Il ricordo di Germano Celant: cinque opere per scoprire l’importanza che l’arte povera ha ancora oggi

Viene a mancare all’età di 80 anni il critico e curatore genovese Germano Celant, dopo due mesi in terapia intensiva al San Raffaele per complicazioni dovute al COVID – 19.

Identificato come il fondatore dell’arte povera, movimento della seconda metà degli anni sessanta che pone il rapporto Uomo – Natura alle sue fondamenta, Celant fu tra i primi a privilegiare il “gesto artistico” mettendosi in forte contrapposizione con le tendenze consumistiche che in quei tempi stavano sempre più prendendo piede nel mercato dell’arte. 

Il mondo dell’arte italiano perde così una delle sue figure più importanti, autore di più di cinquanta pubblicazioni Celant è stato curatore del Guggenheim di New York, direttore della prima Biennale di Firenze Arte e Moda e della Biennale di Venezia nel 1997.

Nel 2015 la sua carriera raggiunge l’apice grazie alla nomina come direttore artistico di Fondazione Prada. 

Anche il direttore artistico del Museo Novecento ha voluto ricordare Germano Celant: “E’ un giorno triste per il sistema dell’arte del nostro paese. La pandemia ha strappato, all’affetto dei suoi cari e degli amici artisti, Germano Celant, straordinario protagonista della critica e della curatela in arte. Imprescindibile punto di riferimento per  il suo magistero teorico e il suo approccio nella organizzazione delle mostre, da quelle collettive alle personali, sempre impostate in condivisione con gli artisti, dei quali Celant non era solo interprete teorico, ma compagno di avventura fin dalla fine degli anni Sessanta. Ebbe allora la felice intuizione di scavalcare le storie personali di molti di loro per raggrupparli sotto il termine di Arte Povera, un’attitudine poetica e immaginativa che ha segnato l’evoluzione dei linguaggi contemporanei. Ricordo con emozione la sua ultima grande prova, la mostra antologica di Jannis Kounellis a Venezia lo scorso anno. L’omaggio di un grande critico a un gigante dell’arte contemporanea scomparso nel 2017”.

L’importanza dell’arte povera: Gli anni sessanta sono caratterizzati da un periodo di enorme cambiamento favorito dalle rivolte studentesche e le manifestazioni di dissenso contro la guerra del Vietnam e contro le repressioni nei paesi latini americani.

Sono anni particolari che avranno una forte ripercussione anche nell’arte, in particolare grazie a quella Povera che riflette una necessità di cambiamento nei contenuti ma anche nella sua natura vitale, un approccio non più statico ma mutevole. 

Gli esponenti dell’arte povera utilizzano così materiali alternativi come terra, legno, ferro e scarti industriali attraverso i quali ci comunicano i loro messaggi di stampo intellettuale. 

Cinque opere per ricordare l’importanza comunicativa dell’arte povera: 

Senza titolo – 12 cavalli 1967 – Kounellis


Igloo con Albero 1968 – 1969 – Mario Merz 


Quadro di fili elettrici 1957 – tenda di lampadine – Mario Pistoletto 


Famigliole 2010 – Piero Gilardi 


Mare  1967 – Pino Pascali

Seiko compie 60 anni

Nato nel 1960, creatori orologiai si posero l’obiettivo di creare il  “re” degli orologi progettando un esemplare che superasse la media dei concorrenti per facilità d’uso, resistenza, leggibilità e design. Ecco che nacque il Grand Seiko, chiamato così perché rispecchiava le caratteristiche di un orologio importante. 

Il mondo Seiko, da sempre legato ad alti livelli di precisione, leggibilità e design, lancia un reStyling dell’iconico Grand Seiko, quest’anno al suo sessantesimo anniversario.

Due modelli per l’occasione: uno che rende omaggio al famoso 44GSdel ’67, simbolo dello stile iconico giapponese del celebre segnatempo della casa, il 9S85 caratterizzato da una precisione da +5 a -3 secondi al giorno è una riserva di carica di ben 55 ore. Le Lancette dei secondi rosse e logo in oro. L’altro, invece, appartiene alla collezione sport con indici e lancette rivestiti in LumiBrite che favorisce l’alta leggibilità in condizioni di luce scarsa. Un orologio “user friendly” dal carattere sportivo . 

Abbiamo pensato a una selezione di stile perfetta per il vostro leisure time, per le vostre future passeggiate primaverili o semplicemente per il tempo libero.

Da un lato il classicismo del Grand Seiko, dall’altro lato, invece, stile casual e capi trendy per un total look a contrasto che non passa inosservato. 

GIACCA IN DENIM – The Workers Club 

CAMICIA IN COTONE CON STAMPA FANTASIA  – Givenchy 

T-SHIRT IN COTONE BIANCA – Acne Studios 

PANTALONE TESSUTO TECNICO BLU – Theory

SNEAKERS CON LOGO RICAMATO – Gucci 

5 serie Netflix che fanno discutere

Da quelle a sfondo religioso, ai reality show oltre oceano, agli scandali delle baby squillo, abbiamo preparato per le vostre serate in quarantena una mini guida sulle serie tv Netflix che fanno discutere e scatenano dibattiti . 

Cinque tematiche attualissime, cinque visioni differenti che potrete veder sviluppate attraverso le serie in questo momento sul canale streaming più chiacchierato del momento. 

MESSIAH

“Ti convertirà”? È lo slogan che appare sul poster ufficiale di Messiah , serie tv che ha creato non poche polemiche per il suo filo conduttore a sfondo religioso . 

Messiah è la storia di Eva Geller, agente della CIA incaricata di investigare su un uomo misterioso, capace di avere un gran seguito in tutto il mondo. Ciò  che gli permette di conquistarsi la cieca fiducia dei seguaci è il presunto potere di compiere miracoli, ed Eva deve ripercorrerne i passi per comprendere cosa c’è dietro. Si tratta di un vero leader religioso o di un ciarlatano? Oppure, peggio ancora, di un truffatore? Guardatelo per scoprire . 

TOO HOT TO HANDLE 

Dimenticatevi gli show dove dei giovanissimi sono rinchiusi in una villa di lusso a far baldoria, Too Hot To Handle supera i di gran lunga questo genere di show.

I protagonisti, si, sono dei giovani e bellissimi ragazzi, ossessionati dal sex appeal: ma pensate a cosa potrebbe succedere se gli venisse vietato loro qualsiasi forma di contatto sessuale. I dieci concorrenti, condivideranno alla fine il premio finale di 100 mila dollari, sempre se non venisse decurtato man mano che uno di loro non infranga le regole. Uno show che vi terrà incollati allo schermo, nonostante l’alto tasso di “trash”. 

YOU 

Giunto alla 4 stagione, You ha registrato fin da subito un grande successo. Soprattutto per la trama: Joe Goldberg è un libraio, appassionato di letteratura e colto. 

Quando un giorno nel suo negozio entra Beck, aspirante scrittrice alla ricerca di se stessa, Joe decide che è lei la donna che deve avere. Ma a iniziare non è una storia d’amore, ma una storia di ossessione in cui il protagonista è uno stalker con inganni, stratagemmi per circuire la propria vittima. Ma d’altro canto Joe viene designato come “protettore” della donna che ama, a tal punto da scatenare dibattiti sullo stalking. Il film ci porta a riflettere attraverso la mente malata dello stalker creando quasi un’empatia con lo spettatore. 

THE SINNER 

Sui vari siti dedicati alle recensioni dei film di Netflix, si legge che The SINNER è uno di quei horror Movie così spaventosi che non si riesce a finire di guardare. Si, proprio così, la serie horror racconta di una donna e madre depressa che accoltella un uomo apparentemente innocente, in una tranquilla e ordinaria giornata al mare con la famiglia . Ma cosa si nasconde dietro l’efferato gesto ? E perché la serie di cui è protagonista l’attrice Jessica Biel viene definita “spaventosa” dagli utenti ? Lo scopriremo solo guardandola , ce la farete

BABY

È stata una delle serie più criticate per la forte tematica della prostituzione minorile. Ma a essere criticata, più della tematica stessa, è stata la visione, sostengono alcuni, con la quale è stata sviluppata, considerata troppo superficiale. Ma altri ammettono invece di aver esplorato un mondo sotterraneo in continua crescita, sta di fatto che le vicende delle baby squillo sono da sempre al centro dei media e opinione pubblica e soprattutto dopo questa serie che vi terrà incollati allo schermo data la sua impronta da soap opera. 

Chopard loves cinema

Il brand di orologeria e gioielleria d’oltralpe Chopard è Partner Ufficiale del famoso festival cinematografico di Cannes che da 72 edizioni premia i lungometraggi che hanno fatto la storia del grande schermo. Tra questi, suggeriamo una selezione fatta da esperti della settima arte di sei film tutti vincitori della Palma d’Oro da vedere (o rivedere) in questo periodo.

La dolce vita, di Federico Fellini (1960). Una pellicola allegramente decadente che racconta le scorribande di un eroe edonista, interpretato da Marcello Mastroianni, tra le vie della Capitale nostrana. Iconica per la storia del nostro cinema è la scena in cui Anita Ekberg, con indosso un bellissimo abito nero a sirena, fa il bagno nella Fontana di Trevi. Apprezzato dalla critica e condannato dal Vaticano, questo film è la consacrazione del periodo d’oro del cinema italiano.

Les parapluies de Cherbourg, di Jacques Demy (1964). Vittoria al 17° Festival di Cannes per questo film interamente cantato sulle note del compositore Michel Legrand che cela, dietro i suoi colori pastello, un profondo senso di malinconia. Una vera rivelazione fu l’attrice Catherine Deneuve e la sua interpretazione dalla bellezza innocente.

All that jazz, di Bob Fosse (1980). Questa commedia musicale è una dichiarazione d’amore nei confronti di Broadway. Un turbinio di danza e musica che esalta la teatralità della vita.

Lezioni di piano, di Jane Campion (1993). Primo e al momento unico film con una regia femminile ad aver conquistato una Palma d’Oro. Questa storia cinematografica, registrata tra i bellissimi paesaggio della Nuova Zelanda, rimettono al centro dell’attenzione la natura e l’istinto umano.

Pulp fiction, di Quentin Tarantino (1994). Una delle pellicole più divertenti tra tutte quelle presentate nelle varie edizioni del festival. La vittoria di questo film è stata la scommessa fatta dal Presidente di giuria Clint Eastwood sul futuro del giovane e promettente regista, al tempo al suo secondo film.

Un affare di famiglia, di Kore’eda Hirokazu (2018). La sconvolgente storia di una disfunzionale famiglia giapponese che resta unita solo grazie alla comune propensione ai piccoli furti. 

5 fotografi da seguire su Instagram

Instagram è diventata una piattaforma che permette a fotografi e appassionati di condividere i loro scatti. Sono sempre di più i professionisti che scelgono questo social network per mostrarsi e farsi notare. Se state cercando ispirazione o volete ravvivare il vostro feed, questi sono i fotografi da seguire che abbiamo selezionato nel mese di Aprile.

Sem Gregg

Instagram: @samalexandergregg

Ritrattista e documentarista londinese, gli scatti di Sem Gregg si rifugiano in ambienti complessi che risiedono nelle periferie.
Il suo lavoro è una ricerca per interrompere e mettere in discussione i tabù e celebrare i valori umani universali.

Gray Sorrenti

Instagram: @graysorrenti

Quando la fotografia ti scorre nel sangue, non hai altra scelta che metterti a scattare.
Figlia del leggendario fotografo Mario Sorrenti, Gray è una vera e propria stella nascente della fotografia internazionale.

Michael Oliver Love

Instagram: @michaeloliverlove

Fotografo che porta una ventata di freschezza nel mondo della fashion photography, creando immagini sorprendenti che mirano a sovvertire gli stereotipi di genere, sfidando la mascolinità tossica.

Goblin

Instagram: @nycgoblin

Giovane fotografo e artista surrealista domenicano con sede nel Bronx di NY.
Il suo lavoro spazia dalla fotografia di moda, all’adv, fino a opere con tecniche più complesse.
La sua arte interpreta tutte le sfaccettature della sua personalità: l’amore, la verità e la rabbia.

Dimpy Bhalotia

Instagram: @dimpy.bhalotia

Nata a Bombay e trapiantata a Londra dove trascorre le sue giornate all’insegna della passione per la street photography in bianco e nero.
Tutto è scattato con l’Iphone, grazie al quale riesce a immortalare l’energia che la circonda.

Infertilità e Covid-19, cosa dice la scienza?

Negli ultimi giorni fa discutere molto la pubblicazione dei dati relativi al boom di vendita negli Stati Uniti di home-kit per la crioconservazione di liquido seminale. Sembrerebbe infatti che le due maggiori aziende produttrici (CryoChoice e Dodi) di tali dispositivi abbiano aumentato di circa il 20% il giro d’affari legato all’invio a domicilio di kit di raccolta del liquido seminale, adatti alla crioconservazione. Stando ai dati riportati dal New York Post, questa tendenza sembra coinvolgere anche molte donne, che sempre più cominciano a richiedere la possibilità di poter crioconservare gli ovuli. 

Alla base di questa crescente paura per lo stato di fertilità, sopratutto da parte della popolazione maschile (che in termini percentuali sembra essere anche quella maggiormente contagiata da Saras-Cov-2) vi è un articolo pubblicato recentemente dai ricercatori della Maryland University su Nature Comunications, i quali hanno dimostrato come i livelli di stress psico-fisico, innescato in questo caso dalla pandemia da Sars-Cov-2, possano influire negativamente sulla qualità del liquido seminale. 

Ma oltre all’influenza negativa dello stress secondari alla pandemia sulla qualità del liquido seminale, cosa sappiamo oggi della relazione tra infertilità e Sars-Cov-2? 

Lo chiediamo al Dott. Nicola Macchione, Urologo e Andrologo che presta servizio all’Ospedale San Paolo di Milano, e che in questi giorni si è visto assieme ad altri colleghi impegnato con pazienti dei reparti Covid-19. 

Esiste una relazione tra infertilità maschile e Sars-COV-2?

Studi recenti dimostrano che tale virus è stato identificato in diversi fluidi biologici. Sappiamo infatti che lo si trova nelle secrezioni nasali, nella saliva, nelle feci, nel sangue (1%), ma non nelle urine e nel liquido seminale, anche se gli studi attualmente presenti in letteratura coinvolgono un numero di pazienti molto esiguo per trarre conclusioni affrettate. Infatti, escludere la presenza del Sars-Cov-2 nel liquido seminale è di fondamentale importanza non solo per valutare eventuali sequele sulla fertilità, ma anche per escludere la trasmissione sessuale. 

