Il ricordo di Germano Celant: cinque opere per scoprire l’importanza che l’arte povera ha ancora oggi

Viene a mancare all’età di 80 anni il critico e curatore genovese Germano Celant, dopo due mesi in terapia intensiva al San Raffaele per complicazioni dovute al COVID – 19.

Identificato come il fondatore dell’arte povera, movimento della seconda metà degli anni sessanta che pone il rapporto Uomo – Natura alle sue fondamenta, Celant fu tra i primi a privilegiare il “gesto artistico” mettendosi in forte contrapposizione con le tendenze consumistiche che in quei tempi stavano sempre più prendendo piede nel mercato dell’arte. 

Il mondo dell’arte italiano perde così una delle sue figure più importanti, autore di più di cinquanta pubblicazioni Celant è stato curatore del Guggenheim di New York, direttore della prima Biennale di Firenze Arte e Moda e della Biennale di Venezia nel 1997.

Nel 2015 la sua carriera raggiunge l’apice grazie alla nomina come direttore artistico di Fondazione Prada. 

Anche il direttore artistico del Museo Novecento ha voluto ricordare Germano Celant: “E’ un giorno triste per il sistema dell’arte del nostro paese. La pandemia ha strappato, all’affetto dei suoi cari e degli amici artisti, Germano Celant, straordinario protagonista della critica e della curatela in arte. Imprescindibile punto di riferimento per  il suo magistero teorico e il suo approccio nella organizzazione delle mostre, da quelle collettive alle personali, sempre impostate in condivisione con gli artisti, dei quali Celant non era solo interprete teorico, ma compagno di avventura fin dalla fine degli anni Sessanta. Ebbe allora la felice intuizione di scavalcare le storie personali di molti di loro per raggrupparli sotto il termine di Arte Povera, un’attitudine poetica e immaginativa che ha segnato l’evoluzione dei linguaggi contemporanei. Ricordo con emozione la sua ultima grande prova, la mostra antologica di Jannis Kounellis a Venezia lo scorso anno. L’omaggio di un grande critico a un gigante dell’arte contemporanea scomparso nel 2017”.

L’importanza dell’arte povera: Gli anni sessanta sono caratterizzati da un periodo di enorme cambiamento favorito dalle rivolte studentesche e le manifestazioni di dissenso contro la guerra del Vietnam e contro le repressioni nei paesi latini americani.

Sono anni particolari che avranno una forte ripercussione anche nell’arte, in particolare grazie a quella Povera che riflette una necessità di cambiamento nei contenuti ma anche nella sua natura vitale, un approccio non più statico ma mutevole. 

Gli esponenti dell’arte povera utilizzano così materiali alternativi come terra, legno, ferro e scarti industriali attraverso i quali ci comunicano i loro messaggi di stampo intellettuale. 

Cinque opere per ricordare l’importanza comunicativa dell’arte povera: 

Senza titolo – 12 cavalli 1967 – Kounellis


Igloo con Albero 1968 – 1969 – Mario Merz 


Quadro di fili elettrici 1957 – tenda di lampadine – Mario Pistoletto 


Famigliole 2010 – Piero Gilardi 


Mare  1967 – Pino Pascali

Seiko compie 60 anni

Nato nel 1960, creatori orologiai si posero l’obiettivo di creare il  “re” degli orologi progettando un esemplare che superasse la media dei concorrenti per facilità d’uso, resistenza, leggibilità e design. Ecco che nacque il Grand Seiko, chiamato così perché rispecchiava le caratteristiche di un orologio importante. 

Il mondo Seiko, da sempre legato ad alti livelli di precisione, leggibilità e design, lancia un reStyling dell’iconico Grand Seiko, quest’anno al suo sessantesimo anniversario.

