charles Street, è il paradiso dello shopping di tendenza, quello colto che va oltre le griffe. Si fa ad esempio al Salon, un po’ coffee shop, un po’ negozio di interior design, un po’ galleria d’arte moderna che ospita interessanti esposizioni di vetri artistici. Ma soprattutto questo è il regno degli antiquari, come Twentieth Century Limited, uno dei migliori indirizzi degli Stati Uniti per la bigiotteria d’antan, dove passare ore a scegliere fra pezzi di Miriam Haskell e Trifari, fra oggettidecò in bachelite e magnifici gemelli da polsino. Si va da Bruce Cherner invece per la posateria in argento con decorazioni di grande originalità, mentre l’indirizzo di riferimento per fini oggetti di porcellana giapponese e rare pitture buddhiste su seta è quello di Judith Dowling. A Beacon Hill si cammina con ritmo slow, buttando un occhio qua e là, nella boutique di Millicent Cutler, Oumillie, che vende confortevoli capi femminili, ma anche arredo casa, cucina, ufficio o da Fastachi dove, fra montagne di invitante frutta secca, si scopre che nel Massachusetts si produce ottimo cioccolato.

 Deviando per le strade laterali, si comprendere che l’ex quartiere di anarchici e intellettuali oggi ospita le residenze della happy few, fra bellissimi portoni che durante Halloween e Natale fanno a gara per le decorazioni, giardinetti pubblici colmi di giochi per i bimbi, lavanderie eco. E soprattutto la spesa da Savernor’s, minimarket per gourmet un tempo frequentato dai Kennedy e dai Rockefellers, con ogni ben di Dio, dallo speck altoatesino all’alligatore sottovuoto, dalla verdura bio di piccoli produttori locali alla finocchiona toscana, il tutto raccontato con entusiasmo e competenza da Oliver, quarta generazione di pizzicagnoli d’alto bordo. Se la stagione lo consente, viene quasi la tentazione di farsi fare un panino da mangiare poco più avanti, al Public Garden, guardando le paperette (a cui è dedicata un’iconica statua) che nuotano nel laghetto, le storiche barche a forma di cigno, il ponte sospeso più piccolo (e romantico) del mondo, le truppe d’assalto di scoiattoli interessati al cibo. Magari dalla panchina dove Robin Williams girò un famoso monologo del film Will Hunting, genio ribelle.

Boston, di animo irrimediabilmente intellettuale da sempre, ha biblioteche imperdibili; come l’ultima, dedicata al “suo” Presidente, la John F. Kennedy Presidential Library disegnata dal guru tardo-modernista Ieoh Ming Pei, marmo candido e vetrate ardite da cui si ammira la baia; e la prima, la Boston Public Library con le sue sale rinascimentali e i soffitti dipinti da John Singer Sargent che è stata la più antica biblioteca degli Stati Uniti e la prima a dare libri a prestito. Nel pomeriggio, in una sala affacciata su una corte in stile italiano, si celebra il rito del tè apparecchiato con ricercatezza, fra porcellane e posate d’argento, una ricca selezione di miscele, dolci e canapè di alta pasticceria; e alla fine chi desidera un attimo di magìa, può farsi leggere il futuro nelle foglie di tè.

Se il centro di Boston ha lo charme e anche un po’ di spleen per un’Europa lasciata ma mai dimenticata, altrove la città esprime quell’impulso in avanti che da sempre ha fatto potente l’America. Un’ambivalenza con una linea di demarcazione, il fiume Charles.