Quindi il Sars-Cov-2 potrebbe trovarsi nelle secrezioni genitali? 

In realtà al momento possiamo escluderlo, ma sappiamo ancora poco. E noto ad oggi che molti virus (HIV, Zika virus, virus della parotite) raggiungono tranquillamente i genitali e possono essere identificati nel liquido seminale per molto tempo anche dopo la negativizzazione nel circolo ematico degli stessi. Resta da capire se questo passaggio avviene anche per il Sars-Cov-2. 

Sicuramente, per quanto riguarda le donne sappiamo da un recente studio che ha coinvolto circa 10 pazienti, che il coronavirus non è identificabile a livello delle secrezioni vaginali. Andando invece a guardare cosa avviene nei maschi dobbiamo far riferimento ad uno studio eseguito qualche anno fa per un “parente stretto” di questo virus; il Sars-Cov (che nel 2002 contagiò oltre 8000 soggetti, causando il decesso di 774 pazienti). In questo studio si è documentato, valutando reperti istologici testicolari di 6 soggetti deceduti, un quadro di infiammazione severa delle gonadi che in alcuni casi si presentava con un vero e proprio quadro di atrofia della linea cellulare seminale. In tutti i casi riportati però, il genoma del virus a livello testicolare non è stato mai identificato. Questo a dimostrazione che apparentemente i Beta-Coronavirus non riescano ad attraversare la “barriera emato-testicolare” ma siano comunque in grado di indurre una reazione immunitaria tale da poter dare un quadro infiammatorio locale. 

E a proposito del Sars-Cov-2? 

Ad oggi esistono due gruppi di ricercatori che si sono spinti a valutare l’eventuale presenza del Sars-Cov-2 a livello seminale, ma entrambi gli studi presentano molti limiti legati alla numerosità del campione. 

Nel primo studio sono stati arruolati 13 pazienti contagiati da Sars-Cov-2, di cui 12 guariti ed 1 deceduto. L’età media di questi soggetti era tra i 22 ed i 38 anni, e tutti erano rimasti asintomatici e/o pauci-sintomatici. Di questi soggetti è stata eseguita la ricerca su liquido seminale del Sars-Cov-2, ma in nessuno dei campioni è stato trovato il virus. Inoltre del paziente deceduto è stata eseguita una biopsia testicolare ed anche in quel caso non sono state identificate tracce della presenza del Coronavirus. Il secondo studio invece ha coinvolto 34 soggetti contagiati, anche questi paucisintomatici, anche se in 6 pazienti (17.6%) erano stati riportati sintomi testicolari (algie). Nonostante ciò i risultati sono stati praticamente sovrapponibili a quelli del precedente studio, documentando l’assenza di Coronavirus a livello testicolare. 

Perché un virus così contagioso risparmia i testicoli? 

Esistono tre grosse ragioni che in qualche modo possono spiegare l’assenza di Sars-Cov-2 a livello testicolare. La prima sta nel fatto che i livelli di recettori ACE2 e TMPRSS2 a livello della popolazione cellulare testicolare non sono espressi in modo importante, e noi sappiamo che l’ingresso del Sars-Cov-2 a livello cellulare prevede l’interazione della proteina S (Spike) con tali recettori. 

La seconda motivazione invece riguarda la presenza a livello testicolare di un meccanismo di protezione denominato “barriera emato-testicolare” che in qualche modo “isola e protegge” il distretto seminale da quello ematico. Tale sistema è regolato principalmente da giunzioni strette tra le cellule del Sartoli e la lamina basale dei tubuli seminiferi. Questo sistema per esempio, viene a mancare nelle infezioni da Virus Zika, che sembra infettare tali cellule inducendone la morte e quindi facendo venir meno la loro funzione di “protezione”. 

La terza motivazione invece è quella epidemiologica; in questi studi infatti sono stati valutati soggetti pauci-sintomatici e/o addirittura asintomatici; quindi soggetti in cui la carica virale in circolo era teoricamente molto bassa, e per tale motivo verosimilmente “incapace” di raggiungere il distretto testicolare. 

Quindi possiamo evitare una corsa alla crioconservazione? 

Al momento le evidenze sono poche, ma concordanti, per cui mi sentirei di scoraggiare un eventuale corsa alla crioconservazione dei gameti, anche se sugli effetti a lungo termine conosciamo davvero poco. 

Come è cambiato il tuo lavoro negli ultimi mesi?

In questo periodo il mio lavoro è cambiato in modo importante, ho dedicato molte energie al reparto Covid, ma per fortuna visto il calo dei contagi sono ritornato da qualche giorno al mio lavoro da urologo. Ad ogni modo non ho mai abbandonato del tutto la mia specializzazione, ho ritagliato degli spazi per continuare a sviluppare e migliorare il mio lavoro.

Prospettive sulla fase che seguirà al lockdown?

Quando il lockdown sarà terminato spero che vengano ripristinate le attività di prima anche se tutto quello che è accaduto va attentamente analizzato e dovrà guidare una riforma atta a migliorare il nostro sistema sanitario. Dovremo fare in modo che una pandemia del genere possa essere gestita in tempi più rapidi e con un contenimento maggiore dei danni, sia in termini economici sia di vite umane.

1930, il secret bar più secret di Milano

Il suo simbolo è un cerchio imperfetto in Stile Art Nouveau, con quei decori floreali tipici dei primi ‘900; come accedervi rimane un segreto, almeno per voi che non ci siete ancora stati, ma a rivelarvelo toglierei il divertimento perchè il 1930, il secret bar più secret di Milano è davvero una chicca. 

Uno dei modi per tentare di spalancare la porta del proibizionismo è diventare assidui frequentatori del Mag Cafè, altro luogo della stessa famiglia, e meritarvi un invito dagli stessi proprietari. Come? Immaginiamo il cliente perfetto del 1930 come un gentleman che beve come un vero maschio; un dandy che accompagna la propria signora e l’inizia all’arte del bere; ma oggi i tempi sono cambiati e potrebbero ribaltarsi i ruoli; in quel caso il barman si complimenterà con voi! 
Potrete quindi iniziare a collezionare cocktail al Mag per poi ritrovarvi o semplicemente ubriachi, o i fortunati “uomini da bere” del 1930.

L’impatto è deludente, una porticina vetrata vi svelerà una triste ex latteria, o potrebbe sembrare uno di quei bar arrabattati all’ultimo senza budget da investire; ma anche questo è il calcolo diabolico di chi ha voluto, con il 1930, creare un mondo al rovescio, un tempo che volge al passato, una clessidra che si ferma, perchè una seconda porta nascosta vi catapulterà nel caldo universo dei cocktail proibiti


Sono due i livelli del locale, il piano superiore sembra più affollato, luminoso e destinato a gruppi; quello inferiore è la ricetta perfetta per una serata intima in cui è piacevole conversare perchè tutti bisbiglieranno anziché sbraitare, sorseggeranno anziché trangugiare, flirteranno anziché pretendere. 

1930 è uno stille di vita, il cocktail è protagonista, lo si rispetta come un mito, lo si attende come una medicina, e tutto diventa un rito, tra un sorso di whiskey cocktail e un tiro di Montecristo n.2, perchè anche questo è concesso.

Ogni angolo presenta un cimelio de les temps passés, vecchi registratori di cassa su antichi bauli di legno, candelabri in argento a 5 braccia, poltrone in blu velvet incorniciate da drappeggi porpora come una scena a teatro. I mattoni alle pareti riscaldano l’ambiente, su ogni oggetto poggiano foto vintage in bianco e nero, con una Marilyn Monroe ammiccante e infinite scatole di sigarette di ogni dimensione, portate lì da un contrabbandiere sul cui petto è finita una pallottola. 


Le uniche luci sono quelle delle candele, per fortuna, perfette per creare quell’atmosfera pittoresca e silenziosa che è d’obbligo in un locale che vuol essere chiamato “secret bar”. 

Una sedia a dondolo sta accanto alla porta d’ingresso del bagno, utile per chi deve fare il palo e fuggire dopo essersi caricato con uno Sazerac.
Comodo per le ladies che vogliono poggiare giacche o cappotto, nel bagno trovate un manichino in ferro, delle foto d’antan del Naviglio Grande fine ‘800, dei poster in stile Art Déco e un simpatico tariffario della “Madama Gioia”, la donna ad ore che dovrebbe soddisfare desideri e svezzare giovani studenti a cui viene concesso un trattamento speciale con agevolazioni. Insomma non manca nulla per essere un perfetto Peaky Blinders

Prima di salutare con un arrivederci (perchè vorrete assolutamente tornarci) il 1930, scaldatevi l’ugola con un Tom & Jerry, vi verrà servito in un bicchiere di legno senza manici, ha i profumi di casa, del caffè latte prima della buona notte ma alcolico; in questo modo potrete almeno fingere di essere dei bravi ragazzi! 

Benetton: #WeareRainbows

United Colors of Benetton lancia We Are Rainbows, un progetto Instagram concepito dal suo direttore artistico Jean-Charles de Castelbajac per trasmettere un messaggio positivo e solidale in questo periodo di difficoltà.

Tra i brand di abbigliamento, Benetton è conosciuto come uno dei custodi a livello globale della magia del colore. Quando gli arcobaleni sono spuntati sui balconi di tutta Italia, accompagnati dall’hashtag #andràtuttobene, il profilo social del marchio ha risposto con un messaggio solidale: “Restiamo uniti, come i colori dell’arcobaleno”.

Oggi, quel concept fa un altro passo in avanti. Il brand chiederà alla sua community su Instagram di interpretare l’arcobaleno con un disegno, una foto, un video, e postarlo sui propri profili social con l’hashtag #WeAreRainbows e i tag @benetton @jcdecastelbajac.

I contributi migliori saranno ripubblicati sul profilo ufficiale: l’invasione di arcobaleni andrà avanti per alcune settimane, con l’obiettivo di riunire la community Benetton, in Italia e nel mondo, intorno a un simbolo universale di speranza.

Intervista a Jan Michelini, regista di “Diavoli”

Jan Michelini è un regista dal talento internazionale, infatti ha costruito le basi della sua carriera proprio respirando e carpendo i segreti di grandi maestri che lo hanno guidato. Fin da giovanissimo ha cercato di lavorare al fianco di visionari professionisti come Mel Gibson. Si divide tra un set e l’altro senza trascurare la sua bellissima moglie Giusy Buscemi, già Miss Italia, da cui ha avuto due bellissime bimbe.

La sua ultima fatica “Diavoli” è in onda sui canali SKY dal 17 Aprile con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey protagonisti.

Dove stai trascorrendo la tua quarantena?

Ovviamente a casa, vivo a Roma e più precisamente a Trastevere, grazie al cielo abbiamo una bella terrazza che permette di avere un po’ di sfogo, e soprattutto con due bambini piccoli che non possono uscire è davvero indispensabile. Nel frattempo, mi sono trasformato in colf.

Diamo che la più grande se ne sta accorgendo perché ogni tanto ci fa capire di voler tornare al nido dai suoi amici, l’altra non se ne rende conto perché ha sei mesi.

Che differenza trovi nel girare una fiction italiana ed una internazionale?

Di base il mio lavoro non cambia, la differenza la fanno solo le risorse che si hanno a disposizione per realizzare il progetto.

Ovviamente in una produzione internazionale avendo più giorni a disposizione si può dare più sfogo alla creatività.

E poi ci sono serie come “DOC: nelle tue mani“ dove invece ti chiedi come fare ad ottenere un prodotto di altissima qualità con meno mezzi, e li posso dire che nascono i veri miracoli.

Ti aspettavi il grande successo della serie “DOC”?

Quando avevo letto la storia scritta da due grandissimi autori, per altro realmente accaduta, ho capito immediatamente che c’era una storia forte con dell’ottimo materiale su cui poter lavorare.

Soprattutto nella fase di montaggio mi son reso conto di continuare a provare emozioni diverse, poi la scelta della messa in onda in un momento così difficile dove eravamo bombardati da immagini di medici ed ospedali.

Credo che il pubblico ci abbia premiato in quanto è una serie televisiva che comunque porta a credere nella speranza.

Il finale invece lo vedremo a settembre?

Sì, quando è scattato il blocco totale ci mancava ancora una settimana di riprese, ed anche una parte di montaggio, ma quello son riuscito a farlo da casa con l’oramai noto “smart working”.

Che hai pensato quando ti è stata offerta diavoli?

Beh, la prima cosa è stata: studia, studia! Era un argomento che non conoscevo assolutamente, non conosco la finanza, non investo quindi era una scoperta anche per me.

Non conoscevo le radici profonde di un territorio di guerra, che giorno dopo giorno può decidere le sorti dei paesi.

È una serie che non da un giudizio morale sulla finanza, anzi permette al telespettatore di farsi una propria opinione e capire quale può essere il bene e quale il male.

Diavoli è un titolo che può essere frainteso, ma non posso ovviamente svelare le vere origini altrimenti svelerei la fine della serie, ma non si riferisce all’entità spirituale diabolica.

La scelta del cast l’hai fatta tu o era già sul tavolo quando sei arrivato?

In quel momento non era ancora definito, ma ci stava lavorando il titolare della prima parte della serie, però devo dire che è stato un lavoro svolto totalmente a quattro mani e chi meglio di Alessandro Borghi e Patrick Demsey per quei ruoli, credo nessuno.

Regista e Miss, è da sempre un connubio che funziona, come vi siete conosciuti?

La prima volta è stato ad un evento di beneficenza dove lei era testimonial, io son andato di corsa giusto per salutare, ed un amico me l’ha presentata, ma non ci siamo assolutamente filati.

Ci sono voluti almeno tre anni di incontri casuali, avevamo entrambi dei pregiudizi a vicenda, che poi con un viaggio in treno sono crollati in un attimo.

Accessori: il best of dei brand sostenibili

La crisi pandemica ha posto l’industria della moda inizialmente di fronte a importanti quesiti. “Come reagiremo a tutto questo” è tra questi il più impellente.

La forza creativa, spinta propulsiva dell’industria, diverrà quindi sempre più protagonista. E di conseguenza saranno sempre più sotto i riflettori i marchi che puntano sulla sostenibilità.