Due modelli per l’occasione: uno che rende omaggio al famoso 44GSdel ’67, simbolo dello stile iconico giapponese del celebre segnatempo della casa, il 9S85 caratterizzato da una precisione da +5 a -3 secondi al giorno è una riserva di carica di ben 55 ore. Le Lancette dei secondi rosse e logo in oro. L’altro, invece, appartiene alla collezione sport con indici e lancette rivestiti in LumiBrite che favorisce l’alta leggibilità in condizioni di luce scarsa. Un orologio “user friendly” dal carattere sportivo . 

Abbiamo pensato a una selezione di stile perfetta per il vostro leisure time, per le vostre future passeggiate primaverili o semplicemente per il tempo libero.

Da un lato il classicismo del Grand Seiko, dall’altro lato, invece, stile casual e capi trendy per un total look a contrasto che non passa inosservato. 

GIACCA IN DENIM – The Workers Club 

CAMICIA IN COTONE CON STAMPA FANTASIA  – Givenchy 

T-SHIRT IN COTONE BIANCA – Acne Studios 

PANTALONE TESSUTO TECNICO BLU – Theory

SNEAKERS CON LOGO RICAMATO – Gucci 

5 serie Netflix che fanno discutere

Da quelle a sfondo religioso, ai reality show oltre oceano, agli scandali delle baby squillo, abbiamo preparato per le vostre serate in quarantena una mini guida sulle serie tv Netflix che fanno discutere e scatenano dibattiti . 

Cinque tematiche attualissime, cinque visioni differenti che potrete veder sviluppate attraverso le serie in questo momento sul canale streaming più chiacchierato del momento. 

MESSIAH

“Ti convertirà”? È lo slogan che appare sul poster ufficiale di Messiah , serie tv che ha creato non poche polemiche per il suo filo conduttore a sfondo religioso . 

Messiah è la storia di Eva Geller, agente della CIA incaricata di investigare su un uomo misterioso, capace di avere un gran seguito in tutto il mondo. Ciò  che gli permette di conquistarsi la cieca fiducia dei seguaci è il presunto potere di compiere miracoli, ed Eva deve ripercorrerne i passi per comprendere cosa c’è dietro. Si tratta di un vero leader religioso o di un ciarlatano? Oppure, peggio ancora, di un truffatore? Guardatelo per scoprire . 

TOO HOT TO HANDLE 

Dimenticatevi gli show dove dei giovanissimi sono rinchiusi in una villa di lusso a far baldoria, Too Hot To Handle supera i di gran lunga questo genere di show.

I protagonisti, si, sono dei giovani e bellissimi ragazzi, ossessionati dal sex appeal: ma pensate a cosa potrebbe succedere se gli venisse vietato loro qualsiasi forma di contatto sessuale. I dieci concorrenti, condivideranno alla fine il premio finale di 100 mila dollari, sempre se non venisse decurtato man mano che uno di loro non infranga le regole. Uno show che vi terrà incollati allo schermo, nonostante l’alto tasso di “trash”. 

YOU 

Giunto alla 4 stagione, You ha registrato fin da subito un grande successo. Soprattutto per la trama: Joe Goldberg è un libraio, appassionato di letteratura e colto. 

Quando un giorno nel suo negozio entra Beck, aspirante scrittrice alla ricerca di se stessa, Joe decide che è lei la donna che deve avere. Ma a iniziare non è una storia d’amore, ma una storia di ossessione in cui il protagonista è uno stalker con inganni, stratagemmi per circuire la propria vittima. Ma d’altro canto Joe viene designato come “protettore” della donna che ama, a tal punto da scatenare dibattiti sullo stalking. Il film ci porta a riflettere attraverso la mente malata dello stalker creando quasi un’empatia con lo spettatore. 