Sull’altra sponda, infatti, attraversato il Longfellow Bridge con la T, come è amichevolmente chiamata la metro più antica d’America di fine ottocento, si apre un altro mondo, Cambridge, il comune della greater Boston con le due migliori università al mondo secondo il QS World University Ranking, Harvard e il Massachusetts Institute of Technology (MIT). 
Anche la “People’s Republic of Cambridge” come viene chiamato questo microcosmo illuminato, ha lentezze da vecchio mondo accanto a accelerazioni da fisica delle particelle. E’ il luogo della nuova immigrazione, non quella dettata dalla necessità dell’800 e del secondo dopoguerra, ma quella accademica. Dove le humanities di Harvard e le technologies del MIT creano un universo eccitante in cui si muove una popolazione di studenti e insegnanti, che qui trovano la risposta alla loro sete di conoscenza. Come Franco Mormando, che dopo tanti anni a New York vive a Cambridge e insegna italiano al dipartimento di Lingue e Letterature Romanze del Boston College: «Il boom di Boston negli ultimi anni va di pari passo alla crescita delle università (36 nell’area metropolitana ndr). La ricerca scientifica ha portato grossi capitali e molta gente nuova», racconta. «Da qui l’interesse delle aziende e la costante ricerca di personale qualificato e che abbia un livello culturale alto. Ecco perché le humanities continuano a richiamare studenti». Sbucare dalla metro in Harvard Square, fare un breve giro del campus guidati dagli studenti del Trademark Tour, esplorare le strade di case vittoriane che un tempo furono residenze di professori, è come respirare direttamente una vampata d’aria democratica e liberal, quella che portò Nixon a definire Harvard il “Cremlino sul Charles”.
L’arteria principale di Cambridge, la Massachusetts Avenue, è un susseguirsi di pub come il Bartley’s Burger Cottage con piatti ad orientamento politico ancor prima che gastronomico (volete un Brexit burger o un Trump Tower?), di negozi di abiti vintage, un calzolaio old style che fa ciabattine e cinture a mano, quell’autentico antro per ghiottoni in formato drogheria che è la storica Leavitt & Pierce dove comprare tè rari; e scoperte da non perdere, come il Carpenter Center for the Visual Arts, unico edificio progettato negli States da Le Corbusier. 
Poco più di 5 km separano il mondo condito di secolari tradizioni di Harvard da quello contrapposto del MIT, dove fare quattro passi nel futuro. Alcune delle scoperte nate qui? Internet. L’email. Il radar. Il genoma umano. I robot. La strumentazione delle missioni Apollo.

Chi immagina questo tempio mondiale della scienza come una serie di laboratori asettici sbaglia. Visitando il MIT si scopre che matematica, fisica, informatica, neuroscienze sono bellezza, creatività, interconnessione. Basta mettere piede al MIT List Visual Arts Center, uno splendido spazio che diventa laboratorio creativo affinché gli artisti, anche quelli giovani e in crescita, sperimentino. Opere spesso provocatorie, in cui esiste sempre un nesso fra l’atto creativo e la scienza nella concezione, nella realizzazione, nella deformazione della realtà che diventano esposizioni temporanee motivo di incontro, studio, scambio di idee. Quelle dei grandi maestri entrano a far parte della Public Art, la collezione di oltre 70 opere che rende gli edifici e i prati del campus – insieme alla grande ricerca scientifica che vi si svolge – un luogo superlativo. Come lo Stata Center, l’incredibile edificio a torri inclinate e angoli aggettanti di Frank Gehry che ha sostituito un mito, il Building 20, teatro di grandi scoperte. Come lo straordinario coloratissimo pavimento concettuale di Sol LeWitt e la vela di Calder. Come l’ondulata Baker House, la casa dello studente di Alvar Aalto dal cui tetto per tradizione a fine corso si getta un pianoforte. Come la commuovente MIT Chapel cilindrica di Eero Saarinen con i riflessi dell’acqua che giocano sulle pareti. Un’alternanza di opere in esterno e in interno che compongono una collezione straordinaria. 
Al MIT la creatività non è solo un bel contorno, ma il cuore stesso della ricerca: basta entrare al Media Lab, nel Lifelong Kindergarten, dove si studia l’apprendimento creativo attraverso il gioco. Il laboratorio sembra un’immensa stanza dei giochi perché i ricercatori sperimentano praticamente ciò che poi viene tradotto in bit. Qui lavora con entusiasmo Carmelo Presicce, ingegnere informatico di 36 anni e da quasi cinque ricercatore e sviluppatore di Scratch, gioco online con 47 milioni di giocatori nel mondo: «a Bologna sviluppavo app e insegnavo agli adulti, finché un bimbo di sei anni mi ha fatto conoscere Scratch, ambiente di programmazione gratuito e interattivo per bambini dove si crea l’animazione e la storia del personaggio aggiungendo situazioni, come fossero mattoncini Lego. Ne sono stato conquistato». Da lì a fondare un “coder dojo”, un club per bambini di programmazione di Scratch, conoscere l’inventore del gioco, Mitch Resnick, e essere chiamato a far parte del suo team a MIT è stato un susseguirsi di possibilità che si sono avverate.