Dunque stop al lusso eccessivo: nessuno spreco è concesso. Le prime soluzioni? Sharing, stock con parti ricambiabili dell’accessorio vendute insieme per customizzarlo, per menzionare alcuni efficaci esempi del nuovo lusso. Scopri in questo articolo la lista dei “brand to watch” su cui noi di Man in Town scommettiamo.

Primo fra tutti Freitag, brand di borse che lancia S.W.A.P., una piattaforma per i suoi clienti che funziona similmente alla celebre app di incontri Tinder. Solo che il match stavolta avviene tra borse. Un primo esempio concreto di sharing sostenibile.

La particolrità di ACBC, marchio di scarpe fondato da Gio Giacobbe ed Edoardo Iannuzzi, sta nella customizzazione durante l’acquisto. Si può scegliere tra diversi colori e inoltre acquistare diverse suole che permettono di avere così quattro modelli al prezzo di uno.

Questo sistema di personalizzazione all’acquisto permette di avere un minor impatto sul numero di produzione e di conseguenza sulla polluzione. Una filera totalmente green è la scelta di All Birds, brand che si focalizza sul welfare degli animali per gli allevamenti in Nuova Zelanda dove produce.

La lana merino cruelty-free, la plastica riciclata per realizzare le stringhe e il cartone second-hand per il packaging permettono a ogni singola sneaker del brand al momento di equivalere a circa 7 chili di emissioni di co2 (la media è di 12). E intendono scendere ancora di molto.

Concludiamo il viaggio di stile green con NO/AN, linea di borse fondata dalla designer finlandese Anna Lehmusniemi. Le sue borse in pelle puntano sulla qualità del materiale cruelty-free e sulla produzione tipica dello slow-fashion unito alla maestria artigianale dei conciai portoghesi.

Minor impatto ambientale, produzioni più contenute, upcycled e molto altro: il vocabolario della moda post-Covid19.

Andrea Dal Corso: «La pandemia come mezzo per reprimere la futilità»

La realtà in questo periodo di emergenza è rappresentata da una certa dualità dell’essere. Ha bisogno di essere rielaborata, per un momento che non appena cesserà, ci farà guardare indietro con uno sguardo impavido, prudente e colmo di accortezza.

Ed è proprio questa la visione a cui si presta Andrea Dal Corso, il talent digitale protagonista di questa riflessione sugli annessi futuri in epoca post Covid-19, influenzato da una voglia prorompente di reprimere la futilità, che svela la sua indole nel voler trasformare le linee d’azione ripetute dal settore moda odierno verso nuovi fronti.

Tratteggia la sua visione del mondo con tanto di spirito disarmante, che esorta: “Ora è necessario definire una volta per tutte i piani globali ecologici e ambientali: nello smaltimento delle plastiche, nel ruolo del petrolio, nella distruzione di habitat naturali, e l’inquinamento delle acque, per arrivare alle disparità sociali, a quel cibo sprecato da molti e sognato da molti altri, alle guerre ancora in atto, dimostriamo di aver capito a pieno che l’evoluzione Darwiniana, accorgendoci che quella di oggi ha tutte le carte in regola per essere un’involuzione.”

In occasione di questo momento di reclusione universale, noi di Man In Town abbiamo voluto approfondire le ripercussioni future che andranno a influire sul piano umanitario e creativo con Andrea. 

Quale è la tua professione?

Sono un imprenditore creativo. Mi occupo di digital strategy e di content creation negli ambiti di travelling, gentleman lifestyle e benessere. Seguo, o meglio, seguivo fino a due mesi fa l’account management e il business growth dell’azienda vinicola messa in piedi con la mia famiglia. Ora mi sto dedicando ad un progetto di cultura digitale che lancerò a giorni assieme al mio team. Ho sempre lavorato nella moda come indossatore, vista da me come una forma d’arte, in quanto mi aiutava ad esprimermi, cosa che faccio attraverso ogni forma di creatività.

Come vedi il futuro del mondo della moda e dell’ambito creativo post-epidemia?

La pandemia ha colpito ogni settore, sicuramente la moda è uno tra i più rilevanti. Ma sono più che certo che le menti creative che competono nel fashion sapranno cogliere questa occasione come un nuovo punto di partenza, un nuovo stimolo che partorirà idee brillanti, eclettiche per i costumi quotidiano. 

Sicuramente nei reparti di produzione dedicato un ampio spazio alla ricerca, ma non come la si intende ora, ossia girare il mondo in cerca di “scopiazzamenti” di vario genere per poi farli propri. Ricerca intesa come vero e proprio studio di nuovi materiali che grazie alla nanotecnologia aiuteranno nella prevenzione di un eventuale futuro scoppio pandemico. 

Con l’avvento dei social, in particolar modo nel corso di questo periodo di instabilità economica e sociale, a tuo parere quale sarà lo scenario che cambierà maggiormente da ora in poi?

“Tutto parte dal caos” ebbene oggi possiamo dire che tutto ripartirà, ri-nascerà, ma in maniera nuova e con nuovi occhi. Questo periodo forzato di chiusura in realtà ha aperto le menti di molti. Ha scardinato imposizioni mentali autoimposte guardando a nuovi orizzonti. 

Tutti stiamo prendendo sempre più consapevolezza di due grandi aspetti: 

1. Di quanto stia prendendo sempre più una fascia di mercato il digital business a discapito dell’offline; 

2. Di quanti siamo. Prima eravamo troppo impegnati nelle nostre vite per renderci conto di quante altre vite simili alla nostra vivono realtà similissime alla nostra. Da qui una nuova grande consapevolezza: distinguerci.  Il mondo online per certi versi è più tosto di quello off line, dove non ci sono barriere di spazio. Non posso essere il migliore insegnante di inglese del mio paese soltanto perché siamo in tre o quattro ed io solo quello nato per primo. Le leggi del mondo online non tengono in considerazione lo spazio; forse il tempo detiene ancora una certa importanza, ma occhio, passa molto più in fretta il tempo digital rispetto a quello offline.

Quali sono le mosse che secondo te il sistema moda deve attuare per accingersi a un’etica di miglior impatto?

Sicuramente questa tragedia collettiva globale ha sensibilizzato perfino i brand fashion che ancora oggi si affidano ad una produzione con sfruttamento umano, in condizioni davvero disagiate. 

Il “fil rouge” che spero accompagnerà tutte le prossime collezioni sarà di un “Mondo Unito”, un’umanità capace e desiderosa di aiutarsi vicendevolmente se vuole continuare a popolare questo pianeta che sempre più ci fa capire quanto lo si stia mettendo a dura prova. 

Come dicevo, la ricerca verso materiali tecnologici in aiuto alla prevenzione, ma soprattutto una manifattura pressoché autonoma all’interno del proprio Stato. Far girare le rispettive economie, per poi esportarle. Questa sarà la vera sfida che oggi diviene ancora più importante per la ri-partenza. In seconda analisi, dal mio punto di vista bisognerebbe fermare tutta questa spettacolarizzazione e dare un taglio agli sprechi. Basta cambiare decine di vestiti a stagione ma piuttosto puntare a capi che durino nel tempo. Ho apprezzato molto la lettera di Giorgio Armani in cui suggerisce al Mondo di “iniziare a togliere il superfluo e ridefinire i tempi”. 

A tuo parere, verso che rotta si sta orientando il settore creativo? E cosa punta a raggiungere in questi tempi?

I creativi al giorno d’oggi hanno un’importanza incredibile. Sono quelli che una volta si potevano definire come gli “inventori.”Peccato che ad oggi c’è ben poco rimasto da inventare di nuovo. Si puó sicuramente migliorare il modo con cui comunichiamo e forse la tendenza non sarà più quella di “accorciare” sempre di più le distanze, bensì veicolarle. Trovare il modo per smettere di rendere accessibile tutto a tutti, ma semplificare il processo di condivisione e di ricerca della qualità delle informazioni a chi riesce davvero ad apprezzarla. 

Abbiamo popolato ogni genere di piattaforma con ogni genere di contenuti: personali, culturali, ispirazionali, comici, trash, motivazionali e in molti casi pure tragici come il cyberbullying o il revenge porn. Ora c’è bisogno di fare ordine, i creativi sapranno rendere Semplice ciò che semplice di per sé non è. Un po’ come Piero Angela iniziava di parlare di cultura, Storia e Arte in quel cubo dedicato all’intrattenimento, ma lo faceva in un modo talmente “smart”, termine che ancora non esisteva, da rendere tutto di facile comprensione per tutti.

Cosa ti spaventa di più appena cesserà l’epoca Covid-19?

Personalmente non sono spaventato, perché so che cercherò di risolvere ogni cosa si prospetti. Non è da confondere con un atteggiamento del tipo: “anche se mi cade il mondo affianco io resto immobile.” Sto educando il mio mindset ad essere pro-attivo, trasmettendo la stessa grinta alle persone che mi seguono attraverso i miei canali. 

Di per sé il nostro quotidiano necessità di nuove abitudini, tornando a quelle pre-pandemia e per certi versi potrà sembrare uno shock uguale o maggiore rispetto a quello di rimanere in casa. Penso che ognuno debba prepararsi già ora mentalmente a 360 gradi. Altrimenti sarebbe come prepararsi lo zaino durante il tragitto verso la scuola. No, lo zaino va preparato il giorno prima, organizzando libri, penne e pennarelli in base alle materie del giorno successivo. 

Ci saranno le stesse misure che stiamo adottando ora per andare in farmacia o a fare la spesa, dovremo soltanto replicarle in ogni aspetto sociale ancora per un po’. Vediamola come una grande lezione di civiltà globale. 

Come cambierà il tuo lavoro dopo l’epidemia?

Ho deciso di non aspettare il “post-epidemia” per capire i cambiamenti del mio lavoro e piangere su tutte le perdite avute in questi due mesi. Da un mese e mezzo sto lavorando ad un progetto digital assieme al mio team che è quasi arrivato alla sua fase di lancio. Ne sono davvero orgoglioso perché ci ho messo anima e cuore e spero rappresenti un piccolo tassello infinitesimale di quella creatività di cui oggi abbiamo bisogno. 

Per quanto riguarda il mio lavoro usuale sicuramente ripartirà a singhiozzo e dovrò quasi continuare ad attingere dai miei risparmi per continuare a pagare spese e investimenti, ma non demordiamo, ogni tempesta troverà luce. 

Riflessioni conclusive? 

Madre Natura ancora una volta ha suonato il suo campanello d’allarme. Se vogliamo continuare a coesistere in questo pianeta dobbiamo invertire la direzione attuale. La pandemia globale è stato il veicolo per fermare un mondo che ha perso la sua rotta alla longevità. Ora è necessario definire una volta per tutte i piani globali ecologici e ambientali: nello smaltimento delle plastiche, nel ruolo del petrolio, nella distruzione di habitat naturali, e l’inquinamento delle acque, per arrivare alle disparità sociali, a quel cibo sprecato da molti e sognato da molti altri, alle guerre ancora in atto, dimostriamo di aver capito a pieno che l’evoluzione Darwiniana, accorgendoci che quella di oggi ha tutte le carte in regola per esser un’involuzione. Sicuramente questo è un periodo di forte introspezione e sta alimentando il nostro livello di empatia. 

Instagram: @andreadalcorso

Rinascere dai fiori, la parola ai Flower designer

A prescindere da quale sia la stagione, l’amore per fiori e piante è universale. In un momento come questo, dove non possiamo gioire dei parchi o dei giardini in fiore, proprio adesso che siamo balzati avanti di un’ora e le temperature sono salite, sentiamo ancora di più l’amore per la natura.

Per portare un po’ di primavera nel nostro quotidiano, abbiamo intervistato tre eccellenze milanesi che hanno fatto della loro passione per le piante e per i fiori un modello di business. Personalità e stili a confronto, tra racconti d’esperienza e nuovi progetti, ci regalano una visione positiva che celebra la rinascita della città.

Del resto, la primavera è una questione di nuovi inizi e non vediamo l’ora di goderne a pieno.

FIORI & POTAFIORI

Rosalba Piccinni – Fondatrice di Fiori e Potafiori
@potafiori

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

La mia è una vocazione che nasce dallo stimolo di voler fare qualcosa di bello e di essere felice.

Fin da piccola mi sono dedicata alla musica e ai fiori, studiandoli e amandoli follemente.

Ho iniziato a lavorare come apprendista in un negozio di fiori a Bergamo, la mia città natale, lo stesso negozio che ho rilevato ventiquattro anni fa, li è nato Fiori.

Nel 2009 ho aperto il primo negozio a Milano, in via Broggi, un vero e proprio atelier floreale, dove creo composizioni uniche che parlano di contaminazioni, di arte, architettura e di umanità.

L’ultima mia creazione è Potafiori, lì vive il meglio di me, lo definisco “il bistrot dei fiori”, nel quale fiori, cibo e musica uniscono e intrattengono il mio pubblico, tanto da diventare un posto di riferimento per importanti brand di moda, dell’editoria e la mondanità milanese.

Come descriveresti il tuo stile?

Uno stile essenziale, vero, onesto e attento ai dettagli.

Riutilizziamo le foglie, i tessuti, le corde, gli arbusti, tutto quello che m’ispira, amo comporre utilizzando il materiale che ho attorno.

Quando lavoro, mi piace pensare che stia componendo un’opera d’arte unica e non ce ne saranno altre uguali.

Un elemento che considero magico è la trasformazione spontanea delle cose, come la natura muta, il tempo che passa lasciando il segno, come quando appassiscono le foglie.

Avete mai visto le foglie d’agave appassite? Sono delle piccole sculture con cui di solito riempio enormi vasi di vetro, sono bellissime.

Per me la bellezza è quando associ forme e materiali differenti tra loro e crei armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID-19?

I primi giorni sono andata in crisi ed è proprio nel momento del disagio che viene fuori il talento, e da li ho iniziato a inventarmi di tutto, qualsiasi cosa potesse far stare bene la gente: piante, cibo e musica.

La prima invenzione è stata il “pota-ranges”, che in bergamasco significa “arrangiati”, è un kit in cui trovi tutto l’occorrente per realizzare il tuo centrotavola, poi “l’aperipronto” in cui spedisco un aperitivo sotto vuoto con una buona bottiglia di vino, l’ultima trovata è “la serenata” in cui tramite un QR code la mia voce apparirà a casa vostra per farvi compagnia cantando.

Ci diamo da fare, non siamo solo un negozio di fiori, Potafiori è un modo di vivere.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Andrei a recidere io stessa le materie prime e ruberei quello che c’è.