THE SINNER 

Sui vari siti dedicati alle recensioni dei film di Netflix, si legge che The SINNER è uno di quei horror Movie così spaventosi che non si riesce a finire di guardare. Si, proprio così, la serie horror racconta di una donna e madre depressa che accoltella un uomo apparentemente innocente, in una tranquilla e ordinaria giornata al mare con la famiglia . Ma cosa si nasconde dietro l’efferato gesto ? E perché la serie di cui è protagonista l’attrice Jessica Biel viene definita “spaventosa” dagli utenti ? Lo scopriremo solo guardandola , ce la farete

BABY

È stata una delle serie più criticate per la forte tematica della prostituzione minorile. Ma a essere criticata, più della tematica stessa, è stata la visione, sostengono alcuni, con la quale è stata sviluppata, considerata troppo superficiale. Ma altri ammettono invece di aver esplorato un mondo sotterraneo in continua crescita, sta di fatto che le vicende delle baby squillo sono da sempre al centro dei media e opinione pubblica e soprattutto dopo questa serie che vi terrà incollati allo schermo data la sua impronta da soap opera. 

Chopard loves cinema

Il brand di orologeria e gioielleria d’oltralpe Chopard è Partner Ufficiale del famoso festival cinematografico di Cannes che da 72 edizioni premia i lungometraggi che hanno fatto la storia del grande schermo. Tra questi, suggeriamo una selezione fatta da esperti della settima arte di sei film tutti vincitori della Palma d’Oro da vedere (o rivedere) in questo periodo.

La dolce vita, di Federico Fellini (1960). Una pellicola allegramente decadente che racconta le scorribande di un eroe edonista, interpretato da Marcello Mastroianni, tra le vie della Capitale nostrana. Iconica per la storia del nostro cinema è la scena in cui Anita Ekberg, con indosso un bellissimo abito nero a sirena, fa il bagno nella Fontana di Trevi. Apprezzato dalla critica e condannato dal Vaticano, questo film è la consacrazione del periodo d’oro del cinema italiano.

Les parapluies de Cherbourg, di Jacques Demy (1964). Vittoria al 17° Festival di Cannes per questo film interamente cantato sulle note del compositore Michel Legrand che cela, dietro i suoi colori pastello, un profondo senso di malinconia. Una vera rivelazione fu l’attrice Catherine Deneuve e la sua interpretazione dalla bellezza innocente.

All that jazz, di Bob Fosse (1980). Questa commedia musicale è una dichiarazione d’amore nei confronti di Broadway. Un turbinio di danza e musica che esalta la teatralità della vita.

Lezioni di piano, di Jane Campion (1993). Primo e al momento unico film con una regia femminile ad aver conquistato una Palma d’Oro. Questa storia cinematografica, registrata tra i bellissimi paesaggio della Nuova Zelanda, rimettono al centro dell’attenzione la natura e l’istinto umano.

Pulp fiction, di Quentin Tarantino (1994). Una delle pellicole più divertenti tra tutte quelle presentate nelle varie edizioni del festival. La vittoria di questo film è stata la scommessa fatta dal Presidente di giuria Clint Eastwood sul futuro del giovane e promettente regista, al tempo al suo secondo film.

Un affare di famiglia, di Kore’eda Hirokazu (2018). La sconvolgente storia di una disfunzionale famiglia giapponese che resta unita solo grazie alla comune propensione ai piccoli furti. 

5 fotografi da seguire su Instagram

Instagram è diventata una piattaforma che permette a fotografi e appassionati di condividere i loro scatti. Sono sempre di più i professionisti che scelgono questo social network per mostrarsi e farsi notare. Se state cercando ispirazione o volete ravvivare il vostro feed, questi sono i fotografi da seguire che abbiamo selezionato nel mese di Aprile.

Sem Gregg

Instagram: @samalexandergregg

Ritrattista e documentarista londinese, gli scatti di Sem Gregg si rifugiano in ambienti complessi che risiedono nelle periferie.
Il suo lavoro è una ricerca per interrompere e mettere in discussione i tabù e celebrare i valori umani universali.

Gray Sorrenti

Instagram: @graysorrenti

Quando la fotografia ti scorre nel sangue, non hai altra scelta che metterti a scattare.
Figlia del leggendario fotografo Mario Sorrenti, Gray è una vera e propria stella nascente della fotografia internazionale.