Sembra essere nella natura di Boston: un luogo dove ancora adesso si avverano le possibilità per molti. 

Certo bisogna volerlo fortemente. Essere animati da passione e/o determinazione. Quest’ultima non manca di sicuro a Julia Oliveri Orioles, studentessa italo-giapponese  alla Questrom School of Business della Boston University: «L’ambiente è molto coinvolgente e internazionale», dice. «Il fatto di avere io stessa doppia nazionalità mi ha aiutato a inserirmi e in questi quattro anni mi gioco la mia occasione per il futuro: il mio momento è adesso». Futuro dove? Negli Stati Uniti, of course!

Sono in tanti a pensare come Julia che questa sia ancora terra di opportunità: in 40 anni i sudamericani sono aumentati del 75%, gli asiatici (vietnamiti, cambogiani, ecc) dell’85%. E soprattutto i cinesi, che vantano un giovane e avvenente membro al City Council, Michelle Wu, e una ottocentesca Chinatown con tanto di Arco dell’Amicizia in stile orientale. Anch’esso divide (o connette) il passato e il futuro, gli stretti vicoli di negozietti che espongono anatre affumicate, radici della medicina tradizionale e noodles, dalla Rose Kennedy Greenway, un bellissimo nastro verde di oltre un miglio, con orti, fontane, piazze, spazi fioriti e opere d’arte che attraversa il Financial District lungo il fronte del porto. 
Merito di un cinese è anche un vanto del Theatre District, il Boch Center Wang Theatre, il teatro e cinema più grande del mondo quando fu costruito nel 1925. In uno stile barocco così eccessivo da essere affascinante, fu music hall negli anni ’60 e venne riportato agli antichi fasti da An Wang di Shangai, mecenate divenuto a Boston un pioniere nel campo dei computer e degli elaboratori. Il palcoscenico è così grande da ospitare non solo balletti classici ma musical colossali e i 3500 posti consentono concerti di grande richiamo come quelli di Lady Gaga, dei Rolling Stones, dei Queen, di Elton John, artisti di cui si conservano memorabilia in una sala del foyer
Se invece si preferisce una musica più intellettuale e intima in un ambiente raccolto, la città ha moltissimi club, come Beehive, dove farsi una dozzina di ostriche del New England ascoltando le band di jazz, reggae, soul; o il Wally’s Café, piccolissimo e storico, che offre ottimi cocktail e jam sessionininterrottamente 365 giorni all’anno.

Sì perché Boston ha anche un animo musicale. Lo conferma Matteo Casini, insegnante di storia del Rinascimento alla University of Massachusetts, nonché bluesman di talento che in città suona con diversi gruppi: «Per le mie ricerche è importante poter consultare il grande patrimonio librario di Harvard. Qui inoltre la musica, l’altra mia grande passione oltre alla storia, è radicata nel vivere quotidiano delle persone e sovente i musicisti si ritrovano per improvvisate jam session».  
La musica a Boston è davvero alla portata di tutti: tanto che la School of Honk è un meeting domenicale frequentatissimo, dove la gente si trova e suona insieme. Anche chi non è capace, tanto per provare e divertirsi. Magari steccando le note, ma in perfetto accordo con il genius loci della città.

Testo e foto di Elena Bianco

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Editorial: Contatto urbano

Photographer & Art Director: Domenico Petralia @ProductionLink

Fashion stylist: Angelina Lepper @StudioB16

Stylist assistant: Lorenzo Chiara, Jessica Mariuz

Hair Style: Valerio Sestito @Unconventionalartists

Makeup: Marianna Falci

Model 1: Enrique Farinas @Urban Models

Model 2: Oksana Plechko @Wonderwall

Casting director: Stella Ferro

Photographer assistant: Vito Calamia

Post-production: Virgil Hritcu

TEAM SOCIAL 

Photographer & Art Director: @domenicopetralia_ph @productionlink_photographers

Fashion stylist: @angelinalepperstylist @womanwhostyle

Stylist assistant: @lorenzochiara, @jessiquem

Hair Style: @valeriosestito @unconventionalartists 

Make up: @mariannafalci_makeup

Model 1:@endriquef.m @urbnmilano @unomodels

Model 2: @Zprivetom @ww_mgmt

Casting director: @stella_ferro

Photographer assistant: @vito_calamia_ph

Post-production: @virgilhritcu

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Hairstyle men: 7 pettinature di tendenza

Gli uomini negli ultimi decenni sono diventati molto più attenti alla cura del corpo e dei loro capelli, in particolare sono attenti alle pettinature di tendenza e non perdono occasione per restare sul pezzo.