Arbusti di ogni tipo e fiori come le liliaceae, bulbose, narcisetti, il tutto assemblato in un contenitore dal design intrigante, ora che ci penso, potrebbe essere un tubo idraulico, di quelli arancioni per intenderci.

Un inno alle unioni che vanno oltre le religioni e i colori, alla spontaneità, come quella dei fiori che crescono dove capita e si fanno amare così come sono.

OFFFI

Mario Nobile – fondatore di Offfi
@offfimilano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Tutto quello che si può fare con le mani mi ha sempre dato soddisfazione, dal cambiare una presa elettrica al restaurare mobili.

Ho studiato chimica farmaceutica, ho lavorato in una multinazionale per dodici anni, poi ho mollato tutto, non ne potevo più delle inutili riunioni e conference, dove tutti dicono le stesse cose, ma poi effettivamente nessuno dice niente, è cosi che la gente diventa stronza.

Un giorno, vedendo un negozio di fiori e una persona che li stava confezionando, mi sono reso conto che quel lavoro manuale, da mani nella terra, poteva fare al caso mio.

Così nel 2014 ho deciso di aprire Offfi in via Carmagnola, Isola è il quartiere dove vivo dal 2006 e che all’epoca doveva ancora diventare quello che è oggi.

Nel mio spazio oltre alla vendita al dettaglio di piante e fiori, si progettano allestimenti di tutti i tipi, dai giardini privati agli eventi dedicati alla moda.

Come descriveresti il tuo stile?

Il mio è uno stile naturale, istintivo e molto wild.

Mi piace pensare che i miei mazzi di fiori abbiano quella spontaneità che avrebbe se fossero raccolti un po’ in campagna e un po’ in un bel giardino all’inglese. 

Non amo le composizioni pettinate, quelle non mi rispecchiano proprio, la natura è selvaggia, è leggerezza e armonia.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica dettata dalle restrizioni del COVID-19?

Non abbiamo mai chiuso, abbiamo continuato a lavorare.


La consegna a domicilio è sempre andata avanti, tanti mazzi di fiori consegnati a casa.


Le persone vogliono attorniarsi di cose belle, i fiori e le piante non possono che portare un po’ di gioia in questo momento.

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Me la immagino composta da fiori spontanei, come i papaveri, fiordalisi, tulipani, saponaria, del solidago, tutti fiori di campo che nascono spontaneamente e annunciano la primavera.

Un inno alla rinascita della natura dopo il letargo invernale, freschezza e risveglio.

Forse aggiungerei qualche rosa antica, quelle che fioriscono nei giardini curati da mani esperte, con il loro intenso profumo di limone che ti riporta indietro nel tempo. 

Anche per dispetto a tutti quelli che senza cultura del prodotto e di tutte le verità che esistono, dicono di non amare le rose, per me è solo un preconcetto su un prodotto che è stato banalizzato, ma in realtà non lo conoscono.

D’altronde, non bisogna mica piacere a tutti?

MANIFESTO FLOWERS

Bruno Bugiani – co-founder di Manifesto Flowers 
@manifesto_flowers_milano

Raccontaci la tua realtà, cosa fai e come nasce la passione per il tuo lavoro?

Il sogno di Manifesto Flowers nasce alla fine dello scorso millennio, quando ho incontrato Ken Pope a New York, nel 1999. In quel periodo stavo terminando la mia carriera nella moda, nel corso della quale, dopo un periodo al Teatro alla Scala, avevo lavorato 16 anni per Versace, prima come assistente di Gianni e poi di Donatella, mentre Ken lavorava a New York come graphic designer/art director per varie riviste

Dopo aver lavorato per dieci anni come manager di Eros Ramazzotti, nel 2012 io e Ken fondiamo Manifesto Flowers, che ha unito le nostre passioni, cultura, design, piante e fiori. 

Siamo specializzati in allestimenti di alta gamma, dal wedding ai fashion show, una grossa fetta della nostra clientela arriva dalla moda, probabilmente perché con il nostro passato riusciamo a parlare la stessa lingua.

Io sono il motore creativo, seguo la parte di progettazione e l’immagine, mentre lui si concentra sulla grafica, la cura del cliente e l’organizzazione.

Come descriveresti il vostro stile?

Mi piace pensare a una frase di una giornalista che in un suo articolo ci definiva così: “Manifesto Flowers è l’avanguardia Italiana più provocatoria”. Ecco, così! Sicuramente la provocazione è uno dei nostri punti di forza, oltre al gusto raffinato nelle forme e nei colori.

Studiamo ogni lavoro singolarmente, realizzandolo ad personam, sulle linee guida dettate dal cliente.

Come vi state muovendo in questa situazione atipica, dettata dalle restrizioni del COVID 19?

La situazione odierna ha costretto tutti a ripensare le proprie attività, in attesa che tutto migliori e che il mercato del fiore torni a essere fondamentale insieme all’industria degli eventi e del wedding.

Abbiamo inventato la “Bouquet Couture”, nuova linea di omaggi acquistabili su richiesta, proprio per distinguerci dai tanti prodotti in serie ordinabili da internet. Decidiamo insieme ai clienti i colori e i fiori che lo comporranno, bouquet perfetti come un abito su misura.

Il mercato on line è molto importante, specie oggigiorno, e trovo giusto che Manifesto Flowers cavalchi quest’onda a suo modo, mantenendo la nostra creatività e qualità

Se dovessi dedicare una composizione alla città di Milano che si risveglia dal lockdown come sarebbe? Ce la descrivi?

Più che una composizione, lancio un’idea, sarebbe bello che produttori, grossisti e floral designer si unissero per donare alla gente nei vari punti della città fiori e piantine, per far accendere il desiderio di una città più green, ridando un senso di normalità e speranza alle persone. 

Speriamo che il mondo impari qualcosa da questa pandemia.
Non vorrei che tutto torni com’era, perché com’era prima, era sbagliato.

Consiglio rasoio barba: 4 modelli da usare a casa

Stai cercando un buon rasoio da barba ma non sai quale scegliere fra tanti modelli? Non preoccuparti, sei nel posto giusto. In questo nuovo articolo ti presentiamo i 4 rasoi da barba più idonei per radersi a casa da soli ottenendo un risultato perfetto. Ideali anche da portare in viaggi vacanze o lavoro.

I 4 modelli di rasoi da barba migliori per una rasatura perfetta

1. SweetLF Wet & Dry Rasoio Elettrico Barba Uomo Ricaricabile Rasoio Barba Impermeabile a 3 Testine Rotanti:

Ottimo rapporto qualità prezzo per questo modello di rasoio barba adatto all’uso in casa. Le testine sono molto flessibili per adattarsi alla forma del viso in modo del tutto naturale. Il dispositivo si può risciacquare facilmente sotto l’acqua del rubinetto e può essere adoperato perfino sulla pelle asciutta.

2. Philips S1131 Rasoio Serie 1000, Sistema Lame PowerCut, Testine pivotanti 4 direzioni, Facile pulizia (One Touch Open):

Questo rasoio da barba è perfetto per radersi da soli e in tutta sicurezza. Le sue lame permettono di accorciare la barba uniformemente per un effetto finale ultra preciso (si muovono in ben 4 direzioni). Un dispositivo molto pratico e funzionale anche grazie all’impugnatura ergonomica di cui è dotato.

3. FLYCO Rasoio Elettrico Uomo FS339EU Ricaricabile IPX7 Impermeabile

Tagliarsi la barba da soli a casa sarà un gioco da ragazzi grazie a questo dispositivo FLYCO. Dispone di lame ad alta precisione con cui è possibile eseguire una rasatura ultra precisa e confortevole. Utile la presenza di display a led per mostrare la percentuale di batteria.

4. TECDO Rasoio Elettrico Barba Uomo Impermeabile

Questo dispositivo dispone di 5 testine rotanti ed è l’ideale per catturare con estrema precisione anche i peli più duri. Consente di ottenere una rasatura accurata e precisa e funge anche da taglia capelli.

Testina rotante o lamina oscillante

Nella scelta del rasoio da barba da usare a casa è importante anche la scelta fra testina rotante o lamina oscillante. Entrambi sono ottimi la differenza è più che altro nelle abitudini personali: la testina rotante è ideale per chi si rasa quotidianamente, mentre la lamina oscillante è ideale per chi fa la barba ogni 2/3 giorni.

Cambio di stagione: come farlo in 3 mosse

Una delle attività che spesso crea stress e che viene puntualmente posticipata a data da destinarsi è il cambio di stagione, ovvero riorganizzare l’armadio facendo spazio all’abbigliamento primaverile ed estivo o viceversa passare da quello estivo a quello autunnale e invernale.

Soprattutto se la famiglia è numerosa e vi sono bambini piccoli, il cambio di stagione, richiede più tempo e organizzazione anche anticipata.

Ecco i migliori consigli per riorganizzare l’armadio in modo del tutto efficace, con soli 3 semplici mosse.

Come fare il cambio di stagione in 3 mosse

Elimina il vecchio e fai spazio al nuovo: cambio di stagione

La parola d’ordine è “fare spazio”, organizzando al meglio ogni ripiano, mensola e cassetto dell’armadio perché infatti, se questi spazi sono gestiti male, il risultato finale sarà caotico. Inoltre risulterà difficile trovare quello che si cerca o aggiungere eventuali nuovi acquisti. Quella del cambio di stagione deve essere anche l’occasione per trovare il coraggio di buttare finalmente via quei capi d’abbigliamento che sono stati indossati poche volte (e di cui l’armadio è spesso pieno).

Il decluttering degli armadi è un’arte e una terapia allo stesso tempo che fa bene anche allo spirito.

Cambio di stagione: riordina per categoria

Il cambio di stagione risulta molto più semplice e divertente se si ha un criterio per farlo. Ad esempio, si può scegliere di posizionare gli indumenti in base alla categoria (pantaloni, jeans, gonne, camicie, T-shirt e così via), per colori o, ancora, per abbinamenti. Quella di riorganizzare il guardaroba per abbinamenti è una strategia molto utile a chiunque debba uscire di casa presto al mattino e non abbia voglia di pensare a cosa mettere già dalla sera prima. Infatti, basterà tirare fuori dall’armadio i capi precedentemente combinati fra loro per avere l’outfit pronto per quella data occasione.

Cambio di stagione: “Accantona” l’abbigliamento invernale

Ora che l’armadio è perfettamente organizzato con i capi primaverili ed estivi, bisogna occuparsi di quelli invernali. Se si ha a disposizione più di un armadio, uno di questi può essere utilizzato per riporre gli abiti fuori stagione; se invece si ha meno spazio, per i capi più ingombranti si può optare per il sottovuoto degli abiti basta attrezzarsi con i sacchetti sottovuoto per abiti oppure per la sistemazione in scatole di plastica, contenitori ermetici o ancora valigie non in uso. Nel caso di contenitori o valigie, se non avete posto nell’armadio e, riponete le scatole del cambio abiti sotto il letto, ricordate di porvi delle etichette con scritto cosa vi avete riposto, così al successivo cambio sarà più semplice sapere da quale partire.

Checco Zalone: i film più belli del comico italiano

Checco Zalone è un comico italiano, nato a Bari nel 1977, che è riuscito coi suoi film a raccontare con il sorriso e la sua comicità innata, i pregi e i difetti della nostra società riuscendo a superarsi sia nelle trame dei suoi film sia nel box office, segnando volta per volta un traguardo sempre più importante alzando l’asticella dell’incasso dei suoi film.

Ecco i suoi film che hanno avuto più successo in questi anni.

5 film più belli di Checco Zalone

Cado dalle Nubi – 2009

Cado dalle Nubi è il primo film con cui Checco Zalone esordisce al cinema nel 2009. Lo ha portato al successo in breve tempo, un film comico amato da molti e allo stesso tempo odiato da altri. Come dichiarato dallo stesso Zalone nasce da uno spunto autobiografico.

Che bella giornata – 2011

Dopo il sorprendente esordio di due anni prima, nel 2011 Che bella giornata sorprende tutti arrivando a incassare ben 43 milioni di euro. Il film rappresenta la pietra tombale del cinepanettone, dimostrando di avere una comicità nazionalpopolare alla portata di tutti. Checco Zalone ripropone troppi elementi già visti in Cado dalle nubi.  Uno Zalone che, va detto, ha dalla sua un pizzico in più di malizia.

Sole a catinelle – 2013

Sole a catinelle completa la “trilogia meteorologica” della coppia Nunziante-Medici, con i titoli ad esprimere con onestà gli intenti degli stessi film.  Poco scurrile e sempre più cinico, agevolato da una serie di gag esilaranti e giochi di parole brillanti, il personaggio di Checco Zalone perde l’alone dell’ingenuità e la giustificazione dell’ignoranza, imponendosi come un consapevole e cinico arrivista, incapace di educare e crogiolarsi in un comodo e immeritato benessere.

Quo Vado? – 2016

Quo Vado? il miglior film di Checco Zalone. Il mito sacro del posto fisso, quasi un’entità divina da venerare sempre e comunque, spinge Medici a guardare l’Italia dall’esterno e a ridere delle nostre disgrazie come solo le migliori commedie riescono a fare. Irriverente e disinibito, Quo Vado?  Ciliegina sulla torta quel record di incassi davvero difficile da eguagliare e superare.

Tolo Tolo – 2020

Tolo Tolo farà storcere il naso a chi si aspetta la solita pacca sulla spalla da Checco Zalone. Perché Tolo Tolo non è un bentornato. È un “vaffanculo”. Un film arrabbiato con la grettezza dei razzisti, con la burocrazia italiana, con i nostalgici del fascismo, con gli allergici al diverso. Per questo Tolo Tolo è forse il film meno riuscito dal punto di vista comico, ma che rientra comunque nei film più belli di Chezzo Zalone. Noi applaudiamo il coraggio.

“Shooting the mafia”, il docu-film su Letizia Battaglia

Oggi ha 85 anni, un caschetto rosso fiamma con una frangia liscia, gli occhi vispi e curiosi di una brillantezza adamantina, tendenti verso il basso, come nascondessero un velo lucido di tristezza. 
Letizia Battaglia è la fotoreporter italiana che ha raccontato meglio di chiunque altro la mafia palermitana attraverso le immagini. Immagini che non ti lasciano scampo, ti buttano al muro con violenza e ti attaccano quello stordimento che precede la luce; guardi le foto di Letizia Battaglia e piangendo capisci “questa è mafia”. 