Michael Oliver Love

Instagram: @michaeloliverlove

Fotografo che porta una ventata di freschezza nel mondo della fashion photography, creando immagini sorprendenti che mirano a sovvertire gli stereotipi di genere, sfidando la mascolinità tossica.

Goblin

Instagram: @nycgoblin

Giovane fotografo e artista surrealista domenicano con sede nel Bronx di NY.
Il suo lavoro spazia dalla fotografia di moda, all’adv, fino a opere con tecniche più complesse.
La sua arte interpreta tutte le sfaccettature della sua personalità: l’amore, la verità e la rabbia.

Dimpy Bhalotia

Instagram: @dimpy.bhalotia

Nata a Bombay e trapiantata a Londra dove trascorre le sue giornate all’insegna della passione per la street photography in bianco e nero.
Tutto è scattato con l’Iphone, grazie al quale riesce a immortalare l’energia che la circonda.

Infertilità e Covid-19, cosa dice la scienza?

Negli ultimi giorni fa discutere molto la pubblicazione dei dati relativi al boom di vendita negli Stati Uniti di home-kit per la crioconservazione di liquido seminale. Sembrerebbe infatti che le due maggiori aziende produttrici (CryoChoice e Dodi) di tali dispositivi abbiano aumentato di circa il 20% il giro d’affari legato all’invio a domicilio di kit di raccolta del liquido seminale, adatti alla crioconservazione. Stando ai dati riportati dal New York Post, questa tendenza sembra coinvolgere anche molte donne, che sempre più cominciano a richiedere la possibilità di poter crioconservare gli ovuli. 

Alla base di questa crescente paura per lo stato di fertilità, sopratutto da parte della popolazione maschile (che in termini percentuali sembra essere anche quella maggiormente contagiata da Saras-Cov-2) vi è un articolo pubblicato recentemente dai ricercatori della Maryland University su Nature Comunications, i quali hanno dimostrato come i livelli di stress psico-fisico, innescato in questo caso dalla pandemia da Sars-Cov-2, possano influire negativamente sulla qualità del liquido seminale. 

Ma oltre all’influenza negativa dello stress secondari alla pandemia sulla qualità del liquido seminale, cosa sappiamo oggi della relazione tra infertilità e Sars-Cov-2? 

Lo chiediamo al Dott. Nicola Macchione, Urologo e Andrologo che presta servizio all’Ospedale San Paolo di Milano, e che in questi giorni si è visto assieme ad altri colleghi impegnato con pazienti dei reparti Covid-19. 

Esiste una relazione tra infertilità maschile e Sars-COV-2?

Studi recenti dimostrano che tale virus è stato identificato in diversi fluidi biologici. Sappiamo infatti che lo si trova nelle secrezioni nasali, nella saliva, nelle feci, nel sangue (1%), ma non nelle urine e nel liquido seminale, anche se gli studi attualmente presenti in letteratura coinvolgono un numero di pazienti molto esiguo per trarre conclusioni affrettate. Infatti, escludere la presenza del Sars-Cov-2 nel liquido seminale è di fondamentale importanza non solo per valutare eventuali sequele sulla fertilità, ma anche per escludere la trasmissione sessuale. 

Quindi il Sars-Cov-2 potrebbe trovarsi nelle secrezioni genitali? 

In realtà al momento possiamo escluderlo, ma sappiamo ancora poco. E noto ad oggi che molti virus (HIV, Zika virus, virus della parotite) raggiungono tranquillamente i genitali e possono essere identificati nel liquido seminale per molto tempo anche dopo la negativizzazione nel circolo ematico degli stessi. Resta da capire se questo passaggio avviene anche per il Sars-Cov-2. 