Ecco gli hairstyle men di tendenza per questo 2020 che vanno dalle sfumature, ai volumi vivaci, passando per scalature.

No ai tagli cortissimi e di gran ritorno invece l’effetto bagnato per i capelli lisci e tagli versatili per i capelli ricci e mossi con anche finti spettinati. Non mancano poi le rasature, ma non estreme e il ciuffo ribelle.

7 pettinature di tendenza uomo 2020

Hairstyle men corto

I capelli corti sotto e lunghi sopra sono le tendenze del momento, in particolare ciuffo lungo, riga laterale o indietro. Il taglio cortissimo non è un’opzione di quest’anno ma se proprio amate solo questo taglio gli hairstylist consigliano di portarlo con una rasatura media e una barba corta, no a barbe trasandate.

Capelli rasati ai lati

Se siete uomini che amate i tagli rasati, niente paura, anche per quest’anno restano un classico intramontabile. Consigliati per gli uomini brizzolati che non si vogliono nascondere ma anzi vogliono valorizzare questa fase della loro età. Il rasato ai lati è abbinato al ciuffo orto o sfumato con taglio a scodella.

Nei più giovani via libera al rasato con disegni su nuca o ai lati della testa, un hairsyle men decisamente più cosmopolita.

Tagli lunghi e medi

Le acconciature uomo dal taglio lungo medio sono perfette per chi ama portare i capelli svolazzanti, per chi li ha mossi e folti. Le scalature con ciocche che ricadono lateralmente sulle orecchie sono le preferite di questo 2020. Attenzione non sono solo per i più giovani!

Hairstyle men sfumato

Quando si parla di taglio sfumato si identifica la rasatura col capello lungo sopra o con ciuffo lungo, ma anche gli undercut con riga laterale. Chi ama portare il ciuffo per quest’anno è proposto con una barba curata medio-lunga. Se invece optate per un taglio corto ma sfumato su nuca e tempie gli hairstylist consigliano di schiarire le punte e pettinare all’indietro.

Tagli effetto bagnato

L’effetto bagnato nelle pettinature uomo ritorna di moda uno stile vintage anni ’60-’70 con un taglio lunga sulla nuca e scalato davanti, ma anche sui tagli medi. Anche in questo caso non è adatto solo ai giovanissimi ma anche all’uomo maturo che porta i capelli all’indietro.

Pettinature capelli ricci e mossi

Se non vi mancano i capelli e li avete ricci e voluminosi potete sfoggiarli nella loro pienezza, facendo attenzione a portare il ciuffo molto lungo sulla fronte. Optate per un taglio versatile che vi permette di spostare la riga a piacere.

Hairstyle men stempiato

Non ci si poteva poi dimenticare di chi è stempiato, qui il trend per questa stagione è portare i capelli in modo ordinato favorendo una rasatura laterale e più importante su nuca e tempie. In caso siate giovanissimi optate per portare i capelli in avanti che permettono di nascondere la stempiatura, per gli uomini più maturi con capelli bianchi invece potete spostare la riga di lato o optare per un taglio molto corto e tutto pari.

Run Shoes: caratteristiche importanti delle scarpe da corsa

Le run shoes sono delle scarpe da corsa e come sappiamo bene, chi pratica questo sport regolarmente ha bisogno di indossare scarpe di qualità e con determinate caratteristiche per non incorrere a problemi ai piedi e alla postura. Non solo se si indossano scarpe non idonee alla corsa si possono anche compromettere le prestazioni qualora si pratichi questo sport a livello agonistico.

Per questo vogliamo fornirvi nel dettaglio le caratteristiche importanti delle scarpe da corsa da tenere presenti quando vi apprestate a fare i vostri acquisti per capire i modelli di run shoes più ideali per il vostro tipo di corsa.

Run Shoes: Caratteristiche delle scarpe da corsa

Cominciamo subito col prestare attenzione al tipo di pronazione prima di acquistare le scarpe da corsa. Questo è un punto legato al naturale movimento del corpo umano, nello specifico è la tendenza del piede a ruotare verso l’interno per scaricare il peso del corpo in fase di appoggio, oltre a distribuire l’impatto col suolo.