Nasce il 5 marzo del ’35 ed è, come tante, destinata ad essere donna, donna palermitana, tutta pentoloni e bimbi e pannolini, padri ossessivi e morbosi che vedono nell’altro uomo lo spodestamento del potere di padre di famiglia, destinata ad un marito geloso che minaccia violenza se abbandona il tetto coniugale. La Battaglia, come chi porta in sé dei semi molto grandi, è destinata alla pazzia, che la costringe un anno in istituto psichiatrico, una reclusione che invece sarà la sua salvezza, la placenta di una forza creatrice che la porterà ad essere chi è ora, quella donna con in grembo la macchina fotografica a raccontare la verità. 

Nel documentario “Shooting the mafia” del 2019 diretto da Kim Longinotto, la grande fotografa si racconta con onestà intellettuale, con una dolcezza emotiva di chi ha imparato a conoscersi e accettarsi, di chi ha fatto quello che la sua natura le imponeva di fare; una donna che, una volta ottenuta la libertà, ha preso il volo. Via dalle costrizioni ignoranti, via dalle limitazioni aspre, via dalle forzature, ha trovato la strada, quel grande seme che implorava di germogliare dentro di sé è fiorito, e noi ringraziamo per averci regalato pagine di storia, fonti memorabili e indelebili che raccontano le gesta e la lotta di grandi eroi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone @ Letizia Battaglia


Letizia Battaglia inizia la sua carriera per “L’Ora” di Palermo, quotidiano in cui il suo sesso è ancora il sesso debole. A forza troverà lo spazio dignitoso e meritato, quando sui luoghi del delitto, quelli che percorreva non senza paura per fotografare i fatti, urlerà contro poliziotti, carabinieri e colleghi che la spintonano e l’allontanano umiliandola, che anche lei è lì per una causa nobile e giusta, anche se è nata donna. 

Sarà spettatrice dei fatti più truci della storia, di una Italia corrotta e mangiata dallo schifo della mafia, soffrirà le ingiustizie che si trova costretta a fotografare, innocenti morti perchè testimoni di assassinii, presenti quando non avrebbero dovuto esserci, messi lì per sfortuna di vita; ragazzi sterminati con un colpo alla testa; madri disperate e senza forza che piangono la morte dei figli, portati via da un cancro che lo stato non riesce a debellare. Sono immagini che Letizia Battaglia ha scattato ma che sente con più struggimento e tristezza dentro i suoi ricordi, sono le foto che hanno fatto il giro del mondo sui giornali, ma che lei spesso non avrebbe voluto scattare, come segno di rispetto verso le famiglie dei defunti, come successe alla morte di Falcone e Borsellino: 

Ero sul luogo dove esplose la bomba, vedevo un’auto che era volata sopra un albero e i pezzi del corpo di Borsellino sparsi sulla strada. C’era la pancia lì di fronte a me e non ho fotografato, non ho potuto. Oggi mi pento e non voglio pensarci. Mi pento delle fotografie che non ho fatto. La gente non capiva che noi eravamo lì per amore, a immortalare il dolore ma per amore del nostro paese.” 

Ed è per amore del mio paese che decisi di entrare in politica. Ma una deputata guadagna molti soldi per accettare di avere le mani legate. Non potevo fare niente, avevo assistito a tutte quelle morti e non potevo fare niente.”

Letizia Battaglia è stata la prima donna europea a ricevere nel 1985 il Premio Eugene Smith, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. Nel 1999 riceve il Mother Johnson Achievement for Life. Ha esposto in Italia, Francia, Gran Bretagna, Brasile, America, Canada, Svizzera; la sua ultima mostra risale al 2019 ed è una monografica di tutta la sua carriera, esposta alla Casa dei Tre Oci di Venezia. 

Shooting the mafia” è il documentario di Kim Longinotto (2019) che ripercorre la sua vita di fotoreporter e gli amori che l’hanno accompagnata in questo doloroso/amorevole compito.

Dinosauri: i 4 più cattivi predatori mai esistiti

I dinosauri sono creature che da sempre affascinano migliaia di persone e anche il grande pubblico che ha potuto apprezzarli come protagonisti di numerose pellicole cinematografiche o che possono ammirarli in ricostruzioni o reperti in molti musei di storia naturale.

Non solo i dinosauri sono anche fra i giochi preferiti dei bambini e presenti nei loro cartoni animati preferiti.

Certo è che molti generi di questi grandissimi cacciatori sono stati davvero spaventosi e pericolosi.

Ecco nello specifico i 4 dinosauri più cattivi e spietati di sempre.

1. Spinosauro, il più grande dinosauro della storia

Fra i dinosauri carnivori più grandi di tutti c’è di certo lo Spinosauro che poteva raggiungere i 18 metri di lunghezza e pesare fino alle 9 tonnellate, chiamato così proprio per via delle spine che percorrevano la sua schiena e che potevano arrivare anche a più di due metri di lunghezza. Era un dinosauro in grado di nuotare e che si nutriva prevalentemente di pesci presso i fiumi.

2. Tyrannosaurus Rex, il dinosauro più cattivo mai esistito

Il Tyrannosaurus Rex, anch’esso di dimensioni imponenti (la sua lunghezza poteva raggiungere i 12 metri per un peso di quasi 7 tonnellate), aveva un cervello molto sviluppato, denti affilati e arti inferiori lunghi che gli permettevano di correre veloce. Era un abile predatore proprio grazie alla sua dentatura affilata ma spesso aveva la tendenza ad approfittarsi di prede cacciate da altri animali.

3. Velociraptor, il dinosauro più veloce di tutti

Fra i più veloci dinosauri si ricorda sicuramente il Velociraptor che già per il suo nome rimanda alla parola latina “velox” ovvero veloce; “raptor” invece fa riferimento al suo essere predatore. Pur non avendo delle dimensioni così eccessive (fino a 2 metri di lunghezza e un peso massimo di 15 kg) e anche se nell’immaginario collettivo non è possibile credere che sia stato un dinosauro feroce, in realtà è probabile che questa specie fosse molto più intelligente delle altre nel cacciare le prede, avvantaggiata anche dall’artiglio ricurvo utilizzato per imprigionarle.

4. Carcharodontosaurus, il superpredatore dalla grande velocità

La specie dei dinosauri Carcharodontosaurus si divide in due: Carcharodontosaurus saharicus e il Carcharodontosaurus iguidensis.Il suo nome significa “rettile dai denti di squalo”, nome che ne identifica la sua ferocia grazie alla dentatura (12 cenimetri) che aveva e alla grande velocità.Era lungo circa 13 metri e altro oltre 5 metri di altezza, con un peso intorno alle 8 tonnellate. Il cranio di questo dinosauro è di 1,66 metri, misura che deriva da un ritrovato dello stesso da parte di un paleontologo statunitense nel 1995.Si nutriva di dinosauri erbivori, come i sauropodi, uno dei più grandi mai esistiti.

40ine collage: l’arte di Caterina Adele Michi ai tempi della quarantena

Caterina Adele Michi è nata in Toscana nel 1995. Viene da una famiglia dove la ricerca del bello è sempre stata oggetto di interesse: i suoi genitori, primi sostenitori del suo talento, la incoraggiano nel frequentare l’Istituto Marangoni di Milano dove si laurea come creative director e fashion stylist nel 2018.

In questo periodo di stallo imposto dal covid-19 la creativa ha dato vita a 40ine collage, un progetto visivo in cui realizza collage appunto per musicisti, brand e influencer tra cui Tommy Kuti, Helen Nonini e Fabri Fibra.

Michi vanta collaborazioni presso testate prestigiosi e collaborazioni con brand di moda (emergenti e non) per la creazione di contenuti.

Dal 2019 lei e la sua metà creativa (il consulente d’immagine Davide Turcati) fanno team e hanno lavorato come stylist per artisti del calibro di Luchè, Mondo Marcio, Doll Kill e molti altri.

I lavori pensati per il neonato progetto colpiscono per l’impatto visivo sospeso tra l’iconografia punk inglese e la wave californiana, uniti a quel pizzico di creatività italiana, ossia l’heritage culturale di Caterina.

Cosa farai dopo il lockdown: Francesco Gennaro

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Francesco Gennaro – Interior designer 

@francesco_gennaro

Camminare su un filo teso tra la vita del ‘prima’ e la vita del ‘poi’.
Così penso alla mia quarantena, un tempo sospeso in cui riscoprire me stesso e sognare il momento in cui le mura domestiche non definiranno più il mio perimetro.

Si, vorrei uscire e se quel giorno fosse domenica, andrei a fare colazione da Sissi.
Un’intima pasticceria in stile bohemien, proprietà di una famiglia italo-senegalese.
Ho nostalgia del colore rosa che predomina lo spazio, ricoprendone pareti, tovaglie e grembiuli del personale, anche se ciò che mi manca di più sono le sue brioche, uniche.

Una volta riempita la pancia, la mia domenica proseguirebbe, probabilmente, con una passeggiata in Brera, il quartiere che preferisco.
I miei occhi curiosi, non vedono l’ora di ammirare le vetrine dei negozi unici: inizierei da RobertaeBasta per ammirare i nuovi pezzi di modernariato, annuserei le fragranze di Diptyque per scegliere quella che più si addice a questo momento di “revenge”, e mi specchierei nelle ceramiche di Richard Ginori.

A mancarmi non sono solo le passeggiate, ma anche la sensazione di “benessere” che provo in Fondazione Prada, struttura progettata dallo studio OMA, che stimo molto.
È uno spazio unico nel suo genere, una perla in mezzo a una città che corre sempre, dove l’arte contemporanea trova un ampio respiro.

Il posto perfetto per concludere il mio pomeriggio culturale, sarebbe sicuramente l’Osservatorio, galleria fotografica e distaccamento della Fondazione, sito in Galleria Vittorio Emanuele.
Finita la visita, mi concederei un aperitivo da Marchesi, storica pasticceria dalle pareti verde pistacchio e dalle ampie vetrate ad arco attraverso le quali ci si affaccia sulla frenetica galleria, vorrei che fosse davvero gremita di gente, come me la ricordo.

Infine per rendere speciale una cena qualunque sceglierei un’atmosfera conviviale, un ambiente che ispiri familiarità, come quello che sa offrire la Trattoria “da Mauro il Bolognese” sui Navigli, che considero un vero gioiellino.

Cosa farai dopo il lockdown: Lorenzo Rebediani

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma ciò non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità.

Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Lorenzo Rebediani – Architetto Paesaggista e co-founder di Rebediani Scaccabarozzi Paesaggisti

@lorenzorebediani
www.vslr.it

In questi giorni di disorientamento viviamo una dimensione emozionale inedita, perché le premesse del mondo di ieri sembrano non valere più. 

I presupposti della mobilità globale e senza limiti, la densità di offerta e di servizi che tanto amiamo della nostra città, tutto ciò che plasma l’egemonia del modello spaziale metropolitano, è ora in discussione.
 
Se penso ora a Milano, svuotata dei suoi valori, la immagino come una grande mappa nuda. 
Ma nel giro di qualche settimana, la torneremo ad abitare.

La nostalgia dei luoghi sarà sicuramente uno degli strumenti che ci guiderà nel processo di riappropriazione della città e penso sia un bell’esercizio quello di immaginare una giornata milanese in alcuni dei nostri luoghi preferiti, quelli cui adesso aneliamo come alla libertà: se il desiderio sarà alla base della ricostruzione, e lo sarà, dovremmo prepararci a desiderare bene.

Subito m’intrufolerei in Via Corsico, a due passi dal Naviglio Grande, dove trovo la concentrazione di eccellenze che mi rende Milano simpatica e superba. Faccio una breve passeggiata e incrocio tre dei locali che preferisco: la mia gastronomia, la Macelleria Masseroni, il mio ristorante: 28 Posti e il mio cocktail bar preferito Elita Bar

Esaudito il desiderio di ritorno alla mondanità, andrei a visitare la Fornace Curti, non molto distante, che dal ‘400 è il luogo della tradizione lombarda di terracotta, dove aleggia un’atmosfera tuttora magica che intreccia sapere artigiano, storie d’arte e architettura.

Infine vorrei tornare ad Abraxa, nel cuore di Nolo, un giardino disegnato lo scorso anno da me e Vera Scaccabarozzi, in collaborazione con Space Caviar. 

Poiché “a garden is not an object but a process” (Ian Hamilton Finley) ci prendiamo cura dei nostri progetti anche dopo la realizzazione, seguendone l’evoluzione nel tempo e monitorandone lo sviluppo ecologico.

Nato da una corte industriale, questo giardino è stato progettato come uno spazio sperimentale d’intrattenimento e agricoltura urbana per creativi, architetti e designer, secondo un modello di conversione virtuosa delle periferie in spazi di grande qualità urbana.

Man in skirt |la gonna della “discordia”|

Lunga, corta, nella foggia di tunica, saio, chitone o toga, la gonna maschile è stato il capo privilegiato da popoli, civiltà, tribù, re e guerrieri. Ha padroneggiato nei templi, nelle corti, nelle agorà e sui campi di battaglia.

Ma al grido di “libertè, egalitè, fraternitè”, nel 1786, il pantalone diventa la bandiera dei rivoluzionari e la gonna viene messa definitivamente alla “gogna”.

Nel moderno Occidente, culla delle democratiche libertà, è ancora socialmente sconveniente per l’uomo indossare la gonna, indumento relegato all’immaginario femminile e sinonimo di scarsa virilità.

Ma la faccenda, a prima vista lapalissiana, diventa machiavellica a una seconda lettura. Che per dirla riadattando una frase di “Match Point”, è incredibile come cambiano i punti di vista se il giudizio scivola da una prospettiva ad un’altra.

Pensiamo al kilt. Il principe Carlo, Sean Connery, Ewan McGregor o Gerlad Butler vestiti di tutto punto con tanto di kilt e calze al ginocchio fanno molto “William Wallace”, temerari e tenebrosi, perché da orgoglio patriottico “It’s a kilt, not a skirt”.

Non me ne vorranno gli scozzesi, ma il gonnellino tartan, simbolo tradizionale della terra delle Highlands non si discosta molto, al pari di quello femminile, da un pezzo di stoffa arrotolato intorno alla vita. Ma sconfinando dall’amor di patria, tranne se non sei Axl Rose o Lenny Kravitz dei bei tempi, non di rado, ma difficilmente avremo come vicino di casa un kilted man. Ma il cortocircuito è geo-temporale.