Sicuramente, per quanto riguarda le donne sappiamo da un recente studio che ha coinvolto circa 10 pazienti, che il coronavirus non è identificabile a livello delle secrezioni vaginali. Andando invece a guardare cosa avviene nei maschi dobbiamo far riferimento ad uno studio eseguito qualche anno fa per un “parente stretto” di questo virus; il Sars-Cov (che nel 2002 contagiò oltre 8000 soggetti, causando il decesso di 774 pazienti). In questo studio si è documentato, valutando reperti istologici testicolari di 6 soggetti deceduti, un quadro di infiammazione severa delle gonadi che in alcuni casi si presentava con un vero e proprio quadro di atrofia della linea cellulare seminale. In tutti i casi riportati però, il genoma del virus a livello testicolare non è stato mai identificato. Questo a dimostrazione che apparentemente i Beta-Coronavirus non riescano ad attraversare la “barriera emato-testicolare” ma siano comunque in grado di indurre una reazione immunitaria tale da poter dare un quadro infiammatorio locale. 

E a proposito del Sars-Cov-2? 

Ad oggi esistono due gruppi di ricercatori che si sono spinti a valutare l’eventuale presenza del Sars-Cov-2 a livello seminale, ma entrambi gli studi presentano molti limiti legati alla numerosità del campione. 

Nel primo studio sono stati arruolati 13 pazienti contagiati da Sars-Cov-2, di cui 12 guariti ed 1 deceduto. L’età media di questi soggetti era tra i 22 ed i 38 anni, e tutti erano rimasti asintomatici e/o pauci-sintomatici. Di questi soggetti è stata eseguita la ricerca su liquido seminale del Sars-Cov-2, ma in nessuno dei campioni è stato trovato il virus. Inoltre del paziente deceduto è stata eseguita una biopsia testicolare ed anche in quel caso non sono state identificate tracce della presenza del Coronavirus. Il secondo studio invece ha coinvolto 34 soggetti contagiati, anche questi paucisintomatici, anche se in 6 pazienti (17.6%) erano stati riportati sintomi testicolari (algie). Nonostante ciò i risultati sono stati praticamente sovrapponibili a quelli del precedente studio, documentando l’assenza di Coronavirus a livello testicolare. 

Perché un virus così contagioso risparmia i testicoli? 

Esistono tre grosse ragioni che in qualche modo possono spiegare l’assenza di Sars-Cov-2 a livello testicolare. La prima sta nel fatto che i livelli di recettori ACE2 e TMPRSS2 a livello della popolazione cellulare testicolare non sono espressi in modo importante, e noi sappiamo che l’ingresso del Sars-Cov-2 a livello cellulare prevede l’interazione della proteina S (Spike) con tali recettori. 

La seconda motivazione invece riguarda la presenza a livello testicolare di un meccanismo di protezione denominato “barriera emato-testicolare” che in qualche modo “isola e protegge” il distretto seminale da quello ematico. Tale sistema è regolato principalmente da giunzioni strette tra le cellule del Sartoli e la lamina basale dei tubuli seminiferi. Questo sistema per esempio, viene a mancare nelle infezioni da Virus Zika, che sembra infettare tali cellule inducendone la morte e quindi facendo venir meno la loro funzione di “protezione”. 

La terza motivazione invece è quella epidemiologica; in questi studi infatti sono stati valutati soggetti pauci-sintomatici e/o addirittura asintomatici; quindi soggetti in cui la carica virale in circolo era teoricamente molto bassa, e per tale motivo verosimilmente “incapace” di raggiungere il distretto testicolare. 

Quindi possiamo evitare una corsa alla crioconservazione? 

Al momento le evidenze sono poche, ma concordanti, per cui mi sentirei di scoraggiare un eventuale corsa alla crioconservazione dei gameti, anche se sugli effetti a lungo termine conosciamo davvero poco. 

Come è cambiato il tuo lavoro negli ultimi mesi?

In questo periodo il mio lavoro è cambiato in modo importante, ho dedicato molte energie al reparto Covid, ma per fortuna visto il calo dei contagi sono ritornato da qualche giorno al mio lavoro da urologo. Ad ogni modo non ho mai abbandonato del tutto la mia specializzazione, ho ritagliato degli spazi per continuare a sviluppare e migliorare il mio lavoro.