Inoltre le run shoes per essere di qualità devono avere:

  • la tomaia, parte esterna della scarpa, in materiale sintetico così da essere leggera, robusta e traspirante. Inoltre se realizzata in pelle sintetica resiste maggiormente all’abrasione e si asciuga più velocemente. Ideale anche la tomaia impermeabile poiché evita che l’umidità passi nella scarpa, mantenendo il piede asciutto anche in caso di umidità.
  • intersuola realizzata in materiale EVA (etilene venilacetato) con sistemi brevettati dal produttore, l’intersuola garantisce ammortizzazione e stabilità. Di solito le scarpe hanno uno strato di EVA, quando ve ne sono con più strati hanno maggiore flessibilità.
  • conchiglia o retro piede che controlla il movimento e avvolge il tallone, realizzata con materiali resistenti con interno comfort
  • battistrada robusto visto che ha lo scopo di trasmettere aderenza e trazione allo stesso tempo poggiando sul terreno.

Tipi di run shoes

Le scarpe da corsa in commercio sono diverse e dopo aver valutato le caratteristiche principali passiamo alla scoperta dei diversi tipi di run shoes.

Scarpe da corsa neutre ideali per chi tende a ruotare il piede verso, sono scarpe che assorbono bene l’impatto col suolo con un moderato supporto mediale.

Scarpe da corsa stabili indicate per chi presenta una iperpronazione moderata o lieve. Solitamente hanno un rinforzo a livello dell’arco dell’intersuola.

Run shoes per il controllo del movimento indicate per chi ha iperpronazione media o severa poiché hanno caratteristiche in più come tallone più rigido o sistemi di controllo del movimento.

Scarpe minimaliste ideali per chi soffre dell’infiammazione al tendine di Achille, sono dotate di una struttura leggera che permette un movimento naturale e un appoggio con la parte centrale del piede. Flessibili e con ottima ammortizzazione.

Scarpe per barefoot running la maggior parte di queste scarpe non hanno ammortizzazione, per questo la protezione è minima con l’impatto al suolo.

Logo Apple come nasce e come si è evoluto

Apple è la società fondata nel 1976 da Steve Jobs in California, uno dei brand più noti al mondo che tutti conosciamo. L’azienda ha fatto la storia nella tecnologia dell’informatica e il logotipo Apple, la mela morsicata è diventato uno dei loghi più famosi al mondo.

Apple oggi è una delle società più redditizie e creative al mondo, ma vi siete mai chiesti come è nato il suo logo?!

Ecco la sua storia dalla nascita ad oggi, visto che il design è cambiato nel tempo vedendo una grande evoluzione e numerosi restyling.

Logotipo Apple dalla nascita ad oggi

1977

Il primo logo Apple apparso rappresentava Newton che riposa sotto un albero con una mela pendente. La mela rappresentava ovviamente la creatività e il colpo di genio. Un logo davvero molto bello ma purtroppo poco funzionale.

1979

Vista la poca funzionalità del logo precedente, Steve Jobs commissionò un nuovo logo agenzia Regis McKenna Advertising. Ed ecco apparire per la prima volta una mela. La prima versione era una semplice mela, ma siccome non era chiara gli venne aggiunta la foglia sopra e il morso a creare una “mela morsicata”, divenuta ben presto icona della società. Il logotipo Apple ora apparve a strisce colorate orizzontali come un arcobaleno per rendere il brand più “umano” e fu utilizzato per 21 anni.

1998 – 2020

Trascorsi 21 anni con una mela morsicata multicolore Steve Jobs pensò che era ora di modificare nuovamente il logotipo Apple. La modifica non doveva essere sostanziale, ma solo rendere il logo più flessibile per i suoi prodotti essendo ormai Apple diventata un’azienda di successo in un mercato troppo competitivo.

Appare così una mela morsicata di colore monocromatico. Nel corso degli anni dal 1998 ad oggi il colore è cambiato per essere adattato ai diversi prodotti dell’azienda e ha cambiato formati per lo stesso motivo, ma il logotipo Apple non è più cambiato come forma essendo ormai marchio distintivo di un brand di successo.