Se pensiamo ai Masai avvolti nei loro sgargianti drappi colorati (lo Shuka) e agghindati con monili di perline e fili di ferro la prima cosa che ci verrà in mente non sarà di certo l’immagine di una tribù di femminei uomini in gonnella, ma tutt’altro, di guerrieri, cacciatori ed abili combattenti. Il nostro “alibi” è il retaggio culturale che veste un popolo dei suoi costumi ma che, trattandosi di una tradizione autoctona, non attecchirebbe sui non “figli della Savana”.

Così come, da utopistici quali erano, per gli hippie la gonna incarnava a giusta ragione l’immagine di una futura società senza diversità di genere; per i punk, nel loro essere ribelli, era un simbolo di disprezzo verso gli schemi e i modelli imposti dalla società; David Bowie, in quanto incarnazione dell’eccessivo glam rock, sfoggiando pellicce bianche, lustrini, piume, zatteroni e gonne, negava l’abito come espressione della personalità.

Nel 1984 si gridò allo scandalo quando l’irriverente Jean Paul Gaultier debuttò con la sua prima collezione maschile “L’uomo-oggetto”, mettendo in discussione i clichè dell’abbigliamento e vestendo l’uomo ruvido e macho con gonne, maglioni scollati e t-shirt da marinaio con la schiena scoperta. Ma poi a ben pensarci è moda.

Così come se Joaquín Cortés balla in gonna è arte, se Billy Porter si presenta agli Oscar con un’ampia gonna nera è spettacolo, se l’uniforme maschile della Flotta Astrale di Star Trek è un mini-abito, lo Skant, allora è fantascienza. Tirando le somme, nella società odierna l’accettazione dell’uomo in gonna (o il suo rifiuto) è legata essenzialmente a fattori storico-culturali, ambientali, religiosi, etici e creativi, laddove viene meno la “giustificazione” del suo essere indossata, il naso inizia ad arricciarsi.

La sua decontestualizzazione porta all’ilarità, al disagio o alla diffidenza. Se chiediamo ad uomo di indossare una gonna “rimarrà pietrificato all’idea di sembrare effeminato”, come ha ben scritto su TheGuardian la giornalista Arwa Mahdawi. In un Occidente che l’ha consacrata icona di femminilità, non è ancora arrivato il momento per la cultura maschilista di accoglierla nel suo guardaroba.

Un giorno, forse, si realizzerà la speranza idealistica di David Hall “dare all’uomo più libertà senza inutili stravaganze, ma senza piatto conformismo”. Dall’altro canto anche quando Elizabeth Smith Miller, la prima donna ad indossare i calzoni nel 1851, si presentò in pubblico con ampi pantaloni alla turca fu colpita con verdure e palle di neve, insultata dagli uomini e accusata di oltraggio alla decenza.

La gavetta è stata lunga, ma oggi finalmente anche una donna in pantaloni può dare di sé un’immagine di forza, potere e carriera. Magari, in un futuro prossimo, lo sarà anche per l’uomo con indosso una gonna. 

Il fashion post Covid-19

Parlano retailer e imprenditori: Giacomo Vannuccini, Giovanni Romano e Zack Moscot

Giacomo Vannuccini – Tricot – Chianciano Terme

Come vedi il futuro del retail moda dopo la pandemia? 

Il futuro lo vedo positivo. Serviva un momento di pausa per ristabilire il giusto ordine delle cose. La moda non si ferma e mai si fermerà, dovremmo essere solo un po’ più attenti e ripensare a certe logiche produttive.

Quali sono le mosse che secondo loro il sistema moda dovrebbe attuare

Non esistono mosse rivelatrici: navighiamo a vista, con la speranza che questa epidemia finisca e si ritorni a vivere tranquilli. L’unica cosa da fare è ciò che è stato fatto: spostare tutto a settembre, fiere e fashion weeks. Anche per le collezioni, sarebbe magnifico ricevere le nuove collezioni con un mese di ritardo, in modo tale da garantirci più tempo per la vendita delle vecchie.

Retail fisico e online? 

Oggi l’online è obbligatorio: mentre il fisico purtroppo rimane chiuso e non sapremo quando riusciremo a riaprire, l’online rimane una certezza.

Giovanni Romano – Direttore di NOB Showroom – Parigi


Come vedi il futuro del retail moda dopo la pandemia?

Un futuro umano e interattivo in cui la tecnologia avrà un ruolo sempre più importante.

Ogni comunicazione tra gli individui sarà supportata e agevolata da nuove tecnologie che andranno a modificare tutte le modalità relative all’universo retail moda. Si potrà così  provare virtualmente un capo e vedere se la taglia va bene, fino a informarsi sulle nuove tendenze e novità di prodotto.

Quali sono le mosse che secondo loro il sistema moda dovrebbe attuare

Come sta accadendo in Asia, penso che sicuramente anche negli altri paesi la tecnologia, e in particolare il live streaming e ogni forma di interazione tra gli attori della moda, dovrà essere implementata come. Inoltre saranno necessari dei fondi dedicati allo sviluppo di tutte queste nuove tecnologie necessarie per sviluppare al meglio un business in maniera ancora più personalizzata e per questo efficace. Penso anche a fibre ottiche per accelerare gli scambi di dati e anche i poli di formazione dedicati alle relative professionalità che queste tecnologie innovative richiederanno. Per facilitare questo il primo step dovrebbe essere snellire e velocizzare il sistema burocratico italiano.

Come il digital può supportare il vostro lavoro?

L’emergenza del Covid-19 a Milano ha costretto Parigi a una controffensiva immediata. Noi abbiamo pensato di creare una realtà digitale  in cui buyer e clienti fossero direttamente interconnessi agevolando il processo B2B e prolungando la campagna vendite almeno fino a giugno. Oggi il digital può veramente supportare la moda e per questo abbiamo pensato a un vero e proprio Virtual Showroom. Grazie a V-Rroom, NOB inizia un percorso nuovo. Si potranno mostrare ai retailer le collezioni più in linea con i loro bisogni, esplorare con video e funzioni interattive l’universo dei designer e la loro creatività, fino alla produzione e digitalizzazione degli ordini. Tutto questo supporta e si affianca al lavoro dello showroom tradizionale, rafforzando il fattore umano che resta l’elemento principale, anche in un sistema interattivo che ci impone la distanza.

Zack Moscot, Vice President & Chief Design Office Moscot Eyewear.

Come vedi il futuro della moda dopo la pandemia?

La moda è in continua evoluzione, ma prevediamo che i comportamenti dei consumatori e i modelli di acquisto cambieranno a causa della pandemia. Lo shopping di lusso online è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, poiché i clienti si sentono più a loro agio nell’acquistare beni di lusso e abbigliamento o accessori comodamente da casa. Tuttavia, Moscot che ha una distribuzione sia nella moda che dagli ottici, sarà sempre legato ai negozi fisici per provare le montature o fare gli esami oculistici. Ci aspettiamo la crescita di una esperienza omni-channel con punti di contatto diversi per i nostri punti vendita sia fisici che digitali: i nostri clienti potranno provare in negozio, fare acquisti online, quindi magari ordinare online o ritirare il prodotto in negozio. In generale pensiamo che i clienti diventeranno più a loro agio con gli acquisti online e potranno relazionarsi con il personale attraverso diversi canali di comunicazione.

Come state reagendo a questa crisi?

Come azienda a conduzione familiare con una storia di oltre 105 anni abbiamo affrontato molti periodi difficili e altre pandemie nel corso del tempo. Ad esempio la prima generazione è sopravvissuta all’influenza spagnola, mentre la seconda è riuscita a superare la grande depressione, distribuendo occhiali gratuiti durante quei periodi così difficili. Abbiamo imparato dai nostri predecessori e crediamo negli stessi valori morali. Abbiamo superato l’11 settembre e altri eventi tragici con la resilienza e restituendo forza alla nostra comunità. Oggi abbiamo lanciato una nuova iniziativa di solidarietà per combattere il Covid-19 e forniamo ai medici americani in prima linea occhiali gratuiti (con e senza prescrizione). Durante i periodi di crisi, sosteniamo le nostre comunità e prendiamo cura della salute degli altri. Questa situazione è particolarmente difficile per i nostri negozi Moscot per via del lockdown, ma stiamo facendo tutto il possibile per rimanere operativi e sopravvivere a questa crisi, soprattutto tenendo i dipendenti in azienda, che sono parte della nostra famiglia. Teniamo molto al nostro personale, alcuni dei quali sono stati con noi per oltre 50 anni e prevediamo di uscire da questa pandemia più forte di prima.

Il tuo messaggio di solidarietà …

Come marchio globale siamo grati per il modo in cui tutti stanno lavorando insieme per combattere questa pandemia. Speriamo che le cose tornino alla normalità e siamo qui e saremo sempre qui per soddisfare i bisogni anche “ottici” delle persone.

Profumi d’autore: quando l’arte incontra l’alta profumeria

Visionari, futuristici, i nuovi artisti profumieri ci portano in un mondo fatto di nuove fragranze e profumazioni tutti da scoprire. Un viaggio attraverso “il naso” dei maestri del profumo in versione 4.0, in cui scopriamo i trend e le novità del momento in fatto di fragranze.

Tra le nuove tendenze ci sono le profumazioni di Andrea Maack, artista poliedrica esperta in scultura, pittura , fotografia: tre fragranze unisex per gli olfatti più ricercati , “Soft tension”, “Dual” , “Craft” . Le caratteristiche olfattive sono legate a combinazioni aromatiche di muschio, legno di cedro, pepe , patchouli e zenzero. Il packaging è originale perché rappresentano le creazioni artistiche di Maack. 

Innovative e nuove sono le idee del profumiere tedesco Geza Schoen di Escentric Molecules: ha realizzato il proprio profilo con un’unica molecola di sintesi “Iso e Super”. Un solo ingrediente, quindi, che è in grado di generare un vero e proprio effetto: il loro successo è dovuto alle composizioni del tutto originali che hanno come comune denominatore un unico componente profumato. Si divide in Escentric 01/ Molecule 01, Escentric 02/ Molecule 02 e Escentric 03/ Molecule 03. Tra gli effetti che scaturiscono dai profumi vi è quello sensuale e piccante, caldo e profondo, radioso e leggero , avvolgente e raffinato. 

Rinomati e preziosi sono le creazioni di Goti, un nome che già si conosce per l’alta manifattura dei gioielli che crea: la loro linea è composta da un mix di materiali come l’argento, l’ottone , la pelle e altre leghe che rendono i gioielli unici e futuristici.
Un’impronta di qualità e cura tipiche del Made in italy con creazioni all’avanguardia . Tra le fragranze più identificative del brand c’è Alchemico, distinto in “fuoco”, “terra”, “acqua” e le varie profumazioni di Smoke che abbraccia diverse note come il melograno, il cedro, zenzero, ebano, incenso, in un turbinio di profumi Made in italy.

Earth Day 2020, 6 artisti raccontano la bellezza della Terra

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Mother Earth Day

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22 | aprile | 1970

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FOTO

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La “Giornata della Terra” compie oggi 50 anni, mezzo secolo di amore e di unione con lo scopo comune di salvarla.

Il “Mother Earth Day” nasce il 22 aprile del 1970 a seguito di un enorme disastro ambientale che provocò la morte di 10.000 animali: nel ’69 una piattaforma di trivellazione nel canale di Santa Barbara aveva provocato una fuoriuscita di petrolio, quasi 100.000 barili di greggio riversati nelle acque californiane. Si sentì così il dovere comune di chiamare a raccolta il mondo intero per risvegliare le coscienze e chiedere con urgenza riforme in ambito ambientale.

Tutti scesero in piazza a manifestare e le voci arrivarono all’attivista per la pace John McConnell, al senatore del Winsconsin Gaylord Nelson e allo studente universitario Denis Hayes, il trio che semino’ il terreno dell’Earth Day. In quel lontano 22 aprile 1970, ben 20 milioni di cittadini americani risposero all’appello del senatore democratico Nelson e si mobilitarono in una manifestazione a favore del pianeta; marce dal motto “green”, conferenze dedicate ai temi ambientali, messaggi educativi e formativi di responsabilizzazione; da allora fino ad oggi, il popolo sta dimostrandosi sensibile alla causa.
Ma non basta, ed ora più che mai, chiusi nelle nostre case per aver sfruttato l’ambiente e la natura a nostro unico ed egoista vantaggio (non è forse un monito questa pandemia?), dobbiamo dare dimostrazione di un serio cambiamento comportamentale, e festeggiare la Giornata della Terra in formato digitale.

Altri 192 Paesi nel mondo si coordineranno per l’evento, gli scienziati stanno dandoci degli ultimatum con l’avvertimento che avremo poco più di 10 anni per dimezzare le emissioni ed evitare gli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Il nostro paese ha creato un palinsesto eccezionale per la giornata, da Earth Day Italia che andrà in onda su Ray Play dalle 8.00 alle 20.00 del 22 aprile 2020: 12 ore consecutive in cui scienziati, giornalisti, artisti, rappresentanti istituzionali e chiunque vorrà partecipare, si scambieranno consigli e messaggi di speranza e approfondimento in una diretta streaming.

Tutti gli spettatori potranno interagire tramite i social e la piattaforma web (https://onepeopleoneplanet.it) utilizzando gli hashtag della giornata #OnePeopleOnePlanet, #CosaHoImparato, #EarthDay2020, #iocitengo, #VillaggioperlaTerra, #focolaremedia.

In occasione di una così importante manifestazione, noi di Manintown, vicini e attenti al tema di sostenibilità, salvaguardia ambientale e amore per la Terra, abbiamo raccolto una serie di immagini scattate da fotografi e artisti di fama internazionale che hanno raccontato, ciascuno con il proprio stile unico e riconoscibile, il concetto di bellezza e di rapporto uomo/natura. Il progetto fotografico vuole essere uno spazio, una voce, un aiuto, in linea con l’evento mondiale, volto alla sensibilizzazione umana verso la Madre Terra, grembo da cui nasciamo e braccia dentro cui nuotiamo la nostra vita, dono unico, immenso, e prezioso.

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Pietro Lucerni

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“Io credo che dalle sofferenze e dalle tragedie umane e personali che il Coronavirus ha provocato, dovremmo trarre insegnamento. Dovremmo (ri)imparare ad ascoltare i segnali che la natura ci manda. Dovremmo prendere coscienza del fatto che siamo ospiti su questo pianeta e che non ne siamo i padroni e che, come dice Papa Bergoglio, “non possiamo stare bene su un pianeta che sta male.” Se coglieremo questa opportunità, allora avremo buone possibilità di ripartire verso un futuro migliore per noi e per il nostro pianeta.