Prospettive sulla fase che seguirà al lockdown?

Quando il lockdown sarà terminato spero che vengano ripristinate le attività di prima anche se tutto quello che è accaduto va attentamente analizzato e dovrà guidare una riforma atta a migliorare il nostro sistema sanitario. Dovremo fare in modo che una pandemia del genere possa essere gestita in tempi più rapidi e con un contenimento maggiore dei danni, sia in termini economici sia di vite umane.

1930, il secret bar più secret di Milano

Il suo simbolo è un cerchio imperfetto in Stile Art Nouveau, con quei decori floreali tipici dei primi ‘900; come accedervi rimane un segreto, almeno per voi che non ci siete ancora stati, ma a rivelarvelo toglierei il divertimento perchè il 1930, il secret bar più secret di Milano è davvero una chicca. 

Uno dei modi per tentare di spalancare la porta del proibizionismo è diventare assidui frequentatori del Mag Cafè, altro luogo della stessa famiglia, e meritarvi un invito dagli stessi proprietari. Come? Immaginiamo il cliente perfetto del 1930 come un gentleman che beve come un vero maschio; un dandy che accompagna la propria signora e l’inizia all’arte del bere; ma oggi i tempi sono cambiati e potrebbero ribaltarsi i ruoli; in quel caso il barman si complimenterà con voi! 
Potrete quindi iniziare a collezionare cocktail al Mag per poi ritrovarvi o semplicemente ubriachi, o i fortunati “uomini da bere” del 1930.

L’impatto è deludente, una porticina vetrata vi svelerà una triste ex latteria, o potrebbe sembrare uno di quei bar arrabattati all’ultimo senza budget da investire; ma anche questo è il calcolo diabolico di chi ha voluto, con il 1930, creare un mondo al rovescio, un tempo che volge al passato, una clessidra che si ferma, perchè una seconda porta nascosta vi catapulterà nel caldo universo dei cocktail proibiti


Sono due i livelli del locale, il piano superiore sembra più affollato, luminoso e destinato a gruppi; quello inferiore è la ricetta perfetta per una serata intima in cui è piacevole conversare perchè tutti bisbiglieranno anziché sbraitare, sorseggeranno anziché trangugiare, flirteranno anziché pretendere. 

1930 è uno stille di vita, il cocktail è protagonista, lo si rispetta come un mito, lo si attende come una medicina, e tutto diventa un rito, tra un sorso di whiskey cocktail e un tiro di Montecristo n.2, perchè anche questo è concesso.

Ogni angolo presenta un cimelio de les temps passés, vecchi registratori di cassa su antichi bauli di legno, candelabri in argento a 5 braccia, poltrone in blu velvet incorniciate da drappeggi porpora come una scena a teatro. I mattoni alle pareti riscaldano l’ambiente, su ogni oggetto poggiano foto vintage in bianco e nero, con una Marilyn Monroe ammiccante e infinite scatole di sigarette di ogni dimensione, portate lì da un contrabbandiere sul cui petto è finita una pallottola. 


Le uniche luci sono quelle delle candele, per fortuna, perfette per creare quell’atmosfera pittoresca e silenziosa che è d’obbligo in un locale che vuol essere chiamato “secret bar”. 

Una sedia a dondolo sta accanto alla porta d’ingresso del bagno, utile per chi deve fare il palo e fuggire dopo essersi caricato con uno Sazerac.
Comodo per le ladies che vogliono poggiare giacche o cappotto, nel bagno trovate un manichino in ferro, delle foto d’antan del Naviglio Grande fine ‘800, dei poster in stile Art Déco e un simpatico tariffario della “Madama Gioia”, la donna ad ore che dovrebbe soddisfare desideri e svezzare giovani studenti a cui viene concesso un trattamento speciale con agevolazioni. Insomma non manca nulla per essere un perfetto Peaky Blinders

Prima di salutare con un arrivederci (perchè vorrete assolutamente tornarci) il 1930, scaldatevi l’ugola con un Tom & Jerry, vi verrà servito in un bicchiere di legno senza manici, ha i profumi di casa, del caffè latte prima della buona notte ma alcolico; in questo modo potrete almeno fingere di essere dei bravi ragazzi! 