Il logotipo Apple a colori è ancora nei cuori dei consumatori Apple e non li dimenticheranno mai, lo stesso vale per la mela monocromatica, per questo è improbabile che il logo verrà cambiato in maniera sostanziale nei prossimi anni.

Curiosità sul nome Apple

Vi lasciamo con queste curiosità. Se vi state chiedendo come mai si chiami Apple, le motivazioni potrebbero essere due. La prima storia racconta che Steve Jobs nell’estate del 1975 o 1976 avesse lavorato in un campo di mele, altri ancora che la mela fosse il frutto preferito di Jobs e altri ancora invece affermano che la scelta della mela sia collegata all’etichetta discografica dei Beatles “Apple Records”

In ultimo si narra che la mela di Apple sia legata ad Alan Touring, considerato il fondatore dell’informatica, che morì suicida addentando una mele in cui vi aveva iniettato del cianuro.

On stage: si nota all’imbrunire con Silvio Orlando

L’altra sera al Teatro Quirino di Roma abbiamo visto con piacere una gran bella pièce, ‘Si nota all’imbrunire’, scritta con gentilezza e umorismo fine e sagace da Lucia Calamaro, un vero talento, e interpretata magistralmente dal grandissimo Silvio Orlando che ultimamente abbiamo visto nella serie televisiva di Paolo Sorrentino ‘The young pope’ e ‘The new pope’, e che ora è a teatro a Roma fino al 2 di febbraio in un dramma esistenziale sulla solitudine.

Un tema che ha stimolato fior di scrittori e drammaturghi, Checov e Pirandello in primis, ma anche l’esistenzialista Ingmar Bergman, solo per citarne alcuni. Questo dramma leggero ma pensoso esplora con una elegante e sapida tessitura drammaturgica il tema della ‘solitudine sociale’, il morbo del terzo millennio che affligge giovani e anziani e che ha una diffusione davvero trasversale. Non per niente in Francia esiste ‘la giornata della solitudine’ mentre in Inghilterra esiste addirittura un ministero della solitudine. Non è solo depressione, non è tanto e solo spleen, è un senso di abulia che avvolge e condiziona la percezione individuale della realtà e che rimanda alla disamina umana del decadentismo.

Molti parlano di nuovo rinascimento ma in fondo si potrebbe pensare, per descrivere l’epoca in cui viviamo, a una nuova decadenza che amplificata dai social media, prima cassa di risonanza del nuovo solipsismo, corrode dall’interno l’anima umana, in un momento di grande alienazione e di inesorabile crisi di valori. Torna il soggetto sbarrato di Lacan nella riflessione amara e poetica di Silvio che, dopo aver perso la moglie, si ritrova ad adagiarsi in solitudine come un eremita.

Silvio si è seduto nel vero senso della parola, è un uomo che più che esistere desiste. La sua famiglia non gli è più familiare e i suoi tre figli Alice (Alice Redini) che ha velleità di poetessa, Maria (Maria Laura Rondanini) una psicologa molto rigida ma anche fragilissima, e Vincenzo (Vincenzo Nemolato che abbiamo visto recentemente nel cast di ‘Martin Eden’) che ha sempre deluso suo padre e ama esibirsi nel canto, sono anch’essi attanagliati da mille insicurezze e inquietudini molto radicate.

La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio, è stata applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. L’incomunicabilità e il senso di inettitudine erigono muri insormontabili fra Silvio e il resto del mondo. “Essere socievoli è faticoso, mi sono abituato all’assenza e mi sento debitore nei confronti di chi mi ama, in fondo il mio paese interiore è privo di abitanti”, dice il protagonista, riflettendo in modo dolente sulla sua condizione di isolamento interiore.

Fra risvolti tragicomici e intermezzi musicali questo dramma introspettivo si snoda con un testo agile e scorrevole che alterna riso e lacrime come nella vita e che approfondisce mirabilmente la psicologia dei personaggi. Da segnalare l’istrionica abilità di Roberto Nobile che ricordiamo ne ‘La scuola’ sempre accanto a Orlando e che sulla scena interpreta il fratello del protagonista solitario. La compagnia di Silvio Orlando che porterà lo spettacolo in tournée per l’Italia fino a Maggio è stata calorosamente applaudita la sera della première da Gigi Proietti e Maurizio Lombardi. Vivamente consigliato.

Ph: Claudia Pajewski

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