I paesaggi innevati e ghiacciati di Pietro Lucerni sono distese silenziose in cui la natura agisce indisturbata, sono panorami desolati e freddi in attesa che arrivi luce a scaldarli.

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Mariavittoria Backhaus

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“La bellezza avrebbe dovuto salvare il mondo e invece il mondo si è fermato. Ma la natura no. Noi siamo immobili e lei va velocissima su una Terra che fiorisce e cresce senza sosta”.
Maria Vittoria Backhaus fa parlare le piante della terra, still life di gambi, boccioli e foglie in bianco e nero, un negativo bellissimo che attende di essere colorato dall’uomo e da esso, salvato.

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Maurizio Galimberti

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Fotografo noto per le sue scomposizioni paesaggistiche e di ritratto fatte di Polaroid, Maurizio Galimberti ci porta in città deserte, composte da silenzi e uomini senza testa, dove solo le lenzuola danzano libere. Sembrano i luoghi del Covid-19, desolati ambienti nostalgici frutto della nostra immaginazione, luoghi di ricordi resi ancora più malinconici dall’effetto vintage della fotografia; auto in fiamme che ci allertano del disastro ambientale, immagini sfocate come se stessero per svanire da un momento all’altro.

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Emilio Tini

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“La vita e la bellezza non potranno mai prescindere da un reale ascolto sensibile e profondo del mondo che ci circonda”
così descrive le sue immagini Emilio Tini, fotografo di moda che con la figura umana ci lavora quotidianamente.
In questa serie mette in rapporto l’uomo e la natura, in una convivenza armonica e complementare, la natura si mescola al corpo e diventa un prolungamento di un braccio, di una mano. E’ sul volto di una donna che sbocciano i fiori, in un rapporto complesso, naturale e imprescindibile.

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Piero Gemelli

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Una linea continua che forma due mondi, quello dell’uomo e della donna, che si uniscono in un infinito bacio. E’ questo il mondo che vorrebbe Piero Gemelli; mondi conosciuti e sconosciuti che abbiano l’intento comune di amarsi e rispettarsi. Nell’immagine forte di un nudo di donna, il cuore di Piero Gemelli è fatto di terra, colei da cui proveniamo.

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Giovanni Gastel

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Sono ninfe nate da Madre Natura, sono donne che si vestono di fiori, di foglie, per metà umane e per metà eteree essenze impalpabili portatrici di nobili messaggi. Per Giovanni Gastel, poeta nell’uso dell’immagine, la bellezza è la fusione armonica tra uomo e natura, un sodalizio indissolubile portatore di armonia, forza, e grazia.

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A cura di Federico Poletti

Cosa farai dopo il lockdown: Alessia Fagioli Galeone

Il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19 potrebbe durare ancora qualche settimana ma questo non ha impedito ai milanesi di meditare su un futuro positivo e un ritorno alla normalità. Abbiamo selezionato 5 creativi che hanno fatto di Milano la loro casa e a cui abbiamo domandato: Che cosa farai appena potrai uscire? Quali sono le abitudini che più ti mancano?

Un paesaggista, un interior designer, una stylist, un visual artist e un fotografo ci hanno raccontato le loro esperienze in questo delicato momento e la loro voglia di revenge.

Alessia Fagioli Galeone – Stylist e Fashion editor Nordstrom 

@alessiafagioligaleone

Solo l’idea di una revenge quarantine mi riempie il cuore di gioia, inoltre vorrei che quel giorno fosse sabato, perché è il mio preferito. 

Riattiverei subito i cinque sensi in quei luoghi a me cari che mi darebbero la giusta carica per ricominciare, un po’ come quando riparte un nuovo anno.

Mi sveglierei presto, mi manca quel momento in cui tutti dormono e posso godere a pieno del mio quartiere, andrei a comprare i fiori freschi da Potafiori, per poi addentare un cannolo siciliano da LUbar che mi porterebbe subito con la mente in Sicilia e io amo il mare.

Un salto da Passatempo per regalarmi qualcosa che scandisca le ore di questa nuova era, qualcosa di surreale, un orologio. 

Un rifornimento consistente da Aesop che produce prodotti naturali per la cura del corpo, perché un altro processo innescato da questa quarantena è stato prendermi cura della mia mente e del mio corpo, ho avuto più tempo da dedicarci.

L’Hangar Bicocca è tra le cose che mi sono più mancate, vorrei vedere una delle loro mostre underground e avanguardistiche, terminando la visita con uno sguardo alle torri di Kiefer.

Ho trovato molto valida l’iniziativa delle mostre virtuali, ma l’emozione che si accende quando puoi vedere un’opera dal vivo è un’altra cosa.

Chissà se le sale cinematografiche proiettano qualcosa d’interessante, vorrei vedere un film al cinema e stare seduta lì, sulle poltrone rosse di velluto con lo schermo gigante davanti ai miei occhi, mi manca non andarci.

Finirei la giornata in un ristorante unico, da Arlati, dove mangerei il mio piatto preferito: l’insalata di carciofi e parmigiano stagionato 36 mesi.

Voglio festeggiare, voglio rivedere i volti che mi mancano e i luoghi che per tante settimane ho desiderato.

L’entusiasmo credo sia incontenibile.

Earth day: le iniziative dei brand

Anche gli attori del fashion diventano protagonisti in questa giornata, ecco una selezione di brand internazionali con campagne dedicate al tema.

Tokyo James

Il marchio Tokyo James è radicato nella natura, per noi è un momento di riflessione su ciò che conta davvero e che abbiamo dato per scontato.

Come marchio, prendiamo questa giornata per apprezzare ciò che ci è stato dato e ciò che possiamo fare per proteggere la terra attuando pratiche migliori e sostenibili.

Facciamo la maggior parte della nostra produzione in Africa, il che significa che possiamo ricambiare a una delle società più valorose della terra.

Designer: Tokyo James 
Instagram: @tokyojamess
Sito: http://www.tokyojames.co.uk/

Davi Paris

Il nostro pianeta è un fragile patrimonio ricco di biodiversità, e l’umanità ha bisogno di prestare più rispetto e gratitudine. Il tema della Giornata della Terra 2020 è l’azione per il clima, e gli enti dell’industria della moda stanno iniziando a rendersi conto della responsabilità che hanno nei confronti di questo tema.

Come piccolo marchio, l’impatto sull’ecologia di DAVI è limitato, soprattutto perché stiamo cercando di stare attenti a minimizzare gli sprechi, a reperire i tessuti e a lavorare su un piano ridotto per fabbricare abiti senza tempo e vestibili indipendentemente dal sesso.

A mio parere, produrre in modo più intelligente e fare shopping in modo più intelligente è la chiave per preservare gli ecosistemi del pianeta che sono così stimolanti per i progetti del brand.

I fiori, gli animali, le forme organiche e gli effetti visivi creati dalla natura sono sempre celebrati nelle mie collezioni, e la mia speranza è che ogni volta che qualcuno indosserà DAVI sarà il promemoria per le persone intorno a me che la natura ha bisogno di essere rispettata e amata.

Designer: DAVI PARIS 
Instagram: @davi_paris
Sito: https://www.daviparis.com/

Valenti

Oggi sono 50 anni dal giorno in cui è stato istituito ufficialmente l’Earth Day.

Il 22 Aprile è un giorno che rende tutti più vicini, perchè milioni di persone che ogni giorno combattono battaglie diverse, si riuniscono per affrontarne una di valore comune.

Che tu combatta contro l’inquinamento delle fabbriche o delle centrali elettriche, contro la desertificazione o l’estinzione della fauna selvatica, stai lottando per l’idea di voler rendere il Pianeta Terra un posto migliore per noi e per le generazioni future.

Grazie all’Earth Day, siamo tutti più informati, sensibili alle tematiche ambientali, propensi alla responsabilizzazione verso un consumo sostenibile, favorendo così la green economy.

VALENTI crede nel potere delle capacità manuali.

Ogni indumento viene cucito singolarmente con cura, evitando gli sprechi di energia e di materiali; per gli indumenti a diretto contatto con la pelle vengono scelti tessuti con fibre naturali.

Un’idea green con cui cimentarsi è sicuramente dare seconda vita ai capi re-inventandoli (da una vecchia camicia posso ricavarne un top), oppure utilizzare coloranti naturali anziché quelli già pronti all’uso che si trovano nei negozi o online (per esempio il colore rosso si può ricavare dal melograno, il giallo dalla camomilla, il marrone dal the, il vede dagli spinaci, il viola dal mirtillo).

Non resta che sperimentare!

Designer: VALENTI
Instagram: @valenti_official

Sabato Russo

“Non bisogna aver paura dei cambiamenti, ogni nuovo inizio è la fine di un’altro inizio. Il messaggio è chiaro, la natura protegge se stessa, forse abbiamo dimenticato i valori fondamentali di questa nostra temporanea permanenza. Ascoltiamola con coraggio. La terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene!”

Designer: Sabato Russo
Instagram: @sabatorusso
Sito: https://sabatorusso.it/

Federico Cina

Siamo ospiti di questo pianeta da migliaia di anni, senza portargli rispetto. 

Da quando le macchine hanno sostituito le braccia dell’uomo, abbiamo perso il contatto diretto con la nostra terra, usandola e consumandola a nostro piacimento. 

In queste settimane stiamo combattendo una battaglia senza precedenti contro un nemico invisibile: un virus che ha costretto l’uomo ad allentare il proprio dominio e infine a fermarsi completamente; mentre Madre Natura, silenziosa, continua indisturbata a dedicarsi al suo processo di auto-rigenerazione e auto-trasformazione. 

Chissà, forse, anzi molto probabilmente, una volta superata questa terribile situazione, l’uomo assumerà un comportamento più responsabile nei confronti della terra, dimostrandosi finalmente maturo e all’altezza di essa. 

SE NON CAMBIEREMO LA TERRA SI STANCHERÀ DI OSPITARCI! 

Designer: Federico Cina
Instagram: @federicocinaofficial
Sito: www.federicocina.it

Phipps

Quanto siamo fortunati a vivere su questo pianeta?  Il mondo è più grande, più strano, più potente e più bello di quanto chiunque di noi possa comprendere.  Il marchio PHIPPS è stato fondato sui principi del rispetto e della curiosità per questo pianeta – esplorando il rapporto dell’uomo con la natura e il nostro ruolo di amministratori della terra.

Designer: Phipps 
Instagram: @Phipps.international
Sito: https://phipps.international/

Carlota Barrera

Con gli eventi come la Giornata Internazionale della Donna, penso sia un peccato che dobbiamo avere un giorno speciale per la Giornata della Terra, come se fosse qualcosa che merita la nostra attenzione solo una volta all’anno come parte di un calendario di comunicazioni. Per me, riconoscere e lavorare per affrontare i danni che abbiamo fatto al nostro pianeta dovrebbe essere una preoccupazione quotidiana.

Da parte nostra, credo fermamente che, oltre a cercare di alleviare i danni che abbiamo fatto al pianeta, dobbiamo anche cambiare radicalmente il nostro comportamento – specialmente il ritmo con cui consumiamo.

Il lusso a cui aspiriamo come marchio è un lusso senza tempo e sottile, nella speranza che quando qualcuno compra uno dei nostri pezzi sia un investimento a lungo termine. Cerchiamo anche di utilizzare i materiali in modo da poterli utilizzare (ad esempio nelle giacche di pelle) e abbiamo sempre avuto un’affinità con l’artigianato, celebrando i talenti che si stanno perdendo.

Forse è più una sostenibilità umana e sociale che ambientale, ma per noi è comunque importante.

Designer: Carlota Barrera
Instagram: @carlotabarrera
Sito: https://www.carlotabarrera.com/

Sustainable fashion: la moda celebra i 50 anni dell’Earth day

Abbracciamo la terra” questo il monito dell’Earth Day che nella giornata del 22 aprile celebra il suo cinquantesimo anno del lavoro di sensibilizzazione ed educazione ambientale, a tutela del pianeta. 

Un  grido volto a prendere coscienza dell’importanza che la natura ricopre nelle nostre vite. Una nuova coscienza ambientale, quindi, che viene auspicata anche e soprattutto dal mondo della moda, oggi impegnata nella creazione di collezioni e iniziative “sostenibili”, per un mondo sempre più green. 

Oggi il lockdown, nonostante abbia messo a dura prova l’essere umano, ha permesso al pianeta di “respirare” grazie al calo significativo dell’inquinamento. Il mondo della moda, da sempre ritenuto come uno dei principali settori che inquinano, oggi si muove verso una rotta sostenibile con tantissime iniziative.

A cominciare da Vestiaire Collective con il suo ‘Wardrobe Reality Check’: per tutto il mese chiede a tutti gli amanti della moda di creare un armadio ‘sostenibile’ attraverso una challenge.

Vestiaire invita attraverso il sito, a vedere quale sia il reale impatto sull’ambiente di ciò che si ha nel proprio guardaroba in termini di tipo di materiali, trattamenti e sistemi di lavaggio utilizzati compresi, ma non solo: lancia il re-selling dei capi inutilizzati, “vera forma di shopping sostenibile” secondo Vestiaire.

Per l’appunto sono state coinvolte alcune delle top model americane tra cui Arizona Muse (e altre colleghe), a rivedere il proprio guardaroba e a rivendere, quindi, i loro capi il cui ricavato andrà in beneficienza. 

Anche il portale eBay e Legambiente lanciano una campagna comune per promuovere l’acquisto sostenibile: durante la ‘Earth Week’ che va dal 20 al 26 aprile, per ogni oggetto messo in vendita da utenti privati sulla piattaforma con l’hashtag #eBayDonaPerTe e venduto entro il 26 maggio, eBay devolverà 1€ a Legambiente.

Per l’occasione, eBay lancerà inoltre ‘eBay Sostenibile’: una pagina del proprio sito interamente dedicata a iniziative green, con una gamma di prodotti eco-friendly.

Anche Napapijiri è da sempre impegnata nella lotta alla sostenibilità con il lancio di Infinity Rainforest con la creazione di una giacca totalmente riciclabile grazie alla sua composizione monomateriale.