Benetton: #WeareRainbows

United Colors of Benetton lancia We Are Rainbows, un progetto Instagram concepito dal suo direttore artistico Jean-Charles de Castelbajac per trasmettere un messaggio positivo e solidale in questo periodo di difficoltà.

Tra i brand di abbigliamento, Benetton è conosciuto come uno dei custodi a livello globale della magia del colore. Quando gli arcobaleni sono spuntati sui balconi di tutta Italia, accompagnati dall’hashtag #andràtuttobene, il profilo social del marchio ha risposto con un messaggio solidale: “Restiamo uniti, come i colori dell’arcobaleno”.

Oggi, quel concept fa un altro passo in avanti. Il brand chiederà alla sua community su Instagram di interpretare l’arcobaleno con un disegno, una foto, un video, e postarlo sui propri profili social con l’hashtag #WeAreRainbows e i tag @benetton @jcdecastelbajac.

I contributi migliori saranno ripubblicati sul profilo ufficiale: l’invasione di arcobaleni andrà avanti per alcune settimane, con l’obiettivo di riunire la community Benetton, in Italia e nel mondo, intorno a un simbolo universale di speranza.

Intervista a Jan Michelini, regista di “Diavoli”

Jan Michelini è un regista dal talento internazionale, infatti ha costruito le basi della sua carriera proprio respirando e carpendo i segreti di grandi maestri che lo hanno guidato. Fin da giovanissimo ha cercato di lavorare al fianco di visionari professionisti come Mel Gibson. Si divide tra un set e l’altro senza trascurare la sua bellissima moglie Giusy Buscemi, già Miss Italia, da cui ha avuto due bellissime bimbe.

La sua ultima fatica “Diavoli” è in onda sui canali SKY dal 17 Aprile con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey protagonisti.

Dove stai trascorrendo la tua quarantena?

Ovviamente a casa, vivo a Roma e più precisamente a Trastevere, grazie al cielo abbiamo una bella terrazza che permette di avere un po’ di sfogo, e soprattutto con due bambini piccoli che non possono uscire è davvero indispensabile. Nel frattempo, mi sono trasformato in colf.

Diamo che la più grande se ne sta accorgendo perché ogni tanto ci fa capire di voler tornare al nido dai suoi amici, l’altra non se ne rende conto perché ha sei mesi.

Che differenza trovi nel girare una fiction italiana ed una internazionale?

Di base il mio lavoro non cambia, la differenza la fanno solo le risorse che si hanno a disposizione per realizzare il progetto.

Ovviamente in una produzione internazionale avendo più giorni a disposizione si può dare più sfogo alla creatività.

E poi ci sono serie come “DOC: nelle tue mani“ dove invece ti chiedi come fare ad ottenere un prodotto di altissima qualità con meno mezzi, e li posso dire che nascono i veri miracoli.

Ti aspettavi il grande successo della serie “DOC”?

Quando avevo letto la storia scritta da due grandissimi autori, per altro realmente accaduta, ho capito immediatamente che c’era una storia forte con dell’ottimo materiale su cui poter lavorare.

Soprattutto nella fase di montaggio mi son reso conto di continuare a provare emozioni diverse, poi la scelta della messa in onda in un momento così difficile dove eravamo bombardati da immagini di medici ed ospedali.

Credo che il pubblico ci abbia premiato in quanto è una serie televisiva che comunque porta a credere nella speranza.

Il finale invece lo vedremo a settembre?