Ma non solo, Napapijri invita i clienti che acquistano la particolare giacca a restituirla dopo due anni in modo da poterla trasformare in nuovi filati e nuovi prodotti. E di trasformazioni dei filati Dondup per l’occasione lancia la sua 3D Stretch Couture: una selezione di capi realizzati con una fibra di nylon riciclata , proveniente dal recupero delle reti da pesca dimenticate sui fondali marini.

Una collection dalle tonalità vibranti fucsia, viola, rosso , lime , blu.  Con una linea interamente realizzata con materiali riciclati la “Green Collection PQ-Bios”, anche PiQuadro si serve dell’utilizzo di Econyl, un filo di nylon ricavato dalla trasformazione dei rifiuti come reti da pesca e fibre tessili per creare delle linee di accessori. I materiali ricavati vengono prima rigenerati, poi trasformati per creare  un prodotto nuovo, eco-sostenibile.  

Tra i brand del fashion anche FALCONERI pone il suo contributo alla salvaguardia ambientale prendendo parte  attivamente a organizzazioni a tutela dell’ambiente e delle persone a favore degli interessi di consumatori e produttori mantenendo l’integrità del cashmere. Ed è proprio grazie al cashmere, la seta che Falconeri crea le sue collezioni a tutela dell’ambiente ponendo al centro l’importanza di vestire “green”. 

Con una collezione interamente realizzata con materiali riciclati la “Green Collection PQ-Bios”, PiQuadro si serve dell’utilizzo di Econyl, un filo di nylon ricavato dalla trasformazione dei rifiuti come reti da pesca e fibre tessili creando così accessori da viaggio totalmente eco-sostenibili, riciclabili all’infinito.

Ma anche packaging e merchandising sono pensati al fine di evitare l’utilizzo di materiali inquinanti, scegliendo quindi carta, inchiostri e cotone tutto totalmente green. 

Anche Patrizia Pepe si schiera a favore della salvaguardia dell’ambiente lanciando una capsule collection che strizza l’occhio al pianeta: i capi sono realizzati con un cotone organico privo di elementi chimici. Le “Emo Teen” che rappresentano le varie sfaccettature dell’universo femminile: spiritual, healthy, conscious, rebel, glam. 

Anche i capi sporty diventano eco-friendly: Freddy lancia una linea totalmente Made in italy con capi pensati per lo yoga in partnership con Brugnoli, azienda specializzata in tessuti tecnici come il poliammide lavorato attraverso la tecnologia Br4. Il risultato è un tessuto elastico, innovativo e leggero pensato per i capi da yoga, con jogger pants, top, leggings, felpe e t-shirt. 

Non solo moda: anche il campo dell’home decor ha lanciato creazioni a tema “earth“  Buccellati, infatti, ha creato dei componenti per l’arredo a tema, come portacenere, svuota tasche, oggetti per la casa che raffigurano elementi naturali come animali marini, piante, fiori. 

Earth Day compie 50 anni. Lo speciale reportage di Ricky A Swaczy

In occasione della Giornata della Terra, che promuove la formazione di una nuova coscienza ambientale, abbiamo pensato di raccogliere alcune immagini ispirazionali.  Il 2020 è inoltre un anno speciale perché si celebrano i 50 anni dell’Earth Day.

Lo speciale reportage di Ricky A Swaczy (Creative director e Founder di Wabisabi Culture) coglie l’essenza di una natura magica e illusoria, che anche dall’oscurità svela la quiete dell’arte della contemplazione. Una cornice di vita transitoria. Il potere evocativo della Natura impermanente.

Instagram: @wabisabiculture

Earth day 2020, parlano gli influencer

Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Quest’anno abbiamo voluto riunire i pensieri di fotografi, designer e influencer con immagini rappresentative di questo evento. Ecco come alcuni influencer italiani affrontano questo tema nella quotidianità e riscoprono attraverso i loro viaggi come la natura influisce positivamente su di noi e quindi la necessità di proteggere il pianeta.

Anselmo Prestini (@anselmoprestini)

“Nella mia attività di influencer, che si manifesta prevalentemente in viaggi, ho sempre avuto un occhio di riguardo per i luoghi e gli animali che vedevo. Ho collaborato più volte con WWF, supportandoli nella campagna di raccolti fondi per aiutare i koala. Ho sempre appoggiato campagne no profit, come ad esempio più brand che hanno svolto attività social a favore del plastic free. Penso che oggi CSR sia la chiave strategica per ogni brand”.



Ludovica Ragazzo (@ludovicaragazzo)

“Amo partecipare a progetti green e mi piace quando la moda aderisce a queste iniziative mostrando come l’essere più attenti al nostro pianeta non voglia dire andare contro corrente o meglio “contro trend”. Dovrebbe essere una cosa che va di pari passo. Penso non ci sia cosa più bella e necessaria di mostrare amore, rispetto e gratitudine per la nostra terra”. 


Treedom Trees x Intimissimi.

Gloria Bombarda (@gloriabombarda)

“Amo la natura in tutte le sue forme e proteggerla per me é fondamentale. Cerco di stare sempre attenta ai prodotti che uso e alle aziende che scelgo. A casa, provo ad utilizzare pochissima acqua sotto la doccia, consumare poco detersivo, e ovviamente rispetto la raccolta differenziata ! Le piccole accortezze possono aiutare molto la terra”.



Chiara Sbardellati (@chiarasbardellati)

“Fin da piccola ho sempre avuto un legame molto profondo con la natura e quando viaggio cerco di svolgere attività che mi permettano di entrare in contatto con essa. L’esperienza a Maison Elephant a Bali è stata unica. Lo staff è composto da persone speciali che dedicano la loro vita a salvare questi elefanti dalla cattività, entrando cosi in sintonia con questi pachidermi così da diventare una cosa sola”.



Lorenzo Bacchin (@lorenzobacchin)

“In questo momento sono preoccupato in particolare per i nostri mari e di tutte le preziose specie che li popolano. Si stima che ogni anno più di un milione e mezzo di animali muoia a causa dell’inquinamento degli oceani, fenomeno che è diventato una crisi globale. Oggi, nella giornata mondiale della terra, invito le persone a riflettere, con la speranza che acquisiscano più consapevolezza e che nel loro piccolo facciano il possibile per vivere nel rispetto della natura, adottando stili di vita sostenibili”.



Alessandro Magni (@ale_magni)

“In occasione della giornata della terra ricordo quei momenti che ho trascorso sul Mar Morto durante un viaggio in Israele, una sensazione unica. Non solo per l’esperienza speciale che ho provato galleggiando nelle sue acque e per i diversi benefici alla pelle e al sistema nervoso dovuti alle sue proprietà benefiche, ma anche perché ero circondato da un paesaggio surreale in cui ho percepito un incredibile senso di libertà e di attaccamento alla natura. La terra in quei luoghi mi ha trasmesso tanta energia”.



Roberto De Rosa (@robertoderosa)

“Dobbiamo preservare il nostro pianeta per poter continuare a godere del lusso della libertà. Solo unendo le nostre forze potremo vincere la sfida e continuare a beneficiare di tutte le risorse che il mondo ha da offrire”.


Beauty alert: LAFCO New York

Fondato nel 1992 da Jon Bresler a New York, il brand LAFCO abbina l’artigianato tradizionale agli ingredienti più puri per creare fragranze per la casa e prodotti per la cura personale. La collezione di lusso di saponi, lozioni, diffusori e candele è composta da oli essenziali di provenienza rigorosa. I prodotti vengono creati a mano utilizzando allo stesso tempo un’antica tecnica di produzione botanica e una tecnologia all’avanguardia. Le fragranze sono pensate per evocare una reazione emotiva e sensoriale. Abbiamo incontrato il fondatore e qui potrete trovare la nostra conversazione: 

Come e quando avete sviluppato e avviato il vostro brand? Quali sono i valori e la filosofia che ci sono dietro?

Il nostro fondatore, Jon Bresler, ha avuto l’idea di creare il brand LAFCO dopo aver lasciato New York City per trasferirsi in Svizzera negli anni ’90. Vivendo in Europa, ha scoperto e si è innamorato delle tradizioni del continente che avevano a che fare con l’aromaterapia e la botanica. La sua passione per il viaggio, unita al nuovo amore per le fragranze e l’artigianato del mondo antico, l’hanno portato a visitare le bellissime città dell’Italia, del Portogallo e della Grecia. E fu proprio lì che ebbe le sue prime esperienze grazie alle quali propose alcuni brand unicamente europei al mercato americano; brand come Santa Maria Novella, Claus Porto e Karres Natural Skin Care, oggi tutti riconoscibili a livello mondiale. Nel 2010 Jon inaugurò la sua prima linea di fragranze, LAFCO New York, basata sulle tradizioni europee, ma con una svolta moderna Newyorkese. 

La nostra idea principale è sempre stata quella di creare una piena ambientazione con gli elementi dello stato d’animo, del profumo e del colore. Disegniamo le nostre fragranze per la casa avendo questi dettagli in mente e poi li associamo con un preciso luogo della casa o un tipo di ambientazione. Per esempio, la nostra candela alla camomilla e lavanda ha un profumo calmante, e il colore del contenitore in vetro è un beige neutro e caldo che evoca l’effetto rilassante di una camera da letto. La fragranza della nostra candela Office, invece, combina note di rosmarino ed eucalipto, entrambe essenze rinvigorenti e rivitalizzanti. Il colore del vetro è un verde vibrante, colore stimolante, che rende questa candela una scelta perfetta per l’ufficio. 

Dato che LAFCO New York affonda le sue radici nella botanica, nelle fragranze naturali e nella skin care e visto che la nostra filosofia è quella di creare dei prodotti che abbiano un buon profumo (e che siano buoni per voi), per noi era molto importante utilizzare gli ingredienti più sicuri e più puliti che avessimo a disposizione. Infatti, creiamo le nostre candele bruciando una miscela di cera di soia, senza petrolio. La fragranza dei nostri diffusori per ambienti non contiene alcol, quindi non solo non è dannosa per voi, ma il profumo dura anche più a lungo. Inoltre, tutto il vetro delle nostre candele è soffiato a bocca, utilizzando le tecniche delle più antiche fabbriche di vetro della Boemia. Ogni pezzo di vetro è una creazione unica come i nostri clienti!

Quali sono i vostri prodotti chiave?

Signature Candle è una nostra creazione originale, ha un tempo di combustione di 90 ore e viene colata qui negli Stati Uniti.

Signature Diffuser è un diffusore a bastoncini per ambienti che ha un design innovativo che gli permette di essere completamente ricaricabile; è un lusso ecologico! Il contenitore in vetro è lavorato artigianalmente e può essere utilizzato per molti anni. 

Hand Care Collection (sapone liquido + crema per le mani + saponetta) viene lavorato artigianalmente in Italia ed in Portogallo. Inoltre, questa collezione utilizza ingredienti naturali, senza solfati, para beni od olio di palma che sono delicati per la vostra pelle così come per l’ambiente. 

Possiamo avere un messaggio di speranza e di supporto per le altre medio-piccole imprese che da New York sono arrivate in Italia? 

Visto che in questo momento gli affari stanno rallentando e ci siamo dovuti fermare tutti insieme a causa dell’invito alla pubblica sicurezza, la nostra speranza è quella di riuscire a ricordare alle persone che nel mondo c’è ancora molta bellezza. Ora più che mai, le persone stanno cercando il loro brand preferito per prendere ispirazione e scappare. Sentiamo che la nostra missione, così come quella di tutti i brand, è di continuare ad essere connessi con i nostri clienti durante questo periodo impegnativo e aggrapparci alle loro idee e alle loro storie. Supereremo questa oscurità insieme e mentre lo faremo, impareremo una lezione preziosa che non rafforzerà solo noi, ma anche le nostre imprese. 

Scegli i tuoi 5 prodotti preferiti e spiega perché lo sono

Feu de Bois 3 Wick Candle: il mio studio di New York City non ha un camino, ma credo che sarà la prossima cosa che metterò. Infatti, amo come le note legnose del cedro e del sandalo si combinano tra di loro per creare l’effetto caloroso del fuoco scoppiettante durante le fredde sere d’inverno. Durante l’estate invece, questa candela mi ricorda i falò della mia infanzia. Mi piace tantissimo e la accendo tutto l’anno.

Amber Signature Candle: L’ambra è sempre stata una fragranza dalla quale sono stato attratto e questa candela cattura perfettamente la sua essenza. Il colore blu intenso del vetro la rende moderna e intramontabile allo stesso tempo.

Sea and Dune Classic Disffuser: il nostro Classic Diffuser ha un nuovo design che abbiamo introdotto solo quest’anno. La piccola taglia del diffusore gli permette di adattarsi anche agli spazi più piccoli, come una stanza per gli ospiti o un armadio. A volte non ho il tempo di accendere una candela e questa è una fantastica soluzione per dare un po’ di profumo alla stanza. La fragranza Sea and Dune ti trasporta in una casa sull’oceano. Portatevela dietro come regalo ovunque voi andiate e vi garantisco che il/la padrone/a di casa vi inviterà ancora e ancora. 

Discovery Trio: è semplicemente stupendo! Se state facendo shopping online, la vera sfida è che non potete sentire la fragranza attraverso il computer. Quante volte vi siete imbattuti in un prodotto online e avete desiderato di poter sentire il suo profumo? Il Discovery Trio è l’idea che abbiamo pensato per voi. Selezionate 3 fragranze di candele a vostra scelta. Ogni campioncino è una mini-candela, così potrete provare il prodotto prima di comprare il pieno formato. È un bellissimo regalo per tutti coloro che hanno difficoltà ad acquistare per gli amici!  

Wick Trimmer + Snuffer: Ho un’ossessione per le candele (chiaramente), quindi capisco quanto sia importante prendersi cura di esse. La mia regola d’oro è che devi tagliare lo stoppino ogni volta che accendi la candela. Altrimenti, nella cera si creeranno dei buchi e il vetro diventerà di un color nero fumo. E non c’è niente di peggio! Il nostro Wick Trimmer + Snuffer è un design ingegnoso che il nostro team ha creato per spegnere la fiamma della candela e tagliare lo stoppino contemporaneamente. Nessun disordine e soprattutto la vostra candela si accenderà perfettamente. 

Dove si possono trovare i vostri prodotti? 

I prodotti LAFCO si possono trovare in molte boutique, hotel e Spa negli Stati Uniti. Inoltre, sono disponibili nei grandi magazzini come Neiman Marcus, Saks Fifth Avenue e Bloomingdales. Ovviamente consegniamo anche in tutto il mondo grazie al nostro negozio e-commerce LAFCO.COM

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