Sì, quando è scattato il blocco totale ci mancava ancora una settimana di riprese, ed anche una parte di montaggio, ma quello son riuscito a farlo da casa con l’oramai noto “smart working”.

Che hai pensato quando ti è stata offerta diavoli?

Beh, la prima cosa è stata: studia, studia! Era un argomento che non conoscevo assolutamente, non conosco la finanza, non investo quindi era una scoperta anche per me.

Non conoscevo le radici profonde di un territorio di guerra, che giorno dopo giorno può decidere le sorti dei paesi.

È una serie che non da un giudizio morale sulla finanza, anzi permette al telespettatore di farsi una propria opinione e capire quale può essere il bene e quale il male.

Diavoli è un titolo che può essere frainteso, ma non posso ovviamente svelare le vere origini altrimenti svelerei la fine della serie, ma non si riferisce all’entità spirituale diabolica.

La scelta del cast l’hai fatta tu o era già sul tavolo quando sei arrivato?

In quel momento non era ancora definito, ma ci stava lavorando il titolare della prima parte della serie, però devo dire che è stato un lavoro svolto totalmente a quattro mani e chi meglio di Alessandro Borghi e Patrick Demsey per quei ruoli, credo nessuno.

Regista e Miss, è da sempre un connubio che funziona, come vi siete conosciuti?

La prima volta è stato ad un evento di beneficenza dove lei era testimonial, io son andato di corsa giusto per salutare, ed un amico me l’ha presentata, ma non ci siamo assolutamente filati.

Ci sono voluti almeno tre anni di incontri casuali, avevamo entrambi dei pregiudizi a vicenda, che poi con un viaggio in treno sono crollati in un attimo.

Accessori: il best of dei brand sostenibili

La crisi pandemica ha posto l’industria della moda inizialmente di fronte a importanti quesiti. “Come reagiremo a tutto questo” è tra questi il più impellente.

La forza creativa, spinta propulsiva dell’industria, diverrà quindi sempre più protagonista. E di conseguenza saranno sempre più sotto i riflettori i marchi che puntano sulla sostenibilità.

Dunque stop al lusso eccessivo: nessuno spreco è concesso. Le prime soluzioni? Sharing, stock con parti ricambiabili dell’accessorio vendute insieme per customizzarlo, per menzionare alcuni efficaci esempi del nuovo lusso. Scopri in questo articolo la lista dei “brand to watch” su cui noi di Man in Town scommettiamo.

Primo fra tutti Freitag, brand di borse che lancia S.W.A.P., una piattaforma per i suoi clienti che funziona similmente alla celebre app di incontri Tinder. Solo che il match stavolta avviene tra borse. Un primo esempio concreto di sharing sostenibile.

La particolrità di ACBC, marchio di scarpe fondato da Gio Giacobbe ed Edoardo Iannuzzi, sta nella customizzazione durante l’acquisto. Si può scegliere tra diversi colori e inoltre acquistare diverse suole che permettono di avere così quattro modelli al prezzo di uno.

Questo sistema di personalizzazione all’acquisto permette di avere un minor impatto sul numero di produzione e di conseguenza sulla polluzione. Una filera totalmente green è la scelta di All Birds, brand che si focalizza sul welfare degli animali per gli allevamenti in Nuova Zelanda dove produce.

La lana merino cruelty-free, la plastica riciclata per realizzare le stringhe e il cartone second-hand per il packaging permettono a ogni singola sneaker del brand al momento di equivalere a circa 7 chili di emissioni di co2 (la media è di 12). E intendono scendere ancora di molto.

Concludiamo il viaggio di stile green con NO/AN, linea di borse fondata dalla designer finlandese Anna Lehmusniemi. Le sue borse in pelle puntano sulla qualità del materiale cruelty-free e sulla produzione tipica dello slow-fashion unito alla maestria artigianale dei conciai portoghesi.

Minor impatto ambientale, produzioni più contenute, upcycled e molto altro: il vocabolario della moda post-Covid19.